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giovedì 15 settembre 2016

Il grande circo è iniziato



di Tonino D’Orazio, 15 settembre 2016. 

Ovvero la cintura di sicurezza internazionale intorno a Renzi. Il referendum contro la deforma costituzionale fa paura ai poteri forti. Infatti tutto il dibattito del circo Barnum si svolgerà, (grazie a questa Costituzione), non sui diritti democratici di cittadinanza, ma solo sugli aspetti più interessati dei padroni nostrani e mondiali. Hanno imposto la finanza e l’economia (che non sarà mai una scienza esatta, per questo a tensione umana psicopatica) come unico dogma al posto del sociale. Si chiama ipocritamente economia del sociale.
La nostra Costituzione, antifascista e fondata sul lavoro, è stata sempre oggetto di tentativi di distruzione sin dalla nascita, oppure come si dice oggi di “riforme”. Non vi riuscirono, né Valerio Borghese né Licio Gelli (i cui iscritti alla P2 sono oggi in molti gangli dello stato e in parlamento),ma potrebbe riuscirvi lo sgretolamento costante dei suoi principi, l’oligarchia non eletta dell’UE, il sistema bancario internazionale e i loro agenti prezzolati e  già impostati in molti gangli di potere. In Europa magari già dai tempi di Barroso.
L’ambasciatore statunitense a Roma:”Se vince il NO non vi saranno più investimenti e l’Italia torna indietro”. Il nostro servile (o il loro) ministro degli Esteri, Orlando:”è solo il consiglio di un paese amico”. L'avevamo capito.
Anche la Merkel, Junkers e tra poco anche Hollande, aspettando tutti gli altri intrusi, sono per il Sì alla deforma. Ma allora voteremo NO anche contro tutte queste interferenze?
Il FMI: “Se vince il NO per l’Italia sarà un disastro”. L’esito del referendum “è certamente un fattore nelle decisioni di investimento che condiziona le prospettive (outlook)”. In altre parole, e in pratica, se vince il “NO” l’Fmi può fare facilmente un report catastrofico sull’economia e indirizzare altrove gli investimenti. E i “mercati” potranno scatenare attacchi speculativi ed impaurire una parte della popolazione. Questo dopo aver decretato che Il “Fmi prevede una recessione lunga vent’anni”. Si salvi chi può.
L’Economist teme che la vittoria del NO spiani la strada al governo del M5S, rassicurando tutti però che la Costituzione attuale non permette un referendum sull’euro. Quella deformata, se non “Nuova costituzione” dei ragazzini Renzi-Boschi (se si cambiano ben 47 articoli!), modifica i referendum portandoli tutti al quorum del 50% (tanto non passano mai e poi si può anche non applicarne le scelte se non piacciono, es. l’acqua bene comune) e le richieste passeranno da 500 mila a 800 mila. Le firme per le leggi di iniziativa popolare passano da 50.000 a 150.000. Giusto per fare piacere a J.P.Morgan (e alla Troika di Bruxelles) che ne chiedeva addirittura l’abolizione perché residuo storico del ‘900.
JpMorgan? E’ la banca più drastica nel chiedere le modifiche costituzionali, da mesi, poi presentate da Renzi-Boschi nella “Nuova costituzione”, e nel rifiutare la filosofia anti-fascista di quella ancora attuale. “In Europa il fascismo non esiste più”. Quando si guarda solo ai soldi è anche possibile pensare che non stia crescendo nulla di nuovo in tutta Europa, a meno che sotto altro nome “riformista” i gruppi di estrema destra non facciano piacere. Purché si abolisca la sovranità popolare. L’ultimo esempio di raffinata brutalità? Imporre a Renzi e alla Bce (immediatamente ubbidienti), un certo Morelli di loro fiducia, perché già funzionario proveniente da JpMorgan, come a.d. del disastrato e balcanizzato MPS. Che importa se questo signore (si fa per dire) era stato multato (2013) dalla seppur corrotta Banca d’Italia per operazioni non “onorabili” e quindi non “adeguato” (secondo norme Bce) a dirigere nuovamente banche. Oppure per conflitto enorme di interesse perché già amministratore, in Italia, della Bofa Merrill Lynch, presente nel consorzio stesso che dovrebbe partecipare all’aumento di capitale del MPS.   
In Italia aveva iniziato il circo Barnum il Centro Studi della Confindustria già qualche mese fa. La vittoria del NO avrebbe fatto perdere l’1,7% del PIL che invece dovrebbe crescere nel 2017 del 2,3% (Livello mai raggiunto dall’entrata in vigore dell’euro dal 2001!). La menzogna è stampata sul loro quotidiano che molti vantano per la sua imparzialità in economia, il Sole 24 Ore. Per ringraziamento, finiti i soldi del job act e relativi licenziamenti “a tempo indeterminato”, Padoan ha appena annunciato una diminuzione delle tasse sulle imprese. Cosa farà per ringraziare il Sì della Cisl, che in genere firma tutto in bianco da anni!
Continua Goldman Sachs (anche lei fa parte del consorzio di garanzia per la ricapitalizzazione del MPS): una eventuale vittoria del NO al referendum costituzionale potrebbe seriamente compromettere l’operazione di aumento di Mps. Con il NO crescerebbe dunque “la probabilità di una ristrutturazione di Mps con fondi pubblici”: il che vorrebbe dire l’azzeramento dei risparmi di milioni di italiani attraverso il meccanismo del bail in (i debiti della banca li pagano i clienti). Gli investitori (ovvero speculatori), compreso JpMorgan sono “già in ansia”.
A Renzi servirebbe il superamento dei livelli di deficit da concordare con Bruxelles per realizzare una serie di tagli fiscali promessi e gli aumenti retributivi, minimi, a pioggia, nel momento in cui i dati mostrano che l'economia italiana è in recessione da tempo. Ce lo spiegano meglio gli altri. Il Times “Renzi spera che rilanciare la spesa possa contribuire a conquistare il favore dell'elettorato prima del referendum” e gli consigliano un allentamento provvisorio dell’austerity sui poveri. Molti osservatori ricordano che “Bruxelles ha dimostrato tolleranza verso Francia, Spagna e Portogallo sul NON rispetto dei vincoli di bilancio” (linguaggio mafioso-economico, significa: dopo la “Brexit” i “Poteri” hanno PAURA di “perdere Renzi”, anzi hanno Paura di perdere Padoan. Uno che, guardia e servo esecutore delle volontà di Goldman Sachs dalla quale proviene, come Monti, sa benissimo quello che “deve essere fatto”. Questo è un governo Padoan. Anzi permettetemi, ma non è solo mia, una valutazione futura prevedibile perché senza fantasia e nella continuità di questi anni. Se Renzi viene mandato a casa, non si capisce se va via o no e da chi, sicuramente Mattarella incaricherà come nuovo tecnico (per “traghettare” il 2017) proprio Padoan (a modo di Napolitano-Monti) per continuare il blocco della democrazia e lo sfacelo del mercato del lavoro.
Il giornalista Paolo Barnard ricorda alcune delle minacce: “Se il referendum costituzionale non passasse... i titoli di Stato italiani potrebbero essere venduti”;”La vittoria del NO potrebbe comportare la nomina di un governo tecnico”(per un altro “europeista” non eletto); “Le prospettive dell'Italia sono offuscate dai rischi legati al referendum e ai guai del settore bancario, così come l'impatto del “Brexit” sul commercio e l'incertezza”. Non hanno digerito il Brexit che si sta dimostrando il contrario dell’apocalisse. Sapremo tutti i giorni, a tutte le ore, il cosiddetto “pericolo nucleare” del disastro del nostro Monte dei Paschi e quello della “incapacità” di governo del M5S. Alla domanda “Perché Confindustria, Wall Street Journal, New York Times, Financial Times, Paìs, Economist, Times, Silicon Valley, gli uomini dell'industria globale e dei mercati (quindi USA, UE ed altri...) temono che “Quel voto pesa più di Brexit”? In fondo la Gran Bretagna, già fuori dall’euro, c’era e non c’era nell’Unione, eppure i suoi lavoratori hanno dato un segnale, un ceffone, di “basta” al neoliberismo e al loro proprio impoverimento per l’arricchimento dei pochi.  C’è una sola risposta: ancora una volta hanno paura... soprattutto perché c’é di mezzo l’Italia, quindi l’Euro, l’Unione Europea, gli USA, il Mediterraneo e i mercati... insomma il Mondo intero! Mai siamo stati cosi interessanti. Per gli interessi degli altri.
Magari questa turpitudine politica attuale possa rappresentare, anche per noi mondo del lavoro e Cgil, i sobbalzi di un sistema oligarchico agonizzante e con il NO ripristinare una nuova forza democratica di sovranità popolare e di giustizia sociale. Prima che sia troppo tardi.

domenica 23 giugno 2013

Ricetta Jp Morgan per Europa integrata: liberarsi delle costituzioni antifasciste



Report della banca d'affari statunitense, considerata dal governo Usa responsabile della crisi dei subprime: "I sistemi politici dei paesi europei del Sud e in particolare le loro costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano caratteristiche inadatte a favorire l'integrazione. C'è forte influenza delle idee socialiste". E cita, tra gli aspetti problematici, la tutela gaantita dei diritti dei lavoratori

di Luca Pisapia da ilfattoquotidiano

Che un gigante della finanza globale produca un documento in cui chiede ai governi riforme strutturali improntate all’austerity non fa più notizia. Ma Jp Morgan, storica società finanziaria (con banca inclusa) statunitense, si è spinta più in là. E ha scritto nero su bianco quella che sembra essere la ricetta del grande capitale finanziario per gli stati dell’Eurozona. Il suo consiglio ai governi nazionali d’Europa per sopravvivere alla crisi del debito è: liberatevi al più presto delle vostre costituzioni antifasciste.

In questo documento di 16 pagine datato 28 maggio 2013, dopo che nell’introduzione si fa già riferimento alla necessità di intervenire politicamente a livello locale, a pagina 12 e 13 si arriva alle costituzioni dei paesi europei, con particolare riferimento alla loro origine e ai contenuti: “Quando la crisi è iniziata era diffusa l’idea che questi limiti intrinseci avessero natura prettamente economica (…) Ma col tempo è divenuto chiaro che esistono anche limiti di natura politica. I sistemi politici dei paesi del sud, e in particolare le loro costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano una serie di caratteristiche che appaiono inadatte a favorire la maggiore integrazione dell’area europea” (traduzione da http://culturaliberta.wordpress.com/).

JPMorgan è stata tra le protagoniste dei progetti della finanza creativa e quindi della crisi dei subprime che dal 2008. Fino a essere stata formalmente denunciata nel 2012 dal governo federale americano come responsabile della crisi, in particolare per l’acquisto della banca d’investimento Bear Sterns. Ecco che invece dai grattacieli di Manhattan hanno pensato bene di scrivere che i problemi economici dell’Europa sono dovuti al fatto che “i sistemi politici della periferia meridionale sono stati instaurati in seguito alla caduta di dittature, e sono rimasti segnati da quell’esperienza. Le costituzioni mostrano una forte influenza delle idee socialiste, e in ciò riflettono la grande forza politica raggiunta dai partiti di sinistra dopo la sconfitta del fascismo”.

E per colpa delle idee socialiste insite nelle costituzioni, secondo Jp Morgan, non si riescono ad applicare le necessarie misure di austerity. “I sistemi politici e costituzionali del sud presentano le seguenti caratteristiche: esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti; governi centrali deboli nei confronti delle regioni; tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori; tecniche di costruzione del consenso fondate sul clientelismo; e la licenza di protestare se sono proposte modifiche sgradite dello status quo. La crisi ha illustrato a quali conseguenze portino queste caratteristiche. I paesi della periferia hanno ottenuto successi solo parziali nel seguire percorsi di riforme economiche e fiscali, e abbiamo visto esecutivi limitati nella loro azione dalle costituzioni (Portogallo), dalle autorità locali (Spagna), e dalla crescita di partiti populisti (Italia e Grecia)”.

Quindi Jp Morgan, dopo avere attribuito all’Europa l’incapacità di uscire dalla crisi per la colpa originaria della forza politica dei partiti di sinistra e delle costituzioni antifasciste nate dalle varie lotte di liberazione continentali, ammonisce che l’austerity si stenderà sul vecchio continente “per un periodo molto lungo”.

lunedì 21 maggio 2012

I derivati di JP Morgan: l’avidità stavolta non paga. Proteste negli Usa


Speculatori, squali, mezze cartucce e i soliti discorsi su un modello che non si può cambiare...ma i risparmiatori hanno una grande carta da giocare


da investireoggi


Se è capitato anche a JP Morgan Chase, allora può succedere a tutti. Questo è un pò il tormentone degli ultimi giorni a Wall Street e presso tutte le altre sedi finanziarie del pianeta. La seconda più grande banca americana aveva una reputazione di ferro, fino a pochi giorni fa, perché era uscita indenne dalla crisi finanziaria 2007-2009, senza mai registrare una trimestrale in perdita. Ma due settimane fa, il Ceo Jamie Dimon, considerato un guru nascente della finanza americana, ha dovuto comunicare alla Sec che la sua banca ha accumulato in sole sei settimane perdite per 2,3 miliardi di dollari, a causa di operazioni sbagliate su titoli derivati.
In sostanza, la banca aveva effettuato investimenti ingenti, per almeno 100 miliardi di dollari, in titoli di protezione dal rischio, gli assicurativi cds (credit default swaps), ma andando nella direzione sbagliata (JP Morgan: dopo lo scandalo cadono le prime teste)
Una scommessa persa, insomma, che è costata cara alla banca e che ha travolto il suo management, con le dimissioni di Ina Drew, che sovraintendeva alle operazioni di “hedging”, le quali in teoria avrebbero dovuto assicurare dal rischio, ma nella pratica hanno condotto la banca in un gigantesco buco contabile.
Reputazione addio anche per Bruno Iksil, il trader di origine francese, che attuava le operazioni e che era stato chiamato il “London Whale”, “la balena di Londra”, a sottolinearne l’importanza. Tutti travolti dalla crisi dei derivati, su cui le perdite potrebbero arrivare presto fino alla cifra di 4 miliardi, spiegano gli analisti.

Lo scontro politico negli Stati Uniti: i Repubblicani a difesa di un cadavere

Da un punto di vista puramente contabile, la perdita è del tutto assorbibile, anche se dovesse arrivare a 5 miliardi, se si pensa che la banca ha chiuso il primo trimestre con un utile superiore ai 5 miliardi. Tuttavia, il caso JP Morgan sta suscitando un accesso dibattito politico sulla cosiddetta legge Dodd-Frank, che prende a sua volta spunto dalla Volcker Rule, dal nome dell’ex governatore della Federal Reserve, che dai prossimi mesi in poi dovrebbe impedire a un istituto di credito americano di effettuare operazioni speculative con capitali propri, a meno che ciò non avvenga per ragioni di “hedging”.
Ora, questa postilla è stata il frutto di un’intensa attività di lobbismo da parte delle banche, che ha addolcito un pò la norma voluta dai democratici e dalla Casa Bianca. Tuttavia, è lo stesso Dimon a chiarire che tale norma non avrebbe alcun effetto su una situazione alla JP Morgan, visto che la sua banca si era avvalsa di un’unità formalmente esterna, la Chief Investment Office, per fare gli investimenti.
Obama vorrebbe approfittare del caso, per cercare di stringere maggiormente sulle regole di Wall Street. I repubblicani non concordano. Lo sfidante Mitt Romney si è detto contrario a qualsiasi forma di regolamentazione, sostenendo che il caso della banca americana dimostra che uno ci perde, ma un altro ci guadagna. L’America va così, ha aggiunto.

Una massa di derivati che non hanno alcun rapporto con quella che è l’economia reale

I timori degli investitori si concentrano, invece, su quella massa enorme di titoli derivati, che nel mondo ammonta a 650 mila miliardi di dollari, cioè 10 volte in più del pil mondiale.
E si pensi che la variazione dello 0,25% dei tassi d’interesse ha spostato posizioni nozionali di investimento per 150-200 miliardi di dollari, quindi, basta un nonnulla per variazioni molto forti.
D’altronde, è difficile che una legge possa impedire un’operazione di “hedging”, ossia di tutela dal rischio. Un cds, ad esempio, è un vero contratto di assicurazione, che permette a un investitore di tutelarsi dal rischio sottostante, come abbiamo visto per il caso dei bond pubblici. Più sono considerati rischiosi, più costa tutelarsi dal rischio default, perché bisognerà pagare un interesse maggiore. Il problema di JP Morgan è che ha perso la scommessa, nel senso che non è stata in grado di capire in quale direzione andasse il rischio, se al rialzo o al ribasso. Ora, è evidente che la Drew non aveva acquistato 100 miliardi di titoli per tutelarsi dal rischio, bensì per fare pura attività di speculazione, nel senso che avrebbe voluto fare soldi, investendo soldi.
Ma se vendi un cds, pensando che il rischio del titolo sottostante scenda, ma poi sei costretto a riacquistarlo a prezzi più alti, perché nel frattempo il rischio è, invece, salito, allora hai subito una perdita. A meno che tu voglia rinunciare a tutelarti, cosa che non puoi fare allegramente con i soldi dei risparmiatori.

I risparmiatori possono fare tanto contro gli zombi della finanza

La storia di JP Morgan insegna qualcosa di meno scontato di quanto si è andato raccontando in questi giorni sui giornali. Il problema non è tanto regolamentare i derivati, perché piaccia o meno saperlo, ciò non sarà mai del tutto possibile, né forse sarebbe auspicabile, per i danni che rischierebbe di comportare. Il vero guaio è che grandi esperti della finanza mondiale non sembrano essere in grado di percepire anche il futuro immediato. Il mondo sembra diventato così complesso, che non un Dimon, un Iksil o una Drew sono più capaci di capire dove vada il rischio e in cosa bisogna investire. Ciò è dovuto a cosa? Difficile dirlo. Certo, non sarà questione di preparazione, quanto semmai di eccessiva imprudenza di chi compie determinante operazioni, oltre alla fase turbolenta e scarsamente prevedibile dei mercati finanziari stessi. Ma è amaro constatare che contro l’imprudenza non esiste legge possibile. L’unico antidoto sta nelle mani dei risparmiatori, che dovrebbero iniziare a discernere anche le banche a cui affidare i propri quattrini. Se pensi che la tua banca non investa in attività reali, ma faccia più che altro speculazione con i tuoi soldi, portali altrove. Nessuna legge sarà in grado di mettere in riga il finanziere spericolato, come un risparmiatore incavolato e timoroso dei suoi denari.

Per un’economia della realtà

Iniziamo a punire seriamente dal basso chi sbaglia, evitando di delegare agli altri questo compito. Solo premiando chi fa bene, si indirizzano i manager a fare meno cattiva finanza e più investimenti oculati. Ma forse un pò tutti siamo colti dalla smania di fare tanti soldi, subito e senza lavorare. E l’eccessiva avidità scriteriata è sempre alla base delle grandi crisi. Lo fu nel ’29 e lo è stato anche nel 2008. Forse, lo sarà anche in questo 2012?

mercoledì 16 maggio 2012

Il banchiere di “Ombre rosse”

Lo scandalo che ha coinvolto JP Morgan può essere utile: abbiamo appena assistito a una dimostrazione del perchè Wall Street ha bisogno di essere regolamentata. Peccato che non si arrenderà facilmente: sta già versando ingenti quantità di soldi a Mitt Romney, che ha promesso di abrogare le recenti riforme finanziarie.

di Paul Krugman, da Micromega 

 
Uno dei personaggi dell'intramontabile film Ombre rosse (1939) è un banchiere, Gatewood, che ai suoi sottoposti propina una lezione sui mali di Big Government, l'interventismo statale, in particolare della regolamentazione bancaria.
A un certo punto Gatewood esclama: «Come se noi banchieri non sapessimo come amministrare le nostre banche!». In seguito, più avanti nel film, scopriamo che Gatewood taglia la corda dalla città, portando via una bisaccia piena zeppa di bigliettoni che ha sottratto indebitamente.

Da quel che ne sappiamo finora, Jamie Dimon – presidente e amministratore delegato di JP Morgan Chase - non ha in mente nulla del genere. Tuttavia ci risulta che spesso gli è piaciuto fare discorsini come quelli di Gatewood su come lui e i suoi colleghi sanno perfettamente quello che stanno facendo e non hanno certo bisogno che il governo stia loro col fiato sul collo. Di conseguenza, nello sconvolgente annuncio da parte della JP Morgan di essere riuscita a bruciare chissà come due miliardi di dollari circa, in un tentativo infruttuoso di intrallazzi finanziari, ci sono un bel po' di giustizia divina e una fondamentale lezione comportamentale da apprendere.

Giusto per essere chiari: gli uomini d'affari sono uomini – quantunque i Signori della finanza abbiano una certa tendenza a dimenticarlo – e di conseguenza commettono di continuo errori in perdita. Di per sé questa non è una ragione sufficiente per la quale il governo debba intervenire. Le banche, però, sono speciali, perché i rischi che si assumono sono sostenuti, in buona parte, dai contribuenti e dall'economia nel suo complesso. E il caso di JP Morgan ha appena dimostrato che perfino i presunti banchieri intelligenti devono avere rigidi limiti nella tipologia di rischio che sono autorizzati ad assumersi.

Per la precisione: perché le banche sono speciali? Perché la storia ci insegna che il settore bancario è ed è sempre stato soggetto a sporadici e devastanti "ondate di panico", in grado di scatenare il caos in tutta l'economia. La destra sta attualmente diffondendo la panzana secondo la quale un cattivo andamento del settore bancario è sempre conseguenza di un intervento del governo, attuato tramite la Federal Reserve oppure con le ingerenze dei liberal al Congresso. In realtà, tuttavia, l'America dell'Età Dorata - quella nella quale il governo si intrometteva il meno possibile e la Fed non esisteva neppure – era soggetta al panico più o meno una volta ogni sei anni. E in alcuni casi si inflissero così gravissime perdite all'economia.

Ma allora, che cosa fare? Negli anni Trenta, dopo la madre di tutti gli attacchi di panico delle banche, arrivammo a una soluzione praticabile, che contemplava garanzie e controlli a uno stesso tempo. Da un lato, il dilagare del panico fu arginato tramite assicurazioni sui depositi garantite dallo stato; dall'altro, le banche furono sottoposte a regolamentazioni miranti a impedire che potessero abusare dello status privilegiato derivante loro proprio dall'assicurazione sui depositi, in pratica una garanzia governativa dei loro debiti. Cosa ancora più importante, le banche con depositi garantiti dallo Stato non furono autorizzate a impegnarsi in speculazioni spesso rischiose, tipiche di banche di investimento quali Lehman Brothers.

Questo sistema ci ha regalato mezzo secolo di relativa stabilità finanziaria. Alla fine, però, ci siamo dimenticati ciò che la storia ci aveva insegnato. Sono proliferate nuove forme di attività bancaria senza garanzie statali, e al contempo si è permesso sia alle banche tradizionali sia a quelle all'avanguardia di accollarsi rischi sempre maggiori. Come era prevedibile, alla fine abbiamo dovuto subire la versione Ventunesimo secolo del panico bancario dell'Età Dorata, con conseguenze tremende.

È evidente pertanto che dobbiamo assolutamente ripristinare quel tipo di tutela che ci ha regalato per un paio di generazioni una tregua dalle grandi preoccupazioni bancarie. O meglio, questo è evidente a tutti fuorché ai banchieri e ai politici finanziati dai banchieri, in quanto essendo stati salvati in extremis adesso naturalmente questi ultimi sarebbero ben felici di tornare a fare affari come al loro solito. Ho già citato il fatto che Wall Street sta versando ingenti quantità di soldi a Mitt Romney, che ha promesso di abrogare le recenti riforme finanziarie?

Arriviamo adesso a Dimon. Dobbiamo riconoscere a JP Morgan – e a Dimon – il merito di essere riuscita a tenersi alla larga da molti dei pessimi investimenti che hanno messo in ginocchio altre banche. Questa manifesta dimostrazione di prudenza ha fatto di Dimon l'uomo di punta nella battaglia ingaggiata da Wall Street volta a procrastinare, annacquare e/o abrogare la riforma finanziaria. Egli si è distinto e si è fatto particolarmente sentire quando si è opposto alla Volcker Rule, che precluderebbe alle banche con depositi garantiti dallo Stato la possibilità di impegnarsi nel "proprietary trading", in sostanza di effettuare speculazioni con i soldi dei depositanti. «Fidatevi di noi», ha detto in pratica il capo della JP Morgan. «È tutto sotto controllo».
Pare proprio di no, invece.

Che cosa ha fatto in realtà la JP Morgan? Da quanto ne sappiamo, ha utilizzato il mercato dei derivati – complessi dispositivi finanziari – per scommettere fortemente sulla sicurezza dell'indebitamento delle aziende, qualcosa di simile alle puntate effettuate dalla compagnia di assicurazioni Aig sull'indebitamento immobiliare di qualche anno fa. Il punto cruciale non sta tanto nel fatto che la scommessa non è andata a buon fine, ma che gli istituti che rivestono un ruolo cruciale nel sistema finanziario non hanno il diritto di fare simili scommesse. Tanto meno quando questi stessi istituti sono sorretti da garanzie dei contribuenti.

Per adesso pare che Dimon sia stato punito. Avrebbe perfino ammesso che forse chi propone una maggiore regolamentazione ha segnato un punto a proprio favore. Quasi certamente, però, non durerà: mi aspetto che Wall Street torni alla sua consueta arroganza nel giro di settimane, forse addirittura giorni.
In verità, abbiamo appena assistito a una dimostrazione pratica del motivo per il quale, di fatto, Wall Street ha bisogno di essere regolamentata. Grazie Mister Dimon.


Fonte:Repubblica, 15 maggio 2012