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giovedì 20 aprile 2017

"Il clown e la bambina di 7 anni di Aleppo": le ultime bufale del mainstream prima della liberazione?


da l'Antidiplomatico

Compaiono dal nulla per conquistarsi qualche settimana di notorietà, prima di scomparire sotto “i bombardamenti russi” i nuovi “martiri di Aleppo est”. Soffermiamoci sui due che raccolgono più like sulla Rete.
Intanto “Anas: il clown di Aleppo che faceva ridere i bambini”. Secondo la vulgata corrente sarebbe il ventiquattrenne Anas al-Basha, che ogni giorno, da tre anni, col parruccone arancione, il cappello giallo e il naso rosso, faceva divertire i bambini di Aleppo est. Strano, comunque che con una attività così intensa e appetibile per organizzazioni propagandistiche come l’Aleppo Media Center, prima dell’ottobre 2016, nessun media si fosse accorto di lui. Nessun articolo, nessuna fotografia su internet fino a quella data (fino ad oggi, nemmeno sul sito dell’associazione "Space for Hope" per la quale avrebbe dovuto operare). Non così oggi considerato che le uniche quattro foto del “clown di Aleppo” e un video (che avrebbe potuto essere realizzato dovunque) troneggiano su tutti i media alimentando articoli strappalacrime e grotteschi necrologi come quello – tanto per cambiare – di Roberto Saviano.

Quindi, il “clown di Aleppo ucciso dai bombardamenti russi” è una bufala? Probabilmente, si. Invece, lo è certamente “Bana Alabed: la bambina di Aleppo di 7 anni” che con il suo account Twitter @AlabedBana, grazie allo spazio regalatole dai media (in Italia, in prima fila a spacciare questa bufala: RepubblicaADN-KronosHuffinghton PostAvvenire... ) ha conquistato oltre 130.00 follower.


Per dubitare dell’ “autenticità” di questa “bambina di Aleppo di

7 anni” basta analizzare le foto della sua abitazione veicolate dai twitter (neanche una crepa sui muri o un granello di polvere, vetri intatti) o il suo perfetto inglese scritto (ricco, tra l’altro di sofisticati giochi di parole, come evidenza questo articolo) incompatibile con una bambina di 7 anni, che da cinque vive in zona di guerra. La stessa data di creazione del suo account Twitter (settembre 2016 quando ad Aleppo est non c’era quasi più elettricità né Internet che non fosse con connessione satellitare); il suo parlare solo dei bombardamenti di Assad e Putin (da lei attestati con agghiaccianti foto di bambini uccisi, fotografati non si sa dove e da chi); gli amici che si è scelto su Twitter (politici, media, attivisti “pro-ribelli”)... attestano poi la “bambina” come una indubbia creatura dell’Aleppo Media Center. Che, certamente – con l’imminente liberazione della città da parte dell’esercito siriano - già sta fabbricando altri innocenti “martiri di Aleppo est” da dare in pasto all’opinione pubblica. Il tutto corredato da scandalose proposte della “comunità internazionale” (che non ha mosso un dito quando, durante la tregua di 19 giorni dei bombardamenti russi, da Aleppo est venivano lanciati missili e colpi di mortaio sul resto della città) e che ora implora ad Assad e a Putin “la fine dell’assedio”. Un ipocrita coro condotto dagli stessi che hanno armato ribelli e tagliagole. 
Ai quali oggi si aggiunge anche il Comune di Napoli che, oltre a sponsorizzare la vergognosa mostra sulle “foto di Caesar” arriva ad organizzare un convegno che chiede, appunto,” la fine dell’assedio ad Aleppo est”. Ma su questo ci ritorneremo.

Francesco Santoianni

venerdì 6 gennaio 2017

Syriana: la cecità dell’Occidente e dell’Italia

Zeroconsensus vi propone un interessante articolo di Alberto Negri pubblicato oggi su il Sole24Ore che fa il punto sulla crisi mediorientale e sulla disastrosa assenza di strategia sia della Nato, dell’UE, degli USA e anche dell’Italia.

 

 di Alberto Negri da zeroconsensus

La Sigonella di Erdogan si chiama Incirlik, la base aerea concessa agli Usa per i raid anti-Isis. I turchi minacciano di chiuderla se gli americani non daranno loro soddisfazione, ovvero abbandonare i curdi siriani ritenuti da Ankara come il Pkk un gruppo terroristico e consegnare l’imam Gulen in auto-esilio dal ’99 in America.
Si può definire un ricatto oppure un modo di sventolare la bandiera del nazionalismo dopo aver rinunciato ad abbattere Assad, come è stato proclamato da Ankara per cinque anni. «Stiamo combattendo una nuova guerra di indipendenza», ha dichiarato Erdogan. Il fondatore della patria Ataturk, astuto stratega, si rivolterà nella tomba ma ognuno si salva alla sua maniera.
Come ha condotto Erdogan, fino a qualche tempo fa, la lotta al terrorismo? Ha aperto “l’autostrada dei jihadisti”, poi ha rilanciato la guerra ai curdi, buttando all’aria l’accordo con il Pkk raggiunto dal capo dei servizi Hakan Fidan, e quando ha perso la partita siriana con la caduta di Aleppo si è messo d’accordo con Putin e l’Iran.
Mosca e Teheran, due Stati sotto sanzioni occidentali, hanno imposto a un membro della Nato di mettere sotto controllo l’opposizione a Damasco in cambio della mano libera sui curdi siriani, una volta appoggiati anche dai russi.
Erdogan ha piegato la testa e ora fa pressione sugli alleati storici, americani ed europei: anche loro hanno perso la battaglia contro Assad ma fanno finta di niente perché si trincerano in una coalizione, di cui fa parte anche la Turchia, che assedia l’Isis a Mosul da cinque mesi.
La Turchia, dove gli attentati si susseguono, come si è visto ieri a Smirne, è un Paese in bilico: deve seguire la road map della Russia ma anche degli Usa e teme di restare stritolata un giorno da un possibile accordo tra Putin e Trump.
Il confronto strategico con la vicina repubblica islamica dell’Iran, pur sanzionata da tutti per decenni, è impietoso. Gli Usa hanno eliminato tutti i nemici dell’Iran: i talebani in Afghanistan nel 2001, Saddam in Iraq nel 2003, poi gli iraniani hanno visto gli ostili sauditi, i maggiori clienti di armi americane, impantanarsi in Yemen contro gli Houthi sciiti e dopo avere firmato il 14 luglio 2015 l’accordo sul nucleare, hanno trovato la Russia, una superpotenza atomica, pronta a schierarsi in Siria salvando l’asse sciita Teheran-Baghdad-Damasco-Beirut.
La Turchia oggi è il grande malato d’Oriente e Occidente insieme. I jihadisti si vendicano di Erdogan, i curdi colpiscono, gli apparati di sicurezza sono diventati più vulnerabili per le epurazioni seguite al golpe fallito di luglio.
La crisi della Turchia ci interessa direttamente. Gli europei chiederanno a Erdogan non solo di fare il custode di due milioni di profughi siriani ma di diventare l’argine al ritorno dei foreign fighters che combattevano per l’Isis e altri gruppi radicali.
Certo non si comincia bene quando il “poliziotto” ricatta il suo maggiore alleato, gli Stati Uniti. Ma siccome è tornato amico di Putin, Erdogan pensa di usare Nato e Usa per negoziare con Mosca svincolandosi da una fedeltà vista ormai come fumo negli occhi: l’America ospita Fethullah Gulen ed è ritenuta l’ispiratrice del golpe d’estate.
La lotta al terrorismo coincide quindi con un altro problema, quello della Turchia, che americani ed europei hanno lasciato incancrenire. Che cosa hanno fatto per frenare la deriva di Erdogan? Quasi niente. Anzi gli Usa dell’ex segretario di Stato Hillary Clinton lo hanno incoraggiato nell’avventura siriana insieme alla Francia e alle monarchie del Golfo. Se Erdogan ha aperto l’autostrada della Jihad, americani ed europei hanno poi spalancato in Medio Oriente un’autostrada a Putin.
Il punto è che la corsa di Erdogan contro Assad è finita e quella successiva, contro il Califfato, è densa di incognite.
Abbattere l’Isis è fondamentale per privare i jihadisti dell’arma di propaganda delle conquiste territoriali: su questo si basa il mito sanguinoso del Califfato che ispira i terroristi. Ma non basta.
Chi farà l’offensiva a Raqqa, capitale dell’Isis? Secondo gli americani doveva essere una coalizione di arabi e curdi siriani ma questa opzione sembra naufragata. Ci sono alternative occidentali? No, a quanto pare. E questo avviene in un momento chiave: se il Califfato dovesse crollare, cosa accadrà alle legioni di Al Baghadi e ai foreign fighters, forse ventimila secondo i dati di Europol?
Ci dovremo affidare alla Russia, all’Iran, a Erdogan e anche ad Assad. Bisognerà meditare se non sia il caso di riaprire le ambasciate a Damasco, almeno a livello inferiore, perché è da lì che arrivano informazioni sui jihadisti. La Tunisia, pur ostile al regime siriano, lo ha già fatto perché ha 6mila foreign fighters tra Siria, Iraq e Libia. Ha riaperto anche l’Egitto di Al Sisi: fatto salvo il caso Regeni, forse serve rivedere la presenza diplomatica al Cairo in funzione della Libia dove l’Italia è stata spiazzata dall’ascesa del generale Khalifa Haftar sostenuto da egiziani, francesi e russi. Per l’Italia il fronte libico (immigrazione e sicurezza) è fondamentale è non può limitarsi a Tripoli e Misurata.
La lotta al terrorismo richiede, come ha sottolineato Gentiloni, la massima attenzione al contrasto della propaganda sul web e nelle carceri. Ma ci vuole una strategia nostra e occidentale per Siria e Libia. Tutti aspettano Trump ma intanto gli eventi in Medio Oriente vanno avanti. La guerra non dorme, il terrorismo non bussa alla porta, non prende appuntamenti. E l’Occidente, dimentico del passato, rischia di farsi sorprendere dal presente.

Fonte: il Sole24Ore (6-1-2017).

lunedì 26 dicembre 2016

Buone feste a Aleppo

di Tonino D’Orazio

Aspettando Mossul di cui non ci dicono più niente, anche se penso che qualcuno la stia bombardando “intelligentemente” colpendo un individuo cattivo alla volta. Qualche volta, forse, due o tre. Tanto c’è tempo e i curdi che non si fidano costruiscono trincee. Aleppo sembra la sconfitta (di nuovo) del mondo virtuale da parte di quello della realtà. Un ossimoro. Una città distrutta e un popolo in festa. Donne che liberano i loro capelli al vento, con gesti insofferenti, buttando veli e teli. E’ lo sfregio non solo all’Isis ma anche a tutti quelli che li hanno armati e protetti. Uomini e donne dell’occidente, anche con il loro silenzio.
Eppure fino ad oggi bisogna ammettere che con tutte le informazioni della libera stampa occidentale non si capiva quasi più nulla. Nemmeno chi erano i buoni o i cattivi. Qualche informazione, a rischio di incertezza, bisognava cercarla, anche per anni, sui siti internazionali. Non ci si è potuti fidare nemmeno dell’Onu e dei suoi rappresentanti.
Diciamo che la regia informativa embeded è sempre stata preponderante, con la ricerca di foto e di interviste talmente pilotate e “ricostruite” da far vergogna. Il concetto più semplice veicolato dai mass media occidentali era quello della verità unica che avremmo dovuto ingoiare e basta. Le strategie non sono ancora tutte decodificate e nel futuro ne vedremo di belle.
Ora che Aleppo è liberata pensate sia finita? Nemmeno per sogno. La macchina della disinformazione continua nel suo slancio inerziale è impossibile da frenare. Per la liberazione di Aleppo dai seguaci dello stato islamico (l’Isis) addirittura viene spenta la Tour Eiffel, dimostrando in realtà la fedeltà del governo francese e del colonnello Hollande ai loro alleati di Al-Nusra/Daech (termine utilizzato dall’Onu con l’inserimento, come braccio armato di Al Qaeda in Siria, nella lista internazionale dei “terroristi”) con il termine “ribelli”. Ridiventano terroristi quando compiono attentati in Francia o in Europa. Una vera ambiguità da perderci il nord.
I “ribelli” ad Aleppo hanno perso perché mal armati di fronte all’esercito siriano riorganizzato e sostenuto dai russi. Liberata Aleppo Est, nel sottosuolo vengono alla luce armi sofisticate, missili Grad, armi ed artiglieria pesanti, missili TOW anti-carro prodotti negli Stati Uniti. Si pescano, e fatti prigionieri, anche “consiglieri” americani, inglesi e francesi, anzi, Cia e Nato per le controfigure. Altri erano già stati catturati nei dintorni di Aleppo a maggio. Per memoria, Aleppo Ovest è sempre rimasta in mano all’esercito nazionale siriano ma sotto le cannonate dei “ribelli” alleati all’Isis. Durante la liberazione il popolo siriano ha lasciato Aleppo Est verso Aleppo Ovest con grande calma, verso una festosa riconciliazione generale. Perché non è andata via al seguito dei pochi onesti ribelli moderati fuggiti nella regione di Idlib, insieme agli ultimi combattenti Isis? Sembravano felici “prigionieri” liberati, forse dall’essere stati i famosi scudi umani dei ribelli moderati loro concittadini?
Perché la Rai, e tutti, invece di raccontarci (che è pur vero) che papa Francesco parla solo di sofferenza di guerra soprattutto per i bambini (sempre messi avanti, i bambini, ed è giusto, fanno più pena degli adulti) non dicono nulla sull’invio dell’ambasciatore del Vaticano ad incontrare Assad ad Aleppo per aiutare alla riconciliazione e alla fine della guerra? Oppure la presenza forte del Vescovo di Aleppo Mons. Joseph Tobji per il ripristino della pacificazione religiosa e civile? Perché è una notizia non consone all’informazione Nato standardizzata e alla sua pesante sconfitta del dividit et imperat. Ci vuole Putin per dichiarare che con la caduta di Aleppo Est la guerra “civile” è terminata per il popolo siriano? Eppure non sembra dalle dichiarazioni del direttore della CIA J. Brennan (intervista NPR del 23/12/2016) che oltre ad ammettere il loro intervento e dichiararne l’incomprensibile “incapacità”, ha precisato che la "opposizione" in Siria continuerà a combattere contro il governo del presidente siriano Bashar al-Assad, nonostante la liberazione della città di Aleppo. La guerra quindi non è finita e certamente non quella all’Isis. Ma forse adesso c’è qualche chiarezza in più. Forse sapremo meglio, informazione più onesta permettendo, chi è chi.
Intanto abbiamo di fronte uno stato di debolezza della Nato e quindi degli Stati Uniti. (Consultare “Agenzia Blomberg”). Gli attori principali dell’area si riuniscono (Russia, Iran, Turchia, Assad) per conto loro e prendono decisioni circa il futuro. Politicamente la Nato e i suoi alleati (compresi Qatar e Arabia Saudita) vengono “espulsi” dalle trattative. Non servono. Il mandato di Obama è al termine e si traduce, in politica estera, in una vera disfatta di influenza, oltre che militare. Con il Brexit un alleato di peso non vigila più sull’Europa. Nelle zone surriscaldate (Bolivia, Colombia, Venezuela, Cuba, R.D.del Congo, Siria…) di pace e colloqui se ne occupa il Vaticano. Le “primavere” arabe sono passate in mano agli islamisti più radicali. Lo stesso Egitto si riavvicina al trio Russia-Iran-Turchia e pone qualche difficoltà a rifornire di gas Israele. Ultimamente la diplomazia israeliana si reca più spesso a Mosca che a Washington per timore di perdere la sua prepotente supremazia militare nella zona. La Siria, salvo qualche colpo di coda militare, è persa e “cade”,verso una pace civile possibile, in mani considerate “nemiche” da Obama e Clinton. (“avversarie” dice Trump). All’Onu sembrano aver perso influenza con i veto di Russia e Cina, malgrado tutto lo staff asservito. L’astensione statunitense alla risoluzione contro gli ulteriori insediamenti israeliani sul territorio di un altro stato, quello palestinese, a questo punto fa ridere. Magari sarà utile al bastion contrario e vendicativo Trump a poterla capovolgere una volta insediatosi, tenuto conto della sua passione dichiarata per Israele. E’ un ultimo atto tardivo e pusillanime, come anche l’obbligo alla servile UE di riconfermare le autolesive sanzioni alla Russia che Trump ha già definito una sciocchezza. I servi ubbidiranno dopo il suo insediamento. Lo stesso concetto che altri, evidentemente allora più forti, possano truccare le democratiche elezioni del popolo Usa rasenta il ridicolo. Un paese che si è fatto scoprire con una struttura di “ascolto” e utilizzo illegale di tutte le informazioni del mondo! Diciamo un periodo brutto per gli Stati Uniti. Non “contro” veramente, ma peggio, a questo mondo si può fare a meno di loro.
Diciamo che le rovine e le distruzioni di Aleppo, ma anche di tanti altri centri piccoli e grandi, dimostrano gli errori e gli orrori del mondo occidentale nel sostenere la distruzione di un popolo che non chiedeva niente a nessuno eccetto di poter disporre del proprio petrolio e della propria autodeterminazione e nemmeno in possesso di famigerate "armi di distruzione di massa". Oggi la sta recuperando, dopo sei anni del regno sanguinario di Obama-Clinton-Cameron-Hollande, di una volgare e costante disinformazione, bisogna adesso augurargli pace e ricostruzione. Una nuova unità nazionale forte che si basi sulla Resistenza e sulle sofferenze patite. Bisogna augurargli di ricongiungere nuovamente le famiglie, sia quelle intrappolate, senza speranza e merce di scambio, nei campi profughi turchi che nel campo “a braccia aperte” della Germania.
La scelta rimane tra quella di una coesistenza pacifica o quella dello stupido interventismo della Nato alias Usa. Noi non recupereremo mai la vergogna di aver creduto a tutto quello che ci hanno propinato per anni, come polli da allevamento. E continuano, malgrado la realtà si stia facendo strada prepotentemente.

sabato 24 dicembre 2016

Eva Bartlett sulla Siria – Risposte a Buzzfeed


di Eva Bartlett (da offguardian, 16 dicembre 2016)
traduzione per doppiocieco di Domenico D'Amico

Lo scorso venerdì 9 dicembre, proprio mentre stava progredendo la liberazione di Aleppo Est, la Missione Permanente della Repubblica Araba di Siria ha indetto presso le Nazioni Unite una conferenza stampa in cui Eva Bartlett, giornalista canadese ben nota per i suoi reportage di prima mano sulla guerra per conto terzi in Siria, ha presentato un'analisi incisiva della deliberata campagna di disinformazione e propaganda che i grandi media occidentali hanno condotto sin dal 2011, contribuendo ai piani di cambio di regime (in Siria) perseguiti dai loro paesi. Dopo la sua apparizione alle Nazioni Unite, ampiamente pubblicizzata dai social media, Bartlett è stata contattata per un'intervista via email da Ishmael N. Daro di Buzzfeed. Qui di seguito il testo integrale della risposta di Eva Bartlett, seguito da quello dell'email inviatale da Daro.

Salve. Ci sono parecchie cose in cui si sbaglia. Vorrei elencarle.
[La] Conferenza Stampa aveva lo scopo di presentare le relazioni mie e degli altri in lista. Sì, in origine l'ambasciatore al-Ja'afari doveva essere presente, ma unicamente per fare un'introduzione al mio intervento. A causa degli incontri di quella mattina presso l'Assemblea Generale, si è scusato con me per la sua assenza.
Il mio intervento alle Nazioni Unite non era per conto del governo siriano, ma faceva seguito alla mia richiesta di esporre alcune delle mie conclusioni, e all'attività della coalizione Hands Off Syria degli Stati Uniti. La sua domanda è chiaramente intesa a insinuare che io sia una portavoce del governo siriano, cosa giornalisticamente poco professionale da parte sua.
Si sbaglia di grosso quando dice: “Lei ha scritto sul suo blog che il suo viaggio in Siria a novembre è stato organizzato da un membro del parlamento siriano. Il suo viaggio è stato pagato dal governo siriano, o ha pagato di tasca sua per l'aereo, l'alloggio e le altre spese?”
No, sul mio blog ho scritto che il viaggio ad Aleppo dal 2 al 5 novembre è stato organizzato (per gli altri giornalisti stranieri del New York Times, della BBC, del Los Angeles Times e altri) dal parlamentare di Aleppo. No, il mio viaggio NON è stato pagato dal governo siriano. Ho richiesto e pagato il visto e le spese di viaggio e di soggiorno. L'UNICA eccezione è stata quella dell'autobus messo a disposizione per tutti i giornalisti stranieri nel viaggio del 2-5 novembre, per cui nessuno di noi ha pagato per il trasporto durante quel breve viaggio. In quelli precedenti e successivi ho pagato personalmente per il trasporto e la sistemazione.
Lei domanda: “Ritiene di aver potuto osservare in maniera non partigiana il paese, o crede che ci siano stati tentativi da parte del governo siriano di presentare un punto di vista ben preciso?”
Ho chiesto di andare ad Aleppo, e in zone precise di Aleppo. Ho chiesto di andare in altre parti della Siria (molte volte a Homs, e a Latakia, Jableh, Tartous, Yarmouk, Masyaf, Sweida, Maaloula, Palmyra). Le mie richieste sono state soddisfatte. Ho avuto genuini incontri faccia a faccia coi siriani di Aleppo, così come dovunque abbia viaggiato, per conto mio e senza interpreti rappresentanti del governo, a meno che non fossi io a chiedere la loro assistenza. Conosco l'arabo e ho parlato direttamente con le persone che ho incontrato, mentre in altre circostanze avevo con me un interprete che non era stato fornito dal governo. Il “punto di vista” che ho sperimentato e pubblicato è quello del popolo siriano di Aleppo.

Vedi:

Lei domanda: “Nelle battute che ha scambiato con l'altro giornalista ha fatto affermazioni che alla gente potrebbero sembrare stravaganti [odd]. Ad esempio, lei dice che ad Aleppo est ha mai sentito parlare dei White Helmets. Potrebbe essere più specifica?”
Nessuno degli IDP [Internally Displaced Persons – Sfollati Interni] che ho incontrato in un ricovero di Aleppo aveva sentito parlare dei White Helmets, sebbene avessero familiari che in quei giorni (primi di novembre) erano bloccati nelle aree orientali in mano ai terroristi, e che si erano lamentati con le persone che intervistavo di come i terroristi si accaparrassero il cibo e non permettessero loro di avere assistenza medica. Non sapevano nulla dei White Helmets, e la stessa cosa mi hanno detto gli sfollati fuggiti recentemente da al-Helloq, in Aleppo est. Stessa cosa per qualunque dottore di Aleppo con cui abbia parlato. E per qualsiasi cittadino di Aleppo che abbia ancora familiari nella parte orientale della città. Più di recente, successivamente alla conferenza stampa del 9 dicembre, Aleppo è stata quasi completamente liberata [secured]. La testimonianza di innumerevoli civili che sono stati tratti in salvo dalle zone in mano ai terroristi mostra che anch'essi non hanno mai sentito parlare dei famigerati cosiddetti White Helmets.
Per avere notizie più fresche sulla questione, le suggerisco di leggere quello che scrive Vanessa Beeley, che ha appena trascorso tre giorni nelle zone orientali liberate parlando cogli sfollati.
Durante il tempo trascorso ad Hanano est #Aleppo, ho parlato con molti civili liberati dalla quadriennale prigionia gestita dalle brigate terroriste di NATO e stati del Golfo. Ho chiesto loro se sapessero qualcosa dei #WhiteHelmets. Ho ricevuto solo sguardi perplessi, e mi hanno risposto che no, non ne sapevano assolutamente nulla.
Qualcuno ha detto di aver conosciuto quelli che si autodefinivano 'protezione civile', e che lavoravano coi terroristi. Ho chiesto se fornissero aiuto anche ai civili; un uomo soltanto disse che sì, qualche volta avevano aiutato lui e la sua famiglia.
Ho intervistato gli operatori della Mezzaluna Rossa siriana che erano dislocati ad Hanano. In tutto il periodo in cui hanno operato ad Aleppo est, cioè da quando l'area è stata invasa e occupata nel 2012, non si sono mai imbattuti nei White Helmets.”
Lei domanda: “Lei dice anche che la volontà del popolo siriano si può misurare a partire dai risultati delle elezioni del 2014. Per quel che so, quelle votazioni ebbero luogo solo nelle zone controllate dal governo, e nessuna organizzazione di controllo ne ha mai approvato l'esito. Ribadisce le sue affermazioni?
In realtà non ha mai usato il termine “soltanto”. Ho detto che si trattava di un importante indicatore. Ho anche accennato al fatto che nelle aree controllate dal governo i civili siriani hanno sfidato la pioggia di bombe lanciate dai terroristi il giorno delle elezioni, e che in Libano ho visto di persona masse di cittadini siriani recarsi di loro spontanea volontà all'ambasciata per votare. Le potrà anche interessare notare che cittadini siriani provenienti da tutto il mondo sono affluiti all'aeroporto di Damasco unicamente per votare, dato che i governi degli stati in cui risiedono avevano chiuso le ambasciate siriane.


Per rispondere alla sua ultima domanda, le mie osservazioni sono mie e mie soltanto, sono basate su lunghi viaggi in tuta la Siria, mesi trascorsi sul campo e innumerevoli scambi faccia a faccia coi siriani. I punti di vista che ho esposto sono miei, ma riflettono anche quelli dei siriani che ho incontrato.


Per quel che riguarda la propaganda, la pregherei di fare attenzione a quella delle Nazioni Unite, nonché al modo in cui distorce la verità e censura le voci dei siriani:


Non mi aspetto che lei prenda in considerazione tutto questo, dato che il tono delle sue domande riflette il suo schieramento, che sembra essere quello dei media, deciso a offuscare la verità sulla Siria e a promuovere, invece, la propaganda di guerra. Diciamo allora che sarei felicemente sorpresa se lei dimostrasse che mi sbaglio.
Vorrei aggiungere, dato che me lo chiede, che può trovare i miei articoli qui:


I post dalla Siria e dal Libano, dove ha trascorso nell'insieme circa sei mesi, tra un viaggio e l'altro in Siria o in attesa di visto:


Può anche trovare molti video con cittadini siriani qui:


Cordiali saluti,
Eva Bartlett

Qui di seguito il testo integrale dell'email di Ishmael Daro.

From: Ishmael Daro <ishmael.daro@buzzfeed.com>
Sent: December 15, 2016 3:24 PM
To: evabartlett@hotmail.com
Subject: Viral video of your comments at the UN

Salve, Miss Bartlett,
sono un reporter di BuzzFeed News, residente a Toronto.
Le scrivo riguardo al video dei suoi commenti presso le Nazioni Unite che negli ultimi giorni è diventato virale. Vorrei rivolgerle alcune domande per un articolo sul nostro sito.
Il giornalista norvegese con cui ha discusso mi ha riferito che ai reporter era stato fatto credere che avrebbero ascoltato delle dichiarazioni da parte dell'ambasciatore siriano Bashar Jaafari, che invece non era presente. Le sue dichiarazioni presso le Nazioni Unite erano fatte per conto del governo siriano? Com'è giunta a partecipare a quella conferenza stampa?
Lei ha scritto sul suo blog che il suo viaggio in Siria a novembre è stato organizzato da un membro del parlamento siriano.
Il suo viaggio è stato pagato dal governo siriano, o ha pagato di tasca sua per l'aereo, l'alloggio e le altre spese?
Ritiene di aver potuto osservare in maniera non partigiana il paese, o crede che ci siano stati tentativi da parte del governo siriano di presentare un punto di vista ben preciso?
Nelle battute che ha scambiato con l'altro giornalista ha fatto affermazioni che alla gente potrebbero sembrare stravaganti [odd]. Ad esempio, lei dice che ad Aleppo est ha mai sentito parlare dei White Helmets.
Potrebbe essere più specifica?
Lei dice anche che la volontà del popolo siriano si può misurare a partire dai risultati delle elezioni del 2014. Per quel che so, quelle votazioni ebbero luogo solo nelle zone controllate dal governo, e nessuna organizzazione di controllo ne ha mai approvato l'esito. Ribadisce le sue affermazioni?
Un'ultima domanda: anche se questo non fosse il suo intento, i suoi commenti alla conferenza stampa sembrano seguire la linea informativa di Russia e Siria. Non la preoccupa di dare l'impressione di essere allineata con quei governi? Come risponde a chi si preoccupa che il suo video stia servendo da propaganda per Russia e Siria?
Se c'è altro che vuole aggiungere, si senta libera di farlo. La ringrazio.
Ishmael N. Daro
BuzzFeed
Social News Editor

Nota del traduttore
Questo scambio di email è particolarmente significativo, non perché aggiunga molto alle informazioni che già abbiamo sulla guerra contro la Siria, ma perché offre una visione interessante della forma mentis del giornalista mainstream.
È estremamente difficile credere che il giornalista mainstream (il norvegese della conferenza stampa o quello di BuzzFeed) non sia al corrente delle agenzie dietro le campagne pro no-fly zone per la Siria (cioè campagne volte a far sì che il numero di cittadini siriani uccisi si accresca il più possibile) o della totale mancanza di credibilità di artefatti propagandistici come i White Helmets. Eppure, il fatto che qualcuno dubiti di una “narrazione” totalmente priva di agganci alla realtà diventa ai loro occhi “odd”, cioè strana, o meglio bizzarra (il termine reca in sé un senso di erraticità e improbabilità). Il giornalista mainstream prende le sue notizie dall'Aleppo Media Center (finanziato dal Ministero degli Esteri francese), ma se qualcuno riferisce cose di prima mano che smentiscono quell'agenzia, è quest'ultimo a essere un agente di propaganda governativa, non il giornalista mainstream.
E sono anche estremamente significative le sedie vuote (quasi tutte) alla conferenza stampa di Eva Bartlett. Perché mai ascoltare l'intervento di qualcuno che è stato veramente in Siria? Non c'è anche l'ambasciatore siriano? Sarà tutta propaganda, no?
È qui la magia.


mercoledì 2 novembre 2016

Viaggio ad Aleppo - Veri siriani che aiutano siriani veri

Viaggio ad Aleppo – Parte Seconda: la Difesa Civile siriana e l'Associazione Medica di Aleppo, Veri Siriani che Aiutano Siriani Veri

di Vanessa Beeley (da MintPress News)
27 settembre 2016
Traduzione per Doppiocieco di Domenico D'Amico

Vanessa Beeley incontra diversi membri della Difesa Civile Siriana e dell'Associazione Medica di Aleppo, gettando ulteriore luce sulle menzogne dei maggiori mezzi di informazione, che distorcono la percezione che ha il pubblico di ciò che avviene in Siria.

Un edificio bombardato convertito dai terroristi in una postazione per cecchini, con bidoni e sacchi di sabbia, a Sheikh Maqsoud, la zona di Aleppo nord controllata dai curdi. (Foto di Vanessa Beeley)

Aleppo, Siria – Dalla cittadina di Bani Zaid a nord di Aleppo, ci siamo diretti verso la Aleppo Medical Association, situata nel distretto al-Azizia di Aleppo.
Abbiamo fatto conoscenza col dott. Zahar Buttal, direttore dell'associazione, e col dott. Bassem Hayak, che è a capo delle unità che si occupano di traumi psicologici e di malnutrizione e che, tra le loro varie funzioni, trattano i civili che riescono a fuggire dalla parte orientale di Aleppo, in mano ai terroristi, in quella ovest controllata dal governo, attraverso i corridoi umanitari istituiti dalle autorità russa e siriana.

Il dott. Zahar Buttal, direttore dell'Aleppo Medical Association, vicino alle foto dei suoi predecessori, nella sede dell'associazione.

Più di duemila civili – per lo più donne e bambini sono stati accolti non molto prima della nostra visita, a quanto dice il dott. Hayak. Sono affluiti ad Aleppo ovest attraverso i corridoi umanitari aperti il 29 luglio, il giorno dopo che il presidente siriano Bashar Assad aveva emesso un decreto di amnistia per tutte le fazioni armate insediate in tutta Aleppo est.
Il team del dott. Hayak ha collocato squadre di medici presso gli sbocchi dei corridoi umanitari, per accogliere i civili e farli proseguire verso luoghi predisposti per le visite mediche. All'inizio erano operativi tre di questi corridoi, mentre altri quattro dovrebbero aprirsi in seguito.
Il dott. Hayek ci detto anche che ad Aleppo est ci sono solo tre ospedali attrezzati: Al-Daqqaq, Al-Zahraa e l'Omar bin Abdulaziz, fondato dal Gran Mufti Ahmad Badreddin Hassoun, più altre strutture caritative.
Tutto questo contrasta con le narrazioni dei media schierati con la NATO e dell'insieme delle ONG, che danno l'impressione che ci siano almeno dieci ospedali ad Aleppo est, senza fare distinzione tra le varie strutture, o tra i servizi che esse offrono, e a chi li offrono. I media occidentali ne deducono che quelli colpiti siano ospedali civili, non parte del Fronte Nusra o di altre formazioni terroristiche finanziate dall'estero, e che quindi tutti questi “civili” vengano bombardati senza pietà dai raid aerei russi e siriani.
Tutti e tre gli ospedali sono completamente occupati dai vari gruppi di insorti capitanati dal Fronte Nusra, secondo il dott. Hayak, che ha aggiunto che i loro tetti vengono usati come postazioni per cecchini. I terroristi – le diverse formazioni di cosiddetti “ribelli moderati” e “forze di opposizione” sostenuti dagli Stati Uniti, dai membri della NATO, dai loro alleati nel Golfo e da Israele – hanno la priorità rispetto ai civili, e ora solo le operazioni chirurgiche vengono eseguite in questi tre ospedali di Aleppo est [1]. Gli insorti, secondo il dott. Hayak, non permettono alle agenzie delle Nazioni Unite di entrare in queste strutture.
Sempre secondo il dott. Hayak, in aggiunta ai tre ospedali attrezzati esistono altre sette cliniche private, meno equipaggiate, sempre sotto il controllo dei terroristi.
Una delle principali fonti di propaganda riguardo agli ospedali colpiti ad Aleppo est è quella di Medici Senza Frontiere, la ONG spesso citata col suo acronimo francese, MSF. I MSF hanno definito come loro affiliato l'ospedale al-Quds, che sarebbe stato colpito il 27 aprile da una serie di missili, secondo le dichiarazioni contraddittorie di Pablo Marco, responsabile operativo [operations manager] della ONG per il Medio Oriente.
In una lettera aperta a MSF datata 4 maggio, Rick Sterling, analista geopolitico e scrittore, sottolinea queste lampanti discrepanze e una serie di altre vistose anomalie nei resoconti di MSF:
Esistono molte discrepanze nei resoconti riguardo l'attacco del 27 aprile contro l'ospedale al-Quds. Il direttore operativo per il Medio Oriente di MSF, Pablo Marco, intervistato il giorno dopo dalla CNN e dalla PBS, ha affermato che 'due barili bomba sono caduti vicino all'ospedale... in seguito un terzo barile bomba [2] è caduto sull'ingresso dell'ospedale'. I barili bomba possono essere sganciati solo dagli elicotteri. Al contrario, il vostro [di MSF] comunicato stampa dello stesso giorno dice che 'l'ospedale è stato distrutto da almeno un attacco aereo che ha colpito direttamente l'edificio, riducendolo in macerie.' Un reportage della CBC si attiene alla stessa versione, dichiarando che 'Un ospedale coadiuvato da MSF nella città siriana settentrionale di Aleppo è ora ridotta a un cumulo di macerie. Gli attacchi aerei hanno abbattuto l'edificio mercoledì.'”

Il dott. Nabil Antaki, un gastroenterologo di Aleppo ovest, ha anche lui messo in discussione l'obbiettività di MSF e della versione occidentale. In una dichiarazione del 1 maggio ad Arret sur Info (la mia traduzione [in inglese] si può trovare qui), ha affermato:
(...) I grandi media mentono per omissione. Sin dall'inizio della guerra qui ad Aleppo hanno mancato continuamente di riferire tutti i fatti.Tutti noi ad Aleppo siamo disgustati dalla loro mancanza di imparzialità e obbiettività. Parlano solo delle perdite umane ad Aleppo est, che è completamente sotto il controllo di al-Nusra, un gruppo terrorista affiliato ad Al Qaida. Sono questi i loro 'ribelli moderati', un'etichetta che gli consente un grado di rispettabilità immeritato. Gli stessi media rimangono muti sulle perdite e sofferenze subite dalla zona occidentale di Aleppo, che vive sotto la pioggia dei colpi di mortaio sparati da queste formazioni terroristiche. Questi media non parlano mai del blocco imposto dai terroristi alla nostra gente o degli tagli alle linee elettriche e la carenza di acqua impostaci da questi 'ribelli moderati'. Questi media non parlano mai dei continui bombardamenti e massacri cui abbiamo assistito ad Aleppo ovest, dove è stato attaccato ogni singolo isolato. Vediamo persone assassinate a dozzine ogni giorno. Quello che rende queste omissioni ancora più spregevoli è il fatto che queste zone [ovest] rappresentano il 75% di Aleppo, in cui vivono un milione e mezzo di persone. Fate il paragone con i 300.000 che vivono nella parte est occupata dai terroristi. Questa narrazione distorta genera la credenza che questi gruppi terroristici che ci stanno attaccando siano in realtà le vittime. Cosa ancora più odiosa, questi media hanno distorto il nostro appello per 'Salvare Aleppo', facendo sembrare che stessimo chiedendo che Assad e l'esercito siriano cessassero le ostilità! Questo è FALSO. In aggiunta, non si tratta delle 'forze di Assad', si tratta delle forze dell'esercito regolare siriano che stanno difendendo lo stato siriano. I media dell'Occidente e degli stati del Golfo potrebbero almeno avere la decenza di menzionare i massacri inflitti dai terroristi al nostro popolo. Come ad esempio è accaduto venerdì 30 aprile, quando uno dei loro mortai ha colpito una moschea nell'ora della preghiera. Gli assalti e le perdite che subiamo vengono riportati in modo da lasciare il pubblico all'oscuro su chi sia davvero responsabile di questi crimini. Ormai sono tre giorni che questi media stanno accusando il 'regime di Assad' di aver bombardato un ospedale di MSF ad Aleppo est, e di aver ucciso l'ultimo pediatra in città. Ciò dimostra che, per questi media, l'unica priorità è la sacca di questa città in cui si sono istallati i terroristi. I tre quarti di Aleppo sotto il controllo del governo siriano, dove esercitano numerosi pediatri, non hanno importanza. Siamo testimoni dello stesso pregiudizio quando al-Kindi, il più grande ospedale di Aleppo, due o tre anni fa e stato colpito dai mortai dei terroristi e poi intenzionalmente messo a fuoco. I media hanno ignorato quest'azione criminale. Questa continua disinformazione ci lascia pieni di sconforto e disgusto.”[3]

Il dott. Hayak dell'Aleppo Medical Association ha stimato che ad Aleppo est vivano tra le 200.000 e le 220.000 persone, inclusi 50.000 membri dell'insurrezione armata e le loro famiglie. La popolazione civile dell'area ha dovuto lasciare le loro case, e vivono senza alloggio o lavoro, temendo per la loro vita nel caso tentassero di fuggire o di protestare contro l'occupazione dei terroristi. I giovani maschi, in particolare, vengono cooptati nelle schiere dei terroristi, o altrimenti uccisi se tentano di andarsene, anche attraverso i corridoi umanitari.
Durante il nostro colloquio, che ho filmato, ho chiesto al dott. Hayak dei White Helmets, un'organizzazione che afferma di operare come gruppo di pronto intervento nell'Aleppo orientale controllata dai terroristi.
Il dott. Hayak mi ha riferito che nessuno dei suoi parenti o amici di famiglia ad Aleppo est è a conoscenza di quest'organizzazione, che è insediata solo nelle roccaforti del Fronte Nusra in città, a Idlib e altri governatorati nel resto della Siria. Secondo la loro stampa promozionale e i loro video, i White Helmets operano estensivamente ad Aleppo est, “preservando i sentimenti di umanità anche sotto le bombe” [saving all humanity when the bomb fall]. Perciò è significativo che, secondo il dott. Hayak, per la popolazione civile e per le organizzazioni umanitarie ufficiali, quali le Nazioni Unite, l'Organizzazione Mondiale della Sanità e la Mezzaluna Rossa Internazionale che operano ad Aleppo est, risultino praticamente sconosciuti.
Nel corso dell'intervista, il dott. Hayak ha anche affermato che i civili di Aleppo est sono tenuti in ostaggio dal Fronte Nusra. Se qualcuno tentasse di andarsene verso la parte occidentale controllata dal governo siriano, la sua famiglia verrebbe minacciata di morte. Ha citato il caso di una sua cugina, un chirurgo, che non può venire a lavorare ad Aleppo ovest perché in quel caso la sua famiglia verrebbe uccisa. Così è costretta a continuare a lavorare negli ospedali occupati dal Fronte Nusra, con pazienti per la maggior parte terroristi.
In luglio, un abitante di Aleppo ha dichiarato alla video-agenzia Ruptly:
Il governo ha offerto ai civili la possibilità di venire da questa parte, ma i ribelli non li lasciano andare; gli sparano addosso. Questo è inaccettabile. I 'ribelli' dovrebbero permettere ai civili di venire qui ed evitare gli spargimenti di sangue. Si tratta dei nostri parenti, della nostra gente. Se i civili venissero qui potremmo salvare le donne e i bambini. Se i ribelli vogliono combattere che combattano, perché mettere in mezzo i civili?”

Il 19 settembre, tuttavia, sono venuti fuori video di civili che abbandonavano le zone di Aleppo controllate dal Fronte Nusra, attraverso i corridoi umanitari. Perfino mentre fuggono verso la salvezza, protetti dai soldati dell'esercito siriano, i civili erano sottoposti al fuoco dei “ribelli moderati” e delle “forze di opposizione” fiancheggiate dall'Occidente.

Coloro che Chiamano Se Stessi Medici Senza Frontiere Stavano Fianco a Fianco con i Terroristi
Nel corso di numerosi incontri, avvenuti tra luglio e agosto, con il Gran Mufti siriano Ahmad Badreddin Hassoun, egli ha evidenziato come gli ospedali [di Aleppo est], incluso quello fondato da lui, l'Omar bin Abdulaziz, fossero occupati dai terroristi.
Il Gran Mufti è stato un accanito sostenitore dello stato laico siriano e un aperto oppositore della guerra sporca della NATO contro la Siria. Secondo lui e secondo la maggior parte dei siriani che ho incontrato nelle mie quattro settimane in Siria, si tratta di una guerra fomentata attraverso schemi settari che non esistevano prima di questa crisi imposta dall'esterno.

Il Gran Mufti Ahmad Badreddin Hassoun, durante l'incontro con Vanessa Beeley del 24 agosto. (Foto di Vanessa Beeley)

Durante uno di questi colloqui, il Gran Mufti ha detto:
Questa associazione (l'associazione benefica del Gran Mufti) che mira a elevare il livello [dell'assistenza] esiste in Siria dal 1955. Ho costruito quell'ospedale con denaro mio e delle donazioni delle persone che hanno lavorato con noi, a partire dal 1985. L'ospedale ha cominciato a operare nel 1992, curavamo la gente dei quartieri poveri. L'ospedale si trova proprio nelle zone povere, e ci occupavamo gratuitamente di più di 400 persone al giorno. L'ospedale aveva nove macchine per la dialisi. Quando sono arrivati i terroristi, hanno cacciato via i medici, hanno ucciso tre infermiere, ucciso più di dieci pazienti, per poi occupare la struttura. Poi hanno dichiarato che erano i MSF a gestire l'ospedale, mentre invece ricoverano solo terroristi, e nemmeno uno dei civili rimasti in zona. C'era un gruppo di terroristi a guardia dell'ingresso principale che non ha permesso al reparto maternità di funzionare sin dal 2013. C'erano 12 incubatrici – tutte rubate. Gestiscono il posto come un ospedale da campo per curare i terroristi. Quelli che chiamano se stessi MSF stavano fianco a fianco coi terroristi che uccidono i nostri figli e occupano le cliniche gratuite, le scuole e le sedi di associazioni. Questo è quello che hanno fatto ad Aleppo.”


I Mercanti di Propaganda Tacciono sugli Attacchi Contro Aleppo Ovest
Durante il nostro incontro del 15 agosto, il dott. Zahar Buttal ci ha informato che, dal 1 al 14 di quel mese, 143 civili, inclusi 54 bambini e 23 donne, sono stati uccisi dai missili lanciati dai terroristi contro Aleppo ovest. Le zone colpite più duramente e in modo continuo sono indicate nella mappa qui sotto; Aziziya, dove abbiamo soggiornato durante la nostra visita, è stata regolarmente bersagliata dai terroristi con fuoco di mortaio e munizioni esplosive.

Una mappa che mostra le zone di Aleppo ovest colpite più duramente dai “cannoni infernali” del Fronte Nusra e di altri gruppi terroristici. (Schermata a cura di Vanessa Beeley)

Mentre si svolgeva il nostro incontro con l'Aleppo Medical Association, è giunta la notizia che due veicoli blindati pieni di esplosivo si stavano inoltrando nella zona residenziale di Zahraa, nel nord di Aleppo.
Magari si trattava di una coincidenza, ma giusto un paio di giorni prima del nostro arrivo lo sceicco Abdallah al-Muhaysini, il capo del Fronte Nusra educato a Riyad, aveva lanciato uno dei suoi periodici appelli per trovare volontari per gli attentati suicidi. Questa volta l'appello era stato emesso a pochi metri dalle mura dell'antica cittadella di Aleppo.
L'appello era stato evidentemente accolto dai due uomini alla guida dei blindati, carichi di esplosivi sufficienti a massacrare centinaia di civili. Il dott. Hayak ci ha spiegato che questi camion avevano i parabrezza antiproiettile, che impedivano ai guidatori di vedere all'esterno, per cui dovevano essere diretti verso l'obbiettivo da istruzioni date via radio.
Tuttavia quei camion sono stati intercettati con successo da attacchi aerei che li hanno distrutti prima che potessero portare a termine la loro missione di morte. Non ci sono state vittime civili, ma si era trattato comunque di un altro attacco da parte dei “ribelli moderati” e delle “forze di opposizione” fiancheggiate dall'Occidente, di cui i media dell'Occidente non hanno fatto cenno.

Queste Sanzioni Ci Disgustano
Il 31 agosto una dichiarazione del Syrian American Council conteneva la stravagante affermazione che, dato che le banche del sangue siriane sono da sempre gestite dal Ministero della Difesa, il sangue di queste banche viene utilizzato privilegiando i soldati rispetto ai civili. In questa dichiarazione si legge:
Il SAC desidera sottolineare che perfino i finanziamenti dati a entità governative apparentemente innocenti possono essere dirottati verso la macchina omicida di Assad. Ad esempio, le Nazioni Unite hanno pagato milioni di dollari a chi rifornisce Assad di carburanti, che servono anche agli aerei che bombardano i civili siriani; o al Ministero dell'Agricoltura di Assad, che fornisce cibo anche alle truppe del regime che devastano le città siriane; o alle banche del sangue di Assad, nonostante le 'fondate preoccupazioni' che il sangue venga riservato alle truppe del regime. Il SAC ha ricevuto nel corso degli anni innumerevoli rapporti sugli aiuti delle Nazioni Unite utilizzati di fatto dai soldati di Assad.”

Questa dichiarazione richiede di fatto alle Nazioni Unite di prolungare ulteriormente le sofferenze del popolo siriano – un popolo che ha già subito una punizione collettiva dalle rovinose sanzioni da parte di Stati Uniti e Unione Europea, sanzioni che colpiscono ogni aspetto della vita civile, inclusa salute, agricoltura ed educazione.
Parlando alla Be Curious TV in maggio (la mia traduzione [in inglese] si può trovare qui), il dott. Nabil Antaki ha detto:
Queste sanzioni ci disgustano perché queste sanzioni e l'embargo non vengono applicati a danno del governo siriano, ma a danno del popolo siriano, tutto il popolo siriano. Ad esempio, io personalmente, come una qualunque persona che vive in Siria, non ho il diritto di fare la minima transazione. Se volessi mandare mille dollari ai miei figli, non potrei farlo. Non posso né importare né esportare alcunché. È devastante. Io sono un medico, e volevo sostituire il pezzo di un'apparecchiatura. Normalmente ci sarebbe voluta una settimana; ci è voluto un anno e mezzo per procurarselo, perché si trattava di una compagnia multinazionale, e non potevamo importare il pezzo dal Giappone. Quindi queste sanzioni penalizzano il popolo siriano, e a un certo punto l?unione Europea ha revocato le sanzioni, ma solo per quelli che vivono nelle zone controllate dai terroristi. La gente che vive nelle zone controllate dallo stato siriano non hanno potuto far niente. Contrariamente a quello che affermano, tutto questo non penalizza il 'regime', punisce soltanto il popolo siriano.”


Maria Saadeh, membro del parlamento siriano, il 22 agosto a Damasco. (Foto di Vanessa Beeley)

Nel marzo del 2015 un membro del parlamento siriano, Maria Saadeh, si è rivolta alla Commissione per i Diritti Umani delle Nazioni Unite a Ginevra, presentando un documento intitolato “Sanzioni Unilaterali contro la Siria e Terrorismo: Due Facce della Stessa Medaglia.”
Nel giugno del 2016, Saadeh si è rivolta nuovamente alle Nazioni Unite, parlando all'Istituto della Democrazia e Cooperazione, evento congiunto con la sessione dell'UNHRC di Ginevra, dicendo:
Le sanzioni economiche sono state messe in atto con l'obbiettivo di punire il regime siriano. A partire dal 2011, gli stati membri delle Nazioni Unite hanno intrapreso azioni di punizione collettiva contro il popolo siriano. Nel marzo del 2015, ho presentato davanti al Consiglio per i Diritti Umani un documento che parlava di 'terrorismo economico', che comparava i risultati ottenuti dalle organizzazioni terroristiche in Siria con gli effetti delle misure coercitive messe in atto sotto l'etichetta di 'sanzioni economiche.' Queste sanzioni violano il diritto internazionale nello stesso modo in cui lo fa il terrorismo. Risultati ed effetti sono i medesimi; in entrambi i casi l'obbiettivo è attaccare la società siriana e violare i diritti umani, specialmente il diritto alla vita. Come conseguenza delle sanzioni, la disoccupazione è salita dall'8,6% del 2010 al 50% del 2014; il tasso di povertà ha raggiunto il 75% nel 2013, mentre nel 2010 era del 9%; il numero di bambini che frequentano la scuola primaria è sceso al 50%; un eguale percentuale di ospedali e fabbriche ha chiuso i battenti a causa delle sanzioni così come a causa del terrorismo. Sempre in quel documento ho anche mostrato i collegamenti tra gli stati che applicano le sanzioni e le organizzazioni terroristiche che quegli stati sostengono. Ho anche trattato delle loro interrelazioni finalizzate alla spoliazione delle risorse naturali, economiche e culturali della Siria.”


Donare il Sangue ad Aleppo
Mentre ci trovavamo ad Aleppo ovest, abbiamo deciso di donare il sangue, cosa che sembrava particolarmente cruciale, dopo aver sentito del numero crescente di civili menomati e mutilati da missili, colpi di mortaio, proiettili esplosivi e dagli attacchi chimici dei terroristi.

Eva Bartlett e Vanessa Beeley donano il sangue ad Aleppo, 15 agosto 2016. (Foto a cura di Vanessa Beeley)

Le banche del sangue siriane si affidano alle donazioni quotidiane per mantenere gli ospedali riforniti di abbastanza sangue per tenere il passo col numero crescente di razzi lanciati contro i civili nelle zone sotto il controllo del governo, sia ad Aleppo ovest sia nel resto della Siria.
Ci hanno detto che qualche giorno prima che noi arrivassimo ad Aleppo, si è presentato per donare il sangue un gruppo di 250 insegnanti. Dopo il nostro turno è entrato un uomo che voleva donare il sangue per il fratello, gravemente ferito in un recente attacco da parte dei “ribelli moderati.” Come molti altri, il fratello ferito era in ospedale e aveva bisogno di trasfusioni quotidiane per sopravvivere.
Un amico di Aleppo in seguito mi ha riferito di aver chiesto di donare il sangue perché venisse dato all'SSA, come segno di riconoscenza per il loro coraggio nella difesa di Aleppo. Ma gli è stato detto, inequivocabilmente, che la banca del sangue non lo avrebbe consentito. Il sangue sarebbe andato a chi ne avesse bisogno più urgente, gli hanno detto gli operatori della banca, aggiungendo che non ci sarebbe stata alcun favoritismo.
Così come per molti altri aspetti della vita quotidiana in Siria, le unità di conservazione del sangue sono state messe in difficoltà dalle sanzioni di Stati Uniti e Unione Europea. Ad Aleppo si erano esaurite le scorte di sacche per il sangue, e si è dovuto escogitare un metodo di conservazione alternativo – ecco uno degli innumerevoli modi in cui i siriani, con inventiva e ingegnosità, si sono adattati alla crisi in corso.
Alla luce di quel che abbiamo udito e visto nella banca del sangue di Aleppo, è chiaro che il documento del Syrian American Council è un altro esempio della propaganda che vuol far sì che le sofferenze del popolo siriano non abbiano fine, se non quando gli obbiettivi neocoloniali di Stati Uniti, Unione Europea e NATO siano stati conseguiti.

I White Helmets NON Sono La Protezione Civile Siriana
Uno dei motivi principali per cui ho trascorso quattro settimane in Siria, era il proseguimento di un'inchiesta di lunga data sui White Helmets. Quest'organizzazione è finanziata e rifornita da Stati Uniti, Regno Unito, Unione Europea e Giappone. I White Helmets vengono addestrati da un ex militare britannico, ora mercenario, James Le Mesurier, e spesso ci si riferisce a loro come “La Protezione Civile siriana.”
Questa presunta organizzazione di pronto intervento opera esclusivamente nelle zone controllate da gruppi terroristici come il Fronte Nusra e il Daesh (acronimo arabo per il gruppo terroristico noto in Occidente come ISIS o ISIL).
I White Helmets dipingono un'immagine di catastrofe umanitaria nell'Aleppo occidentale per facilitare l'intento della NATO di suscitare la pubblica approvazione di una no-fly zone, oltre a maggiori sanzioni contro la Siria. I crimini commessi ad Aleppo dal Fronte Nusra e da una miriade di gruppi terroristici vengono descritti come opera del governo siriano e delle forze armate.
I White Helmets sono stati fondati nel 2013, e a dispetto dei loro proclami di indipendenza e imparzialità hanno ricevuto 50 milioni di dollari di fondi dai soli Stati Uniti e Regno Unito.

Un'infografica realizzata da UK Column per Vanessa Beeley, che mostra le profonde connessioni istituzionali di James Le Mesurier e dei White Helmets.

Tuttavia, come dimostra chiaramente questo aggiornamento di Wikipedia, il flusso di finanziamenti multimilionari alimenta uno strumento del governo ombra di Stati Uniti e NATO. Questo gruppo di pronto intervento fasullo non è nulla di più di una creazione finanziata da NATO e Stati Uniti per essere dispiegata al fianco delle formazioni terroristiche, finanziate e armate anch'esse da Stati Uniti e NATO, che agiscono in Siria. Lo scopo della loro esistenza è il cambio di regime, la no-fly zone, favorire la propaganda e fiancheggiare un esercito di mercenari e terroristi geneticamente modificati.
La SCD [Syrian Civil Defense, nome ufficiale dei White Helmets – ndt] è sostenuta dalle agenzie di aiuto di vari governi finanziatori. All'inizio il Foreign and Commonwealth Office del Regno Unito è stata la maggior singola fonte di finanziamento, tramite la nuova organizzazione di aiuti Mayday Rescue, poi dislocata a Istanbul, ma con la sede centrale nei Paesi Bassi. (26) Gli attuali finanziatori includono il governo danese, il governo tedesco, (24) la Japan International Cooperation Agency, (23) la United States Agency for International Development (USAID), (27) il Conflict, Stability and Security Fund (CSSF) del Regno Unito, (28) e il Ministero degli Affari Esteri olandese. (29) La USAID sembra oggi essere la maggiore finanziatrice, avendo donato, a partire dal 2013, 23 milioni di dollari.” [4]

Durante una conferenza stampa del 27 aprile, il vice portavoce del Dipartimento di Stato Mark Toner ha ammesso pubblicamente che lo stesso Dipartimento aveva finanziato questo programma di assistenza con 23 milioni di dollari, usando l'USAID come intermediario. Tuttavia, all'incirca una settimana prima di quella conferenza stampa, al leader dell'organizzazione, Raed Saleh, arrivato con un volo da Istanbul a Washington, era stato negato l'ingresso negli Stati Uniti.
Dopo che Toner ebbe ribadito la condanna degli Stati Uniti per la recente serie di attacchi a una sede del “Syrian Civil Defense,” un giornalista gli chiese: “Lei sta dicendo che in pratica lui è un sospetto, ma non lo è la sua organizzazione?” Al che Toner rispondeva che il Dipartimento di Stato “non condanna l'organizzazione in alcun modo.”
In uno sviluppo inquietante della situazione (che ha ricevuto poca attenzione dai media), Saleh, che era stato espulso ad aprile per ragioni mai chiarite, questo mese è stato riammesso negli Stati Uniti. Il 22 settembre avrebbe accompagnato la missione diplomatica olandese presso le Nazioni Unite a New York.
Lo stesso giorno, il Segretario di Stato John Kerry ha twittato il suo appoggio ai White Helmets, un gruppo che gode già di un grande supporto finanziario e operativo da parte degli Stati Uniti, del Regno Unito e dell'Unione Europea.
Non è la prima volta che gli Stati Uniti accolgono individui discutibili o sospetti di “collegamenti estremisti.” Nel dicembre del 2015, Labib al-Nahhas, l'autoproclamato “capo delle Relazioni Politiche Estere di Ahrar al-Sham,” ha avuto il permesso di entrare negli Stati Uniti.
Gli Stati Uniti operano affinché i legami di Ahrar al-Sham con il Daesh e al-Qaida non diventino pubblici, permettendo così a quest'organizzazione di perseguire la sua politica di omicidio di massa e di pulizia etnica ai danni delle minoranze etniche siriane.
In un pezzo per il sito di McClatchyDC, Hannah Allam ha scritto:
Una figura di alto grado parte di un gruppo di ribelli siriani con legami con al-Qaida ha avuto il permesso di entrare negli Stati Uniti per una breve visita, il che ci fa chiedere fino a che punto l'amministrazione Obama scenderà a compromessi nella ricerca di alleati in questo conflitto.”

Ho raccolto tutta una mole di materiale, “Chi sono i White Helmets siriani?”, che mette a nudo i White Helmets, un gruppo a cui Toner si riferisce anche come la “Syrian Civil Defense” [la Protezione Civile Siriana], per quello che sono: una quinta colonna settaria armata e finanziata da neocolonialisti occidentali, che opera come gruppo di fiancheggiamento per i terroristi.
I White Helmets, bisognerebbe enfatizzarlo, non sono la vera Protezione Civile Siriana. I tentativi di riferirsi a quell'organizzazione in questi termini è un'offesa alla vera Protezione Civile, i cui membri rischiano ogni giorno la vita per proteggere il popolo siriano.
In Siria non esiste un numero di telefono per chiamare i White Helmets. Per contattare la vera Protezione Civile, però, basta chiamare il 113.

La Vera Protezione Civile Siriana
Nella zona universitaria di Aleppo ovest, siamo arrivati in uno dei centri della vera Protezione Civile. L'università di Aleppo è stata bersagliata dai razzi lanciati dai terroristi nel gennaio del 2013, col bilancio di 87 morti e più di 160 feriti. È stato un attacco mirato a ottenere il massimo danno possibile, scatenato nella prima giornata degli esami.
Il quartier generale della vera Protezione Civile siriana si trova ad Hamdaniyah, una di quelle zone regolarmente martellate da missili e colpi di mortaio sparati dai vari gruppi di insorti.
Incontrando i membri di una di quelle squadre, sono stata immediatamente colpita dallo sfinimento scolpito sui loro volti, dalla fatiscenza dei loro dormitori, la scarsità di equipaggiamento, e la condizione logora, usurata di stivali, manichette e giubbotti, gettati a terra o penzolanti da sportelli e parafanghi delle autopompe.

Stivali e manichette giacciono in un angolo del deposito della vera Protezione Civile siriana, in attesa della prossima chiamata. (Foto di Vanessa Beeley)

Dalle 11:30 alle 15:00 del 15 agosto, avevano cercato di domare l'incendio di una fabbrica di plastica, scatenato da un attacco terrorista a colpi di mortaio.
All'inizio, i membri dell'unità erano riluttanti a entrare nei dettagli delle loro operazioni, o riguardo i White Helmets, ma alla fine si sono espressi apertamente.
La protezione Civile siriana è stata istituita nel 1953. L'unità di Aleppo conta al momento circa 150 volontari, pienamente addestrati per il lavoro di paramedici e ancora di più per le operazioni di ricerca e soccorso. I volontari hanno tra i 25 e i 45 anni, e l'età minima per cominciare l'addestramento è di 18.

Una delle autopompe della vera Protezione Civile siriana, parcheggiata nella loro sede ad Aleppo ovest. (Foto di Vanessa Beeley)

Mi hanno raccontato di essere stati chiamati dopo un attacco portato il 2 a agosto da un “cannone infernale” contro la città vecchia nel centro di Aleppo. Arrivati sulla scena, si accorsero di un odore pungente nell'aria, il che gli fece capire che si trattava di un attacco chimico da parte del Fronte Nusra.
Indossavano maschere a ossigeno usa e getta, di carta. A causa delle sanzioni imposte alla Siria da Stati Uniti e Unione Europea, questi addetti ai soccorsi non sono in grado di rimpiazzare le maschere ad alta efficienza che in molti casi potrebbero salvar loro la vita.
La concentrazione di gas era tale che le sottili maschere a ossigeno non riuscivano a impedire alle esalazioni tossiche di raggiungere i polmoni. Uno dei membri dell'unità, Mohammed Ahmed Eibbish, di 36 anni, è morto mentre cercava di salvare una donna in uno degli edifici colpiti.
Altri membri della squadra, insieme a diversi civili, hanno accusato sintomi di avvelenamento da gas, tra i quali vertigini, nausea, ustioni cutanee, spasmi muscolari e difficoltà respiratoria. Durante quell'attacco quattro donne sono morte per l'inalazione di esalazioni tossiche, e 25 civili dovettero essere ospedalizzati.
Invece di riferire di questi attacchi chimici da parte dei “ribelli moderati,” i grandi media preferiscono far partecipi della colpa governo ed esercito siriani, nonostante che l'unica fabbrica chimica di Aleppo sia sotto il controllo del Fronte Nusra dal 2012.

Un casco dalla vera Protezione Civile siriana poggiato sul cruscotto, pronto all'azione. (Foto di Vanessa Beeley)

Poi siamo arrivati alla questione dei White Helmet, che si presentano come la Protezione Civile siriana, alla faccia della lunga storia e gli incessanti interventi della autentica, e genuinamente eroica, Protezione Civile siriana.
Uno dei componenti dell'unità ci ha raccontato che era dislocato ad Aleppo est quando i terroristi, inclusi quelli che in seguito si sarebbero trasmutati in White Helmets, sono cominciati ad arrivare nel 2012. Alcuni membri della Protezione Civile vennero sequestrati, altri uccisi, e quest'operatore ha raccontato che i gruppi terroristici pretendevano che si unisse a loro. Riuscì a fuggire di notte verso Aleppo ovest, ma è stato costretto a lasciarsi dietro i suoi tre figli.
Per rappresaglia, gli stessi gruppi terroristici gli bruciarono la casa, e segnalarono il suo nominativo a tutti i posti di blocco gestiti da gruppi terroristici, Fronte Nusra incluso, assicurandosi che venisse giustiziato nel caso ritornasse indietro. Ha detto che i suoi figli sanno badare a se stessi, ma era lo stesso preoccupato per la loro sicurezza.
Gli operatori dell'unità mi hanno detto che non potevo pubblicare foto o nominativi dei membri della Protezione Civile siriana, per via dell'alto rischio che correvano per la loro prossimità con le postazioni terroristiche. Questi terroristi, dicevano, li avevano condannati a morte.
Si tratta degli stessi gruppi terroristici che i White Helmets fiancheggiano, con cui fanno festa e con cui convivono. Eppure i White Helmets vengono lodati come santi e salvatori da un apparato propagandistico ben oliato da George Soros e dagli Stati Uniti.
I membri della squadra hanno riferito unanimemente come i White Helmets non conducano alcuna missione di soccorso ad Aleppo, sono mercenari serventi al pezzo che i componenti della VERA Protezione Civile siriana descrivono come “terroristi.” L'uso della parola “ribelli” suscita scherno e disprezzo da parte della maggioranza dei siriani, quelli che non approvano l'idea di “uccidere la Siria per renderla migliore,” come diceva in maggio il dott. Nabil Antaki a Be Curious TV (la traduzione [in inglese] dell'intervista la potete trovare qui).
Qualcuno dei White Helmets è di Aleppo, ma altri sono arrivati da altre zone, perfino da altri paesi, così hanno detto gli operatori della vera Protezione Civile siriana.

Citazione dall'intervista di Be Curious TV con il dott. Nabil Antaki. (A cura di Vanessa Beeley – Adattamento di Domenico D'Amico)

Nel 2012 alcuni membri della vera Protezione Civile siriana venivano scacciati, assassinati e sequestrati, e contemporaneamente i terroristi in arrivo (e i futuri White Helmets) rubavano il loro equipaggiamento, incluse tre autopompe e tutte le ambulanze.
E mentre i governi di Stati Uniti e Regno Unito celebrano i White Helmets come eroi, Netflix realizza un documentario sulle loro imprese in stile hollywoodiano, il Middle East Institute, tra le cui fila c'è l'ex ambasciatore statunitense in Siria Robert Ford, li propone per il Nobel per la Pace, questi membri della vera Protezione Civile siriana continuano a rischiare la loro vita e quella delle loro famiglie per salvare i civili dagli attacchi terroristici e dall'invasione della loro patria.
Le ferite peggiori che hanno visto sono quelle provocate dalle bombole lanciate dai “cannoni infernali”, spesso stipati di pezzi di vetro e metallo che lacerano i corpi dei bambini e staccano braccia e gambe.
Uno degli operatori, durante un'azione di soccorso, si è rotto entrambe le gambe saltando giù da un palazzo sotto attacco, mentre un altro ha perso un occhio a causa di un “cannone infernale.”
I loro sono turni di 24 ore, spesso senza nemmeno una pausa.
Quando gli abbiamo chiesto perché continuasse a fare il volontario, uno dei membri della vera Protezione Civile siriana ha risposto: “Si tratta di soccorrere il nostro paese. C'eravamo quando le cose andavano bene, e siamo qui quando le cose vanno male e c'è più bisogno di noi. È il nostro dovere.”
Questi sono gli eroi che il mondo ignora, scegliendo invece di guardare a quell'oscena parodia costituita dai White Helmets.
Quando gli abbiamo chiesto cosa avrebbero da dire agli Stati Uniti, agli stati membri della NATO e loro alleati nel Golfo e a Israele, cioè coloro che rendono possibile la guerra contro la Siria, gli operatori hanno risposto:
di revocare le sanzioni in modo che loro possano continuare a fare il loro lavoro; di impedire ai terroristi di entrare in Siria, e di smettere di finanziarli e armarli; perché se i terroristi continuano ad arrivare in Siria, questo avrà effetti anche per il resto del mondo, non solo per la Siria. È stato versato abbastanza sangue. È il momento di smetterla.


Nessuno ci Ascolta. Perché?”
Dopo 36 ore di continui colloqui abbiamo deciso di fare una capatina nel piccolo parco del distretto di al-Azizia.

Due uomini che si godono un momento di pausa dalla guerra che imperversa attorno a loro. (Foto di Vanessa Beeley)

Lì siamo stati accolti da un insieme di rifugiati, di famiglie e di studenti che si godevano una breve pausa dalla guerra che veniva combattuta tutt'intorno a loro.
Un uomo, che si trovava nel parco insieme ai suoi nipoti, mi ha detto di essere un insegnante di inglese che aveva trascorso molto tempo all'estero, sia in Europa sia negli Stati Uniti. Mi ha detto:
La gente in Europa semplicemente non ci crede, quando gli diciamo quello che sta realmente succedendo qui in Siria. Quando sono stato in Europa mi sono reso conto che tutti credono ancora che sotto il vestito abbiamo la coda. Qui c'è solo un bombardamento senza fine, e nessuno ci sta a sentire. Perché?”

Le strade di Aleppo ovest sono disseminate di bandiere siriane, sia dipinte sulle porte, come si vede spesso in Siria, sia sventolanti da balconi o nelle vetrine dei negozi. L'ubiqua ostentazione della bandiera è l'orgogliosa sfida contro i “ribelli moderati” sostenuti dagli Stati Uniti e la loro bandiera degradata, che è un insulto per la maggioranza del popolo siriano e per l'esercito che non si risparmia per ripulire la Siria dall'invasione terrorista.

La bandiera siriana, orgogliosamente dipinta sulle saracinesche ad Aleppo ovest. (Foto di Vanessa Beeley)

Il giorno dopo, siamo partiti all'alba. Mentre portavo i bagagli giù per le scale fino in strada, ho notato dall'altra parte due donne che chiacchieravano vivacemente. Testarda e indomita, ad Aleppo la vita continua.

All'alba, due signore discutono animatamente ad Aziziya, Aleppo ovest. (Foto di Vanessa Beeley)

La polvere si posava dietro di noi, quando a un posto di controllo ci hanno detto: “Fermatevi qui. C'è un grosso rischio di colpi di mortaio.”
È stato allora che ho cominciato ad afferrare appieno l'enormità delle menzogne e della disinformazione dei grandi media. Ci siamo fatti strada nell'edificio propagandistico eretto dalla NATO, e vi abbiamo trovato la verità, una verità che non veniva dalla macchina della propaganda ma dal popolo siriano che subisce l'inferno che gli è stato inflitto dai governi occidentali, dai membri della NATO, i loro alleati nel Golfo e da Israele, tutti intenti a perseguire la loro agenda geopolitica regionale, indifferenti al bagno di sangue che si lasciano dietro.
Sono andata in Siria, in particolare ad Aleppo, perché, come giornalisti, ricercatori, analisti, questo è il nostro lavoro, la nostra responsabilità, il nostro dovere, quello di dissezionare ogni racconto fino al suo nocciolo, e verificarne la veridicità. Non mi risulta che i grandi media occidentali l'abbiano fatto. Troppo spesso approvano automaticamente la politica estera dei loro governi, incrementando la pressione subita da questa nazione sotto attacco, e amplificano ulteriormente una propaganda che, per convenienza, giustifica la soluzione bellica del conflitto, e promuove sempre maggiori interventi militari, diretti o indiretti.
Non possiamo sistemare sempre le cose, ma è un obbligo che abbiamo nei confronti di chi viene colpito e danneggiato da queste menzogne, quello di fare del nostro meglio per arrivare il più possibile vicini alla verità. E questo non lo si può fare seduti a una scrivania a Washington, Parigi o Londra, o affidandosi a materiale proveniente da organizzazioni finanziate dai governi occidentali o da ambigue squadre di soccorso che millantano attivismo o giornalismo di strada. Lo si fa andando in Siria e parlando con la gente, sul posto, gente che per la maggior parte ha ottime ragioni per vivere nelle zone controllate dal governo.
Nessuno capiva la propaganda meglio di Adolf Hitler, e nessuno pratica questa forma di artificio intellettuale meglio dei media in stile Operazione Mockingbird. Il popolo siriano merita di meglio. Merita di essere ascoltato, merita di poter decidere del proprio futuro, libero da un'informazione ostile, da sanzioni ostili e da un'ostile occupazione da parte di mercenari e terroristi sostenuti dagli Stati Uniti, dalla NATO, dai loro alleati nel Golfo e da Israele – un'occupazione criminale che nessun cambio di etichetta, nessun ufficio propaganda di Manhattan potrà imbellettare. [5]
Nella sua autobiografia, che delineava anche i suoi piani politici futuri per la Germania, “Mein Kampf,” Hitler scriveva:
La propaganda deve essere popolare, il suo livello spirituale deve essere commisurato alla capacità ricettiva dei più piccoli tra coloro cui ci si rivolge. Perciò il suo livello spirituale deve essere posto tanto più in basso, quanto più grande sia la massa di gente su cui si vuole agire. Se si tratti poi, come nel caso della propaganda bellica, di attrarre tutto un popolo nel suo cerchio di influenze, la prudenza di evitare qualsiasi presupposto spiritualmente troppo elevato non sarà mai abbastanza grande.” [6]


Sulla strada del ritorno da Aleppo verso Damasco, scendiamo dall'auto per fare un'ultima foto alla città che ci lasciamo alle spalle. (Foto di Vanessa Beeley)


note del traduttore
[1] Si tratta di una proposizione che non sono riuscito a comprendere, potendola intendere con “and [the] only surgical intervention[s] [are] now carried out in the three hospitals”, cioè “le uniche operazioni chirurgiche vengono eseguite in questi tre ospedali”.
[2] A proposito dei barili bomba usati dallo spietato Assad contro la popolazione civile, consiglio la lettura di questo articolo su L'Antidiplomatico: “Siria, ancora la bufala dei barili bomba”.
[3] Abbiamo ampliato la lunghezza della citazione, a scopo di completezza ed efficacia.
[4] Per comprendere quanto sia estremamente significativo che siano organizzazioni come l'USAID a finanziare i White Helmets, consigliamo di leggere “Inchiesta sulle ONG: la CIA e i regime change”, su Lookout News, oltre alla presentazione del libro “USAID, NED e CIA: l'aggressione permanente”.
[5] Normalmente il termine “whitewash” viene tradotto son “insabbiare”, ma in questo caso l'azione compiuta non è quella di nascondere un evento, ma di modificarne la percezione.
[6] Per questa citazione mi sono avvalso dell'edizione curata da Giorgio Galli per Kaos. Nella versione inglese riportata dall'autrice, il “livello spirituale” viene inteso come “livello intellettuale”.