Visualizzazione post con etichetta PIIGS. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta PIIGS. Mostra tutti i post

giovedì 5 novembre 2015

Gli eccessivi ottimismi sull’uscita dall’euro


E' doveroso riportare anche simili obiezioni ad un'uscita dall'euro, se non altro perché a differenza delle affermazioni di quelli che si limitano ad opporre fantasie visionarie sull'Europa perchè più grande e più bella, queste argomentazioni appaiono sensate.

da Keynesblog

AVVERTENZA: NULLA DI QUANTO CONTENUTO IN QUESTO ARTICOLO PUÒ ESSERE INTESO NEL SENSO DI UNA DIFESA DELL’UNIONE MONETARIA EUROPEA.
Riccardo Realfonzo e Angelantonio Viscione analizzano, in un articolo del 22 gennaio 2015 su Economia e Politica, le conseguenze di una possibile uscita dell’Italia dall’euro. Vi sono molte utili conclusioni nello studio, a partire da quella sulla scarsa crescita dell’occupazione. Se guardiamo al 1992, anzi, a crescere fu la disoccupazione. Così come è utile ricordare che l’effetto della svalutazione, se i salari tornassero a crescere (come socialmente auspicabile), sarebbe di breve durata. Del resto Roger Bootle, vincitore del premio Wolfson 2012 per il suo piano di uscita dall’euro, mette chiaramente in evidenza che devono essere i lavoratori a pagare le conseguenze dell’eurexit. L’alternativa “o si svaluta la moneta o si svaluta il lavoro” è fuorviante: in realtà spesso le grandi svalutazioni della moneta sono funzionali alla svalutazione del lavoro (si veda ad esempio l’andamento dei salari reali in Gran Bretagna negli ultimi anni e gli esempi portati dai Realfonzo e Vicarelli e da Brancaccio e Garbellini) al fine di aggirare la rigidità verso il basso dei salari nominali. Vi sono però due aspetti che ci paiono trascurati nell’analisi di Realfonzo e Viscione e che, se tenuti adeguatamente in conto, cambiano radicalmente il quadro.

“Una Lehman al quadrato”

Realfonzo e Viscione, nella loro analisi, assumono implicitamente che, dopo l’uscita dell’Italia dalla moneta unica, l’euro, l’Europa e il resto del mondo continuino a funzionare come se nulla fosse. L’uscita dall’euro viene cioè trattata dai due autori come una semplice svalutazione o al limite come l’uscita da un sistema di cambi fissi, come fu nel caso dell’uscita dallo SME nel 1992. Anche se così fosse, basta vedere cosa è accaduto in alcuni paesi dell’Est Europa dopo la rivalutazione da parte della Banca Nazionale Svizzera per comprendere che con la finanza globalizzata anche una semplice svalutazione può produrre effetti imprevedibili. Ma nel caso dell’uscita dell’Italia dall’euro, occorre prepararsi ad effetti molto più grandi e su scala più vasta.  
Come ammettono anche autori pur favorevoli alla fine della moneta unica, l’uscita unilaterale di un paese dall’eurozona, come l’Italia o la Spagna, determinerebbe un effetto contagio sull’intero sistema bancario europeo, che porterebbe all’uscita disordinata e in sequenza di altri paesi deboli. Esso poi colpirebbe in modo significativo la Francia e anch’essa sarebbe probabilmente costretta ad uscire. Infine il contraccolpo di questa “fine al rallentatore”, accompagnata dal panico dei mercati, si abbatterebbe sulle banche tedesche e sul resto del globo.  
L’intreccio finanziario nell’eurozona implica cioè quello che Yanis Varoufakis ha descritto come un “castello di carte”. Se si toglie una carta, tutto il castello crolla. Una conferma viene anche dalla lettura dei risultati dello stress test del Center for Risk Management di Losanna, che tiene conto dell’effetto contagio di un eventuale crisi finanziaria e mostra quanto sia fragile, e interconnesso, il sistema bancario europeo.
Il contagio finanziario potrebbe forse essere contenuto da un massiccio intervento della BCE e dell’ESM, che andrebbero in soccorso delle banche e degli Stati che necessitassero di assistenza per evitarne l’uscita dalla moneta unica. Molti giudicano gli strumenti finora messi in campo dall’UE (ESM, Unione Bancaria, OMT) insufficienti allo scopo, ma, anche se ciò non fosse vero, il contagio implicherebbe comunque un nuovo credit crunch e una nuova pesante recessione, accompagnata da un rafforzamento delle spinte deflattive, che rappresenterebbero altra benzina sul fuoco dei fallimenti bancari a catena.
Ma persino sulla capacità della BCE di frenare la dissoluzione incontrollata dell’eurozona e assicurare la tenuta del suo sistema finanziario si possono nutrire molti dubbi. Si immagini come i mercati potrebbero reagire all’uscita di un paese dall’eurozona (e all’eventuale default sui saldi Target 2) dopo che la Banca Centrale Europea esplicitamente ha impegnato se stessa sull’irreversibilità della moneta unica “per tutti i suoi membri”, attraverso l’OMT e poi il Quantitative Easing. La credibilità della BCE, l’unico collante che ha tenuto l’euro in piedi sinora, e quindi della stessa moneta che essa emette, ne verrebbe danneggiata e l’istituto di Francoforte difficilmente potrebbe svolgere efficacemente il ruolo attuale di garanzia di tenuta dell’Unione Monetaria Europea.
Il rischio è quello di una “Lehman Brothers al quadrato”, per dirla con Barry Eichengreen. La crisi del 2008 sin fondo si diffuse nel mondo grazie al fallimento di una sola banca, per quanto grande. E il nuovo shock avverrebbe non dopo anni di espansione, come nel caso di Lehman, ma a valle di una dura recessione. L’enfasi di Eichengreen pare quindi appropriata, anche considerando l’eccezionalità dell’eventuale esplosione dell’area euro, come confermano i fatti che riportiamo qui di seguito. 

Un evento senza paragoni storici

Di crisi bancarie è piena la storia, così come di svalutazioni e disfacimenti di sistemi monetari, ma non vi è alcun precedente storico paragonabile alla disintegrazione incontrollata dell’euro. Per avere un’idea del perché, basta ricordare alcuni dati, richiamati da Jens Nordvig e Nick Firoozye di Nomura, che pure sono favorevoli ad uno smantellamento controllato dell’eurozona (non a caso il titolo dello studio di Nordvig e Firoozye non è “Come uscire dall’euro” ma “Ripensare l’unione monetaria europea”):
Schermata-da-2014-10-06-071418
1) l’eurozona produce circa il 20% del PIL mondiale, a fronte dei pochi punti percentuali rappresentati dalle economie implicate in precedenti rotture monetarie;
2) Le banche dell’eurozona possiedono il 35% degli asset mondiali e il 34% dei prestiti internazionali;
3) l’euro è la seconda moneta di riserva internazionale: il 25% delle riserve delle banche centrali del mondo è denominato in euro e quasi il 40% degli scambi sui mercati valutari internazionali coinvolge l’euro;
4) il 30% dei debiti privati nell’eurozona è sotto legge estera e quindi non verrebbe ridenominato, con pesanti effetti sullo stato patrimoniale di grandi imprese e banche, che in alcuni paesi produrrebbe una nuova recessione da “balance sheet effect”;
5) se guardiamo ai derivati europei, ben il 95% è sotto legge estera (di solito britannica o statunitense). Cosa succederebbe a questi titoli? Il 2008 ci dice quanto i derivati possano diffondere il contagio finanziario a livello globale;
Nordvig e Firoozye (ricordiamolo ancora: due autori “noeuro”) ammettono quindi che una rottura disordinata dell’eurozona eccederebbe “per un ampio margine” quanto accaduto in passato nei mercati emergenti, a causa dell’ “enorme dimensione delle attività e delle obbligazioni denominate in euro”. Aggiungono che l’ “ondata di fallimenti avverrebbe a livello globale”. E concludono che “la più probabile implicazione tale processo di ridenominazione disordinata sarebbe un completo congelamento del sistema finanziario, non solo nella zona euro, ma anche a livello mondiale” con inevitabili ripercussioni sull’economia reale per un periodo prolungato. Qualcosa di molto diverso rispetto ad una semplice svalutazione.  
Nella sua risposta a Realfonzo e Vicarelli, il prof. Biasco contempla anche il problema di un eventuale default sul debito pubblico italiano, ma poiché esso è in larghissima parte sotto legge nazionale, costituisce forse un problema minore, sebbene non vada escluso l’effetto avverso dell’incertezza sull’esito di lunghi e complicati contenziosi legali, sia a livello nazionale che internazionale, dato che l’uscita unilaterale dall’euro non è prevista nei Trattati. Anche escludendo questo problema, tuttavia quanto abbiamo già richiamato sembra abbastanza.
Certo, forse si potrebbe trovare un modo per mettere in piedi una dissoluzione controllata, ma dobbiamo sapere che essa potrebbe essere costosa per i paesi debitori, richiedendo di mantenere per quanto possibile i debiti esteri, pubblici e privati, in una moneta comune (l’ECU di antica memoria) come suggeriscono ad esempio i già citati Nordvig e Firoozye, ma anche molti altri autori, seguita da un default controllato di alcuni paesi. Tale soluzione richiederebbe comunque un livello di solidarietà e coordinamento oggi impensabili, di gran lunga superiori alla “riparazione in corsa” dell’eurozona attraverso soluzioni tecnicamente più semplici e meno costose come quelle avanzate da Amato e Fantacci o da Varoufakis-Holland-Galbraith.

 


La svalutazione che non funziona

Un altro punto che l’analisi di Realfonzo e Viscione sembra trascurare è collegato agli effetti della svalutazione. In primo luogo, va rilevato che non è possibile stabilire l’ammontare della svalutazione che subirebbe la nuova moneta italiana perché, come abbiamo detto, l’evento “crollo dell’euro” non ha alcun paragone. Realfonzo e Viscione non lo fanno, ma molte analisi ipotizzano per l’Italia una svalutazione tra il 20% e il 30% nei confronti dell’euro residuo o del nuovo marco tedesco. Altri, come UBS, sostengono invece che l’eccezionalità dell’evento potrebbe portare a svalutazioni molto maggiori, potenzialmente dannose, invece che corroboranti per le economie deboli. Certo, si può ipotizzare di mettere dei controlli sui movimenti di capitali, di istituire apposite aste invece di abbandonare la nuova valuta alle decisioni dei normali mercati valutari, ma uscire dal mercato dei capitali significa dover poi chiedere aiuto al Fondo Monetario Internazionale (o agli Stati Uniti o alla Cina), se non altro per sostenere le imprese produttive e finanziarie indebitate in valuta estera, accettandone le condizioni. Inoltre, per quanto detto, la Comunità internazionale si troverebbe a soccorrere più paesi, tra i quali almeno due grandi economie (Italia e Spagna), che nel complesso rappresentano il 6-7% del PIL mondiale. La situazione sarebbe ancora più grave nel caso in cui anche la Francia si aggiungesse ai PIIGS.
Ipotizziamo tuttavia che la svalutazione sia contenuta e lasciamo stare per ora gli effetti finanziari. Se guardiamo al recente passato, molti paesi che hanno svalutato, in particolare dal 2011, non hanno avuto alcun beneficio. Alcuni, come Argentina, Gran Bretagna, Giappone, paesi pure molto diversi tra loro, hanno visto addirittura un peggioramento dei conti con l’estero, che poco sembra avere a che fare con la “curva J” e molto invece con la carenza di domanda estera. In seguito alla crisi, il commercio mondiale è cresciuto a ritmi a dir poco asfittici, dopo 20 anni di crescita a doppia cifra. E questo proprio per colpa dell’austerità europea. Ma l’esplosione dell’eurozona non porterebbe certo ad una reflazione: per quanto detto dovremmo semmai immaginare un nuovo periodo di crisi, ulteriore contrazione della domanda estera e una maggiore austerità, a partire dalla Germania. Serve a poco svalutare se i tuoi vicini sono in crisi e alla ricerca di risorse per puntellare il loro sistema bancario indebitato o colpito da pesanti perdite in conto capitale. E vale a poco quindi il paragone con il 1992, quando ci trovammo invece nella situazione esattamente opposta, con la Germania in deficit di bilancio. Quello di cui ha bisogno l’Europa (e il mondo) non è un aggiustamento basato sui prezzi, ma sulle quantità.  

Conclusioni

Come qualsiasi azione, anche l’uscita dall’euro va giudicata in base ad un calcolo di costi e benefici. Purtroppo le analisi di molti economisti “noeuro” tendono a sottovalutare i primi e sovrastimare i secondi. Realfonzo e Viscione sono molto più prudenti, e tuttavia sembrano anche essi muoversi nell’ottica dell’assenza di effetti di contagio finanziario e spill-over sul resto dell’eurozona (e oltre) e trascurano la contrazione della domanda estera che annullerebbe gli effetti positivi, ancorché transitori, della svalutazione.
Yanis Varoufakis ha giustamente sottolineato che l’eurozona è una nave costruita male, ma farla affondare e gettarsi nell’Oceano non è un’alternativa. In mancanza di quella cooperazione che non riusciamo a raggiungere su misure meno impegnative come salvare la piccola Grecia, ciò che ci attende è probabilmente l’acqua gelida e le incognite di un evento senza precedenti, non il tepore della ritrovata sovranità monetaria.


mercoledì 18 febbraio 2015

La speranza del mostro democratico, fra Syriza e Podemos

di Antonio Negri e Raúl Sánchez Cedillo da Euronomade
 

 “Uno spettro si aggira per l’Europa”: così titolava in questi giorni il giornale italiano “il manifesto”, commentando le visite di Tsipras e Varoufakis ai governi europei. Un vero incubo per gli ordoliberali tedeschi, un Geisterfahrer, per l’appunto, l’autista suicida che vuole scaraventarsi contro l’autobus europeo – ha detto in prima pagina “Der Spiegel”. Immaginiamo che cosa potrà succedere con la vittoria di Podemos in Spagna: quale enorme spettro sarà allora visto aggirarsi, un vero e proprio mostro generato dagli sfruttati e dalle forze produttive della quarta economia europea! Fra poche settimane cominceranno le scadenze elettorali in Spagna e si ripeterà, con forza moltiplicata, il ritornello dei governi europei inteso a far paura ai cittadini spagnoli. Prepariamoci. Certi che le malauguranti prepotenze propagandiste europee saranno battute. Ma intanto prepariamoci: che cosa potrà replicare Podemos sull’Europa?
Consapevole dell’accelerazione temporale e politica che la vittoria di Syriza ha imposto, il discorso di Podemos sull’Europa è da un lato di sincera solidarietà e d’alta considerazione per la vittoria dei democratici greci, d’altra parte è un giudizio di prudenza – la linea Tsipras può fallire nel breve tempo che divide dalle scadenze spagnole. E la prudenza non è ambiguità. Tutti sappiamo infatti che nulla sarebbe più pericoloso di una posizione ambigua non solo sulla trattativa ora aperta dalla Grecia con l’Europa ma soprattutto nei confronti delle politiche che l’Europa della troika ha finora sviluppato. Qualsiasi ambiguità su questo terreno dev’essere tolta – e lo è stata effettualmente da quanto si è drammaticamente visto in questi ultimi mesi: esistono due Europa e bisogna collocarsi nell’una o nell’altra. Ogni cittadino ragionevole sa che non si potrà vincere in Spagna se non nella luce di un fronte già aperto da Syriza e da allargare in Europa. Le politiche del debito, le questioni legate alla sovranità e alla questione atlantica non possono esser viste se non sullo spazio europeo.
C’è da aspettarsi grande attenzione alle proposte tattiche ed alle politiche del team economico-finanziario di Syriza. Al di là dei giudizi di merito su queste proposte, esse segnano comunque un piano di cooperazione transnazionale e un abbandono della demagogia anti-europea delle “vecchie” sinistre, demagogia che comunque non è stata mai forte in Podemos. La scommessa di Syriza è certo formulata nei termini della difesa della sovranità nazionale (“contro la troika”, “contro la Merkel”, ecc.) ma nella pratica implica un’assunzione assai evidente di un intervento politico dentro e contro l’Unione così come essa è diretta. Oggi, la prima opzione è dunque quella di una coalizione dei PIIGS e delle forze di una nuova sinistra per ribaltare lo statu quo dell’Unione. Questa sembra anche l’unica opzione che si offre a Podemos per vincere le elezioni.
Cerchiamo di considerare la cosa più ampiamente. Finora lo scontro in Europa è stato quello fra un’Europa neo-bismarckiana, neo-liberale e fondamentalmente conservatrice e un’Europa democratica, costituente e fondamentalmente attenta alle esigenze dei lavoratori, delle classi medie impoverite e dei giovani precari o senza lavoro, delle donne, degli immigrati e rifugiati, dei vecchi e nuovi esclusi. Un’alternativa per modo di dire, perché a partire dalla crisi del 2008, è l’Europa bismarckiana che si è imposta con gran forza – all’altra Europa è stato lasciato uno spazio marginale, di protesta, talora addirittura di disperata lamentazione. Eppure, quando la situazione sembrava definitivamente chiusa alle rivendicazioni di giustizia ed alle rivolte contro la miseria, allora l’alternativa si è data – a partire dalla Grecia. Occorre ora ribadirla ed organizzarla proprio sui terreni sui quali l’iniziativa reazionaria si era affermata – dove aveva cercato di soffocare l’Ercole del riscatto popolare.
La prima questione, il primo nodo, è quello del debito. L’Europa della troika vuol far pagare il debito alle moltitudini europee e, della capacità di pagare questo debito, fa la misura della democrazia ed anche del grado di europeismo. Ma tutti coloro che si muovono su un fronte democratico pensano piuttosto che questa misura sia infame perché i debiti che oggi sono imputati ai popoli son stati fatti da coloro che in tutti questi anni hanno governato. Questi debiti hanno rimpinguato le classi dirigenti, non solo attraverso la corruzione, l’evasione o i favori fiscali, le folli spese per gli armamenti, le politiche industriali a vantaggio non del lavoro ma sottomettendolo alla rendita finanziaria e imponendo ai modi di vita precarietà ed un’incertezza soffocante. Ogni uomo, ogni donna, ogni lavoratore ha dovuto riconoscersi colpevole di un debito, di un balzello finanziario di cui non era responsabile. E piegare la sua vita a questa pena. È il tempo di dire ad alta voce che non sono i cittadini ma i padroni del potere, gli uomini del progetto neoliberale, i politici di “centro”, delle “grandi coalizioni” sempre più estremiste e esclusive – sono questi che hanno creato un debito del quale si sono impadroniti e del quale vogliono un non dovuto rimborso. Contro tale condizione servile per i popoli (non solo per quelli del Sud Europa ma anche per quelli della Mitteleuropa e soprattutto dell’Europa dell’Est) la nuova sinistra, attraverso Syriza, chiede un riscatto – una conferenza europea sul debito e cioè una sede costituente per un nuovo sistema di solidarietà, per nuovi criteri di misurazione e cooperazione fiscali e di politiche del lavoro. Podemos può portare a questo progetto un enorme sostegno. Ognuno di noi sa che dietro questi temi si apre un progetto di trasformazione profonda dei rapporti sociali. Ancora una volta è dall’Europa ed in Europa che nasce un progetto di libertà, di eguaglianza, di solidarietà – un progetto che possiamo chiamare antifascista, perché ripete la passione e la forza delle lotte di Resistenza. L’alleanza fra Podemos e Syriza, e la sollecitazione a confluire in quest’alleanza a tutte le nuove sinistre europee, può costruire un modello – il modello di un’Unione democratica, costruita sulla solidarietà oltre e contro il mercato. Su questa base, una politica fiscale non può esser fatta che riducendo o abolendo il debito fin qui consolidato e istaurando ed omogeneizzando, per il futuro, criteri progressivi di fiscalità sull’intera zona dell’euro. I temi centrali del Welfare, quelli dell’educazione, dell’assistenza medica, del sistema pensionistico e delle politiche della casa, ma anche del lavoro domestico e del lavoro di cura, devono svilupparsi in maniera omogenea sul livello europeo accompagnandosi alla grande innovazione di un “reddito di cittadinanza” decente, generalizzato e omogeneo. Tutto ciò apre una battaglia costituente laddove questi nuovi diritti di solidarietà possano essere riconosciuti, dove il comune divenga elemento centrale di organizzazione economico-sociale.
Ma per vincere attorno a queste questioni si deve indicare il terreno sul quale battersi: non può che essere l’intero spazio europeo. Con ciò si apre quel tema centrale attorno al quale molti equivoci si sono accumulati: è il terreno della cessione di sovranità. Trasferimenti di sovranità sono già avvenuti e sempre a favore dei poteri neo-bismarckiani del capitalismo finanziario. È su questo terreno, attaccando demagogicamente queste cessioni di sovranità, che le destre nazionaliste nascono e pericolosamente si sviluppano in Europa. È strano però vedere queste posizioni baluginare talvolta (o esser poste in buona luce) anche fra gli aderenti a Syriza, a  Podemos e ad altre forze di una “nuova Europa” che stanno formandosi. Bisogna essere chiari a questo proposito: i singoli paesi, che sono entrati nell’Unione e tanto più quelli che sono entrati nell’Euro, non posseggono più una piena sovranità. E ciò è un bene. Dietro la sovranità nazionale si è sviluppata ogni tragedia della modernità. E se  vogliamo continuare a parlare di sovranità in senso moderno (e classico), e cioè di un potere “in ultima istanza”, sia chiaro che esso è sempre di più identificabile a Francoforte, nella torre della BCE. Siamo in una situazione in cui vige una pericolosa duplicità. Essa va riconosciuta: abbiamo bisogno di Francoforte, di una moneta europea, se non vogliamo esser preda dei poteri finanziari-globali, delle politiche USA e poi degli altri colossi continentali che a fronte dell’Europa stanno affermandosi; ma d’altra parte dobbiamo recuperare Francoforte alla democrazia, imporle le ragioni dei popoli – e Francoforte deve essere assaltata dall’Europa – subito dai movimenti e poi, mano a mano, dalla maggioranza delle democrazie europee e da un Parlamento europeo trasformato in assemblea costituente. Nella globalizzazione si è affermata ovunque la centralità di un governo monetario di zone continentali – l’Europa è una di queste zone continentali. Non si può immaginare una battaglia politica meno essenziale di quella che conduce al controllo democratico del governo della moneta europea. È questa, oggi, la presa della Bastiglia.
È evidente, d’altra parte, che solo ponendo il problema del controllo sul vertice monetario e politico dell’Europa, e quindi insistendo sulla dissoluzione delle vecchie sovranità monocratiche, si può aprire, in maniera produttiva, il tema del federalismo – altro passaggio essenziale nella costruzione di una nuova Europa. Federalismo: non solo quello che vede le nazioni europee ricomposte in un dialogo costituzionale ma, anche e soprattutto, un’articolazione di tutte le nazioni, di tutte le popolazioni e lingue che vogliono sentirsi culturalmente e politicamente autonome, dentro un quadro unitario – cioè federale. Non sono tanto i PIIGS che desiderano questo; lo sono la Scozia, la Catalogna e tutte le altre regioni che chiedono autonomia e capacità effettiva di decidere sulla loro costituzione politica e sociale. Il federalismo diviene una chiave di costruzione dell’Europa. La questione della sovranità non può esser posta ed utilizzata se non in termini di pluralità, consentendo alle dinamiche che articolano uno schietto federalismo prossimo venturo.
È qui che si coglie nuovamente come solo la sinistra – quella nuova sinistra che parte dalla radicalità democratica dei movimenti emergenti di lotta e si organizza su linee di emancipazione (Syriza e Podemos) – possa affermare l’Unione europea non come strumento di dominio ma come obiettivo democratico. Sinistra-Europa-radicalità democratica: questo dispositivo è divenuto man mano centrale per la definizione della difesa degli interessi delle classi lavoratrici e per l’emancipazione dei cittadini dalla povertà. C’è una lunga e sporca tradizione di sinistre sovraniste che va definitivamente cancellata, alla stessa stregua in cui vanno battute le esperienze populiste che fanno leva sui sentimenti nazionali e li trasformano in pulsioni fasciste (nazionaliste, identitarie, isolazioniste). Solo una sinistra europeista, profondamente mutata dalla radicalità democratica dei movimenti emergenti contro l’austerity, può costruire un’Europa democratica.
E qui si apre un altro problema, quello che possiamo chiamare “questione atlantica”- è un problema troppo spesso eluso o escluso dal dibattito come se fosse ovvio che il processo di unificazione europea si debba svolgere sotto l’attenta protezione degli Stati Uniti d’America. L’Europa è stata voluta dentro la Resistenza antifascista per superare le guerre che fino a metà del secolo scorso l’hanno dilaniata, che di volta in volta l’hanno impoverita ed umiliato i suoi popoli. Contro questa condizione si sono costruiti nel dopoguerra europeo e nella transizione spagnola i primi fermenti di un discorso europeo, sapendo che pace significava possibilità di democrazia mentre guerra ha sempre significato fascismo e totalitarismo. Dopo la caduta del muro di Berlino, l’unità europea ha anche perduto le caratteristiche di ultimo fronte contro il soviettismo e l’espansionismo russo. Così l’obiettivo di una Unione europea si è autocentrato e riorganizzato attorno ad un quadro di civiltà, di strutture giuridiche proprie, di autonomia nell’ambito globale.
Ma ora l’Europa è circondata da guerre. L’intero Mediterraneo, talmente integrato ormai non solo al Sud ma all’Europa intera dai movimenti migratori e da essenziali rapporti di politiche energetiche e scambi mercantili, è percorso da un’unica linea di guerra, di fascismi e dittature. È una linea che si allarga verso il Medioriente e fa dell’Europa un attore pericolosamente esposto a movimenti bellici che hanno rilevanza e conduzione globali. Inoltre, sulla frontiera Est dell’Europa, sta svolgendosi un’insensata guerra fra popoli russofoni, con responsabilità che vanno riferite a questioni di controllo globale che si contrappongono all’interesse dei popoli europei. In questa prospettiva, la sovranità dell’Europa – non più quella immaginaria dei singoli paesi, ma quella ormai reale di un’Unione che sta costruendosi – è proiettata sulla NATO ed usurpata da questa. Questa è la vera dismissione di sovranità che le nazioni europee hanno subito! Quando Tsipras propone, in maniera simbolica, la necessità di affrontare questo problema, tocca una corda fondamentale degli assetti europei. Apre ad un problema al quale tutti noi dobbiamo rispondere, senza l’illusione che possa essere immediatamente risolto ma tuttavia senza negarne l’esistenza e l’impatto centrale. Qui si parla del rapporto dell’Unione alla pace o alla guerra, ad una pace non solo interna all’Europa ma anche sui suoi confini. D’altra parte, è immediatamente chiaro che la questione atlantica non è problema che riguarda solo la pace e la guerra: è questione che dalla pace e dalla guerra risale al sistema di controllo e/o di comando sulle strutture produttive e finanziarie dell’Europa stessa.
Per non essere ipocriti, per far chiarezza, per accelerare ulteriormente i processi di costruzione di una forza politica della sinistra europea, riapriamo dunque qualche problema che va riaperto. Che dice o fa Podemos sull’immigrazione, sui rifugiati? Ed anche – ripetendoci e puntualizzando la nostra domanda – sulla NATO, sui conflitti regionali in corso sui limes dell’Unione? Se questi temi sono considerati “perdenti” sul piano elettorale, ci si prova ad evitarli e/o a rispondere con degli esercizi retorici per cavarsela al momento? No, così non va: su questo terreno è molto difficile assumere come slogan: “prima si prende il potere, poi si discute di programma”. I temi della pace e della guerra non possono essere considerati secondari. Prendere posizione su di essi significa chiarire con certezza quale sia l’orientamento fondamentale del gruppo dirigente di Podemos non semplicemente sulla questione della pace e della guerra ma anche sulle questioni legate agli indirizzi di riforma e ad un progetto costituente che tocca l’Europa intera. Il coraggio e la serietà con cui Tsipras ha posto l’intero contesto delle tematiche oggi rilevanti nella costruzione di un’Europa fuori dalla troika, sono gli stessi che ci permettono di porre anche un dispositivo “fuori dalla NATO”. I movimenti e i governi di una nuova sinistra sanno di dover porre questi problemi come centrali. Senz’ambiguità e con la consapevolezza che la stessa congiuntura globale oggi può aiutare alla loro soluzione. Un’Europa democratica nel complesso della nuova realtà globale è ormai, infatti, quanto chiedono i cittadini del mondo, perché l’Europa è vista come una realtà che può rinnovare una tradizione democratica di lungo corso, nella luce che Syriza e Podemos hanno acceso, come speranza di riforma e superamento del capitalismo.
I movimenti europei vogliono essere inclusi nell’iniziativa politica continentale, che l’asse Podemos-Syriza può creare/sta creando a livello europeo. Essa costituisce in particolare un punto di attrazione per le nuove sinistre e la nuova radicalità democratica in formazione nel Sud dell’Unione. Sia il ritmo che il grado di articolazione di questo processo dipenderanno dall’andamento attuale del governo di Syriza e dal prossimo successo elettorale di Podemos. Tutti insieme possiamo organizzare una rottura costituente a livello europeo.
(Il simpaticissimo Eurospettro/Euromostriciattolo dell’illustrazione è stato creato per Euronomade da Sandro Moretti, una nuova collaborazione che arricchirà il nostro collettivo).