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lunedì 8 agosto 2016

Le Olimpiadi delle sciocchezze: non è la corruzzzione il problema del Brasile. E' la macro, bellezza!

da Politica&EconomiaBlog

Indignati per la disinformazione di stampa e tv italiana per cui tutti i problemi del Brasile (e dell'Italia) si risolvono nella corruzione, con la gentile autorizzazione del direttore di Critica marxista, il prof. Guido Liguori, ripubblichiamo un tempestivo intervento di Franklin Serrano e Luiz Melin (Università Federale di Rio de Janeiro) comparso nel n. 1 del 2016.


ASPETTI POLITICI DELLA DISOCCUPAZIONE: LA SVOLTA NEO-LIBERISTA IN BRASILE

Franklin Serrano e Luiz Eduardo Melin



Dal 2011 si è avuta una netta virata di politica economica del governo, con l’intento di ridurre il ruolo diretto dello Stato nell’economia.
Il Pt al potere ha tradizionalmente la tendenza a evitare lo scontro diretto con le classi proprietarie conservatrici. Ma un programma che ambisca all’emancipazione delle classi subalterne non può che essere fonte di conflitto.
Specie dove non solo la distribuzione del reddito ma anche quella della proprietà è fortemente sperequata, come in Brasile.

Il repentino cambiamento di pro-spettive dell’economia brasiliana dopo i brillanti risultati di appena pochi anni fa ha preso in contropiede ovunque nel mondo commentatori, analisti esperti, smali- ziati operatori di mercato. Nel corso del 2015, si sono succedute previsioni negative («Un’economia sull’orlo del precipizio», «L’economia brasiliana perde colpi», «Il peggio deve ancora venire»), espressioni di sconcerto («Cosa è successo al Brasile?», «L’andare e venire dell’economia brasiliana», «L’incredibile storia del Brasile dalla crescita al declino») e, più recentemente, di vero e proprio allarme sul destino del paese sudamericano («Secondo Goldman Sachs il Brasile è precipitato in piena depressione»).

Nonostante l’autoassoluzione da parte delle autorità, le sofferenze del Brasile non sono che il frutto delle sue stesse azioni, come spesso accade. Un esame dell’insieme di scelte di politica economica, il cui disegno complessivo è stato chiaramente indicato dal governo brasiliano – e dei sottostanti obiettivi politici generali, spesso esplicitati con analoga chiarezza – servirà a dimostrare questa affermazione, e a mettere in guardia altri paesi emergenti dal prendere una simile strada. 


Dal rallentamento alla stagnazione al collasso
Le origini della caduta del 3,8% del Pil brasiliano nel 2015 possono essere ricondotte alle politiche at- tuate nel corso della prima amministrazione Rousseff 1.
Tra il 2011 e il 2014, la crescita economica del Brasile si è dimezzata, passando al 2,1% medio annuo, contro il 4.4% annuo del periodo 2004-2010. Questo netto rallentamento non è che un effetto di una serie di cambiamenti promossi dal governo del Partito dei Lavoratori (Partido dos Trabalhadores, Pt) guidato dalla presidente Dilma Rousseff.
Dal 2011 al 2014 abbiamo assistito a una netta virata di politica economica, con l’intento dichia- rato di ridurre il ruolo diretto dello Stato nell’economia, sebbene siano rimaste in vigore, in quel periodo, importanti politiche di inclusione sociale volte a ridurre la disuguaglianza.
L’obiettivo principale di questo cambiamento era segnalare l’abbandono della efficace strate- gia di crescita seguita fino al 2010, basata su un ruolo centrale del settore pubblico. Tale strategia, come è noto, era stata condotta principalmente mediante il duplice ruo- lo del settore pubblico (incluse imprese pubbliche e banche pubbli- che) nello stimolare la domanda aggregata e nel generare cambiamenti strutturali dal lato dell’of- ferta attraverso investimenti pub- blici.
Questa strategia di sviluppo ha consentito di raggiungere obiettivi di crescita sostenuta accanto a una significativa riduzione della disuguaglianza. A loro volta, questi cambiamenti sia nella matrice sociale del Brasile che nelle relazioni sul mercato del lavoro hanno generato una crescente resistenza politica da parte delle comunità finanziarie e imprenditoriali del paese. Perfino al culmine della prosperità, i grandi organi di informazione e gli economisti legati alle grandi banche (o da esse sponso-izzati) hanno espresso a gran voce la loro contrarietà.
A partire dalla fine del 2010, nel tentativo di placare le sempre più insistenti critiche da parte di grandi imprese, banche, opposizione e organi di stampa, la presidente Rousseff e il suo partito (con il sostegno pubblico dell’ex-presidente Lula da Silva) hanno deciso di sposare l’opinione secondo cui il governo stava intervenendo “troppo” nell’economia. Anziché continuare ad agire da stimolo all’espansione della domanda aggregata, il ruolo economico del governo si è spostato sensibilmente (e apertamente) nella direzione di rallentare la crescita della domanda interna e di fornire incen- tivi agli investimenti privati, sotto forma di sostanziosi sgravi fiscali alle imprese, accompagnati da una riduzione (poi rapidamente rientrata) dei tassi di interesse e una prima rilevante svalutazio- ne del cambio. Allontanandosi dalla più tradizionale teoria del trick- le-down (sgocciolamento), la logi- ca di tale politica era quella di stimolare il settore privato a guidare la crescita economica, piuttosto che andare a rimorchio dell’investimento pubblico e dei trasferi- menti sociali, come nel decennio precedente.
Tuttavia, questo cambiamento di politica inaugurato nel 2011 si è dimostrato inefficace, dato che alla drastica riduzione degli investimenti del settore pubblico non si è accompagnato alcun au- mento negli investimenti privati e nelle esportazioni nette. Gli effetti negativi si sono amplificati quando la combinazione tra un clima eccezionalmente secco e la cattiva gestione delle direttive di politica energetica imposte a Eletrobras, la grande impresa pubblica del settore elettrico, hanno spinto il paese nel 2014 sull’orlo di un seria scarsità energetica, nonostante la debole dinamica della domanda di elettricità (a causa della progressiva decelerazione dell’attività economica in ciascuno dei prece- denti quattro anni).
Invece di ritornare alla traiettoria di politica economica del 2006-2010, che aveva dato ot- timi risultati, cercando semmai di aumentare la capacità di pro- grammazione a lungo termine tra- mite migliori politiche per la tecnologia e le infrastrutture, la seconda amministrazione Rousseff (insediatasi nel gennaio 2015) ha deciso di scommettere ancor di più sulla strategia basata sul mercato. Fin dal primo giorno del nuovo mandato, il governo si è impegnato a fondo nell’adozione delle politiche che avevano costituito, nel corso della campagna elettorale del 2014, la bandiera dell’opposizione conservatrice sconfitta.
Di fatto, il governo Rousseff è andato ben oltre. Lavorando di concerto con la temibile industria finanziaria brasiliana (il nuovo ministro delle Finanze proveniva direttamente dal consiglio di amministrazione della più grande banca privata del paese), il governo guidato dal Pt ha adottato una versione molto più radicale delle ricette di austerità prevalenti in molti paesi dell’emisfero settentrionale oltre che nelle istituzioni multilaterali.
La svolta neoliberista si è materializzata in una inedita combinazione di tagli alla spesa pub- blica, rialzi successivi dei tassi di interesse, una serie di misure di disincentivazione del credito e forti aumenti nei prezzi dei servizi di pubblica utilità. Dispiegando simultaneamente ogni possibile strumento di politica che potesse rallentare la crescita economica, e lasciando che si verificasse una notevole svalutazione del cambio, le autorità brasiliane hanno creato una tempesta perfetta di austerità che ha precipitato il paese in quel- la che è diventata la peggior recessione dal 1990, con una perdita netta di 1,5 milioni di posti di lavoro regolari negli ultimi dodici mesi. 


La versione del governo brasiliano
Visto che cinque anni di indicatori macroeconomici in continuo deterioramento, e ultimamente in vero e proprio collasso – compresi otto trimestri consecutivi di caduta degli investimenti – non sono fa- cilmente occultabili soprattutto per un’economia delle dimensioni del Brasile, la linea ufficiale è stata attribuire alle condizioni internazionali avverse quelli che sono in realtà i risultati negativi di pre- cise scelte politiche. Non una linea ufficiale particolarmente creativa, e appena difendibile: fare della “crisi internazionale” il responsabile dell’attuale situazione difficile del Brasile è un po’ come attribuire la colpa del naufragio del Titanic ai cambiamenti climatici2.
Perfino a un’analisi elementare, si nota che i cambiamenti nelle condizioni economiche esterne, come l’andamento e la composizione del saldo commerciale o la disponibilità di finanza internazio- nale, possono aver avuto un impatto diretto minimo sulla performance dell’economia brasiliana negli ultimi cinque anni. È vero che le esportazioni brasiliane sono cresciute molto lentamente fra il 2011 e il 2014 (1,6% l’anno in media), essenzialmente come risultato della debolezza del commercio mondiale, combinata con una drastica caduta dei prezzi delle commodity. Tuttavia, questa perfor- mance certamente deludente ha avuto un effetto trascurabile sulla domanda aggregata, se si tiene conto del peso molto limitato delle esportazioni nel Pil brasiliano (11% circa), e dell’elevato contenuto di importazioni di molte esportazioni brasiliane.
Ciò che è ancor più rilevante è che il Brasile non ha dovuto affrontare nemmeno la più remota minaccia di una crisi di bilancia dei pagamenti in nessun momento della sua traiettoria dalla decele- razione alla stagnazione al crollo. Il debito estero è rimasto a livelli storicamente bassi (al di sotto del 16% del Pil) dal 2010 al 2014, ed è diminuito ancora fino al giugno 2015, mentre le riserve di valuta estera erano a livelli storicamente elevati per tutto il periodo e at- tualmente, a 370 miliardi di dolla- ri Usa, rappresentano non meno del 20% del Pil.
Nonostante questa posizione notevolmente solida di bilancia dei pagamenti, la minaccia di un declassamento della valutazione del debito sovrano brasiliano da parte delle agenzie internazionali (poi materializzatasi nel marzo 2015) è stata ripetutamente invocata sia da economisti vicini ai mercati finanziari sia da funzionari pubblici come argomentazione fondamentale per giustificare la neces- sità di tagli ancora più profondi alla spesa e più ampie misure di austerità. Dunque una confusione tra debito pubblico interno denominato in valuta locale e passività estere (sia private che pubbliche) in valuta internazionale è stata introdotta nel cuore del dibattito economico brasiliano e usata come chiave di volta per giustificare politiche restrittive dapprima preventive e poi correttive.
Questo rudimentale artificio retorico è stato condotto a un massimo di confusione concettuale quando Standard &Poor’s ha riaffermato testualmente la solida posizione in valuta estera del Brasi- le nel corpo di quello stesso documento che annunciava, ai primi di Settembre, la perdita dello status di investment-grade per i debiti esteri del paese.
L’agenzia di rating ha giustificato la scelta di declassare i titoli del Brasile con la «performance fiscale» e con la «crescita del debito netto del governo». Il rapporto peraltro menziona le «ridotte necessità di finanziamento esterno» del Brasile e il «suo elevato livello di riserve internazionali».
Dal punto di vista macroeconomico ciò solleva non pochi dubbi, dato che è per definizione impossibile che un governo sia costretto a fare default sul debito interno denominato nella propria valuta. In qualunque paese, se la Banca centrale può comprare e vendere qualsiasi ammontare di titoli pubblici a breve termine sul mercato secondario al fine di fissare il tasso di interesse di riferi- mento, tutti i titoli non acquistati dal settore privato possono (e normalmente sono) acquistati dalla banca centrale stessa al tasso stabilito. Per qualche ragione, questo semplice fatto della finanza pubblica sembra sfuggire tanto ai fautori brasiliani di una sempre crescente austerità quanto agli in- flessibili analisti delle agenzie di rating statunitensi.

Per essere onesti, dopo il Brasile S&P ha declassato anche i titoli pubblici giapponesi (e perfi- no quelli statunitensi qualche tempo fa), confermando così che la peculiare concezione macroecono- mica dell’agenzia di rating non è né ristretta al Brasile né diretta specificamente contro di esso. Quando sono state chiamate in causa negli Usa (e in Europa) per il loro ruolo nella crisi finanziaria del 1997, le agenzie hanno affermato attraverso i loro legali che le loro valutazioni sono «semplicemente un’opinione», dunque protette dalla libertà di espressione, e non dovrebbero essere considerata altro3.
Evidentemente la presidente Rousseff ha preso molto sul serio queste «semplici opinioni», tanto che il declassamento da parte di S&P è stato utilizzato per giustificare un altro round di tagli. Le opi- nioni delle agenzie di rating tuttavia sono state accolte solo selettivamente, dato che ministri e funzionari hanno molto sottolineato la necessità di contenere il debito pubblico (interno) lordo, quando il rapporto di S&P faceva specifico riferimento al problema costituito dal debito pubblico netto.
Dunque, nonostante le esportazioni non siano in Brasile una fonte diretta di domanda ag- gregata particolarmente significativa, e che da anni il Brasile goda di un buon livello di riserve inter- nazionali e di livelli relativamente bassi di debito estero – in altre parole, nonostante non vi siano minacce di problemi di bilancia dei pagamenti all’orizzonte – la crisi internazionale è stata additata come responsabile della spirale ne- gativa causata invece dalle politi- che restrittive e ortodosse. 


Quota dei salari e conflitto distributivo
Fino a poco tempo fa le autorità brasiliane hanno utilizzato una consunta retorica per giustificare quella batteria di misure di austerità che in effetti ha fatto deragliare l’economia. Ciò è avvenuto da un lato nella forma appena descritta di «è colpa della crisi internazionale», dall’altro ricorrendo all’idea che le sofferenze fiscali (e, nel caso del Brasile, anche mone- tarie e creditizie) siano l’unico modo per assicurarsi i benefici della crescita futura – la ben nota argomentazione della «austerità espansiva».
Emerge tuttavia come il proposito (fino a poco tempo fa recondito) di questo insieme di politiche sia indebolire la forza contrattuale dei lavoratori mediante riduzioni dei salari reali e aumento della disoccupazione. A differenza di ciò che accade nelle economie avanza- te occidentali, il complesso istituzionale che protegge gli interessi del lavoro in Brasile è relativamente debole e manca di influenza sia organica che partitico-politica. Dunque gonfiare i ranghi dei disoccupati ha il vantaggio aggiuntivo di ridurre la resistenza all’introduzione delle misure neoliberiste necessarie per annullare i benefici conquistati dai lavoratori nel decennio precedente, percepiti come eccessivi.
Nel giugno 2015, il ministro delle finanze Joaquim Levy ha di- chiarato a un pubblico di dirigen- ti d’azienda, alla presenza della stampa locale e internazionale, che era tempo di «ripensare il paese» e che lui intendeva «abbandonare la retorica e affrontare alcune realtà». Il suo obiettivo è stato esplicitamente dichiarato: «Dobbiamo contrastare questa tendenza alla riduzione dell’offerta di lavoro». Secondo il ministro Levy, vi erano persone che precedentemente «non volevano partecipare al mercato del lavoro, che ora saranno costrette a cercarsi un lavoro», aumentandone in tal modo l’offerta. Come corollario, al pubblico è stato comunicato che «non vi può essere crescita economica senza un aumento dell’offerta di lavoro».
Poco importa che, nel soste- nere questo, il ministro abbia commesso un errore piuttosto grossolano di teoria economica. Perfino secondo i precetti della teoria ortodossa (neoclassica) cui apertamente aderisce, è naturalmente solo una forza lavoro pienamente impiegata che genererebbe crescita – e non un aumento del numero dei disoccupati, che per definizione non producono nulla.
Ma politicamente la diagnosi di Levy era corretta, sebbene un po’ brutale. La forza contrattuale dei lavoratori brasiliani è stata molto accresciuta, forse involonta- riamente, da un mercato del lavoro teso tra il 2006 e il 2014, oltre che da efficaci politiche sociali in- trodotte in quel periodo dal governo del Pt. La disoccupazione si è ridotta notevolmente e i salari reali del settore formale sono aumentati costantemente, a un tasso regolare del 3% l’anno, a partire dal 2006. Ancor più fondamentale è il fatto che la quota dei salari nel Pil, dopo aver raggiunto un minimo nel 2004, è da allora aumentata di continuo.

Sulla spinta di pressioni provenienti dagli ambienti imprendi- toriali (nonostante i livelli record di profitti raggiunti nel decennio precedente) e, con particolare forza, dai media e dai partiti di opposizione, nel 2015 il governo del Pt ha iniziato ad agire con determinazione per invertire la rotta, mediante misure di crescente durezza.
La rapida generazione di disoccupazione per mezzo di politiche radicali di austerità, e il dra- stico cambiamento nella distribuzione a danno dei salari, hanno creato un clima politico in cui è possibile diminuire considerevolmente la dimensione e l’importanza dello stato nell’economia. Ciò, a sua volta, prepara il terreno per l’ulteriore arretramento dei guadagni distributivi, tutele del lavo- ro e benefici sociali messi in campo dal 2003, in parte già smantellati o ridotti significativamente.
Molti militanti del Pt, dei movimenti sociali e dei sindacati sono stati colti di sorpresa da que- sta improvvisa e inequivocabile conversione all’agenda neoliberista che avevano a lungo combattu- to, e i cui costi sono pagati soprattutto dalla loro base operaia.
Questa reazione, sebbene comprensibile, è profondamente ingenua. Un esame ravvicinato della sua storia trentennale rivela che il Pt ha una tradizione consolidata nell’evitare, una volta al po- tere a livello locale, statale o federale, lo scontro diretto con le classi proprietarie conservatrici. Seb- bene sinceramente desiderosi di promuovere il cambiamento sociale, i vertici del Pt sono stati a lun- go guidati dal credo del consenso, secondo il quale non vi è situazione nella quale non si possa rag- giungere un compromesso che eviti di alienarsi la ricca élite brasiliana, cercando al contempo di mi- gliorare le condizioni di vita dell’enorme massa della popolazione.
Questa speciale varietà di filosofia politica improntata alla “cordialità” può sembrare a sento credibile se si considera che il Brasile è l’unico paese che figura contemporaneamente fra le prime venti economie mondiali e fra i primi venti paesi nella graduatoria delle più sperequate distribuzioni del reddito. Tuttavia, questa quadratura del cerchio era sembrata possibile fino al 2011, sull’onda di una situazione particolarmente favorevole del cambio, combinata con l’eccezionale crescita sia dei consumi che dei profitti che ha seguito l’apertura del grande flusso di spese per l’inclusione sociale.

Man mano che i conflitti distributivi, inizialmente sporadici, si sono inaspriti, e che la critica ideologica ha ceduto il passo all’aperto antagonismo di classe, il precedente stato d’animo autocompiaciuto diffuso tra i vertici del partito si è tramutato in diffidenza e allarme. Di fronte a un nuovo Congresso ostile dopo la vittoria nelle elezioni presidenziali del 2014, e appesantiti dalla propria non trascurabile dipendenza dai finanziamenti di grandi imprese e banche, i leader del Pt hanno trasformato la loro malleabilità e tendenza al compromesso in una completa e inedita capitolazione politica.
 

A caccia della corruzione “rossa”
A un osservatore esterno può sembrare interessante notare che nel dibattito pubblico in Brasile non hanno praticamente alcun peso tutti i cruciali fattori economici e politici menzionati finora. Qual- siasi visitatore dal 2014 in poi riporterebbe un racconto simile, di un intero paese che quotidiana- mente è interamente concentrato su questioni non di politica, ma di polizia.
Almeno a partire dagli ultimi giorni del Presidente Vargas, nei primi anni 1950, la corruzione pubblica è stata la tattica politica vincente dell’establishment brasiliano conservatore, ogni volta che si ritenesse urgente correggere rapidamente una situazione percepita come indebitamente sbilanciata a favore del lavoro6. E questa è proprio la percezione che ha preso corpo nel corso dell’amministrazione Rousseff, e si è consolidata con la sconfitta del candidati di centro-destra Aecio Neves e Marina Silva nelle elezioni del 2014.
Sebbene fin dai primi giorni del suo mandato le politiche della presidente Rousseff di ridurre il ruolo dello Stato nell’economia e di promuovere sgravi fiscali incondizionati alle imprese avessero il chiaro intento di compiacere il settore privato brasiliano e gli investitori esteri, la cattiva gestione economica e politica ha fatto sì, a guardare i risultati alla fine del primo mandato nel 2014, che nes- suno sia stato favorito da queste politiche. Le imprese hanno visto diminuire crescita e livelli di pro- fitto e crollare gli investimenti, mentre il mercato del lavoro è rimasto teso. Anche i lavoratori ave- vano poco da festeggiare, data la stagnazione (e poi la caduta) del reddito disponibile delle famiglie, e la sempre minor disponibilità di posti di lavoro.
Dal punto di vista della tradizionale élite economica e politica del Brasile, diveniva chiaro che il cambiamento doveva essere molto più profondo e rapido. Chi conosce le abitudini politiche brasiliane non dovrebbe dunque meravigliarsi se le inveterate e poco trasparenti prassi contrattuali seguite dall’impresa di Stato Petrobras (operante nel settore del petrolio e del gas) sono diventate all’improvviso uno scandalo e trattate alla stregua di un’emergenza nazionale.
Forse meno universalmente noto, al di fuori del Brasile, è il fatto che questa volta il discorso anti-corruzione non ha guadagnato il centro della scena politica grazie agli sforzi della sola opposizione conservatrice, ma è stato in effetti introdotto nel dibattito pubblico e considerato prioritario dalla stessa presidente Rousseff. Fin dal suo insediamento nel 2011 ha ripetutamente sottolineato il suo impegno contro i «malfattori» e la corruzione – rapidamente soprannominata dalla stampa nazionale e internazionale come l’operazione «pulizia» (faxina).
Ma per la fine del 2013 il comando dell’operazione anticorruzione era passato di mano. Non si trattava più di produrre frasi a effetto mediatico, di sostituire questo o quel ministro o di introdurre requisiti regolamentari, fra l’altro sempre più gravosi, come il governo del Pt aveva fatto fino a quel momento.
Qualche mese prima erano iniziate inchieste negli affari di Pe- trobras condotte da gruppi chiara- mente ostili al partito al governo, e quando sono venute alla luce le prime indicazioni del coinvolgi- mento di politici, la presidente Rousseff e l’ex-presidente Lula da Silva sono ovviamente diventati gli obiettivi privilegiati, nonostante il fatto che fossero ugualmente implicati nella vicenda anche esponenti dell’opposizione.
La risonanza pubblica della campagna mediatica che ne è derivata è stata ulteriormente amplificata dal desiderio di visibilità di giudici e pubblici ministeri politicamente ambiziosi, le cui azioni sono state regolarmente accolte dall’acclamazione dei grandi organi di informazione apertamente simpatizzanti per l’opposizione. Anche questo di per sé rappresenta uno sviluppo inedito, che segna un importante cambiamento rispetto a un’antica tradizione di autentica indipendenza dei magi- strati brasiliani dalla politica, e che potrebbe aggiungere in futuro una nuova dimensione all’uso poli- tico della lotta alla corruzione.
Tanto per non smentirsi, il governo Rousseff ha trattato il caso Petrobras come una questione scottante da cui tenersi alla larga. Questa strategia è a dir poco problematica, dato che il governo de- tiene una quota di controllo nella compagnia, la cui importanza economica e strategica è tale che regolarmente membri dell’esecutivo vengono designati a far parte del suo consiglio di amministrazione.
Questa strategia di “splendido isolamento” nel caso Petrobras non solo non ha comportato alcun guadagno di immagine o dividendo politico per il governo, ma in ultima analisi ha comportato costi finanziari rilevanti per la compagnia stessa. Con i media locali che per mesi hanno dedicato le prime pagine a indiscrezioni e fughe di notizie sulle indagini della polizia federale sul caso Petrobras, i movimenti speculativi dei mercati sono divenuti, come era da aspettarsi, più frequenti.
La distaccata indifferenza del socio di maggioranza ha fatto sì che l’esito di tali movimenti speculativi sul valore di borsa della compagnia sia stato passivamente accettato come un giudizio sull’au- tentico valore patrimoniale di Petrobras. In assenza di misure correttive, il susseguirsi di ondate speculative ha seriamente deteriorato il merito di credito della compagnia fino a creare, in qualche cir- costanza, vincoli di credito laddove non esistevano.

Di fronte al turbinio quotidiano di accuse, gli scrupoli del gover- no, volti ad accreditarsi come più rigoroso e “pulito” rispetto alla vicenda Petrobras di quanto le autorità giudiziarie e gli stessi organi di stampa chiedessero, sono arrivati al punto di congelare i massicci programmi di investimento della com- pagnia. L’effetto a catena della considerevole riduzione di ordini del gigante petrolifero sulla sua impo- nente rete di fornitori ha colpito diversi settori economici, non ultimo quello dei cantieri navali.
Il crollo di popolarità che è seguito allo scandalo Petrobras, unito a una pessima gestione del- le alleanze sia nel Congresso che nel governo, ha messo l’amministrazione Rousseff in una posizio- ne politica molto fragile.
Questo a sua volta ha reso ancora più facile la virata della politica economica verso un’auste- rità sempre più severa, accentuando al contempo la propensione dei leader del Pt, dopo le elezioni dell’ottobre 2014, a fare tutto il possibile per venire incontro alle esigenze del “mercato” (leggi gran- di gruppi privati, grandi banche, organi di informazione).

La perdita di posti di lavoro e la recessione provocate dall’austerità hanno contribuito ad ero- dere ulteriormente il sostegno popolare al governo, chiudendo così il cerchio.
Se il Pt dovesse affrontare le prossime elezioni amministrative ancora associato, agli occhi degli elettori, con la recessione, la disoccupazione e la corruzione, le prospettive, stando agli attuali indici di gradimento (intorno al 10%) sarebbero alquanto fosche.
L’inversione di rotta
Le politiche economiche dell’attuale governo brasiliano non vanno frettolosamente giudicate come fallimentari. Può ben essere vero che i risultati di queste politiche siano deludenti se giudicati a fron- te dei numerosi enunciati formali di adesione incondizionata ai precetti della prediletta dottrina orto- dossa. Tuttavia, se giudicate in termini degli obiettivi enunciati dal Ministro delle Finanze, biso- gna ammettere che esse sono state piuttosto efficaci.
In primo luogo, il tasso di disoccupazione è schizzato verso l’alto, arrivando secondo i dati uffi- ciali al 7,9% in novembre, e quindi aumentando la riserva disponibile di lavoro la cui esiguità veniva con- siderata un ostacolo alla crescita futura. Inoltre, l’inflazione è salita considerevolmente, giungendo al 10,48% – il tasso più alto registrato negli ultimi due decenni e molto al di sopra del limite superiore dell’obiettivo ufficiale (6,5%).
Dato che l’attuale ruolo della più elevata inflazione è far diminuire i salari reali, che a lungo sono stati considerati dal governo e negli ambienti imprenditoriali come fonte, nel decennio precedente, di eccessive “pressioni sui costi”, non è stato fatto alcun tentativo per impedire una forte svalutazione e aumenti delle tariffe dei servizi di pubblica utilità per tutto il 2015. Semmai, questi sono stati salutati da ministri dei governi locali come una «correzione di squilibri nei prezzi relativi». L’effetto combinato di questi due risultati – crescita della disoccupazione e crollo dei salari reali – si riflette in una riduzione, negli ultimi dodici mesi, del 10,4% in termini reali del monte salari complessivo dell’economia brasiliana.
La gente comune in Brasile ha già il problema della scarsa e decrescente qualità dei servizi pubblici. Con una mossa che non viene normalmente contemplata tra i requisiti tecnici di una politica di austerità, il governo ha sospeso i pagamenti ai fornitori di istituzioni pubbliche come ospedali e università. Sebbene ciò provochi un’interruzione della fornitura di beni e servizi, e dunque colpisca la qualità dei servizi pubblici normalmente utilizzati dai segmenti meno ricchi della popolazione, questo artificio non produce alcun effetto positivo sui parametri fiscali, sulla base degli standard internazionali di contabilità.
Queste politiche concorrono, con la parata quotidiana di “scandali” e accuse amplificata dal costante clamore dei media, a creare l’opinione diffusa che lo stato sia inefficiente e corrotto, il che spiana ulteriormente la strada all’adozione di misure neoliberiste a più largo raggio e più strutturali.

È interessante notare che l’ex-presidente Lula e il Pt avevano condotto un’opposizione in par- te riuscita, nel corso degli anni Novanta, sia all’austerità macroeconomica che alle riforme neoliberiste, il che all’epoca aiutò il Brasile a sfuggire alle forme più brutali di neoliberismo sperimentate in America Latina. Venti anni dopo si è chiuso il cerchio.
Attualmente, un governo guidato dal Pt si fa fautore dell’intero armamentario delle misure di austerità e di riforme legislative lesive dei diritti dei lavoratori. La priorità assegnata a questa agen- da politica è sottolineata dal fatto che il primo atto inviato al Congresso nel secondo mandato della presidente Rousseff (alla vigilia dell’insediamento) tagliava simultaneamente l’accesso ai sussidi di disoccupazione, l’indennizzo per i lavoratori in sospensione temporanea, i benefici per i dipendenti in malattia e le pensioni di reversibilità.
Le priorità legislative del governo Rousseff non si limitano ai diritti del lavoro e alle misure di “aggiustamento fiscale” (l’eufemismo che va per la maggiore). Nel 2015 si è impegnato alacremente nella modifica alla Costituzione per fare della sicurezza pubblica una materia federale e nell’approvazione di una legge sul terrorismo che introduce la novità di rilievo della possibilità di considerare i danni alla proprietà come veri e propri atti di terrorismo.
Anche le priorità del Brasile in politica estera sono state visibilmente alterate. Per un decennio la strategia era stata l’affermazione della leadership regionale e la crescita della presenza del paese nei mercati emergenti in rapida espansione dell’America Latina e dell’Africa. Tra il 2003 e il 2010, il paese ha sollecitato la creazione di istituzioni e meccanismi di coope- razione regionali, ha aperto solo in Africa diciannove ambasciate e ha decuplicato i finanziamenti al commercio.
Questi temi hanno ora poco spazio sia nelle azioni che nei di- scorsi ufficiali del governo. Nell’e- ra Rousseff il Mercosur sembra ormai più un peso che una risorsa, mentre le già sporadiche visite in Africa sono del tutto cessate da due anni. Soprattutto, a seguito di una protratta campagna di stampa che dipingeva il sussidio pubblico alle esportazioni come potenzialmente corrotto, i finanziamenti al commercio sono stati dimezzati, a partire dal già basso livello del 2014. La modesta quota di mercato del Brasile come fornitore di manufatti e di servizi di ingegneria alle economie emergenti si è già ridotta e ci si aspetta che si contragga nettamente nei prossimi anni.
I nuovi temi di politica este- ra che assorbono le energie del go- verno sono la «convergenza della regolamentazione» con Stati Uniti ed Europa, e il cambiamento climatico (l’ex-ministro degli Esteri era stato scelto per le sue competenze in questo campo). Le ambizioni della nuova agenda interna- zionale sono: concludere un accordo sugli scambi di beni agricoli e servizi con l’Unione europea (messo da parte negli anni 1990 dalla precedente amministrazione), con l’intento dichiarato di “integrare l’economia brasiliana nelle catene globali del valore”; preparare la strada a un ingresso del Brasile nell’Ocse, accanto a Cile e Messico; e riavvicinarsi agli Stati Uniti.
Quest’ultimo obiettivo sem- bra quello ottenibile più rapidamente, a giudicare dal grado di af- fabilità che ha caratterizzato la visita di stato della presidente Rousseff nel giugno scorso. Non sono mancati gesti simbolici, tra cui incontri a Wall Street e con icone del Partito Repubblicano quali Henry Kissinger, Condoleezza Rice e Rupert Murdoch – e perfino il commento estemporaneo del Ministro del Commercio e dell’Industria se- condo cui un accordo di libero scambio con gli Stati Uniti, cui il Pt si contrappose con forza negli anni 1990, è «un’aspirazione» del- l’attuale governo brasiliano.
A parte questi dettagli, ragioni più strutturali garantiscono in ultima analisi il successo della strategia della presidente Rousseff di rafforzare i legami con gli Stati Uniti. Fra la rinuncia del Brasile al tentativo di conquistare la leadership regionale e a competere sui mercati emergenti in rapida espansione, da un lato, e il suo recente entusiasmo per la cooperazione internazionale in materia di corruzione e lotta al terrorismo, dall’altro, è improbabile che le notizie provenienti da Brasilia di questi tempi siano cattive notizie per Washington.
 

Il tunnel alla fine della luce
Di fronte ai poco invidiabili risultati inanellati dal governo (aggravamento della recessione, isolamento politico, crollo della popolarità), non sarebbe irragionevole per un osservatore esterno assu- mere che a Brasilia si stia seriamente pensando a un cambiamento di politica. In particolare, il sus- seguirsi mese per mese di dati economici negativi nel quadro di quel- la che si può ormai definire una vera e propria stagflazione, potrebbe aver indotto qualche econmista mainstream o perfino qualche isolato esponente del governo a prendere in considerazione la possibilità di proporre misure anticicliche.
Tutt’altro. È divenuto ormai un luogo comune per i commentatori economici attribuire tutti gli attuali guai del Brasile a irresponsabili eccessi di spesa pubblica in generale, e alle misure anticicliche intraprese dopo il crollo di Lehman Brothers in particolare. A conferma di ciò, un noto ex-ministro, già consigliere informale dell’ex-presidente Lula, a fronte del crollo degli investimenti (sia pubblici che privati), ha paragonato le proposte di farla finita con le politiche restrittive a “pensiero magico”. Mentre il Brasile sta subendo la sua peggiore recessione da venticinque anni, la strategia che lui propone per la ripresa è «creare aspettative di crescita», cercare di «stimolare gli animal spirits degli imprenditori». Non che si tratti di una strategia dai risultati garantiti, a dire il vero.
Rimane il fatto che vengono continuamente annunciate nuove misure che confermano e rafforza- no la politica neoliberista della presidente Rousseff. Sebbene gli obiettivi fiscali per il 2015 siano stati ri- visti al ribasso più di una volta in previsione di una drastica riduzione del gettito fiscale causata dalla contrazione dell’attività economica, le priorità ufficiali rimangono controllare il volume del debito pubblico lordo e raggiungere il pareggio del bilancio primario.
Si potrebbe presumere che nessuno all’infuori del Fmi consiglierebbe di inasprire le politiche re- strittive nel mezzo di una recessione di portata storica10. Ma sebbene questo diritto, che il Fmi si è con- cesso da solo, di ignorare le lezioni della storia sia stato emulato da non pochi funzionari brasiliani e dal solito entourage di economisti compiacenti, l’eccessiva ortodossia delle loro argomentazioni contrasta con la realtà delle condizioni macroeconomiche prevalenti.
Anche se né gli esponenti del governo né gli “esperti” ingaggiati dai media si danno da fare per ri- cordarlo all’opinione pubblica, il debito lordo brasiliano, pur al pic-co del 2015, è al di sotto del 70% del Pil, cioè inferiore a quello dell’austera Germania, e molto inferiore a quello degli Stati Uniti e del Regno Unito, entrambi prossimi al 120% del Pil11.
In più, i discorsi sull’aggiustamento fiscale e la riduzione del debito pubblico cominciano a essere davvero irrealistici se si considera, a parte il crollo del gettito fiscale (un effetto stranamente assente in tutti gli esercizi analitici di simulazione di ispirazione mainstream prodotti nel paese), il fatto che sia la dimensione che il costo del debito risentono pesantemente del brusco rialzo del tasso di interesse12.
Eppure, a basarsi sugli annunci pubblici del governo, per il 2016 c’è da aspettarsi che si andrà avanti così. Altri tagli alla spesa e agli investimenti pubblici, riforme della sicurezza sociale e delle pen- sioni, perfino benefici sociali finora considerati intoccabili (come il programma bolsa familia) – tutto è nel mirino del programma di austerità brasiliano.
Questa estrema ostinazione nel portare avanti una politica palesemente fallimentare, che causa profonda insoddisfazione fra le imprese e i lavoratori, contribuisce a spiegare perché gli indici di gradi- mento dell’attuale governo siano i più bassi dagli anni 1990.
Il fatto che esso si trovi di fronte a problemi di cui è in larghissima misura la causa stessa, tuttavia, fa del Brasile una lezione esemplare per altri paesi in via di sviluppo. Qualsiasi programma che ambisca, in quei paesi, all’emancipazione economica delle classi subalterne, non può che essere fonte di conflitto. Questo è particolarmente vero dove non solo la distribuzione del reddito ma anche quel- la della proprietà è fortemente sperequata, come in Brasile.

Per farcela, i leader progressisti dovranno fare alleanze e concessioni, ma mai sacrificando i loro obiettivi primari e i loro principi fondamentali. L’idea che, in questo contesto, sia possibile ingraziarsi i settori tradizionali, la cui predominanza è messa a repentaglio, facendo marcia indietro sulla propria strategia fondamentale e adottando “temporaneamente” la loro agenda politica è profondamente irrealistica.
In una situazione in evoluzione, compromessi utili possono essere ricercati solo a partire da una posizione di forza relativa, il che comporta mantenere la mobilitazione politica di quelli che più beneficiano dei cambiamenti; e, soprattutto, assicurare la creazione di lavoro e di ricchezza, sia pure, quando è necessario, a ritmi più contenuti.
Tuttavia, nonostante la recessione record, il crollo dei salari e la disoccupazione, l’attuale crisi politica ha meno probabilità di finire in maniera drammatica per la presidente Rousseff di quanto av- venne con gli altri presidenti di sinistra, Vargas (spinto al suicidio nel 1954) e Goulart (costretto a fuggire dal paese nel 1964).
Da un lato, l’esercito brasiliano, che ha avuto un ruolo diretto nella deposizione di entrambi all’epoca della guerra fredda, ha da tempo accettato l’idea che l’era dei colpi di Stato è finita. D’altro lato, come risulta dalla precedente descrizione, la presidente Rousseff e il Pt hanno rinnegato la propria dedizione alla causa del lavoro e si sono arresi su tutti i fronti senza opporre molta resistenza, rendendo la loro rimozione una questione priva di rilevanza.


(traduzione di Antonella Palumbo)


Note


1) Per una più dettagliata analisi ma- croeconomica del periodo, cfr. F. Serrano e R. Summa, Aggregate Demand and the Slow- down of Brazilian Economic Growth from 2011-2014, Centre for Economic and Policy Research - CEPR, Washington DC, agosto 2015.
2) Senza insistere troppo su questo pun- to, si noti comunque che un ministro brasi- liano è riuscito a combinare entrambe le spie- gazioni quando ha dichiarato, nel maggio scorso, che il governo aveva «assorbito il più possibile l’impatto della crisi internazionale e del cambiamento climatico – e questa poli- tica ha [ora] raggiunto un limite».
3) Cfr. la causa Jefferson County Sch. Dist. v. Moody’s Investor’s Servs., Inc.
4) Il debito lordo in Brasile è più ampio del debito netto principalmente a causa del- le operazioni di politica monetaria e crediti- zia, in particolare per via dei titoli contro- parte delle ampie riserve estere.
5) Cfr. http://www.valor.com.br/brasil/4091982/crise-e-momen to-importante-para- repensar-o-pais-afirma-levy
6) Oltre ad aver ottenuto la rimozione del presidente Vargas nel 1954, la crociata morale contro la corruzione è stata di nuo- vo uno strumento decisivo nel rovesciare il presidente Goulart (che si batteva per una “repubblica sindacale”) nel 1964, e nell’im- pedire l’elezione di Lula da Silva e della sua coalizione di sinistra nel 1989, prima di riapparire nel tentativo non riuscito di im- peachment del presidente Lula nel 2005, e di nuovo, con maggiore efficacia, negli anni recenti.


7)  Il presidente Cardoso (paladino in Bra- sile delle privatizzazioni e del “Washington Consensus” dal 1995 al 2002) ammette nel- le sue memorie recentemente pubblicate che egli era a conoscenza dello “scandalo” Petrobras fin dall’ottobre 1996, aveva pen- sato di intervenire, ma alla fine aveva de- ciso di non farlo.

8)  Originariamente stimati a 44 miliar- di di dollari, gli investimenti di Petrobras per il 2015 sono stati ridotti a 31 miliardi, mentre il nuovo business plan, annunciato a fine giugno, li ha tagliati per il periodo 2015-2019 di oltre il 40%, da 221 a 130 mi- liardi di dollari.

9)  In un rapporto speciale le Nazioni Uni- te avvertono che il testo della nuova legge brasiliana sul terrorismo è «redatto con ec- cessiva ampiezza e rischia di limitare libertà fondamentali».  Cfr.  http://www.  ohchr.org/ EN/NewsEvents/Pages/DisplayNews.aspx? NewsID=16709&LangID=E

10)    Un commentatore ci ha segnalato che nel G-20 di giugno 2010, mentre gli Usa ancora si dibattevano per uscire dalle sec- che della recessione e l’Ue vi stava lenta- mente scivolando, la Bri (Banca dei regola- menti internazionali) affermò che non era il caso di aspettare la ripresa per ridimen- sionare drasticamente i deficit di bilancio e che, a meno di tempestivi rialzi dei tassi di interesse, si sarebbero create «distorsioni». Né il rischio di recessione, né il costo che i crescenti tassi di interesse avrebbero com- portato per il debito pubblico furono men- zionati in quella circostanza.

11)   Le cifre si riferiscono ai debiti pub- blici lordi, delle amministrazioni sia cen- trali che locali.

12)   A partire da gennaio 2014, la Ban- ca centrale brasiliana ha aumentato il tas- so di riferimento di ben 425 punti base.

martedì 5 aprile 2016

Un Brasile esploso



 di Tonino D’Orazio

La presidente del Brasile, Dilma Rousseff, non è responsabile della crisi economica del suo paese. Crisi che dipende soprattutto dalle difficoltà commerciali della Cina, che hanno provocato un crollo delle materie prime e messo in crisi tutti i paesi con cui ha scambi commerciali. Dipende anche dall’attacco al mondo di Usa e Arabia Saudita sulla svalorizzazione tattica del petrolio. Risultato: scoppiano le economie le cui risorse maggiori sono comunque basate sulla produzione petrolifera, come Russia, Brasile e Venezuela. Povere, sembrano facili prede del capitalismo mondiale, eccetto momentaneamente la Russia. Gli altri, UE compresa, sono proni e avvitati ad una crisi senza fine.
Il Partito dei lavoratori, lo stesso dell’ex presidente Luiz Inácio Lula da Silva, può vantarsi di aver tirato fuori, nel primo decennio del secolo, quaranta milioni di persone dalla povertà e di aver garantito a lungo, strutturalmente, una forte crescita economica. Portando il Brasile a settima potenza economica del mondo nel 2014. Oggi sembra non valere più, se, secondo l’Economist, (sic!), il 70% della popolazione brasiliana è contro Rousseff. Non dovrebbe stupire, in realtà una linea costante nella storia, il fatto che in momenti di crisi i lavoratori, stranamente, preferiscono le destre, o perlomeno ne sono ammaliati, fino a regalare loro tutti gli acquisiti sociali, eventualmente conquistati, spesso con lotte e sangue dalle generazioni precedenti.
La crisi economica sta mordendo anche la Costituzione brasiliana, in cui è prevista la destituzione del presidente in caso di gravi incriminazioni. Si tratta quindi di definire grave anche una gestione economica contestabile. Non oso pensare all’Italia dei dieci anni dell’ex Napolitano e di oggi. In pratica Rousseff, sta pagando il prezzo politico della cattiva gestione dell’economia e, sembra, di uno scandalo di corruzione e tangenti nella compagnia petrolifera di stato, la Petrobras, che ha travolto il Partito dei lavoratori (Pt), il partito di sinistra a cui appartiene. Da noi ogni scandalo di corruzione sembra invece, televisivamente, aumentare la quotazione del PD. Mentre le altre accuse, tra cui il tentativo di interferire con le indagini sul caso Petrobras, restano ancora senza prove. I membri del congresso hanno votato, il 18 marzo, per avviare la procedura di messa in stato di accusa del presidente Dilma Rousseff. Da molti considerato un “colpo di stato bianco” o forse di “arancione” memoria, con popolo in piazza.
Dopo le immense manifestazioni, sia a sostegno che contro la Roussef, il partito centrista alleato di governo, (PMDB) esce dalla maggioranza, lasciandola sola. Essere al centro significa sempre un passettino a sinistra o un passettino a destra, secondo convenienza, e si rimane sempre nel giusto. Una linea costante e dappertutto nelle democrazie “occidentali” che non viene mai definita voltagabbana o opportunista. L’uomo forte di questo partitino sempre indispensabile, dal 1986, alla formazione di qualsiasi governo, Michel Temer, attuale vice presidente del Brasile, viene accusato dal PT (Partito dei Lavoratori) di Dilma Roussef di tramare per sostituirla. Temer ha dichiarato infatti l’uscita del suo partito dal governo, e l’inizio di “trattative” con la destra, con un programma di rinnovata austerità come risposta alla crisi economica. La solita perdente ricetta neoliberista. In realtà Temer sta operando una fuga in avanti; diventa impossibile che il suo partito, e lui stesso già citato nei documenti giudiziari, non abbiano partecipato, con le mani nella marmellata, nell’”affare Petrobras” . Tutti sanno, anche i cittadini ciechi e sordi, che i petrolieri sono i maggiori corruttori, anche per quantità di denaro, del mondo. Adesso sono tutti in attesa.
Infatti, in Brasile, si avvicinano le elezioni amministrative, e tutti scappano, ognuno tirando l’acqua per il proprio mulino e ognuno “promettendo” risultati e incarichi. Quindi non cambia la sostanza del dibattito né il meccanismo di nepotismo o di mercato dei voti.
In fondo anche in Brasile le intercettazioni sono ammesse, eccetto quelle di prerogativa costituzionale dei ministri e della presidenza, che ricadono sotto la giurisdizione del Tribunale Speciale Federativo. Il semplice giudice Moro, che ha innescato il meccanismo con l’impedimento all’ex presidente Lula di accedere al posto di vice-ministro proposto da Rousseff, si è “scusato” con il TSF di aver reso pubbliche le intercettazioni ed è “dispiaciuto dei malintesi inutili” che le sue dichiarazioni  hanno provocato. Cioè semplicemente la prevista caduta del governo Rousseff e il caos politico susseguente, oltre la violenta spaccatura nel paese con enormi manifestazioni interposte. Oltre la spaccatura prossima con il Brics alter-mondialista internazionale, (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica),con un ritorno probabile nell’alveo liberista e servile nord americano. Una bazzecola. Però in democrazia ognuno ha quello che si merita. Venezuela compreso. E forse Cuba a seguire. Diciamo che il sogno di nuovo “socialismo” del Sud America, sempre molto fragile, sembra compromesso, e più di quel che si pensa, proprio dal “popolo”.
Certamente la corruzione mondiale dilagante va punita paese per paese, e tutti hanno le leggi ad hoc, ma, per il capitalismo, è un po’ come il peccato per la religione cattolica, ci si pente, ma non se ne fa a meno. Si rischia di suddividere la corruzione in grave e meno grave e allora bisognerà chiedere a terze persone di giudicarne lo spessore, ammettendo la loro onestà o la loro indipendenza. Ma il tutto, di per sé, è già una sconfitta.

lunedì 26 ottobre 2015

La fine del kirchnerismo e del ciclo progressista in America latina?

dal blog di Gennaro Carotenuto


È tempo di provare un’analisi che vada oltre il mero risultato del primo turno presidenziale argentino ma che da questo parta. È finito, anche se vincesse Daniel Scioli, il ciclo kirchnerista che ha ricostruito il paese dopo il default del 2001, e da tempo, in particolare con le difficoltà brasiliane e venezuelane degli eredi di Lula e Chávez, sembra giunto alla fine il ciclo storico progressista e integrazionista dell’America latina post-neoliberale. Partiamo brevemente dall’oggi, dalla foto di famiglia con il borghese Scioli in cravatta e il suo candidato proletario alla vicepresidenza Zannini, per allargare il discorso.
Dunque per la prima volta nella storia argentina ci sarà un ballottaggio. Questo partirà da un pareggio tecnico tra il candidato appoggiato dalla maggioranza, Daniel Scioli e quello della destra neoliberale Mauricio Macri (accentato sulla ‘a’, non sulla ‘i’, Màcri). I sondaggi, ai quali per una volta sarebbe ingiusto dare tutte le colpe, erano tutti appiattiti sul voto nelle primarie obbligatorie di agosto, quando il 38% degli elettori scelse di partecipare a quelle del Frente para la Victoria, che aveva il solo Scioli come candidato, e il 31% appoggiò la coalizione di destra. In due mesi, non rilevati dalla demoscopia, una scienza sempre meno esatta, se mai lo è stata, il FpV non ha guadagnato quel paio di punti che avrebbero permesso la vittoria al primo turno e Macri ha sfondato quel bacino del 30% nel quale le destre erano relegate anche quando governavano col menemismo (voti peronisti per il neoliberismo). Non è interessante qui vaticinare cosa accadrà tra quattro settimane, e quanto eventualmente sarà profonda una restaurazione neoliberale. L’impeto -un fattore importante in questi casi- però sembra spostato tutto su Macri. Il centrista Scioli, nelle analisi pro-K a lui favorevoli nella notte, ha visto ricomparire magicamente aggettivazioni come “grigio” e “scialbo”, dalle quali era per un po’ stato graziato. In questo la scelta di un candidato esterno al mondo della sinistra da parte di Cristina Fernández potrebbe passare alla storia non tanto come un errore o frutto della mancanza di alternative interne, ma come provvidenziale per eludere un confronto interno al quale potrebbe non necessariamente esserci risposta plausibile. Così Scioli, il liberale, il ricco, il grigio, l’ex-menemista, potrebbe rivelarsi il perfetto capro espiatorio per evitare che la sinistra tragga lezione non solo da tutto il positivo realizzato in dodici anni di kirchnerismo, ma anche dai limiti e dagli errori di un progetto politico che, non solo in Argentina, sembra essere giunto alla fine di un ciclo vitale.
Provando ad abbozzare un bilancio storico complessivo del kirchnerismo è sicuro che Cristina Fernández de Kirchner lascerà la Casa Rosada in dicembre avendo compiuto l’obbiettivo del consolidamento del sistema democratico in Argentina. Tale postulato non vuol dire semplicemente che nell’Argentina del XXI secolo si vota invece di tramare golpe civico-militari ma anche che, al contrario di quanto accaduto nell’epoca neoliberale che succedette alle dittature, la democrazia non può pensare di escludere tout-court le masse popolari. Non è affatto poco e anche con una eventuale presidenza Macri il menemismo duro e puro, la semplice dissoluzione dello Stato, non tornerà. Questo è il secondo punto straordinariamente rilevante.
Tutta la storia politica argentina dal 1955 al 2003, tanto attraverso governi civico-militari che civili, ha visto la continua riduzione, quasi sempre con le cattive, del ruolo dello Stato. Nonostante gli slogan dei cantori del modello neoliberale, a più debolezza dello Stato non solo è corrisposta più povertà e diseguaglianza ma anche più corruzione, dissesto, violenza, poteri criminali, ingestibilità dei conflitti sociali se non con la repressione, indifferenza per l’ambiente. Il kirchnerismo, lontano dall’essere il mondo dei sogni, ha segnato su questo piano un punto di svolta. La ricostituzione della sovranità nazionale, dissolta nell’epoca del “Washington Consensus” e delle relazioni carnali che Menem dichiarava di intrattenere con la Casa Bianca, si è concretizzata in processi di redistribuzione in favore delle classi meno abbienti. L’idea di bene pubblico e comune, e quella dello stato sociale come base per la convivenza democratica, è tornata a far parte del discorso pubblico e provvedimenti come l’assegnazione universale per figlio sono un passo concreto nella restituzione del diritto alla cittadinanza alle classi popolari. I risultati, lungi dall’essere irreversibili, sono stati solidi e incisivi, con una riduzione importante della povertà e marcati successi, ma non assoluti in particolare nel Nord, in termini di riduzione dell’indigenza e della scandalosa denutrizione. Il tutto ottenuto, ed è un limite, con una politica agraria rimasta nelle disponibilità dell’agroindustria esportatrice.
In politica estera l’Argentina ha rappresentato, con la potenza regionale Brasile, l’irruenza del Venezuela e il soft power cubano, la ripresa di un’idea di integrazione nella quale l’interesse geopolitico comune latinoamericano è emerso probabilmente in maniera strutturale e il concerto latinoamericano ha saputo risolvere quasi tutte le crisi interne nella regione, escludendo o marginalizzando gli USA, come testimonia l’epocale processo di pace colombiano in corso non a caso all’Avana. Su questo piano una presidenza Macri potrebbe fare molto danno, ma anche qui è improbabile la cancellazione di 15 anni nei quali Néstor Kirchner fu la testa pensante, anche oltre i grandi meriti di Lula e Chávez. La maniera con la quale l’Argentina è uscita dal default e a ricostituito la solvibilità delle finanze pubbliche, è stata inoltre un modello e una speranza per i paesi che avevano vissuto la seconda metà del XX secolo sotto il costante ricatto del debito e dell’FMI. La politica regionale e la collaborazione con Cina e Russia, queste ultime demonizzate da Macri, hanno permesso la riduzione del ruolo degli USA nel paese e nella Regione che, oltre la guerra fredda, era rimasto abnorme nel ventennio finale del secolo scorso. Se i futuri presidenti di un grande paese come l’Argentina potranno andare alla Casa Bianca o presso organismi internazionali come l’FMI a ristabilire relazioni meno succubi (ci si augura), lo dovranno al kirchnerismo.
A tutto ciò si aggiunga una politica sui diritti umani e per il ristabilimento di verità e giustizia per le violazioni della dittatura: un modello del quale l’Argentina può andare orgogliosa e sulla quale ho scritto parte di un libro e che ha permesso anche una svolta culturale in un paese che sembrava succube di un’impunità devastante. Sul piano dei diritti civili, il matrimonio egualitario (per citare solo un aspetto) testimonia un’opera costante di civilizzazione dei rapporti sociali, lotta al sessismo, attenzione alle questioni di genere, nella quale l’Argentina appare essere un modello per il mondo, un altro mondo per paesi infinitamente più arretrati come l’Italia. E’ stato una sorta di laboratorio al quale Jorge Bergoglio si è prima opposto per poi, una volta papa, stabilire delle relazioni rispettose. Meno bene, ma infinitamente meglio del disastro brasiliano si è fatto nel sistema educativo. A oggi in America latina sembra più facile investire in università e ricerca (il Conicet, il CNR argentino, ha accolto tanti italiani formati ed espulsi dal nostro sistema universitario) che rivoluzionare quello scolastico. Si è contrastata l’evasione scolastica, ma i figli delle periferie hanno tuttora bisogno di migliori scuole pubbliche (quelle che Menem semplicemente chiudeva). Sul piano politico i governi K., che dopo il default hanno a lungo vissuto in condizioni di semi-embargo, si sono scontrati con coraggio con monopoli come quelli dei media e dei settori agrari più poderosi, che tanto hanno segnato in negativo la storia del paese e della Regione. Ai primi si chiedeva democratizzazione, ai secondi una miglior contribuzione fiscale rispetto alle straordinarie rendite generate in particolare dalla grande bonanza del prezzo della soia, sulla quale l’agroindustria ha costruito enormi fortune. I risultati sono contrastanti sui media e si sono risolti in una sconfitta dura rispetto alle politiche di equità fiscale. La difficoltà della sfida sostenuta impone rispetto per il governo che ha riportato nei dizionari il verbo “nazionalizzare” e recuperato alla vita pubblica la petrolifera YPF, le poste, la compagnia aerea di bandiera, l’acqua potabile, tutti privatizzati durante il menemismo.
Fin qui arrivano gli aspetti positivi. Quelli negativi sono più complessi da trattare perfino in un contesto quale quello europeo che tende a non vedere i primi e sperare di liberarsi di governi visti con fastidio come “la sinistra giurassica” o con nostalgia come “la sinistra vera di una volta”. Come in Brasile, tutto il processo si è basato in una sostanziale lungo surplace con i grandi capitali con i quali il conflitto è sempre stato al massimo verbale. Questi non solo non hanno però perso nulla in questi anni, ma hanno continuato a guadagnare più di prima. Tale appeseament, forse inevitabile se si considera il modello politico-economico di partenza, si riflette nel punto chiave del consumo come valore sostitutivo alla cittadinanza, del quale dirò dopo. È un appeasement che va però declinato anche nello stallo della difesa dell’ambiente, che continua a essere sotto attacco di agroindustria e industria estrattiva, dove il governo è riuscito a fare ben poco. Come anche nell’Orinoco chavista o nell’Ecuador dell’iniziativa Yasuní, sembra che non ci sia alternativa al finanziare lo sviluppo sociale se non a spese dell’ambiente e dello sfruttamento intensivo delle risorse naturali. Non scrivo questo né per fondamentalismo ambientalista, o indigenismo fuori epoca o nostalgie arcaiche; l’America latina ha bisogno estremo di infrastrutture e di trovare un compromesso con la madre Terra per l’uso delle risorse naturali per il benessere dei viventi, ma non può lasciare che il territorio sia disponibile ai metodi usati durante tutto il XX secolo dal modello delle multinazionali, usurpazione del suolo, deportazione dei contadini, agrotossici come piovesse, miniere velenose a cielo aperto, violazioni sistematiche dei diritti sindacali e umani. Non è un caso che anche in Argentina i principali movimenti e conflitti sociali degli ultimi anni siano tutti generati intorno alla difesa dell’ambiente e alla difesa della terra. È come se, in assenza di un modello economico alternativo al capitalismo (e il socialismo non ha mai rappresentato una discontinuità su questo piano), la risposta alla distruzione del pianeta e della convivenza civile voluta dal modello neoliberale, imposto nelle camere di tortura delle dittature, e mantenuto con la narcolessi culturale delle tivù commerciali in democrazia, sia stato semplicemente un ritorno allo “sviluppismo” post-bellico ma in condizioni ben peggiori.
Non si cerca più di usare le rendite agrarie per finanziare il sol dell’avvenire di uno sviluppo industriale ormai utopico in un continente a medio reddito, ma solo per sostenere programmi sociali che riducano le ingiustizie e le disuguaglianze in assenza di un’alternativa sistemica che le superi definitivamente. La tentazione, il non detto, lo strumento di potere, è usare programmi sociali indispensabili, semplicemente giusti, per alimentare un consenso clientelare. Se l’alternativa delle destre non è più buttare il bambino con l’acqua sporca ma un uso solo clientelare degli stessi, l’alternativa della sinistra qual è?
PIÙ CONSUMATORI CHE CITTADINI
Ampliando il discorso e facendo del kirchnerismo un simbolo di un’epoca, esattamente il 5 novembre del 2005 il concerto latinoamericano sconfisse l’ALCA di George Bush, il Trattato di libero commercio delle Americhe, proprio qui a Mar del Plata. Questo era un progetto neocoloniale duro e puro anche se l’espressione stride a molti in Europa. Voleva utilizzare l’America latina come infinita maquiladora per permettere agli USA di vincere la competizione globale con la Cina. Quel giorno segnò forse il punto più alto della coscienza critica nel Continente e quindi dell’integrazione di questo. Vada come vada il 22 novembre, dei grandi leader di quel giorno il solo Evo Morales resta saldamente in sella. E resta in sella perché nel suo impegno l’aspetto del pensare un progetto integratore più ampio della società è predominante. Il welfare non basta, ma qual è l’alternativa? In qualche modo la Bolivia è tra i pochi a potersi permettere di non pensare se stessa solo come –per stare a Marcello Carmagnani- “altro Occidente”. Per quell’ibrido culturale che è l’America latina urbana, non vi è alternativa all’esserne vagone di coda a partire dal modello di sviluppo, consumi, desideri. Nessuno ha però il diritto di criticare un occidentale latinoamericano per il desiderare consumi garantiti ad altri occidentali. L’esigenza che nessuno governo –neanche Cuba- ha mai potuto eludere di sostenere la crescita economica, con la quale si pagano programmi sociali per loro natura di lungo periodo, comporta anche che gli accordi commerciali sbattuti fuori dalla porta con l’ALCA, tendano a rientrare dalla finestra. Come altrove e come Allende non fece in tempo a vedere, per la sinistra vi è inoltre il limite del riferirsi a classi popolari definitivamente oltre la fine della storia del lavoro di massa, i partiti e i sindacati. Quando Chávez evocò il fantasma del socialismo (un colpo d’ali nell’indicare la necessità di ribaltare il tavolo, più che uno strumento di propaganda, o una rottura sistemica col capitalismo) o la stessa evocazione continua del “nazionale e popolare” cristinista, si è palesato uno iato che è di comprensione dell’esistente, della sfuggevolezza dei soggetti politici ai quali si fa riferimento, della mera realizzabilità. Non è un caso che la forza dei movimenti di questi anni sia sempre stata nella puntualità dell’agenda, nella lotta contro quella singola miniera, mai nell’escatologia della costruzione di nuove società per soggettività popolari ormai sfuggenti.
Non sottovaluterei inoltre la mera questione della leadership, come testimonia il ripiegare su Scioli del kirchnerismo. Se la Storia degli ultimi due secoli è stata almeno in parte scritta dal basso in un processo non certo lineare di democratizzazione, i leader, in particolare all’interno di sistemi democratici e repubbliche parlamentari, non vengono portati dalla cicogna ogni quattro anni. La morte precocissima di Néstor Kirchner e Hugo Chávez, la sostituzione di un patrimonio di popolarità come Lula, l’epifania della cometa di Pepe Mujíca o, in un contesto diverso di Fidel Castro e perfino di un personaggio discutibile come Daniel Ortega, l’impedimento golpista a un López Obrador di governare il Messico, sono colpi non facilmente ovviabili per l’intero movimento popolare e sociale latinoamericano.
L’incontro col Secolo di una teologia politica liberatrice, parte del discorso politico di una sinistra tradizionale, popolare e nazionalista nella declinazione latinoamericana del termine, ossia quella che ha governato negli ultimi anni, si incontra oggi di fronte alla pervicacità del modello, alla persistenza dell’attribuzione di valore da parte di questo e alla fine programmatica degli obbiettivi che si era data all’interno del sistema democratico. La difesa di quest’ultimo ha sempre rappresentato una priorità di fronte a rumori di sciabole e golpe economici. Accettato di competere all’interno di un modello liberal-democratico (non vi era alcuna alternativa), adesso si fanno i conti con l’alternanza, anche se quest’ultima vuol dire disfare una tela di Penelope così faticosamente tessuta. Non è solo il Venezuela a subire da 17 anni una guerra di logoramento non sempre fredda. Non c’è un grande vecchio, non ci sono gli USA cattivi da demonizzare in un hashtag #handoffqualcosa, ma un contesto di interessi tradizionali e modernissimi che confliggono con un campo popolare culturalmente non dominante, ma anzi tuttora subalterno. Strutturalmente subalterno, forse. Perciò all’interno di una modernità e di un modello economico che non è mai stato un’alternativa sistemica al capitalismo, si sono sempre cercate crescenti e di per sé titaniche guerre di logoramento, punti di scontro, modelli di cooptazione nei quali probabilmente le regole del gioco le ha sempre dettate il nemico.
Di tutto ciò la persistenza della corruzione è il sintomo più simbolico e stigmatizzato, anche se è una balla colossale della guerra mediatica contro i governi integrazionisti sostenere che la corruzione possa essere aumentata rispetto alla fine del secolo scorso. È però una ferita aperta il perché questa riesca a cooptare anche forze apparentemente fresche, di militanza che appare sana e una volta entrata in giri di sottogoverno si uniformi quasi sistematicamente. È dai tempi della “piñata nicaraguense”, quando i leader sandinisti lasciarono il potere, spartendosi beni pubblici per veri o presunti meriti rivoluzionari, che anche in America latina la questione morale, non è più prerogativa di una parte politica, la sinistra, ma al massimo di singoli. I modelli di cooptazione per famiglie politiche, in un sistema sociale che resta basato sulla produzione di ricchezza, sul possesso di questa e sull’ostentazione del consumo, e nella quale i segni di potere e riconoscibilità sociale non si discostano da quelli degli avversari politici, non possono che produrre corruzione. È ingenuo pensare che quello che è stigmatizzato nei partiti socialdemocratici europei non debba trovare corrispondenza negli omologhi latinoamericani, nel carrierismo fine a se stesso e nella corruzione. Ma qui c’è il divorzio o, forse una nuova forma di unione civile tra classe politica e governati. È ingenuo pensare che, soprattutto nelle nostre megalopoli sofferenti, nei ranchitos di Caracas, nelle villa miseria del Gran Buenos Aires, nelle favelas di Río, quella che nel XXI secolo è la principale aspettativa delle masse popolari, forse salute ma non democrazia, non educazione, non cultura, ma consumi subito, qui e ora, possa trovare dirigenti politici talmente lungimiranti da contrastare la volontà dei loro stessi elettori e delle reti di potere che li hanno selezionati. Oltretutto privandosi delle parafernalia riconosciute del potere, quello del benessere materiale. Pepe Mujica il pauperista, era il cappellaio matto, non la nuova politica. Lula non ha dato salute ed educazione e forse neanche pane, ma ha dato il companatico; accesso ai consumi come succedaneo della cittadinanza testimoniato ovunque dalla crescita della classe media che agisce, pensa e desidera in quanto tale. E meno male, per certi versi. A partire dal Brasile è successo in tutto il Continente. Dopo decenni di critica del PIL come parametro unico della felicità e della ricchezza delle nazioni, l’esigenza di non scontrarsi con una controparte che, ricordando Pietro Nenni, non è mai uscita dalla stanza dei bottoni, ha portato a misurare la felicità in termini di crescita dei consumi interni: i grandi interessi economici hanno continuato ad arricchirsi, le classi popolari, disinteressatesi all’assalto al cielo, hanno smobilitato contentandosi dello strapuntino offerto in una società dei consumi dalle quali erano fino a ieri state escluse. Non è poco, e nessuno ha diritto di biasimarle, e forse il progresso non è leggere tutti insieme Dostoevskij (come pensavano nel Cile popolare). Forse il progresso è possedere tutti un iPhone, ma è triste pensare che dopo i migliori anni della vita del Continente, l’America latina non riesca più a volare.