Visualizzazione post con etichetta Berine Sanders. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Berine Sanders. Mostra tutti i post

martedì 15 novembre 2016

Trump, il popolo di Sanders e l'alternativa all'oligarchia democratico/repubblicana

di Carlo Formenti da Micromega

Intervenendo sulle pagine del New York Times Bernie Sanders compie una lucida analisi delle ragioni della sconfitta di Hillary Clinton. Trump ha vinto perché la sua retorica elettorale ha saputo sfruttare la rabbia di milioni di ex elettori democratici, esasperati dalle élite del loro partito che ne hanno ignorato bisogni e interessi, che se ne sono fregate del fatto che le persone devono lavorare più ore in cambio di salari più bassi, che milioni di posti di lavoro se ne sono andati in Cina, in Messico o in altri Paesi in via di sviluppo, che i manager guadagnano trecento volte più di loro, che non possono più avere accesso a cure decenti per i propri figli né far loro frequentare scuole adeguate, che non trovano più abitazioni ad affitti accessibili, che la pensione è diventata un miraggio, ecc.
Dopodiché si chiede se Trump avrà davvero il coraggio di fare alcune delle cose che ha promesso in campagna elettorale: imporrà controlli severi sulle speculazioni finanziarie? Obbligherà l’industria farmaceutica ad abbassare i prezzi? Promuoverà massicci investimenti per ricostruire le infrastrutture senza preoccuparsi dell’aumento della spesa pubblica e senza tagliare la spesa sociale (come chiedono invece i suoi colleghi di partito)? Non darà il suo consenso a nuovi accordi di liberalizzazione commerciale come il TTIP (e quindi a nuove perdite di posti di lavoro per i cittadini americani)? Se dovesse mantenere queste promesse (che, ricordiamolo, erano presenti sia pure in forme diverse anche nel programma elettorale del senatore del Vermont) Sanders afferma che non gli farà mancare il proprio sostegno.
L’affermazione suona spiazzante, visto l’abisso ideologico che separa i due uomini politici, ma Sanders se la può permettere perché sa che le cose non andranno così, che Trump ha mobilitato la rabbia dei lavoratori bianchi poveri per rivolgerla contro le minoranze che stanno ancora peggio di loro, ma che non la scatenerà mai contro le banche, l’establishment politico e la casta dell’1% dei super ricchi. Come si è infatti visto, ha iniziato sfoggiare una maschera moderata sin dai primi minuti successivi alla sua elezione, per cui le borse e i media non hanno impiegato troppo tempo a tirare un sospiro di sollievo e a prendere atto che il Paese sarebbe rapidamente tornato al business as usual. “Non è nemico delle banche e anzi si circonderà di esperti consulenti finanziari come i suoi predecessori” scrivono gli uni. “Farà gli investimenti infrastrutturali promessi, ma li affiderà alle imprese private per non pesare sulla spesa pubblica”, aggiungono gli altri. “Forse non stipulerà nuovi accordi commerciali, ma non potrà spingersi troppo oltre sulla via del protezionismo per non entrare in collisione con la Cina”, argomentano altri ancora. Ma soprattutto: “taglierà le tasse più di Reagan” esultano tutti.
Come si vede un quadro al tempo stesso rassicurante (per le élite) e contraddittorio (come fare tutto ciò senza gonfiare a dismisura il debito pubblico e senza tagliare drasticamente la spesa sociale?). Resta il dato epocale: se è palesemente esagerato parlare di “fine della globalizzazione”, è altrettanto chiaro (come dimostrato anche dalla Brexit e dal cambio di rotta in politica economica annunciato dal nuovo governo conservatore di Theresa May) che si manifestano i primi sintomi di una inversione di tendenza; al punto che il direttore del Wall Street Journal Gerry Baker, intervistato dal “Corriere della Sera”, da un lato rassicura sul fatto che Trump “non è nemico delle aziende e della finanza”, dall’altro prende atto con preoccupazione che, d’ora in avanti, lo scontro politico sarà sempre meno fra progressisti e conservatori e sempre più fra globalisti e populisti.
Il che ci riconduce: 1) al fatto che sempre più forze tendono e tenderanno a convergere in un campo populista che, da destra come da sinistra, raccoglie la rabbia delle classi subalterne, trasformandola o in guerra fra poveri o in quella nuova forma di guerra di classe che è il conflitto alto/basso, popolo/élite; 2) alla necessità per il populismo di sinistra di chiarirsi le idee sulla strategia politica da adottare per opporsi alle élite neoliberiste e, al tempo stesso, per contendere l’egemonia al populismo di destra. Quali sono, per tornare allo scenario americano, le scelte di Sanders per affrontare il compito?
In un precedente intervento su queste pagine ho criticato la sua decisione di concedere il proprio endorsement a una figura politica corrotta e squalificata come Hillary Clinton adottando una logica “frontista” per difendere la democrazia contro la minaccia di destra rappresentata da Trump. Errore perché, come lo stesso Sanders ha ben spiegato nei suoi scritti e discorsi (vedi la sua autobiografia tradotta da Jaca Book), la “democrazia” americana (e lo stesso si potrebbe dire per la nostra) si è da tempo trasformata in un sistema oligarchico che non offre alcun reale potere decisionale al popolo. Errore perché la speranza di riformare dall’interno il partito Democratico si è rivelata illusoria (basti pensare allo “scippo” con cui l’establishment ha regalato la nomination alla Clinton) e apparirà ancora più illusoria quando Sanders la senatrice Warren e altri settori della sinistra proveranno a imporre un cambio di linea (le lobby che controllano il partito non lo consentiranno mai). Errore, infine, perché la rete di attivisti, comitati, sindacati, associazioni che si era coagulata attorno a Sanders ha vissuto con rabbia e frustrazione la scelta di appoggiare la Clinton, tanto è vero che non l’ha votata.
Una rabbia che oggi si esprime con le manifestazioni di piazza contro Trump le quali, contrariamente a quanto scrivono i media, non vedono protagonista un presunto “popolo della Clinton” (la mobilitazione è più forte proprio negli Stati dove la Clinton ha raccolto pochissimo) ma un “popolo di Sanders” che il senatore del Vermont avrebbe dovuto (e che ancora potrebbe) organizzare in vista della costruzione di una terza forza politica da opporre al sistema oligarchico democratico/repubblicano.

mercoledì 30 marzo 2016

Is democratic socialism the American Dream?

 

Each week, In Theory takes on a big idea in the news and explores it from a range of perspectives. This week, we’re talking about the rise of socialism.
John Bellamy Foster is editor of Monthly Review, an independent socialist magazine, and co-author with Robert W. McChesney of “The Endless Crisis: How Monopoly-Finance Capital Produces Stagnation and Upheaval from the USA to China.”
National income can be likened to a pie. If between one year and the next the pie gets bigger, everyone can have a bigger slice. But if, instead, the size of the pie stays the same, a bigger slice for some can only mean a smaller slice for others.
This helps us understand the present dismal state of the U.S. economy and the impetus behind Bernie Sanders’s electoral campaign, which is aimed at the needs of workers and working families. For decades, U.S. economic growth has stagnated, with each succeeding decade experiencing a lower rate of growth. Under these circumstances, the rapidly increasing income of those at the top — or what Sanders likes to call the “billionaire class” — is at the expense of the income shares (slices of the pie) of those at the bottom.
The 400 richest billionaires in the country now have more wealth than the bottom half of income earners, representing some 150 million people. The share of wages in national income has been falling while property income has been increasing. Jobs are more precarious. Vast numbers of people have dropped out of the labor force. Although official unemployment has decreased in the past few years, good jobs paying livable wages remain extremely hard to come by. More people are falling into poverty. A majority of students in public schools are now classified as poor or near-poor.
The political establishment, consisting of the duopoly of the Democratic and Republican parties, has been largely oblivious to the deteriorating conditions of the majority of people. Since the poor, including the working poor, are much less likely to vote and have little financial clout, they are easily discounted. Money dominates U.S. politics at every level. The Supreme Court’s 2010 Citizens United decision, which opened the floodgates to unrestricted large donations from the corporate rich, has enormously tarnished the image of American democracy. It is now common to hear that the United States is, to quote the memorable phrase of economists Paul Baran and Paul Sweezy in 1966, “democratic in form and plutocratic in content.”
It is this worsening condition of the U.S. body politic that accounts for the extraordinary phenomenon of Bernie Sanders’s campaign for president. Sanders portrays himself as a democratic socialist in the mold of the most radical phase of the Franklin D. Roosevelt administration, which proposed an Economic Bill of Rights to guaranteed full employment and economic security for all Americans.

martedì 29 marzo 2016

John Bellamy Foster: È il socialismo democratico il Sogno Americano?


dal Blog di Maurizio Acerbo 




Tra gli effetti del successo della campagna di Bernie Sanders c’è quello di trovare un articolo di un marxista come John Bellamy Foster, il direttore della Montly Review, sul Washington Post. Il socialismo tornerà di moda! Buona lettura!

Il reddito nazionale può essere paragonato a una torta, tutti possono avere una fetta più grande. Ma se, invece, la dimensione della torta rimane la . Se tra un anno e l’altro la torta diventa più grandestessa, una fetta più grande per alcuni può significare solo una fetta più piccola per gli altri.
Questo ci aiuta a capire il deprimente stato attuale dell’economia degli Stati Uniti e la tensione attorno alla campagna elettorale di Bernie Sanders che è incentrata sui bisogni dei lavoratori e delle famiglie che lavorano.
Per decenni, la crescita economica degli Stati Uniti è rimasto ferma, con ogni decennio successivo fare esperienza di un più basso tasso di crescita. In queste circostanze, il rapido aumento del reddito di quelli in alto – o di quella che Sanders ama chiamare la “classe miliardaria” – è a scapito delle quote di reddito (fette di torta) di quelli in basso.
I 400 miliardari più ricchi del paese ora hanno più ricchezza che la metà inferiore dei percettori di reddito, che rappresenta circa 150 milioni di persone. La quota dei salari sul reddito nazionale è in calo, mentre i redditi da capitale sono andati aumentando. I lavori sono più precari.
Un gran numero di persone hanno abbandonato la forza lavoro. Sebbene la disoccupazione ufficiale sia diminuita negli ultimi anni, dei buoni posti di lavoro che pagano salari vivibili rimangono estremamente difficili da trovare. Sempre più persone stanno cadendo nella povertà. La maggioranza degli studenti nelle scuole pubbliche sono ora classificati come poveri o quasi poveri.
L’establishment politico, costituito dal duopolio dei partiti democratico e repubblicano, è stato in larga parte noncurante del deteriorarsi delle condizioni della maggioranza delle persone. Dal momento che i poveri, inclusi i lavoratori poveri, sono molto meno propensi al voto e hanno poco peso finanziario, sono facilmente sottovalutati. Il denaro domina la politica degli Stati Uniti ad ogni livello. La decisione della Corte Suprema Citizens United nel 2010 che ha aperto le porte alle grandi donazioni illimitate da parte delle ricche aziende ha enormemente appannato l’immagine della democrazia americana. E’ ormai sentire comune che gli Stati Uniti sono, per citare la frase memorabile degli economisti Paul Baran e Paul Sweezy nel 1966, “democratici nella forma e plutocratici nel contenuto”.
È l’aggravamento di questa condizione del corpo politico americano che spiega lo straordinario fenomeno della campagna di Bernie Sanders per la presidenza. Sanders si ritrae come un socialista democratico dello stampo della fase più radicale dell’amministrazione Franklin D. Roosevelt che proponeva un Bill of Rights Economico per garantire piena occupazione e sicurezza economica per tutti gli americani.
Nel sostenere il socialismo democratico, Sanders ha promosso una politica pragmatica della sinistra. Le sue proposte comprendono un forte aumento delle imposte sulla classe miliardaria, studi universitari gratuiti e assicurazione sanitaria per singolo contribuente, che garantisce l’assicurazione sanitaria a tutta la popolazione, indipendentemente da posti di lavoro e dal reddito. Egli sostiene programmi di occupazione nella tradizione del New Deal. Tutte queste proposte rappresentano cose che sono state realizzate in altri paesi, in particolare dalle socialdemocrazie scandinave, dove le popolazioni stanno meglio secondo ogni indicatore sociale.
Con il raffigurarle come possibili qui, Sanders ha portato l’idea del socialismo – anche se di un genere moderato – dai margini verso il centro della cultura politica degli Stati Uniti.
La cosa più notevole circa il fenomeno Sanders è che, nonostante l’ostilità implacabile da parte dei guardiani dello status quo nei media – per esempio, Adam Johnson su FAIR.org ha documentato che il Washington Post ha pubblicato 16 storie negative su Bernie Sanders in 16 ore l’8 marzo – egli ha continuato ad attirare folle record. Ha anche ottenuto più voti di quelli sotto i 30 anni che Clinton e Trump messi insieme, puntando a un indebolimento del potere dei media delle corporations sull’informazione politica nella società degli Stati Uniti e sulla crescente influenza dei social media, almeno tra i giovani. Come ha riferito David Auerbach di Slate, “Il social networking online ha permesso ai sostenitori Sanders di rafforzare l’un l’altro le convinzioni, in modo che il generale shutout di Sanders dai media mainstream – e anche una buona dose di media di sinistra – ha permesso a Sanders di sopravvivere laddove sarebbe soffocato anche nel 2008″.
Se c’è una lezione più grande qui è la capacità di ripresa e la diffusa attrazione del socialismo con i suoi valori egualitari di base. Il socialismo ha sempre fatto parte della cultura americana. Senza dubbio turberebbe il partito repubblicano di oggi apprendere che uno degli scrittori politici preferiti di Lincoln era Karl Marx, articolista europeo per il giornale di Horace Greeley, la New York Tribune.
Nella visione di Sanders del socialismo democratico, una società priva della basilare uguaglianza e equità per ogni individuo non può essere considerata una società democratica, in ogni senso significativo. Una democrazia reale, viva conduce in direzione del socialismo. Per milioni di americani oggi, ciò che Sanders sta esprimendo nella sua idea di socialismo democratico non è altro che il sogno americano.



giovedì 10 marzo 2016

La follia nelle elezioni americane

di Tonino D'Orazio
 
Per la prima volta sono stupito dalle folle dichiarazioni dei due maggiori candidati alla presidenza degli Stati Uniti. Dalla virulenza xenofoba e guerrafondaia, in modo prevalente, del repubblicano miliardario Trump. E dallo sguardo allucinato e sorriso largo della Clinton che sembra non avere un cognome proprio. 
Due candidati che non hanno nulla a che vedere con il popolo né tantomeno con i semplici cittadini. Dalla terminologia usata si può intravvedere una vera paura da parte dell’etnia bianca, vista la manipolazione e l’utilizzo elettorale del colore della pelle degli individui e una strategia di odio e di xenofobia impressionante. Che non fosse più l’immagine del sogno americano e della democrazia, veicolata e potenziata culturalmente, ma falsamente, nel mondo intero per decenni, molti se ne sono accordi da tempo. Oggi tra guerre coloniali, sopraffazione di popoli e di religioni, anche amici spiati come noi, l’immagine si è persa per sempre. Esistono solo loro e basta. 
Abbiamo di fronte una Clinton che gioca alla mamma gentile e un cattivo cowboy, Trump, con la pistola puntata contro tutti, e un filo di follia nelle smorfie facciali. Una vera scena hollywoodiana, manca il governatore Schwarzenegger. Insomma una stupidità disarmante. 
Per la Clinton, guerrafondaia ebbra (viso raggiante indimenticabile) dell’assassinio di Ghedaffi in Libia, oltre allo slogan “E’ l’ora di una donna”, è quasi altrettanto ricca del miliardario Trump. E’ sostenuta da Barclays, Barclays Capitol, Goldman Sachs, de Citi, de Citigroup, dall’UBS, da Bank of California, da Bank of America (famiglia Rothchild e probabilmente la maggioranza della potente lobby ebraica), e bisogna aggiungere anche la fondazione, addirittura, Victor Pinchuk di Kiev. Un fiume di soldi oltre alla propria Fondazione Clinton già milionaria. Dietro, a sostegno ulteriore ci sono l’industria degli armamenti, Wall Street e la famosa diramazione con caratteristica mondiale chiamata la Trilaterale, nella quale sono presenti non pochi politici nostrani di rilievo. Il disagio sta nel simbolo, l’asinello. 
Trump è il cattivo nazionalista yankee, ricco già di eredità, uomo di affari nell’immobiliare già del padre, politico, personaggio televisivo (Fox News) famoso da 15 anni (alla Bruno Vespa). Prima un periodo democratico, poi repubblicano. I voltagabbana esistono dappertutto, sono il sale delle nostre democrazie. Sostiene apertamente il Ku Klux Klan e rilancia la supremazia della razza bianca, soprattutto anglosassone. Uomo scandalo, da gossip, travolge tutto e tutti sul suo passaggio. Il simbolo è l’elefante. Razzista dichiarato minaccia soprattutto i messicani (“stupratori e criminali”), i neri, i musulmani, le minoranze e anche le donne. (Però spera anche nel loro voto. Conosce l’anomalia masochista che a volte pervade il popolo quando sbaglia obiettivo). Propone per gli Stati Uniti un ritorno a maggiore potenza mondiale (“Render l’America ancora grande, in realtà lapsus di una evidente difficoltà odierna), minaccia soprattutto la Russia (per i cinesi ci va cauto ma è pronto a barricate doganali mondiali), e in Europa di dare maggiore forza alla Nato. Dichiara di voler bombardare la “merda Isis”. Stimola un odio maggiore tra bianchi e neri, rilancia il conflitto razziale, e quello religioso verso l’islam, elementi che tra l’altro, stanno trovando spazio anche in Europa. 
Due candidati che viaggiano con il 40% della popolazione americana iscritta nelle liste elettorali e poi, in realtà, con una percentuale inferiore, a volte di molto, di quelli che effettivamente votano. 
Ma che succede nel ventre molle del popolo statunitense per avere di fronte questi due candidati. Intanto l’innovazione sta proprio nell’ascesa di Bernie Sanders, il candidato “socialdemocratico” del partito democratico. Sconfitto, ovviamente, il sistema pre-elettorale non permette altro, ma questa volta con grande onore e consenso. Soprattutto dei giovani, su tre concetti: sanità per tutti, abolizione delle tasse universitarie (si può spendere anche 100.000 dollari per un corso di diploma-laurea, per cui si è indebitati, spesso con le banche, prima ancora di poter guadagnare), servizi social allargati con ridistribuzione della ricchezza (tassando i super ricchi). Esiste forse un frutto del “Occupy Wall Street”? Oppure il numero dei poveri aumenta fortemente tra la classe media? 
Allora questa scelta di migliaia di giovani, di lavoratori, di strati sociali deboli, indica che devono attraversare un vero momento di grande difficoltà. Se è vero che in genere una massa monetaria non varia molto, per osmosi, se va verso l’alto diminuisce sicuramente in basso. Al super arricchimento di taluni risulta l’impoverimento di molti. Il neoliberismo feroce deve aver colpito anche molti americani per rivolgersi ad un socialista, parola quasi proibita in quel paese, visto che corrisponde quasi a comunista, cioè terrorista del capitalismo. 
Ha sicuramente ragione l’acuto Noam Chomsky che nell’analizzare la situazione indica nell’etnia bianca soprattutto un senso di grave assenza di speranza e una allarmante percentuale di mortalità negli individui meno acculturati. Trova che nel voto a Trump si mischiano sentimenti profondi di collera, di paura nell’avvenire, di frustrazione se non di disperazione. Dice che in realtà, con tutti i mezzi eccezionali e tecnologici che hanno, per la sanità, l’aspettativa di vita di un americano bianco (non ricco) è di gran lunga inferiore a tanti altri paesi. Mentre altri gruppi etnici vivono più a lungo. Non si muore più tradizionalmente di infarto o di diabete, ma in una epidemia di suicidi, di malattie del fegato dovute all’abuso di alcool, di overdose di eroina e di oppiacei ottenuti anche con ricette. Tra l’altro la povertà attuale la si può paragonare a quella della grande depressione del ’29, e degli anni ’30, negli effetti devastanti. Ma oggi senza vera luce nel tunnel. Trump, infatti, promette di ripristinare: un mondo in cui i bianchi siano al centro di tutte le cose negli Stati Uniti (nella misura in cui già non lo sono), e la loro posizione dominante, affinché i loro privilegi e poteri siano incontrastati. Tanto è vero che il sociologo Seymour Lipset parla di "autoritarismo della classe operaia bianca” in una situazione precisa di “teoria del terrore” che Trump sta gestendo alla grande. Questa gestione del terrore suggerisce che i conservatori sono autoritari e particolarmente inclini ad amare "la bandiera, le pistole, Dio e la religione". Un sondaggio nel South Carolina di elettori alle primarie sul probabile candidato repubblicano, condotto dal Public Policy Polling e rilasciato il 16 febbraio scorso, ha rivelato che il 10 % crede che i bianchi siano una razza superiore; il 20 % crede che i gay e le lesbiche non dovrebbe essere consentito vivere nello Stato; Il 60% crede che i musulmani debbano essere banditi dal paese; e il 29% pensa che gli schiavisti del Sud abbiano vinto la guerra civile americana. L’ascesa del miliardario Trump sta però creando grandi perplessità nel popolo americano in generale e nel partito repubblicano in particolare. Eliminare la pericolosa "Trumpmania" diventa di loro responsabilità. Ma, in realtà, non hanno chiaramente il coraggio e i mezzi per farlo. I conglomerati finanziari sono preoccupati dalla demagogia radicale del loro rappresentante, anche se “vincente”, ma impresentabile al mondo. Gli affari, soprattutto peggiori, si fanno nelle segrete stanze delle lobby, non in piazza, e non strombazzando. In periodi di crisi l’uomo forte e autoritario viene sollecitato dal populismo e tutti sono propensi a credere, e ve ne sono le premesse, che sia giunta anche l’ora degli Stati Uniti. Per ripristinare un impero in sfacelo ci vuole un condottiere, con il culto della personalità. Alla direzione repubblicana si rendono conto che l’ascesa dell’uomo veramente solo al comando potrebbe avere implicazioni minacciose per il loro sistema democratico, dove sono ristrette lobby e oligarchie a comandare, non il presidente, e poco il Congresso, se non tra mediazioni varie e di spartizione. Solo così si spiega che alle elezioni del middle term, se il presidente è repubblicano molto spesso il Congresso è a maggioranza democratica e viceversa. A noi non resta che stare a guardare, senza grande tifo e illusioni, perché tra i due candidati il punto in comune che nessuno può toccare sono gli interessi vitali degli statunitensi contro tutti, ma sperando che questa nuova zuppa autoritaria non travasi culturalmente anche in Europa. Però noi, in genere, ormai siamo segugi dell’ideologia socio-economica transatlantica e facciamo parte integrale di questo patto.