giovedì 22 settembre 2016

Valutazione di una nota agenzia letteraria di "Spinoza Rosso Sangue". Poi ditemi che non è un capolavoro

Di seguito la valutazione di una nota agenzia letteraria, della quale preferiamo non fare il nome, del nostro romanzo

Valutazione del testo “Spinoza rosso sangue”

Gentili signori Cilli e D’Amico,
come da Vostra richiesta, abbiamo letto e valutato il romanzo “Spinoza rosso sangue”, che reputiamo idoneo agli standard qualitativi che ...omissis


Si tratta di un romanzo trasversale e che si inserisce nell’ambito di un ventaglio di generi letterari, dal fantasy gotico al noir al romanzo puro, di cui gli autori hanno sapientemente utilizzato i codici linguistici ed espressivi.
Difficile e limitante, darne una definizione univoca.
Il target in cui potrebbe essere inserito, tuttavia, sembrerebbe essere (efficacemente) quello del fantasy.

La scrittura è caratterizzata da un ritmo e un taglio cinematografici particolarmente efficaci; lo stile appare brillante; il linguaggio, colto e dal tono spesso ironico.
Si ravvisa, in alcuni passaggi, una certa “frenesia narrativa” che porta a una sovrapposizione poco fluida degli scenari e dei personaggi.
Il mood della narrazione è permeato da una atemporalità latente, che tuttavia non si esprime in maniera esplicita: da qui, la sensazione di trovarsi di fronte a scenari spazio/temporali paralleli.


“Sensazione” e non certezza, perché l’elemento temporale resta la grossa incognita di tutto il romanzo.
“Quando” e “Dove” sono i due interrogativi che un ipotetico lettore si pone costantemente.

Ottima ci è parsa la caratterizzazione dei personaggi.
Il ritmo e il tono dei dialoghi appaiono adeguati al contesto e conferiscono vivacità e brio alla narrazione.

L’alternanza di scenari si sussegue con perizia narrativa coinvolgente ed efficace, che non annoia perché il cambio di fronte sposta continuamente l’attenzione da una vicenda all’altra.
Tuttavia, occorre fare attenzione affinché il lettore non resti disorientato da salti spazio/temporali repentini quanto affollati di personaggi.

L’apparente leggerezza della scrittura, che non diventa mai superficialità, accompagna la lettura inducendo una sempre rinnovata curiosità.

Nell’opera in visione si ravvisano notevoli margini di miglioramento stilistico/formale, che renderebbe il linguaggio più fluido e le sequenze narrative meno stridenti.

Si evidenzia, inoltre, la necessità delle note a piè di pagina che aiutino il lettore nella comprensione della terminologia adottata, nonché un indice dei personaggi e dei ruoli, particolarmente utile in un romanzo ricco come questo.



Si tratta di un testo interessante, che si legge piacevolmente, espressione di uno stile originale che ha ottimi margini di miglioramento e perfezionamento.

Siamo perciò lieti di comunicare che l’esito della prima valutazione è positivo e il nostro studio è disponibile ad annoverarVi eventualmente fra i suoi autori assistiti sul panorama editoriale italiano.

Nel caso desideraste procedere ad una prima definizione di percorsi e condizioni, Vi invitiamo a contattarci all’e-mail...omissis

                                                                      
                                                                       Cordialmente
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SpinozaRossoSangue

domenica 18 settembre 2016

Voci dalla Germania: Salvataggi alla tedesca

Voci dalla Germania: Salvataggi alla tedesca: Mentre in Italia si prepara il bail-in con le subordinate di MPS, in Germania le banche in crisi si salvano ancora alla vecchia maniera: co...

Respiro lungo


di Mimmo Porcaro

http://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/7952-mimmo-porcaro-respiro-lungo.html

L’impossibile uscita “da sinistra” dall’euro


Guido Iodice, usa argomentazioni molto stringenti. Mi piacerebbe sentire il parere di qualcuno che capisce di economia sulle posizioni epsresse da questo articolo.

Partendo dall’intervista pubblicata su MicroMega all’economista Brancaccio, il coautore di Keynesblog.com alimenta il dibattito sul tema della moneta unica: “L’euro è stato un errore ma il rischio è che la cura sia peggiore della malattia”. L’uscita sarebbe inevitabilmente a destra. Da qui le critiche alle tesi di Brancaccio.  
di Guido Iodice da Micromega

Questo articolo è un commento critico all’intervista a Emiliano Brancaccio pubblicata da Micromega. Ho scelto di prenderla come spunto proprio perché stimo Brancaccio e credo che le sue tesi siano ispirate da una riflessione seria. Come premessa devo chiarire che non sono un difensore dell’euro: credo anzi che la moneta unica sia stata un errore. Ma questo non implica che uscirne riparerebbe l’errore commesso. Al contrario, come già ho avuto modo di scrivere insieme a Daniela Palma su Economia e Politica, il rischio è che la cura sia peggiore della malattia. E su questo siamo stati confortati da analoghe analisi (Gallegati, Biasco, Visco)
L’euro non è più quello di una volta

Il punto di partenza di Brancaccio è l’impossibilità politica di riformare l’unione monetaria. E’ una posizione che sembra non temere conto di quanto successo a partire dal 2012. L’euro di oggi è già molto diverso da quello fondato nel 1992 e da quello che abbiamo visto nella prima fase della crisi (2008-2012). Si diceva che la Germania non avrebbe mai permesso allentamenti monetari significativi: oggi il tasso di interesse sulle operazioni di rifinanziamento principali è zero. Si diceva che la banca centrale europea non poteva acquistare massicciamente titoli di stato. Oggi la BCE sta acquistando massicciamente titoli di Stato, portando l’onere del debito pubblico del nostro paese al 4% del Pil (per avere un’idea, nel 1995 era pari all’11%) e i tassi sui nostri titoli al minimo storico.

Brancaccio all’inizio dell’intervista parla della necessità di acquisti differenziati, poiché attualmente la BCE compra in maggioranza titoli tedeschi seguendo il criterio del capital key. Ma è proprio l’abbandono di questo criterio uno dei temi all’ordine del giorno, visto che i titoli tedeschi “eligibili” si stanno esaurendo. Un ulteriore sintomo del cambiamento avvenuto è il fatto che i debiti del nostro paese con il sistema Target2 hanno raggiunto recentemente il massimo storico, eppure nessuno se ne preoccupa, per le ragioni ben illustrate in un recente articolo sul blog Econopoly del Sole 24 Ore.

Sul fronte fiscale il cambiamento è molto più lento che sul fronte monetario. Tuttavia occorre notare che il Fiscal Compact è rimasto lettera morta e anzi paesi come Spagna e Portogallo sono stati “perdonati” per eccessi di deficit abnormi. Ovviamente questo è molto meno di quanto servirebbe, ma è decisamente di più di quanto ci si poteva aspettare da un’Unione che quattro anni fa ha costretto gli stati membri ad inserire il pareggio di bilancio nelle proprie costituzioni.

Cambiamenti forse troppo “al rallentatore” per risultare percepibili anche ad attenti osservatori, ma non di meno cambiamenti che hanno sconvolto le previsioni di quanti avevano data per certa, addirittura imminente, la fine dell’euro.
La sinistra noeuro non ha spazi

Sostiene Brancaccio che “coloro i quali oggi sostengono di voler lottare per cambiare l’Unione dall’interno dovrebbero occuparsi di miracolistica, non di politica”. Ma la sinistra che vorrebbe uscire dall’euro (e dall’Unione) è già stata testata in Grecia e non è neppure arrivata ad eleggere un deputato in parlamento. Persino Yanis Varoufakis, che con quella posizione aveva avuto qualche rapporto, ha precipitosamente fatto dietrofront dopo il disastro degli scissionisti di Syriza. Brancaccio nel 2012 sostenne che Syriza non aveva vinto perché non aveva posto il tema dell’uscita dall’euro. La realtà era opposta, e Syriza poi ha vinto ben due elezioni giurando fedeltà alla moneta unica. Il Blocco di sinistra e i comunisti portoghesi, che a parole dicono di sostenere l’uscita dall’unione monetaria, appoggiano un governo che ha nel programma l’esatto contrario. In Spagna Podemos ed Izquierda Unida, che avevano in passato caldeggiato l’ipotesi dell’uscita, l’hanno espunta dai loro programmi.

Matti? Forse no.
L’uscita dall’euro è a destra

Alcuni a sinistra cadono in una banale fallacia logica quando traggono la seguente implicazione: poiché l’euro è “di destra”, l’uscita dall’euro è “di sinistra”. Brancaccio non è tra questi. Il monito degli economisti, da lui promosso insieme a Riccardo Realfonzo, parla infatti di “modalità alternative di uscita dall’euro”, con risultati diversi tra loro. Eppure è difficile immaginare un’uscita “da sinistra” dall’euro. Lo stesso Brancaccio ha riconosciuto che la Grecia non aveva altra opzione che sottoscrivere il nuovo memorandum con i suoi creditori. Vale la pena soffermarsi su questo punto. La Grecia è infatti un paese strutturalmente dipendente dai capitali esteri per finanziare i suoi disavanzi con l’estero. Mentre nell’euro questo finanziamento è automatico, attraverso il sistema Target2, fuori dall’euro Atene avrebbe dovuto trovare finanziatori esterni. Tsipras ha chiaramente ammesso di averci provato senza riuscirci (a USA e Cina certo non serve una Grecia fuori dalla moneta unica o persino dall’Unione). Una Grecia fuori dall’euro e senza accesso ai mercati avrebbe potuto contare solo sugli avanzi commerciali per finanziarsi, il che significa che avrebbe comunque dovuto deprimere la domanda interna. Impresa amaramente semplice in una situazione di collasso del sistema bancario.

Ovviamente altri paesi, come l’Italia, sono messi molto meglio della Grecia. Non troppo però. Vediamo perché. E’ chiaro a tutti che l’uscita unilaterale dell’Italia dalla moneta unica segnerebbe la fine dell’euro entro pochi mesi, se non settimane, a causa dell’intreccio finanziario del nostro paese con il resto dell’area euro. Lo scenario più probabile, del resto riconosciuto anche dagli economisti noeuro più ragionevoli, sarebbe una pesante recessione continentale con effetti di contagio finanziario anche nel resto del mondo. Se questo scenario si concretizzasse, la svalutazione della lira ci servirebbe davvero poco. Abbandonando il vincolo esterno dell’euro, ci troveremmo comunque davanti al vincolo della domanda estera. Ma persino ipotizzando che si possa davvero controllare la tumultuosa sparizione della seconda valuta di riserva del mondo, lo scenario appare molto meno roseo di quanto si possa immaginare. I paesi che hanno svalutato la loro moneta negli ultimi anni, soprattutto dopo il 2011-2012, hanno potuto godere di pochissimi benefici, se non nulli. Un esempio è il Giappone, paese fortemente vocato all’export. Dopo ripetute svalutazioni, a partire dal 2012, attuate nell’ambito dell’Abenomics, il paese è riuscito a tornare in attivo di bilancia commerciale solo quest’anno, paradossalmente dopo la parziale rivalutazione dello yen. La bassa domanda globale, le misure protezionistiche adottate da molti paesi in questa fase di deglobalizzazione, la guerra valutaria, ci dicono che almeno per qualche tempo l’ “elasticity pessimism” è più che giustificato. Stando così le cose, rischiamo di trovarci, all’indomani di un’uscita dall’eurozona, con uno spazio per politiche espansive che potrebbe rivelarsi molto ridotto.

Brancaccio condivide il ragionamento sull’inefficacia del tasso di cambio, ma non mi pare tenga adeguatamente in conto gli effetti finanziari di una deflagrazione dell’eurozona e il ridotto spazio di manovra in cui il nostro paese, e non solo il nostro, rischierebbe di trovarsi.

Ma il punto che mi convince meno dell’ “uscita da sinistra” prospettata da Brancaccio è quello della indicizzazione dei salari, che Emiliano ha sollevato in varie occasioni (come ad esempio in questa intervista a Giornalettismo). Se però si vuole almeno provare a sfruttare l’effetto della svalutazione per riconquistare competitività di prezzo per le nostre merci, pur con tutti i caveat già ricordati, la reintroduzione della scala mobile rischia di mangiare rapidamente il vantaggio ottenuto dal ritorno ai cambi flessibili. Gli economisti di destra che propongono l’uscita dall’euro, come Roger Bootle, sono estremamente sinceri in proposito, e purtroppo non si vedono chiare ragioni per dare loro torto: i salari nominali vanno tenuti al palo. Questo implica che l’inflazione importata ridurrà significativamente il salario reale dei lavoratori, come accaduto peraltro in diversi tutti i recenti episodi di svalutazione. Per fare solo un esempio, secondo i dati OCSE la caduta dei salari reali nel Regno Unito dal 2007 al 2015 è stata pari a quella dei salari reali in Grecia, che è il caso limite nell’area euro.

Potremmo allora decidere di non migliorare il nostro tasso di cambio reale, indicizzando le retribuzioni all’inflazione. Se l’Italia ripristinasse la scala mobile all’indomani dell’uscita, in una situazione già delicata, nella quale la nuova moneta dovrebbe “accreditarsi” presso i mercati valutari, questi ultimi incorporerebbero le aspettative di ulteriori svalutazioni future, portando la lira a deprezzarsi molto di più di quanto sia desiderabile per ripristinare la competitività di prezzo perduta negli anni di adesione all’euro. In tal caso, l’effetto combinato dell’aumento dei prezzi delle importazioni, del ritardo di reazione dell’export alla svalutazione (ammesso che si materializzi) e del peggioramento della posizione patrimoniale di banche e imprese indebitate in valuta estera, rischierebbe di produrre effetti recessivi significativi. Problemi che si pongono comunque, anche senza introdurre la scala mobile, ma che verrebbero accentuati dalla reazione dei mercati all’introduzione di misure di indicizzazione salariale.

La proposta finale avanzata da Brancaccio nell’intervista è anch’essa parte di una ipotesi di “uscita da sinistra”. Secondo Emiliano servirebbe “un labour standard sulla moneta, vale a dire un sistema di gestione delle relazioni internazionali finalizzato al controllo dei movimenti di capitale, fuori e dentro l’Europa, specialmente da e verso quei paesi che adottino misure di dumping sociale e fiscale”. Si tratta senza dubbio di una riforma molto ambiziosa. E condivisibile. Ma è anche un salto logico ardito: dopo aver escluso la possibilità di una riforma progressista dell’eurozona, Brancaccio propone una riforma progressista dell’intero sistema monetario internazionale.

Insomma, l’ipotesi di un’uscita “da sinistra” dall’euro appare difficilmente praticabile, se non addirittura “miracolistica”. L’uscita dall’euro sarebbe inevitabilmente a destra.
La sinistra intrappolata

Non voglio tediare ancora i lettori, ma ci sarebbe ancora molto da dire. Solo qualche accenno merita il fatto che quanti invocano l’uscita dall’eurozona, sostenendo che essa avrebbe costi minori che rimanervi (tra questi anche qualche Nobel per l’Economia), non hanno mai presentato una simulazione credibile a sostegno di questa affermazione. L’unico economista ad averci provato, Jens Nordvig di Nomura, alla cui analisi mi sono in parte ispirato nel paragrafo precedente, ha dovuto concludere che l’uscita unilaterale dall'eurozona di un paese periferico sarebbe un disastro. La soluzione secondo Nordvig è una dissoluzione controllata che richiederebbe in fine nientemeno di un giubileo dei debiti generalizzato. A proposito di “miracolistica”.

La sinistra radicale è da tempo preda di una discussione singolare. Mentre molti parlavano di inevitabile, o quasi, crollo dell’euro e invocavano fantomatici piani B e C, nessuno ha preparato il Piano A nel caso l’euro non crollasse, come in effetti è avvenuto. L’apice del dibattito odierno è rappresentato da un surreale confronto tra Stefano Fassina e Yanis Varoufakis (due politici oggi totalmente ininfluenti) sul Marx e la sovranità nazionale. Date queste premesse è più probabile l’estinzione della sinistra prima di quella dell’euro.
Che fare?

Al leniniano interrogativo “che fare?” le risposte non possono che essere parziali e mutevoli. Nessuno possiede la bacchetta magica e il sentiero è molto stretto. Il tentativo di Tsipras di creare un fronte dei paesi mediterranei è l’inizio di una risposta politica, che arriva con grande ritardo (non certo per colpa del leader greco). Una possibile risposta sul piano economico è invece quella contenuta nel paper “Why Further Integration is the Wrong Answer to the EMU's Problems: the Case for a Decentralised Fiscal Stimulus” che ho scritto con Thomas Fazi e che è ha vinto il Call for Papers del think tank “Progressive Economy” legato al gruppo Socialista al parlamento europeo. Una sintesi del suo contenuto è reperibile su Keynes blog.

Al di là delle proposte tecniche che ognuno prova a elaborare nella speranza che qualcosa arrivi ai decisori politici, il punto è che la risposta della sinistra dovrebbe collocarsi all’altezza della sfida posta da un lato da Mario Draghi, con la sua azione stabilizzatrice della moneta unica, e dall’altro dal crescente timore delle classi medie impoverite dei paesi relativamente ricchi dell’Europa di dover in fine pagare i costi della crisi dei paesi relativamente poveri, per salvare l’euro e l’Unione. La vera fragilità dell’euro non è costituita dagli squilibri commerciali che spingerebbero i paesi “periferici” a sganciarsi, ma dalle spinte centrifughe crescenti proprio nei paesi del “centro”.

Una riforma “progressista” dell’euro non è impossibile: è dannosa. Non è il momento di fare progressi: quello che serve è un passo indietro nel processo di integrazione, senza cadere nel burrone della dissoluzione della moneta unica. Solo così se ne potranno fare, in seguito, due avanti.

(13 settembre 2016)

sabato 17 settembre 2016

venerdì 16 settembre 2016

giovedì 15 settembre 2016

Il grande circo è iniziato



di Tonino D’Orazio, 15 settembre 2016. 

Ovvero la cintura di sicurezza internazionale intorno a Renzi. Il referendum contro la deforma costituzionale fa paura ai poteri forti. Infatti tutto il dibattito del circo Barnum si svolgerà, (grazie a questa Costituzione), non sui diritti democratici di cittadinanza, ma solo sugli aspetti più interessati dei padroni nostrani e mondiali. Hanno imposto la finanza e l’economia (che non sarà mai una scienza esatta, per questo a tensione umana psicopatica) come unico dogma al posto del sociale. Si chiama ipocritamente economia del sociale.
La nostra Costituzione, antifascista e fondata sul lavoro, è stata sempre oggetto di tentativi di distruzione sin dalla nascita, oppure come si dice oggi di “riforme”. Non vi riuscirono, né Valerio Borghese né Licio Gelli (i cui iscritti alla P2 sono oggi in molti gangli dello stato e in parlamento),ma potrebbe riuscirvi lo sgretolamento costante dei suoi principi, l’oligarchia non eletta dell’UE, il sistema bancario internazionale e i loro agenti prezzolati e  già impostati in molti gangli di potere. In Europa magari già dai tempi di Barroso.
L’ambasciatore statunitense a Roma:”Se vince il NO non vi saranno più investimenti e l’Italia torna indietro”. Il nostro servile (o il loro) ministro degli Esteri, Orlando:”è solo il consiglio di un paese amico”. L'avevamo capito.
Anche la Merkel, Junkers e tra poco anche Hollande, aspettando tutti gli altri intrusi, sono per il Sì alla deforma. Ma allora voteremo NO anche contro tutte queste interferenze?
Il FMI: “Se vince il NO per l’Italia sarà un disastro”. L’esito del referendum “è certamente un fattore nelle decisioni di investimento che condiziona le prospettive (outlook)”. In altre parole, e in pratica, se vince il “NO” l’Fmi può fare facilmente un report catastrofico sull’economia e indirizzare altrove gli investimenti. E i “mercati” potranno scatenare attacchi speculativi ed impaurire una parte della popolazione. Questo dopo aver decretato che Il “Fmi prevede una recessione lunga vent’anni”. Si salvi chi può.
L’Economist teme che la vittoria del NO spiani la strada al governo del M5S, rassicurando tutti però che la Costituzione attuale non permette un referendum sull’euro. Quella deformata, se non “Nuova costituzione” dei ragazzini Renzi-Boschi (se si cambiano ben 47 articoli!), modifica i referendum portandoli tutti al quorum del 50% (tanto non passano mai e poi si può anche non applicarne le scelte se non piacciono, es. l’acqua bene comune) e le richieste passeranno da 500 mila a 800 mila. Le firme per le leggi di iniziativa popolare passano da 50.000 a 150.000. Giusto per fare piacere a J.P.Morgan (e alla Troika di Bruxelles) che ne chiedeva addirittura l’abolizione perché residuo storico del ‘900.
JpMorgan? E’ la banca più drastica nel chiedere le modifiche costituzionali, da mesi, poi presentate da Renzi-Boschi nella “Nuova costituzione”, e nel rifiutare la filosofia anti-fascista di quella ancora attuale. “In Europa il fascismo non esiste più”. Quando si guarda solo ai soldi è anche possibile pensare che non stia crescendo nulla di nuovo in tutta Europa, a meno che sotto altro nome “riformista” i gruppi di estrema destra non facciano piacere. Purché si abolisca la sovranità popolare. L’ultimo esempio di raffinata brutalità? Imporre a Renzi e alla Bce (immediatamente ubbidienti), un certo Morelli di loro fiducia, perché già funzionario proveniente da JpMorgan, come a.d. del disastrato e balcanizzato MPS. Che importa se questo signore (si fa per dire) era stato multato (2013) dalla seppur corrotta Banca d’Italia per operazioni non “onorabili” e quindi non “adeguato” (secondo norme Bce) a dirigere nuovamente banche. Oppure per conflitto enorme di interesse perché già amministratore, in Italia, della Bofa Merrill Lynch, presente nel consorzio stesso che dovrebbe partecipare all’aumento di capitale del MPS.   
In Italia aveva iniziato il circo Barnum il Centro Studi della Confindustria già qualche mese fa. La vittoria del NO avrebbe fatto perdere l’1,7% del PIL che invece dovrebbe crescere nel 2017 del 2,3% (Livello mai raggiunto dall’entrata in vigore dell’euro dal 2001!). La menzogna è stampata sul loro quotidiano che molti vantano per la sua imparzialità in economia, il Sole 24 Ore. Per ringraziamento, finiti i soldi del job act e relativi licenziamenti “a tempo indeterminato”, Padoan ha appena annunciato una diminuzione delle tasse sulle imprese. Cosa farà per ringraziare il Sì della Cisl, che in genere firma tutto in bianco da anni!
Continua Goldman Sachs (anche lei fa parte del consorzio di garanzia per la ricapitalizzazione del MPS): una eventuale vittoria del NO al referendum costituzionale potrebbe seriamente compromettere l’operazione di aumento di Mps. Con il NO crescerebbe dunque “la probabilità di una ristrutturazione di Mps con fondi pubblici”: il che vorrebbe dire l’azzeramento dei risparmi di milioni di italiani attraverso il meccanismo del bail in (i debiti della banca li pagano i clienti). Gli investitori (ovvero speculatori), compreso JpMorgan sono “già in ansia”.
A Renzi servirebbe il superamento dei livelli di deficit da concordare con Bruxelles per realizzare una serie di tagli fiscali promessi e gli aumenti retributivi, minimi, a pioggia, nel momento in cui i dati mostrano che l'economia italiana è in recessione da tempo. Ce lo spiegano meglio gli altri. Il Times “Renzi spera che rilanciare la spesa possa contribuire a conquistare il favore dell'elettorato prima del referendum” e gli consigliano un allentamento provvisorio dell’austerity sui poveri. Molti osservatori ricordano che “Bruxelles ha dimostrato tolleranza verso Francia, Spagna e Portogallo sul NON rispetto dei vincoli di bilancio” (linguaggio mafioso-economico, significa: dopo la “Brexit” i “Poteri” hanno PAURA di “perdere Renzi”, anzi hanno Paura di perdere Padoan. Uno che, guardia e servo esecutore delle volontà di Goldman Sachs dalla quale proviene, come Monti, sa benissimo quello che “deve essere fatto”. Questo è un governo Padoan. Anzi permettetemi, ma non è solo mia, una valutazione futura prevedibile perché senza fantasia e nella continuità di questi anni. Se Renzi viene mandato a casa, non si capisce se va via o no e da chi, sicuramente Mattarella incaricherà come nuovo tecnico (per “traghettare” il 2017) proprio Padoan (a modo di Napolitano-Monti) per continuare il blocco della democrazia e lo sfacelo del mercato del lavoro.
Il giornalista Paolo Barnard ricorda alcune delle minacce: “Se il referendum costituzionale non passasse... i titoli di Stato italiani potrebbero essere venduti”;”La vittoria del NO potrebbe comportare la nomina di un governo tecnico”(per un altro “europeista” non eletto); “Le prospettive dell'Italia sono offuscate dai rischi legati al referendum e ai guai del settore bancario, così come l'impatto del “Brexit” sul commercio e l'incertezza”. Non hanno digerito il Brexit che si sta dimostrando il contrario dell’apocalisse. Sapremo tutti i giorni, a tutte le ore, il cosiddetto “pericolo nucleare” del disastro del nostro Monte dei Paschi e quello della “incapacità” di governo del M5S. Alla domanda “Perché Confindustria, Wall Street Journal, New York Times, Financial Times, Paìs, Economist, Times, Silicon Valley, gli uomini dell'industria globale e dei mercati (quindi USA, UE ed altri...) temono che “Quel voto pesa più di Brexit”? In fondo la Gran Bretagna, già fuori dall’euro, c’era e non c’era nell’Unione, eppure i suoi lavoratori hanno dato un segnale, un ceffone, di “basta” al neoliberismo e al loro proprio impoverimento per l’arricchimento dei pochi.  C’è una sola risposta: ancora una volta hanno paura... soprattutto perché c’é di mezzo l’Italia, quindi l’Euro, l’Unione Europea, gli USA, il Mediterraneo e i mercati... insomma il Mondo intero! Mai siamo stati cosi interessanti. Per gli interessi degli altri.
Magari questa turpitudine politica attuale possa rappresentare, anche per noi mondo del lavoro e Cgil, i sobbalzi di un sistema oligarchico agonizzante e con il NO ripristinare una nuova forza democratica di sovranità popolare e di giustizia sociale. Prima che sia troppo tardi.

Montanari: “Basta con i grandi eventi. Il M5S? Meglio del Pd”


Dal NO alle Olimpiadi alla trasparenza nella ricostruzione del post terremoto passando per la politica culturale disastrosa del governo Renzi. Parla lo storico dell’arte: “Di Maio non è la soluzione ma a maggior ragione non lo è la Boschi, in questo momento il pericolo concreto di uno scadimento oligarchico della democrazia italiana sta nella riforma costituzionale scritta dal Pd”.
intervista a Tomaso Montanari di Giacomo Russo Spena

“Ma quali Olimpiadi, governare la normalità è la vera sfida: il resto è distrazione di massa e carne da macello per la corruzione”. Tomaso Montanari, storico dell’arte e professore universitario, si schiera con la scelta della sindaca Virginia Raggi di ritirare la candidatura per Roma 2024. Nello stesso momento, non risparmia critiche al M5S per la sua condotta nella Capitale: “La nomina della Muraro va sicuramente rivista”.
Professore, partiamo dal terribile terremoto dello scorso 24 agosto. Ad Amatrice molti cittadini non vogliono abbandonare le proprie case e chiedono di essere ascoltati nei progetti di ricostruzione. Teme si possano ripetere gli stessi errori commessi all’Aquila dove è sta edificata una new town senza ascoltare le richieste della popolazione?

Renzi e Del Rio, in modo condivisibile, hanno detto che Amatrice ed Accumoli risorgeranno com’erano e dov’erano. Come Venzone in Friuli, per capirsi. All’Aquila è avvenuto qualcosa di atroce, che ancora non si è ben capito: si è distrutta a tavolino una città, forse per sempre. Il tessuto sociale difficilmente si rimarginerà, e l’Aquila che c’era prima del 2009 è volata via per sempre. Certo, il rischio c’è anche ad Amatrice: bisogna dare alloggi decenti subito e partire con la ricostruzione. Di corsa.
L'emergenza – come è risaputo – è diventata un enorme business, come evitare che questa nuova tragedia diventi la solita mangiatoia per avvoltoi e speculatori?

L’unico modo è la totale trasparenza. Sembreranno concetti estranei al terremoto ma invece sono collegati: bisogna depenalizzare la diffamazione a mezzo stampa e togliere gli strumenti civilistici con cui viene strangolata la libertà di cronaca. La battaglia per la ricostruzione pulita è la stessa di una democrazia trasparente e si vince con una stampa senza bavagli oltre che con una magistratura che dispone di mezzi adeguati.
Oltre che un discorso di civiltà, molti ne fanno anche una questione meramente economica: i costi per la ricostruzione post terremoto sono elevatissimi, quelle cifre non potrebbero essere utilizzate in prevenzione?

A noi purtroppo manca totalmente la cultura della prevenzione. L’unica grande opera necessaria di cui avremmo bisogno è la messa in sicurezza del territorio mentre il governo insiste su progetti come il Ponte sullo Stretto. Prossimamente il premier Renzi andrà ad inaugurare il Crescent di Salerno, uno scempio paesaggistico e urbanistico del suo amico De Luca. Finché la cultura della politica è quella dei palazzinari, nulla verrà messo in sicurezza. Ricordo che per il 2016 abbiamo in bilancio per la prevenzione antisismica di tutta Italia 44 milioni di euro. Solo l’arena del Colosseo – progetto del ministro Franceschini (che è una boiata pazzesca) – ne costa 18. Ecco le nostre priorità.
Al di là dei facili slogan è possibile mettere in sicurezza il nostro territorio e allontanarlo dal pericolo di distruzione insito nei terremoti? L'Italia non è un Paese dal punto di vista paesaggistico estremamente diverso, ad esempio, dal Giappone?

È possibile limitare al minimo i morti e le distruzioni. Il rischio zero non esiste, e l’Italia non è il Giappone. Ma chi non vorrebbe aver avuto solo il 5 per cento di questi morti. È un risultato tecnicamente possibile. Ci vogliono soldi. Ma quando si approverà la prossima Legge di Stabilità quanti politici e quanti direttori di giornale si ricorderanno delle bare di Amatrice? È in quei giorni che tutto si deciderà.

Il governo ha designato Vasco Errani commissario straordinario alla ricostruzione delle aree colpite dal terremoto. Alle spalle ha un’esperienza maturata quale Commissario delegato per l’attuazione degli interventi sui territori emiliani colpiti dal sisma del 20 e 29 maggio 2012. Eppure c’è chi critica la sua nomina per le sue vicende giudiziarie – dove recentemente è stato assolto – e per i finanziamenti in Emilia Romagna alla coop del fratello. Lei che idea si è fatto, Errani è l’uomo giusto?


Non un’idea felicissima. Il partito della nazione sembra trasformarsi nella nazione del partito: il Pd si prende tutto, anche quando bisognerebbe essere lontanissimi da logiche di partito. E la ricostruzione in Emilia non è esente da zone d’ombra, sia per la tutela del patrimonio artistico, sia per le infiltrazioni malavitose. Prendiamo il buono: Errani ha l’occasione di dimostrare che si è imparato dagli errori.
Passiamo alle Olimpiadi 2024. Lei è d'accordo con la candidatura di Roma?

Sono radicalmente contrario. Lo dissi a suo tempo personalmente a Virginia Raggi e sono tornato a scriverlo, insieme ad altri, in questi giorni.
Non trova che, se fatte con trasparenza e sotto l'attenta vigilanza dei Corti dei Conti, possano essere un’immensa risorsa per rilanciare l'immagine della Capitale? Faccio presente che Paolo Berdini, l'assessore all'urbanistica della giunta Raggi e ostile ai poteri forti, è possibilista all’ipotesi di Olimpiadi.

Basta fare politica con l’immagine e con il grande evento! Me lo faccia dire male: la sindrome della «grande occasione», questo miserabile anelito alla vincita della lotteria, è una delle cose che fottono l’Italia. Basta. Abbiamo bisogno di normalità.
Virginia Raggi sembra in serie difficoltà. Il M5S, a Roma, vive una faida interna e, tre mesi dopo le elezioni, la città non ha ancora un assessore al Bilancio. Col senno di poi, gongola per la sua scelta di non aver accettato un ruolo nella giunta Raggi?

Non gongolo affatto. Non ho accettato per questioni che riguardavano la mia vita, non la qualità di Raggi. E sarebbe irresponsabile gongolare per i guai di Roma, così come è irresponsabile gongolare per i guai dell’Italia in mano a Renzi (che non sono minori). Credo che a Roma il Movimento 5 Stelle stia dando una pessima prova, per ora: lacerazioni, carrierismi, inettitudine, improvvisazione. Scelte sbagliate: la nomina dell’assessore Paola Muraro va rivista. Invece, quelle di Bergamo e Berdini sono davvero ottime. E più a sinistra che in qualunque giunta Pd. Se pensiamo all’inettitudine di Matteo Orfini, alla corruzione del Pd e alla farsa in cui è stata trasformata l’esperienza a sindaco di Ignazio Marino…
Proprio ieri su Repubblica Michela Serra ha scritto che “dopo una vita a tifare per l’opposizione e a diffidare dei governanti, il livello della presente opposizione italiana mi fa sentire pericolosamente incline a sorvolare sulle colpe del governo (che sono tante). Piuttosto che essere governato da uno come Di Maio, che non sa niente ma se la tira come se sapesse tutto, sopporto, anche se non la supporto, Maria Elena Boschi”. È in disaccordo?

Il senso critico non può andare a corrente alternata. Questa sfiducia generale che rasenta il cinismo è parte del problema, la sindrome di un Paese che non vede alternative. Di Maio non è la soluzione ma a maggior ragione non lo è la ministra Boschi. In questo momento il pericolo concreto di uno scadimento oligarchico della democrazia italiana sta nella riforma costituzionale scritta dal Pd, mentre i 5 Stelle sostengono le ragioni del No. Credo che non dovremmo dimenticarlo.
Lo scorso 7 maggio è stato tra i promotori della manifestazione “E’ emergenza cultura” e aveva denunciato che “il paesaggio e il patrimonio storico e artistico sono in grave pericolo”. Cosa è successo da allora?

Nessuna risposta dal governo Renzi, se non un’escalation di imbarbarimento del governo del patrimonio culturale. Ad Amatrice, Franceschini ha detto di aver subito mandato i caschi blu della cultura: cosa mai sarebbero, se non miserabile propaganda? La riforma della dirigenza dello Stato, con il suo ruolo unico, è la mazzata finale al sistema di tutela, che di fatto non esiste più. Siamo tornati a prima del 1939, con una regressione secolare. E il concorsone per i 500 funzionari del Mibact si sta celebrando in modo farsesco, per molto meno avremmo chiesto la testa dell’ex ministro Bondi a furor di popolo. Il sito di Emergenza cultura è uno dei pochissimi luoghi che accolgono le mille voci che denunciano, dall’interno, l’agonia del patrimonio culturale della nazione italiana. E non smetterà di farlo.
Ultima questione: recentemente è stato siglato presso l’ambasciata italiana a Mosca, un accordo – fortemente voluto dal premier Matteo Renzi – tra le Gallerie degli Uffizi e il Museo Puškin di Mosca. Un segnale di distensione e collaborazione con la Russia di Vladimir Putin. Ne gioveranno l'arte e la cultura italiana o siamo alla spreco di denaro pubblico?

Solo nei regimi, sono i governi a usare il patrimonio artistico come ostaggio delle relazioni diplomatiche. E noi non siamo un regime. Lo faceva Mussolini, ma Renzi non è il Duce. In Occidente le mostre si fanno per ragioni scientifiche, con un progetto culturale. Da noi le opere d’arte famose seguono i politici in catene, come i prigionieri seguivano gli imperatori romani durante i trionfi. È una regressione barbara. Il direttore degli Uffizi ha fatto un grave errore, che speriamo non abbia conseguenze: si è piegato al volere del governo che l’ha nominato, e che dovrà confermarlo, e ha spedito a Mosca opere il cui viaggio era stato definito letteralmente “molto rischioso” dall’Opificio delle Pietre dure, massima istanza italiana per il restauro. Una scelta molto miope anche perché, si sa, i ministri cambiano.