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domenica 28 giugno 2015

Il problema dell’università italiana, se bisogna dirne uno solo

Io sono entrato all’università come professore associato a 31 anni, al cinquanta per cento circa per merito mio. Il senso di colpa che provo per il cinquanta per cento mancante si mitiga un po’ quando mi guardo intorno e vedo docenti che sono, per l’università, più o meno quello che la criptonite è per Superman: il docente asino, il docente matto, il docente che fa da decenni sempre lo stesso (pessimo) corso, il docente che si presenta in aula tre volte e poi manda a far lezione i dottorandi (infinitamente migliori di lui, ma non pagati per insegnare, mentre lui lo è).
Tale è (in parte, si capisce) il panorama umano che si contempla nelle università italiane: un dato che andrebbe ricordato ogni volta che si lamenta la scarsità dei finanziamenti, “lo stato che ci ha abbandonato”, l’idiozia delle verifiche ministeriali, le strettoie dell’Anvur; oppure ogni volta che si vanta l’eccellenza (una parola che si trova con frequenza sorprendente sulle labbra dei mediocri) degli atenei italiani.
Gli atenei italiani pagano un gran numero di persone che in qualsiasi azienda privata (in qualsiasi azienda che, a differenza dello stato, debba rispondere a qualcuno del proprio operato) sarebbero licenziate in tronco.
Che fare? Niente. Il passato è immedicabile, e anche l’immediato futuro. Per il futuro meno immediato si può provare a fare qualcosa, si sta facendo qualcosa. Tre anni fa, il Miur ha bandito un megaconcorso al termine del quale un numero considerevole di ricercatori o di professori associati, nei vari settori disciplinari, sono stati dichiarati idonei allo scatto di carriera, cioè alla chiamata – rispettivamente – come professori associati o come professori ordinari.
Meritavano tutti quanti questa abilitazione? Assurdo pensarlo. Qualcuno la meritava al cento per cento, qualcuno al cinquanta (come me a suo tempo), molti non la meritavano affatto (il docente che va in aula tre volte all’anno, per esempio: che, non insegnando, pubblica un mucchio).
Il fatto è che le norme ministeriali premiano inevitabilmente gli interni, anche se mediocri, rispetto agli esterni, anche se ottimi.
Ma al di là del merito, il problema è che gli atenei hanno, come sempre, pochi soldi, e per smaltire (cioè per promuovere) tutti questi abilitati ci vorranno anni (l’abilitazione ne durava quattro, ora ne dura sei: che è già un modo per dire “mettetevi comodi”). Questo è un peccato per gli interessati (che spesso meritano, e da anni, la promozione), ma è un peccato soprattutto per chi ha avuto l’abilitazione ma non lavora già nell’università, e ancora di più per quelli che non si sono abilitati perché due o tre anni fa, quando sono state presentate le domande, erano troppo giovani e non avevano abbastanza pubblicazioni (gli toccava concorrere, infatti, con gente di venti, trent’anni più anziana, che aveva pubblicato, com’è logico, molto più di loro: la qualità conta fino a un certo punto).
Il fatto è che le norme ministeriali premiano inevitabilmente gli interni, anche se mediocri, rispetto agli esterni, anche se ottimi. Per assumere gli esterni, infatti, gli atenei devono sborsare uno stipendio intero; se invece promuovono qualcuno che lavora già al loro interno devono sborsare solo la differenza (il delta, si dice) tra lo stipendio da ricercatore e quello da associato, o tra quello da associato e quello da ordinario.
Perché chiamare qualcuno da fuori, coi pochi soldi che ci sono? Meglio pescare tra gli interni, anche se meno bravi di quelli che stanno fuori. E infatti il motto degli abilitati che non sono già nelle università è “Sì, ho l’idoneità, ma me la posso appendere al muro…”. Stiamo parlando di persone che hanno più di trent’anni, che sono al culmine della loro produttività scientifica, che potrebbero ringiovanire molto la senescente università italiana: ma che, in quanto “non incardinati” (cioè non in ruolo nell’università), stanno in fondo alla lista. Molti hanno già rinunciato. Molti, spesso i migliori, vanno all’estero.
Questa la situazione. Ora, la perorazione. Io ho meritato al cinquanta per cento il posto che ho. Ma tra questi trentenni o appena quarantenni che stanno a spasso (con o senza abilitazione) ci sono – e parlo per esperienza, potrei fare i nomi – persone che lo meritano al cento per cento.
Non c’è oggi, per l’università italiana, problema che sia più urgente di questo (e s’intende che l’università è un pezzo dell’intero: se è vero com’è vero che, come osservava giorni fa Marco Alfieri su Rivista Studio, la questione sociale italiana è soprattutto una questione generazionale).
Bisogna assolutamente fare in modo che questi giovani studiosi restino in Italia, bisogna dargli la possibilità di avere, prestissimo, un’occupazione stabile qui, e bisogna che un buon numero di loro vada a insegnare all’università. Ripeto: un’occupazione stabile, perché i contratti a tempo possono essere interessanti solo per chi non ha altra scelta, mentre l’università (come la scuola) dovrebbe attrarre i bravi, non i disperati.
Un rinnovamento necessario
Già ora si respira, in molti dipartimenti italiani, un’aria mefitica, dovuta soprattutto al fatto che l’età media di chi ci insegna è alta, troppo alta: un posto abitato quasi solo da sessantenni non è un posto da cui possano venire molte idee nuove, e neanche molte idee buone. Ora la chiamata en masse degli idonei rischia di rimandare ancora un rinnovamento che è, invece, necessario.
È opportuno che il Miur premi, con più fondi rispetto a quelli già ora disponibili, quegli atenei che assumono docenti idonei che non sono già nei ruoli universitari, o che faciliti in altro modo queste assunzioni.
Ed è opportuno che, nel più breve tempo possibile, si bandisca un nuovo esame di abilitazione, severo e selettivo, per dare una possibilità a chi, pur meritandolo, non ha potuto abilitarsi.
Perché il rischio non è solo che questi giovani vadano all’estero: è anche che, arrivati a trent’anni e vedendo che aria tira, decidano di fare altro, e altro facciano, lasciando l’università del futuro ai più ostinati, che non sono quasi mai i più bravi, e soprattutto a quelli che sono ricchi abbastanza da potersi permettere di vivere per anni in un limbo. È già successo, sta succedendo, ne pagheremo le conseguenze per decenni.

sabato 5 maggio 2012

Università: la rivolta dei ricercatori contro i concorsi manipolati


Fabio Sabatini da Micromega

L’università italiana sta cambiando. Non solo per le riforme, l’internazionalizzazione della ricerca e l’introduzione di nuovi sistemi di valutazione della produzione scientifica. I giovani ricercatori hanno cominciato a ribellarsi contro i concorsi manipolati. In modo organizzato, con azioni collettive da manuale che, negli ultimi mesi, hanno portato a bloccare due concorsi sospetti.
Ad avviare la mobilitazione sono stati gli economisti, su Facebook. Qui il gruppo “Secs in the cities”, nato come forum di discussione per ricercatori in cerca di lavoro, si è spontaneamente trasformato in un watchdog dei concorsi (il nome del gruppo deriva dal prefisso utilizzato dal Ministero dell’Università per identificare ai fini concorsuali i settori scientifico-disciplinari dell’area di Economia e Statistica).
Negli ultimi mesi le iniziative del “Secs-team” hanno portato all’annullamento di un concorso da ricercatore in economia politica presso l’Università del Piemonte Orientale e al differimento della nomina del vincitore di un concorso in politica economica presso l’Università dell’Insubria. In entrambi i casi il posto era stato vinto dal candidato che, secondo la denuncia del gruppo, aveva meno titoli rispetto agli altri concorrenti ma poteva vantare uno stretto legame professionale con il presidente della commissione giudicatrice. Un riassunto degli eventi si può trovare qui e qui.
La notizia di oggi è che cinque candidati del concorso dell’Insubria hanno presentato ricorso al Tar contro l’esito della procedura (i cui verbali sono disponibili sul sito dell’ateneo). Il Secs-team ha diffuso presso la sua mailing list un comunicato in cui annuncia l’avvio di una raccolta fondi per sostenere il ricorso.
Come si legge nel comunicato, “Oltre a rendere possibile l’azione legale in oggetto, tale sostegno fornirebbe infatti una dimostrazione inequivocabile del fatto che la comunità scientifica nazionale non è disposta ad assistere inerte all’attuazione di cattive pratiche nelle procedure di reclutamento, e intende agire concretamente per scoraggiarle”. La speranza degli estensori del comunicato è che la disapprovazione mostrata da una parte del mondo accademico in occasione dei concorsi contestati possa tradursi in un sostegno concreto.
Il link per effettuare la donazione si trova qui.
A mio parere ci sono diverse ragioni per contribuire alla raccolta fondi.
L’azione legale intrapresa dai candidati dell’Insubria è coraggiosa e meritoria, e non possiamo lasciarli soli. Uno dei deterrenti che impediscono ai ricercatori precari di ribellarsi ai concorsi manipolati è infatti il costo molto elevato dei ricorsi. I baroni lo sanno e ne approfittano, confidando nel fatto che la reazione dei candidati esclusi sarà nella maggior parte dei casi limitata a un effimero moto di indignazione. Oltre ai problemi finanziari, i potenziali ricorrenti spesso temono ritorsioni. È importante dimostrare che non hanno nulla da temere, perché il mondo accademico è sano e condivide pienamente la richiesta di trasparenza di chi denuncia le scorrettezze.
Al di là del concorso specifico, la partecipazione collettiva al finanziamento del ricorso corrisponde inoltre a un interesse generale, dato che, in caso di successo, recapiterà un segnale molto chiaro a tutti coloro che vogliono gestire le procedure di valutazione in modo poco trasparente: la comunità scientifica non ci sta, e oltre a firmare una petizione i ricercatori sono disposti anche a mettere mano al portafoglio.
L’interesse generale è ancora più esteso se consideriamo che una cosa del genere non era mai successa all’Università. Si tratta di una iniziativa “rivoluzionaria”, che nel suo piccolo dà un colpo alla cultura familista e particolarista che da secoli frena il rinnovamento delle istituzioni e lo sviluppo del nostro paese.

mercoledì 22 febbraio 2012

Zero titoli per un posto a vita all'università

 
I concorsi universitari di questi mesi sono gli ultimi con le vecchie regole. Soprattutto per i ricercatori sono gli ultimi che garantiscono il posto fisso. Ed ecco che prima all’università del Piemonte Orientale poi in quella dell’Insubria, vincono gli unici due candidati che non hanno alcuna pubblicazione vagliata da valutazione esterna. La buona notizia è che alcuni commissari non hanno votato per i vincitori. Ma non è accettabile che i ricercatori che hanno pubblicazioni sottoposte a giudizi rigorosi debbano sottostare a verdetti come quelli di Alessandria e Varese.
di Fausto Panunzi*, 21.02.2012, lavoce.info

In attesa che le nuove norme per il reclutamento dei docenti universitari, decise dall’ex-ministro Gelmini, entrino in vigore, si stanno svolgendo in questi mesi gli ultimi concorsi con le vecchie procedure. I posti da ricercatore di queste tornate concorsuali sono assai ambiti perché sono ancora per posizioni a tempo indeterminato, mentre secondo la nuova normativa i vincitori avranno contratti a tempo determinato con una valutazione finale che deciderà del loro passaggio alla tenure(cioè al posto a vita). Ma il fatto che si tratti degli ultimi concorsi con le vecchie regole non può giustificare esiti del tutto contrari a ogni elementare concetto di meritocrazia.
Prima nel Piemonte orientali…
Qualche mese fa, in un concorso per ricercatore per il settore SECS P01 Economia politica presso l’università del Piemonte Orientale, una candidata con zero pubblicazioni refereed (cioè soggette al vaglio di un valutatore) e zero citazioni (senza cioè che qualcuno avesse citato i suoi lavori) era stata dichiarata vincitrice. Anzi, per essere precisi: aveva vinto il concorso l’unica candidata con nessuna pubblicazione soggetta a valutazione esterna e nessuna citazione! (La tabella con le pubblicazioni può essere trovata qua). Tutti gli altri candidati avevano pubblicato qualcosa? Peggio per loro, aveva deciso la commissione. Poi, una petizione di un gruppo di ricercatori e dottorandi, dall’originale nome di “SECS in the cities”, appoggiata da professori con base sia in Italia che all’estero, aveva indotto il rettore del Piemonte Orientale a non firmare i verbali del concorso. Ma la soddisfazione è durata poco.
…Poi a Varese
Proprio la settimana scorsa, l’università dell’Insubria (sede di Varese) ha chiuso un concorso per ricercatore per il settore SECS P02 Politica Economica. La tabella con le pubblicazioni dei candidati la trovate qui. Il vincitore è facile da identificare: è quello che ha tutti zero nelle varie caselle. Leggendo i verbali del concorso si deduce che in realtà il vincitore ha una pubblicazione su rivista (di cui però non si riesce a trovare traccia sul web) e cinque capitoli di un unico volume collettaneo curato dal presidente del commissione giudicatrice. Tre di tali capitoli sono coautorati proprio con il presidente della commissione. Ognuno tragga le proprie valutazioni.
È bene dire che nei concorsi c’è sempre un margine di discrezionalità. Commissari diversi possono arrivare a conclusioni diverse sui meriti dei vari candidati. E gli indicatori bibliometrici non sono certo l’unico criterio da adottare nelle valutazioni comparative tra candidati. Ma i concorsi di Alessandria e Varese hanno questa peculiarità: i vincitori sono gli unici ad avere una serie di zeri negli indicatori bibliometrici, in altre parole, nelle dimensioni “oggettive”. Saranno anche dei ricercatori di talento che produrranno molto nel futuro, ma fino a oggi non ne abbiamo alcuna prova.
Nel caso dell’Insubria la situazione è peggiore di quella del Piemonte Orientale, dato che l’esito del concorso è già stato firmato dal rettore e certificato dal sito del ministero. Non so bene cosa si possa fare a questo punto concretamente. Ma due cose vanno dette. La prima è che in entrambi i casi un commissario su tre ha votato per un candidato diverso dal vincitore, mostrando che non tutti i docenti sono uguali. Non ripetiamo il solito refrain dell’università italiana senza meritocrazia, per favore. È vero spesso, purtroppo, ma non sempre. La seconda è che, come sa bene chi prova a mandare i suoi lavori alle riviste internazionali, l’attività di ricerca è per la maggior parte di noi una serie di schiaffi (sotto la forma di lavori respinti per la pubblicazione) interrotta da brevi momenti di felicità (le accettazioni). Molto più facile è la vita di chi scrive e pubblica senza sottoporsi alla disciplina della valutazione dei referee. Proprio per questo non è giusto e non è accettabile che i ricercatori che si sono impegnati e hanno pubblicato debbano sottostare a verdetti concorsuali come quelli di Alessandria e Varese da soli. Il nostro silenzio sarebbe per loro uno schiaffo in più.
*Ha conseguito il PhD presso il Massachusetts Institute of Technology. Attualmente insegna Economia Politica presso l’Università Bocconi


domenica 2 novembre 2008

L'onda non si ferma


L'ONDA ANOMALA PREPARA LA GRANDE MAREGGIATA!
proposte di discussione dalla Sapienza occupata


di Francesco Raparelli (da Rekombinant)




Sapienza-Elleboro
Roma 31 ottobre 2008


Riprendiamo parola, dopo la giornata straordinaria di ieri. L'onda è diventata una grande mareggiata che ha invaso la città di Roma, milioni di studenti, insegnati, ricercatori, docenti universitari, bambini, un'alleanza senza precedenti ha chiesto di poter decidere sul proprio presente e sul proprio futuro. Intanto, migliaia di studenti scendevano in piazza in tutta Italia. Non si è trattato semplicemente di uno sciopero dei sindacati confederali, così come il 17 ottobre non si è trattato semplicemente di uno sciopero dei sindacati di base: in entrambi i casi si è trattato di un'esplosione sociale strabordante, incontenibile nelle sigle, così come nelle piattaforme. E' il mondo della formazione in quanto tale che è sceso in piazza e ha bloccato il paese per chiedere l'immediata sospensione della legge 133 e del Dl 137, adesso divenuto legge.

L'onda anomala della Sapienza e di tutti gli atenei in mobilitazione in giro per l'Italia non poteva non contribuire alla mareggiata di ieri. Siamo stati parte pur essendo indipendenti dai sindacati, pur avendo costruito dal basso, facoltà per facoltà, ateneo per ateneo la nostra partecipazione. Solo a Roma 200.000 studenti si sono concentrati in piazza Esedra per poi dare vita ad un corteo alternativo che ha raggiunto e assediato il ministero dell'Istruzione. Un'altra grande giornata gioiosa e radicale che ha visto protagonisti non solo gli studenti delle facoltà occupate della Sapienza, ma anche gli studenti di Roma 3 e di Torvergata, gli studenti medi di tantissime scuole romane, studenti universitari e medi provenienti da altre città italiane.
Sulla scorta di questo bilancio attivo in primo luogo ci chiediamo come trasformare la potenza dello sciopero generale in uno strumento di conflitto continuativo con il governo che, non solo sembra poco interessato al dialogo, ma usa la minaccia, l'arroganza, le provocazioni neofasciste (la difesa dei picchiatori di Blocco studentesco, la sigla che fa riferimento all'associazione di chiara ispirazione neofascista Casa Pound, in questo senso parlano chiaro), per replicare ai movimenti. Per un verso l'assenza e il blocco delle procedure parlamentari, per l'altro l'offensiva e la criminalizzazione del movimento studentesco che mai come in questo momento è radicato, ampio e sostenuto dalla maggioranza del paese. La retorica della minoranza o dei facinorosi non tiene più di fronte alla forza dei fatti: ogni giorno decine di migliaia di studenti in piazza, lezioni all'aperto, seminari nelle occupazioni, blocchi della circolazione, azioni di protesta creativa, centinaia di facoltà e scuole occupate. Minoranza è il governo, la sua ostilità nei confronti della democrazia e delle grandi istituzioni pubbliche della formazione. Di fronte a quanto sta avvenendo poi sul terreno dei contratti, ci sembra scontato avanzare una proposta che non parla della saldatura tradizionale tra mondo della formazione e mondo del lavoro, ma che prova a nominare in forme comuni la risposta e l'opposizione sociale alle politiche del governo, all'arroganza di confindustria, ai provvedimenti che vogliono far pagare la crisi economica globale agli studenti, ai precari, ai lavoratori. Ci sembra questa l'occasione per promuovere uno sciopero generale “coordinato e continuativo” che, categoria per categoria, blocchi il paese e la produzione di ricchezza. “Noi non pagheremo la vostra crisi” è uno slogan che sta correndo di bocca in bocca e che sta facendo emergere una rivolta generazionale senza precedenti. Le sigle sindacali (confederali e di base), indipendentemente dalle loro divergenze programmatiche, dovrebbero avere la capacità di capire quanto sta accadendo nel paese e quale domanda di rottura e di trasformazione si sta radicando ed estendendo socialmente. Capire, ma anche agire di conseguenza e questa azione non può essere che lo sciopero, generale e generalizzato.
Per quanto riguarda il movimento universitario e studentesco riteniamo fondamentale costruire al meglio le giornate del 7 novembre e del 14: per un verso la mobilitazione dislocata, città per città, per l'altro la grande manifestazione nazionale a Roma. In entrambi i casi è necessario fare uno sforzo organizzativo importante, ma in particolare il 14 richiede l'impegno di tutti gli atenei in mobilitazione. In primo luogo, infatti, dobbiamo fare in modo che la manifestazione riesca al meglio, anche perché, con buona probabilità, si tratterà di un decisivo momento di opposizione e di conflitto non solo nei confronti della legge 133, ma anche nei confronti del progetto di riforma organica dell'università promesso dalla Gelmini e che dovrebbe essere reso pubblico al termine della prossima settimana. In secondo luogo dobbiamo rendere possibile, e organizzarci di conseguenza, lo spostamento di decine di migliaia di studenti: iniziare da subito un percorso di trattativa sulla mobilità è quindi fondamentale.
Riteniamo infine indispensabile dare vita ad una grande occasione di discussione assembleare nazionale a Roma e pensiamo che le giornate del 15 e del 16 novembre possano essere le più adatte: la scadenza del giorno prima, infatti, renderebbe possibile a tante e tanti di trattenersi nelle facoltà occupate della Sapienza e di poter partecipare alla discussione e di estenderla alle scuole e agli studenti medi in mobilitazione. Pensiamo ad un'assemblea che si ponga in primo luogo l'obiettivo di garantire l'estensione e la durata di questo straordinario movimento. Questo significa discutere innanzi tutto di contenuti e pratiche di lotta: come qualificare e far emergere in primo piano il tema dell'autoriforma; che tipo di rapporto promuovere con le realtà sindacali e le esperienze di lotta del lavoro precario; come dare continuità alle pratiche di conflitto e di blocco della città; come trasformare la mobilitazione contro la legge 133 e l'eventuale riforma in mobilitazione generale contro la crisi economica. In secondo luogo la discussione dovrà provare a definire forme e metodi della relazione nazionale, assumendo che non esistono ricette e che le soluzioni da raggiungere dovranno essere all'altezza della forza, dell'ampiezza e della ricchezza di questo movimento. Invitiamo tutte le facoltà occupate, gli atenei in mobilitazione a riflettere su proposte e idee da condividere, per far si che l'assemblea diventi una grande occasione di espressione e di organizzazione, nel segno dell'autonomia e dell'irrappresentabilità del movimento studentesco.

lunedì 20 ottobre 2008

Fondazioni e ricerca

Riportiamo una parte dell’intervento che il Prof Di Orio, rettore dell’Università dell’Aquila, ha tenuto in occasione della “Conferenza Programmatica Regionale”- Il Cantiere del Programma - di Rifondazione Comunista a Pescara, il giorno 4 Ottobre. Uno dei temi toccati è rappresentato dalle fondazioni, un argomento molto in voga ultimamente.

wisdom

UNIVERSITÀ E RICERCA

Il problema fondamentale per il sistema dell’ “innovazione ricerca sviluppo” riguarda sostanzialmente l’acquisizione di risorse soprattutto finanziarie, ma anche umane e organizzative, alla scala necessaria per conseguire le indispensabili masse critiche.

In tale prospettiva, possono svolgere un ruolo importante le Fondazioni universitarie, che possono rappresentare strumenti essenziali per il reperimento di nuove risorse finanziarie e per l’utilizzazione dei risultati della ricerca scientifica.
Le Fondazioni Universitarie rappresentano ormai una realtà consolidata. Previste dalla Legge Finanziaria 2001 e dal DPR 254/2001, sono state promosse sinora da molti Atenei con le finalità di acquisire risorse finanziarie per il sistema universitario, di favorire la ricerca applicata e la formazione, di diffondere una cultura per lo sviluppo economico, anche attraverso iniziative congiunte tra università, aziende, istituti bancari, centri di ricerca ed enti pubblici.
Le Fondazioni già costitute sono 12 (Fondazione Politecnico di Milano; Fondazione Marco Biagi – Modena; Fondazione Università IULM – Milano; Fondazione Università degli Studi di Salerno; Fondazione Università G. D’Annunzio; Fondazione Università Teramo; Fondazione dell’Università degli Studi dell’Aquila; Fondazione Politecnica delle Marche; Fondazione N. Copernico – Ferrara; Fondazione Universitaria Azienda Agraria – Perugia; Fondazione Università Mediterranea –Reggio Calabria; Fondazione Università IUAV - Venezia).
Mentre altre quattro sono in via di costituzione (Fondazione Università di Padova; Fondazione Università della Basilicata; Fondazione Università di Palermo; Fondazione Università di Pavia).
In questa sede mi limiterò a ricordare tra le attività esercitabili dalle Fondazioni previste dall’art. 2 comma 2 quelle più importanti ai fini del rapporto tra Università e sviluppo del Territorio:

A) Promuovere la raccolta di fondi privati e pubblici e la richiesta di contributi pubblici  e privati locali, nazionali, europei ed internazionali da destinare agli scopi della fondazione;

B) Stipulare contratti, convenzioni, accordi o intese con soggetti pubblici o privati;
C) Amministrare e gestire beni di cui abbia la proprietà o il possesso, nonché le strutture universitarie delle quali le sia stata affidata la gestione;
D) Sostenere lo svolgimento di attività di formazione, ricerca e trasferimento tecnologico, anche attraverso la gestione operativa di strutture scientifiche e/o tecnologiche degli enti di riferimento;
E) Promuovere la costituzione o partecipare a consorzi, associazioni o fondazioni che condividano le medesime finalità, nonché a strutture di ricerca, alta formazione e trasferimento tecnologico in Italia e all’estero…

L’esigenza di garantirne una maggiore incisività e un migliore coordinamento a livello nazionale alle Fondazioni esistenti, è stata recentemente riconosciuta attraverso la recente costituzione di un’Associazione che dovrà svolgere una funzione determinante nell’ulteriore crescita, anche numerica, delle Fondazioni stesse, nella condivisione delle loro esperienze e nella promozione di iniziative connesse allo sviluppo della società della conoscenza.



Ricerca, innovazione e sviluppo economico

È stato osservato come tra l’andamento della ricerca (numero di articoli scientifici) e l’andamento dei brevetti vi sia tra Europa e Stati Uniti un comportamento divergente e cioè in Europa sono in crescita gli indicatori che misurano l’output della ricerca (numero di articoli, impact factor, ecc.) mentre negli Stati Uniti è in crescita il numero di brevetti che è l’indicatore principale per valutare il trasferimento tecnologico. Ciò vuol dire che in Europa e, in modo ancora più stridente in Italia, l’aumento nella produzione di conoscenza non si straduce in un maggior utilizzo della conoscenza stessa.

Contemporaneamente, si è assistito ad un fiorire di istituzioni di varia natura a livello europeo (come il Technological Tranfer Networks - TTN), nazionale e regionale (agenzie regionali o nazionali di trasferimento tecnologico, parchi scientifici tecnologici, stazioni sperimentali ecc.).
Compito di queste istituzioni è di organizzare dall’alto l’interazione fra impresa e ricerca pubblica, favorire la diffusione della conoscenza del patrimonio di know-how tecnologico disponibile nel territorio, indirizzare la ricerca pubblica verso obbiettivi industriali, far collaborare fra loro le imprese e le università. Nella sostanza si cerca di ottenere con una pianificazione dall’alto, e con strutture appositamente costituite, quei trasferimenti tecnologici che il sistema non ha prodotto spontaneamente.
In Italia, a livello centrale, e in alcune regioni a livello periferico (Emilia Romagna e Lombardia per citare gli esempi più emblematici) sono nate una pluralità di iniziative di creazione di interfacce dell’innovazione. Poco è stato fatto con la dovuta continuità per fare in modo che all’interno del mercato, del sistema industriale e di quello finanziario si sviluppino le condizioni - e i finanziamenti necessari - per il trasferimento tecnologico. In Italia occorrerebbe in primo luogo rimuovere quelle situazioni che scoraggiano investimenti nella ricerca di frontiera e negli spin-off di alta tecnologia, in particolare:

1.  I diritti di proprietà intellettuali non sono protetti sufficientemente;

2.  Le leggi fiscali, non creano sufficienti incentivi per gli investimenti in ricerca e sviluppo;
3.  Il capitale di rischio, come già detto, è quasi impossibile da ottenere.

Le politiche necessarie per promuovere meccanismi di trasferimento sono state già individuate e richiedono:

•  una legislazione sui diritti di proprietà intellettuale nei brevetti che protegga l’attività inventiva di tutti i ricercatori, privati e pubblici, e consenta loro di fruire adeguati ritorni economici;
•  incentivazioni economiche per l’attività di brevettazione altrimenti possibile solo nelle imprese medio grandi ma inaccessibile alle piccole imprese, alle Università e ai ricercatori universitari;
•  l’ampliamento della base di deducibilità delle erogazioni delle imprese a favore della ricerca pubblica;
•  la concessione di crediti di imposta a fronte delle spese sostenute dalle aziende per attività di ricerca;
•  leggi di incentivazione che favoriscano gli investimenti in iniziative di ricerca o ad alto rischio tecnologico effettuate dal sistema finanziario;
•  leggi sugli intermediari finanziari che facilitino la creazione di società di venture capital orientate alle imprese hi-tech;
•  la creazione di una Borsa azionaria dedicata a imprese hi-tech.
Il finanziamento diretto delle imprese, erogato a livello nazionale, sembra essere meno efficace in quanto non risulta mai accompagnato da una seria attività di controllo che è l’unica che garantisce che le iniziative finanziata si traducano effettivamente in attività di ricerca e trasferimento tecnologico.
Diverso è il discorso dell’intervento a livello regionale, in questo caso l’attività di controllo e pianificazione sarebbe possibile e potrebbe essere efficace.
È di esempio per tutti il modello dell’Emilia Romagna in cui gli interventi regionali sono riusciti ad aggregare le imprese a livello locale sia tramite centri di servizi alle imprese che tramite il potenziamento dei distretti produttivi utilizzando la legge 317/1991 e da ultimo tramite i sistemi territoriali locali in cui accanto alle imprese si inseriscono i centri di ricerca pubblici e le Università.



La rottura di vecchi schematismi nel rapporto tra Università e Industria

Il fenomeno “spin-off”, con la presenza di società al confine fra Università ed industria, pur nella attuale limitatezza numerica, ha rappresentato un fattore di rottura di vecchi schematismi presenti sia all’interno del sistema universitario sia di quello produttivo.

In ambito industriale, infatti, per anni è stata sottovalutata l’esigenza del continuo aggiornamento delle conoscenze come elemento di competitività delle imprese, con la conseguente necessità di un rapporto costitutivo con Università e centri di ricerca. L’industria ha, invece, privilegiato la collaborazioni con singoli ricercatori per consulenze o l’utilizzazione di laboratori per prove specifiche nella forma di prestazione in conto terzi.
In modo speculare l’Università è stata sin qui permeata da una cultura che vedeva il ricercatore come parte di una comunità scientifica, i cui criteri metodologici, la valutazione del merito, i valori epistemologici, morali e sociali avevano valenza universale e non interagivano con la natura dei problemi espressi dal territorio e dal tessuto economico. Allo stesso modo alla ricerca scientifica non veniva attribuita alcuna accezione di tipo utilitaristico. Questo modello, che è stato validissimo per molti aspetti ed ha prodotto ricerca anche di elevatissima qualità, è stato però deficitario in un punto cruciale: non è riuscito ad interagire in modo significativo con il sistema industriale, ha vissuto in modo parallelo ad esso e quindi non ha prodotto innovazione tecnologica.
La presenza di società di spin off universitario, alcune delle quali insediati nel territorio e nelle zone industriali, il loro muoversi contemporaneamente nel mondo universitario e in quello dell’impresa tendono a scardinare questa separazione e tendono a porre in modo diverso e di maggior efficacia il rapporto impresa-università.
Ciò a maggior ragione in un momento storico in cui il progresso della società è basato sul binomio conoscenza-innovazione e, conseguentemente, viene attribuito un valore economico alla conoscenza e in generale a tutto ciò che costituisce un “bene immateriale”.


Una legge regionale per la ricerca, l’innovazione e l’Università

Per troppo tempo la Regione Abruzzo ha dimostrato scarso interesse nei confronti del sistema universitario, che oggi con i suoi tre Atenei e con i numerosi poli decentrati, è diffuso su tutto il territorio regionale. Il recente svolgimento della “Prima Conferenza sulle strategie per la ricerca e l’innovazione in Abruzzo” svoltasi all’Aquila il 19 maggio 2006, promossa e organizzata congiuntamente dal Comitato di Coordinamento regionale delle Università Abruzzesi e dalla Regione Abruzzo, ha rappresentato una significativa inversione di tendenza.

In tale prospettiva, la formulazione di una legge regionale finalizzata alla promozione, valorizzazione, sviluppo e diffusione della cultura umanistica e scientifica, della ricerca e dell’innovazione tecnologica; al sostegno dei luoghi dove si formano, si condividono e si diffondono le conoscenze scientifiche; a favorire l’interazione fra i saperi, al servizio dello sviluppo culturale e socio-economico del territorio e al miglioramento della qualità della vita; a creare e potenziare reti di eccellenza e incrementare gli scambi e la cooperazione scientifica internazionale.
Una Legge regionale in grado di assicurare risorse ai Centri di eccellenza e alle Università abruzzesi e che, nella finalità di regolamentazione e  implementazione di tutto il sistema regionale abruzzese delle ricerca e dell’innovazione, abbia ben chiaro il legame strettissimo e irrinunciabile tra questo, la Scuola e le Università pubbliche.
Un Osservatorio regionale per l’Università può inoltre rappresentare l’organo di supporto alle decisioni e alla programmazione in materia di sviluppo del sistema universitario, dei servizi per il diritto allo studio e all’implementazione dei rapporti tra Atenei, Amministrazioni pubbliche, forze sociali ed economiche, popolazione studentesca.


Considerazioni conclusive

Il complesso di dati qui sinteticamente evidenziati permette di delineare un quadro di difficoltà strutturale del Mezzogiorno, cui si è accompagnato nell’ultimo quinquennio anche un peggioramento congiunturale dei livelli relativi, in particolare nei confronti delle regioni più deboli dell’Unione. In questo contesto nazionale e meridionale, non può essere di conforto il fatto che l’Abruzzo si posizioni, rispetto a molti indicatori, al vertice delle regioni meridionali. L’analisi degli indicatori consente di individuare alcune aree specifiche di debolezza competitiva, e quindi di delineare una sorta di “agenda prioritaria” di intervento: Il deficit di dotazione di infrastrutture strategiche; l’insufficiente livello di spesa pubblica per ricerca e sviluppo; la bassa quota di laureati in materie scientifiche; l’insufficiente volume di investimenti esteri; la scarsa apertura dei mercati. Questi punti sinteticamente rappresentati devono diventare target da monitorare al fine di verificare la reale capacità della politica di coesione nazionale e regionale di incidere sulle determinanti del ritardo di sviluppo.

In Abruzzo, nel processo di interazione tra ricerca, formazione, trasferimento tecnologico operano una pluralità di attori di cui i principali sono il sistema formativo – ed in particolare le le UniversitàAbruzzesi - il sistema delle autonomie locali, e gli enti che esplicitamente sono stati creati per iltrasferimento tecnologico e per il supporto delle imprese. È necessario che queste diverse forze acquistino la capacità di fare sistema e cioè di coordinare in modo esplicito gli sforzi per il  raggiungimento di un obiettivo. Il sistema formativo ed in particolare l’Università rappresentano punti di forza – sebbene non esclusivi – del sistema abruzzese, che sicuramente potrà e dovrà ulteriormente rafforzarsi in futuro, anche in relazione ad una nuova mission emergente dell’Università, che consiste nella valorizzazione economica dei nuovi saperi e nella loro trasformazione in risorsa strategica per ilterritorio.
Se investire ancora di più sull’istruzione e sulla formazione rappresenta un elemento necessario, può tuttavia non essere sufficiente per garantire lo sviluppo del sistema, senza una contemporaneapresa di coscienza da parte dell’impresa e di tutto il sistema produttivo, finalizzata alla crescita economica e alla predisposizione di adeguate politiche industriali e di sviluppo. Ciò significa anche investire su strumenti innovativi di azione che colleghino più direttamente il sistema formativo con il tessuto economico territoriale (crediti per la formazione, prestiti d’onore per progetti individuali di formazione e stage, spin-off per l’innovazioni tecnologica derivati dalla ricerca universitaria, ecc.), e consentano di mettere in rete le Università, i Centri di ricerca presenti sul territorio e il sistema produttivo. Tra i possibili campi di interazione con il territorio sono: il trasferimento tecnologico, il partenariato con le imprese e l’incubazione di nuove imprese; la diffusione della cultura scientifica; il dialogo tra ricercatori e cittadini; la promozione del lavoro intellettuale; la tutela e la valorizzazione del patrimonio storico, artistico e naturale; la vivibilità urbana e la sostenibilità dello sviluppo territoriale; l’attenzione alla salute e la sicurezza dei cittadini, la cura e i servizi alla persona.
L’attività di trasferimento tecnologico al sistema produttivo può determinarsi anche mediante percorsi formativi sul campo che, prendendo origine dall’Università stessa, portino i giovani a svolgere tesi di laurea mirate allo specifico progetto di ricerca, per svilupparsi con contratti di progetto post-laurea e completarsi poi con il definitivo ingresso dei “giovani tecnologi” all’interno del sistema produttivo. Perché quanto prima esposto possa davvero diventare prassi consolidata anche in Abruzzo, è necessario che il sistema “innovazione-ricerca-sviluppo” abruzzese si proponga, con indipendenza e autorevolezza, al rapporto e al confronto con la società, con le altre istituzioni, con l’opinione pubblica, con il contesto regionale nella sua globalità, declinando il suo ruolo di servizio in modo strategico e con spirito propositivo e propulsivo.