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venerdì 6 gennaio 2017

Syriana: la cecità dell’Occidente e dell’Italia

Zeroconsensus vi propone un interessante articolo di Alberto Negri pubblicato oggi su il Sole24Ore che fa il punto sulla crisi mediorientale e sulla disastrosa assenza di strategia sia della Nato, dell’UE, degli USA e anche dell’Italia.

 

 di Alberto Negri da zeroconsensus

La Sigonella di Erdogan si chiama Incirlik, la base aerea concessa agli Usa per i raid anti-Isis. I turchi minacciano di chiuderla se gli americani non daranno loro soddisfazione, ovvero abbandonare i curdi siriani ritenuti da Ankara come il Pkk un gruppo terroristico e consegnare l’imam Gulen in auto-esilio dal ’99 in America.
Si può definire un ricatto oppure un modo di sventolare la bandiera del nazionalismo dopo aver rinunciato ad abbattere Assad, come è stato proclamato da Ankara per cinque anni. «Stiamo combattendo una nuova guerra di indipendenza», ha dichiarato Erdogan. Il fondatore della patria Ataturk, astuto stratega, si rivolterà nella tomba ma ognuno si salva alla sua maniera.
Come ha condotto Erdogan, fino a qualche tempo fa, la lotta al terrorismo? Ha aperto “l’autostrada dei jihadisti”, poi ha rilanciato la guerra ai curdi, buttando all’aria l’accordo con il Pkk raggiunto dal capo dei servizi Hakan Fidan, e quando ha perso la partita siriana con la caduta di Aleppo si è messo d’accordo con Putin e l’Iran.
Mosca e Teheran, due Stati sotto sanzioni occidentali, hanno imposto a un membro della Nato di mettere sotto controllo l’opposizione a Damasco in cambio della mano libera sui curdi siriani, una volta appoggiati anche dai russi.
Erdogan ha piegato la testa e ora fa pressione sugli alleati storici, americani ed europei: anche loro hanno perso la battaglia contro Assad ma fanno finta di niente perché si trincerano in una coalizione, di cui fa parte anche la Turchia, che assedia l’Isis a Mosul da cinque mesi.
La Turchia, dove gli attentati si susseguono, come si è visto ieri a Smirne, è un Paese in bilico: deve seguire la road map della Russia ma anche degli Usa e teme di restare stritolata un giorno da un possibile accordo tra Putin e Trump.
Il confronto strategico con la vicina repubblica islamica dell’Iran, pur sanzionata da tutti per decenni, è impietoso. Gli Usa hanno eliminato tutti i nemici dell’Iran: i talebani in Afghanistan nel 2001, Saddam in Iraq nel 2003, poi gli iraniani hanno visto gli ostili sauditi, i maggiori clienti di armi americane, impantanarsi in Yemen contro gli Houthi sciiti e dopo avere firmato il 14 luglio 2015 l’accordo sul nucleare, hanno trovato la Russia, una superpotenza atomica, pronta a schierarsi in Siria salvando l’asse sciita Teheran-Baghdad-Damasco-Beirut.
La Turchia oggi è il grande malato d’Oriente e Occidente insieme. I jihadisti si vendicano di Erdogan, i curdi colpiscono, gli apparati di sicurezza sono diventati più vulnerabili per le epurazioni seguite al golpe fallito di luglio.
La crisi della Turchia ci interessa direttamente. Gli europei chiederanno a Erdogan non solo di fare il custode di due milioni di profughi siriani ma di diventare l’argine al ritorno dei foreign fighters che combattevano per l’Isis e altri gruppi radicali.
Certo non si comincia bene quando il “poliziotto” ricatta il suo maggiore alleato, gli Stati Uniti. Ma siccome è tornato amico di Putin, Erdogan pensa di usare Nato e Usa per negoziare con Mosca svincolandosi da una fedeltà vista ormai come fumo negli occhi: l’America ospita Fethullah Gulen ed è ritenuta l’ispiratrice del golpe d’estate.
La lotta al terrorismo coincide quindi con un altro problema, quello della Turchia, che americani ed europei hanno lasciato incancrenire. Che cosa hanno fatto per frenare la deriva di Erdogan? Quasi niente. Anzi gli Usa dell’ex segretario di Stato Hillary Clinton lo hanno incoraggiato nell’avventura siriana insieme alla Francia e alle monarchie del Golfo. Se Erdogan ha aperto l’autostrada della Jihad, americani ed europei hanno poi spalancato in Medio Oriente un’autostrada a Putin.
Il punto è che la corsa di Erdogan contro Assad è finita e quella successiva, contro il Califfato, è densa di incognite.
Abbattere l’Isis è fondamentale per privare i jihadisti dell’arma di propaganda delle conquiste territoriali: su questo si basa il mito sanguinoso del Califfato che ispira i terroristi. Ma non basta.
Chi farà l’offensiva a Raqqa, capitale dell’Isis? Secondo gli americani doveva essere una coalizione di arabi e curdi siriani ma questa opzione sembra naufragata. Ci sono alternative occidentali? No, a quanto pare. E questo avviene in un momento chiave: se il Califfato dovesse crollare, cosa accadrà alle legioni di Al Baghadi e ai foreign fighters, forse ventimila secondo i dati di Europol?
Ci dovremo affidare alla Russia, all’Iran, a Erdogan e anche ad Assad. Bisognerà meditare se non sia il caso di riaprire le ambasciate a Damasco, almeno a livello inferiore, perché è da lì che arrivano informazioni sui jihadisti. La Tunisia, pur ostile al regime siriano, lo ha già fatto perché ha 6mila foreign fighters tra Siria, Iraq e Libia. Ha riaperto anche l’Egitto di Al Sisi: fatto salvo il caso Regeni, forse serve rivedere la presenza diplomatica al Cairo in funzione della Libia dove l’Italia è stata spiazzata dall’ascesa del generale Khalifa Haftar sostenuto da egiziani, francesi e russi. Per l’Italia il fronte libico (immigrazione e sicurezza) è fondamentale è non può limitarsi a Tripoli e Misurata.
La lotta al terrorismo richiede, come ha sottolineato Gentiloni, la massima attenzione al contrasto della propaganda sul web e nelle carceri. Ma ci vuole una strategia nostra e occidentale per Siria e Libia. Tutti aspettano Trump ma intanto gli eventi in Medio Oriente vanno avanti. La guerra non dorme, il terrorismo non bussa alla porta, non prende appuntamenti. E l’Occidente, dimentico del passato, rischia di farsi sorprendere dal presente.

Fonte: il Sole24Ore (6-1-2017).

domenica 24 aprile 2016

Israele copia la Turchia – Come operano le oligarchie globali

di Eric Zuesse (da Strategic Culture)

Il 4 marzo il governo turco di Tayyip Erdogan ha chiuso i giornali di opposizione più importanti e più letti, Zaman e Today's Zaman [la versione in inglese di Zaman – ndt], oltre alla maggiore agenzia giornalistica (l'equivalente dell'americana Associated Press), e ha imprigionato la loro dirigenza sotto l'accusa di tradimento, per poi rimpiazzarla e riaprire dopo qualche giorno le suddette attività sotto la nuova gestione.
Ancora prima, i due principali dirigenti dell'altro giornale indipendente turco, Cumhuriyet, sono stati arrestati e accusati di tradimento, dato che avevano riferito che il governo turco stava rifornendo di armi i jihadisti in Siria.
L'11 marzo, Israele ha fatto chiudere la Palestine Today TV e arrestato i suoi dirigenti, ma dato che l'emittente ha sedi non solo a Ramallah (nella West Bank) ma anche in Libano, essa continua a trasmettere nonostante gli sforzi del regime israeliano.
I giornalisti vengono assunti dai membri dell'aristocrazia (nel concreto dai manager dell'industria dell'informazione), per cui questo genere di repressione viene messa in atto quando una fazione minoritaria dell'aristocrazia sfida quella maggioritaria, con in palio il controllo del pubblico. I mezzi di informazione sono gli occhi e le orecchie del pubblico, perciò ogni volta che il regime agisce per eliminare le organizzazioni giornalistiche dissidenti (come Zaman o Palestine Today TV), questo è il riflesso di una guerra civile all'interno dell'aristocrazia.
Al contrario, nei periodi in cui le varie aristocrazie restano unite – come lo erano, ad esempio, negli Stati Uniti a ridosso degli attacchi dell'11 settembre – i media dissidenti praticamente non esistono, e il regime non conosce alcuna reale opposizione interna: quando l'aristocrazia è unita, il paese può funzionare come una dittatura e la stampa ci andrà d'amore e d'accordo, lo considererà suo “dovere patriottico”, il che è naturalmente falso, in realtà significa tradimento nei confronti del pubblico; ma quando l'aristocrazia è unita, è il governo stesso a praticare il tradimento – è la dittatura chiamata talvolta “guerra perpetua per la pace perpetua” o, più precisamente, il proseguimento americano della Guerra Fredda, anche dopo il 1991 e la fine dell'Unione Sovietica, del suo comunismo e del Patto di Varsavia.
Nel corso della Storia, aristocrazie in lotta tra loro hanno trovato nella guerra il miglior mezzo per determinare i loro rapporti di dominio e sudditanza; è quello che fanno le aristocrazie, da sempre; è nel DNA di ogni aristocrazia di ogni nazione. Se l'aristocrazia di una nazione insiste nel volersi indipendente dalle aristocrazie di altre nazioni, l'aristocrazia dominante cercherà di soggiogarla a tutti i costi. Dato che oggi l'aristocrazia dominante è quella dell'America, l'America pratica invasioni, rovesciamenti e colpi di stato in più paesi di chiunque altro. Non è caratteristico dell'America, è caratteristico di qualunque aristocrazia dominante di qualunque epoca: in ogni periodo storico, l'aristocrazia dominante si proclama “l'unica nazione indispensabile” - e per essa le altre nazioni diventano “dispensabili”. Il messaggio rivolto alle altre aristocrazie è sempre uguale: sottomettetevi o sarete conquistati. L'eccezionalismo dell'America fu un tempo quello dell'Impero Britannico, e ancora prima quello di Roma. Quello che davvero è sempre eistito è il DNA dell'aristocrazia dominante. L'aristocrazia dominante è sempre la peggiore di tutte, quella che provoca, più di tutte le altre aristocrazie, maggior sofferenza e spargimento di sangue. E sempre con simili, ipocriti proclami:

Siamo il fulcro di un'alleanza di dimensioni mai viste nella storia. L'America continua ad attrarre immigrati pieni di buona volontà. I nostri valori fondamentali ispirano i leader politici e i movimenti di piazza di tutto il mondo. E quando un tifone colpisce le Filippine, o delle studentesse vengono sequestrate in Nigeria, o uomini mascherati occupano un edificio in Ucraina [che sono stati in realtà ingaggiati dal regime di Obama, quegli uomini mascherati erano agenti ingaggiati dagli Stati Uniti, e i diplomatici europei, scoprendolo, sono restati di stucco, ma, del resto, il golpe era stato preparato con un anno di anticipo], e all'America che ci si rivolge per avere aiuto. (Applausi). Per questo gli Stati Uniti sono e rimangono l'unica e sola nazione indispensabile. È stato vero nel secolo passato e continuerà ad esserlo nel secolo che verrà.”

La Turchia, come anche Israele, fa parte di questa alleanza. Lo stesso vale per l'Arabia Saudita. E il Qatar. E gli Emirati Arabi Uniti. E il Kuwait. E anche l'Unione Europea.
Il conflitto interno all'aristocrazia turca è quello tra la fazione di Tayyip Erdogan e quella di Fethullah Gulen; quest'ultima è a favore della separazione stato-chiesa, mentre la prima è favorevole al controllo dello Stato da parte del clero della maggioranza sunnita fondamentalista, alleato con i Sauditi, la famiglia sunnita fondamentalista che possiede l?Arabia Saudita, e con la famiglia Thani, cioè i sunniti fondamentalisti che possiedono il Qatar, e queste due nazioni sono i maggiori produttori di petrolio e gas del mondo. Il quotidiano Zeman è di proprietà di Gulen, un particolare che l'articolo relativo di Wikipedia (curato dalla CIA) evita perfino di menzionare. (In quello su Gulen, tuttavia, Wikipedia nasconde il suo rapporto con Zaman nella sezione “influenze”, che dice: “il suo movimento controlla il diffuso quotidiano islamico-conservatore Zaman, la banca privata Bank Asya, la stazione televisiva Samanyolu TV, e molti altri media e organizzazioni imprenditoriali, inclusa la Confindustria turca”.
Questo è falso; Zaman in realtà è islamico-liberale, non “islamico-conservatore”: Gulen rappresenta quella parte del clero che che favorisce la separazione tra stato e chiesa di Kemal Ataturk – la Turchia del passato, quella di Ataturk, è stata quella con le caratteristiche che l'hanno fatta entrare nella NATO nel 1952, e in seguito considerare candidata per l'ingresso nell'UE. Erdogan auspica la restaurazione dell'Impero Ottomano a guida turca, in cui, con Ataturk di là da venire, chiesa e stato erano uniti.
Il conflitto interno all'aristocrazia israeliana e tra la fazione di origine inglese e tedesca, in maggioranza non religiosa, che ha fondato lo stato d'Israele tra gli anni 40 e i 50, e la nuova fazione, in maggioranza di fondamentalisti ebraici (dominata da aristocratici americani e immigrati est-europei visceralmente anti-russi), tra cui si contano Sheldon e Miriam Adelson (proprietari di numerosi media israeliani che fiancheggiano con vigore il teocratico Benjamin Netanyahu.
Gli Stati Uniti di oggi (sin da quando nel 1990 il presidente George Herbert Walker Bush turlupinò il presidente sovietico Mikhail Gorbachev) vedono la propria aristocrazia unita, di conseguenza non c'è nessun bisogno di chiudere giornali o rimpiazzarne la direzione; questi media rappresentano fazioni diverse dell'aristocrazia, ma tutte sostengono l'agenda che GHW Bush ha messo in opera dopo la fine dell'Unione Sovietica, tra il 1990 e il '91.
È per questo che, mentre in Turchia e in Israele una fasulla “democrazia” ritiene necessario che il governo prenda il controllo dei mezzi di cosiddetta informazione (per informare sulla “democrazia”), in America i mezzi di “informazione” non hanno bisogno di tale controllo, perché i media sono invece sotto il controllo di un'aristocrazia unificata, ed è essa a controllare il governo. È vero che esistono sia aristocratici Democratici sia aristocratici Repubblicani, tuttavia entrambi i partiti condividono il medesimo programma di base, che trascende certi minuscoli disaccordi o dissensi. In un tale contesto, il termine “bipartisan” definisce un governo che assicura piena soddisfazione a tutte le fazioni dell'aristocrazia. È il governo del compromesso, anche se non del popolo e per il popolo. È invece il governo sul popolo, per conto e a beneficio dell'aristocrazia. Anche se al suo interno sono presenti fazioni in forte competizione, una dittatura non è una democrazia. E, almeno dal 1980, l'America non lo è. Nessun regime imperiale lo è, e nemmeno potrebbe. Può però praticare l'ipocrisia – è normale. Ma non può essere democratico. Un regime imperiale è di necessità dittatoriale: è quello il suo DNA.

Traduzione per doppiocieco di Domenico D'Amico

martedì 15 marzo 2016

Un altro amico fascista

di Tonino D'Orazio

Si avvicine, a passi felpati e ricattatori, in Europa. Erdogan, presidente della Turchia, benvenuto nel club dei governanti fascisti di questa Unione Europea.
Si tratta di considerare anche quanta destra “normale” possa essere considerata fascista perché anti lavoratori. Il club aumenta, oltre l’Ungheria e la Polonia, chiaramente fasciste, rimangono altri paesi sul filo anti-lavoratori, come la Svezia (Eh sì!), l’Estonia, la Lituania, la Lettonia, la Danimarca, la Norvegia, il Belgio con al governo i nazisti fiamminghi, aspettando la Francia (?) ed altri in avvicinamento come in Germania.
Nel novembre 2014 l’Assemblea Onu vota una risoluzione contro la rinascita e la glorificazione del nazismo. Votano contro la risoluzione gli Stati Uniti, il Canada (allora governata dalla destra) e l’Ucraina. Mancava questa volta l’alleato fedele Israele, ma sarebbe stato troppo.
Quanto a Erdogan sono cadute tutte le remore per questo grande uomo amico, che fino a qualche giorno fa era considerato uno dei peggiori dittatori occidentali. A suo carico una islamizzazione del paese, vicino ai rigidi sunniti arabi più retrogradi, abolendo di fatto la laicità, una volta orgoglio del paese. Uccide e massacra l’opposizione politica del suo paese fino a chiudere il loro giornale, anzi direttamente ad impossessarsene. Sta massacrando una etnia, quella curda in modo spudorato, dentro e fuori i confini, in barba ad Onu (che non conta più nulla da anni) e Tribunale Penale Internazionale. (Già, lì finiscono solo i “nemici” degli americani!). Un vero genocidio negato. Gestisce il passaggio e il rifornimento in armi e denaro dei jhadisti dell’Isis, aiutando il terrorismo internazionale,  comperando il loro petrolio di contrabbando e organizzandone il traffico. Tutto ormai documentato. La sua Turchia rimane il passaggio, se non l’area di addestramento, di tutti i fanatici che vivono in occidente e vogliono, e vanno a far parte dell’Isis. Le bombe, di cui piangiamo le vittime senza ulteriori domande, provengono e passano da lì.
Cosa fa la nostra ipocrita Unione?
Invece dei 3 miliardi promessi ne aggiunge altri 3, e fanno sei, per cominciare, perché sperare che il flusso dei rifugiati diminuisca in Turchia,(ne “ospitano” a spese nostre già 3 milioni), senza vero armistizio in zona di guerra, è semplicemente impensabile. Sperare che ci tolga le castagne dal fuoco per non farci preoccupare più dei rifugiati è insensato. E’ una semplice dismissione del diritto internazionale e uno scandaloso scarico di responsabilità, con l’amoralità profonda che “con i soldi, si può tutto”. In realtà diciamo che Shengen si sta estendendo alla frontiera siriana e oltre, per prendere sempre più una configurazione guerriera Nato come cuneo nel Medio Oriente. Basta guardare una cartina. E’ l’intromissione guerrafondaia franco-anglo-tedesca nell’area, e sicuramente di posizionamento anti Russia. Giusto per scaldare i muscoli. Diciamo che in geopolitica questa situazione sta comunque creando non poche perplessità alla Serbia, “nemica” storica (per secoli) dell’avanzata musulmana nei Balcani. E sicuramente aiuterà il Brexit della Gran Bretagna dalla UE.
Scompare per incanto tutta la prosopopea verbale di questi ultimi tempi sui “diritti dell’uomo” in Turchia. Basta con queste storie socialiste e antiquate al mondo moderno. Infatti il tema è scomparso dai media europei, eccetto dalla BBC di Londra perché non ancora completamente addomesticata.
Inoltre viene  rilanciata (sostenuta da anni dagli Usa) l’adesione di un altro paese fascista, la Turchia, (97% del territorio in Asia) nell’Unione Europea, aspettando l’Ucraina, come “soluzione” al flusso degli immigrati, o Israele, sembra a noi affini. Cosa sarà di questi rifugiati faremo finta di non saperlo fra qualche tempo. Ma il tallone d’Achille rimane, e cioè che i passaporti turchi non hanno più bisogno del visto per l’UE. Quanti amici dell’Isis dormienti entreranno nei vari paesi europei con passaporto turco “legale”? Quale garanzia possiamo avere da un dittatore, e dai suoi servizi segreti, di cui conosciamo le efferatezze? La Merkel ha ceduto tutta l’Unione per le elezioni che si terranno in Germania in alcuni lander importanti questa settimana? Vale la pena ricordare che ben 5 milioni di turchi vivono in Germania e che, per rapporti commerciali, la Turchia è un partner indispensabile alla sua avanzata di “colonizzazione” economico-politica. Per la Grecia è fatta, non interessano più i problemi dei rifugiati che continuano a sbarcare o a morire. Qualche soldo e nuovi “campi profughi” bloccati ai confini.
Questo “accordo” con la Turchia sarà sufficiente a bloccare nei vari paesi europei l’avanzata delle formazioni nazi-fasciste disinnescando il problema e la paura dell’invasione degli immigrati nei paesi “ricchi” e ben pensanti? Ormai assolutamente no.
Se molti avevano pensato come il senatore repubblicano McCaine  (Frankfurter Allgemeine Zeitung, 14 febbraio scorso) “che la grande fuga siriana dalla guerra era una strategia di Putin per dividere l’Europa e inondarla di rifugiati”, devono considerarsi oggi soddisfatti di fronte alla potente unanimità dell’Unione a non cedere a quella straordinaria strategia, chiudendo e recintando tutto il possibile in nuovi “campi” di reclusione. Dalla fuga dalla guerra alla prigionia assistita.
Entriamo anche in un altro versante della situazione. L’obiettivo di grande umanità di Erdogan sta nel ventilato progetto di “costruzione” di una vera “città per i rifugiati”. Non nel suo territorio giustamente, ma in quello siriano, alla sua frontiera sud, creando così una zona di appropriazione, diciamo un protettorato all’infinito, di una parte del territorio siriano (suo mai celato obiettivo). Territorio  abitato in gran parte dai curdi con i quali sarà in guerra permanente di occupazione. Servirà ad evitare la presenza dissuasiva dell’aviazione russa per la sua filiera e i suoi traffici in quell’area di frontiera? Si entrerà in una fibrillazione internazionale continua? Con quei soldi, anche nostri, ci sarà persino questo nell’accordo di sostegno a Erdogan con un Bruxelles penosamente in ginocchio ?
Intanto l’Austria e l’Ungheria chiudono i valichi. A questo punto non si fidano di chi? La Merkel "No misure a discapito della Germania". E cioè? Li vogliono oppure no i rifugiati siriani? Perché pagano la Turchia affinché se li tengano dopo aver spalancato le braccia? Perché non se li vanno a prendere con convogli umanitari degni di questo nome? Magari ne prendessero anche un pochino da noi, almeno quelli che vogliono andarsene. Oppure semplicemente non accetta la “disubbidienza” alle sue direttive politiche. Immediata la reazione di Berlino che minaccia "reazioni" e “sanzioni” alle misure nazionali dei paesi “ribelli”. Anche il nostro nano minaccia e ricatta a ruota: "Solidarietà o basta fondi". Anche il negoziato con il primo ministro David Cameron risulta diplomaticamente  "più difficile del previsto". Ad alcuni si deroga e ad altri no? Gli stessi francesi, in realtà, resistono. Con la solita ambiguità di Hollande che declama che “non avrà mai nulla in comune con Erdogan”, dopo aver accettato tutte le sue richieste, ufficiali e segrete. Insieme alla Commissione. All’unanimità.
Mi sembra che siamo sempre più agli sgoccioli del diritto internazionale e partecipiamo attivamente al suo logoramento. Indubbiamente la UE è esplosa, e non potrà che cominciare ad essere più restrittiva, ognuno riprendendosi piano piano i propri giocattoli. Ma soprattutto disegnando una vera assenza di strategia a medio e lungo termine. Una navigazione giornaliera a vista e confusione massima. Un gran beneficio alla crescita delle destre in tutta Europa e al neoliberismo in genere.

sabato 5 marzo 2016

I miei siriani

  
 di Tonino D'Orazio 

I tuoi siriani, i suoi siriani, i nostri siriani, i vostri siriani, i loro siriani. Al declinarli in questo modo, ogni possessivo apre un capitolo di corresponsabilità. Dopo la nuova guerra in Libia, declineremo con: i miei libici, i tuoi libici, i nostri morti i loro morti, ecc…
In questa indotta situazione, per quanta fantasia abbiamo non riusciamo ad intravvederci la mano del fato, o che si possa chiamare solo petrolio. Non rischiamo nemmeno di pensare che la Siria sia sotto embargo occidentale (siamo anche noi, sono nostri) da cinque anni, e solo questo è già un disastro umanitario. Non hanno la forza ideologica di Cuba, anche perché tutti, con armi alla mano, vi hanno scorazzato impunemente, senza essere invitati, Onu o meno. Mai nessun paese è stato invaso in contemporanea da così tante nazioni, tutte socie della Siria nell'Onu.
Al Parlamento europeo, Gianni Pittella (capogruppo Pd), ha semplicemente costatato il luogo comune: “la situazione inumana nella quale dei rifugiati, degli esseri umani, vivono in Grecia o a Calais” (perché in altre parti stanno da re) e chiede “un’assistenza umanitaria urgente” da parte della Ue, cioè di se stesso. Sapendo, tra l’altro, che è già stata concessa dalla Commissione. Solo tempestività di apparire. L’assistenza sarà i miliardi, a noi negati, che daranno a Erdogan.
Anche gli Usa, che ovviamente in medio oriente non c’entrano nulla, chissà perché cominciano a inquietarsi. Il segretario di stato, John Kerry, dopo il suo giretto commerciale per una bella vendita di armi a tutti, e un buon “consiglio” sul da farsi a Renzi, ha parlato di “crisi mondiale” e non più “regionale” per i rifugiati in Europa. Ryan Crocker, ex ambasciatore Usa in Iraq e in Siria, ha sottolineato i rischi “esistenziali” che corre l’Europa, di fronte al “flusso di rifugiati” che potrebbe portare al “disfacimento dell’Europa come costruzione politica”. Loro non c’entrano e non è quello che volevano (sic!). Non sono i loro, adesso sono nostri i siriani.
L’Onu (un altro organismo che non c’entra nulla nelle guerre americane di Obama, se non altro per servilismo all’impero, omissione e tacito consenso) con il suo Alto Commissariato ai rifugiati, pontifica che l’Europa “è sull’orlo della crisi che essa stessa ha ampiamente provocato”. Giustamente, oltre gli americani (sempre che non c’entrano nulla) bisogna ringraziare i guerrafondai (a volte anche “socialisti”) francesi e inglesi. Noi seguiamo sempre a ruota, anche se questa volta, per la Libia, ci hanno spinto in testa, per solidarietà e corresponsabilità di club guerrafondaio. Niente Pilato questa volta.
La Ue pensa di sfuggire alle sue responsabilità con i soldi. Grande fantasia, ma cosa potevano pensare d’altro, (magari spingere a far cessare questa guerra), e in cambio di cospicui finanziamenti, spera di subappaltare ad Ankara il ruolo di guardiano e massacratore dei candidati all’esilio. Tutte le destre sono propense, non possono dirlo ufficialmente, a massacrarli per impedire il loro infido “viaggio”. Si rivolgono al boia Erdogan, pagandolo profumatamente. D’altra parte si fa lo stesso con i sicari e i mercenari. Poi una volta nelle tendopoli, in nome della caccia al “terrorista”, vai a vedere che succede. I siriani potranno scegliere di morire a casa sotto le bombe o “all’estero”, chissà come. Ma possiamo immaginare che Erdogan, manico del coltello in mano, non si accontenterà dei soldi, vorrà la copertura politica di neutralità per i suoi efferati bombardamenti in casa d’altri e poter continuare il genocidio curdo. A noi che importa, basta che fermi i rifugiati, nevvero? E poi siamo tanto amici insieme nella Nato.

La Grecia, sotto scacco e sotto ricatto, non può fare altro che accettare le proposte e i soldi. Ma questi non saranno gestiti da loro. Non si fidano, mentre di Erdogan sì, è sufficientemente nazista. E poi le forti tensioni che scaturiranno tra un popolo allo stremo e i rifugiati, che avranno almeno da mangiare, non potrà che fare bene, razzismo in salita, ad Alba Dorata. Un po’ come dai noi per Salvini, con slogan realistici che fanno presa: “Gli italiani in povertà e senza casa, e gli immigrati che vivono in ressort”. Anche se gestiti dalla malavita. Quelli sono i loro, e si può dire anche in termine di possesso. Ma per la Grecia il problema continua ad essere la Merkel. A metà marzo si vota in tre grandi lander tedeschi e l’impatto economico-psicologico dei rifugiati, in un primo momento accolti a “braccia aperte”, lascia intravvedere possibili e grandi incognite. Non è detto che non accetti di spingere la Grecia fuori da Shengen, anche se spergiura di no, quasi come un paese non Ue-land, dandogli quattro soldi, ricompattando però i paesi balcanici, più interessanti. Ci sarebbe poi anche la possibilità di chiudere fuori dai confini i macedoni e i bulgari recalcitranti. Sono deboli, sono paesi candidati all'adesione al paradiso Unione, facilmente ricattabili.Per la Grecia poi rimane sempre valido, per taluni esponenti tedeschi ed anche europei, il concetto, dopo averla divorata, della Grexit, cioè cacciare questo paese irrecuperabile malgrado tutti i “consigli” ricevuti; non si può chiedere indietro 1 euro in più per ogni euro prestato. Non esiste matematicamente e quindi non ce la faranno mai. In quel paese poi gli animi si stanno scaldando troppo e abbandonare quel “comunista” convertito di Tsipras al suo destino di spergiuro non dispiace politicamente alla troika di Bruxelles. Così imparano anche spagnoli e portoghesi.
Diceva un generale italiano in Istria: “I prigionieri affamati sono più ubbidienti”. Possiamo aggiungere tranquillamente che vale anche per i popoli.
Lo stesso Consiglio d’Europa considera la Francia a rischio per la diffusione di “discorsi di odio” e “constata un aumento considerevole del discorso di odio e, soprattutto, della violenza causata da razzismo e intolleranza”, con una crescita di “atti antisemiti e islamofobi”. Mi sa che pure i nostri amici di Israele non c’entrano nulla nella situazione siriana. L’estrema destra continua a mietere consensi, malgrado il socialista Hollande mostri i muscoli con i deboli e cioè lo sgombro feroce e iniquo del campo profughi, “la giungla” di Calais. Risultato, ora i 3.500 immigrati sono diffusi dappertutto sul territorio, pronti a ricongiungersi altrove per solidarietà di gruppo, cosa che succede sempre ai diseredati. Siamo animali sociali. Un numero ridicolo se si pensa che più di 130mila persone hanno già attraversato il Mediterraneo nei primi due mesi di quest’anno, per sfuggire dalle guerre, e molti sono diretti, volenti nolenti, dopo aver capito che in Italia non c’è più trippa per gatti e si rischia la schiavitù, nel centro-nord Europa. La Francia, che non è la disubbidiente Ungheria del fascista Orban, (quest’ultimo non a caso elogiato dalla Le Pen) non sta accettando il contingente di immigrati a lei riservato dalla Merkel. Problemi di politica interna. Già, c’è chi può e chi non può, in questa già disgregata Unione.
L’inglese Cameron del Brexit, pur avendo sganciato qualche misero milioncino a Hollande nel suo incontro di giorni fa a Amiens per far rimanere i rifugiati in Francia, sta più tranquillo, ha un muro di frontiera spesso burrascoso che si chiama Canale della Manica, il suo problema invece è l’enorme migrazione interna e legale dei cittadini comunitari, soprattutto polacchi e rumeni. Ma anche francesi e italiani. Oltre quelli mondiali del Commonwealth. Il suo paese non è comunque esente da una xenofobia in crescita. Un popolo in difficoltà fa sempre bene alle destre, trova facilmente il capro espiatorio che gli viene indicato.

giovedì 24 dicembre 2015

La Turchia dagli Ottomani agli Islamisti

di Tonino D’Orazio


L’impero Ottomano è sempre stato una spina nella storia europea, con una presenza militare, culturale ed economica. Era, ed è, una porta geofisica, (Costantinopoli-Bisanzio-Istambul) tra Europa, Euroasiatici e Medio Oriente, e tramite il passaggio dello Stretto Dardanelli o del Bosforo verso il Mediterraneo con la storia dei suoi popoli. Insomma il contatto di tre continenti.
Sconfitta dopo la prima guerra mondiale, poiché alleata dell’impero austro-ungarico, la Turchia rischia di scomparire e comunque gran parte dei suoi territori vengono suddivisi e ritagliati dalle nazioni vincitrici. Trattato di Sèvres del 1920. A seguito dello scoppio della guerra di Indipendenza Turca (contro gli invasori europei vincitori), dal 1923, la Turchia guidata da Atatürk diventa una Repubblica parlamentare unicamerale. Le sue istituzioni sono tuttavia fortemente condizionate dalle forze armate, il cui ruolo politico è stato fissato nella Costituzione laica da Atatürk  (Mustafa Kemal), ribadito nell'ultima Costituzione del 1982, ma emendata nel 1995 con la scelta dell’elezione del Presidente (che nomina addirittura direttamente i membri della Corte Costituzionale) a suffragio popolare. Parimenti il Parlamento viene eletto a suffragio universale (con sbarramento al 10%, ponendo fuori gioco le minoranze etniche e politiche).  Mi sembra  il sogno in atto di Renzi e della impunita e trionfante Boschi: unicamerale e, ultimo atto della P2 di Gelli, il presidenzialismo totale dell’uomo solo al comando. Alla Erdogan, attuale revanscista territoriale di parti del disperso impero ottomano, esempio luminoso di nuova dittatura democratica e guerrafondaia di questo inizio secolo.
Atatürk, mitico eroe protagonista della cacciata degli europei occupanti gran parte della Turchia, in rottura con l’eredità musulmana, riorganizzò lo stato in termini laici, (imponendo all’esercito di garantirlo), con uno sguardo alle democrazie europee, persino modificando la scrittura araba in alfabeto latino. Dopo la seconda guerra mondiale la Turchia entrò nella Nato in funzione antisovietica all’inizio della guerra fredda e nella “via del capitalismo” contro il comunismo. Alla caduta del muro di Berlino, la costituzione venne riformata e l’esercito golpista rispedito nelle caserme. Iniziava un nuovo periodo storico, con al potere il Partito della Giustizia, con principi islamici (eufemisticamente chiamati post-islamici), e con la richiesta di adesione alla Comunità Economica Europea (1987). Richiesta fortemente sostenuta dai sempre presenti statunitensi e dalla Germania (con già 5 milioni di turchi immigrati). Il timore dell’entrata di 80 milioni di musulmani nel cuore dell’Europa ha raffreddato (ancora oggi) le aspettative turche. Piano piano, il Partito della Giustizia, che pur aveva operato inizialmente delle riforme democratiche di tipo europee, scegliendo la linea neoliberista ha introdotto profonde ineguaglianze sociali, a riprova della sua ideologia deleteria, e riacutizzato rivalse etniche e territoriali mai sopite. La crisi irrisolvibile ha portato Erdogan ad un sempre maggiore autoritarismo e ipernazionalismo, anche utilizzando la coesione base della religione islamica, (nazionalismo che in genere, dappertutto copre il fallimento sociale del potere) fino all’ultima sfida aperta con la Russia, che, con il recente intervento militare, ha bloccato le sue mire territoriali sulla parte nord della Siria (e dell’Iraq, anche se quest’ultima in mano “autonoma” dei curdi e “protetta” teoricamente da quel che abbiamo visto questi giorni dagli americani), territorio una volta parte dell’impero ottomano e abitata ancora oggi in gran parte da siriani turcomani.  Non è indifferente o ingenua la decisione della Merkel di accogliere i “siriani” che avevano libero passaggio alle frontiere turche. Nemmeno indifferente l’intervento dei turchi e il sostegno, in tutti i modi, sia all’opposizione siriana che all’appoggio ai gruppi siriani dell’Isis (sunniti), ormai evidente a tutti. Il 93% della popolazione è di religione musulmana sunnita, come gli arabi sauditi, rimasti fedeli in tutto alla cultura, alla gestione politica tipo impero ottomano e all’alleanza con la Turchia.
Sul piano “rivoluzionario” Atatürk fonda la prima repubblica parlamentare del Medio Oriente; libera la donna dagli harem, diventando essa giuridicamente libera; diventa elettrice ed eleggibile; organizza l’abolizione dell’analfabetismo, facilitato dall’aver imposto l’alfabeto latino; organizza un esercito laico e al servizio unicamente degli interessi nazionali. Rimpiazza le vecchie leggi con il codice civile svizzero, il codice penale italiano, il codice commerciale tedesco e la procedura francese. Il meglio del pensiero europeo. Niente di inglese; questi avevano tragicamente spadroneggiato troppo in quelle terre. Non vestì mai più l’uniforme militare e adottò il motto:”Pace nel paese e pace nel mondo”. Si riconciliò con la Grecia, storica nemica. Firmo il trattato di amicizia con la Russia bolscevica. Purtroppo morì nel 1938 senza aver potuto “educare” completamente una nuova generazione di amministratori e un progressista apparato politico. Senza aver potuto completare l’obiettivo di portare il suo paese e il suo popolo, “arretrati”, alla civiltà, all’occidente. Ma il sentiero era, o sembrava, profondamente tracciato.
Il dopo la seconda guerra mondiale, con il tentativo dei russi di controllare lo Stretto del Bosforo, (1947), la Turchia si schiera con gli statunitensi e entra nella Nato. Da allora sarà la loro più fedele alleata. Inviò persino “guerrieri” turchi nella guerra di Corea. Ancora oggi è la più fedele insieme a noi. Si può ritenere che, siccome non hanno mai fatto un passo senza autorizzazione, come noi, la provocazione attuale alla Russia abbia sicuramente secondi fini programmati. Troppo facile pensare che Erdogan sia “matto”.
Cosa ne è oggi dell’eredità laica di Atatürk. Quasi più nulla, un po’ come la nostra Costituzione nata su principi ideali, ma inutili, se non contrari, ad un capitalismo prepotente e dilagante.
Vari periodi di dittatura militare (anni’60 e ’70 ma soprattutto il colpo di stato del 1980), distrussero tutti gli elementi di progresso del paese, dai sindacati ai partiti dell’opposizioni, non solo comunisti, ma anche socialisti e repubblicani. Furono aboliti i Diritti Umani, il parlamento, chiuse o riportate “all’ordine” le università, fu decretato il delitto di opinione per giornalisti e intellettuali.  Riapparve il terrorismo comodo dei gruppi fascisti (Lupi Grigi). Reiniziò il massacro, non ancora finito, delle popolazioni curde, popolo celato sotto la definizione di “turchi di montagna” per evitare la terminologia internazionale sul genocidio.
Le politiche neoliberiste, già dagli anni ’80 hanno cancellato il tentativo di equilibrio e di giustizia sociale predisposto dalla costituzione di Atatürk. Quindi essa fu modificata, non era più gradita al libero mercato nascente. In assenza di strutture sociali distrutte e con un ritorno ad una cultura islamica dilagante come potente movimento sociale e di azione politica, oltre che coesa in sostegno dovunque ai fratelli musulmani, (esempio agli islamisti di Hamas nella striscia di Gaza o in Egitto), la Turchia iniziò a regredire sul piano della laicità. Oggi il partito di Erdogan è un partito islamista e alcune regole di quella cultura cominciano ad incidere pesantemente sulla società. Compresa la concezione normale dell’autoritarismo di Erdogan e delle sue ripetute violenze e assassinii contro manifestanti e oppositori, (Parco di Gezi, 2013),  compresa  l’ultima strage, (stazione di Ankara, 95/125 morti in una manifestazione pacifista nell’ottobre scorso), sicuramente “di Stato” vista la sua tragica utilità elettorale. Puntuale, con tante analogie con la nostra ancora oscura storia italiana quando si rischiava di non essere più così fedeli agli statunitensi. Forse non c’è la sempre presente “pista anarchica”, ma le impronte ritrovate sui fiammiferi vicino all’ordigno esploso ci indica che più la balla è grossa più è forse credibile. Addirittura questa volta sarebbe l’Isis, infida e ingrata dopo gli aiuti ricevuti a rifargli la camicia pulita.
In rapporto all’islamizzazione un esempio sensibile sono, come sempre le donne, chissà perché nemiche storiche ma consenzienti in quella religione. Negli ultimi tre anni le spose sotto i 16 anni in Turchia sono state 181mila. Solo nel 2012, 20mila famiglie hanno portato all’anagrafe i documenti per accasare le loro figlie minorenni. Molti matrimoni vengono contratti in moschea con rito religioso, non ancora riconosciuto dalla legge turca, che ammette solo il matrimonio civile e quindi non sono nemmeno registrati. Saranno registrati dopo la maggiore età oppure la consuetudine religiosa creerà un immenso silenzio sul caso. Tra l’altro sono riapparsi da un decennio i fazzoletti obbligatori in testa alle donne se non il burka in alcune regioni. Abolito il diritto a l’aborto. Restrizione della vendita delle bevande alcoliche. (Grazie Coca-Cola!)
La Turchia ha scelto l’Islam come cultura politica e non quella dell’Europa. Atatürk e i laici hanno perso. In Italia anche i Partigiani e i loro morti. Avanziamo insieme verso un regime. Cioè torniamo tutti indietro.

lunedì 7 dicembre 2015

Le vittorie dell’Isis

di Tonino D’Orazio

Non parlo di quelle di conquista sul terreno. Quelle sono state evidenti, fino ad oggi, con un armamento occidentale sofisticato e moderno. Anzi direi “evidenziate”, quasi sponsorizzate mediaticamente, in questi anni e in barba al presidente legale della Siria Bashar al-Assad, nemico direi ad personam di Obama, Hollande, Cameron e soprattutto Erdogan. Tutte persone ovviamente disinteressate al petrolio, ai loro interessi e  all’occupazione di territori altrui, ma solo al rispetto dei diritti umani, lì e in genere nel mondo.
Certamente, a parte qualche cyber nautico di internet alla ricerca di più considerazioni e maggiore approccio alla verità, ne sappiamo tanto quanto hanno voluto dirci. Ora con l’intervento russo c’è un ritorno da boomerang. Inizia una particolare incertezza sui fatti di questi 4 anni di finta guerra tra realtà vera e quella “costruita”, se si può dire..
Intanto tutti i sondaggi confermano l’opinione della maggioranza degli italiani sulla positività dell’intervento russo. Gli unici che possono portare chiarezza in quell’area, anche se con una guerra pesante e risolutrice sul campo, dopo quattro anni che non ci facevano capire bene chi faceva che cosa. Cito questo esempio, non per essere filo russo, ma per un ragionamento psicologico di massa per cui si potrebbe finalmente vedere e credere la fine di quel feroce e raccapricciante “terrore” da tagliagole. Intanto militarmente, e forse con un leggero retrogusto vendicativo.
Le altre vittorie dell’Isis sono sul nostro modo di vivere, sul terreno occidentale, forse meglio dire europeo.
Intanto il terrorismo ha ristretto, in nome della nostra sicurezza, quasi tutte le nostre libertà personali, sia di relazioni (compreso internet), che di spostamento, che di privacy. Lo erano già prima del massacro di Parigi, ma quest’ultimo ne è diventato la scusa plausibile e accettata. I cittadini verranno “tracciati” (era una richiesta statunitense negata da anni dagli europei), con la condivisione dei dati di passeggeri aerei in entrata e in uscita dall’Ue, dei nomi, dei contatti e delle carte di credito (!) che saranno a disposizione dell’intelligence di tutti i paesi europei per sei mesi. (Sei mesi?? Ormai è fatta. Sicuramente per sempre, come avviene per le ridicole e umilianti perquisizioni aeroportuali attuali). Lo stato di emergenza è una sconfitta e rappresenta una società prostrata. In genere durante questo stato sono consentiti arresti domiciliari, perquisizioni senza mandato e limitazioni agli spostamenti delle persone. Inoltre sono già state vietate le manifestazioni di piazza. Presto si vedranno gli inevitabili abusi polizieschi verso quelli del “pensiero recalcitrante”, gli ambientalisti, i pacifisti, gli anarchici sempre colpevoli, i protestatari, le minoranze, ecc … La storia si ripete senza fantasia.
Secondo, il terrore ha distrutto una delle risorse culturali e di approccio interculturale più fecondo tra i popoli: il turismo. Fino a distruggere questa risorsa importante anche economicamente in paesi poveri come il nord  Africa, ma non solo. In Europa non ancora, ma sicuramente gli individui si spostano con meno cuor leggero. Evitano possibilmente i grandi assembramenti sociali di ritrovo o di trasporto. Molte attività sportive e di spettacolo sono state abolite o spostata a data da definirsi. Intere città sono state blindate per giorni e lo saranno ad ogni evento di massa. E’ vero che dappertutto il grido ufficiale da tutti i mass media è stato “non abbiamo paura”, ma la natura individuale della moltitudine non lascia scampo al dubbio costante dell’aleatorietà di essere fisicamente nel posto sbagliato nel momento sbagliato.  Un’angoscia latente e sotterranea. San Bernardino in Usa, accoltellamenti in metropolitana londinese … Più macchine individuali e meno trasporto con mezzi pubblici … Il guardarsi le spalle quando familiari e amici vi dicono:”mi raccomando, stai attento”. Un cambiamento di vita e di approccio, di diffidenza globale.
Terzo, in quanto a razzismo e odio, anche religioso, ci stanno facendo diventare come loro. Sono riusciti a potenziare in tutta Europa, facendole crescere, tutte le destre fasciste e xenofobe. Insomma i talebani europei  del capitalismo e del fondamentalismo anti progresso, retrogrado,  con la crescita di una cultura di relazioni umane molto schematica e povera, manichea. Lo vedremo con varie elezioni di questo mese di dicembre, cominciando dal FN della Le Pen, ad alcune importanti amministrative in Francia.
Quarto elemento, la natura sottile e adescante del concetto di entrata inevitabile in guerra sta aumentando. A sostegno degli amici, che non sempre sono amici perché attenti solo ai propri interessi e a volte perché sono un po’ pazzi e sconsiderati come Erdogan, e anche un po’ minacciosi e di parte come Obama. Non è bello avere capi di stato fascisti come “amici”, e non bisogna abituarcisi. Diciamo che se l’avversario finale diventa la Russia, evidentemente un po’ di timore nasce spontaneo anche per la nostra esistenza.  Diventiamo anche noi un campo, un’area di lotta geopolitica per interposte persone. Diciamo che il fondamentalismo islamico, anche quello ormai chiaro di Erdogan, non ci lascia tranquilli e potrebbe metterci almeno un po’ di ansia. Anche perché le provocazioni di Erdogan, non ultima l’invasione di territorio irakeno con truppe di terra, non dove c’è l’Isis, ma i kurdi vittoriosi dell’Isis, non possono che essere pianificate.
A meno che oltre l’Isis “sfuggito di mano” agli statunitensi stia sfuggendo anche il caro e avventuroso amico Erdogan. Ma ormai siamo in guerra con la Russia. Inglesi, americani, francesi, turchi e adesso anche la Germania bombardano la Siria rifiutando, e dichiarandolo, “senza alcun coordinamento” con la Russia. Devono tutti salvare l’Isis e la faccia. Troppe navi da guerra affollano il golfo siriano del mediterraneo. Manca un’ultima mossa per dichiarare formalmente la guerra tra la Nato e la Russia, il blocco, proibito dalle convenzioni internazionali, del Bosforo e dei Dardanelli alle navi russe. Allora Putin non avrebbe altre opzioni e sarebbe costretto ad intervenire.  Ma ormai è la Nato che decide se valgono o meno le convenzioni internazionali. A chi si farebbe ricorso? All’Onu? La storia insegna sempre, e gli statunitensi si “fanno aggredire” (es. Pearl Harbour dopo il blocco petrolifero ed economico per 8 mesi al Giappone, che nessuno sembra ricordare; oppure il falso attacco alle Torri gemelle; oppure le armi di distruzione di massa sempre inesistenti …) per iniziare le proprie guerre mondiali o locali. E Obama, non è uomo di pace, contrariamente a quello che molti credono. Mai sotto nessun altro presidente sono nati, cresciuti e sviluppati interventi di guerra, di nuove basi militari, nonché di caos politico internazionale e un programma mirato di occupazione armata mondiale. Qualcuno sta di nuovo mettendo in dubbio il dollaro?
E noi? E l’Europa? E’ da troppo tempo che non contiamo nulla e conteremo sempre di meno. Ne è esempio un evidente fantasma chiamato Mogherini. In realtà dobbiamo ritenere di essere una civiltà in fase di forte declino per non aver mantenuto in tempo la nostra storica autonomia culturale.