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lunedì 23 novembre 2015

Argentina, la restaurazione neoliberale di Mauricio Macri. La fine del mondo?

dal Blog di Gennaro Carotenuto


C’è un elemento nel voto presidenziale argentino, che porta alla Casa Rosada il neoliberale duro e puro Mauricio Macri, sul quale non bisogna smettere di porre l’accento. Dodici anni di governo di centro-sinistra, a 32 anni dalla caduta dell’ultima dittatura, si sono conclusi con un voto di ballottaggio tirato (51/49) e con una transizione come nelle regole di una democrazia solida. Dopo un lungo ciclo progressista, ora è il turno della destra. Sta a quest’ultima, non certo alla sinistra, dimostrarsi matura per a) non vivere il ritorno al potere come mera rappresaglia, riprivatizzazione, smantellamento del welfare, retrocedendo anche in quelli che dovrebbero essere terreni condivisi come i diritti civili, quelli umani, l’integrazione latinoamericana. b) mantenere le condizioni di agibilità democratica per riconsegnare il potere all’opposizione quando sarà il popolo a decidere, come sta facendo, in pace e democrazia, la sinistra.
Sul punto a) Macri guarda a Washington più che a Brasilia, e ai capitali finanziari invece che al Mercosur, e afferma che con lui “finisce il clientelismo dei diritti umani” e il quotidiano La Nación che già oggi chiede la fine dei processi per violazioni dei diritti umani. Sul punto b) i suoi migliori amici e riferimenti culturali sono la destra pinochetista cilena non rinnovata di Joaquín Lavín, l’ex inquilino della Moncloa José María Aznar, sponsor del golpe del 2002 a Caracas, e Álvaro Uribe, che minaccia di tornare di concerto con un inquilino repubblicano alla Casa Bianca per far fallire il processo di pace in Colombia. Sarà quindi bene vigilare che questa destra, che ha dimostrato nelle sindacature Macri a Buenos Aires di usare sfacciatamente la repressione violenta della protesta sociale, sia capace di non smantellare anche il sistema democratico come farà con lo stato sociale. Torneranno infatti le politiche monetariste, dettate dall’FMI, analoghe a quelle imposte dalla dittatura e indurite dal menemismo, che resero quella sterminata pianura fertile che è l’Argentina, dove ancora nel 1972 vigeva la piena occupazione, una terra desolata di indigenza e denutrizione per i più e un paradiso per pochi, la cosiddetta farandula, che non ha mai smesso di controllare i media e ora pronta a tornare al potere.
Il kirchnerismo ha molti meriti storici. Ha tirato fuori il paese da una crisi esiziale, recuperato il ruolo dello Stato, stabilito una politica dei diritti umani modello, e avanzato nei diritti civili come in Italia possiamo solo sognare, rilanciato un welfare indispensabile e ridisegnato il futuro del paese (Qui su Néstor, qui a dieci anni dal default, qui il bilancio dopo il primo turno, col facile vaticinio sulla debolezza di Scioli, molto altro sul sito). Ancora tre giorni fa il premio Nobel per l’Economia Joseph Stiglitz ricordava che: “L’Argentina ha molto da insegnare al mondo ed è uno dei pochi casi di successo nella riduzione di povertà e disuguaglianza dopo la crisi”. Sono proprio quelle perfettibili politiche di integrazione che Macri vuole smantellare da domani, rappresentandole -è la visione del gorillismo tradizionale della classe media- come intollerabili sussidi clientelari, che alimentano il parassitismo popolare, ma che hanno permesso per esempio all’Argentina di essere uno dei pochi casi di successo di lotta all’abbandono scolastico del sottoproletariato urbano. Tutto passa, todo cambia, sono stati anche anni di errori, debolezze, inefficienze, corruttele, ipocrisie, sconfitte chiare, come quella ambientale e quella sulla riforma fiscale, ciclicità economiche (l’Argentina è stata una tigre, ora non lo è più), il bombardamento d’odio e menzogne durato 12 anni da parte del mainstream come e peggio che per gli altri governi di centro-sinistra, che non ha scalfito il rispetto che merita Cristina Fernández, che esce dalla casa Rosada con un consenso e un indice di approvazione maggiore di quello dei due rivali di ieri.
Non va sottovalutata la questione leader in un Continente caratterizzato dal sistema presidenziale. Quando devi gestire l’esistente, in genere da destra, cambiare un presidente è poca cosa. Se il presidente finisce per incarnare un processo storico popolare (penso a Evo Morales) allora la caducità biologica e politica è uno scacco e un vantaggio enorme per la controparte. La precoce uscita di scena di Néstor e Hugo Chávez, ma anche di Lula e Cristina, sono colpi che, anche un movimento popolare forte, non può parare con uno Scioli e forse neanche con dirigenti consolidati, forti di un’investitura come Rousseff o Maduro. Altri leader popolari verranno, tra le migliaia di quadri che si stanno formando non tutti accecati dal carrierismo, forse sono un male necessario.
Quella argentina è dunque una prima breccia che si apre (faccia eccezione l’effimero Fernando Lugo in Paraguay e Mel Zelaya in Honduras, entrambi rovesciati da golpe più o meno tradizionali) nello straordinario processo vissuto in particolare dall’America latina atlantica nel corso degli ultimi tre lustri, e che faceva seguito al fallimento, etico prima ancora che economico, del neoliberismo realizzato e che ha riportato al dibattito pubblico le ragioni dell’uguaglianza e della giustizia sociale oltre al rafforzamento di un progetto d’integrazione regionale difficilmente cancellabile qual che sia la volontà dei nuovi governanti. Almeno sul lungo periodo, è necessario non sopravvalutare il valore della sconfitta elettorale come era necessario essere prudenti sull’esistenza di un’egemonia progressista. Di cambi di campo ne verranno altri, è difficile dubitarne, ma sarebbe un errore di valutazione parlare di mero ritorno al passato.
Il neoliberismo fu imposto al continente negli anni Ottanta in assenza di un campo popolare sbaragliato dalle dittature, nella fine del socialismo reale e nel dogmatismo di un “pensiero unico” allora senza alternativa. Quel 49% che ha votato obtorto collo per Daniel Scioli, spesso solo per paura di Macri, e quelle enormi minoranze che domani potrebbero esserci in altri paesi, sono una sinistra nuovamente strutturata intorno a una visione di futuro spesso più avanzata di quella degli stessi governi integrazionisti. Questi, nel corso degli anni, hanno spesso dovuto venire a patti con un modello di sviluppo che resta malato, in particolare rispetto all’agroindustria, al settore minerario, alle schiavitù da monocultura, retaggio coloniale e dell’aver perso il treno dello sviluppo industriale e a tutto quello che, creando profitti, ha permesso di sostenere gli enormi investimenti in welfare di questi anni.
I movimenti sociali, quelli che all’inizio del secolo hanno scritto la storia del Continente, partendo dai bisogni reali delle masse popolari (contadine, indigene, il sottoproletariato urbano) e sono stati protagonisti insieme ai governi del rifiuto dell’ALCA che Bush voleva imporre, hanno spesso vissuto con difficoltà la sindrome del governo amico, apprezzato, criticato, capace di cooptare non sempre in maniera limpida, ma col quale stabilire un dialogo tale da espungere la violenza politica e di piazza da una parte e dall’altra. Adesso inizia una nuova storia, si può tornare a riflettere sulle insipienze dei governi progressisti (per esempio sulla sinonimia consumatori/cittadini e sulla necessità di ripensare il rapporto sviluppo/ambiente) ma quell’energia creativa può tornare a liberarsi scevra da tatticismi. L’Argentina, l’America latina, deve preoccuparsi e mobilitarsi contro il ritorno di politiche neoliberali già provatamente fallimentari, contro l’erosione di diritti e contro l’estensione del triste destino di narcostati che tocca a parti fondamentali del corpo della Patria grande, come il Messico. Con Mauricio Macri il “pensiero unico” torna al potere, ma in quanto tale è morto e sepolto.

lunedì 26 ottobre 2015

La fine del kirchnerismo e del ciclo progressista in America latina?

dal blog di Gennaro Carotenuto


È tempo di provare un’analisi che vada oltre il mero risultato del primo turno presidenziale argentino ma che da questo parta. È finito, anche se vincesse Daniel Scioli, il ciclo kirchnerista che ha ricostruito il paese dopo il default del 2001, e da tempo, in particolare con le difficoltà brasiliane e venezuelane degli eredi di Lula e Chávez, sembra giunto alla fine il ciclo storico progressista e integrazionista dell’America latina post-neoliberale. Partiamo brevemente dall’oggi, dalla foto di famiglia con il borghese Scioli in cravatta e il suo candidato proletario alla vicepresidenza Zannini, per allargare il discorso.
Dunque per la prima volta nella storia argentina ci sarà un ballottaggio. Questo partirà da un pareggio tecnico tra il candidato appoggiato dalla maggioranza, Daniel Scioli e quello della destra neoliberale Mauricio Macri (accentato sulla ‘a’, non sulla ‘i’, Màcri). I sondaggi, ai quali per una volta sarebbe ingiusto dare tutte le colpe, erano tutti appiattiti sul voto nelle primarie obbligatorie di agosto, quando il 38% degli elettori scelse di partecipare a quelle del Frente para la Victoria, che aveva il solo Scioli come candidato, e il 31% appoggiò la coalizione di destra. In due mesi, non rilevati dalla demoscopia, una scienza sempre meno esatta, se mai lo è stata, il FpV non ha guadagnato quel paio di punti che avrebbero permesso la vittoria al primo turno e Macri ha sfondato quel bacino del 30% nel quale le destre erano relegate anche quando governavano col menemismo (voti peronisti per il neoliberismo). Non è interessante qui vaticinare cosa accadrà tra quattro settimane, e quanto eventualmente sarà profonda una restaurazione neoliberale. L’impeto -un fattore importante in questi casi- però sembra spostato tutto su Macri. Il centrista Scioli, nelle analisi pro-K a lui favorevoli nella notte, ha visto ricomparire magicamente aggettivazioni come “grigio” e “scialbo”, dalle quali era per un po’ stato graziato. In questo la scelta di un candidato esterno al mondo della sinistra da parte di Cristina Fernández potrebbe passare alla storia non tanto come un errore o frutto della mancanza di alternative interne, ma come provvidenziale per eludere un confronto interno al quale potrebbe non necessariamente esserci risposta plausibile. Così Scioli, il liberale, il ricco, il grigio, l’ex-menemista, potrebbe rivelarsi il perfetto capro espiatorio per evitare che la sinistra tragga lezione non solo da tutto il positivo realizzato in dodici anni di kirchnerismo, ma anche dai limiti e dagli errori di un progetto politico che, non solo in Argentina, sembra essere giunto alla fine di un ciclo vitale.
Provando ad abbozzare un bilancio storico complessivo del kirchnerismo è sicuro che Cristina Fernández de Kirchner lascerà la Casa Rosada in dicembre avendo compiuto l’obbiettivo del consolidamento del sistema democratico in Argentina. Tale postulato non vuol dire semplicemente che nell’Argentina del XXI secolo si vota invece di tramare golpe civico-militari ma anche che, al contrario di quanto accaduto nell’epoca neoliberale che succedette alle dittature, la democrazia non può pensare di escludere tout-court le masse popolari. Non è affatto poco e anche con una eventuale presidenza Macri il menemismo duro e puro, la semplice dissoluzione dello Stato, non tornerà. Questo è il secondo punto straordinariamente rilevante.
Tutta la storia politica argentina dal 1955 al 2003, tanto attraverso governi civico-militari che civili, ha visto la continua riduzione, quasi sempre con le cattive, del ruolo dello Stato. Nonostante gli slogan dei cantori del modello neoliberale, a più debolezza dello Stato non solo è corrisposta più povertà e diseguaglianza ma anche più corruzione, dissesto, violenza, poteri criminali, ingestibilità dei conflitti sociali se non con la repressione, indifferenza per l’ambiente. Il kirchnerismo, lontano dall’essere il mondo dei sogni, ha segnato su questo piano un punto di svolta. La ricostituzione della sovranità nazionale, dissolta nell’epoca del “Washington Consensus” e delle relazioni carnali che Menem dichiarava di intrattenere con la Casa Bianca, si è concretizzata in processi di redistribuzione in favore delle classi meno abbienti. L’idea di bene pubblico e comune, e quella dello stato sociale come base per la convivenza democratica, è tornata a far parte del discorso pubblico e provvedimenti come l’assegnazione universale per figlio sono un passo concreto nella restituzione del diritto alla cittadinanza alle classi popolari. I risultati, lungi dall’essere irreversibili, sono stati solidi e incisivi, con una riduzione importante della povertà e marcati successi, ma non assoluti in particolare nel Nord, in termini di riduzione dell’indigenza e della scandalosa denutrizione. Il tutto ottenuto, ed è un limite, con una politica agraria rimasta nelle disponibilità dell’agroindustria esportatrice.
In politica estera l’Argentina ha rappresentato, con la potenza regionale Brasile, l’irruenza del Venezuela e il soft power cubano, la ripresa di un’idea di integrazione nella quale l’interesse geopolitico comune latinoamericano è emerso probabilmente in maniera strutturale e il concerto latinoamericano ha saputo risolvere quasi tutte le crisi interne nella regione, escludendo o marginalizzando gli USA, come testimonia l’epocale processo di pace colombiano in corso non a caso all’Avana. Su questo piano una presidenza Macri potrebbe fare molto danno, ma anche qui è improbabile la cancellazione di 15 anni nei quali Néstor Kirchner fu la testa pensante, anche oltre i grandi meriti di Lula e Chávez. La maniera con la quale l’Argentina è uscita dal default e a ricostituito la solvibilità delle finanze pubbliche, è stata inoltre un modello e una speranza per i paesi che avevano vissuto la seconda metà del XX secolo sotto il costante ricatto del debito e dell’FMI. La politica regionale e la collaborazione con Cina e Russia, queste ultime demonizzate da Macri, hanno permesso la riduzione del ruolo degli USA nel paese e nella Regione che, oltre la guerra fredda, era rimasto abnorme nel ventennio finale del secolo scorso. Se i futuri presidenti di un grande paese come l’Argentina potranno andare alla Casa Bianca o presso organismi internazionali come l’FMI a ristabilire relazioni meno succubi (ci si augura), lo dovranno al kirchnerismo.
A tutto ciò si aggiunga una politica sui diritti umani e per il ristabilimento di verità e giustizia per le violazioni della dittatura: un modello del quale l’Argentina può andare orgogliosa e sulla quale ho scritto parte di un libro e che ha permesso anche una svolta culturale in un paese che sembrava succube di un’impunità devastante. Sul piano dei diritti civili, il matrimonio egualitario (per citare solo un aspetto) testimonia un’opera costante di civilizzazione dei rapporti sociali, lotta al sessismo, attenzione alle questioni di genere, nella quale l’Argentina appare essere un modello per il mondo, un altro mondo per paesi infinitamente più arretrati come l’Italia. E’ stato una sorta di laboratorio al quale Jorge Bergoglio si è prima opposto per poi, una volta papa, stabilire delle relazioni rispettose. Meno bene, ma infinitamente meglio del disastro brasiliano si è fatto nel sistema educativo. A oggi in America latina sembra più facile investire in università e ricerca (il Conicet, il CNR argentino, ha accolto tanti italiani formati ed espulsi dal nostro sistema universitario) che rivoluzionare quello scolastico. Si è contrastata l’evasione scolastica, ma i figli delle periferie hanno tuttora bisogno di migliori scuole pubbliche (quelle che Menem semplicemente chiudeva). Sul piano politico i governi K., che dopo il default hanno a lungo vissuto in condizioni di semi-embargo, si sono scontrati con coraggio con monopoli come quelli dei media e dei settori agrari più poderosi, che tanto hanno segnato in negativo la storia del paese e della Regione. Ai primi si chiedeva democratizzazione, ai secondi una miglior contribuzione fiscale rispetto alle straordinarie rendite generate in particolare dalla grande bonanza del prezzo della soia, sulla quale l’agroindustria ha costruito enormi fortune. I risultati sono contrastanti sui media e si sono risolti in una sconfitta dura rispetto alle politiche di equità fiscale. La difficoltà della sfida sostenuta impone rispetto per il governo che ha riportato nei dizionari il verbo “nazionalizzare” e recuperato alla vita pubblica la petrolifera YPF, le poste, la compagnia aerea di bandiera, l’acqua potabile, tutti privatizzati durante il menemismo.
Fin qui arrivano gli aspetti positivi. Quelli negativi sono più complessi da trattare perfino in un contesto quale quello europeo che tende a non vedere i primi e sperare di liberarsi di governi visti con fastidio come “la sinistra giurassica” o con nostalgia come “la sinistra vera di una volta”. Come in Brasile, tutto il processo si è basato in una sostanziale lungo surplace con i grandi capitali con i quali il conflitto è sempre stato al massimo verbale. Questi non solo non hanno però perso nulla in questi anni, ma hanno continuato a guadagnare più di prima. Tale appeseament, forse inevitabile se si considera il modello politico-economico di partenza, si riflette nel punto chiave del consumo come valore sostitutivo alla cittadinanza, del quale dirò dopo. È un appeasement che va però declinato anche nello stallo della difesa dell’ambiente, che continua a essere sotto attacco di agroindustria e industria estrattiva, dove il governo è riuscito a fare ben poco. Come anche nell’Orinoco chavista o nell’Ecuador dell’iniziativa Yasuní, sembra che non ci sia alternativa al finanziare lo sviluppo sociale se non a spese dell’ambiente e dello sfruttamento intensivo delle risorse naturali. Non scrivo questo né per fondamentalismo ambientalista, o indigenismo fuori epoca o nostalgie arcaiche; l’America latina ha bisogno estremo di infrastrutture e di trovare un compromesso con la madre Terra per l’uso delle risorse naturali per il benessere dei viventi, ma non può lasciare che il territorio sia disponibile ai metodi usati durante tutto il XX secolo dal modello delle multinazionali, usurpazione del suolo, deportazione dei contadini, agrotossici come piovesse, miniere velenose a cielo aperto, violazioni sistematiche dei diritti sindacali e umani. Non è un caso che anche in Argentina i principali movimenti e conflitti sociali degli ultimi anni siano tutti generati intorno alla difesa dell’ambiente e alla difesa della terra. È come se, in assenza di un modello economico alternativo al capitalismo (e il socialismo non ha mai rappresentato una discontinuità su questo piano), la risposta alla distruzione del pianeta e della convivenza civile voluta dal modello neoliberale, imposto nelle camere di tortura delle dittature, e mantenuto con la narcolessi culturale delle tivù commerciali in democrazia, sia stato semplicemente un ritorno allo “sviluppismo” post-bellico ma in condizioni ben peggiori.
Non si cerca più di usare le rendite agrarie per finanziare il sol dell’avvenire di uno sviluppo industriale ormai utopico in un continente a medio reddito, ma solo per sostenere programmi sociali che riducano le ingiustizie e le disuguaglianze in assenza di un’alternativa sistemica che le superi definitivamente. La tentazione, il non detto, lo strumento di potere, è usare programmi sociali indispensabili, semplicemente giusti, per alimentare un consenso clientelare. Se l’alternativa delle destre non è più buttare il bambino con l’acqua sporca ma un uso solo clientelare degli stessi, l’alternativa della sinistra qual è?
PIÙ CONSUMATORI CHE CITTADINI
Ampliando il discorso e facendo del kirchnerismo un simbolo di un’epoca, esattamente il 5 novembre del 2005 il concerto latinoamericano sconfisse l’ALCA di George Bush, il Trattato di libero commercio delle Americhe, proprio qui a Mar del Plata. Questo era un progetto neocoloniale duro e puro anche se l’espressione stride a molti in Europa. Voleva utilizzare l’America latina come infinita maquiladora per permettere agli USA di vincere la competizione globale con la Cina. Quel giorno segnò forse il punto più alto della coscienza critica nel Continente e quindi dell’integrazione di questo. Vada come vada il 22 novembre, dei grandi leader di quel giorno il solo Evo Morales resta saldamente in sella. E resta in sella perché nel suo impegno l’aspetto del pensare un progetto integratore più ampio della società è predominante. Il welfare non basta, ma qual è l’alternativa? In qualche modo la Bolivia è tra i pochi a potersi permettere di non pensare se stessa solo come –per stare a Marcello Carmagnani- “altro Occidente”. Per quell’ibrido culturale che è l’America latina urbana, non vi è alternativa all’esserne vagone di coda a partire dal modello di sviluppo, consumi, desideri. Nessuno ha però il diritto di criticare un occidentale latinoamericano per il desiderare consumi garantiti ad altri occidentali. L’esigenza che nessuno governo –neanche Cuba- ha mai potuto eludere di sostenere la crescita economica, con la quale si pagano programmi sociali per loro natura di lungo periodo, comporta anche che gli accordi commerciali sbattuti fuori dalla porta con l’ALCA, tendano a rientrare dalla finestra. Come altrove e come Allende non fece in tempo a vedere, per la sinistra vi è inoltre il limite del riferirsi a classi popolari definitivamente oltre la fine della storia del lavoro di massa, i partiti e i sindacati. Quando Chávez evocò il fantasma del socialismo (un colpo d’ali nell’indicare la necessità di ribaltare il tavolo, più che uno strumento di propaganda, o una rottura sistemica col capitalismo) o la stessa evocazione continua del “nazionale e popolare” cristinista, si è palesato uno iato che è di comprensione dell’esistente, della sfuggevolezza dei soggetti politici ai quali si fa riferimento, della mera realizzabilità. Non è un caso che la forza dei movimenti di questi anni sia sempre stata nella puntualità dell’agenda, nella lotta contro quella singola miniera, mai nell’escatologia della costruzione di nuove società per soggettività popolari ormai sfuggenti.
Non sottovaluterei inoltre la mera questione della leadership, come testimonia il ripiegare su Scioli del kirchnerismo. Se la Storia degli ultimi due secoli è stata almeno in parte scritta dal basso in un processo non certo lineare di democratizzazione, i leader, in particolare all’interno di sistemi democratici e repubbliche parlamentari, non vengono portati dalla cicogna ogni quattro anni. La morte precocissima di Néstor Kirchner e Hugo Chávez, la sostituzione di un patrimonio di popolarità come Lula, l’epifania della cometa di Pepe Mujíca o, in un contesto diverso di Fidel Castro e perfino di un personaggio discutibile come Daniel Ortega, l’impedimento golpista a un López Obrador di governare il Messico, sono colpi non facilmente ovviabili per l’intero movimento popolare e sociale latinoamericano.
L’incontro col Secolo di una teologia politica liberatrice, parte del discorso politico di una sinistra tradizionale, popolare e nazionalista nella declinazione latinoamericana del termine, ossia quella che ha governato negli ultimi anni, si incontra oggi di fronte alla pervicacità del modello, alla persistenza dell’attribuzione di valore da parte di questo e alla fine programmatica degli obbiettivi che si era data all’interno del sistema democratico. La difesa di quest’ultimo ha sempre rappresentato una priorità di fronte a rumori di sciabole e golpe economici. Accettato di competere all’interno di un modello liberal-democratico (non vi era alcuna alternativa), adesso si fanno i conti con l’alternanza, anche se quest’ultima vuol dire disfare una tela di Penelope così faticosamente tessuta. Non è solo il Venezuela a subire da 17 anni una guerra di logoramento non sempre fredda. Non c’è un grande vecchio, non ci sono gli USA cattivi da demonizzare in un hashtag #handoffqualcosa, ma un contesto di interessi tradizionali e modernissimi che confliggono con un campo popolare culturalmente non dominante, ma anzi tuttora subalterno. Strutturalmente subalterno, forse. Perciò all’interno di una modernità e di un modello economico che non è mai stato un’alternativa sistemica al capitalismo, si sono sempre cercate crescenti e di per sé titaniche guerre di logoramento, punti di scontro, modelli di cooptazione nei quali probabilmente le regole del gioco le ha sempre dettate il nemico.
Di tutto ciò la persistenza della corruzione è il sintomo più simbolico e stigmatizzato, anche se è una balla colossale della guerra mediatica contro i governi integrazionisti sostenere che la corruzione possa essere aumentata rispetto alla fine del secolo scorso. È però una ferita aperta il perché questa riesca a cooptare anche forze apparentemente fresche, di militanza che appare sana e una volta entrata in giri di sottogoverno si uniformi quasi sistematicamente. È dai tempi della “piñata nicaraguense”, quando i leader sandinisti lasciarono il potere, spartendosi beni pubblici per veri o presunti meriti rivoluzionari, che anche in America latina la questione morale, non è più prerogativa di una parte politica, la sinistra, ma al massimo di singoli. I modelli di cooptazione per famiglie politiche, in un sistema sociale che resta basato sulla produzione di ricchezza, sul possesso di questa e sull’ostentazione del consumo, e nella quale i segni di potere e riconoscibilità sociale non si discostano da quelli degli avversari politici, non possono che produrre corruzione. È ingenuo pensare che quello che è stigmatizzato nei partiti socialdemocratici europei non debba trovare corrispondenza negli omologhi latinoamericani, nel carrierismo fine a se stesso e nella corruzione. Ma qui c’è il divorzio o, forse una nuova forma di unione civile tra classe politica e governati. È ingenuo pensare che, soprattutto nelle nostre megalopoli sofferenti, nei ranchitos di Caracas, nelle villa miseria del Gran Buenos Aires, nelle favelas di Río, quella che nel XXI secolo è la principale aspettativa delle masse popolari, forse salute ma non democrazia, non educazione, non cultura, ma consumi subito, qui e ora, possa trovare dirigenti politici talmente lungimiranti da contrastare la volontà dei loro stessi elettori e delle reti di potere che li hanno selezionati. Oltretutto privandosi delle parafernalia riconosciute del potere, quello del benessere materiale. Pepe Mujica il pauperista, era il cappellaio matto, non la nuova politica. Lula non ha dato salute ed educazione e forse neanche pane, ma ha dato il companatico; accesso ai consumi come succedaneo della cittadinanza testimoniato ovunque dalla crescita della classe media che agisce, pensa e desidera in quanto tale. E meno male, per certi versi. A partire dal Brasile è successo in tutto il Continente. Dopo decenni di critica del PIL come parametro unico della felicità e della ricchezza delle nazioni, l’esigenza di non scontrarsi con una controparte che, ricordando Pietro Nenni, non è mai uscita dalla stanza dei bottoni, ha portato a misurare la felicità in termini di crescita dei consumi interni: i grandi interessi economici hanno continuato ad arricchirsi, le classi popolari, disinteressatesi all’assalto al cielo, hanno smobilitato contentandosi dello strapuntino offerto in una società dei consumi dalle quali erano fino a ieri state escluse. Non è poco, e nessuno ha diritto di biasimarle, e forse il progresso non è leggere tutti insieme Dostoevskij (come pensavano nel Cile popolare). Forse il progresso è possedere tutti un iPhone, ma è triste pensare che dopo i migliori anni della vita del Continente, l’America latina non riesca più a volare.

giovedì 31 luglio 2014

Lo strano default dell’Argentina

da gennarocarotenuto.it
 

Dopo il default, quello vero, quello del 2001 provocato dal fallimento strutturale del modello neoliberale, l’Argentina di Néstor Kirchner e poi di Cristina Fernández, aveva raggiunto accordi col 92.4% dei creditori per la ristrutturazione del debito. Restavano un manipolo dei più avvoltoi dei fondi speculativi, quelli che dagli anni ’80 reaganiani in qua si arricchiscono sulla fame dei popoli spostando capitali da un angolo all’altro del mondo e mandando in rovina l’economia reale con un click.
A quelli, ai fondi speculativi che detengono il 7.6% del debito argentino, la corte suprema di un paese terzo, gli Stati Uniti, aveva dato ragione, obbligando il paese a pagare non le condizioni pattuite col 92.4% restante dei creditori, ma fino all’ultimo dollaro. In buona sostanza quel tribunale ha affermato che, nonostante quel debito fosse palesemente usuraio, contratto da un governo corrotto e violatore dei diritti fondamentali della popolazione, costruito per portare un paese alla rovina e spolparlo fino alle ossa e nonostante 9 creditori su 10 avessero accettato l’idea di aver già speculato abbastanza sull’Argentina, considerando infine equo quanto proposto dal legittimo governo di Buenos Aires, questa dovesse comunque pagare quel debito ingiusto pena un capestro che vorrebbe far ripiombare nel caos un paese di 40 milioni di abitanti.
L’Argentina, pur restando in una situazione complessa sulla quale s’è più volte scritto, in questo decennio ha rialzato la testa in tanti modi, innanzitutto tornando ad essere un paese più giusto, con lo Stato che ha ripreso il suo posto, con una politica dei diritti umani modello per tutto il mondo e tornando ad essere un attore dell’economia internazionale. Lo ha fatto dopo che i 13 anni del cambio uno a uno col dollaro, preteso dall’FMI e accettato supinamente dai governi fondomonetaristi e costato la morte per fame di migliaia di bambini, l’avevano di fatto esclusa dall’economia reale, quella produttiva, nella quale un paese avanzato come l’Argentina produce di suo ed esporta sui mercati.
È in questo contesto che matura questo strano default che è una continuazione della guerra economica per strangolare il paese e seguitare a speculare. Di questa guerra sono complici le istituzioni finanziarie internazionali, le compagnie di rating, i fondi speculativi. L’Argentina in questi anni ha compiuto alla lettera i propri impegni di pagamento. Ancora lunedì, tre giorni fa, ha versato al Club di Parigi ben 650 milioni di dollari. Ora quello che c’è in ballo con questa sentenza non è tanto sedare gli appetiti degli avvoltoi ma rimettere in discussione oltre 500 miliardi di dollari che i vecchi creditori potrebbero pretendere con ricorsi a cascata una volta riaperta la porta. L’obbiettivo è sempre quello: porre fine all’anomalia latinoamericana, di governi che nell’ultimo decennio si sono allontanati dall’ortodossia monetarista e riprendere possesso da padroni di quello che dalle dittature genocide alla notte neoliberale hanno considerato loro.
L’Argentina però non solo ha agito in queste settimane con serietà e coerenza per ottenere condizioni giuste e legali e depositando al Banco Mellon di New York la somma dovuta come garanzia. L’Argentina, che era completamente isolata nel 2001, oggi non è sola. Ha la solidarietà di tutta l’America latina integrazionista, dal Brasile al Venezuela, ma anche di paesi come il Messico e la Francia, oltre che di grandi paesi come la Cina e istituzioni come il G77 e perfino della Unctad. Il mondo è cambiato non solo in peggio in questi tredici anni, gli avvoltoi che volano sul cielo di Buenos Aires vogliono riportarlo agli anni ’90.

giovedì 14 marzo 2013

Il Papa argentino. Francesco I, il conservatore nei torbidi della dittatura

 di Gennaro Carotenuto da Giornalismo Partecipativo



Jorge Bergoglio, Papa Francesco I, è quello che in Argentina si definisce un “conservatore popolare”, un esponente tipico –e dichiarato- della destra peronista. Sinceramente attento alla povertà, umile a sua volta, ha già rinnovato con successo la chiesa argentina senza modificarne il segno politico conservatore. È l’erede materiale e spirituale di Karol Wojtyla e, per i cardinali che lo hanno eletto in conclave, deve essere apparso una scelta perfetta su più d’uno dei fronti aperti per la chiesa cattolica.
Infatti può essere davvero l’uomo in grado di metter fine ai veleni curiali che secondo lo Spiegel hanno portato al “fallimento” Benedetto XVI. È quello che i giornali stanno indicando come esponente del partito della trasparenza. Lo ha fatto, e bene, in alcuni contesti. Allo stesso tempo rilancia il cattolicesimo in un continente letteralmente assalito dalle chiese protestanti conservatrici. La percezione europea di una chiesa cattolica egemone in America latina è gravemente viziata dalla mancanza di notizie su di un fenomeno che sfiora il 50% dei fedeli in alcuni paesi e figlio della guerra senza quartiere alla teologia della liberazione che ha portato i poveri a cercare una spiegazione altra in un dio meno lontano. Inoltre Bergoglio può rappresentare allo stesso tempo un’alternativa conservatrice ai governi progressisti e integrazionisti latinoamericani dei quali in molti si aspettano che possa diventare un leader alternativo continentale. Per qualcuno –chi scrive non ne è convinto anche se l’idea ha un suo fascino- Bergoglio può stare all’America latina integrazionista come Wojtyla stava all’Europa dell’Est del socialismo reale. Nonostante abbia spesso puntato il dito contro la politica, la corruzione di questa e la disattenzione ai problemi delle periferie, Bergoglio si è scontrato ripetutamente anche coi governi della sinistra peronista di Néstor Kirchner e Cristina Fernández. Gli scontri più duri, ma questo non può sorprendere, sono stati sull’aborto e sul matrimonio egualitario. Le nozze gay per papa Francesco sono «la distruzione del piano di dio».

Infine: Francesco I ha una missione difficile ma chiara ed appare avere la solidità ed esperienza per portarla avanti, ma è sufficientemente anziano -77 anni- per rappresentare un nuovo papato di transizione in termini di durata. Tuttavia Bergoglio viene da lontano e, nonostante non abbia avuto un ruolo apicale nella chiesa argentina complice della dittatura, emerge da quella storia con un passato che potrebbe fiaccarne l’autorità e che è corretto conoscere fuor da demonizzazioni e santificazioni. Per iniziare dalle demonizzazioni: la foto che gira da ore in Internet e che è al momento in apertura sul sito del settimanale messicano Proceso, dove si vede un prelato dare la comunione al dittatore Videla, è un falso: non è Bergoglio. Inoltre, tra le accuse che esamineremo, al contrario di quanto si trova ripetutamente affermato, non ve ne sono che abbiano condotto alla morte di alcuno.
È difficile essere stati un prelato importante in Argentina negli anni ’70 essendo estraneo ad una storia di lacerazioni, drammi, crimini, persecuzioni quale quella della chiesa argentina. Questa, al contrario di quella cilena e quella brasiliana, che poterono vantare più luci che ombre, fu sicuramente la peggiore, complice e spesso perfino mandante tra tutte le chiese cattoliche, dei crimini commessi dalle dittature civico-militari che devastarono l’America latina negli anni ’60 e ‘70. Appena un mese fa fu messa nero su bianco in una sentenza della magistratura la piena complicità della chiesa cattolica, incluso il primate dell’epoca, Cardinal Raúl Primatesta e del nunzio apostolico Pio Laghi, nell’assassinio del vescovo Enrique Angelelli e dei sacerdoti Carlos de Dios Murias e Gabriel Longueville. La sentenza confermava quanto si sapeva da mille testimonianze e documenti. All’interno del genocidio la chiesa cattolica argentina non fu solo complice ma i suoi vertici operarono una sorta di sterminio interno facendo eliminare preti e suore vicini all’opzione preferenziale per i poveri decisa nella Conferenza Eucaristica di Medellin del 1968 o semplicemente scomodi. Furono almeno 125 i sacerdoti impegnati a fianco degli ultimi a morire o essere fatti sparire. Molti di quelli che persero la vita furono indicati ai carnefici dalle stesse gerarchie cattoliche, Tortolo, Primatesta, Aramburu, che collaborarono attivamente sia ai crimini che al successivo occultamento.
Stiamo parlando di un crinale difficile tra la complicità e la morte ed è in quest’ambito che azioni ed omissioni vanno misurate. L’ordine di appartenenza di Papa Francesco I, quello gesuita, resta al margine della complicità con la dittatura dei 30.000 desaparecidos e della guerra intestina nella stessa chiesa. Tuttavia non sono poche le accuse che colpiscono l’oggi papa argentino per quei sei anni da provinciale gesuita dal 1973 al 1979. Quella più grave e circostanziata gli viene mossa in particolare da Horacio Verbitsky, l’autore di “El Vuelo”, il primo libro che denunciava i voli della morte, sempre scrupoloso nelle sue denunce, e oggi presidente del CELS, la più importante istituzione in difesa dei diritti umani del paese, è l’aver privato di protezione alcuni giovani parroci del suo ordine, troppo esposti nel lavoro sociale con i più poveri. Due di loro furono sequestrati per cinque mesi. Uno di questi, Orlando Yorio, denunciò a Verbitsky di essere stato consegnato da Bergoglio allo stesso Massera e sono molte le testimonianze sull’amicizia tra il nuovo papa e l’Ammiraglio piduista: «Bergoglio se ne lavò le mani. Non pensava che uscissi vivo». Per Emilio Bignone, una delle più cristalline figure di difensore dei diritti umani in Argentina, che conferma i dettagli della denuncia di Verbitsky, e autore di uno dei testi tuttora fondamentali su chiesa e dittatura, Bergoglio «è uno di quei pastori che hanno consegnato le loro pecorelle». Le accuse di Verbitsky sono confermate anche da Olga Wornat, il lavoro della quale è in genere suffragato da un numero enorme di testimonianze.
Dopo la dittatura, anche negli ultimi anni, Bergoglio fu chiamato a testimoniare in molteplici circostanze in inchieste e processi per violazioni di diritti umani. Non ha mai parlato. Chi scrive ha personalmente verificato in queste ore il suo silenzio con il PM che indagava sul sequestro di una giovane incinta. Se quelli indicati sono precedenti che ne fanno un complice pieno della dittatura sta al lettore deciderlo. A chi scrive il puntare il dito sembra troppo e l’assoluzione troppo poco. Bergoglio non fu né un Aramburu né un Von Wernich ma neanche un padre Mujíca, uno dei sacerdoti assassinati. Sta in una zona grigia, un quarantenne in ascesa, con un ruolo importante ma non ancora di spicco, in una chiesa argentina dove si mandava ad uccidere o si rischiava di essere uccisi.
Bergoglio era dal 1973 provinciale dei gesuiti. In un ordine tradizionalmente progressista, e condotto da Padre Arrupe, il papa nero che nei primi anni ‘80 si scontrava e veniva ridotto all’impotenza da Giovanni Paolo II, è Bergoglio ad essere emarginato dai suoi. Per Luís “Perico” Pérez Aguirre, prestigioso gesuita uruguayano, fondatore del SERPAJ e consigliere dell’ONU in materia di diritti umani, che chi scrive ha avuto occasione di conoscere e ammirare, prima della morte nel 2000, in una testimonianza raccolta da Olga Wornat: «Bergoglio [che si era da tempo votato ad una relazione di obbedienza asosluta a Karol Wojtyla] stravolse completamente il segno della Compagnia da progressista in conservatrice e retrograda. Ho rotto ogni rapporto con lui, soprattutto rispetto al suo agire durante la dittatura».
Il cambiamento sarà strutturale, nella retrograda Chiesa argentina la Compagnia non fa più eccezione. Lui però guarda oltre ed è al di fuori del suo ordine che saprà tornare in pista. Formalmente ancora gesuita, dal 1979 in avanti si muoverà al di fuori. Della sua carriera Bergoglio deve molto al successore di Primatesta, Antonio Quarracino. Differente da Primatesta, e con un lontano passato progressista concluso già alla fine degli anni ’60, Quarracino era tutt’altro che un santo. L’ostentazione della ricchezza, basta pensare ad Aramburu, è un altro tratto delle gerarchie argentine dal quale il nuovo papa è completamente esente. Scegliere come ausiliare Bergoglio, quel vescovo semplice e irreprensibile, era per Quarracino una maniera di coprirsi il fianco da tante critiche.
Non si comprometteva Bergoglio con le feste che frequentava il Cardinal Quarracino nella casa di Olivos e dove s’intratteneva come un Apicella qualsiasi suonando la chitarra per Carlos Menem. Erano altri anni oscuri per l’Argentina, quelli del menemismo. Molte cose distanziavano i due prelati. Il primate aveva interessi mondani, l’ausiliare faceva il vescovo, centrando la propria missione nella formazione del clero e nell’attenzione al popolo delle villa miseria che circondano tutt’ora il gran Buenos Aires. Bergoglio seppe mantenere con Quarracino relazioni cordiali ma distanti. Forse era l’unica maniera di tener fede sia ai voti di castità e povertà che a quello di obbedienza.
Fu in questa relazione tra due prelati così diversi che Bergoglio si costruì un ruolo di punto di riferimento per una nuova generazione di sacerdoti argentini anche quando, primo gesuita della storia, succederà a questo nel 1998. Sulle sue spalle cadrà di nuovo il peso di riscattare una chiesa cattolica dal passato tenebroso. Emergeranno però anche le caratteristiche che oggi lo portano al soglio pontificio: la mano di ferro con la quale ha condotto la chiesa argentina (e che ne fa uno spauracchio ora per la curia romana), la marcata preoccupazione sociale, la critica alla politica. Soprattutto Bergoglio –ed è un punto di forza rilevante- risulta straordinariamente interessato alla vita del suo clero. Si preoccupa per le necessità materiali, è presente, è vicino e accessibile. Perfino Clelia Luro (testimonianza a chi scrive), la terribile compagna del vescovo Jerónimo Podestá, salva solo Bergoglio di tutto il clero argentino che aveva isolato il prelato che aveva deciso di combattere la battaglia per la fine del celibato. Bergoglio, nonostante non condividesse la decisione del vescovo, che fu infine ridotto allo stato laicale, gli rimase vicino umanamente fino alla fine.
Il passato ritorna però e il profilo di Bergoglio resta basso. Tenta di difendere se stesso e la chiesa argentina. In particolare per quest’ultima c’è poco da difendere. Primatesta e Aramburu avevano eretto un muro di inaccessibilità ai familiari delle vittime che neanche in chiesa –al contrario di quanto era successo con la Vicaría della Solidaridad a Santiago del Cile- avevano trovato sicurezza. Una macchia indelebile che continua a distanziare molti fedeli dalla Chiesa cattolica. Lui ha scelto di denunciare in maniera generica e spesso netta i peccati (con una posizione non lontana dalla teoria dei due demoni) ma di salvare i peccatori, sia quando è stato chiamato a testimoniare in tribunale, sia quando ha scritto o ha preso decisioni politiche. Quando nel 2007 fu chiamato a prendere provvedimenti nei confronti di Christian Von Wernich, il sacerdote condannato all’ergastolo per avere sequestrato personalmente 42 persone, assassinate 7 e torturate 32, espresse parole forti ma non comminò alcuna sanzione come tutto il mondo democratico e dei diritti umani chiedeva. Von Wernich sta oggi scontando l’ergastolo ma è a tutti gli effetti un sacerdote e nessun provvedimento disciplinare è stato preso nei confronti del carnefice che le vittime descrivono come un vero demonio.
Ma chi è davvero Jorge Bergoglio, Papa Francesco I che comincia il suo cammino di Vescovo di Roma con un passato così pesante? Integralista di destra mette i poveri al centro del suo apostolato. Vicino alla dittatura militare rende omaggio ai sacerdoti assassinati da questi ultimi. Ha fatto una carriera tutta controcorrente, conservatore in un ordine considerato progressista, primo gesuita primate argentino, primo gesuita papa, primo papa latinoamericano. Nemico dei progressisti e di tutti i politici (li detesta e non lo manda a dire, quasi grillino in questo) e lontano dagli organismi per i diritti umani, esige dallo Stato educazione cattolica ed è contrario ai contraccettivi, ma nessuno può accusarlo di non onorare i propri voti, in particolare quello di povertà. Chi scrive sconsiglia di incastrarlo nella figura a lui aliena di sacerdote proveniente da una “chiesa giovane” e varie altre semplificazioni giornalistiche che domattina troveremo. Viene da una chiesa strutturata e complessa e da una realtà metropolitana dura. L’associazione con Medellin poi è del tutto fuori luogo. L’attenzione di Bergoglio per i poveri è di stampo infaticabilmente caritatevole, mai politico. Tuttavia bisogna rifuggere anche l’interpretazione tenebrosa del complice della dittatura tout court, come quella di una papa scelto per fermare il cambiamento in America. Nonostante sia una figura ben diversa da quella di Ratzinger, è un papa con tratti di forte continuità soprattutto con Karol Wojtyla. Questo combatté e vinse la battaglia con la teologia della liberazione senza comprendere le ragioni di questa, per perdere poi quella con le chiese protestanti. È lì che va atteso fin dal prossimo viaggio in Brasile il nuovo papa.
A Buenos Aires, dicono gli amici ma senza che alcun detrattore lo contesti, sparisce ogni volta che può per infilarsi in orfanotrofi, carceri, ospedali a compiere il suo apostolato. Chissà se potrà farlo anche a Roma.

mercoledì 13 marzo 2013

Il lato oscuro di Jorge Mario Bergoglio: "Colluso con la dittatura argentina"

Il nuovo Papa in una scheda fortemente critica sul suo passato. Era il 2006 quando il sito di Don Vitaliano della Sala, 'prete no global', ricostruì le macchie di chi oggi è chiamato a guidare la Chiesa Cattolica



 
"Il cardinale Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires, presidente dei vescovi argentini, nonché tra i più votati, nel 2005, nel conclave Vaticano che ha scelto il successore di Giovanni Paolo II, è accusato di collusione con la dittatura argentina che sterminò novemila persone".
Inizia così un lungo articolo pubblicato sul sito del prete 'no global' Don Vitaliano della Sala, la scheda sul "passato oscuro" di chi, a distanza di 8 anni, è il nuovo Papa.
"Le prove del ruolo giocato da Bergoglio a partire dal 24 marzo 1976, sono racchiuse nel libro L’isola del Silenzio. Il ruolo della Chiesa nella dittatura argentina, del giornalista argentino Horacio Verbitsky, che da anni studia e indaga sul periodo più tragico del Paese sudamericano, lavorando sulla ricostruzione degli eventi attraverso ricerche serie e attente".
"I fatti riferiti da Verbitsky. Nei primi anni Settanta Bergoglio, 36 anni, gesuita, divenne il più giovane Superiore provinciale della Compagnia di Gesù in Argentina. Entrando a capo della congregazione, ereditò molta influenza e molto potere, dato che in quel periodo l’istituzione religiosa ricopriva un ruolo determinante in tutte le comunità ecclesiastiche di base, attive nelle baraccopoli di Buenos Aires. Tutti i sacerdoti gesuiti che operavano nell’area erano sotto le sue dipendenze. Fu così che nel febbraio del ’76, un mese prima del colpo di stato, Bergoglio chiese a due dei gesuiti impegnati nelle comunità di abbandonare il loro lavoro nelle baraccopoli e di andarsene. Erano Orlando Yorio e Francisco Jalics, che si rifiutarono di andarsene. Non se la sentirono di abbandonare tutta quella gente povera che faceva affidamento su di loro".

Il nuovo Papa Jorge Mario Bergoglio: Francesco I

"Verbitsky racconta come Bergoglio reagì con due provvedimenti immediati. Innanzitutto li escluse dalla Compagnia di Gesù senza nemmeno informarli, poi fece pressioni all’allora arcivescovo di Buenos Aires per toglier loro l’autorizzazione a dir messa. Pochi giorni dopo il golpe, furono rapiti. Secondo quanto sostenuto dai due sacerdoti, quella revoca fu il segnale per i militari, il via libera ad agire: la protezione della Chiesa era ormai venuta meno. E la colpa fu proprio di Bergoglio, accusato di aver segnalato i due padri alla dittatura come sovversivi. Con l’accezione “sovversivo”, nell’Argentina di quegli anni, venivano qualificate persone di ogni ordine e grado: dai professori universitari simpatizzanti del peronismo a chi cantava canzoni di protesta, dalle donne che osavano indossare le minigonne a chi viaggiava armato fino ai denti, fino ad arrivare a chi era impegnato nel sociale ed educava la gente umile a prendere coscienza di diritti e libertà. Dopo sei mesi di sevizie nella famigerata Scuola di meccanica della marina (Esma), i due religiosi furono rilasciati, grazie alle pressioni del Vaticano".
"Alle accuse dei padri gesuiti di averli traditi e denunciati, il cardinal Bergoglio si difende spiegando che la richiesta di lasciare la baraccopoli era un modo per metterli in guardia di fronte a un imminente pericolo. Un botta e risposta che è andato avanti per anni e che Verbitsky ha sempre riportato fedelmente, fiutando che la verità fosse nel mezzo. Poi la luce: dagli archivi del ministero degli Esteri sono emersi documenti che confermano la versione dei due sacerdoti, mettendo fine a ogni diatriba. In particolare Verbitsky fa riferimento a un episodio specifico: nel 1979 padre Francisco Jalics si era rifugiato in Germania, da dove chiese il rinnovo del passaporto per evitare di rimetter piede nell’Argentina delle torture. Bergoglio si offrì di fare da intermediario, fingendo di perorare la causa del padre: invece l’istanza fu respinta. Nella nota apposta sulla documentazione dal direttore dell’Ufficio del culto cattolico, allora organismo del ministero degli Esteri, c’è scritto: “Questo prete è un sovversivo. Ha avuto problemi con i suoi superiori ed è stato detenuto nell’Esma”. Poi termina dicendo che la fonte di queste informazioni su Jalics è proprio il Superiore provinciale dei gesuiti padre Bergoglio, che raccomanda che non si dia corso all’istanza. E non finisce qui. Un altro documento evidenzia ancora più chiaramente il ruolo di Bergoglio: “Nonostante la buona volontà di padre Bergoglio, la Compagnia Argentina non ha fatto pulizia al suo interno. I gesuiti furbi per qualche tempo sono rimasti in disparte, ma adesso con gran sostegno dall’esterno di certi vescovi terzomondisti hanno cominciato una nuova fase”. È il documento classificato Direzione del culto, raccoglitore 9, schedario B2B, Arcivescovado di Buenos Aires, documento 9. Nel libro di Verbitsky sono pubblicati anche i resoconti dell’incontro fra il giornalista argentino e il cardinale, durante i quali quest’ultimo ha cercato di presentare le prove che ridimensionassero il suo ruolo. “Non ebbi mai modo di etichettarli come guerriglieri o comunisti – affermò l’arcivescovo – tra l’altro perché non ho mai creduto che lo fossero"".
"Ad inchiodarlo c’è anche la testimonianza di padre Orlando Yorio, morto nel 2000 in Uruguay e mai ripresosi pienamente dalle torture, dalla terribile esperienza vissuta chiuso nell’Esma. In un’intervista rilasciata a Verbistky nel 1999 racconta il suo arrivo a Roma dopo la partenza dall’Argentina: “Padre Gavigna, segretario generale dei gesuiti, mi aprì gli occhi – raccontò in quell’occasione – Era un colombiano che aveva vissuto in Argentina e mi conosceva bene. Mi riferì che l’ambasciatore argentino presso la Santa Sede lo aveva informato che secondo il governo eravamo stati catturati dalle Forze armate perché i nostri superiori ecclesiastici lo avevano informato che almeno uno di noi era un guerrigliero. Chiesi a Gavigna di mettermelo per iscritto e lo fece”. Nel libro, inoltre, Verbistky spiega come Bergoglio, durante la dittatura militare, abbia svolto attività politica nella Guardia di ferro, un’organizzazione della destra peronista, che ha lo stesso nome di una formazione rumena sviluppatasi fra gli anni Venti e i Trenta del Novecento, legata al nazionalsocialismo. Secondo il giornalista, l’attuale arcivescovo di Buenos Aires, quando ricoprì il ruolo di Provinciale della Compagnia di Gesù, decise che l’Università gestita dai gesuiti fosse collegata a un’associazione privata controllata dalla Guardia di ferro. Controllo che terminò proprio quando Bergoglio fu trasferito di ruolo. “Io non conosco casi moderni di vescovi che abbiano avuto una partecipazione politica così esplicita come è stata quella di Bergoglio”, incalza Verbitsky. “Lui agisce con il tipico stile di un politico. È in relazione costante con il mondo politico, ha persino incontri costanti con ministri del governo".

domenica 30 settembre 2012

Argentina: il salario minimo garantito fa impazzire il FMI

da frontediliberazionedeibanchieri

La guerra tra le due Cristine e l'impatto sull'Europa. Sopratutto sull'Italia
In Gran Bretagna gli hanno dato un nome preciso e ormai la seguono come se fosse una telenovela nella sezione geo-politica: “The Christines at war”, la guerra delle Cristine, che sarebbe una fiction a puntate davvero impossibile non seguire.
Ci siamo anche noi, dentro, naturalmente, e il nostro ruolo in questa telenovela non è certo dalla parte dei buoni. La Storia ci ha messo nella situazione di dover interpretare il ruolo di quei personaggi che quando entrano in scena, dopo le prime due battute, ci spingono a dare una gomitata al nostro compagno di poltrona per commentare “questo mi sa che fa una brutta fine”. Non siamo certo gli eroi di questa fiction iper-realista.
La nuova puntata (vera chicca per gourmet) si è svolta in un sontuoso teatro internazionale: la East Coast degli Usa, tre giorni fa uno scambio di battute al fulmicotone tra la segretaria del Fondo Monetario Internazionale, Christine Lagarde, dalla sede di Washington –reduce da un incontro ufficiale con il ragionier vanesio- la quale, infantilmente ha minacciato l’Argentina usando di proposito una metafora calcistica “per il momento sto mostrando a quella nazione il cartellino giallo; ma c’è una inderogabile scadenza che è il 10 dicembre 2012. Superata quella data scatterà automaticamente il cartellino rosso e l’Argentina verrà espulsa dal Fondo Monetario Internazionale”. La presidente argentina si trovava in quel momento a un tiro di schioppo, stava a New York, al palazzo dell’Onu. Da aggiungere che (gli sceneggiatori sono abili professionisti di mestiere) nell’esatto momento in cui madame Christine minacciava la senora Cristina, la presidente stava parlando all’assemblea dell’Onu a Manhattan perorando la causa dell’indipendenza del Sud America e chiarendo –con gravi toni minacciosi ben coperti dalla consueta retorica diplomatica- che il teatro internazionale geo-politico non è più quello degli anni’70 e che la grande stagione dello schiavismo colonialista è tramontata. Finito il suo intervento, i suoi segretari le hanno comunicato immediatamente l’esternazione della sua omonima francese. E la presidente Kirchner ha dichiarato subito: “L’Argentina è una grande nazione. Ma prima ancora è una nazione grande. Abbiamo un vasto territorio baciato dalla fortuna naturale. Abbiamo risorse nostre, che ci consentiranno la salvaguardia della nostra autonomia e della nostra indipendenza. Ma soprattutto siamo un paese orgoglioso che ci tiene alla propria dignità. Vorrà dire che staremo fuori”.
Chi non ha seguito tutte le puntate della telenovela (ci sono stati anche dei morti, come il giovane economista Ivan, in una storia che ho raccontato mesi fa) forse non può seguire in maniera palpitante questo fronte bellico della Guerra Invisibile e potrebbe non capire di che cosa si tratta. Ha a che vedere con la Gran Bretagna, l’Italia, la BCE e la loro relazionalità con il Sud America. Ma soprattutto ha a che vedere con lo scontro tra l’interpretazione keynesiana e friedmaniana dell’economia e con lo scontro dichiarato tra l’interpretazione social-progressista dell’esistenza quotidiana e quella liberista conservatrice. Questo duello è stato riportato, dibattuto e commentato in tutto l’occidente. Neanche a dirlo, Italia esclusa. I servizi della, peraltro, brava Daniela Bottero, corrispondente della Rai di New York, parlavano del nuovo ipad5, di come a New York si vive l’incipiente autunno, ammaliandoci con la descrizione variopinta della scelta di Mario Monti relativa a quali ristoranti andare, a quali club partecipare e a quali inviti aderire. In Gran Bretagna, invece, (il vero cuore del problema) a questa puntata hanno dato un risalto talmente forte che la BBC ha scelto di destinarle ben cinque piattaforme mediatiche diverse: televisione di stato, radio, sito on line, diretta streaming, l’intera stampa cartacea mainstream. Per evitare di essere subissato dai consueti commenti della serie “dacce ‘sto link”, in un post scriptum, in copia e incolla, trovate l’articolo preso dal sito on line della BBC, sintetico ma esaustivo.
Qual è il contenzioso?
Eccolo esposto in maniera molto semplice e sintetica:
Il Fondo Monetario Internazionale sostiene che, sulla base dei propri dati a disposizione, l’inflazione in Argentina ha raggiunto la cifra del 30% in seguito alla irresponsabile azione di emissione di carta moneta da parte del Banco de la Naciòn perché in Argentina è stata scelta (il termine usato è “irresponsabile”) la strada degli investimenti in infrastrutture, salvaguardia del territorio idro-geologico, salario minimo garantito, credito agevolato alle imprese, protezionismo (con aliquote altissime praticate a tutte le multinazionali che in Argentina producono ma non investono il loro profitto in attività locali per favorire la occupazione) e aumento del proprio disavanzo di bilancio al fine di potenziare istruzione pubblica, ricerca scientifica e innovazione tecnologica. Un’inflazione così alta comporta il rischio di “implosione del sistema economico” e quindi il resto del mondo economico, per salvaguardarsi, deve prendere le distanze da un modello economico così disastroso, definito “ormai fuori controllo” e quindi o l’ Argentina si adegua oppure viene espulsa. Una volta fuori, immediatamente verrà chiesto il saldo di tutti i loro bonds, il pagamento di tutte le transazioni internazionali di merci, e l’intero sistema finanziario del pianeta dichiarerà “inagibile” ogni forma di finanziamento all’Argentina, la quale, inoltre, dovrà immediatamente abolire gli investimenti e lanciarsi in una poderosa manovra di austerità, rigore e stretta creditizia, pena la cancellazione dei contratti internazionali di import-export.
Il governo della Repubblica Argentina, invece, sostiene che la propria inflazione è intorno al 9%. E dichiara che i dati forniti dal Fondo Monetario Internazionale non sono dati veri, perché le aziende di rating che hanno fornito le informazioni sono agenzie private finanziate –fatto questo noto- da J.P.Morgan, Citibank e Societè Generale, che sono parte in causa e vogliono destabilizzare l’intero Sud America per avere la possibilità di poterci speculare sopra. L’Argentina, inoltre, ritiene che l’ FMI “ha lanciato un sistema di punizione” nei confronti delle nazioni dotate di un sistema finanziario economico centrale che vieta (come appunto nel caso dell’Argentina) ogni attività finanziaria speculativa sui derivati, perché gli investimenti finanziari sono consentiti solamente su titoli e aziende che producono merci reali. Come ultima considerazione, l’Argentina ritiene che il Fondo Monetario Internazionale abbia come compito quello di monitorare la situazione economica delle nazioni senza dover mai intervenire sulla qualità delle politiche economiche nazionali e locali essendo il principio dell’autodeterminazione dei popoli un valore riconosciuto dalla carta internazionale dell’Onu in data 1948.
Queste sono le due posizioni.
Poiché non si tratta di Juventus-Roma (forza capitano) dove il tifo è lecito, ciò che conta, in questo caso, è comprendere di che si tratta. Ma soprattutto che cosa accade se vince una o l’altra delle due Cristine.
I rapporti di forza non sono affatto come istintivamente si può credere, ovvero Davide contro Golia, perché c’è un piccolo paese, laggiù nel polo sud, che conta poco o nulla, e da solo si è messo contro i poteri forti. Questa è la retorica perdente terzomondista che vive di ideologia e favole sentimentali.
Si tratta di un poderoso braccio di ferro politico, che ci riguarda tutti. Italia in prima fila.
(e vi spiegherò più avanti il perché).
Chi vincerà? Non lo so. Però so chi voglio che vinca. E so, con matematica certezza, che cosa accadrà sia nell’uno che nell’altro caso.
Personalmente parlando (qui è il mago che si esprime) penso che abbia molte più chance l’Argentina che il Fondo ;Monetario Internazionale. Il bello è che lo pensano anche i britannici, altrimenti non avrebbero dato un così ampio risalto alla vicenda.
Christine Lagarde fa la voce grossa a Washington, insieme a Monti come partner, perché si sente sicura della vittoria, e a mio avviso sbaglia di grosso. La sua vittoria ha queste tre tappe: il 7 ottobre a Caracas (elezioni politiche in Venezuela, paese fondamentale per l’intero occidente in questo momento); il 6 novembre in Usa (elezioni politiche presidenziali); il 15 novembre, data in cui la troika consegnerà il proprio rapporto sullo stato impietoso della Grecia; a quel punto la nazione ellenica verrà protestata, spinta fuori dall’euro e surprise! invece del contagio, non accadrà un bel nulla se non uno scossone della durata di 48 ore. Si mostrerà e dimostrerà, pertanto, che l’euro funziona e regge ogni urto, la Grecia sprofonderà nella miseria e nell’incertezza (dimostrando che senza l’euro non c’è salvezza) e l’euro sorretta dal petrolio scontato del Venezuela, sorretta da Wall Street (che nei dieci giorni successivi alla vittoria di Romney sarà andata alle stelle con enormi guadagni di tutto il sistema bancario europeo) finalmente si potrà assestare e dare ordini al resto del mondo. Quantomeno alla parte occidentale. Questo è ciò che pensa la Lagarde.
Ma quali armi ha l’Argentina? Enormi, gigantesche. E le sta usando tutte.
Vi racconto una delle armi usate nel recente passato (finito con successo venti giorni fa) relativa a una precedente lontana puntata della telenovela dal titolo “La guerra dei limoni tra le due Crisitne” con una successiva puntata dal titolo “Coke is the real thing, baby!”.
Veniamo alla puntata dei limoni.
Quando nel 2004 l’Argentina, reduce dal suo fallimento, comincia a rimboccarsi le maniche per l’auspicata ripresa, si avvale di diverse forme di consulenza economica, tra cui quella di un gruppo di scienziati tedeschi: per tradizione storica, i tedeschi sono di casa laggiù. Arrivano gli agronomi verdi dalla Germania, portandosi appresso la nuova tecnologia ecologica, evoluta nel campo dell’agricoltura. I tedeschi scoprono che i limoni argentini sono eccellenti. E varano un ingegnoso piano. Grazie al fatto di avere uno sterminato territorio a disposizione, il governo investe una massiccia quantità di denaro per lanciare un sistema di cooperative agricole occupando circa 150.000 ettari per produrre il più vasto limoneto del pianeta. Per avere il frutto ci vogliono anni, ma la tecnologia aiuta. Finalmente, alla fine del 2009, ecco i succosi limoni. Vanno al mercato internazionale. La frutta risulta seconda, per qualità, soltanto ai limoni italiani (la più pregiata specie in assoluto) con l’aggiunta del fatto che ha un prezzo di mercato inferiore del 212% ai limoni siciliani, liguri, greci, turchi, spagnoli, provenzali. I più grossi consumatori di limoni in Europa sono tedeschi e britannici, per via della loro alimentazione. Ai tedeschi servono per condire una loro insalata e i krauti di cui sono ghiotti e agli inglesi servono per spruzzare il loro piatto unico quotidiano, i celebri “fish&chips”, cartoccio composto da filetti di baccalà e patate fritte che ben si accompagnano con la pinta di birra al pub, ogni sacro giorno alle ore 17.,30. I tedeschi si avvalgono di forte sconto ma arriva anche la Coca Cola, il cui amministratore delegato, in persona, vola a Buenos Aires e firma un accordo commerciale della durata di 25 anni per avere i limoni con i quali compone la ricetta di ben 22 delle sue 30 bibite sparse in tutto il mondo. L’amministratore dichiara che il 93% dei propri limoni li prende in Argentina, il restante 7% dalla Florida. Poco tempo dopo, si passa alla soia. E arriva la Cina: contratto commerciale della durata di 50 anni; acquistano il 92% della produzione nazionale di soia (decine di migliaia di ettari coltivati sempre dai tedeschi) e 10 milioni di vacche. I bovini vengono allevati da produttori argentini nelle sterminate praterie d’altura, macellati, squartati come piace ai cinesi, incartati, messi su giganteschi aerei frigoriferi e ogni giorno partono 50 giganteschi aerei da trasporto che portano a Pechino la carne necessaria per sfamare circa 250 milioni di cinesi. Arrivano anche i giapponesi che si prendono la produzione di acqua minerale di ben 122 ghiacciai del polo sud per un totale di 20 milioni di ettolitri al mese per 50 anni. I giapponesi bevono l’acqua argentina ma non lo sanno. Tutto ciò contribuisce a un aumento del pil argentino dell’ordine di un +5% all’anno e sarà il trampolino di lancio della loro ripresa economica. Dai cinesi, l’Argentina si fa pagare in dollari e bpt italiani; dai giapponesi in dollari e bpt tedeschi. Dai tedeschi e inglesi in euro. Ma nel 2010 la situazione geo-politica cambia precipitosamente. Dall’Unione Europea partono chiare indicazioni di andare all’attacco delle economie floride keynesiane. Per un fatto politico. La Gran Bretagna è la prima ad adeguarsi. E’ il primo atto del neo-eletto David Cameron. Non appena insediatosi, scopre che i limoni argentini –all’improvviso- non rispettano i parametri sanitari internazionali. Di conseguenza, si rivolge per protesta all’Unione Europea e Van Rompuy in persona denuncia l’accordo chiedendo una penalizzazione per l’Argentina, oltre a chiuderle l’accesso alle esportazioni internazionali. Per un mese l’Argentina protesta, soffre e si preoccupa. Dopodichè si fanno venire in mente un’ottima idea. La Kirchner personalmente scrive una lettera al quartier generale della Coca Cola ad Atlanta dove spiega alla multinazionale che dal giorno dopo non beccano più neppure un limone. Non solo. Avvalendosi della denuncia dell’Unione Europea, confortata dalle dichiarazioni di origine stampate sulle bibite della Coca Cola, si appella all’OMS chiedendo che vengano tolte dalla circolazione in tutto il continente europeo le 22 bibite che contengono limoni argentini “perché prive dei dispositivi di salvaguardia sanitaria previsti dalle convenzioni europee vigenti, visto che l’Europa sostiene che i nostri limoni non vanno bene, si deduce che non possono andare bene neppure bibite composte con i nostri limoni”. Per la Coca Cola si tratta di un danno di circa 25 miliardi di euro. Inizia un contenzioso durato ben 20 mesi, un braccio di ferro tra le due Cristine. Il finale della puntata è noto. Il presidente della Coca Cola tranquillizza la Kirchner dicendole “ghe pensi mi”. E ci riesce. 1-0 per l’Argentina.
Fine della precedente puntata.
Quella prossima, datata 13 dicembre 2012, non si sa come andrà a finire. Ma si sa che cosa accadrà se vince la Christine francese: 48 ore dopo, l’Argentina, accettando l’espulsione, protesterà il contratto con la Coca Cola, dirà ai cinesi che staranno senza carne e senza soia; dirà ai giapponesi che staranno senz’acqua da bere; dirà ai tedeschi che non avranno più il petrolio con lo sconto. E tutta questa gente andrà a chiedere ragioni alla Christine a Parigi. L’Argentina, quindi, avrà come avvocati difensori la Coca Cola, la Cina, il Giappone, l’industria agricola tedesca.
E l’Italia?
Automaticamente fallirà la Telecom, e due giorni dopo la Enel annuncerà che la propria fattura viene triplicata. Intesa San Paolo, Banco Popolare di Milano e Mediobanca subiranno in borsa un crollo di almeno il 40% del loro valore. Perché?
Perché la Telecom è un’azienda decotta. Eppure i suoi bilanci sono buoni: è vero. Ma il profitto (che la tiene a galla) lo prende da Telecom Brasile e da Telecom Argentina, nazioni nelle quali gestisce l’intero sistema di telecomunicazioni digitali, terrestri e satellitari. Verranno subito nazionalizzate. Non solo. Verrà anche nazionalizzata subito anche l’Enel, che gestisce tutto il sistema dei servizi di erogazione di energia elettrica a Buenos Aires, in Bolivia, a Rio de Janeiro e che per la bilancia italiana è fondamentale. Inoltre, verranno messi subito all’incasso bpt italiani per un controvalore di 22 miliardi di euro, proprio alla vigilia di Natale. E se l’Italia non ha da pagare, si arrangi. Che vada a farseli dare da Christine Lagarde.
Per ridurla in sintesi, si tratta, in realtà, di una lotta squisitamente politica.
La telenovela sta tutta lì.
Non c’entra niente il business, né il commercio, né gli scambi. Proprio no.
E tantomeno l’economia.
Come ha detto con molta chiarezza la sudamericana Cristina Kirchner “io pretendo che venga rispettata la mia dichiarazione politica”. E si riferiva allo scontro micidiale a Montevideo lo scorso novembre (quando il giovane economista morì impiccato), nel corso del quale Christine Lagarde la minacciò di sanzioni e isolamento se non cambiava politica economica. In quell’occasione la Kirchner disse: “Preferisco avere un’inflazione altissima e spropositata se so che la disoccupazione dal 34% è scesa al 3,5%; che la povertà è diminuita del 55%; che il pil viaggia di un +8% annuo; che la produttività industriale è aumentata del 300%; che c’è lavoro in Argentina, c’è mercato per tutti, e il mio popolo è molto ma molto più felice di prima, piuttosto che avere un’inflazione del 3% come in Italia, dove c’è depressione, disperazione, avvilimento e l’esistenza delle persone non conta più. E questa è un’affermazione politica. Di principio e sostanziale. Non lo ha ancora capito?”
Sembra che non lo abbia capito.
Sembra che non lo abbiano capito neppure gli italiani.
La crisi economica è uno specchietto per le allodole.
Si tratta di uno scontro micidiale politico tra due diverse modalità, totalmente contrapposte, di interpretare l’esistenza. E in questo scontro, l’economia, lo spread, ecc, sono semplicemente uno strumento di minaccia e ricatto per far passare un disegno politico di espoliazione, espropriazione e schiavizzazione degli esseri umani in Europa.
Altrimenti non si chiamerebbe Guerra Invisibile. Perché non si vede.
Non è certo un caso che la cupola mediatica, in Italia, abbia scelto di non acquistare i diritti per trasmettere le puntate della telenovela delle Due Cristine. Meglio che nessuno la veda.
Ed è meglio anche che nessuno sappia nulla dei limoni, dei verdi tedeschi, ma soprattutto che non venga né detto, né spiegato, né tantomeno mostrato, come se la passano quelle nazioni che hanno avuto l’ardire e l’ardore di dire no all’austerità, no alla sudditanza nei confronti dei colossi finanziari, ma soprattutto no ai diktat delle banche centrali.
Mentre da noi Monti & co. officiano continue messe da requiem dell’ingegno, della creatività, del lavoro e della voglia e bisogno di imprendere della nazione, da qualche altra parte del mondo si balla il tango e la milonga, e ci si sente vivi. Sono molto più poveri di noi, hanno molto meno di noi, sono molto meno ricchi di noi.
Eppure, sono molto ma molto più felici.
Non è questo, dopotutto, che conta nella vita dei popoli e delle nazioni Fonte:fermiamolebanche.blogspot.it - Scritto da: Sergio Di Cori Modigliani.