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venerdì 12 agosto 2016

L’uscita dall’euro non è un tema da “oracoli”

di Nadia Garbellini da economiaepolitica

 
La controversia sulla possibile implosione dell’attuale eurozona e sulle conseguenze di un abbandono della moneta unica risulta tuttora pervasa da un diffuso dogmatismo. I fautori dell’uscita dall’euro sono accusati di semplificare il problema e di restare volutamente nell’ambiguità per non affrontare la questione decisiva inerente a quale politica economica adottare e quali interessi sociali difendere una volta fuori dall’Unione. In alcuni casi si tratta di una critica assolutamente fondata. Tuttavia, è soprattutto tra i sostenitori della permanenza nell’euro che sembra prevalere una retorica banalizzatrice, che in alcune circostanze rasenta la superstizione. Molti di questi, infatti, continuano ad agitare lo spauracchio della catastrofe economica in caso di uscita dall’euro senza prendersi la briga di fornire la minima evidenza scientifica a sostegno delle loro predizioni. Questa tendenza all’oracolismo caratterizza non solo i giornalisti ma sembra diffondersi anche tra alcuni economisti e policymakers coinvolti nella discussione. Un celebre esempio è fornito dal Presidente della BCE Mario Draghi, che in un’intervista del 2011 sostenne che «i paesi che lasciano l’eurozona e svalutano il cambio creano una grande inflazione» (Draghi 2011). Da queste poche parole diversi commentatori hanno tratto l’implicazione che uscire dall’eurozona determinerebbe una violenta caduta del potere d’acquisto dei redditi fissi, in particolare dei salari dei lavoratori. Nessuno, per quel che ci risulta, si è posto il problema di verificarle empiricamente.
In due studi realizzati con Emiliano Brancaccio e pubblicati sulla Rivista di Politica Economica e sullo European Journal of Economics and Economic Policies, abbiamo cercato di affrontare il tema dei possibili effetti di un’uscita dall’euro alla luce delle evidenze storiche disponibili. Basate su una statistica descrittiva e un’analisi inferenziale di un campione di 28 episodi di uscita da regimi di cambio fisso tra il 1980 e il 2013, le nostre ricerche si sono soffermate sulle ripercussioni di tali eventi su tre variabili: l’inflazione, i salari reali e le quote di reddito nazionale spettante ai lavoratori (Brancaccio e Garbellini 2014; 2015). Più di recente, da una applicazione di quella metodologia è scaturito il contributo di Realfonzo e Viscione (2015) i quali hanno esteso l’analisi ad altre variabili macroeconomiche, tra cui le esportazioni nette, la crescita del Pil e l’occupazione. La conclusione di Realfonzo e Viscione è la seguente: “ […] a meno di un auspicabile cambiamento in senso espansivo e redistributivo delle politiche europee, l’uscita dall’euro potrebbe essere la soluzione scelta da alcuni paesi in un futuro non lontano. E ciò potrebbe anche rianimare l’economia. Ma non è sufficiente un ritorno alla sovranità monetaria e alle manovre di cambio per cancellare, come d’incanto, i problemi legati alle inadeguatezze degli apparati produttivi o alla sottodotazione di infrastrutture materiali e immateriali. La lezione più importante che possiamo trarre dall’esperienza storica è che i risultati in termini di crescita, distribuzione e occupazione dipendono […] più che dall’abbandono del vecchio sistema di cambio in sé, dalla qualità delle politiche economiche che si varano una volta tornati in possesso delle leve monetarie e fiscali”. Tali considerazioni hanno dato avvio a un interessante dibattito su questa rivista. Alcune delle repliche a Realfonzo e Viscione, però, sembrano avere eluso lo sforzo dei due autori, che condividiamo, di legare ogni giudizio sull’euro a precisi riferimenti analitici. In questo senso tali repliche rischiano anch’esse di assecondare una retorica di tipo “oracolistico”. A valle della discussione può dunque essere utile tornare sul terreno della ricerca, approfondendo ulteriormente alcuni aspetti salienti dei due studi la cui metodologia ha ispirato il recente contributo di Realfonzo e Viscione.
Provo innanzitutto a riassumere i risultati chiave dei nostri due lavori. In primo luogo, guardando i paesi ad alto reddito procapite, abbiamo rilevato che gli episodi di abbandono di regimi di cambio fisso sono associati a una crescita dell’inflazione di poco superiore a due punti percentuali nell’anno dell’uscita dal regime di cambio, e addirittura a una riduzione dell’inflazione nei cinque anni successivi all’uscita rispetto ai cinque anni precedenti. Siamo giunti così alla conclusione che, per quanto riguarda i paesi ad alto reddito, il pericolo di una «grande inflazione» evocato da Draghi non trova riscontri storici adeguati. In secondo luogo, dalla parte inferenziale dei nostri studi è emerso che pure in presenza di aumenti dell’inflazione contenuti e temporanei, le uscite da regimi di cambio fisso risultano correlate in media a riduzioni non trascurabili dei salari reali e della quota di reddito nazionale spettante ai salari. D’altro canto, abbiamo fatto notare che si tratta di riduzioni non troppo diverse da quelle che già si stanno registrando dentro l’eurozona nei paesi maggiormente colpiti dalla crisi. In terzo luogo, al di là degli andamenti medi, abbiamo segnalato che la dinamica dei salari reali e della quota di reddito spettante al lavoro è caratterizzata da un’alta variabilità tra paesi. In particolare, l’impatto sulle due variabili sembra cambiare molto a seconda dei diversi indirizzi di politica economica con cui i vari paesi affrontano l’abbandono dei cambi fissi: controlli sui movimenti di capitale, nazionalizzazioni e maggiori protezioni del lavoro potrebbero in questo senso essere associate a una sostanziale tenuta delle retribuzioni reali e delle quote salari, e talvolta addirittura a loro aumenti. L’importanza dei diversi modi in cui l’uscita viene gestita risulta confermata anche dall’analisi di Realfonzo e Viscione sugli andamenti della bilancia commerciale, del prodotto e degli occupati.
A quanto pare, dunque, le evidenze disponibili da un lato indicano che l’abbandono di un regime di cambio solleva svariati problemi, ma dall’altro segnalano che lo si può affrontare governando le variabili macroeconomiche, in particolare salvaguardando le retribuzioni dei lavoratori. E’ interessante notare che la letteratura mainstream non esclude questa eventualità ma tende ad associarla a un andamento negativo della produzione e dell’occupazione. Basti citare gli studi di Eichengreen e Sachs (1984) e di Fallon e Lucas (2002), dai quali emerge la tesi secondo cui l’abbandono di un cambio fisso e la conseguente svalutazione possono favorire la ripresa economica solo nella misura in cui siano accompagnati da una riduzione dei salari reali. Considerazioni simili sono state recentemente avanzate anche da altri economisti impegnati nel dibattito sull’euro, tra cui Michele Boldrin. Tali conclusioni vengono tuttavia criticate nel secondo dei due papers che abbiamo pubblicato: applicando la tecnica di Eichengreen e Sachs al nostro campione di episodi abbiamo rilevato che, dopo l’abbandono del cambio fisso, se una relazione tra salario reale e produzione esiste, essa non è affatto negativa ma al limite è positiva (vedi figura 1).
Figura 1 – Salario reale e indice di produzione industriale a seguito di crisi valutarie


Fonte: Brancaccio e Garbellini (2015)
E’ opportuno chiarire che le tecniche adoperate nei nostri studi non necessitano di alcuna ipotesi teorica del tipo “ceteris paribus”; esse pertanto non sono soggette alla critica che Paolo Guerrieri ha rivolto a quelle indagini sugli effetti dell’uscita dall’euro basate su una logica di “equilibrio parziale” (Guerrieri 2015). Una critica diretta alla nostra metodologia è invece provenuta da Angelo Baglioni dell’Università Cattolica, che in un dibattito televisivo  ha sostenuto che le passate esperienze di crisi dei regimi di cambio fisso non costituiscono un valido punto di riferimento per indagare sulle conseguenze che deriverebbero da un evento assolutamente eccezionale come l’uscita dall’euro. In particolare, Baglioni ha affermato che l’eventuale abbandono dell’euro da parte di un paese darebbe inizio a una sequenza di uscite a catena anche di altri paesi, determinando così effetti sistemici impossibili da prevedere sulla base delle evidenze passate. Questa tesi è stata in parte ripresa anche da Mauro Gallegati, con argomenti robusti e per più di un verso condivisibili (Gallegati 2015). Nel complesso, tuttavia, essa non può essere accolta. La rilevanza della storia passata nell’esame di possibili eventi futuri non va mai esagerata ma rinunciarvi completamente significherebbe rinchiudersi nello spazio fondamentale ma insufficiente della pura analisi teorica, senza alcun supporto proveniente dall’indagine empirica. Del resto, la stessa idea di Baglioni secondo cui l’uscita dall’euro provocherebbe abbandoni a catena della moneta unica e quindi costituirebbe per questo un evento eccezionale, è contestabile alla luce della stessa evidenza storica: uscite da regimi di cambio fisso che abbiano provocato tracolli valutari a catena si sono più volte verificate in passato, al punto da caratterizzare quella che in letteratura va sotto il nome di “terza generazione” di modelli sulle crisi valutarie.
Ovviamente, laddove gli “oracoli” possono agevolmente spaziare nella totalità dello scibile umano, la ricerca scientifica procede sempre a piccoli passi e su obiettivi circoscritti. In questo senso bisogna riconoscere che le nostre analisi gettano luce solo su alcune delle possibili conseguenze di un’uscita dall’Unione monetaria europea. Esse potranno quindi non soddisfare chi, come Salvatore Biasco, oggi sembra insistere sul convincimento che i principali effetti negativi di un abbandono dell’euro deriverebbero da una grave crisi sui mercati finanziari (Biasco 2015). Il problema è che queste, come altre obiezioni, non potranno mai essere valutate sul piano analitico se rimangono a un livello meramente narrativo. Più pregnante, a questo proposito, mi sembra il contributo di chi in questi mesi ha preso spunto da un modello del Levy Economics Institute per sostenere che anche le ripercussioni finanziarie di una eventuale uscita dall’euro dipenderebbero principalmente dalla capacità o meno di controllare i conti verso l’estero. La Grecia, da questo punto di vista, sembra trovarsi in una situazione di relativa difficoltà (Brancaccio e Zezza 2015). E l’Italia? Ecco una domanda alla quale sarebbe utile rispondere, possibilmente su robuste basi analitiche.
In definitiva, le evidenze di cui disponiamo sollevano una questione essenziale che viene troppo spesso trascurata sia dai nemici dell’euro che dai suoi apologeti e che è stata invece sottolineata dal “monito degli economisti” pubblicato sul Financial Times nel 2013: l’abbandono della moneta unica porrebbe i decisori politici di fronte a una scelta cruciale tra varie possibili modalità di gestione dell’uscita, ognuna delle quali avrebbe ripercussioni diverse sulle diverse classi sociali (AA.VV. 2013). E’ opportuno notare, a questo proposito, che in Italia e altrove le piattaforme politiche espressamente avverse all’euro si stanno sempre più intrecciando a proposte palesemente reazionarie, come la flat tax o la guerra agli immigrati. Gli interessi di classe che queste piattaforme intendono rappresentare sono in parte diversi da quelli che attualmente dominano la scena politica europea, ma non c’è nessun motivo logico per sperare che sarebbero maggiormente in sintonia con le istanze dei lavoratori e delle fasce più deboli della società. Anzi, è possibile che tali soluzioni reazionarie trovino a un certo punto una sintesi con quelle oggi prevalenti, in un accrocco perverso tra liberismo e xenofobia che è stato giustamente definito “gattopardesco”. Se la crisi europea dovesse intensificarsi, c’è motivo di ritenere che tali posizioni finirebbero per rafforzarsi. Se così andasse, un pezzettino di responsabilità ricadrebbe anche su quegli “oracoli” che pur di difendere la moneta unica hanno abbandonato il difficile campo della riflessione analitica preferendo quello ben più comodo del dogmatismo.

*Università di Bergamo

Bibliografia
AA.VV. (2013), The Economists’ Warning: European governments repeat mistakes of the Treaty of Versailles, Financial Times, 23 september. Sito web: www.theeconomistswarning.com.
Biasco, S. (2015). Euroexit, la domanda chiave è: cosa succederebbe ai mercati finanziari?, economiaepolitica.it, 9 febbraio.
Brancaccio, E., Garbellini N. (2014). Sugli effetti salariali e distributivi delle crisi dei regimi di cambio. Rivista di Politica Economica, luglio-settembre.
Brancaccio, E., Garbellini, N. (2015). Currency regime crises, real wages, functional income distribution and production. European Journal of Economics and Economic Policies: Intervention, 2.
Brancaccio, E., Zezza, G. (2015), La Grecia può uscire dall’euro?, Il Mattino, 2 febbraio.
Draghi, M. (2011), FT Interview Transcript, Financial Times, edited by  Lionel Barber and Ralph Atkins, 18 December.
Eichengreen, B., Sachs, J. (1984). Exchange rates and economic recovery in the 1930s, NBER Working Paper Series, National Bureau of Economic Research, 1498.
Fallon, P.R., Lucas, R.E. (2002). The impact of financial crises on labor markets, household incomes, and poverty: a review of evidence, The World Bank Research Observer, 17, 1, p. 21-45.
Gallegati, M. (2015). Europa politica o fine dell’euro, economiaepolitica.it, 10 marzo.
Guerrieri, P. (2015). Uscire dall’euro non conviene all’Italia e all’Europa, economiaepolitica.it, 20 aprile.
Realfonzo, R., Viscione A. (2015). Gli effetti di un’uscita dall’euro su crescita, occupazione e salari, economiaepolitica.it,22 gennaio.
 

giovedì 5 novembre 2015

Sull’uscita dall’euro non siamo “catastrofisti”. Una risposta a Gennaro Zezza


da keynesblog
 

AVVERTENZA: NULLA DI QUANTO CONTENUTO IN QUESTO ARTICOLO PUÒ ESSERE INTESO NEL SENSO DI UNA DIFESA DELL’UNIONE MONETARIA EUROPEA.
In un articolo pubblicato da Economia e Politica, Gennaro Zezza, tra le altre cose, risponde al nostro articolo sugli eccessivi ottimismi sull’uscita dall’euro. Ci pare però di poter dire che la risposta di Gennaro non fuga i dubbi lì espressi.
Preliminarmente chiariamo un fatto essenziale ai fini della discussione. Secondo Zezza:
La redazione di Keynes blog sembra concordare con Biasco sulle conseguenze catastrofiche, per il sistema finanziario internazionale, di una rottura della eurozona, ed enfatizza il modesto impatto che la svalutazione di una “nuova valuta” avrebbe sulla crescita.
Che l’uscita unilaterale dell’Italia o di un altro paese dell’eurozona condurrebbe ad una deflagrazione incontrollata dell’Unione Monetaria e a una nuova pesante crisi non è una conclusione dei “catastrofisti” Biasco e Keynes blog, come suggerisce Zezza (ma anche Realfonzo).

Tutti gli studi condotti da banche e società di consulenza finanziaria puntano a questa conclusione. Noi abbiamo voluto citare Jens Nordvig e Nick Firoozye di Nomura perché – in quanto favorevoli ad uno smantellamento controllato dell’euro – sono insospettabili di simpatie “euriste”. In altre parole, non siamo più “catastrofisti” dei più avveduti noeuro. Del resto l’ultima volta che qualcuno ha escluso un contagio finanziario era la vigilia del fallimento di Lehman Brothers. Sappiamo come è finita la storia.
Tali analisi sono inoltre concordi nel sostenere che l’uscita di un paese (in particolare un paese come l’Italia o la Spagna) innescherebbe un effetto domino che porterebbe all’esplosione incontrollata dell’eurozona, con gravi ripercussioni tanto sul paese che esce quanto sul resto della zona euro (e oltre). Ed è questo infatti il motivo per cui molti propongono dei piani di smantellamento controllato. Per ragioni simili Yanis Varoufakis, Stuart Holland e James Galbraith hanno elaborato la Modest Proposal.
Scrive Zezza:
Un aspetto che accomuna le diverse analisi citate è la convinzione per cui l’uscita di un Paese – in particolare dell’Italia – dall’ eurozona implicherebbe certamente una svalutazione della nuova lira, svalutazione di grandezza imprecisata, ma che molti indicano del trenta per cento rispetto all’euro (nel caso in cui l’Italia sia l’unico Paese ad uscire) o alla nuova valuta della Germania. Non c’è dubbio che vi siano dei differenziali di competitività di prezzo tra i Paesi dell’eurozona, ma questi sono dovuti in larga parte alla politica di compressione dei salari attuata in Germania nei primi anni dell’euro, mentre i divari di competitività tra Italia e Francia, o Italia e Spagna, sono molto più contenuti. Nel caso in cui l’eurozona si dissolva, è quindi altamente probabile che il nuovo marco tedesco si rivaluterebbe in modo consistente rispetto alla nuova lira, ma che la lira debba perdere valore rispetto al nuovo franco, o la nuova peseta, o al dollaro statunitense, è tutto da dimostrare.
Qui si dà per scontato che i mercati reagiranno alla dissoluzione dell’euro guardando i divari di competitività e prezzeranno le monete di conseguenza (Zezza tuttavia corregge successivamente questa impressione). Ciò è discutibile già in condizioni “normali” (e su questo si basa- ovviamente Gennaro lo sa benissimo – la critica Post Keynesiana alla teoria neoclassica del tasso di cambio; si veda in proposito Harvey qui e qui e per un modello alternativo qui). Ma, come abbiamo sottolineato nel nostro articolo, la dissoluzione dell’euro non sarebbe un evento “normale” paragonabile ad una semplice svalutazione. Richiamiamo alcuni argomenti già proposti nel nostro precedente articolo e che si ritrovano nelle analisi sui rischi di rottura incontrollata dell’eurozona (conseguenza ad esempio dell’uscita di un paese):
1. la dimensione dell’eurozona è imparagonabile a quella di altre unioni monetarie frammentatesi nel passato;
2. essendo l’euro una moneta unica e non un semplice accordo di cambio, l’intreccio finanziario (ovvero le relazioni di credito/debito) al suo interno non è paragonabile a quello degli accordi di cambio;
3. poiché l’euro è nato nel pieno della liberalizzazione finanziaria, neppure il suo intreccio finanziario con l’esterno è paragonabile a quello di altre unioni come l’URSS o la Cecoslovacchia; basti ricordare che l’euro è la seconda valuta di riserva del mondo e che il 40% delle transazioni sui mercati valutari coinvolge l’euro; 
4. l’incertezza sul valore futuro di una nuova valuta (o addirittura di più valute) porterà gli operatori a disfarsi delle attività denominate in tale valuta; appare sensato quanto sostiene UBS a tale proposito, quando sottolinea che la svalutazione delle nuove divise non potrà rispettare i “fondamentali”;
5. la ridenominazione sarà solo parziale, poiché una parte consistente dei debiti (soprattutto privati) nell’eurozona è sotto legge estera (il 30% solo considerando i bond denominati in euro); a questi si aggiungono i saldi Target2 e altre forme di debito; ciò metterà a rischio i bilanci di molte imprese nell’eurozona, del settore finanziario e non, e ciò a sua volta alimenterà ancora la fuga di capitali, oltre a produrre, almeno per alcuni paesi, una vera e propria balance sheet recession e a mettere a rischio i bilanci delle banche dei paesi creditori che si troverebbero piene di crediti (in euro) deteriorati o inesigibili, oltre alle perdite dovute alla svalutazione degli asset ridenominati;
6. l’incertezza sui derivati denominati in euro ma emessi quasi totalmente sotto legge UK e USA;
7. l’incertezza riguardo l’esito di contenziosi legali sulla ridenominazione;
Che una ridenominazione non sia una semplice svalutazione, del resto, ce lo dicono anche i contratti di credit default swap che, a meno del verificarsi di determinate condizioni (recentemente riviste proprio in relazione al rischi di rottura dell’eurozona), trattano una ridenominazione del debito pubblico, a differenza di una svalutazione, come un credit event alla pari di una ristrutturazione.
Quanto ai tassi di cambio della nuova lira rispetto ad altre valute, anche qui non si può fare affidamento su previsioni legate ai saldi commerciali o ai differenziali di competitività. Basti vedere gli effetti sul cambio dell’euro della crisi dei debiti sovrani. Dal luglio del 2011 al 25 luglio 2012 (il giorno del “whatever it takes”) l’euro si svaluta verso tutte le principali divise: l’euro perde il 16% rispetto al dollaro, il 18% verso lo Yen e il 15% verso la sterlina. L’euro torna poi ad apprezzarsi immediatamente dopo il discorso londinese di Draghi, sotto l’effetto della ritrovata fiducia sulla tenuta della zona euro, che induce i capitali a tornare verso l’UEM. 
Nulla di drammatico sia chiaro, ma questo ci dice che in caso di uscita, la nuova lira si svaluterebbe verso tutte le principali divise, non solo rispetto al marco, e in particolare rispetto a quelle dei paesi tradizionalmente considerati safe haven, (principalmente Stati Uniti, Gran Bretagna, Giappone, Canada, Australia e Svizzera). Con l’euro la svalutazione è stata “dolce”, ma per quanto detto non dobbiamo aspettarci che lo sia per le nuove valute dei paesi periferici a seguito dell’esplosione dell’UEM. 
Prosegue Zezza:
Il saldo delle partite correnti italiane è migliorato sia per gli effetti della crisi – che deprime le importazioni – ma anche per la buona tenuta delle imprese italiane sui mercati internazionali, soprattutto quelli esterni alla zona euro. Ad esempio, in una ricerca recente del Fondo Monetario Internazionale si nota che – nonostante gli indicatori di competitività basati sul costo del lavoro per unità di prodotto dovrebbero suggerire un tracollo dell’export italiano – la performance delle nostre imprese è stata di tutto rispetto, relativamente a quella di Paesi simili.
Se guardiamo gli andamenti dell’import e dell’export dell’Italia dal 2011, cioè da quando l’eurozona è piombata nella crisi degli spread, nel credit crunch e nelle controproducenti politiche di austerità, vediamo che il miglioramento della bilancia commerciale è imputabile esclusivamente alla riduzione delle importazioni (l’attuale livello di esportazioni è circa uguale al picco delle importazioni), mentre le esportazioni sono quasi ferme dall’inizio del 2011:
fredgraph
Un dato, questo, che accomuna gran parte dell’economia mondiale nel suo complesso, con il commercio internazionale praticamente fermo al 2011:
export
Continua Zezza:
La nuova lira potrebbe invece svalutarsi – dopo l’euroexit – se si consentono operazioni speculative sui mercati finanziari. E’ noto come questo tipo di scommesse speculative possano autorealizzarsi: se i mercati si aspettano una svalutazione della lira rispetto al nuovo marco tedesco, venderanno titoli in lire per acquistare titoli in marchi, aumentando quindi l’offerta di lire contro marchi e spingendo verso la svalutazione […] Nella prima fase successiva all’euroexit, queste operazioni devono quindi essere regolamentate. Una volta stabilizzati i mercati finanziari, e mostrata la possibile stabilità della nuova lira rispetto al dollaro e alle altre valute (e ad un nuovo marco tedesco rivalutato), le regolamentazioni dei mercati finanziari possono essere riviste.
Zezza lascia alla fantasia del lettore immaginare tali misure. Nel nostro articolo abbiamo già evidenziato che l’imposizione di controlli sui movimenti di capitali, mettendo di fatto l’Italia fuori dai mercati di capitali, probabilmente ci costringerebbe a chiedere un sostegno finanziario ponte alle istituzioni internazionali almeno per puntellare i debiti non convertibili del settore privato, finanziario e non. A questo si aggiungerebbero i saldi negativi con il sistema Target2. Nel blow up finanziario seguente la frantumazione dell’eurozona non è affatto detto che il ritorno sul mercato dei capitali sia rapido e indolore e che quindi sia possibile rimuovere velocemente le misure di controllo dei movimenti di capitali.
Lo diciamo non perché contrari a regolamentare i movimenti di capitali (tutt’altro!) ma perché è evidente che un conto è una regolamentazione a livello internazionale o anche solo nazionale, ma adottata dalla maggior parte dei paesi industrializzati (come accadeva prima della liberalizzazione finanziaria degli anni ’90), tutt’altro conto è l’autoisolamento finanziario di un paese con difficoltà a stabilizzare il valore della sua moneta per la pressione dei capitali in uscita.
Poco realistico è anche l’auspicio, espresso da Zezza, che l’uscita dall’euro ci regali spazi per la crescita della domanda e dell’occupazione. Dovremmo infatti finanziare le importazioni con le esportazioni e mantenere un certo surplus per ripagare i debiti con l’estero e con chi ci fornirà assistenza nel breve periodo. Ma il successo di tale operazione è tutt’altro che scontato. Per quanto detto l’Italia avrà difficoltà a mantenere le attuali (e non particolarmente brillanti) esportazioni nel momento in cui il resto dell’eurozona venisse colpita dal contagio finanziario che tutti gli studi – compresi come già detto quelli dei più avveduti noeuro – prevedono e nonostante la svalutazione della lira. Nel mentre, a causa della svalutazione, i costi delle importazioni cresceranno e questo potrebbe – come accaduto al Giappone e ad altri paesi, ridurre (invece che aumentare) – il nostro saldo con l’estero. Poco possiamo contare sul prezzo del petrolio, già in risalita. In questo scenario, insomma, l’Italia vedrebbe paradossalmente ridotti gli spazi per aumentare la sua domanda interna senza incorrere in un disavanzo con l’estero.
Esclusa l’uscita unilaterale, come del resto fanno i più avveduti tra i noeuro, rimangono due strade: uno smantellamento controllato dell’euro o la sua “riparazione in corsa” (come suggerisce la Modest Proposal di Varoufakis-Hollad-Galbraith). Può sembrare paradossale ma la prima strada richiede un livello di cooperazione e solidarietà di gran lunga superiore alla seconda, come si evince dalla lettura dei piani sviluppati in questi anni. La seconda, come è noto, è l’oggetto della battaglia del nuovo governo greco. La condizione per un pieno successo di tale prospettiva è che gli altri popoli europei – in particolare quelli dell’Europa meridionale – si affianchino a questo tentativo. Qualche segnale molto incoraggiante in tal senso viene dalla Spagna e dall’Irlanda dove forze radicali che (come Syriza) non propongono l’uscita dall’euro sono in testa ai sondaggi. Forse, lo diciamo sommessamente, non è un caso.

Gli eccessivi ottimismi sull’uscita dall’euro


E' doveroso riportare anche simili obiezioni ad un'uscita dall'euro, se non altro perché a differenza delle affermazioni di quelli che si limitano ad opporre fantasie visionarie sull'Europa perchè più grande e più bella, queste argomentazioni appaiono sensate.

da Keynesblog

AVVERTENZA: NULLA DI QUANTO CONTENUTO IN QUESTO ARTICOLO PUÒ ESSERE INTESO NEL SENSO DI UNA DIFESA DELL’UNIONE MONETARIA EUROPEA.
Riccardo Realfonzo e Angelantonio Viscione analizzano, in un articolo del 22 gennaio 2015 su Economia e Politica, le conseguenze di una possibile uscita dell’Italia dall’euro. Vi sono molte utili conclusioni nello studio, a partire da quella sulla scarsa crescita dell’occupazione. Se guardiamo al 1992, anzi, a crescere fu la disoccupazione. Così come è utile ricordare che l’effetto della svalutazione, se i salari tornassero a crescere (come socialmente auspicabile), sarebbe di breve durata. Del resto Roger Bootle, vincitore del premio Wolfson 2012 per il suo piano di uscita dall’euro, mette chiaramente in evidenza che devono essere i lavoratori a pagare le conseguenze dell’eurexit. L’alternativa “o si svaluta la moneta o si svaluta il lavoro” è fuorviante: in realtà spesso le grandi svalutazioni della moneta sono funzionali alla svalutazione del lavoro (si veda ad esempio l’andamento dei salari reali in Gran Bretagna negli ultimi anni e gli esempi portati dai Realfonzo e Vicarelli e da Brancaccio e Garbellini) al fine di aggirare la rigidità verso il basso dei salari nominali. Vi sono però due aspetti che ci paiono trascurati nell’analisi di Realfonzo e Viscione e che, se tenuti adeguatamente in conto, cambiano radicalmente il quadro.

“Una Lehman al quadrato”

Realfonzo e Viscione, nella loro analisi, assumono implicitamente che, dopo l’uscita dell’Italia dalla moneta unica, l’euro, l’Europa e il resto del mondo continuino a funzionare come se nulla fosse. L’uscita dall’euro viene cioè trattata dai due autori come una semplice svalutazione o al limite come l’uscita da un sistema di cambi fissi, come fu nel caso dell’uscita dallo SME nel 1992. Anche se così fosse, basta vedere cosa è accaduto in alcuni paesi dell’Est Europa dopo la rivalutazione da parte della Banca Nazionale Svizzera per comprendere che con la finanza globalizzata anche una semplice svalutazione può produrre effetti imprevedibili. Ma nel caso dell’uscita dell’Italia dall’euro, occorre prepararsi ad effetti molto più grandi e su scala più vasta.  
Come ammettono anche autori pur favorevoli alla fine della moneta unica, l’uscita unilaterale di un paese dall’eurozona, come l’Italia o la Spagna, determinerebbe un effetto contagio sull’intero sistema bancario europeo, che porterebbe all’uscita disordinata e in sequenza di altri paesi deboli. Esso poi colpirebbe in modo significativo la Francia e anch’essa sarebbe probabilmente costretta ad uscire. Infine il contraccolpo di questa “fine al rallentatore”, accompagnata dal panico dei mercati, si abbatterebbe sulle banche tedesche e sul resto del globo.  
L’intreccio finanziario nell’eurozona implica cioè quello che Yanis Varoufakis ha descritto come un “castello di carte”. Se si toglie una carta, tutto il castello crolla. Una conferma viene anche dalla lettura dei risultati dello stress test del Center for Risk Management di Losanna, che tiene conto dell’effetto contagio di un eventuale crisi finanziaria e mostra quanto sia fragile, e interconnesso, il sistema bancario europeo.
Il contagio finanziario potrebbe forse essere contenuto da un massiccio intervento della BCE e dell’ESM, che andrebbero in soccorso delle banche e degli Stati che necessitassero di assistenza per evitarne l’uscita dalla moneta unica. Molti giudicano gli strumenti finora messi in campo dall’UE (ESM, Unione Bancaria, OMT) insufficienti allo scopo, ma, anche se ciò non fosse vero, il contagio implicherebbe comunque un nuovo credit crunch e una nuova pesante recessione, accompagnata da un rafforzamento delle spinte deflattive, che rappresenterebbero altra benzina sul fuoco dei fallimenti bancari a catena.
Ma persino sulla capacità della BCE di frenare la dissoluzione incontrollata dell’eurozona e assicurare la tenuta del suo sistema finanziario si possono nutrire molti dubbi. Si immagini come i mercati potrebbero reagire all’uscita di un paese dall’eurozona (e all’eventuale default sui saldi Target 2) dopo che la Banca Centrale Europea esplicitamente ha impegnato se stessa sull’irreversibilità della moneta unica “per tutti i suoi membri”, attraverso l’OMT e poi il Quantitative Easing. La credibilità della BCE, l’unico collante che ha tenuto l’euro in piedi sinora, e quindi della stessa moneta che essa emette, ne verrebbe danneggiata e l’istituto di Francoforte difficilmente potrebbe svolgere efficacemente il ruolo attuale di garanzia di tenuta dell’Unione Monetaria Europea.
Il rischio è quello di una “Lehman Brothers al quadrato”, per dirla con Barry Eichengreen. La crisi del 2008 sin fondo si diffuse nel mondo grazie al fallimento di una sola banca, per quanto grande. E il nuovo shock avverrebbe non dopo anni di espansione, come nel caso di Lehman, ma a valle di una dura recessione. L’enfasi di Eichengreen pare quindi appropriata, anche considerando l’eccezionalità dell’eventuale esplosione dell’area euro, come confermano i fatti che riportiamo qui di seguito. 

Un evento senza paragoni storici

Di crisi bancarie è piena la storia, così come di svalutazioni e disfacimenti di sistemi monetari, ma non vi è alcun precedente storico paragonabile alla disintegrazione incontrollata dell’euro. Per avere un’idea del perché, basta ricordare alcuni dati, richiamati da Jens Nordvig e Nick Firoozye di Nomura, che pure sono favorevoli ad uno smantellamento controllato dell’eurozona (non a caso il titolo dello studio di Nordvig e Firoozye non è “Come uscire dall’euro” ma “Ripensare l’unione monetaria europea”):
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1) l’eurozona produce circa il 20% del PIL mondiale, a fronte dei pochi punti percentuali rappresentati dalle economie implicate in precedenti rotture monetarie;
2) Le banche dell’eurozona possiedono il 35% degli asset mondiali e il 34% dei prestiti internazionali;
3) l’euro è la seconda moneta di riserva internazionale: il 25% delle riserve delle banche centrali del mondo è denominato in euro e quasi il 40% degli scambi sui mercati valutari internazionali coinvolge l’euro;
4) il 30% dei debiti privati nell’eurozona è sotto legge estera e quindi non verrebbe ridenominato, con pesanti effetti sullo stato patrimoniale di grandi imprese e banche, che in alcuni paesi produrrebbe una nuova recessione da “balance sheet effect”;
5) se guardiamo ai derivati europei, ben il 95% è sotto legge estera (di solito britannica o statunitense). Cosa succederebbe a questi titoli? Il 2008 ci dice quanto i derivati possano diffondere il contagio finanziario a livello globale;
Nordvig e Firoozye (ricordiamolo ancora: due autori “noeuro”) ammettono quindi che una rottura disordinata dell’eurozona eccederebbe “per un ampio margine” quanto accaduto in passato nei mercati emergenti, a causa dell’ “enorme dimensione delle attività e delle obbligazioni denominate in euro”. Aggiungono che l’ “ondata di fallimenti avverrebbe a livello globale”. E concludono che “la più probabile implicazione tale processo di ridenominazione disordinata sarebbe un completo congelamento del sistema finanziario, non solo nella zona euro, ma anche a livello mondiale” con inevitabili ripercussioni sull’economia reale per un periodo prolungato. Qualcosa di molto diverso rispetto ad una semplice svalutazione.  
Nella sua risposta a Realfonzo e Vicarelli, il prof. Biasco contempla anche il problema di un eventuale default sul debito pubblico italiano, ma poiché esso è in larghissima parte sotto legge nazionale, costituisce forse un problema minore, sebbene non vada escluso l’effetto avverso dell’incertezza sull’esito di lunghi e complicati contenziosi legali, sia a livello nazionale che internazionale, dato che l’uscita unilaterale dall’euro non è prevista nei Trattati. Anche escludendo questo problema, tuttavia quanto abbiamo già richiamato sembra abbastanza.
Certo, forse si potrebbe trovare un modo per mettere in piedi una dissoluzione controllata, ma dobbiamo sapere che essa potrebbe essere costosa per i paesi debitori, richiedendo di mantenere per quanto possibile i debiti esteri, pubblici e privati, in una moneta comune (l’ECU di antica memoria) come suggeriscono ad esempio i già citati Nordvig e Firoozye, ma anche molti altri autori, seguita da un default controllato di alcuni paesi. Tale soluzione richiederebbe comunque un livello di solidarietà e coordinamento oggi impensabili, di gran lunga superiori alla “riparazione in corsa” dell’eurozona attraverso soluzioni tecnicamente più semplici e meno costose come quelle avanzate da Amato e Fantacci o da Varoufakis-Holland-Galbraith.

 


La svalutazione che non funziona

Un altro punto che l’analisi di Realfonzo e Viscione sembra trascurare è collegato agli effetti della svalutazione. In primo luogo, va rilevato che non è possibile stabilire l’ammontare della svalutazione che subirebbe la nuova moneta italiana perché, come abbiamo detto, l’evento “crollo dell’euro” non ha alcun paragone. Realfonzo e Viscione non lo fanno, ma molte analisi ipotizzano per l’Italia una svalutazione tra il 20% e il 30% nei confronti dell’euro residuo o del nuovo marco tedesco. Altri, come UBS, sostengono invece che l’eccezionalità dell’evento potrebbe portare a svalutazioni molto maggiori, potenzialmente dannose, invece che corroboranti per le economie deboli. Certo, si può ipotizzare di mettere dei controlli sui movimenti di capitali, di istituire apposite aste invece di abbandonare la nuova valuta alle decisioni dei normali mercati valutari, ma uscire dal mercato dei capitali significa dover poi chiedere aiuto al Fondo Monetario Internazionale (o agli Stati Uniti o alla Cina), se non altro per sostenere le imprese produttive e finanziarie indebitate in valuta estera, accettandone le condizioni. Inoltre, per quanto detto, la Comunità internazionale si troverebbe a soccorrere più paesi, tra i quali almeno due grandi economie (Italia e Spagna), che nel complesso rappresentano il 6-7% del PIL mondiale. La situazione sarebbe ancora più grave nel caso in cui anche la Francia si aggiungesse ai PIIGS.
Ipotizziamo tuttavia che la svalutazione sia contenuta e lasciamo stare per ora gli effetti finanziari. Se guardiamo al recente passato, molti paesi che hanno svalutato, in particolare dal 2011, non hanno avuto alcun beneficio. Alcuni, come Argentina, Gran Bretagna, Giappone, paesi pure molto diversi tra loro, hanno visto addirittura un peggioramento dei conti con l’estero, che poco sembra avere a che fare con la “curva J” e molto invece con la carenza di domanda estera. In seguito alla crisi, il commercio mondiale è cresciuto a ritmi a dir poco asfittici, dopo 20 anni di crescita a doppia cifra. E questo proprio per colpa dell’austerità europea. Ma l’esplosione dell’eurozona non porterebbe certo ad una reflazione: per quanto detto dovremmo semmai immaginare un nuovo periodo di crisi, ulteriore contrazione della domanda estera e una maggiore austerità, a partire dalla Germania. Serve a poco svalutare se i tuoi vicini sono in crisi e alla ricerca di risorse per puntellare il loro sistema bancario indebitato o colpito da pesanti perdite in conto capitale. E vale a poco quindi il paragone con il 1992, quando ci trovammo invece nella situazione esattamente opposta, con la Germania in deficit di bilancio. Quello di cui ha bisogno l’Europa (e il mondo) non è un aggiustamento basato sui prezzi, ma sulle quantità.  

Conclusioni

Come qualsiasi azione, anche l’uscita dall’euro va giudicata in base ad un calcolo di costi e benefici. Purtroppo le analisi di molti economisti “noeuro” tendono a sottovalutare i primi e sovrastimare i secondi. Realfonzo e Viscione sono molto più prudenti, e tuttavia sembrano anche essi muoversi nell’ottica dell’assenza di effetti di contagio finanziario e spill-over sul resto dell’eurozona (e oltre) e trascurano la contrazione della domanda estera che annullerebbe gli effetti positivi, ancorché transitori, della svalutazione.
Yanis Varoufakis ha giustamente sottolineato che l’eurozona è una nave costruita male, ma farla affondare e gettarsi nell’Oceano non è un’alternativa. In mancanza di quella cooperazione che non riusciamo a raggiungere su misure meno impegnative come salvare la piccola Grecia, ciò che ci attende è probabilmente l’acqua gelida e le incognite di un evento senza precedenti, non il tepore della ritrovata sovranità monetaria.


mercoledì 30 settembre 2015

Il saggio di Bagnai, l’intervista di Fassina, significati di ri-evoluzione

di Stefano Santachiara da stefanosantachiara2.wordpress.com

“Pratica il dubbio ogni volta che l’agire collettivo contrasta col tuo sforzo di essere libero”. Le parole di Pietro Ingrao, ad oggi, mi suscitano riflessioni sul valore dell’evoluzione personale. Nell’introdurre l’intervista di Stefano Fassina su Left Avvenimenti del 19 settembre 2015 vorrei premettere che non sono un economista, quindi ho cercato di snodare il percorso cognitivo secondo una logica etimologicamente essenzialista, laicamente scettica. Con colpevole ritardo, sto studiando gli scritti del professor Alberto Bagnai, l’econometrista che da anni sta cercando di spiegare agli italiani la nocività dell’Unione monetaria europea. “L’Italia può farcela”, secondo saggio di successo dopo Il Tramonto dell’euro, è un compendio di dati statistici, rigorose analisi, aneddoti che limitando al necessario il tecnicismo chiariscono i passaggi chiave. In sostanza avvalorano convinzioni maturate anche in coloro i quali per lavoro si occupano d’altro (dalle inchieste giudiziarie alla geopolitica) favorendo la comprensione delle dinamiche della struttura macroeconomica. Ad esempio Bagnai rende intellegibili i meccanismi con cui la gabbia dell’aggancio valutario fornisce al capitalismo finanziario una serie di strumenti per massimizzare i profitti e riprodursi al Potere, accrescendo le disuguaglianze. Nella fattispecie l’Euro favorisce le esportazioni tedesche impedendo la rivalutazione del marco a fronte di un surplus commerciale della Germania e, simmetricamente, penalizza i paesi con deficit di partite correnti che in un sistema di tasso di cambio variabile avrebbero beneficiato della svalutazione competitiva. La Bce, affidata a tecnocrati indipendenti, è perno di un’architettura istituzionale che assieme agli organi esecutivi (Consiglio d’Europa e Commissione) ha svuotato le facoltà decisionali dei popoli nell’interesse delle elitè finanziarie. Bagnai spiega in che modo la massa monetaria, causa o effetto dell’inflazione a seconda delle teorie economiche, venga comunque determinata dalle banche private che prestano a imprese e cittadini il denaro ricevuto dalla Centrale in ragione della domanda (e dalle garanzie) dei clienti. Ragion per cui non c’è Quantitative Easing che possa incidere se manca la fiducia e la spirale di recessione non si arresta. Il mandato della Bce a mantenere costante l’inflazione, che secondo l’autore è anche lo scopo della Uem, ha ragioni opposte alla presunta ossessione storica della Germania per il rincaro dei prezzi. Scorrendo il testo, colpisce il parallelo inquietante con l’avvento del nazismo, che attecchì su masse di lavoratori disoccupati e impoveriti non per l’eccesso di inflazione ma per via delle politiche di austerity con cui la Repubblica di Weimar rispose alla crisi di Wall Street del 1929. Cosa vi ricorda?

In breve. L’inflazione è legata alla domanda aggregata e dunque alla buona salute delle fasce medio-basse (piccole partite Iva, salariati, pensionati e fruitori del welfare state) mentre è temuta dal capitalismo finanziario (istituti di credito, shadow banking, imprese quotate) che desidera mantenere stabile il valore del denaro investito in mutui, obbligazioni, prestiti a lungo termine. Per smontare l’argomento secondo cui pensionati e lavoratori dipendenti avrebbero lo stesso problema delle grandi banche, a parte l’evidente sproporzione delle somme, Bagnai esemplifica una situazione sempre più comune, quella di genitori che adoperano i rimborsi previdenziali per sostenere i figli rimasti senza lavoro per la perdurante recessione legata alla carenza di domanda.

La lettura di “L’Italia può farcela”, di cui condivido le principali analisi geopolitiche, è consigliata anche a chi appone il pregiudizio di filoleghismo sull’autore, oggetto della fatwa del sistema e del provincialismo piccolo borghese che non consegna mai, neppure per sbaglio, “una goccia di vita e di bellezza” (Camillo Langone, collega cattolico liberale, dunque ai miei antipodi). Il significante incide nell’evoluzione collettiva non in base al complesso di idee di chi lo esprime ma al significato che fa emergere in trasparenza e all’utilità sociale. In altre parole, si può essere in disaccordo su molte questioni ma se l’interlocutore ti arricchisce su un tema cruciale, non va ignorato. L’unica precondizione è il rispetto umano e ambientale. Primum vivere, deinde philosophari: si prenda per metonimia la vexata quaestio di vantaggi e limiti del linguaggio e della comunicazione nell’èra digitale, asettico involucro di un dato momento del progresso. La dialettica sterile su aspetti nozionistici e superflui distrae i lettori dallo studio di fenomeni e relative gerarchie (Romàn Jakobson) secondo priorità e principi proporzionali volti al confronto inclusivo.

La perdita di potere operativo e di democrazia degli Stati dell’Eurozona è ultratrentennale. In Italia nel 1981 si consuma il divorzio fra ministero del Tesoro e Bankitalia, sancito da uno scambio epistolare privato tra il ministro Beniamino Andreatta e il governatore Carlo Azeglio Ciampi. Da quel momento la banca centrale italiana non fu più tenuta a finanziare lo Stato sottoscrivendo titoli pubblici non allocati sul mercato, ciò ha consentito ai prestatori privati di esercitare una crescente pressione al rialzo di tasso di interesse di Bot e Cct incrementando il debito pubblico ben più dei famigerati livelli di corruzione e sprechi. Ma il punto è che andrebbe stimato come problema cruciale il debito privato verso l’estero e non quello pubblico. Il secondo, dopo la crisi finanziaria legata al crac Lehman Brothers, è stato elevato dalle sovrastrutture a incubo assoluto perchè i creditori, in particolare le banche di Germania e Scandinavia, dovevano rientrare delle esposizioni nei confronti di imprese e famiglie. La troika ha permesso il salvataggio di istituti di credito del nord Europa e di Mps ma si guarda bene dal valutare una ristrutturazione del debito pubblico della Grecia nei confronti di Bce, Fmi e delle banche, benchè sia stato dichiarato insostenibile da Premi Nobel e dirigenti del Fondo monetario. La mobilitazione per il referendum ellenico contro il memorandum e l’evidenza di una recessione europea che dura da 8 anni e sta investendo i tedeschi, ha almeno acceso i fari sull’inganno dei trattati. Da tempo Usa e Giappone, per citare due potenze, si portano dietro debiti pubblici notevoli per sviluppare policy espansive che in Eurozona sono off limits, salvo per la Germania che nel 1993 violò il rapporto del 3% previsto da Maastrich continuando a garantire sussidi ai lavoratori colpiti dalla politica dei mini-job del governo Spd di Schoreder.

Il debito privato, di cui nessuno si occupa, in Italia è cresciuto in particolare dal 1996 al 2007 a causa del deficit nella bilancia dei pagamenti e alla svalutazione del lavoro dovuta alla moneta unica e corroborata dalle leggi Treu e Biagi. Il concetto si comprende bene osservando Stato e cittadini alla stregua di vasi comunicanti: il deficit statuale equivale a risorse versate a persone fisiche sotto forma di stipendi, welfare, sussidi, consulenze professionali e a quelle giuridiche in appalti, investimenti, incentivi e detassazioni. L’iniezione di domanda, e non di offerta bancaria, rappresenta una virtuosa politica anticiclica rispetto alla pratiche organiche deflattive. Naturalmente sarebbe deleterio se la spesa pubblica fosse destinata soprattutto al capitalismo finanziario, come avvenuto anche di recente col salvataggio di svariate banche secondo il principio del “too big to fail”. Al contrario, coniugando le teorie postkeynesiane ad una tassazione progressiva (periodica patrimoniale secondo la proposta di Thomas Piketty) si porrebbero le basi per un’azione di vera redistribuzione sociale. Ogni proposta però va a cozzare nella gabbia dei non-Stati della zona Euro che impedisce policy di crescita e/o progresso, provocando il calo di import e export, quindi accresce l’indebitamento dei ceti medio-bassi attraverso la disoccupazione e il precariato, reso permanente in Italia dalla contestuale approvazione del Jobs Act. E cosa provoca il disagio sociale, con la complicità di un circuito politico-comunicativo che fomenta le guerre tra poveri e penalizza ogni eventuale rinascita di autentica Sinistra, se non la crescita di movimenti populisti e xenofobi?

L’escatologia del potere economico che governa il mondo attraverso le proprie sovrastrutture istituzionali, tecnologiche, culturali e mediatiche (il concetto di governamentalità neoliberale da “La ragione del mondo” di Pierre Dardot e Christian Laval) è sempre la medesima: sfuggire alla sovrapproduzione trovando nuovi sbocchi per occupare risorse, mercati e sfruttare lavoratori con meno diritti. Ma c’è una nuova chiave del successo che connota il capitalismo finanziario rispetto a quello industriale: la trasformazione dei cittadini (salariati/consumatori) in debitori. Alberto Bagnai, Vladimiro Giacchè, Emiliano Brancaccio, lo storico dell’economia Alessio Ferraro (autore de “L’Europa tradita dall’euroliberismo”) sono stati emarginati dal dibattito generalista per aver sfidato il monismo euroliberista, edificato più di un trentennio orsono. Da quando si sono accavallati eventi storici centrali come la crisi dell’Unione Sovietica, l’avvento di Thatcher e Reagan e l’integrazione monetaria nello Sme, i centri di diffusione del sapere hanno negato spazi a economisti eterodossi come Federico Caffè e Augusto Graziani. Gli ultimi baluardi politici furono il Psf fino alla retromarcia di Mitterrand e il Pci, contrario per bocca di Napolitano alle condizioni di ingresso nello sistema monetario europeo https://www.facebook.com/Santachiarra/posts/943548042358270

Ora neppure il fallimento dell’austerity, stanti gli attuali rapporti di forza, porterà al mutamento dei trattati che auspica la “sinistra europea” di Fassina, Varoufakis e Lafontaine. Secondo Massimo D’Alema, che ha denunciato la mancanza di proposta del Pse, si dovrebbe andare nella direzione di un’integrazione politica in vista di “un’armonizzazione delle politiche fiscali e sociali, una mutualizzazione del debito”. Tuttavia il progetto, se mai dovesse superare la ferma opposizione di Germania e paesi scandinavi, potrebbe essere il grimaldello dei conservatori per deprivare ulteriormente gli Stati dell’area Euro e implementare le “riforme”, intese nel mistificante significato attuale di tagli pubblici e del lavoro, opposte dunque al modello sociale europeo delle trente glorieuses. Considerati tecniche e scopi della governamentalità neoliberale, se si vuole radicare un’alternativa forse occorre ripartire dall’analisi della società e dei conflitti sociali, tenendo in considerazione il contributo di economisti capaci di riprendere il filo dello sviluppo di una teoria socialista di governo. Rossana Rossanda (Quando si pensava in grande, 2013) ricorda un concetto caduto nell’oblio e su cui convergevano le diagnosi di Marx e Keynes: “La totale divergenza di interessi fra capitale e lavoro”. Per citare l’esempio più lampante, gli Stati Uniti, che mai si sono dotati di dottrine rigoriste, hanno visto crescere dagli anni ’70 la disuguaglianza sociale senza soluzione di continuità (L”Italia può farcela”, tabella di statistica 27, pag.201). Un altro mito da sfatare pertiene al carattere salvifico dell’afflusso dei capitali internazionali, che la nostra stampa invoca dolgendosi di burocrazia, lentezza dei processi, corruzione e mafia. Eppure i fondi di investimento e le multinazionali, che nel mondo vanno trovando dumping salariale e fiscale, puntano ai rami d’azienda pubblici e privati poiché recepiscono know-how e brand di qualità. A prescindere dal fatto che i posti di lavoro ereditati dalle international companies non di rado si riducono o sono esposti a ricatti come nel caso di Electrolux, il Prodotto nazionale lordo italiano cala per il trasferimento dei profitti all’estero. Bagnai sostiene che tali investimenti hanno una logica in un paese povero alla ricerca di finanziamenti e competenze, come fu la Cina negli anni ’80, il cui Pil valeva come il nord Italia. Fra l’altro la Repubblica popolare sin dai tempi di Mao seppe valorizzare settori diversi per aree e innovazione, a differenza della pianificazione dell’Unione sovietica che somiglia ai rigidi vincoli comuni dell’Eurozona.

Un punto di rottura nei confronti della sinistra ancillare al pensiero neoliberale è rappresentato da Jeremy Corbyn (http://www.left.it/2015/09/11/jeremy-corbyn-labour/). E’ interessante osservare come gli attacchi contro il nuovo segretario del Labour si stiano diradando negli altri paesi. Il Potere sa brandire l’arma del silenzio per evitare contraccolpi in una fase in cui l’energia propositiva di Corbyn potrebbe favorire la rinascita internazionale della Sinistra. Intanto spuntano gli esegeti, cowboy democratici che vantano collaborazioni con Aspen Italia e interpretano in chiave moderata il suo punto di vista.

Le tecniche di persuasione sono molteplici. I paladini della moralità pubblica, sedicenti progressisti, sono adusi a mescolare allarmi per i diritti acquisiti e messaggi in cui invitano a riformarli. Si pensi alle campagne del Fatto Quotidiano in difesa dei sindacati che però sono da cambiare (Landini dixit), o al botta e risposta tutto in famiglia (renziana) fra il finanziere Davide Serra che vorrebbe abolire diritto di sciopero e Oscar Farinetti che ne fa un problema di tempistica. Il circuito politico-mediatico-finanziario apre di continuo varchi alle “riforme” su pensioni, scuola, sanità. Pensate che Eugenio Scalfari, come poi Walter Veltroni, si sia speso casualmente per appiattire la figura di Enrico Berlinguer alla sola questione morale, dimenticando che il segretario del Pci era un comunista in lotta contro l’ingiustizia sociale? Nel tempo il fondatore di Repubblica si è confermato un fedele sostenitore dei tecnocrati (da Ciampi a Padoa Schioppa per finire a Monti e Draghi) che in questi anni hanno contribuito a ridurre gli spazi di politica e democrazia.

Sponda Corriere della Sera. Gian Antonio Stella, altro simbolo dell’anticastismo militante, scrive nell’incipit dell’articolo del 24 settembre dedicato all’eccesso di procedimenti contro ospedali e operatori, che i “medici più battaglieri contro l’andazzo della cause giudiziarie agli ospedali” sono favorevoli alla decisione della ministra Lorenzin di “porre limiti all’abuso dilagante di prestazioni, radiografie, analisi e farmaci”. Il soggetto è autorevole, noto per scrupolosità e moderazione, dunque sdogana meglio di chiunque altro l’accettazione dei tagli alla sanità. Lo stesso vale per le strutture e le aziende pubbliche sfiorate da inchieste della magistratura, che i cultori dell’austerity puritana vorrebbero privatizzare in nome del Dio mercato, riequilibratore e purificatore. Peccato che gli interessi del funzionario corrotto e del corruttore siano privati e che gli introiti delle cessioni siano risibili, sottolinea Stefano Fassina, a fronte di una “perdita di capacità industriali e di dividendi preziosi per il bilancio dello Stato”.


Trasferiamoci ora alle discipline giuridiche e investigative, per le quali vige analoga unità di misura della materia economica: correttezza delle fonti e dei dati di verità sperimentale. Nel sistema non sono rare le condotte al confine tra la sciatteria deduttiva, l’omissione e il depistaggio. Inoltre sarebbe bene distinguere i professionisti dell’antimafia e dell’antiterrorismo (da Saviano in giù: https://www.facebook.com/Santachiarra/posts/929078330471908 ) da quei colleghi che associano al metodo del riscontro il coraggio della ricerca abduttiva, scoprendo tasselli sulle pagine oscure italiane pur non lavorando per i principali giornali italiani: da Simona Zecchi a Paolo Cucchiarelli e Stefania Limiti, da Andrea Carancini a Luca Rinaldi, Enrico Ruffino e Ines Macchiarola.

Ai pionieri che contribuiscono a rovesciare la prospettiva multi o unidisciplinare (economica, politica, culturale, investigativa, quest’ultima naturalmente più rischiosa), sono riservate intimidazioni anonime e accuse di “complottismo” prive di fondamento, mentre il mainstream interviene rapidamente con atti e analisi per anticipare o almeno affiancare chi sta proponendo all’opinione pubblica una formulazione sgradita. I rapidi riposizionamenti rispetto a inchieste importanti, o contro l’euroliberismo, vanno dunque soppesati, annotando quando e dove. Aderendo a interessi privati forti, i mezzi di comunicazione di massa non lasciano al caso la rottura di un tabù importante, senza calcolare pro e contro.

L’interrogativo centrale dovrebbe riguardare il come, quando e perchè si trascende. E’ una buona cartina di tornasole, non per stabilire chi taglia prima il traguardo dello scoop né per additare erronee valutazioni (chi non ne fa?), ma per comprendere la presenza o l’assenza della qualità fondamentale in ogni campo dell’esistenza: l’onestà intellettuale. Ciascuno segue un percorso di predisposizioni genotipiche, interiorizzazione ambientale, possibilità economiche, studi ed esperienze. Allora come si concepisce l’elemento più importante, risalendo alle direttrici che dal background conducono l’individuo ad una data espansione culturale? Mettendo in relazione scritti e azioni, mutamenti e crescita, e verificando se essa sia votata alla ricerca e alla diffusione delle priorità conoscitive o si sperda su elementi distraenti. Quale credibilità può avere, ad esempio, chi si indigna periodicamente paventando la fine della democrazia per un voto contingentato in Parlamento e non ha mai speso un titolo contro il Fiscal Compact e il pareggio di bilancio in Costituzione? Ieri ho dialogato con un agricoltore sulla peculiarità della vite nei periodi di secca, sul fatto che lo sviluppo del vino eccellente è garantito da un’adeguata azione collettiva di difesa dei chicchi. Lo ritengo più interessante di tanti esperti eno-politologi: (https://stefanosantachiara2.wordpress.com/2014/09/29/scanzi-il-filo-renziano-che-processa-moretti/).

Per decostruire l’egemonia subculturale e risalire alla sorgente è sufficiente un collage di vecchi articoli e dichiarazioni. Se in prima e nelle pagine economiche si detta una linea a favore del governo Monti e della cancelliera Merkel non ci può lavare la coscienza ospitando qualche articolo interno contro l’austerity e giustificandosi ex post con l’ignoranza in materia. Un bel tacer, non fu mai scritto. Se si attaccano idee e partiti progressisti palesando sostegno a Matteo Renzi come se fosse sceso dalla Luna, è possibile poi contestarlo dal minuto dopo che è asceso al governo? Le inchieste sul Pd sono sacrosante, quando fatte per tempo: ne “I panni sporchi della Sinistra” (Chiarelettere, 2013) inserii un capitolo dedicato ai legami opachi fra l’allora sindaco fiorentino al gotha della finanza che ne appoggiava l’imminente scalata a Pd e governo.

Dopo il quando, il perchè. Quali ragioni spingono un soggetto al rovesciamento di prospettiva? Che non si debba mai smettere di studiare è un dato acquisito, ma diventa più difficile dispiegare il processo cognitivo in presenza di una rimessa in discussione dei propri convincimenti. Chi cambia parametri e idee lo fa per convenienza o segue coerentemente la propria evoluzione? Inutile dire che i primi casi sono la stragrande maggioranza: la Storia è scritta dai vincitori e dagli opportunisti, ma le donne (soprattutto) e gli uomini che hanno contribuito al progresso umano e ambientale si sono superati senza tema di fallire, nel microcosmo quotidiano e nelle leggi scientifiche. Oggi come ieri la governamentalità neoliberale teme la rinascita della Sinistra autentica, quel luogo di idee e prassi che può germogliare quando si è in grado di riconoscere “l’ingiustizia commessa contro chiunque in qualunque parte del mondo” (lettera di Ernesto Che Guevara alle figlie). Nihil novum sub sole, così come la dinamica dell’infiltrazione che il Potere attua ogni qualvolta si affaccia il rischio di una lotta vera contro l’ingiustizia sociale. Occorre chiedersi però la ragione per cui statisti come Boldrini e D’Alema, sindaci come Marino e alcune forze come Sel finiscano nel mirino di campagne e di attenzioni di stampo poliziesco. Lo stesso vale per economisti, intellettuali, giornalisti. Il Potere censura e, ove non può incidere direttamente e stima che la misura sia colma, attua condizionamenti di vario genere. Metafora militare: se si intende resistere all’”invasione della Polonia” (Woody Allen), rectius alle truppe di Bismark a Parigi nel 1870, occorre audacia, chiarezza e unità comunarda, interna ed esterna. Solo in tal caso il Potere sarà fermato alla Baia dei Porci. Prima di lasciarvi all’articolo di Left, rimetto in fila i sassolini lasciati sul mio scalcagnato blog a euro 0: prima e dopo “la morte di Dio”, per adoperare l’allegoria della psicanalista russa Lou Salomè nella quale “i credenti” suscitavano pena e simpatia, e i falsi ripugnanza. Ciascuno può applicarla alla propria esperienza, che ha un ante, nel mio caso Gazzetta di Modena e di Reggio, Modenaradiocity, le battaglie su L’Informazione di Modena e il caso Mascaro per il quale inizio a subire minacce, le inchieste su corruzione e mafia per Il Fatto Quotidiano; e un un post: il self publishing di Calcio, carogne e gattopardi, la partecipazione al Festival delle Storie di Vittorio Macioce, l’appassionante collaborazione con Left che va dallo Speciale ‘Ndrangheta in Emilia all’eterno patriarcato, dalla funzione storica di Rosy Bindi e quella di mister Goldman Claudio Costamagna, dal ritratto della direttrice del Fmi Christine Lagarde all’ intervista a Jamie Galbraith, dal ruolo cruciale di Spd e Martin Schulz al ritorno al futuro del Labour. Infine il network “sabaudo-ulivista” che ruota attorno a Farinetti: https://www.facebook.com/Santachiarra/photos/a.622957324417345.1073741830.578084708904607/950316641681410/?type=3&permPage=1

E ora l’intervista a Stefano Fassina

E’ la rottura di un tabù nella famiglia politica progressista. Forze alla sinistra del Pse ma con esperienza di governo progettano alla luce del sole un’alternativa all’euro. E mentre nel Regno Unito Jeremy Corbyn vinceva le primarie del Labour mettendo in soffitta la Terza Via, uno accanto all’altro di questo discutevano Stefano Fassina, Yanis Varoufakis, il leader del Front de Gauche Jean Luc Mélenchon, il fondatore della Die Linke Oscar Lafontaine.

Fassina, partiamo da Corbyn. A suo avviso può contribuire alla rinascita della sinistra dopo un trentennio di subalternità alla dottrina neoliberale?

Non guardiamo a Corbyn come un potenziale Papa straniero ma la sua vittoria indica un risveglio culturale e politico. Con una coincidenza straordinaria è emerso mentre a Parigi parti significative della sinistra europea per la prima volta prospettano un’alternativa all’euro. Con Corbyn, che ha la fortuna di non stare nell’Eurozona, dobbiamo ricostruire insieme le condizioni di un protagonismo politico del Lavoro.

Chi si pone in modo autentico in lotta contro le disugliaglianze subisce attacchi pesanti da parte del capitalismo finanziario e delle sue sovrastrutture…

La guerra che è stata fatta alla Grecia ne è la conferma. L’obbiettivo è quello di dimostrare che non esiste alternativa, l’offensiva è stata a livello mediatico, accademico, politico e sociale.

Cosa rappresenta la vostra sinistra europea?

Il nostro progetto non è l’embrione di un altro soggetto politico ma l’avvio di una discussione che comprende la Linke, il Fronte de Gauche, Podemos, la sinistra greca. Ora, con Mélenchon, già al fianco di Mitterrand e ministro, gli ex ministri Varoufakis e Lafontaine, mettiamo sul tavolo un nodo decisivo per una sinistra di governo nel segno dell’alternativa al liberismo.

Lafontaine uscì dal governo Schoreder in dissenso con la Spd che si stava piegando all’austerity insita nell’Eurozona. Perchè lei non ha rotto col Pd ai tempi del Fiscal Compact?

Dissi che era un errore sul piano economico. Ma era prima delle elezioni (francesi, tedesche, italiane e infine europee) e con la vittoria nostra e delle forze socialiste. puntavamo a recuperare in un vero bilancio europeo i margini di manovra persi a livello nazionale. Poi abbiamo visto com’è andata a finire: l’inesistenza delle condizioni politiche per correggere in modo radicale i trattati. Non a caso la proposta di lavorare a un Piano B arriva ora anche per Lafontaine, Varoufakis e Melanchon dopo le sconfitte e, da ultimo il vertice europeo del 13 luglio: il golpe finanziario della troika in Grecia.

Nel piano A vi prefiggete una modifica radicale dei patti di stabilità che hanno impoverito i popoli dell’area euro. In che modo, coi rapporti di forza attuali, potrete incidere sui governi?

Alla luce dei clamorosi fallimenti dell’agenda liberista e dei trattati. Dopo 8 anni di svalutazione del lavoro e pesante austerity, l’Eurozona è l’unica area al mondo che ancora non ha recuperato il livello del Pil del 2007 mentre i debiti pubblici sono aumentati dal 65 al 95%. Di fronte all’oggettivo fallimento del mercantilismo liberista imposto dalla Germania è dovuta intervenire in modo emergenziale la Bce. C’è una sofferenza economica e sociale che si traduce in adesione sempre più ampia a movimenti nazionalisti e xenofobi. In questo contesto è ridicolo continuare con la retorica degli Stati Uniti d’Europa. Mettere in campo un piano B vuol dire provare a incidere su quei rapporti di forza.

In cosa consiste tecnicamente il piano B per l’Eurexit?

Varoufakis in Grecia ideò un sistema di pagamento attraverso i debiti-crediti fiscali dei cittadini ma il piano B può essere articolato in modalità diverse a seconda delle situazioni: moneta parallela, accordo monetario analogo allo Sme, moneta comune che si affianca alle monete nazionali, uscita dall’euro, ma in primo luogo ricostruzione di un controllo democratico sulla Banca centrale. Gli aspetti tecnici sono rilevanti e saranno discussi ma il dato politico è che per la prima volta forze di sinistra che non vengono dal minoritarismo hanno messo sul tavolo un’alternativa all’euro, in totale discontinuità rispetto agli ultimi trent’anni della sinistra subalterna al neoliberismo.

La battaglia per la modifica dei trattati si fa anche attraverso il piano B: consente ad un governo nelle condizioni di ricatto cui è stato sottoposto l’esecutivo di Tsipras, di avere un’altra strada difficile, accidentata, ma percorribile.

D’Alema ha denunciato l’involuzione della socialdemocrazia europea. E’ possibile un rovesciamento di prospettiva nel Pse?

Soltanto se c’è competizione con una sinistra alternativa al liberismo. Ad esempio la presenza di Podemos in Spagna ha portato il Psoe su posizioni meno subalterne ai conservatori. Bisogna affermare un’altra linea mettendo in campo un’opzione che raccoglie consenso. Ma è improbabile un cambiamento visti i segni profondi di subalternità nella famiglia socialista, da Hollande alla Spd al Pd.

Il suo giudizio negativo su Jobs Act, Buona Scuola, privatizzazioni, tagli pubblici è noto. Cosa salva del governo Renzi?

La nuova legge sugli ecoreati. Altro, di rilevante, non mi viene in mente

I progressisti italiani sono frammentati per sigle e contenuti. Si costituirà mai un grande partito della sinistra?

Vedo uno spazio potenziale molto ampio. Quando in Emilia Romagna vota il 37% degli elettori, in Toscana il 48% e cresce il M5Stelle, significa che una parte rilevante del popolo Pd ha abbandonato il Pd ma non trova risposte. Serve dunque una proposta di governo, credibile, una prospettiva alternativa come il piano B.

Se foste al governo, quali priorità nelle policy? 


Un rilancio di investimenti pubblici innovativi su una strategia politica industriale per rivalutare il lavoro, per uno sviluppo sostenibile. Eviteremmo di firmare trattati che aggraveranno le condizioni di lavoratori e consumatori come il Tttp, lavoreremmo per inserire regola al movimento dei capitali.

sabato 26 settembre 2015

Euro, tutti i vantaggi della Germania

da sbilanciamoci.info
 
L’opinione pubblica tedesca è stata educata a pensare di essere la spina dorsale di un’Europa in cui gli altri Paesi sono fardelli che pesano su di lei. Ma è proprio così?
A metà luglio, lo storico Jacob Soll scriveva sulle pagine del New York Times a proposito di un convegno sul debito greco tenutosi in Germania: “Alla fine della sessione, i partecipanti locali mi hanno avvicinato per spiegarmi come I greci stiano derubando I tedeschi e dirmi che erano stufi di essere vittime”. L’opinione pubblica tedesca è stata educata negli ultimi 20 anni a pensare di essere la spina dorsale di un’Europa in cui gli altri Paesi sono fardelli che pesano su di lei. Ma un’analisi più attenta mostra una situazione diversa.
Il contributo finanziario tedesco all’Unione, benché non trascurabile nel bilancio europeo, è poca cosa se confrontato con il PIL tedesco: nell’arco del settennato 2007-2013, la differenza fra quanto versato da Berlino a Bruxelles e i contributi ricevuti da istituzioni, imprese e cittadini tedeschi nell’ambito dei programmi europei è oscillata tra i 6 e i 13 miliardi annui, ovvero meno dello 0,5% del reddito nazionale e un centesimo circa della complessiva spesa pubblica tedesca.
Ben più consistenti sono stati, negli anni seguiti allo scoppio della crisi, i benefici della moneta unica per l’economia e le finanze pubbliche tedesche. In primo luogo la Germania ha potuto beneficiare di tassi di interesse sui propri titoli pubblici eccezionalmente bassi, in alcuni casi negativi anche su scadenze pluriennali: più si diffondeva il panico tra gli investitori circa la solvibilità dei paesi mediterranei aderenti all’eurozona, maggiore era la corsa ai titoli tedeschi considerati privi di rischi in un frangente di incertezza generale nei mercati finanziari. La politica monetaria espansiva della BCE, stante la sua impossibilità di essere prestatore di ultima istanza per gli stati in difficoltà (almeno fino alla dichiarazione della BCE nel luglio 2012 di preservare l’unione monetaria “con ogni mezzo”), ha alimentato questo circuito fornendo enorme liquidità a operatori alla frenetica ricerca di titoli risk-free.
Come calcolato dal Leibniz Institute for Economic Research il risparmio per le casse pubbliche tedesche a partire dal 2010 è calcolabile in oltre 100 miliardi di euro, una cifra ben superiore ai finanziamenti e alle garanzie forniti dalla Germania per sostenere il debito greco: anche nel caso di un completo default ellenico le perdite per Berlino ammonterebbero a circa 90 miliardi. A ciò va aggiunto il vantaggio per gli operatori privati tedeschi: mentre in larga parte del continente si assisteva ad un credit crunch, il bassissimo tasso di interesse sui titoli pubblici, fornendo un benchmark per il mercato del credito, spingeva verso il basso il costo del denaro prestato a imprese e banche.
Facendo qualche passo indietro, aggiungiamo un ulteriore elemento: la moneta unica ha permesso in Germania il consolidarsi dell’ormai famoso surplus della bilancia commerciale. Cosa significa? Significa che la Germania esporta molto più di quanto importa (in rapporto al Pil, molto più della Cina, colosso delle esportazioni, che invece ha visto calare il surplus dal 2008). All’inizio dell’unione monetaria, la Germania –per affrontare l’elevata disoccupazione post-unificazione- ha optato per una dura politica di compressione salariale. Questo ha prodotto riduzione della domanda interna ed estrema competitività dei prodotti tedeschi (insieme ad altri fattori, certamente): competitività nelle esportazioni e domanda interna compressa- quindi basse importazioni- sono alla base del crescente surplus nei conti con l’estero. Una politica, insomma, molto sbilanciata a vantaggio delle imprese: come riportava qualche mese fa Philippe Legrain sul Sole 24 Ore, nonostante un aumento negli ultimi 15 anni del 17,8% della produttività del lavoro, i salari reali tedeschi oggi sono più bassi rispetto al 1999. E qui entra in gioco la moneta unica. Con questa politica così orientata all’esportazione, in una situazione di cambi flessibili, sarebbe intervenuto un meccanismo equilibratore: il marco tedesco si sarebbe apprezzato (perché la domanda di marchi per comprare merci tedesche sarebbe aumentata al punto di farne salire il valore) e questo avrebbe iniziato a rendere le merci tedesche più care per il resto del mondo. Ma questo meccanismo è bloccato dall’euro, che invece non si apprezza e deprezza secondo le transazioni con l’estero della sola Germania, ma di tutta l’Eurozona. La Germania si è trovata così con una moneta sistematicamente sottovalutata rispetto a quello che avrebbe dovuto avere singolarmente, dato il suo surplus commerciale.
E all’interno dell’area Euro? Il risparmio così accumulato in Germania è diventato credito che le banche tedesche hanno trasferito nei Paesi della periferia: gli attori economici del Sud si sono trovati, con l’euro, a pagare interessi molto più bassi sui loro debiti, ma non così bassi da eliminare il vantaggio delle banche tedesche a inondarli di credito. Non solo: questi prestiti erano messi al riparo dai rischi legati al tasso di cambio e all’inflazione, entrambi problemi “spazzati via” dalla moneta unica. Questo dovrebbe dire molto sulla condivisione di responsabilità nell’esplosione del debito nei Paesi della periferia europea, che si sono trovati –nelle parole dell’economista Marc Blyth- di fronte a “uno tsunami di denaro a buon mercato con cui comprare merci tedesche”. Questo rende più chiare le ragioni per cui l’introduzione dell’euro ha prodotto una divergenza nei conti con l’estero: la Germania che esporta molto di più di quanto importi e gli Stati della periferia l’opposto. Il resto è storia recente: quando, con la crisi, i debitori del Sud sono diventati insolventi, sono intervenuti i fondi di salvataggio europei, che hanno spostato sulle spalle dei contribuenti le perdite delle istituzioni finanziarie, concretizzando quello che sempre Mark Blyth definisce “la madre di tutti gli azzardi morali”.
Oggi il governo tedesco, aggregando consenso attorno alla retorica del Paese modello che porta il fardello per gli altri, continua con questa politica di compressione della propria domanda interna e riduzione dei costi nella gara all’esportazione, nonostante i richiami persino dalla Commissione Europea. Il problema è che questo rende molto più difficile la ripresa dalla crisi di tutta l’Eurozona. La debole domanda tedesca non fornisce mercato per esportazioni degli altri Paesi, contribuendo ad approfondire la crisi di domanda, che ancora affligge l’area euro (e non solo, come lucidamente osserva in un recente contributo l’ex governatore della FED Ben Bernanke). In secondo luogo, questo tiene il valore dell’euro troppo alto per le economie in crisi della periferia, impedendo loro di riguadagnare competitività verso il resto del mondo. Così facendo, il surplus tedesco approfondisce la recessione e esporta deflazione negli altri Paesi dell’Eurozona; è utile ricordare che “deflazione” in un Paese indebitato significa che il valore del debito aumenta nel tempo, rendendone più difficile il pagamento.
Ma chi, in Germania, beneficia di queste scelte del governo tedesco? Non i lavoratori che vivono una stagnazione salariale ormai quasi ventennale, né chi ha bisogno delle infrastrutture pubbliche, vista la mancanza di investimenti; i beneficiari sono invece le imprese manifatturiere, che si trovano ad avere bassi costi di produzione e non patiscono la bassa domanda interna. Questo governo è però riuscito a rendere egemone un discorso politico che sposta l’attenzione dalle disuguaglianze interne verso una retorica vittimista in Europa, come abbiamo visto, piuttosto scollegata dalla realtà.
Senza un intervento politico, queste divergenze nell’Eurozona non potranno che aumentare. Questo significa che -al di là dell’uscita unilaterale dalla moneta unica, che avrebbe carattere spiccatamente nazionalista e la cui praticabilità sarebbe tutta da verificare- rimangono solo due opzioni: da un lato, uno scioglimento concordato dell’euro, i cui effetti distributivi nei mesi immediatamente successivi andrebbero attentamente valutati (un mix di inflazione, aumento dei tassi di interesse –con conseguente recrudescenza dell’austerità- riduzione dei salari reali, come avvenuto nel ’92 con la svalutazione della lira); dall’altro, un investimento serio in senso federalista, che doti l’Eurozona di un bilancio (e quindi un debito) federale a finanziare comuni politiche di sostegno alla domanda, con una politica industriale e delle politiche redistributive comuni, primi fra tutti un piano di investimenti, e il sussidio unico di disoccupazione.

martedì 1 settembre 2015

Uscire dall’euro? C’è modo e modo

Il tentativo di salvare la moneta unica a colpi di deflazione salariale nei paesi periferici dell’Unione potrebbe esser destinato al fallimento. L’eventualità di una deflagrazione dell’eurozona è dunque tutt’altro che scongiurata. Il problema è che le modalità di sganciamento dalla moneta unica sono molteplici e ognuna ricadrebbe in modi diversi sui diversi gruppi sociali. Esistono cioè modi “di destra” e modi “di sinistra” di gestire un’eventuale uscita dall’euro. Ma esiste una sinistra in grado di governare il processo?


di Emiliano Brancaccio da emilianobrancaccio.it

La crisi dell’Unione monetaria europea è stata interpretata in vari modi. Una chiave di lettura particolarmente feconda analizza il travaglio dell’eurozona alla luce di un conflitto irrisolto tra i capitali delle nazioni che ne fanno parte: in particolare, tra i capitali solvibili situati nei paesi “centrali” e i capitali potenzialmente insolventi situati nei paesi “periferici” dell’Unione. Tra i numerosi indicatori di questo scontro va segnalata l’accentuazione delle divergenze tra i tassi d’insolvenza. Stando ai dati di Credit Reform, nel 2011 in Germania le insolvenze delle imprese sono diminuite del 5,8% e in Olanda si sono ridotte del 2,9%. Al contrario, in Italia, Portogallo, Spagna e Grecia registriamo una crescita continua delle aziende dichiarate insolventi, con aumenti rispettivamente del 17, 18, 19 e 27%. Queste divaricazioni, senza precedenti, trovano ulteriori conferme nel 2012. Al divario tra i dati sulle insolvenze segue poi, logicamente, un’accelerazione dei processi di acquisizione dei capitali deboli ad opera dei più forti. […]
[…] Chi parlava in tempi non sospetti di un rischio di “mezzogiornificazione” europea aveva visto giusto: nel senso che il dualismo economico che si riteneva essere un mero caso speciale, caratteristico dei soli rapporti tra Nord e Sud Italia, sembra oggi essersi elevato al rango di caso generale, rappresentativo delle relazioni tra i paesi centrali e i paesi periferici dell’intera Europa. Stando dunque alle dinamiche in corso, in un arco di tempo non particolarmente esteso i paesi periferici dell’Unione potrebbero essere ridotti al rango di fornitori di manodopera a buon mercato o, al più, di meri azionisti di minoranza di capitali la cui testa pensante tenderà sempre più spesso a situarsi al centro del continente.
Naturalmente, sarebbe un’ingenuità teleologica considerare scontato un simile esito. Esso, infatti, incontra forti resistenze da parte delle rappresentanze politiche dei capitali periferici. Gli sviluppi dello scontro che ne consegue, tutto interno agli assetti capitalistici europei, allo stato dei fatti restano incerti. Coloro i quali tuttora sperano in una ricomposizione degli interessi con i capitali centrali dell’Unione, invocano di continuo una riforma degli assetti istituzionali europei, che riequilibri i rapporti tra i paesi membri o consenta almeno di mitigare i tremendi effetti della mezzogiornificazione delle periferie. Fino a questo momento, tuttavia, si è trattato di vani auspici.
Alcuni avevano sperato che la crisi europea potesse costituire un’occasione per aprire un confronto politico sugli squilibri strutturali generati dall’attuale regime di accumulazione trainato dalla finanza privata, e sulla esigenza di sostituirlo con una moderna visione di “piano”, che conferisse ai poteri pubblici il ruolo di creatori di prima istanza di nuova occupazione. Fino a questo momento, tuttavia, questi temi non hanno quasi per nulla attecchito nel dibattito europeo nemmeno a sinistra, figurarsi tra le istituzioni. A un livello più modesto, anche la speranza dei partiti progressisti di rinsaldare l’unità europea tramite l’adozione di “standard” salariali e del lavoro, è immediatamente naufragata di fronte all’opportunismo della socialdemocrazia tedesca, ostile a qualsiasi ipotesi di coordinamento europeo della contrattazione. Ed ancora, persino l’auspicio minimale dei governi periferici, di mitigare la crisi finanziaria attraverso un’unione bancaria e una connessa assicurazione europea dei depositi, sembra venir meno di fronte alla opposizione dei tedeschi, intenzionati a favorire anche in campo bancario processi di centralizzazione dei capitali di tipo darwiniano.
La deflazione salariale si sta rivelando inefficace
Stando così le cose, il tentativo di ricomporre il conflitto tra capitali europei resta affidato a una sola ricetta, ben delineata in questi mesi dalla Banca centrale europea: la crisi dei capitali situati nei paesi periferici, e la conseguente mezzogiornificazione delle periferie europee, potrebbero essere attenuate solo da un abbattimento dei costi del lavoro per unità di prodotto. Se cioè riducessero il costo unitario del lavoro, i paesi periferici potrebbero recuperare competitività e sarebbero quindi in grado di ridurre il loro disavanzo verso l’estero senza ricorrere alle politiche di austerità o, quanto meno, ricorrendovi in misura meno accentuata di quanto non facciano oggi. Tale proposta incontra oggi molti sostenitori presso le istituzioni europee: Lorenzo Bini Smaghi, ex membro del consiglio direttivo della Bce, è uno dei suoi più espliciti sostenitori. Senza dubbio, essa ha almeno il merito di chiarire che i problemi dell’eurozona riguardano soprattutto i conti esteri dei paesi membri, non i conti pubblici.
Ma qual è l’ordine di grandezza del mutamento che tale ricetta implicherebbe? Olivier Blanchard, capo economista del Fmi, tempo fa cercò di stimare l’abbattimento del costo del lavoro che sarebbe necessario per rimettere in riequilibrio i conti esteri dei paesi periferici: a parità di altre condizioni, i salari nominali dovrebbero subire un crollo dal 20 al 30%. Per giunta secco, una tantum: in sostanza, l’operaio portoghese che oggi è pagato 1000 euro, da domani dovrebbe prendere 700 euro. In verità, quando la formulò per la prima volta, nel 2006, Blanchard definì «esotica» questa opzione, ritenendola politicamente inverosimile. La crisi tuttavia ha reso praticabili anche le soluzioni più ardite e violente.
Ma, siamo certi che l’idea di ristabilire l’unita di classe dei capitali europei scaricando l’onere del riequilibrio sui salari avrà successo? Siamo certi cioè che la riduzione del costo del lavoro nelle periferie consentirà di ricomporre lo scontro capitalistico in atto e permetterà quindi di salvare l’attuale assetto istituzionale dell’Unione? Per tentare di rispondere prendiamo il caso della Grecia, che presenta varie peculiarità ma che ha più volte anticipato gli andamenti di tutte le periferie dell’eurozona. Ebbene, in Grecia tra il 2008 e il 2012 si registra un calo medio dei salari monetari di tre punti percentuali, un crollo dei salari reali di diciotto punti e una caduta della quota salari di oltre quattro punti. E’ interessante anche notare che il salario minimo fissato dalla legge è precipitato dal 2011 a oggi del 44%, da 877 a 490 euro. Sono cadute colossali. Eppure, nonostante tali precipitazioni, e nonostante una politica di depressione dei redditi senza precedenti storici, la Grecia ha chiuso comunque il 2012 con un disavanzo verso l’estero di 3 punti percentuali in rapporto al Pil. Il paese cioè continua a importare più di quanto esporti.
La precipitazione della crisi greca insegna che il feroce tentativo di salvare l’Unione a colpi di deflazione salariale potrebbe anch’esso esser destinato al fallimento. Se così fosse, la scelta di uscire dall’euro e svalutare diventerebbe l’ultima carta per tentare di rimettere in equilibrio le bilance verso l’estero dei paesi periferici.
Su una “exit strategy” dall’euro la sinistra è in ritardo
In uno scenario simile, è curioso che le sinistre insistano ancora oggi con la riduttiva litania secondo cui «fuori dall’euro sarebbe l’inferno». Come si fa cioè a non capire che il pigro affidarsi a simili espressioni apodittiche vanifica qualsiasi sforzo di comprensione delle reali dinamiche in corso e accentua l’emarginazione politica di tutti gli eredi, più o meno degni e diretti, della tradizione novecentesca del movimento operaio? Beninteso, una spiegazione raffinata della irriducibile fedeltà della sinistra alla moneta unica potrebbe risiedere nella tendenza storica delle rappresentanze del lavoro a cercare il proprio antagonista dialettico nel grande capitale, laddove invece con i piccoli capitali si fatica anche solo ad avviare una lotta per il riconoscimento.
Se i termini del discorso fossero questi, si potrebbe anche approfondire la questione. La verità del nostro tempo, tuttavia, si situa a un livello decisamente più basso: l’adesione a oltranza della sinistra all’euro costituisce oggi un mero riflesso narcisistico, una eco del tempo andato, quando la globalizzazione avanzava senza apparenti ostacoli e ci si illudeva di potere raccogliere residualmente qualche suo frutto, o anche solo qualche briciola. Con lo sguardo ancora rivolto a quella fase superata, la sinistra appare oggi più che mai fuori dal tempo storico. Anche per questo, il suo posizionamento conta allo stato attuale poco o punto negli sviluppi della crisi dell’Unione. L’eventuale deflagrazione della moneta unica e al limite la messa in discussione dello stesso mercato unico europeo dipenderanno dagli esiti di una partita tutta interna agli assetti proprietari del capitale europeo, rispetto alla quale il lavoro e le sue residue rappresentanze appaiono subalterne come non mai. Il problema è che, al di là della grancassa mediatica favorevole all’euro, nonostante gli impegni assunti dalla Bce nella erogazione di liquidità, e considerata l’evanescenza delle decisioni finora assunte in sede europea per l’avvio di programmi di investimento pubblico nelle aree più in difficoltà, quella partita continua a svilupparsi lungo un sentiero che a lungo andare rende insostenibile l’Unione monetaria.
In questo scenario, possibile che le sinistre rifiutino anche solo di avviare una riflessione sulle decisioni da assumere in caso di precipitazione dell’Unione? Possibile che tuttora manchi una indicazione di massima su una exit strategy dall’euro che permetta di tutelare gli interessi del lavoro subordinato? La questione, si badi bene, è cruciale. Le modalità di abbandono di un regime di cambi fissi come l’eurozona sono infatti molteplici, e ognuna può ricadere in modi diversi sui diversi gruppi sociali. In altre parole: esistono modi “di destra” e modi “di sinistra” di gestire una eventuale uscita dall’euro. E la sinistra è in netto ritardo.
Da tempo chi scrive ha cercato di insistere su questo punto, in verità con scarso successo. Il dibattito italiano di politica economica sembra infatti ormai riducibile a una mera disputa tra fautori del cambio irrevocabile e sostenitori della libera fluttuazione delle monete, come se l’ordine del discorso politico potesse essere in ultima istanza ricondotto a una scelta del regime valutario. Eppure basterebbe dare un occhio alla letteratura degli anni Settanta del secolo scorso per capire che, almeno dal punto di vista dei rapporti sociali di produzione, la questione è molto più complessa.
Tra i fondamentali aspetti che dovrebbero essere esaminati vi sono ad esempio i cosiddetti «fire sales», come li definisce Paul Krugman; vale a dire, la possibilità che lo sganciamento dall’euro, e la conseguente svalutazione della moneta, possano determinare una caduta del valore dei capitali nazionali di tale portata da mettere le autorità di governo di fronte alla scelta tra favorire eventuali acquisizioni estere a buon mercato oppure contrastarle. Per le sue implicazioni sui rapporti di produzione, la prima soluzione può esser definita “di destra”. La seconda soluzione potrebbe invece essere annoverabile tra le strategie “di sinistra”. Quest’ultima opzione, tuttavia, richiederebbe una messa in discussione, almeno parziale, non solo della moneta unica ma anche del mercato unico europeo, con buona pace dei “liberoscambisti di sinistra”. Le cose, come si può notare, si complicano.
Uscita dall’euro “di destra” o “di sinistra”: gli effetti sui salari
La questione dei fire sales è cruciale, ma le sue implicazioni non sono di immediata lettura. Per cercare di afferrare in termini più immediati le differenze tra una opzione di uscita dall’euro “da destra” e una opzione di uscita “da sinistra”, in questa sede può essere allora opportuno soffermare l’attenzione su due sole variabili: il salario reale e la quota salari. A questo proposito, vari studi hanno segnalato che l’abbandono di un cambio fisso e la conseguente svalutazione risultano spesso correlati a una riduzione del salario reale, ossia a una perdita di potere d’acquisto delle retribuzioni. Tra le ricerche più influenti, è il caso di menzionare uno studio di Eichengreen e Sachs sugli effetti delle svalutazioni che si realizzarono nel corso degli anni Trenta, e un contributo di Lucas e Fallon sugli esiti delle crisi valutarie che si verificarono negli anni Novanta.
I risultati di ricerche più recenti suggeriscono tuttavia una lettura maggiormente articolata dei dati disponibili. Consideriamo nove casi di sganciamento da un cambio fisso avvenuti nell’ultimo ventennio: Finlandia, Gran Bretagna, Italia e Svezia nel 1992, Repubblica Ceca e Sud Corea nel 1997, Argentina e Turchia nel 2001. Rileviamo che in due dei nove casi alla svalutazione fa seguito un salario reale stazionario nell’anno successivo, mentre negli altri sette casi si registra una sua riduzione. L’entità del calo può essere modesta, come è accaduto in Italia (meno di un punto percentuale), oppure può essere enorme, come è il caso del Messico (meno tredici punti) e dell’Argentina (meno trenta punti). Negli anni successivi gli andamenti sono piuttosto diversificati: in alcuni casi il declino perdura, in altri la ripresa è immediata. In tutti i casi tranne uno, tuttavia, dopo cinque anni dalla svalutazione i salari reali tornano ai livelli precedenti ad essa, e talvolta li superano.
Riguardo invece alla quota salari – vale a dire la quota di reddito nazionale spettante ai lavoratori – l’andamento è più univoco e meno rassicurante. In tutti i casi considerati, un anno dopo la svalutazione la quota salari si riduce. E in tutti i casi, tranne uno, dopo cinque anni la caduta della quota salari si fa ancora più consistente: in Svezia il calo è di due punti percentuali, in Gran Bretagna di cinque punti, in Finlandia di nove punti, addirittura in Turchia di dodici punti. Il nesso con lo sganciamento dal cambio fisso è in molti casi evidente: in Italia, per esempio, nei cinque anni precedenti alla svalutazione la quota salari rimane pressoché stazionaria, mentre nei cinque anni successivi cade di ben cinque punti percentuali.
I risultati ottenuti trovano conferme ulteriori ampliando l’insieme di paesi oggetto dell’analisi. In tutti i casi emerge un ventaglio di andamenti, dipendenti da una molteplicità di fattori e non tutti facilmente decifrabili. Tali esiti aiutano tuttavia a chiarire un punto essenziale: l’effetto di un’eventuale deflagrazione della moneta unica europea sui rapporti tra le classi sociali non è univocamente determinabile. Così come è da ritenersi risibile l’idea, molto diffusa a sinistra, secondo cui l’abbandono dell’euro comporterebbe inesorabilmente una svalutazione di tale portata da generare un crollo verticale dei salari reali, così pure risulta infondata la tesi di chi esclude l’eventualità di un impatto negativo sui salari e sulla distribuzione del reddito. Un elemento certo tuttavia sussiste: l’uscita da un regime di cambio fisso può avere un impatto negativo o meno sul potere d’acquisto dei lavoratori e sulla distribuzione del reddito nazionale a seconda che esistano meccanismi istituzionali – scala mobile, contratti nazionali, prezzi amministrati, ecc. – in grado di agganciare i salari alla dinamica dei prezzi e della produttività. Escludere tali meccanismi implica, in buona sostanza, un’uscita dall’euro “da destra”. Contemplarli significa predisporre un’uscita “da sinistra”.
La questione salariale e distributiva è solo un tassello degli enormi problemi che derivano dall’insostenibilità dell’attuale assetto dell’Unione europea. Cercare di affrontarla in modo fattuale ci aiuta tuttavia a uscire da una lettura estremista e manichea della fase. I dati ci dicono che fuori dall’euro non è affatto detto che vi sia un inferno peggiore di quello che già ci circonda, ma non è nemmeno scontato che si possa anche solo intravedere il sole di un nuovo avvenire. Sia come sia, il processo storico è in rapido movimento: nell’uno come nell’altro caso, il peggio che le residue rappresentanze del lavoro possono fare è restare passivamente a guardare.
Riferimenti bibliografici
Brancaccio, E. (2012). “Current account imbalances, the Eurozone crisis and a proposal for a European wage standard”. International Journal of Political Economy, vol. 41, Number 1.
Brancaccio, E. (2013). Dibattito con Lorenzo Bini Smaghi. Facoltà di Economia “G. Fuà”, Ancona, 15 maggio.
Brancaccio, E., Passarella, M. (2012). L’austerità è di destra. E sta distruggendo l’Europa. Il Saggiatore, Milano.
Eichengreen, B., Sachs, J. (1984). “Exchange rates and economic recovery in the 1930s”. NBER Working Paper Series, n. 1498.
Fallon, P., Lucas, R.E. (2002). “The impact of financial crises on labor markets, household incomes and poverty: a review of evidence”. The World Bank Research Observer, vol. 17, n. 1.
Estratto di un articolo pubblicato su Alternative per il socialismo, n. 27, luglio-agosto 2013. La riproduzione è consentita specificando il carattere di estratto e citando la fonte.