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lunedì 22 maggio 2017

La controrivoluzione in America latina

 di Carlo Formenti da Micromega

Se qualcuno nutrisse dubbi in merito al fatto che questa è l’era del pensiero unico, un’epoca in cui non esistono quasi più giornali, radio o canali televisivi che non sostengano posizioni praticamente identiche su tutte le questioni economiche, sociali e politiche di fondo (dall’urgenza di tagliare la spesa sociale alla necessità di lottare contro il “populismo”, dalla definizione di buoni e cattivi nelle varie guerre in corso a come fronteggiare la sfida terrorista, dalla celebrazione del politicamente corretto alla condanna delle manifestazioni di piazza “violente”, ecc.) ,vada a leggersi gli articoli (o guardi i servizi televisivi) che i media mainstream dedicano alla crisi venezuelana, poi, se ne ha tempo e voglia, consulti qualche fonte alternativa in Rete, o scorra qualche articolo sui rari fogli “eretici” rimasti in circolazione.
Per quanto riguarda i primi sfido il lettore a trovare - e a segnalarmi - una voce che dia una versione minimamente obiettiva di quanto sta accadendo in Venezuela, che non dipinga, cioè, Maduro come un dittatore sanguinario a capo di un regime totalitario e i suoi oppositori come cittadini inermi che lottano eroicamente per reintrodurre la democrazia nel Paese. Per quanto riguarda i secondi, segnalo l’intervista a Luciano Vasapollo, economista e profondo conoscitore della politica latinoamericana, pubblicata sul sito Contropiano. Tuttavia, poiché mi rendo conto che il sottotitolo Giornale comunista online che accompagna la testata di Contropiano può indurre alcuni a liquidare l’analisi di Vasapollo come il punto di vista di un castrista nostalgico, consiglio di ascoltare altre due campane meno “sospette”. La prima, segnalatami dall’amico Daniele Benzi che da anni insegna in varie università latinoamericane, è un articolo del professor Gabriel Hetland, docente di Studi latinoamericani all’Università di Albany, dal titolo  “Why is Venezuela Spiraling Out of Control” e pubblicato sul sito Jacobin.
Ecco gli argomenti con cui Hetland contrasta la narrativa dei media mainstream.
1. L’accusa di essere un dittatore veniva sistematicamente rivolta anche a Chavez (sempre regolarmente eletto e, semmai, oggetto di un tentato golpe di destra), ma anche Maduro è salito al potere legalmente, dopodiché, anche se non si può negare che stia facendo di tutto per impedire che il Parlamento dominato dall’opposizione riesca a governare, questo basta, si chiede Hetland, per definire totalitario un regime che lascia piena libertà di stampa e consente all’opposizione di mobilitare continue manifestazioni di piazza? Pinochet e i generali argentini, sostenuti dagli Stati Uniti, non si comportavano un po’ diversamente?
2. Ma le “pacifiche” manifestazioni contro Maduro non vengono sistematicamente e violentemente represse? Ahimè, contrariamente alla vulgata dei media occidentali, quelle manifestazioni non sono affatto pacifiche: almeno la metà dei morti (se non di più) durante gli scontri dell’ultimo anno, documenta Hetland, sono stati provocati dall’opposizione che, fra le altre azioni, ha attaccato e distrutto edifici pubblici, fra cui scuole e ospedali (costringendo, in un caso, 50 madri e neonati a evacuare un reparto di maternità). Queste “imprese”, che ove compiute da noi verrebbero definite teppistiche se non terroristiche, in Venezuela diventano lotta per la democrazia., di quei questi paladini della democrazia e della legalità che, nel 2013, si rifiutarono di riconoscere la vittoria elettorale di Maduro, invocando inesistenti brogli (gli stessi Stati Uniti riconoscono l’affidabilità del sistema elettorale venezuelano).
Ciò detto, Hetland non manca di sottolineare le pecche di Maduro: dai gravi errori di politica economica (la crisi provocata dal crollo del prezzo del greggio avrebbe potuto essere fronteggiata meglio, se si fosse provveduto per tempo a differenziare la matrice produttiva del Paese) e non c’è dubbio che l’attuale regime – pur non potendo essere definito totalitario – abbia subito una evoluzione in senso autoritario che contrasta con l’originario sogno chavista di costruire una democrazia partecipativa fondata sul protagonismo dei cittadini. Occorrerebbe tuttavia inquadrare tale evoluzione nel contesto del feroce attacco da parte degli Stati Uniti - e delle forze di destra interne alleate alla potenza imperiale - che oggi stanno subendo tutti i Paesi latinoamericani che, negli ultimi vent’anni, avevano tentato, anche attraverso strade diverse, di emanciparsi dal Washington Consensus e uscire dal “cortile di casa” degli Stati Uniti. A tal fine suggerisco un’ulteriore lettura: il lungo articolo di Maurice Lemoine, “Guerra subdola in Ecuador, guerra totale in Venezuela” pubblicato sul numero di maggio dell’edizione italiana di “le Monde diplomatique”.
Lemoine descrive come l’opposizione ecuadoriana di destra, dopo la sconfitta nelle recenti elezioni presidenziali,  abbia immediatamente applicato il “protocollo Venezuela”: prima ancora che fossero noti gli esiti del ballottaggio fra il successore di Rafael Correa, Lenin Moreno, e il candidato della destra, Guillermo Lasso, tutti i media dichiararono la vittoria di quest’ultimo; poi, quando divenne chiaro che Moreno aveva vinto, sia pure di misura, gridarono ai brogli, invocando un golpe e, visto che le forze armate non reagivano, chiamando il Paese alla delegittimazione del governo attraverso mobilitazioni di piazza e un continuo, furibondo bombardamento mediatico (in tutta l’America Latina i media sono saldamente in mano alle destre). Lemoine prosegue evidenziando le analogie, non solo fra i casi venezuelano ed ecuadoriano, ma anche con le svolte a destra elettorali (elezione di Macri in Argentina) e istituzionali (destituzione di Dilma Rousseff in Brasile) avvenute in altri Paesi latinoamericani: nessuno di questi cambiamenti di regime è avvenuto come un normale avvicendamento, ma è stato piuttosto l’esito di violente pressioni esterne (sia economiche che politiche) associate a campagne diffamatorie, corruzione di membri dei partiti avversari, ecc.., mentre, nel caso del Venezuela, non è escluso che si possa arrivare a scenari di guerra civile in stile colombiano.
Che gli Stati Uniti siano disposti a tutto per riacquistare il controllo del cortile di casa, e che il sistema mediatico americano ne sostenga senza riserve il progetto, rientra nella più assoluta normalità. Un po’ meno scontato l’allineamento “bulgaro” di forze politiche e media europei. Ma in fondo non è il caso di stupirsene: gli interessi del capitalismo mondiale non sono compatibili con la secessione di un intero continente dalle regole del mercato globale, per cui richiedono un pronto ritorno alla “democrazia”, naturalmente intesa come dominio incontrastato del “libero mercato”. Ecco perché, mentre Maduro viene descritto come un dittatore, il presidente cinese viene celebrato come la provvidenziale alternativa a Trump, come il nuovo campione del “mondo aperto”.

lunedì 23 novembre 2015

Argentina, la restaurazione neoliberale di Mauricio Macri. La fine del mondo?

dal Blog di Gennaro Carotenuto


C’è un elemento nel voto presidenziale argentino, che porta alla Casa Rosada il neoliberale duro e puro Mauricio Macri, sul quale non bisogna smettere di porre l’accento. Dodici anni di governo di centro-sinistra, a 32 anni dalla caduta dell’ultima dittatura, si sono conclusi con un voto di ballottaggio tirato (51/49) e con una transizione come nelle regole di una democrazia solida. Dopo un lungo ciclo progressista, ora è il turno della destra. Sta a quest’ultima, non certo alla sinistra, dimostrarsi matura per a) non vivere il ritorno al potere come mera rappresaglia, riprivatizzazione, smantellamento del welfare, retrocedendo anche in quelli che dovrebbero essere terreni condivisi come i diritti civili, quelli umani, l’integrazione latinoamericana. b) mantenere le condizioni di agibilità democratica per riconsegnare il potere all’opposizione quando sarà il popolo a decidere, come sta facendo, in pace e democrazia, la sinistra.
Sul punto a) Macri guarda a Washington più che a Brasilia, e ai capitali finanziari invece che al Mercosur, e afferma che con lui “finisce il clientelismo dei diritti umani” e il quotidiano La Nación che già oggi chiede la fine dei processi per violazioni dei diritti umani. Sul punto b) i suoi migliori amici e riferimenti culturali sono la destra pinochetista cilena non rinnovata di Joaquín Lavín, l’ex inquilino della Moncloa José María Aznar, sponsor del golpe del 2002 a Caracas, e Álvaro Uribe, che minaccia di tornare di concerto con un inquilino repubblicano alla Casa Bianca per far fallire il processo di pace in Colombia. Sarà quindi bene vigilare che questa destra, che ha dimostrato nelle sindacature Macri a Buenos Aires di usare sfacciatamente la repressione violenta della protesta sociale, sia capace di non smantellare anche il sistema democratico come farà con lo stato sociale. Torneranno infatti le politiche monetariste, dettate dall’FMI, analoghe a quelle imposte dalla dittatura e indurite dal menemismo, che resero quella sterminata pianura fertile che è l’Argentina, dove ancora nel 1972 vigeva la piena occupazione, una terra desolata di indigenza e denutrizione per i più e un paradiso per pochi, la cosiddetta farandula, che non ha mai smesso di controllare i media e ora pronta a tornare al potere.
Il kirchnerismo ha molti meriti storici. Ha tirato fuori il paese da una crisi esiziale, recuperato il ruolo dello Stato, stabilito una politica dei diritti umani modello, e avanzato nei diritti civili come in Italia possiamo solo sognare, rilanciato un welfare indispensabile e ridisegnato il futuro del paese (Qui su Néstor, qui a dieci anni dal default, qui il bilancio dopo il primo turno, col facile vaticinio sulla debolezza di Scioli, molto altro sul sito). Ancora tre giorni fa il premio Nobel per l’Economia Joseph Stiglitz ricordava che: “L’Argentina ha molto da insegnare al mondo ed è uno dei pochi casi di successo nella riduzione di povertà e disuguaglianza dopo la crisi”. Sono proprio quelle perfettibili politiche di integrazione che Macri vuole smantellare da domani, rappresentandole -è la visione del gorillismo tradizionale della classe media- come intollerabili sussidi clientelari, che alimentano il parassitismo popolare, ma che hanno permesso per esempio all’Argentina di essere uno dei pochi casi di successo di lotta all’abbandono scolastico del sottoproletariato urbano. Tutto passa, todo cambia, sono stati anche anni di errori, debolezze, inefficienze, corruttele, ipocrisie, sconfitte chiare, come quella ambientale e quella sulla riforma fiscale, ciclicità economiche (l’Argentina è stata una tigre, ora non lo è più), il bombardamento d’odio e menzogne durato 12 anni da parte del mainstream come e peggio che per gli altri governi di centro-sinistra, che non ha scalfito il rispetto che merita Cristina Fernández, che esce dalla casa Rosada con un consenso e un indice di approvazione maggiore di quello dei due rivali di ieri.
Non va sottovalutata la questione leader in un Continente caratterizzato dal sistema presidenziale. Quando devi gestire l’esistente, in genere da destra, cambiare un presidente è poca cosa. Se il presidente finisce per incarnare un processo storico popolare (penso a Evo Morales) allora la caducità biologica e politica è uno scacco e un vantaggio enorme per la controparte. La precoce uscita di scena di Néstor e Hugo Chávez, ma anche di Lula e Cristina, sono colpi che, anche un movimento popolare forte, non può parare con uno Scioli e forse neanche con dirigenti consolidati, forti di un’investitura come Rousseff o Maduro. Altri leader popolari verranno, tra le migliaia di quadri che si stanno formando non tutti accecati dal carrierismo, forse sono un male necessario.
Quella argentina è dunque una prima breccia che si apre (faccia eccezione l’effimero Fernando Lugo in Paraguay e Mel Zelaya in Honduras, entrambi rovesciati da golpe più o meno tradizionali) nello straordinario processo vissuto in particolare dall’America latina atlantica nel corso degli ultimi tre lustri, e che faceva seguito al fallimento, etico prima ancora che economico, del neoliberismo realizzato e che ha riportato al dibattito pubblico le ragioni dell’uguaglianza e della giustizia sociale oltre al rafforzamento di un progetto d’integrazione regionale difficilmente cancellabile qual che sia la volontà dei nuovi governanti. Almeno sul lungo periodo, è necessario non sopravvalutare il valore della sconfitta elettorale come era necessario essere prudenti sull’esistenza di un’egemonia progressista. Di cambi di campo ne verranno altri, è difficile dubitarne, ma sarebbe un errore di valutazione parlare di mero ritorno al passato.
Il neoliberismo fu imposto al continente negli anni Ottanta in assenza di un campo popolare sbaragliato dalle dittature, nella fine del socialismo reale e nel dogmatismo di un “pensiero unico” allora senza alternativa. Quel 49% che ha votato obtorto collo per Daniel Scioli, spesso solo per paura di Macri, e quelle enormi minoranze che domani potrebbero esserci in altri paesi, sono una sinistra nuovamente strutturata intorno a una visione di futuro spesso più avanzata di quella degli stessi governi integrazionisti. Questi, nel corso degli anni, hanno spesso dovuto venire a patti con un modello di sviluppo che resta malato, in particolare rispetto all’agroindustria, al settore minerario, alle schiavitù da monocultura, retaggio coloniale e dell’aver perso il treno dello sviluppo industriale e a tutto quello che, creando profitti, ha permesso di sostenere gli enormi investimenti in welfare di questi anni.
I movimenti sociali, quelli che all’inizio del secolo hanno scritto la storia del Continente, partendo dai bisogni reali delle masse popolari (contadine, indigene, il sottoproletariato urbano) e sono stati protagonisti insieme ai governi del rifiuto dell’ALCA che Bush voleva imporre, hanno spesso vissuto con difficoltà la sindrome del governo amico, apprezzato, criticato, capace di cooptare non sempre in maniera limpida, ma col quale stabilire un dialogo tale da espungere la violenza politica e di piazza da una parte e dall’altra. Adesso inizia una nuova storia, si può tornare a riflettere sulle insipienze dei governi progressisti (per esempio sulla sinonimia consumatori/cittadini e sulla necessità di ripensare il rapporto sviluppo/ambiente) ma quell’energia creativa può tornare a liberarsi scevra da tatticismi. L’Argentina, l’America latina, deve preoccuparsi e mobilitarsi contro il ritorno di politiche neoliberali già provatamente fallimentari, contro l’erosione di diritti e contro l’estensione del triste destino di narcostati che tocca a parti fondamentali del corpo della Patria grande, come il Messico. Con Mauricio Macri il “pensiero unico” torna al potere, ma in quanto tale è morto e sepolto.

lunedì 26 ottobre 2015

La fine del kirchnerismo e del ciclo progressista in America latina?

dal blog di Gennaro Carotenuto


È tempo di provare un’analisi che vada oltre il mero risultato del primo turno presidenziale argentino ma che da questo parta. È finito, anche se vincesse Daniel Scioli, il ciclo kirchnerista che ha ricostruito il paese dopo il default del 2001, e da tempo, in particolare con le difficoltà brasiliane e venezuelane degli eredi di Lula e Chávez, sembra giunto alla fine il ciclo storico progressista e integrazionista dell’America latina post-neoliberale. Partiamo brevemente dall’oggi, dalla foto di famiglia con il borghese Scioli in cravatta e il suo candidato proletario alla vicepresidenza Zannini, per allargare il discorso.
Dunque per la prima volta nella storia argentina ci sarà un ballottaggio. Questo partirà da un pareggio tecnico tra il candidato appoggiato dalla maggioranza, Daniel Scioli e quello della destra neoliberale Mauricio Macri (accentato sulla ‘a’, non sulla ‘i’, Màcri). I sondaggi, ai quali per una volta sarebbe ingiusto dare tutte le colpe, erano tutti appiattiti sul voto nelle primarie obbligatorie di agosto, quando il 38% degli elettori scelse di partecipare a quelle del Frente para la Victoria, che aveva il solo Scioli come candidato, e il 31% appoggiò la coalizione di destra. In due mesi, non rilevati dalla demoscopia, una scienza sempre meno esatta, se mai lo è stata, il FpV non ha guadagnato quel paio di punti che avrebbero permesso la vittoria al primo turno e Macri ha sfondato quel bacino del 30% nel quale le destre erano relegate anche quando governavano col menemismo (voti peronisti per il neoliberismo). Non è interessante qui vaticinare cosa accadrà tra quattro settimane, e quanto eventualmente sarà profonda una restaurazione neoliberale. L’impeto -un fattore importante in questi casi- però sembra spostato tutto su Macri. Il centrista Scioli, nelle analisi pro-K a lui favorevoli nella notte, ha visto ricomparire magicamente aggettivazioni come “grigio” e “scialbo”, dalle quali era per un po’ stato graziato. In questo la scelta di un candidato esterno al mondo della sinistra da parte di Cristina Fernández potrebbe passare alla storia non tanto come un errore o frutto della mancanza di alternative interne, ma come provvidenziale per eludere un confronto interno al quale potrebbe non necessariamente esserci risposta plausibile. Così Scioli, il liberale, il ricco, il grigio, l’ex-menemista, potrebbe rivelarsi il perfetto capro espiatorio per evitare che la sinistra tragga lezione non solo da tutto il positivo realizzato in dodici anni di kirchnerismo, ma anche dai limiti e dagli errori di un progetto politico che, non solo in Argentina, sembra essere giunto alla fine di un ciclo vitale.
Provando ad abbozzare un bilancio storico complessivo del kirchnerismo è sicuro che Cristina Fernández de Kirchner lascerà la Casa Rosada in dicembre avendo compiuto l’obbiettivo del consolidamento del sistema democratico in Argentina. Tale postulato non vuol dire semplicemente che nell’Argentina del XXI secolo si vota invece di tramare golpe civico-militari ma anche che, al contrario di quanto accaduto nell’epoca neoliberale che succedette alle dittature, la democrazia non può pensare di escludere tout-court le masse popolari. Non è affatto poco e anche con una eventuale presidenza Macri il menemismo duro e puro, la semplice dissoluzione dello Stato, non tornerà. Questo è il secondo punto straordinariamente rilevante.
Tutta la storia politica argentina dal 1955 al 2003, tanto attraverso governi civico-militari che civili, ha visto la continua riduzione, quasi sempre con le cattive, del ruolo dello Stato. Nonostante gli slogan dei cantori del modello neoliberale, a più debolezza dello Stato non solo è corrisposta più povertà e diseguaglianza ma anche più corruzione, dissesto, violenza, poteri criminali, ingestibilità dei conflitti sociali se non con la repressione, indifferenza per l’ambiente. Il kirchnerismo, lontano dall’essere il mondo dei sogni, ha segnato su questo piano un punto di svolta. La ricostituzione della sovranità nazionale, dissolta nell’epoca del “Washington Consensus” e delle relazioni carnali che Menem dichiarava di intrattenere con la Casa Bianca, si è concretizzata in processi di redistribuzione in favore delle classi meno abbienti. L’idea di bene pubblico e comune, e quella dello stato sociale come base per la convivenza democratica, è tornata a far parte del discorso pubblico e provvedimenti come l’assegnazione universale per figlio sono un passo concreto nella restituzione del diritto alla cittadinanza alle classi popolari. I risultati, lungi dall’essere irreversibili, sono stati solidi e incisivi, con una riduzione importante della povertà e marcati successi, ma non assoluti in particolare nel Nord, in termini di riduzione dell’indigenza e della scandalosa denutrizione. Il tutto ottenuto, ed è un limite, con una politica agraria rimasta nelle disponibilità dell’agroindustria esportatrice.
In politica estera l’Argentina ha rappresentato, con la potenza regionale Brasile, l’irruenza del Venezuela e il soft power cubano, la ripresa di un’idea di integrazione nella quale l’interesse geopolitico comune latinoamericano è emerso probabilmente in maniera strutturale e il concerto latinoamericano ha saputo risolvere quasi tutte le crisi interne nella regione, escludendo o marginalizzando gli USA, come testimonia l’epocale processo di pace colombiano in corso non a caso all’Avana. Su questo piano una presidenza Macri potrebbe fare molto danno, ma anche qui è improbabile la cancellazione di 15 anni nei quali Néstor Kirchner fu la testa pensante, anche oltre i grandi meriti di Lula e Chávez. La maniera con la quale l’Argentina è uscita dal default e a ricostituito la solvibilità delle finanze pubbliche, è stata inoltre un modello e una speranza per i paesi che avevano vissuto la seconda metà del XX secolo sotto il costante ricatto del debito e dell’FMI. La politica regionale e la collaborazione con Cina e Russia, queste ultime demonizzate da Macri, hanno permesso la riduzione del ruolo degli USA nel paese e nella Regione che, oltre la guerra fredda, era rimasto abnorme nel ventennio finale del secolo scorso. Se i futuri presidenti di un grande paese come l’Argentina potranno andare alla Casa Bianca o presso organismi internazionali come l’FMI a ristabilire relazioni meno succubi (ci si augura), lo dovranno al kirchnerismo.
A tutto ciò si aggiunga una politica sui diritti umani e per il ristabilimento di verità e giustizia per le violazioni della dittatura: un modello del quale l’Argentina può andare orgogliosa e sulla quale ho scritto parte di un libro e che ha permesso anche una svolta culturale in un paese che sembrava succube di un’impunità devastante. Sul piano dei diritti civili, il matrimonio egualitario (per citare solo un aspetto) testimonia un’opera costante di civilizzazione dei rapporti sociali, lotta al sessismo, attenzione alle questioni di genere, nella quale l’Argentina appare essere un modello per il mondo, un altro mondo per paesi infinitamente più arretrati come l’Italia. E’ stato una sorta di laboratorio al quale Jorge Bergoglio si è prima opposto per poi, una volta papa, stabilire delle relazioni rispettose. Meno bene, ma infinitamente meglio del disastro brasiliano si è fatto nel sistema educativo. A oggi in America latina sembra più facile investire in università e ricerca (il Conicet, il CNR argentino, ha accolto tanti italiani formati ed espulsi dal nostro sistema universitario) che rivoluzionare quello scolastico. Si è contrastata l’evasione scolastica, ma i figli delle periferie hanno tuttora bisogno di migliori scuole pubbliche (quelle che Menem semplicemente chiudeva). Sul piano politico i governi K., che dopo il default hanno a lungo vissuto in condizioni di semi-embargo, si sono scontrati con coraggio con monopoli come quelli dei media e dei settori agrari più poderosi, che tanto hanno segnato in negativo la storia del paese e della Regione. Ai primi si chiedeva democratizzazione, ai secondi una miglior contribuzione fiscale rispetto alle straordinarie rendite generate in particolare dalla grande bonanza del prezzo della soia, sulla quale l’agroindustria ha costruito enormi fortune. I risultati sono contrastanti sui media e si sono risolti in una sconfitta dura rispetto alle politiche di equità fiscale. La difficoltà della sfida sostenuta impone rispetto per il governo che ha riportato nei dizionari il verbo “nazionalizzare” e recuperato alla vita pubblica la petrolifera YPF, le poste, la compagnia aerea di bandiera, l’acqua potabile, tutti privatizzati durante il menemismo.
Fin qui arrivano gli aspetti positivi. Quelli negativi sono più complessi da trattare perfino in un contesto quale quello europeo che tende a non vedere i primi e sperare di liberarsi di governi visti con fastidio come “la sinistra giurassica” o con nostalgia come “la sinistra vera di una volta”. Come in Brasile, tutto il processo si è basato in una sostanziale lungo surplace con i grandi capitali con i quali il conflitto è sempre stato al massimo verbale. Questi non solo non hanno però perso nulla in questi anni, ma hanno continuato a guadagnare più di prima. Tale appeseament, forse inevitabile se si considera il modello politico-economico di partenza, si riflette nel punto chiave del consumo come valore sostitutivo alla cittadinanza, del quale dirò dopo. È un appeasement che va però declinato anche nello stallo della difesa dell’ambiente, che continua a essere sotto attacco di agroindustria e industria estrattiva, dove il governo è riuscito a fare ben poco. Come anche nell’Orinoco chavista o nell’Ecuador dell’iniziativa Yasuní, sembra che non ci sia alternativa al finanziare lo sviluppo sociale se non a spese dell’ambiente e dello sfruttamento intensivo delle risorse naturali. Non scrivo questo né per fondamentalismo ambientalista, o indigenismo fuori epoca o nostalgie arcaiche; l’America latina ha bisogno estremo di infrastrutture e di trovare un compromesso con la madre Terra per l’uso delle risorse naturali per il benessere dei viventi, ma non può lasciare che il territorio sia disponibile ai metodi usati durante tutto il XX secolo dal modello delle multinazionali, usurpazione del suolo, deportazione dei contadini, agrotossici come piovesse, miniere velenose a cielo aperto, violazioni sistematiche dei diritti sindacali e umani. Non è un caso che anche in Argentina i principali movimenti e conflitti sociali degli ultimi anni siano tutti generati intorno alla difesa dell’ambiente e alla difesa della terra. È come se, in assenza di un modello economico alternativo al capitalismo (e il socialismo non ha mai rappresentato una discontinuità su questo piano), la risposta alla distruzione del pianeta e della convivenza civile voluta dal modello neoliberale, imposto nelle camere di tortura delle dittature, e mantenuto con la narcolessi culturale delle tivù commerciali in democrazia, sia stato semplicemente un ritorno allo “sviluppismo” post-bellico ma in condizioni ben peggiori.
Non si cerca più di usare le rendite agrarie per finanziare il sol dell’avvenire di uno sviluppo industriale ormai utopico in un continente a medio reddito, ma solo per sostenere programmi sociali che riducano le ingiustizie e le disuguaglianze in assenza di un’alternativa sistemica che le superi definitivamente. La tentazione, il non detto, lo strumento di potere, è usare programmi sociali indispensabili, semplicemente giusti, per alimentare un consenso clientelare. Se l’alternativa delle destre non è più buttare il bambino con l’acqua sporca ma un uso solo clientelare degli stessi, l’alternativa della sinistra qual è?
PIÙ CONSUMATORI CHE CITTADINI
Ampliando il discorso e facendo del kirchnerismo un simbolo di un’epoca, esattamente il 5 novembre del 2005 il concerto latinoamericano sconfisse l’ALCA di George Bush, il Trattato di libero commercio delle Americhe, proprio qui a Mar del Plata. Questo era un progetto neocoloniale duro e puro anche se l’espressione stride a molti in Europa. Voleva utilizzare l’America latina come infinita maquiladora per permettere agli USA di vincere la competizione globale con la Cina. Quel giorno segnò forse il punto più alto della coscienza critica nel Continente e quindi dell’integrazione di questo. Vada come vada il 22 novembre, dei grandi leader di quel giorno il solo Evo Morales resta saldamente in sella. E resta in sella perché nel suo impegno l’aspetto del pensare un progetto integratore più ampio della società è predominante. Il welfare non basta, ma qual è l’alternativa? In qualche modo la Bolivia è tra i pochi a potersi permettere di non pensare se stessa solo come –per stare a Marcello Carmagnani- “altro Occidente”. Per quell’ibrido culturale che è l’America latina urbana, non vi è alternativa all’esserne vagone di coda a partire dal modello di sviluppo, consumi, desideri. Nessuno ha però il diritto di criticare un occidentale latinoamericano per il desiderare consumi garantiti ad altri occidentali. L’esigenza che nessuno governo –neanche Cuba- ha mai potuto eludere di sostenere la crescita economica, con la quale si pagano programmi sociali per loro natura di lungo periodo, comporta anche che gli accordi commerciali sbattuti fuori dalla porta con l’ALCA, tendano a rientrare dalla finestra. Come altrove e come Allende non fece in tempo a vedere, per la sinistra vi è inoltre il limite del riferirsi a classi popolari definitivamente oltre la fine della storia del lavoro di massa, i partiti e i sindacati. Quando Chávez evocò il fantasma del socialismo (un colpo d’ali nell’indicare la necessità di ribaltare il tavolo, più che uno strumento di propaganda, o una rottura sistemica col capitalismo) o la stessa evocazione continua del “nazionale e popolare” cristinista, si è palesato uno iato che è di comprensione dell’esistente, della sfuggevolezza dei soggetti politici ai quali si fa riferimento, della mera realizzabilità. Non è un caso che la forza dei movimenti di questi anni sia sempre stata nella puntualità dell’agenda, nella lotta contro quella singola miniera, mai nell’escatologia della costruzione di nuove società per soggettività popolari ormai sfuggenti.
Non sottovaluterei inoltre la mera questione della leadership, come testimonia il ripiegare su Scioli del kirchnerismo. Se la Storia degli ultimi due secoli è stata almeno in parte scritta dal basso in un processo non certo lineare di democratizzazione, i leader, in particolare all’interno di sistemi democratici e repubbliche parlamentari, non vengono portati dalla cicogna ogni quattro anni. La morte precocissima di Néstor Kirchner e Hugo Chávez, la sostituzione di un patrimonio di popolarità come Lula, l’epifania della cometa di Pepe Mujíca o, in un contesto diverso di Fidel Castro e perfino di un personaggio discutibile come Daniel Ortega, l’impedimento golpista a un López Obrador di governare il Messico, sono colpi non facilmente ovviabili per l’intero movimento popolare e sociale latinoamericano.
L’incontro col Secolo di una teologia politica liberatrice, parte del discorso politico di una sinistra tradizionale, popolare e nazionalista nella declinazione latinoamericana del termine, ossia quella che ha governato negli ultimi anni, si incontra oggi di fronte alla pervicacità del modello, alla persistenza dell’attribuzione di valore da parte di questo e alla fine programmatica degli obbiettivi che si era data all’interno del sistema democratico. La difesa di quest’ultimo ha sempre rappresentato una priorità di fronte a rumori di sciabole e golpe economici. Accettato di competere all’interno di un modello liberal-democratico (non vi era alcuna alternativa), adesso si fanno i conti con l’alternanza, anche se quest’ultima vuol dire disfare una tela di Penelope così faticosamente tessuta. Non è solo il Venezuela a subire da 17 anni una guerra di logoramento non sempre fredda. Non c’è un grande vecchio, non ci sono gli USA cattivi da demonizzare in un hashtag #handoffqualcosa, ma un contesto di interessi tradizionali e modernissimi che confliggono con un campo popolare culturalmente non dominante, ma anzi tuttora subalterno. Strutturalmente subalterno, forse. Perciò all’interno di una modernità e di un modello economico che non è mai stato un’alternativa sistemica al capitalismo, si sono sempre cercate crescenti e di per sé titaniche guerre di logoramento, punti di scontro, modelli di cooptazione nei quali probabilmente le regole del gioco le ha sempre dettate il nemico.
Di tutto ciò la persistenza della corruzione è il sintomo più simbolico e stigmatizzato, anche se è una balla colossale della guerra mediatica contro i governi integrazionisti sostenere che la corruzione possa essere aumentata rispetto alla fine del secolo scorso. È però una ferita aperta il perché questa riesca a cooptare anche forze apparentemente fresche, di militanza che appare sana e una volta entrata in giri di sottogoverno si uniformi quasi sistematicamente. È dai tempi della “piñata nicaraguense”, quando i leader sandinisti lasciarono il potere, spartendosi beni pubblici per veri o presunti meriti rivoluzionari, che anche in America latina la questione morale, non è più prerogativa di una parte politica, la sinistra, ma al massimo di singoli. I modelli di cooptazione per famiglie politiche, in un sistema sociale che resta basato sulla produzione di ricchezza, sul possesso di questa e sull’ostentazione del consumo, e nella quale i segni di potere e riconoscibilità sociale non si discostano da quelli degli avversari politici, non possono che produrre corruzione. È ingenuo pensare che quello che è stigmatizzato nei partiti socialdemocratici europei non debba trovare corrispondenza negli omologhi latinoamericani, nel carrierismo fine a se stesso e nella corruzione. Ma qui c’è il divorzio o, forse una nuova forma di unione civile tra classe politica e governati. È ingenuo pensare che, soprattutto nelle nostre megalopoli sofferenti, nei ranchitos di Caracas, nelle villa miseria del Gran Buenos Aires, nelle favelas di Río, quella che nel XXI secolo è la principale aspettativa delle masse popolari, forse salute ma non democrazia, non educazione, non cultura, ma consumi subito, qui e ora, possa trovare dirigenti politici talmente lungimiranti da contrastare la volontà dei loro stessi elettori e delle reti di potere che li hanno selezionati. Oltretutto privandosi delle parafernalia riconosciute del potere, quello del benessere materiale. Pepe Mujica il pauperista, era il cappellaio matto, non la nuova politica. Lula non ha dato salute ed educazione e forse neanche pane, ma ha dato il companatico; accesso ai consumi come succedaneo della cittadinanza testimoniato ovunque dalla crescita della classe media che agisce, pensa e desidera in quanto tale. E meno male, per certi versi. A partire dal Brasile è successo in tutto il Continente. Dopo decenni di critica del PIL come parametro unico della felicità e della ricchezza delle nazioni, l’esigenza di non scontrarsi con una controparte che, ricordando Pietro Nenni, non è mai uscita dalla stanza dei bottoni, ha portato a misurare la felicità in termini di crescita dei consumi interni: i grandi interessi economici hanno continuato ad arricchirsi, le classi popolari, disinteressatesi all’assalto al cielo, hanno smobilitato contentandosi dello strapuntino offerto in una società dei consumi dalle quali erano fino a ieri state escluse. Non è poco, e nessuno ha diritto di biasimarle, e forse il progresso non è leggere tutti insieme Dostoevskij (come pensavano nel Cile popolare). Forse il progresso è possedere tutti un iPhone, ma è triste pensare che dopo i migliori anni della vita del Continente, l’America latina non riesca più a volare.

martedì 13 maggio 2014

Yoani Sánchez, qualcuno la molla

dal blog di Gennaro Crotenuto
 

Sto ricevendo decine di messaggi pubblici e privati su Yoani Sánchez, la sua (presunta) rottura del contratto con La Stampa (quello su Internazionale è già fermo da un anno). Tali messaggi sono causati dall’outing del suo traduttore Gordiano Lupi che ora si sente libero di dirne peste e corna e raccontare quello che in tanti denunciavano da anni: l’avidità maniacale e le balle sulla persecuzione che subirebbe all’Avana.
Alcuni mi fanno i complimenti, ma io non ho fatto nulla né penso che Gordiano dica cose nuove o particolarmente significative. Fa piacere però la memoria lunga di alcuni e il fatto che citino a distanza di anni il mio lavoro. Nello specifico però c’è poco da gioire o pavoneggiarsi. Notizia sarebbe stata se fosse stata La Stampa a rompere il contratto, riconoscendo finalmente in Yoani non un’informatrice credibile, quale è stata fatta passare per anni, ma quel che è: un fenomeno mediatico costruito a tavolino, tanto perfetto da essere incredibile a chiunque avesse una lettura raffinata delle cose.
Anche adesso che Gordiano Lupi arriva a chiedersi se Yoani sia davvero un’agente della CIA o non sia invece al soldo del perfido Fidel (bum!), resta quella sensazione di vuoto pneumatico e di stereotipo ritrito su tutta la storia e sull’informazione anti-latinoamericana proposta dal mainstream.
Quella dei grandi media sull’America latina è una commedia dell’arte per la quale i buoni hanno perfino delle determinate caratteristiche fisiognomiche (come Yoani o Capriles in Venezuela) tali da renderli politicamente spendibili, mentre uno con la faccia di Nicolás Maduro dovrebbe tornare a fare l’autista d’autobus.
È un giornalismo classista ove non razzista ma soprattutto è un giornalismo che manca al proprio ABC, quello di verificare i fatti. Il problema non è infatti mai stato se ci piace o meno la rivoluzione cubana ma se si siano preoccupati di verificare in qualche modo la credibilità di Yoani e cosa stesse davvero apportando sulla comprensione di quell’esperienza. A chi scrive non scandalizza se Yoani abbia guadagnato molti soldi in un paese dove un cardiochirurgo guadagna pochi Euro al mese. A chi scrive scandalizza che ai media abbiano fatto passare per informazione la propaganda anti-castrista aderendo al fine di questa (convincere) ma abdicando al proprio fine (informare).
Quella del mainstream sull’America latina è una grande opera dei pupi che da oltre un anno sta rendendo per esempio impossibile la vita ad un uomo anziano come Pepe Mujíca, presidente di un paese che non interessa a nessuno come l’Uruguay, ma importunato quotidianamente da ogni giornale e televisione del mondo, che vendono la sua bella immagine ma dicono ben poco su cosa sta facendo quell’esperienza di governo (nel bene o nel male) sulla sponda orientale del grande fiume. Pauperismo, marihuana e poco più. Un messaggio reso innocuo se decurtato del resto. È un reality show che rappresenta i presunti studenti venezuelani come buoni e oscura quelli cileni come cattivi (salvo far gallerie di foto per la bella Camila Vallejo). È uno spettacolo dove i contadini e i minatori scompaiono in un continente popolato innanzitutto da contadini e minatori. È sicariato mediatico dove si può stigmatizzare Cristina Fernández per shopping compulsivi inventati di sana pianta e dove se George Bush dice che tutti gli indigeni latinoamericani, dai mapuche agli zapatisti, sono terroristi allora, per i nostri media, gli indigeni latinoamericani andranno trattati come alleati di Al Qaeda.
Non credo che il progetto Yoani sarà particolarmente danneggiato dall’ex-abrupto di Gordiano Lupi né che il mainstream possa fare ammenda o comportarsi più seriamente in futuro. Frequenterà pessima gente (come Aznar nella foto), guadagnerà bene, farà notizia di quando in quando, magari comunicando via Internet da Cuba che a Cuba Internet non funziona. Continuerà a godere di ottima stampa e a fare pessima informazione. Resta per tutti noi la necessità di studiare per capire, senza delegare nessuno, tantomeno Yoani Sánchez.

venerdì 14 dicembre 2012

Perché un Monti che fallisce è un “tecnico” e il Correa che ha successo è un “economista sinistrorso”?

di Bill Black (da Naked Capitalism)
Traduzione di Domenico D'Amico


Il New York Times ha pubblicato profili di leader nazionali quali Mario Monti per l'Italia e Rafael Correa per l'Ecuador. Vorrei invitare i lettori a porre a confronto il trattamento reverenziale riservato a Monti con quello riservato a Correa. La prossima volta che qualcuno vi dice che il NYT è un giornale “di sinistra” potrete fargli vedere quanto si spinga a destra nelle questioni finanziarie.

http://topics.nytimes.com/topics/reference/timestopics/people/m/mario_monti/index.html
http://topics.nytimes.com/top/reference/timestopics/people/c/rafael_correa/index.html

Il punto di vista che il NYT manifesta descrivendo Monti come un “tecnico” [1] e Correa come un “economista sinistrorso” è tipico dei media dominanti. Sia Monti sia Correa posseggono dottorati in economia presso università statunitensi, ed entrambi sono stati docenti di economia. Come mai il NYT tratta Monti con reverenza e Correa con sdegno?
Esiste una serie di parametri usati normalmente dai media statunitensi nello stilare giudizi di merito nei confronti di personaggi prominenti e leader nazionali. I media manifestano grande stima per i leader che mostrano:

Dalla Teologia della Liberazione al socialismo latino-americano.

Riceviamo e volentieri pubblichiamo


di Tonino D’Orazio *

La Teologia della Liberazione è nata negli anni Sessanta dalla base, dal popolo, prima in Perù, poi in Brasile, e poi in tutta l’America Latina da religiosi convinti che non si possa insegnare la parola di Gesù senza insegnare quali sono i diritti delle persone, quale coscienza si deve avere per essere cittadini, per avere diritti e certezza dei propri diritti. In America Latina la maggior parte della gente vive nella povertà e la maggioranza è di fede cristiana. Quindi la domanda principale di questa gente è: Dio vuole che noi rimaniamo in questa sofferenza? Sicuramente no. Allora è la sistematizzazione dell’esperienza di fede dei poveri alla ricerca della loro liberazione e dello strumento necessario. Intanto con comunità ecclesiali di base, di gente povera. Significa coniugare la visione della fede con la liberazione, l'aspirazione e la speranza di superare la miseria, la povertà, la sofferenza, tramite l’impegno, la solidarietà e la lotta per la giustizia, compresa quella sociale. Insomma il processo di liberazione dalla povertà tramite la trasformazione sociale e politica. La povertà diventa un peccato sociale da combattere al pari dei vizi capitali.

E’ un programma socialista e di ridistribuzione della ricchezza, anche se molti loro esponenti hanno rifiutato un appellativo politico così carico di morti e di sangue. Individuato tale però dalla Chiesa cattolica romana e quindi da combattere perché Gesù non era socialista, anche se beatificava i poveri e scacciava i mercanti e i ricchi epuloni dal tempio del Padre e forse anche dal paradiso.

Bisogna dire che il Concilio Vaticano Secondo di papa Giovanni XXIII aveva recepito nella chiesa l’immensa sofferenza sociale del popolo cristiano e in particolare cattolico. La ventata di apertura sociale fu quasi una tempesta. Ci vollero tre papi consecutivi e tutte le compromissioni possibili per annullarne i principi. La lotta continua ancora oggi. In America Latina invece rimasero latenti e popolari, proprio tramite la Teologia della Liberazione e forse, anche, per la lontananza da Roma. Ma proprio lì la repressione delle classi padronali fu più feroce, militarizzata, vicina al genocidio. Per esempio la pace firmata verso la fine di dicembre del 1996 tra i guerriglieri e le forze armate in Bolivia, pose fine ad un conflitto durato oltre trent'anni, durante il quale morirono, spesso in modo atroce, 170.000 persone. I numeri parlano chiaro e non sono ignorabili: oltre 200.000 morti e 40.000 desaparecidos, (1960-1996), su una popolazione di dieci milioni d’abitanti in Guatemala. Le cifre per Argentina e Cile non sono ancora tutte note. In Perù la guerra civile, ha provocato circa 40.000 morti a partire dal 1980. Un silenzio degli innocenti che molti ritengono protetto dall’omertà della Chiesa ufficiale. Tra l’altro sembra che il Tribunale Penale Internazionale si occupi solo di leader ex comunisti dei loro amici, o dei “cattivi” indicati dagli Stati Uniti.

I diversi metodi repressivi, la guerra sporca, gli squadroni della morte, le esecuzioni selettive (in modo particolare di sindacalisti), le sparizioni, le torture, i massacri, ecc.., applicati con particolare sevizia dalle varie forze armate e dai gruppi paramilitari e padronali, sono stati assimilati nei manuali nordamericani, e ispirati alla "teoria della sicurezza nazionale". Anche con l’invasione diretta degli Usa a Granada (1983) e a Panama (1989). Il tentativo fallito dell’invasione di Cuba (1959), ordinato dal quasi beato guerrafondaio JFG Kennedy. I vari colpi di stato kissingueriani del Cile, dell’Argentina, del Venezuela, del Guatemala. Nell'applicazione di questa teoria si è continuato ad aggredire militarmente, per più di 40 anni, coloro che in modo pacifico ed utilizzando le vie democratiche, lottavano per la terra ed il diritto di vivere in pace. E’ nata così la resistenza armata, che con lo scorrere degli anni, l'assenza di democrazia e il terrorismo di Stato hanno alimentato e si è convertita nell'unica forma possibile d'opposizione. La guerriglia.

Però a nulla sono valse le forze politico-sociali rivoluzionare,(eccezion fatta per Cuba), Che Guevara, Sendero Luminoso in Perù poi diventato l'Mrta, il Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale del Nicaragua, i tupamaros in Uruguay, l'Esercito rivoluzionario del popolo (Erp) e i montoneros in Argentina e ancora i Todos por la patria sempre in Argentina (1989), erede dell'Erp, Ejército revolucionario del pueblo distrutto dalla dittatura militare, fine anni settanta, l'Azione di liberazione nazionale (Aln) e l'Avanguardia popolare rivoluzionaria (Vpr) in Brasile, Sol Rojo in Ecuador, le Forze armate rivoluzionarie colombiane (Farc), Frente patriotico Manuel Rodriguez in Cile, le Forze armate rivoluzionarie (Far) in Guatemala, nel Chiapas, Ezln! Esercito zapatista di liberazione nazionale nel Messico con il mitico subcomandante Marcos, allEPP, Ejercito del Pueblo Paraguayo.

La rivolta e l’occupazione delle terre incolte da parte dei contadini Sin Terra in vari paesi sud americani in una striscia continua di sangue..

E poi si arriva ai giorni nostri. Il popolo si organizza democraticamente ripudiando la guerriglia. La sinistra socialista di concezione latino americana vince in vari paesi, cominciando dal Venezuela di Chavez. Lo stesso ha precisato che “la guerra di guerriglia ormai è passata alla storia” in America Latina e che nella fase attuale, “un movimento guerrigliero armato è fuori luogo”. Da poco l’accordo delle Farc e il governo colombiano per un cessate il fuoco, sotto il patronato di Chavez, di Cuba e della Norvegia. Bella diplomazia quella norvegese, sempre pronta ad aiutare a risolvere le situazioni più drammatiche, compresa quella di Gaza in Palestina.

Ma non per questo non rimangono ancora sacche di resistenza armata. Spesso a guidarle sono stati anche preti e seminaristi della Teologia della Liberazione, mischiando alla cultura cristiana le teorie di Marx.

Cinquant’anni fa persino un prete colombiano scelse di predicare la lotta armata: «Se Gesù fosse vivo, sarebbe un guerrigliero». Un vescovo (di San Pedro), svestito, Fernando Lugo, fa il presidente del Paraguay. In Brasile nacquero circa 100.000 Comunità di Base, grazie anche al cardinale di San Paolo Paulo Evaristo Arns e al vescovo Camara; in Nicaragua numerosi cattolici, sacerdoti e laici, presero parte alla lotta armata contro la dittatura di Somoza e in seguito diversi sacerdoti, entrarono a far parte del governo sandinista. Padre J.B.Aristide divenne presidente della repubblica di Haiti, ma fu destituito e esiliato dagli Stati Uniti. I socialisti erano troppo vicino al “cortile di casa”.

Anche il neoliberismo, il capitalismo e la gerarchia della Chiesa romana hanno sempre ritenuto che fosse mischiare il diavolo con l’acqua santa, e si sono schierati per la repressione. Da sempre, dalla nascita della Teologia della Liberazione. Alcuni rappresentanti della gerarchia ecclesiastica sudamericana, sin dal 1968, presero posizione a favore delle popolazioni più diseredate e delle loro lotte, pronunciandosi per una chiesa popolare e socialmente attiva tramite le Comunità Ecclesiali di Base. Comunità impegnate a vivere e diffondere una fede attiva, solidale e partecipe dei problemi della società. Insieme alla discussione dei teologi, è l'intero episcopato ad assumersi il compito di essere al fianco delle lotte di liberazione del popolo e molti vescovi definiscono il loro ministero unilateralmente con il concetto di opzione preferenziale dei poveri.

I contenuti della Teologia della liberazione si trovarono, e si trovano, in rapporto di contrasto con quelli della Santa Sede, la quale adottò misure disciplinari contro quasi tutti i suoi maggiori esponenti. Wojtyla dichiarò che la «concezione di Cristo come politico, rivoluzionario, come il sovversivo di Nazaret, non si compagina con la catechesi della Chiesa.». (nella III Conferenza generale dell'episcopato Latinoamericano, del 28 gennaio 1979). Anzi sollecitò il suo braccio destro Ratzingher (degno successore della rigida continuità) a sostenere che le ideologie sociali erano incompatibili con la dottrina della Chiesa. Certo non poteva dire dei Vangeli. Quindi sotto il pontificato del pastore Giovanni Paolo II, le pecorelle smarrite furono tutte cacciate dai vertici del gregge e abbandonate. Leonardo Boff, uno dei primi ideologi e protagonisti della Teologia della Liberazione subì diversi processi ecclesiastici e dovette poi abbandonare, nel 1992, l'ordine francescano. Ma tanti altri gesuiti (Padre Arrupe) e francescani che si occuparono del sociale e della pace furono espulsi. Troppo vicini al comunismo e al socialismo. La frattura di Ratzingher con l'area latinoamericana apertasi già nei primi giorni del suo pontificato, potrà difficilmente essere ricucita con spettacolari e mediatici viaggi, compreso nell’ultimo bastione comunista di Cuba. 

Basta pensare all’omicidio di monsignor Romero, arcivescovo di San Salvador dal 1977 al 1980. Ucciso mentre celebrava messa e denunciava le violenze della dittatura del suo paese. Ai suoi funerali (in cui avvenne un nuovo massacro di fedeli da parte dell'esercito) Wojtyla, su pressioni del governo salvadoregno, non andò. L’episodio è rimasto come macchia nera nel suo curriculum per la beatificazione. Molte responsabilità vengono attribuite proprio a Wojtyla, con i suoi cordiali incontri con i dittatori militari, tanto che successivamente dovette ammettere che la Teologia della Liberazione aveva avuto un ruolo «buono, utile e necessario» per la difesa dei poveri. Ma anche perché il popolo acclamava già Romero come santo e non rispettava più la gerarchia ecclesiastica.
Secondo frei Betto, teorico della Teologia della Liberazione, se si analizzano i quattro Vangeli ci sono principalmente due domande che vengono rivolte a Gesù. La prima è: “Signore, che devo fare per guadagnare la vita eterna?”. “Ecco - spiega il frate - mai questa domanda esce dalla bocca di un povero. Esce sempre da coloro che si sono assicurati la vita terrena e che quindi pensano ad assicurarsi anche l’al di là. È la domanda tipica dell’uomo ricco, che vuol sapere come poter comprare anche il paradiso. E tutte le volte che Gesù ascolta questa domanda si sente a disagio se non irritato.

La seconda domanda che si incontra è invece: ‘Signore, come devo fare per avere una vita in questa vita?’. Ecco, questa viene solamente dalla bocca dei poveri. ‘Le mie mani sono inerti, hanno bisogno di lavorare. Sono cieco, ho bisogno di vedere. Sono paralitico, voglio camminare. Mio fratello è morto, vorrei vivesse. Mia figlia è malata, vorrei che guarisse’. I poveri chiedono a Gesù vita in questa vita. E a loro Gesù risponde sempre con misericordia e compassione. Perché lui stesso ha detto io sono venuto qui perché tutti abbiano vita, e una vita piena”.

Tutto il mondo in cui viviamo oggi è una grande offesa al progetto di Dio. Perché in nessun versetto della Bibbia sta scritto che la povertà è gradita agli occhi di Dio. La povertà è una maledizione. È frutto dell’ingiustizia. Per questo Gesù si pone dalla parte dei poveri e li chiama beati: li considera i protagonisti della conquista di una società in cui tutti veramente avranno una vita degna.
 

Ma se la mappa politica dell'America Latina tende a cambiare nei primi anni del XXI secolo, quando in molti paesi, sconfitte le dittature, vanno al governo partiti con programmi progressisti e di sinistra che prevedono l'abbandono del neoliberismo e un'attenzione maggiore alle fasce deboli della popolazione, si può ritenere, per la Teologia della Liberazione, un metodo e una grande vittoria. Il lavoro sotterraneo di almeno un trentennio sulla “democrazia partecipata” e la coscientizzazione dei diritti portata avanti con grande sacrificio, spesso anche della vita, da questi oscuri e modesti preti “di base”, del popolo, hanno dato risultati profondi e eclatanti. La povertà non è sconfitta in America Latina, ma le premesse e la coscienza di doverla combattere insieme rappresenta uno dei punti salienti e possibili, anche politicamente, della Teologia della Liberazione di oggi e dei programmi sociali dei governi attuali. Intanto attraverso il recupero dei beni comuni e della ricchezza delle loro risorse naturali. Non sarà facile, i predoni sono sempre in agguato attraverso il Fondo Monetario Internazionale o la Banca Mondiale. Per il momento però sembrano non averne bisogno da quando hanno fondato insieme la loro Banca do Sur, sostenuta soprattutto dal petrolio venezuelano.

La riflessione di oggi della Teologia della Liberazione aggiunge la denuncia dell'economia di mercato, l'alienazione che il capitalismo causa a milioni di persone nel mondo, e la riscoperta dell’ambiente. Sposa le tesi dei movimenti no global, contesta il neoliberismo e il libero mercato, promuove la pace fondata sulla giustizia e la richiesta di una partecipazione democratica efficace da parte dei movimenti di base.

Andando oltre, oppure riprendendo e continuando le aperture di Vaticano II, nello scontro con le gerarchie della Chiesa, chiedono una reale partecipazione dei laici e delle donne alla guida della Chiesa, il decentramento del potere ecclesiale. Ma questa è un’altra storia. L’America Latina, il più grande “serbatoio” della chiesa cattolica, avrà sempre pochi cardinali. Nell’ultima sfornata dei 22 (6 gennaio 2012) non ce ne sono né per loro, né per l’Africa, la “Chiesa più giovane e in crescita del mondo”. Anche per la fame. 



* Direttore Ires Abruzzo


lunedì 22 ottobre 2012

Chávez e la Diplomazia Pubblica di Washnington

di Carlos Fazio da la Jornada (traduzione per doppiocieco di Franco Cilli)

Unitamente alla stampa occidentale, tradizionalmente schierata, uno dei grandi perdenti delle elezioni venezuelane del 7 Ottobre, è stato senz'altro il cosiddetto Ufficio della Diplomazia Pubblica di Washington.
Fomentatore del terrorismo mediatico sin dagli anni della guerra fredda, l'ufficio dedicato alla destabilizzazione dei processi democratici e popolari dell'area, ha lavorato instancabilmente tra la fine di Luglio e il giorno delle elezioni per cercare di imporre una serie di idea forza, che dirette a/e riportate dai principali media di Stati Uniti, America Latina, Madrid e Londra, hanno cercato di dare risalto al candidato dell'opposizione Enrique Capriles Radonski, allo scopo di controbilanciare le principali agenzie di sondaggi, che davano come vincitore certo Hugo Chávez.
L'argomento principe della campagna elettorale è stato che Capriles non era in competizione con Chávez, bensì contro un asse formato da una cricca di narcogenerali, politici nepotisti e cubani(sic) che avevano pianificato di utilizzare le elezioni come mezzo per controllare il Venezuela dopo che Chávez fosse divenuto inabile o fosse morto. In definitiva si trattava di impedire che attraverso le violenze, le intimidazioni e la frode elettorale si perpetuasse un chavismo senza Chávez .

Dietro consiglio di due esperti israeliani, il politico, diplomatico e scrittore Shlomo Ben Ami, membro del partito laburista ed ex ministro degli esteri di Israele, e Alon Pinkal, anch'egli diplomatico che ha rivestito la carica di console generale negli Stati Uniti fra il 2000 e il 2004, nonché consigliere di due ministri di Relazioni con l'estero e il primo ministro Ehud Barak, la campagna elettorale ha cercato di costruire l'immagine di Capriles come di un uomo serio, che offriva stabilità, affidabilità, capacità di previsione dell'economia e un miglioramento tangibile nella relazioni del Venezuela con il mondo. Con lui, il Venezuela si sarebbe convertito in una democrazia vibrante e aperta, rimpiazzando una oligarchia militar-autoritaria.

La cronologia di 84 giorni(77 fra il 23 dii Luglio e il 7 di Ottobre, e la settimana posteriore alle elezioni), è stata tratteggiata in tre fasi. La prima è consistita nella costruzione e configurazione del discorso e del dibattito nei media, attraverso la disseminazione di articoli ed elementi di notizia concernenti l'elezione, basate sulla polarizzazione di due puniti di vista: Henrique Capriles Radonski versus l'asse Narco-Junta-Cuba e il pericolo di un Venezuela post-chavista diretto da una dittatura castrista-autoritaria
Nella seconda fase si è cercato di promuovere relazioni fra Capriles, leaders mondiali e responsabili di affari, e i media internazionali, nel tentativo di persuadere gli attori della politica che il Venezuela con Capriles sarebbe un terreno migliore e più affidabile per fare affari. Gli accordi verrebbero portati regolarmente a termine, gli investimenti protetti e gli interessi rispettati. A tal proposito Alon Pinkas, direttore fra l'altro di Brainstorm Cell Therapeutics Inc. e commentatore di media israeliani e stranieri, incluso Fox News, ha preso contatto con con l'impresa pubblicitaria Thunder 11, presieduta da un ebreo residente a New York, Marcos Greenberg, che è stato anche consigliere della campagna del'ex presidente di Colombia Álvaro Uribe.
Nella terza fase della campagna ( i dieci giorni precedenti il 7 Ottobre) il fuoco dell'informazione e dell'intelligence si è concentrato sulla salute di Hugo Chávez, le presunte lotte intestine all'interno delle forze armate, i conflitti fra i narcogenerali, l'intromissione e il coinvolgimento diretto di Cuba, così come la manipolazione potenziale, le irregolarità e le frodi elettorali. Alla base di tutto il piano strategico, la prefigurazione di due ipotesi contrapposte: un Venezuela serio e democratico oppure un paese dove continua a governare una narco-junta e Cuba (narco-junta-Cuban ruled).
Il modus operandi della campagna conmtemplava l'identificazione di giornali, canali TV, e agenti dei social media di un certo rilievo e disposti probabilmente a pubblicare, e includeva un processo diretto principalmente a stabilire l'affidabilità di giornalisti e scrittori individuali, e successivamente di provvedere ad un flusso continuo di articoli da una ventina di grandi testate fra le quali risaltano: The New York Times, The Wall Street Journal, Reuters, Ap, The New York Post, The Miami Herald, Time, Newsweek/The Daily Beast, Foreing Policity, Bloomberg/Business Week, Forbes, The Atlantic, The Guardian, El País, CNN, CNBC, BBC e gli affiliati locali nell'area di Miami di ABC, CBS, NBC y Fox, cosi come vari giornali e blog dell'industria del petrolio.
Secondo il documento Public Diplomacy andMedia Shlomo Ben Ami, Alon Pinkas (suoi soci a Washington) e Thunder 11 avrebbero fornito a Capriles dati probanti e prove relative all'asse narco-junta-cubano. E dato che Diplomazia Pubblica è anche uno sforzo mediatico, l'idea era quella di utilizzare le riunioni con leaders, diplomatici, politici e ONG umanitarie perché riproducessero la matrice di opinioni disegnata per il piano. Sono stati programmati incontri con politici e leaders del Congresso degli Stati Uniti e dei comitati di Energia, commercio e relazioni esterne, e Human Rights Watch.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: Chávez e i Venezuelani hanno vinto anche la battagli mediatica con Washington. I contenuti della campagna sono risultati una frode degli pseudo-giornalisti di El País e di strumenti affini. La guerra però continua. Nel ridisegno del confronto è prevedibile che gli Stati Uniti vincoleranno un prolungamento del mandato al 2019 alla conferma di una matrice populista-dittatoriale, con gli annessi dell'infermità del presidente Chávez, la corruzione, il burocratismo e la violenza in chiave di polarizzazione classista. Idee di cui si faranno carico come al solito vecchi personaggi ormai ben noti:Roger Noriega, Vargas Llosa, Otto Reich, Patricia Janiot, Jorge G. Castañeda, la argentina Bullrich e una manciata di stelle mediatiche.

domenica 14 ottobre 2012

Bolivia, crescita senza privatizzazioni


Un'opzione diversa ce l'abbiamo. Il liberismo non è l'unica strada percorribile. Se prevalgono logiche antiumane è solo perché coloro che agiscono unicamente per i loro intressi sono più forti e organizzati. Fortunatamente ci sono le eccezioni. Facciamo in modo che divengano la regola.

 
di Hedelberto Lopez Blanch da www.aporrea.org via marx21

Il giornalista cubano Hedelberto Lopez Blanc, autore di studi sull'emigrazione cubana negli USA e sui medici cubani nel mondo, scrive per il quotidiano “Juventud Rebelde” e il settimanale “Opciones”.

Le nazionalizzazioni, e le rescissioni di contratti di concessione, realizzate in Bolivia da quando Morales ha assunto la presidenza nel 2006, hanno contenuto la fuga di capitali, hanno dato impulso a una crescita economica stabile e all'aumento dei servizi a beneficio della maggior parte della popolazione.

I successi ottenuti nei sei anni di governo di Morales si possono apprezzare in tutti i settori economici e sociali della nazione andina, che ha cominciato a lasciarsi dietro le spalle più di due secoli di sfruttamento da parte di governi stranieri e compagnie multinazionali con il consenso delle oligarchie “criollas”.


Il fatto è che in Bolivia hanno avuto luogo trasformazioni profonde che stanno facendo uscire dalla miseria, dall'ignoranza e dalla discriminazione la maggioranza della popolazione.

Uno dei primi compiti assolti dallo stato plurinazionale è stato quello di implementare un programma che eliminerà l'ignoranza estrema di milioni di boliviani, e con l'aiuto di specialisti cubani e venezuelani, l'UNESCO ha dichiarato il paese Libero dall'Analfabetismo.

Il Prodotto Interno Lordo (PIL) è cresciuto dal 2006 a un ritmo medio del 4% mentre i programmi sociali risultano ampi e diversificati e ad essi vengono destinati circa 2.000 milioni di dollari, in gran parte per l'apparato statale per il quale fino al 2005 venivano investiti solo 500 milioni di dollari.

La povertà estrema che colpiva il 68,2% della popolazione nel 2003, si è abbassata al 26% nel 2011, secondo dati del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP), mentre il governo continua ad applicare misure per eliminarla completamente.

La generazione di fonti di lavoro emerge come una costante nell'impegno del governo. Nel 2011 ha destinato 3.000 milioni di dollari per costruire strade, installazioni di tubature per l'acqua potabile e la rete fognaria, scuole, centri sanitari, ospedali, piccole industrie, tra l'altro.

L'investimento pubblico nei trasporti, nell'edilizia abitativa e nelle telecomunicazioni ha generato circa 250.000 nuovi posti di lavoro in tutto il paese, uno dei motivi per cui la Bolivia conta su uno dei tassi di disoccupazione più bassi di tutta l'America Latina, solo il 5,5%.

Sono state installate nuove fabbriche per la carta, il cartone, le vernici, l'alimentazione; lo Stato appoggia finanziariamente e commercialmente piccoli prodotti industriali e contribuisce allo sviluppo generale dell'agricoltura.

Le buone gestioni economiche hanno fatto si che le Riserve Internazionali Nette (RIN) ammontassero a fine giugno a 12.600 milioni di dollari, mentre prima del 2006 non superavano i 3.000 milioni di dollari.

Il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, organismi per nulla amici delle riforme sociali a favore dei popoli, hanno riconosciuto i progressi raggiunti dalla Bolivia negli ultimi anni e il capo della missione del FMI a La Paz, Gabriel Lopetegui, ha rimarcato recentemente “il buon impegno economico, i progressi nella redistribuzione delle entrate e l'inclusione sociale, la “bolivianizzazione” dell'economia e la gestione prudente e adeguata del debito”.

Nella riduzione della povertà e della disuguaglianza hanno influito i programmi sociali attuati come il pagamento di rendite vitalizie tra 1.800 e 2.400 pesos alla popolazione con oltre 60 anni, che comprende 800.000 adulti.

Inoltre lo Stato concede rendite di 1.800 pesos a donne in stato di gravidanza e puerpere fino a quando i loro figli compiano due anni, il che aiuta a combattere gli indici di morbilità delle donne gestanti e dei bambini fino a 5 anni per infermità che è possibile prevenire.

Altri programmi sociali si sommano a questi sforzi come il pagamento di 200 pesos annui pro capite a 1,6 milioni di studenti tra il primo e l'ottavo grado per invertire gli indici di abbandono scolastico nel paese, dove prima del 2006 l'analfabetismo colpiva 27 su 100 abitanti.

Ma tutti questi successi non si sarebbero potuti realizzare senza aver prima recuperato le ricchezze nazionali (produttive, minerarie e dei servizi) che prima erano sfruttate da compagnie private e i cui guadagni venivano sottratti al paese.

Governi neoliberali come quello di Gonzalo Sanchez de Lozada (1993-1997 e 2002-2004) hanno aperto le porte del paese al capitale straniero con enorme pregiudizio per la popolazione.

Per questo, i risultati economici e sociali ottenuti negli ultimi anni si devono in larga misura al recupero da parte del governo di Evo Morales di importanti settori e risorse naturali come il petrolio, il gas, il legname, l'oro, l'aviazione, le telecomunicazioni, l'elettricità, la telefonia, il trasporto pubblico.

In breve sintesi si possono enunciare le principali iniziative. Nel maggio 2006 si decreta la nazionalizzazione degli idrocarburi, specialmente del gas, principale fonte di valuta per il paese, e inizia la negoziazione di nuovi contratti di sfruttamento con le imprese straniere e nell'ottobre dello stesso anno si statalizza nuovamente la miniera di stagno di Huanuni.

Nel febbraio 2007 si nazionalizza la fonderia Vinto, in mani svizzere, e nel marzo 2008 le quattro filiali della ispano-argentina Repsol YPF, le britanniche Ashmore e British Petroleum e il consorzio peruviano-tedesco CLBH.

Il mese seguente, la statale YPFB si trasforma nella corporazione che dirige la nazionalizzazione petrolifera e si crea l'Impresa Boliviana di Industrializzazione (EBIH), e in maggio si acquisisce il cento per cento della Compagnia Logistica degli Idrocarburi (in mani peruviane e tedesche) e della telefonica Entel, filiale dell'italiana Telecom.

In seguito si recupera la maggioranza delle azioni delle petrolifere Chaco, Panamerican Energy (del gruppo British Petroleum); di Andina, filiale di Repsol YPF; e di Transredes, che trasporta idrocarburi con la partecipazione della britannica Ashmore e dell'anglo-olandese Shell.

Nel febbraio 2009 vengono espropriati 36.000 ettari di terre a latifondisti (15.000 alla famiglia statunitense Larsen Metenbrink), che imponevano la servitù agli indios guarani.

Seguono altri recuperi come le imprese elettriche Corani, Guaracachi e la Luis y Fuerza Eléctrica de Cochabamba. Nel maggio scorso sono state espropriate le azioni di Red Eléctrica Espanola (REEE) nell'impresa di Trasporti dell'Elettricità (TDE).

Nonostante le costanti azioni di destabilizzazione messe in atto dall'oligarchia, con l'appoggio di paesi stranieri, il governo di Morales ha ottenuto innumerevoli successi economici e sociali mai visti in questo paese dalla sua fondazione.

Traduzione a cura di Marx21.it

giovedì 11 ottobre 2012

Con le popolazioni Maya del Guatemala

da soggettopoliticonuovo
 
La solidarietà con chi lotta per  il lavoro, i diritti, la dignità e la difesa delle proprie vite e del proprio territorio è per noi un dovere assolutamente irrinunciabile, anche quando si tratti di paesi e di popoli lontani e poco conosciuti.
Ci fu un tempo in cui la solidarietà internazionale (allora lo chiamavamo internazionalismo) era un’espressione naturale di tutte quelle realtà politiche, sindacali e associative che facevano riferimento al mondo del lavoro e a tutte le istanze di emancipazione.
A.L.B.A. (Alleanza Lavoro Benicomuni Ambiente) sente di doversi schierare senza esitazione con le popolazioni Maya del Guatemala, che in questi giorni sono state fatte oggetto di una feroce quanto ingiustificata repressione da parte delle forze governative nel distretto di Totonicapàn, regione del Quichè.
Morti, feriti e arresti sono il bilancio di una dissennata “operazione di polizia” che il governo del presidente Otto Perez Molina ha ordinato per eliminare la resistenza delle comunità contro una riforma costituzionale -  che ridurrebbe drasticamente i diritti (già messi a dura prova) delle popolazioni indigene sulle proprie terre – e contro una situazione sociale e politica che si sta configurando come un vero golpe strisciante.
Fra l’altro, la vicenda guatemalteca coinvolge noi italiani in misura particolarmente grave, dal momento che uno dei principali fronti di lotta delle comunità (e quindi uno dei principali punti critici della repressione)  riguarda l’opposizione  alle realizzazioni che la “nostra” ENEL (multinazionale italiana, tutt’ora in parte significativa a capitale pubblico) sta portando avanti in una parte del Paese, con conseguenze gravissime in termini di devastazione ambientale, di militarizzazione del territorio e di conculcamento dei diritti civili.
Riteniamo che su questo tema (e su tutte le lotte dei popoli per la terra, la libertà, il lavoro e il diritto ad autodeterminarsi) debba sollevarsi quell’ opinione pubblica internazionale che fu capace in altri momenti di proclamare scioperi generali e attuare forme di resistenza mondiale contro i soprusi e le vessazioni.
Chiediamo che il governo italiano non si renda oltre complice del massacro e delle violazioni perpetrate in Guatemala.
Chiediamo che tutte le realtà politiche prendano posizione decisa ed esigano che si avvi subito la smilitarizzazione del territorio Maya
Chiediamo a tutte le persone, alle quali potrà giungere questo comunicato, di inviare l’ adesione alla solidarietà attiva con le comunità guatemalteche, inviando il proprio messaggio (specificando nome, cognome, città di residenza e indirizzo e-mail) a       juventudesindigenasiximuleu@gmail.com

Comitato Esecutivo ALBA  9 ottobre 2012


venerdì 7 agosto 2009

Caro Giuseppe Giulietti, sul Venezuela sbagli

di Gennaro Carotenuto (da Giornalismo Parrtecipativo)

hugo-chavez-02Caro Giuseppe Giulietti,


leggo un tuo duro attacco contro il governo venezuelano dalle pagine di “Articolo 21”, associazione nelle finalità della quale mi riconosco pienamente. La stima che ho per te mi fa scorgere il fumo del “sentito dire” e il condizionamento del continuo inquinamento delle fonti operato dal mainstream.
giulietti-giuseppeIl Venezuela è un laboratorio mediatico senza pari al mondo. Come tutti i governi integrazionisti latinoamericani ha dovuto fronteggiare, inizialmente senza strumenti legislativi, un irriducibile “latifondo informativo commerciale”, contrario spesso in maniera eversiva ai governi di centro-sinistra. Tale latifondo considera (strumentalmente) ogni possibile democratizzazione del sistema mediatico come un attacco all’unica libertà d’espressione che ha a cuore, la propria.
In questo contesto la demonizzazione sempre più marcata dei processi politici latinoamericani, e in particolare quello venezuelano vede inoltre sempre più spesso accostare il presidente Hugo Chávez a Silvio Berlusconi, dipinti come due autocrati accomunati dalla smania di controllare i media. Tale accostamento è diffamatorio per il governante bolivariano. Semmai è vero il contrario: Chávez è massacrato da anni da un sistema mediatico di stile berlusconiano per squallore morale, potere economico e pervicacia della disinformazione.
In Venezuela, come nel resto dell’America latina, media commerciali ademocratici se non apertamente antidemocratici, dei quali sono proprietari uno o pochi soggetti economicamente dominanti e con rilevanti alleanze internazionali, mediatiche, politiche ed economiche, bombardano quotidianamente i governi integrazionisti facendosi beffe di ogni deontologia ed etica professionale. Ancora domenica scorsa il presidente boliviano Evo Morales ha denunciato un complotto tendente a diffamare i suoi omologhi venezuelano ed ecuadoriano, Hugo Chávez e Rafael Correa. Sui nostri giornali ho visto riportare la calunnia ma non la denuncia della stessa.
Il caso venezuelano è paradigmatico perché il sistema televisivo privato tutto fu protagonista del fallito colpo di Stato dell’11 aprile 2002 e successivamente, come senz’altro sai, dai media commerciali in questi anni si è più volte incitato ad assassinare il capo dello stato. Cosa succederebbe se in Italia, nel corso di un talk show, magari ad Anno Zero, si incitasse il pubblico a prendere un fucile di precisione e sparare contro il capo del governo Silvio Berlusconi?
Quella eversiva è solo la punta dell’iceberg. Dai media commerciali venezuelani vengono quotidianamente lanciati messaggi incostituzionali, indecenti, indiscutibilmente diseducativi. Ciò in aperta, fragrante e cosciente violazione alle leggi dello Stato che vengono continuamente sfidate, per esempio non rispettando le fasce protette per l’infanzia o incitando alla discriminazione e all’odio razziale. Tali violazioni sono distribuite in tutto il palinsesto, dai TG ai talk-show fino agli spot pubblicitari e alla fiction.
Ogni volta che in questi anni il governo ha legittimamente tentato di far rispettare le leggi, le televisioni e i media commerciali hanno alzato il livello dello scontro sapendo di contare sull’appoggio esterno (in buona o malafede) di chi cadeva nel facile paradigma del “tiranno tropicale che censura media indipendenti”.
Ricordo qui un esempio tra i tanti. Nell’aprile 2008 i nostri giornali si tuffarono sulla notizia che il perfido Chávez aveva censurato il cartone animato statunitense dei Simpson. “La Stampa” di Torino parlò di “museruola chavista contro il cartoon imperialista”. Balle: in realtà i Simpson non erano censurati ma solo considerati come non adatti alla fascia protetta, esattamente come avviene negli Stati Uniti. A un giornalista onesto sarebbero bastati cinque minuti per verificare.
E’ con tali esempi di cialtroneria che si crea il paradigma falso e tendenzioso del “tiranno tropicale che censura media indipendenti”. Ci si rende così complici dei media commerciali al di fuori di ogni regola quando non in maniera apertamente eversiva. Con stima e sinceramente ti domando e domando alla FNSI: cosa deve fare un governo democratico di fronte a un attacco così brutale, sistematico e organizzato?
A chi immagina senza conoscere un Venezuela dominato dalla propaganda ufficiale, ricordo che nelle ultime elezioni presidenziali una commissione di osservatori internazionali, della quale ho fatto parte, ha calcolato che oltre i due terzi dei media era controllato dall’opposizione. Mentre scrivo queste righe a Caracas è l’alba e, come sempre da dieci anni a questa parte, i chioschi dei giornali si popolano di quotidiani quasi totalmente avversi al governo e con un livello di aggressività personale nei confronti del capo dello Stato da noi sconosciuta e che il governo venezuelano tollera.
Nonostante tale insostenibile pressione nessun media in dieci anni è stato chiuso in Venezuela. Tale semplice verità non basta ad evitare che Chávez sia presentato come il “tiranno tropicale che attacca i media indipendenti” che indipendenti non sono affatto. Mi domando perché due mesi fa, quando il governo peruviano chiuse dalla sera alla mattina, senza che scadesse alcuna concessione, “Radio la Voz” degli indigeni dell’Amazzonia, colpevole di informare della resistenza di quelle genti nessuno, né “Articolo 21”, né la FNSI ha protestato. Siamo tutti adulti e capiamo perché Chávez faccia scandalo di per sé sempre mentre Alan García possa agire nel silenzio complice del sistema mediatico mondiale.
Il canale televisivo RCTV, apertamente golpista (e non è un dettaglio), fu trasferito sul cavo perché la concessione dell’etere era scaduta. Chi scrive fu forse l’unico giornalista italiano a presenziare dal vivo alle manifestazioni dell’opposizione che avvennero in diretta televisiva e con maxischermi in tutte le piazze di Caracas. Altro che bavaglio e censura; il governo aveva il pieno diritto di decidere essendo l’etere un bene pubblico. Ogni anno nel mondo non vengono rinnovate decine di concessioni dall’Australia agli Stati Uniti, dalla Colombia all’Unione Europea, senza scandalo alcuno salvo che quando si tratta di Chávez.
A tal proposito sarei curioso di sapere quando scadrà la concessione di Mediaset, o se è per caso perpetua, e se nel nostro paese qualcuno ritenga che sia opportuno o socialmente utile non rinnovarla e magari riassegnare le frequenze ad altri soggetti, pubblici o privati, che ne facciano miglior uso per il bene comune.
A chi sostiene che sia un attentato alla libertà di espressione non rinnovare automaticamente concessioni scadute, rispondo che ha ragione Hugo Chávez quando parla di “latifondi mediatici” che un governo democratico ha il dovere e la legittimità per redistribuire. “Libertà di espressione” vuol dire garantire la stessa a molteplici soggetti, non solo ai soliti due o tre nei secoli dei secoli. Altrimenti dovremmo concludere che l’etere non è un bene pubblico dato in concessione ma una proprietà privata che può essere ereditata di generazione in generazione, di padre in figlio come è accaduto in Venezuela e come sta accadendo in Italia da Silvio a Piersilvio senza che ciò causi particolare preoccupazione.
Proprio rispetto a ciò, rispetto a quella che nel mio libro “Giornalismo partecipativo” che uscirà in autunno, definisco non in riferimento al Venezuela come un’indispensabile “riforma agraria dell’informazione”, il paese sudamericano sta scrivendo alcune delle pagine più interessanti al mondo. In questi anni la libertà conquistata con la Costituzione partecipativa bolivariana, ha fatto nascere e prosperare centinaia di radio comunitarie, di qualunque tendenza politica, che hanno abbassato sensibilmente l’assicella della concentrazione editoriale ed economica necessaria a fondare e far funzionare un media favorendo un pluralismo che il sistema mediatico mainstream impedisce.
In tale contesto i soggetti dominanti si stracciano le vesti perché divengono un po’ meno dominanti. Non mi straccerò le vesti con loro e propongo un’altra lettura: non c’è democratizzazione possibile dell’informazione senza intaccare il potere di tali soggetti dominanti.
Certo, il senatore del PD Stefano Passigli ha scritto un libro intero, “Democrazia e conflitto d’interessi” per spiegarci che in Italia non abbiamo fatto la legge sul conflitto d’interessi per evitare che il soggetto dominante Berlusconi “facesse la vittima”. Per la nostra vigliaccheria dobbiamo piegarci alla stessa logica nel commentari cose d’America latina?
Il discorso sarebbe lungo, ma mi piace chiudere ricordando Telesur, la prima televisione pubblica multistatale al mondo, con base a Caracas, che in questo mese e mezzo ha seguito secondo per secondo il golpe in Honduras in condizioni di particolare rischio per i propri inviati e tecnici e supplendo all’assenza colpevole dei grandi network. Nel frattempo i nostri TG applaudivano al dittatore di Bergamo alta Roberto Micheletti (attendo interventi dell’FNSI sugli scandalosi TG2 e “Studio aperto” in merito). In Venezuela in questi anni, rispetto al monocolore informativo mainstream, le voci si sono moltiplicate, intersecate, rinnovate, democratizzate. Chi fino a ieri controllava tutto oggi strepita perché controlla meno del tutto ed ha finalmente dei doveri oltre che dei diritti. Bisogna seguire l’esempio di Caracas, altro che censura!
con stima


Gennaro Carotenuto