(da Il
Simplicissimus)
Scusate se oso farmi delle
domande, circostanza che viola una delle leggi fondamentali della
contemporaneità, ma questa faccenda del j’accuse di Bruxelles
contro l’Ungheria puzza da qualsiasi parte la si rigiri, nonostante
le certezze dei sempre indignati per partito preso. Lo posso fare
perché questo blog ha denunciato già nel 2013, attraverso la penna
di una intellettuale ungherese cosa stava accadendo a Budapest:
Ungheria,
prove tecniche di fascismo. Ma lo posso anche fare sulla base
delle antinomie e delle contraddizioni che emergono da questa
vicenda: come è possibile che a Bruxelles si condanni il regime di
Orban per le limitazioni alla libertà di espressione quando quasi
contemporaneamente si è approva una legge bavaglio nascondendola
dietro il pretesto di arginare le major della rete? E’ certamente
legittimo lamentarsi del fatto che l’Ufficio nazionale della
magistratura sia stato messo sotto l’influenza politica diretta del
governo, ma la dipendenza dei pubblici ministeri dal potere politico
è qualcosa di diffuso in tutto il continente, salvo – per fortuna
– che in Italia. Quanto agli attacchi del regime a questo o a quel
magistrato ricordiamoci il ventennio berlusconiano, ma anche le
polemiche in Francia sull’affaire Sarkozy. E per ciò che concerne
i muri che vengono opposti alle politiche immigratorie imposte dalla
Ue secondo criteri a dir poco grotteschi, esse sono ufficialmente
condivise anche da altri Paesi come l’Austria e la Polonia, senza
parlare del fatto che Bruxelles ha dato sei miliardi alla Turchia
perché facesse da muro per i migranti.
La cosa ancor meno
convincente è che tutto questo non è di ieri: la nuova costituzione
che permette le cose deprecate dall’Ue è in vigore dal 2013, senza
che la cosa abbia mai preoccupato più di tanto i maestrini di
Bruxelles. Questi hanno cominciato a preoccuparsi quando la Banca di
Ungheria è tornata sotto il controllo dello Stato e l’Fmi è stato
tacitato con il pagamento anticipato del debito, tutte cose possibili
grazie al fatto che l’Ungheria dispone ancora del Fiorino e non è
facilmente ricattabile come la Grecia e l’Italia. Ma si è passati
all’azione quando Orban ha cominciato ad attaccare direttamente
Soros e la sua Central European University che rappresenta il cuore
del progetto neo liberista globale: l’inatteso plebiscito ricevuto
da Orban in aprile dagli elettori, ha convinto il magnate a spostare
anche la sua famigerata Open Society da Bruxelles a Berlino.
Ora facciamo un apparente
salto logico di qualche giorno e vediamo cosa ha detto Orban nel suo
discorso a Strasburgo tenutosi prima della votazione: ha parlato di
“schiaffo in faccia all’Ungheria” che “ha preso le armi
contro il più grande esercito del mondo, l’esercito sovietico, e
ha versato il suo sangue per la libertà”. Certo un modo un po’
strano per sottolineare l’alleanza di ferro con la Germania di
Hitler, ma viste le vicende ucraine nelle quali il distacco dalla
Russia viene giustificato dagli occidentali (e Soros c’entra
parecchio anche in questo) con lo stesso argomento, il leader
ungherese ha pensato che in qualche modo tali parole arrivassero al
cuore di tenebra a quella sub cultura dell’Unione, mai esplicitata,
ma in qualche modo operante al fondo di tante vicende. La testa
neoliberista ci mette un attimo, come si è visto in Grecia, a
galleggiare su un’anima grifagna e tirannica che si nasconde
dietro un falso umanitarismo di comodo.
Del resto Viktor Orban nasce
come personaggio interamente immerso in quel mondo: Il leader
ungherese infatti è tutt’altro che un autoctono sarmatico, dal
punto di vista culturale intendo, ma è una scheggia impazzita
prodotta dal liberismo rampante degli anni ’90, l’ambiente con il
quale ha tutt’ora fortissimi legami. Nell’1989, grazie a una
borsa di studio della fondazione Soros, va a prendersi un master ad
Oxford e l’anno dopo viene magicamente eletto nel Parlamento di
Budapest; nel ’92 diviene leader di Fidesz, il partito conservatore
che è tutt’oggi la prima forza politica del Paese; nel ’98
ascende per la prima volta al governo e in piena vicenda balcanica fa
entrare l’Ungheria nella Nato; nel 2001 viene convocato da Bush e
accetta di partecipare alla guerra infinita in Afganistan, in maniera
così entusiasta da essere premiato da due organizzazioni parallele
della Nato, la New Atlantic initiative e l’American enterprise
institute. In seguito perde due elezioni consecutive vinte dai
socialisti e torna al potere nel 2010. Qui inizia una seconda vita
segnata dal rifiuto di entrare nell’euro, dalle rinazionalizzazioni
(in particolare quella della banca centrale) e l’instaurazione di
un regime autoritario con una legge elettorale liberticida e la
Costituzione del 2013 che addirittura occhieggia alla monarchia e fa
riferimento esplicito a vaste rivendicazioni territoriali.
Ora si dirà che questa
frattura rispetto alle linee liberiste di Bruxelles e dell’Fmi gli
dovrebbe aver alienato gli ambienti atlantisti e globalisti, anche se
le previsioni di disastro economico preannunciate dai soloni
economici non solo non si sono realizzate, ma l’Ungheria è uno dei
Paesi del continente in cui c’è stata una crescita effettiva e non
solo statistica. Però non è così: l’autoritarismo piace
istintivamente alle elites economico – finanziarie e ai loro
strumenti mediatici e militari: in realtà esse si sentono minacciate
proprio dalla democrazia al punto che non perdono occasione di
umiliarla, ridurla, disfarla nella noncuranza, salvo esportarne lo
scalpo spolpato come feticcio da utilizzare nelle guerre del caos.
Solo quando questo autoritarismo esce dai binari stabiliti e
funzionali all’egemonia, si sottrae alle logiche globaliste o alle
strategie messe a punto nei pensatoi dei ricchi, solo quando si
traduce, insomma, in eresia, allora comincia il j’accuse.
Nel caso specifico Orban ha
ecceduto in autonomia e sovranismo ed è per questo che la
Costituzione in vigore da 5 anni e preparata, discussa, osteggiata
nel totale silenzio, dai democratici ungheresi da 6, viene sanzionata
solo ora come contraria ai principi europei, perché nel frattempo si
è consumata una frattura ben più grave: il ritorno a logiche di
cittadinanza che sia pure malamente interpretate, sono del tutto
incompatibili con le visioni di una società diseguale e unicamente
basata sul profitto. La società neoliberista insomma dove lo stato è
solo un secondino dei poteri forti, dove non esiste una dimensione
collettiva vera e propria, ma solo pulsioni individuali, attorno alle
quali si addensa ciò che rimane dei diritti. Orban in fondo non è
altro che l’immagine dell’ Europa oligarchica vista in uno
specchio infranto, con destra e sinistra variamente invertite,
dimensioni alterate, ma dove tratti e tendenze sono perfettamente
riconoscibili.
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domenica 16 settembre 2018
mercoledì 8 agosto 2018
Cosa Succede Davvero in Nicaragua?
di
Kevin Zeese e Nils McCune (da Popular
Resistance, 10 luglio 2018)
traduzione
per Doppiocieco di Domenico D'Amico
Sul
Nicaragua i media riportano una gran quantità di informazioni false
e imprecise. Perfino a sinistra alcuni hanno semplicemente riportato
le affermazioni discutibili della CNN e dei media oligarchici
nicaraguensi che mirano alla rimozione del presidente Ortega. I media
internazionali non hanno minimamente messo in discussione il
quadretto di proteste non violente opposte alle squadre anti-sommossa
e ai paramilitari di regime.
Questo
articolo cerca di riequilibrare la situazione, descrivendo quel che
accade in Nicaragua, e perché. Al momento in cui scriviamo, sembra
che il golpe sia fallito, la gente ha manifestato per la pace (come
dimostra questa imponente manifestazione
di domenica 7 luglio), e la verità comincia a emergere (ad es.
il deposito di armi scoperto
il 9 luglio in una chiesa cattolica). È importante capire cosa
sta succedendo perché il Nicaragua è un esempio del tipo di golpe
violenti che Stati Uniti e classi abbienti utilizzano per instaurare
governi neoliberisti e pro-business. Se la gente comprenderà queste
tattiche, esse diventeranno meno efficaci.
Sandinisti e seguaci del presidente Daniel Ortega sventolano le
loro bandiere sandiniste, marciando per la pace, a Managua, domenica
7 luglio. Dal Morning Sun.
Confondere
gli interessi di classe
In
parte, gli opinionisti statunitensi traggono le loro informazioni da
fonti come La Prensa di Jaime Chamorro-Cardenal e il
Confidencial (appartenente alla stessa famiglia di oligarchi),
i più attivi tra i media pro-golpe. Riprendendo e amplificando
quelle storie, delegittimizzano il governo sandinista e presentano la
resa incondizionata di Daniel Ortega come unica opzione accettabile.
Questi opinionisti forniscono l'appoggio per interessi interni ed
esterni miranti al controllo delle nazioni più povere (ma ricche di
risorse) dell'America Centrale.
Il
tentato golpe ha portato allo scoperto le divisioni di classe del
Nicaragua. Piero Coen, l'uomo più ricco del Nicaragua, gestore di
tutte le operazioni nazionali della Western Union e di un'industria
agro-chimica, si è fatto vivo personalmente il primo giorno delle
proteste al Politecnico di Managua, per incoraggiare gli studenti a
continuare nelle proteste, promettendo il suo supporto presente e
futuro.
La
tradizionale oligarchia terriera, guidata politicamente dalla
famiglia Chamorro, diffonde coi media di sua proprietà continui
ultimatum al governo, e finanzia i blocchi stradali che nelle ultime
otto settimane hanno paralizzato il paese.
La
Chiesa Cattolica, alleata di lunga data degli oligarchi, ha
esercitato tutta la sua influenza nel creare e sostenere azioni
antigovernative, utilizzando le proprie università, i licei, le
chiese, conti bancari, veicoli, tweet, sermoni domenicali, e
tentativi di mediazione nel Dialogo
Nazionale, schierati però da una parte soltanto. Alcuni vescovi
hanno pronunciato minacce
di morte per il presidente e la sua famiglia, e un sacerdote è
stato filmato mentre supervisiona
la tortura di sandinisti. Papa Francesco ha invocato un dialogo
per la pace, e ha perfino convocato
in Vaticano il Cardinale Leonardo Brenes e il Vescovo Rolando Alvarez
per un incontro privato, dando origine alla voce che i monseñores
siano stati rimproverati per il loro palese coinvolgimento in un
conflitto in cui ufficialmente sarebbero i mediatori. La Chiesa resta
una delle poche colonne a tenere in piedi il tentato golpe.
È
stata diffusa l'affermazione che Ortega stia corteggiando
l'oligarchia tradizionale, ma è vero il contrario. Questo è il
primo governo dall'indipendenza del Nicaragua che non includa membri
dell'oligarchia. Sin dal 1830 fino agli anni 90 del 900, tutti i
governi nicaraguensi – perfino durante la rivoluzione sandinista –
hanno incluso elementi delle grandi famiglie, i Chamorro, Cardenal,
Belli, Pellas, Lacayo, Montealegre, Gurdiàn. Il governo in carica
dal 2007 non l'ha fatto, ed è per questo che quelle famiglie
sostengono il golpe.
I
detrattori di Ortega sostengono che il suo dialogo trilaterale tra
sindacati, capitalisti e Stato sia di fatto un'alleanza col big
business. Di fatto, invece, questo processo ha prodotto il
più alto tasso di crescita dell'America Centrale, un aumento
annuale del salario minimo del 5-7% rispetto all'inflazione, un
miglioramento della condizione di vita dei lavoratori e una
diminuzione della povertà. Il progetto anti-povertà Borgen
documenta una caduta del tasso di povertà del 30% tra il 2005 e il
2014.
Il
governo a guid FSLN ha messo in opera un modello economico basato
sugli investimenti pubblici e il rafforzamento degli ammortizzatori
per le classi povere. Il governo investe nelle infrastrutture e nei
trasporti, mantiene acqua ed elettricità nel settore pubblico, e ha
spostato i servizi già privatizzati, cioè sanità e scuola
primaria, anch'essi nel pubblico. Tutto questo ha assicurato una
struttura economica stabile che favorisce l'economia reale rispetto a
quella speculativa. Il grosso delle infrastrutture nicaraguensi è
stato costruito negli ultimi 11 anni, una cosa paragonabile agli anni
del New Deal negli Stati Uniti, incluse centrali a energia elettrica
rinnovabile in tutto il paese.
Quello
che i commentatori liberali (o perfino di sinistra) trascurano è che
a differenza del governo Lula in Brasile, che ha ridotto la povertà
tramite elargizioni in denaro alle famiglie povere, il Nicaragua ha
redistribuito il capitale produttivo allo scopo di sviluppare
un'economia popolare autosufficiente. Il modello dell'FSLN può
essere meglio inquadrato come una maggior enfasi sull'economia
popolare rispetto alle sfere statali o capitaliste.
Mentre
il settore privato impiega circa il 15% dei lavoratori nicaraguensi,
il settore informale ne occupa più del 60%. Il settore informale ha
tratto beneficio di investimenti pubblici per 400 milioni di dollari,
molti dei quali provenienti dai fondi ALBA destinati al finanziamento
di piccole e medie imprese agricole. Altre iniziative, per facilitare
il credito, le attrezzature, la formazione, l'acquisto di bestiame e
combustibile, sono di ulteriore sostegno per queste imprese. I
produttori piccoli e medi hanno permesso al paese di produrre
l'80-90% del suo fabbisogno alimentare e di porre termine alla
dipendenza dai prestiti dell'FMI.
Sono
i lavoratori e i contadini – molti dei quali sono lavoratori
autonomi che hanno avuto accesso a un capitale produttivo grazie alla
rivoluzione sandinista e le sue lotte – a rappresentare un soggetto
politico di peso nello stabile sviluppo sociale del dopoguerra,
insieme alle centinaia di migliaia di piccoli coltivatori che hanno
ottenuto la terra e quasi un quarto del territorio nazionale,
collettivamente riconosciuto come territorio delle nazioni indigene.
I movimenti sociali di lavoratori, contadini e indigeni sono stati la
base del sostegno popolare che ha riportato l'FSLN al potere.
L'assegnazione
delle terre e l'assistenza alla piccola impresa hanno anche
incrementato l'uguaglianza per le donne, col risultato che il
Nicaragua ha il livello
più basso di disuguaglianza di genere in America Latina, e nel
mondo si classifica al 12° posto su 145, proprio dopo la Germania.
Nel
corso del tempo il governo dell'FSLN ha integrato questo vasto
settore di lavoratori autonomi, così come i lavoratori delle
maquiladoras (cioè quelli impiegati nelle industrie tessili
di proprietà straniera situate nelle zone franche create dai
precedenti governi neoliberisti) nel sistema sanitario e
pensionistico, da qui la necessità di una nuova formula che
assicurasse la stabilità fiscale. Le proposte di riforma della
Sicurezza Sociale sono state la
causa scatenante delle proteste del 18 aprile da parte del
settore privato e degli studenti. La lobby affaristica ha indetto
proteste quando Ortega ha proposto un aumento del 3,5% dei contributi
ai fondi di sanità e pensioni da parte dei datori di lavoro, al
contempo aumentando i contributi dei lavoratori appena dello 0,75% e
riorientando il 5% dei contributi ai pensionati verso il loro fondo
sanitario. La riforma rimediava anche a una scappatoia che permetteva
a soggetti ad alto reddito di dichiararne uno più basso, ottenendo
così accesso alle facilitazioni in campo sanitario.
Si
trattava di una controproposta, a
fronte della proposta del FMI che richiedeva l'innalzamento
dell'età pensionabile e più del raddoppio dei contributi da versare
in un fondo pensioni perché un lavoratore possa fruirne le
indennità. Il fatto che il governo si senta abbastanza forte da
respingere le pretese di austerity da parte di FMI e lobby
affaristica è stato un segno del declino del potere contrattuale del
capitale privato, dato che l'impressionante
crescita economica del Nicaragua, dal 2006 al 2017 un aumento del
PIL del 38%, è stata guidata da piccoli produttori e dalla spesa
pubblica. Tuttavia, l'opposizione ha utilizzato messaggi ingannevoli
via Facebook che presentavano la riforma come una misura di
austerity, con l'aggiunta della notizia falsa della morte di uno
studente il 18 aprile, allo scopo di generare il 19 aprile proteste
in tutto il paese. Immediatamente, la macchina del cambiamento
di regime si è messa in moto.
Il
Dialogo Nazionale evidenzia gli interessi di classe che si
contrappongono. Il partito d'opposizione Alleanza Civica per la
Giustizia e la Democrazia presenta queste figure chiave: José Adan
Aguirre, leader della lobby dell'impresa privata; Maria Nelly Rivas,
direttrice della Cargill in Nicaragua e capo della Camera di
Commercio USA-Nicaragua; gli studenti delle università private del
Movimento 19 Aprile; Michael Healy, manager di una corporation
colombiana dello zucchero e capo della lobby agroalimentare; Juan
Sebastian Chamorro, che rappresenta l'oligarchia travestita da
società civile; Carlos Tunnermann, ex ministro sandinista di 85 anni
ed ex rettore onorario dell'Università Nazionale; Azalea Solis,
leader di un'organizzazione femminista finanziata dal governo
statunitense; e Medardo Mairena, “leader contadino” finanziato
dal governo USA, che ha vissuto per 17 anni in Costa Rica, prima di
essere espulso per traffico di esseri umani. Tunnerman, Solis e gli
studenti del 19 Aprile sono tutti associati al Movimento per il
Rinnovamento del Sandinismo (MRS), una ramificazione sandinista
minuscola ma meritevole di particolare attenzione.
Negli
anni 80, molti dei quadri di punta del Fronte Sandinista erano
costituiti di fatto dai figli di alcune delle più famose famiglie di
oligarchi, quali i fratelli Cardenal e parte della famiglia Chamorro,
rispettivamente a capo dei ministeri della Cultura ed Educazione del
governo rivoluzionario e dei suoi media. Dopo la sconfitta elettorale
dell'FSLN del 1990, i figli dell'oligarchia misero in atto un esodo
dal partito. Insieme a loro fuoriuscirono alcuni dei quadri più in
vista nel settore intellettuale, militare e di intelligence,
formando, nel tempo, l'MRS. Il nuovo partito ripudiò il socialismo,
attribuì a Daniel Ortega tutti gli errori della rivoluzione, e prese
col tempo il controllo del settore delle ONG in Nicaragua, incluse
organizzazioni femministe, ambientaliste, giovanili, mediatiche e per
i diritti umani.
Sin
dal 2007, l'MRS si è avvicinato sempre di più all'estrema destra
del Partito Repubblicano statunitense. Dall'inizio della violenza di
aprile, la maggior parte, se non la quasi totalità delle fonti
citate dai media occidentali (inclusa, ed è inquietante, Democracy
Now! di Amy Goodman) proviene da questa formazione, che ha il
sostegno di meno del 2% dell'elettorato nicaraguense. Ciò consente
agli oligarchi di nascondere il tentativo violento di reinstaurare il
neoliberismo dietro le formule in apparenza di sinistra di ex
sandinisti critici del governo Ortega.
Affermare
che operai e contadini siano all'origine dei disordini è grottesco.
La Vìa
Campesina, il Sindacato Nazionale Coltivatori e Allevatori,
l'Associazione
dei Lavoratori Rurali, il Fronte
Nazionale dei Lavoratori, l'indigena Nazione
Mayangna e altri movimenti e organizzazioni sono state
chiarissime nel pretendere la fine delle violenze e nel loro sostegno
al governo Ortega. Questi disordini sono un'operazione di cambio di
regime a tutto campo, portata avanti dall'oligarchia dei media, una
rete di ONG finanziate dal governo statunitense, elementi armati
delle famiglie latifondiste e della Chiesa Cattolica, e ha offerto
l'opportunità ai cartelli della droga e al crimine organizzato di
farsi spazio in Nicaragua.
Incontro del Dialogo Nazionale per la Pace di Óscar Sánchez
L'Elefante
nella Stanza
Il
che ci porta al coinvolgimento del governo statunitense nel violento
tentativo di golpe.
Come
ha
riferito Tom Ricker già all'inizio di questa crisi politica,
parecchi anni fa il governo statunitense decise che piuttosto che
finanziare i partiti politici di opposizione, che in Nicaragua hanno
perso quasi ogni legittimazione, avrebbe finanziato il settore ONG
della società civile. La National Endowment for Democracy (NED) ha
speso più di 700.000 dollari per mettere su un'opposizione la
governo nel 2017, e dal 2014 ne ha stanziati 4,4 milioni. Lo scopo
generale di questi finanziamenti era quello di “fornire una
strategia coordinata e una voce mediatica ai gruppi di opposizione in
Nicaragua”. Ricker prosegue così:
“Il
risultato dell'assemblaggio e finanziamento delle organizzazioni di
opposizione è stato quello di creare uno spazio informativo chiuso e
autoreferenziale [echo chamber] che viene amplificato dai
commentatori dei media internazionali – la maggior parte dei quali
non ha corrispondenti nel paese e si affida a queste fonti
secondarie”.
Il
padre fondatore della NED, Allen Weinstein, ha descritto la NED come
una
CIA allo scoperto, dicendo: “Molto di quello che facciamo oggi,
la CIA lo faceva clandestinamente 25 anni fa”. In Nicaragua, al
posto della destra tradizionale, la NED finanzia le organizzazioni
affiliate all'MRS, che fingono una critica di sinistra al governo
sandinista. Gli attivisti del cambio di regime utilizzano slogan,
simboli e canzoni sandiniste, perfino mentre stanno dando fuoco a
monumenti storici, ricoprono le immagini in rosso e nero che
commemorano i martiri caduti, e attaccano fisicamente membri del
partito Sandinista.
Tra
i gruppi di opposizione che partecipano al Dialogo Nazionale,
l'organizzazione femminista di Azalea Solis e quella contadina di
Medardo Mairena vengono finanziate attraverso sovvenzioni
della NED, mentre gli studenti del 19 Aprile risiedono in hotel e
fanno viaggi pagati dalla Freedom
House, un altro organo finalizzato ai cambi di regime, anch'esso
finanziato da NED e USAID. La NED finanzia anche Confidencial,
l'organizzazione mediatica di Chamorro. Sovvenzioni della NED
finanziano anche l'Istituto di Studi Strategici e Politica Pubblica
(IEPP), il cui direttore esecutivo, Felix Maradiaga, è un altro
quadro dell'MRS molto vicino all'ambasciata statunitense. In giugno
Maradiaga è stato accusato di dirigere una rete criminale denominata
Viper che, con base il campus occupato della UPOLI, organizzava
sequestri di veicoli, incendi dolosi e omicidi al fine di creare caos
e panico durante i mesi di aprile e maggio. Maradiaga è cresciuto
negli Stati Uniti, dove divenne membro dell'Aspen
Leadership Institute, prima di studiare politiche pubbliche ad
Harvard. È stato segretario presso il Ministero della Difesa
dell'ultimo presidente liberale, Enrique Bolaños. È un Young
Global Leader presso il World Economic Forum, e nel 2015 il
Chicago
Council on Global Affairs lo ha premiato con la Gus Hart
Fellowship, i cui precedenti destinatari sono stati la dissidente
cubana Yoani Sánchez e Henrique Capriles Radonski, il leader
dell'opposizione venezuelana che ha attaccato l'ambasciata cubana
durante il tentato golpe del 2002.
È
interessante notare come Maradiaga non sia l'unico leader golpista
membro dell'Aspen
World Leadership Network. Maria Nelly Rivas, direttrice in
Nicaragua del colosso
statunitense Cargill, è una delle principali portavoce del
gruuppo di opposizione Civic Alliance. Rivas, al momento anche capo
della Camera
di Commercio USA-Nicaragua, si sta preparando come possibile
candidata alle prossime elezioni presidenziali. Dietro questi leader
formati dagli Stati Uniti c'è una rete di oltre duemila giovani,
addestrati con
fondi della NED all'uso di abilità nei social media per la
difesa della democrazia. Questo battaglione di guerrieri dei social è
stato in grado di plasmare da subito e controllare l'opinione
pubblica di Facebook nei cinque giorni dal 18 aprile al 22, portando
a violente proteste spontanee in tutto il paese.
Contestatori gridano dietro le barricate erette per fronteggiare
le forze di sicurezza, presso l'università Politecnica de Nicaragua,
Managua, il 21 aprile 2018 (Fonte: Voice of America)
Parlando
di Violenza
Uno
dei modi in cui l'informazione riguardo il Nicaragua si è
maggiormente allontanata dalla verità è stato quello di definire
l'opposizione come “non violenta”. Il copione della violenza,
modellato sulle manifestazioni
guarimba
del 2014 e 2017 in Venezuela, consiste nell'organizzare assalti
armati contro sedi governative, inducendo la polizia a inviare le
squadre antisommossa, filmare gli scontri e poi diffondere materiale
montato in modo da poter affermare che è il governo a essere
violento contro una protesta non violenta.
Sono
stati dati alle fiamme più di 60 edifici governativi, sono stati
attaccati ospedali, scuole, ambulatori, danneggiate 55 ambulanze, con
danni alle infrastrutture di 112
milioni di dollari, piccole attività hanno chiuso i battenti, e
sono andati in fumo 200.000 posti di lavoro, infliggendo al paese,
durante le proteste, un devastante
danno economico.
Queste
violenze, oltre alle migliaia di feriti, hanno portato alla morte di
15 studenti e 16 funzionari di polizia, così come al sequestro di
più di 200 sandinisti, molti dei quali sono stati torturati
pubblicamente. Atrocità
commesse dall'opposizione sono state falsamente attribuite alla
repressione governativa. Se è importante difendere il diritto del
pubblico alla contestazione, a prescindere da quali siano le sue
opinioni politiche, sarebbe ipocrita ignorare che la strategia di
quest'opposizione necessita
e si alimenta di morte e violenza.
I
notiziari nazionali e internazionali attribuiscono morti e feriti
alla “repressione” senza
chiarire il contesto. I media ignorano le bombe molotov, i
mortai, le pistole e i fucili d'assalto usati dai gruppi
d'opposizione, e quando simpatizzanti sandinisti, poliziotti o
semplici passanti vengono uccisi, essi vengono falsamente messi in
conto alla repressione di stato. Affermazioni clamorose
dell'opposizione, riguardo massacri
di bambini e uccisioni
di donne, si sono dimostrate false, e i casi di tortura,
sparizioni ed esecuzioni extra-giudiziarie da parte delle forze di
polizia non
sono state confermate da prove
o legittime investigazioni. È vero che ci sono prove che confermano
le dichiarazioni dell'opposizione sui cecchini
che hanno tirato contro contestatori, uccidendoli, ma non c'è
spiegazione logica all'uso di cecchini da parte dello stato all'unico
scopo di aumentare il numero dei morti, e visto che anche
contro-contestatori sono rimasti vittime del fuoco dei cecchini,
questo potrebbe suggerire un'opera di “provocazione” di una terza
parte interessata alla violenza destabilizzatrice. Quando un'intera
famiglia di sandinisti è stata bruciata viva a Managua, tutti i
media di opposizione hanno citato un testimone che affermava che era
stata la polizia a dare
fuoco alla casa, malgrado questa si trovasse in un quartiere
chiuso da barricate che impedivano l'accesso alle forze dell'ordine.
La
polizia Nazionale del Nicaragua è da tempo ben considerata per il
suo modello di interazione con la comunità (in contrasto con la
polizia militarizzata di molti paesi dell'America Centrale), la
relativa mancanza di corruzione e i gradi alti occupati in prevalenza
da donne. La strategia golpista ha cercato di distruggere la fiducia
del pubblico nella polizia attraverso il massiccio uso di false
notizie, come quelle relative a insistenti assassinii , pestaggi,
torture e sparizioni durante la settimana tra il 17 e il 23 aprile.
Molte persone di giovane età, le cui foto quali vittime della
violenza poliziesca venivano inalberate nelle manifestazioni
dell'opposizione, sono
risultate vive e vegete.
La
polizia si è rivelata decisamente inadeguata e impreparata in una
situazione di conflitto armato. Gli attacchi contro edifici pubblici
effettuati in una sola notte e il primo dei più gravi incendi dolosi
hanno spinto gli impiegati pubblici alla vigilanza notturna,
provvisti di bidoni pieni d'acqua e, spesso, anche di pietre e
bastoni per respingere gli attaccanti. L'opposizione, frustrata
perché non riusciva a ottenere maggiori conflitti con la polizia, ha
cominciato a costruire barricate per tutto il paese e bruciare le
case dei sandinisti, arrivando perfino a uccidere e bruciare intere
famiglie, in atroci crimini
d'odio. Contrariamente a quanto riferito da La
Prensa, i
nicaraguensi si accorti benissimo dell'assenza della polizia e della
mancanza di sicurezza nei loro quartieri, e molti di loro sono stati
vittima di violenze.
A
partire da maggio, la strategia dell'opposizione è stata quella di
costruire blocchi stradali per tutto il paese, impedendo i trasporti
e intrappolando i cittadini. I blocchi, di solito costruiti con
grosse lastre stradali, sono presidiati da 5 fino a 100 uomini
armati, con indosso bandane o maschere. Mentre i media raccontano di
giovani idealisti in cima alle barricate, la stragrande maggioranza
dei blocchi stradali sono tenuti da uomini
a libro paga dal curriculum di piccola
delinquenza. Quando a essere bloccate sono vaste aree urbane, ed
è impedito l'accesso alle forze governative e di polizia, le
attività legate alla droga si intensificano, e adesso bande di
spacciatori controllano e finanziano molti dei blocchi.
Questi
blocchi stradali sono stati teatro di violenze, i lavoratori che
hanno bisogno di attraversarli vengono spesso derubati, presi a
pugni, insultati e, se sospettati di essere sandinisti, legati,
denudati, torturati, dipinti di blu e bianco, e talvolta uccisi. Ci
sono stati tre casi di persone decedute dentro ambulanze
impossibilitate a superare i blocchi, e il caso di una bambina di
dieci anni sequestrata e stuprata presso un blocco di Las Maderas.
Quando cittadini organizzati o la polizia elimina un blocco, i gruppi
armati si dileguano per poi riorganizzarsi per dare fuoco a edifici,
sequestrare o ferire qualcuno per vendetta. Tutte le vittime causate
da questa violenza vengono attribuite dai media principali alla
repressione governativa, una falsità integrale.
Il
governo nicaraguense ha affrontato questa situazione per lo più
tenendo la polizia lontano dalle strade, per prevenire scontri e
accuse di repressione. Al contempo, invece che arrestare i
contestatori violenti, il che avrebbe fornito all'opposizione i
martiri cui aspira, il governo ha indetto un Dialogo
Nazionale, mediato dalla Chiesa
Cattolica, nel quale l'opposizione possa avanzare qualsiasi
proposta relativa a diritti umani e riforme politiche. Il governo ha
istituito una Commissione
per la Verità e per la Pace, insieme all'inchiesta di un
Pubblico Ministero indipendente.
Con
la polizia assente nelle strade, la violenza dell'opposizione in
maggio e in giugno si è intensificata. Di conseguenza, si è
sviluppato un processo di autodifesa di quartiere. Famiglie
ritrovatesi senza casa, giovani che sono stati picchiati, derubati o
torturati, insieme a veterani dell'insurrezione del 1979 e/o della
guerra dei Contras, sorvegliano le sedi del Fronte Sandinista in ogni
centro urbano. In molti posti costruiscono barricate contro gli
attacchi dell'opposizione, e i media li hanno falsamente definiti
forze paramilitari. Nei luoghi dove non esistono queste barricate
comunitarie il prezzo in vite umane della violenza dell'opposizione è
molto più ingente. Il Sindacato Nazionale degli Studenti
Nicaraguensi è stato particolarmente oggetto della violenza
dell'opposizione. Uno studente delegato presso il Dialogo Nazionale,
Leonel Morales, è stato sequestrato, ferito all'addome con un'arma
da fuoco e gettato a morire in un fossato, sia per sabotare il
dialogo sia per punirlo per aver messo in dubbio il diritto degli
studenti del 19 Aprile di parlare a nome di tutti gli studenti
nicaraguensi.
Da
aprile si sono svolte quattro grandi manifestazioni dell'opposizione,
con l'intento di mobilitare i nicaraguensi di classe medio-alta che
vivono nei sobborghi tra Managua e Masaya. A queste manifestazioni ha
partecipato il gotha dell'alta società, incluse reginette di
bellezza, uomini d'affari, oligarchi, insieme agli studenti del
Movimento 19 Aprile, facciata virtuosa dell'opposizione [the moral
high-ground fore the opposition].
Dopo
tre mesi di disordini, non c'è stata una sola vittima di estrazione
borghese. Provengono tutte dalle classi popolari del Nicaragua.
Nonostante si gridi alla più totale delle repressioni, i borghesi
si sentono perfettamente al sicuro quando partecipano alle
manifestazioni diurne – per quanto l'ultima manifestazione sia
degenerata in un caotico assalto, da parte dei dimostranti, contro
degli abusivi che occupavano, cosa curiosa, una proprietà di Piero
Coen, l'uomo più ricco del Nicaragua. Gli assalti a mano armata
condotti di notte vengono in genere eseguiti da gente che viene dai
quartieri poveri, che per lo più riceve un compenso da due a quattro
volte la paga minima giornaliera, in cambio di una notte di
distruzione.
Sfortunatamente,
la maggior parte delle organizzazioni per i diritti umani del
Nicaragua è finanziata dalla NED e controllata dal Movimento per il
Rinnovamento del Sandinismo. Queste organizzazioni hanno accusato il
governo nicaraguense di essere dittatoriale e genocida durante tutta
la presidenza Ortega. Le organizzazioni internazionali per i diritti
umani, inclusa Amnesty
International, sono state criticate per i loro resoconti
unilaterali, che omettono qualsiasi informazione proveniente dal
governo o da individui che si identificano come sandinisti.
Il
governo ha invitato la Commissione Inter-Americana per i Diritti
Umani (IACHR) dell'OAS, un'istituzione con base a Washington
notoriamente ostile nei confronti dei governi di sinistra, di
condurre un'inchiesta sugli avvenimenti di aprile e determinare se ci
sia stata o meno repressione. Le stessa sera in cui una controversa
scaramuccia sulla sopraelevata vicino all'Università Agraria di
Managua terminava con una tregua negoziata di 48 ore, il direttore
dell'IACHR Paulo Abrao si è recato sul posto per manifestare il
suo sostegno all'opposizione. L'IACHR ha
ignorato la diffusa violenza esercitata dall'opposizione,
documentando solo la violenza difensiva del governo. Queste
dichiarazioni sono state respinte categoricamente dal cancelliere
Denis Moncada, che le ha definite un “insulto alla dignità del
popolo nicaraguense”, e inoltre la risoluzione che approvava il
resoconto dell'IACHR ha trovato il sostegno di soli 10 paesi su
34.
Nel
frattempo, il Movimento 19 Aprile, composto da studenti ed ex
studenti universitari favorevoli al cambio di regime, mandavano una
delegazione a Wasington, e riuscivano a inimicarsi gran parte del
pubblico nicaraguense, ghignando
in foto assieme a membri interventisti di estrema destra del
Congresso statunitense, Ileana Ros Lehtinen, Marco Rubio e Ted Cruz
tra gli altri. I leader del Movimento hanno anche applaudito il
vicepresidente Mike Pence e il suo monito bellicoso che il Nicaragua
sia sulla lista dei paesi che presto conosceranno cosa intende per
libertà l'amministrazione Trump; hanno avuto inoltre incontri con il
partito ARENA di El Salvador, noto per i suoi legami con gli
squadroni della morte responsabili dell'assassinio dell'Arcivescovo
Oscar Romero, sostenitore della Teologia della Libertà. All'interno
del Nicaragua, la massa critica delle proteste studentesche si è
esaurita settimane fa, le grandi manifestazioni civili di protesta di
aprile e maggio sono venute meno, lasciando in mano alle solite
vecchie facce della politica di destra il conto degli enormi danni
materiali e delle vite perdute.
Studenti nicaraguensi si incontrano coi Repubblicani di destra
Marco Rubio e Ileana Ros Lehtinen, a Washington, D.C. - Fonte:
Twitter di Thruthdig
Perché
il Nicaragua?
Nel
2016 Ortega ha vinto la sua terza presidenza col 72,4% dei voti, data
un'affluenza del 66%, molto alta in confronto a quella delle elezioni
statunitensi. Non solo il Nicaragua ha dato inizio a un'economia che
tratta i poveri come classe produttiva, alzando il loro livello di
vita in modo rimarchevole negli ultimi dieci anni, ma ha anche un
governo coerentemente contrario all'imperialismo degli USA, e alleato
invece con Cuba, Venezuela e Palestina, oltre a sostenere
l'indipendenza
di Porto Rico e una soluzione pacifica per la crisi coreana. Il
Nicaragua è membro dell'Alleanza Bolivariana delle Americhe e della
Comunità degli Stati Latinoamericani e Caraibici (un'alternativa
latinoamericana alla OAS), nessuna delle quali include Stati Uniti o
Canada. Il Nicaragua ha stretto un'alleanza con la Cina per il
progetto di un nuovo canale [alternativo a quello panamense], e con
la Russia per le politiche di sicurezza. Per tutte queste ragioni gli
USA vogliono installare in Nicaragua un governo ben disposto nei loro
confronti.
Di
ancora più grande importanza è l'esempio che il Nicaragua offre
come modello sociale ed economico al di fuori della sfera di dominio
statunitense. Ricavando più del 75% della propria energia
da fonti rinnovabili, il Nicaragua è stato l'unico paese a possedere
l'autorità morale per opporsi agli accordi di Parigi sul clima,
giudicandoli troppo
blandi (in seguito ha aderito, il giorno dopo il ritiro degli USA
di Trump, con l'affermazione: “Noi ci siamo opposti agli accordi di
Parigi per senso di responsabilità, gli Stati Uniti si oppongono per
senso di irresponsabilità”). Il governo FMLN di El Salvador, anche
se meno maggioritario di quello del Fronte Sandinista, ha preso
l'esempio di buon governo dal Nicaragua, proibendo di recente
l'estrazione
di metalli [per motivi ecologici] e la privatizzazione
dell'acqua. Perfino l'Honduras, eterno bastione del potere
statunitense in America Centrale, aveva mostrato segni di una svolta
a sinistra, fino al golpe
del 2009 sostenuto dagli USA. Da allora si è attivata una
massiccia repressione contro gli attivisti in campo sociale, ci sono
state le elezioni del 2017, palesemente
truccate, e il paese ha permesso l'incremento delle basi militari
statunitensi vicine al confine col Nicaragua.
Nel
2017 la Camera degli Stati Uniti ha votato all'unanimità il
Nicaraguan
Investment Conditionality Act (NICA Act), che se approvato anche
dal Senato costringerà il governo statunitense a porre il suo veto a
prestiti da parte di enti internazionali a favore del governo
nicaraguense. Quest'atto di imperialismo
danneggerà gravemente, tra l'altro, le possibilità del Nicaragua di
costruire strade, riqualificare ospedali, costruire impianti di
energia rinnovabile, e una transizione da una situazione di
allevamento intensivo a un sistema integrato con la silvicoltura.
Potrebbe anche significare la fine di molti popolari programmi
sociali, come i contributi per le spese elettriche, un calmiere dei
prezzi nei trasporti urbani e le cure gratuite per i malati cronici.
L'esecutivo statunitense ha utilizzato il Global Magnitsky Act allo
scopo di prendere di mira, in Nicaragua, le finanze di membri del
Tribunale Elettorale Supremo, la Polizia Nazionale, il governo di
Managua e l'ALBA. Funzionari di polizia o della sanità pubblica si
sono visti revocato il visto per entrare negli Stati Uniti. Il punto,
ovviamente, non è se questi funzionari abbiano o meno commesso atti
passibili di sanzioni in Nicaragua, ma se il governo degli Stati
Uniti possa avere il diritto legale di intimidire e mettere
all'angolo pubblici ufficiali del Nicaragua.
Nonostante
il proseguire di atti di sadica violenza, la strategia dei golpisti
che mirava alle dimissioni del governo è fallita. La risoluzione
della crisi politica avverrà tramite le elezioni, e l'FSLN
probabilmente le vincerà, sbarrando la strada una nuova, drammatica
e improbabile offensiva dell'opposizione di destra.
Presidenti dell'America Latina: Zelaya (Honduras), Correa
(Ecuador), Chavez (Venezuela), Ortega (Nicaragua) e Morales (Bolivia)
celebrano il secondo mandato di Correa, a Quito, Ecuador. Fonte:
Prensa Presidencial
Lotta
di Classe alla Rovescia
È
importante comprendere la natura dei colpi di stato gestiti dagli
Stati Uniti e dalle oligarchie, e del ruolo delle menzogne di media e
ONG, perché è un meccanismo che si ripete in svariati paesi
dell'America Latina e di altri continenti.
Possiamo
aspettarci attacchi del genere contro Andrés Manuel López Obrador
in Messico, se perseguirà i cambiamenti che ha promesso.
Gli
Stati Uniti hanno cercato di dominare il Nicaragua sin dalla metà
dell'800. Le classi abbienti del Nicaragua hanno operato per il
ritorno a una politica filostatunitense sin dalla presa del potere
dei sandinisti. Il fallimento di quest'ultimo tentativo di golpe non
pone certo fine ai loro sforzi, e nemmeno alla disinformazione dei
media corporativi. La conoscenza di ciò che avviene realmente e la
condivisione di tale conoscenza è l'antidoto che può sconfiggerli,
sia in Nicaragua sia nel resto del mondo.
Il
Nicaragua assiste a una lotta di classe rovesciata. Il governo ha
migliorato la qualità della vita della maggioranza impoverita
tramite una redistribuzione della ricchezza. Gli oligarchi e gli
Stati Uniti, non potendo imporre il neoliberismo con le elezioni,
hanno creato una crisi politica, esacerbata dai media menzogneri, per
costringere Ortega a dare le dimissioni. Il golpe sta fallendo, la
verità comincia a emergere e non bisogna dimenticarla.
Kevin
Zees è avvocato e co-direttore di Popular Resistance (USA).
Nils
McCune fa parte dello staff tecnico di IALA Mesoamerica (Istituto
Agroecologico dell'America Latina in Nicaragua) e ricercatore
associato alla University of Michigan.
lunedì 16 luglio 2018
lunedì 13 febbraio 2017
Nancy Fraser: La fine del neoliberismo progressista
da rifondazione.it

[Pubblichiamo la traduzione di due articoli della femminista americana Nancy Fraser dal sito della rivista DISSENT. Il primo The end of “progressive neoliberalism” è del 2 gennaio 2017, il secondo Against Progressive Neoliberalism, A New Progressive Populism è stato pubblicato il 28 gennaio ed è una replica a un articolo critico di Johanna Brenner There Was No Such Thing as “Progressive Neoliberalism” del 14 gennaio. Nancy Fraser ha lanciato insieme a Angela Davis e altre femministe americane l'appello per uno sciopero internazionale e militante per l'8 marzo]
L’elezione
di Donald Trump rappresenta una della serie di drammatiche rivolte
politiche che insieme segnalano un crollo dell’egemonia neoliberista.
Queste rivolte comprendono tra le altre il voto per la Brexit nel Regno
Unito, il rifiuto delle riforme di Renzi in Italia, la campagna di
Bernie Sanders per la nomination del Partito Democratico negli Stati
Uniti e il sostegno crescente per il Fronte Nazionale in Francia. Anche
se differiscono per ideologia e obiettivi, questi ammutinamenti
elettorali condividono un bersaglio comune: sono tutti dei rifiuti della
globalizzazione delle multinazionali, del neoliberismo e delle
istituzioni politiche che li hanno promossi. In ogni caso, gli elettori
stanno dicendo “No!” alla combinazione letale di austerità, libero
commercio, debito predatorio e lavoro precario mal pagato che
caratterizza il capitalismo finanziarizzato oggi. I loro voti sono una
risposta alla crisi strutturale di questa forma di capitalismo che si è
prima materializzata con il quasi crollo dell’ordine finanziario globale
nel 2008.
Fino a
tempi recenti, però, la risposta principale alla crisi era la protesta
sociale – drammatica e vivace, di sicuro, ma in gran parte effimera. I
sistemi politici, al contrario, sembravano relativamente immuni, ancora
controllati da funzionari di partito e dalle élite dell’establishment,
almeno negli stati capitalistici potenti come gli Stati Uniti, il Regno
Unito e la Germania. Ora, però, le onde d’urto elettorali si riverberano
in tutto il mondo, anche nelle cittadelle della finanza globale. Coloro
che hanno votato per Trump, come quelli che hanno votato per la Brexit e
contro le riforme italiane, sono insorti contro i loro padroni
politici. Prendendo per il naso la classe dirigente di partito, hanno
ripudiato il sistema che ha eroso le loro condizioni di vita negli
ultimi trent’anni. La sorpresa non è che lo hanno fatto, ma che ci
abbiano messo così tanto tempo.
Tuttavia,
la vittoria di Trump non è solo una rivolta contro la finanza globale.
Ciò che i suoi elettori hanno respinto non era il neoliberismo tout
court, ma il neoliberismo progressista. Questo può sembrare ad
alcuni come un ossimoro, ma è un reale, anche se perverso, allineamento
politico che costituisce la chiave per comprendere i risultati
elettorali degli Stati Uniti e forse alcuni sviluppi anche altrove.
Nella sua forma degli Stati Uniti, il neoliberismo progressista è
un’alleanza tra correnti mainstream dei nuovi movimenti sociali
(femminismo, anti-razzismo, multiculturalismo, e diritti LGBTQ), da un
lato, e settori di business di fascia alta “simbolica” e basati sui
servizi (Wall Street, Silicon Valley, e Hollywood), dall’altro. In
questa alleanza, le forze progressiste sono effettivamente unite con le
forze del capitalismo cognitivo, in particolare della
finanziarizzazione. Tuttavia involontariamente le prime prestano il loro
carisma a quest’ultima. Ideali come la diversità e la
responsabilizzazione, che potrebbero in linea di principio servire scopi
diversi, ora danno lustro a politiche che hanno devastato la produzione
e quelle che un tempo erano le vite della classe media.
Il
neoliberismo progressista si è sviluppato negli Stati Uniti nel corso
degli ultimi tre decenni ed è stato ratificato con l’elezione di Bill
Clinton nel 1992. Clinton è stato il principale artefice e portabandiera
dei “Nuovi Democratici”, l’equivalente statunitense del “New Labour” di
Tony Blair. Al posto della coalizione di lavoratori manifatturieri
sindacalizzati, afro-americani e classi medie urbane del New Deal, ha
forgiato una nuova alleanza di imprenditori, abitanti dei suburbi, nuovi
movimenti sociali e giovani che proclamano tutti la loro buona fede
moderna, progressista abbracciando la diversità, il multiculturalismo e i
diritti delle donne. Mentre appoggiava questi concetti progressisti,
l’amministrazione Clinton corteggiava Wall Street. Consegnando
l’economia a Goldman Sachs, ha liberalizzato il sistema bancario e
negoziato gli accordi di libero scambio che accelerarono la
deindustrializzazione. Ad essere abbandonata fu la Rust Belt – un tempo
roccaforte della democrazia sociale del New Deal, e ora la regione che
ha consegnato il collegio elettorale a Donald Trump.
Quella
regione, insieme ai nuovi centri industriali del sud, ha subito un
grande colpo quando la finanziarizzazione galoppante si è dispiegata nel
corso degli ultimi due decenni. Continuate dai suoi successori, tra cui
Barack Obama, le politiche di Clinton hanno degradato le condizioni di
vita di tutti i lavoratori, ma soprattutto degli occupati nella
produzione industriale. In breve, il clintonismo ha una quota pesante di
responsabilità per l’indebolimento dei sindacati, il declino dei salari
reali, la crescente precarietà del lavoro e l’ascesa della famiglia a
doppio stipendio (two–earner family) al posto del defunto salario
familiare.
Come
suggerisce questo ultimo punto, l’assalto alla sicurezza sociale è stato
lucidato con una patina di carisma emancipatorio, preso in prestito dai
nuovi movimenti sociali. Nel corso degli anni in cui la produzione si
craterizzava, il paese brulicava di discorsi su “diversità”,
“empowerment,” e “non-discriminazione.” Identificando il “progresso” con
la meritocrazia, invece che con l’uguaglianza, questi termini hanno
equiparato l’”emancipazione” con l’ascesa di una piccola elite di donne,
minoranze e omosessuali “di talento” nella gerarchia aziendale dei
vincenti che prendono tutto invece che con l’abolizione di
quest’ultima. Queste interpretazioni liberal-individualiste del
“progresso” gradualmente hanno sostituito le interpretazioni
dell’emancipazione più espansive, anti-gerarchiche, egualitarie,
sensibili alla classe, anti-capitaliste che erano fiorite negli anni ’60
e ’70. Mentre la New Left declinava, la sua critica strutturale della
società capitalistica sbiadiva, e la caratteristica mentalità
liberal-individualista del paese si riaffermava, riducendo
impercettibilmente le aspirazioni dei “progressisti” e degli
autoproclamati esponenti della sinistra. Quella che sigillò l’accordo,
però, è stata la coincidenza di questa evoluzione con l’ascesa del
neoliberismo. Un partito dedito alla liberalizzazione dell’economia
capitalistica trovò il suo compagno perfetto in un femminismo aziendale
meritocratico focalizzato sul “farsi avanti” e “rompere il soffitto di
cristallo”.
Il
risultato è stato un “neoliberismo progressista” che mixava insieme
ideali troncati di emancipazione e forme letali di finanziarizzazione.
E’ stato quel mix che è stato respinto in toto dagli elettori di Trump.
In prima fila tra coloro che sono stati abbandonati in questo nuovo
mondo cosmopolita sono stati di sicuro gli operai industriali, ma anche
manager, piccoli imprenditori, e tutti coloro che si basavano
sull’industria nel Rust Belt e nel Sud, così come le popolazioni rurali
devastate dalla disoccupazione e dalla droga. Per queste popolazioni, al
danno della deindustrializzazione si è aggiunta la beffa del moralismo
progressista, che li etichetta regolarmente come culturalmente
arretrati. Rifiutando la globalizzazione, gli elettori di Trump hanno
anche ripudiato il cosmopolitismo liberal identificato con essa. Per
alcuni (se non tutti), è stato breve il passo a incolpare per il
peggioramento delle loro condizioni la correttezza politica, le persone
di colore, gli immigrati e i musulmani. Ai loro occhi, le femministe e
Wall Street erano due gocce d’acqua, perfettamente unite nella persona
di Hillary Clinton.
Ciò che
ha reso possibile quella fusione è stata l’assenza di qualsiasi vera
sinistra. Nonostante esplosioni periodiche, come Occupy Wall Street, che
si è rivelata di breve durata, non vi era stata alcuna presenza
prolungata della sinistra negli Stati Uniti per diversi decenni. Né c’è
stata alcuna narrazione esauriente di sinistra che avrebbe potuto
collegare le legittime rivendicazioni dei sostenitori di Trump con una
critica smaccata della finanziarizzazione, da un lato, e con una visione
anti-razzista, anti-sessista, e anti-gerarchica di emancipazione,
dall’altro. Ugualmente devastanti, i potenziali legami tra lavoro e
nuovi movimenti sociali sono stati lasciati languire. Scissi l’uno
dall’altro, quei poli indispensabili di una valida sinistra sono stati a
miglia di distanza, in attesa di essere contrapposti come antitetici.
Almeno fino alla straordinaria campagna per le primarie di Bernie
Sanders che ha lottato per unirli dopo qualche incitamento da Black
Lives Matter. Facendo esplodere il buon senso neoliberista dominante, la
rivolta di Sanders è stata il parallelo sul lato democratico di quella
di Trump. Proprio mentre Trump stava rovesciando l’establishment
repubblicano, Bernie non è riuscito per un soffio a sconfiggere la
successora consacrata di Obama, i cui burocrati controllavano ogni leva
di potere nel Partito Democratico. Tra di loro, Sanders e Trump hanno
galvanizzato una grande maggioranza degli elettori americani. Ma solo il
populismo reazionario di Trump è sopravvissuto.
Mentre
lui ha facilmente rovesciato i suoi rivali repubblicani, compresi quelli
favoriti dai grandi donatori e dai boss di partito, l’insurrezione di
Sanders è stata effettivamente bloccata da un molto meno democratico
Partito Democratico. Al momento delle elezioni generali, l’alternativa
di sinistra era stata soppressa. Ciò che restava era la scelta di Hobson
tra il populismo reazionario e il neoliberismo progressista. Quando la
cosiddetta sinistra ha serrato le fila attorno a Hillary Clinton, il
dado era tratto.
Ciononostante,
e da questo punto in poi, questa è una scelta che la sinistra dovrebbe
rifiutare. Invece di accettare i termini presentati a noi da parte delle
classi politiche, che oppongono l’emancipazione alla protezione
sociale, dobbiamo lavorare per ridefinirli attingendo al fondo vasto e
crescente di repulsione sociale contro l’attuale ordine. Piuttosto che
schierarsi con la finanziarizzazione-cum-emancipazione contro la
protezione sociale, dovremmo costruire una nuova alleanza di
emancipazione e di protezione sociale contro la finanziarizzazione. In
questo progetto, che si basa su quello di Sanders, l’emancipazione non
significa diversificare la gerarchia aziendale, ma piuttosto abolirla. E
la prosperità non significa aumentare il valore delle azioni o il
profitto aziendale, ma i prerequisiti materiali di una buona vita per
tutti. Questa combinazione rimane l’unica risposta di principio e
vincente nella congiuntura.
Io non
ho versato lacrime per la sconfitta del neoliberismo progressista.
Certo, c’è molto da temere da un’amministrazione Trump, razzista,
anti-immigrati, anti-ecologica. Ma non dovremmo piangere né l’implosione
dell’egemonia neoliberista, né la frantumazione del pugno di ferro del
clintonismo sul Partito democratico. La vittoria di Trump ha segnato una
sconfitta per l’alleanza di emancipazione e finanziarizzazione. Ma la
sua presidenza non offre alcuna soluzione alla crisi attuale, nessuna
promessa di un nuovo regime, nessuna egemonia sicura. Quello che abbiamo
di fronte, piuttosto, è un interregno, una situazione aperta e
instabile in cui i cuori e le menti sono in palio. In questa situazione,
non c’è solo pericolo, ma anche opportunità: la possibilità di
costruire una nuova new left.
Se
questo avviene dipenderà in parte da alcuni gravi di coscienza tra i
progressisti che hanno sostenuto la campagna della Clinton. Dovranno
abbandonare il mito confortante, ma falso che hanno perso a causa di un
“branco di miserabili”* (razzisti, misogini, islamofobi e omofobi)
aiutati da Vladimir Putin e dall’FBI. Dovranno riconoscere la propria
parte di colpa nel sacrificare la causa della tutela sociale, del
benessere materiale, e della dignità della classe lavoratrice a false
interpretazioni dell’emancipazione in termini di meritocrazia,
diversità, e empowerment. Dovranno riflettere profondamente su come
potremmo trasformare l’economia politica del capitalismo
finanziarizzato, facendo rivivere lo slogan “socialismo democratico” di
Sanders e capire cosa possa significare nel ventunesimo secolo.
Dovranno, soprattutto, raggiungere la massa degli elettori di Trump che
non sono né razzisti, né impegnati esponenti della destra, ma essi
stessi vittime di un “sistema truccato”, che possono e devono essere
reclutati per il progetto anti-neoliberista di una sinistra rinnovata.
Questo non significa silenziare le pressanti preoccupazioni per il
razzismo o il sessismo. Ma significa dimostrare come queste oppressioni
storiche di vecchia data trovano nuove espressioni e motivi oggi, nel
capitalismo finanziarizzato. Rifiutando il falso pensiero a somma zero
che ha dominato la campagna elettorale, dobbiamo collegare le offese
subite dalle donne e dalle persone di colore a quelle subite dai tanti
che hanno votato per Trump. In questo modo, una rivitalizzata sinistra
potrebbe gettare le basi per una nuova e potente coalizione impegnata
nella lotta per tutti.
*“Basket
of deplorables”, solitamente tradotto dai giornali italiani come
“branco di miserabili” è il termine con il quale la Clinton etichettò i
sostenitori di Trump durante la campagna elettorale
…………………………………………………..
Contro il neoliberismo progressista, un nuovo populismo progressista
La
lettura del mio saggio da parte di Johanna Brenner non coglie la
centralità del problema dell’egemonia. Il punto centrale è che il
capitale finanziario ha raggiunto il dominio odierno, oltre che con la
forza, anche attraverso il “consenso”, come lo chiama Gramsci. Forze che
favoriscono la finanziarizzazione, la globalizzazione delle imprese e
la deindustrializzazione sono riuscite a conquistare il Partito
Democratico statunitense, ho affermato, perché hanno presentato queste
politiche, palesemente contrarie ai lavoratori, come progressiste. I
neoliberisti hanno conquistato potere ammantando il loro progetto in una
nuova etica cosmopolita, che privilegia la diversità, l’emancipazione
delle donne, e i diritti LGBTQ. Adescando chi professa questi ideali, i
neoliberisti hanno forgiato un nuovo blocco egemonico, che ho battezzato
neoliberismo progressista. Nell’identificare e analizzare questo
blocco, non ho perso di vista il potere del capitale finanziario, come
mi rimprovera Johanna Brenner, ma ho tentato di spiegare la sua
supremazia politica.
L’ottica
dell’egemonia fa luce anche sulla posizione dei movimenti nei confronti
del neoliberismo. Invece di isolare collusi e cooptati, mi sono
concentrata sul diffuso slittamento dall’uguaglianza alla meritocrazia
nel pensiero progressista. Negli ultimi decenni, questo pensiero ha
sovraccaricato la comunicazione e ha influenzato non solo le femministe
liberali e i sostenitori della diversità, che ne hanno abbracciato con
consapevolezza l’etica individualista, ma ha influenzato anche molti
all’interno dei movimenti. Anche quelle che Brenner chiama femministe
del “social welfare” hanno trovato nel neoliberismo progressista
elementi in cui identificarsi, e hanno chiuso un occhio sulle sue
contraddizioni. Ciò non significa dar loro la colpa, come sostiene
Brenner, ma chiarire come funziona l’egemonia, cioè attirandoci e
seducendoci, al fine di capire come meglio costruire una controegemonia.
Quest’idea
è il canone di valutazione delle sorti della sinistra dagli anni
ottanta ad oggi. Rivisitando questi anni, Johanna Brenner esamina una
mole impressionante di attivismo di sinistra, che lei appoggia ed ammira
al pari di me. Ma l’ammirazione non viene meno quando si osserva che
l’attivismo non è assurto ad una controegemonia. Non è riuscito a
presentarsi come un’alternativa credibile al neoliberismo progressista,
né a sostituire i “noi” e i “loro” del neoliberismo con dei propri “noi”
e “loro”. Il perché richiederebbe un lungo studio, ma una cosa è
chiara: restii alla sfida frontale con le varianti
progressiste-neoliberiste del femminismo, dell’antirazzismo e del
multiculturalismo, gli attivisti di sinistra non sono mai stati in grado
di raggiungere i “reazionari populisti” (vale a dire, i bianchi della
classe operaia industriale), che hanno finito per votare per Trump.
Bernie
Sanders è l’eccezione che conferma la regola. La sua campagna
elettorale, con tutte le imperfezioni del caso, ha contestato
direttamente le linee consolidate di separazione politica. Ha preso di
mira “la classe dei miliardari”, ha teso la mano ai derelitti del
neoliberismo progressista, si è rivolta alle comunità che si aggrappano
al loro tenore di vita da “classe media”, le ha considerate alla stregua
di vittime di una “economia truccata”, che meritano rispetto e possono
fare causa comune con altre vittime, molte delle quali non hanno mai
avuto accesso ai posti di lavoro della “classe media”. Nel contempo,
Sanders ha strappato via una buona fetta di coloro che gravitavano verso
il neoliberismo progressista. Anche se sconfitto da Hillary Clinton,
Sanders ci ha indicato la strada verso una controegemonia possibile: ci
ha fatto intravedere, invece dell’alleanza progressista-neoliberista fra
finanziarizzazione ed emancipazione, un nuovo blocco
“progressista-populista” che unisce emancipazione e protezione sociale.
A mio
parere, nell’era di Trump la scelta di Sanders resta l’unica strategia
onesta e vincente. A coloro che adesso si mobilitano con la bandiera
della “resistenza”, suggerisco il contro-progetto della “correzione di
rotta”. Invece di ostinarsi nella definizione progressista-neoliberista
di “noi” (progressisti) contro “loro” (i “deplorevoli” partigiani di
Trump), questo contro-progetto ridisegna la mappa politica, e fa causa
comune con tutti quelli che l’amministrazione Trump si accinge a
tradire: non solo gli immigrati, le femministe, e le persone di colore
che gli hanno votato contro, ma anche quegli strati della classe operaia
della “Rust Belt” e del Sud che hanno votato per lui. Johanna Brenner
mi rinfaccia di dissolvere la “politica dell’identità” nella “politica
di classe.” Al contrario, la questione è identificare chiaramente le
radici comuni delle ingiustizie di classe e di status nel capitalismo
finanziario, e costruire alleanze tra coloro che devono unirsi per
combattere entrambe.
traduzione di Maurizio Acerbo e Ludovico Fischer
per aderire alla brigata traduttori mandare una mail a traduttori@rifondazione.it
domenica 5 febbraio 2017
Siria – Il Fermento Rivoluzionario che Non Fu
di
Stephen Gowans (da what's
left, 22 ottobre 2016)
traduzione
per doppiocieco di Domenico D'Amico
A
quanto pare, la sinistra statunitense si deve ancora rendere conto
che Washington non sta cercando di rovesciare i neoliberisti. Se il
presidente Bashar al-Assad fosse un seguace del Washington Consensus
– come sembra credere Eric Draitser di Counterpunch
– il governo degli Stati Uniti non avrebbe brigato per la sua
rimozione fin dal 2003. E neanche avrebbe accudito la guerriglia
islamica contro il suo governo, al contrario, l'avrebbe protetto.
In
alcuni ambienti circola l'idea condivisa che (come pone la questione
Eric Draitser in un recente articolo su Counterpunch)
l'insurrezione in Siria “è iniziata come risposta alle politiche
neoliberiste e alla brutalità del governo siriano,” e che “il
nucleo rivoluzionario della ribellione siriana è stato
marginalizzato da un coacervo di jihadisti pagati da Arabia Saudita e
Qatar,” Questa teoria, per quanto ne so, è basata solo su
argomenti assertivi, non su fatti provati.
Una
rassegna dei reportage delle settimane che precedono e seguono lo
scoppio delle sommosse di Daraa a metà marzo 2011 – considerate in
genere l'inizio della ribellione – non fornisce la minima
indicazione che la Siria fosse in preda alla stretta di un tumulto
rivoluzionario, anti-neoliberista o altro che fosse. Al contrario, i
giornalisti inviati da Time e dal New York Times
riferivano del largo sostegno goduto dal governo, dei suoi critici
che ammettevano la popolarità di Assad, e del fatto che i siriani
dedicavano scarsa attenzione a quelle proteste. Nel contempo
descrivevano le agitazioni come una sequela di sommosse riguardanti
né migliaia né decine di migliaia, ma centinaia di persone, guidate
per lo più da una visione di tipo islamista, e che esibivano un
atteggiamento violento.
Time
riferiva che due formazioni jihadiste che in seguito avrebbero avuto
un ruolo di primo piano nella ribellione, Jabhat al-Nusra e Ahrar
al-Sham, operavano già sul campo nei giorni delle sommosse, e che
solo tre mesi prima alcuni leader dei Fratelli Musulmani avevano
espresso “la loro speranza in una rivolta pacifica in Siria.” I
Fratelli Musulmani, che da decine di anni hanno dichiarato una lotta
senza quartiere contro il partito Ba'ath che governa la Siria,
violentemente contrari al suo secolarismo, sono invischiati sin dagli
anni 60 in uno scontro all'ultimo sangue con i nazionalismi arabi
laici, e hanno praticato la guerriglia urbana contro i seguaci del
Ba'ath sin dalla fine degli anni 40 (in una di queste battaglie,
Hafez al-Assad, padre dell'attuale presidente, al governo dal 1997 al
2000, fu accoltellato da un Fratello Musulmano). I leader dei
Fratelli, a cominciare dal 2007, ebbero incontri frequenti col
Dipartimento di Stato e il National Security Council statunitensi,
così come con la Middle East Partnership Initiative (finanziata dal
governo statunitense), che aveva ereditato il ruolo di finanziatrice
alla luce del sole di organizzazioni golpiste estere, cosa che in
precedenza faceva clandestinamente la CIA.
Washington
ha tramato per eliminare l'influenza arabo-nazionalista dalla Siria
sin dalla metà degli anni 50, quando Kermit Roosevelt, organizzatore
del rovesciamento del primo ministro iraniano Mohammad Mossadeq (che
aveva nazionalizzato le risorse petrolifere del suo paese), cospirava
insieme all'intelligence britannica per istigare i Fratelli Musulmani
a rovesciare il triumvirato siriano di nazionalisti e comunisti, che
Washington e Londra vedevano come una minaccia per gli interessi
economici occidentali in Medio Oriente.
Negli
anni 80 Washington riforniva di armi i mujahedeen della Fratellanza,
perché praticassero una strategia di guerriglia urbana contro Hafez
al-Assad, che i duri e puri di Washington definivano “arabo
comunista.” Suo figlio, Bashar, ha proseguito nella politica
arabo-nazionalista di unità (della nazione Araba), indipendenza, e
socialismo (arabo). Queste sono state le linee guida dello stato
siriano – come pure per altri stati arabo-nazionalisti come la
Libia sotto Gheddafi e l'Iraq sotto Saddam. Tutti e tre gli stati
sono entrati nel mirino di Washington per la medesima ragione: i loro
obbiettivi arabo-nazionalisti erano in grave conflitto con la
politica imperialista di egemonia globale degli Stati Uniti.
Il
rifiuto da parte di Bashar al-Assad di ripudiare l'ideologia
arabo-nazionalista lasciavano sgomenta Washington, che ne denunciava
il socialismo, terzo elemento della santa trinità valoriale dei
ba'athisti. I piani per rovesciare Assad – legati in parte al suo
mancato accoglimento del neoliberismo di Washington – erano già in
preparazione negli Stati Uniti sin dal 2003, se non ancora prima. Che
Assad fosse un paladino del neoliberismo, come sostengono Draitser e
altri, dev'essere una notizia sfuggita all'attenzione di Washington e
Wall Street, che stigmatizzavano la Siria “socialista” e la sua
politica economica decisamente anti-neoliberista.
Una
faida sanguinaria che s'infiamma con l'assistenza degli Stati Uniti
Alla
fine del gennaio 2011, venne creata una pagina Facebook intitolata
The Syrian Revolution 2011. Annunciava che il 4 e 5 febbraio
si sarebbe tenuta una pubblica protesta [Day of Rage,
“giornata della collera”]. [1] Come riferisce Time, la
protesta “fece cilecca”. La Giornata della Collera si risolse in
una una Giornata dell'Indifferenza. In aggiunta, il collegamento con
la Siria risultò esile. La maggior parte degli slogan gridati dai
pochi contestatori intervenuti riguardavano la Libia, ed esigevano
che Muhammar Gheddafi – il cui governo era assediato da insorti
islamisti – venisse deposto. Vennero pianificate nuove proteste per
il 4 e il 5 di marzo, ma anch'esse ottennero un magro sostegno. [2]
Rania
Abouzeid, corrispondente di Time, attribuì il fallimento da
parte degli organizzatori nell'ottenere una partecipazione
significativa al fatto che la maggior parte dei siriani non era
contraria al proprio governo. Assad godeva di una buona reputazione,
specialmente per i due terzi della popolazione sotto i trent'anni di
età, e le sue politiche erano ampiamente approvate. “Perfino i
suoi critici ammettono che Assad è popolare, e considerato gradito
dal massiccio strato giovanile del paese, per motivi ideologici,
emotivi, e ovviamente cronologici,” riferiva Abouzeid, aggiungendo
che a differenza degli “estromessi leader pro-USA di Tunisia ed
Egitto, la politica estera aggressiva contro Israele di Assad, il
vibrante sostegno verso i palestinesi e le milizie di Hamas ed
Hezbollah, sono in linea col sentimento popolare siriano.” Assad,
in parole povere, possedeva una legittimazione politica [had
legitimacy]. Il corrispondente di Time aggiungeva che il gesto
di Assad, che “in febbraio si era recato da solo nella Moschea
degli Omayyadi, per partecipare alle preghiere di commemorazione
della nascita del Profeta Muhammad, e aveva passeggiato per il souk
di Al-Hamidiyah con poche guardie del corpo” lo aveva “aiutato a
farsi personalmente benvolere dal pubblico.” [3]
Questa
descrizione del presidente siriano – un leader benvoluto dal
pubblico, ideologicamente in sintonia col sentimento popolare dei
siriani – contrasta violentemente con le tesi che sarebbero emerse
subito dopo le violente proteste scoppiate nella città siriana di
Daraa meno di due settimane dopo, tesi sposate poi dagli statunitensi
di sinistra, incluso Draitser. Eppure, alla vigilia degli eventi di
Daraa, ci si meravigliava della peculiare tranquillità della Siria.
Nessuno “si aspetta insurrezioni di massa in Siria,” riferiva
Abouzeid, “ogni tanto ci sono manifestazioni di dissenso, ma sono
davvero pochi quelli che vogliono farne parte.” [4] Una giovane
siriana riferiva a Time: “Ci sono molti aiuti per i giovani
da parte del governo. Ci danno libri gratis, scuole gratis,
università gratis.” (Non è proprio lo stato neoliberista che
descrive Draitser.) La giovane continuava: “Perché ci dovrebbe
essere una rivoluzione? Le probabilità saranno dell'uno per cento.”
[5] Il New York Times condivideva questo punto di vista. La
Siria, riferiva il giornale, “è sembrata immune all'ondata di
rivolta che attraversava il mondo arabo.” [6] In Siria il fermento
non attecchiva.
Ma
il 17 marzo, a Daraa, ci fu una sommossa violenta. I resoconti su chi
l'abbia innescata sono contraddittori. Time riferiva che “la
ribellione a Daraa è stata provocata dall'arresto di un gruppo di
giovani che avevano imbrattato un muro con graffiti antiregime.”
[7] Robert Fisk dell'Indipendent offriva una versione
lievemente diversa. Riferiva che “funzionari dell'inteligence
governativa hanno picchiato e ucciso un gran numero di ragazzi che
avevano scarabocchiato graffiti antigovernativi sui muri della
città.” [8] Un altro resoconto sostiene che il fattore scatenante
della rivolta a Daraa fosse stato l'estremo e sproporzionato uso
della forza da parte delle forze dell'ordine siriane in risposta alle
dimostrazioni contro l'arresto di quei giovani. C'erano “dei
giovani che facevano graffiti su un muro, e li hanno arrestati, e i
genitori li rivolevano indietro, e le forze di sicurezza hanno
reagito con molta, molta brutalità.” [9] Il resoconto del governo
siriano nega che tutto questo sia accaduto. Cinque anni dopo i fatti,
Assad ha detto in un'intervista che “non è mai accaduto. È solo
propaganda. Intendo dire, ne abbiamo sentito parlare, ma questi
ragazzini messi in galera non li abbiamo mai visti. Era solo
un'invenzione [a fallacious narrative].” [10]
Ma
se ci sono discordanze su ciò che scatenò la sommossa, non ce ne
sono molte sul fatto che fu violenta. Il New York Times riferiva che
“i dimostranti hanno incendiato le sedi del partito Ba'ath e altri
edifici governativi (…) e si sono scontrati con la polizia. (…)
Oltre alle sedi del partito i dimostranti hanno dato fuoco al
principale tribunale della città e a una sede della compagnia
telefonica SyriaTel.” [11] Time aggiungeva che i dimostranti
avevano bruciato l'ufficio del governatore, così come la sede di
un'altra compagnia telefonica. [12] L'agenzia governativa SANA postò
sul suo sito foto di veicoli dati alle fiamme. [13] Chiaramente non
si trattava di una dimostrazione pacifica, come la si sarebbe
descritta in seguito. E non si trattava nemmeno di un'insurrezione di
massa. Time riferiva che i dimostranti potevano contarsi a
centinaia, non a migliaia o decine di migliaia. [14]
Assad
reagì immediatamente ai tumulti di Daraa, annunciando “una serie
di riforme, incluso un aumento di salario per gli impiegati pubblici,
una maggior libertà per media e partiti politici, e una
riconsiderazione dello stato d'emergenza,” [15] una restrizione dei
diritti civili e politici in tempo di guerra messa in atto perché il
paese era ufficialmente in guerra con Israele. Prima della fine di
aprile il governo avrebbe abolito “lo stato d'emergenza in vigore
da 48 anni” e “la Corte Suprema di Stato per la Sicurezza.”
[16]
Perché
il governo fece queste concessioni? Perché queste erano le richieste
dei dimostranti di Daraa. I dimostranti “si sono radunati dentro e
intorno alla moschea Omari di Daraa, scandendo le loro richieste: il
rilascio di tutti i prigionieri politici (…) l'abolizione dello
stato di emergenza in vigore da 48 anni; maggiori libertà civili; e
la fine dell'endemica corruzione.” [17] Simili richieste erano
coerenti con l'appello, diffuso ai primi di febbraio sulla pagina
Facebook di The Syrian Revolution 2011, per “la fine dello
stato d'emergenza in Siria e la fine della corruzione.” [18] Una
richiesta per la liberazione dei prigionieri politico venne anche
avanzata in una lettera pubblicata su Facebook da alcune personalità
religiose. Le loro richieste includevano la revoca “dello stato
d'emergenza, il rilascio di tutti i detenuti politici, la fine delle
vessazioni da parte delle forze di sicurezza e la lotta alla
corruzione.” [19] La liberazione dei detenuti politici sarebbe
consistita nel rilascio di jihadisti o, per usare una terminologia in
auge in Occidente, di “terroristi.” Il Dipartimento di Stato
statunitense ha riconosciuto che in Siria la principale opposizione è
quella dell'Islam politico [20]; i jihadisti costituivano il maggior
gruppo di opposizione a rischio di arresto. La richiesta di quelle
autorità religiose che Damasco liberasse tutti i prigionieri
politici in effetti era uguale a un'ipotetica richiesta da parte
dello Stato Islamico che Washington, Parigi e Londra rilasciassero
tutti gli islamisti accusati di terrorismo rinchiusi nelle prigioni
statunitensi, francesi e britanniche. Non si trattava di una
richiesta di più posti di lavoro e maggior democrazia, ma la
richiesta di far uscire di prigione attivisti che avevano come
obbiettivo l'instaurazione in Siria di uno Stato Islamico. La revoca
delle leggi d'emergenza, analogamente, sembrava aver poco a che fare
con la promozione della democrazia, ma piuttosto con la possibilità
per i jihadisti e i loro affiliati di avere più spazio per
organizzare la loro opposizione allo stato laico.
Una
settimana dopo lo scoppio delle violenze a Daraa, Rania Abouzeid
riferiva su Time che “non sembrano esserci una domanda
diffusa per la caduta del regime o per la rimozione di un presidente
relativamente popolare.” [21] In effetti le richieste avanzate da
dimostranti e figure religiose non includevano la deposizione di
Assad. E i siriani si mobilitavano a suo favore. “Ci sono state
nella capitale delle controdimostrazioni a favore del Presidente,”
[22] che, da quanto riferito, superavano di parecchio in numero le
centinaia di dimostranti che erano scesi in piazza a Daraa per
incendiare edifici e automobili e scontrarsi con la polizia. [23]
Arrivati
al 9 aprile – a meno di un mese dagli eventi di Daraa – Time
riferiva che una serie di proteste stava divampando, e che l'Islam vi
svolgeva un ruolo preminente. Agli occhi di chiunque avesse
dimestichezza con la sequela pluridecennale di scioperi,
dimostrazioni, sommosse e insurrezioni che i Fratelli Musulmani hanno
organizzato contro quello che considerano il governo ba'ahtista
“infedele”, sembrava una storia che si ripete. I dimostranti non
avevano raggiunto una massa critica. Al contrario, il governo
continuava a godere della “lealtà” di “una gran parte della
popolazione,” riferiva Time. [24]
Gli
islamisti hanno avuto un ruolo portante nella stesura della
Dichiarazione di Damasco della metà degli anni 2000, un documento
che chiedeva un cambio di regime. [25] Nel 2007 i Fratelli Musulmani,
il prototipo dei movimenti politici islamisti sunniti, che avevano
ispirato Al-Qaeda e le sue ramificazioni (Jabhat al-Nusra e lo Stato
Islamico [Isis]), avviarono una collaborazione con un ex
vicepresidente siriano, per fondare il Fronte di Salvezza Nazionale. Il
Fronte ebbe ebbe frequenti incontri con il Dipartimento di Stato e
con il Consiglio per la Sicurezza Nazionale statunitensi, così come
con la Middle East Partnership Initiative (finanziata dal governo
USA), [26] la quale faceva alla luce del sole quello che un tempo la
CIA faceva in segreto, cioè fornire denaro e know-how a quinte
colonne operanti in paesi i cui governi fossero sgraditi a
Washington.
Giunti
al 2009, appena due anni prima dell'esplosione di disordini per tutto
il mondo arabo, i Fratelli Musulmani siriani stigmatizzarono il
governo arabo-nazionalista di Bashar al-Assad come un elemento della
società siriana estraneo e ostile, che doveva essere eliminato.
Nella visione di questo gruppo la comunità alawita, cui apparteneva
Assad e che i Fratelli ritenevano eretica, utilizzava
l'arabo-nazionalismo laico come copertura per l'avanzamento di un
progetto settario mirante alla distruzione della Siria dall'interno,
per mezzo dell'oppressione dei “veri” musulmani (cioè i
sunniti). Nel nome dell'Islam, era doveroso rovesciare questo regime
eretico. [27]
Appena
tre mesi prima dello scoppio delle violenze in Siria del 2011, lo
studioso Liad Porat redasse un documento per il Crown Center for
Middle East Studies della Brandeis University. “I leader del
movimento,” concludeva lo studioso, “continuano a manifestare la
speranza di un'insurrezione popolare [civil revolt] in Siria, nella
quale 'il popolo siriano ottempererà al proprio dovere e libererà
la Siria da un regime corrotto e tirannico.'” I Fratelli Musulmani
ribadivano di essere impegnati in una lotta all'ultimo sangue contro
il governo arabo-nazionalista laico di Bashar al-Assad. Un
compromesso [accommodation] politico con il governo era impossibile,
perché i suoi dirigenti non facevano parte dei musulmani sunniti
siriani. L'appartenenza alla nazione siriana era ristretta ai soli
veri musulmani, affermavano i Fratelli, quindi escludeva gli eretici
alawiti, che abbracciavano idee estranee e anti-islamiche come il
secolarismo arabo-nazionalista. [28]
Che
i Fratelli Musulmani avessero avuto un ruolo chiave nelle rivolte
scoppiate tre mesi dopo, venne confermato nel 2012 dalla Defence
Intelligence Agency statunitense. In un rapporto trapelato
dall'agenzia si affermava che la ribellione era di natura settaria ed
era guidata dai Fratelli Musulmani e Al Qaeda in Iraq, apripista
dello Stato Islamico. Il rapporto proseguiva dicendo che i ribelli
erano sostenuti dall'Occidente, dalle monarchie del Golfo e dalla
Turchia. L'analisi prevedeva correttamente l'instaurazione di un
“principato salafita,” uno stato islamico, nella parte orientale
della Siria, osservando che questo era l'obbiettivo dei sostenitori
stranieri dell'insurrezione, vedere gli arabo-nazionalisti laici
isolati e tagliati fuori dai legami con l'Iran. [29]
Documenti
redatti dai ricercatori del Congresso statunitense rivelarono nel
2005 che il governo era impegnato in un cambio di regime in Siria ben
prima dei tumulti della Primavera Araba del 2011, in contrasto con
l'idea che il sostegno degli Stati Uniti ai ribelli siriani fosse
basato sull'adesione a una “rivolta democratica”, mentre si
trattava invece della prosecuzione di una politica di lunga data,
mirante al rovesciamento del governo di Damasco. A tutti gli effetti
i ricercatori riconoscevano che le ragioni del governo statunitense
per rovesciare il governo arabo-nazionalista laico di Damasco non
avevano nulla a che fare con la promozione della democrazia in Medio
Oriente. In realtà essi osservavano che le preferenze di Washington
andavano alle dittature laiche (Egitto) e alle monarchie (Giordania e
Arabia Saudita). Ciò che spingeva verso il cambio di regime, secondo
i ricercatori, era il desiderio di eliminare un ostacolo che impediva
la realizzazione degli obbiettivi statunitensi per il Medio Oriente,
cioè il rafforzamento di Israele, il consolidamento del dominio
statunitense in Iraq, e la promozione di economie di libero mercato
ed economia d'impresa. La democrazia non era mai stata in agenda.
[30] Se Assad avesse praticato una politica neoliberista in Siria,
come afferma Draitser, rimane difficile da comprendere perché
Washington avrebbe citato il rifiuto siriano di abbracciare la
politica USA di libero mercato e libera impresa come motivazione per
un cambio di governo.
Per
sottolineare la questione dello scarso sostegno popolare alle
proteste, il 22 aprile, più di un mese dopo la rivolta di Daraa,
Anthony Shadid del New
York Times
riferiva che “le proteste, finora, non sono sembrate paragonabili
alle agitazioni rivoluzionarie di Egitto e Tunisia.” In altre
parole, più di un mese dopo che centinaia – e non migliaia o
decine di migliaia – di contestatori avevano manifestato a Daraa,
in Siria non c'era segno di una sollevazione popolare in stile
Primavera Araba. La sommossa restava limitata prevalentemente agli
islamisti. All'opposto, a Damasco c'erano state massicce
dimostrazioni non contro ma a favore del governo, Assad conservava la
sua popolarità e, secondo Shadid, il governo riscuoteva la lealtà
dei “cristiani e delle sette islamiche eterodosse.” [31]
Shadid
non era il solo giornalista occidentale a riferire che gli alawiti,
gli ismailiti, i drusi e i cristiani erano decisi sostenitori del
governo. Raina Abouzeid di Time osservava che i ba'athisti “potevano
contare sull'appoggio delle minoranze più importanti.” [32]
Il
fatto che il governo siriano godesse della lealtà dei cristiani e
delle sette islamiche eterodosse, come riferiva Shadid sul New
York Times,
suggeriva che le minoranze religiose siriane avessero intravisto in
quelle sommosse qualcosa che la stampa occidentale aveva sottostimato
(e di cui i socialisti rivoluzionari statunitensi non si erano
accorti), e cioè che esse erano l'espressione di un progetto
islamista sunnita di natura settaria che, se portato a termine,
avrebbe avuto conseguenze spiacevoli per chiunque non venisse
considerato un “vero” musulmano. È questo il motivo per cui
alawiti, ismailiti, drusi e cristiani si erano schierati coi
ba'ahtisti, che cercavano di ridurre le divisioni settarie nel
contesto del loro impegno programmatico di perseguire l'unità araba.
Lo slogan “Gli alawiti nella fossa, i cristiani a Beirut!”
gridati nelle manifestazioni di quei primi giorni [33] erano la
semplice conferma che la sommossa era il proseguimento della lotta
all'ultimo sangue condotta dall'Islam politico sunnita contro il
governo arabo-nazionalista, e che non si trattava di una sollevazione
popolare per la democrazia, o contro il neoliberismo. Se questo fosse
stato il caso, come spiegare il fatto che una simile sete di
democrazia, una simile opposizione al neoliberismo si manifestassero
solo nella comunità sunnita, rimanendo assenti tra gli appartenenti
alle minoranze religiose? La mancanza di democrazia e la tirannia
neoliberista, se ci fossero state e avessero agito da fattore
scatenante per un'ondata rivoluzionaria, di certo sarebbero state
trasversali alle appartenenze religiose. La mancata partecipazione di
alawiti, ismailiti, drusi e cristiani alle sommosse, che avevano una
connotazione sunnita e islamista, è grave indizio che
l'insurrezione, sin dall'inizio, costituiva la recrudescenza della
lotta di lunga data dei jihadisti sunniti contro il secolarismo
ba'ahtista.
“Il
governo siriano ha affermato sin dal primo momento di essere in lotta
contro militanti islamisti.” [34] La lunga storia di ribellioni
islamiste contro il Ba'ath precedenti il 2011 suggeriva che le cose
stessero proprio così, e il modo in cui in seguito progredì la
ribellione, nella forma di una guerra contro lo stato laico
capeggiata dagli islamisti, rinforzò ulteriormente questa
prospettiva. Altri elementi, sia positivi sia negativi, corroborarono
l'affermazione di Assad, che lo stato siriano fosse sotto attacco da
parte dei jihadisti (com'era già accaduto molte altre volte in
passato). La prova in negativo, cioè che la sollevazione non fosse
una rivolta popolare contro un governo impopolare, caratterizzava i
reportage dei media occidentali, che mostravano come il governo
arabo-nazionalista siriano fosse popolare e riscuotesse la lealtà
della popolazione.
All'opposto,
le dimostrazioni e le sommosse antigovernative erano di proporzioni
ridotte, e avevano radunato molta meno gente di quella che aveva
partecipato alle dimostrazioni di Damasco a favore del governo, e in
ogni caso non erano state paragonabili alle sollevazioni popolari di
Egitto e Tunisia. In aggiunta, le richieste dei dimostranti erano
focalizzate sulla liberazione dei prigionieri politici (per lo più
jihadisti) e sulla revoca delle restrizioni da tempo di guerra
all'espressione di dissenso politico, e non contemplavano il
rovesciamento di Assad o un mutamento della politica economica. A
provarlo, i resoconti dei media occidentali che mostravano come
l'Islam svolgesse nelle rivolte un ruolo preminente. Inoltre, sebbene
fosse convinzione comune che gli islamisti armati fossero intervenuti
nella lotta solo dopo le rivolte iniziali della primavera del 2011 –
e avessero in tal modo “dirottato” una “insurrezione popolare”
- in realtà due dei gruppi di jihadisti che avrebbero avuto, dopo il
2011, un ruolo preminente nella rivolta armata contro il secolarismo
arabo-nazionalista, cioè Ahrar al-Sham e Jabhat al-Nusra, erano in
piena attività già all'inizio del 2011. Ahrar al-Sham “ha
iniziato a lavorare alla formazione di formazioni armate (…) molto
prima della metà di marzo del 2011, quando” si verificarono le
rivolte di Daraa, secondo Time. [35] Jahbat al-Nusra, gli
affiliati siriani di al-Qaeda, “era un gruppo sconosciuto fino al
tardo gennaio del 2012, quando annunciò la sua istituzione (…)
[ma] era già attivo nei mesi precedenti.” [36]
Un
altro indizio coerente con l'opinione che l'Islam militante abbia
partecipato alla rivolta quasi da subito – o, come minimo, che le
proteste abbiano avuto un carattere violento sin dall'inizio – è
che “ci sono stati segni del coinvolgimento di gruppi armati sin
dall'inizio.” Il giornalista e scrittore Robert Fisk ricordava di
aver visto un video dei “primissimi giorni della 'rivolta' che
mostrava uomini armati di pistole e kalashnikov in una delle
dimostrazioni di Daraa,” E ricordava un altro evento (del maggio
2011) in cui “una troupe di AL Jazeera ha filmato degli uomini
armati che facevano fuoco contro soldati siriani a solo qualche
centinaio di metri di distanza dal confine nord con il Libano, ma il
network ha rifiutato di mandare in onda il materiale.” [37] Perfino
alcuni funzionari statunitensi, ostili verso il governo siriano, dai
quali ci si aspetterebbe che contestassero il punto di vista di
Damasco (di essere in lotta contro ribelli armati), “riconoscevano
che le dimostrazioni non erano pacifiche e che alcuni dei dimostranti
erano armati.” [38] A settembre le autorità siriane riferivano di
aver subito la perdita di più di 500 tra funzionari di polizia e
soldati, uccisi in azioni di guerriglia. [39] Arrivati a ottobre, il
numero era più che raddoppiato. [40] In meno di dodici mesi la
rivolta era passata dal dare fuoco agli edifici governativi o del
partito Ba'aht e avere scontri con la polizia alla guerriglia,
utilizzando metodi che sarebbero stati definiti “terroristici” se
diretti contro obbiettivi occidentali.
In
seguito, Assad avrebbe così recriminato:
“Quello
che dicevamo all'inizio della crisi, loro l'hanno detto più tardi.
Dicevano che era pacifica, noi dicevamo che non lo era, che stavano
uccidendo – questi dimostranti, quelli che chiamavano dimostranti
pacifici – avevano ucciso dei poliziotti. Poi si trattò dei
militanti. E loro dissero, d'accordo, sono i militanti. Noi dicemmo
sono militanti, sono terroristi. E loro, no, non sono terroristi. E
quando ammettevano che sì, è terrorismo, noi dicemmo è Al Qaeda, e
loro no, non è Al Qaeda. Insomma, quello che noi diciamo prima, loro
lo dicono dopo.” [41]
La
“rivolta siriana,” scriveva lo specialista di Medio Oriente
Patrick Seale, “dovrebbe essere vista semplicemente come l'ultimo,
e fin qui il più violento, episodio della lunga guerra tra gli
islamisti e i ba'athisti, che dura sin dalla fondazione del laico
partito Ba'ath negli anni 40. La lotta tra di essi ormai è poco meno
di una faida all'ultimo sangue.” [42] “È impressionante,”
continuava Seale, citando Aron Lund, l'autore del documento per lo
Swedish Institute of International Affairs sul jihadismo siriano,
“che i componenti delle diverse formazioni armate ribelli siano
praticamente tutti arabi sunniti; che gli scontri siano per lo più
limitati solo alle zone arabo-sunnite, mentre quelle abitate da
alawiti, drusi o cristiani siano rimaste inattive o abbiano
appoggiato il regime; che le defezioni dal regime riguardino per il
cento per cento sunniti; che denaro, armi e volontari fluiscano da
stati islamici o da individui e organizzazioni pro-islamiche; e che
tra gli insorti la religione sia il denominatore comune più
importante.” [43]
Brutalità
come fattore scatenante?
È
ragionevole credere che l'uso della forza da parte dello stato
siriano abbia innescato la guerriglia scoppiata subito dopo?
È
poco credibile che una reazione eccessiva da parte dell'apparato di
sicurezza a fronte di una sfida all'autorità
nella città di Daraa (se poi tale reazione eccessiva ci sia davvero
stata) abbia potuto scatenare un conflitto su larga scala, che ha
coinvolto diverse nazioni e mobilitato jihadisti di svariata
provenienza. Per dare a questa ipotesi anche solo un minimo di
credibilità, bisognerebbe ignorare tutta una serie di fatti ad essa
contrari.
Per
prima cosa, dovremmo sorvolare sul fatto che il governo di Assad
fosse popolare e percepito come legittimo. Si potrebbe argomentare
che la reazione esagerata, da parte di un governo impopolare, a una
trascurabile sfida alla sua autorità, avrebbe potuto generare la
scintilla necessaria a scatenare un'insurrezione di massa, ma
nonostante l'insistenza del presidente statunitense Obama sulla
mancanza di legittimità di Assad, non c'è alcuna prova che la
Siria, nel marzo del 2011, fosse una polveriera colma di risentimento
antigovernativo pronta a esplodere. Come scriveva Rania Abouzeid di
Time all'inizio della rivolta di Daraa, “Perfino i suoi
critici ammettono la popolarità di Assad” [44] e “nessuno si
aspetta una sollevazione di massa in Siria, e anche se ogni tanto ci
sono manifestazioni di dissenso, sono in pochi a volervi
partecipare.” [45]
Seconda
cosa, dovremmo ignorare il fatto che la rivolta di Daraa aveva visto
coinvolte solo alcune centinaia di partecipanti, tutt'altro che una
sollevazione di massa, e che nemmeno le proteste che seguirono
riuscirono a raggiungere una massa critica, come riferiva Nicholas
Blanford di Time. [46] In modo simile, Anthony Shadid del New
York Times non trovò la minima prova che in Siria fosse in corso
una sommossa popolare, perfino a un mese e più dai disordini di
Daraa. [47] Quel che stava succedendo, contrariamente alla retorica
propagandistica di Washington sulla Primavera Araba che irrompeva in
Siria, era che i jihadisti erano impegnati in una campagna di
guerriglia contro le forze di sicurezza siriane, e che, arrivati a
ottobre, avevano tolto la vita a più di mille tra poliziotti e
soldati.
Terza
cosa, dovremmo chiudere entrambi gli occhi davanti al fatto che il
governo statunitense, insieme al suo alleato britannico, nel 1956
aveva stilato piani per provocare in Siria una guerra [civile],
arruolando i Fratelli Musulmani per istigare sommosse interne. [48]
La rivolta di Daraa e i susseguenti scontri armati con polizia ed
esercito ricordavano il piano preparato dallo specialista di cambi di
regime Kermit Roosevelt. Questo non implica necessariamente che la
CIA avesse rispolverato il progetto di Roosevelt, riadattandolo al
2011: è solo che un simile piano dimostrava la capacità, da parte
di Washington e Londra, di progettare un'operazione di
destabilizzazione che comportasse un'insurrezione guidata dai
Fratelli Musulmani, al fine di portare a un cambio di regime in
Siria.
Inoltre,
dovremmo ignorare gli eventi del febbraio 1982, periodo in cui i
Fratelli Musulmani presero il controllo di Hama, per grandezza la
quarta città della Siria. Hama era l'epicentro del fondamentalismo
sunnita siriano, e base principale delle operazioni dei combattenti
jihadisti. Galvanizzati dalla falsa notizia del rovesciamento di
Assad, i Fratelli Musulmani si scatenarono in una gioiosa orgia di
sangue per tutta la città, attaccando le stazioni di polizia e
assassinando i leader ba'athisti e le loro famiglie, insieme a
funzionari governativi e soldati. In alcuni casi le vittime vennero
decapitate [49], una pratica, questa, che sarebbe stata riportata in
auge decenni più tardi dai combattenti dello Stato Islamico. I
funzionari del partito Ba'aht di Hama vennero tutti assassinati. [50]
In
Occidente gli eventi di Hama del 1982 vengono ricordati (quando
succede) non per le atrocità commesse dagli islamisti, ma per la
risposta dell'esercito siriano, il quale, come ci si aspetterebbe da
qualsiasi esercito, utilizzò la forza per ristabilire il controllo
statale sul territorio conquistato dagli insorti. Per strappare Hama
ai Fratelli Musulmani vennero dispiegati migliaia di soldati. L'ex
funzionario del Dipartimento di Stato statunitense William R. Polk
descrisse le conseguenze dell'assalto dell'esercito siriano su Hama
come simili a quelle dell'assalto degli Stati Uniti contro la città
irachena di Falluja nel 2004, [51] (la differenza, ovviamente, sta
nel fatto che l'esercito siriano stava operando legittimamente
all'interno del proprio territorio sovrano, mentre l'esercito
statunitense operava illegittimamente, come forza di occupazione, per
reprimere la resistenza a detta occupazione). Quante furono le
vittime nell'assalto su Hama, in ogni modo, resta argomento di
discussione. Le cifre variano. “Un primo resoconto di Time
affermava che i morti erano stati 1000. La maggior parte degli
osservatori stimò il numero delle vittime in 5000. Israele e i
Fratelli Musulmani” - nemici giurati dei laici arabo-nazionalisti,
e quindi interessati a esagerare il numero delle vittime -
“denunciarono un numero di morti superiore ai 20.000.” [52]
Robert Dreyfus, che ha scritto sulla collaborazione dell'Occidente
con l'Islam politico, sostiene che le fonti occidentali esagerarono
deliberatamente sul numero dei morti, allo scopo di demonizzare i
ba'athisti, descrivendoli come assassini scatenati, e che i
ba'athisti assecondarono l'inganno, allo scopo di incutere timore nei
Fratelli Musulmani. [53]
Mentre
l'esercito siriano frugava tra le macerie di Hama dopo l'assalto,
vennero rinvenute le prove che governi stranieri avevano rifornito
gli insorti di Hama di denaro, armamenti e apparati di comunicazione.
Ecco cosa scrive Polk:
“Assad
si accorse che in mezzo al suo popolo c'erano mestatori stranieri.
Era questa, dopotutto, l'eredità politica e psicologica del dominio
coloniale – un'eredità dolorosamente evidente in gran parte del
mondo post-coloniale, che però in Occidente e quasi del tutto
ignorata. E questa eredità non è un mito. È una realtà che,
evento dopo evento, possiamo verificare con documenti ufficiali.
Hafez al-Assad non aveva bisogno di qualche fuga di informazioni: i
suoi servizi di intelligence e alcuni giornalisti internazionali
avevano portato alla luce dozzine di tentativi di rovesciare il suo
governo, da parte di ricchi e conservatori stati arabi, degli Stati
Uniti e di Israele. Si trattava per lo più di 'dirty tricks'
[sabotaggio politico], propaganda e versamenti in denaro, ma val la
pena di sottolineare che nella rivolta di Hama del 1982 vennero
catturate più di 15.000 mitra di provenienza estera, insieme a forze
paramilitari addestrate dalla Giordania e dalla CIA (molto simili ai
jihadisti frequentemente citati nei reportage sulla Siria del 2013).
E quello che [Assad] vedeva all'opera in Siria veniva confermato da
quello che apprendeva dai cambi di regime realizzati dall'Occidente
in altri paesi. Egli era certamente a conoscenza del tentativo della
CIA di assassinare il presidente egiziano Nasser e il rovesciamento
anglo-americano del governo del primo ministro iraniano Mohammad
Mossadegh.” [54]
Nel
suo libro From Beirut to Jerusalem il commentatore del New
York Times Thomas Friedman scriveva che “il massacro di Hama
può essere inteso come 'la reazione naturale di un politico
modernizzatore di uno stato nazione relativamente nuovo che cerca di
neutralizzare gli elementi regressivi – in questo caso i
fondamentalisti islamici – che minacciano tutto ciò che [il
politico] ha realizzato nel costruire una Siria che fosse una
repubblica laica del XX secolo. È anche per questo,” continuava
Friedman, che “se qualcuno fosse stato in grado di condurre un
obbiettivo sondaggio d'opinione dopo il massacro di Hama, il
trattamento riservato da Assad ai ribelli avrebbe probabilmente
riscosso una sostanziale approvazione, perfino tra i musulmani
sunniti.” [55]
Lo
scoppio degli attacchi dei jihadisti sunniti contro il governo
siriano negli anni 80 contraddice l'opinione che il militante e
sunnita Islam del Levante sia un risultato dell'invasione
statunitense dell'Iraq nel 2003 e della successiva settaria politica
pro-scita delle autorità di occupazione. Questa visione è
storicamente miope, dato che ignora l'esistenza pluridecennale
dell'Islam politico come elemento significativo della politica del
Levante. Sin dal momento in cui la Siria ottenne formalmente
l'indipendenza dalla Francia dopo la II Guerra Mondiale, e nel corso
dei decenni seguenti del XX Secolo, e ancora nel secolo successivo,
le principali forze in conflitto in Siria furono il nazionalismo
arabo e l'Islam politico. Come ha scritto il giornalista Patrick
Cockburn nel 2016, “l'opposizione armata siriana è dominata
dall'Isis, da al-Nusra e Ahrar al-Sham.” La “sola alternativa al
governo (laico arabo-nazionalista) è costituita dagli islamisti.”
[56] Ed è così da lungo tempo.
Infine,
dovremmo anche ignorare il fatto che gli strateghi statunitensi
stavano pianificando fin dal 2003, o addirittura dal 2001, di
allontanare dal potere Assad e la sua ideologia laica
arabo-nazionalista, e dal 2005 stavano finanziando l'opposizione
siriana, inclusi i gruppi collegati coi Fratelli Musulmani. Ne
consegue che Washington ha spinto verso un rovesciamento del governo
Assad con l'obbiettivo di de-ba'athizzare la Siria. Una guerriglia a
guida islamista contro il governo siriano laico arabo-nazionalista si
sarebbe dispiegata comunque, qualunque fosse, eccessiva o meno, la
reazione del governo siriano ai fatti di Daraa. La partita era già
iniziata, mancava solo il pretesto. Ed ecco Daraa. Perciò, l'idea
che l'arresto di due ragazzi di Daraa che avevano disegnato graffiti
antigovernativi potesse scatenare un conflitto su larga scala è
credibile quanto il concetto che la I Guerra Mondiale sia stata
scatenata da null'altro che l'assassinio dell'Arciduca Francesco
Ferdinando.
La
Siria Socialista
Possiamo
definire il socialismo in molti modi, ma se lo associamo al controllo
pubblico delle leve dell'economia, insieme a una pianificazione
politica della stessa, allora la Siria, secondo le costituzioni del
1973 e del 2012, si caratterizza chiaramente come socialista.
Tuttavia, la Repubblica Araba di Siria non fu mai uno stato
socialista “dei lavoratori”, non del genere riconoscibile da un
marxista. Era invece uno stato socialista arabo ispirato
dall'obbiettivo dell'indipendenza politica della nazione araba e del
superamento dell'eredità di sottosviluppo che l'affliggeva. I
costituenti videro nel socialismo un mezzo per conseguire la
liberazione nazionale e lo sviluppo economico. “La marcia verso
l'instaurazione di un ordine socialista,” scrivevano i costituenti
del 1973, è una “necessità fondamentale per la mobilizzazione
delle potenzialità delle masse arabe nella loro lotta contro
sionismo e imperialismo.” Il socialismo marxista si interessava
alla lotta tra una classe proprietaria sfruttatrice e una classe
lavoratrice sfruttata, mentre il socialismo arabo si occupava della
lotta tra nazioni sfruttatrici e nazioni sfruttate. Anche se questi
distinti generi di socialismo operavano a livelli differenti, simili
distinzioni non avevano nessuna importanza per le banche occidentali,
per le corporation e per i grandi investitori, tutti alla ricerca
globale del profitto. Il socialismo andava contro gli interessi del
capitale industriale e finanziario statunitense, sia che avesse come
fine la cessazione dello sfruttamento della classe lavoratrice, sia
che volesse eliminare l'oppressione imperialistica di un gruppo
nazionale.
Il
socialismo ba'athista irrita Washington da lungo tempo. Lo stato
ba'athista ha esercitato una rimarchevole influenza sull'economia
siriana, attraverso la proprietà di imprese, sostegno finanziario a
imprese private locali, limitazioni agli investimenti stranieri e
restrizioni alle importazioni. I ba'athisti ritenevano simili misure
come strumenti indispensabili per uno stato post coloniale che
cercasse di sottrarre la sua vita economica dalla stretta delle
precedenti potenze coloniali, e realizzare una via allo sviluppo
libera da interessi stranieri.
Gli
obbiettivi di Washington, però, erano ovviamente l'opposto. Non
voleva che la Siria promuovesse la propria industria e proteggesse
con zelo la propria indipendenza, ma piuttosto che si piegasse agli
interessi di banchieri e grandi investitori (quelli che contavano
veramente negli Stati Uniti), aprendo il mercato del lavoro siriano
allo sfruttamento e la terra e le risorse naturali all'appropriazione
straniera. La nostra agenda, dichiarava l'amministrazione Obama nel
2015, “è focalizzata sull'abbassamento dei dazi sulle merci
statunitensi, l'abbattimento delle barriere verso i nostri beni e
servizi, e un'elevazione degli standard che assicuri un equo contesto
per le imprese americane.” [57] Non era una strategia inedita, ma
quella perseguita da decenni da parte della politica estera degli
Stati Uniti. Damasco non si stava allineando ai voleri di un governo
che insisteva nel potere e volere “essere alla guida dell'economia
mondiale.” [58]
I
puri e duri di Washington avevano considerato Hafez al-Assad un arabo
comunista, [59] e i funzionari statunitensi hanno considerato suo
figlio Bashar un ideologo incapace di rinunciare al terzo pilastro
del programma del Partito Ba'ath Socialista Arabo [Partito del
Risorgimento Arabo Socialista (Ba'ath = Risorgimento)]: il
socialismo. Il Dipartimento di Stato statunitense lamentava che la
Siria “non è riuscita a integrarsi in un economia globale
interconnessa,” sarebbe a dire che aveva mancato di consegnare le
imprese statali nelle mani degli investitori privati, che
comprendevano i poteri finanziari di Wall Street. Il Dipartimento di
Stato dichiarava anche la sua insoddisfazione di fronte alle “ragioni
ideologiche” che avevano impedito ad Assad di liberalizzare
l'economia siriana, al fatto che “la privatizzazione delle imprese
di stato non era ancora molto praticata,” e che l'economia “rimane
ancora largamente sotto controllo governativo.” [60] Era evidente
che Assad non aveva appreso quella che Washington chiamava “la
lezione della storia”, e cioè che “le economie di mercato, e non
quelle sotto stretto controllo governativo, sono le migliori.” [61]
Stilando una costituzione che imponeva che il governo conservasse un
ruolo nella guida dell'economia, in nome degli interessi della Siria,
e che detto governo non avrebbe fatto lavorare i siriani per il
profitto di banche, corporation e investitori occidentali, Assad
proclamava l'indipendenza della Siria dalla politica statunitense di
“apertura dei mercati e l'assicurazione di un equo contesto per gli
affari americani all'estero.” [62]
Come
se non bastasse, Assad ribadiva la sua fedeltà ai valori socialisti
a dispetto di quello che Washington aveva chiamato a sua volta
“l'imperativo morale” della “libertà economica,” [63]
inserendo nella costituzione: salvaguardie in caso di malattia,
disabilità ed età avanzata; accesso alle cure mediche; e istruzione
gratuita a ogni grado. Questi diritti sarebbero rimasti al di là
della facile portata di legislatori e politici che avrebbero potuto
sacrificarli sull'altare della creazione di un clima a bassa
tassazione favorevole agli investimenti esteri. Ulteriore insulto
all'ortodossia affaristica di Washington, la costituzione obbligava
lo stato a un sistema fiscale progressivo.
Per
finire, il leader ba'athsta incluse nella nuova costituzione una
misura introdotta dal padre nel 1973, un passo avanti verso una vera,
genuina democrazia – una misura che i decisori di Washington,
pesantemente ammanicati col mondo delle banche e delle corporation,
non potevano certo tollerare. La costituzione avrebbe prescritto che
almeno una metà dell'Assemblea del Popolo provenisse dai ranghi di
contadini e operai.
Come
neoliberista, Assad sarebbe stato di certo uno dei più strambi
seguaci dell'ideologia.
Siccità?
Un
ultima osservazione sulle origini della rivolta violenta del 2011:
alcuni sociologi e analisti hanno elaborato uno studio pubblicato sui
Proceedings
of the National Academy of Sciences
[Atti
dell'Accademia Nazionale delle Scienze (degli Stati Uniti)]
che suggerisce che “la siccità ha svolto un ruolo nei disordini
siriani.” Secondo questa linea interpretativa la siccità “ha
provocato cattivi raccolti che hanno provocato la migrazione di
almeno un milione e mezzo di persone dalle zone rurali a quelle
urbane.” Tutto ciò, combinato col flusso di rifugiati provenienti
dall'Iraq, intensificò la competizione per i posti di lavoro, già
scarsi, nelle aree urbane, facendo della Siria un calderone di
tensioni economiche e sociali pronto a traboccare. [64] Sembra una
tesi ragionevole, anzi, “scientifica,” ma il fenomeno che tenta
di spiegare – una sollevazione di massa in Siria – non si è mai
verificato. Come abbiamo osservato, una rassegna della copertura da
parte della stampa occidentale non ha trovato alcun riferimento a una
sollevazione di massa. Al contrario, i giornalisti che si aspettavano
un quadro del genere rimasero stupiti dinanzi alla sua assenza. I
giornalisti occidentali, invece, si trovarono di fronte una Siria
sorprendentemente tranquilla. Le dimostrazioni indette dagli
organizzatori della pagina Facebook Syrian
Revolution 2011
fecero fiasco. Gli oppositori ammisero la popolarità di Assad. I
reporter non riuscirono a trovare qualcuno che ritenesse imminente
una rivolta. Perfino a un mese dai fatti di Daraa – che coinvolse
solo alcune centinaia di manifesdtanti, eclissati dalle decine di
migliaia che sfilarono a Damasco a sostegno del governo – il
giornalista del New
York Times
sul posto, Anthony Shadid, non vide alcun segno in Siria delle
sollevazioni di massa di Tunisia ed Egitto. All'inizio del febbraio
del 2011 “Omar Nashabe, da lungo tempo osservatore e corrispondente
dalla Siria per il quotidiano arabo di Beirut Al-Ahkbar”
riferì a Time
che “i siriani possono essere afflitti da una tasso di povertà del
14 per cento, inseme a un tasso stimato di disoccupazione del 20 per
cento, ma Assad mantiene la sua credibilità.” [65]
Che
il governo riscuotesse il sostegno popolare venne confermato quando
la società di ricerca britannica YouGov alla fine del 2011 pubblicò
un sondaggio che mostrava come il 55 per cento dei siriani fosse a
favore della permanenza di Assad al potere. Il sondaggio non ebbe
quasi eco tra i media occidentali, la qual cosa spinse il giornalista
britannico Jonathan Steel a chiedersi: “Ipotizziamo che un
attendibile sondaggio d'opinione riveli che la maggior parte dei
siriani sia favorevole a che Bashar al-Assad rimanga presidente,
sarebbe uno scoop, no?” Steele descriveva i risultati del sondaggio
come “fatti scomodi” che venivano “eliminati” perché i
reportage dei media occidentali sugli eventi in Siria avevano smesso
di “essere equilibrati” e si erano trasformati in “un'arma
propagandistica.” [66]
Slogan
al posto dell'analisi politica
Draitser
è in difetto, non solo perché porta avanti, senza alcuna prova, un
ragionamento che non ha riscontri se non in se stesso, ma soprattutto
perché sostituisce alla politica e all'analisi gli slogan. Nel suo
articolo del 20 ottobre su Counterpunch,
Syria and the Left: Time to Break the Silence, egli sostiene che gli
obbiettivi caratterizzanti la Sinistra dovrebbero essere il
perseguimento di pace e giustizia, come se si trattasse di entità
indivisibili che mai possono opporsi l'un l'altra. Che pace e
giustizia possano, in certi casi, essere antitetiche, lo si illustra
nella seguente conversazione tra il giornalista australiano Richard
Carleton e Ghassan Kanafani, scrittore e rivoluzionario palestinese.
[67]
C:
Come mai la vostra organizzazione non si impegna in colloqui di pace
con gli israeliani?
K:
Lei non intende realmente “colloqui di pace”. Lei intende
capitolazione. Resa.
C:
Ma perché non parlare?
K:
Parlare con chi?
C:
Parlare coi leader israeliani.
K:
Sarebbe un po' una conversazione tra la spada e il collo, quella.
C:
Be', se non ci sono spade o fucili in vista, si può parlare.
K:
No. Non ho mai visto un colloquio tra un colonizzatore e un movimento
di liberazione nazionale.
C:
Ma nonostante questo, perché non parlare?
K:
Parlare di cosa?
C:
Parlare della possibilità di non combattere.
K:
Non combattere per cosa?
C:
Non combattere e basta. Non importa il motivo.
K;
Di solito si combatte per qualcosa. E si smette per qualcosa. Per cui
lei non riesce nemmeno a dirmi perché dovremmo parlare, e di cosa.
Perché dovremmo parlare della cessazione dei combattimenti?
C:
Parlare di cessare i combattimenti per porre fine alla morte e alla
sofferenza, la distruzione e il dolore.
K:
La sofferenza, la distruzione, il dolore e la morte di chi?
C:
Dei palestinesi, degli israeliani, degli arabi.
K:
Del popolo palestinese che viene scacciato, confinato nei campi di
rifugiati, che viene affamato e ucciso da vent'anni, a cui è
proibito perfino l'uso del nome “palestinesi”?
C:
In ogni caso, meglio così che morti.
K:
Forse per lei. Per noi, no: Per noi, la liberazione del nostro paese,
avere dignità, rispetto, avere i nostri semplici diritti umani è
qualcosa di essenziale come la stessa vita.
A
quali valori dovrebbe dedicarsi la Sinistra statunitense in caso di
conflitto tra pace e giustizia, questo Draitser non lo dice.
L'evocazione dello slogan “pace e giustizia” come auspicata
missione della Sinistra USA sembra essere nulla più che un invito
alle persone di sinistra perché abbandonino la politica imbarcandosi
invece nella missione di diventare anime belle, che volano alto sopra
i sordidi conflitti che affliggono l'umanità – senza mai
schierarsi, se non dalla parte degli angeli. La sua affermazione che
“nessuno stato o gruppo ha a cuore il miglior interesse dei
siriani” e quasi troppo sciocco per meritare un commento. Come fa a
saperlo, lui? Non si può evitare l'impressione che egli ritenga che
solo lui e la Sinistra statunitense, solitari in mezzo a gruppi e
nazioni di tutto il mondo, sappiano cosa sia meglio per il “popolo
siriano.” Forse è per questo che ritiene che la responsabilità
della Sinistra sia “nei confronti del popolo siriano,” quasi che
il popolo siriano fosse una massa indistinta con interessi e
obbiettivi politici in comune. Considerati come un unico insieme, i
siriani includono sia i laici sia gli islamisti, che hanno visioni
incompatibili sull'organizzazione dello stato, che sono impegnati in
una lotta feroce da più di mezzo secolo – una lotta alimentata, in
favore degli islamisti, dal suo stesso governo [di Draitser, cioè].
I siriani come massa includono quelli favorevoli all'integrazione con
l'impero statunitense e quelli che la rifiutano. Sotto questa
prospettiva cosa mai vuol dire che la Sinistra statunitense ha una
responsabilità nei confronti del popolo siriano? Quale popolo
siriano?
A
me sarebbe venuto in mente che la responsabilità della Sinistra USA
sia nei confronti dei lavoratori statunitensi, non nei confronti del
popolo siriano. E avrei anche immaginato che la Sinistra avrebbe
considerato fra le proprie responsabilità la diffusione di una
rigorosa, fattuale analisi politica su come le élite economiche
statunitensi utilizzano l'apparato statale per tutelare i loro
interessi a discapito del popolo, sia in patria sia all'estero. Qual
è l'effetto della lunga guerra di Washington contro la Siria sui
lavoratori statunitensi? È di questo che Draitser dovrebbe
occuparsi.
Note
1
Aryn Baker, “Syria is not Egypt, but might it one day be Tunisia?,”
Time, 4 febbraio 2011
2
Rania Abouzeid, “The Syrian style of repression: Thugs and
lectures,” Time, 27 febbraio 2011
3
Rania Abouzeid, “Sitting pretty in Syria: Why few go backing
Bashar,” Time, 6 marzo 2011
4
Rania Abouzeid, “The youth of Syria: the rebels are on pause,”
Time, 6 marzo 2011.
5
Rania Abouzeid, “The youth of Syria: the rebels are on pause,”
Time, 6 marzo 2011
6
“Officers fire on crowd as Syrian protests grow,” The New York
Times, 20 marzo 2011
7
Nicholas Blanford, “Can the Syrian regime divide and conquer its
opposition?,” Time, 9 aprile 2011
8
Robert Fisk, “Welcome to Dera’a, Syria’s graveyard of
terrorists,” The Independent, 6 luglio 2016
9
President Assad to ARD TV: Terrorists breached cessation of
hostilities agreement from the very first hour, Syrian Army refrained
from retaliating,” SANA, 1 marzo 2016
10
Ibid
11
“Officers fire on crowd as Syrian protests grow,” The New York
Times, 20 marzo 2011
12
Rania Abouzeid, “Arab Spring: Is a revolution starting up in
Syria?” Time, 20 marzo 2011; Rania Abouzeid, “Syria’s revolt:
How graffiti stirred an uprising,” Time, 22 marzo, 2011
13
“Officers fire on crowd as Syrian protests grow,” The New York
Times, 20 marzo 2011
14
Rania Abouzeid, “Arab Spring: Is a revolution starting up in
Syria?,” Time, 20 marzo 2011
15
“Thousands march to protest Syria killings”, The New York Times,
24 marzo 2011
16
Rania Abouzeid, “Assad and reform: Damned if he does, doomed if he
doesn’t,” Time, 22 aprile 2011
17
“Officers fire on crowd as Syrian protests grow,” The New York
Times, 20 marzo 2011
18
Aryn Baker, “Syria is not Egypt, but might it one day be Tunisia?,”
Time, 4 febbraio 2011
19
Nicholas Blanford, “Can the Syrian regime divide and conquer its
opposition?” Time, 9 aprile 2011.
20
Alfred B. Prados and Jeremy M. Sharp, “Syria: Political Conditions
and Relations with the United States After the Iraq War,”
Congressional Research Service, 28 febbraio 2005
21
Rania Abouzeid, “Syria’s Friday of dignity becomes a day of
death,” Time, 25 marzo 2011
22
Rania Abouzeid, “Syria’s Friday of dignity becomes a day of
death,” Time, 25 marzo 2011
23
“Syrie: un autre eclarage du conflict qui dure depuis 5 ans,
BeCuriousTV ,” 23 marzo 2016,
http://www.globalresearch.ca/syria-aleppo-doctor-demolishes-imperialist-propaganda-and-media-warmongering/5531157
24
Nicholas Blanford, “Can the Syrian regime divide and conquer its
opposition?” Time, 9 aprile 2011
25
Jay Solomon, “To check Syria, U.S. explores bond with Muslim
Brothers,” The Wall Street Journal, 25 luglio 2007
26
Ibid
27
Liad Porat, “The Syrian Muslim Brotherhood and the Asad Regime,”
Crown Center for Middle East Studies, Brandeis University, December
2010, No. 47
28
Ibid
30
Alfred B. Prados and Jeremy M. Sharp, “Syria: Political Conditions
and Relations with the United States After the Iraq War,”
Congressional Research Service, 28 febbraio 2005.
31
Anthony Shadid, “Security forces kill dozens in uprisings around
Syria”, The New York Times, 22 aprile 2011
32
Rania Abouzeid, “Syria’s Friday of dignity becomes a day of
death,” Time, 25 marzo 2011
33
Fabrice Balanche, “The Alawi Community and the Syria Crisis Middle
East Institute, 14 maggio 2015
34
Anthony Shadid, “Syria broadens deadly crackdown on protesters”,
The New York Times, 8 maggio 2011
35
Rania Abouzeid, “Meet the Islamist militants fighting alongside
Syria’s rebels,” Time, 26 luglio 2012
36
Rania Abouzeid, “Interview with official of Jabhat al-Nusra,
Syria’s Islamist militia group,” Time, 25 dicembre 2015
37
Robert Fisk, “Syrian civil war: West failed to factor in Bashar
al-Assad’s Iranian backers as the conflict developed,” The
Independent, 13 marzo 2016
38
Anthony Shadid, “Syria broadens deadly crackdown on protesters”,
The New York Times, 8 maggio 2011
39
Nada Bakri, “Syria allows Red Cross officials to visit prison”,
The New York Times, 5 settembre 2011
40
Nada Bakri, “Syrian opposition calls for protection from
crackdown”, The New York Times, 25 ottobre 2011
41
President al-Assad to Portuguese State TV: International system
failed to accomplish its duty… Western officials have no desire to
combat terrorism, SANA, 5 marzo 2015
42
Patrick Seale, “Syria’s long war,” Middle East Online, 26
settembre 2012
43
Ibid
44
Rania Abouzeid, “Sitting pretty in Syria: Why few go backing
Bashar,” Time, 6 marzo 2011
45
Rania Abouzeid, “The youth of Syria: the rebels are on pause,”
Time, 6 marzo 2011
46
“Can the Syrian regime divide and conquer its opposition?” Time,
9 aprile 2011
47
Anthony Shadid, “Security forces kill dozens in uprisings around
Syria”, The New York Times, 22 aprile 2011
48
Ben Fenton, “Macmillan backed Syria assassination plot,” The
Guardian, 27 settembre 2003
49
Robert Fisk, “Conspiracy of silence in the Arab world,” The
Independent, 9 febbraio 2007
50
Robert Dreyfus, Devil’s Game: How the United States Helped
Fundamentalist Islam, Holt, 2005, p. 205
51
William R. Polk, “Understanding Syria: From pre-civil war to
post-Assad,” The Atlantic, 10 dicembre 2013
52
Dreyfus
53
Dreyfus
54
William R. Polk, “Understanding Syria: From pre-civil war to
post-Assad,” The Atlantic, 10 dicembre 2013
55
Quoted in Nikolas Van Dam, The Struggle for Power in Syria:
Politics and Society under Asad and the Ba’ath Party, I.B.
Taurus, 2011
56
Patrick Cockburn, “Confused about the US response to Isis in Syria?
Look to the CIA’s relationship with Saudi Arabia,” The
Independent, 17 giugno, 2016
57
National Security Strategy, febbraio 2015
58
Ibid
59
Robert Baer, Sleeping with the Devil: How Washington Sold Our Soul
for Saudi Crude, Three Rivers Press, 2003, p. 123
60
Sito del Dipartimento di Stato.
http://www.state.gov/r/pa/ei/bgn/3580.htm#econ.
Consultato l'8 febbraio 2012
61
The National Security Strategy of the United States of America,
settembre 2002
62
National Security Strategy, febbraio 2015
63
The National Security Strategy of the United States of America, marzo
2006
64
Henry Fountain, “Researchers link Syrian conflict to drought made
worse by climate change,” The New York Times, 2 marzo 2015
65
Aryn Baker, “Syria is not Egypt, but might it one day be Tunisia?,”
Time, 4 febbraio 2011
66
Jonathan Steele, “Most Syrians back President Assad, but you’d
never know from western media,” The Guardian, 17 gennaio 2012
67
“Full transcript: Classic video interview with Comrade Ghassan
Kanafani re-surfaces,” PFLP, 17 ottobre 2016 [trascrizione in
inglese],
http://pflp.ps/english/2016/10/17/full-transcript-classic-video-interview-with-comrade-ghassan-kanafani-re-surfaces/
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Il senso della sinistra per la fregatura Ho perseverato nell’idea di Europa prima di accorgermi che le idee vanno bene fintantoché è ...
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di Tonino D’Orazio Renzi sfida tutti. Semina vento. Appena possono lo ripagano. Che coincidenza! Appena la legge anticorruzione app...