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venerdì 21 settembre 2018

Toni Negri e i “post-operaisti”: l’utopia funzionale alla globalizzazione capitalista?


di Fabrizio Marchi da l'interferenza

“La globalizzazione è stata qualcosa di estremamente importante per i popoli del terzo mondo. Milioni e milioni di persone che attraverso la globalizzazione dei mercati sono state tirate fuori dalla miseria. Credo che anche l’Occidente ci abbia guadagnato molto”.

Non sono parole di economisti liberisti come Von Hayek o Milton Friedman, ma di Toni Negri, filosofo, comunista, padre dell’operaismo degli anni ’60 e ’70, leader dell’area cosiddetta “post-operaista” – come vengono appunto definiti coloro che provengono da quell’esperienza politica – intervistato dal giornalista Gianluigi Paragone a “La Gabbia” pochi giorni fa, in occasione del seminario “Comunismo 17” organizzato a Roma presso l’Atelier Autogestito Esc dal 18 al 22 gennaio:

Interessante notare che nella stessa trasmissione, subito dopo di lui, l’imprenditore e uomo politico di area liberale Franco De benedetti, canterà più o meno le stesse lodi della globalizzazione, aggiungendo che quest’ultima, oltre a migliorare le condizioni di vita di milioni e milioni di persone, ha contribuito anche a portare diritti e democrazia dove non c’erano.

I due, Negri e De Benedetti, partono da approcci diversi e hanno finalità e orizzonti diversi (per lo meno in teoria), ma la direzione di marcia, come vediamo, è esattamente la stessa.

Seguendo la loro logica è necessario quindi appoggiare il processo di globalizzazione e anzi fare quanto è nelle nostre possibilità per accelerarlo perché porterà (e ha già portato, dicono…) benessere, diritti e democrazia nel mondo – secondo l’opinione di De Benedetti (ma in fondo, indirettamente, anche di Negri) – e perché creerà – secondo Negri – le condizioni per il passaggio ad una società libera dalla schiavitù del lavoro salariato (magari, diciamo noi…), anche grazie alla Tecnica che “libera” e “libererà” masse sempre più crescenti dalla schiavitù del lavoro, e quindi, in ultima analisi, verso una società comunista, sia pure di là da venire. Un passaggio, questo, che non prevede mediazioni (lo Stato, la Politica, i Partiti o la conquista del Potere Politico) ma è il risultato di un processo di fatto inevitabile, anche se ovviamente non del tutto spontaneo. Spetterà ai nuovi “lavoratori salariati cognitivi”, cioè la punta più avanzata del mondo del lavoro perché situata nel punto più alto dell’organizzazione capitalista della produzione, condizionare e indirizzare tale processo nella direzione auspicata, anche mobilitando le cosiddette “moltitudini”, cioè tutta quella vasta gamma di nuovi soggetti, le donne, evidentemente considerate come una “categoria” oppressa e discriminata in quanto tale (nessuna novità rispetto alla narrazione femminista di sempre e da tempo uno dei mattoni fondamentali dell’ideologia dominante), i migranti e tutti coloro che in forme diverse sono sottoposti al rapporto di produzione capitalistico (mi scuso per la estrema semplificazione ma su un articolo di giornale non è possibile fare altrimenti).

Insomma, a parere del nostro, saremmo già in un mondo migliore rispetto a quello esistente fino ad una trentina di anni fa, immediatamente prima del crollo del muro di Berlino. Il fatto che da allora il processo di globalizzazione capitalista sia stato imposto attraverso la guerra imperialista permanente (con tutti gli effetti del caso…) sembra essere un particolare secondario e non influire sul giudizio complessivamente positivo dello stesso (e infatti, come noto, i centri sociali che fanno riferimento all’area “negriana” non si sono particolarmente distinti, per usare un eufemismo, nel sostegno alla Siria o al Donbass…). E che questa guerra totale abbia tentato di disintegrare e molto spesso disintegrato stati, nazioni, popoli, comunità, etnie, culture, identità, sembra esserlo ancor più (secondario). Ma questo non ha nessuna importanza per Negri e compagni, perché i concetti di stato e ancor più di nazione sono considerati come pura “barbarie”, come vicende tribali “che hanno causato solo disastri”. Cosa in gran parte vera, perché non c’è dubbio che certo nazionalismo, in particolare quello che ha dominato in Europa nel XIX e nella prima metà del XX secolo (ma anche nei secoli precedenti) abbia rappresentato la bandiera ideologica (falsa coscienza) per giustificare le guerre imperialiste e la dominazione coloniale. Non c’è però altrettanto dubbio che è esistito anche un nazionalismo “progressista” – penso proprio ai movimenti di liberazione nazionale anticolonialisti e antimperialisti di tutto il mondo (fra cui anche molti movimenti comunisti dove l’elemento di classe si sovrapponeva a quello nazionale, basti pensare al Vietnam o a Cuba) a partire da quelli arabi ma non solo – che proprio sulla rivendicazione dell’identità culturale e nazionale (e talvolta religiosa) dei popoli fondava la sua ragion d’essere, come è inevitabile che sia. Del resto è risaputo che per fiaccare la resistenza di un popolo sottomesso è necessario distruggere le sue radici e la sua storia, in altre parole la sua identità (una parolaccia, per i post-operaisti e per tutta la “sinistra” contemporanea, sia essa liberal o radical…), cosa che le varie dominazioni coloniali hanno sempre cercato di fare nel modo più lucido e sistematico. A poco o nulla serve ricordare che anche per Lenin e i bolscevichi la “questione nazionale” non era affatto sottovalutata (Lenin, in un suo scritto “Sulla questione delle nazionalità o della autonomizzazione” scrive, fra le altre cose, che “Ho già scritto nelle mie opere sulla questione nazionale che non bisogna assolutamente impostare in astratto la questione del nazionalismo in generale. E’ necessario distinguere il nazionalismo della nazione dominante dal nazionalismo della nazione oppressa, il nazionalismo della grande nazione da quello della piccola”). Ma tutto ciò rappresenta, al meglio, per i post-operaisti, solo zavorra se non peggio, un ostacolo sul cammino della liberazione totale dell’umanità e del “desiderio”.

In questa visione delle cose, è importante rilevarlo, il concetto di internazionalismo proletario, finisce inevitabilmente a confondersi e a sovrapporsi completamente con quello di “cosmopolitismo”, cioè con una sorta di neo universalismo (neo) kantiano, naturalmente distorto e piegato alle esigenze ideologiche e politiche delle elite capitaliste dominanti. L’orizzonte è appunto quello della distruzione di ogni identità culturale, statuale, nazionale (che non è detto che debba avere necessariamente un carattere reazionario; erano forse reazionari gli indiani americani, gli aborigeni australiani, gli algerini e tutti i popoli che hanno combattuto e talvolta vinto contro il dominio coloniale?) e l’abbattimento di ogni ostacolo, sia esso di ordine politico o culturale, che possa essere di impedimento al processo di globalizzazione capitalista, che significa di fatto la globalizzazione dei mercati ma niente affatto dei diritti (il capitalismo convive allegramente con le monarchie semifeudali saudite, con la società divisa in caste indiana, con lo stato-partito cinese, e gli stati occidentali stanno gradualmente adeguando il loro sistema di garanzie sociali sul modello di quelli asiatici per poter essere competitivi con questi ultimi ). Ma quello che non si capisce, a questo punto, è quale possa essere il terreno e anche lo spazio politico e fisico per poter sviluppare una conflittualità antagonista (di classe) dal momento che si esclude, per coerenza, l’ipotesi di una rottura e di una uscita dal sistema. Le ricadute concrete, infatti, in termini politici, di questa concezione, si traducono nella scelta di rimanere all’interno delle strutture del dominio capitalista, cioè l’UE e l’eurozona, escludendo a priori la possibilità che un processo politico e sociale all’interno di uno degli stati membri (ad esempio l’affermazione politica ed elettorale di un fronte democratico, popolare e socialista) possa portare quello stesso stato a recuperare la sua autonomia politica e sottrarsi, sia pure parzialmente, ai diktat delle elite capitaliste globaliste dominanti. Viceversa – sostengono i nostri amici – il sistema dovrebbe essere cambiato dal “di dentro”, cioè attraverso quel processo cui facevo cenno in apertura. La qual cosa, dal mio punto di vista, è quanto meno contraddittoria. Come si può infatti pensare di esercitare una egemonia e addirittura cambiare radicalmente una istituzione che è strutturalmente un progetto capitalista e imperialista? La vicenda greca è significativa da questo punto di vista (e non a caso Negri difende le scelte politiche sia di Tsipras che di Varoufakis) e in tal senso rimando ad un mio vecchio articolo: http://www.linterferenza.info/editoriali/la-necessita-della-mediazione-e-il-coraggio-della-rottura/

Come dicevo, la globalizzazione, attraverso la guerra e il saccheggio sistematico delle risorse dei paesi del terzo mondo ha portato alla distruzione e alla spoliazione di intere aree, creando il fenomeno, non certo nuovo, della migrazione di grandi masse, che in moltissimi casi hanno perso anche quel poco che avevano, verso le “metropoli” occidentali.

Naturalmente questa massa di manodopera costituita dagli immigrati va a premere sui lavoratori occidentali e a fungere come da arma di ricatto su questi ultimi, con due ricadute, entrambe funzionali al capitale:
l’abbassamento del costo del lavoro, con conseguente riduzione dei salari, la precarizzazione del lavoro, la distruzione o la riduzione ai minimi termini del welfare e dei diritti sociali e ultimamente (vedasi l’attacco delle oligarchie finanziarie europee alle Costituzioni democratiche dei vari stati scaturite dalla guerra contro il nazifascismo e considerate obsolete), anche di quelli civili;
la competizione fra i lavoratori autoctoni e quelli immigrati, la cosiddetta “guerra fra poveri” che, ovviamente, viene alimentata ad arte dalla variante neo populista di destra del sistema capitalista (Trump, Le Pen, Salvini e neo destre sia dell’ovest che dell’est europeo).

Nello stesso tempo, la globalizzazione ha provocato il fenomeno della cosiddetta delocalizzazione: le imprese dei paesi sviluppati vanno a produrre nei paesi del terzo mondo dove il costo del lavoro è bassissimo, i lavoratori sono completamente privi di diritti (e di certo le imprese e le multinazionali occidentali non fanno nulla per portarglieli, alla faccia di chi sostiene che la globalizzazione capitalista avrebbe portato diritti e democrazia…), non esistono sindacati, e ci sono governi “amici” che alla bisogna chiudono tutti e due gli occhi e che sono complici di questo processo di sfruttamento complessivo dei lavoratori e dei “loro” stessi popoli.

Ma – si dice – la globalizzazione ha migliorato le condizioni di vita di milioni e milioni di persone. E grazie al cavolo, mi verrebbe da dire, non faccio certo fatica a crederlo. Perché è evidente che questo processo ha visto la crescita in taluni contesti, ma non in tutti, di una nuova classe borghese che prima era molto ridotta e in taluni casi non esisteva neanche. Il problema è che – se la teoria del valore (e del plusvalore) di Marx non è una fantasia dell’autore – se c’è qualcuno che si arricchisce, logica vuole che ci sia qualcun altro che si impoverisce o che comunque venga sfruttato da coloro che si arricchiscono sul suo lavoro e alle sue spalle. Che sia dunque un liberale e un liberista a sostenere che il processo di globalizzazione capitalista ha migliorato, in termini assoluti, le condizioni di vita di una parte, comunque minoritaria, della popolazione mondiale, è del tutto normale, logico e comprensibile. Non lo è per nulla se a sostenere tale tesi è un comunista.

Negri non può non accorgersene, ma ovviamente cade in contraddizione. Al minuto 1,25 dell’intervista, Paragone osserva che la globalizzazione è stata dominata dal neoliberismo che ha “livellato” (nonché ridotto…) i diritti dei lavoratori, e naturalmente Negri non può che confermare. Ora però la vedo dura sostenere che la globalizzazione è stata un fatto assolutamente positivo e contestualmente riconoscere (né potrebbe essere altrimenti…) che questa ha portato ad una riduzione e ad un livellamento (in basso…) dei diritti dei lavoratori in tutto il mondo. Anche in questo, nulla da dire se a sostenere tale tesi fosse un pensatore liberale-liberista, ma non dovrebbe essere questo il caso di Negri.

Veniamo ora ad un’altra questione fondamentale sulla quale mi pare che ci sia, forse, e sottolineo forse, una divergenza di opinioni all’interno dell’area post-operaista (per lo meno restando alla sua intervista a “La Gabbia”, non ho ascoltato il suo intervento al seminario) e gli altri due maggiori esponenti e intellettuali di quell’area, cioè Paolo Virno e Franco Berardi (Bifo) che invece ho ascoltato in diretta.

Negri sostiene che la classe operaia occidentale, o ciò che resta di essa, sia ormai un ceto sociale residuale, pervaso da pulsioni egoiste, ridotta in queste condizioni dai padroni e dalle socialdemocrazie (e su questo ha in larghissima parte ragione se non fosse che, a mio parere, anche una certa “sinistra” “radical, antagonista e femminista”, cioè quella che anche lui rappresenta, ci ha messo del suo…) che difende in modo corporativo le proprie posizioni (cioè il posto di lavoro e una certa sicurezza sociale…). Bifo ci va giù in modo molto più pesante (forse perché non era in televisione…) e parla espressamente di “classe operaia “nazionalistizzata” e nazificata”, e per questo facile preda del populismo. Il quale populismo – spiega Virno – è “il fascismo postmoderno”. Anche in questo c’è sicuramente del vero, però mi sembrerebbe un grave errore liquidare la questione in questo modo e affidarsi alle sorti magnifiche e progressive dei lavoratori cognitivi della Silicon Valley (ripetutamente evocati e individuati da Bifo come la possibile avanguardia del processo rivoluzionario…) e delle cosiddette “moltitudini desideranti” (che siano desideranti non c’è alcun dubbio, si tratta di capire se questo desiderio prenderà spontaneamente una strada rivoluzionaria o comunque di rottura rispetto all’ordine sociale esistente oppure sarà fagocitato dal capitale, molto abile, anche e soprattutto dal punto di vista ideologico/psicologico, a “giocare” la sua partita proprio su quella naturale e legittima aspirazione alla soddisfazione del desiderio…).

Ora, se è da lodare il tentativo di individuare in alcuni settori di lavoratori, quelli più “avanzati” perché si trovano – come dicevo – nel punto più alto dell’organizzazione e della divisione capitalista del lavoro (e quindi sono provvisti di “know how”, di un differenziale di sapere che li pone in una condizione “privilegiata”, in termini di capacità cognitive, rispetto ad altri), l’avanguardia o comunque i possibili soggetti di un altrettanto possibile processo di trasformazione, mi sembra un gravissimo errore liquidare tutti gli altri (anche con un certo malcelato disprezzo, che si avverte chiaramente e che non dovrebbe appartenere a chi si professa comunista), dandoli per perduti e regalandoli di fatto al neo populismo di destra.

E a questo punto ci sono altri due gravissimi errori che vengono a mio parere commessi. Intanto non è affatto detto che quel differenziale di sapere di cui sono provvisti quei “lavoratori cognitivi” si trasformi necessariamente in coscienza di classe. E’ anzi, purtroppo, assai più probabile il contrario, e cioè che proprio per la loro condizione “privilegiata” vengano ideologicamente fagocitati dal capitale. Del resto, non sarebbe la prima volta che accade. Abbiamo visto l’ “evoluzione” di quel ceto giovanile e intellettuale che nel ’68 era stato individuato come la possibile avanguardia di un processo rivoluzionario e che ha finito per essere completamente o quasi assorbito dal capitale che addirittura ha fatto sue, sia pure rivisitandole pro domo sua, le rivendicazioni e le aspirazioni di cui si faceva portatore.

Oltre a quei “lavoratori cognitivi”, sia pure ormai molto diffusi e cresciuti esponenzialmente di numero, esistono ancora larghe masse di lavoratori generici, non qualificati e sottoccupati, accanto a quei settori di vecchia classe operaia e di piccola e piccolissima borghesia che una volta avremmo detto “proletarizzata” o in via di “proletarizzazione” (proprio a causa della globalizzazione celebrata anche da Negri…). Le periferie e le grandi aree metropolitane di tutte le grandi città europee, ma anche delle province profonde, sono popolate da questa gente che si sente, a ragione, sempre più esclusa e che in gran parte vota in massa per le forze politiche neo populiste di destra (ma non solo di destra).

Ora il problema, a mio parere, è in questa fase quello di lavorare alla costruzione di un blocco sociale in senso gramsciano, che sappia unificare tutti quei settori sociali, i “lavoratori cognitivi” con la classe operaia tradizionale, il “proletariato intellettuale” con i lavoratori generici e meno qualificati e le masse popolari e piccolo e piccolissimo borghesi “periferiche” (in tutti i sensi), e naturalmente superare il conflitto fra lavoratori autoctoni e immigrati (lavoro, quest’ultimo, di una grandissima difficoltà, e pur fondamentale). Se non si fa questo lavoro, se non gli si prosciuga il brodo di coltura, il neo populismo di destra continuerà a crescere e ad aumentare in misura esponenziale i suoi consensi. In una parola: ad essere egemone. E’ quindi anche e soprattutto in quel “brodo” che oggi i comunisti devono lavorare, senza avere timore di sporcarsi le mani, perché quella gente, anche quella ormai completamente priva di una coscienza politica e di classe, che straparla contro gli immigrati ritenendoli responsabili del loro disagio, è la loro gente, la nostra gente, non dimentichiamolo mai, altrimenti siamo destinati a deragliare, e in larga parte è purtroppo già avvenuto.

Mi pare, quindi, che l’atteggiamento dei post-operaisti, in tal senso, e in particolare quello di Virno e Bifo, sia profondamente sbagliato e, mi sento di dire forse presuntuosamente, assai poco socialista e comunista.

Per la verità Negri nella sua intervista a Paragone assume una posizione diversa perché al giornalista che gli chiede perché in tutto questo contesto non esplodano delle ribellioni, Negri risponde (minuto 7) che “Non è vero, che le ribellioni ci sono, almeno dal 2011 ad oggi, e che vengono chiamate “populismi”, ma che in realtà – spiega sempre Negri – sono ribellioni”.

Mi pare (e mi auguro) che qui ci sia una diversa interpretazione rispetto alle posizioni molto nette di Bifo e Virno che invece bollano senza possibilità di appello i populismi come fenomeni apertamente neofascisti e razzisti. Però, come ripeto, questa è una mia personale interpretazione sulla base di quello che ho ascoltato (cioè gli interventi di Bifo e Virno e l’intervista di Negri) e che mi auguro abbia un riscontro effettivo.

Un’ultima nota, questa volta solo parzialmente critica, perché sono del tutto d’accordo con Negri relativamente al suo giudizio sulla Sinistra storica quando dice:” La Sinistra ha fallito quando nel 1914 ha votato il debito di guerra per fare la prima guerra mondiale, ha fallito nel ‘39 e poi nel ’53 quando si è allontanata dal Marxismo. E’ un corpo ormai defunto ma questo non significa che non ci sia una forte, continua, solida ribellione nella vita di tutti i giorni”.

Manca però un punto fondamentale: l’autocritica. Di cantonate, oltre che di brillanti intuizioni, Negri e compagni ne hanno prese, e a mio parere quelle che stanno prendendo oggi sono assai più pericolose di quelle prese nel passato, per le ragioni che ho tentato di spiegare. Forse un pizzico di umiltà (che non hanno mai avuto), ma soltanto un pizzico, potrebbe essere di aiuto per tutti, anche per loro stessi.

martedì 24 gennaio 2017

Toni Negri e i “post-operaisti”: l’utopia funzionale alla globalizzazione capitalista?



di Fabrizio Marchi da l'interferenza


“La globalizzazione è stata qualcosa di estremamente importante per i popoli del terzo mondo. Milioni e milioni di persone che attraverso la globalizzazione dei mercati sono state tirate fuori dalla miseria. Credo che anche l’Occidente ci abbia guadagnato molto”.

Non sono parole di economisti liberisti come Von Hayek o Milton Friedman, ma di Toni Negri, filosofo, comunista, padre dell’operaismo degli anni ’60 e ’70, leader dell’area cosiddetta “post-operaista” – come vengono appunto definiti coloro che provengono da quell’esperienza politica – intervistato dal giornalista Gianluigi Paragone a “La Gabbia” pochi giorni fa, in occasione del seminario “Comunismo 17” organizzato a Roma presso l’Atelier Autogestito Esc dal 18 al 22 gennaio:

Interessante notare che nella stessa trasmissione, subito dopo di lui, l’imprenditore e uomo politico di area liberale Franco De benedetti, canterà più o meno le stesse lodi della globalizzazione, aggiungendo che quest’ultima, oltre a migliorare le condizioni di vita di milioni e milioni di persone, ha contribuito anche a portare diritti e democrazia dove non c’erano.

I due, Negri e De Benedetti, partono da approcci diversi e hanno finalità e orizzonti diversi (per lo meno in teoria), ma la direzione di marcia, come vediamo, è esattamente la stessa.

Seguendo la loro logica è necessario quindi appoggiare il processo di globalizzazione e anzi fare quanto è nelle nostre possibilità per accelerarlo perché porterà (e ha già portato, dicono…) benessere, diritti e democrazia nel mondo – secondo l’opinione di De Benedetti (ma in fondo, indirettamente, anche di Negri) – e perché creerà – secondo Negri – le condizioni per il passaggio ad una società libera dalla schiavitù del lavoro salariato (magari, diciamo noi…), anche grazie alla Tecnica che “libera” e “libererà” masse sempre più crescenti dalla schiavitù del lavoro, e quindi, in ultima analisi, verso una società comunista, sia pure di là da venire. Un passaggio, questo, che non prevede mediazioni (lo Stato, la Politica, i Partiti o la conquista del Potere Politico) ma è il risultato di un processo di fatto inevitabile, anche se ovviamente non del tutto spontaneo. Spetterà ai nuovi “lavoratori salariati cognitivi”, cioè la punta più avanzata del mondo del lavoro perché situata nel punto più alto dell’organizzazione capitalista della produzione, condizionare e indirizzare tale processo nella direzione auspicata, anche mobilitando le cosiddette “moltitudini”, cioè tutta quella vasta gamma di nuovi soggetti, le donne, evidentemente considerate come una “categoria” oppressa e discriminata in quanto tale (nessuna novità rispetto alla narrazione femminista di sempre e da tempo uno dei mattoni fondamentali dell’ideologia dominante), i migranti e tutti coloro che in forme diverse sono sottoposti al rapporto di produzione capitalistico (mi scuso per la estrema semplificazione ma su un articolo di giornale non è possibile fare altrimenti).

Insomma, a parere del nostro, saremmo già in un mondo migliore rispetto a quello esistente fino ad una trentina di anni fa, immediatamente prima del crollo del muro di Berlino. Il fatto che da allora il processo di globalizzazione capitalista sia stato imposto attraverso la guerra imperialista permanente (con tutti gli effetti del caso…) sembra essere un particolare secondario e non influire sul giudizio complessivamente positivo dello stesso (e infatti, come noto, i centri sociali che fanno riferimento all’area “negriana” non si sono particolarmente distinti, per usare un eufemismo, nel sostegno alla Siria o al Donbass…). E che questa guerra totale abbia tentato di disintegrare e molto spesso disintegrato stati, nazioni, popoli, comunità, etnie, culture, identità, sembra esserlo ancor più (secondario). Ma questo non ha nessuna importanza per Negri e compagni, perché i concetti di stato e ancor più di nazione sono considerati come pura “barbarie”, come vicende tribali “che hanno causato solo disastri”. Cosa in gran parte vera, perché non c’è dubbio che certo nazionalismo, in particolare quello che ha dominato in Europa nel XIX e nella prima metà del XX secolo (ma anche nei secoli precedenti) abbia rappresentato la bandiera ideologica (falsa coscienza) per giustificare le guerre imperialiste e la dominazione coloniale. Non c’è però altrettanto dubbio che è esistito anche un nazionalismo “progressista” – penso proprio ai movimenti di liberazione nazionale anticolonialisti e antimperialisti di tutto il mondo (fra cui anche molti movimenti comunisti dove l’elemento di classe si sovrapponeva a quello nazionale, basti pensare al Vietnam o a Cuba) a partire da quelli arabi ma non solo – che proprio sulla rivendicazione dell’identità culturale e nazionale (e talvolta religiosa) dei popoli fondava la sua ragion d’essere, come è inevitabile che sia. Del resto è risaputo che per fiaccare la resistenza di un popolo sottomesso è necessario distruggere le sue radici e la sua storia, in altre parole la sua identità (una parolaccia, per i post-operaisti e per tutta la “sinistra” contemporanea, sia essa liberal o radical…), cosa che le varie dominazioni coloniali hanno sempre cercato di fare nel modo più lucido e sistematico. A poco o nulla serve ricordare che anche per Lenin e i bolscevichi la “questione nazionale” non era affatto sottovalutata (Lenin, in un suo scritto “Sulla questione delle nazionalità o della autonomizzazione” scrive, fra le altre cose, che “Ho già scritto nelle mie opere sulla questione nazionale che non bisogna assolutamente impostare in astratto la questione del nazionalismo in generale. E’ necessario distinguere il nazionalismo della nazione dominante dal nazionalismo della nazione oppressa, il nazionalismo della grande nazione da quello della piccola”). Ma tutto ciò rappresenta, al meglio, per i post-operaisti, solo zavorra se non peggio, un ostacolo sul cammino della liberazione totale dell’umanità e del “desiderio”.

In questa visione delle cose, è importante rilevarlo, il concetto di internazionalismo proletario, finisce inevitabilmente a confondersi e a sovrapporsi completamente con quello di “cosmopolitismo”, cioè con una sorta di neo universalismo (neo) kantiano, naturalmente distorto e piegato alle esigenze ideologiche e politiche delle elite capitaliste dominanti. L’orizzonte è appunto quello della distruzione di ogni identità culturale, statuale, nazionale (che non è detto che debba avere necessariamente un carattere reazionario; erano forse reazionari gli indiani americani, gli aborigeni australiani, gli algerini e tutti i popoli che hanno combattuto e talvolta vinto contro il dominio coloniale?) e l’abbattimento di ogni ostacolo, sia esso di ordine politico o culturale, che possa essere di impedimento al processo di globalizzazione capitalista, che significa di fatto la globalizzazione dei mercati ma niente affatto dei diritti (il capitalismo convive allegramente con le monarchie semifeudali saudite, con la società divisa in caste indiana, con lo stato-partito cinese, e gli stati occidentali stanno gradualmente adeguando il loro sistema di garanzie sociali sul modello di quelli asiatici per poter essere competitivi con questi ultimi ). Ma quello che non si capisce, a questo punto, è quale possa essere il terreno e anche lo spazio politico e fisico per poter sviluppare una conflittualità antagonista (di classe) dal momento che si esclude, per coerenza, l’ipotesi di una rottura e di una uscita dal sistema. Le ricadute concrete, infatti, in termini politici, di questa concezione, si traducono nella scelta di rimanere all’interno delle strutture del dominio capitalista, cioè l’UE e l’eurozona, escludendo a priori la possibilità che un processo politico e sociale all’interno di uno degli stati membri (ad esempio l’affermazione politica ed elettorale di un fronte democratico, popolare e socialista) possa portare quello stesso stato a recuperare la sua autonomia politica e sottrarsi, sia pure parzialmente, ai diktat delle elite capitaliste globaliste dominanti. Viceversa – sostengono i nostri amici – il sistema dovrebbe essere cambiato dal “di dentro”, cioè attraverso quel processo cui facevo cenno in apertura. La qual cosa, dal mio punto di vista, è quanto meno contraddittoria. Come si può infatti pensare di esercitare una egemonia e addirittura cambiare radicalmente una istituzione che è strutturalmente un progetto capitalista e imperialista? La vicenda greca è significativa da questo punto di vista (e non a caso Negri difende le scelte politiche sia di Tsipras che di Varoufakis) e in tal senso rimando ad un mio vecchio articolo: http://www.linterferenza.info/editoriali/la-necessita-della-mediazione-e-il-coraggio-della-rottura/

Come dicevo, la globalizzazione, attraverso la guerra e il saccheggio sistematico delle risorse dei paesi del terzo mondo ha portato alla distruzione e alla spoliazione di intere aree, creando il fenomeno, non certo nuovo, della migrazione di grandi masse, che in moltissimi casi hanno perso anche quel poco che avevano, verso le “metropoli” occidentali.

Naturalmente questa massa di manodopera costituita dagli immigrati va a premere sui lavoratori occidentali e a fungere come da arma di ricatto su questi ultimi, con due ricadute, entrambe funzionali al capitale:
l’abbassamento del costo del lavoro, con conseguente riduzione dei salari, la precarizzazione del lavoro, la distruzione o la riduzione ai minimi termini del welfare e dei diritti sociali e ultimamente (vedasi l’attacco delle oligarchie finanziarie europee alle Costituzioni democratiche dei vari stati scaturite dalla guerra contro il nazifascismo e considerate obsolete), anche di quelli civili;
la competizione fra i lavoratori autoctoni e quelli immigrati, la cosiddetta “guerra fra poveri” che, ovviamente, viene alimentata ad arte dalla variante neo populista di destra del sistema capitalista (Trump, Le Pen, Salvini e neo destre sia dell’ovest che dell’est europeo).

Nello stesso tempo, la globalizzazione ha provocato il fenomeno della cosiddetta delocalizzazione: le imprese dei paesi sviluppati vanno a produrre nei paesi del terzo mondo dove il costo del lavoro è bassissimo, i lavoratori sono completamente privi di diritti (e di certo le imprese e le multinazionali occidentali non fanno nulla per portarglieli, alla faccia di chi sostiene che la globalizzazione capitalista avrebbe portato diritti e democrazia…), non esistono sindacati, e ci sono governi “amici” che alla bisogna chiudono tutti e due gli occhi e che sono complici di questo processo di sfruttamento complessivo dei lavoratori e dei “loro” stessi popoli.

Ma – si dice – la globalizzazione ha migliorato le condizioni di vita di milioni e milioni di persone. E grazie al cavolo, mi verrebbe da dire, non faccio certo fatica a crederlo. Perché è evidente che questo processo ha visto la crescita in taluni contesti, ma non in tutti, di una nuova classe borghese che prima era molto ridotta e in taluni casi non esisteva neanche. Il problema è che – se la teoria del valore (e del plusvalore) di Marx non è una fantasia dell’autore – se c’è qualcuno che si arricchisce, logica vuole che ci sia qualcun altro che si impoverisce o che comunque venga sfruttato da coloro che si arricchiscono sul suo lavoro e alle sue spalle. Che sia dunque un liberale e un liberista a sostenere che il processo di globalizzazione capitalista ha migliorato, in termini assoluti, le condizioni di vita di una parte, comunque minoritaria, della popolazione mondiale, è del tutto normale, logico e comprensibile. Non lo è per nulla se a sostenere tale tesi è un comunista.

Negri non può non accorgersene, ma ovviamente cade in contraddizione. Al minuto 1,25 dell’intervista, Paragone osserva che la globalizzazione è stata dominata dal neoliberismo che ha “livellato” (nonché ridotto…) i diritti dei lavoratori, e naturalmente Negri non può che confermare. Ora però la vedo dura sostenere che la globalizzazione è stata un fatto assolutamente positivo e contestualmente riconoscere (né potrebbe essere altrimenti…) che questa ha portato ad una riduzione e ad un livellamento (in basso…) dei diritti dei lavoratori in tutto il mondo. Anche in questo, nulla da dire se a sostenere tale tesi fosse un pensatore liberale-liberista, ma non dovrebbe essere questo il caso di Negri.

Veniamo ora ad un’altra questione fondamentale sulla quale mi pare che ci sia, forse, e sottolineo forse, una divergenza di opinioni all’interno dell’area post-operaista (per lo meno restando alla sua intervista a “La Gabbia”, non ho ascoltato il suo intervento al seminario) e gli altri due maggiori esponenti e intellettuali di quell’area, cioè Paolo Virno e Franco Berardi (Bifo) che invece ho ascoltato in diretta.

Negri sostiene che la classe operaia occidentale, o ciò che resta di essa, sia ormai un ceto sociale residuale, pervaso da pulsioni egoiste, ridotta in queste condizioni dai padroni e dalle socialdemocrazie (e su questo ha in larghissima parte ragione se non fosse che, a mio parere, anche una certa “sinistra” “radical, antagonista e femminista”, cioè quella che anche lui rappresenta, ci ha messo del suo…) che difende in modo corporativo le proprie posizioni (cioè il posto di lavoro e una certa sicurezza sociale…). Bifo ci va giù in modo molto più pesante (forse perché non era in televisione…) e parla espressamente di “classe operaia “nazionalistizzata” e nazificata”, e per questo facile preda del populismo. Il quale populismo – spiega Virno – è “il fascismo postmoderno”. Anche in questo c’è sicuramente del vero, però mi sembrerebbe un grave errore liquidare la questione in questo modo e affidarsi alle sorti magnifiche e progressive dei lavoratori cognitivi della Silicon Valley (ripetutamente evocati e individuati da Bifo come la possibile avanguardia del processo rivoluzionario…) e delle cosiddette “moltitudini desideranti” (che siano desideranti non c’è alcun dubbio, si tratta di capire se questo desiderio prenderà spontaneamente una strada rivoluzionaria o comunque di rottura rispetto all’ordine sociale esistente oppure sarà fagocitato dal capitale, molto abile, anche e soprattutto dal punto di vista ideologico/psicologico, a “giocare” la sua partita proprio su quella naturale e legittima aspirazione alla soddisfazione del desiderio…).

Ora, se è da lodare il tentativo di individuare in alcuni settori di lavoratori, quelli più “avanzati” perché si trovano – come dicevo – nel punto più alto dell’organizzazione e della divisione capitalista del lavoro (e quindi sono provvisti di “know how”, di un differenziale di sapere che li pone in una condizione “privilegiata”, in termini di capacità cognitive, rispetto ad altri), l’avanguardia o comunque i possibili soggetti di un altrettanto possibile processo di trasformazione, mi sembra un gravissimo errore liquidare tutti gli altri (anche con un certo malcelato disprezzo, che si avverte chiaramente e che non dovrebbe appartenere a chi si professa comunista), dandoli per perduti e regalandoli di fatto al neo populismo di destra.

E a questo punto ci sono altri due gravissimi errori che vengono a mio parere commessi. Intanto non è affatto detto che quel differenziale di sapere di cui sono provvisti quei “lavoratori cognitivi” si trasformi necessariamente in coscienza di classe. E’ anzi, purtroppo, assai più probabile il contrario, e cioè che proprio per la loro condizione “privilegiata” vengano ideologicamente fagocitati dal capitale. Del resto, non sarebbe la prima volta che accade. Abbiamo visto l’ “evoluzione” di quel ceto giovanile e intellettuale che nel ’68 era stato individuato come la possibile avanguardia di un processo rivoluzionario e che ha finito per essere completamente o quasi assorbito dal capitale che addirittura ha fatto sue, sia pure rivisitandole pro domo sua, le rivendicazioni e le aspirazioni di cui si faceva portatore.

Oltre a quei “lavoratori cognitivi”, sia pure ormai molto diffusi e cresciuti esponenzialmente di numero, esistono ancora larghe masse di lavoratori generici, non qualificati e sottoccupati, accanto a quei settori di vecchia classe operaia e di piccola e piccolissima borghesia che una volta avremmo detto “proletarizzata” o in via di “proletarizzazione” (proprio a causa della globalizzazione celebrata anche da Negri…). Le periferie e le grandi aree metropolitane di tutte le grandi città europee, ma anche delle province profonde, sono popolate da questa gente che si sente, a ragione, sempre più esclusa e che in gran parte vota in massa per le forze politiche neo populiste di destra (ma non solo di destra).

Ora il problema, a mio parere, è in questa fase quello di lavorare alla costruzione di un blocco sociale in senso gramsciano, che sappia unificare tutti quei settori sociali, i “lavoratori cognitivi” con la classe operaia tradizionale, il “proletariato intellettuale” con i lavoratori generici e meno qualificati e le masse popolari e piccolo e piccolissimo borghesi “periferiche” (in tutti i sensi), e naturalmente superare il conflitto fra lavoratori autoctoni e immigrati (lavoro, quest’ultimo, di una grandissima difficoltà, e pur fondamentale). Se non si fa questo lavoro, se non gli si prosciuga il brodo di coltura, il neo populismo di destra continuerà a crescere e ad aumentare in misura esponenziale i suoi consensi. In una parola: ad essere egemone. E’ quindi anche e soprattutto in quel “brodo” che oggi i comunisti devono lavorare, senza avere timore di sporcarsi le mani, perché quella gente, anche quella ormai completamente priva di una coscienza politica e di classe, che straparla contro gli immigrati ritenendoli responsabili del loro disagio, è la loro gente, la nostra gente, non dimentichiamolo mai, altrimenti siamo destinati a deragliare, e in larga parte è purtroppo già avvenuto.

Mi pare, quindi, che l’atteggiamento dei post-operaisti, in tal senso, e in particolare quello di Virno e Bifo, sia profondamente sbagliato e, mi sento di dire forse presuntuosamente, assai poco socialista e comunista.

Per la verità Negri nella sua intervista a Paragone assume una posizione diversa perché al giornalista che gli chiede perché in tutto questo contesto non esplodano delle ribellioni, Negri risponde (minuto 7) che “Non è vero, che le ribellioni ci sono, almeno dal 2011 ad oggi, e che vengono chiamate “populismi”, ma che in realtà – spiega sempre Negri – sono ribellioni”.

Mi pare (e mi auguro) che qui ci sia una diversa interpretazione rispetto alle posizioni molto nette di Bifo e Virno che invece bollano senza possibilità di appello i populismi come fenomeni apertamente neofascisti e razzisti. Però, come ripeto, questa è una mia personale interpretazione sulla base di quello che ho ascoltato (cioè gli interventi di Bifo e Virno e l’intervista di Negri) e che mi auguro abbia un riscontro effettivo.

Un’ultima nota, questa volta solo parzialmente critica, perché sono del tutto d’accordo con Negri relativamente al suo giudizio sulla Sinistra storica quando dice:” La Sinistra ha fallito quando nel 1914 ha votato il debito di guerra per fare la prima guerra mondiale, ha fallito nel ‘39 e poi nel ’53 quando si è allontanata dal Marxismo. E’ un corpo ormai defunto ma questo non significa che non ci sia una forte, continua, solida ribellione nella vita di tutti i giorni”.

Manca però un punto fondamentale: l’autocritica. Di cantonate, oltre che di brillanti intuizioni, Negri e compagni ne hanno prese, e a mio parere quelle che stanno prendendo oggi sono assai più pericolose di quelle prese nel passato, per le ragioni che ho tentato di spiegare. Forse un pizzico di umiltà (che non hanno mai avuto), ma soltanto un pizzico, potrebbe essere di aiuto per tutti, anche per loro stessi.

domenica 23 agosto 2015

Derive post-operaiste e cattura cognitiva

di Carlo Formenti da Kainos
Analizzando la svolta liberista delle socialdemocrazie europee, Luciano Gallino1 parla di “cattura cognitiva”, riferendosi alla doppia capitolazione delle organizzazioni tradizionali del movimento operaio di fronte alla controrivoluzione neoliberista: mancata opposizione agli attacchi del nemico di classe e sostanziale accettazione dei suoi paradigmi teorici (Gramsci avrebbe parlato di egemonia e di rivoluzione passiva). In un testo recente2, ho tentato di dimostrare come il processo di cattura cognitiva sia andato ben oltre i confini della socialdemocrazia, coinvolgendo anche la cultura dei movimenti e delle sinistre radicali. La breccia che ha consentito lo “sfondamento” del fronte ideologico anticapitalista è stata la rinuncia a descrivere il conflitto sociale in termini di lotta di classe. Nel testo citato nella nota precedente, ho messo al centro della mia analisi critica: 1) i “nuovi movimenti” che, dall’inizio degli anni Ottanta, hanno progressivamente spostato l’asse dei conflitti sociali verso le contraddizioni di genere, le tematiche ambientali e la lotta per l’estensione dei diritti individuali nel quadro della “democrazia reale” (con estrema approssimazione, si potrebbe parlare di uno slittamento dalla lotta per l‘uguaglianza socioeconomica alla lotta per il riconoscimento delle differenze culturali); 2) la lunga deriva del pensiero post-operaista, a sua volta in progressivo allontanamento dal concetto di classe. In questa sede mi occuperò esclusivamente di questo secondo bersaglio polemico, concentrando l’attenzione su un testo di Maurizio Lazzarato3 che ho potuto leggere solo successivamente alla pubblicazione del mio ultimo libro.
La mia critica di fondo – attorno alla quale ruotano tutte le altre – a Negri e allievi riguarda l’incapacità di prendere atto della natura storicamente determinata – e dunque contingente – del paradigma teorico fondato sulla figura dell’operaio massa. Dopo la destrutturazione della fabbrica fordista, che ha annientato la forza contrattuale della classe operaia occidentale, la tradizione inaugurata dai Quaderni Rossi si è avvitata nella nostalgica ricerca di nuovi soggetti in grado di incarnare il dogma secondo cui sarebbero sempre i comportamenti del lavoro a determinare il corso dello sviluppo capitalistico. Il glossario neo/post operaista si è così arricchito di una serie di categorie – operaio sociale, moltitudini, ecc. – nello sforzo di mantenere in vita il mito dell’autonomia delle classi subalterne, proprio mentre la «guerra di classe dall’alto»4 andava distruggendo l’uno dopo l’altro tutti gli spazi di autonomia reale. Gli ultimi anelli di questa catena di illusioni sono stati i lavoratori della conoscenza e i lavoratori autonomi di seconda generazione, descritti, rispettivamente, i primi come nuova avanguardia in grado di incarnare il punto più alto della contraddizione fra forze produttive e rapporti di produzione, i secondi come pionieri di un “esodo” consapevole e spontaneo dalla condizione di lavoratore dipendente. Illusioni frustrate dalla doppia crisi della “nuova economia” digitale (2001) e dei suprime (2007) che ha fatto strame delle velleità di leadership economica e culturale delle “classi creative” e ha evidenziato il carattere eteronomo dei processi di fuoruscita dal lavoro dipendente. La dura lezione della crisi avrebbe potuto e dovuto suggerire una riflessione autocritica: occorreva tornare a ragionare sulla relazione fra conflitto sociale e composizione di classe (allargando necessariamente il campo di analisi al sistema mondo), ma soprattutto sarebbe stato necessario rispolverare la “cassetta degli attrezzi” marxista (sia pure con le ovvie esigenze di aggiornamento e rinnovamento), accantonando le suggestioni post strutturaliste che hanno ispirato il pensiero tardo operaista. Non è successo e benché lo scossone, come conferma il lavoro di Lazzarato sul quale concentrerò l’attenzione da qui in avanti, qualche effetto lo abbia prodotto, la deriva prosegue, continuando a generare i suoi involontari effetti di cattura cognitiva da parte del campo ideologico avversario.
L’analisi della crisi da cui prende le mosse l’argomentazione di Lazzarato è ormai condivisa dalla maggioranza delle sinistre radicali, non solo da quelle di tendenza post operaista; tale analisi si basa su due assunti di fondo: 1) per il nuovo modello di accumulazione capitalistica la crisi non rappresenta più un’eccezione bensì la norma; 2) tutte le chiacchiere in merito alla necessità di mettere mano alle regole (o meglio, di reintrodurre regole che da tempo non esistono più) di funzionamento del sistema finanziario sono, appunto, chiacchiere, dal momento che oggi ciò significherebbe mettere in discussione il capitalismo stesso. Si potrebbe dire che il primo assunto si limita a riproporre una tesi che la marxiana critica dell’economia politica aveva avanzato già più di un secolo e mezzo fa: le crisi non sono incidenti dell’economia capitalistica ma ne rappresentano il normale meccanismo di funzionamento. La novità consiste nel fatto che, nella attuale fase del capitalismo finanziarizzato e globalizzato, la crisi tende ad assumere un carattere che va al di là dell’evento ciclico: sia perché la volatilità diventa, a mano a mano che i mercati finanziari si rendono autonomi dai mercati industriali, uno stato permanente, sia, o meglio soprattutto, perché la crisi è oggi il principale strumento di governo delle classi subordinate. Una volta accettato il primo assunto, il secondo ne discende come un corollario: quanto più l’accumulazione assume carattere finanziario, tanto più il sistema tende a divenire irriformabile, per cui i sogni di un nuovo New Deal sono destinati a rimanere tali.
Non meno condivisibile suona la critica che Lazzarato avanza, proprio a partire dalla diagnosi sulla natura della crisi, nei confronti del concetto foucaultiano di governamentalità. Il regime dell’austerità comporta infatti, tanto a livello di un potere politico che prescinde ormai dalle tradizionali forme di ricerca del consenso, sia a livello di un potere aziendale che, accantonati i miti “orizzontalisti” degli anni Novanta, regredisce verso forme di accentramento gerarchico, il ricorso a tecniche di imposizione, divieto, norma, direzione, comando, ordine e normalizzazione (l’elenco è di Lazzarato). Ancora più clamoroso appare il fallimento del progetto ideologico di sostituire – attraverso la categoria del “capitale culturale” – la figura del lavoratore salariato con quella dell’imprenditore di sé. Il fallimento non si riferisce tanto allo sforzo di cattura cognitiva delle classi subalterne da parte del potere politico ed economico, che non subisce alcuna interruzione (basti pensare alle ossessive celebrazioni mediatiche delle virtù taumaturgiche di auto-imprenditoria, startup, ecc.), quanto alla delegittimazione di tutti quei discorsi che, “da sinistra” contribuivano ad alimentare analoghe illusioni (capitalismo molecolare, lavoro autonomo di seconda generazione, ecc.), attribuendo una patente di “ambiguità” ai processi di privatizzazione/individualizzazione finalizzati a smembrare il corpo di classe. Purtroppo Lazzarato non sviluppa queste intuizioni in una critica coerente e radicale del paradigma teorico che sostanzia il concetto di governamentalità; al contrario, il suo discorso resta saldamente ancorato al pensiero post strutturalista di Foucault, Deleuze e Guattari, finendo in questo modo per dare a sua volta il proprio contributo alla cattura cognitiva. Per dimostrarlo, prenderò in considerazione alcuni nodi tematici del suo discorso: la condizione dell’indebitato come nuovo criterio dell’appartenenza di classe; il capitalismo come macchina astratta e la distinzione fra capitale e capitalismo; il rapporto fra stato e capitale; la tesi della natura ciclica dell’accumulazione originaria; la tesi secondo cui il capitale non avrebbe più limiti esterni; la riproposizione della categoria del rifiuto del lavoro.
Partiamo dal tema del debito. L’indebitamento come tecnica di assoggettamento delle classi subordinate non è una novità storica, anche se è indubbio che il peso del debito nei meccanismi dell’attuale crisi finanziaria – sia in quanto debito privato (basti pensare alla bolla del debito immobiliare scoppiata nel 2007 e a quella del debito studentesco destinata a scoppiare nei prossimi anni), che in quanto debito pubblico – sia decisivo; ma basta questo per affermare che la divisione di classe non è più fra capitalisti e salariati ma fra debitori e creditori? Personalmente penso che si tratti di un’assurdità, come ho già argomentato a proposito di analoghe tesi avanzate da Antonio Negri e Michael Hardt5. L’ipertrofia del debito privato nasce: 1) dall’onda lunga della compressione dei salari, a sua volta provocata dall’esigenza capitalistica di recuperare i margini di profitto erosi dalla crisi e dalle lotte operaie degli anni Settanta, 2) dalla necessità di sostenere i consumi falcidiati dai tagli salariali. Invece Lazzarato rovescia la relazione causa effetto: non si costruisce un’economia del debito per ovviare agli effetti dei bassi salari ma si abbassano i salari per costruire un’economia del debito. È grazie a questa inversione prospettica che si arriva ad affermare che la divisione di classe non è più fra capitalisti e salariati bensì fra debitori e creditori, mettendo in secondo piano la lotta di classe dall’alto che ha massacrato i salari (il rifiuto del lavoro salariato, inteso come tendenziale riduzione a zero del livello salariale, è oggi la parola d’ordine dei capitalisti piuttosto che quella dei proletari i quali, ridotti a working poor appaiono costretti a pietire un lavoro qualsiasi in cambio di salari di fame). Lazzarato arriva addirittura ad affermare che «gli operai non rappresentano più una classe politica e non la rappresenteranno mai più». Si tratta di una tesi quanto meno bizzarra, ove si consideri che la classe operaia non è mai stata tanto numerosa a livello mondiale, e che nei Paesi in via di sviluppo le sue lotte sono in continua crescita. Ma soprattutto si tratta di abdicazione di fronte alla sfida teorica di analizzare le mutazioni di una classe operaia occidentale che, mentre “dimagrisce” nelle forme classiche del proletariato industriale, prolifera sotto forma di una galassia di soggetti (disoccupati e sottoccupati, working poor, migranti, lavoratori del terziario arretrato, precari, ecc.) che sta a sua volta iniziando a organizzarsi e a lottare (basti pensare alle mobilitazioni del 18 e 19 ottobre 2013 a Roma e alle lotte dei lavoratori americani delle grandi catene commerciali).
Tuttavia Lazzarato, esponente di quella curiosa genia di “operaisti senza operai” in cui si sono trasformati lui e i suoi compagni di strada, non può riconoscere l’identità di classe di questi soggetti perché, intrappolato com’è nel paradigma foucaultiano, deve fondare i rapporti sociali sulla genealogia delle tecniche di controllo, piuttosto che sui rapporti di sfruttamento socioeconomico. Per questo descrive la relazione fra debitori e creditori come un dispositivo che induce i primi a interiorizzare le relazioni di potere a partire dal debito vissuto come colpa. Tesi che si accompagna a una riflessione critica nei confronti delle teorie psicoanalitiche e antropologiche che riconducono il debito al peccato originale, laddove esso sarebbe piuttosto «il prodotto delle società gerarchizzate, statalizzate, monoteiste», si tratterebbe, dunque, di una dimensione artificialmente indotta dalle tecniche di dominio politico. Sarebbe agevole dimostrare come l’unificazione sotto un’unica categoria di tutte le forme storiche di dominio sopra elencate non regga: nel corso del tempo il debito ha assunto forme diversissime, affondando le radici in dimensioni socioculturali che spesso esulavano dalla sfera politica, la quale, in ogni caso, se ne è servita con le modalità più diverse. Preferisco tuttavia richiamare l’attenzione su un altro aspetto, evidenziato da Federico Chicchi in una recensione6 – peraltro assai elogiativa – del lavoro di Lazzarato: oggi la psicanalisi – perlomeno quella di scuola lacaniana – non richiama affatto l’attenzione sulla colpa bensì su un altro, più potente, motore inconscio che alimenta l’indebitamento, vale a dire su quella “ingiunzione al godimento” senza limiti (jouissance) che rappresenta il punto di intersezione fra culture “desideranti” e consumismo7.
Passiamo ora alla distinzione fra capitale e capitalismo. «Il capitale non conosce né uomo, né donna, né sesso, né genere, né corpo, né razza: nei flussi di denaro de territorializzati non ci sono soggetti, oggetti, individuo, collettivi, professioni, mestieri, e nemmeno linguaggi, immagini, discorsi o classi». Partendo da questa asserzione di Lazzarato ci si potrebbe aspettare l’avvio di una riflessione convergente con le mie critiche8 nei confronti dei movimenti che attribuiscono alle differenze di genere, etnia, ecc. valenza antagonistica, non solo nei confronti del patriarcato e altre forme di dominio/oppressione, ma anche del capitalismo – illusioni ideologiche smentite dal fatto che il capitalismo si è rivelato capace di integrare questi conflitti nei suoi meccanismi di accumulazione, trasformando le domande di riconoscimento identitario in altrettanti bisogni da soddisfare attraverso il mercato. Ma Lazzarato non può imboccare tale direzione perché il concetto di capitale cui si riferisce non è quello di Marx, bensì quello elaborato dalla coppia Deleuze-Guattari. Partendo dal pensiero di questi due autori, egli distingue infatti fra capitale e capitalismo: il primo coincide con la deleuziana “macchina astratta”, il secondo, anzi i secondi essendo qui il plurale d’obbligo, sono i capitalismi reali, “incarnati” nelle differenti forme concrete che hanno assunto nei differenti contesti nazionali, culturali, istituzionali, ecc. E qui è d’obbligo aprire una parentesi epistemologica. A uno sguardo superficiale, potrebbe sembrare che il capitale descritto da Marx sia a sua volta una macchina astratta. Come spiegare altrimenti il fatto che molte delle sue “leggi” trascendono le contingenze empiriche e funzionano tuttora, pur in un contesto storico radicalmente mutato? Ma le cose non stanno affatto così: il capitale descritto da Marx è una “astrazione concreta”, non è, cioè, né un “idealtipo” weberiano, né una “struttura” (con buona pace di Althusser e discepoli), è piuttosto una descrizione semplificata della realtà storica del capitalismo industriale del XIX secolo, e se molti elementi di tale descrizione hanno ancora senso oggi, ciò non dipende dalla bontà del “modello”, bensì dalla capacità di durare nel tempo di alcuni elementi di quel concreto modo di produzione. Una continuità che si riferisce, in primo luogo, al conflitto di classe, cioè alla categoria fondante di un pensiero che non andava in cerca di “leggi” (preoccupazione che lasciava volentieri agli economisti borghesi) ma si poneva come critica dell’economia politica, come pensiero-azione del tutto interno alla lotta di classe. La marxiana “ontologia dell’essere sociale”, come ha ben compreso Gyorgy Lukacs9, non conosce distinzione fra struttura e sovrastruttura (un’opposizione inventata da epigoni maldestri) ma coglie i rapporti sociali nella loro concreta unità storica, senza disconoscere la reciproca autonomia delle loro articolazioni economiche, culturali e politiche.
Torniamo ora a Lazzarato/Deleuze. Nemmeno nel suo caso la macchina astratta è un “modello” nel senso weberiano del termine, visto che rispecchia piuttosto il concetto di struttura che sta alla base di tutto il recente pensiero filosofico transalpino. La struttura è qualcosa di assolutamente reale (in un senso non molto diverso da quello in cui sono reali le idee della filosofia classica) che tuttavia, per manifestare la propria realtà, deve “incarnarsi”. Ecco perché la macchina capitalistica astratta (che Lazzarato descrive anche come «un operatore semiotico incluso nell’infrastruttura») necessita di un processo di “personificazione”. Anche qui siamo dunque in presenza di una tensione verso l’immanenza, che tuttavia, a differenza dell’immanenza marxiana, non è originaria, costituiva dell’unità del reale, bensì derivata. Se partiamo dalla macchina non troviamo soggetti concreti10 ma solo relazioni astratte che, come abbiamo appena visto, devono essere “personificate”. Questo compito spetterebbe, secondo Lazzarato, allo Stato: è lo Stato a produrre letteralmente dal nulla tutti i soggetti che le incarnano. In sostanza, ci troviamo di fronte all’intersezione fra l’anti-statalismo ideologico della tradizione operaista (sempre più vicina alla tradizione anarchica) e il pensiero genealogico di Foucault, che ricostruisce la storia di tutte le forme moderne della soggettività come “produzioni” del potere. La promettente riflessione critica di Lazzarato sui limiti del concetto di governamentalità (vedi sopra) va così a farsi benedire, riassorbita da questa idea di una potenza produttiva in grado di “plasmare” i soggetti.

Da dove viene questa potenza? La domanda si fa impellente laddove Lazzarato ripropone una tesi che è patrimonio di tutta la tradizione marxista rivoluzionaria, quando afferma cioè che il capitalismo non è mai stato liberale, ma è sempre stato capitalismo di stato, nel senso che a garantire il funzionamento della smithiana “mano invisibile” non sono gli automatismi del mercato, bensì gli effetti di una “vittoria politica” che sta a monte del mercato . Giusto, ma la vittoria politica di chi su chi? O si ritorna alla buona immanenza marxiana, vale a dire al concetto dello stato come comitato di affari della borghesia (che oggi la simbiosi fra lobby finanziarie e caste politiche rende più attuale che mai), o ci si smarrisce nella cattiva immanenza foucaultiano-deleuziana, che neutralizza la soggettività antagonista ingabbiandola fra la macchina astratta del capitale e la potenza produttiva del potere. Una volta imboccata la seconda strada, quali sono i soggetti antagonisti? Gli indebitati? Difficile, visto che lo stesso Lazzarato ammette che faticano a esteriorizzare il conflitto proiettandolo su un nemico di classe. I lavoratori autonomi? Ancora più improbabile, visto che sono gli stessi cantori del Quinto Stato e dei lavoratori autonomi di seconda generazione i primi a riconoscere l’individualizzazione e la totale assenza di consapevolezza politica di questo strato sociale11? I “cognitari”? Purtroppo quella che negli anni Novanta veniva salutata come la nuova classe emergente, alla fine del primo decennio del XXI secolo non esiste letteralmente più: una esigua minoranza è stata cooptata nelle stanze dei bottoni delle multinazionali hi tech, gli altri sono sprofondati nell’inferno della sottoccupazione e dei working poor. E allora? La risposta di Lazzarato, come chiarisce Federico Chicchi nella già citata recensione, si fonda su tre “classiche” categorie neo/post operaiste: bioproduzione, moltitudini, rifiuto del lavoro.

Parlare oggi di rifiuto del lavoro salariato suona quanto meno bizzarro, dal momento che, come ricordavo in precedenza, a praticarlo assai più dei proletari sono i capitalisti, i quali nei paesi ricchi (ex ricchi, per la maggioranza della popolazione) offrono sempre meno lavoro retribuito (se e quando lo offrono, si tratta di lavoro sotto retribuito, precario saltuario e, non di rado, gratuito), mentre nei Paesi in via di sviluppo ne offrono tantissimo creando una enorme massa di nuovi operai che il lavoro non lo rifiutano ma, semmai, lottano per strappare salari più elevati, riduzioni di orario e ritmi produttivi accettabili. Ma non è a questo lavoro che si riferisce Lazzarato, il quale pensa piuttosto al concetto di bioproduzione elaborato da Antonio Negri e Michael Hardt, pensa cioè alla tesi secondo cui, grazie ai processi di digitalizzazione e finanziarizzazione, il capitalismo è oggi in grado di mettere al lavoro la vita stessa, di appropriarsi dell’intero universo delle relazioni sociali e di tutto il tempo vita, che divengono materia prima dei nuovi processi di valorizzazione. Chi scrive, pur non utilizzando il concetto di bioproduzione, ha sviluppato idee analoghe analizzando i meccanismi di funzionamento del capitalismo digitale, la sua capacità di appropriarsi dei saperi, delle conoscenze, delle relazioni sociali e delle emozioni dei prosumer interconnessi in Rete12. La differenza è che il sottoscritto non ha mai scambiato la parte per il tutto, le tendenze per la realtà assoluta: il capitalismo digitale non è il capitalismo tout court e non sopravvivrebbe un secondo senza l’enorme mole di attività produttive che si svolgono al difuori della sua sfera di azione e di dominio. I post operaisti, che al contrario eleggono la tendenza a realtà assoluta, sono costretti a difendere il dogma secondo cui oggi non esisterebbe più alcun fuori dal capitalismo, in palese e stridente contrasto con l’altra loro asserzione, assai più sensata e condivisibile, la quale afferma che l’accumulazione primitiva non è un processo che si è svolto una volta per tutte nella fase aurorale del capitalismo ma si ripete ciclicamente, dal momento che il capitalismo non può evolversi senza condurre periodiche campagne di appropriazione di risorse, energie, culture, conoscenze, soggettività, relazioni, ecc. che stanno appunto “fuori” (sia dal punto di vista territoriale, sia in quanto irriducibile “scarto” di relazioni e attività extra mercato presenti all’interno dei suoi stessi confini). Si tratta di una verità ben nota a Rosa Luxemburg, che l’aveva meglio compresa di Lenin e dello stesso Marx – verità che smaschera l’assurdità dell’idea un “capitalismo infinito”, senza limiti né confini. Del resto, se non esistesse un fuori il capitalismo sarebbe già morto o agonizzante, il che, secondo lo sfrenato ottimismo post-operaista, è appunto quanto sta avvenendo perché, se davvero non c’è più fuori, la contraddizione non è più quella fra capitale e lavoro bensì quella fra capitale e vita: «Oggi il rifiuto del lavoro, chiosa Chicchi commentando le tesi di Lazzarato, mette in discussione più profondamente il capitale di quanto non abbia fatto il rifiuto operaio, perché riguarda la società nel suo insieme e la soggettività in tutte le sue dimensioni, ciò che è in gioco è l’antropologia della modernità». Pensiero stupendo ma vuoto, dato che la «soggettività in tutte le sue dimensioni», privata di ogni connotato di classe, non è un soggetto antagonista ma una assurda astrazione. Un’astrazione che, ricondotta con i piedi per terra, non si incarna nelle nuove forme di lotta del proletariato globale cui accennavo in precedenza, bensì nel volto rabbioso delle classi medie impoverite: populismi cinquestellari, forconi e dintorni.


Note al testo
1Vedi, fra gli altri testi in cui Gallino usa tale definizione, Il colpo di stato di banche e governi, Einaudi, Torino 2013.
2C. Formenti, Utopie letali. Contro le ideologie postmoderne, Jaca Book, Milano 2013.
3M. Lazzarato, Il governo dell’uomo indebitato, Derive Approdi, Roma 2013.
4Cfr. L. Gallino, la lotta di classe dopo la lotta di classe, Laterza, Roma-Bari 1012.
5Cfr. M. Hardt, A. Negri, Questo non è un manifesto, Feltrinelli, Milano 2012.
6Cfr. l’articolo di F. Chicchi sul sito di “Alfabeta2”, consultabile all’indirizzo: http://www.alfabeta2.it/2013/12/15/il-governo-delluomo-indebitato
7A tale proposito cfr. M. Fiumanò, L’inconscio è il sociale. Desiderio e godimento nella contemporaneità, Bruno Mondadori, Milano 2010.
8Cfr. Utopie letali, op.cit.
9Cfr G. Lukacs, Ontologia dell’essere sociale, 4 voll., Pgreco Edizioni, Milano 2012.
10Notiamo, per inciso, che a sparire non sono solo gli operai ma anche i capitalisti: non ci sbarazza solo della fatica di analizzare la mutazione della composizione del proletariato mondiale, ma anche dello sforzo, di cui si sono fatti carico autori come Gallino (vedi note precedenti), di dare volto, nome e cognome ai membri della nuove élite che governano il mondo.
11Cfr. in proposito, G. Allegri, R. Ciccarelli, la furia dei cervelli, manifestolibri, Roma 2011 e S. Bologna, D. Banfi, Vita da freelance, Feltrinelli, Milano 2011.
12Cfr. C. Formenti, Felici e sfruttati, Egea, Milano 2011.


venerdì 14 agosto 2015

Panzieri, Tronti, Negri: le diverse eredità dell’operaismo italiano

di Cristina Corradi da Consecutio Temporum


Neomarxismo, pensiero operaio, insubordinazione sociale: tre distinti paradigmi dell’operaismo italiano
(abstract.   Il saggio mira a distinguere i profili teorici presenti all’interno dell’operaismo, la corrente del marxismo italiano che, negli anni ’60, si propone quale alternativa rivoluzionaria alla strategia togliattiana della via italiana al socialismo e alla politica culturale del Pci che adotta una problematica democratica, antifascista e populista in luogo di una problematica socialista, marxista, operaia. La sociologia politica di Raniero Panzieri e del gruppo dei “Quaderni rossi”, che fa riferimento al Capitale e ai rapporti sociali di produzione per analizzare il capitalismo fordista-keynesiano, mette a fuoco l’intreccio perverso tra razionalità tecnocratica e illusioni democratiche, rifiuta la concezione progressista della storia e la visione acritica del progresso tecnologico, mantiene un saldo ancoraggio alla teoria marxiana del valore. La rivoluzione copernicana del gruppo di “Classe operaia” si propone come operazione di rottura più che di rivitalizzazione del marxismo: il pensiero operaio di Mario Tronti segna il passaggio da una prospettiva neomarxista ad una filosofia della classe operaia, la cui particolare tonalità culturale deriva dall’incrocio con la Nietzsche-Heidegger Renaissance e dall’uso di un dispositivo attivistico che trasforma il rapporto di produzione nel prodotto di un’attività soggettiva. Negli anni ’70, mentre il paradigma dell’autonomia del politico accompagna il processo di riconversione post-marxista del ceto politico del Pci, la teoria dell’operaio sociale di Negri, che incontra il movimento del ’77, esplicita la sua vocazione oltremarxiana aprendosi alla filosofia francese della differenza e anticipando le tesi del postmoderno e del postfordismo.)
L’operaismo è una corrente del marxismo italiano che nasce in risposta alla crisi interna e internazionale del movimento operaio esplosa nel ’56. Raniero Panzieri, Mario Tronti e Antonio Negri sono i teorici più noti della corrente che, formatasi negli anni Sessanta intorno alle riviste “Quaderni rossi” e “Classe operaia”, contribuisce in misura rilevante alla formazione di una nuova sinistra, protagonista della lunga stagione di lotte operaie e studentesche che si susseguono dal secondo biennio rosso ’68-’69 al movimento del ’77 1. L’analisi della composizione di classe, l’uso dell’inchiesta operaia e della conricerca come strumenti di lavoro politico, la lettura della critica dell’economia politica come scienza dell’antagonismo di classe, una storiografia innovativa delle lotte operaie sono considerati i suoi contributi più significativi 2
Interpretato unitariamente come tentativo di riattivare una strategia rivoluzionaria nell’Europa occidentale, come ricerca di un’alternativa al socialismo di Stato sovietico e alla via italiana al socialismo, l’operaismo costituisce un capitolo della storia del marxismo europeo che, dopo la stagione creativa degli anni Venti, vive negli anni Sessanta una ripresa teorica al di fuori delle politiche culturali di partito 3 . Nel quadro della storia nazionale, l’operaismo è un episodio della ricerca di un rapporto diretto tra intellettuali e classe operaia e rappresenta il fenomeno di rottura più vistoso con la politica culturale del Partito Comunista Italiano che fa perno sul nazional-popolare e sulla linea De Sanctis-Labriola-Croce-Gramsci e adotta una problematica democratica, antifascista e populista in luogo di una problematica socialista, marxista e operaia. Lo storicismo umanistico e progressista del partito di Togliatti, estraneo alla critica marxiana dell’economia politica e diffidente nei confronti delle più vivaci correnti del marxismo europeo, è solidale con un orientamento politico moderato che si giustifica con la storica arretratezza italiana e la conseguente necessità di completare la rivoluzione democratica. Se l’anarcosindacalismo di Sorel e “L’Ordine nuovo” di Gramsci hanno dato espressione, nella prima metà del Novecento, all’orgoglio produttivo e alle rivendicazioni dell’operaio di mestiere e dell’operaio professionale, con le parole d’ordine del rifiuto del lavoro, del sabotaggio della produzione, del salario come variabile indipendente e della garanzia del salario sociale l’operaismo italiano ha interpretato la combattività dell’operaio-massa e di una forza-lavoro intellettuale precaria e disoccupata.
Destalinizzazione e razionalizzazione neocapitalistica, decollo e crisi del modello di accumulazione taylorista-fordista-keynesiano sono le coordinate entro le quali si sviluppa una storia che è segnata da due divisioni teoriche, politiche e organizzative: la frattura consumatasi negli anni ’60 tra una prospettiva neomarxista e una prospettiva più strettamente operaista; la scissione delineatasi nei primi anni ’70 tra la linea dell’autonomia del sociale e la linea dell’autonomia del politico.
L’esperienza operaista nasce ufficialmente nel ’61 con la pubblicazione del primo numero dei “Quaderni rossi”. Animatore della rivista è Raniero Panzieri, un esponente di spicco della sinistra socialista che, contrario alla prospettiva del centrosinistra sanzionata dal congresso del PSI nel ’59, abbandona gli incarichi direttivi nel partito e si trasferisce a Torino, dove lavora presso la casa editrice Einaudi come responsabile di una collana di scienze sociali. Nella città simbolo dello sviluppo industriale italiano Panzieri avvia un lavoro di ricerca autonomo dai partiti riunendo un gruppo di giovani dissidenti della sinistra socialista e comunista, provenienti da diverse realtà geografiche, intorno ad un progetto di studio delle condizioni della classe operaia.
Il gruppo dei “Quaderni rossi” ha il merito di riscoprire testi di Marx largamente trascurati dalla tradizione marxista – la quarta sezione del I Libro del Capitale, il Frammento sulle macchine dei Grundrisse, il Capitolo VI inedito – e di applicare all’analisi delle trasformazioni di fabbrica i concetti marxiani di sussunzione formale e sussunzione reale del lavoro al capitale, di lavoro astratto, divisione del lavoro e scissione delle potenze mentali della produzione. Dalle inchieste di Romano Alquati sulla forza lavoro alla Fiat di Torino e alla Olivetti di Ivrea si ricavano i concetti di composizione di classe e di operaio massa. Lo studio della composizione di classe consiste nell’analisi del nesso tra connotati oggettivi e connotati soggettivi della forza-lavoro, tra una specifica composizione tecnica della forza-lavoro, condizionata dalla configurazione del processo lavorativo, e una determinata composizione politica, che si esprime in un sistema tipico di comportamenti sociali e di riferimenti organizzativi. L’operaio massa, tecnicamente dequalificato e scarsamente disciplinato rispetto all’operaio di mestiere, incarna esemplarmente il concetto di lavoro astratto, puro dispendio di energia lavorativa, e sembra esprimere un forte potenziale conflittuale.
La nascita dei “Quaderni rossi”- punto d’approdo di diverse esperienze politiche e culturali, con radici nel “Politecnico” di Vittorini e nel laboratorio di Adriano Olivetti, nel socialismo di sinistra di Rodolfo Morandi e nel marxismo eterodosso di Galvano della Volpe – è uno degli esiti della mobilitazione di energie intellettuali e politiche provocata dalla crisi del ’56.  La denuncia dei crimini di Stalin al XX congresso del PCUS e le rivolte operaie in Polonia e in Ungheria delegittimano l’ortodossia marxista-leninista, favoriscono la ripresa di correnti comuniste libertarie, egualitarie, antiautoritarie, riaprono il dibattito sul socialismo e sullo statuto teorico del marxismo. Lo stalinismo non appare più in grado di unificare il fronte dell’opposizione di classe: il Partito Socialista Italiano rompe il patto di unità con il PCI, ma la rivendicazione dell’autonomia socialista si traduce, per la componente maggioritaria del partito, nella linea di sostegno all’ipotesi del centrosinistra piuttosto che nella linea, auspicata da Panzieri, della rigenerazione dal basso della politica unitaria di classe.
Nel PCI si precisa in senso moderato la strategia togliattiana della via italiana al socialismo e del partito nuovo, partito di massa radicato nella storia nazionale e nelle tradizioni popolari, che insegue l’alleanza con i ceti medi richiamandosi alla lotta antifascista e alla costruzione di una democrazia avanzata. Pur ribadendo il legame di fedeltà all’URSS, Togliatti conferma una linea improntata a realismo tattico, che elegge il terreno parlamentare ad ambito privilegiato di lotta, punta a consolidare il quadro costituzionale e a promuovere riforme di struttura. La strategia progressista, che postula una temporalità storica lineare e cumulativa, e la politica dei due tempi, che tende a riassorbire gli obiettivi socialisti in obiettivi democratici, si legittimano con il riferimento ai Quaderni del carcere di Gramsci, in particolare alle note sul Risorgimento.
Alla metà degli anni ’50 si chiude la fase della ricostruzione postbellica che, in nome dei prioritari interessi nazionali e della collaborazione tra movimento operaio e borghesia progressista, ha restaurato quel potere padronale in fabbrica che aveva vacillato durante la Resistenza. Si apre una fase di ristrutturazione e di intenso sviluppo capitalistico fondato su bassi salari, sfruttamento elevato della forza-lavoro, integrazione nel mercato europeo. Il miracolo economico sembra smentire sia la tesi terzinternazionalista del ristagno capitalistico nella fase monopolistica sia la tesi che pone l’accento sui ritardi, le strozzature, gli squilibri dell’economia italiana. Il deficit analitico delle sinistre ufficiali rispetto all’impetuoso sviluppo industriale si salda con un deficit politico nei luoghi di produzione: l’estraneità alla cultura del conflitto sociale contribuisce nel ’55 alla sconfitta della Fiom-Cgil alle elezioni per il rinnovo delle commissioni interne alla Fiat.
Negli anni del boom economico e della crisi della rappresentanza sindacale il gruppo dei “Quaderni rossi” declina il marxismo come sociologia politica della classe operaia, anziché come storicismo realistico, e cerca una strategia adeguata al nuovo volto del capitalismo italiano attraverso un lavoro con il sindacato che vuole abbandonare il ruolo di cinghia di trasmissione del partito o dello Stato. L’ipotesi di una frattura tra i partiti di sinistra e la società trova una conferma nelle lotte dei primi anni ’60. Dopo l’autorizzazione accordata dal governo Tambroni al MSI per tenere il congresso del partito a Genova, nel luglio ’60 scoppiano manifestazioni di rivolta con decine di morti e feriti. Tentata invano la svolta reazionaria, la DC avvia un dialogo con i socialisti che porterà nel ’63 alla formazione del primo governo di centrosinistra, mentre complesse manovre di stampo autoritario si intrecciano a tentativi golpisti per bloccare il processo di apertura a sinistra.
Nel ’62 le lotte dei metalmeccanici per il rinnovo del contratto sfociano nella rivolta di Piazza Statuto. La diversa valutazione dei comportamenti operai è occasione di divisione per la redazione dei “Quaderni rossi” che viene abbandonata dal gruppo fondatore di “classe operaia”, la rivista di intervento nelle lotte diretta da Tronti. Panzieri, che è estraneo alla visione salarialista del conflitto di classe tipica dell’operaismo successivo, non condivide l’idealizzazione del rifiuto del lavoro e del blocco della produzione, non sopravvaluta la rottura con le organizzazioni storiche del movimento operaio e assegna al gruppo dei “Quaderni rossi” un lavoro prevalentemente teorico. Secondo Panzieri, infatti, la politica operaia non è iscritta nei comportamenti spontanei della forza-lavoro, ma è il prodotto dell’incontro del movimento della classe con il socialismo. Secondo Tronti, invece, il rifiuto del lavoro è immediata espressione di autonomia operaia, la strategia politica preesiste nei comportamenti spontanei degli operai e il compito del partito è quello di “rilevarla, esprimerla e organizzarla”4Le differenze politiche rinviano a divergenze teoriche: secondo Tronti la scienza operaia differisce dalla scienza del capitale perché riduce l’oggettività del rapporto capitalistico alla soggettività fondante del lavoro vivo. Secondo Panzieri la classe operaia e il capitale sono due realtà autonome e irriducibili l’una all’altra: la teoria rivoluzionaria si articola perciò nell’analisi del capitale e nello studio autonomo del comportamento della forza-lavoro, che può operare come elemento semplicemente conflittuale o come elemento antagonistico. Lo sviluppo tecnologico è trainato dalla legge del plusvalore, più che dalla lotta operaia, e la rivoluzione copernicana di Tronti, secondo la quale il capitale vivrebbe “solo per autosuggestione”5, tende a mistificare le sconfitte in successi.
Nel triennio di “classe operaia” (’64-’67) si definiscono alcuni dei tratti più caratterizzanti della corrente operaista: la concezione delle lotte come motore dello sviluppo capitalistico, la precedenza dei movimenti di classe rispetto ai movimenti del capitale, l’anteposizione della teoria della rivoluzione alla critica dell’economia, la celebrazione della soggettività e della parzialità della classe, l’atteggiamento cinico e spregiudicato nel rapporto con la tradizione storica, lo stile al contempo disincantato e visionario, realistico e profetico. Operai e capitale, il testo della rivoluzione copernicana di Tronti, è il manifesto unificante di una fisionomia teorica marcata, discontinua rispetto all’operaismo razionale o materialista dei “Quaderni rossi”, e rappresenta, secondo alcuni, il nucleo vero e proprio dell’operaismo6. Mentre il PCI, dall’ideologia della ricostruzione alla linea berlingueriana dei sacrifici, attribuisce alla classe operaia una funzione egemonica di direzione e di responsabilità nazionale, che produce però effetti di subalternità e di incorporazione, il gruppo di Tronti pone l’accento sugli interessi particolari piuttosto che sui valori universali della classe, sottolinea l’irriducibilità degli operai al concetto di volontà generale, contrappone la potenza della classe senza alleati alla rincorsa dei ceti medi, celebra l’irrazionalità, la separatezza, la differenza operaia come fondamenti di autonomia. In polemica con l’appello generico all’impegno civile dell’intellettuale e in polemica con il neoumanesimo socialista, che intende raccogliere le bandiere della razionalità e del progresso lasciate cadere da una borghesia decadente, il gruppo di “classe operaia” dichiara esaurita la battaglia culturale e chiama il movimento operaio a ereditare il pensiero negativo, distruttore delle mediazioni e delle sintesi dialettiche.
Dopo la breve esperienza della rivista “Contropiano”, negli anni ’70 la compagine operaista torna a dividersi in due linee di strategia politica e di ricerca teorica. Pur avendo atteggiamenti opposti rispetto alla proposta politica del PCI, l’operaismo di sinistra e l’operaismo di destra, la linea dell’autonomia del sociale e la linea dell’autonomia del politico, condividono tuttavia l’ipotesi che il valore si estingue perché il rapporto politico subentra al rapporto di produzione come luogo della decisione, del comando, dell’antitesi all’anarchia sociale: “ogni determinazione economica e sociale scompare, tutto è politica”7 Gli operaisti di sinistra, di cui Negri è uno dei principali leader, rivisitano la teoria leninista per dare una testa politica al ciclo di lotte dell’operaio massa e nel ’69 fondano Potere operaio, un partito rivoluzionario che persegue la ricomposizione politica dei conflitti intorno alla parola d’ordine del salario sociale. Gli operaisti di destra, rappresentati da Tronti, Cacciari e Asor Rosa, ripiegano invece sull’entrismo nel PCI e teorizzano lo spostamento del conflitto sul terreno statuale per consolidare sul piano istituzionale i nuovi rapporti di forza: poiché il capitale usa la manovra della crisi per impedire che allo sviluppo economico, innescato dalle lotte operaie, corrisponda un adeguato esito politico, la classe operaia tramite un partito relativamente autonomo deve farsi promotrice di un processo di modernizzazione. L’ipotesi è quella di un’alleanza dei produttori e di una nuova Nep, una gestione dell’economia capitalistica sotto la guida politica operaia che utilizzi la macchina statale per sconfiggere le arretratezze della società italiana, per promuovere la riforma dello Stato e rimettere in moto lo sviluppo. Se negli anni ’60 la classe operaia è l’autentico soggetto che muove i fili del capitale e la sua lotta è l’unica attività capace di demistificare l’ideologia, negli anni ’70 il grande soggetto diventa la volontà di potere del partito e l’organizzazione politica diventa l’unico orizzonte anti-ideologico del marxismo.
Nei primi anni ’70 si riaccende la conflittualità intercapitalistica, entra in crisi il sistema di cambi fissi di Bretton Woods, scoppiano la guerra del Kippur e la crisi petrolifera. Il capitale, impegnato a recuperare margini di profitto erosi dall’autunno caldo, avvia una manovra di ristrutturazione che punta ad annientare la combattività operaia. Negri sviluppa fino all’estremo limite la rivoluzione copernicana di Tronti e teorizza l’avvento dell’operaio sociale, che abbandona il terreno della produzione diretta per estendere la conflittualità alla sfera della riproduzione sociale.
Nel ’73 il segretario del PCI Berlinguer lancia la proposta del compromesso storico e, di fronte alla recessione economica, sposa la linea dell’austerità che peserà sulla sconfitta operaia alla fine del decennio. I successi elettorali del ’75 e del ’76 sembrano indicare nel più forte partito comunista occidentale il destinatario privilegiato della domanda di cambiamento che sale dal ciclo di lotte operaie e studentesche. In competizione con il neogramscismo, che ricava dai Quaderni i fondamenti dell’eurocomunismo e immagina il compromesso storico come un processo di crescita della partecipazione democratica, l’operaismo di destra riformula in termini più spregiudicati, decisionisti ed elitari il primato togliattiano della politica. Tronti progetta la costruzione di una teoria operaia della politica adeguata ad una fase di crisi dello sviluppo e di protagonismo dello Stato. Cacciari rivisita la cultura della crisi per liquidare progetti di neosintesi dialettica e per ricavare dalla distruzione di ogni ordine logico-ontologico il primato di una decisione politica sempre più sganciata dai rapporti sociali di produzione. Asor Rosa riscopre le virtù della politica rappresentativa, rivaluta le divisioni tradizionali del lavoro e del sapere, riabilita la figura dell’intellettuale specialista8 Nella seconda metà degli anni ’70 diviene evidente che l’autonomia del politico è un processo di riconversione culturale del ceto politico del PCI che aspira a liberarsi dai vincoli della dialettica, del marxismo, della prospettiva strategica. Se la politica è borghese, come la cultura, non può essere pensata come critica dell’ideologia delle classi dominanti e costruzione di una concezione del mondo più congruente con le condizioni di vita delle classi subalterne, ma va  concepita come competizione fra élite, gioco di potere nella sfera delle istituzioni rappresentative.
La teoria dell’insubordinazione sociale di Negri, che legge la strategia del compromesso storico come tentativo di restaurazione autoritaria della legge del valore, incrocia il movimento del ’77, che fa emergere nuovi bisogni e una diversa composizione di classe9  Una parte consistente dell’operaismo di sinistra rompe con il precedente neoleninismo, insegue nuovi soggetti sociali – studenti, donne, proletariato urbano, emarginati, lavoratori precari dei servizi – e proclama l’attualità del comunismo inteso come fine della scarsità, orizzonte del consumo di beni e servizi privi di valore-lavoro, riappropriazione della ricchezza sociale. Stretta tra la lotta armata delle Brigate Rosse e la criminalizzazione del dissenso, l’area dell’Autonomia subisce un pesante attacco repressivo: nel ’79 i suoi dirigenti sono arrestati, processati, condannati per sovversione contro lo Stato.
L’esperienza operaista si esaurisce nei primi anni ’80, parallelamente alla deriva del PCI e al riflusso dei movimenti di lotta: la provocatoria cultura della crisi, che finisce per legittimare una mera presa del potere per via amministrativa, contribuisce ad archiviare la critica del capitalismo e a distruggere un autonomo profilo teorico della sinistra. L’adesione alle utopie tecnologiche del postindustriale, della fine del lavoro, del piccolo è bello, depotenzia la valenza critica dell’operaismo negriano che smarrisce i nessi sociali profondi e diventa sempre più visionario. Negli anni ’90 sopravvivono un linguaggio, uno stile di pensiero post-operaista, riconoscibile nei concetti di “imprenditorialità comune”, “intellettuale massa”, “moltitudine”, “cognitariato”. Il dibattito sulla globalizzazione, il movimento altermondialista e il successo internazionale del libro Impero, di cui Negri è coautore, hanno contribuito più recentemente ad una rinascita di interesse per l’operaismo italiano e non sono mancate iniziative editoriali per sottolineare l’attualità della cultura politica risalente a Operai e capitale, ritenuta idonea a fugare il senso di sconfitta e il vittimismo passivizzante che deprimono il mondo del lavoro10 La rivisitazione del filone operaista non può, quindi, eludere interrogativi e prese di posizione sull’attualità di un lascito che va articolato in tre differenti eredità: il contributo di Panzieri, che interpreta un’esigenza di rivitalizzazione del marxismo; il pensiero operaio di Tronti, che segna una rottura con la tradizione marxista; la teoria dell’operaio sociale di Negri, che esplicita una vocazione oltremarxista e oltremarxiana.
Per il riferimento privilegiato al Marx del Capitale, per la capacità di analizzare il capitalismo monopolistico e il socialismo sovietico in base ai rapporti sociali di produzione, l’elaborazione di Panzieri è considerata uno dei punti alti del marxismo europeo e un’occasione mancata per la sinistra italiana11. Panzieri, infatti, non si limita a riformulare posizioni consiliaristiche, autogestionali, sovietiste, tipiche delle dissidenze storiche del movimento operaio, ma si adopera per rinnovare e rilanciare un’identità culturale e politica marxista12. La ripresa della critica dell’economia politica all’interno del gruppo dei “Quaderni rossi” produce conoscenze sul neocapitalismo e sulla transizione socialista e orienta una triplice rottura: con il riformismo socialista subalterno alle esigenze di modernizzazione capitalistica, con il primato togliattiano della politica indipendente dal rapporto di produzione, con la filosofia della storia, alternativamente progressista o crollista, della Seconda e della Terza Internazionale. E’ una posizione che, con le dovute differenze storiche, mantiene ancora oggi referenti sociali e politici.
Il pensiero operaio di Tronti segna il passaggio da una prospettiva neomarxista ad una filosofia della classe operaia, la cui particolare tonalità culturale deriva dall’incrocio con la Nietzsche-Heidegger Renaissance e dall’uso di un dispositivo teorico monistico e attivistico che giunge a configurare il rapporto di produzione come il prodotto di un’attività soggettiva. La teoria dell’insubordinazione sociale di Negri, che sostituisce la centralità rivoluzionaria dell’operaio massa con quella di un proletariato giovanile diffuso, perfeziona lo svuotamento delle categorie del Capitale e propizia l’incontro dell’operaismo con la filosofia francese del desiderio e della differenza. La riflessione che gravita sul proletariato sociale anticipa, per diversi aspetti, le più recenti teorie del postmoderno e del postfordismo, della produzione immateriale e del capitalismo cognitivo.
Il neomarxismo di Panzieri nasce dal bisogno di superare la cattiva unità tra teoria marxista e prassi politica, l’operaismo successivo nega fin dall’inizio la possibilità di costruire una cultura d’opposizione, liquida la battaglia teorica per riqualificare la cultura di sinistra e avalla indirettamente la scissione tra attivismo cieco e formalismo teorico13. La riduzione del marxismo a volontà organizzata della classe o del partito e l’annichilimento della dimensione teorica favoriscono, infine, il divorzio della sinistra dalla teoria marxista e la distruzione di un’identità sociale e politica anticapitalistica.
Panzieri non rinuncia alla teoria marxiana del valore e mantiene un ancoraggio alle categorie dialettiche, evidente nell’interpretazione della critica dell’economia politica come disvelamento delle apparenze capitalistiche, nell’uso della categoria di totalità, nel rifiuto dell’empirismo, nella visione logico-sistematica del modo di produzione. Politicamente opposte, l’autonomia del sociale e l’autonomia del politico convergono tuttavia nel liquidare dialettica e analisi economica, nell’abbandonare la centralità del conflitto sul terreno della produzione immediata, nel restaurare una filosofia della storia che precipita in punti di crisi finale e nel riabilitare le mitologie tecnologiche e tecnocratiche criticate da Panzieri. Franco Fortini, Aurelio Macchioro e Costanzo Preve hanno scritto pagine lucidissime sui limiti di una cultura politica che alla fine degli anni ’70, dopo aver reciso ogni legame con la critica dell’economia politica e aver reso indeterminato il concetto di marxismo14 , diventa veicolo di subalternità ad una nuova cultura di destra che si legittima in base alla centralità dell’impresa capitalistica15 In particolare l’operaismo di destra, che giunge a liquidare l’intera cultura marxista come un ostacolo all’uso disincantato delle tecniche del politico, si rivela privo di originalità e di prospettive: l’autonomia del politico, teorizzata in anni in cui sta maturando la riscossa dell’economia neoliberista, è destinata a rovesciarsi, nell’arco di un decennio, in elogio dell’impolitico o presa d’atto del tramonto della politica.
Se le esigenze oggi più avvertite sono quelle di decifrare la dialettica di continuità e discontinuità del capitalismo contemporaneo e di ricostruire una prospettiva comunista, la lezione di Panzieri, che ripete il gesto marxiano di abbandonare la sfera rumorosa della circolazione per addentrarsi nel laboratorio segreto della produzione, sembra più feconda del gesto, ieri trontiano e oggi negriano, di anteporre le lotte operaie al rapporto di capitale16 La cultura politica risalente all’operaismo post-panzieriano, basata sull’apologia dello sradicamento e della perdita di confini, sull’antidialettica e sulla negazione assoluta di istanze sintetiche, sembra costitutivamente incapace di offrire vie d’uscita alla crisi che perdura dall’89.
Il neomarxismo di Panzieri
Insieme a Franco Fortini, Gianni Bosio e Danilo Montaldi, Raniero Panzieri fa parte di una straordinaria generazione di intellettuali militanti che rifiutano la risposta moderata e riformista alla crisi dello stalinismo e declinano in modo alternativo alla linea ufficiale i temi del partito e della classe, dell’internazionalismo e del socialismo, del rapporto tra teoria marxista e politica. E’ l’“altra linea”17  del movimento operaio, che concepisce il partito come uno strumento al servizio della formazione politica del movimento di classe e contrasta il divorzio tra tattica e strategia, insito nella politica della democrazia progressiva, valorizzando le esperienze di democrazia di base che prefigurano la costruzione di istituzioni socialiste. In alternativa alla lunga marcia socialista nelle istituzioni, Panzieri ipotizza un processo di rinnovamento dal basso del movimento operaio attraverso la costruzione, nel conflitto, di nuove istituzioni socialiste, radicate nella sfera economico-produttiva prima che nella sfera politico-istituzionale. All’obiettivo della programmazione economica democratica contrappone la linea del controllo operaio in fabbrica, che ridefinisce il potere operaio in rapporto alle condizioni di produzione piuttosto che al grado di penetrazione del partito nello Stato.
Di fronte ad un imponente sviluppo tecnologico che comporta forme più raffinate di mistificazione, Panzieri riconquista il potenziale critico del marxismo articolando un’analisi strutturale del neocapitalismo tesa a valorizzare un’autonoma iniziativa di classe, svilita dal provvidenzialismo storicista, dal progressismo riformista e da ideologie catastrofiste. Il ritorno al Marx maturo del Capitale e la revisione di Lenin sono le coordinate per elaborare una strategia che contrasti la stabilizzazione del dominio capitalistico basata sull’intreccio tra razionalità tecnocratica e illusioni democratiche. Il principale obiettivo polemico di Panzieri è la teoria della società opulenta, che predica l’integrazione sociale, la fine delle ideologie, la morte della politica, la terziarizzazione della società grazie alle politiche di diffusione del benessere. Il paradigma di Panzieri è però alternativo alle posizioni marxiste ortodosse e revisioniste che, in nome della socializzazione crescente delle forze produttive, non mettono in questione la razionalità dello sviluppo capitalistico e ricorrono, con diversi intenti ideologici, alla mitologia dello stadio ultimo dello sviluppo capitalistico.
I saggi più importanti pubblicati nel periodo dei “Quaderni rossi” ruotano intorno ai seguenti temi: la demistificazione della razionalità tecnologica, principale forma di dissimulazione del dispotismo capitalismo; lo smascheramento del piano capitalistico operante nella produzione diretta – espressione della natura autoritaria del coordinamento capitalistico della forza-lavoro – e la sua estensione alla produzione sociale complessiva come chiave per decifrare il passaggio dal capitalismo concorrenziale al neocapitalismo pianificatore; la rivendicazione del valore logico, non solo storico, delle categorie marxiane che consente di ridefinire gli aspetti essenziali del capitalismo e del socialismo; la lettura politica delle lotte operaie degli anni ’60; l’interpretazione del marxismo come scienza critica legata agli sviluppi della sociologia e all’uso dell’inchiesta18.
Dal laboratorio dei “Quaderni rossi” emergono alcune ipotesi che tenderanno ad essere dimenticate dall’operaismo successivo: non può essere teorizzato alcun limite intrinseco allo sviluppo delle forze produttive, che non è mai scorporato dall’articolazione e dall’approfondimento del dominio capitalistico; l’unico limite del capitale è l’insubordinazione operaia, che non si esprime in termini di progresso bensì di rottura, non rivela l’occulta razionalità insita nel moderno processo produttivo, ma costruisce una razionalità radicalmente nuova e contrapposta alla razionalità del capitalismo; il passaggio dal capitalismo concorrenziale al capitalismo monopolistico non implica il superamento del valore, la crisi definitiva del capitalismo o la dominanza degli apparati politico-ideologici, ma segna piuttosto l’estensione della pianificazione dalla sfera della produzione alla sfera della realizzazione del plusvalore; il capitalismo è individuato principalmente da un’organizzazione del lavoro finalizzata all’estrazione di plusvalore: lo sfruttamento capitalistico non risiede quindi nelle distorsioni caratteristiche dei rapporti di distribuzione, dei rapporti mercantili o dei rapporti politici, ma è connesso al comando nel processo di produzione; il socialismo non si identifica né con la pianificazione dello sviluppo delle forze produttive né con l’automazione, né con la riduzione del tempo di lavoro né con la diffusione dei consumi, ma consiste in una diversa regolazione sociale del processo di produzione.
Per criticare la concezione neutrale dello sviluppo delle forze produttive, fondamento di una visione acritica del progresso e di un’ideologia produttivistica complice dell’intensificazione dello sfruttamento, Panzieri recupera il concetto marxiano di appropriazione capitalistica della scienza e della tecnica quale base per lo sviluppo di un piano dispotico del capitale. L’analisi marxiana del passaggio dalla cooperazione semplice alla manifattura e alla grande industria mostra chiaramente che “la forza produttiva sviluppata dall’operaio come operaio sociale è forza produttiva del capitale19 : lo sviluppo della cooperazione nel processo lavorativo, lungi dal socializzare virtuosamente le forze produttive e dal ricomporre le mansioni lavorative, è piuttosto l’espressione basilare della legge del plusvalore. La spinta alla parcellizzazione del lavoro e i processi di automazione comportano la crescita del capitale costante che succhia lavoro vivo, il crescente controllo del capitale sulla forza-lavoro, la separazione del lavoro dalle potenze mentali della produzione. Nell’analisi di Lenin la tecnologia e il piano capitalistico rimangono estranei al rapporto sociale che li domina e li plasma e l’anarchia è la caratteristica specifica del capitalismo, l’espressione essenziale della legge del plusvalore. Dall’analisi marxiana del processo di produzione si ricavano invece la tendenza del capitale a pianificare la produzione del plusvalore e la natura dispotica della cooperazione della forza-lavoro, aspetti che svuotano la contraddizione tra forze produttive e rapporti di produzione e privano di fondamento una concezione del socialismo come pianificazione dello sviluppo compatibile con metodi dell’organizzazione aziendale capitalistica.
Svelando l’intreccio capitalistico tra scienza, tecnologia e potere, Panzieri mette a tema un feticismo che non è legato al denaro e alla sfera della circolazione ma nasce direttamente dalla sfera della produzione. Allorché la scienza entra al servizio del capitale e diminuisce l’autonomia della forza-lavoro, il rapporto sociale capitalistico si nasconde dietro le esigenze tecniche del macchinario: la divisione del lavoro sembra indipendente dall’arbitrio del capitalista e appare risultato necessario della natura del mezzo di lavoro. Quando l’uso delle macchine è generalizzato, il dispotismo del capitale è esercitato in nome di una razionalità che cela sfruttamento e sottomissione:
“Di fronte all’intreccio capitalistico di tecnica e potere, la prospettiva di un uso alternativo (operaio) delle macchine non può, evidentemente, fondarsi sul rovesciamento puro e semplice dei rapporti di produzione (di proprietà), concepiti come un involucro che a un certo grado dell’espansione delle forze produttive sarebbe destinato a cadere semplicemente perché divenuto troppo ristretto: i rapporti di produzione sono dentro le forze produttive, queste sono state ‘plasmate’ dal capitale”20.
Ad un marxismo fondato sulla contraddizione tra forze produttive e rapporti di produzione Panzieri sostituisce un marxismo dello smascheramento della falsa razionalità e del falso universalismo dello sviluppo capitalistico, il cui dispotismo non si esprime necessariamente in forme di governo autoritarie e in forme di violenza brutali, ma si dissimula meglio in sistemi di regolazione flessibili e in forme statuali democratiche21.
L’analisi marxiana del Capitale, secondo il fondatore dei “Quaderni rossi”, definisce un modello dinamico, in cui ciascuna tendenza può diventare una controtendenza, sono ipotizzabili salti verso diverse fasi di accumulazione, passaggi interni a differenti forme di espressione del plusvalore. Non esiste alcuna tendenza immanente al superamento della divisione del lavoro, l’unica costante del modo di produzione capitalistico è “la crescita (tendenziale) del potere del capitale sulla forza-lavoro”22 e l’unico limite al capitale è “la resistenza della classe operaia”23. L’operaismo successivo, anche per la sua vocazione antisistematica, tenderà invece ad appiattire il concetto di modo di produzione capitalistico sul modello taylorista-fordista, a enucleare una successione di stadi che deflagra in un punto di crisi finale o a restaurare uno schema storico di progressione lineare.
Per analizzare il passaggio dal capitalismo concorrenziale al neocapitalismo pianificatore, Panzieri non liquida la forma valore, ma stabilisce un rapporto di successione logica e storica tra il I e il III libro del Capitale, tra la sfera della produzione immediata e quella della riproduzione sociale complessiva. Il I Libro analizzerebbe la fase del capitalismo ove la forma generale in cui si esprime il valore è l’opposizione tra l’anarchia, caratteristica della divisione del lavoro nella società, e il piano dispotico, che impronta la divisione tecnica del lavoro. Nel III libro, analizzando una forma di accumulazione basata su processi di concentrazione dei capitali e di centralizzazione dei rapporti tra produzione e circolazione, Marx porta alla luce i tratti di una fase monopolistica che è segnata dalla nascita delle società per azioni e dalla scomparsa di un saggio generale di profitto. Con la trasformazione del plusvalore in profitto e dei valori in prezzi di produzione, il piano del capitale si estende alla produzione complessiva e la pianificazione autoritaria diventa l’espressione fondamentale della legge del plusvalore. Nella fase del capitale finanziario, quando la funzione produttiva si separa dalla proprietà e il profitto diventa interesse, è insita la massima mistificazione: il capitale appare come denaro che produce denaro e sparisce ogni traccia del rapporto sociale capitalistico.
Polemizzando con una linea sindacale di difesa delle professionalità operaie, che tende a frammentare i lavoratori in base alle qualifiche dell’organizzazione capitalistica, e criticando la pretesa di disciplinare il conflitto con la concertazione e la politica dei redditi, il gruppo dei “Quaderni rossi” attribuisce un significato politico alle lotte di fabbrica degli anni ’60 che portano in primo piano la condizione operaia. Dal lavoro di inchiesta emerge, infatti, che politica e non tecnica è la ragione della divisione delle mansioni, delle differenze salariali, della separazione tra operai specializzati e operai generici, così come politica è la richiesta operaia di controllo sulla produzione che è, tuttavia, disconosciuta dalle organizzazioni ufficiali del movimento operaio. La politica dei due tempi, che insegue l’alleanza con la borghesia progressista e scommette su un’evoluzione lineare della società, poggia su basi fragili perché separa l’azione politica dalla struttura economica, oscura il carattere capitalistico dello sviluppo industriale e ignora la vocazione parassitaria e corporativa della borghesia italiana. In una fase in cui le grandi concentrazioni industriali e finanziarie estendono e rafforzano il potere sullo Stato, la continua ricerca di convergenze di vertice e il piccolo cabotaggio parlamentare finiscono per contribuire allo svuotamento delle istituzioni democratiche: per contrastare l’involuzione integralista della società e la spinta totalitaria sulle istituzioni, che traggono origine nella sfera della produzione, occorre portare il conflitto politico nei luoghi di lavoro.
Panzieri respinge fermamente le accuse di operaismo e di anarcosindacalismo: non si tratta di assegnare all’azione sindacale compiti politici di rottura rivoluzionaria, fermandosi all’immagine empirica della singola fabbrica e negando la necessità di ricomporre rivendicazioni frammentarie in un disegno strategico unitario. Si tratta al contrario di capire che né il livello sindacale né una politica redistributiva possono soddisfare le istanze politiche emerse nelle lotte perché la rivendicazione di un controllo sull’erogazione della forza-lavoro è una richiesta di potere antagonista, che pone le basi per un dualismo di poteri. Le lotte che ricompongono la forza-lavoro acquistano un significato politico perché il sistema economico richiede un’assoluta integrazione del capitale variabile nel capitale costante e ottiene la totale subordinazione del lavoro vivo al lavoro morto attraverso politiche che impediscono alle singole forze lavoro di riconoscersi globalmente come classe operaia. L’atomizzazione dei lavoratori è uno degli aspetti meno esplorati dello sfruttamento capitalistico che, dall’alienazione del prodotto del lavoro, si estende all’espropriazione del senso del processo produttivo, fino ad alienare il lavoratore dal suo corpo e dal rapporto con l’altro lavoratore, separandolo dalla relazione verticale con sé e dalla relazione orizzontale con l’altro.
In uno dei suoi ultimi saggi Panzieri richiama gli scritti giovanili di Lenin, che considerano l’opera di Marx come opera di sociologia scientifica, e l’analisi della modernità di Weber, che ha tenuto in serio conto il pensiero marxiano, per affermare che il marxismo è una sociologia del movimento operaio, “una sociologia concepita come scienza politica, cioè come scienza della rivoluzione”24. L’analisi marxiana nasce come critica dell’economia politica, come scienza che coglie nella sua interezza la società capitalistica svelandone la natura dicotomica: il limite dell’economia classica consiste, infatti, nella considerazione della forza-lavoro come mero capitale variabile, come componente solo interna al capitale. Panzieri ipotizza tuttavia che, in ragione della crisi della teoria economica, il capitalismo abbia perduto il suo riferimento classico all’economia politica e abbia ritrovato la sua scienza non volgare nella sociologia. L’importanza crescente della sociologia è il sintomo, secondo Panzieri, di un mutamento profondo nel modo di funzionare del sistema capitalistico: con l’autonomizzazione del capitale finanziario il problema fondamentale della riproduzione non è la tutela dei rapporti di proprietà privata ma il razionale procedere dell’accumulazione, che non è minacciato da un meccanismo economico bensì da una crisi di organizzazione del consenso25 .

La rivoluzione copernicana di Operai e capitale
La premessa del pensiero operaio di Mario Tronti è la lettura di Marx come scienziato, come Galilei del mondo sociale, proposta nel dopoguerra da Galvano Della Volpe, una lettura che, seppure eterodossa rispetto allo storicismo crociogramsciano, dopo il ’56 acquista rilievo anche nell’ambito di “Società”, la rivista teorica del PCI. Il centro dell’interesse di Tronti non è però il corretto metodo marxista di analisi scientifica, bensì un pensiero operaio concepito come arma strategica di potenziamento della prassi. La lettura dellavolpiana, che per il suo antihegelismo è salutata come un nuovo inizio per il marxismo italiano, costituisce solo un passaggio utile per liquidare lo spirito sistematico del materialismo dialettico e per ridurre il marxismo ad un insieme di aforismi e di criteri pratici per un’azione politica di parte operaia. La priorità è superare un’impostazione confinata nella battaglia teorica per “fare di nuovo il salto da Marx a Lenin”26 , dall’analisi del capitalismo contemporaneo alla teoria della rivoluzione operaia.
I saggi raccolti in Operai e capitale propongono una lettura creativa di Marx, orientata a rivalutare l’elemento soggettivo, il lato attivo del rapporto storico-sociale: l’idea ispiratrice è portare Lenin in Inghilterra, rileggere cioè la critica dell’economia marxiana alla luce dell’avvenuta rivoluzione contro il Capitale per immaginare la rottura nei punti alti dello sviluppo, dove si suppone che la classe operaia sia più forte. Il marxismo è declinato come scienza dell’antagonismo e dell’insubordinazione operaia, anziché come teoria dello sviluppo oggettivo del capitale, e viene enucleato un nuovo concetto di crisi capitalistica che ha natura politica anziché economica, essendo imposta dai movimenti soggettivi degli operai organizzati.
Il pensiero operaio di Tronti si caratterizza essenzialmente per quattro scelte teoriche: la  concezione attivistica della scienza e negativa della critica dell’ideologia; la configurazione oppositiva del rapporto tra la fabbrica e la società; il rovesciamento del rapporto tra capitale e forza-lavoro; la rivalutazione delle correnti di pensiero antidialettiche e irrazionalistiche.
La scienza attiva rivendicata dall’operaismo non è la scienza classica galileiana, ma è la scienza novecentesca della crisi dei fondamenti e del principio di indeterminazione. Non è una metodologia generale per fare previsioni esatte e per produrre un sapere oggettivo e universale, ma è una scienza parziale, soggettiva, unilaterale. Diversamente da Colletti, Tronti non assume a modello la teoria realista del rispecchiamento, ma si ricollega al costruttivismo emergente dal dibattito novecentesco: l’indagine marxiana è accostata alle geometrie non euclidee e alla meccanica quantistica, la Rivoluzione d’Ottobre è paragonata alla teoria einsteiniana della relatività.
La scienza operaista acquista significato in opposizione all’ideologia, che ha il significato puramente negativo di mistificazione, di vocazione a tenere unito ciò che è separato, di prefigurazione sistematica del reale volta ad imbrigliare la prassi. La critica dell’ideologia è concepita essenzialmente come attività di negazione assoluta: lo smascheramento delle mistificazioni capitalistiche non ha alcuna specificità, non produce un’altra cultura, non alimenta la battaglia ideologica, ma rinvia immediatamente al conflitto di classe. In sintonia con Asor Rosa, che nega la possibilità di conciliare arte e rivoluzione, Tronti pensa che la cultura sia per definizione borghese e che la classe operaia non abbia bisogno di un’ideologia: se la semplice esistenza come realtà antagonistica rende la classe indipendente dal meccanismo di sviluppo capitalistico, l’organizzazione autonoma degli operai è “il processo reale della demistificazione”27 .
Nel saggio del ’62 La fabbrica e la società, Tronti sostituisce la sequenza marxiana processo di produzione, processo di circolazione, processo complessivo, con la sequenza fabbrica, società, Stato, e riformula la contraddizione classica tra sviluppo delle forze produttive e rapporti sociali di produzione nei termini di un antagonismo irriducibile tra la forza-lavoro come valore d’uso e la forza-lavoro come valore di scambio, tra il processo produttivo che si svolge nella fabbrica e il processo di valorizzazione che si svolge nella società. Oggetto di critica sono le ideologie neocapitalistiche che presentano il fenomeno dell’integrazione tra fabbrica, società civile e Stato in chiave di affermazione di uno Stato interclassista e di scomparsa dello stesso capitalismo, che si trasforma nella ricchezza della società da amministrare per il benessere collettivo. Secondo Tronti, quando il dispotismo capitalistico si estende dalla fabbrica alla società, lo Stato non si limita più a mediare i conflitti intercapitalistici ma tende a porsi come il rappresentante diretto del capitalista collettivo, mentre la terziarizzazione generalizza la condizione operaia a nuovi strati sociali: i tecnici e gli intellettuali.
L’identificazione del processo produttivo in fabbrica con la sfera della produzione e del processo di valorizzazione con la sfera della circolazione tende ad appiattire la dimensione del valore sul valore di scambio e a fare smarrire i tre livelli di indagine marxiana, che muove dalla manifestazione fenomenica del valore per addentrarsi nella sfera produzione e risalire poi alla sfera della distribuzione. Anche la distinzione logica tra produzione come momento particolare e produzione come momento generale del processo economico viene meno: quando si conchiude il circolo produzione-distribuzione-scambio-consumo “il rapporto sociale diventa un momento del rapporto di produzione, la società intera diventa un’articolazione della produzione”28 . L’analisi del piano capitalistico, che identifica lo Stato con il capitale sociale, tende a resuscitare la filosofia della storia avversata da Panzieri: estendendo progressivamente la logica della fabbrica alla società, generalizzando il rapporto di lavoro salariato, lo sviluppo capitalistico si incarica di far crescere linearmente la classe operaia. Se la principale forza produttiva sviluppata dal capitale è la classe operaia, che impone con la propria conflittualità lo sviluppo delle altre forze produttive, lo sviluppo del capitale è il potere degli operai.
La rivoluzione copernicana, che conferisce un carattere inconfondibile all’operaismo italiano, è annunciata nell’articolo del ’64 Lenin in Inghilterra ed è completata nel saggio del ’66 Marx, forza-lavoro, classe operaia. L’intento di Tronti è di rovesciare l’immagine della forza-lavoro incorporata nel dominio capitalistico attraverso l’adozione di un metodo d’analisi che muova dalla precedenza storica, logica e politica dei movimenti della classe operaia rispetto ai movimenti del capitale. Dall’idea di rovesciare il rapporto tra sviluppo capitalistico e lotte operaie per promuovere ricerche su una storia autonoma della classe, ricostruita come successione di figure egemoni, si passa ad una lettura attivistica e interamente politica della teoria marxiana del valore, che conduce all’ipotesi esplicita di un parricidio di Marx da parte del movimento operaio. L’inversione del rapporto tra capitale e classe operaia è concepita come una correzione leninista di Marx: essa fa precedere la politica alla scienza, la teoria della rivoluzione alla critica dell’economia politica, gli operai come classe alla categoria economica del capitale. La volatilizzazione della teoria del valore è funzionale all’inversione: sganciando il lavoro produttivo dai concetti di valore e plusvalore, la teoria marxiana dello sfruttamento è trasformata in una forza d’attacco, il concetto di alienazione viene ad esprimere il potenziale di estraneità piuttosto che la passività e la subordinazione della classe operaia, la forza-lavoro è tramutata in lavoro vivo, lavoro in atto, di cui il capitale è un semplice riflesso. Secondo Tronti la duplice natura del lavoro scoperta da Marx non significa lavoro contenuto nella merce, bensì classe operaia dentro e contro il capitale: la classe, elemento dinamico del capitale, causa prima dello sviluppo, produce il capitale come potenza economica, ma può rifiutarsi di produrlo separandosi da sé come categoria economica, negandosi come forza produttiva e affermandosi come potenza politica. La teoria del valore è dunque una tesi politica, una parola d’ordine rivoluzionaria, un rapporto politico della produzione capitalistica:
“Valore-lavoro vuol dire allora prima la forza-lavoro poi il capitale; vuol dire il capitale condizionato dalla forza-lavoro, mosso dalla forza-lavoro, in questo senso valore misurato dal lavoro. Il lavoro è misura del valore perché la classe operaia è condizione del capitale29 .
La natura capitalistica della cooperazione della forza-lavoro e i processi di atomizzazione evidenziati da Panzieri sono oscurati: per Tronti il rapporto di classe esiste già nella sfera della circolazione e “non si può parlare, in nessun momento storico di operaio singolo: la figura materiale, socialmente determinata, dell’operaio nasce già collettivamente organizzata”30 . Il rapporto antagonista di classe, il rapporto di lavoro salariato, “precede dunque, provoca, produce il rapporto capitalistico”31 . Mentre la forza politica operaia è legata alla forza produttiva del lavoro salariato, il capitale è concepito come interesse economico che, sotto la minaccia operaia, è costretto a diventare forza politica, a sussumere la società, a farsi apparato di repressione statale. Mentre la classe operaia esiste indipendentemente dai livelli istituzionali, la classe dei capitalisti, secondo Tronti, ha bisogno della mediazione di un livello politico formale che faccia vivere soggettivamente un morto meccanismo oggettivo.
Motore negativo del capitale, capace di produrlo come potenza economica e di provocarne la crisi politica, la classe operaia non è l’erede della filosofia classica tedesca, dell’economia politica inglese e del socialismo politico francese, ma è il soggetto destinatario del pensiero grande-borghese distruttivo e reazionario, lucidamente consapevole del conflitto sociale moderno. Contro la teoria del rapporto dialettico tra capitale e lavoro la classe operaia, secondo Tronti, deve organizzarsi come “elemento irrazionale”, come “unica anarchia che il capitalismo non riesce socialmente a organizzare32 . L’antiumanesimo, l’irrazionalismo e l’antistoricismo devono perciò diventare armi pratiche di lotta, strumenti del movimento negativo che abolisce lo stato di cose presenti. Il pensiero operaio mobile e asistematico, distruttore di tutti i valori, innesta il nichilismo nietzscheano su un impianto idealistico-soggettivo di sapore attualistico: il risultato è un dispositivo teorico che consente di attribuire alla “rude razza pagana” una soggettività originariamente collettiva e una volontà di potere maestosamente espansiva33 .
La prima ricerca sul pensiero negativo di Schopenhauer, Kierkegaard e Nietzsche matura nell’ambito del progetto trontiano di fare incontrare il nichilismo operaio con il pensiero della crisi34 . Contro l’ideologia che chiama il movimento operaio a resuscitare dalle ceneri gli indirizzi democratico-progressisti della cultura borghese, Massimo Cacciari si incarica di rovesciare La distruzione della ragione di Lukàcs. Se il conflitto di classe è la concreta base storica del processo di dissoluzione del sistema hegeliano, sintesi espressiva della società cristiano-borghese, il pensiero negativo non esprime una reazione irrazionalistica alla dialettica, ma è l’ideologia dei punti più avanzati dello sviluppo capitalistico.
L’operaismo di destra: dall’autonomia del politico al tramonto della politica
Nel Poscritto del ’71 alla seconda edizione di Operai e capitale inizia a delinearsi il progetto di carpire il segreto del politico moderno per consegnarlo come arma offensiva al partito della classe operaia. Tronti avanza l’ipotesi che dalle lotte operaie statunitensi degli anni Trenta, più efficaci di quelle europee perché non affette da incrostazioni ideologiche, siano scaturite una new politics operaia e una new economics del capitale, che contrassegnano l’ingresso in un’epoca post-classica. Gli studi sul movimento consiliare tedesco, sulla crisi della Repubblica di Weimar, sulla Nep e sulla crisi del ’29 si inquadrano in un nuovo ambito di ricerca: il rapporto tra la rottura rivoluzionaria di Lenin, la teoria economica di Keynes, la sociologia del potere di Weber, la teoria della rivoluzione conservatrice35 .
Intervenendo nel ’72 ad un seminario di scienze politiche presso l’Università di Torino, Tronti precisa che, dopo l’esperienza del New Deal e la nascita del partito di massa, i rapporti di produzione si politicizzano, viene meno l’autonomia della civil society e lo schema di sviluppo dall’economico al politico, dalla fabbrica allo Stato, non funziona più36 . Denuncia quindi l’assenza di una teoria marxista della politica, confina il pensiero di Marx in un’epoca di capitalismo liberale ormai concluso, propone un rinnovamento del movimento operaio attraverso l’indagine di un nuovo oggetto specifico: l’autonomia del potere nei confronti della società. Alla scoperta che nel ’29 c’è un’unica crisi per il capitale e per la classe operaia segue la scoperta che anche il politico e lo Stato moderno sono un terreno comune per operai e capitale. Quando allo sviluppo succede la crisi, lo Stato e il partito sostituiscono la fabbrica come terreno espressivo della potenza politica operaia e il dualismo di potere riguarda il rapporto tra la società e lo Stato piuttosto che il rapporto tra la fabbrica e la società.
Per costruire una teoria operaia della politica, Tronti interroga la storia del realismo politico e dello Stato moderno. La concretezza e la volontà di potenza operaia sono intraviste nel pensiero politico weberiano, nella dottrina hobbesiana della sovranità, nella teoria del principe di Machiavelli, nel conflitto amico-nemico di Carl Schmitt. L’indagine della politica moderna è pensata come un passaggio dall’anatomia della società a quella del potere: mentre tra Hobbes e Hegel cresce la realtà dello Stato, nell’epoca di Marx la società si prende una temporanea rivincita, ma negli anni Trenta il New Deal roosveltiano, il decisionismo totalitario, la costruzione staliniana del socialismo segnano un ritorno in grande stile della politica. Nell’epoca della grande crisi lo Stato salva il capitalismo, lo Stato costruisce il socialismo. Ciò che sembra un risultato – l’intervento dello Stato nel capitalismo maturo – va ripensato come l’inizio del processo: l’accumulazione di potere precede l’accumulazione capitalistica.
Nel corso degli anni ’70 Cacciari propone una nuova lettura del pensiero negativo che, da Nietzsche a Heidegger, da Mach a Wittgenstein, esprime la crisi di ogni rifondazione sintetica nel passaggio alla ragione post-classica, segnala l’apertura di nuovi spazi alle tecniche del politico nel passaggio al capitalismo organizzato37 . Se l’età della ragione classica trova espressione nella scienza galileiana e nella dialettica hegeliana, il pensiero negativo riflette la crisi dei fondamenti del sapere scientifico e la perdita di una concezione stabile dell’Essere: il tramonto della sintesi dialettica e l’affermazione di una molteplicità di giochi linguistici indicano, secondo Cacciari, che il politico guadagna una dimensione autonoma come tecnica di governo dei conflitti.
Il principale obiettivo polemico dell’operaismo di destra diventa la concezione del marxismo come sistema teorico, come dialettica che lega organicamente filosofia, politica, economia. Il marxismo, secondo Cacciari, non è una critica dell’economia, della società e della politica né un discorso sul metodo scientifico: privato di articolazione sistematica e di spessore teorico, ridotto a forza storico-politica, il marxismo è soltanto volontà di potenza organizzata capace “di esercitarsi concretamente sulla diversa molteplicità dei linguaggi della Tecnica”38 . Mentre l’operaismo di sinistra fa riferimento ad una lettura dionisiaca e anarchica del pensiero negativo, l’operaismo di destra propone una lettura neorazionalistica del nichilismo: la fine della metafisica e l’oblio dell’essere legittimano un progetto di intervento nel mondo consapevole del rapporto indissolubile tra necessità e volontà di potenza, tra burocrazia e politica. Secondo Cacciari il pensiero di Nietzsche non deve essere letto né come pensiero della liberazione delle forme simboliche né come apologia della differenza, valorizzazione di ciò che è interdetto dalla ragione, celebrazione di autonomia come alterità irriducibile al processo della razionalizzazione capitalistica. L’identificazione storica tra ragione e razionalizzazione capitalistica, tra primato del soggetto e dominio della tecnica, rende regressive la critica dei processi di burocratizzazione e di specializzazione e la rivendicazione di una ragione o di una soggettività non integrata nel sistema.
L’annichilimento dell’essere, la sua riduzione a valore soggettivo, acquista un significato costruttivo: il dialogo tra heideggerismo e marxismo non deve ruotare intorno all’emancipazione dall’alienazione, ma va iscritto nell’orizzonte della perdita di patria e del rapporto inestricabile tra soggettività e tecnica. La risoluzione della filosofia in prassi politica, la liquidazione dei valori tradizionali da parte dell’oltreuomo e il compimento della tradizione metafisica nell’organizzazione tecnico-scientifica indicano che il tramonto della filosofia dispiega nuovi ordini, nuove forme di razionalità e di volontà di potere.
Nella seconda metà degli anni ’70 il progetto di riforma dello Stato cede il passo ad un progetto di governo della crisi capitalistica che fa perno su una lettura interamente politica della centralità operaia39 . Dopo aver rovesciato la crisi del marxismo nella cultura della crisi e aver sostituito la totalità dialettica con i saperi parcellizzati, l’autonomia del politico si trasforma negli anni ’80 in una teoria del limite: la politica non è chiamata a dispensare felicità e piacere, a produrre liberazione e a rappresentare l’intero, ma è anzitutto decisione di rinuncia a rappresentare una soggettività sociale e a produrre nuove forme di potere. Dopo l’89, quando oggetto di riflessione diventa la crisi della politica, Tronti riconosce con coraggio che il passaggio dell’autonomia del politico “è servito all’impianto di un decisionismo finalizzato alla modernizzazione conservatrice”40 .
Operaismo di sinistra e post-operaismo: dall’operaio sociale al cognitariato post-fordista
La premessa della teoria dell’operaio sociale è la ricostruzione della storia interna della classe operaia – auspicata in Operai e capitale - come una successione di figure egemoni: ad ogni manovra di ristrutturazione capitalistica, indotta dalle lotte operaie, corrisponde la nascita di una nuova composizione tecnica della forza-lavoro che determina una nuova composizione politica. Dopo la rivoluzione sovietica, la composizione di classe dell’operaio professionale, base del partito leninista, è stata distrutta dalla ristrutturazione taylorista-fordista che ha massificato la forza-lavoro. Dopo la crisi del ’29 la regolazione politica del ciclo economico ha sostituito il funzionamento spontaneo della legge del valore di scambio: lo Stato, espressione del capitale collettivo, è diventato garante della pace sociale grazie all’integrazione socialdemocratica dei lavoratori e al contenimento della crescita dei salari entro proporzioni tali da non alterare gli equilibri della produzione capitalistica.
La teoria dell’operaio sociale nasce dall’esigenza di approfondire l’inversione trontiana del rapporto tra capitale e classe operaia a partire dal blocco dello sviluppo determinato dalla conflittualità dell’operaio-massa41 . Nelle lotte degli anni ’60 la classe operaia ha manifestato la propria estraneità alle leggi dell’economia politica e al rispetto delle compatibilità istituzionali: le rivendicazioni salariali hanno fatto saltare il circolo virtuoso tra crescita dei redditi e produzione di massa. Negri interpreta l’insorgenza dell’autonomia operaia, la capacità di imporre un salario indipendente dall’accumulazione capitalistica, come un processo che mette in crisi la legge del valore, provocando una sproporzione tra lavoro necessario e pluslavoro.[Riccardo Bellofiore ha sottolineato che l’impostazione operaista, secondo cui il valore è esito variabile del conflitto tra salario e profitto, è sraffiana più che marxiana (cfr. R. Bellofiore, L’operaismo degli anni ’60 e la critica dell’economia politica, in “Unità proletaria”, n. 1-2, 1982]. La rottura del rapporto di subordinazione del salario al profitto determina la crisi dello Stato keynesiano e il passaggio dallo Stato-piano allo Stato-crisi: lo Stato, anziché promuovere sviluppo, produce crisi tramite una manovra deflazionistica volta a frenare l’espansione delle forze produttive che intaccano la proporzione dei rapporti di forza tra le classi42 .
L’analisi del passaggio allo Stato-crisi, cogliendo l’imminenza di una ristrutturazione capitalista in concomitanza con la crisi petrolifera e la tempesta valutaria provocata dalla inconvertibilità del dollaro, anticipa alcuni tratti del neoliberismo. La manovra di ristrutturazione punta sul decentramento produttivo e sulla disgregazione della figura dell’operaio-massa:
“Il capitale mette la fabbrica, come punto di valorizzazione del circuito sociale della produzione, contro la società come ambito di devalorizzazione, come sede della massificazione, e contemporaneamente la società come immagine della macchina sociale di produzione contro la fabbrica in quanto sede privilegiata del rifiuto del lavoro e dell’attacco selvaggio al profitto”43.
Negri prevede che, con il venir meno del ruolo dello Stato quale promotore dello sviluppo nella invarianza dei rapporti di forza tra le classi, si profili un rovesciamento della sequenza Stato, piano, impresa: lo Stato si subordina al comando d’impresa, l’autonomia relativa delle istituzioni politiche scompare, la sovranità nazionale si indebolisce a beneficio di imprese multinazionali o di corpi amministrativi separati.
Le capacità di analisi si affievoliscono nel tentativo di interpretare la manovra di ristrutturazione come un processo dinamico destinato a promuovere la ricomposizione di classe e a suscitare un nuovo soggetto già unificato e compatto, capace di estendere a tutta la società la potenza antagonista dell’operaio massa. Facendo riferimento al Capitolo VI inedito del I libro del Capitale, Negri interpreta il nesso tra la fabbrica e la società in chiave di estensione della cooperazione produttiva, di formazione di un lavoratore collettivo che fa venire meno la distinzione tra lavoro produttivo e lavoro improduttivo. Quando il comando d’impresa si estende alla società e il lavoro produttivo si identifica con il lavoro salariato, sorge la fabbrica diffusa ed emerge la figura dell’operaio sociale: in reazione alla caduta del saggio di profitto, il capitale è costretto a diffondere il processo di valorizzazione alla società, ma la ristrutturazione non può ristabilire margini di profitto perché la diffusione del comando di impresa è anticipata dall’estensione dei comportamenti antagonisti dell’operaio-massa44 . Con l’estensione della relazione salariale a tutta la società, la produzione in generale non coincide più, come in Operai e capitale, con il processo di produzione immediato e viene meno la contrapposizione tra la fabbrica e la società: la società non è più il luogo della passività e della disgregazione, ma diventa il terreno privilegiato del conflitto.
La diffusione della cooperazione produttiva e l’emergenza dell’operaio sociale realizzano, secondo Negri, la tendenza verso la caduta storica della barriera del valore, anticipata da Marx nel Frammento sulle macchine. Nel testo dei Grundrisse Marx metterebbe in crisi la legge classica del valore e svolgerebbe fino in fondo la critica dell’economia politica: l’integrale socializzazione del lavoro provoca la crisi dei rapporti di scambio perché il lavoro singolo non esiste più e il denaro, che non può misurare la forza sociale del lavoro combinato, diventa funzione della riproduzione del rapporto di lavoro salariato.
Nell’ambito dell’estinzione storica della legge del valore e della sua affermazione forzosa mediante il comando politico, la compenetrazione tra struttura e sovrastruttura diviene totale, la sfera della circolazione e quella della produzione si unificano nella dimensione della riproduzione. Lo Stato diviene immediatamente sintesi della società civile, il capitale sociale diviene categoria effettuale mentre, al polo opposto, si costituisce il lavoro sociale complessivo: lo scontro prefigurato in Operai e capitale tra fabbrica e società capitalistica si ridisegna come scontro tra il lavoro sociale e lo Stato rappresentante del capitalista collettivo. Il valore di scambio, estinto economicamente, sopravvive come pura coercizione politica; il comando d’impresa, sganciato dal valore, diventa mero rapporto di forza, disegno soggettivo e arbitrario di dominio; il capitale non è più valore che si valorizza ma volontà di potere, autonomia del politico e “la critica dell’economia politica è immediatamente critica dell’amministrazione, della Costituzione, dello Stato”45 . Contro l’attendismo storicistico e contro il tentativo socialista di restaurare la legge del valore tramite la riforma dello Stato, Negri proclama l’attualità del comunismo: il rifiuto del lavoro, inversione della legge del valore, apre spazi reali per l’indipendenza operaia e innesca la transizione come processo costitutivo sul terreno dell’alternativa46 .
La caduta della barriera del valore porta in primo piano i temi dell’autovalorizzazione e della forza-invenzione. L’autovalorizzazione è la riappropriazione di ricchezza e di potere contro i meccanismi capitalistici di accumulazione e sviluppo. Se in Operai e capitale la forza-lavoro è classe già nella sfera della circolazione, Negri scopre la riproduzione della forza-lavoro come terreno di antagonismo, ambito di lotta alternativo a quello del rapporto di produzione diretto. L’estraneità alla valorizzazione capitalistica della piccola circolazione – la parte di capitale anticipato con cui l’operaio acquista i mezzi di sussistenza – fonda la possibilità di un’autonomia operaia che presuppone l’indipendenza dei bisogni e dei consumi dallo sviluppo capitalistico. Il tema della forza-invenzione è legato all’emergenza del sapere quale principale forza produttiva: nel passaggio dal Welfare al Warfare (Stato della rendita politica o Stato nucleare) tutta la forza produttiva del lavoro diventa forza-invenzione che divorzia dal capitale:
“il concetto unitario sviluppo capitalistico si rompe: da un lato lo sviluppo del capitale costante diviene uno sviluppo distruttivo, dall’altro le forze produttive debbono emanciparsi radicalmente dal rapporto di capitale”47 .
Il tema della forza-invenzione prospetta la dissoluzione del concetto di plusvalore relativo: secondo Negri, allorché il rifiuto del lavoro provoca l’affermazione del lavoro tecnico-scientifico, la produttività si separa dal plusvalore, il lavoro non si fonda più sul rapporto con il capitale ma sulla propria essenza cooperativa. Per sottolineare che l’autovalorizzazione operaia è esplosione dell’antagonismo, rottura radicale con la totalità dello sviluppo capitalistico, Negri scardina l’impianto dialettico delle categorie marxiane. In sintonia con il post-strutturalismo, che celebra il pensiero di Nietzsche come alba della contro-cultura, critica del logocentrismo, negazione di tutti i codici, l’operaismo di sinistra enfatizza la differenza contro la dialettica, considerata sinonimo di logica del dominio, integrazione forzosa delle differenze, primato dello Stato sull’irriducibile pluralità della società.
All’inizio degli anni ’80 Negri manifesta un interesse crescente per la filosofia di Deleuze,  dalla quale trae ispirazione per una rilettura di Spinoza e per la messa a punto di una concezione positiva – non più dialettica, dualistica e animata da un motore negativo – dell’autonomia operaia. In anni dominati dai temi della crisi della razionalità, della fine della modernità e del trionfo del nichilismo, la filosofia di Deleuze è interessante perché il rifiuto della logica negativa e dell’ontologia hegeliana non approda né all’ontologia heideggeriana dell’essere per la morte né ad una prospettiva deontologica. Il filosofo francese sviluppa, infatti, una logica affermativa dell’essere nel tempo; costruisce un movimento positivo della differenza, alternativo alla determinazione tramite differenza negativa; propone una concezione assoluta, non dialettica, della negazione quale distruzione che sgombra il terreno per una nuova costruzione; coniuga il concetto spinoziano di potenza, con il concetto marxiano di forza produttiva e con il concetto nietzscheano di volontà di potenza per gettare un ponte tra l’ontologia e la politica.
Nei testi di Spinoza Negri cerca un’ontologia materialista rigorosamente immanente, ove lo spessore della costruzione dell’essere non è annullato dalla temporanea rivincita di forze reattive; un’ontologia della superficie, che rifiuta fondamenti nascosti e profondi e non contempla strutture precostituite; una filosofia ontologica della prassi, che propizia la liberazione delle forze produttive dai rapporti di produzione; un antidoto alle concezioni deboli e ciniche dell’essere, che separano sostanza e potenza e prospettano un pragmatismo progettuale indifferente ad ogni contenuto48 . In Spinosa il tempo è potenza, anziché destino di deiezione; l’essere è forza produttiva ed egemonia della pienezza, anziché impossibilità e vuoto di presenza; l’etica è articolazione dei bisogni produttivi, sviluppo della vita desiderante; la ragione è organizzazione dei bisogni da parte dell’immaginazione produttiva; la società politica è risultante non dialettica di potenze singolari che, non avendo un’origine privata, non devono essere mediate ma si compongono spontaneamente in una potenza collettiva. Negando dualismi tra anima e corpo, gerarchie dell’essere e ordini presupposti all’agire, il filosofo olandese consente, secondo Negri, di individuare una moderna tradizione materialista, alternativa a quella dialettica, incentrata sui processi costitutivi del desiderio. La modernità può essere pensata come una rivoluzione incompiuta, nell’ambito della quale è sempre vissuta un’alternativa tra lo sviluppo delle forze produttive e il dominio dei rapporti capitalistici, tra la potentia della moltitudine e la potestas dello Stato, tra la vis viva e le forze dell’espropriazione. Il repubblicanesimo di Machiavelli, la democrazia assoluta della moltitudine di Spinoza e l’autogoverno dei produttori di Marx rappresentano la filosofia della potenza contro il potere, la sovversione contro la sovranità, il potere costituente che non si lascia riassorbire nel potere costituito49 .
Il confronto con l’ontologia prospettivista e costruttivista di Deleuze e la rilettura di Spinoza sono preliminari ad una rielaborazione, negli anni ’90, della teoria dell’operaio sociale che si fonda sul concetto di lavoro vivo come produzione di soggettività, potere costituente della società, autonomia produttiva dalla sfera pubblica statuale e dal comando d’impresa50 . Il lavoro vivo non ha i tratti del popolo, dell’unità coesa, bensì i tratti della moltitudine, che rifugge l’unità politica, non stringe patti, non trasferisce diritti, recalcitra all’obbedienza, non converge in una unità sintetica – la volontà generale – ma condivide il general intellect. La moltitudine è pensata come comunità non sostanziale e non rappresentabile di coloro che non si sentono a casa propria, condividono le facoltà del genere umano e fanno esodo dalle costrizioni statali. Le possibilità della defezione dipendono dall’ipotesi che l’avvento della produzione di comunicazione a mezzo di comunicazione segni l’abolizione del lavoro salariato e l’estinzione dello Stato quale monopolio della decisione politica e dell’uso legittimo della forza.
La nuova versione dell’operaio sociale presuppone le indagini sul lavoro autonomo di seconda generazione – dotato di capacità cooperative, innovative e imprenditoriali – e gli studi sul postfordismo e sulla rivoluzione informatica, che ipotizzano il passaggio ad un nuovo modello di accumulazione caratterizzato dalla flessibilità e smaterializzazione dei processi produttivi, dalla deterritorializzazione delle imprese, dall’introduzione di sistemi modulari o a rete51 . I processi di finanziarizzazione del capitale, non più governabili dalle istanze politiche nazionali, segnerebbero la crisi della forma Stato e delle istituzioni classiche della democrazia rappresentativa. Applicando lo schema del rovesciamento di Operai e capitale, Negri afferma che l’avvento della produzione postfordista è stato anticipato dalle lotte di massa che hanno rifiutato il lavoro salariato e disciplinato. Il capitalismo ha trovato la via della ristrutturazione grazie alla capacità di trasformare in risorsa produttiva comportamenti conflittuali, quali l’esodo dalla fabbrica, il disamore per il posto fisso, la familiarità con le reti comunicative. La nuova epoca del rapporto tra capitale e lavoro è caratterizzata da una mutata composizione della forza-lavoro, per cui la sostanza del lavoro è sempre più astratta, immateriale, intellettuale e la forma di lavoro più mobile e polivalente. Insieme a modelli di regolazione estesi su linee multinazionali emerge una nuova forma di sovranità, non nazionale ma imperiale, che segnerebbe la fine del colonialismo e dell’imperialismo e sarebbe stata anticipata dall’internazionalismo operaio e dal desiderio nomade dell’operaio sociale52 . Negri ripropone l’impianto monistico di Operai e capitale: il governo imperiale è una macchina vampiresca e parassitaria, dotata di un’efficacia puramente regolativa, che dispiega il potere in modo negativo. Il processo di produzione si costituisce ormai fuori dal rapporto di capitale che interviene solo ex post per esercitare funzioni di controllo. Il tempo pieno della cooperazione si oppone al tempo vuoto del comando, la produttività sociale si confronta con un deficit ontologico. Il rapporto capitalistico è sempre più simbolico e irreale, “un vuoto apparato di costrizione, un fantasma, un feticcio”53 . Il potere costituente della soggettività antagonistica, connotata dalla capacità di agire oltre la misura, non si sedimenta mai in potere costituito; la sua razionalità è definita dall’illimitatezza del suo porsi, il suo movimento è insofferente alla dialettica e alla memoria54 .
Per molti autori di formazione operaista il postfordismo è un modello che esprime la compiuta coordinazione del lavoratore collettivo e la definitiva separazione tra il lavoro produttivo e il comando d’impresa. Il lavoro parcellizzato e ripetitivo sarebbe relegato in posizione residuale e il sapere astratto, divenuto principale risorsa produttiva, corrisponderebbe alla realizzazione empirica del concetto di general intellect. Mentre per Marx, però, il general intellect è capitale fisso, capacità scientifica oggettivata nel sistema delle macchine, per i post-operaisti la distinzione tra capitale costante e capitale variabile è venuta meno: il lavoro vivo, depositario di competenze cognitive non oggettivabili nel sistema delle macchine, non è forza-lavoro attivata dal capitale, ma imprenditorialità comune, intellettualità di massa. Mentre per Marx la cooperazione capitalistica è manifestazione della legge del plusvalore, i post-operaisti ritengono che il capitale abbia perduto ogni capacità innovativa e organizzativa, il potere di cooperazione sia totalmente immanente alla forza-lavoro, la diffusione del sapere sociale e la ricomposizione degli strumenti di produzione in una soggettività collettiva abbiano reso anacronistica la proprietà privata dei mezzi di produzione.
La cooperazione sociale postfordista, abolendo il confine tra tempo di lavoro e tempo di vita, tra qualità professionali e attitudini politiche, segnerebbe la crisi delle categorie classiche della politica moderna. Quando il sapere sociale complessivo e la comune competenza linguistica divengono lo spartito del lavoro contemporaneo, il lavoro assume le attitudini proprie dell’agire politico e lo spazio della politica non è più la polis ma la vita.  A livello di realizzazione del general intellect, si verifica dunque il passaggio dalla società disciplinare alla società governamentale, dal sabotaggio alla diserzione, dal biopotere alla biopolitica.
Cristina Corradi
* Questo testo è già apparso in P. P. Poggio (a cura), L’ALTRONOVECENTO. COMUNISMO ERETICO E PENSIERO CRITICO, vol. II, IL SISTEMA E I MOVIMENTI- EUROPA 1945-1989, Fondazione L. Micheletti-Jaca Book, Milano 2011, pp. 223-247. Si ringrazia la Fondazione Micheletti e l’editore.

  1. Cfr. A. Negri, Dall’operaio massa all’operaio sociale. Intervista sull’operaismo, a cura di P. Pozzi e R. Tomassini, Verona, ombre corte 2007 (1a edizione 1979); S. Mezzadra, Operaismo voce in Enciclopedia del pensiero politico, diretta da R. Esposito e G. Galli, Roma-Bari, Laterza 2000, pp. 497-498; M. Turchetto, De “l’ouvrier masse” à l’“entrepreneurialité comune”: la trajectoire déconcertante de l’operaïsme italien, in Dictionnaire Marx contemporain, Paris, Presses Universitaires de France 2001, pp. 297-317;  G. Borio, F. Pozzi e G. Roggero (a cura di),Gli operaisti. Autobiografie di cattivi maestri, Roma, DeriveApprodi 2005.
  2. Cfr. S. Wright, L’assalto al cielo. Per una storia dell’operaismo, Roma, Edizioni Alegre 2008.
  3. Cfr. C. Preve, La classe operaia non va in paradiso: dal marxismo occidentale all’operaismo italiano, in AA. VV., Alla ricerca della produzione perduta, Bari, Dedalo 1982, pp. 63-121.
  4. M. Tronti, Operai e capitale, Torino, Einaudi 1966, p. 113.
  5. R. Panzieri, Spontaneità e organizzazione. Gli anni dei “Quaderni rossi” 1959-1964. Scritti scelti a cura di S. Merli, Pisa, BFS 1994, p. 117.
  6. Cfr. G. Trotta e F. Milana (a cura di), L’operaismo degli anni Sessanta da “Quaderni rossi” a “classe operaia”, Roma, DeriveApprodi 2008
  7. V. Dini, A proposito di Toni Negri. Note sull’operaio sociale, sul dominio e sul sabotaggio, in “Ombre rosse”, n. 24, 1978, p. 5.
  8. Cfr. A. Asor Rosa, Introduzione come quadro di problemi, in Intellettuali e classe operaia, Firenze, La Nuova Italia 1973, pp. 1-36.
  9. Cfr. S. Bologna (a cura di), La tribù delle talpe, Milano, Feltrinelli 1978.
  10. Cfr. G. Borio, F. Pozzi e G. Roggero, Futuro anteriore. Dai “Quaderni rossi” ai movimenti globali: ricchezze e limiti dell’operaismo italiano, Roma, DeriveApprodi 2002.
  11. Cfr. M. Turchetto, Ripensamento della nozione“rapporti di produzione” in Panzieri, in AA. VV., Ripensando Panzieri trent’anni dopo, Atti del convegno di Pisa del 28/29 gennaio 1994, Pisa, BFS 1995, pp. 19-26.
  12. Sulla rilevanza del contributo di Panzieri per la ridefinizione dell’identità comunista si veda l’introduzione di Paolo Ferrero a Raniero Panzieri. Un uomo di frontiera, Milano, Edizioni Punto Rosso 2005, pp. 15-40.
  13. Cfr. R. Luperini, Marxismo e intellettuali, Venezia-Padova, Marsilio 1974, pp. 85-146.
  14. Cfr. A. Macchioro, Il momento attuale. Saggi etico-politici, Padova, Il poligrafo 1991, pp. 47 sgg.
  15. Cfr. F. Fortini, Insistenze. Cinquanta scritti 1976-1984, Milano, Garzanti 1985, pp. 24-67; C. Preve, La teoria in pezzi. La dissoluzione del paradigma teorico operaista in Italia (1976-1983), Bari, Dedalo 1984.
  16. Cfr. M. Tomba, Tronti e le contraddizioni dell’operaismo, in “Erre”, n. 22, 2007, pp. 93-100.
  17. Cfr. A. Mangano, L’altra linea. Fortini Bosio Montaldi Panzieri e la nuova sinistra, Catanzaro, Pullani Editrice 1992.
  18. Alcuni saggi di Lucio Colletti, che declinano il marxismo come sociologia scientifica e si inscrivono nella ricerca di un’uscita da sinistra dalla crisi del ’56 attraverso un ritorno a Marx e Lenin, appaiono vicini alle posizioni di Panzieri (cfr. L. Colletti, Il marxismo come sociologia, apparso in “Società” nel 1959 e ripubblicato nella raccolta di saggi intitolata Ideologia e società, Bari, Laterza 1969). La distanza è però abissale sulla critica del feticismo tecnologico e del piano del capitale: Colletti è fedele ad un marxismo della contraddizione tra forze produttive e rapporti di produzione, che identifica il socialismo con la pianificazione e colloca nella sfera mercantile la genesi del valore e del lavoro alienato.
  19. R. Panzieri, Sull’uso capitalistico delle macchine nel neocapitalismo, in Spontaneità e organizzazione. Gli anni dei “Quaderni rossi” 1959-1964, op. cit., p. 25.
  20. R. Panzieri, Plusvalore e pianificazione. Appunti di lettura del Capitale, ivi, pp. 54-55.
  21. Sulla distinzione tra marxismo della contraddizione tra forze produttive e rapporti di produzione e marxismo della dissimulazione si veda R. Finelli, Alcune tesi su capitalismo, marxismo e “postmodernità”, in AA.VV., Capitalismo e conoscenza. L’astrazione del lavoro nell’età telematica, Roma, manifestolibri 1998.
  22. R. Panzieri, Plusvalore e pianificazione. Appunti di lettura del Capitale, in Spontaneità e organizzazione, op. cit., p. 69.
  23. Ivi, p. 54.
  24. R. Panzieri, Uso socialista dell’inchiesta operaia, ivi, p. 122.
  25. Gianfranco Pala individua il limite principale di Panzieri proprio nel passaggio dalla centralità della critica dell’economia politica alla centralità della critica della sociologia, la qual cosa implica un mutamento del quadro categoriale. La sociologia, infatti, si costituisce in disciplina autonoma sostituendo il concetto di proprietà con quello di gestione, il concetto di modo sociale di produzione con quello di sistema, il concetto di classe con quello di gruppo o ceto. Dalla scelta della sociologia weberiana quale oggetto privilegiato di critica discendono, secondo Pala, una torsione soggettivistica del concetto di classe e l’accoglimento del concetto di piano del capitale che trascura l’analisi marxiana della conflittualità intercapitalistica. Dalla repulsione reciproca tra i capitali, infatti, si evince “l’incapacità assoluta del capitale, per l’inadeguatezza cioè del suo concetto stesso, di estendere alla società il dispotismo di fabbrica” (G. Pala, Panzieri, Marx e la critica dell’economia politica, in AA. VV., Ripensando Panzieri trent’anni dopo, op. cit., p. 71).
  26. M. Tronti, Operai e capitale, op. cit., p. 38.
  27. Ivi, p. 37.
  28. Ivi, p. 51.
  29. Ivi, pp. 224-5.
  30. Ivi, p. 233.
  31. Ivi, p. 149.
  32. Ivi, p. 82.
  33. Cfr. V. Sbardella, Le maschere della politica: gentilismo e tradizione idealistica negli scritti di Mario Tronti, in “Unità proletaria”, n. 1-3, 1982, pp. 117-140.
  34. Cfr. M. Cacciari, Sulla genesi del pensiero negativo, in “Contropiano”, n. 1, 1969.
  35. Cfr. AA. VV., Operai e Stato, Milano, Feltrinelli 1972.
  36. Cfr. M. Tronti, Sull’autonomia del politico, Milano, Feltrinelli 1977.
  37. Cfr. M. Cacciari, Krisis. Saggio sulla crisi del pensiero negativo da Nietzsche a Wittgenstein, Milano, Feltrinelli 1976.
  38. M. Cacciari, Heidegger, noi, i Soggetti, ripubblicato in versione ampliata, con il titolo Confronto con Heidegger, in Id., Pensiero negativo e razionalizzazione, Padova, Marsilio 1977, p. 81.
  39. Cfr. M. Tronti, Operaismo e centralità operaia, in AA. VV., Operaismo e centralità operaia, a cura di F. D’Agostini, Roma Editori Riuniti 1978.
  40. M. Tronti, La politica al tramonto, Torino, Einaudi, 1998, p. 79.
  41. La categoria di operaio sociale indica un nuovo soggetto politico, altamente scolarizzato, prodotto della massificazione del lavoro intellettuale (cfr. R. Alquati, Università, formazione della forza-lavoro e terziarizzazione, in “aut aut”, n. 154, 1976).
  42. Cfr. A. Negri, Crisi dello Stato-piano. Comunismo e organizzazione rivoluzionaria (1974), in Id., I libri del rogo, Roma, Castelvecchi 1997.
  43. A. Negri, Partito operaio contro il lavoro (1974), ivi, p. 100.
  44. Cfr. A. Negri, Proletari e Stato. Per una discussione su autonomia operaia e compromesso storico (1976), ivi, p. 148 sgg.
  45. A. Negri, La forma Stato. Per la critica dell’economia politica della Costituzione, Milano, Feltrinelli 1977, p. 18.
  46. Cfr. A. Negri, Marx oltre Marx, Roma, manifestolibri 1998 (1a edizione 1979).
  47. A. Negri, Il dominio e il sabotaggio. Sul metodo marxista della trasformazione sociale (1977), in I libri del rogo, op. cit., p. 288.
  48. Cfr. A. Negri, L’anomalia selvaggia. Saggio su potere e potenza in Baruch Spinoza, Milano, Feltrinelli 1981; Id., Spinoza sovversivo, Roma, Pellicani 1992. Entrambi i saggi, insieme a “Democrazia ed eternità in Spinoza” e ad una postfazione, sono stati ripubblicati in A. Negri, Spinoza, Roma, DeriveApprodi 1998.
  49. Cfr. A. Negri, Il potere costituente. Saggio sulle alternative del moderno, Roma, manifestolibri 2002 (1a edizione 1992).
  50. Cfr. M. Hardt e A. Negri, Il lavoro di Dioniso, Roma, manifestolibri 1995.
  51. Cfr. S. Bologna e A. Fumagalli (a cura di), Il lavoro autonomo di seconda generazione. Scenari del postfordismo in Italia, Milano, Feltrinelli 1997; M. Revelli, Economia e modello sociale nel passaggio tra fordismo e toyotismo, in AA. VV., Appuntamenti di fine secolo, Roma, manifestolibri 1995; C. Marazzi, Il posto dei calzini. La svolta linguistica dell’economia e i suoi effetti sulla politica, Torino, Bollati-Boringhieri 1999.
  52. Cfr. M. Hardt e A. Negri, Impero, Milano, Rizzoli 2002.
  53. M. Hardt e A. Negri, Il lavoro di Dioniso, op. cit., p. 106.
  54. Cfr. D. Melegari, Il problema scongiurato. Note su Antonio Negri e il “partito” del general intellect, Pistoia, CRT 1998.