domenica 18 settembre 2016

Voci dalla Germania: Salvataggi alla tedesca

Voci dalla Germania: Salvataggi alla tedesca: Mentre in Italia si prepara il bail-in con le subordinate di MPS, in Germania le banche in crisi si salvano ancora alla vecchia maniera: co...

Respiro lungo


di Mimmo Porcaro

http://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/7952-mimmo-porcaro-respiro-lungo.html

L’impossibile uscita “da sinistra” dall’euro


Guido Iodice, usa argomentazioni molto stringenti. Mi piacerebbe sentire il parere di qualcuno che capisce di economia sulle posizioni epsresse da questo articolo.

Partendo dall’intervista pubblicata su MicroMega all’economista Brancaccio, il coautore di Keynesblog.com alimenta il dibattito sul tema della moneta unica: “L’euro è stato un errore ma il rischio è che la cura sia peggiore della malattia”. L’uscita sarebbe inevitabilmente a destra. Da qui le critiche alle tesi di Brancaccio.  
di Guido Iodice da Micromega

Questo articolo è un commento critico all’intervista a Emiliano Brancaccio pubblicata da Micromega. Ho scelto di prenderla come spunto proprio perché stimo Brancaccio e credo che le sue tesi siano ispirate da una riflessione seria. Come premessa devo chiarire che non sono un difensore dell’euro: credo anzi che la moneta unica sia stata un errore. Ma questo non implica che uscirne riparerebbe l’errore commesso. Al contrario, come già ho avuto modo di scrivere insieme a Daniela Palma su Economia e Politica, il rischio è che la cura sia peggiore della malattia. E su questo siamo stati confortati da analoghe analisi (Gallegati, Biasco, Visco)
L’euro non è più quello di una volta

Il punto di partenza di Brancaccio è l’impossibilità politica di riformare l’unione monetaria. E’ una posizione che sembra non temere conto di quanto successo a partire dal 2012. L’euro di oggi è già molto diverso da quello fondato nel 1992 e da quello che abbiamo visto nella prima fase della crisi (2008-2012). Si diceva che la Germania non avrebbe mai permesso allentamenti monetari significativi: oggi il tasso di interesse sulle operazioni di rifinanziamento principali è zero. Si diceva che la banca centrale europea non poteva acquistare massicciamente titoli di stato. Oggi la BCE sta acquistando massicciamente titoli di Stato, portando l’onere del debito pubblico del nostro paese al 4% del Pil (per avere un’idea, nel 1995 era pari all’11%) e i tassi sui nostri titoli al minimo storico.

Brancaccio all’inizio dell’intervista parla della necessità di acquisti differenziati, poiché attualmente la BCE compra in maggioranza titoli tedeschi seguendo il criterio del capital key. Ma è proprio l’abbandono di questo criterio uno dei temi all’ordine del giorno, visto che i titoli tedeschi “eligibili” si stanno esaurendo. Un ulteriore sintomo del cambiamento avvenuto è il fatto che i debiti del nostro paese con il sistema Target2 hanno raggiunto recentemente il massimo storico, eppure nessuno se ne preoccupa, per le ragioni ben illustrate in un recente articolo sul blog Econopoly del Sole 24 Ore.

Sul fronte fiscale il cambiamento è molto più lento che sul fronte monetario. Tuttavia occorre notare che il Fiscal Compact è rimasto lettera morta e anzi paesi come Spagna e Portogallo sono stati “perdonati” per eccessi di deficit abnormi. Ovviamente questo è molto meno di quanto servirebbe, ma è decisamente di più di quanto ci si poteva aspettare da un’Unione che quattro anni fa ha costretto gli stati membri ad inserire il pareggio di bilancio nelle proprie costituzioni.

Cambiamenti forse troppo “al rallentatore” per risultare percepibili anche ad attenti osservatori, ma non di meno cambiamenti che hanno sconvolto le previsioni di quanti avevano data per certa, addirittura imminente, la fine dell’euro.
La sinistra noeuro non ha spazi

Sostiene Brancaccio che “coloro i quali oggi sostengono di voler lottare per cambiare l’Unione dall’interno dovrebbero occuparsi di miracolistica, non di politica”. Ma la sinistra che vorrebbe uscire dall’euro (e dall’Unione) è già stata testata in Grecia e non è neppure arrivata ad eleggere un deputato in parlamento. Persino Yanis Varoufakis, che con quella posizione aveva avuto qualche rapporto, ha precipitosamente fatto dietrofront dopo il disastro degli scissionisti di Syriza. Brancaccio nel 2012 sostenne che Syriza non aveva vinto perché non aveva posto il tema dell’uscita dall’euro. La realtà era opposta, e Syriza poi ha vinto ben due elezioni giurando fedeltà alla moneta unica. Il Blocco di sinistra e i comunisti portoghesi, che a parole dicono di sostenere l’uscita dall’unione monetaria, appoggiano un governo che ha nel programma l’esatto contrario. In Spagna Podemos ed Izquierda Unida, che avevano in passato caldeggiato l’ipotesi dell’uscita, l’hanno espunta dai loro programmi.

Matti? Forse no.
L’uscita dall’euro è a destra

Alcuni a sinistra cadono in una banale fallacia logica quando traggono la seguente implicazione: poiché l’euro è “di destra”, l’uscita dall’euro è “di sinistra”. Brancaccio non è tra questi. Il monito degli economisti, da lui promosso insieme a Riccardo Realfonzo, parla infatti di “modalità alternative di uscita dall’euro”, con risultati diversi tra loro. Eppure è difficile immaginare un’uscita “da sinistra” dall’euro. Lo stesso Brancaccio ha riconosciuto che la Grecia non aveva altra opzione che sottoscrivere il nuovo memorandum con i suoi creditori. Vale la pena soffermarsi su questo punto. La Grecia è infatti un paese strutturalmente dipendente dai capitali esteri per finanziare i suoi disavanzi con l’estero. Mentre nell’euro questo finanziamento è automatico, attraverso il sistema Target2, fuori dall’euro Atene avrebbe dovuto trovare finanziatori esterni. Tsipras ha chiaramente ammesso di averci provato senza riuscirci (a USA e Cina certo non serve una Grecia fuori dalla moneta unica o persino dall’Unione). Una Grecia fuori dall’euro e senza accesso ai mercati avrebbe potuto contare solo sugli avanzi commerciali per finanziarsi, il che significa che avrebbe comunque dovuto deprimere la domanda interna. Impresa amaramente semplice in una situazione di collasso del sistema bancario.

Ovviamente altri paesi, come l’Italia, sono messi molto meglio della Grecia. Non troppo però. Vediamo perché. E’ chiaro a tutti che l’uscita unilaterale dell’Italia dalla moneta unica segnerebbe la fine dell’euro entro pochi mesi, se non settimane, a causa dell’intreccio finanziario del nostro paese con il resto dell’area euro. Lo scenario più probabile, del resto riconosciuto anche dagli economisti noeuro più ragionevoli, sarebbe una pesante recessione continentale con effetti di contagio finanziario anche nel resto del mondo. Se questo scenario si concretizzasse, la svalutazione della lira ci servirebbe davvero poco. Abbandonando il vincolo esterno dell’euro, ci troveremmo comunque davanti al vincolo della domanda estera. Ma persino ipotizzando che si possa davvero controllare la tumultuosa sparizione della seconda valuta di riserva del mondo, lo scenario appare molto meno roseo di quanto si possa immaginare. I paesi che hanno svalutato la loro moneta negli ultimi anni, soprattutto dopo il 2011-2012, hanno potuto godere di pochissimi benefici, se non nulli. Un esempio è il Giappone, paese fortemente vocato all’export. Dopo ripetute svalutazioni, a partire dal 2012, attuate nell’ambito dell’Abenomics, il paese è riuscito a tornare in attivo di bilancia commerciale solo quest’anno, paradossalmente dopo la parziale rivalutazione dello yen. La bassa domanda globale, le misure protezionistiche adottate da molti paesi in questa fase di deglobalizzazione, la guerra valutaria, ci dicono che almeno per qualche tempo l’ “elasticity pessimism” è più che giustificato. Stando così le cose, rischiamo di trovarci, all’indomani di un’uscita dall’eurozona, con uno spazio per politiche espansive che potrebbe rivelarsi molto ridotto.

Brancaccio condivide il ragionamento sull’inefficacia del tasso di cambio, ma non mi pare tenga adeguatamente in conto gli effetti finanziari di una deflagrazione dell’eurozona e il ridotto spazio di manovra in cui il nostro paese, e non solo il nostro, rischierebbe di trovarsi.

Ma il punto che mi convince meno dell’ “uscita da sinistra” prospettata da Brancaccio è quello della indicizzazione dei salari, che Emiliano ha sollevato in varie occasioni (come ad esempio in questa intervista a Giornalettismo). Se però si vuole almeno provare a sfruttare l’effetto della svalutazione per riconquistare competitività di prezzo per le nostre merci, pur con tutti i caveat già ricordati, la reintroduzione della scala mobile rischia di mangiare rapidamente il vantaggio ottenuto dal ritorno ai cambi flessibili. Gli economisti di destra che propongono l’uscita dall’euro, come Roger Bootle, sono estremamente sinceri in proposito, e purtroppo non si vedono chiare ragioni per dare loro torto: i salari nominali vanno tenuti al palo. Questo implica che l’inflazione importata ridurrà significativamente il salario reale dei lavoratori, come accaduto peraltro in diversi tutti i recenti episodi di svalutazione. Per fare solo un esempio, secondo i dati OCSE la caduta dei salari reali nel Regno Unito dal 2007 al 2015 è stata pari a quella dei salari reali in Grecia, che è il caso limite nell’area euro.

Potremmo allora decidere di non migliorare il nostro tasso di cambio reale, indicizzando le retribuzioni all’inflazione. Se l’Italia ripristinasse la scala mobile all’indomani dell’uscita, in una situazione già delicata, nella quale la nuova moneta dovrebbe “accreditarsi” presso i mercati valutari, questi ultimi incorporerebbero le aspettative di ulteriori svalutazioni future, portando la lira a deprezzarsi molto di più di quanto sia desiderabile per ripristinare la competitività di prezzo perduta negli anni di adesione all’euro. In tal caso, l’effetto combinato dell’aumento dei prezzi delle importazioni, del ritardo di reazione dell’export alla svalutazione (ammesso che si materializzi) e del peggioramento della posizione patrimoniale di banche e imprese indebitate in valuta estera, rischierebbe di produrre effetti recessivi significativi. Problemi che si pongono comunque, anche senza introdurre la scala mobile, ma che verrebbero accentuati dalla reazione dei mercati all’introduzione di misure di indicizzazione salariale.

La proposta finale avanzata da Brancaccio nell’intervista è anch’essa parte di una ipotesi di “uscita da sinistra”. Secondo Emiliano servirebbe “un labour standard sulla moneta, vale a dire un sistema di gestione delle relazioni internazionali finalizzato al controllo dei movimenti di capitale, fuori e dentro l’Europa, specialmente da e verso quei paesi che adottino misure di dumping sociale e fiscale”. Si tratta senza dubbio di una riforma molto ambiziosa. E condivisibile. Ma è anche un salto logico ardito: dopo aver escluso la possibilità di una riforma progressista dell’eurozona, Brancaccio propone una riforma progressista dell’intero sistema monetario internazionale.

Insomma, l’ipotesi di un’uscita “da sinistra” dall’euro appare difficilmente praticabile, se non addirittura “miracolistica”. L’uscita dall’euro sarebbe inevitabilmente a destra.
La sinistra intrappolata

Non voglio tediare ancora i lettori, ma ci sarebbe ancora molto da dire. Solo qualche accenno merita il fatto che quanti invocano l’uscita dall’eurozona, sostenendo che essa avrebbe costi minori che rimanervi (tra questi anche qualche Nobel per l’Economia), non hanno mai presentato una simulazione credibile a sostegno di questa affermazione. L’unico economista ad averci provato, Jens Nordvig di Nomura, alla cui analisi mi sono in parte ispirato nel paragrafo precedente, ha dovuto concludere che l’uscita unilaterale dall'eurozona di un paese periferico sarebbe un disastro. La soluzione secondo Nordvig è una dissoluzione controllata che richiederebbe in fine nientemeno di un giubileo dei debiti generalizzato. A proposito di “miracolistica”.

La sinistra radicale è da tempo preda di una discussione singolare. Mentre molti parlavano di inevitabile, o quasi, crollo dell’euro e invocavano fantomatici piani B e C, nessuno ha preparato il Piano A nel caso l’euro non crollasse, come in effetti è avvenuto. L’apice del dibattito odierno è rappresentato da un surreale confronto tra Stefano Fassina e Yanis Varoufakis (due politici oggi totalmente ininfluenti) sul Marx e la sovranità nazionale. Date queste premesse è più probabile l’estinzione della sinistra prima di quella dell’euro.
Che fare?

Al leniniano interrogativo “che fare?” le risposte non possono che essere parziali e mutevoli. Nessuno possiede la bacchetta magica e il sentiero è molto stretto. Il tentativo di Tsipras di creare un fronte dei paesi mediterranei è l’inizio di una risposta politica, che arriva con grande ritardo (non certo per colpa del leader greco). Una possibile risposta sul piano economico è invece quella contenuta nel paper “Why Further Integration is the Wrong Answer to the EMU's Problems: the Case for a Decentralised Fiscal Stimulus” che ho scritto con Thomas Fazi e che è ha vinto il Call for Papers del think tank “Progressive Economy” legato al gruppo Socialista al parlamento europeo. Una sintesi del suo contenuto è reperibile su Keynes blog.

Al di là delle proposte tecniche che ognuno prova a elaborare nella speranza che qualcosa arrivi ai decisori politici, il punto è che la risposta della sinistra dovrebbe collocarsi all’altezza della sfida posta da un lato da Mario Draghi, con la sua azione stabilizzatrice della moneta unica, e dall’altro dal crescente timore delle classi medie impoverite dei paesi relativamente ricchi dell’Europa di dover in fine pagare i costi della crisi dei paesi relativamente poveri, per salvare l’euro e l’Unione. La vera fragilità dell’euro non è costituita dagli squilibri commerciali che spingerebbero i paesi “periferici” a sganciarsi, ma dalle spinte centrifughe crescenti proprio nei paesi del “centro”.

Una riforma “progressista” dell’euro non è impossibile: è dannosa. Non è il momento di fare progressi: quello che serve è un passo indietro nel processo di integrazione, senza cadere nel burrone della dissoluzione della moneta unica. Solo così se ne potranno fare, in seguito, due avanti.

(13 settembre 2016)

sabato 17 settembre 2016

venerdì 16 settembre 2016

giovedì 15 settembre 2016

Il grande circo è iniziato



di Tonino D’Orazio, 15 settembre 2016. 

Ovvero la cintura di sicurezza internazionale intorno a Renzi. Il referendum contro la deforma costituzionale fa paura ai poteri forti. Infatti tutto il dibattito del circo Barnum si svolgerà, (grazie a questa Costituzione), non sui diritti democratici di cittadinanza, ma solo sugli aspetti più interessati dei padroni nostrani e mondiali. Hanno imposto la finanza e l’economia (che non sarà mai una scienza esatta, per questo a tensione umana psicopatica) come unico dogma al posto del sociale. Si chiama ipocritamente economia del sociale.
La nostra Costituzione, antifascista e fondata sul lavoro, è stata sempre oggetto di tentativi di distruzione sin dalla nascita, oppure come si dice oggi di “riforme”. Non vi riuscirono, né Valerio Borghese né Licio Gelli (i cui iscritti alla P2 sono oggi in molti gangli dello stato e in parlamento),ma potrebbe riuscirvi lo sgretolamento costante dei suoi principi, l’oligarchia non eletta dell’UE, il sistema bancario internazionale e i loro agenti prezzolati e  già impostati in molti gangli di potere. In Europa magari già dai tempi di Barroso.
L’ambasciatore statunitense a Roma:”Se vince il NO non vi saranno più investimenti e l’Italia torna indietro”. Il nostro servile (o il loro) ministro degli Esteri, Orlando:”è solo il consiglio di un paese amico”. L'avevamo capito.
Anche la Merkel, Junkers e tra poco anche Hollande, aspettando tutti gli altri intrusi, sono per il Sì alla deforma. Ma allora voteremo NO anche contro tutte queste interferenze?
Il FMI: “Se vince il NO per l’Italia sarà un disastro”. L’esito del referendum “è certamente un fattore nelle decisioni di investimento che condiziona le prospettive (outlook)”. In altre parole, e in pratica, se vince il “NO” l’Fmi può fare facilmente un report catastrofico sull’economia e indirizzare altrove gli investimenti. E i “mercati” potranno scatenare attacchi speculativi ed impaurire una parte della popolazione. Questo dopo aver decretato che Il “Fmi prevede una recessione lunga vent’anni”. Si salvi chi può.
L’Economist teme che la vittoria del NO spiani la strada al governo del M5S, rassicurando tutti però che la Costituzione attuale non permette un referendum sull’euro. Quella deformata, se non “Nuova costituzione” dei ragazzini Renzi-Boschi (se si cambiano ben 47 articoli!), modifica i referendum portandoli tutti al quorum del 50% (tanto non passano mai e poi si può anche non applicarne le scelte se non piacciono, es. l’acqua bene comune) e le richieste passeranno da 500 mila a 800 mila. Le firme per le leggi di iniziativa popolare passano da 50.000 a 150.000. Giusto per fare piacere a J.P.Morgan (e alla Troika di Bruxelles) che ne chiedeva addirittura l’abolizione perché residuo storico del ‘900.
JpMorgan? E’ la banca più drastica nel chiedere le modifiche costituzionali, da mesi, poi presentate da Renzi-Boschi nella “Nuova costituzione”, e nel rifiutare la filosofia anti-fascista di quella ancora attuale. “In Europa il fascismo non esiste più”. Quando si guarda solo ai soldi è anche possibile pensare che non stia crescendo nulla di nuovo in tutta Europa, a meno che sotto altro nome “riformista” i gruppi di estrema destra non facciano piacere. Purché si abolisca la sovranità popolare. L’ultimo esempio di raffinata brutalità? Imporre a Renzi e alla Bce (immediatamente ubbidienti), un certo Morelli di loro fiducia, perché già funzionario proveniente da JpMorgan, come a.d. del disastrato e balcanizzato MPS. Che importa se questo signore (si fa per dire) era stato multato (2013) dalla seppur corrotta Banca d’Italia per operazioni non “onorabili” e quindi non “adeguato” (secondo norme Bce) a dirigere nuovamente banche. Oppure per conflitto enorme di interesse perché già amministratore, in Italia, della Bofa Merrill Lynch, presente nel consorzio stesso che dovrebbe partecipare all’aumento di capitale del MPS.   
In Italia aveva iniziato il circo Barnum il Centro Studi della Confindustria già qualche mese fa. La vittoria del NO avrebbe fatto perdere l’1,7% del PIL che invece dovrebbe crescere nel 2017 del 2,3% (Livello mai raggiunto dall’entrata in vigore dell’euro dal 2001!). La menzogna è stampata sul loro quotidiano che molti vantano per la sua imparzialità in economia, il Sole 24 Ore. Per ringraziamento, finiti i soldi del job act e relativi licenziamenti “a tempo indeterminato”, Padoan ha appena annunciato una diminuzione delle tasse sulle imprese. Cosa farà per ringraziare il Sì della Cisl, che in genere firma tutto in bianco da anni!
Continua Goldman Sachs (anche lei fa parte del consorzio di garanzia per la ricapitalizzazione del MPS): una eventuale vittoria del NO al referendum costituzionale potrebbe seriamente compromettere l’operazione di aumento di Mps. Con il NO crescerebbe dunque “la probabilità di una ristrutturazione di Mps con fondi pubblici”: il che vorrebbe dire l’azzeramento dei risparmi di milioni di italiani attraverso il meccanismo del bail in (i debiti della banca li pagano i clienti). Gli investitori (ovvero speculatori), compreso JpMorgan sono “già in ansia”.
A Renzi servirebbe il superamento dei livelli di deficit da concordare con Bruxelles per realizzare una serie di tagli fiscali promessi e gli aumenti retributivi, minimi, a pioggia, nel momento in cui i dati mostrano che l'economia italiana è in recessione da tempo. Ce lo spiegano meglio gli altri. Il Times “Renzi spera che rilanciare la spesa possa contribuire a conquistare il favore dell'elettorato prima del referendum” e gli consigliano un allentamento provvisorio dell’austerity sui poveri. Molti osservatori ricordano che “Bruxelles ha dimostrato tolleranza verso Francia, Spagna e Portogallo sul NON rispetto dei vincoli di bilancio” (linguaggio mafioso-economico, significa: dopo la “Brexit” i “Poteri” hanno PAURA di “perdere Renzi”, anzi hanno Paura di perdere Padoan. Uno che, guardia e servo esecutore delle volontà di Goldman Sachs dalla quale proviene, come Monti, sa benissimo quello che “deve essere fatto”. Questo è un governo Padoan. Anzi permettetemi, ma non è solo mia, una valutazione futura prevedibile perché senza fantasia e nella continuità di questi anni. Se Renzi viene mandato a casa, non si capisce se va via o no e da chi, sicuramente Mattarella incaricherà come nuovo tecnico (per “traghettare” il 2017) proprio Padoan (a modo di Napolitano-Monti) per continuare il blocco della democrazia e lo sfacelo del mercato del lavoro.
Il giornalista Paolo Barnard ricorda alcune delle minacce: “Se il referendum costituzionale non passasse... i titoli di Stato italiani potrebbero essere venduti”;”La vittoria del NO potrebbe comportare la nomina di un governo tecnico”(per un altro “europeista” non eletto); “Le prospettive dell'Italia sono offuscate dai rischi legati al referendum e ai guai del settore bancario, così come l'impatto del “Brexit” sul commercio e l'incertezza”. Non hanno digerito il Brexit che si sta dimostrando il contrario dell’apocalisse. Sapremo tutti i giorni, a tutte le ore, il cosiddetto “pericolo nucleare” del disastro del nostro Monte dei Paschi e quello della “incapacità” di governo del M5S. Alla domanda “Perché Confindustria, Wall Street Journal, New York Times, Financial Times, Paìs, Economist, Times, Silicon Valley, gli uomini dell'industria globale e dei mercati (quindi USA, UE ed altri...) temono che “Quel voto pesa più di Brexit”? In fondo la Gran Bretagna, già fuori dall’euro, c’era e non c’era nell’Unione, eppure i suoi lavoratori hanno dato un segnale, un ceffone, di “basta” al neoliberismo e al loro proprio impoverimento per l’arricchimento dei pochi.  C’è una sola risposta: ancora una volta hanno paura... soprattutto perché c’é di mezzo l’Italia, quindi l’Euro, l’Unione Europea, gli USA, il Mediterraneo e i mercati... insomma il Mondo intero! Mai siamo stati cosi interessanti. Per gli interessi degli altri.
Magari questa turpitudine politica attuale possa rappresentare, anche per noi mondo del lavoro e Cgil, i sobbalzi di un sistema oligarchico agonizzante e con il NO ripristinare una nuova forza democratica di sovranità popolare e di giustizia sociale. Prima che sia troppo tardi.

Montanari: “Basta con i grandi eventi. Il M5S? Meglio del Pd”


Dal NO alle Olimpiadi alla trasparenza nella ricostruzione del post terremoto passando per la politica culturale disastrosa del governo Renzi. Parla lo storico dell’arte: “Di Maio non è la soluzione ma a maggior ragione non lo è la Boschi, in questo momento il pericolo concreto di uno scadimento oligarchico della democrazia italiana sta nella riforma costituzionale scritta dal Pd”.
intervista a Tomaso Montanari di Giacomo Russo Spena

“Ma quali Olimpiadi, governare la normalità è la vera sfida: il resto è distrazione di massa e carne da macello per la corruzione”. Tomaso Montanari, storico dell’arte e professore universitario, si schiera con la scelta della sindaca Virginia Raggi di ritirare la candidatura per Roma 2024. Nello stesso momento, non risparmia critiche al M5S per la sua condotta nella Capitale: “La nomina della Muraro va sicuramente rivista”.
Professore, partiamo dal terribile terremoto dello scorso 24 agosto. Ad Amatrice molti cittadini non vogliono abbandonare le proprie case e chiedono di essere ascoltati nei progetti di ricostruzione. Teme si possano ripetere gli stessi errori commessi all’Aquila dove è sta edificata una new town senza ascoltare le richieste della popolazione?

Renzi e Del Rio, in modo condivisibile, hanno detto che Amatrice ed Accumoli risorgeranno com’erano e dov’erano. Come Venzone in Friuli, per capirsi. All’Aquila è avvenuto qualcosa di atroce, che ancora non si è ben capito: si è distrutta a tavolino una città, forse per sempre. Il tessuto sociale difficilmente si rimarginerà, e l’Aquila che c’era prima del 2009 è volata via per sempre. Certo, il rischio c’è anche ad Amatrice: bisogna dare alloggi decenti subito e partire con la ricostruzione. Di corsa.
L'emergenza – come è risaputo – è diventata un enorme business, come evitare che questa nuova tragedia diventi la solita mangiatoia per avvoltoi e speculatori?

L’unico modo è la totale trasparenza. Sembreranno concetti estranei al terremoto ma invece sono collegati: bisogna depenalizzare la diffamazione a mezzo stampa e togliere gli strumenti civilistici con cui viene strangolata la libertà di cronaca. La battaglia per la ricostruzione pulita è la stessa di una democrazia trasparente e si vince con una stampa senza bavagli oltre che con una magistratura che dispone di mezzi adeguati.
Oltre che un discorso di civiltà, molti ne fanno anche una questione meramente economica: i costi per la ricostruzione post terremoto sono elevatissimi, quelle cifre non potrebbero essere utilizzate in prevenzione?

A noi purtroppo manca totalmente la cultura della prevenzione. L’unica grande opera necessaria di cui avremmo bisogno è la messa in sicurezza del territorio mentre il governo insiste su progetti come il Ponte sullo Stretto. Prossimamente il premier Renzi andrà ad inaugurare il Crescent di Salerno, uno scempio paesaggistico e urbanistico del suo amico De Luca. Finché la cultura della politica è quella dei palazzinari, nulla verrà messo in sicurezza. Ricordo che per il 2016 abbiamo in bilancio per la prevenzione antisismica di tutta Italia 44 milioni di euro. Solo l’arena del Colosseo – progetto del ministro Franceschini (che è una boiata pazzesca) – ne costa 18. Ecco le nostre priorità.
Al di là dei facili slogan è possibile mettere in sicurezza il nostro territorio e allontanarlo dal pericolo di distruzione insito nei terremoti? L'Italia non è un Paese dal punto di vista paesaggistico estremamente diverso, ad esempio, dal Giappone?

È possibile limitare al minimo i morti e le distruzioni. Il rischio zero non esiste, e l’Italia non è il Giappone. Ma chi non vorrebbe aver avuto solo il 5 per cento di questi morti. È un risultato tecnicamente possibile. Ci vogliono soldi. Ma quando si approverà la prossima Legge di Stabilità quanti politici e quanti direttori di giornale si ricorderanno delle bare di Amatrice? È in quei giorni che tutto si deciderà.

Il governo ha designato Vasco Errani commissario straordinario alla ricostruzione delle aree colpite dal terremoto. Alle spalle ha un’esperienza maturata quale Commissario delegato per l’attuazione degli interventi sui territori emiliani colpiti dal sisma del 20 e 29 maggio 2012. Eppure c’è chi critica la sua nomina per le sue vicende giudiziarie – dove recentemente è stato assolto – e per i finanziamenti in Emilia Romagna alla coop del fratello. Lei che idea si è fatto, Errani è l’uomo giusto?


Non un’idea felicissima. Il partito della nazione sembra trasformarsi nella nazione del partito: il Pd si prende tutto, anche quando bisognerebbe essere lontanissimi da logiche di partito. E la ricostruzione in Emilia non è esente da zone d’ombra, sia per la tutela del patrimonio artistico, sia per le infiltrazioni malavitose. Prendiamo il buono: Errani ha l’occasione di dimostrare che si è imparato dagli errori.
Passiamo alle Olimpiadi 2024. Lei è d'accordo con la candidatura di Roma?

Sono radicalmente contrario. Lo dissi a suo tempo personalmente a Virginia Raggi e sono tornato a scriverlo, insieme ad altri, in questi giorni.
Non trova che, se fatte con trasparenza e sotto l'attenta vigilanza dei Corti dei Conti, possano essere un’immensa risorsa per rilanciare l'immagine della Capitale? Faccio presente che Paolo Berdini, l'assessore all'urbanistica della giunta Raggi e ostile ai poteri forti, è possibilista all’ipotesi di Olimpiadi.

Basta fare politica con l’immagine e con il grande evento! Me lo faccia dire male: la sindrome della «grande occasione», questo miserabile anelito alla vincita della lotteria, è una delle cose che fottono l’Italia. Basta. Abbiamo bisogno di normalità.
Virginia Raggi sembra in serie difficoltà. Il M5S, a Roma, vive una faida interna e, tre mesi dopo le elezioni, la città non ha ancora un assessore al Bilancio. Col senno di poi, gongola per la sua scelta di non aver accettato un ruolo nella giunta Raggi?

Non gongolo affatto. Non ho accettato per questioni che riguardavano la mia vita, non la qualità di Raggi. E sarebbe irresponsabile gongolare per i guai di Roma, così come è irresponsabile gongolare per i guai dell’Italia in mano a Renzi (che non sono minori). Credo che a Roma il Movimento 5 Stelle stia dando una pessima prova, per ora: lacerazioni, carrierismi, inettitudine, improvvisazione. Scelte sbagliate: la nomina dell’assessore Paola Muraro va rivista. Invece, quelle di Bergamo e Berdini sono davvero ottime. E più a sinistra che in qualunque giunta Pd. Se pensiamo all’inettitudine di Matteo Orfini, alla corruzione del Pd e alla farsa in cui è stata trasformata l’esperienza a sindaco di Ignazio Marino…
Proprio ieri su Repubblica Michela Serra ha scritto che “dopo una vita a tifare per l’opposizione e a diffidare dei governanti, il livello della presente opposizione italiana mi fa sentire pericolosamente incline a sorvolare sulle colpe del governo (che sono tante). Piuttosto che essere governato da uno come Di Maio, che non sa niente ma se la tira come se sapesse tutto, sopporto, anche se non la supporto, Maria Elena Boschi”. È in disaccordo?

Il senso critico non può andare a corrente alternata. Questa sfiducia generale che rasenta il cinismo è parte del problema, la sindrome di un Paese che non vede alternative. Di Maio non è la soluzione ma a maggior ragione non lo è la ministra Boschi. In questo momento il pericolo concreto di uno scadimento oligarchico della democrazia italiana sta nella riforma costituzionale scritta dal Pd, mentre i 5 Stelle sostengono le ragioni del No. Credo che non dovremmo dimenticarlo.
Lo scorso 7 maggio è stato tra i promotori della manifestazione “E’ emergenza cultura” e aveva denunciato che “il paesaggio e il patrimonio storico e artistico sono in grave pericolo”. Cosa è successo da allora?

Nessuna risposta dal governo Renzi, se non un’escalation di imbarbarimento del governo del patrimonio culturale. Ad Amatrice, Franceschini ha detto di aver subito mandato i caschi blu della cultura: cosa mai sarebbero, se non miserabile propaganda? La riforma della dirigenza dello Stato, con il suo ruolo unico, è la mazzata finale al sistema di tutela, che di fatto non esiste più. Siamo tornati a prima del 1939, con una regressione secolare. E il concorsone per i 500 funzionari del Mibact si sta celebrando in modo farsesco, per molto meno avremmo chiesto la testa dell’ex ministro Bondi a furor di popolo. Il sito di Emergenza cultura è uno dei pochissimi luoghi che accolgono le mille voci che denunciano, dall’interno, l’agonia del patrimonio culturale della nazione italiana. E non smetterà di farlo.
Ultima questione: recentemente è stato siglato presso l’ambasciata italiana a Mosca, un accordo – fortemente voluto dal premier Matteo Renzi – tra le Gallerie degli Uffizi e il Museo Puškin di Mosca. Un segnale di distensione e collaborazione con la Russia di Vladimir Putin. Ne gioveranno l'arte e la cultura italiana o siamo alla spreco di denaro pubblico?

Solo nei regimi, sono i governi a usare il patrimonio artistico come ostaggio delle relazioni diplomatiche. E noi non siamo un regime. Lo faceva Mussolini, ma Renzi non è il Duce. In Occidente le mostre si fanno per ragioni scientifiche, con un progetto culturale. Da noi le opere d’arte famose seguono i politici in catene, come i prigionieri seguivano gli imperatori romani durante i trionfi. È una regressione barbara. Il direttore degli Uffizi ha fatto un grave errore, che speriamo non abbia conseguenze: si è piegato al volere del governo che l’ha nominato, e che dovrà confermarlo, e ha spedito a Mosca opere il cui viaggio era stato definito letteralmente “molto rischioso” dall’Opificio delle Pietre dure, massima istanza italiana per il restauro. Una scelta molto miope anche perché, si sa, i ministri cambiano.


mercoledì 31 agosto 2016

Il proletariato (non) ha nazione...

di Sergio Cesaratto da sinistrainrete

Pubblichiamo la traccia di un intervento a un dibattito con Giorgio Cremaschi a una straordinaria e affollatissima festa nei dintorni di Pisa. Il tema era: “La sovranità appartiene al popolo: i referendum momento di conflitto sociale fondamento di democrazia”, 18 Agosto 2016, Festa RossaPerignano (PI)
Re Luigi XIVPaese mio che stai sulla collina. Battaglioni internazionalisti o ordo-keynesismo?
Voi perdonerete se prenderò il tema di questa sera un po’ alla lontana. Non sono un giurista, e sono anche un po’ scettico sulla via giuridica al conflitto sociale, come sembra un po’ suggerire il tema della serata. In un certo senso mi riferirò di più alla prima parte del titolo: La sovranità appartiene al popolo. Giusto. Ma qual è l’ambito di questa sovranità? Lo Stato nazionale, il tuo continente, il mondo intero? Su questo come sinistra siamo molto reticenti, e su questo mi piacerebbe dire qualcosa. Esiste una democrazia che vada oltre i confini del tuo Stato nazionale? E siccome, almeno su questo si è d’accordo, il conflitto sociale è l’humus della democrazia, qual è lo spazio naturale per il conflitto sociale?
Presa alla lettera, la tradizione marxista respinge oltraggiosamente l’idea dell’identificazione della classe lavoratrice col proprio Stato nazionale. Come è stato osservato, secondo questa tradizione: “Proprio perché la classe operaia è priva di proprietà, non è più lacerata dai limiti dell’interesse privato, diventa per ciò stesso suscettibile di solidarietà” (Gallissot 1979, p. 26; v. anche Cesaratto 2015), insomma chi ha solo le catene da perdere non necessita di passaporto. Il principale ostacolo a tale solidarietà, ben noto a Marx ed Engels, era nella concorrenza fra le medesime classi lavoratrici nazionali, sia intermediata dalla concorrenza fra i capitalismo nazionali che diretta attraverso i fenomeni migratori. Ma sebbene procedendo in forma contraddittoria, l’internazionalismo proletario rappresentava per Marx ed Engels il contraltare del cosmopolitismo capitalistico, che essi avevano elogiato nelManifesto del partito comunista come una forza liberatrice per l’umanità, che avrebbe spazzato via, fra l’altro, i retaggi barbarici del legami nazionali o etnici (ibid, p. 805).[1] Naturalmente Marx ed Engels non potevano esulare dalle lotte nazionalistiche, a cominciare dalle aspirazioni tedesca e italiana all’unificazione. Ma la prospettiva dello Stato nazionale era per loro al massimo una tattica, e non una strategia. Purtuttavia, nella Critica al Programma di Gotha, dopo aver criticato i termini del tutto generici con cui il Programma della socialdemocrazia tedesca aveva affiancato la lotta internazionalista a quella nazionale, Marx ammette che: come classe
, e che l'interno di ogni paese è il campo immediato della sua lotta. Per questo la sua lotta di classe è nazionale, come dice il Manifesto comunista, non per il contenuto, ma "per la forma."> (Marx 1975, mio corsivo). [2] [3] La si metta come si crede, il passaggio è un riconoscimento impegnativo. Nel lungo periodo siamo tutti morti, come dirà qualche anno dopo Keynes. E la “forma” è spesso “sostanza”, ci dice il buon senso.Fatto sta che da Marx ed Engels i concetti di Stato e (soprattutto) nazione, nelle loro varie declinazioni e intrecci, sono un buco nero della teoria marxista per la quale, nel lungo periodo, non dovrebbero neppure esistere.[4]
Un’analisi molto citata che, se non di impronta marxista, le è vicina nell’interpretare l’evoluzione delle istituzioni (la sovrastruttura) come funzionale all’evoluzione materiale della società (la struttura), è Ernest Gellner (1925-1995). Semplificando molto, egli vede l’emergere delle entità nazionali come funzionale allo sviluppo capitalistico che richiede l’omogeneizzazione culturale (in primis linguistica) della società per consentire l’educazione di massa (a sua volta strumento di quella omogeneizzazione), la comunicazione e il funzionamento degli apparati burocratici, l’unificazione del mercato, la mobilità sociale e quant’altro (per una introduzione a Gellner v. O’Leary, 1997). Come si vede nulla a che vedere con le giustificazione “romantiche” del nazionalismo - che naturalmente hanno avuto una funzione ideologica di leva delle rivoluzioni nazionali guidate soprattutto da componenti intellettuali della piccola borghesia insofferenti dell’immobilità sociale delle preesistenti forme istituzionali. Al contributo di Gellner fa riferimento un noto studioso marxista (e scozzese, questo non è un caso) del nazionalismo, Neil Davidson. In una intervista che ho trovato molto utile (Davidson 2016) egli si ricollega a Gellner ed estende il funzionalismo della teoria di quest’ultimo (l’unificazione nazionale come elemento di omogenizzazione culturale e modernizzazione delle più complesse società industriali) alla natura di collante ideologico che il nazionalismo svolgerebbe in particolare nei confronti delle classi lavoratrici.
In sostanza, la tesi di Davidson è che il nazionalismo assolverebbe alla necessità di una compensazione ideologica per le ferite apportate dal sistema capitalistico ai lavoratori. In tal senso esso svolgerebbe una funzione reazionaria, evitando che essi sviluppino una coscienza di classe che travalica i confini nazionali. Più specificatamente, Davidson associa nazionalismo e riformismo - “I lavoratori rimangono nazionalisti nella misura in cui rimangono riformisti” - vale a dire i lavoratori restano nazionalisti nella misura in cui identificano nello Stato nazionale lo spazio per il loro avanzamento e, naturalmente, lo Stato nazionale medesimo offra loro questa opportunità.[5]
Non voglio entrare nel merito ideologico di questa tesi – in fondo una ripetizione del punto di vista di Marx sullo Stato nazionale come falsa coscienza e quant’altro.[6] Siccome mi interessano di più gli avanzamenti concreti dei ceti popolari - anche perché ritengo che da essi possa solo scaturire una successiva contestazione più radicale del capitalismo - è interessante che posto di fronte a problematiche concrete, lo studioso scozzese faccia parecchie ammissioni (un po’ come Marx quando riconobbe che “l'interno di ogni paese è il campo immediato della … lotta”).
Più precisamente, riferendosi all’Unione Europea (EU), Davidson richiama un saggio di Hayek del 1939 in cui questi sostiene la costituzione di entità sovranazionali in quanto non possono che essere di natura liberista. Esse svolgerebbero dunque la doppia funzione di svuotare gli Stati-nazionali di ogni potere economico e dunque redistributivo, assegnando alla struttura sovranazionale un compito di mera ordinatrice delle attività economiche (un disegno che potremmo definire, con termine ormai popolare, “ordo-liberista”). Davidson giunge dunque a riconoscere che riforme favorevoli ai lavoratori, possibili nello Stato-nazionale, diventano impossibili una volta che le leve economiche siano trasferite presso istituzioni sovra-nazionali.[7] Ma non solo. Lo studioso scozzese critica anche l’argomento della sinistra radicale (forse noi diremmo “antagonista”) per cui istituzioni sovranazionali come quelle europee, sebbene volte a mortificare lo spazio conflittuale delle classi lavoratrici nazionali, costringerebbe queste ultime a mettersi assieme per cambiare quelle istituzioni. E al riguardo Davidson conclude: “La solidarietà fra i confini non dipende dalle costituzioni o dalle istituzioni, ma dalla volontà dei lavoratori di sostenersi a vicenda, persino se in Paesi diversi. Invece di invocare battaglioni immaginari di lavoratori organizzati a livello europeo, sarebbe più utile cominciare a costruire dove già siamo”. E in un iperbolico capovolgimento di prospettiva, Davidson conclude: “E’ improbabile che la battaglia contro il capitalismo neoliberista cominci simultaneamente attraverso l’intera UE, o che sia ristretta ai suoi confini. Quello che più probabilmente vedremo è una serie scostante di movimenti dalla differente intensità, entro i diversi Stati-nazionali che, se vittoriosi, potrebbero formare alleanze e, infine, gli Stati Uniti socialisti d’Europa. Tuttavia, questa visione non potrebbe essere realizzata entro la UE, ma solo costruita da capo sulle sue rovine”.
Dunque, lo Stato-nazionale da essere strumento di corruzione riformista dei lavoratori diventa strumento necessario per la rivoluzione socialista!
Quello che, infatti, mi sembra poco chiaro nelle menti del movimento per il No al referendum (parlo della sinistra naturalmente), è che qui non sia sta difendendo la “Costituzione più bella del mondo”, slogan che lasciamo alla stucchevole Boldrini,[8] ma le macerie (e solo quelle se non ci diamo una svegliata) di una nostro Stato-nazionale entro cui esercitare il conflitto sociale, che se regolato, è l’humus della democrazia (Hirschman 1994). Lo smantellamento delle istituzioni democratiche e il rafforzamento degli esecutivi – di per sé accettabile solo se si rafforzano al contempo le istituzioni di controllo, i poteri di “checks and balances”) – diventa funzionale al disegno ordoliberista europeo, in cui conflitto e democrazia non ci sono più, ma solo rigorose leggi di mercato tutelate dalle istituzioni sovranazionali che agiscono per tramite di supine istituzioni nazionali. Il no al referendum dovrebbe saldarsi al no all’Europa e al recupero della sovranità economica nazionale (che è la cosa che davvero conta). Purtroppo in questa consapevolezza siamo ancora molto indietro.
Così come siamo molto indietro nella consapevolezza delle problematiche economiche in cui la tematica dello Stato nazionale emerge in tutta la sua pregnanza. Su questo vorrei chiudere.
La crisi e il successivo crollo dell’Unione Sovietica hanno avuto due conseguenze nefaste per la sinistra, l’una a ben vedere simmetrica all’altra: l’apertura di spazi sconfinati per il neo-liberismo e la totale assenza a sinistra di una risposta a quest’ultimo - l’assenza di qualsiasi riflessione sul socialismo reale ne è la testimonianza. In verità delle risposte ci sono state, ne possiamo individuare addirittura tre:
(a) la terza via blairiana, ovvero la fondamentale resa al neoliberismo di cui si accetta la sostanziale vittoria sul socialismo; più che di terza via si doveva parlare di senso unico, il liberismo come unica prospettiva.
(b) La via cosmopolita: una confusa denuncia del neoliberismo e della globalizzazione capitalistica in nome di una “globalizzazione dei popoli”. Lo spettro coperto da questa risposta è amplissimo: dalla dama di San Vicenzo sig.ra Laura Boldrini, vuota quanto stucchevole; all’antagonismo No-questo e No-quello, in cui l’idea di fondo, se capisco bene, è che non tocchi a noi dare risposte o suggerire come governare i processi: le contraddizioni capitalistiche devono scoppiare e su quelle si deve lavorare (esemplare il tema dell’immigrazione). Se questo significa dare i ceti popolari in pasto alla destra, beh al tanto peggio tanto meglio non v’è limite.[9] In mezzo l’economia da Social Forum, quella del micro-credito, delle fabbriche recuperate (spesso presunte tali), del commercio equo e solidale. Tutte esperienze lodevoli, ma che si deve davvero essere ingenui per ritenerle tali da costituire un’alternativa sistemica al capitalismo.
(c) La terza via tradizionale, se mi si consente di riappropriarmi di quest’espressione, è quella socialdemocratica keynesiana basata su controllo dell’apparato pubblico da parte delle organizzazioni del lavoro e politiche di sostegno della domanda aggregata anche attraverso elevati salari diretti e indiretti, dunque attraverso la riduzione sostanziale delle diseguaglianze. Tutto questo nell’ambito di un compromesso di classe in cui la de-mercificazione dei rapporti fra i soggetti si arrestava ai cancelli della fabbrica (dento i quali si esercitava, purtuttavia, un controllo sindacale). Questa terza via, per quanto imperfettamente applicata in Paesi come il nostro, incontrerebbe oggi difficoltà sostanziali nell’assenza di un quadro internazionale di politiche economiche volte al cosiddetto keynesismo internazionale. Questo è vero. Il keynesismo in un Paese solo è infatti impossibile a fronte del vincolo di bilancia dei pagamenti. Le due esperienze relative a due grandi Paesi, il governo laburista britannico 1974-79 e il primo Mitterand del 1981-82 furono la pietra tombale su queste esperienze. Ci sono dei “però”, tuttavia.
Accantonate le utopie speranzose (ma è un termine generoso) dell’Altra Europa, o quelle dei battaglioni rivoluzionari di lavoratori e immigrati, non rimane che quella del proprio Stato-nazionale. Questa strategia non può che essere che quella dell’Economia dei controlli, controllo delle importazioni in primis. Non c’è alternativa (sebbene, naturalmente, qualche spazio di manovra possa essere offerto anche dal recupero della sovranità monetaria). Se mi si consente di coniare un neologismo, abbiamo bisogno di un “ordo-keynesismo”
Sento spesso accuse alla “sinistra” di aver da tempo dismesso i suoi panni. C’è molto di soggettivo, oltre che di generico, in questa accusa. Non ci si domanda veramente perché la sinistra è in una drammatica crisi. Non è per mutamenti soggettivi che non c’è più una sinistra – se non nei suoi opposti (i buonisti/antagonisti speranzosi che assecondando le contraddizioni del capitalismo si partorisca la rivoluzione, o il D’Alemismo/Renzismo anch’esso volto ad assecondare i processi, sebbene in maniera diversa). Ciò che non c’è è una sinistra che sappia proporre ai ceti popolari una prospettiva politica di cambiamento degna di questo nome, e non lo fa perché è maledettamente difficile. Ma in ciò dimostra una codardia intellettuale e politica spaventosa. Quello che dunque mi sorprende è quanto poco ragionamento vi sia su quali dovrebbero essere gli elementi di un progetto economico che in un Paese solo (magari con una politica estera attiva e spregiudicata) punti alla piena occupazione e alla giustizia distributiva (e magari con qualche elemento di gestione socialista della produzione). La sinistra, tutta la sinistra, ha ripudiato dopo la fine del socialismo reale, ogni idea di intervento pubblico nell’economia. Se devo essere onesto, trovo anche il dibattito sui referendum talvolta fuorviante dai veri temi, e in effetti è la gente comune che lo trova lontano e incomprensibile. E’ lontano e incomprensibile perché è oscuro il legame con i temi del lavoro e della giustizia. Ma la sinistra questi temi li evita, meglio il piccolo cabotaggio, oggi i referendum, domani chissà.

Riferimenti bibliografici
Cesaratto, S. Alternative Interpretations of a Stateless Currency crisis, Asimmetrie.org/working-papers/wp-2015-08, in corso di pubblicazione sul Cambridge Journal of Economics.
Cesaratto, S., Fra Marx e List: sinistra, nazione e solidarietà internazionale a/ working papers 2015/02 www.asimmetrie.org
Cesaratto, S., The Classical ‘Surplus’ Approach and the Theory of the Welfare State and Public Pensions, in: G.Chiodi e L.Ditta (a cura di), Sraffa or An Alternative Economics, Palgrave Macmillan, 2007.
Davidson, N., State and Nation, An Interview with Neil Davidson, April 25, 2016, Viewpoint magazine, https://viewpointmag.com/2016/04/25/state-and-nation-an-interview-with-neil-davidson/
Engels, F. Lettera a Karl Kautsky, 1882, https://www.marxists.org/archive/marx/works/1882/letters/82_09_12.htm
Gallissot, R., Nazione e nazionalità nei dibattiti del movimento operaio, in AAVV, Storia del marxismo, vol. II, Einaudi, Torino, 1979.
Hirschman, A., Social conflicts as pillars of democratic market society, Political Theory, vol. 22, 1994
Marx, K., Critica del Programma di Gotha, 1875, https://www.marxists.org/italiano/marx-engels/1875/gotha/index.htm
', B.,On the Nature
Nationalism: A Critical Appraisal Ernest Writings on Nationalism, Political Science 27 (2): 191-222.


Note
[1] Il cosmopolitismo del capitale è peraltro assai à la carte: elevato quando si tratta di estendere geograficamente l’esercito industriale di riserva; scarso quando si ricorre al proprio Stato nazionale per sussidi e protezioni di vario genere.
[2] Così si esprimeva il documento esaminato da Marx: "La classe operaia agisce per la propria liberazione anzitutto nell'ambito dell'odierno Stato nazionale, essendo consapevole che il necessario risultato del suo sforzo, che è comune agli operai di tutti i paesi civili, sarà l'affratellamento internazionale dei popoli." Nonostante l’ammissione “che l'interno di ogni paese è il campo immediato della sua lotta”, in un pamphlet che rimase inedito, Marx ridicolizzò, da quello che egli riteneva fossero i veri interessi dei lavoratori, l’elemento progressista della via nazionale alla crescita economica prefigurata da Friedrich List (1789-1846) (v. Cesaratto 2015). Un economista inglese, molto famoso per i suoi studi sul cambiamento tecnologico, Chris Freeman, usava dire che il fatto che gli economisti giapponesi fossero per lo più marxisti fece la fortuna del Giappone, in quanto nel secondo dopoguerra le politiche industriali furono affidate agli ingegneri. Si può a questo aggiungere l’influenza di List, in Giappone e nel caso delle “tigri asiatiche”, e naturalmente in Germania e indirettamente in Italia.
[3] In un passo di una lettera di Engels (1882) a Kautsky, molto citata perché l’amico di Marx parla di imborghesimento della classe operaia inglese a fronte dello sfruttamento coloniale, afferma che: “ il proletariato vittorioso non può fare a forza la felicità di nessun popolo straniero, senza mettere in tal modo a repentaglio la sua propria vittoria” (cit. da Gallissot, 1979, p. 801). A Roma gira uno slogan antagonista: “Al mondo ci sono solo due classi: chi sfrutta e chi è sfruttato”. Come si vede il mondo è un pochino più complesso.
[4] Il concetto di Stato uno spazio sembra avercelo nella teoria marxista nella fase della “dittatura del proletariato”. Il concetto di nazione è quasi un tabù reazionario (se non come elemento tattico). Naturalmente qui avanzo dei giudizi molto tranchant. Per una rassegna delle posizioni nel marxismo classico (inclusi Kautsky, Rosa Luxemburg, Lenin e Stalin) si veda Gallissot (1979). In pratica, inoltre, sino a tempi recenti l’intreccio fra lotte per l’indipendenza nazionale e lotta per il socialismo non era posto in discussione. Ci riferiamo dunque soprattutto alla sinistra radicale odierna (non solo italiana) che, influenzata dai discorsi di origine liberista per cui la globalizzazione avrebbe reso obsoleto lo Stato nazionale, sposa un internazionalismo acritico avendo perso ogni dimensione nazionale delle lotte di emancipazione sociale. Contraddittoriamente, tuttavia, tale sinistra non si sognerebbe di mettere tale dimensione in discussione nel caso del popolo kurdo.
[5] Tale offerta può prendere la forma sia di una cooptazione “bismarkiana” della classe lavoratrice attraverso lo Stato sociale, che di lotte dei lavoratori per ottenerne un’estensione. Sulle origini dello Stato sociale, si veda Cesaratto (2007). Per Karl Polany (1886-1964), com’è noto, lo Stato sociale costituisce un’autodifesa dei ceti popolari a fronte della violenza del mercato.
[6] Davidson è sprezzante circa la nozione di “differenze etnico-culturali” che oscurerebbero “ciò che la gente ha in comune enfatizzando aspetti relativamente superficiali del nostro mondo sociale”. Ma il “multiculturalismo” non era un valore “di sinistra”? Forse quest’ultima dovrebbe un po’ chiarirsi le idee in merito.
[7] Per una trattazione più esaustiva si veda Cesaratto (2016). Viene lì spiegato come istituzioni sovra-nazionali fra nazioni economicamente disomogenee non potrebbe caricarsi di funzioni socialmente perequative, pena l’insubordinazione degli Stati più ricchi (incluse le loro classi lavoratrici).
[8] Se una “costituzione più bella del mondo” v’è stata, è stata probabilmente quella sovietica.
[9] E’ questa la prospettiva della sinistra militant/antagonista, cinica a mio avviso, poco interessata ai reali avanzamenti nel benessere dei ceti popolari quanto invece a che, di sconfitta in sconfitta, cresca una presunta coscienza rivoluzionaria.