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sabato 19 novembre 2016

LA SCONFITTA DELLA CLINTON, LA VITTORIA DI TRUMP. UN’ANALISI PROGRESSISTA

Will Denayer, 12 Novembre 2016 da Hubu Re via  vocidallestero
 


Da Flassbeck Economics una bellissima analisi progressista del risultato elettorale USA. Mentre l’establishment del partito democratico si affanna a scaricare sulla popolazione la colpa del fallimento e a ribadire la propria superiorità morale, l’autore ne denuncia l’ipocrisia e il ferale ruolo nel giustificare ideologicamente le infamie del liberismo. La vittoria di Trump è una grande sconfitta, ma è il primo passo verso il rifiuto delle attuale politiche bipartisan pro-élite, che vanno sostituite con vere politiche sociali e keynesiane.*




  
Introduzione

Secondo la disgustosa superiorità morale degli opinionisti più accreditati (una professione che dovrebbe essere vista con sospetto in ogni società aperta – non si tratta di giornalisti in alcun senso del termine) la vittoria di Trump è dovuta ai razzisti, ai bigotti, ai misogini, agli stupidi, agli hacker russi, all’FBI, a Wikileaks, a Jill Stein, eccetera. I liberali, di fronte all’indicibile stupidità delle masse, scuotono per lo sconcerto le loro incredule teste. L’unica cosa che non vogliono mettere in discussione è la loro incapacità di riflessione, la loro mancanza di empatia, la loro stessa ipocrisia. Se i liberali non avessero voluto che la bestia vincesse, non l’avrebbero dovuta creare. Se questa elezione vi mortifica è perché non vi siete scandalizzati abbastanza per ciò che l’ha preceduta.

Sembra che io non sia l’unico a considerare la Clinton una mina vagante e una pazza pericolosa. Secondo John Steppling, i potenti d’America la vedevano allo stesso modo e l’hanno lasciata affondare (leggete qui). Suona abbastanza incredibile, finché non ci pensate su. Molto è stato detto riguardo la lettera del direttore dell’FBI, Comey, due settimane prima delle elezioni, ma fu il Wall Street Journal a rivelare i comportamenti fraudolenti e corrotti della Clinton. Steppling scrive che l’establishment finanziario si è diviso sulla Clinton e che c’è stata un’ulteriore divisione tra i Capi di stato maggiore e il Pentagono dove, viene riferito, molti non erano d’accordo con i sogni della Clinton riguardo una no-fly zone in Siria. 
C’era una seria preoccupazione tra i militari che la mancanza di giudizio della Clinton sulla guerra fosse decisamente pericolosa. In altre parole, scrive Steppling, si era creata in ogni settore della struttura politica una crescente paura che la Clinton fosse la vera mina vagante in queste elezioni (leggete qui). Repellente per natura e fuori controllo riguardo la guerra: sono stati il Wall Street Journal, il Pentagono e i Capi di Stato maggiore che alla fine hanno affondato la Clinton. L’idea del suo dito sul bottone nucleare era insopportabile (leggete qui). Il futuro ci dirà se ci saranno altre conferme in questo senso. Io, per quel che vale, non ne sarei affatto sorpreso.



Le ragioni per cui la Clinton ha perso le elezioni sono: Hillary Clinton, la corruzione del Comitato Nazionale Democratico e, soprattutto, il neo liberalismo e il neo conservatorismo di un establishment del Partito Democratico marcio fino al midollo. La Clinton non aveva programmi che non fossero una continuazione degli attuali, e ancora più guerre. Ma l’America non ne può più dello status quo e, sebbene questo possa essere difficile o impossibile da capire per i liberali, l’elettorato americano non vuole rischiare una guerra con la Russia (leggete anche qui).


Neo liberalismo, neo conservatorismo e globalizzazione in carne e ossa

Trump ha vinto nella fascia della ruggine dell’Est, nel Michigan, in Wisconsin, in Ohio e in Pennsylvania. Questi stati una volta erano stabilmente democratici. Oggi tre di essi hanno un governatore repubblicano. La Pennsylvania ne ha avuto uno in passato. La Pennsylvania è stata, ironicamente ma non senza arguzia, descritta come Filadelfia all’est, Pittsburgh all’ovest e l’Alabama nel mezzo. Io ci ho vissuto. Non è più il primo mondo. E’ un cinematografico e spesso surreale paesaggio di piccole città in cui nulla è rimasto se non fabbriche vuote, infrastrutture lasciate ad arrugginire da trenta e più anni, persone impoverite, disperate, intorpidite o mezze matte per i tranquillanti, le droghe o l’alcol. 
Molti non hanno i mezzi per dare la colazione ai bambini, che vanno a scuola affamati, “se” vanno a scuola. Per molti la scelta è tra mangiare e pagare l’affitto. Dimenticatevi la sanità. Tutto questo in uno Stato che fu l’epitome del sogno americano: pieno di posti piacevoli e ameni, con un’enorme infrastruttura industriale, piena occupazione, buoni salari, sindacati forti, gente che lavorava duro, istruzione a portata di mano, mobilità sociale. Salvo qualche centro urbano, qualche sobborgo nelle aree suburbane, qualche comunità isolata, la Pennsylvania è il neoliberalismo in carne e ossa, un mondo in rovina, un puzzolente cimitero umano ed ecologico, qualche prigione qui e là, e il fracking ovunque. Tutto questo e gli oscenamente ricchi nelle loro tenute e sui loro yacht della Costa occidentale che hanno mostrato il dito medio alla gente negli ultimi 30 anni (leggete qui).





Come ha chiesto Glen Greenwald:
“Perché mai si dovrebbe pensare che una candidata che è la personificazione dell’Establishment del Potere Globalizzato, che letteralmente affoga personalmente e politicamente nel denaro di Wall Street, dovesse avere un “appeal” elettorale?” (leggete qui e qui – è sempre stato chiaro che parte dei sostenitori di Sanders non avrebbe mai votato per la Clinton).

Già, perché? Trump in Pennsylvania ha detto che il sostegno dei Clinton al NAFTA ha aiutato a distruggere gli stati industriali dell’alto midwest. Su questo non c’è alcun dubbio. La Clinton ha sostenuto il TTP e altri “accordi commerciali” che sconvolgeranno ancora di più le vite della gente. Il presidente Obama spenderà i suoi ultimi giorni di mandato per spingere il TTP (leggete qui).

Trump invece lo ha capito subito. A Detroit ha minacciato la Ford che se fossero andati avanti con il loro piano di dismissioni e di trasferimenti verso il Messico, avrebbe sbattuto in faccia una tariffa doganale del 35% su ogni auto prodotta in Messico ed esportata negli Stati Uniti. A Pittsburgh, Trump ha chiesto alla Apple di produrre i suoi I-Phone negli Stati Uniti invece che in Cina. Che cosa è successo? Che la maggioranza degli iscritti ai sindacati e delle loro famiglie in questi quattro stati ha votato per Trump. La gente ne ha abbastanza e se il sistema è così truccato che la scelta deve essere tra Clinton e Trump, loro sceglieranno Trump. 
I democratici hanno creduto alle loro stesse bugie, hanno nutrito le loro stesse illusioni: “per ogni operaio democratico che noi perdiamo nella Pennsylvania occidentale, conquistiamo due o tre repubblicani moderati nei sobborghi di Filadelfia” diceva Schumer, uno stratega democratico, a luglio. Un altro stratega, Terry, twittava “ Voglio dire a voi sostenitori di Bernie che non appoggerete Hillary alle presidenziali: non abbiamo bisogno di voi. Dico davvero. Credetemi: non ne abbiamo bisogno”.


Oggi i democratici e i loro stenografi, gli apologisti del disordine globale neoliberista (ossia: il Guardian) stanno sputando fuori la favola della ”supremazia bianca” della Pennsylvania. Ma questa elezione non riflette la questione della razza. Non è il risultato di un razzismo che, a sentir loro, è salito a livelli mai visti negli ultimi anni. Questo non significa che questa patologia non esista. Naturalmente esiste, e siccome qualcuno deve essere il capro espiatorio, perché non i neri e i poveri? 
Tuttavia non c’è una ragione per credere – e lo provano gli alti livelli di approvazione di Obama che sono inconciliabili con la descrizione degli Stati Uniti come una nazione intossicata dal razzismo – che l’America fosse meno razzista nel 2008 o nel 2012. La maggior parte degli elettori di Trump sono bianchi, come la maggior parte degli elettori di colore ha sostenuto Obama. Questo prova una divisione razziale, non il razzismo. Come ha scritto Cohn sul New York Times “La Clinton ha subito le sue sconfitte più pesanti nei luoghi dove Obama era andato meglio tra l’elettorato bianco. Non è una semplice storia di razzismo” (vedete qui).
Ovvio che non è una semplice storia di razzismo. La vittoria di Trump è un colpo di coda contro la globalizzazione. E’ certamente una rivolta contro l’ordine liberale. Non sto dicendo che gli elettori di Trump abbiano capito tutto e che il razzismo non c’entri nulla, certamente c’entra, c’entra sempre. Nessuno ha capito tutto. Ma gli elettori di Trump hanno capito molto bene che le istituzioni li hanno abbandonati, che molti di loro sono finiti in gravi difficoltà e che i liberali non hanno fatto nient’altro che marginalizzarli e insultarli – questo è lampante. 
Certo, la vittoria di Trump è in un certo senso una ritirata nella misoginia e in un brutto razzismo. Certamente Trump ha detto cose indecenti e inaccettabili. Per questo i liberali lo chiamano fascista. Ma non hanno mai chiamato Obama in nessun modo, nonostante Obama abbia deportato milioni di persone. Obama non ha mai fatto una sola cosa, assolutamente e letteralmente una, per fermare le scandalose uccisioni della polizia. Obama ha bombardato sette paesi durante il suo mandato senza l’approvazione del Congresso (sulla base dei decreti Bush del 2001). 
Dov’erano i manifesti “Non è il mio presidente” quando Obama decideva di iniziare una guerra? Certo, tutto questo è assolutamente banale, ma è estremamente rilevante perché anche Obama è da incolpare, la grande speranza nera che ha passato otto anni a dimostrare quanto fosse legato all’ortodossia liberale in politica interna e all’agenda neocon in politica estera (leggete qui).



Mentre i liberali osannano Obama, è chiaro a chiunque non sia pagato per non vedere che dopo otto anni niente è migliorato per la popolazione nel suo complesso – il popolo dei lavoratori, molti dei quali non lavorano a meno che voi crediate alle statistiche ufficiali – e che molte cose vanno molto peggio. Questa è la nazione più ricca della terra, ma metà di essa vive vicino o sotto il livello di povertà. Andate a dire in Pennsylvania – che non è il caso peggiore di gran lunga – che Obama ha fatto un buon lavoro. Andate a dimostrare la vostra disconnessione dalla realtà.

Come scrive giustamente Jonathan Cook, Obama ha salvato un sistema completamente corrotto e criminale col risultato che una sottile, e già pornograficamente ricca, élite è diventata più ricca. Questi plutocrati riciclano vaste somme ai lobbisti per comprarsi gli accessi e i controlli che rendono irrilevante la voce degli americani qualunque. Non è certo una questione di opinioni, esiste una solida letteratura scientifica a riguardo. 
La guerra al terrore di Obama ha fatto in modo che ogni giorno fosse un giorno di paga per l’industria delle armi – come dice Cook, sganciando bombe indifferentemente sui jihadisti e sui civili, mentre riforniva gli stessi jihadisti di armi per poter uccidere più civili, in interminabili guerre senza fine (leggete qui). Se qualcuno si chiede perché tutto questo sia successo, si tratta sicuramente di un “estremista” di sinistra o un “idiota” di Trump.

Il Comitato Nazioale Democratico e l’establishment democratico sono stati così stupidi da lasciare che la Clinton declamansse la sua priorità assoluta, una no-fly zone in Siria. I lavoratori soffrivano di precarietà, disoccupazione, salari calanti, perdita dell’abitazione, dipendenze da sostanze, senza avere protezione o aiuto da parte del governo da trent’anni ormai. A questa gente non frega niente di una no-fly zone in Siria. Che cosa voleva inoltre la buona vecchia Hillary, la grande speranza liberale? La privatizzazione della sicurezza sociale (leggete qui). E’ davvero un mondo strano, insieme sorprendente e terrificante.



L’attacco al liberalismo

E’ evidente che né il partito Repubblicano né i Democratici servono gli interessi della popolazione. Da un punto di vista progressista, prima ci liberiamo della illusione che i democratici siano in qualche modo “migliori”, più socialdemocratici, più keynesiani, meglio sarà. Ma non leggerete questo sul Guardian ( e figuratevi su Repubblica n.d.t). Voi leggerete di “ una crisi senza precedenti del sistema politico” “del sorgere del fascismo” della “rivolta degli incompetenti” e del partito Democratico come la personificazione della ragione e della civiltà. 
Nessuno è più bravo nel nutrire queste illusioni dello stesso Obama – bei discorsi, una impressione di decoro umano, liberalismo, valori progressivi, diritti civili, eguaglianza, crescita, lavoro, sanità sostenibile, progresso, comunità, democrazia per il mondo, libertà, globalizzazione, risposta al cambiamento climatico (leggete qui).

Questo è il disco rotto di un sistema completamente corrotto e criminale. Oggi , gli ideologi stanno scrivendo la loro spazzatura condiscendente sugli “idioti” di Trump con la tipica arroganza liberale dei (relativamente!) meglio istruiti che confondono una laurea con il diritto di insultare le vittime delle politiche che hanno sempre sostenuto ideologicamente. Il loro discorso malato è tutto a proposito di cafoni, bigotti e razzisti. Non parla delle élite, delle banche, del sistema politico corrotto o da dove vengono fuori i cafoni, naturalmente no. 
Come disse Abraham Lincoln non potete mentire a tutti e per sempre. Tanti americani non ne possono più di questi scribacchini, delle loro menzogne senza fine, della loro arroganza e della loro ipocrisia. Non ne possono più di neoliberalismo e della guerra (guardate qui una interessante intervista a Pilger).


Non esiste un punto di vista in cui l’elezione di Trump non sia un disastro. Ma se è per questo, quand’è l’ultima volta che una elezione americana non è stata un disastro? Questa elezione è stata la scelta tra i due disastri, Clinton o Trump. Trump ha detto in una delle pubblicità di chiusura nella campagna elettorale “il nostro movimento sta nel rimpiazzare un establishment corrotto e fallimentare con un nuovo governo controllato da voi, dal popolo americano”, un annuncio che era immediatamente seguito da immagini flash di K street (la strada di Washington dove lavorano i lobbisti n.d.t) Wall Street e del CEO di Goldman Sachs, Lloyd Blankfein


Il team di transizione presidenziale di Trump è una summa di lobbisti, che coinvolgono le Industrie Koch, Disney, Goldman Sachs, Aetna e Verizon. Molti altri commessi viaggiatori delle corporation sono stati chiamati a gestire la transizione. Il nuovo capo dell’EPA (l’ente per la protezione dell’ambiente n.d.t.) è il super negazionista climatico Myron Ebell (leggete qui). Il Vice presidente eletto Pence  è un fondamentalista cristiano. Male, molto male.

Ma io non posso esimermi dal pensare che ci sono anche delle buone notizie. Ieri in una intervista al Wall Street Journal, Trump ha ipotizzato un allontanamento dalla politica dell’attuale amministrazione Obama di cercare dei gruppi di opposizione “moderata” siriani da sostenere nella cosiddetta “guerra civile” in Siria. “ In questo momento stiamo sostenendo dei ribelli contro la Siria e non abbiamo idea di chi siano….Io ho avuto una visione opposta rispetto a molti sulla Siria”. Ha ipotizzato una maggiore attenzione al combattere l’ISIS, in Siria, piuttosto che avere come priorità il defenestramento di Assad. Credo si tratti di un miglioramento, molto meglio di qualsiasi cosa il Nobel per la pace abbia mai fatto. Cosa leggerete riguardo a questa intervista sui giornali (nello specifico il New York Times e il Guardian, che hanno rullato i tamburi della guerra per mesi, esattamente come nel 2003)? Niente.

Si, è tutto molto preoccupante. E chi è preoccupato, fa paragoni. Due settimane fa, le mail di Podesta trapelate ci hanno fornito una visione del grande buco nero, dell’anima scomparsa del Partito Democratico. Queste mail mostrano esattamente dove sta il vero potere e quindi il vero problema: Froman, un dirigente della Citibank, scrivendo da un indirizzo della Citibank nel 2008, fa i nomi della maggior parte del governo Obama, ancor prima che la grande elezione della speranza e del cambiamento fosse vinta (questo può, casualmente, spiegare perché Citibank è stata salvata, sulle spalle dei cittadini, metà dei quali fa la fame o ci è vicina) (leggete qui).

Come scrive Greenwald, fin dagli anni ottanta, le élite in Occidente si sono appropriate di tutta la crescita e hanno chiuso le orecchie quando qualcun altro parlava (leggete qui). Dall’inizio della “ripresa” negli Stati Uniti, più del 90% di tutta la crescita è andato all’1%, e soprattutto allo 0,01% che non è mai stato così ricco e non è si mai arricchito così velocemente nella storia. Dopo più di 30 anni di carnaio sociale in senso stretto, di disastro ecologico su scala globale, e di una economia globale a pezzi, le élite osservano con orrore e incredulità la ribellione dei votanti. 

Che cosa si aspettavano? Il loro gioco è sempre stato quello di demonizzare le vittime della loro disfunzionalità, dei loro furti e guerre e di delegittimare le loro proteste. E’ indiscutibile , scrive Greenwald, che le istituzioni in Occidente hanno, per decenni, senza interruzioni e con assoluta indifferenza, calpestato lo stato sociale e la sicurezza sociale di centinaia di milioni di persone (leggete qui). Hanno completamente ignorato le vittime della loro ingordigia, tranne quando queste vittime si sono fatte sentire un po’ troppo. Allora provvedevano a condannarli sdegnosamente come trogloditi, diventati i giusti perdenti nel glorioso gioco globale della meritocrazia – gli “idioti” di Trump”. (leggete qui). 
Tuttavia le cose adesso sono chiare. Il vaso di Pandora si è scoperchiato e non si chiuderà: maggiore il neoliberalismo maggiori le ribellioni delle popolazioni (leggete qui e qui). Il centro non terrà, non ci sono dubbi in proposito.

La verità riguardo a questa elezione è che Sanders è stato fatto fuori dalla Clinton e dal suo corrotto cerchio magico. La Stein è stata resa invisibile da un sistema elettorale corrotto. Non sono contento che Trump abbia vinto, nemmeno lontanamente. Ma sono contento che la Clinton abbia perso. Quelli che non lo capiscono ignorano quello che è smaccatamente in piena luce: che la Clinton è in tasca ai banchieri e ai venditori di armi anche più di Obama (ammesso che sia possibile) (leggete qui).

Se c’è una cosa che non capisco è come il partito Democratico pensava di farla franca. Ecco qui questa donna scostante, che riceve milioni di dollari di assegni dai Sauditi, che intasca 250mila dollari per tre quarti d’ora di discorsi segreti su Wall Street, apparentemente senza la minima preoccupazione di come questo potesse nutrire il risentimento nei confronti suoi e del partito, che si mostravano essere lo strumento corrotto del mantenimento dello status quo dei ricchi e potenti (leggete qui). 
Tanti americani sono terrorizzati da questa decadente aristocrazia di zombie politici – un altro segno è che Jeb Bush non sia andato da nessuna parte. Gli americani non vogliono un altro Bush. E non vogliono neanche un altro membro dei Clinton.



Bisogna guardarsi indietro per valutare con esattezza l’ascesa di Trump al potere. Sotto il secondo Bush e Obama, l’America è diventata un paese in cui le autorità legali permettono al Presidente di condurre guerre clandestine. Coloro che sono spaventati da un golpe di Trump ignorano fino a che scandaloso punto Obama ha eroso il potere legislativo. E’ diventato possibile imprigionare persone senza processo, prendere di mira persone per assassinarle (anche se sono cittadini americani) senza controlli. 
Le agenzie statali nel settore della sicurezza agiscono come gruppi para militari (leggete qui). Il sistema penale consente imprigionamenti di massa. Il sistema di sorveglianza elettronica è diventato illimitato (leggete qui). Sia Bush jr che Obama hanno sfruttato la “dottrina del segreto di stato” per mettere al riparo le loro politiche più controverse dal pubblico americano (leggete qui). Questo non è un argomento “Repubblicani contro Democratici”. Come i conservatori hanno applaudito la gestione del potere di Bush, così i liberali hanno esaltato i decreti di Obama.

L’inganno è andato avanti per moltissimo tempo, probabilmente da sempre, ma sembra che la storia stia dando ragione alla visione di LincolnE’ stata tutta una bugia – dal macellaio dei Balcani, alle armi di distruzione di massa di Saddam, al genocidio di Gheddafi, alla necessità di intervento umanitario in Siria- niente di questo era vero (leggete qui). 
Come Steppling enfatizza, NIENTE di tutto questo era vero (leggete qui). I liberali e gli abbienti restano indifferenti alle sofferenze fino a quando non sono le loro sofferenze. Stavano abbastanza bene da ingoiare tutto questo. Quando è apparso evidente che il Comitato Nazionale Democratico stava falsando le primarie, hanno fatto spallucce. E allora? L’obiettivo era tenere fuori la bestia dalla Casa Bianca. Ma sono loro che l’hanno creata. I liberali non hanno avuto niente da dire – letteralmente niente – sulla Clinton che sghignazzava davanti all’assassinio di Gheddafi, sul suo golpe in Honduras, sul golpe fascista in Ucraina, sul disastro in Siria. Come una professoressa mi ha detto brutalmente la scorsa notte, come se fosse un dato di fatto “ io credo che Trump sia migliore, in politica estera. Ma a me questo non interessa. Io odio la sua visione delle donne e delle minoranze”.

E’ sufficiente rinunciare ad ogni senso di moralità per sentirsi moralmente superiori. Come “femministe” noi difendiamo le donne se sono le nostre donne, quelle della nostra classe, della bolla in cui noi viviamo, isolati dalle sofferenze dell’umanità. Bombardare donne e bambini non ci riguarda. E perché dovrebbe? La nostra professoressa non è destinata ad essere coinvolta da nessuno dei 400mila bambini yemeniti che stanno morendo di fame perché i Sauditi, praticamente il regime più condannabile del mondo e insieme nostri stretti alleati, stanno bombardando questo povero paese. Questi liberali sono la follia dell’umanità.



La più grande bugia che i liberal stanno creando è che Trump sta portando il fascismo, mentre invece il fascismo è già qui – forse non proprio qui, non ce n’è traccia sugli yacht dei super ricchi, o nella bella, decorosa, isolata e senza cuore upper class americana. Ma parlatene alla madre single che vive in una roulotte in Pennsylvania senza un lavoro e che ha perso il suo welfare. Ma ditelo a un nero nelle periferie impoverite di Baltimora, dove la speranza di vita è più bassa che nel Bangladesh, ripetetelo ad un contadino afghano che ha perso la sua famiglia in un attacco di droni, o a un veterano, che soffre di stress post traumatico, che dorme da qualche parte per strada e che rischia di essere prelevato dalla polizia nel paese più ricco del mondo e sentite se LORO non lo chiameranno fascismo. Andate e chiedete in Siria che cosa la gente pensa di questi “moderati” tagliagole islamici che aiutiamo perché combattono l’Isis, che a nostra volta aiutiamo perché combatte Assad, mentre la Clinton vuole una no-fly zone così che questi “moderati” possano tagliare più teste, così che i ricchi possano razziare di più.

Sono i liberali che hanno promosso il fascismo. Lo hanno razionalizzato, lo hanno giustificato, lo hanno celebrato. E’ stato semplicemente il loro compito. Se questa elezione significa che la gente ha capito tutto questo, anche solo parzialmente, anche solo intuitivamente, questa non è altro che una grande vittoria. Il mondo non sarà più lo stesso. L’elezione di Trump ha mostrato i limiti della macchina manipolativa più potente. Il risultato non è quello che abbiamo sperato. Le cose adesso non vanno bene, assolutamente no. Questo è un interregno. Ci saranno cambiamenti sistemici. La chiave è delegittimare i liberali, per vincere la battaglia ideologica. Un partito completamente nuovo deve nascere con politiche che favoriscano gli interessi della popolazione, politiche di crescita, redistribuzione, ricostruzione del welfare state, ricostruzione dell’infrastruttura produttiva. 
Esso dovrà perseguire un ordine globale, decenza e onestà, lavorare per i diritti umani e prendere la lotta al cambiamento climatico finalmente sul serio – tutte politiche che , secondo Chomsky, possono trovare una maggioranza nella popolazione (democratica e repubblicana) se solo ci fosse un partito che sostenga questi obiettivi. Questa è la grande scommessa. Richiederà tempo e sforzi. In queste elezioni il partito democratico è affondato. Se alle prossime elezioni, o nel futuro prossimo, anche il partito repubblicano affonderà, il popolo americano avrà conseguito una fantastico progresso sia per sé che per il mondo.

Addendum: Trump ha appena chiesto una legge bancaria “Glass-Steagall del 21mo secolo” (un’importantissima legge del 1933 che imponeva la separazione tra banche tradizionali e banche per investimenti, abolita in maniera criminale da Bill Clinton NdVdE) (guardate qui).
*Traduzione di Massimo Rocca (@RasoiodiRoccam )


mercoledì 9 novembre 2016

La mia prima reazione al volto USA

di Giorgio Cremaschi
 
Trump mi disgusta ma la guerrafondaia Clinton mi faceva paura, quindi non piango. Mi fa ridere invece il totale fallimento dei sondaggi, che evidentemente oramai sono tutti falsi e parte del gioco di palazzo. Il che mi fa preoccupare sui sondaggi italiani che danno vincente di poco il NO. Da che parte sono falsi, perché il NO è molto più forte o perchè vogliono dare false sicurezze al NO aiutando il SI? A questo punto è bene non fidarsi di nulla ed andare avanti ventre a terra per il NO. Che comunque ha perso il suo sostenitere negli USA, così come forse succederà anche al TTIP. Due buone notizie se confermate, che dimostrano che la globalizzazione è oramai in crisi totale e che i tutti tromboni che continuano a giustificare il liberismo con essa devono solo smettere il loro fastidioso concerto. La globalizzazione va in crisi e con essa l'establisment finaziario che la dirige, ma non facciamoci illusioni, va in crisi da destra, Trump è destra pura. Una destra che ha saputo raccogliere la rabbia popolare contro la devastazione della crisi ed indirizzarla ai suoi fini. Questo mentre la sinistra ufficiale si vendeva alle banche. Penso che contro Sanders Trump avrebbe fatto molta più fatica a vincere, ma il partito democratico ha preferito perdere con l'impresentabile Clinton che vincere con il populsta Sanders, che ha fatto male ad arrendersi di fronte alla sinistra di Wall Street.
E qui c'è la prima urgente conclusione politica. La sinistra può riprendere a svolgere un ruolo utile solo se si batte per contendere alla destra il lavoro e il popolo sfruttati e depredati, invece che cercare il favore delle banche. Per questo per me il primo insegnamento del voto USA, che segue altri come la Brexit, è che la sinistra ha un fututro solo se abbandona tutte le famiglie Clinton, cioé in Italia ed Europa se riparte mandando aff.. Renzi, Hollande, Tsipras e compagnia. Il NO serve solo per cominciare.

lunedì 29 agosto 2016

L’anti impero



di Tonino D’Orazio, 29 agosto 2016

Quante feci hanno spalmato sul globo in nome di una holliwodiana pretesa di costruzione di un impero globale e armato Yankee. Altro che “democrazia”. Tutto quello che hanno toccato, sin dal secolo scorso si è rivelato solo morte in tutto il pianeta. Quante distruzioni! Quanta povertà! Quanti morti! Milioni di inermi cittadini ai quali rubare qualcosa, soprattutto petrolio, oltre la vita. Quando mi chiedono quanto consuma la mia macchina rispondo: 10 litri di sangue a cento chilometri. E’ il sangue irakeno, siriano, libico … e poi sarà quello venezuelano e poi brasiliano… se non quello russo e iraniano.
Quanto uranio impoverito, che non sapevano come smaltire, è stato spalmato su interi continenti con miliardi di pallottole e munizioni vaganti, in guerre e non, lasciando dappertutto scie cancerogene che terminano il lavoro mortale, col tempo. Mancava anche la vendita della bomba, e la tecnologia, atomica a paesi guerrafondai, dittatoriali e aggressivi come l’Arabia Saudita e, a suo tempo, a Israele. E chissà a quanti altri amici. A fine luglio, Erdogan ha preso il controllo dell’armamento atomico della Nato in Turchia. Non può sfuggire che i migliori amici siano tutti dittatori a favore.
Ma vi sono armi più sottili. Prendete per esempio le ONG, Organismi privati poiché Non Governativi. Il loro ruolo in un passato recente era tipicamente umanitario, successivamente sono diventate enormi cassa-forti e mano lunga di oligarchie economiche e finanziarie che guidano una loro politica di conquista al di fuori di qualsiasi consenso internazionale. Sono diventate velenosamente “opere missionarie occidentali per la democrazia”, più spesso “angeli della morte”. Dappertutto hanno portato al governo dei paesi nei quali sono intervenuti pesantemente delle labili e sottomesse opposizioni, hanno finanziato “rivoluzioni” nei paesi considerati “dittatoriali”, hanno provocato il sollevamento delle masse e hanno quindi preparato la strada alle guerre, alle distruzioni e alla morte, alle guerre civili, democrazia compresa. Non elenco i paesi, sono tanti e facilmente riconoscibili, spesso dal colore arancione. Solo in Europa mancano ancora all’appello la Serbia, la Macedonia e il Montenegro. E non sappiamo ancora veramente cosa sia successo in Turchia.
Tralasciamo l’informazione e la sua manipolazione. Nel secolo scorso abbiamo insegnato per bene al mondo la teoria del fascismo. Alla fine dello stesso secolo  anche quello della presa democratica del potere con televisioni e giornali. Altri hanno seguito, dai Blomberger (NY) a tutti i magnati sud americani attuali. Mentre si massacrano migliaia di bambini ogni tanto i cosiddetti “caschi bianchi” (manipolatori dell’informazione) ci fanno piangere “montando” la sorte e l’immagine di un povero piccolo, sotto i nostri bombardamenti (che è l’altra vera realtà nascosta) o poggiato come arenato sulle nostre rive marittime.
Si può anche essere contro i governi di una nazione, e ritenerli da genocidi, ma anche essere contro la maggioranza di un popolo che li sostiene, e ne diventa responsabile, in nome di una unica verità, il proprio benessere. Mors tua, vitae mea. Manco fossero rigorosi protestanti.
Ricordate il film Il dittatore di Charlot parlando di Hitler con il globo-palla? Immaginate al suo posto un presidente americano, uno dopo l’altro, e fate la sintesi delle guerre che hanno dichiarato, ritenendosi padroni del mondo e delle sue ricchezze. Ma dovrete farlo da soli, nessuno vi aiuterà, anzi, molti professionisti dell’informazione sorvolano, oppure, servilmente, con grande omertà, sono d’accordo. Ma possibile che tutte, o quasi, le nazioni del mondo siano “cattive” e da “democratizzare”?
In questo quadro o Trump o la Clinton, pari sono, chiacchiere e tifo a parte. Trump ha dichiarato: che ritirerà i soldati americani dalla Nato; che, se gli europei la vogliono, se la pagassero; che con la Russia preferisce fare accordi piuttosto che continuare l’operazione di strangolamento chiamato Anaconda. (Che in realtà sta strangolando economicamente l’Europa). E che Anaconda, se non è finalizzata alla guerra successiva, di cui la democratica Clinton è capace, è solo un misero balletto di muscoli con costi elevatissimi, poiché dall’altro lato non sembrano così “deboli”. Eppure la Clinton continua la sua aggressione verbale e di comizio contro la Russia, liberale, non più comunista, ma sempre nemica nella popolar-fantasia statunitense. La Clinton, dopo le sue responsabilità dirette nella distruzione della Libia, e tutte le conseguenze dell’invasione degli immigrati sulle coste italiane, ha dichiarato che attaccherà e invaderà l’Iran, adesso che sono quasi sicuri che non stanno costruendo bombe atomiche. Ma lo faranno tramite gli amici fascisti dell’Arabia Saudita. Da cosa si sta sganciando l’ex-amico Erdogan? Come fanno gli americani ad aiutare Erdogan nella conquista di pezzi del territorio siriano (ONU, dove sei?) bombardando i kurdi, e contemporaneamente aiutando i kurdi in azioni di guerra contro l’Isis, anche loro alleati? Ci sarà un po’ di confusione in quel vespaio che hanno creato?
Perché le nostre televisioni ci imboniscono di chiacchiere sulla pericolosità di Trump e non sulla Hillary? In quattro settimane sono morti suicidati, o perlomeno morti strane e sospetti, 5 accusatori della Clinton mentre si recavano all’Fbi per delle rivelazioni che secondo Trump l’avrebbe portata dietro le sbarre. Se vi interessano i nomi (Shawn Lucas, Victor Thorn, Seth Conrad Rich, John Ashe, Mike Flynn), chi erano, le circostanze e il perché, il sito è: http://algarath.com/2016/08/07/. 
Trump è un imprenditore, non un finanziere. Parla di lavoro, di lavoratori e di produzione, anche se un po’ in senso autarchico. Parla di mettere un freno alle speculazioni bancarie e a tutti i dati truccati di Wall Street, rivelandone l’estrema corruzione che facciamo finta di non sapere. Ha per nemico tutti i megaricchi della finanza, dai Rothchild, Goldman Sach, a Soros. Insomma gente  motivata dall’ideologia del capitalismo e adoratori di Mammon. Trump è un populista, cioè con il popolo, povero. Forse. I ricchi che si commuovono per i poveri hanno sempre lasciato il tempo che trovavano. Ancora oggi. Ma i poveri amano i ricchi. Chi sono quelli che lo sostengono finanziariamente? Sono gli stessi che sostengono la Clinton, “non si sa mai”? E’ il democratico piede in due staffe. Se il fascismo arriverà in America avrà il volto della democrazia. (Bertolt Brecht).

Eppure l’impero sta perdendo colpi. I presidenti, nell’ultimo semestre in carica, non contano più nulla, anzi per niente per gran parte del mandato se sono in minoranza nel Congresso. Noi siamo salvi (da Obama), per un po’ (dalla Clinton), a detta del ministro dell’economia tedesco, Sigmar Gabriel, che ha ribadito che per il TTIP (Trattato di libero scambio Usa-UE): “I negoziati con gli Stati Uniti sono effettivamente falliti perché come europei non possiamo accettare supinamente le richieste americane”. Quando c’è gente che conta e non svende il proprio paese a nessuno! L’estensione dell’impero prevedeva : “Obiettivo del TTIP è integrare i mercati Ue e Usa, riducendo i dazi doganali e rimuovendo le barriere non tariffarie, le differenze sui regolamenti tecnici, norme e iter di omologazione, standard applicati ai prodotti, regole sanitarie e fitosanitarie”, insomma la resa dell’Europa alle oligarchie economiche e bancarie statunitensi. Invece indovinate cosa dice il nostro (diciamo il loro) ministro Calenda?  Il TTIP secondo me salta perché siamo arrivati troppo lunghi sulla negoziazione” (caspita), quindi “sarà molto difficile che passi e sarà una sconfitta per tutti”. Per non perdere la bussola, in Italia, dobbiamo sempre porci la domanda su cosa significhi “per tutti”.
Che piacere, questa volta, di non esserci incluso.
  

domenica 24 aprile 2016

Le ragioni nascoste della Guerra all'Iraq

 di Robert Parry (da Consortiumnews)
 
Dieci anni dopo che il presidente George W. Bush ordinò, senza che ci fosse stata alcuna provocazione, l'invasione dell'Iraq, resta ancora il mistero del perché. C'era la spiegazione, rifilata nel 2002-2003 a un popolo americano pieno di paura, di un Saddam Hussein che si preparava a un attacco con armi di distruzione di massa, ma nessuno di quelli in posizioni di potere ci credeva davvero.
C'erano altre spiegazioni plausibili: George Bush il Giovane voleva vendicare un supposto affronto contro George Bush il Vecchio, e al contempo surclassare il padre nella veste di “presidente di guerra”; il vicepresidente Cheney aveva messo gli occhi sulle ricchezze petrolifere dell'Iraq; e, infine, il Partito Repubblicano vedeva l'opportunità di creare una “maggioranza permanente” a seguito di una gloriosa vittoria in Medio Oriente.
Per quanto i sostenitori di George W. Bush negassero energicamente di essere motivati da ragionamenti tanto volgari, simili spiegazioni sembravano quelle più vicine alla verità. Tuttavia, dietro il desiderio di conquistare l'Iraq c'era un'ulteriore forza trainante: la credenza dei neoconservatori che quella conquista sarebbe stata il primo passo verso l'instaurazione di regimi compiacenti (con gli USA) in tutto il Medio Oriente, permettendo a Israele di imporre ai suoi vicini condizioni di pace non negoziabili.
Queste motivazioni sono state spesso imbellettate col concetto di “democratizzazione” del Medio Oriente, ma l'idea assomigliava di più a una forma di “neocolonialismo”, in cui proconsoli americani avrebbero assicurato che leader designati, come Ahmed Chalabi dell'Iraqi National Congress, acquisissero il controllo di quei paesi, allineandoli agli interessi degli Stati Uniti e Israele.
Alcuni analisti fanno risalire quest'idea al Project for the New American Century, documento neocon dei tardi anni 90, che auspicava un “cambio di regime” in Iraq. Ma le sue origini risalgono due eventi determinanti dei primi anni 90.
Il primo di questi momenti cruciali venne nel 1990-91, quando il presidente George H. W. Bush sfoggiò un progresso tecnologico dell'apparato militare statunitense senza precedenti. Quasi dal momento in cui Saddam Hussein aveva invaso il Kuwait, il dittatore iracheno comincio a manifestare la volontà di ritirarsi, avendo dato una lezione di politica di potenza all'arrogante famiglia al-Sabah (regnante in Kuwait).
Ma l'amministrazione di Bush il Vecchio non aveva intenzione di negoziare una soluzione pacifica all'invasione del Kuwait. Invece di permettere a Hussein di ritirarsi con ordine, Bush cominciò a esasperarlo, coprendolo di insulti e bloccando ogni strategia di ritiro che gli permettesse di salvare la faccia.
Gli abboccamenti di pace da parte di Hussein, e più tardi da parte del presidente sovietico Mikhail Gorbachev, furono respinti al mittente, intanto che Bush il Vecchio attendeva l'occasione di dar prova delle sbalorditive capacità militari del suo Nuovo Ordine Mondiale. Perfino il comandante statunitense sul campo, il generale Norman Schwartzkopf, propendeva per il piano di Gorbachev di permettere [senza interventi] il ritiro delle forze irachene, ma Bush era determinato ad avere la sua guerra di terra.
Di conseguenza, il piano di Gorbachev venne scartato, e la guerra di terra ebbe inizio con il massacro delle truppe irachene, in gran parte formate da coscritti, falciate e incenerite mentre fuggivano verso l'Iraq. Dopo cento ore, Bush il Vecchio fermò la carneficina. In seguito egli rivelò una componente decisiva delle proprie motivazioni, dichiarando: “Ci siamo sbarazzati della Sindrome del Vietnam una volta per tutte.” [Per i dettagli, vedi, sempre di Robert Parry, Secrecy & Privilege: Rise of the Bush Dynasty from Watergate to Iraq]
 

I neocon fanno festa
 

La Washington che conta prese atto di queste nuove realtà e del rinnovato entusiasmo bellico del pubblico. In un numero uscito dopo la guerra, Newsweek dedicò un'intera pagina alle frecce “su e giù” del suo “Conventional Wisdom Watch” [Osservatorio dell'Opinione Corrente]. Bush ottenne una grossa freccia in su, accompagnata dal commento sbarazzino: “Dominatore dei sondaggi. Ammirate le mie percentuali, o Democratici, e disperate [1].”
Invece, per il suo tentativo dell'ultimo minuto di negoziare il ritiro iracheno, Gorbachev ebbe una freccia in giù: “Restituisci il Nobel, Compagno Traditore. PS I tuoi carri armati fanno schifo.” Perfino il Vietnam si prende una freccia in giù: “Dov'è che sta? Dite che anche lì c'è stata una guerra? E chi se ne importa?”
I commentatori neocon, che già spadroneggiavano nel panorama intellettuale di Washington, potevano a malapena porre un limite al loro gaudio con l'unico disappunto, che Bush il vecchio avesse smesso troppo presto col tiro al piccione iracheno, mentre avrebbe dovuto prolungare il massacro fino a Bagdad.
Anche il popolo americano fece entusiasticamente sua quella vittoria asimmetrica, celebrandola con parate trionfali, stelle filanti e fuochi d'artificio in onore degli eroi conquistatori. Il circo di questi cortei della vittoria si prolungo per mesi interi, con centinaia di migliaia a ingorgare Washington, per quella che venne chiamata “la madre di tutte le parate.”
Gli americani comprarono le magliette di Desert Storm a camionate; i bambini vennero lasciati arrampicarsi su carri armati e altro materiale bellico; la festa si concluse con quella che fu chiamata “la madre di tutti gli spettacoli pirotecnici.” Il giorno seguente, il Washington Post immortalò lo spirito del momento col titolo: “Una storia d'amore al centro commerciale – La gente e le macchine di guerra.”
Il comune sentire patriottico si estese all'esercito mediatico di Washington, lieto di levarsi di dosso la soma dell'obbiettività professionale per potersi unire al tripudio nazionale.
Durante il ricevimento annuale del Gridiron Club, occasione in cui stagionati funzionari governativi e giornalisti di spicco fanno comunella per una serata di puro spasso, gli uomini e le donne dei mezzi di informazione applaudirono freneticamente qualunque cosa assomigliasse a una divisa.
Il momento clou della serata fu uno speciale omaggio alle “truppe”: la lettera a casa di un soldato, recitata con il sottofondo di “Ashokan Farewell” di Jay Ungar. Alla musica vennero aggiunti versi creati appositamente in onore di Desert Storm, e i giornalisti-cantanti del Gridiron intervennero al momento del coro: “Through the fog of distant war / Shines the strenght of their devotion / To honor, to duty, / To sweet liberty.” [2]
Tra i convitati del ricevimento c'era il Segretario alla Difesa Cheney, che prese atto di come il corpo giornalistico di Washington si stesse genuflettendo di fronte a un conflitto così popolare. Riferendosi a quell'omaggio, Cheney osservò, non senza meraviglia, “Di solito dalla stampa non ci si aspetta una partecipazione tanto sfrenata.”
Il mese successivo, alla cena dei corrispondenti dalla Casa Bianca, quando fu annunciato il generale Schwarzkopf giornalisti e ospiti celebri applaudirono entusiasticamente. “Sembrava una première di Hollywood,” commentò un giornalista, riferendosi ai riflettori che mulinavano intorno al comandante.
L'opinionista neocon Charles Krauthammer fece una ramanzina agli scarsi dissidenti che avevano trovato inquietante vedere la stampa strisciare ai piedi di presidente ed esercito. “Scioglietevi un po', ragazzi,” scrisse “Alzate i calici, lanciate in aria il cappello, agitate un pon pon per gli eroi di Desert Storm. Se così vi sembra di vivere a Sparta, fatevi un altro bicchiere.”
 

L'egemonia americana 

Insieme ad altri osservatori, i neocon avevano constatato come la tecnologia avanzata degli USA avesse cambiato la natura del conflitto bellico. Le “bombe intelligenti” annichilivano obbiettivi inermi; il sabotaggio elettronico spezzava la catena di comando nemica; le truppe americane, col loro equipaggiamento sofisticato, sbaragliavano gli iracheni coi loro sbiellati tank di fabbricazione sovietica. L'immagine della guerra si era fatta facile e divertente, con pochissime perdite statunitensi.
In seguito, il collasso dell'Unione Sovietica nel 1991 rimosse l'ultimo ostacolo all'egemonia degli Stati Uniti. L'unico problema che restava, per i neocon, era come ottenere e conservare la presa sulle leve del potere americano. Tuttavia, le suddette leve scapparono loro di mano, quando Bush il Vecchio rivolse i propri favori a consiglieri per la politica estera di atteggiamento “realista”, e quindi con l'elezione di Bill Clinton nel 1992.
Ma nei primi anni 90 i neocon avevano ancora molte carte da giocare, dato il credito guadagnato lavorando nell'amministrazione Reagan e le alleanze stipulate con altri falchi come Cheney. Inoltre i neocon avevano conquistato spazi importanti sulle pagine d'opinione di quotidiani di spicco, come il Washington Post e il Wall Street Journal, e posizioni chiave all'interno dei maggiori think tank di politica estera.
Un altra svolta ebbe luogo nel contesto dell'infatuazione dei neocon per i leader del Likud israeliano. Verso la metà degli anni 90, importanti figure neocon, tra cui Richard Perle e Douglas Feith, lavorarono per la campagna elettorale di Benjamin Netanyahu, eliminando dal tappeto le vecchie idee di un negoziato di pace coi vicini arabi di Israele.
Piuttosto che affrontare i dispiaceri di un negoziato per una soluzione a due stati del problema palestinese o avere a che fare con la seccatura degli Hezbollah libanesi, i neocon al seguito di Netanyahu decisero che era venuto il momento di un audace cambio di direzione, che delinearono nel 1996 in uno studio strategico dal titolo A Clean Break: A New Stategy for Securing the Realm [Un Taglio Netto: Una Nuova Strategia per la Sicurezza Del Territorio][3].
Il documento sosteneva l'idea che soltanto un “cambiamento di regime” nei paesi musulmani ostili avrebbe potuto ottenere il necessario “taglio netto” allo stallo diplomatico seguito agli inconcludenti colloqui di pace israelo-palestinesi. Operando questo “taglio netto”, Israele non avrebbe più cercato la pace tramite il compromesso, ma piuttosto attraverso lo scontro, includendo anche la rimozione violenta di leader come Saddam Hussein, sostenitori dei nemici ai confini di Israele.
Il piano definiva la cacciata di Hussein “un importante e legittimo obbiettivo strategico di Israele,” che inoltre avrebbe destabilizzato la dinastia Assad in Siria, facendo carambolare le tessere del domino fino in Libano, dove Hezbollah si sarebbe presto ritrovato senza il loro insostituibile alleato siriano. Anche l'Iran si sarebbe potuto trovare nel mirino del “cambio di regime.”


L'assistenza americana
 

Ma per il “taglio netto” era necessaria la potenza militare degli Stati Uniti, perché obbiettivi come l'Iraq erano troppo distanti o troppo forti per essere sconfitti dal pur efficientissimo esercito israeliano. Un passo così arrischiato avrebbe avuto per Israele un prezzo spropositato, in costi economici e di vite umane.
Nel 1998 il pensatoio neocon fece fare al piano del “taglio netto” un ulteriore passo avanti, creando il Project for the New American Century, che cominciò a premere su Clinton perché si impegnasse nella defenestrazione di Saddam Hussein.
Tuttavia, Clinton si spinse solo fino a un certo punto, mantenendo un embargo durissimo contro l'Iraq e una “no-fly zone” che comportava periodici bombardamenti da parte dell'aviazione statunitense. Al momento, quindi, sia con Clinton sia col suo supposto successore, AL Gore, un'invasione in piena regola dell'Iraq sembrava fuori questione.
Il primo maggiore ostacolo politico venne rimosso quando i neocon, nelle elezioni del 2000, contribuirono ad architettare l'ascesa di George W. Bush alla presidenza. Tuttavia, la strada non si sgombrò del tutto finché i terroristi di al-Qaeda non attaccarono New York e Washington l'11 settembre 2001, lasciandosi dietro, in tutta America, un clima favorevole a guerra e vendetta.
Naturalmente, Bush il Giovane doveva attaccare per primo l'Afghanista, dove al-Qaeda aveva la sua base principale, ma subito dopo si rivolse verso il bersaglio bramato dai neocon, l'Iraq. Oltre a essere la patria del già demonizzato Saddam Hussein, l'Iraq offriva altri vantaggi strategici. Non era densamente popolato come altri suoi vicini, ed era posizionato grosso modo tra Iran e Siria, altri obbiettivi di punta.
In quegli esaltanti giorni del 2002-2003, una battuta spiritosa dei neocon poneva il quesito di cosa fare dopo aver cacciato Saddam Hussein dall'Iraq, se andare a est, verso l'Iran, o a ovest, verso la Siria. La battuta finiva così: “I veri uomini vanno a Teheran.”
Ma prima bisognava sconfiggere l'Iraq, mentre il piano di ristrutturazione del Medio Oriente per renderlo prono agli interessi di Stati Uniti e Israele doveva tenere un profilo basso, in parte per l'eventuale scetticismo dell'americano medio, e in parte perché gli esperti avrebbero potuto mettere in guardia sui pericoli di una strategia imperiale che gli USA non avrebbero potuto permettersi.
Così Bush il Giovane, il vice presidente Cheney e i loro consiglieri neocon picchiarono sul tasto dolente nell'animo degli americani, ancora terrorizzati dall'orrore dell'11 settembre. Ci si inventò che Saddam Hussein era in possesso di riserve di armi di distruzione di massa che era pronto a fornire ad al-Qaeda, permettendo ai terroristi di recare danni ancora maggiori agli Stati Uniti.
 

Far imbizzarrire l'America

I neocon, alcuni dei quali cresciuti in in famiglie di sinistrorsi trotskisti, si vedevano come una sorta di “avanguardia” politica che usasse tecniche “agit-prop” per manipolare il “proletariato” americano. Lo spauracchio delle armi di distruzione di massa venne visto come il sistema migliore per scatenare il panico nel gregge americano. A cose fatte, così ragionavano i neocon, la vittoria militare in Iraq avrebbe consolidato il sostegno popolare per la guerra e avrebbe permesso l'attuazione delle fasi successive, i “cambi di regime” in Iran e Siria.
All'inizio il piano sembrò funzionare, visto che l'esercito degli Stati Uniti incalzò e sopraffece l'esercito iracheno e conquistò Bagdad in tre settimane. Bush il Giovane festeggiò presentandosi sulla USS Abraham Lincoln con tanto di giubbotto da pilota, declamando il suo discorso sotto uno striscione che dichiarava “Missione Compiuta.”
E tuttavia, nel piano qualcosa cominciò ad andar storto quando il proconsole neocon Paul Bremer, perseguendo un modello di regime neocon, si sbarazzò di tutte le infrastrutture di governo irachene, smantellò quasi del tutto lo stato sociale e sciolse l'esercito. In più, il leader favorito dai neocon, l'esule Ahmed Chalabi, si rivelò privo di qualsiasi sostegno da parte del popolo iracheno.
Fece la sua apparizione una resistenza armata, che utilizzava armi a bassa tecnologia come gli “improvised explosive devices” [ordigni esploisivi improvvisati]. Ben presto, non solo c'erano migliaia di morti tra i soldati americani, ma l'Iraq veniva lacerato dalle antiche rivalità settarie tra scitti e sunniti. Ne derivarono orribili scene di caos e violenza.
Invece di acquistare popolarità tra gli americani, la guerra cominciò a perdere consensi, recando vantaggi elettorali ai Democratici nel 2006. I neocon si barcamenarono per mantenere la loro influenza promuovendo, nel 2007, un fittizio ma vittorioso “surge” [balzo], apparentemente efficace nel trasformare in trionfo un'imminente sconfitta. Ma la verità era che il “surge” aveva solo rimandato l'inevitabile fallimento dell'impresa statunitense.
Con l'allontanamento di George W. Bush nel 2009, e l'arrivo di Barack Obama, anche i neocon arretrarono. All'interno dell'esecutivo la loro influenza declinò, anche se continuavano a mantenere forti posizioni nei think tank di Washington e sulle pagine di opinione di media nazionali importanti come il Washington Post.
I recenti sviluppi nella regione mediorientale hanno creato nei neocon nuove speranze per i loro vecchi progetti. La Primavera Araba del 2011 ha portato a sommovimenti sociali in Siria, dove la dinastia di Assad, sostenuta da non-sunniti, ha conosciuto l'assalto da un insurrezione a guida sunnita, che annoverava tra le sue file qualche riformatore democratico ma anche jihadisti radicali.
Intanto l'Iran subiva dure sanzioni economiche, per via dell'opposizione internazionale al suo programma nucleare. Sebbene il presidente Obama vedesse le sanzioni come un mezzo per costringere l'Iran ad accettare limitazioni al suo programma nucleare, alcuni neocon fantasticavano su come strumentalizzare le sanzioni in vista di un “cambio di regime.”
Ad ogni modo, la sconfitta nel novembre 2012 di Mitt Romney, favorito dei neocon, da parte di Obama, e lìallontanamento dai vertici della CIA del loro alleato David Petraeus, sono stati un brutto colpo per le aspirazioni neocon alla guida della politica estera statunitense. Oggi sono costretti a cercare il modo di sfruttare la loro tuttora ampia influenza nei circoli politici di Washington, sperando in eventi favorevoli all'estero che spingano Obama ad atteggiamenti più aggressivi nei confronti di Iran e Siria.
Per i neocon resta inoltre cruciale che l'americano medio non rifletta troppo sui retroscena della disastrosa guerra in Iraq, il cui decimo anniversario, per quanto li riguarda, non passerà mai abbastanza presto.
 

note del traduttore
 

[1] La seconda frase è una parafrasi di un verso di Shelley, dal sonetto Ozymandias. Dato il contenuto della poesia, la pesante ironia che ne deriva sarà stata sicuramente involontaria.
[2] Ashokan Farewell è una ballata in stile scozzese, dal carattere melanconico, composta dal musicista statunitense Jay Ungar nel 1982. Negli USA è diventata celebre come parte della colonna sonora di un serial televisivo dedicato alla Guerra Civile, tanto che in molti credono si tratti di un brano tradizionale risalente a quel periodo. Nel serial è anche presente una scena, commentata dalla canzone, in cui un ufficiale scrive una lettera alla moglie, prima della battaglia in cui cadrà sotto il fuoco nemico (si tratta di un personaggio storico, e la sua missiva è un testo famoso)! I versi citati grosso modo significano “Attraverso la nebbia di una lontana guerra / Risplende la luce della loro devozione / verso l'onore, il dovere, / verso la dolce libertà”. Tutto ciò ricorda sinistramente Gli Ultimi Giorni dell'Umanità.
[3] Disponibile in traduzione italiana qui. In questo contesto “realm” non vuol dire “regno”, ma paese, entità territoriale.

[articolo del 20 marzo 2013]
traduzione per Doppiocieco
di Domenico D'Amico