Visualizzazione post con etichetta Corriere della Sera. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Corriere della Sera. Mostra tutti i post

venerdì 31 marzo 2017

Il gasdotto Tap, il Corriere e una strana idea di democrazia

di Carlo Formenti da Micromega

 Il Corriere del 29 marzo dedica una doppia pagina agli incedenti sulla riviera salentina che hanno visto una dura repressione poliziesca contro alcune centinaia di cittadini (compresi alcuni sindaci dei comuni dell’area) che cercavano di opporsi all’espianto degli ulivi per lasciare posto al cantiere della TAP (Trans Adriatic Pipeline), un gasdotto che dovrebbe portare il gas dalle regioni del mar Caspio al nostro Paese attraverso i Balcani. Non sto a ricostruire tutta la storia del Comitato No Tap e delle lotte che negli ultimi anni hanno contrapposto cittadini salentini, azienda TAP e governo nazionale (da sempre allineato con gli interessi dell’azienda, mentre la Regione Puglia si è schierata con il movimento). A chi volesse approfondire le ragioni (ambientali, economiche e sociali) del No consiglio di visitare il sito del Comitato http://notransadriaticpiperline.blogspot.it. Qui mi limito a commentare il modo in cui il caso viene trattato giornalisticamente.
Cominciamo da un trafiletto firmato dall’ineffabile Pierluigi Battista, dal titolo significativo “Opporsi per ideologia. A che cosa? Poco importa”. Qui vengono riproposte paro paro le tesi che da anni sono utilizzate dai media di regime contro il movimento No Tav: 1) i motivi di opposizione al progetto sono del tutto pretestuosi (mai il minimo accenno ai contributi di scienziati, tecnici ed esperti che, in ambo i casi, dimostrano l’inutilità e la dannosità dei progetti contestati) e servono solo a mascherare l’ideologia dei mestatori antagonisti  che sobillano le popolazioni locali; 2) il progetto contestato è un’opera fondamentale che “porta energia e ricchezza” (leggere cosa pensano e dicono in merito i cittadini interessati); 3) se passasse la logica “nullista” del no generalizzato non avremmo ferrovie, elettricità, case comode, che non sporcano e il cui impatto ambientale “è stato studiato” (soprattutto dagli esperti delle aziende interessate!).
Peccato che tutte queste belle cose nel nostro Meridione non ci siano! Battista dovrebbe farsi un viaggio sulla statale ionica 106 o sulla parallela linea ferroviaria Taranto Reggio Calabria, respirare a pieni polmoni l’aria attorno all’Ilva, o abitare nelle “comode” case della Terra dei fuochi nel Casertano, forse così capirebbe che crescita e sviluppo nel Meridione ridotto a colonia non sono mai arrivati e che qui modernità, sviluppo e tecnologia hanno voluto dire soprattutto devastazione ambientale e degrado sociale e umano. Ma, argomenta Battista, “alla fin fine bisogna arrivare a una conclusione”, e una volta che questa conclusione “democraticamente decisa” è arrivata, ora va rispettata. Democratica come le decisioni di una Ue che risponde solo alle lobby industriali e finanziarie e non ai cittadini europei, o di uno stato italiano che di quelle istituzioni oligarchiche si è fatto mero e servile esecutore? Ma la democrazia non dovrebbe misurarsi e dialogare con la libera volontà e con gli interessi delle comunità che subiscono gli effetti delle scelte che le riguardano?
E l’opposizione della Regione? Il ministro dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare, (!?) Gian Luca Galletti, ha le idee chiarissime in proposito: “Ritengo di appartenere a una vecchia scuola di pensiero, secondo la quale un governatore regionale dovrebbe stare in ogni caso (sottolineatura mia) dalla parte dello Stato, pur facendosi carico delle rimostranze dei suoi cittadini”. Effettivamente la sua scuola di pensiero è assai vecchia: risale alle convinzioni degli elitisti del primo Novecento che ritenevano sbagliato consentire ai cittadini di avere voce in capitolo su argomenti “che non possono capire”, ed erano convinti che il ruolo dei funzionari di stato e degli amministratori locali fosse quello di obbedire tacendo ai comandi delle élite di governo.
Infine vediamo convocato – nel taglio basso di una delle due pagine – Guido Vitale, finanziere e membro del cda del Fai (Fondo ambiente italiano). Una curiosa commistione di ruoli rispetto alla quale è lecito dubitare che il cuore lo induca a privilegiare il primo. E infatti liquida con un’alzata di spalle gli argomenti degli ambientalisti e ribadisce (vedi sopra) che “su questioni di interesse nazionale le amministrazioni locali non devono avere poteri di veto”. Del resto, spiega l’intervistatore, Vitale, piemontese ma pugliese di adozione, conosce bene i problemi della regione visto che “ogni anno apre le porte della sua sontuosa dimora in valle d’Itria a imprenditori e banchieri”…

lunedì 20 febbraio 2017

L'Europa ordoliberista del "Corriere della Sera"

di Carlo Formenti da Micromega
 
 Il Corriere della Sera ha ospitato un “Appello per il rilancio dell’integrazione europea” lanciato da trecento intellettuali e presentato nella circostanza da sei firme, fra cui spiccavano quelle di Giuliano Amato e Anthony Giddens, esponenti di punta della “Terza via” blairiana e del pensiero unico ordoliberista.
Nel testo in questione: 1) si afferma che oggi la Ue è sotto attacco “sebbene abbia garantito pace, democrazia e benessere per decenni; 2) si esalta la “economia sociale di mercato”, affermando che essa può funzionare solo grazie a una governance multilivello e al principio di sussidiarietà; 3) si rivendica il ruolo di un’Europa “cosmopolita” nella costruzione di una “governance globale democratica ed efficiente”. Il tutto condito dall’invito a legittimare la Ue attraverso elezioni in cui i cittadini del continente possano liberamente sceglierne i vertici.
Proviamo a leggere in trasparenza il senso reale di tali affermazioni, sfruttando il contributo di quegli studiosi che hanno sviscerato i dispositivi della governance ordoliberista (mi riferisco, fra gli altri, ai lavori di Dardot e Laval e al più recente saggio di Giuliana Commisso, “La genealogia della governance”, Asterios editore).
La prima considerazione da fare è che l’affermazione secondo cui l’Europa avrebbe garantito pace, democrazia e benessere è smaccatamente falsa: 1) dai Balcani all’Ucraina, passando per la Libia, l’Europa è stata un costante fattore di guerra, 2) sulla democrazia chiedete cosa ne pensa il popolo greco, 3) il benessere poi è un miraggio per quei milioni di cittadini che hanno visto peggiorare drasticamente i livelli salariali e di occupazione, oltre a perdere gran parte dei diritti conquistati prima dell’avvio del processo di unificazione.
Seconda considerazione: associare l’economia sociale di mercato all’allargamento della democrazia è una contraddizione in termini. Dietro questo slogan si nasconde infatti quel progetto neoliberista che si è costantemente impegnato a sottrarre il compito della legittimazione al quadro costituzionale-parlamentare per affidarlo a organismi non eletti che rispondono esclusivamente agli imperativi del mercato. Inoltre la sussidiarietà di cui si parla è consistita nella proliferazione di enti, agenzie e autorità deputati a gestire localmente i bisogni sociali – proliferazione che è proceduta di pari passo con lo smantellamento del welfare e con l’assunzione dell’impresa privata quale modello universale di regolazione sociale, in base al principio secondo cui non bisogna ostacolare chi potrebbe erogare un servizio migliore del servizio pubblico (ciò che Colin Crouch ha definito la spoliticizzazione del servizio pubblico attraverso la riduzione del cittadino a cliente). Infine le reti multilivello, presentate come un modello di integrazione della società civile nella governance, sono di fatto servite a indebolire quei gruppi intermedi di pressione che rappresentavano e difendevano gli interessi delle classi subordinate.
Per il dogma ordoliberista, infatti, questi gruppi sono un ostacolo alla concorrenza che impedisce la libera formazione dei prezzi (a partire da quello della forza lavoro, che va tenuto il più basso possibile per evitare tensioni inflazionistiche). Sempre secondo tale dogma, vanno contrastate tutte quelle richieste di “elargizioni clientelari” che provocano un aumento della spesa pubblica in materia di previdenza, salute, ecc. Del resto non si capisce questa logica se non si comprende che per gli ordoliberisti – al contrario dei liberisti classici – il ruolo dello stato è fondamentale: sia in quanto garante dell’ordine giuridico che deve garantire il corretto funzionamento del mercato (che non è in grado di autoregolarsi), sia in quanto garante di un ordine sociale “post ideologico” in cui tutti i cittadini devono venire convinti di essere “imprenditori di sé stessi” e di vivere nel migliore dei mondi possibili.
Il riferimento alla natura cosmopolita dell’Europa – del resto smentito dai muri e dalle altre pratiche di contrasto ai flussi migratori, come il vergognoso accordo con il regime autoritario turco – va letto infine come “internazionalismo” delle élite, da contrapporre alle resistenze locali dei vari popoli europei alla colonizzazione da parte del capitale globale. Come conciliare tutto questo con la proposta di legittimare l’oligarchia di Bruxelles sottoponendola al vaglio degli elettori? Non è difficile immaginare quali alchimie giuridico istituzionali verrebbero escogitate per garantirsi apriori il trionfo di una grande coalizione europea “anti populista”, visto che, come spiega l’articolo di Goffredo Buccini nel taglio basso sotto l’Appello, occorre guardarsi le spalle da quel popolo bue che insiste a votare movimenti come l’M5S, in barba alle prove di volgarità, ignoranza e incompetenza offerte dai suoi dirigenti.

venerdì 1 giugno 2012

Honi soit qui mal y pense. Lettera aperta di Gianroberto Casaleggio al Corriere della Sera


da corriere.it via ComeDonChisciotte

 

Lettera aperta di Gianroberto Casaleggio al Corriere della Sera

Caro direttore,
le scrivo in merito al mio ruolo nel MoVimento 5 Stelle. Nel 2003 ho lasciato la mia posizione di amministratore delegato in Webegg di Telecom Italia, un gruppo multimediale che si occupava di consulenza e di applicazioni internet, e ho fondato con altri soci la Casaleggio Associati, una società di strategie di Rete. Internet è un tema che mi appassiona e di cui mi occupo dalla metà degli anni 90. Ho cercato di comprenderne le implicazioni sia nel contesto sociale che in quello politico che in quello della comunicazione.

Io credo sinceramente che la Rete stia cambiando ogni aspetto della società e cerco di prevederne gli effetti. Ho scritto molti articoli e alcuni libri sulla Rete. Nel 2004 Beppe Grillo ne lesse uno: «Il Web è morto, viva il Web», rintracciò il mio cellulare e mi chiamò. Lo incontrai alla fine di un suo spettacolo a Livorno e condividemmo gran parte delle idee.

In seguito progettammo insieme il blog beppegrillo.it, proponemmo la rete dei Meetup (gruppi che si incontrano sul territorio grazie alla Rete), organizzammo insieme i Vday di Bologna e di Torino, l'evento Woodstock a 5 Stelle a Cesena e altri incontri nazionali, come a Milano dove, il 4 ottobre 2009, giorno di San Francesco, al teatro Smeraldo prese vita il MoVimento 5 Stelle. A chi si chiede chi c'è dietro Grillo o si riferisce a «un'oscura società di marketing» voglio chiarire che non sono mai stato «dietro» a Beppe Grillo, ma al suo fianco.

Sono in sostanza cofondatore di questo movimento insieme a lui. Con Beppe Grillo ho scritto il «Non Statuto», pietra angolare del MoVimento 5 Stelle prima che questo nascesse, insieme abbiamo definito le regole per la certificazione delle liste e organizzato la raccolta delle firme per l'iniziativa di legge popolare «Parlamento Pulito» e le proposte referendarie sull'editoria con l'abolizione della legge Gasparri e dei finanziamenti pubblici. Inoltre abbiamo scritto un libro sul MoVimento 5 Stelle dal titolo «Siamo in guerra» firmato da entrambi. In questi anni ho incontrato più volte rappresentanti di liste che si candidavano alle elezioni amministrative, per il tempo che mi consentiva la mia attività, per offrire consigli sulla comunicazione elettorale.

Non sono mai entrato nell'ambito dei programmi delle liste, né ho mai imposto alcunché. A chi mi ha chiesto un consiglio l'ho sempre dato, ma in questo non ci trovo nulla di oscuro. Mi hanno attribuito dei legami con i cosiddetti poteri forti, dalla massoneria, al Bilderberg, alla Goldman Sachs con cui non ho mai avuto nessun rapporto, neppure casuale. Dietro Gianroberto Casaleggio c'è solo Gianroberto Casaleggio. Un comune cittadino che con il suo lavoro e i suoi (pochi) mezzi cerca, senza alcun contributo pubblico o privato, forse illudendosi, talvolta forse anche sbagliando, di migliorare la società in cui vive. Sono stato definito il «piccolo fratello» di Beppe Grillo, con riferimento al Grande fratello del romanzo «1984» di George Orwell. È evidente che non lo sono. La definizione contiene però una parte di verità. Grillo per me è come un fratello, un uomo per bene che da questa avventura ha tutto da perdere a livello personale. Per il resto, «Honi soit qui mal y pense». 


Gianroberto Casaleggio