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martedì 29 marzo 2016

Attacco alla Sanità. «Servizi inefficienti, tagli di spesa, lunghe attese? Strategia per aprire al privato»

Pubblichiamo l’intervento che il professor Maciocco, tra i massimi esperti in politiche sanitarie e salute globale, ha tenuto lo scorso 12 marzo a Volterra in occasione della giornata Orgoglio Comune, convocata dai sindaci per dire no alle fusioni obbligatorie e chiedere una sanità pubblica di prossimità, che tenga conto dei territori e dei piccoli centri (leggi). L’intervento mirava a spiegare quali strategie  stanno alla base del fenomeno che stiamo vivendo intorno ad uno dei servizi fondamentali per una comunità, la sanità.

di Gavino Maciocco da agenziaimpress.it


In Italia è in atto un vero assalto al servizio sanitario nazionale. Questo assalto prevede l’attuazione di una strategia ben nota e descritta precisamente da Noam Chomsky: «That’s the standard technique of privatization: defund, make sure things don’t work, people get angry, you hand it over to private capital» (Questa è la tecnica standard per la privatizzazione: togli i fondi, assicurati che le cose non funzionino, fai arrabbiare la gente, e lo consegnerai al capitale privato).
Togliere i fondi L’Italia è tra i pochi paesi dell’OCSE, insieme a Grecia, Spagna e Portogallo, a registrare, dal 2010 in poi, una costante riduzione della spesa sanitaria pubblica. Anche per questo si trova nelle posizioni di coda delle classifiche internazionali. Secondo i calcoli della Conferenza delle Regioni il settore sanitario pubblico ha subito negli ultimi anni tagli cumulati per Il professor Gavino Macciocco31,7 miliardi di euro, a cui va aggiunto il taglio di 2,3 miliardi di euro previsto dalla legge di stabilità 2015. Il salasso è destinato a proseguire dato che il DEF 2015 prevede una progressiva contrazione dell’incidenza della spesa sanitaria pubblica sul Pil: dal 6,9% nel 2014 e 6,5% nel 2019.

Assicurarsi che le cose non funzionino Il funzionamento della sanità si basa innanzitutto sul
capitale umano. Sulla competenza e sulla capacità di relazione (e quindi anche sul tempo a disposizione) degli operatori sanitari. Blocco del turn-over e pre-pensionamenti sono le misure scelte per mettere al tappeto il servizio sanitario pubblico. In Toscana nel biennio 2015-16 se ne andranno 2.260 operatori (e non saranno sostituiti), che sommati ai 2.500 dipendenti “persi” negli ultimi anni portano a un taglio del personale del servizio sanitario regionale vicino a un – 10% del totale. Aumenteranno le liste di attesa e soffrirà la qualità dei servizi, mentre, a causa del blocco delle assunzioni, crescerà l’esodo di giovani medici e infermieri verso l’estero. Del resto è lo stesso assessore alla sanità della Toscana, Stefania Saccardi, senza ombra di rammarico o scusa, ad ammetterlo. «Già oggi tanti si rivolgono a Misericordie e Pubbliche Assistenze per visite e esami (a pagamento NDR) visto che il pubblico espelle dal suo circuito un numero enorme di persone non garantendo la tempestività delle prestazioni».

Fare arrabbiare la gente Per provocare il distacco dei cittadini dal servizio sanitario pubblico bisogna anche infliggergli un danno economico, ovvero tenere molto alto il livello dei ticket, fino a raggiungere il prezzo pieno della prestazione. Negli ultimi anni il ticket ha cambiato la sua natura: da strumento di dissuasione nei confronti dei consumi impropri (soprattutto farmaceutici), con l’imposizione di pochi euro a ricetta, a vera e propria tassa sulla malattia: tanto più malata è una persona, tanto più paga. Una tassa esosa e iniqua che non dovrebbe esistere in un sistema universalistico già finanziato, quindi pre-pagato, dalla fiscalità generale.
Consegnare il servizio sanitario al capitale privato Il Project Financing, meglio conosciuto come Private Financing Initiative (PFI), degli ospedali fu introdotto nel Regno Unito negli anni del governo Thatcher ed è stato il precursore delle privatizzazioni avvenute in sanità negli anni seguenti. Una recente analisi della situazione dei 101 ospedali britannici costruiti col PFI mostra che tali contratti non sono vantaggiosi per il servizio sanitario nazionale e mettono in pericolo l’assistenza dei pazienti. Come minimo andrebbero rinegoziati. Da quel poco che si è potuto vedere in Italia, e anche in Toscana, il PFI si è dimostrato, come nel Regno Unito, un affare assai asimmetrico: molto favorevole per il concessionario privato e molto problematico per l’ospedale pubblico.
Ma in Italia la spinta verso la privatizzazione non passa attraverso complessi meccanismi finanziari. E non c’è bisogno di grandi esperti per inventare la ricetta giusta. Il banale mix di lunghi tempi di attesa e di ticket particolarmente costosi è in grado di produrre migrazioni di massa verso il settore privato, soprattutto se questo mette sul mercato prestazioni low cost. l “banale mix” che porta alla privatizzazione ha naturalmente costi sociali elevati, rappresentati dalle persone che rinunciano a prestazioni sanitarie o all’acquisto di farmaci a causa di motivi economici o carenze di strutture di offerta. “Lunghe liste di attesa nella sanità pubblica e costi proibitivi in quella privata. Per questo – rileva una ricerca del Censis – quasi una famiglia su due rinuncia alle cure. Nel 41,7% dei nuclei familiari, almeno una persona in un anno ha dovuto fare a meno di una prestazione sanitaria. I cittadini, inoltre, pagano di tasca propria oltre 500 euro procapite all’anno, mentre nell’ultimo anno al 32,6% degli italiani è capitato di pagare prestazioni sanitarie in nero”.

domenica 27 luglio 2014

Le balle economiche di Renzie

dal blog di Beppe Grillo 

Pubblicare i post di Beppe Grillo non è mia abitudine vista la mole di contatti del blog e i contenuti non sempe condivisibili, ma questo mi sembra un utile riassunto


"Il Governo Renzi, impegnato al braccio di ferro sulle riforme costituzionali care alla P2, nasconde la testa sotto la sabbia negando l’evidenza di dati ed indicatori economici sempre più preoccupanti ed allarmanti, che necessitano di una robusta ed inevitabile manovra autunnale di aggiustamento, evidente anche agli studenti ai primi anni dei corsi di economia per corrispondenza, da 24 a 36 miliardi di euro.
Debito-Pil: in Italia nel primo trimestre 2014, il rapporto tra debito pubblico e Pil, che secondo i parametri europei dovrebbe attestarsi al 60%, è salito al 135,6% dal 132,6% del trimestre precedente. Con un aumento del 5,4% rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso, quando si attestava al 130,2%. A maggio 2014 il debito è cresciuto a 2.166,3 miliardi di euro, con un incremento di 92 mld di euro rispetto a 12 mesi prima. Nell'UE e nella zona euro in rapporto al Pil, il debito italiano è secondo solo a quello greco, che alla fine del primo trimestre era al 174,1%.
Crescita economica: Il Def del Governo aveva stabilito un rapporto Debito/Pil al 134,9%, basato sulla proiezione di crescita del Pil per il 2014, pari allo 0,8% ed un rapporto di indebitamento netto del 2,6% sul Pil. Sia Bankitalia (+0,2%) che FMI (+0,3%), nel prevedere una crescita più bassa, ritengono inevitabile un buco nei conti che dovrà essere ripianato.
Spesa pubblica: invece di diminuire è aumentata nei primi 5 mesi del 2014, passando da 181,9 miliardi di euro a 206,7 con un incremento di 25 miliardi di euro.
Privatizzazioni: il Def, che dava conto di esborsi al Fondo Salvastati o Mes (Meccanismo Europeo di Stabilità) per 92,552 miliardi di euro nel biennio 2012 (36,932 mld euro) e 2013 (55,620), aveva stabilito proventi da privatizzazioni pari allo 0,7% del Pil (quindi per 10,9 miliardi di euro), diventati una chimera.
Disoccupazione: a maggio (Istat) sale ancora il tasso di disoccupazione che si porta al 12,6% rispetto al 12,5% del mese precedente. I giovani senza lavoro sono il 43%, con 2,3 milioni di occupati in meno sotto i 35 anni dal 2004.
Fisco: la pressione fiscale, pari al 43,8%,per le imprese arriva al 68,6 % sui profitti, dati che non hanno eguali in tutta Europa e non sono riscontrabili neppure tra i grandi paesi industriali extra Ue.
Consumi: Prosegue il tracollo delle vendite al dettaglio calate del 3,5% su base annua. L’andamento nell’indicare una fase recessiva, conferma che la voce “Consumi interni privati” costituisce circa il 60% del PIL Italiano, per cui se non si riprende questo indicatore, difficilmente il PIL si “riprende”.
Sofferenze bancarie: 168,5 miliardi di euro a maggio, con un apporto sofferenze impieghi pari all’8,9%;
Conti Correnti: i costi di gestione dei conti correnti, più elevati della media Ue di un +225%, dove sono attestati a 114 euro, 257 euro in più su ogni conto fissato in Italia a 371 euro contro 114 (+225%), che si traduce in costi complessivi di 6,7 miliardi di euro in più l’anno a carico di famiglie ed imprese.
Tassi mutui: la presunta maggiore solidità delle banche italiane, è stata pagata da correntisti ed utenti dei servizi bancari, che continuano a pagare su ogni mutuo trentennale di 100.000 euro (fissato oggi al tasso del 5,11% in Italia contro 3,79% dell’area euro), uno spread di circa 30.000 euro in più alla scadenza dei mutuatari europei.
RCAuto: dal 1994 (ultimi 20 anni), i costi delle polizze (per una cilindrata media) sono aumentati di oltre il 254%, non giustificati dall’andamento dell’incidentalità’. Tra il 2008 e il 2013 in Italia gli automobilisti hanno pagato 231 euro annui in più rispetto alla media Ue (con un aggravio di circa 8,5 miliardi di euro l’anno a carico dei cittadini)”.
Corruzione: Corruption Perceptions Index 2013, la lista dei 177 Paesi più corrotti al mondo, redatta dalla Ong Trasparency International, assegna all’Italia il 69esimo posto nella classifica, tra il Montenegro e il Kwait. Tra gli indici presi come riferimento, attraverso un punteggio che va da 0 (molto corrotto) a 100 (non corrotto), nella percezione della corruzione, c'è l'analisi del settore pubblico, seguita dall'abuso di potere, dagli scarsi livelli di integrità e gli accordi segreti. Fattori che non solo opacizzano la governance di un Paese, ma che lo indeboliscono anche dal punto di vista economico e sociale.
Per queste ragioni in autunno, arriverà una manovra lacrime e sangue, da 24 a 30 miliardi di euro per tappare il dissesto dei conti pubblici, sui quali incombono fiscal compact e pareggio di bilancio".
Elio Lannutti

martedì 19 marzo 2013

Il vero obiettivo è privatizzare il pubblico

da Agenor da sbilanciamoci

A che serve la crisi europea? Una risposta è che rende inevitabile la privatizzazione delle attività pubbliche, con grandi profitti per i privati. Come mostrano i casi di Spagna, Grecia e Portogallo
L’Europa è avvolta in una spirale senza uscita fatta di ricette controproducenti, mentre la crisi fa il suo lento, inesorabile lavoro. Le famiglie, se possono, risparmiano e contraggono i consumi. Le imprese non investono. Le banche cercano di limitare i danni e riducono il credito. Una crisi di debito estero (prevalentemente privato) è stata spacciata per una crisi di debito pubblico. La spesa pubblica viene bloccata con perfetto tempismo da un trattato internazionale che impone un rozzo vincolo di pareggio di bilancio, senza troppo distinguere se si tratti di spesa per investimenti o di spesa corrente.
Era ben noto che una politica di repressione della spesa pubblica, in presenza di un eccesso d’indebitamento del settore privato e di tassi di interesse già bassi e ai minimi storici, non poteva che avere effetti deleteri. Il crollo della domanda interna ha raggiunto le economie più solide della zona euro, che si avvicinano anch’esse a scenari recessivi. Assumendo l’impossibilità di una follia collettiva di tutte le classi dirigenti europee, resta da chiedersi cui prodest? A chi giova tutto questo?
Non è un caso che le ricette per uscire dalla crisi più in voga si concentrino su un punto: la dismissione del patrimonio pubblico per ridurre il debito. Ovviamente, la sensazione di trovarsi in un vicolo cieco per le finanze pubbliche, con la scelta obbligata di privatizzare enti, beni e servizi pubblici, è la scena classica di un film già visto in tante parti del mondo.
Non ci si arriva per caso, anzi, spesso è uno degli obiettivi neanche troppo nascosti della lunga strategia di logoramento del settore pubblico, la cosiddetta “starve the beast”. La bestia è lo stato, nemico ideologico da affamare, sottraendo continuamente risorse necessarie al suo funzionamento. La qualità dei servizi che esso eroga al cittadino diminuisce. Il cittadino lo nota e incomincia a chiedersi se davvero valga la pena mantenere in piedi con le proprie imposte un servizio pubblico sempre più scadente.
Poi arrivano i salvatori della patria, che comprano l’azienda o servizio pubblico a un prezzo conveniente e ne estraggono profitti. Quando va bene, il nuovo proprietario del servizio ex-pubblico lo eroga in modo più selettivo e a costi maggiori per il cittadino. Quando va male, scorpora la parte migliore da quella cattiva, scarica i costi sulla collettività (bad companies), sfrutta gli attivi ancora validi, e poi scappa.
La privatizzazione della sanità negli Stati Uniti ha raddoppiato i costi per i cittadini, escludendo un’enorme fetta della popolazione da ogni copertura sanitaria. Una volta capito l’errore commesso e verificati i costi economici e sociali di tale processo, l’inversione di questa tendenza nefasta è l’atto che Obama considera come il più importante del suo primo mandato presidenziale.
L’esperienza delle “riforme” nell’Europa centrale ed orientale subito dopo la caduta del comunismo ci insegna che le privatizzazioni realizzate per necessità di far cassa si traducono in svendite di beni comuni a vantaggio di pochi privati, che i primi servizi a essere privatizzati sono quelli che funzionano meglio, i gioielli di famiglia, e che questo contribuisce a un notevole aumento delle disuguaglianze.
Altre parti del mondo, come l’America Latina, hanno vissuto esperienze simili, in cui beni e servizi pubblici sono stati ceduti a condizioni vantaggiose solo per l’acquirente. Non è un caso che Carlos Slim, l’uomo più ricco del mondo secondo Forbes, debba la sua fortuna alle privatizzazioni selvagge degli anni ’80-‘90 in Messico, dalle miniere alle telecomunicazioni.
Adesso è il turno della vecchia Europa. Il Portogallo ha chiuso il 2012 privatizzando gli aeroporti, la compagnia aerea nazionale, la televisione (ex) pubblica, le lotterie dello stato e i cantieri navali. In Spagna le privatizzazioni “express” riguardano i porti, gli aeroporti, la rete di treni ad alta velocità, probabilmente la migliore e più moderna d’Europa, la sanità, la gestione delle risorse idriche, le lotterie dello stato e alcuni centri d’interesse turistico. La Grecia è stata recentemente esortata ad accelerare il processo di privatizzazione dei beni e servizi erogati finora dallo stato, come condizione per continuare a ricevere gli aiuti europei.
In Italia Mario Monti, poco prima di dimettersi da Presidente del Consiglio, decretava l’insostenibilità finanziaria del sistema sanitario nazionale, spiegando la necessità di “nuovi modelli di finanziamento integrativo”. L’agenda Monti oggi ci ricorda che “la crescita si può costruire solo su finanze pubbliche sane” e quindi invita a “proseguire le operazioni di valorizzazione/dismissione del patrimonio pubblico”. E sulle prime pagine di alcuni giornali c’è anche chi vede ancora “troppo stato in quell’agenda”.
La teoria economica e l’esperienza del passato ci insegnano che la privatizzazione di aziende pubbliche se da un lato riduce il deficit di un dato anno, dall’altro ha un notevole rischio di aumentare il deficit di lungo periodo, nel caso in cui l’azienda dismessa sia produttiva. Inoltre non basta che la gestione privata sia più efficiente di quella pubblica; il guadagno di efficienza deve anche assorbire il profitto che il privato necessariamente persegue.
Se chi vende (lo stato) ha urgenza e pressioni per farlo, chi acquista (privati) ha un chiaro vantaggio negoziale, che gli permette di ottenere condizioni più convenienti. E se le condizioni della privatizzazione sono più convenienti per il privato, esse saranno simmetricamente più sconvenienti per il pubblico, cioè i cittadini.
Studi recenti dimostrano come i cittadini dei paesi che hanno subito privatizzazioni rapide e massicce negli anni ’90 siano profondamente scontenti degli esiti. I giudizi ex-post sono tanto più critici quanto più rapide erano state le privatizzazioni, maggiore la proporzione di servizi pubblici svenduti (acqua ed elettricità in particolare), e più alto il livello di disuguaglianza creatosi nel paese.
La questione delle privatizzazioni è il punto d’arrivo del processo che l’Europa e l’Italia stanno vivendo. Discuterne più apertamente è fondamentale, se si ha a cuore il bene comune. Le decisioni che si prenderanno in proposito definiranno la rotta che l’Italia sceglierà di seguire nel dopo-elezioni.

domenica 14 ottobre 2012

Bolivia, crescita senza privatizzazioni


Un'opzione diversa ce l'abbiamo. Il liberismo non è l'unica strada percorribile. Se prevalgono logiche antiumane è solo perché coloro che agiscono unicamente per i loro intressi sono più forti e organizzati. Fortunatamente ci sono le eccezioni. Facciamo in modo che divengano la regola.

 
di Hedelberto Lopez Blanch da www.aporrea.org via marx21

Il giornalista cubano Hedelberto Lopez Blanc, autore di studi sull'emigrazione cubana negli USA e sui medici cubani nel mondo, scrive per il quotidiano “Juventud Rebelde” e il settimanale “Opciones”.

Le nazionalizzazioni, e le rescissioni di contratti di concessione, realizzate in Bolivia da quando Morales ha assunto la presidenza nel 2006, hanno contenuto la fuga di capitali, hanno dato impulso a una crescita economica stabile e all'aumento dei servizi a beneficio della maggior parte della popolazione.

I successi ottenuti nei sei anni di governo di Morales si possono apprezzare in tutti i settori economici e sociali della nazione andina, che ha cominciato a lasciarsi dietro le spalle più di due secoli di sfruttamento da parte di governi stranieri e compagnie multinazionali con il consenso delle oligarchie “criollas”.


Il fatto è che in Bolivia hanno avuto luogo trasformazioni profonde che stanno facendo uscire dalla miseria, dall'ignoranza e dalla discriminazione la maggioranza della popolazione.

Uno dei primi compiti assolti dallo stato plurinazionale è stato quello di implementare un programma che eliminerà l'ignoranza estrema di milioni di boliviani, e con l'aiuto di specialisti cubani e venezuelani, l'UNESCO ha dichiarato il paese Libero dall'Analfabetismo.

Il Prodotto Interno Lordo (PIL) è cresciuto dal 2006 a un ritmo medio del 4% mentre i programmi sociali risultano ampi e diversificati e ad essi vengono destinati circa 2.000 milioni di dollari, in gran parte per l'apparato statale per il quale fino al 2005 venivano investiti solo 500 milioni di dollari.

La povertà estrema che colpiva il 68,2% della popolazione nel 2003, si è abbassata al 26% nel 2011, secondo dati del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP), mentre il governo continua ad applicare misure per eliminarla completamente.

La generazione di fonti di lavoro emerge come una costante nell'impegno del governo. Nel 2011 ha destinato 3.000 milioni di dollari per costruire strade, installazioni di tubature per l'acqua potabile e la rete fognaria, scuole, centri sanitari, ospedali, piccole industrie, tra l'altro.

L'investimento pubblico nei trasporti, nell'edilizia abitativa e nelle telecomunicazioni ha generato circa 250.000 nuovi posti di lavoro in tutto il paese, uno dei motivi per cui la Bolivia conta su uno dei tassi di disoccupazione più bassi di tutta l'America Latina, solo il 5,5%.

Sono state installate nuove fabbriche per la carta, il cartone, le vernici, l'alimentazione; lo Stato appoggia finanziariamente e commercialmente piccoli prodotti industriali e contribuisce allo sviluppo generale dell'agricoltura.

Le buone gestioni economiche hanno fatto si che le Riserve Internazionali Nette (RIN) ammontassero a fine giugno a 12.600 milioni di dollari, mentre prima del 2006 non superavano i 3.000 milioni di dollari.

Il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, organismi per nulla amici delle riforme sociali a favore dei popoli, hanno riconosciuto i progressi raggiunti dalla Bolivia negli ultimi anni e il capo della missione del FMI a La Paz, Gabriel Lopetegui, ha rimarcato recentemente “il buon impegno economico, i progressi nella redistribuzione delle entrate e l'inclusione sociale, la “bolivianizzazione” dell'economia e la gestione prudente e adeguata del debito”.

Nella riduzione della povertà e della disuguaglianza hanno influito i programmi sociali attuati come il pagamento di rendite vitalizie tra 1.800 e 2.400 pesos alla popolazione con oltre 60 anni, che comprende 800.000 adulti.

Inoltre lo Stato concede rendite di 1.800 pesos a donne in stato di gravidanza e puerpere fino a quando i loro figli compiano due anni, il che aiuta a combattere gli indici di morbilità delle donne gestanti e dei bambini fino a 5 anni per infermità che è possibile prevenire.

Altri programmi sociali si sommano a questi sforzi come il pagamento di 200 pesos annui pro capite a 1,6 milioni di studenti tra il primo e l'ottavo grado per invertire gli indici di abbandono scolastico nel paese, dove prima del 2006 l'analfabetismo colpiva 27 su 100 abitanti.

Ma tutti questi successi non si sarebbero potuti realizzare senza aver prima recuperato le ricchezze nazionali (produttive, minerarie e dei servizi) che prima erano sfruttate da compagnie private e i cui guadagni venivano sottratti al paese.

Governi neoliberali come quello di Gonzalo Sanchez de Lozada (1993-1997 e 2002-2004) hanno aperto le porte del paese al capitale straniero con enorme pregiudizio per la popolazione.

Per questo, i risultati economici e sociali ottenuti negli ultimi anni si devono in larga misura al recupero da parte del governo di Evo Morales di importanti settori e risorse naturali come il petrolio, il gas, il legname, l'oro, l'aviazione, le telecomunicazioni, l'elettricità, la telefonia, il trasporto pubblico.

In breve sintesi si possono enunciare le principali iniziative. Nel maggio 2006 si decreta la nazionalizzazione degli idrocarburi, specialmente del gas, principale fonte di valuta per il paese, e inizia la negoziazione di nuovi contratti di sfruttamento con le imprese straniere e nell'ottobre dello stesso anno si statalizza nuovamente la miniera di stagno di Huanuni.

Nel febbraio 2007 si nazionalizza la fonderia Vinto, in mani svizzere, e nel marzo 2008 le quattro filiali della ispano-argentina Repsol YPF, le britanniche Ashmore e British Petroleum e il consorzio peruviano-tedesco CLBH.

Il mese seguente, la statale YPFB si trasforma nella corporazione che dirige la nazionalizzazione petrolifera e si crea l'Impresa Boliviana di Industrializzazione (EBIH), e in maggio si acquisisce il cento per cento della Compagnia Logistica degli Idrocarburi (in mani peruviane e tedesche) e della telefonica Entel, filiale dell'italiana Telecom.

In seguito si recupera la maggioranza delle azioni delle petrolifere Chaco, Panamerican Energy (del gruppo British Petroleum); di Andina, filiale di Repsol YPF; e di Transredes, che trasporta idrocarburi con la partecipazione della britannica Ashmore e dell'anglo-olandese Shell.

Nel febbraio 2009 vengono espropriati 36.000 ettari di terre a latifondisti (15.000 alla famiglia statunitense Larsen Metenbrink), che imponevano la servitù agli indios guarani.

Seguono altri recuperi come le imprese elettriche Corani, Guaracachi e la Luis y Fuerza Eléctrica de Cochabamba. Nel maggio scorso sono state espropriate le azioni di Red Eléctrica Espanola (REEE) nell'impresa di Trasporti dell'Elettricità (TDE).

Nonostante le costanti azioni di destabilizzazione messe in atto dall'oligarchia, con l'appoggio di paesi stranieri, il governo di Morales ha ottenuto innumerevoli successi economici e sociali mai visti in questo paese dalla sua fondazione.

Traduzione a cura di Marx21.it