dal blog di Gennaro Carotenuto
È tempo di provare un’analisi che vada oltre il mero risultato del
primo turno presidenziale argentino ma che da questo parta. È finito,
anche se vincesse Daniel Scioli, il ciclo kirchnerista che ha
ricostruito il paese dopo il default del 2001, e da tempo, in
particolare con le difficoltà brasiliane e venezuelane degli eredi di
Lula e Chávez, sembra giunto alla fine il ciclo storico progressista e
integrazionista dell’America latina post-neoliberale. Partiamo
brevemente dall’oggi, dalla foto di famiglia con il borghese Scioli in
cravatta e il suo candidato proletario alla vicepresidenza Zannini, per
allargare il discorso.
Dunque per la prima volta nella storia argentina ci sarà un ballottaggio.
Questo partirà da un pareggio tecnico tra il candidato appoggiato dalla
maggioranza, Daniel Scioli e quello della destra neoliberale Mauricio
Macri (accentato sulla ‘a’, non sulla ‘i’, Màcri). I sondaggi, ai quali
per una volta sarebbe ingiusto dare tutte le colpe, erano tutti
appiattiti sul voto nelle primarie obbligatorie di agosto, quando il 38%
degli elettori scelse di partecipare a quelle del Frente para la Victoria,
che aveva il solo Scioli come candidato, e il 31% appoggiò la
coalizione di destra. In due mesi, non rilevati dalla demoscopia, una
scienza sempre meno esatta, se mai lo è stata, il FpV non ha guadagnato
quel paio di punti che avrebbero permesso la vittoria al primo turno e
Macri ha sfondato quel bacino del 30% nel quale le destre erano relegate
anche quando governavano col menemismo (voti peronisti per il
neoliberismo). Non è interessante qui vaticinare cosa accadrà tra
quattro settimane, e quanto eventualmente sarà profonda una
restaurazione neoliberale. L’impeto -un fattore importante in questi
casi- però sembra spostato tutto su Macri. Il centrista Scioli, nelle
analisi pro-K a lui favorevoli nella notte, ha visto ricomparire
magicamente aggettivazioni come “grigio” e “scialbo”, dalle quali era
per un po’ stato graziato. In questo la scelta di un candidato esterno
al mondo della sinistra da parte di Cristina Fernández potrebbe passare
alla storia non tanto come un errore o frutto della mancanza di
alternative interne, ma come provvidenziale per eludere un confronto
interno al quale potrebbe non necessariamente esserci risposta
plausibile. Così Scioli, il liberale, il ricco, il grigio,
l’ex-menemista, potrebbe rivelarsi il perfetto capro espiatorio per
evitare che la sinistra tragga lezione non solo da tutto il positivo
realizzato in dodici anni di kirchnerismo, ma anche dai limiti e dagli
errori di un progetto politico che, non solo in Argentina, sembra essere
giunto alla fine di un ciclo vitale.
Provando ad abbozzare un bilancio storico complessivo del
kirchnerismo è sicuro che Cristina Fernández de Kirchner lascerà la Casa
Rosada in dicembre avendo compiuto l’obbiettivo del consolidamento del
sistema democratico in Argentina. Tale postulato non vuol dire
semplicemente che nell’Argentina del XXI secolo si vota invece di
tramare golpe civico-militari ma anche che, al contrario di quanto
accaduto nell’epoca neoliberale che succedette alle dittature, la
democrazia non può pensare di escludere tout-court le masse popolari.
Non è affatto poco e anche con una eventuale presidenza Macri il
menemismo duro e puro, la semplice dissoluzione dello Stato, non
tornerà. Questo è il secondo punto straordinariamente rilevante.
Tutta la storia politica argentina dal 1955 al 2003, tanto attraverso
governi civico-militari che civili, ha visto la continua riduzione,
quasi sempre con le cattive, del ruolo dello Stato. Nonostante gli
slogan dei cantori del modello neoliberale, a più debolezza dello Stato
non solo è corrisposta più povertà e diseguaglianza ma anche più
corruzione, dissesto, violenza, poteri criminali, ingestibilità dei
conflitti sociali se non con la repressione, indifferenza
per l’ambiente. Il kirchnerismo, lontano dall’essere il mondo dei sogni,
ha segnato su questo piano un punto di svolta. La ricostituzione della
sovranità nazionale, dissolta nell’epoca del “Washington Consensus” e
delle relazioni carnali che Menem dichiarava di intrattenere con la Casa
Bianca, si è concretizzata in processi di redistribuzione in favore
delle classi meno abbienti. L’idea di bene pubblico e comune, e quella
dello stato sociale come base per la convivenza democratica, è tornata a
far parte del discorso pubblico e provvedimenti come l’assegnazione
universale per figlio sono un passo concreto nella restituzione del
diritto alla cittadinanza alle classi popolari. I risultati, lungi
dall’essere irreversibili, sono stati solidi e incisivi, con una
riduzione importante della povertà e marcati successi, ma non assoluti
in particolare nel Nord, in termini di riduzione dell’indigenza e della
scandalosa denutrizione. Il tutto ottenuto, ed è un limite, con una
politica agraria rimasta nelle disponibilità dell’agroindustria
esportatrice.
In politica estera l’Argentina ha rappresentato, con la potenza
regionale Brasile, l’irruenza del Venezuela e il soft power cubano, la
ripresa di un’idea di integrazione nella quale l’interesse geopolitico
comune latinoamericano è emerso probabilmente in maniera strutturale e
il concerto latinoamericano ha saputo risolvere quasi tutte le crisi
interne nella regione, escludendo o marginalizzando gli USA, come
testimonia l’epocale processo di pace colombiano in corso non a caso
all’Avana. Su questo piano una presidenza Macri potrebbe fare molto
danno, ma anche qui è improbabile la cancellazione di 15 anni nei quali
Néstor Kirchner fu la testa pensante, anche oltre i grandi meriti di
Lula e Chávez. La maniera con la quale l’Argentina è uscita dal default e
a ricostituito la solvibilità delle finanze pubbliche, è stata inoltre
un modello e una speranza per i paesi che avevano vissuto la seconda
metà del XX secolo sotto il costante ricatto del debito e dell’FMI. La
politica regionale e la collaborazione con Cina e Russia, queste ultime
demonizzate da Macri, hanno permesso la riduzione del ruolo degli USA
nel paese e nella Regione che, oltre la guerra fredda, era rimasto
abnorme nel ventennio finale del secolo scorso. Se i futuri presidenti
di un grande paese come l’Argentina potranno andare alla Casa Bianca o
presso organismi internazionali come l’FMI a ristabilire relazioni meno
succubi (ci si augura), lo dovranno al kirchnerismo.
A tutto ciò si aggiunga una politica sui diritti umani e per il
ristabilimento di verità e giustizia per le violazioni della dittatura:
un modello del quale l’Argentina può andare orgogliosa e sulla quale ho
scritto parte di un libro
e che ha permesso anche una svolta culturale in un paese che sembrava
succube di un’impunità devastante. Sul piano dei diritti civili, il
matrimonio egualitario (per citare solo un aspetto) testimonia un’opera
costante di civilizzazione dei rapporti sociali, lotta al sessismo,
attenzione alle questioni di genere, nella quale l’Argentina appare
essere un modello per il mondo, un altro mondo per paesi infinitamente
più arretrati come l’Italia. E’ stato una sorta di laboratorio al quale
Jorge Bergoglio si è prima opposto per poi, una volta papa, stabilire
delle relazioni rispettose. Meno bene, ma infinitamente meglio del
disastro brasiliano si è fatto nel sistema educativo. A oggi in America
latina sembra più facile investire in università e ricerca (il Conicet,
il CNR argentino, ha accolto tanti italiani formati ed espulsi dal
nostro sistema universitario) che rivoluzionare quello scolastico. Si è
contrastata l’evasione scolastica, ma i figli delle periferie hanno
tuttora bisogno di migliori scuole pubbliche (quelle che Menem
semplicemente chiudeva). Sul piano politico i governi K., che dopo il
default hanno a lungo vissuto in condizioni di semi-embargo, si sono
scontrati con coraggio con monopoli come quelli dei media e dei settori
agrari più poderosi, che tanto hanno segnato in negativo la storia del
paese e della Regione. Ai primi si chiedeva democratizzazione, ai
secondi una miglior contribuzione fiscale rispetto alle straordinarie
rendite generate in particolare dalla grande bonanza del prezzo della
soia, sulla quale l’agroindustria ha costruito enormi fortune. I
risultati sono contrastanti sui media e si sono risolti in una sconfitta
dura rispetto alle politiche di equità fiscale. La difficoltà della
sfida sostenuta impone rispetto per il governo che ha riportato nei
dizionari il verbo “nazionalizzare” e recuperato alla vita pubblica la
petrolifera YPF, le poste, la compagnia aerea di bandiera, l’acqua
potabile, tutti privatizzati durante il menemismo.
Fin qui arrivano gli aspetti positivi. Quelli negativi sono più
complessi da trattare perfino in un contesto quale quello europeo che
tende a non vedere i primi e sperare di liberarsi di governi visti con
fastidio come “la sinistra giurassica” o con nostalgia come “la sinistra
vera di una volta”. Come in Brasile, tutto il processo si è basato in
una sostanziale lungo surplace con i grandi capitali con i quali il
conflitto è sempre stato al massimo verbale. Questi non solo non hanno
però perso nulla in questi anni, ma hanno continuato a guadagnare più di
prima. Tale appeseament, forse inevitabile se si considera il modello
politico-economico di partenza, si riflette nel punto chiave del consumo
come valore sostitutivo alla cittadinanza, del quale dirò dopo. È un
appeasement che va però declinato anche nello stallo della difesa
dell’ambiente, che continua a essere sotto attacco di agroindustria e
industria estrattiva, dove il governo è riuscito a fare ben poco. Come
anche nell’Orinoco chavista o nell’Ecuador dell’iniziativa Yasuní,
sembra che non ci sia alternativa al finanziare lo sviluppo sociale se
non a spese dell’ambiente e dello sfruttamento intensivo delle risorse
naturali. Non scrivo questo né per fondamentalismo ambientalista, o
indigenismo fuori epoca o nostalgie arcaiche; l’America latina ha
bisogno estremo di infrastrutture e di trovare un compromesso con la
madre Terra per l’uso delle risorse naturali per il benessere dei
viventi, ma non può lasciare che il territorio sia disponibile ai metodi
usati durante tutto il XX secolo dal modello delle multinazionali,
usurpazione del suolo, deportazione dei contadini, agrotossici come
piovesse, miniere velenose a cielo aperto, violazioni sistematiche dei
diritti sindacali e umani. Non è un caso che anche in Argentina i
principali movimenti e conflitti sociali degli ultimi anni siano tutti
generati intorno alla difesa dell’ambiente e alla difesa della terra. È
come se, in assenza di un modello economico alternativo al capitalismo
(e il socialismo non ha mai rappresentato una discontinuità su questo
piano), la risposta alla distruzione del pianeta e della convivenza
civile voluta dal modello neoliberale, imposto nelle camere di tortura
delle dittature, e mantenuto con la narcolessi culturale delle tivù
commerciali in democrazia, sia stato semplicemente un ritorno allo
“sviluppismo” post-bellico ma in condizioni ben peggiori.
Non si cerca più di usare le rendite agrarie per finanziare il sol
dell’avvenire di uno sviluppo industriale ormai utopico in un continente
a medio reddito, ma solo per sostenere programmi sociali che riducano
le ingiustizie e le disuguaglianze in assenza di un’alternativa
sistemica che le superi definitivamente. La tentazione, il non detto, lo
strumento di potere, è usare programmi sociali indispensabili,
semplicemente giusti, per alimentare un consenso clientelare. Se
l’alternativa delle destre non è più buttare il bambino con l’acqua
sporca ma un uso solo clientelare degli stessi, l’alternativa della
sinistra qual è?
PIÙ CONSUMATORI CHE CITTADINI
Ampliando il discorso e facendo del kirchnerismo un simbolo di
un’epoca, esattamente il 5 novembre del 2005 il concerto latinoamericano
sconfisse l’ALCA di George Bush, il Trattato di libero commercio delle
Americhe, proprio qui a Mar del Plata. Questo era un progetto
neocoloniale duro e puro anche se l’espressione stride a molti in
Europa. Voleva utilizzare l’America latina come infinita maquiladora
per permettere agli USA di vincere la competizione globale con la Cina.
Quel giorno segnò forse il punto più alto della coscienza critica nel
Continente e quindi dell’integrazione di questo. Vada come vada il 22
novembre, dei grandi leader di quel giorno il solo Evo Morales resta
saldamente in sella. E resta in sella perché nel suo impegno l’aspetto
del pensare un progetto integratore più ampio della società è
predominante. Il welfare non basta, ma qual è l’alternativa? In qualche
modo la Bolivia è tra i pochi a potersi permettere di non pensare se
stessa solo come –per stare a Marcello Carmagnani- “altro Occidente”.
Per quell’ibrido culturale che è l’America latina urbana, non vi è
alternativa all’esserne vagone di coda a partire dal modello di
sviluppo, consumi, desideri. Nessuno ha però il diritto di criticare un
occidentale latinoamericano per il desiderare consumi garantiti ad altri
occidentali. L’esigenza che nessuno governo –neanche Cuba- ha mai
potuto eludere di sostenere la crescita economica, con la quale si
pagano programmi sociali per loro natura di lungo periodo, comporta
anche che gli accordi commerciali sbattuti fuori dalla porta con l’ALCA,
tendano a rientrare dalla finestra. Come altrove e come Allende non
fece in tempo a vedere, per la sinistra vi è inoltre il limite del
riferirsi a classi popolari definitivamente oltre la fine della storia
del lavoro di massa, i partiti e i sindacati. Quando Chávez evocò il
fantasma del socialismo (un colpo d’ali nell’indicare la necessità di
ribaltare il tavolo, più che uno strumento di propaganda, o una rottura
sistemica col capitalismo) o la stessa evocazione continua del
“nazionale e popolare” cristinista, si è palesato uno iato che è di
comprensione dell’esistente, della sfuggevolezza dei soggetti politici
ai quali si fa riferimento, della mera realizzabilità. Non è un caso che
la forza dei movimenti di questi anni sia sempre stata nella puntualità
dell’agenda, nella lotta contro quella singola miniera, mai
nell’escatologia della costruzione di nuove società per soggettività
popolari ormai sfuggenti.
Non sottovaluterei inoltre la mera questione della leadership, come
testimonia il ripiegare su Scioli del kirchnerismo. Se la Storia degli
ultimi due secoli è stata almeno in parte scritta dal basso in un
processo non certo lineare di democratizzazione, i leader, in
particolare all’interno di sistemi democratici e repubbliche
parlamentari, non vengono portati dalla cicogna ogni quattro anni. La
morte precocissima di Néstor Kirchner e Hugo Chávez, la sostituzione di
un patrimonio di popolarità come Lula, l’epifania della cometa di Pepe
Mujíca o, in un contesto diverso di Fidel Castro e perfino di un
personaggio discutibile come Daniel Ortega, l’impedimento golpista a un
López Obrador di governare il Messico, sono colpi non facilmente
ovviabili per l’intero movimento popolare e sociale latinoamericano.
L’incontro col Secolo di una teologia politica liberatrice,
parte del discorso politico di una sinistra tradizionale, popolare e
nazionalista nella declinazione latinoamericana del termine, ossia
quella che ha governato negli ultimi anni, si incontra oggi di fronte
alla pervicacità del modello, alla persistenza dell’attribuzione di
valore da parte di questo e alla fine programmatica degli obbiettivi che
si era data all’interno del sistema democratico. La difesa di
quest’ultimo ha sempre rappresentato una priorità di fronte a rumori di
sciabole e golpe economici. Accettato di competere all’interno di un
modello liberal-democratico (non vi era alcuna alternativa), adesso si
fanno i conti con l’alternanza, anche se quest’ultima vuol dire disfare
una tela di Penelope così faticosamente tessuta. Non è solo il Venezuela
a subire da 17 anni una guerra di logoramento non sempre fredda. Non
c’è un grande vecchio, non ci sono gli USA cattivi da demonizzare in un
hashtag #handoffqualcosa, ma un contesto di interessi tradizionali e
modernissimi che confliggono con un campo popolare culturalmente non
dominante, ma anzi tuttora subalterno. Strutturalmente subalterno,
forse. Perciò all’interno di una modernità e di un modello economico che
non è mai stato un’alternativa sistemica al capitalismo, si sono sempre
cercate crescenti e di per sé titaniche guerre di logoramento, punti di
scontro, modelli di cooptazione nei quali probabilmente le regole del
gioco le ha sempre dettate il nemico.
Di tutto ciò la persistenza della corruzione è il sintomo più
simbolico e stigmatizzato, anche se è una balla colossale della guerra
mediatica contro i governi integrazionisti sostenere che la corruzione
possa essere aumentata rispetto alla fine del secolo scorso. È però una
ferita aperta il perché questa riesca a cooptare anche forze
apparentemente fresche, di militanza che appare sana e una volta entrata
in giri di sottogoverno si uniformi quasi sistematicamente. È dai tempi
della “piñata nicaraguense”, quando i leader sandinisti lasciarono il
potere, spartendosi beni pubblici per veri o presunti meriti
rivoluzionari, che anche in America latina la questione morale, non è
più prerogativa di una parte politica, la sinistra, ma al massimo di
singoli. I modelli di cooptazione per famiglie politiche, in un sistema
sociale che resta basato sulla produzione di ricchezza, sul possesso di
questa e sull’ostentazione del consumo, e nella quale i segni di potere e
riconoscibilità sociale non si discostano da quelli degli avversari
politici, non possono che produrre corruzione. È ingenuo pensare che
quello che è stigmatizzato nei partiti socialdemocratici europei non
debba trovare corrispondenza negli omologhi latinoamericani, nel
carrierismo fine a se stesso e nella corruzione. Ma qui c’è il divorzio
o, forse una nuova forma di unione civile tra classe politica e
governati. È ingenuo pensare che, soprattutto nelle nostre megalopoli
sofferenti, nei ranchitos di Caracas, nelle villa miseria del
Gran Buenos Aires, nelle favelas di Río, quella che nel XXI secolo è la
principale aspettativa delle masse popolari, forse salute ma non
democrazia, non educazione, non cultura, ma consumi subito, qui e ora,
possa trovare dirigenti politici talmente lungimiranti da contrastare la
volontà dei loro stessi elettori e delle reti di potere che li hanno
selezionati. Oltretutto privandosi delle parafernalia riconosciute del
potere, quello del benessere materiale. Pepe Mujica il pauperista, era
il cappellaio matto, non la nuova politica. Lula non ha dato salute ed
educazione e forse neanche pane, ma ha dato il companatico; accesso ai
consumi come succedaneo della cittadinanza testimoniato ovunque dalla
crescita della classe media che agisce, pensa e desidera in quanto tale.
E meno male, per certi versi. A partire dal Brasile è successo in tutto
il Continente. Dopo decenni di critica del PIL come parametro unico
della felicità e della ricchezza delle nazioni, l’esigenza di non
scontrarsi con una controparte che, ricordando Pietro Nenni, non è mai
uscita dalla stanza dei bottoni, ha portato a misurare la felicità in
termini di crescita dei consumi interni: i grandi interessi economici
hanno continuato ad arricchirsi, le classi popolari, disinteressatesi
all’assalto al cielo, hanno smobilitato contentandosi dello strapuntino
offerto in una società dei consumi dalle quali erano fino a ieri state
escluse. Non è poco, e nessuno ha diritto di biasimarle, e forse il
progresso non è leggere tutti insieme Dostoevskij (come pensavano nel
Cile popolare). Forse il progresso è possedere tutti un iPhone, ma è
triste pensare che dopo i migliori anni della vita del Continente,
l’America latina non riesca più a volare.
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lunedì 26 ottobre 2015
La fine del kirchnerismo e del ciclo progressista in America latina?
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lunedì 22 ottobre 2012
Chávez e la Diplomazia Pubblica di Washnington
di Carlos Fazio da la Jornada
(traduzione per doppiocieco di Franco Cilli)
Unitamente alla stampa occidentale,
tradizionalmente schierata, uno dei grandi perdenti delle elezioni
venezuelane del 7 Ottobre, è stato senz'altro il cosiddetto Ufficio
della Diplomazia Pubblica di Washington.
Fomentatore del terrorismo mediatico
sin dagli anni della guerra fredda, l'ufficio dedicato alla
destabilizzazione dei processi democratici e popolari dell'area, ha
lavorato instancabilmente tra la fine di Luglio e il giorno delle
elezioni per cercare di imporre una serie di idea forza, che dirette
a/e riportate dai principali media di Stati Uniti, America Latina,
Madrid e Londra, hanno cercato di dare risalto al candidato
dell'opposizione Enrique Capriles Radonski, allo scopo di
controbilanciare le principali agenzie di sondaggi, che davano come
vincitore certo Hugo Chávez.
L'argomento principe della campagna
elettorale è stato che Capriles non era in competizione con Chávez,
bensì contro un asse formato da una cricca di narcogenerali,
politici nepotisti e cubani(sic)
che avevano pianificato di utilizzare le elezioni come mezzo per
controllare il Venezuela dopo che Chávez fosse divenuto inabile o
fosse morto. In definitiva si trattava di impedire che attraverso le
violenze, le intimidazioni e la frode elettorale si perpetuasse un
chavismo senza Chávez .
Dietro consiglio di
due esperti israeliani, il politico, diplomatico e scrittore Shlomo
Ben Ami, membro del partito laburista ed ex ministro degli esteri di
Israele, e Alon Pinkal, anch'egli diplomatico che ha rivestito la
carica di console generale negli Stati Uniti fra il 2000 e il 2004,
nonché consigliere di due ministri di Relazioni con l'estero e il
primo ministro Ehud Barak, la campagna elettorale ha cercato di
costruire l'immagine di Capriles come di un uomo serio, che offriva
stabilità, affidabilità, capacità di previsione dell'economia e un
miglioramento tangibile nella relazioni del Venezuela con il mondo.
Con lui, il Venezuela si sarebbe convertito in una democrazia
vibrante e aperta, rimpiazzando una oligarchia militar-autoritaria.
La cronologia di 84
giorni(77 fra il 23 dii Luglio e il 7 di Ottobre, e la settimana
posteriore alle elezioni), è stata tratteggiata in tre fasi. La
prima è consistita nella costruzione e configurazione del discorso e
del dibattito nei media, attraverso la disseminazione di articoli ed
elementi di notizia concernenti l'elezione, basate sulla
polarizzazione di due puniti di vista: Henrique Capriles Radonski
versus l'asse Narco-Junta-Cuba e il pericolo di un Venezuela
post-chavista diretto da una dittatura castrista-autoritaria
Nella seconda fase si è cercato di
promuovere relazioni fra Capriles, leaders mondiali e responsabili di
affari, e i media internazionali, nel tentativo di persuadere gli
attori della politica che il Venezuela con Capriles sarebbe un
terreno migliore e più affidabile per fare affari. Gli accordi
verrebbero portati regolarmente a termine, gli investimenti protetti
e gli interessi rispettati. A tal proposito Alon Pinkas, direttore
fra l'altro di Brainstorm Cell Therapeutics Inc. e commentatore di
media israeliani e stranieri, incluso Fox News, ha preso contatto con
con l'impresa pubblicitaria Thunder 11, presieduta da un ebreo
residente a New York, Marcos Greenberg, che è stato anche
consigliere della campagna del'ex presidente di Colombia Álvaro
Uribe.
Nella terza fase
della campagna ( i dieci giorni precedenti il 7 Ottobre) il fuoco
dell'informazione e dell'intelligence si è concentrato sulla
salute di Hugo Chávez, le presunte lotte intestine all'interno delle
forze armate, i conflitti fra i narcogenerali, l'intromissione e il
coinvolgimento diretto di Cuba, così come la manipolazione
potenziale, le irregolarità e le frodi elettorali. Alla base di
tutto il piano strategico, la prefigurazione di due ipotesi
contrapposte: un Venezuela serio e democratico oppure un paese dove
continua a governare una narco-junta e Cuba (narco-junta-Cuban
ruled).
Il modus operandi della
campagna conmtemplava l'identificazione di giornali, canali TV, e
agenti dei social media
di un certo rilievo e disposti probabilmente a pubblicare, e
includeva un processo diretto principalmente a stabilire
l'affidabilità di giornalisti e scrittori individuali, e
successivamente di provvedere ad un flusso continuo di articoli da
una ventina di grandi testate fra le quali risaltano: The
New York Times, The
Wall Street Journal, Reuters,
Ap, The New York Post,
The Miami Herald,
Time, Newsweek/The
Daily Beast, Foreing
Policity, Bloomberg/Business
Week, Forbes, The
Atlantic, The Guardian, El País,
CNN, CNBC, BBC e gli affiliati locali nell'area di Miami di ABC, CBS,
NBC y Fox, cosi come vari giornali e blog dell'industria del
petrolio.Secondo il documento Public Diplomacy andMedia Shlomo Ben Ami, Alon Pinkas (suoi soci a Washington) e Thunder 11 avrebbero fornito a Capriles dati probanti e prove relative all'asse narco-junta-cubano. E dato che Diplomazia Pubblica è anche uno sforzo mediatico, l'idea era quella di utilizzare le riunioni con leaders, diplomatici, politici e ONG umanitarie perché riproducessero la matrice di opinioni disegnata per il piano. Sono stati programmati incontri con politici e leaders del Congresso degli Stati Uniti e dei comitati di Energia, commercio e relazioni esterne, e Human Rights Watch.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: Chávez e i Venezuelani
hanno vinto anche la battagli mediatica con Washington. I contenuti
della campagna sono risultati una frode degli pseudo-giornalisti di
El País e di strumenti
affini. La guerra però continua. Nel ridisegno del confronto è
prevedibile che gli Stati Uniti vincoleranno un prolungamento del
mandato al 2019 alla conferma di una matrice populista-dittatoriale,
con gli annessi dell'infermità del presidente Chávez, la
corruzione, il burocratismo e la violenza in chiave di polarizzazione
classista. Idee di cui si faranno carico come al solito vecchi
personaggi ormai ben noti:Roger Noriega, Vargas Llosa, Otto Reich,
Patricia Janiot, Jorge G. Castañeda, la argentina Bullrich e una
manciata di stelle mediatiche.
lunedì 8 ottobre 2012
Il cattivo esempio di Hugo Chávez
L’immagine che non troverete commentare sui
nostri media è quella di Hugo Chávez, del dittatore trinariciuto Hugo
Chávez, accompagnato al seggio dal premio Nobel per la Pace guatemalteco
Rigoberta Menchú e da Piedad Córdoba, che da noi è meno conosciuta ma
che è un gigante della difesa dei diritti umani violati nella vicina
Colombia. È una scelta simbolica e sono figure talmente cristalline e
inattaccabili, quelle di Rigoberta e Piedad, che il fiele antichavista,
che si sparge a piene mani in queste ore per sminuire l’importanza della
vittoria del presidente venezuelano nelle presidenziali di ieri,
semplicemente le ignora. Rigoberta Menchú e Piedad Córdoba che
sostengono Chávez sono ingombranti per chi si dedica da anni a costruire
l’immagine falsa di un violatore di diritti umani e quindi vanno
cancellate. Sono donne latinoamericane, indigena una, nera l’altra. Sono
state vittime e hanno combattuto il terrorismo di stato, sanno cosa sia
il neoliberismo, sanno cosa sono le violazioni dei diritti umani e mai
le avallerebbero, conoscono la storia del Continente e proprio per
questo stanno con Hugo Chávez.
Mille commenti oggi si affannano a ragionare di percentuali e di
erosione del consenso o mettono un cinico accento sulla salute del
presidente che non avrebbe molto davanti. Eppure fino a ieri altrettanti
commenti davano per sicura la sconfitta e sicuri i brogli (delle due
l’una!), nonostante chiunque abbia toccato con mano, per esempio l’ex
presidente statunitense Jimmy Carter, abbia definito esemplari le
elezioni nel paese caraibico. Addirittura Mario Vargas Llosa dava così
certa la vittoria di Capriles da prevedere l’assassinio di questo da
parte del negraccio dell’Orinoco. Calunnie sfacciate. Ventiquattro ore
dopo gli stessi editorialisti commentano il 55% di Chávez come una
sconfitta del vincitore. Pace. Chi conosce la politica venezuelana sa
come esistano geometrie variabili e storie di continue entrate e uscite
sia da destra che da sinistra nell’appoggio al presidente che, fino a
prova contraria -ne erano tutti sicurissimi- doveva essere bell’e morto
di cancro per le elezioni di oggi. Invece non solo Chávez è vivo, e ne
andrebbe elogiato il coraggio di fronte alla malattia, ma si è
confermato presidente del Venezuela.Chávez ha vinto, che vi piaccia o no, sia per quello che ha fatto che per quello che rappresenta. Chávez ha vinto perché per la prima volta ha investito la ricchezza del petrolio in beneficio delle classi popolari che in questi anni hanno visto migliorato ogni aspetto della loro vita (salute, educazione, casa, trasporti). Non c’è nulla di rivoluzionario in questo, nonostante la retorica usata spesso a piene mani: “è il riformismo, stupido” direbbe Bill Clinton. È quanto rappresenta, invece, che fa essere Chávez rivoluzionario: conquistare pane e salute non è una conseguenza di un’economia affluente nella quale chi sta sopra può permettersi di essere così magnanimo da lasciare qualche avanzo. È un diritto fondamentale che va conquistato con la continuazione delle due battaglie storiche per la giustizia sociale e la dignità: la lotta di classe, nella quale il merito di Chávez è portare sulle spalle il peso del conflitto e quella anticoloniale, nella quale l’integrazione del Continente è un passaggio chiave.
In questo contesto la prima e più importante lezione del voto di ieri è che i venezuelani, e con loro buona parte del continente latinoamericano, non vogliono, ri-fiu-ta-no, la restaurazione liberale, la restaurazione dell’imperio del Fondo Monetario Internazionale, la restaurazione di un modello nel quale sono condannati a essere per l’eternità figli di un dio minore, mantenuti in una condizione di dipendenza semicoloniale dove le decisioni fondamentali sulla loro vita sono prese altrove. C’è un dato che a mio modo di vedere rappresenta ciò: in epoca chavista il Venezuela ha moltiplicato gli investimenti in ricerca scientifica di 23 volte (2.300%). Soldi buttati, si affrettano a dire i critici. Soldi investiti in un futuro nel quale i venezuelani non saranno inferiori a nessuno. I latinoamericani ragionano con la loro testa, hanno vissuto per decenni sulla loro pelle il modello economico che la Troika sta imponendo al sud dell’Europa e non vogliono che quell’incubo d’ingiustizia, fame, repressione e diritti negati ritorni. Il patto sociale in Venezuela non è stato rotto da Chávez ma fu rotto nell’89 quando Carlos Andrés Pérez (vicepresidente in carica dell’Internazionale Socialista) con il caracazo fece massacrare migliaia di persone per imporre i voleri dell’FMI.
Ancora oggi alcuni commenti irriducibilmente antichavisti (la summa per disinformazione è quello di Gianni Riotta su La Stampa di Torino) rappresentano il candidato delle destre sconfitto come un seguace del presidente latinoamericano Lula. Divide et impera. Erano i velinari di George Bush ad aver deciso di rappresentare l’America latina spaccata in due tra governi di sinistra responsabili e governi di sinistra irresponsabili. È straordinario come i Minculpop continuino a far girare ancora le stesse veline: l’immagine di Capriles progressista e vicino a Lula è stata costruita a tavolino dai grandi gruppi mediatici, a partire da quello spagnolo Prisa. Il curioso è che Lula rispose immediatamente “a brutto muso” di non tirarlo in ballo, perché lui con Capriles non ha nulla a che vedere e appoggia con tutto se stesso l’amico e compagno Hugo Chávez. Non importa: loro, i Riotta, facendo finta di niente, continuano imperterriti a definire Capriles come il Lula venezuelano. Allo stesso modo continuano a ripetere la balla sulla mancanza di libertà d’espressione in un paese dove ancora l’80% dei giornali fa capo all’opposizione. È un’invenzione, ma la disparità mediatica è tale che è impossibile farsi ascoltare in un contesto mediatico monopolistico. Non siamo ingenui: nella demonizzazione di Chávez c’è ben altro che l’analisi degli eventi di un continente lontano. C’è lo schierare un cordone sanitario alla benché minima possibilità che anche in Europa si possa ragionare su alternative all’imperio della Troika. Lo abbiamo visto con il trattamento riservato ad Aleksis Tsipras in Grecia e a Jean-Luc Mélenchon in Francia: non è permesso sgarrare.
Soffermarci su tale dettaglio ci svela una realtà fondamentale difficilmente comprensibile dall’Europa: è talmente impresentabile il neoliberismo che in America latina è oggi necessario nasconderlo sotto il tappeto e spacciare anche i candidati di destra come progressisti. Aveva un che di paradossale ascoltare in campagna elettorale Capriles giurare amore eterno agli indispensabili medici cubani elogiandone il ruolo storico. Come già il suo predecessore Rosales, sapeva che senza medici non ci sarebbe pace in un Venezuela che oggi conosce i propri diritti e non è disposto a rinunciarvi, altro merito storico di Chávez. I Riotta di turno tergiversavano non solo sul riconoscimento dei meriti storici di Cuba nella solidarietà internazionale (o la riducono ad un mero scambio economico, salute per petrolio) ma negano anche l’informazione che era quello stesso Capriles, giovane dirigente politico dell’estrema destra venezuelana, che l’11 aprile 2002 diede l’assalto all’ambasciata cubana durante l’effimero golpe del quale fu complice. Che vittoria per i cubani se quello stesso Capriles fosse davvero stato sincero nel riconoscerne i meriti!
Questo è il segno del trionfo di Chávez: nelle classi medie e popolari venezuelane vige oggi un discorso contro-egemonico a quello liberale dell’imperio dell’economia sulla politica, della falsa retorica liberale per la quale tutti i diritti vanno garantiti a tutti ma a patto che siano messi su di uno scaffale ben in alto perché solo chi ci arriva con le proprie forze possa goderne. In Venezuela, in America latina, stanno spazzando via tutte le balle che racconta da decenni il Giavazzi di turno sul liberismo che sarebbe di sinistra. Chi lo ha provato, e nessuno come i latinoamericani lo ha provato davvero, sa bene di cosa si parla e non ci casca più. È un discorso quindi, quello chavista, che riporta in auge l’incancellabile ruolo della lotta di classe nella storia, la chiarezza della necessità della lotta anticoloniale, perché i “dannati della terra” continuano ad esistere e a risiedere nel Sud del mondo e non bastano 10 o 15 anni di governo popolare per sanare i guasti di 500 anni.
Eppure il Riotta di turno liquida ancora oggi come “inutili” i programmi sociali chavisti. Che ignoranza, malafede e disprezzo per il male di vivere di chi non ha avuto la sua fortuna. Milioni di venezuelani, che avevano come principale preoccupazione della vita l’alimentazione del giorno per giorno, la salute spiccia (banali cure per un mal di pancia, operazioni alla cateratta del nonno) che la privatizzazione della stessa nega a chi non può permettersela, l’educazione dei figli, la casa, passando da baracche a dignitose case popolari, oggi godono di un sistema sanitario pubblico che ha visto decuplicare i medici in servizio, di un sistema educativo pubblico che ha visto quintuplicare i maestri, di un sistema alimentare pubblico che permette a molti di mettere insieme il pranzo con la cena. “Inutili”, dice Riotta, con una volgarità razzista degna delle brioche di Maria Antonietta. Oggi queste persone, escluse fino a ieri, possono spingere il loro tetto di cristallo più in alto, respirare di più, desiderare di più, magari perfino leggere inefficienze e difetti del processo e avere preoccupazioni, quali la sicurezza, più simili alle classi medie che a quelle del sottoproletariato nel quale erano stati sommersi durante la IV Repubblica. Questo i Riotta non possono spiegarlo: è così inefficiente il chavismo che ha dimezzato i poveri che nella IV Repubblica erano arrivati al 70%.
Rispetto al nostro cammino già segnato, il fiscal compact, l’agenda Monti, il patto di stabilità, dogmi di fede che umiliano le democrazie europee, Chávez in questi anni ha cento volte errato perché cento volte ha fatto, provato, modificato ricette, ben riposto e mal riposto fiducia nelle persone e nei dirigenti in un paese terribilmente difficile come il Venezuela. È il caos creativo di un mondo, quello venezuelano e latinoamericano, che si è messo in moto in cerca della sua strada. Hanno chiamato questa strada socialismo, proprio per sfidare il pensiero unico che quel termine demonizzava. Anche se il cammino è tortuoso e ripido, è la più nobile delle vette.
giovedì 4 ottobre 2012
Chavez o barbarie
La grave colpa di Chavez è quella di essere un "negro". Nulla mi
toglie dalla testa che, propaganda a parte, se fosse stato un tizio
biologicamente più compatibile e maggiormente empatico per la sensibilità
occidentale, avrebbe avuto un trattamento migliore. I media si ostinano a
definirlo un dittatore o un caudillo, malgrado continui ad essere
regolarmente eletto con libere elezioni e malgrado che le libertà
democratich in Venezuela siano garantite a tutti.
Paradossalmente, vista la concentrazione dei media in mani non certo
imparziali, il problema delle democrazia riguarda più l'opposizione di
Chavez. Spero vivamente che vinca di nuovo(F.C.)
Fulvio Grimaldi da Informare per Resistere
Nella nostra condizione di schiavi coloniali non riuscivamo a vedere che la “Civiltà Occidentale” nasconde dietro alla sua scintillante facciata una muta di jene e sciacalli. E’ l’unico termine da applicare a chi si aggira per realizzare “compiti umanitari”. Una belva carnivora che si nutre di genti disarmate. Ecco cosa fa all’umanità l’imperialismo. (Che Guevara, all’Assemblea Generale dell’ONU, 1964)
Fulvio Grimaldi da Informare per Resistere
Nella nostra condizione di schiavi coloniali non riuscivamo a vedere che la “Civiltà Occidentale” nasconde dietro alla sua scintillante facciata una muta di jene e sciacalli. E’ l’unico termine da applicare a chi si aggira per realizzare “compiti umanitari”. Una belva carnivora che si nutre di genti disarmate. Ecco cosa fa all’umanità l’imperialismo. (Che Guevara, all’Assemblea Generale dell’ONU, 1964)
Per quante critiche possano essere la situazione e le
circostanze in cui vi trovate, non disperate; è proprio nelle occasioni
in cui c’è tutto da temere che non bisogna temere niente; è quando siamo
circondati da pericoli di ogni tipo che non dobbiamo averne paura; è
quando siamo senza risorse che dobbiamo contare su tutte; è quando siamo
sorpresi che dobbiamo sorprendere il nemico. (Sun Tzu, L’arte della guerra)
Ci siamo seduti dalla parte del torto perché tutti gli altri posti erano occupati. (Bertold Brecht)
Fra poche ore, con le elezioni presidenziali in Venezuela, dove
Hugo Chavez si candida al terzo mandato, scocca un’ora decisiva per
l’intero continente e, come succede col sasso gettato in acqua,
l’increspatura delle onde arriverà ai lidi più lontani. In che contesto
si inserisce questo avvenimento epocale? Scendiamo per l’America Latina,
dall’alto in basso. Con l’eccezione del Nicaragua dei sandinisti (che
ieri ha annunciato di aver creato più posti di lavoro a tempo
indeterminato di tutto il Mesoamerica), dal Rio Bravo al confine
colombiano, imperversa la militarizzazione neoliberista e
narcotrafficante imposta dagli Usa con colpi di Stato, elezioni
truccate, finti socialdemocratici ed effettivi fantocci. Il Messico di
Neto, ladro delle vittoria di Lopez Obrador, insanguinato
dall’incessante carneficina di cartelli e militari, entrambi controllati
dagli “specialisti” Usa, e l’Honduras della decimazione degli
oppositori al post-golpista Lobo e dei contadini nelle aree sequestrate
dai latifondisti delle monoculture, sono i modelli di una riconquista
strisciante del “cortile di casa” yankee. Con quelle basi militari che
Zelaya, presidente liberal honduregno rovesciato dal
golpe di Obama, voleva chiudere, l’intervento diretto di militari Usa
contro i settori sociali in lotta (Misquitos), la DEA nuovamente
regolatrice dei percorsi ed equilibri del narcotraffico, il corridoio,
che deve assicurare il transito della droga dalla Colombia al famelico
mercato Usa e alle sue banche, è stato consolidato e blindato.
Il Centroamerica normalizzato, mannaia sul Venezuela
La regione tra Caraibi e Pacifico torna ai nefasti Usa degli anni
’70-’80, quando marines, squadroni della morte e gorilla locali la
chiusero in una morsa che costò centinaia di migliaia di vittime civili.
Strumenti aggiornati sono, oltre a quelli praticati allora, i cartelli
della droga e la bande criminali giovanili, pandillas, frutto
dell’emarginazione e della fame, e una militarizzazione gestita da
specialisti Usa, finalizzata a reprimere ogni accenno di protesta
sociale. Tra Guatemala, Salvador e Honduras, triangolo Nord della fascia
centrale, gli indici di violenza sono i più alti del mondo e
l’Honduras, tornato amerikano, ha ora superato il Messico come numero di
omicidi, anche di giornalisti. A che tutto si svolga secondo i piani
sinergici Pentagono-Cia-DEA , ai termini dei nuovi trattati di
sottomissione conclusi tra Usa e questi paesi (“Associazione di
Sicurezza Civile dell’America Centrale” e “Iniziativa Rergionale di
Sicurezza per l’America Centrale”, creature di Obama che estendono i
precedenti Plan Colombia e Plan Merida) ci pensano le forniture
militari, quadruplicate rispetto a dieci anni fa, l’incremento degli
effettivi militari nel ruolo di poliziotti, la militarizzazione della
polizia, la corruzione colossale di tutti i gangli dello Stato, così
resi ricattabili, e, last but not least, l’ultimo ritrovato
delle guerre e repressioni imperiali, i droni, Già volteggiano su tutto
il Centroamerica, come su Afghanistan, Pakistan, Yemen, Somalia, gli
stessi Usa, capaci di tutto vedere e di tutto colpire, secondo le liste
di assassinandi “su sospetto” compilate da Obama.
La Colombia, costellata di 7 basi nordamericane, ha sostituito al
brutale narcofascista Uribe il “moderato” Santos, arresosi alla forza di
un movimento di massa , la Marcha Patriotica, che ha imposto
il negoziato tra regime e l’invincibile guerriglia delle FARC, ma
mantiene il ruolo di eventuale strumento bellico contro il Venezuela.
Con l’eccezione dell’Ecuador di Correa, la costa del Pacifico che va
dalla Colombia attraverso il Perù fino al Cile, è in mano a vassalli
mascherati (Ollanta Humala), o dichiarati (Sebastian Pinera), che si
vedono però affrontati da indomabili movimenti di contestazione, di
studenti e masse popolari in Cile e di comunità indigene e campesine nel
Perù. Paraguay e Uruguay sono finiti sotto le grinfie Usa, il primo con
il colpo di Stato che ha defenestrato Fernando Lugo, il secondo
condotto dall’ex-tupamaro Mujica dalla speranza del riscatto, dopo
decenni di dittatura, alla desolazione del rientro negli schemi
repressivi del neoliberismo.
Brasile e Argentina hanno in comune la difesa della sovranità e
dell’autonoma politica estera dalle incursioni Usa e UE, il primo con
aspirazioni subimperialiste e dominio del mercato e la seconda impegnata
con Cristina Kirchner in un difficile, ma progressivo spostamento verso
un’autentica socialdemocrazia. Le varie alleanze di carattere
politico-economico, Mercosur, Unasur, Alba, Celac, hanno però tutte un
segno di integrazione continentale, indipendenza economica, riscatto
sociale e rifiuto delle interferenze esterne al continente, al punto che
perfino regimi di destra, succubi degli Usa nei trattati di libero
scambio, come il Cile e la Colombia, non hanno potuto che schierarsi con
il resto del continente contro il golpe in Paraguay. Con
l’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), che in passato determinava
esiti di conflitti favorevoli agli Usa, fortemente indebolita da questi
organismi interstatuali da cui Washington è esclusa, l’egemonia
imperialista sull’America Latina è ridotta ai brandelli delle roccaforti
militari sparse sul continente e delle operazioni di destabilizzazione
affidate a movimenti separatisti, spesso indigeni con la copertura di
più o meno fondati integralismi ecologici. Questi, finalizzati anche a
suscitare nelle sinistre mondiali critiche e opposizione ai paesi della
svolta progressista o radicale.
Il motore dei cambiamenti verificatisi in America Latina dagli ultimi fuochi neoliberisti del Novecento, con l’argentinazo
del 2001, i movimenti insurrezionali trionfanti in Bolivia ed Ecuador
con successive vittorie elettorali delle sinistre antimperialiste in
questi paesi, come in Nicaragua e Venezuela, è fuor di ogni dubbio la
rivoluzione bolivariana di Hugo Chavez. Il miglioramento delle
condizioni di vita di popolazioni storicamente emarginate e oppresse, il
ricupero della dignità nazionale, la spinta all’integrazione di popoli
uniti da lingua, cultura, storia di lotte anticoloniali, nel solco di
Martì e Bolivar, il potenziamento economico e diplomatico derivato da
una configurazione planetaria che al dominio degli Usa ha sostituito la
collaborazione con grandi aree strategiche (Iran, Cina, Russia, Africa,
India), la grande attenzione all’ambiente, sono tutte medaglie che, per
primo, si può fissare al petto l’ex-capitano dei parà che, attraverso le
più democratiche delle elezioni, confortate dalla mobilitazione
popolare contro ogni reazione, ha dimostrato la possibilità del cammino
verso il “Socialismo del XXI Secolo”. Sono questi antecedenti a fare
delle elezioni del 7 ottobre la pietra filosofale che trasforma il
piombo della dipendenza e del sottosviluppo in oro rivoluzionario per
tutto il continente.
Una sconfitta di Chavez rischia di implicare, venendo a mancare il
protagonista e l’ispirazione ideologica della spinta al cambiamento,
l’arretramento generale per l’intera regione. La sua vittoria, resa
prevedibile da un vantaggio sull’avversario Capriles, che da sempre si
aggira intorno ai venti punti, comporta il rafforzamento del blocco più o
meno antiliberista, ma uniformemente antimperialista e la messa
all’angolo dei rigurgiti reazionari e collaborazionisti. L’effetto
emozionale, psicologico, oltrechè economico e politico, dell’ennesima
vittoria di Chavez, su noi sprofondati nella crisi costruita per
derubarci e annichilirci, sui popoli in resistenza, con conferma e
accelerazione dell’alternativa latinoamericana al necrocapitalismo
neoliberista, antidemocratico e guerrafondaio, sarà incalcolabile.
L’Impero e i suoi regimi sguatteri hanno ben presente l’effetto contagio
sull’oceano dei deprivati del fenomenale riscatto delle masse popolari
realizzato in Venezuela con le varie missioni sociali (casa, salute,
istruzione, indigeni, donne, lavoro) e la riorganizzazione dello Stato
dal basso, con le nazionalizzazioni strategiche, con i consigli
comunitari sul territorio e i consigli operai nelle fabbriche, dotati di
poteri d’intervento e decisione. La povertà ridotta del 40%,
un’istruzione capillare, con le decine di nuove università pubbliche
gratuite, che, insieme ai movimenti di base a sostegno e sollecitazione
del chavismo, ha elevato a livello generale la coscientizzazione
politica della popolazione, la sovranità alimentare perseguita con i km
zero e l’intervento statale su produzione e distribuzione che ha
tagliato le unghie ai supermercati oligarchici e multinazionali, sono
modelli a cui guardano milioni di latinoamericani privati di giustizia
sociale, emancipazione politica e culturale.
Ho ancora luminoso il ricordo di quel Mercal di tutti i Mercal locali,
che si svolge ogni mese, immenso, in Avenida Bolivar di Caracas, dove
folle di famiglie, anziani, donne, acquistano tutto a prezzi ridotti
della metà, godono di visite oculistiche e mediche gratis, si suona, si
canta, si balla,in quell’allegria che viene evocata in ogni discorso del
Comandante. La spesa pubblica per investimenti del welfare rappresenta
il 61% di tutti gli introiti dal 1999 al 2011. Prima era del 36%. I dati
ONU confermano che il Venezuela è oggi il paese latinoamericano con
meno diseguaglianze. Particolare rimbombo non può non aver suscitato la
nuove legge “antiforneriana” del lavoro, con la riduzione dell’orario da
44 a 40 ore, un aumento dei salari che è il più alto del continente e
il rifiuto dei licenziamenti a discrezione del datore di lavoro.
Contro Chavez e la rivoluzione bolivariana, che ancora si muove
nell’ambito dell’economia mista mercato-socialismo, ma nelle parole del
presidente punta a un’accelerazione verso la fine del capitalismo, si è
candidato alla presidenza Henrique Capriles Radonski, figlio di madre
ebrea polacca e di padre ebreo sefardita (la comunità ebraica
venezuelana è stata coinvolta ripetutamente, e fin dal tempo della
serrata padronale post-golpe del 2001-2, in manovre di
destabilizzazione. Si tratta del miliardario (in dollari) rampollo della
più reazionaria componente dell’oligarchia golpista, già governatore
dello Stato di Miranda, deputato e sindaco, protagonista del golpe che
inaugurò una dittatura di 48 ore, privatizzatore accanito, fautore del
ritorno della PDVSA, l’ente petrolifero di Stato, alle condizioni
pre-Chavez di terra di razzìa dell’oligarchia e di controllo delle corporations
Usa. Foraggiato da fondi Usa, sostenuto da una pletora di Ong
teleguidate da organismi cripto-Cia, come NED, USAID, Freedom House,
Amnesty, per la penetrazione dal basso, garante dichiarato dell’accordo
capestro di libero scambio (ALCA) con gli Usa, collegato a fazioni
fasciste come Tradicion, Familia y Propiedad, a guida del partito di estrema destra Primero Justicia, ora confluito nella coalizione antichavista MUD (Mesa de La Unidad Democratica), Capriles
non pare avere la credibilità necessaria a sovvertire il pronostico che
favorisce il vincitore di ben 14 successive elezioni. Il suo tentativo
di mascherarsi da difensore degli interessi popolari con la promessa di
mantenere e “migliorare” le misiones sociali, è ridicolizzato dal proposito di riprivatizzare la PDVSA, principale finanziatrice di tali misiones,
in virtù del fatto che il Venezuela è il quarto produttore mondiale di
idrocarburi e il detentore dei suoi giacimenti più cospicui.
Hugo Chavez viene attaccato da tre lati. Uno, del tutto irrazionale
e irrilevante, popolare tra residui trotzkisti, è quello del
massimalismo presunto marxista che gli imputa di non aver subito
liquidato ogni proprietà privata, di essere affetto da caudillismo, di
offrire un ulteriore alito di vita al capitalismo in crisi mortale.
L’altro denuncia, con qualche fondamento, la formazione di una
cosiddetta “boliburguesia”, con riferimento al consolidarsi di
un ceto dirigente burocratico che mirerebbe essenzialmente alla
conservazione dello status privilegiato acquisito all’ombra della
”rivoluzione”. Un fenomeno che conosciamo, in proporzioni sicuramente
più gravi, in tutte le esperienze di “socialismo realizzato”, con
particolare evidenza recente nella Cuba delle riforme di mercato. Qui il
compito dell’alternativa bolivariana non poteva facilmente essere
completato nei pur fattivi 13 anni del governo chavista. Si trattava di
rivoltare come un calzino un paese le cui strutture erano corrose fino
al midollo da una classe dirigente ladra, inetta e corrotta, prona a
ogni diktat statunitense. Ci sarà pure un nuovo ceto medio “bolivariano”
che ha avuto modo di inserirsi nei gangli dello Stato, ma non pare
questa l’insidia maggiore. Piuttosto, con la lenta e faticosa formazione
di nuovi quadri dirigenti rivoluzionari corre parallela anche la
necessità di completare la bonifica di apparati, come il giudiziario e
la polizia, intrisi di revanscismo e sostenuti occultamente dai nemici
interni ed esterni di Chavez. Il tridente d’attacco è completato dalle
mene di Cia e Mossad, alimentatrici del grave problema di una sicurezza
urbana compromessa dalla criminalità di strada e che tirano le fila
delle costanti infiltrazioni terroristiche di paramilitari colombiani.
Nessuna di queste armi controrivoluzionarie pare oggi in grado di
sovvertire il pronostico elettorale e di destabilizzare in profondità
l’assetto di Stato e società. Numerosi segnali, addirittura confortati
da minacce di spericolati rappresentanti diplomatici Usa, indicano che
nel Nord dell’emisfero ci si sia rassegnati alla stanca ripetizione di
quanto tentato in precedenti elezioni, in particolare nel 2004, in
occasione del referendum per la revoca del mandato di Chavez chiesto
dall’oligarchia. Lo schemino è quello, alquanto logoro e screditato,
messo in atto anche in Russia contro Putin e in Iran contro Ahmadi
Nejad: vittorie eclatanti dei candidati sgraditi negate dall’accusa di
brogli mosse dalle cancellerie occidentali, dai loro mercenari mediatici
e da piazze incendiate per la bisogna. Grottesco, se si pensa alla
limpidezza di elezioni condotte e risolte sotto il cappello a stelle e
strisce, dal Messico all’Iraq, dall’Afghanistan all’Honduras, da Haiti
alla stessa metropoli di Bush Primo e Secondo.
In Venezuela, nella carenza di altri strumenti propagandabili, si
deve fare di necessità virtù e si punta alla migliore delle ipotesi: una
jacquerie innescata da denunce di brogli urlate dal coro mediatico,
tuttora sotto controllo oligarchico (nel sistema elettorale
automatizzato giudicato il più trasparente e sicuro di tutto
l’emisfero), che possa portare a interventi repressivi tali da poter
gridare alla dittatura e invocare interventi esterni, diretti, o per
interposta Colombia (a cui parecchio costerebbe, vista la funzione di
quinta colonna interna che la sua robusta guerriglia e l’impetuosa nuova
opposizione politica assumerebbero, sul modello del PKK curdo e delle
sinistre in Turchia a contrasto del bellicismo antisiriano di Erdogan).
Intanto, secondo molti, un campanello d’allarme e una prima prova di
terrorismo destabilizzante sono stati, a fine agosto, l’esplosione e
l’incendio di Amuay, la più grande raffineria del paese, una delle
maggiori del mondo, garanzia del controllo nazionale sul ciclo
petrolifero che prima era delocalizzato nelle raffinerie Usa. 40 morti e
scatenamento dell’informazione oligarchica su presunte responsabilità
della gestione statale. Insicurezza e panico, basi su cui costruire un
discontento di massa, campagne di demonizzazione e interventi esterni.
L’inchiesta è in corso.
Juan Contreras lo incontro a Caracas nel quartiere “23 gennaio”,
casamatta rivoluzionaria fin dai tempi della lotta armata contro
dittatori e despoti della seconda metà del secolo scorso. Militante
rivoluzionario marxista, con la solita passione latinoamericana per
Gramsci, è il fondatore e leader della Coordinadora Simon Bolivar. Il
suo quartiere, roccaforte proletaria da quando il dittatore Jimenez
sconvolse Caracas con il modernismo straccione dell’urbanistica da
massimo sfruttamento del suolo, vanta la più bella distesa di murales
della capitale. Narra le vicende di una lotta che origina nell’800 della
liberazione anticoloniale e prosegue fino ai temi e obiettivi di oggi.
Immancabile su tante pareti Che Guevara, mentre sulla parete in fondo
alla sala delle assemblee, tra le tante di lotte in giro per il mondo,
pende una bandiera dei nostri Cobas.
“La base fondamentale del nostro processo è il movimento popolare che ha ancora molti compiti davanti a sé”, dice Juan.
“Tra quelli principali è liberarsi della vecchia struttura dello Stato,
marcata dalla logica del capitale. Chavez sottolinea il problema della
transizione alla maniera di Gramsci: siamo intrappolati in uno Stato che
rifiuta di morire e uno Stato che rifiuta di nascere. Dobbiamo
liberarci delle vecchie strutture, quelle che impediscono l’avanzata del
processo guidato da Chavez. Ci sono alcuni al vertice che pensano di
poter imporre una rivoluzione dall’alto, ma noi ci troviamo in una fase
di passaggio e senza la forza e le idee del movimento di massa non si
andrebbe avanti. Dall’8 ottobre di quest’anno, il giorno dopo le
elezioni presidenziali, il nostro obiettivo deve essere di contribuire a
costruire una vera democrazia, rappresentativa e, come diciamo noi,
protagonica. Protagoniste le masse. Il processo dal 1998 al 2012 è stato
un processo di risveglio politico, di maturazione delle coscienze, di
consegna alle masse di strumenti di riscatto sociale, economico e
culturale. Ora è il tempo per passare all’incasso, con il popolo che
assume il suo ruolo storico di protagonista. Non viviamo in una società
perfetta. Abbiamo ancora un sacco di cose da fare, ma almeno conosciamo i
nostri problemi. Stiamo costruendo una nuova società fondata sul lavoro
di donne e uomini che, inevitabilmente, hanno debolezze.
Sono le idee e le parole di gente come Juan Contreras, e che lui
auspica continuino ad essere quelle di Chavez e della sua squadra, che
hanno posto il Venezuela al centro della geografia del pianeta. Sono i
fatti e i propositi che mandano i brividi per la schiena di chi conta di
trasformare questa geografia, la comunità sana dei popoli e delle
classi, in dittatura dell’1%. Nel deserto che stiamo attraversando
noialtri, dove non c’è riflesso d’acqua ma solo luci di miraggio, siamo
al punto dove la speranza è l’ultima a morire. Ma dal Venezuela,
dall’America Latina, si aprono sorgenti che promettono di far fiorire i
deserti. Travolgendo coloro che ci vogliono convincere che l’ultima
speranza è quella di morire.
sabato 18 febbraio 2012
venerdì 7 agosto 2009
Caro Giuseppe Giulietti, sul Venezuela sbagli
di Gennaro Carotenuto (da Giornalismo Parrtecipativo)
Caro Giuseppe Giulietti,
leggo un tuo duro attacco contro il governo venezuelano dalle pagine di “Articolo 21”, associazione nelle finalità della quale mi riconosco pienamente. La stima che ho per te mi fa scorgere il fumo del “sentito dire” e il condizionamento del continuo inquinamento delle fonti operato dal mainstream.
Il Venezuela è un laboratorio mediatico senza pari al mondo. Come tutti i governi integrazionisti latinoamericani ha dovuto fronteggiare, inizialmente senza strumenti legislativi, un irriducibile “latifondo informativo commerciale”, contrario spesso in maniera eversiva ai governi di centro-sinistra. Tale latifondo considera (strumentalmente) ogni possibile democratizzazione del sistema mediatico come un attacco all’unica libertà d’espressione che ha a cuore, la propria.
In questo contesto la demonizzazione sempre più marcata dei processi politici latinoamericani, e in particolare quello venezuelano vede inoltre sempre più spesso accostare il presidente Hugo Chávez a Silvio Berlusconi, dipinti come due autocrati accomunati dalla smania di controllare i media. Tale accostamento è diffamatorio per il governante bolivariano. Semmai è vero il contrario: Chávez è massacrato da anni da un sistema mediatico di stile berlusconiano per squallore morale, potere economico e pervicacia della disinformazione.
In Venezuela, come nel resto dell’America latina, media commerciali ademocratici se non apertamente antidemocratici, dei quali sono proprietari uno o pochi soggetti economicamente dominanti e con rilevanti alleanze internazionali, mediatiche, politiche ed economiche, bombardano quotidianamente i governi integrazionisti facendosi beffe di ogni deontologia ed etica professionale. Ancora domenica scorsa il presidente boliviano Evo Morales ha denunciato un complotto tendente a diffamare i suoi omologhi venezuelano ed ecuadoriano, Hugo Chávez e Rafael Correa. Sui nostri giornali ho visto riportare la calunnia ma non la denuncia della stessa.
Il caso venezuelano è paradigmatico perché il sistema televisivo privato tutto fu protagonista del fallito colpo di Stato dell’11 aprile 2002 e successivamente, come senz’altro sai, dai media commerciali in questi anni si è più volte incitato ad assassinare il capo dello stato. Cosa succederebbe se in Italia, nel corso di un talk show, magari ad Anno Zero, si incitasse il pubblico a prendere un fucile di precisione e sparare contro il capo del governo Silvio Berlusconi?
Quella eversiva è solo la punta dell’iceberg. Dai media commerciali venezuelani vengono quotidianamente lanciati messaggi incostituzionali, indecenti, indiscutibilmente diseducativi. Ciò in aperta, fragrante e cosciente violazione alle leggi dello Stato che vengono continuamente sfidate, per esempio non rispettando le fasce protette per l’infanzia o incitando alla discriminazione e all’odio razziale. Tali violazioni sono distribuite in tutto il palinsesto, dai TG ai talk-show fino agli spot pubblicitari e alla fiction.
Ogni volta che in questi anni il governo ha legittimamente tentato di far rispettare le leggi, le televisioni e i media commerciali hanno alzato il livello dello scontro sapendo di contare sull’appoggio esterno (in buona o malafede) di chi cadeva nel facile paradigma del “tiranno tropicale che censura media indipendenti”.
Ricordo qui un esempio tra i tanti. Nell’aprile 2008 i nostri giornali si tuffarono sulla notizia che il perfido Chávez aveva censurato il cartone animato statunitense dei Simpson. “La Stampa” di Torino parlò di “museruola chavista contro il cartoon imperialista”. Balle: in realtà i Simpson non erano censurati ma solo considerati come non adatti alla fascia protetta, esattamente come avviene negli Stati Uniti. A un giornalista onesto sarebbero bastati cinque minuti per verificare.
E’ con tali esempi di cialtroneria che si crea il paradigma falso e tendenzioso del “tiranno tropicale che censura media indipendenti”. Ci si rende così complici dei media commerciali al di fuori di ogni regola quando non in maniera apertamente eversiva. Con stima e sinceramente ti domando e domando alla FNSI: cosa deve fare un governo democratico di fronte a un attacco così brutale, sistematico e organizzato?
A chi immagina senza conoscere un Venezuela dominato dalla propaganda ufficiale, ricordo che nelle ultime elezioni presidenziali una commissione di osservatori internazionali, della quale ho fatto parte, ha calcolato che oltre i due terzi dei media era controllato dall’opposizione. Mentre scrivo queste righe a Caracas è l’alba e, come sempre da dieci anni a questa parte, i chioschi dei giornali si popolano di quotidiani quasi totalmente avversi al governo e con un livello di aggressività personale nei confronti del capo dello Stato da noi sconosciuta e che il governo venezuelano tollera.
Nonostante tale insostenibile pressione nessun media in dieci anni è stato chiuso in Venezuela. Tale semplice verità non basta ad evitare che Chávez sia presentato come il “tiranno tropicale che attacca i media indipendenti” che indipendenti non sono affatto. Mi domando perché due mesi fa, quando il governo peruviano chiuse dalla sera alla mattina, senza che scadesse alcuna concessione, “Radio la Voz” degli indigeni dell’Amazzonia, colpevole di informare della resistenza di quelle genti nessuno, né “Articolo 21”, né la FNSI ha protestato. Siamo tutti adulti e capiamo perché Chávez faccia scandalo di per sé sempre mentre Alan García possa agire nel silenzio complice del sistema mediatico mondiale.
Il canale televisivo RCTV, apertamente golpista (e non è un dettaglio), fu trasferito sul cavo perché la concessione dell’etere era scaduta. Chi scrive fu forse l’unico giornalista italiano a presenziare dal vivo alle manifestazioni dell’opposizione che avvennero in diretta televisiva e con maxischermi in tutte le piazze di Caracas. Altro che bavaglio e censura; il governo aveva il pieno diritto di decidere essendo l’etere un bene pubblico. Ogni anno nel mondo non vengono rinnovate decine di concessioni dall’Australia agli Stati Uniti, dalla Colombia all’Unione Europea, senza scandalo alcuno salvo che quando si tratta di Chávez.
A tal proposito sarei curioso di sapere quando scadrà la concessione di Mediaset, o se è per caso perpetua, e se nel nostro paese qualcuno ritenga che sia opportuno o socialmente utile non rinnovarla e magari riassegnare le frequenze ad altri soggetti, pubblici o privati, che ne facciano miglior uso per il bene comune.
A chi sostiene che sia un attentato alla libertà di espressione non rinnovare automaticamente concessioni scadute, rispondo che ha ragione Hugo Chávez quando parla di “latifondi mediatici” che un governo democratico ha il dovere e la legittimità per redistribuire. “Libertà di espressione” vuol dire garantire la stessa a molteplici soggetti, non solo ai soliti due o tre nei secoli dei secoli. Altrimenti dovremmo concludere che l’etere non è un bene pubblico dato in concessione ma una proprietà privata che può essere ereditata di generazione in generazione, di padre in figlio come è accaduto in Venezuela e come sta accadendo in Italia da Silvio a Piersilvio senza che ciò causi particolare preoccupazione.
Proprio rispetto a ciò, rispetto a quella che nel mio libro “Giornalismo partecipativo” che uscirà in autunno, definisco non in riferimento al Venezuela come un’indispensabile “riforma agraria dell’informazione”, il paese sudamericano sta scrivendo alcune delle pagine più interessanti al mondo. In questi anni la libertà conquistata con la Costituzione partecipativa bolivariana, ha fatto nascere e prosperare centinaia di radio comunitarie, di qualunque tendenza politica, che hanno abbassato sensibilmente l’assicella della concentrazione editoriale ed economica necessaria a fondare e far funzionare un media favorendo un pluralismo che il sistema mediatico mainstream impedisce.
In tale contesto i soggetti dominanti si stracciano le vesti perché divengono un po’ meno dominanti. Non mi straccerò le vesti con loro e propongo un’altra lettura: non c’è democratizzazione possibile dell’informazione senza intaccare il potere di tali soggetti dominanti.
Certo, il senatore del PD Stefano Passigli ha scritto un libro intero, “Democrazia e conflitto d’interessi” per spiegarci che in Italia non abbiamo fatto la legge sul conflitto d’interessi per evitare che il soggetto dominante Berlusconi “facesse la vittima”. Per la nostra vigliaccheria dobbiamo piegarci alla stessa logica nel commentari cose d’America latina?
Il discorso sarebbe lungo, ma mi piace chiudere ricordando Telesur, la prima televisione pubblica multistatale al mondo, con base a Caracas, che in questo mese e mezzo ha seguito secondo per secondo il golpe in Honduras in condizioni di particolare rischio per i propri inviati e tecnici e supplendo all’assenza colpevole dei grandi network. Nel frattempo i nostri TG applaudivano al dittatore di Bergamo alta Roberto Micheletti (attendo interventi dell’FNSI sugli scandalosi TG2 e “Studio aperto” in merito). In Venezuela in questi anni, rispetto al monocolore informativo mainstream, le voci si sono moltiplicate, intersecate, rinnovate, democratizzate. Chi fino a ieri controllava tutto oggi strepita perché controlla meno del tutto ed ha finalmente dei doveri oltre che dei diritti. Bisogna seguire l’esempio di Caracas, altro che censura!
con stima
Gennaro Carotenuto

leggo un tuo duro attacco contro il governo venezuelano dalle pagine di “Articolo 21”, associazione nelle finalità della quale mi riconosco pienamente. La stima che ho per te mi fa scorgere il fumo del “sentito dire” e il condizionamento del continuo inquinamento delle fonti operato dal mainstream.

In questo contesto la demonizzazione sempre più marcata dei processi politici latinoamericani, e in particolare quello venezuelano vede inoltre sempre più spesso accostare il presidente Hugo Chávez a Silvio Berlusconi, dipinti come due autocrati accomunati dalla smania di controllare i media. Tale accostamento è diffamatorio per il governante bolivariano. Semmai è vero il contrario: Chávez è massacrato da anni da un sistema mediatico di stile berlusconiano per squallore morale, potere economico e pervicacia della disinformazione.
In Venezuela, come nel resto dell’America latina, media commerciali ademocratici se non apertamente antidemocratici, dei quali sono proprietari uno o pochi soggetti economicamente dominanti e con rilevanti alleanze internazionali, mediatiche, politiche ed economiche, bombardano quotidianamente i governi integrazionisti facendosi beffe di ogni deontologia ed etica professionale. Ancora domenica scorsa il presidente boliviano Evo Morales ha denunciato un complotto tendente a diffamare i suoi omologhi venezuelano ed ecuadoriano, Hugo Chávez e Rafael Correa. Sui nostri giornali ho visto riportare la calunnia ma non la denuncia della stessa.
Il caso venezuelano è paradigmatico perché il sistema televisivo privato tutto fu protagonista del fallito colpo di Stato dell’11 aprile 2002 e successivamente, come senz’altro sai, dai media commerciali in questi anni si è più volte incitato ad assassinare il capo dello stato. Cosa succederebbe se in Italia, nel corso di un talk show, magari ad Anno Zero, si incitasse il pubblico a prendere un fucile di precisione e sparare contro il capo del governo Silvio Berlusconi?
Quella eversiva è solo la punta dell’iceberg. Dai media commerciali venezuelani vengono quotidianamente lanciati messaggi incostituzionali, indecenti, indiscutibilmente diseducativi. Ciò in aperta, fragrante e cosciente violazione alle leggi dello Stato che vengono continuamente sfidate, per esempio non rispettando le fasce protette per l’infanzia o incitando alla discriminazione e all’odio razziale. Tali violazioni sono distribuite in tutto il palinsesto, dai TG ai talk-show fino agli spot pubblicitari e alla fiction.
Ogni volta che in questi anni il governo ha legittimamente tentato di far rispettare le leggi, le televisioni e i media commerciali hanno alzato il livello dello scontro sapendo di contare sull’appoggio esterno (in buona o malafede) di chi cadeva nel facile paradigma del “tiranno tropicale che censura media indipendenti”.
Ricordo qui un esempio tra i tanti. Nell’aprile 2008 i nostri giornali si tuffarono sulla notizia che il perfido Chávez aveva censurato il cartone animato statunitense dei Simpson. “La Stampa” di Torino parlò di “museruola chavista contro il cartoon imperialista”. Balle: in realtà i Simpson non erano censurati ma solo considerati come non adatti alla fascia protetta, esattamente come avviene negli Stati Uniti. A un giornalista onesto sarebbero bastati cinque minuti per verificare.
E’ con tali esempi di cialtroneria che si crea il paradigma falso e tendenzioso del “tiranno tropicale che censura media indipendenti”. Ci si rende così complici dei media commerciali al di fuori di ogni regola quando non in maniera apertamente eversiva. Con stima e sinceramente ti domando e domando alla FNSI: cosa deve fare un governo democratico di fronte a un attacco così brutale, sistematico e organizzato?
A chi immagina senza conoscere un Venezuela dominato dalla propaganda ufficiale, ricordo che nelle ultime elezioni presidenziali una commissione di osservatori internazionali, della quale ho fatto parte, ha calcolato che oltre i due terzi dei media era controllato dall’opposizione. Mentre scrivo queste righe a Caracas è l’alba e, come sempre da dieci anni a questa parte, i chioschi dei giornali si popolano di quotidiani quasi totalmente avversi al governo e con un livello di aggressività personale nei confronti del capo dello Stato da noi sconosciuta e che il governo venezuelano tollera.
Nonostante tale insostenibile pressione nessun media in dieci anni è stato chiuso in Venezuela. Tale semplice verità non basta ad evitare che Chávez sia presentato come il “tiranno tropicale che attacca i media indipendenti” che indipendenti non sono affatto. Mi domando perché due mesi fa, quando il governo peruviano chiuse dalla sera alla mattina, senza che scadesse alcuna concessione, “Radio la Voz” degli indigeni dell’Amazzonia, colpevole di informare della resistenza di quelle genti nessuno, né “Articolo 21”, né la FNSI ha protestato. Siamo tutti adulti e capiamo perché Chávez faccia scandalo di per sé sempre mentre Alan García possa agire nel silenzio complice del sistema mediatico mondiale.
Il canale televisivo RCTV, apertamente golpista (e non è un dettaglio), fu trasferito sul cavo perché la concessione dell’etere era scaduta. Chi scrive fu forse l’unico giornalista italiano a presenziare dal vivo alle manifestazioni dell’opposizione che avvennero in diretta televisiva e con maxischermi in tutte le piazze di Caracas. Altro che bavaglio e censura; il governo aveva il pieno diritto di decidere essendo l’etere un bene pubblico. Ogni anno nel mondo non vengono rinnovate decine di concessioni dall’Australia agli Stati Uniti, dalla Colombia all’Unione Europea, senza scandalo alcuno salvo che quando si tratta di Chávez.
A tal proposito sarei curioso di sapere quando scadrà la concessione di Mediaset, o se è per caso perpetua, e se nel nostro paese qualcuno ritenga che sia opportuno o socialmente utile non rinnovarla e magari riassegnare le frequenze ad altri soggetti, pubblici o privati, che ne facciano miglior uso per il bene comune.
A chi sostiene che sia un attentato alla libertà di espressione non rinnovare automaticamente concessioni scadute, rispondo che ha ragione Hugo Chávez quando parla di “latifondi mediatici” che un governo democratico ha il dovere e la legittimità per redistribuire. “Libertà di espressione” vuol dire garantire la stessa a molteplici soggetti, non solo ai soliti due o tre nei secoli dei secoli. Altrimenti dovremmo concludere che l’etere non è un bene pubblico dato in concessione ma una proprietà privata che può essere ereditata di generazione in generazione, di padre in figlio come è accaduto in Venezuela e come sta accadendo in Italia da Silvio a Piersilvio senza che ciò causi particolare preoccupazione.
Proprio rispetto a ciò, rispetto a quella che nel mio libro “Giornalismo partecipativo” che uscirà in autunno, definisco non in riferimento al Venezuela come un’indispensabile “riforma agraria dell’informazione”, il paese sudamericano sta scrivendo alcune delle pagine più interessanti al mondo. In questi anni la libertà conquistata con la Costituzione partecipativa bolivariana, ha fatto nascere e prosperare centinaia di radio comunitarie, di qualunque tendenza politica, che hanno abbassato sensibilmente l’assicella della concentrazione editoriale ed economica necessaria a fondare e far funzionare un media favorendo un pluralismo che il sistema mediatico mainstream impedisce.
In tale contesto i soggetti dominanti si stracciano le vesti perché divengono un po’ meno dominanti. Non mi straccerò le vesti con loro e propongo un’altra lettura: non c’è democratizzazione possibile dell’informazione senza intaccare il potere di tali soggetti dominanti.
Certo, il senatore del PD Stefano Passigli ha scritto un libro intero, “Democrazia e conflitto d’interessi” per spiegarci che in Italia non abbiamo fatto la legge sul conflitto d’interessi per evitare che il soggetto dominante Berlusconi “facesse la vittima”. Per la nostra vigliaccheria dobbiamo piegarci alla stessa logica nel commentari cose d’America latina?
Il discorso sarebbe lungo, ma mi piace chiudere ricordando Telesur, la prima televisione pubblica multistatale al mondo, con base a Caracas, che in questo mese e mezzo ha seguito secondo per secondo il golpe in Honduras in condizioni di particolare rischio per i propri inviati e tecnici e supplendo all’assenza colpevole dei grandi network. Nel frattempo i nostri TG applaudivano al dittatore di Bergamo alta Roberto Micheletti (attendo interventi dell’FNSI sugli scandalosi TG2 e “Studio aperto” in merito). In Venezuela in questi anni, rispetto al monocolore informativo mainstream, le voci si sono moltiplicate, intersecate, rinnovate, democratizzate. Chi fino a ieri controllava tutto oggi strepita perché controlla meno del tutto ed ha finalmente dei doveri oltre che dei diritti. Bisogna seguire l’esempio di Caracas, altro che censura!
con stima
Gennaro Carotenuto
lunedì 24 novembre 2008
Il Venezuela e la disinformazione sempiterna
un paese e il suo futuro
di Gennaro Carotenuto (da Giornalismo Partecipativo)
Domani si vota per le amministrative in Venezuela*. Dai massimi storici del 2004 il Partito Socialista Unitario (PSUV) del presidente Hugo Chávez, che secondo alcuni sbrigativi commentatori sarebbe un dittatore, prova a tenere le posizioni.
Conta su dati positivi ineludibili di dieci anni di governo bolivariano, in pace e in democrazia, che analizzeremo qui sotto, come è sempre stato in Venezuela anche quando lo scorso anno per la prima volta Chávez fu sconfitto e gli ipercritici che vaticinavano un golpe fecero finta di sorprendersi dell’ennesima prova di democrazia. Ovviamente anche questa volta per ogni governatorato e ogni sindaco perso, migliorare è impossibile, gli canteranno il “de profundis”.
Nonostante gufi e avvoltoi, ed un contesto che non è più in crescita, secondo i sondaggi il governo dovrebbe mantenere la maggioranza in almeno due terzi degli stati del paese. I principali fattori di preoccupazione sono il prezzo del petrolio che è in picchiata, e le incognite date dall’uscita o non entrata nel partito unitario di vari dirigenti storici. Questi a volte si candidano come terzo incomodo oltre al candidato del PSUV e a quello dell’opposizione. Per Chávez, inoltre, è la prima prova elettorale dopo la sconfitta di strettissima misura nel referendum costituzionale dello scorso dicembre. Una sconfitta venuta dopo un decennio di democratizzazione e inclusione vera nel paese e dopo una dozzina di vittorie elettorali consecutive, nel paese più monitorato al mondo.
I critici picchiano anche sull’inflazione e hanno ragione perché quest’anno chiuderà intorno al 30%. Hanno ragione ma anche torto perché con Chávez l’inflazione, comunque strutturalmente alta, è diminuita. Basta guardare alle presidenze dell’ultimo quarto di secolo. Con Jaime Lusinchi (1984-88) fu del 22.7%; con Carlos Andrés Pérez (1989-93) del 45.3%; con Rafael Caldera (1994-98) addirittura del 59.4%; con Hugo Chávez (1999-2007) del 18.4%. Chi in questi anni ha letto centinaia di contritissimi articoli sull’inflazione chavista mediti su questi dati e provi a ricordare se ha mai letto di tanta preoccupazione prima di Chávez.
Conosciamo i nomi dei falsificatori e occultatori, che mai pubblicano i dati più significativi della storia di questo decennio in Venezuela. Sono il gruppo mediatico spagnolo Prisa innanzitutto, quello di El País di Madrid che sta dedicando alle elezioni venezuelane lo stesso spazio di quello che dedica alla elezioni in Gallegolandia (la Spagna), la Sociedad Interamericana de Prensa (SIP), la CNN, la Fox, le messicane Televisa e Tv Azteca, la brasiliana Tv Globo, il gruppo argentino del Clarín, lasciando da parte i media venezuelani e i guitti nostrani, i Rocco Cotroneo e gli altri quaquaraquà della nostra stampa.
Perché non scrivono mai che l’indigenza in Venezuela è passata dal 20.3 al 9.4%? Perché non scrivono mai che la povertà si è ridotta dal 50% al 33%? Perché dimenticano che il salario minimo dei lavoratori (con una disoccupazione scesa dal 16 al 7%) è passato da 154 a 286 dollari ed è il più alto dell’America latina? Perché dimenticano che la mortalità infantile (il più indicativo della salute generale di un paese è passato da 21 a 14 per mille)? Molto resta da fare ma il PIL dedicato alla salute è stato quasi raddoppiato in dieci anni così come quello dedicato all’educazione. Ciò senza citare mille altri fattori di progresso e di uscita da un sottosviluppo atavico. E allora perché tanto catastrofismo? Chi scrive fa salva la buonafede preferendo passare da ingenuo. Tanto catastrofismo si giustifica perché continuano a parlare sempre e solo con i ricchi. Ricordate Raffaele Bonanni che nel dire che il Venezuela era peggio della Cambogia di Pol Pot ammise di non essersi mai affacciato fuori dal suo albergo di lusso? Ricordate Ettore Mo che per andare a prendere il caffé si metteva il giubbotto antiproiettile? E se i ricchi restano straricchi (e ben pochi sono andati a Miami) i ricchi in Venezuela sono tristi perché sono meno sideralmente distanti dal resto della società.
E arriviamo all’ultimo inspiegabile dato che i disinformatori di professione preferiscono non dare: se chiedi a tutti i venezuelani e non solo a quelli che hanno sempre tenuto il paese in pugno il Venezuela è forse il paese più ottimista al mondo. Secondo Latinobarometro (il corrispettivo di Eurobarometro e lontanissima dal potersi definire filochavista), la maggior parte dei venezuelani (il 50%) considerano che il futuro del paese sarà molto migliore contro solo il 31% del resto della Patria grande. L’economia attuale è “molto buona” per il 52% dei venezuelani mentre appena il 21% dei latinoamericani pensa lo stesso. Nel 1998 solo 35 venezuelani su 100 dichiarava di credere nella democrazia. Oggi dopo un epocale processo di inclusione sociale siamo arrivati al 59% e addirittura il 67% dichiara di aver fiducia nello Stato. Lo stesso Chávez continua ad avere la fiducia di sei venezuelani su dieci.
Si potrebbe continuare a lungo, ma sempre ricordando che questi dati sono occultati dalla stampa mainstream. Dopo dieci anni il governo bolivariano entra in una fase nuova e più difficile dove con il prezzo del petrolio in caduta lo Stato avrà più difficoltà ad approfondire la democratizzazione reale del paese. Ma il Venezuela è cambiato in questi dieci anni e solo in meglio. E chi lo nega non è in buona fede.
* Articolo chiuso in tipografia lunedì 17/11.
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