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mercoledì 15 maggio 2013
Terapia con staminali, riassumendo...
da Medbunker
Dopo l'impegnativa vicenda delle pseudocure con le staminali che hanno fatto tornare l'Italia ai tempi più bui della ragione e della scienza, mi fermo un po' a riflettere. Può servire anche chi non riuscisse a leggere i tanti commenti del precedente articolo.
Avevo pensato di scrivere una riflessione personale sui fatti ma, rendendomi conto che i miei commenti possano essere poco importanti, ho pensato di riassumere la vicenda con veloci domande e risposte, vediamole.
Cos'è il "metodo Vannoni"?
Consiste nella somministrazione di cellule staminali mesenchimali per curare malattie di diverso tipo, anche molto diverse tra loro per cause, sintomi e decorso. Le terapie con staminali sono studiate da diversi anni ed in alcuni campi hanno ottenuto dei successi in altri degli insuccessi. Sono considerate un campo di ricerca molto promettente.
Le terapie con cellule staminali, sono una novità?
No.
Esistono già malattie curabili con trapianto di cellule staminali, mentre in molti altri casi si è in una buona fase di sperimentazione. Se per alcune patologie i risultati sono incoraggianti, per altre sono del tutto negativi. Anche nel caso delle staminali quindi, esistono migliaia di ricercatori nel mondo che con impegno, volontà e soprattutto nel completo silenzio dei media, svolgono il loro lavoro per curare la nostra salute.
Nel 2005 la questione staminali fu trattata da un referendum che proibì l'uso di questo tipo di cellule. Cosa ha a che vedere quel referendum con questa vicenda?
Solo il fatto che si parlava di cellule staminali ma la legge era relativa a quelle embrionali. Il quesito del referendum quindi era incentrato sulla possibilità di utilizzare embrioni umani per motivi di ricerca o di cura (quindi utilizzando l'embrione come "serbatoio" di cellule staminali). I quesiti del referendum erano relativi alla legge 40 (del 19/02/04) che regola le norme legate alla fecondazione assistita. Oggi, per legge, non è possibile utilizzare cellule embrionali (quindi distruggere un embrione) a scopi di ricerca o cura. Il referendum del 2005 quindi non ha nulla a che vedere né con il caso di Sofia né con il tipo di cellule protagoniste della vicenda (che si possono prelevare da individui adulti o in ogni caso "già nati").
Che malattia ha la piccola Sofia?
Nel caso della piccola Sofia parliamo di una malattia genetica di tipo neurodegenerativo (leucodistrofia metacromatica) che ha una variante a comparsa infantile, a decorso ingravescente e che ha esito letale (nella forma infantile entro 5 anni dai primi sintomi).
Esistono cure mediche efficaci in questo caso?
No. In caso di malattia manifesta è utile un supporto alle funzioni vitali (respirazione, nutrizione, funzioni fisiologiche di vario tipo) e fisioterapico per contrastare il decadimento tipico di queste funzioni in queste malattie. Sono state provate alcune terapie che hanno un risultato promettente in caso di somministrazione nella fase "presintomatica" (prima cioè della comparsa dei sintomi) che sembrano ritardare la comparsa dei sintomi più gravi. Sono in sperimentazione altre terapie.
Nei casi come quello di Sofia, la terapia con cellule staminali ha avuto successo?
Esistono pochi casi (la malattia è già molto rara) di applicazione di cellule staminali mesenchimali in casi come quello di Sofia e non hanno mostrato né miglioramenti, né cambiamenti nel decorso della malattia, né guarigioni.
Perché il ministero ha bloccato la somministrazione del "metodo Vannoni"?
Perché in seguito alla segnalazione di diversi eventi avversi è stata effettuata un'ispezione nei locali nei quali era preparata la "cura". Le carenze segnalate erano diverse e molto gravi: carenze igieniche, prodotti mal conservati, attività scarsa delle cellule preparate, presenza di inquinanti, mancanza di adeguate misure di sicurezza. Una seconda ispezione ha segnalato anche un'assoluta mancanza di chiarezza (somministrazione delle cellule gravemente irregolare) nel protocollo. Era dovere del ministero quindi chiedere chiarimenti ai responsabili del laboratorio, interrompendone l'attività per i gravi danni che poteva causare la prosecuzione di quelle terapie, non sperimentate sufficientemente e somministrate in condizioni precarie, su bambini gravemente malati.
Come mai quindi le cure erano somministrate in un ospedale?
L'ospedale di Brescia somministrava la "cura" secondo una legge del 2006 relativa alle cosiddette "terapie compassionevoli". Per una malattia che non conosce terapie o cure efficaci, è possibile somministrarne una che non sia ancora "autorizzata" ma che abbia due caratteristiche: sia almeno in una buona fase di sperimentazione ed il paziente ne riceva beneficio. La "cura" inoltre deve essere accompagnata da tutta la documentazione relativa alla sua efficacia, alla sicurezza, alla modalità di somministrazione. In realtà la cura con le staminali non è "sufficientemente sperimentata" e quindi non è chiaro come mai sia stata autorizzata la sua somministrazione, senza considerare che, come recitano i verbali dell'ispezione NAS-AIFA non erano soddisfatti nemmeno i requisiti di sicurezza né erano stati depositati i documenti relativi alle sue presunte azioni sulla malattia.
Il ministero della salute ha fatto il suo dovere?
Dal punto di vista "istituzionale" sì, ha bloccato una presunta cura mai dimostrata, somministrata in condizioni carenti e potenzialmente pericolose. Dal punto di vista "comunicativo" no. Vista l'eco della notizia, il ministro Balduzzi non ha (almeno così mi sembra) mai spiegato le sue motivazioni, non ha chiarito i passi della vicenda né ha parlato alla popolazione mettendola in guardia da situazioni simili. Il suo atteggiamento è stato insicuro, altalenante e condizionato dalla pressione mediatica, ha risposto da perfetto politico.
Il caso di Sofia è "unico al mondo"?
No. Seppur raro, esistono centinaia di bambini in Italia con questo problema. Nessuno ha riflettutto sullo stato d'animo, sulle speranze e sullo strazio che certe notizie possono causare in queste famiglie.
Com'è nato allora il "caso" mediatico?
In seguito ad uno show televisivo (Le Iene) che ha mandato in onda un servizio nel quale era mostrata la piccola Sofia ed i suoi genitori che chiedevano aiuto per continuare le cure in quel centro.
Come mai molte persone note hanno "abbracciato" la causa di Sofia?
Proprio in seguito alla trasmissione televisiva.
Probabilmente perché non sanno di cosa si parla. Tutte le istituzioni scientifiche, gli specialisti, i ricercatori, hanno posto l'attenzione sul fatto che non si possono sperimentare cure insicure che finora non hanno mostrato effetti positivi su una malattia e che, secondo le autorità, erano somministrate in condizioni pessime: è anche un problema di salute pubblica e del singolo.
Il prof. Vannoni è medico?
No. E' laureato in lettere, insegna "psicologia della comunicazione" all'università di Udine
Il prof. Vannoni ha pubblicato delle ricerche sulle staminali o sul suo metodo o ha ufficializzato dei test sperimentali?
No.
Il prof. Vannoni ha spiegato agli scienziati il suo "metodo" ed i motivi che lo renderebbero più efficace di altri che finora non hanno dato i risultati sperati?
No.
Il prof. Vannoni ha mostrato uno o più casi di malattie giudicate inguaribili dalla medicina ma che con il suo "metodo" abbiano raggiunto la guarigione?
No.
Il "metodo Vannoni" può essere pericoloso?
Sì, già per la stessa modalità di esecuzione il trapianto di cellule staminali è rischioso per vari motivi (anche per il donatore). Nel caso di Brescia si aggiungono le condizioni del laboratorio che secondo i NAS erano del tutto inadeguate e non a norma. In ogni caso non si tratta di una "cura" priva di rischi.
Cosa costerebbe sottoporre Sofia alle cure con le staminali?
Se il "metodo Vannoni" avesse le stesse potenzialità degli altri trapianti di staminali eseguiti nel mondo la bambina potrebbe sottoporsi alla stessa "cura" in uno qualsiasi dei centri autorizzati in Italia (ne esistono 13). Se invece il "metodo" avesse proprietà differenti, il suo "inventore" dovrebbe semplicemente mostrarli, dimostrarli e diffonderli, cosa che non ha mai fatto. Sempre secondo l'ispezione, le staminali utilizzate da Vannoni avevano un'"attività biologica" (ovvero una "durata d'azione") molto breve, come recita il report dei NAS: "una irrilevante attività biologica ai fini della rigenerazione nervosa, che scompare dopo 24 ore". Il costo economico a carico delle famiglie è da dimostrare, visto che, secondo le indagini della magistratura (anche se non riferite a questo caso), Vannoni chiedeva ingenti somme di denaro sotto forma di donazioni per la sua fondazione.
Perché "non provarci", visto che non esistono altre cure?
Perché i trapianti di cellule staminali sono una procedura particolarmente delicata che richiede, oltre ad una elevata specializzazione, una serie di norme di sicurezza e tecniche che, dall'ispezione dei locali bresciani, non esisteva. Per fare un paragone solo a titolo esemplificativo, sarebbe come eseguire una trasfusione di sangue utilizzando sacche di cui non si conosce bene la composizione, che nei controlli hanno mostrato presenza di sostanze estranee e infuse in un locale sporco. Tutto questo per ottenere un beneficio mai dimostrato e mai ottenuto da nessuno in un soggetto per forza di cose più a rischio di complicazioni. Il possibile danno quindi, è fortemente superiore al riferito (e mai dimostrato) beneficio.
Ma allora come mai i genitori di alcuni dei piccoli sottoposti alla cura parlano di "miglioramenti"?
Escludendo per buon senso un effetto placebo o di "esagerazione" delle normali fasi di una malattia neurodegenerativa, fino ad oggi i trapianti con cellule staminali hanno mostrato, in alcuni casi e per certe malattie, un transitorio (e breve) effetto "antiinfiammatorio" e di miglioramento di alcuni disturbi. Nessuno dei test clinici effettuati fino ad oggi nel mondo ha mai guarito o cambiato il decorso di una delle gravi malattie che Vannoni riferisce di poter curare. In alcuni casi sono le terapie di supporto che mantengono per più tempo uno stato di salute accettabile relativamente alla gravità delle condizioni generali. Se il prof. Vannoni ha notato miglioramenti "non abituali" nei casi che ha trattato, perché non li ha illustrati in maniera corretta alla comunità scientifica? Perché Vannoni parla di "possibilità di guarigione" se per il mondo scientifico questa possibilità non esiste e nessuno l'ha mai notata? Ne è convinto? Perché non lo dimostra?
Chi sostiene queste cure parla di "boicottaggio" da parte delle aziende farmaceutiche
Oltre a non esserci alcuna prova di questo boicottaggio, il fatto stesso che non esista alcuna cura per questa malattia dovrebbe fare pensare che se davvero la cura fosse efficace, non solo le aziende non perderebbero un euro (non vi sono "farmaci" o "cure" che andrebbero sostituite) ma investirebbero subito in qualcosa che sarebbe rivoluzionario. Se davvero il prof. Vannoni fosse mosso da "altruismo" disinteressato, sarebbe bastato illustrarla e metterla a disposizione della comunità scientifica, cosa che non è avvenuta. Il prof. Vannoni non ha mai illustrato scientificamente i suoi metodi ed i risultati ed ha brevettato la sua idea per renderla sua proprietà personale, esattamente ciò che fanno le multinazionali farmaceutiche. In tutta questa storia è Vannoni che si è comportato da "azienda".
Ma allora i genitori di Sofia sono caduti in una trappola?
Sono semplicemente genitori di una bambina che sta male. Se si perde la necessaria lucidità è comprensibile credere a qualsiasi miracolo, anche quello meno probabile.
In fondo che male c'è, hanno scelto loro, ognuno scelga il suo destino
Una nazione civile deve proteggere il cittadino da false promesse, comportamenti rischiosi ed eventuali reati. Per questo motivo, nel caso esaminato, c'è un'indagine in corso, se non si evidenziasse alcun reato chiunque, consapevolmente ed a sue spese, potrebbe sottoporsi a queste cure.
Se così non fosse da domani una trasmissione televisiva potrebbe esercitare pressioni per fare operare i guaritori filippini nelle sale operatorie o si potrebbero richiedere cure odontoiatriche da dentisti abusivi. Fermo restando che qualsiasi cittadino è libero di curarsi o meno con ciò che offre la scienza, non è diritto di nessuno fare affermazioni senza alcuna base scientifica inducendo i più bisognosi a pesantissime conseguenze psicologiche quando non fisiche ed ingenerando confusione nella popolazione. E' dovere di tutti inoltre, difendere e proteggere gli individui più deboli da possibili speculazioni, illusioni e false promesse, cercando di non farsi coinvolgere emotivamente.
Il caso ha provocato un'ondata di sdegno e commozione in tutto il paese, il cittadino sa bene di cosa si tratta o è stato solo "condizionato" dalla vicenda trasformata in "dramma televisivo"?
Proviamo a fare un test, guardiamo la notizia da un'altro punto di vista: "associazione privata somministrava cure non provate e secondo le indagini della magistratura, questo avveniva in locali inadeguati e non a norma su adulti e bambini gravemente malati. Sempre secondo le indagini, ancora in corso, ciò avveniva in cambio di donazioni di migliaia di euro. L'inventore della cura, che non è un medico, prometteva la guarigione da malattie inguaribili senza aver mai dato prova delle sue affermazioni. Il ministero della salute era al corrente di tutta la vicenda e, nonostante le diverse irregolarità ed i potenziali pericoli per la salute rilevati dalle ispezioni dei NAS, non ha subito impedito che ciò avvenisse".
La storia è la stessa ma cambiano i ruoli. Come avrebbe reagito la popolazione se la vicenda fosse stata presentata così? Perché trasmissioni come "Le Iene" "perseguitano" falsi dentisti, falsi medici e simili dipingendoli come piaga sociale e pericolo pubblico quando in una situazione molto più delicata il "non medico" lo ha presentato come "eroe altruista"?
Il serio sospetto che l'opinione pubblica sia stata condizionata dal cattivo servizio televisivo è evidente.
Chi riceverà un aiuto da tutta questa vicenda?
I privati che vendono la cura. Fino a prova contraria questa terapia non ha alcun valore medico, non servirà a guarire nessuna delle malattie in esame ed impoverisce chi deve pagare di tasca sua gli altissimi costi di quei preparati, oltre a rappresentare un pericoloso precedente storico e giudiziario. Chi volesse rispondere al dubbio "cui prodest?" ha la risposta a portata di mano.
Chi danneggia tutta questa vicenda?
Tutti noi ed i nostri bambini. Scientificamente e culturalmente questa è una sconfitta per tutti noi. Se i rimedi più efficaci per la salute nostra e dei nostri figli dovranno essere decisi durante uno show televisivo o per "acclamazione", si preannuncia un futuro buio e pericoloso per la nostra sanità. Senza considerare la voragine profonda di inattendibilità ed allarme sociale nella quale precipita l'informazione televisiva quando diffonde notizie di questo tipo, in questo modo.
La piccola Sofia, con procedimento d'urgenza disposto dal tribunale del lavoro di Livorno, proseguirà l'intera "terapia" con il centro del prof. Vannoni a Brescia. A lei ed alla sua famiglia un forte abbraccio da parte mia e, credo, da parte di tutti gli italiani.
Alla prossima.
Aggiornamento 21/03/13; 21,30: Credo sia utile leggere l'appello dell'associazione famiglie SMA Onlus. La SMA (Atrofia muscolare spinale) è un'altra grave malattia, una di quelle che Vannoni dice di poter curare. Le Iene, hanno sentito anche il loro parere? No, non mi risulta, ascoltiamoli noi, visto che dicono quello che ho scritto anche io. Giulio Golia ha chiesto ad altre famiglie colpite dal problema se è vero che tutti i loro bambini sono immobili e sdraiati?
Ed alle loro emozioni ci ha pensato, prima di parlare di "cura"?
"Tutti noi, ovviamente, ci auguriamo che al più presto ci sia una terapia per la SMA, se non definitiva, almeno parziale. Ma in questa vicenda, che ci riguarda direttamente, sentir usare incondizionatamente e senza nessuna cautela la parola CURA, senza ad oggi nessuna prova scientificamente valida, alimenta dolore e frustrazione, in chi vive la malattia."
sabato 2 marzo 2013
Mangia cioccolato e vinci il premio Nobel
di Dario Bressanini da Le Scienze Blob
Quante volte avete letto “Mangiare il tal cibo previene la tal malattia”? O viceversa “Il consumo dell’alimento X è responsabile della patologia Y”? Io tante. E troppo spesso andando a leggere l’articolo scientifico originale (ammesso che esista e che non sia una semplice comunicazione ad un congresso o, peggio, una semplice ipotesi di un ricercatore) si scopre che in realtà è stata semplicemente riscontrata una “correlazione”.
Funziona così: sono stati analizzati i consumi alimentari di un gruppo di persone e si è riscontrato che, ad esempio, quelli che consumavano più succo di limone spremuto (ad esempio) avevano una probabilità inferiore di avere il cancro al polmone. Oppure si confrontano e si incrociano abitudini alimentari e patologie tra paesi diversi: in Francia mangiano tanto formaggio e hanno una minore incidenza di malattie cardiovascolari rispetto agli USA dove invece mangiano poco formaggio ma una incidenza maggiore di malattie di quel tipo. In più in Francia bevono più vino che negli USA (lascio al lettore trarre le conclusioni). Non passa giorno che io non legga cose ti questo tipo: “il vino previene gli infarti”, “il latte causa l’osteoporosi”, “il tè verde protegge dall’invecchiamento” e così via.
Che valore dare a questo tipo di osservazioni? Personalmente quasi zero a meno che non ci siano altre (e robuste) evidenze che mostrino la fondatezza dell’ipotesi di un rapporto di causa ed effetto.
La rivista New England Journal of Medicine (NEJM) a ottobre 2012 ha pubblicato un gustoso articolo (Messerli, Franz H. “Chocolate consumption, cognitive function, and Nobel laureates.” New England Journal of Medicine 367.16 (2012): 1562-1564.) sulla correlazione tra il consumo di cioccolato di una nazione e il numero di premi Nobel vinti da cittadini di quella nazione.
Vi mostro subito il grafico dove i ricercatori trovano una correlazione lineare (r = 0.791) significativa tra il numero di premi Nobel ogni 10 milioni di abitanti e il consumo pro capite di cioccolato
Dal grafico si vede immediatamente come più in un paese consumino cioccolato, più si vincono premi Nobel. In particolare dall’analisi statistica si scopre che per aumentare di uno il numero di premi Nobel (ogni 10 milioni di abitanti) è necessario aumentare il consumo pro capite annuale di cioccolato di 0.4 kg.
I flavonoidi sono un gruppo di sostanze molto abbondanti in alcuni vegetali di cui recentemente si è mostrata la capacità di migliorare le funzioni cognitive, ridurre il rischio di demenza e migliorare le funzioni cognitive negli anziani. In particolare uno studio sui flavonoli, una sottofamiglia presente nel vino rosso, nel tè verde e nel cacao, ha mostrato che
È curioso, fa notare l’autore, anche il caso della Svezia che con un consumo di 6.4 kg pro capite per anno di cioccolato ha un numero di premi Nobel più del doppio di quello che ci si aspetterebbe dal suo consumo (ne ha 32 ma ne “dovrebbe” avere 14). O ipotizziamo che gli Svedesi, a differenza di altre popolazioni, abbiano una maggiore sensibilità al cioccolato e quindi le loro funzioni cognitive reagiscano positivamente a dosi inferiori di cioccolato rispetto ad altre popolazioni, oppure possiamo ipotizzare che chi assegna i premi sia stato un po’ “partigiano”
L’Italia non è messa benissimo: evidentemente ne mangiamo troppo poco (chiaramente la Nutella non ha lo stesso effetto del cioccolato. È probabilmente colpa della presenza di grassi vegetali. Anzi, potremmo ipotizzare che sia proprio la presenza di questi grassi che ha impedito all’Italia di avere più premi Nobel! Complotto!)
Siete un ricercatore e volete vincere un premio Nobel? Avete più banalmente problemi con il sudoku domenicale? Forza, correte a comprare qualche decina di tavolette di cioccolato (non quello bianco però, che oltre ad essere disgustosamente dolce non contiene flavonoidi).
No eh? Non vi ho convinto? Siete scettici? E fate bene!
Il punto, che spesso sfugge a molti, è che una semplice correlazione non significa nulla, e in particolare non indica assolutamente un rapporto di causa ed effetto. “Correlation is not causation” è un mantra che ogni giornalista o ricercatore dovrebbe recitare prima di scrivere articoli che attribuiscono cause a destra e a manca.
Certamente se esiste un rapporto di causa ed effetto tra due fenomeni mi posso aspettare di trovare una correlazione. La posso però trovare anche se i due fenomeni hanno semplicemente una causa comune (più o meno alla lontana). Ma, ed è il caso peggiore, analizzando un gran numero di dati posso trovare correlazioni tra fenomeni completamente indipendenti anche per puro caso. Non è difficile. Volete qualche esempio?
Sappiamo tutti che il numero di casi di autismo è in continuo aumento. Anni fa un medico aveva ipotizzato una relazione con alcune vaccinazioni. Poi si è scoperto che non esiste alcuna relazione tra vaccini e autismo, e che il medico aveva organizzato una truffa, ed è stato messo sotto inchiesta per questo (purtroppo molti genitori ancora credono a queste storie. Medbunker fa una bel riassunto)
Sappiamo anche che il consumo di prodotti biologici è in continuo aumento. Non ci sarà una correlazione tra le due cose? Proviamo a fare un grafico, in funzione del tempo, del numero di casi di autismo e delle vendite di cibo biologico in USA.
Bingo! E la correlazione è altissima (r=0.9971) superiore a quella tra cioccolato e Nobel. SVEGLIA, CI STANNO AVVELENANDO CON IL BIO!!!! FATE GIRARE!!! (No, scusate, non sono su Facebook
)
Ma non è finita qui. Usavate Internet Explorer e ora siete passati a Chrome? Avete fatto benissimo! Lo utilizzate ancora? Male, malissimo! Se passerete ad un altro browser sappiate che farete anche un favore alla società! È noto infatti che esiste una stretta correlazione tra omicidi e quote di mercato di Internet Explorer (e possiamo sicuramente ipotizzare che la frustrazione derivante dall’uso di un browser così primitivo possa generare pulsioni omicide verso il collega nel cubicolo a fianco, per cui abbiamo anche trovato il meccanismo psicologico).
Oh, bravi, siete passati a Chrome (ma anche Safari, Opera o Firefox vanno bene) e la società è un pochino migliore da oggi. Se siete in vena di fare del bene potete fare un passo ulteriore: diventate pirati! No, non sono impazzito: è noto che esiste una correlazione (inversa in questo caso) tra il global warming e il numero di pirati.
Se diventate pirati, oltre ad avere una vita avventurosa, contribuirete a rallentare il riscaldamento globale!
Buffo vero?
A che servono allora gli studi sulle correlazioni? A varie cose, ma non a dimostrare un rapporto di causa ed effetto. Prima di tutto servono a vedere se due fenomeni non mostrano correlazione. Nel caso una correlazione invece esista può valere la pena proseguire le ricerche e scoprire se davvero esiste un rapporto di causa ed effetto. Magari cercando e dimostrando l’esistenza di un meccanismo plausibile che spieghi la correlazione. Oppure suggerire un nuovo esperimento da effettuare. Ma una correlazione da sola, una semplice analisi statistica di una serie di dati, in questo campo non ha molto valore. Il problema non sono ovviamente gli articoli che discutono correlazioni, ma le interpretazioni spesso senza un robusto fondamento che ne seguono.
Ora vado a mangiarmi del cioccolato fondente 72% (ma solo perché mi piace e non mi importa che sia ricco di grassi vegetali saturi)
Alla prossima
Quante volte avete letto “Mangiare il tal cibo previene la tal malattia”? O viceversa “Il consumo dell’alimento X è responsabile della patologia Y”? Io tante. E troppo spesso andando a leggere l’articolo scientifico originale (ammesso che esista e che non sia una semplice comunicazione ad un congresso o, peggio, una semplice ipotesi di un ricercatore) si scopre che in realtà è stata semplicemente riscontrata una “correlazione”.
Funziona così: sono stati analizzati i consumi alimentari di un gruppo di persone e si è riscontrato che, ad esempio, quelli che consumavano più succo di limone spremuto (ad esempio) avevano una probabilità inferiore di avere il cancro al polmone. Oppure si confrontano e si incrociano abitudini alimentari e patologie tra paesi diversi: in Francia mangiano tanto formaggio e hanno una minore incidenza di malattie cardiovascolari rispetto agli USA dove invece mangiano poco formaggio ma una incidenza maggiore di malattie di quel tipo. In più in Francia bevono più vino che negli USA (lascio al lettore trarre le conclusioni). Non passa giorno che io non legga cose ti questo tipo: “il vino previene gli infarti”, “il latte causa l’osteoporosi”, “il tè verde protegge dall’invecchiamento” e così via.
Che valore dare a questo tipo di osservazioni? Personalmente quasi zero a meno che non ci siano altre (e robuste) evidenze che mostrino la fondatezza dell’ipotesi di un rapporto di causa ed effetto.
La rivista New England Journal of Medicine (NEJM) a ottobre 2012 ha pubblicato un gustoso articolo (Messerli, Franz H. “Chocolate consumption, cognitive function, and Nobel laureates.” New England Journal of Medicine 367.16 (2012): 1562-1564.) sulla correlazione tra il consumo di cioccolato di una nazione e il numero di premi Nobel vinti da cittadini di quella nazione.
Vi mostro subito il grafico dove i ricercatori trovano una correlazione lineare (r = 0.791) significativa tra il numero di premi Nobel ogni 10 milioni di abitanti e il consumo pro capite di cioccolato
Dal grafico si vede immediatamente come più in un paese consumino cioccolato, più si vincono premi Nobel. In particolare dall’analisi statistica si scopre che per aumentare di uno il numero di premi Nobel (ogni 10 milioni di abitanti) è necessario aumentare il consumo pro capite annuale di cioccolato di 0.4 kg.
I flavonoidi sono un gruppo di sostanze molto abbondanti in alcuni vegetali di cui recentemente si è mostrata la capacità di migliorare le funzioni cognitive, ridurre il rischio di demenza e migliorare le funzioni cognitive negli anziani. In particolare uno studio sui flavonoli, una sottofamiglia presente nel vino rosso, nel tè verde e nel cacao, ha mostrato che
Lo studio sul NEJM parte dall’ipotesi che il consumo di cioccolato, ricco di flavonoli, possa avere un effetto sulle capacità cognitive di un intera popolazione. Non essendo disponibili dati sulle capacità cognitive di intere popolazioni l’autore considera il numero di premi Nobel un surrogato ragionevole. Ed ecco quindi il grafico che ho riportato sopra. È chiara la correlazione: più cioccolato consumi come nazione e più vinci premi Nobel. È ovvio dal grafico che il cioccolato fa diventare più intelligenti, no? Come altro si spiega questa correlazione? Guardate la Svizzera: ha il più alto consumo pro capite di cioccolato e, guarda caso, anche il più alto numero di Nobel. Non può essere una coincidenza!chi assumeva dosi medio-alte di flavonoli del cacao mostrava in generale performance migliori in termini di funzionalità cerebrale, memoria a breve e a lungo termine, velocità di pensiero e capacità cognitiva complessiva, rispetto a chi ne consumava meno.
È curioso, fa notare l’autore, anche il caso della Svezia che con un consumo di 6.4 kg pro capite per anno di cioccolato ha un numero di premi Nobel più del doppio di quello che ci si aspetterebbe dal suo consumo (ne ha 32 ma ne “dovrebbe” avere 14). O ipotizziamo che gli Svedesi, a differenza di altre popolazioni, abbiano una maggiore sensibilità al cioccolato e quindi le loro funzioni cognitive reagiscano positivamente a dosi inferiori di cioccolato rispetto ad altre popolazioni, oppure possiamo ipotizzare che chi assegna i premi sia stato un po’ “partigiano”
L’Italia non è messa benissimo: evidentemente ne mangiamo troppo poco (chiaramente la Nutella non ha lo stesso effetto del cioccolato. È probabilmente colpa della presenza di grassi vegetali. Anzi, potremmo ipotizzare che sia proprio la presenza di questi grassi che ha impedito all’Italia di avere più premi Nobel! Complotto!)
Siete un ricercatore e volete vincere un premio Nobel? Avete più banalmente problemi con il sudoku domenicale? Forza, correte a comprare qualche decina di tavolette di cioccolato (non quello bianco però, che oltre ad essere disgustosamente dolce non contiene flavonoidi).
No eh? Non vi ho convinto? Siete scettici? E fate bene!
Il punto, che spesso sfugge a molti, è che una semplice correlazione non significa nulla, e in particolare non indica assolutamente un rapporto di causa ed effetto. “Correlation is not causation” è un mantra che ogni giornalista o ricercatore dovrebbe recitare prima di scrivere articoli che attribuiscono cause a destra e a manca.
Certamente se esiste un rapporto di causa ed effetto tra due fenomeni mi posso aspettare di trovare una correlazione. La posso però trovare anche se i due fenomeni hanno semplicemente una causa comune (più o meno alla lontana). Ma, ed è il caso peggiore, analizzando un gran numero di dati posso trovare correlazioni tra fenomeni completamente indipendenti anche per puro caso. Non è difficile. Volete qualche esempio?
Sappiamo tutti che il numero di casi di autismo è in continuo aumento. Anni fa un medico aveva ipotizzato una relazione con alcune vaccinazioni. Poi si è scoperto che non esiste alcuna relazione tra vaccini e autismo, e che il medico aveva organizzato una truffa, ed è stato messo sotto inchiesta per questo (purtroppo molti genitori ancora credono a queste storie. Medbunker fa una bel riassunto)
Sappiamo anche che il consumo di prodotti biologici è in continuo aumento. Non ci sarà una correlazione tra le due cose? Proviamo a fare un grafico, in funzione del tempo, del numero di casi di autismo e delle vendite di cibo biologico in USA.
Bingo! E la correlazione è altissima (r=0.9971) superiore a quella tra cioccolato e Nobel. SVEGLIA, CI STANNO AVVELENANDO CON IL BIO!!!! FATE GIRARE!!! (No, scusate, non sono su Facebook
Ma non è finita qui. Usavate Internet Explorer e ora siete passati a Chrome? Avete fatto benissimo! Lo utilizzate ancora? Male, malissimo! Se passerete ad un altro browser sappiate che farete anche un favore alla società! È noto infatti che esiste una stretta correlazione tra omicidi e quote di mercato di Internet Explorer (e possiamo sicuramente ipotizzare che la frustrazione derivante dall’uso di un browser così primitivo possa generare pulsioni omicide verso il collega nel cubicolo a fianco, per cui abbiamo anche trovato il meccanismo psicologico).
Oh, bravi, siete passati a Chrome (ma anche Safari, Opera o Firefox vanno bene) e la società è un pochino migliore da oggi. Se siete in vena di fare del bene potete fare un passo ulteriore: diventate pirati! No, non sono impazzito: è noto che esiste una correlazione (inversa in questo caso) tra il global warming e il numero di pirati.
Se diventate pirati, oltre ad avere una vita avventurosa, contribuirete a rallentare il riscaldamento globale!
Buffo vero?
A che servono allora gli studi sulle correlazioni? A varie cose, ma non a dimostrare un rapporto di causa ed effetto. Prima di tutto servono a vedere se due fenomeni non mostrano correlazione. Nel caso una correlazione invece esista può valere la pena proseguire le ricerche e scoprire se davvero esiste un rapporto di causa ed effetto. Magari cercando e dimostrando l’esistenza di un meccanismo plausibile che spieghi la correlazione. Oppure suggerire un nuovo esperimento da effettuare. Ma una correlazione da sola, una semplice analisi statistica di una serie di dati, in questo campo non ha molto valore. Il problema non sono ovviamente gli articoli che discutono correlazioni, ma le interpretazioni spesso senza un robusto fondamento che ne seguono.
Ora vado a mangiarmi del cioccolato fondente 72% (ma solo perché mi piace e non mi importa che sia ricco di grassi vegetali saturi)
Alla prossima
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sabato 5 maggio 2012
Università: la rivolta dei ricercatori contro i concorsi manipolati
Fabio Sabatini da Micromega
L’università italiana sta cambiando. Non solo per le riforme, l’internazionalizzazione della ricerca e l’introduzione di nuovi sistemi di valutazione della produzione scientifica. I giovani ricercatori hanno cominciato a ribellarsi contro i concorsi manipolati. In modo organizzato, con azioni collettive da manuale che, negli ultimi mesi, hanno portato a bloccare due concorsi sospetti.
Ad avviare la mobilitazione sono stati gli economisti, su Facebook. Qui il gruppo “Secs in the cities”, nato come forum di discussione per ricercatori in cerca di lavoro, si è spontaneamente trasformato in un watchdog dei concorsi (il nome del gruppo deriva dal prefisso utilizzato dal Ministero dell’Università per identificare ai fini concorsuali i settori scientifico-disciplinari dell’area di Economia e Statistica).
Negli ultimi mesi le iniziative del “Secs-team” hanno portato all’annullamento di un concorso da ricercatore in economia politica presso l’Università del Piemonte Orientale e al differimento della nomina del vincitore di un concorso in politica economica presso l’Università dell’Insubria. In entrambi i casi il posto era stato vinto dal candidato che, secondo la denuncia del gruppo, aveva meno titoli rispetto agli altri concorrenti ma poteva vantare uno stretto legame professionale con il presidente della commissione giudicatrice. Un riassunto degli eventi si può trovare qui e qui.
La notizia di oggi è che cinque candidati del concorso dell’Insubria hanno presentato ricorso al Tar contro l’esito della procedura (i cui verbali sono disponibili sul sito dell’ateneo). Il Secs-team ha diffuso presso la sua mailing list un comunicato in cui annuncia l’avvio di una raccolta fondi per sostenere il ricorso.
Come si legge nel comunicato, “Oltre a rendere possibile l’azione legale in oggetto, tale sostegno fornirebbe infatti una dimostrazione inequivocabile del fatto che la comunità scientifica nazionale non è disposta ad assistere inerte all’attuazione di cattive pratiche nelle procedure di reclutamento, e intende agire concretamente per scoraggiarle”. La speranza degli estensori del comunicato è che la disapprovazione mostrata da una parte del mondo accademico in occasione dei concorsi contestati possa tradursi in un sostegno concreto.
Il link per effettuare la donazione si trova qui.
A mio parere ci sono diverse ragioni per contribuire alla raccolta fondi.
L’azione legale intrapresa dai candidati dell’Insubria è coraggiosa e meritoria, e non possiamo lasciarli soli. Uno dei deterrenti che impediscono ai ricercatori precari di ribellarsi ai concorsi manipolati è infatti il costo molto elevato dei ricorsi. I baroni lo sanno e ne approfittano, confidando nel fatto che la reazione dei candidati esclusi sarà nella maggior parte dei casi limitata a un effimero moto di indignazione. Oltre ai problemi finanziari, i potenziali ricorrenti spesso temono ritorsioni. È importante dimostrare che non hanno nulla da temere, perché il mondo accademico è sano e condivide pienamente la richiesta di trasparenza di chi denuncia le scorrettezze.
Al di là del concorso specifico, la partecipazione collettiva al finanziamento del ricorso corrisponde inoltre a un interesse generale, dato che, in caso di successo, recapiterà un segnale molto chiaro a tutti coloro che vogliono gestire le procedure di valutazione in modo poco trasparente: la comunità scientifica non ci sta, e oltre a firmare una petizione i ricercatori sono disposti anche a mettere mano al portafoglio.
L’interesse generale è ancora più esteso se consideriamo che una cosa del genere non era mai successa all’Università. Si tratta di una iniziativa “rivoluzionaria”, che nel suo piccolo dà un colpo alla cultura familista e particolarista che da secoli frena il rinnovamento delle istituzioni e lo sviluppo del nostro paese.
lunedì 20 ottobre 2008
Fondazioni e ricerca
Riportiamo una parte dell’intervento che il Prof Di Orio, rettore dell’Università dell’Aquila, ha tenuto in occasione della “Conferenza Programmatica Regionale”- Il Cantiere del Programma - di Rifondazione Comunista a Pescara, il giorno 4 Ottobre. Uno dei temi toccati è rappresentato dalle fondazioni, un argomento molto in voga ultimamente.

UNIVERSITÀ E RICERCA
Il problema fondamentale per il sistema dell’ “innovazione ricerca sviluppo” riguarda sostanzialmente l’acquisizione di risorse soprattutto finanziarie, ma anche umane e organizzative, alla scala necessaria per conseguire le indispensabili masse critiche.
In tale prospettiva, possono svolgere un ruolo importante le Fondazioni universitarie, che possono rappresentare strumenti essenziali per il reperimento di nuove risorse finanziarie e per l’utilizzazione dei risultati della ricerca scientifica.
Le Fondazioni Universitarie rappresentano ormai una realtà consolidata. Previste dalla Legge Finanziaria 2001 e dal DPR 254/2001, sono state promosse sinora da molti Atenei con le finalità di acquisire risorse finanziarie per il sistema universitario, di favorire la ricerca applicata e la formazione, di diffondere una cultura per lo sviluppo economico, anche attraverso iniziative congiunte tra università, aziende, istituti bancari, centri di ricerca ed enti pubblici.
Le Fondazioni già costitute sono 12 (Fondazione Politecnico di Milano; Fondazione Marco Biagi – Modena; Fondazione Università IULM – Milano; Fondazione Università degli Studi di Salerno; Fondazione Università G. D’Annunzio; Fondazione Università Teramo; Fondazione dell’Università degli Studi dell’Aquila; Fondazione Politecnica delle Marche; Fondazione N. Copernico – Ferrara; Fondazione Universitaria Azienda Agraria – Perugia; Fondazione Università Mediterranea –Reggio Calabria; Fondazione Università IUAV - Venezia).
Mentre altre quattro sono in via di costituzione (Fondazione Università di Padova; Fondazione Università della Basilicata; Fondazione Università di Palermo; Fondazione Università di Pavia).
In questa sede mi limiterò a ricordare tra le attività esercitabili dalle Fondazioni previste dall’art. 2 comma 2 quelle più importanti ai fini del rapporto tra Università e sviluppo del Territorio:
A) Promuovere la raccolta di fondi privati e pubblici e la richiesta di contributi pubblici e privati locali, nazionali, europei ed internazionali da destinare agli scopi della fondazione;
B) Stipulare contratti, convenzioni, accordi o intese con soggetti pubblici o privati;
C) Amministrare e gestire beni di cui abbia la proprietà o il possesso, nonché le strutture universitarie delle quali le sia stata affidata la gestione;
D) Sostenere lo svolgimento di attività di formazione, ricerca e trasferimento tecnologico, anche attraverso la gestione operativa di strutture scientifiche e/o tecnologiche degli enti di riferimento;
E) Promuovere la costituzione o partecipare a consorzi, associazioni o fondazioni che condividano le medesime finalità, nonché a strutture di ricerca, alta formazione e trasferimento tecnologico in Italia e all’estero…
L’esigenza di garantirne una maggiore incisività e un migliore coordinamento a livello nazionale alle Fondazioni esistenti, è stata recentemente riconosciuta attraverso la recente costituzione di un’Associazione che dovrà svolgere una funzione determinante nell’ulteriore crescita, anche numerica, delle Fondazioni stesse, nella condivisione delle loro esperienze e nella promozione di iniziative connesse allo sviluppo della società della conoscenza.
Ricerca, innovazione e sviluppo economico
È stato osservato come tra l’andamento della ricerca (numero di articoli scientifici) e l’andamento dei brevetti vi sia tra Europa e Stati Uniti un comportamento divergente e cioè in Europa sono in crescita gli indicatori che misurano l’output della ricerca (numero di articoli, impact factor, ecc.) mentre negli Stati Uniti è in crescita il numero di brevetti che è l’indicatore principale per valutare il trasferimento tecnologico. Ciò vuol dire che in Europa e, in modo ancora più stridente in Italia, l’aumento nella produzione di conoscenza non si straduce in un maggior utilizzo della conoscenza stessa.
Contemporaneamente, si è assistito ad un fiorire di istituzioni di varia natura a livello europeo (come il Technological Tranfer Networks - TTN), nazionale e regionale (agenzie regionali o nazionali di trasferimento tecnologico, parchi scientifici tecnologici, stazioni sperimentali ecc.).
Compito di queste istituzioni è di organizzare dall’alto l’interazione fra impresa e ricerca pubblica, favorire la diffusione della conoscenza del patrimonio di know-how tecnologico disponibile nel territorio, indirizzare la ricerca pubblica verso obbiettivi industriali, far collaborare fra loro le imprese e le università. Nella sostanza si cerca di ottenere con una pianificazione dall’alto, e con strutture appositamente costituite, quei trasferimenti tecnologici che il sistema non ha prodotto spontaneamente.
In Italia, a livello centrale, e in alcune regioni a livello periferico (Emilia Romagna e Lombardia per citare gli esempi più emblematici) sono nate una pluralità di iniziative di creazione di interfacce dell’innovazione. Poco è stato fatto con la dovuta continuità per fare in modo che all’interno del mercato, del sistema industriale e di quello finanziario si sviluppino le condizioni - e i finanziamenti necessari - per il trasferimento tecnologico. In Italia occorrerebbe in primo luogo rimuovere quelle situazioni che scoraggiano investimenti nella ricerca di frontiera e negli spin-off di alta tecnologia, in particolare:
1. I diritti di proprietà intellettuali non sono protetti sufficientemente;
2. Le leggi fiscali, non creano sufficienti incentivi per gli investimenti in ricerca e sviluppo;
3. Il capitale di rischio, come già detto, è quasi impossibile da ottenere.
Le politiche necessarie per promuovere meccanismi di trasferimento sono state già individuate e richiedono:
• una legislazione sui diritti di proprietà intellettuale nei brevetti che protegga l’attività inventiva di tutti i ricercatori, privati e pubblici, e consenta loro di fruire adeguati ritorni economici;
• incentivazioni economiche per l’attività di brevettazione altrimenti possibile solo nelle imprese medio grandi ma inaccessibile alle piccole imprese, alle Università e ai ricercatori universitari;
• l’ampliamento della base di deducibilità delle erogazioni delle imprese a favore della ricerca pubblica;
• la concessione di crediti di imposta a fronte delle spese sostenute dalle aziende per attività di ricerca;
• leggi di incentivazione che favoriscano gli investimenti in iniziative di ricerca o ad alto rischio tecnologico effettuate dal sistema finanziario;
• leggi sugli intermediari finanziari che facilitino la creazione di società di venture capital orientate alle imprese hi-tech;
• la creazione di una Borsa azionaria dedicata a imprese hi-tech.
Il finanziamento diretto delle imprese, erogato a livello nazionale, sembra essere meno efficace in quanto non risulta mai accompagnato da una seria attività di controllo che è l’unica che garantisce che le iniziative finanziata si traducano effettivamente in attività di ricerca e trasferimento tecnologico.
Diverso è il discorso dell’intervento a livello regionale, in questo caso l’attività di controllo e pianificazione sarebbe possibile e potrebbe essere efficace.
È di esempio per tutti il modello dell’Emilia Romagna in cui gli interventi regionali sono riusciti ad aggregare le imprese a livello locale sia tramite centri di servizi alle imprese che tramite il potenziamento dei distretti produttivi utilizzando la legge 317/1991 e da ultimo tramite i sistemi territoriali locali in cui accanto alle imprese si inseriscono i centri di ricerca pubblici e le Università.
La rottura di vecchi schematismi nel rapporto tra Università e Industria
Il fenomeno “spin-off”, con la presenza di società al confine fra Università ed industria, pur nella attuale limitatezza numerica, ha rappresentato un fattore di rottura di vecchi schematismi presenti sia all’interno del sistema universitario sia di quello produttivo.
In ambito industriale, infatti, per anni è stata sottovalutata l’esigenza del continuo aggiornamento delle conoscenze come elemento di competitività delle imprese, con la conseguente necessità di un rapporto costitutivo con Università e centri di ricerca. L’industria ha, invece, privilegiato la collaborazioni con singoli ricercatori per consulenze o l’utilizzazione di laboratori per prove specifiche nella forma di prestazione in conto terzi.
In modo speculare l’Università è stata sin qui permeata da una cultura che vedeva il ricercatore come parte di una comunità scientifica, i cui criteri metodologici, la valutazione del merito, i valori epistemologici, morali e sociali avevano valenza universale e non interagivano con la natura dei problemi espressi dal territorio e dal tessuto economico. Allo stesso modo alla ricerca scientifica non veniva attribuita alcuna accezione di tipo utilitaristico. Questo modello, che è stato validissimo per molti aspetti ed ha prodotto ricerca anche di elevatissima qualità, è stato però deficitario in un punto cruciale: non è riuscito ad interagire in modo significativo con il sistema industriale, ha vissuto in modo parallelo ad esso e quindi non ha prodotto innovazione tecnologica.
La presenza di società di spin off universitario, alcune delle quali insediati nel territorio e nelle zone industriali, il loro muoversi contemporaneamente nel mondo universitario e in quello dell’impresa tendono a scardinare questa separazione e tendono a porre in modo diverso e di maggior efficacia il rapporto impresa-università.
Ciò a maggior ragione in un momento storico in cui il progresso della società è basato sul binomio conoscenza-innovazione e, conseguentemente, viene attribuito un valore economico alla conoscenza e in generale a tutto ciò che costituisce un “bene immateriale”.
Una legge regionale per la ricerca, l’innovazione e l’Università
Per troppo tempo la Regione Abruzzo ha dimostrato scarso interesse nei confronti del sistema universitario, che oggi con i suoi tre Atenei e con i numerosi poli decentrati, è diffuso su tutto il territorio regionale. Il recente svolgimento della “Prima Conferenza sulle strategie per la ricerca e l’innovazione in Abruzzo” svoltasi all’Aquila il 19 maggio 2006, promossa e organizzata congiuntamente dal Comitato di Coordinamento regionale delle Università Abruzzesi e dalla Regione Abruzzo, ha rappresentato una significativa inversione di tendenza.
In tale prospettiva, la formulazione di una legge regionale finalizzata alla promozione, valorizzazione, sviluppo e diffusione della cultura umanistica e scientifica, della ricerca e dell’innovazione tecnologica; al sostegno dei luoghi dove si formano, si condividono e si diffondono le conoscenze scientifiche; a favorire l’interazione fra i saperi, al servizio dello sviluppo culturale e socio-economico del territorio e al miglioramento della qualità della vita; a creare e potenziare reti di eccellenza e incrementare gli scambi e la cooperazione scientifica internazionale.
Una Legge regionale in grado di assicurare risorse ai Centri di eccellenza e alle Università abruzzesi e che, nella finalità di regolamentazione e implementazione di tutto il sistema regionale abruzzese delle ricerca e dell’innovazione, abbia ben chiaro il legame strettissimo e irrinunciabile tra questo, la Scuola e le Università pubbliche.
Un Osservatorio regionale per l’Università può inoltre rappresentare l’organo di supporto alle decisioni e alla programmazione in materia di sviluppo del sistema universitario, dei servizi per il diritto allo studio e all’implementazione dei rapporti tra Atenei, Amministrazioni pubbliche, forze sociali ed economiche, popolazione studentesca.
Considerazioni conclusive
Il complesso di dati qui sinteticamente evidenziati permette di delineare un quadro di difficoltà strutturale del Mezzogiorno, cui si è accompagnato nell’ultimo quinquennio anche un peggioramento congiunturale dei livelli relativi, in particolare nei confronti delle regioni più deboli dell’Unione. In questo contesto nazionale e meridionale, non può essere di conforto il fatto che l’Abruzzo si posizioni, rispetto a molti indicatori, al vertice delle regioni meridionali. L’analisi degli indicatori consente di individuare alcune aree specifiche di debolezza competitiva, e quindi di delineare una sorta di “agenda prioritaria” di intervento: Il deficit di dotazione di infrastrutture strategiche; l’insufficiente livello di spesa pubblica per ricerca e sviluppo; la bassa quota di laureati in materie scientifiche; l’insufficiente volume di investimenti esteri; la scarsa apertura dei mercati. Questi punti sinteticamente rappresentati devono diventare target da monitorare al fine di verificare la reale capacità della politica di coesione nazionale e regionale di incidere sulle determinanti del ritardo di sviluppo.
In Abruzzo, nel processo di interazione tra ricerca, formazione, trasferimento tecnologico operano una pluralità di attori di cui i principali sono il sistema formativo – ed in particolare le le UniversitàAbruzzesi - il sistema delle autonomie locali, e gli enti che esplicitamente sono stati creati per iltrasferimento tecnologico e per il supporto delle imprese. È necessario che queste diverse forze acquistino la capacità di fare sistema e cioè di coordinare in modo esplicito gli sforzi per il raggiungimento di un obiettivo. Il sistema formativo ed in particolare l’Università rappresentano punti di forza – sebbene non esclusivi – del sistema abruzzese, che sicuramente potrà e dovrà ulteriormente rafforzarsi in futuro, anche in relazione ad una nuova mission emergente dell’Università, che consiste nella valorizzazione economica dei nuovi saperi e nella loro trasformazione in risorsa strategica per ilterritorio.
Se investire ancora di più sull’istruzione e sulla formazione rappresenta un elemento necessario, può tuttavia non essere sufficiente per garantire lo sviluppo del sistema, senza una contemporaneapresa di coscienza da parte dell’impresa e di tutto il sistema produttivo, finalizzata alla crescita economica e alla predisposizione di adeguate politiche industriali e di sviluppo. Ciò significa anche investire su strumenti innovativi di azione che colleghino più direttamente il sistema formativo con il tessuto economico territoriale (crediti per la formazione, prestiti d’onore per progetti individuali di formazione e stage, spin-off per l’innovazioni tecnologica derivati dalla ricerca universitaria, ecc.), e consentano di mettere in rete le Università, i Centri di ricerca presenti sul territorio e il sistema produttivo. Tra i possibili campi di interazione con il territorio sono: il trasferimento tecnologico, il partenariato con le imprese e l’incubazione di nuove imprese; la diffusione della cultura scientifica; il dialogo tra ricercatori e cittadini; la promozione del lavoro intellettuale; la tutela e la valorizzazione del patrimonio storico, artistico e naturale; la vivibilità urbana e la sostenibilità dello sviluppo territoriale; l’attenzione alla salute e la sicurezza dei cittadini, la cura e i servizi alla persona.
L’attività di trasferimento tecnologico al sistema produttivo può determinarsi anche mediante percorsi formativi sul campo che, prendendo origine dall’Università stessa, portino i giovani a svolgere tesi di laurea mirate allo specifico progetto di ricerca, per svilupparsi con contratti di progetto post-laurea e completarsi poi con il definitivo ingresso dei “giovani tecnologi” all’interno del sistema produttivo. Perché quanto prima esposto possa davvero diventare prassi consolidata anche in Abruzzo, è necessario che il sistema “innovazione-ricerca-sviluppo” abruzzese si proponga, con indipendenza e autorevolezza, al rapporto e al confronto con la società, con le altre istituzioni, con l’opinione pubblica, con il contesto regionale nella sua globalità, declinando il suo ruolo di servizio in modo strategico e con spirito propositivo e propulsivo.
UNIVERSITÀ E RICERCA
Il problema fondamentale per il sistema dell’ “innovazione ricerca sviluppo” riguarda sostanzialmente l’acquisizione di risorse soprattutto finanziarie, ma anche umane e organizzative, alla scala necessaria per conseguire le indispensabili masse critiche.
In tale prospettiva, possono svolgere un ruolo importante le Fondazioni universitarie, che possono rappresentare strumenti essenziali per il reperimento di nuove risorse finanziarie e per l’utilizzazione dei risultati della ricerca scientifica.
Le Fondazioni Universitarie rappresentano ormai una realtà consolidata. Previste dalla Legge Finanziaria 2001 e dal DPR 254/2001, sono state promosse sinora da molti Atenei con le finalità di acquisire risorse finanziarie per il sistema universitario, di favorire la ricerca applicata e la formazione, di diffondere una cultura per lo sviluppo economico, anche attraverso iniziative congiunte tra università, aziende, istituti bancari, centri di ricerca ed enti pubblici.
Le Fondazioni già costitute sono 12 (Fondazione Politecnico di Milano; Fondazione Marco Biagi – Modena; Fondazione Università IULM – Milano; Fondazione Università degli Studi di Salerno; Fondazione Università G. D’Annunzio; Fondazione Università Teramo; Fondazione dell’Università degli Studi dell’Aquila; Fondazione Politecnica delle Marche; Fondazione N. Copernico – Ferrara; Fondazione Universitaria Azienda Agraria – Perugia; Fondazione Università Mediterranea –Reggio Calabria; Fondazione Università IUAV - Venezia).
Mentre altre quattro sono in via di costituzione (Fondazione Università di Padova; Fondazione Università della Basilicata; Fondazione Università di Palermo; Fondazione Università di Pavia).
In questa sede mi limiterò a ricordare tra le attività esercitabili dalle Fondazioni previste dall’art. 2 comma 2 quelle più importanti ai fini del rapporto tra Università e sviluppo del Territorio:
A) Promuovere la raccolta di fondi privati e pubblici e la richiesta di contributi pubblici e privati locali, nazionali, europei ed internazionali da destinare agli scopi della fondazione;
B) Stipulare contratti, convenzioni, accordi o intese con soggetti pubblici o privati;
C) Amministrare e gestire beni di cui abbia la proprietà o il possesso, nonché le strutture universitarie delle quali le sia stata affidata la gestione;
D) Sostenere lo svolgimento di attività di formazione, ricerca e trasferimento tecnologico, anche attraverso la gestione operativa di strutture scientifiche e/o tecnologiche degli enti di riferimento;
E) Promuovere la costituzione o partecipare a consorzi, associazioni o fondazioni che condividano le medesime finalità, nonché a strutture di ricerca, alta formazione e trasferimento tecnologico in Italia e all’estero…
L’esigenza di garantirne una maggiore incisività e un migliore coordinamento a livello nazionale alle Fondazioni esistenti, è stata recentemente riconosciuta attraverso la recente costituzione di un’Associazione che dovrà svolgere una funzione determinante nell’ulteriore crescita, anche numerica, delle Fondazioni stesse, nella condivisione delle loro esperienze e nella promozione di iniziative connesse allo sviluppo della società della conoscenza.
Ricerca, innovazione e sviluppo economico
È stato osservato come tra l’andamento della ricerca (numero di articoli scientifici) e l’andamento dei brevetti vi sia tra Europa e Stati Uniti un comportamento divergente e cioè in Europa sono in crescita gli indicatori che misurano l’output della ricerca (numero di articoli, impact factor, ecc.) mentre negli Stati Uniti è in crescita il numero di brevetti che è l’indicatore principale per valutare il trasferimento tecnologico. Ciò vuol dire che in Europa e, in modo ancora più stridente in Italia, l’aumento nella produzione di conoscenza non si straduce in un maggior utilizzo della conoscenza stessa.
Contemporaneamente, si è assistito ad un fiorire di istituzioni di varia natura a livello europeo (come il Technological Tranfer Networks - TTN), nazionale e regionale (agenzie regionali o nazionali di trasferimento tecnologico, parchi scientifici tecnologici, stazioni sperimentali ecc.).
Compito di queste istituzioni è di organizzare dall’alto l’interazione fra impresa e ricerca pubblica, favorire la diffusione della conoscenza del patrimonio di know-how tecnologico disponibile nel territorio, indirizzare la ricerca pubblica verso obbiettivi industriali, far collaborare fra loro le imprese e le università. Nella sostanza si cerca di ottenere con una pianificazione dall’alto, e con strutture appositamente costituite, quei trasferimenti tecnologici che il sistema non ha prodotto spontaneamente.
In Italia, a livello centrale, e in alcune regioni a livello periferico (Emilia Romagna e Lombardia per citare gli esempi più emblematici) sono nate una pluralità di iniziative di creazione di interfacce dell’innovazione. Poco è stato fatto con la dovuta continuità per fare in modo che all’interno del mercato, del sistema industriale e di quello finanziario si sviluppino le condizioni - e i finanziamenti necessari - per il trasferimento tecnologico. In Italia occorrerebbe in primo luogo rimuovere quelle situazioni che scoraggiano investimenti nella ricerca di frontiera e negli spin-off di alta tecnologia, in particolare:
1. I diritti di proprietà intellettuali non sono protetti sufficientemente;
2. Le leggi fiscali, non creano sufficienti incentivi per gli investimenti in ricerca e sviluppo;
3. Il capitale di rischio, come già detto, è quasi impossibile da ottenere.
Le politiche necessarie per promuovere meccanismi di trasferimento sono state già individuate e richiedono:
• una legislazione sui diritti di proprietà intellettuale nei brevetti che protegga l’attività inventiva di tutti i ricercatori, privati e pubblici, e consenta loro di fruire adeguati ritorni economici;
• incentivazioni economiche per l’attività di brevettazione altrimenti possibile solo nelle imprese medio grandi ma inaccessibile alle piccole imprese, alle Università e ai ricercatori universitari;
• l’ampliamento della base di deducibilità delle erogazioni delle imprese a favore della ricerca pubblica;
• la concessione di crediti di imposta a fronte delle spese sostenute dalle aziende per attività di ricerca;
• leggi di incentivazione che favoriscano gli investimenti in iniziative di ricerca o ad alto rischio tecnologico effettuate dal sistema finanziario;
• leggi sugli intermediari finanziari che facilitino la creazione di società di venture capital orientate alle imprese hi-tech;
• la creazione di una Borsa azionaria dedicata a imprese hi-tech.
Il finanziamento diretto delle imprese, erogato a livello nazionale, sembra essere meno efficace in quanto non risulta mai accompagnato da una seria attività di controllo che è l’unica che garantisce che le iniziative finanziata si traducano effettivamente in attività di ricerca e trasferimento tecnologico.
Diverso è il discorso dell’intervento a livello regionale, in questo caso l’attività di controllo e pianificazione sarebbe possibile e potrebbe essere efficace.
È di esempio per tutti il modello dell’Emilia Romagna in cui gli interventi regionali sono riusciti ad aggregare le imprese a livello locale sia tramite centri di servizi alle imprese che tramite il potenziamento dei distretti produttivi utilizzando la legge 317/1991 e da ultimo tramite i sistemi territoriali locali in cui accanto alle imprese si inseriscono i centri di ricerca pubblici e le Università.
La rottura di vecchi schematismi nel rapporto tra Università e Industria
Il fenomeno “spin-off”, con la presenza di società al confine fra Università ed industria, pur nella attuale limitatezza numerica, ha rappresentato un fattore di rottura di vecchi schematismi presenti sia all’interno del sistema universitario sia di quello produttivo.
In ambito industriale, infatti, per anni è stata sottovalutata l’esigenza del continuo aggiornamento delle conoscenze come elemento di competitività delle imprese, con la conseguente necessità di un rapporto costitutivo con Università e centri di ricerca. L’industria ha, invece, privilegiato la collaborazioni con singoli ricercatori per consulenze o l’utilizzazione di laboratori per prove specifiche nella forma di prestazione in conto terzi.
In modo speculare l’Università è stata sin qui permeata da una cultura che vedeva il ricercatore come parte di una comunità scientifica, i cui criteri metodologici, la valutazione del merito, i valori epistemologici, morali e sociali avevano valenza universale e non interagivano con la natura dei problemi espressi dal territorio e dal tessuto economico. Allo stesso modo alla ricerca scientifica non veniva attribuita alcuna accezione di tipo utilitaristico. Questo modello, che è stato validissimo per molti aspetti ed ha prodotto ricerca anche di elevatissima qualità, è stato però deficitario in un punto cruciale: non è riuscito ad interagire in modo significativo con il sistema industriale, ha vissuto in modo parallelo ad esso e quindi non ha prodotto innovazione tecnologica.
La presenza di società di spin off universitario, alcune delle quali insediati nel territorio e nelle zone industriali, il loro muoversi contemporaneamente nel mondo universitario e in quello dell’impresa tendono a scardinare questa separazione e tendono a porre in modo diverso e di maggior efficacia il rapporto impresa-università.
Ciò a maggior ragione in un momento storico in cui il progresso della società è basato sul binomio conoscenza-innovazione e, conseguentemente, viene attribuito un valore economico alla conoscenza e in generale a tutto ciò che costituisce un “bene immateriale”.
Una legge regionale per la ricerca, l’innovazione e l’Università
Per troppo tempo la Regione Abruzzo ha dimostrato scarso interesse nei confronti del sistema universitario, che oggi con i suoi tre Atenei e con i numerosi poli decentrati, è diffuso su tutto il territorio regionale. Il recente svolgimento della “Prima Conferenza sulle strategie per la ricerca e l’innovazione in Abruzzo” svoltasi all’Aquila il 19 maggio 2006, promossa e organizzata congiuntamente dal Comitato di Coordinamento regionale delle Università Abruzzesi e dalla Regione Abruzzo, ha rappresentato una significativa inversione di tendenza.
In tale prospettiva, la formulazione di una legge regionale finalizzata alla promozione, valorizzazione, sviluppo e diffusione della cultura umanistica e scientifica, della ricerca e dell’innovazione tecnologica; al sostegno dei luoghi dove si formano, si condividono e si diffondono le conoscenze scientifiche; a favorire l’interazione fra i saperi, al servizio dello sviluppo culturale e socio-economico del territorio e al miglioramento della qualità della vita; a creare e potenziare reti di eccellenza e incrementare gli scambi e la cooperazione scientifica internazionale.
Una Legge regionale in grado di assicurare risorse ai Centri di eccellenza e alle Università abruzzesi e che, nella finalità di regolamentazione e implementazione di tutto il sistema regionale abruzzese delle ricerca e dell’innovazione, abbia ben chiaro il legame strettissimo e irrinunciabile tra questo, la Scuola e le Università pubbliche.
Un Osservatorio regionale per l’Università può inoltre rappresentare l’organo di supporto alle decisioni e alla programmazione in materia di sviluppo del sistema universitario, dei servizi per il diritto allo studio e all’implementazione dei rapporti tra Atenei, Amministrazioni pubbliche, forze sociali ed economiche, popolazione studentesca.
Considerazioni conclusive
Il complesso di dati qui sinteticamente evidenziati permette di delineare un quadro di difficoltà strutturale del Mezzogiorno, cui si è accompagnato nell’ultimo quinquennio anche un peggioramento congiunturale dei livelli relativi, in particolare nei confronti delle regioni più deboli dell’Unione. In questo contesto nazionale e meridionale, non può essere di conforto il fatto che l’Abruzzo si posizioni, rispetto a molti indicatori, al vertice delle regioni meridionali. L’analisi degli indicatori consente di individuare alcune aree specifiche di debolezza competitiva, e quindi di delineare una sorta di “agenda prioritaria” di intervento: Il deficit di dotazione di infrastrutture strategiche; l’insufficiente livello di spesa pubblica per ricerca e sviluppo; la bassa quota di laureati in materie scientifiche; l’insufficiente volume di investimenti esteri; la scarsa apertura dei mercati. Questi punti sinteticamente rappresentati devono diventare target da monitorare al fine di verificare la reale capacità della politica di coesione nazionale e regionale di incidere sulle determinanti del ritardo di sviluppo.
In Abruzzo, nel processo di interazione tra ricerca, formazione, trasferimento tecnologico operano una pluralità di attori di cui i principali sono il sistema formativo – ed in particolare le le UniversitàAbruzzesi - il sistema delle autonomie locali, e gli enti che esplicitamente sono stati creati per iltrasferimento tecnologico e per il supporto delle imprese. È necessario che queste diverse forze acquistino la capacità di fare sistema e cioè di coordinare in modo esplicito gli sforzi per il raggiungimento di un obiettivo. Il sistema formativo ed in particolare l’Università rappresentano punti di forza – sebbene non esclusivi – del sistema abruzzese, che sicuramente potrà e dovrà ulteriormente rafforzarsi in futuro, anche in relazione ad una nuova mission emergente dell’Università, che consiste nella valorizzazione economica dei nuovi saperi e nella loro trasformazione in risorsa strategica per ilterritorio.
Se investire ancora di più sull’istruzione e sulla formazione rappresenta un elemento necessario, può tuttavia non essere sufficiente per garantire lo sviluppo del sistema, senza una contemporaneapresa di coscienza da parte dell’impresa e di tutto il sistema produttivo, finalizzata alla crescita economica e alla predisposizione di adeguate politiche industriali e di sviluppo. Ciò significa anche investire su strumenti innovativi di azione che colleghino più direttamente il sistema formativo con il tessuto economico territoriale (crediti per la formazione, prestiti d’onore per progetti individuali di formazione e stage, spin-off per l’innovazioni tecnologica derivati dalla ricerca universitaria, ecc.), e consentano di mettere in rete le Università, i Centri di ricerca presenti sul territorio e il sistema produttivo. Tra i possibili campi di interazione con il territorio sono: il trasferimento tecnologico, il partenariato con le imprese e l’incubazione di nuove imprese; la diffusione della cultura scientifica; il dialogo tra ricercatori e cittadini; la promozione del lavoro intellettuale; la tutela e la valorizzazione del patrimonio storico, artistico e naturale; la vivibilità urbana e la sostenibilità dello sviluppo territoriale; l’attenzione alla salute e la sicurezza dei cittadini, la cura e i servizi alla persona.
L’attività di trasferimento tecnologico al sistema produttivo può determinarsi anche mediante percorsi formativi sul campo che, prendendo origine dall’Università stessa, portino i giovani a svolgere tesi di laurea mirate allo specifico progetto di ricerca, per svilupparsi con contratti di progetto post-laurea e completarsi poi con il definitivo ingresso dei “giovani tecnologi” all’interno del sistema produttivo. Perché quanto prima esposto possa davvero diventare prassi consolidata anche in Abruzzo, è necessario che il sistema “innovazione-ricerca-sviluppo” abruzzese si proponga, con indipendenza e autorevolezza, al rapporto e al confronto con la società, con le altre istituzioni, con l’opinione pubblica, con il contesto regionale nella sua globalità, declinando il suo ruolo di servizio in modo strategico e con spirito propositivo e propulsivo.
lunedì 6 ottobre 2008
Saperi: per una razionalizzazione del sistema di ricerca
Pubblichiamo volentieri l'intervento che il Prof. Sensi, docente e ricercatore nel campo delle neuroscienze, ha tenuto nell'ambito di una Conferenza Programmatica del partito della rifondazione Comunista, tenutasi a Pescara e intitolata: " Il Cantiere del Programma". La conferenza era suddivisa in due distinte sezioni: " saperi" ed "ambiente e territorio".
PER UNA RAZIONALIZZAZIONE
DEL SISTEMA RICERCA
Stefano Sensi, docente Università G. d’Annunzio e University of California-Irvine
Echeggio le proposte del gruppo 2003 che in larga parte contengono un’analisi condivisibile ed una terapia adeguata per il sistema “ricerca” italiano
1) Meritocrazia e valutazione
Il primo punto riguarda la spinosa questione della meritocrazia, parola oggi di moda, verso cui abbiamo sempre avuto una comprensibile allergia, ma che deve essere ri-considerata in maniera razionale e senza pregiudizi. Come messo in evidenza dal gruppo 2003, i ricercatori capaci e motivati hanno in Italia forti difficoltà a svolgere il proprio lavoro in quanto i criteri su cui si basano avanzamenti di carriera ed autonomia gestionale sono legati in maniera prioritaria ad anzianità o l'appartenenza a gruppi di potere (accademico, politico, eccetera). Si tratta dunque di introdurre un criterio meritocratico in maniera però ponderata. Il criterio meritocratico infatti non regge se non ci realizzano due condizioni fondamentali:
A) Indipendenza e trasparenza della valutazione tramite l’azione di agenzie e organismi terzi. In Italia, il sistema gerontocratico e paternalista che controlla la ricerca controlla anche se stesso in palese conflitto d'interesse. A livello internazionale sono invece in vigore criteri razionali per permettere una valutazione obiettiva: citazioni, fattore di impatto, brevetti venduti, finanziamenti competitivi da sorgenti di finanziamento pubblico o privato. Si tratta dunque di usare gli strumenti disponibili per valutare i singoli e le istituzioni (istituti, dipartimenti, facoltà, università, enti di ricerca pubblici e privati), premiando chi opera bene, prendendo misure correttive per chi opera in condizioni di difficoltà e/o inefficienza ed infine penalizzando chi persevera in condotte basate su criteri nepotisti e poco trasparenti.
b) Competizione alla pari. Competere è lecito (anche se un grosso impulso, vd sotto, dovrebbe essere parimenti dato alla collaborazione) quando lo si può fare davvero. La competizione è efficace quando si mettono i potenziali competitori in grado di farlo sul serio. Il principio sacrosanto di premiare chi si impegna deve trovare una sua ricomposizione con la necessità di far partire tutti allo stesso punto. È fondamentale che si potenzino i finanziamenti per rendere realmente operativi i centri di ricerca, i nuovi soggetti (giovani), ed i nuovi gruppi di ricerca. Oggi è molto difficile per un giovane ricercatore svilupparsi in Italia come scienziato indipendente. La scarsità di fondi, l'incertezza e le caratteristiche dei meccanismi di finanziamento privilegiano, nel migliore dei casi, gli scienziati affermati, responsabili di grandi gruppi.
2) Autonomia e responsabilità dei singoli e delle istituzioni
Autonomia. Come giustamente indicato dal Gruppo 2003 “L'autonomia, la competizione e la collaborazione, a livello dei singoli e delle istituzioni, costituiscono i cardini di ogni sistema di ricerca moderno”. Come accennato nel punto 1 il criterio gerontocratico del sistema Italiano sbarra le porte soprattutto ai giovani che hanno grande difficoltà a gestire autonomamente fondi e gruppi. Un sistema efficace dovrebbe incentivare l’ elargizione di fondi dedicati a gruppi e ricercatori giovani.
Responsabilità. Uno dei punti di forza del sistema anglosassone è il principio dell’accountability. Ciascuno, a qualsiasi livello (gruppo, dipartimento, vertici accademico istituzionali), si rende responsabile delle scelte fatte. Verifiche condotte da organismi terzi, con scadenze triennali, assicurano la bontà ed efficacia di quanto fatto. Gestioni efficaci e trasparenti vengono premiati, comportamenti nepotisti e corrotti no. Le istituzioni scientifiche sono facilmente valutabili usando i criteri elencati sopra. È importante indurre una rivoluzione dei costumi che permetta di mettere in chiaro che nessuno è “sopra la legge” e che scelte fatte con criteri al di fuori del merito (anzianità, clientela, parentela) hanno entro tempi brevi gravi conseguenze sul livello di finanziamento e sull'esistenza stessa del dipartimento, dell'università o dell'ente di ricerca.
3) Flessibilità
Anche qui l’analisi del gruppo 2003 è ampiamente condivisibile “Il sistema di ricerca Italia è caratterizzato da estrema rigidità, antitetica ad un sistema efficiente e produttivo. Scarsi sono i livelli di mobilità all'interno delle istituzioni pubbliche o fra istituzioni pubbliche e private e spesso questi rispondono più a criteri di aggiustamento interno che non a politiche di ricerca fatte da istituzioni autonome e responsabili”.
Il sistema universitario italiano vive di un paradosso. Una sorta di legge del tutto o nulla. I “giovani” ricercatori vengono mantenuti in una sorta di limbo e precariato (con stipendi di 800-1000 euro al mese) che si protrae spesso ben oltre i 35- 40 anni (un’età in cui in altri sistemi si è spesso in posizione di piena autonomia gestionale). Qualora arrivi però l’assunzione tutto si ribalta, non ci sono criteri razionali di valutazione e chi fa prende o va avanti tanto quanto chi si impegna poco o nulla. Una possibile soluzione viene offerta dal modello anglosassone ed americano in particolare, dove anche avere “il posto fisso”, la cosidetta tenure, garantisce un reddito fisso che può però essere incrementato a seconda del lavoro svolto. Un ricercatore americano può infatti integrare il proprio salario con finanziamenti da lui ottenuti per progetti competitivi (grants), in una condizione in cui lo Stato (attraverso agenzie come NIH-National Institutes of Health, DOE-Department of Energy, NSF-National Science Foundation, MRC-Medical Research Council, NASA, eccetera) offre sorgenti di finanziamento affidabili e costanti. Nel sistema americano, vengono anche previste misure di sicurezza per cui chi per motivi vari esce dal giro dei finanziamenti pubblici viene messo in condizione, tramite l’elargizione di bridge funds istituzionali, di mantenersi competitivo e rimettersi in pista.
4) Massa critica e collaborazione
In generale, la ricerca scientifica in aree altamente competitive richiede massa critica. Massa critica significa strutture di grandi dimensioni, condivisione di apparecchiature sofisticate e costose, banche dati e sistemi informativi efficienti, processi moderni, servizi di base, eccetera; ma anche la costituzione di centri in cui la maggior parte dei cervelli abitino sotto lo stesso tetto e siano messi in condizione di interagire quotidianamente sia livello scientifico (seminari, journal club, ecc.) ma anche informale (mense ed attività ricreative che permettano di incontrarsi e discutere al di fuori del laboratorio). La parcellizzazione non paga e non serve una pletora di minuscoli istituti di bassa qualità.
Collaborazione. I grossi successi di progetti collaborativi come quelli di fisica ed astrofisica ma anche di progetti come Linux indicano che una parte fondamentale di una ricerca scientifica e di una produzione di sapere che si basi su criteri di efficienza ed efficacia vede come ineludibile la condivisione della conoscenza. E necessario implementare a tutti i livelli quel concetto di open source che permette di evitare lo spreco di risorse umane e finanziarie in progetti paralleli e ridondanti.
5) Il reclutamento dei cervelli: per un sistema aperto
La mobilità costituisce un elemento essenziale della ricerca scientifica. Critico il discorso del "rientro dei cervelli" ma soprattutto la possibilità di una libera migrazione dei ricercatori all’interno di networks nazionali ed internazionali. Un sistema aperto dovrebbe attrarre ricercatori, italiani e non, nella fase di massima creatività e produttività, offrendo condizioni che consentano loro di esprimersi. Si dovrebbe inoltre penalizzare, pratica questa comune negli USA, il reclutamento interno onde evitare che i laureati interni perpetrino visioni e pregiudizi dei propri “maestri”. Bisogna evitare che si sviluppino “scuole” in cui i ricercatori anziani condizionano anche culturalmente le scelte e punti di vista dei più giovani (talvolta, visti i livelli di nepotismo, persino fra essi legati da parentela). Si dovrebbe anche favorire lo sviluppo di politiche immigratorie a favore di ricercatori che vengano da aree disagiate. Si tratta spesso di giovani estremamente motivati che possono arricchire il nostro asfittico panorama nazionale.
6) Il finanziamento
Come indicato dal gruppo 2003 “Finanziare la ricerca non è un lusso ma una necessità. Solo una classe dirigente miope non si rende conto che la ricerca (insieme all'istruzione) è il pilastro su cui si costruisce il futuro e la prosperità di un Paese. Il nanismo industriale italiano deriva, oltre che da altri fattori, dalla nostra storica incapacità di costruire sistemi industriali complessi e globali, alimentati dall'innovazione quale fattore propulsore dello sviluppo”.
Una necessità critica è quella di chiedere con forza un aumento significativo, programmato, non episodico del finanziamento statale, ma anche una radicale revisione dei criteri di valutazione delle proposte e dei progetti di ricerca. Ad oggi vige in Italia una vera cupola gerontocratica che controlla in maniera capillare l’esiguo flusso dei finanziamenti. Una vistosa anomalia è data dalla pressoché totale assenza di grants individuali. Tutto avviene tramite il finanziamento di progetti multicentrici, le cosidette “cordate”. In questa maniera i soldi vengono presi dai soliti noti e lo spazio per ricercatori giovani e/o fuori dal giro è nullo. Per capire quanto grave è la situazione quanto forte sia la richiesta potenziale di fondi individuali per giovani , si può considerare quanto è avvenuto in risposta al bando europeo nella call IDEAS. Si trattava di un’opportunità di finanziamento per progetti individuali gestiti in maniera indipendente da giovani ricercatori a inizio carriera. La comunità Europea si era attrezzata per qualche centinaio di proposte: ne sono arrivate poco meno di 10.000.
10 Proposte in breve del gruppo 2003
1. Non più promozioni per legge o comunque mascherate come concorsi dedicati.
2. Valutazione da parte di esperti indipendenti, anonimi, internazionali (peer review) per progetti, finanziamenti e carriera.
3. Valutazione delle istituzioni, dei laboratori e dei centri di ricerca, usando anche strumenti quali site visits e su questa base dosare il finanziamento pubblico.
4. Accesso anche per giovani ricercatori a finanziamenti, su progetti valutati, da gestire in autonomia.
5. Mercato del lavoro affidabile che consenta mobilità, retribuzioni adeguate e percorsi di carriera.
6. Scelte politiche strategiche sulle priorità della ricerca.
7. Programma di attrazione di ricercatori dai Paesi meno sviluppati.
8. Incentivi fiscali all'industria per investimenti in ricerca.
9. Facilitazioni fiscali per le donazioni a università, istituti o enti di ricerca.
10. Otto per mille alla ricerca.
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