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domenica 26 febbraio 2017

Per il lavoro, con i tassisti contro Uber

di Alessandro Somma da Micromega 

 
Un conflitto tra il vecchio che difende i suoi privilegi, e il nuovo che avanza verso un futuro radioso: così è stata rappresentata la lotta dei tassisti contro il cosiddetto Milleproroghe, contenente norme a favore di Uber. Mai come in questo caso, però, le semplificazioni sono l’anticamera delle menzogna, in questo caso amplificata da complessi tecnicismi. È dunque opportuno chiarire i termini della questione per definire innanzi tutto l’attività svolta dai tassisti in quanto servizio pubblico. Vedremo poi chi è Uber, il tipo di servizi che offre e i danni che sta producendo ai consumatori e soprattutto ai lavoratori. Infine mostreremo come, ciò nonostante, si sia oramai consolidata un’apertura crescente verso le istanze di Uber, e come questo non mancherà di riaccendere la lotta tra i tassisti e il governo.
Servizio pubblico

Per la Costituzione italiana “l’iniziativa economica privata è libera”, e tuttavia si prevedono “programmi e controlli” per indirizzarla a “fini sociali” (art. 41). Si fonda su questo principio la disciplina del servizio taxi, che la legge quadro sul trasporto di persone, predisposta nel 1992, qualifica come “servizio non di linea”: effettuato cioè “a richiesta”, “in modo non continuativo o periodico, su itinerari e secondo orari stabiliti di volta in volta”[1]. Servizio non di linea e tuttavia servizio “pubblico”, perché deve essere garantito giorno e notte per tutto l’anno, perché i tassisti sono obbligati ad accettare le corse e a recarsi nel luogo richiesto, perché il prezzo della corsa viene stabilito dall’autorità amministrativa e calcolato con dispositivi controllati (i tassametri), e perché a tutela del cliente vi sono penetranti controlli sull’autista e il suo veicolo.

Insomma, il trasporto pubblico non di linea non funziona secondo le regole del mercato. Se così fosse i tassisti potrebbero rifiutare il cliente perché non gradito, o il tragitto perché poco remunerativo, o il lavoro in una fascia oraria scomoda. Inoltre il prezzo delle corse muterebbe in funzione della richiesta: non ci sarebbero corse con una domanda scarsa, e i costi sarebbero spropositati nei momenti di domanda particolarmente elevata. Infine non vi sarebbe garanzia alcuna sulle caratteristiche e dunque sulla sicurezza del veicolo, sulle capacità dell’autista e sull’adeguatezza delle coperture assicurative.

Proprio perché ci troviamo fuori dal libero mercato, le autorità amministrative limitano l’accesso alla professione di tassista: è una misura indispensabile a bilanciare gli oneri imposti dallo svolgimento di un servizio pubblico. Di qui il sistema delle licenze a numero chiuso, a cui si accede per concorso oppure acquistandole da un precedente titolare. E solo chi ha la licenza può contattare la clientela su strada, ovvero sostare o circolare alla ricerca di persone da trasportare.
Taxi abusivi

La legge quadro del 1992 prevede una seconda, e ultima, modalità di trasporto pubblico non di linea: il noleggio con conducente (ncc), ovvero il noleggio con autista di veicoli, solitamente di fascia alta, per il tempo e il corrispettivo concordato direttamente con il cliente.

La rilevanza pubblicistica di questo tipo di trasporto è minore rispetto a quella dei taxi, soprattutto in quanto non fornisce un servizio obbligatorio. Proprio per questo, però, gli ncc non possono contattare la loro clientela sulla pubblica via: devono stazionare nelle rimesse, dove ricevono la richiesta di servizio e dove devono fare ritorno dopo averlo completato. E nel merito non rileva il fatto che la tecnologia consente di assecondare richieste mentre si è fuori dalla rimessa: la limitazione di cui parliamo serve per riservare ai tassisti il contatto diretto con la clientela e dunque, come abbiamo detto, per bilanciare gli oneri legati all’assolvimento di un servizio pubblico.

Per rafforzare la distinzione tra taxi e ncc, nel 2008 il legislatore è intervenuto per meglio precisarla e per indicare alcune sanzioni per i taxi abusivi, e in particolare per gli ncc che contattano la clientela su strada[2].

Questo nuovo intervento è stato però considerato lesivo del principio di concorrenza[3], motivo per cui la sua efficacia è stata subito sospesa: nel frattempo si sarebbe ridefinita l’intera materia, comprese le misure di contrasto dell’abusivismo[4]. Il periodo di sospensione, però, è passato senza che nulla accadesse e non è stato più riproposto. In compenso si sono più volte fissati nuovi termini per emanare disposizioni destinate a colpire l’abusivismo, sino ad arrivare al Milleproroghe oggetto dell’attuale scontro, che lo fissa al 31 dicembre 2017. Il tutto mentre si torna a sospendere il provvedimento del 2008[5], che non cancella la legge quadro del 1992, ma che comunque agevola l’abusivismo e in particolare il dilagare di Uber.
Uber

Negli ultimi tempi lo sviluppo tecnologico ha condotto a nuove modalità di trasporto privato delle persone, e queste hanno rivoluzionato il tradizionale sistema del trasporto pubblico non di linea. Sono infatti pensate per la medesima platea di clienti, e quindi consentono di eludere la disciplina volta a reprimere gli abusi.

Protagonista assoluta in tutte queste vicende è Uber, multinazionale statunitense fondata nel 2009, attualmente presente in 70 Paesi e 520 città: dato assolutamente provvisorio perché in costante e rapida crescita. Uber ha elaborato una piattaforma informatica per mettere in comunicazione persone interessate a un servizio di trasporto, motivo per cui si presenta come un soggetto terzo rispetto ai trasportatori e ai trasportati. Il tutto per non garantire la sicurezza dei passeggeri e soprattutto per non tutelare gli autisti, che di fatto sono lavoratori dipendenti ma formalmente figurano come liberi professionisti. E questo provoca danni anche allo Stato sociale e al fisco, dal momento che Uber, attiva in Europa come società con sede ad Amsterdam, non paga contributi ed elude la disciplina fiscale.

I problemi sono sorti soprattutto con il servizio Uber-Pop, fornito da autisti privi di qualsiasi titolo, che semplicemente devono aver compiuto 21 anni di età, possedere una fedina penale pulita, una patente da almeno tre anni non sospesa di recente, oltre a un’auto a quattro porte immatricolata da non più di otto anni. Per la multinazionale si tratta di “un servizio di ride sharing e di economia collaborativa, dove l’individuo mette in condivisione il proprio bene, in questo caso l’auto, con chi ha l’esigenza di spostarsi nella città”[6]. Di diverso avviso il Tribunale di Milano, che ha inibito l’uso della piattaforma su tutto il territorio nazionale: è assimilabile a un servizio di radio taxi e dunque costituisce una pratica di concorrenza sleale[7].

E a nulla serve invocare l’economia collaborativa, che si ha solo in presenza di una “piattaforma solidale”, come quella che nel trasporto di persone si ritrova nei servizi di car pooling (come BlaBlaCar), dove si condividono i costi di un viaggio tra persone tutte direttamente interessate a compierlo. Gli autisti di Uber-Pop non hanno invece un interesse proprio a recarsi nel luogo indicato dal cliente: il servizio non ci sarebbe se non fosse retribuito. Siamo allora di fronte al “segmento low cost del trasporto pubblico non di linea”[8], che consente ai suoi clienti spostamenti a condizioni economiche particolarmente favorevoli, ottenute però in modo abusivo.

Non solo. Il prezzo della corsa viene adeguato al livello della domanda (surge pricing), come succede per l’acquisto in rete di biglietti ferroviari o aerei. Anche da questo punto di vista non regge la posizione di Uber, secondo cui la piattaforma si limita a formare un “gruppo chiuso” o community a cui prendono parte autisti e clienti interessati ad “abbattere i costi di impiego dell’auto privata” e a “ridurre l’inquinamento”. Come dicono i giudici milanesi, infatti, “ove ci sia un prezzo e questo si ponga come variabile a seconda dell’incontro fra domanda e offerta, si è in presenza di un mercato concorrenziale”.

Sin qui i problemi posti da Uber-Pop, che però non esaurisce l’offerta di Uber. C’è anche Uber-Black, un servizio fornito da autisti in possesso dell’autorizzazione ncc, che dunque non ha prezzi concorrenziali rispetto al taxi. Viene però svolto violando la disciplina del trasporto pubblico non di linea, e in particolare il divieto di contattare la clientela su strada[9]: soprattutto da quando è stato vietato l’utilizzo di Uber-Pop. Ecco perché il Milleproroghe, sospendendo la disciplina a tutela della distinzione tra servizio taxi e ncc, ha provocato la comprensibile rivolta dei tassisti. I quali sanno del resto che la piattaforma della multinazionale statunitense gestisce anche Uber-X: la versione economica di Uber-Black, che dunque insidia direttamente l’attività dei tassisti.
Dal cittadino al consumatore

Insomma, chi difende i tassisti per affermare l’idea di un mercato regolato per fini sociali, ha validi motivi per essere preoccupato. Del resto il Milleproroghe è solo l’ultimo di una lunga serie di attacchi alla disciplina del trasporto pubblico non di linea, e più in generale ai servizi tradizionalmente forniti seguendo regole diverse da quelle che governano il mercato concorrenziale. Prevale oramai l’impostazione neoliberale, quella per cui la migliore distribuzione di beni e risorse è quella assicurata dal mercato. Il compito principale dello Stato è allora garantire l’inclusione dei cittadini nel mercato: è tutelarli in quanto consumatori.

Ovviamente lo sfondo di questo schema è dato dall’Europa, la paladina del mercato pervasivo, che fallisce solo se lo Stato assume compiti ulteriori rispetto al mero presidio della concorrenza. Anche se, in materia di trasporto pubblico, invocare l’Europa è un errore, o meglio una scorrettezza: la famosa Direttiva Bolkestein, che ha liberalizzato i servizi, ha infatti escluso dal suo campo di applicazione “i servizi di trasporto, compresi i trasporti urbani e i taxi”[10].

Il primo serio tentativo di scavalcare a destra l’Europa si deve a Pierluigi Bersani, colui nel quale alcuni ripongono le speranze di rinascita di una sinistra non più prona ai diktat dei mercati. Nel 2006, da Ministro dello Sviluppo economico, ha varato un “pacchetto liberalizzazioni”[11], fortunatamente modificato rispetto i propositi iniziali: avrebbe altrimenti sensibilmente peggiorato, nel nome dei diritti dei consumatori, la posizione dei lavoratori del settore.

Questo però è niente di fronte alle posizioni che la tecnocrazia mercatista, ovvero le varie autorità poste a presidio del cosiddetto libero mercato, ha assunto dopo lo sbarco di Uber in Italia.

La multinazionale ha tentato di accreditarsi come fornitrice di un terzo tipo di servizio: quello di trasporto privato non di linea, inammissibile alla luce della disciplina in vigore. E proprio qui si inserisce l’attività dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato, sempre più insistente nel proporre il riconoscimento del trasporto privato non di linea, nel quadro di un sistema di regole capace forse di tutelare il consumatore, ma non certo di proteggere il lavoro.

Un primo intervento riguarda il disegno di legge annuale per il mercato e la concorrenza (ddl concorrenza), che il governo dovrebbe predisporre annualmente a partire dalle indicazioni fornite proprio dall’Autorità[12]. Ebbene, tra le indicazioni, nel 2014 compare l’invito a rivedere la legge quadro del 1992 in un suo aspetto qualificante: si vorrebbero “abolire gli elementi di discriminazione competitiva tra taxi e noleggio con conducente in una prospettiva di piena sostituibilità dei due servizi”. Il tutto per assecondare “le tendenze evolutive dei mercati guidate dal cambiamento tecnologico”, quindi con aperture ai servizi offerti dalla multinazionale statunitense: in particolare per la proposta di eliminare “l’obbligo di ricezione della prenotazione di trasporto per il servizio ncc presso la rimessa”[13].

Non sappiamo ancora se il legislatore accoglierà queste indicazioni. Il ddl concorrenza, dopo numerosi rinvii, verrà discusso la prossima settimana dall’aula del Senato. Speriamo non sia questa l’occasione per mettere mano alla disciplina del trasporto pubblico non di linea, promessa dal governo per mettere fine alla protesta dei tassisti contro il Milleproroghe, o che comunque ciò non avvenga nel solco della strada indicata dall’Autorità garante. Se così fosse le aspettative dei tassisti sono destinate a essere frustrate, e i conflitti con il governo a rifiorire più accesi che mai.
Consumatori contro lavoratori

Recentemente l’Autorità garante delle concorrenza e del mercato è tornata sull’applicabilità della disciplina del trasporto pubblico non di linea ai sevizi offerti da Uber[14]. Ha sostenuto fra l’altro che producono “evidenti benefici concorrenziali per i consumatori”, da amplificare mettendo in competizione i taxi e gli ncc (quindi Uber-Black), e accettando Uber-Pop come forma di “trasporto privato non di linea”.

Per l’Autorità questo tipo di trasporto deve essere valorizzato in quanto pratica di economia condivisa assimilabile al car pooling, da ammettere anche se “il servizio è reso ad un prezzo che non serve esclusivamente a coprire il costo dell’itinerario percorso”. E anche Uber-Black andrebbe favorito, almeno per aumentare la competizione tra ncc e taxi, da incentivare eliminando per il primo l’obbligo del rientro in rimessa[15].

Sembra dunque probabile che, nel ridefinire la disciplina del trasporto pubblico non di linea, il governo finirà quantomeno per riconoscere Uber-Black, e comunque per alimentare la concorrenza tra taxi e ncc. Certo, si potranno nel contempo definire standard accettabili di tutela del consumatore, oltre che apposite misure di tipo fiscale, ma difficilmente lo stesso avverrà per la tutela dei lavoratori. Questi ultimi saranno anzi ulteriormente precarizzati per effetto di una pratica utilizzata da Uber: quella per cui i passeggeri possono valutare gli autisti (cd. sistema reputazionale). Con il risultato che la loro capacità di produrre reddito, e al limite di conservare l’occupazione, dipenderà da non meglio definiti giudizi, e spesso pregiudizi, dei clienti circa la qualità del servizio ricevuto.

Insomma, la riduzione del cittadino a consumatore è l’anticamera del conflitto tra lavoratori e consumatori. Peraltro il consumatore è tale solo se ha i mezzi per esserlo, mezzi che possono derivare solo dal lavoro. E questo non è certo il caso di chi, per fare spazio al nuovo che avanza, viene precarizzato e svalutato, e in fin dei conti ridotto allo “schiavo ascetico ma produttivo” di marxiana memoria[16].

NOTE

[1] Legge 15 gennaio 1992, n. 21 (Legge quadro per il trasporto di persone mediante autoservizi pubblici non di linea).
[2] Art. 28 c. 1quater Decreto-legge 30 dicembre 2008, n. 207, convertito nella Legge 27 febbraio 2009, n. 14.
[3] V. in particolare la posizione dell’Autorità garante per la concorrenza e il mercato: Disciplina dell’attività di noleggio con conducente (Disegno di legge di conversione in legge, con modificazioni, del Decreto-legge 30 dicembre 2008, n. 207), in Bollettino settimanale, 2009, 7 (www.agcm.it/component/joomdoc/bollettini/7-09.pdf/download.html), p. 60 ss.
[4] Art. 7bis Legge 9 aprile 2009, n. 33.
[5] Art. 9 comma 3 D.L. 244/2016 – A.C. 4304.
[6] Uber e l’economia collaborativa sempre più uniti, come? Semplicemente Uber Pop, https://newsroom.uber.com/italy/uber-e-leconomia-collaborativa-sempre-piu-uniti-come-semplicemente-uberpop.
[7] Prima in via cautelare e poi in via definitiva: v. rispettivamente Trib. Milano, Sezione specializzata in materia di impresa, ordinanze del 25 maggio 2015 (www.foroitaliano.it/wp-content/uploads/2015/05/trib..pdf) e del 9 luglio 2015 (www.ilsecoloxix.it/r/IlSecoloXIXWEB/genova/allegati/Audio%2023febb/16437690s%202.pdf).
[8] V.C. Romano, Nuove tecnologie per il mitridatismo regolamentare: il caso Uber Pop, in Mercato concorenza e regole, 2015, p. 136.
[9] Cfr. E. Mostacci e A. Somma, Il caso Uber. La sharing economy nel confronto tra common law e civil law, Milano, 2016, p. 130 ss.
[10] 21. considerando Direttiva 2006/123/Ce (relativa ai servizi nel mercato interno).
[11] Decreto-legge 4 luglio 2006, n. 223, convertito nella Legge 4 agosto 2006, n. 248.
[12] Ai sensi dell’art. 47 Legge 23 luglio 2009, n. 99 (Disposizioni per lo sviluppo e l’internazionalizzazione delle imprese, nonché in materia di energia). Ad oggi è entrata in vigore una sola “legge annuale”: il Decreto-legge 24 gennaio 2012, n. 1 (Disposizioni urgenti per la concorrenza, lo sviluppo delle infrastrutture e la competitività), convertito con modificazioni nella Legge 24 marzo 2012, n. 27.
[13] Proposta di riforma concorrenziale ai fini della legge annuale per il mercato e la concorrenza anno 2014, in Bollettino settimanale, 2014, 27 (www.agcm.it/component/joomdoc/bollettini/27-14.pdf/download.html), p. 18 ss.
[14] Legge quadro per il trasporto di persone mediante autoservizi pubblici non di linea, in Bollettino settimanale, 2015, 39 (www.agcm.it/component/joomdoc/bollettini/39-15.pdf/download.html), p. 21 ss.
[15] Atto di segnalazione al Governo e al Parlamento sull’autotrasporto di persone non di linea:
taxi, noleggio con conducente e servizi tecnologici per la mobilità del 21 maggio 2015 (www.autorita-trasporti.it/wp-content/uploads/2015/06/Atto-di-segnalazione_signed.pdf).
[16] Cfr. E. Mostacci e A. Somma, Il caso Uber, cit., p. 220.

sabato 30 aprile 2016

Buon Primo Maggio

di Giorgio Cremaschi da facebook 

 
Due anime percorrono questo Primo Maggio. Una è quella di regime. Essa è ben simboleggiata dalla orribile pubblicità di Cortina, che usa Pelizza da Volpedo per chiamare alle ultime discese sui suoi costosi impianti di sci. È l'assorbimento consumistico della festa dei lavoratori, come purtroppo è già in gran parte avvenuto per l'8 marzo. Contribuiscono sicuramente a questa distruzione del senso della giornata appuntamenti come il Concertone di Roma. Questo spettacolo promosso da CGIL CISL UIL e concordato censura per censura con le autorità della Rai, ha il compito di rappresentare un momento di svago che non confligge con nessuno, men che meno con chi il lavoro lo sfrutta.
E che la parola sfruttamento sia invece quella più necessaria oggi ce lo dicono da ultimi i dati dell'INAIL, che proprio alla vigilia della festa dei lavoratori ci informano che coloro che sono rimasti uccisi sono il 16% in più rispetto all'anno scorso. 1200 sono le vittime degli omicidi per il mercato, la competitività, la precarietà, lo sfruttamento.
Chi lavora, chi riesce ad uscire dalle sabbie mobili della disoccupazione di massa dove affondano tutti i principi della democrazia, è sottomesso allo sfruttamento perché subisce il più brutale dei ricatti. O mangi sta minestra o salti dalla finestra, questa è la antichissima e brutale filosofia che regola oggi i rapporti di lavoro. E che tiene vincolati alla stessa catena i braccianti impiegati nei campi a tre euro all'ora, gli operai della Fiat costretti a turni massacranti, i dipendenti delle banche che devono vendere obbligazioni a rischio, i lavoratori dei servizi pubblici sui quali si scaricano addosso i tagli allo stato sociale. Ricatto è la parola che oggi accompagna e sostiene sempre l'altra, sfruttamento. Assieme queste due parole sono i pilastri sui quali si regge l'attuale rapporto di lavoro, spinto sempre di più alla regressione verso il Medio Evo. A questa marcia indietro del lavoro ha dato la sua spinta Matteo Renzi, con l'eliminazione dell'articolo 18 e con la continua aggressione a tutti i diritti residui delle lavoratrici e dei lavoratori, che il presidente del consiglio condanna come privilegi da abbattere. Renzi odia i sindacati, soprattutto quelli che fanno il loro dovere a difesa dei lavoratori, e ama i padroni che come Marchionne li combattono. Renzi giudica incomprensibili le lotte e le manifestazioni, che fa regolarmente bastonare dalla polizia. Renzi è capo di governo più aggressivo e reazionario verso il lavoro da molti decenni. Il Primo Maggio nel suo vero significato non può che essere prima di tutto contro Renzi e tutto ciò che fa e rappresenta.
Ecco emergere allora la seconda, la vera anima della festa delle lavoratrici e dei lavoratori: quella che nasce dalla lotta contro il potere che sfrutta. Il segnale più forte e vicino ci viene dalla Francia, dove da un mese lavoratori e studenti lottano contro la loi travail, almeno lì il Jobs act lo traducono. Il Primo Maggio in Francia sarà una giornata di manifestazioni contro Hollande e la sua legge per rendere più facili i licenziamenti. E quei cortei parleranno a noi e a tutti i lavoratori d'Europa, imbrogliati e vessati dalla Unione Europea, dall'Euro, dai sacrifici immani nel nome delle banche e della finanza. Certo rispetto a ciò che accade in Francia la caduta della mobilitazione in Italia è impressionante, ma non dobbiamo scoraggiarci. Nonostante il torpore amministrato dal potere e da Cgil Cisl Uil avremo anche noi tanti segnali di un Primo Maggio contro. Da chi farà sentire la sua rabbia per la fabbrica che chiude a chi protesterà contro i supermercati aperti. Dalle piazze ufficiali dove comunque emergeranno scontento e indignazione, alle mobilitazioni alternative. Tra cui voglio ricordare quella che si svolgerà a Napoli, a Bagnoli contro la privatizzazione di un intero territorio.
Segnali di ripresa di passione e lotta al di fuori della, e contro la, pacificazione di regime ce ne sono e saranno sempre di più. Per questo possiamo comunque augurarci un buon Primo Maggio contro.

giovedì 21 aprile 2016

Un nuovo Maggio 68



Tonino D’Orazio 

Gli ingredienti ci sono tutti, anche questa volta si parte dal lavoro e le libertà in filigrana. Di nuovo la Francia, anche come caloroso risveglio di primavera, con gli studenti di nuovo in partenariato con i lavoratori, precarizzati o da precarizzare di più, con la riforma del mercato del lavoro copiato dal Job Act renziano, da un altro se dicente socialista, Hollande. Meno con i sindacati, eccetto la CGT. Anche, allora c’ero in quelle strade parigine, le organizzazioni, scavalcate direttamente dai lavoratori si unirono poi con la CGT per la manifestazione decisiva dell’11 maggio 1968, facendo scappare a Strasburgo (cioè vicino alla frontiera tedesca) il presidente De Gaule. Con i francesi non si sa mai. In Italia i sindacati attrezzarono un autunno caldo solo nel 1969, ma diede ai lavoratori, negli anni successivi, gran parte dei diritti oggi perduti.
Oggi i francesi sembrano arrivare in ritardo, dopo il M5S in Italia, Syriza in Grecia, Podemos in Spagna e Blocco della Sinistra in Portogallo, e dopo che Occupy Wall Street sembra sia stato recuperato ufficialmente. Sembrano però aver creato l’effetto Sanders negli Stati Uniti e un ritorno dei socialisti operaisti con Jeremy Corbyn a capo del Labour in Gran Bretagna. E’ assente la Germania, non a caso, visto che la mangiatoia è piena e possono iniziare anche a battere moneta. Tutti contro il neoliberismo, il FMI, la Bce, la troika di Bruxelles e le politiche di austerità che impoveriscono molti e arricchiscono pochi. Tutti, come filo conduttore che li lega, contro l’ingiustizia sociale, lo sfruttamento e la compressione della democrazia. Tutti contro i partiti tradizionali e i risultati politico-sociali dei loro governi.
Fanno paura? Forse sì, a vedere con quale incredibile violenza i celerini hanno “accolto” i liceali andati ad incontrare i ferrovieri della stazione Saint Lazare in sciopero. Il timore è proprio quello di un vero collegamento di lotta tra studenti e lavoratori. Sono sempre “convergenze” pericolose.
Da novembre scorso e la proclamazione dello “stato d’urgenza” lo Stato della regressione sociale e del manganello si è rapidamente sviluppato. Il neoliberismo (o fascismo) padronale ne approfitta per “spezzare” qualsiasi movimento di rivendicazione sociale, facendo arrestare tutti i contestatari in nome della sicurezza, e trasferire nei tribunali, non proprio come “terroristi”, perché nessuno ci crederebbe veramente, ma quasi, e comunque persone da ritenere “pericolose”. Centinaia di liceali sono stati arrestati, “rinfrescati” e rimessi in libertà provvisoria. Altri sono ancora agli arresti. Nel frattempo sono aumentate le violenze della polizia, tanto da far protestare ufficialmente la CGT. Rimane il concetto che manganellare liceali in manifestazioni pacifiche è la dimostrazione del “timore” e della malafede dello stato. A meno di pensare a “educarli”, come diceva bene l’ex presidente Cossiga.
In realtà, più che le manifestazioni e gli scontri, che tengono accesi la lotta e l’informazione, il fenomeno “nuovo” è il ritorno all’occupazione delle piazze. A Parigi, in particolare, e carica di significati, è quella della République. Stessa piazza occupata in altre città importanti della Francia. Dove tutte le notti si radunano migliaia di persone, studenti compresi, allo slogan “Nuit debout” (notte in piedi). Ogni notte i giovani cantano, ballano e discutono sui diritti e sulla situazione economica. Vengono sgomberati al mattino dalla polizia, ma sembra più un balletto, perché tutti tornano la notte seguente. Dura da 51 giorni. Sappiatelo, perché tanto le televisioni padronali, Rai compresa, non ve lo diranno.
Cosa fanno? Discutono di tutto, anzi si organizzano in gruppi di lavoro “popolari”, con nozioni semplici e precise sui diritti inviolabili, non solo sociali, contro lo strapotere delle banche e per la ridistribuzione della ricchezza prodotta nel paese. Vogliono il rispetto dei diritti, giustizia sociale ed eguaglianza. Insomma la storia ritorna sempre con la loro bussola di Liberté, Egalité, Fraternité, (anche se rimpiazzata da: Equité, solidarité, dignité), da Place de la République a Place de la Bastille. Dove gli universitari, dopo aver bloccato alcune università di Parigi, ballano ritmicamente su “tre passi a destra, tre passi indietro, è la politica del governo”. “Abbiamo una sinistra che merita un destro!” Ma guarda! Forse i giovani iniziano a muoversi per prendere in mano il loro destino, oggi così insicuro. Quelli francesi vogliono reagire, non vogliono cedere, asettizzati, come hanno fatto la grande maggioranza dei giovani degli altri paesi del Sud Europa. Sembrano voler rilanciare lo slogan di Stephane Hessel, “Indignatevi”. Momentaneamente queste manifestazioni sono sostenute solo dalla CGT, sindacato notoriamente “comunista” e anti liberista, in nome della libertà di espressione. Sono sostenute anche dalla Lega dei Diritti Umani, che ha chiesto allo stato di intervenire approntando almeno box-wc.
Questione filosofica? E se in queste piazze si stesse fabbricando, anche se in maniera balbuziente, una concezione della politica più degna e quotidiana, lontana dalla deriva arbitraria di regimi partitici diventati pretesa unica di democrazia? Se fosse un dispositivo pratico e sicuro per rilanciare l’immaginario politico-ideale di una società, anche squisitamente europea e umanistica, che invece sta scivolando sempre più in un fango oligarchico e nelle mani di una destra fascistoide?
L’inizio di questi “assembramenti” di piazza ha coinciso con una protesta immensa contro la legge di riforma del mercato del lavoro in Francia. Spesso si pensa che fatta la manifestazione, poi, non succede mai nulla. Invece proprio dal lavoro è ripartita la discussione democratica e la continuità della lotta. Nelle piazze di tutta la Francia.
La risposta, tutta politica, del padronato francese è di stampo marchionniano: sospendere tutte le trattative di rinnovo contrattuale con i sindacati e i lavoratori. Tanto gli amici al governo regalano loro, democraticamente, le leggi per lo sfruttamento dei lavoratori nel mercato a senso unico del lavoro.

sabato 5 settembre 2015

47 morto che parla



di Tonino D'Orazio

“Nel mese di luglio il saldo occupazionale tra assunzioni e cessazioni ha registrato un più 135.417 lavoratori. Disaggregando i dati, però – sostiene il presidente Commissione Lavoro della Camera – quello che si ricava è che, per quanto riguarda il tempo indeterminato, il numero dei nuovi assunti si equivale a quello dei licenziati:137.826 a 137.779, con una differenza positiva di soli 47 lavoratori”.
 

47, morto che parla. La “grande riforma” del jobact ha partorito il decantato sviluppo del rilancio dell’Italia e dei diritti crescenti dei lavoratori. I freddi numeri non cedono il passo al sarcasmo. Non bastavano 40 contratti fasulli da supermercato del lavoro della legge Biagi, bisognava ancora precarizzare e abbattere quel poco che rimaneva dello Statuto dei Lavoratori. Infatti il risultato è un giro di cassa al ribasso del bestiale mercato del lavoro. Qualcuno, senza ironia, precisa che è solo un inizio e che bisogna aspettare per vedere i risultati. Già, aspettare. Diciamo che le 600 euro di media percepiti dai nuovi contratti (giro di cassa degli 8.000€/annui regalati dallo stato agli “imprenditori”) si cominciano ad avvicinare ai salari polacchi e a quelli degli altri paesi europei dell’est.
Aspettare che la vergognosa situazione si consolidi in modo che a nessuno, per il futuro, venga l’idea di abolire questo obbrobrio. Nemmeno l’obbrobrio già consolidato della legge Biagi nella destrutturazione, direi distruzione, del mercato del lavoro. Nessun altro paese europeo è andato così in avanti nella distruzione del tessuto lavorativo, e si vedono i loro risultati di “tenuta” ottenuti durante la crisi, pur se striminziti. Alla fine anche qui “non c’è alternativa”. Non si torna indietro. Nemmeno a colpi di referendum. I padroni al governo da almeno 20 anni non sono d’accordo, sarebbe un “regredire”.
Intanto si muore sempre di più di “lavoro”. Al saldo della disoccupazione e della nuova emigrazione. Nelle fabbriche, nell’edilizia e nelle campagne. Alla morte di una donna (italiana) stremata dalla fatica, in Puglia, si strombazza subito una nuova legge pannicello contro il caporalato. In fondo sono un po’ come i servizi privati interinali. Magari esagerano un po’ nell’occultare i cadaveri. Purtroppo sul ricatto del lavoro/fame funzionano anche meglio del jobact. Al nero vi sono 2,1 milioni di lavoratori (mancano sicuramente tanti clandestini) per 42 miliardi in retribuzioni. L’evasione è pari a 25 miliardi all’anno Chi oserebbe proibire i “servizi interinali” dopo averli istituzionalizzati per legge ed essere super utilizzati dai padroni perché ideologicamente e anche culturalmente il “privato” deve funzionare meglio e loro devono avere meno responsabilità sociali e umane possibili? In fondo i lavoratori sono diventati una vera merce di scambio (sono inseriti nel valore o nel prezzo?) che grava, difatti anche poco, sul lordo, anche del prezzo del pomodoro al chilo. Pomodoro che viene venduto ai grossisti per 8 centesimi. Pomodoro che compero a 1 euro (100 centesimi), compreso lo sconto, nel mio supermercato cooperativo “a chilometro zero”. C’è qualcosa di marcio nel mercato commerciale della nostra repubblica. Lì vi si annida un’altra forma di caporalato, ma più legale e più offerente di tasse allo stato con più passaggi IVA. Dov’è la moralità? Vi sono come sempre due pesi e due misure? C’è chi può, se porta soldi allo stato, e chi no perché non ne porta? Il lavoratore sta comunque in mezzo, nel mondo “di sotto”. Sempre più nudo, spiato da tutto quello che l’elettronica e la robotica permettono oggi. Presto le operaie dovranno mettere un intimo di pizzo per andare a lavorare o al bagno in fabbrica. Anche per gli operai probabilmente Valentino lancerà una nuova linea “Uomo”. E’ fondamentale per la ripresa economica e il rilancio dello sviluppo dell’Italia.
Intanto c’è già l’accordo padroni/sindacati per un controllo efficace dei lavoratori su droga e alcool, per il loro bene e la loro salute. Mica sulla miseria e la difficoltà di “vivere” i ritmi e le angosce attuali di lavoro, di non lavoro e di schiavitù a diritti decrescenti. Bisogna ora controllare la psiche e l’eventuale fecondità. Manca infatti una specie di “scatola nera”, un microchip sottopelle. Cosa non si farebbe per il nostro bene.
Tutto democratico però. L'impresa dovrà “informare adeguatamente" il lavoratore sulle potenzialità di controllo sia degli impianti che degli strumenti e rispettare le norme sulla privacy. Per la privacy l’importante è che ti “avviso”. “Uomo avvisato, mezzo salvato”. E’ la politica degli slogan nella saggia repubblica dei proverbi e dei luoghi comuni. Intanto per i controlli a distanza l'autorizzazione sindacale o del ministero non sarà necessaria per cellulari e tablet.
Riguardo ad “entrare” nei computer personali, un po’ come già fanno le varie forze “dell’ordine” italiane, ma anche di tutti i paesi, in nome della lotta ai terroristi e quindi per il nostro bene, c’è da domandarsi dove sia finito il garante della cosiddetta “privacy”. Un altro finto lavoro di democrazia all’italiana, visto che non conta nulla. E una ulteriore stretta e forma di controllo dei cittadini.
Rilancio degli strumenti. I lavoratori dovranno dotarsi di due cellulari, uno privato e uno al servizio della ditta, così niente benefit e localizzazione costante. Guai agli infedeli e agli amanti, incastrati nella eventuale cultura ricattatoria di un Fabrizio Corona qualsiasi e tessuto connettivo del nostro vivere sociale attuale.
Intanto hanno “semplicemente” modificato l’art. 4 del moribondo Statuto dei Lavoratori. Rimane il diritto di sciopero, da limitare, e l’esistenza del sindacato. Allucinante l’applauso alla “festa” dell’Unità di Bologna a Squinzi che lancia la prossima mossa quando parla del sindacato come “fattore di ritardo” per il Paese. O di Renzi quando deve “salvare i sindacati da se stessi” magari facendone uno unico, stile mussoliniano, per legge a colpi di voto di fiducia, o quando dice che i loro dieci milioni di iscritti “non sono italiani”. L’attacco di Boeri (stipendio: più di un milione di euro all’anno, più premio di “produttività”; dei dirigenti provinciali Inps dai 230 ai 270 mila/annui,più premio, con prosieguo di “normali” alte pensioni visto che hanno “versato”) sulle pensioni dei sindacalisti troppo elevate in rapporto ai versamenti. Ovviamente non prova a riferirsi agli autonomi e ai coltivatori diretti, se non all’assistenza sociale che in tutti i paesi d’Europa viene pagata con le tasse e non con i soldi previdenziali dei lavoratori. Oppure alle pensioni d’oro dei dirigenti d’impresa, caricati sulle spalle dei lavoratori dopo il fallimento della loro munifica cassa pensionistica conservandone i privilegi. Aspettando i medici e altre corporazioni ricche e disastrate. In verità le spalle dei lavoratori già reggono tutta la piramide sociale ed economica.
No. Sono quei sindacalisti in pensione, (qualche insignificante migliaio), che pur sempre hanno versato ciò che veniva loro richiesto dalle leggi in vigore, la nuova pietra di scandalo, giusto per alzare il polverone. Concetto immediatamente ripreso da tutti i mass media governativi e padronali. In questo modo si preannunziano (o pilotano) due cose. Una la difficoltà padronale, e la guerriglia, per i rinnovi contrattuali in scadenza per quasi 3 milioni di lavoratori, tra cui 1,6 milioni di meccanici. Due il sostegno di Renzie ai padroni per minacciare una eventuale legge di limitazione del diritto di sciopero e una di rappresentanza sindacale a danno proprio dei sindacati, con particolare riferimento alla Cgil.
I morti sul lavoro di ogni giorno non contano, oppure solo un istante, uno spot televisivo. Si apre il balletto comunque a danno dei lavoratori, sia su lavoro che, di nuovo, su pensioni. Per diminuire il valore degli aumenti salariali, legati al costo della vita, aspettiamo i dati in discesa e non credibili dell’Istat e il mea culpa governativo del Pil, che non sarà quello previsto. Se non ce lo dicono prima le strutture internazionali.
E’ sempre successo, si tratta di avere una semplice memoria normale.


domenica 30 agosto 2015

Tra Schumpeter e Keynes: l’eterodossia di Paul Marlor Sweezy

di Riccardo Bellofiore da syloslabini.info

Il dibattito di Sweezy con Schumpeter
Paul  Sweezy è stato assistente di Schumpeter. Il rapporto di amicizia e la  distanza intellettuale sono tali per cui la parola discepolo suona  stonata. Come scrisse al fratello Al, benché interessato dalle teorie  dell’economista austriaco, non se ne sentì granché influenzato. La  relazione personale fu però molto forte, quasi fosse il sostituto del  figlio mai avuto. Tra i due si svolse un memorabile dibattito, di cui è  rimasta memoria grazie al «ricordo» di Paul Samuelson su «Newsweek» il 13 aprile1970, e ai materiali resi disponibili da John Bellamy Foster sulla «Monthly Review» nel maggio 2011. Era l’inverno del 1946-47. Il Socialist  Party di Boston aveva chiesto al dipartimento di economia di Harvard di  ospitare un dibattito su capitalismo e socialismo. Schumpeter ritenne  poco appropriato che la discussione si svolgesse all’interno delle  lezioni, e suggerì senza successo che il Graduate Student Club se ne  facesse promotore. Il dibattito ebbe luogo senza sponsor, protagonisti  appunto Schumpeter e Sweezy. Dal racconto di Samuelson, più di vent’anni  dopo, traspare ancora l’eccitazione per l’evento:
“Schumpeter  era il rampollo dell’aristocrazia austriaca all’epoca di Francesco  Giuseppe. Aveva confessato di avere tre desideri: di essere il più  grande amatore a Vienna, il miglior cavallerizzo in Europa, il più  grande economista del mondo. «Sfortunatamente», aggiungeva con modestia,  «il posto che mi è stato dato [ad Harvard] non era di primo livello».…
A contendere con l’astuto Merlino stava il giovane Sir Galahad [figlio  illegittimo di Lancillotto, uno dei tre cavalieri che nel ciclo  arturiano ritrova il Sacro Graal]. Figlio di un alto dirigente della  banca J.P. Morgan, Paul Sweezy era il meglio che Exeter e Harvard  potessero produrre … e si era affermato come uno dei più promettenti  economisti della sua generazione. Annoiato della «saggezza  convenzionale» e stimolato dagli eventi della Grande Depressione [degli  anni Trenta], era divenuto uno dei pochi marxisti americani … In modo  ingiusto, gli dei avevano dotato Paul Sweezy non soltanto di un ingegno  brillante, ma anche di arguzia e bellezza. Se un fulmine si fosse  abbattuto su di lui quella notte, si sarebbe giustamente detto che lo  aveva colpito l’invidia degli dei.”
Dopo la  presentazione dei personaggi, Samuelson procede a sintetizzare lo  «scontro» attraverso le parole che attribuisce al moderatore, Wassili  Leontief. «Il paziente è il capitalismo. Entrambi gli oratori lo davano  per morente, ma le diagnosi differivano. Sweezy riteneva si trattasse di  un cancro incurabile. Schumpeter (il cui affetto andava al sistema  defunto nel 1914) attribuiva il prossimo decesso a un conflitto  nevrotico, ad un odio di sé che gli aveva fatto perdere la voglia di  vivere. Sweezy stesso sarebbe stato talismano e segno profetico di ciò».  Il giudizio unanime fu che l’economista austriaco avesse perso  l’incontro. Restio, come sempre, a presentare la propria visione e la  propria analisi, si era lanciato in una apologia degli Stati Uniti,  probabilmente per il suo usuale gusto della provocazione.
Bellamy Foster ipotizza che Schumpeter si fosse basato sul capitolo 28 della non ancora pubblicata seconda edizione di Capitalismo, Socialismo, Democrazia, dove  criticava le tesi «stagnazionistiche» che alcuni autori (il più noto è  Alvin Hansen) avevano tratto da Keynes. Bellamy Foster ha anche  pubblicato gli appunti di Sweezy. Non era l’innovazione il primum movens,  ma l’accumulazione: un processo che non tende ad autoequilibrarsi. Lo  squilibrio tra investimenti e risparmi si riproduce sistematicamente,  perché non vi è modo di adattare l’investimento ai bisogni  dell’accumulazione, o di far sì che, se gli investimenti fossero  inadeguati, i capitalisti effettuino dei consumi compensativi. Non è  dunque vero che il capitalismo «trustificato» sia in grado di generare  più stabilità e di attenuare le crisi (come sostenuto da Hilferding per  il «capitalismo organizzato»). Le ragioni della tendenza alla crisi del  capitalismo non sono sociologiche o psicologiche: sono economiche, anche  se non ha senso ricondurre il ciclo a una causa unica e uniforme.
D’altra parte, l’ombra di Schumpeter sembra distendersi su quel che dice Sweezy nel 1982, in Why Stagnation, dove pure sostiene la rinnovata importanza della tendenza alla stagnazione:
“Significa  questo che sto sostenendo che la stagnazione è divenuta uno stato di  cose permanente? Niente affatto. Alcuni – e tra questi credo sia  legitttimo includere Hansen – pensavano che la stagnazione degli anni  Trenta «fosse qui per rimanere», e che potesse essere superata soltanto  attraverso mutamenti fondamentali nella struttura delle economie  capitalistiche avanzate. L’esperienza ha dimostrato che avevano torto, e  un argomento del genere potrebbe rivelarsi falso anche oggi.”
Nella  stessa «disfida» con Schumpeter il marxista statunitense aveva iniziato  dichiarando il proprio accordo con una frase dell’antagonista nella Teoria dello sviluppo economico: «Capitalism … is by nature a form or method of economic change and not only never is but never can be stationary».
La biografia
Sweezy  è nato a New York, nel 1910, rampollo della alta borghesia degli Stati  Uniti, figlio di un vicepresidente della First National Bank. I suoi  primi scritti compaiono sull’«American Economic Review», la più  prestigiosa rivista di economia, prima ancora di aver esaurito il primo  ciclo degli studi universitari. Studia alla Philips Exeter Academy e  alla Harvard University, dove si laurea nel 1931. Nel 1932-33 va alla  London School of Economics, dove fu influenzato dal pensiero di Laski, e  dove ebbe un primo contatto col marxismo. Tornato ad Harvard nel 1939  per il dottorato, divenne assistente di Schumpeter: per lui curò, oltre  ai rapporti con gli studenti, una serie di seminari. Importante fu  quello di un gruppo molto ristretto, cui partecipavano solo 4-5 persone:  tra loro Elizabeth Boody, storica economica, futura moglie  dell’economista austriaco; e Samuelson, futuro Premio Nobel per  l’economia. Allievo di Sweezy fu pure un altro premio Nobel, Robert  Solow, che partecipò al corso sull’economia del socialismo. In una bella  intervista a Savran e Tonak, tradotta da L’ospite ingrato,  Sweezy ricorda come Solow fosse al tempo uno dei giovani economisti più  radicalmente orientati a sinistra (non si poteva dire lo stesso,  osserva, di Samuelson). Ottenuta una posizione di ruolo, continua  Sweezy, il radicalismo di Solow impallidì alquanto. Sweezy non inclina  ad alcun giudizio «moralistico». Riferendosi a Solow, ma anche a Eric  Roll, dirà:
“È, in certo modo, una sorta  di opportunismo, ma non volgare o immorale in casi come questi. Tali  sono le pressioni della società americana che, per una persona, è  estremamente difficile resistere, soprattutto se non ha un’indipendenza  economica. Dovete capire che probabilmente anch’io mi sarei comportato  nello stesso modo. Fortunatamente, non dovevo dipendere da uno stipendio  universitario.”
L’interpretazione del titolo The Economics of Socialism  era alquanto «larga», visto che Sweezy sondava il terreno della  ricostruzione delle varie tradizioni teoriche del socialismo, andando  ben oltre il marxismo in senso stretto. In quel corso, peraltro, Sweezy  si provò anche a sviluppare una trattazione accademica e rigorosa del  marxismo; a questo scopo si basò molto sulla letteratura europea, anche  di lingua tedesca, che conosceva nell’originale. Fu così che, nel tempo,  Sweezy costruì una delle sue opere più famose, quell’autentico classico  che è ancor oggi La teoria dello sviluppo capitalistico, pubblicato nella sua prima edizione nello stesso anno, il 1942, in cui Schumpeter (la cui prima opera fu La teoria dello sviluppo economico del 1911) pubblicava Capitalismo, Socialismo, Democrazia.
È  in questo arco di anni che Sweezy diviene marxista, da autodidatta. Non  si può dire sia stata una scelta saggia dal punto di vista accademico. I  suoi scritti di teoria economica standard erano accettati nelle  migliori riviste. Dopo l’articolo sull’«American Economic Review» del dicembre del 1930 (The Thinness of the Stock Market) aveva pubblicato sul «Quarterly Journal of Economics» nel 1937 (On the definition of Monopoly), e sul «Journal of Political Economy» (Demand Under Conditions of Oligopoly) nel 1939. Quest’ultimo  articolo finì rapidamente sui libri di testo, e capita di vederlo  citato anche ai nostri giorni – senza che gli studenti che sanno  qualcosa di marxismo (una rarità) sospettino che si tratta della stessa  persona. L’interesse al tema della concorrenza imperfetta è testimoniato  anche dal suo primo libro del 1938, la sua dissertazione di dottorato,  dedicata al commercio del carbone in Inghilterra (Monopoly and Competition in the English Coal Trade), edito dalla Harvard University Press.
Sono  anni in cui Sweezy è influenzato dal keynesismo, e dal dibattito sulla  presenza o meno di una tendenza alla «stagnazione». Nel 1936 era uscita  la General Theory, gli Usa erano ormai dal 1929 in quello che John Kenneth Galbraith appropriatamente definì come The Great Crash. Nel 1932 un quarto della popolazione era disoccupata. La ripresa a metà degli anni Trenta stimolata dal New Deal  si accompagnava a una vivace stagione di lotte «dal basso». Vi fu però  una grave ricaduta nella crisi nel 1937-38 quando Roosevelt, spaventato  dai disavanzi nel bilancio pubblico, tirò il freno. Dalla crisi si uscì  davvero con la Seconda guerra mondiale. Sweezy fece in quegli anni parte  di alcune agenzie del New Deal, e partecipò alla stesura di un importante rapporto del 1938, The Structure of the American Economy,  che sostenne l’opportunità di una via d’uscita «keynesiana» dalla  crisi. Intanto lavorava alla divisione analisi e ricerca dell’Office of  Strategic Services, la futura Central Intelligence Agency, curando  l’European Political Report.
Per le sue  pubblicazioni, e non solo per lo stretto rapporto di confronto  intellettuale e di amicizia con Schumpeter, Sweezy era lanciato sulla  via di una carriera accademica di successo. Nel 1942 lascia Harvard per  un paio di anni, per un viaggio di ricerca: all’epoca è titolare di un  contratto temporaneo della durata di 5 anni. Mentre è via, si apre la  prospettiva per un posto di ruolo permanente in quella università.  Schumpeter appoggia Sweezy con determinazione. Ciò non di meno il  Dipartimento di Harvard non lo vuole. Sweezy ricorderà la diffusa  leggenda di un suo «licenziamento» da Harvard, ma la smentirà. Tornato  dal suo viaggio, avrebbe avuto in teoria la possibilità di rimanere  ancora due anni. Gli venne però chiaramente fatto capire che nessuno  voleva un marxista come docente di ruolo, e perciò dopo quei due anni se  ne sarebbe dovuto andare. Decise di «non restare in mezzo al guado».
Nel  1953, nel pieno della caccia alle streghe comuniste di McCarthy, Sweezy  viene convocato e interrogato in un processo intentato dallo stato del  New Hampshire. Si rifiutò di rispondere alle domande. Viene condannato, e  si appella alla Corte Suprema, che nel 1957, gli darà ragione. La  sentenza segna una svolta, e prelude all’esaurirsi della caccia alle  streghe. All’inizio degli anni Sessanta Sweezy, insieme a Paul Baran,  scrive Monopoly Capital, pubblicato in originale nel 1966, tradotto da Einaudi. Mentre la Teoria dello sviluppo capitalistico  era una introduzione al marxismo in tutti i suoi vari aspetti – dalla  teoria del valore, alla teoria della crisi, fino all’ultima parte  dedicata alla teoria dell’imperialismo – Il capitale monopolistico  affronta il passaggio dalla fase concorrenziale del capitalismo  dell’epoca di Marx alla fase della contemporanea concorrenza fra  oligopoli. Èun saggio redatto volutamente nel linguaggio dell’economia  tradizionale, di tipo keynesiano-istituzionalista, talora addirittura  con accenti neoclassici.
Nel 1949 Sweezy  aveva fondato, con Leo Huberman, la «Monthly Review». La rivista ebbe  una edizione italiana tra il 1968-1987 grazie all’iniziativa di Enzo  Modugno, che spesso ne stilava l’editoriale per la copertina (furono in  seguito coinvolti Lisa Foa e Luciano Canfora); e fu agli inizi  distribuita nelle edicole, vendendo sino a 20.000 copie. Il primo numero  si apriva con un articolo famoso: Perché il Socialismo di Albert  Einstein. Sweezy e i collaboratori della «Monthly Review» entreranno in  relazione con molte esperienze rivoluzionarie: da Mao a Cuba (su cui  pubblicò due libri con Leo Huberman: nel 1960, Cuba: anatomia di una rivoluzione, e nel 1969 Socialismo a Cuba).  Gli anni Settanta e Ottanta sono punteggiati dai numerosi articoli in  cui Sweezy, da solo o con altri (in primis, Harry Magdoff), propone una  interpretazione della crisi capitalistica, riconducendola alla crisi da  realizzazione. Ma Sweezy va oltre e, già negli anni Settanta, formula  un’analisi della sempre maggiore finanziarizzazione del capitalismo. La  finanza «conta», sia nel suo aspetto contraddittorio sia nel suo aspetto  funzionale all’accumulazione del capitale. Su tutto questo sono  importanti le raccolte di articoli della rivista, alcune tradotte in  italiano da Editori Riuniti, come Dinamica del capitalismo americano (1970) e La fine della prosperità (1977), altre no, come Stagnation and Financial Explosion (1987) e The Irreversible Crisis (1988).
Sono  anni in cui Sweezy interviene in molti altri dibattiti. Sulle economie e  le società post-rivoluzionarie ha una polemica con Charles Bettelheim (Il socialismo irrealizzato).  Sweezy è sempre stato critico rispetto all’idea del socialismo  sovietico come incarnazione del socialismo. Non ha però aderito alla  tesi di ispirazione trockijsta secondo cui l’Unione Sovietica sarebbe  stata uno «stato operaio degenerato»; e neppure all’interpretazione di  ascendenza maoista secondo cui l’Unione Sovietica sarebbe rimasta  un’economia capitalistica. Se è vero che permangono elementi  capitalistici, si ha comunque a che fare con economie e società non più  capitalistiche, ma post-rivoluzionarie e post-capitaliste.
Il  contributo di Sweezy è stato significativo anche in altre due  discussioni. La prima si svolse negli anni Cinquanta e fu originata  dalla pubblicazione dei Problemi di storia del capitalismo di  Maurice Dobb. La posizione di Sweezy sottolineava fortemente il ruolo  del commercio nella transizione dal feudalesimo al capitalismo,  smarcandosi rispetto ad una lettura più chiusa nel mondo della  produzione. La seconda, sulla individuazione dei possibili soggetti di  un cambiamento rivoluzionario, si svolse negli anni Sessanta e Settanta.  Sweezy rimarcava la tendenziale integrazione della classe operaia dei  paesi avanzati, e riponeva le proprie speranze di un cambiamento  rivoluzionario nella «periferia» e nelle lotte di liberazione nazionale.
In quel che segue, anche per le ricadute sulla  lettura del capitalismo contemporaneo e la sua crisi, mi concentrerò  essenzialmente sulla interpretazione che dà Sweezy della teoria marxiana  del valore e della crisi, su alcuni aspetti della sua teoria del  capitalismo monopolistico, e sulla sua lettura della finanziarizzazione.  In conclusione, tratterò della riflessione di un autore molto lontano  dalle tesi della «Monthly Review», eppure significativo per intendere  bene i limiti dell’economia keynesiana e la tendenza del capitalismo  alla crisi: Paul Mattick. 
La teoria del valore
Nel  suo libro del 1942 Sweezy riprende la distinzione di Franz Petry tra  l’aspetto qualitativo e l’aspetto quantitativo nella teoria del  valore-lavoro. L’aspetto qualitativo rimanda alla tesi che i valori  sarebbero cristallizzazioni di lavoro, quali che siano i «valori di  scambio» (ovvero i rapporti di scambio proporzionali alle quantità di  lavoro direttamente e indirettamente contenute nelle merci). L’aspetto  quantitativo ha a che vedere con la «trasformazione» dei valori di  scambio in un secondo, ulteriore sistema di rapporti di scambio, i  «prezzi di produzione». Il dibattito successivo ha chiarito che Sweezy  (come Dobb e Meek) patisce una definizione di astrazione del lavoro  ridotto a generalizzazione mentale. Il discorso marxiano sui rapporti di  scambio viene riletto riconducendolo al solo momento dell’equilibrio.  Il ragionamento si articola in due approssimazioni successive, di cui i  valori di scambio costituirebbero la prima, i prezzi di produzione la  seconda.
Sweezy ha messo in circolo per primo  nella discussione accademica (e non solo) i percorso che, da Bortkiewicz  a Seton, si è impegnato in una «correzione» della trasformazione di  Marx, nel solco del simultaneismo. Il punto è che al capolinea di quella  tradizione pare proprio esservi l’inessenzialità dei valori di scambio  come punto di partenza della fissazione dei prezzi di produzione. Sraffa  può essere inteso come una implicita, ma decisa, critica di questa  impostazione. In Produzione di merci a mezzo di merci salta  infatti la determinazione dualistica dei rapporti di scambio di  equilibrio. In un primo modello, i prezzi capitalistici vengono  immediatamente fissati una volta dati la «configurazione produttiva» e  il salario reale di «sussistenza». In un secondo modello si ammette un  grado di libertà nella distribuzione, e i prezzi sono determinati una  volta definita la spartizione conflittuale del prodotto netto tra  profitti e salari. La caduta dell’aspetto quantitativo della teoria del  valore-lavoro trascinerebbe con sé l’aspetto qualitativo. Il problema è  che così salta pure la tesi che la genesi del plusvalore sia da  ricondurre al pluslavoro: una conclusione che può essere giustificata  soltanto sulla base della possibilità di istituire un confronto tra la  quantità di lavoro oggettivata dai lavoratori nelle merci prodotte e la  quantità di lavoro che torna loro in quanto contenuta nei beni salario.
Va  però detto che Sweezy, alla fine degli anni Settanta, si è smarcato con  molta forza dal marxismo «tradizionale» con cui era stato (non a torto)  identificato. La sua strada – sostiene – deve intendersi come  alternativa sia alla visione di Dobb (l’autore che aveva meglio definito  una lettura di Marx in termini di due livelli di approssimazione nella  determinazione dei prezzi di equilibrio, e che su quel fondamento aveva  suggerito una continuità non problematica tra Sraffa e l’autore del Capitale) sia a quella di Steedman, che nel suo Marx dopo Sraffa  aveva suonato la campana a morto per la teoria del valore-lavoro  sottolineando una profonda frattura tra i due autori sul terreno della  teoria dei prezzi). In una lettera a Michael Lebowitz del 30 dicembre  1973, Sweezy così giudica la posizione di Dobb:
“Il  problema con loro, e il punto di vista da cui vanno (simpateticamente)  criticati, sta nel fatto che in questa era, e oggi, non è possibile una  critica efficace del capitalismo che non sia marxista. Coloro che come  Dobb immaginano che lo sraffismo sia una specie di variante del marxismo  sono sulla strada sbagliata. Il nostro compito è (1) cercare di  riportarli sulla strada giusta, e (2) evitare che i giovani li seguano  su quella sbagliata. Insomma, stabilire il marxismo per quello che è, la critica  definitiva (il che non significa che non sia suscettibile di ulteriori  sviluppi), con il suo legame intrinseco a una posizione politica  rivoluzionaria.”
Nell’intervista già citata così si esprime Sweezy:
“Sraffa  non riteneva che ciò che stava facendo fosse qualcosa di alternativo al  marxismo, o comunque una negazione del marxismo. Dal suo punto di  vista, la sua era una critica dell’ortodossia neoclassica. Joan Robinson  ha detto in modo molto esplicito che Sraffa non abbandonò mai il  marxismo. Egli fu sempre fedele al marxismo, nel senso che aderì alla  teoria del valore-lavoro. Ma non ne scrisse mai. Fu questa una  peculiarità di Sraffa. Egli cominciò nelle vesti di critico  dell’economia marshalliana. Ricordate il suo famoso articolo degli anni  Venti. Sraffa appartenne al gruppo di Cambridge. Combatté le battaglie  ideologiche che avevano il loro centro a Cambridge. Ebbe in esse una  certa parte, ma non come marxista. La sua fu una posizione del tutto  peculiare, che tuttavia non autorizza nessuno a contrapporre Sraffa al  marxismo (come invece fa Ian Steedman). Considerare la teoria di Sraffa  una teoria completamente alternativa è, a mio giudizio, del tutto  sbagliato, e non ha nulla a che vedere con le reali intenzioni di Sraffa  né con i veri scopi dell’analisi marxista. Non riesco a vedere in  Steedman nessuna dinamica, nessuno sviluppo. Pensare che sia possibile  procedere senza una teoria del valore (inteso il termine nel suo senso  più ampio, comprensivo anche della teoria dell’accumulazione ecc.) a me  sembra totalmente fallimentare. Non va bene per nulla. E non mi sembra  che ne sia venuto fuori qualcosa. Giusto era mostrare i limiti, gli  errori, l’intima incoerenza della teoria neoclassica: questa era una  buona cosa, questo era importante. Ma pensare che su questa base sia  possibile sviluppare qualcosa che abbia attinenza con l’ambito e con le  finalità del marxismo è del tutto sbagliato.”
Una  visione «larga» della teoria del valore –– che includa al suo interno non  solo la teoria dell’accumulazione,ma anche la teoria della crisi – è  cruciale per comprendere l’itinerario e larilevanza di Sweezy, ancor  oggi. Va pure detto che la sua lettura delle intenzioni di Sraffa è oggi  confermata, ben al là di quanto potesse intuire lo stesso Sweezy, dalle  carte dell’economista italiano conservate alla Wren Library di Cambridge.  Quello che è certo è che lo stesso giudizio pubblico di Sweezy sul  neoricardismo fu di dura critica e opposizione, quando questa corrente  attaccava la teoria del valore-lavoro.
Ne  testimonia l’intervento che Sweezy pronunciò a Londra, nel novembre  1978, ad una tavola rotonda (a cui chi scrive assistette) proprio sul  libro di Steedman: il testo venne poi pubblicato nel volume collettaneo The Value Controversy.  Il punto cruciale non sta tanto nel fatto che Sweezy contestasse alla  radice l’idea che non esisterebbe un «ponte» tra la dimensione  (essenziale) del valore e la dimensione (fenomenica) del prezzo. Non sta  neppure nell’argomento, da lui stesso avanzato, che l’analisi in  termini di valore non viene smentita da quella in termini di prezzo. La  novità sta nell’autocritica di Sweezy. Se è possibile analizzare la  realtà fenomenica esclusivamente in termini di prezzo, si chiede, che  senso ha preoccuparsi dei valori come «essenze»? Non è in realtà affatto  vero, sostiene, che sia possibile analizzare la realtà capitalistica in  termini esclusivamente di prezzo: è vero piuttosto che, una volta  sviluppata l’analisi in termini di valore, è possibile raggiungere i  medesimi risultati con l’analisi in termini di prezzo. La ragione sta in  ciò: che il centro di gravità dell’analisi marxiana è il saggio di  plusvalore. È un punto che non aveva compreso scrivendo la Teoria dello sviluppo capitalistico:  per questo le sezioni quinta e sesta del capitolo sul problema della  trasformazione, benché non sbagliate in sé, non toccano il cuore della  questione, cioè il ruolo chiave del saggio del plusvalore della teoria  marxiana del capitalismo.
La teoria della crisi
Vale  a questo punto la pena di procedere ad analizzare la lettura che Sweezy  dà nel 1942 della teoria della crisi. Si trovano ne La teoria dello sviluppo capitalistico  alcune utili distinzioni che hanno orientato non poco i dibattiti  successivi, tra la crisi dovuta alla caduta tendenziale del saggio di  profitto, la crisi indotta dalle sproporzioni intersettoriali, e la  crisi dovuta al sottoconsumo. Per quel che riguarda la caduta  tendenziale del saggio del profitto, l’argomento di Marx è che il  mutamento dei metodi di produzione darebbe luogo ad un aumento della  composizione organica del capitale che eccede percentualmente  l’incremento del saggio di plusvalore. L’aumento del rapporto tra  capitale costante e capitale variabile ha un’influenza negativa sul  saggio del profitto, mentre l’aumento del rapporto tra plusvalore e  capitale variabile, che anch’esso consegue al progresso tecnico, produce  all’opposto un effetto positivo sul saggio del profitto. Secondo Marx  il primo effetto è più forte del secondo, e dunque il saggio del  profitto non può che flettere lungo il tempo. Sweezy, come Joan  Robinson, è scettico, in quanto ritiene che le controtendenze, e in  particolare l’aumento del saggio di plusvalore, più che compensano  l’aumento della composizione del capitale.
Per  quel che riguarda la crisi da realizzazione, Sweezy la legge sulla  scorta del Kautsky del 1905. Il profitto è prevalentemente investito, il  salario integralmente consumato. La natura sempre più diseguale della  distribuzione fa sì che la quota del consumo divenga relativamente  sempre più bassa in rapporto al valore prodotto. La «realizzazione» del  plusvalore richiede progressivamente quote crescenti di domanda di  investimenti. Per quel che riguarda la crisi da sproporzioni, essa è  facilmente deducibile dagli «schemi di riproduzione» del secondo libro  del Capitale. Tanto la composizione dell’offerta quanto la  composizione della domanda sono legate ai rapporti quantitativi che si  stabiliscono nei vari rami di produzione. La struttura dell’offerta  delle diverse industrie dipende dal livello raggiunto dalle branche  produttive nel capitale totale; mentre quella della domanda dipende  dalla ripartizione del capitale costante e del capitale variabile  all’interno delle industrie. Gli schemi consentono di derivare le  condizioni di equilibrio, ovvero i rapporti che garantiscono la  compatibilità tra composizione dell’offerta e composizione della domanda  a livello di sistema. Il verificarsi effettuale di tali condizioni  dipende dall’operare del meccanismo dei prezzi in concorrenza,cioè dal  coordinamento ex post tramite il mercato.
Si può, come ha fatto Claudio Napoleoni nella sua importante Introduzione  alla riedizionei taliana (parziale) del 1970, contestare a Sweezy una  troppo rigida separazione della crisi da sproporzioni dal  «sottoconsumo», sino a farne due cause distinte di crisi. Nell’un caso,  la crisi da realizzo deriverebbe dal generalizzarsi degli squilibri  settoriali a causa dell’instaurarsi di una reazione a catena di tipo  demoltiplicativo. Nell’altro caso, avremmo immediatamente una classica  crisi da insufficienza di domanda effettiva. Secondo Napoleoni, al  contrario, abbiamo a che fare con due «concause» della crisi. L’elemento  di fondo sta nella incapacità del sistema dei prezzi di rendere  compatibili le scelte delle imprese individuali in condizioni di mercato  «anarchico». Quando, come è prima o poi inevitabile, il «caso»  fortunato in cui le condizioni di equilibrio dettate dagli schemi non si  realizzasse, i movimenti dei prezzi sul mercato dovrebbero correre in  soccorso, orientando gli investimenti delle imprese. D’altronde, vista  l’insufficienza radicale e costitutiva del coordinamento ex post  tramite i prezzi, quell’orientamento può essere efficace soltanto se la  quota dei consumi non scende troppo. Inquesto senso, allora,  sottoconsumo e sproporzioni sarebbero come le due lame di un’unica  forbice. Il sottoconsumo può determinare la crisi per i limiti del  coordinamento ex post del mercato tramite i prezzi, mentre  l’anarchia della concorrenza è fattore di crisi se il consumo non  orienta da presso l’investimento. Un aspetto rimanda all’altro, e i due  si completano a vicenda.
La lettura della crisi  capitalistica come indotta da una insufficienza di domanda effettiva,  per un eccessivo incremento del saggio di plusvalore – eccessivo in  quanto determina una tendenza alla stagnazione per carenza di sbocchi – è  una delle componenti essenziali che regge la lettura di Sweezy del  Grande Crollo, della crisi degli anni Settanta, degli sviluppi  successivi. Qui siamo anche evidentemente vicini ai temi che Baran e  Sweezy affrontano, con altro linguaggio e categorie, nel Capitale monopolistico.
Un  limite del libro del 1942, visto retrospettivamente, è che viene  trascurata l’analisi delle trasformazioni e dei conflitti nei processi  capitalistici di lavoro. È però nel gruppo della «Monthly Review» che  Harry Braverman prepara (e pubblica nel 1974) il volume sulla  «degradazione del lavoro» nel taylorismo e fordismo, proprio quando  Sweezy e Baran stanno pubblicando gli studi sul capitale monopolistico. Lavoro e capitale monopolistico,  tradotto in Italia da Einaudi, è, dopo più di un secolo, il primo libro  che torna ai temi che percorrono gran parte del primo libro del Capitale.  Una qualità di Sweezy, del tutto evidente, è quella di non lavorare mai  da solo, di avvalersi sempre di «alleati»che completino il proprio  lavoro di ricerca. Braverman significò anche il rapporto con gli operai,  con il mondo del lavoro – nella intervista che ho richiamato  Sweezy afferma che è un peccato che Braverman sia morto così presto, in  quanto rappresentava il contatto stabile e il dialogo con esperienze di  lavoro e sindacali.
Il capitale monopolistico
Secondo  Baran e Sweezy, il capitale monopolistico accentua le difficoltà che il  capitale incontra sul terreno della realizzazione del plusvalore. Si  badi, ciò non ha affatto a che vedere con una presunta superiorità del  capitalismo di libera concorrenza sul capitalismo monopolistico quale  «macchina» per la crescita. Sweezy è troppo buon conoscitore, oltre che  amico, di Schumpeter per cadere in una visione del ristagno ingenua come  questa. Il suo obiettivo, con Baran, è semmai l’opposto. Primo,  mostrare come le potenzialità di crescita vengano incredibilmente  sviluppate dalla mutazione monopolistica del capitalismo. Secondo, far  vedere come ciò dia luogo ad un aggravamento dei problemi che il  capitale incontra sul terreno della domanda effettiva, ovvero la  difficoltà di trovare sbocchi adeguati a consentire lo smercio dei  prodotti a prezzi tali da coprire i costi e il profitto: far vedere,  dunque, come si instauri e aggravi una tendenza alla stagnazione. Terzo,  chiarire come tale tendenza, invece di inverarsi immediatamente, sia  stata efficacemente ma perversamente controbattuta dall’evoluzione  concreta del capitalismo stesso, senza rimuovere la deriva verso una  crisi immanente che rivelerebbe l’irrazionalità e lo spreco tipici del  capitalismo monopolistico, ma per il momento solo spostandola in avanti.  Il perno di questa costruzione teorica e interpretativa è la  sostituzione alla caduta tendenziale del saggio di profitto marxiana di  una tendenza all’aumento del surplus, o «sovrappiù».
Cosa  sia il «capitale monopolistico» è presto detto: è quella fase dello  sviluppo capitalistico in cui dominano quelle imprese che, viste le loro  dimensioni, possono determinare i prezzi di ciò che vendono e di ciò  che acquistano. Si tratta di una fase che ha inizio a fine Ottocento per  i fenomeni di concentrazione, fusione e assorbimento determinati dalla  dinamica stessa della «libera» concorrenza (una concorrenza che passa in  modo essenziale per la via della riduzione dei prezzi), e che finiscono  con il rendere centrale il grado di monopolio e la battaglia per la  ‘qualità’ nell’analisi del meccanismo dello sviluppo. Senza che ciò  significhi – si badi – la scomparsa della concorrenza in quanto tale,  visto che la concorrenza è implicita nella natura privatistica del  capitale. Siamo piuttosto in presenza di un mutamento della forma della  concorrenza, non di una tendenza all’autopianificazione del capitale. È  una competizione che si esplica con l’abbassamento dei costi unitari per  il tramite del progresso tecnico e organizzativo, la pubblicità, etutti  quegli strumenti che possono contrastare una entrata nel mercato di  altre imprese o che riescono a indurre il consumo verso certe direzioni e  non altre.
È una posizione che si distacca dalle  analisi del «capitalismo manageriale» alla Berle e Means fondate su una  scissione tra proprietà e gestione economica delle imprese. Secondo  Berle e Means l’impresa monopolistica sarebbe ormai diretta da manager  indipendenti dai proprietari (tanto i grandi quanto piccoli azionisti), e  non sarebbe più orientata alla massimizzazione del profitto ma semmai  alla riduzione dei costi, all’allargamento delle vendite, al  miglioramento della qualità, allo sviluppo dell’impresa. Baran e Sweezy  obiettano che i manager appartengono allo strato superiore dei  proprietari, per questo il divorzio tra gestione e proprietà non si dà.  Si è prodotta, piuttosto, una differenziazione all’interno della  proprietà. La pura proprietà delle imprese da parte degli azionisti, in  quanto tale, benché quantitativamente estesa, conta qualitativamente  poco. Dentro la, e non fuori dalla, proprietà vi sono dei capitalisti  «attivi» alla Marx, che svolgono una funzione di controllo. Stabilito  questo punto, gli autori ne deducono che, quali che siano gli scopi  particolari che i manager si propongono di ottenere nel dirigere i  capitali che hanno sotto controllo, questi scopi particolari si trovano  tutti all’interno di quello scopo fondamentale che resta la  massimizzazione del saggio del profitto. La massimizzazione del profitto  può però essere condotta in un periodo più disteso di tempo di quanto  non fosse nel capitalismo di libera concorrenza. Può anche verificarsi  un conflitto sulla politica dei dividendi, ma sempre all’interno di quel  fine unico e dominante.
Una rilettura del libro  del 1966 dovrebbe integrarne le tesi con le elaborazioni di Sylos Labini  e di Kalecki – è un punto su cui insiste, e a ragione, Joseph Halevi in  un dibattito su Sweezy pubblicato da L’ospite ingrato. In Oligopolio e progresso tecnico Sylos  Labini esce da quella visione statica dell’oligopolio di cui è ancora  in qualche misura prigioniero il libro di Baran e Sweezy, e propone una  visione dinamica che può essere posta in relazione con il problema della  realizzazione in Marx e il principio della domanda effettiva in Keynes.  Di ciò gli autori delCapitale monopolistico divennero coscienti,  e infatti molto apprezzarono il contributo dell’economista italiano  quando ne vennero a conoscenza. Per quel che riguarda Kalecki, è  cruciale la tesi che i profitti sono determinati dalla spesa.
Non  estenderei però questo argomento, come fanno i kaleckiani, sino a  costruire il mito che sia possibile un capitalismo «trainato dai  salari». La spesa che conta, la domanda che traina, nel capitalismo è  quella autonoma: dei capitalisti stessi (per investimento o consumo), o  le esportazioni nette, o le «esportazioni interne» (così Kalecki  denominò la spesa pubblica in disavanzo finanziata monetariamente).  Senz’altro, una migliore distribuzione del reddito, aumentando il monte  salari, marxianamente aumenta le vendite del settore che produce beni di  consumo, e keynesianamente aumenta il «moltiplicatore» della domanda  autonoma. Il reddito cresce, e così la domanda, e gli stessi  investimenti (vista la elevata utilizzazione della capacità produttiva)  vengono spinti verso l’alto, una sorta di «acceleratore», in un circolo  «virtuoso». Non è però possibile rinvenire qui una locomotiva dello  sviluppo, la spinta decisiva per una lunga fase dello sviluppo  capitalistico, ma solo la spiegazione di particolari momenti del ciclo  capitalistico, per di più spesso su base puramente «locale», una  esperienza nazionale. Quella di una wage-led accumulation è una  illusione in cui Baran e Sweezy non mi pare siano mai caduti. Non si  tratta semplicemente di un ostacolo «politico»: ha a che vedere con la  «relazione di capitale», con il rapporto sociale di produzione.
Dobbiamo  aggiungere una cautela, che segnala un problema aperto. Abbiamo detto  che la strategia di investimento delle imprese dipende dalla capacità  produttiva inutilizzata, la quale a sua volta dipende dalla domanda  effettiva. È però sempre più vero nel capitalismo contemporaneo che lo  stesso investimento dei global player tende coscientemente a  creare capacità produttiva inutilizzata, come forma di concorrenza  «aggressiva» nei confronti dei concorrenti. Vale anche la pena di fare  un rapido cenno ad un aspetto significativo dell’analisi di Baran e  Sweezy, la loro visione dell’imperialismo (poi sviluppata da Harry  Magdoff). Per la Monthly Review l’imperialismo non ha tanto a che  vedere, come per la Luxemburg, con la caccia ai nuovi mercati (che il  capitalismo del centro nel Novecento ha peraltro saputo procurarsi da  sé); e neppure, come in Lenin, con capitali in eccesso che vengono  esportati e creano poi, come conseguenza, sbocchi per le esportazioni di  merci (anche qui, va detto, il capitalismo del centro nel Novecento ha  assorbito capitali più di quanti ne siano defluiti all’esterno).  L’imperialismo per i nostri autori ha semmai a che fare con la difesa  della propria quota di mercato da parte delle multinazionali, e con gli  interessi del blocco militare-industriale.
“Il capitale monopolistico” e la teoria del valore-lavoro
Il capitale monopolistico  fu molto contestato dai marxisti ortodossi. Al cuore di queste critiche  era la tesi che, visto che nel capitalismo della concorrenza tra  oligopoli questi ultimi hanno un potere di mercato sui prezzi, ciò  determinerebbe una tendenza del surplus ad aumentare. Il punto fu letto  un po’da tutti come un rigetto della teoria marxiana del valore e della  crisi. Vi erano, per così dire, delle prove indiziarie a conferma.  Innanzi tutto, lo stile del libro, che volutamente si teneva distante da  un apparato categoriale troppo esplicitamente legato al marxismo, e che  per essere letto dalle nuove generazioni era anzi declinato su un  linguaggio keynesiano o persino neoclassico. Era poi detto a chiare  lettere che gli autori preferivano il concetto di ‘sovrappiù’ come caratterizzato da Baran nel suo Il «surplus» economico –  e cioè come la differenza tra la produzione sociale totale e i costi  sociali necessari ad ottenerlo: questi ultimi essendo definiti in modo  da escludere il lavoro che non avrebbe avuto luogo in un ordine sociale  razionale non capitalistico – alla categoria marxiana di plusvalore:
“È vero che Marx dimostra – in alcuni passi del Capitale e delle Teorie del plusvalore  – che il plusvalore comprende [oltre a profitti, interessi e rendita]  anche altri elementi come le entrate dello stato e della chiesa, le  spese per trasformare le merci in moneta, e i salari dei lavoratori  improduttivi. In generale, tuttavia, Marx considerava questi elementi  come fattori secondari e li escludeva dal suo schema teorico  fondamentale. Noi sosteniamo che nel capitalismo monopolistico questa  impostazione non è più giustificata e speriamo che un cambiamento nella  terminologia contribuirà al necessario mutamento nella posizione  teorica” (p. 10-11).
Sicuramente  giocava anche la volontà di distaccarsi nella maniera più nitida  possibile dalla caduta tendenziale del saggio di profitto da aumento  della composizione di capitale, a favore di una determinazione del  plusvalore dal lato della domanda nelle nuove condizioni di un  capitalismo non più di libera concorrenza: senza però che questo  capitalismo sempre più «organizzato» fosse in grado di emanciparsi dalla  tendenza alla crisi, che veniva semmai accentuata, andando così contro  le tesi di Hilferding.
Anche in questa circostanza, a  distanza di vent’anni, nella intervista che abbiamo citato Sweezy torna  con note autocritiche sulla questione, e osserva: «Forse è stato un  errore». Con Baran avevano progettato un paio di altri capitoli per  spiegare i rapporti tra illoro impianto concettuale e la teoria marxiana  del valore: capitoli rimasti allo stadio di manoscritto alla morte di  Baran. E nell’introduzione alla ristampa dell’edizione greca lamenta le  incomprensioni rispetto alle loro intenzioni, e chiarisce che quella che  era stata presa come una constatazione ovvia, cioè il loro abbandono  della teoria del valore e del plusvalore di Marx, era del tutto falso.  Con Baran avevano inteso partire da quella teoria per procedere oltre:  anche qui scrive, «vedo ora che fu un errore» non averlo chiarito.  Avrebbero dovuto cominciare da una esposizione della teoria del valore  come si dà nel primo libro del Capitale, facendo seguire in prima  battuta la trasformazione dei valori in prezzi di produzione come  svolta da Marx nel libro terzo, e poi in seconda battuta il tema solo  accennato (per ovvie ragioni storiche) da Marx della trasformazione dei  valori, o dei prezzi di produzione, in prezzi di monopolio nello stadio  monopolistico del capitalismo: «in nessun momento Baran o io abbiamo  rigettato,esplicitamente o implicitamente, le teorie del valore e  plusvalore, ma abbiamo tentato soltanto di analizzare le modifiche che  si devono tenere in conto come conseguenza della concencentrazione e  centralizzazione del capitale».
Il punto è che, come  osserva Sweezy altrove, questa seconda trasformazione ha conseguenze più  significative della prima – una osservazione che mi pare alluda proprio  alla legge dell’aumento tendenziale del surplus. Queste  considerazioni di Sweezy hanno il limite di risultare in larga misura  implicite. A volte i due sembrano ragionare su un semplice paragone tra  il capitalismo degli oligopoli e il capitalismo della libera  concorrenza, sostenendo che il surplus nel primo sarebbe  superiore. In altri casi, in modo più significativo,affermano che la  determinazione non concorrenziale dei prezzi consente di far emergere un  sovrappiù più elevato di quel che deriva dalla mera dinamica del  processo immediato di valorizzazione. È possibile oggi seguire meglio il  discorso dei due autori perché nel numero di luglio-agosto 2012 della  «Monthly Review» è stato pubblicato un testo che Baran (soprattutto) e  Sweezy avevano redatto sulle «implicazioni teoriche» del Capitale monopolistico,  con un prezioso commento di John Bellamy Foster. Un punto importante è  la teorizzazione del salario: non più vincolato alla sussistenza, esso è  (come in Sraffa) variabile e in esso si nasconde parte del surplus.  Il capitale monopolistico può incrementare il sovrappiù non soltanto a  spese del capitale competitivo ma anche a spese dello stesso salario. La  quota del salario che include il sovrappiù non è tanto dovuta al  conflitto sociale, ma al fatto che tramite il salario trova sbocco e  assorbimento la stessa spesa «improduttiva»: si ha qui una acquisizione  di valori d’uso a cui non corrisponde un miglioramento qualitativo della  condizione dei lavoratori. Ciò apre in ogni caso la strada ad ottenere  profitto per «deduzione» dal salario, rallentando la crescita del valore  della forza-lavoro rispetto a quella che si sarebbe altrimenti avuta.
Sono  a questo proposito di grande interesse, ancora una volta, le  considerazioni avanzate da Claudio Napoleoni. In questo caso il  riferimento è ad alcune lezioni inedite dei primissimi anni Settanta. La  difficoltà di leggere il Capitale monopolistico come coerente con la marxiana teoria del valore/plusvalore può essere esposta nei termini seguenti. Nel libro terzo del Capitale  Marx sostiene che monopoli naturali o artificiali rendono possibile un  prezzo di monopolio superiore al prezzo di produzione e al valore delle  merci. Marx ritiene però che il modo di determinazione dei prezzi non  possa influire sulla formazione del valore e del plusvalore: incide  soltanto sulla distribuzione del plusvalore tra i vari capitali. Il  prezzo di monopolio consente semplicemente di appropriarsi di una parte  del profitto delle altre imprese, invece di spalmarlo uniformemente tra  tutte. L’unica altra possibilità è che l’extra plusvalore sia l’esito di  una redistribuzione dal salario al profitto. La forma di mercato  interviene quando si deve stabilire come il plusvalore si divide tra i  molti capitali o tra le classi.
Non è difficile,  sostiene Napoleoni, riformulare la tesi di Baran e Sweezy di una  crescita tendenziale del sovrappiù in modo da renderla compatibile con  la teoria marxiana del (plus)valore-lavoro. È vero che il capitale  monopolistico non può produrre plusvalore in eccesso alla situazione di  libera concorrenza, se gli altri fattori rimangono invariati. Vi sono  però due processi a cui accennano i due marxisti americani che possono  essere chiamati in soccorso. Il primo processo ha a che vedere con  l’andamento nel tempo della forza produttiva del lavoro  all’interno del capitalismo monopolistico. Qualora si potesse sostenere  che la forza produttiva tende a crescere nel mondo del capitale  monopolistico più di quanto non avverrebbe in libera concorrenza, per  esempio attraverso l’adozione di una tecnologia migliore, la supposta  contraddizione con la teoria marxiana del (plus)valore svanirebbe. E ciò  non soltanto è congruente con il rigetto da parte dei due autori di  ogni critica «romantica» alle forme imperfette della concorrenza,  secondo cui il monopolio comporterebbe l’arretratezza, ma è coerente con  il rapporto intellettuale di Sweezy con Schumpeter, pur nella reciproca  distanza.
Il secondo processo ha a che vedere con il  salario. Il caso di Marx è quello in cui il capitalista che gode di una  posizione oligopolistica è in grado di aumentare i propri salari  trasferendo il maggiore costo del lavoro sui propri prezzi. L’aumento  del salario delle imprese oligopolistiche spinge ad un aumento del  salario delle altre imprese, che vedono così una diminuzione del proprio  profitto. Può però considerarsi anche un altro meccanismo. L’aumento  delle dimensioni di impresa dà luogo ad un abbattimento dei costi  unitari, e consente di adottare nuove tecnologie e nuovi metodi di  organizzazione del lavoro, il che fa crescere la forza produttiva del  lavoro. Se a questo punto il salario reale e l’intensità capitalistica  crescono nella stessa proporzione, il saggio del profitto non muta. Il  salario reale può essere spinto verso l’alto dalla forza sindacale, sino  ad eccedere gli incrementi di produttività; ma nel capitale  monopolistico i prezzi sono «fatti»dalle imprese. Il possibile conflitto  salariale potrebbe a questo punto essere «accomodato» dall’autorità  monetaria, la quale favorisce quella risposta inflazionistica da parte  delle imprese che è consentita dalla particolare struttura di mercato,  permettendo loro di difendere, o persino ampliare, i margini di  profitto.
Mentre in una situazione di libera  concorrenza il salario reale segue da vicino i movimenti del salario  monetario, le cose stanno diversamente in condizioni di monopolio. Ora  l’incremento della forza produttiva si porta dietro una crescita del  salario monetario che però può essere (più che) eroso dai prezzi.  L’aumento tendenziale del plusvalore che ne discende può essere tanto  più rilevante quanto più, nel capitalismo contemporaneo, il salario  dipende dal conflitto tra le classi sociali, e non da una sussistenza  data. Il problema di trovare uno sbocco al surplus si pone a questo  punto in termini sempre più gravi. Se la domanda per investimenti e  consumi dei capitalisti non è sufficiente ad assorbire il surplus, si  apre un vuoto di domanda, che, se non è colmato per altre vie, rende  soltanto potenziali e non reali i maggiori profitti insiti  nell’accrescimento del sovrappiù.
La difficoltà  di realizzo può essere risolta secondo modi «esterni» o «interni».  Limitandoci a ricordare per il primo versante i già accennati filoni  leniniano e luxemburghiano, concentriamoci sui secondi. Tra i modi  «interni» vi sono i seguenti: spese per pubblicità; formazione di ceti  che siano «puri» consumatori improduttivi; ampliamento delle burocrazie  pubbliche e private; intermediazione commerciale pletorica, espansione  della borghesia finanziario-speculativa. Di qui si origina una domanda  di consumo che, se ha come sorgente ultima il plusvalore, viene  immediatamente da ceti alleati al capitale che si sono appropriati di  parte del profitto lordo. Va anche considerata la spesa pubblica,  finanziata in disavanzo, quando dà luogo alla produzione di valori d’uso  che non rientrano nella riproduzione del capitale. Svolge qui un ruolo  centrale la spesa militare. Commenta Napoleoni nella voce «Capitale» della Enciclopedia Europea Garzanti:
“L’esempio di  queste pratiche configura un capitalismo che è aggressivo verso  l’esterno, e che ha rilevanti elementi di «improduttività» all’interno,  dove la «produttività» è determinata secondo i criteri del capitalismo  stesso, e dove, d’altra parte, il termine di riferimento è costituito  dalle potenzialità implicite nello stesso capitale monopolistico, e non  dai risultati conseguiti dal capitalismo concorrenziale, che aveva una  dinamica certamente meno accentuata. Il capitale monopolistico, che pure  ha modificato sostanzialmente il classico andamento ciclico del primo  capitalismo, è dunque soggetto ad una particolare instabilità, dovuta  alla compresenza della tendenza inflazionistica derivante dalla  possibilità di amministrare i prezzi, e di quella deflazionistica,  derivante dalla difficoltà di realizzazione.”
Nello sviluppo che Napoleoni propone delle tesi del Capitale monopolistico  il punto di vista è integralmente immanente, in contrasto con le  interpretazioni più consuete del libro di Baran e Sweezy. La sua lettura  del capitalismo monopolistico viene prolungata in una interpretazione  della crisi degli anni Settanta dove la variabile chiave è un aumento  del salario relativo (cioè, relativamente al plusvalore) come reazione  all’aumento dello sfruttamento. Secondo Napoleoni, il capitalismo  monopolistico è sfuggito ad una nuova grande crisi da realizzo mediante  l’espansione di un’area di «rendita» (che Baran e Sweezy avrebbero  definito «spreco») la quale, se ha reso la massa del profitto  appropriato dalle imprese minore di quella potenziale, ne ha però  garantito gli sbocchi di mercato. Nel nuovo contesto, un più alto  salario, aggiungendosi alla rendita, potrebbe comprimere il profitto  effettivo. Qualora l’inflazione come meccanismo di recupero del profitto  si rivelasse un’arma spuntata, incapace di moderare l’aumento delle  retribuzioni reali, il salario come costo si andrebbe ad aggiungere al  prelievo costituito dalla rendita: la caduta del profitto si  confermerebbe, determinando una crisi strutturale del rapporto  capitalistico. Se invece l’arma dell’inflazione si rivelasse efficace,  potrebbe avvenire che gli stessi ceti improduttivi diventino la  principale sorgente d’inflazione, determinando così per altra via una  compressione del profitto e la crisi capitalistica. La pressione dal  salario e dalla rendita potrebbe in teoria darsi congiuntamente.
Una  riflessione del genere non la si trova in Baran e Sweezy, ma è a mio  parere importante per intendere appieno la nuova grande crisi  capitalistica che mette fine al cosiddetto «fordismo». Negli anni  Sessanta e Settanta il gruppo della «Monthly Review» giudicava la classe  operaia «centrale» integrata, e scommettevano sui movimenti alla  «periferia». Napoleoni era al contrario convinto che alla fine degli  anni Sessanta e neiprimi anni Settanta si fosse data una acutizzazione  del conflitto di classe nel«centro» stesso del capitalismo. La posizione  di Sweezy potrebbe a prima vista essere assimilata a quella espressa da  Kalecki in un articolo sulla «riforma fondamentale» del capitalismo  scritto con Tadeusz Kowalik. Quella di Napoleoni potrebbe invece  sembrare in continuità con il Kalecki del 1943-44, che negava la  possibilità di un capitalismo di piena occupazione e alti salari come  situazione permanente. Una realtà del genere avrebbe eroso le basi del  dispotismo capitalistico nei luoghi di produzione. I due scritti di  Kalecki sembrano in contraddizione. Nel 1943 il capitalismo keynesiano è  giudicato impossibile, se visto come regime stabile. Nel 1970 la tesi  appare quella di una ormai compiuta stabilizzazione del capitalismo  postbellico, grazie alle politiche economiche keynesiane. Le cose stanno  un po’ diversamente. Nel 1970 i due economisti polacchi affermano che  si sarebbe avuta una «limitata» e «temporanea» stabilizzazione del  capitalismo rispetto all’instabilità drammatica, politica ed economica,  che si era data nell’interludio tra le due grandi guerre mondiali. Nulla  di meno, ma nulla di più: e anche qualche cosa di largamente  condivisibile. Il che non toglie (come Kowalik oggi riconosce) che  Kalecki,come anche Sweezy, sottostimassero le contraddizioni del  capitalismo «centrale»di quegli anni. Su questo all’epoca lo sguardo di  Napoleoni fu più lucido.
La «Monthly Review» e gli anni della «finanziarizzazione»
Si  sbaglierebbe a sottovalutare il seguito dell’elaborazione di Sweezye  della «Monthly Review». Come ho sostenuto con Halevi, il gruppo fu in  grado di percepire nitidamente – molto più nitidiamente del resto del  marxismo e del postkeynesismo – una delle strade di risposta del sistema  alla crisi. Dalla fine degli anni Settanta Sweezy, quasi sempre insieme  a Harry Magdoff, apportò un arricchimento essenziale alla teoria del  capitalismo monopolistico, cogliendo con grande tempestività il ruolo  cruciale del debito e della finanza. In questi scritti – si tratta per  lo più di articoli poi raccolti in volume – si coglie bene il ruolo  tanto patologico quanto funzionale all’accumulazione di questa rinnovata  «finanziarizzazione», in undialogo a distanza con Hyman P. Minsky.
Già  nella seconda metà degli anni Settanta Sweezy e Magdoff segnalano che  l’esplosione del debito, sia pubblico che privato, introduce meccanismi  qualitativamente nuovi, e segna una discontinuità. I due autori sono  pronti a cogliere, al di là dell’integrazione, la frammentazione della  classe lavoratrice, in modi che mettono in difficoltà la tradizione  ricevuta del marxismo, e a sottolineare come prima necessità la lotta  contro queste tendenze disgregatrici. Nella raccolta del 1977 viene  chiarito il nesso che porta dal capitalismo monopolistico  all’indebitamento. Il pezzo centrale di quel testo si intitola: «Banche:  pattinando sul ghiaccio sottile». Benchè alquanto tecnico, è uno  scritto preveggente. L’espansione dei crediti non era, in prima battuta,  dovuta ad aspettative ottimistiche. Semmai, era diventato lo strumento  per far denaro scommettendo sulla capacità di ripagare i debiti in futuro  nonostante i vincoli posti alla liquidità e la circostanza che  l’orizzonte temporale degli investimenti nello stock di capitale, come  anche del «ritorno» in termini di flussi di cassa, era più lungo di  quanto non fosse quello della restituzione dei prestiti. I due marxisti  identificano, in altri termini, la tendenza ad un «accorciamento»  dell’indebitamento. Pochi anni dopo, nella raccolta del 1981,  individuavano, in tempo reale, l’incremento sistematico del rapporto tra  consumo delle famiglie e reddito disponibile. Si tratta di fenomeni che  discendevano – ma anche, rispondevano – alla tendenza stagnazionistica,  e dunque si avvitavano su se stessi per impedire che quella tendenza si  realizzasse a pieno.
Nella raccolta del 1987 Magdoff e Sweezy sintetizzavano così il loro discorso:
“Tra  le forze contrastanti la tendenza alla stagnazione nessuna è stata così  importante, e al tempo stesso meno compresa dagli analisti economici,  della crescita – che inizia negli anni Sessanta e che rapidamente prende  da allora velocità con la grave recessione degli anni Settanta –  dell’indebitamento su scala nazionale (governo, imprese, individui) ad  un ritmo che eccede di gran lunga quello dell’economia reale. Ne è  risultato il costituisi di una superstruttura finanziaria enorme e  fragile in una misura che non ha precedenti, e che è soggetta a tensioni  e scosse che sempre di più minacciano l’intera economia.”
 Si può a questo punto apprezzare quanto Sweezy osserva in una intervista pubblicata dalla «rivista del manifesto» in occasione dei suoi novantanni:
“Il  capitalismo si modifica continuamente; non è mai uguale a se stesso.  Questa integrazione globale di produzione e finanza in una teoria  generale del processo capitalista sta ancora muovendo i primissimi  passi; non viene mai trattata in modo esauriente. In Keynes vi sono  alcuni accenni e anche Marx suggerisce qualcosa al riguardo, ma una vera  e propria elaborazione teorica sarebbe avvenuta solo in una concreta  fase storica che avrebbe reso necessaria la nuova teoria. E questo sta  avvenendo oggi. Sia io sia Harry Magdoff sentiamo di essere forse troppo  vecchi e non abbastanza agili intellettualmente per occuparci della  questione. Quello che possiamo fare è incoraggiare i più giovani a  riflettervi e magari a saltare fuori con qualche idea.”