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domenica 26 giugno 2016

La UE, il referendum da rifare e i fascisti.

di Giorgio Cremaschi 
 
È VERO CHE CONTRO LA UNIONE EUROPEA CI SONO ANCHE FORZE FASCISTE, MA È ALTRETTANTO VERO CHE IL POTERE UE MINACCIA E NEGA LA DEMOCRAZIA
Immaginatevi cosa sarebbe successo se in Gran Bretagna avesse vinto il SI alla UE e quelli del NO avessero chiesto di rivotare, magari affermando come gli ultimi giorni della campagna fossero falsati dal clima creatosi dopo l'assassinio terrorista di Cox. Sarebbe venuto giù lo scandalo, non sapete perdere, siete antidemocratici sarebbero state le accuse più gentili che avrebbero percorso i massmedia. Invece il SI alla UE ha perso e dunque bisogna rivotare. La campagna della paura organizzata dai poteri economici sconfitti sulla Brexit, dichiara il suo primo obiettivo: riportare gli incauti britannici alle urne e fargli cambiare idea a suon di minacce.
Non è una novità. Anche con i greci la Unione Europea ha fatto lo stesso. Lì non hanno avuto bisogno di organizzare false raccolte di firme, i sondaggi falsi invece li avevano fatti, perché il governo stesso di quel paese ha deciso di non rispettare il voto del suo popolo. Cameron invece pare intenzionato a rispettarlo, anche se a questo punto non ne sarei così sicuro. In ogni caso gli sconfitti dal voto han lanciato la campagna del rivoto: non vale che abbiamo perso, si rigioca. La stampa di regime, cioè praticamente tutta qui da noi, esalta due milioni firme raccolte in due giorni. Ma si rendono conto che è una balla grande come gli Exit Poll? Secondo me lo sanno benissimo che in così poco tempo è materialmente impossibile raccogliere tante firme autentiche, sulla precisa e uniforme richiesta di rifare il referendum. Ma l'ordine di scuderia è quello, si deve sostenere che il pronunciamento contro l'Unione è una follia momentanea, colpa dei migranti e non della UE dicono fogli progressisti, si deve far rivotare il popolo una volta che sia rinsavito.
Insomma il voto contro la UE non è ammesso e se per caso scappa non vale. Il ministro delle finanze tedesco Schauble un anno fa rivolto alla Grecia lo aveva detto: è inutile che i popoli votino, le regole europee non cambiano. Dunque in un eventuale prossimo referendum in Gran Bretagna o in qualsiai altro paese europeo sarà chiarito che vale solo il SI alla Unione e che chi per pazzia mettesse la sua croce sul NO si vedrebbe in ogni caso annullato il voto.
In queste ore le minacce del rivoto vengono rivolte a tutti i popoli europei, sottoposti alla campagna della paura. In Spagna il primo ministro di destra si scaglia contro Podemos usando il terrorismo psicologico pro UE scatenato sulla Gran Bretagna. C'è davvero da aver paura di un regime che reagisce con tanta violenza e intolleranza non appena lo si metta in discussione.
È vero che contro l'Unione Europea ci sono anche forze fasciste, ma è altrettanto e pericolosamente vero che il potere della UE minaccia e nega i principi fondamentali della democrazia.


PS : ai giovani dell'Erasmus mi permetto di suggerire di tenere conto un poco di noi nonni che abbiamo passato una vita a lottare per quei diritti e quella democrazia che ora vediamo cancellati nel nome del mercato. La puzza di marcio e di bruciato noi la sentiamo subito.

giovedì 26 maggio 2016

Italexit: da vaga ipotesi potrebbe diventare realtà

da wallstreetitalia 



Da ipotesi velleitaria emersa quasi per caso nei sondaggi a realtà. Qualcosa si sta muovendo nella società civile e lo scenario di un’Italia indipendente fuori dall’Ue potrebbe un giorno concretizzarsi. Nel silenzio generale dei grandi media, a Napoli è iniziata una campagna per consentire all’Italia di uscire dalla “gabbia dell’Unione Europea”. Il convegno sociale sull’Italexit tenutosi il 21 maggio è stato convocato e organizzato dalla piattaforma sociale Eurostop con l’obiettivo di iniziare a organizzare proposte concrete su quali alternative offrire alla terza economia dell’area euro in un possibile futuro al di fuori del blocco a 29.
Al dibattito socio economico hanno partecipato diversi economisti (come Ernesto Screpanti dell’Università di Siena e Luciano Vasapollo dell’Università La Sapienza di Roma), organizzazioni sindacali inglesi favorevoli alla Brexit e altri analisti indipendenti. Al termine della tavola rotonda è stata approvata una breve mozione che lancia una mobilitazione di inizio autunno (“No Renzi Day”) una settimana prima del referendum sulla riforma della Costituzione e il sostegno allo Sciopero Generale indetto dai sindacati.
Secondo l’organizzazione di orientamento di sinistra l’appuntamento “è pienamente riuscito” in quanto ha “consentito il dipanarsi di un ricco ed articolato dibattito che ha prodotto sia un avanzamento dell’analisi strutturale dell’Unione Europea e sia l’enuclearsi di proposte e di campagne politiche per iniziare a costruire una alternativa a questa asfissiante costruzione antisociale, antidemocratica, autoritaria e militarista”.
“Il Convegno a Napoli si è reso necessario per concretizzare un momento di discussione e di socializzazione delle esperienze all’indomani della vicenda greca con il successivo cedimento del governo Tsipras alla Troika, dell’esplosione dell’emergenza immigrati ed il suo riverbero nei diversi paesi dell’Unione e del lievitare dei fattori di guerra fuori e dentro lo spazio europeo”.
Se ci si basa sui sondaggi, circa la metà degli italiani vorrebbe potersi esprimere sul futuro dell’Italia all’interno dell’area della moneta unica. Un rilevamento Ipsos Mori risalente ai primi di maggio mostra che il 58% dei cittadini interpellati vorrebbe infatti che fosse indetto un referendum sull’Italexit.
Simile è stato anche l’esito di un sondaggio diffuso da Renato Mannheimer ha evidenziato da parte sua che quasi la metà del campione vorrebbe avere la stessa possibilità dei britannici che il 23 giugno voteranno sulla Brexit. Potersi esprimere, attraverso un referendum, sulla permanenza nell’Unione europea è il chiaro sintomo di un malessere diffuso nei confronti delle istituzioni ed eurocrati Ue, visti come autorità sovranazionali che non vengono però elette direttamente dal popolo e sulle cui decisioni quindi la gente sente di non avere il potere di influire.
Anche se poi solo il 38% voterebbe per separarsi da Bruxelles, gli italiani vorrebbero chiaramente poter esprimere il proprio voto sulle questioni europee. Come diceva il presidente degli Stati Uniti Abraham Lincoln, “la democrazia è il governo del popolo, dal popolo, per il popolo”.
La Germania e le altre principali forze dell’Ue non accettano in realtà di essere subordinate a un’autorità europea sovranazionale, ma cercano semplicemente di trarre i massimi vantaggi e ottenere le condizioni più vantaggiose possibili per il prosperare della propria economia.


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Qui di seguito è riportata la relazione introduttiva del sindacalista Giorgio Cremaschi, ex presidente del Comitato Centrale della Fiom, l’associazione sindacale dei metalmeccanici:
“Sono convinto che in un futuro, speriamo più vicino possibile, ci si chiederà con compassione ed incredulità come sia stato possibile che le decisioni fondamentali del nostro paese, e di molti altri, siano state sottoposte al vaglio ed al giudizio meticoloso di controllori esterni. Come sia stato possibile che un parlamento eletto, seppure con un sistema truffaldino, abbia accettato di rinunciare alla sua sovranità per delegarla ad autorità esterne non elette da nessuno. E soprattutto ci si chiederà come sia stato possibile che le decisioni sul lavoro, sulle pensioni, sulla sanità, sulla scuola, sul sistema produttivo, sulle stesse regole democratiche, siano state prese in funzione del giudizio su di esse da parte di sconosciuti burocrati installati e Bruxelles dalla finanza, dalle banche, dal potere economico multinazionale. Ci si chiederà come sia stato possibile che le generazioni precedenti abbiano rinunciato a decidere sugli aspetti fondamentali della propria vita sociale, economica e politica, accettando il potere quasi assoluto di una entità astratta chiamata Europa. Entità astratta dietro la quale si sono nascosti gli interessi concreti delle élites economiche, delle classi più ricche e delle caste politiche e burocratiche di tutti paesi del continente. Tutte queste élites non avrebbero mai avuto la forza di imporre paese per paese, ognuna direttamente contro il proprio popolo, quella drammatica distruzione delle conquiste sociali e democratiche che oggi stiamo vivendo. Da sole non ce l’avrebbero fatta a smantellare la più importante conquista dei popoli del continente, il patrimonio storico politico che l’Europa avrebbe dovuto accrescere e contribuire ad estendere in tutto il mondo: lo stato sociale. Un sistema che assegna diritti sociali, lavoro e reddito, casa, istruzione, salute, pensione, vita dignitosa e sicura, un sistema che assegna questi diritti alle persone per il solo fatto di essere cittadini dello stato. Oggi pare che anche questi diritti sociali fondamentali debbano essere conseguiti secondo il merito. Questa parola falsa ed ingannatrice, gran parte di coloro che la proclamano come nuova guida della società non meritano di stare là dove stanno, questa parola, merito, ha sostituito la parola diritto nella ideologia di regime. In fondo ci si deve meritare di vivere.
Lo stato sociale era stato sancito dalle costituzioni antifasciste del dopoguerra. Quelle costituzioni che, come la nostra, si erano date l’obiettivo non della semplice eguaglianza giuridica contenuto nei vecchi statuti liberali, ma quello della eguaglianza sociale. Eguaglianza da perseguire prima di tutto attraverso il potere pubblico, e poi con l’azione sociale diretta delle classi subalterne e dei popoli, che veniva costituzionalmente protetta. Questo sistema costituzionale non poteva piacere alla finanza internazionale. Nel 2013 la Banca Morgan aveva affermato in un suo documento ufficiale che le costituzioni antifasciste, con la loro marcata impronta sociale, erano un ostacolo verso il pieno dispiegarsi della controriforma liberista. Bisognava abbatterle e a questo è servito il nuovo mantra della politica senza alternative: lo vuole l’Europa!
La giustificazione lo vuole l’Europa, dietro la quale sono passate le peggiori sopraffazioni e ingiustizie sociali, ha quasi sostituito quella precedentemente abusata: lo vuole il mercato. Evidentemente quest’ultima era considerata non in grado di reggere. Un puro principio di interesse economico si logora, se non corrisponde agli interessi reali o confligge con essi . Il richiamo al mercato non bastava più, occorreva quindi una immagine più forte che in qualche modo comunicasse dei valori extra economici. Gramsci ha ben spiegato come il capitalismo abbia sempre bisogno di valori esterni alla pura logica del mercato , per giustificare la più feroce ricerca del massimo profitto.
Nel Medio Evo era con Deus vult, Dio lo vuole, che si giustificavano le sopraffazioni del potere. Laicamente ora si afferma che lo vuole l’Europa, ma i fini sono gli stessi che in quell’epoca apparentemente lontana.
Dietro il mito dell’Europa, dietro il messaggio nazionalista continentale che dovrebbe assorbire i nazionalismi di ogni singolo paese con l’orgoglio di essere sudditi di una superpotenza, sta un sistema di potere burocratico imperiale.
Questa è la realtà della Unione Europea, che è prima di tutto un sistema politico di potere sovranazionale progettato per distruggere le resistenze sociali e democratiche dei diversi paesi che ne fanno parte. Non c’è sciocchezza ideologica più fuorviante dell’affermazione secondo la quale il limite del progetto europeo è che esso sia solo economico e non politico. È vero sostanzialmente il contrario. Il sistema europeo è un sistema politico, costruito per agevolare il dominio dei mercati sulle nostre vite e per affermare il liberismo estremo nelle relazioni economiche e sociali. La costituzione della Unione Europea, i trattati e i patti che la istituiscono e governano, da quello di Maastricht al fiscal compact, disegnano una architettura rigorosa di un sistema di potere con scopi chiarissimi. L’articolo uno della costituzione della Unione Europea, se paragonato a quello equivalente di quella italiana, potrebbe così essere letto:
“L’Unione Europea è una oligarchia fondata sul mercato, la sovranità appartiene al potere economico e finanziario che la esercita secondo le regole della competitività e del massimo profitto.”
Questo è il vero primo articolo della costituzione europea; chi esaminasse attentamente i trattati, le loro regole i loro poteri lo troverebbe rigorosamente e coerentemente applicato. Poi, naturalmente, ci sono le coperture di facciata e qui si spreca il ricorso a quei diritti dell’uomo sul cui uso sfacciatamente ipocrita Karl Marx aveva speso il suo migliore sarcasmo.
A dire la verità oggi anche questa copertura è notevolmente a rischio. Il comportamento della ricchissima Unione Europea nei confronti di rifugiati e migranti calpesta non solo i fondamentali diritti umani, ma persino elementari regole di solidarietà. La compravendita di persone con la Turchia finanziata da miliardi di euro, di più di quelli che si negano alla Grecia, è stata decisa dai governanti democristiani e socialisti della Unione Europa e non da LePen o Salvini. La costruzione a tappeto di Hotspot, solito uso dell’inglese per coprire porcherie, cioè di campi di concentramento persino in mare per migranti, è stata sempre opera degli stessi. I muri li costruiscono tutti i governi senza distinzione di appartenenza politica. La civilissima Danimarca impone il pizzo di stato sui beni personali dei migranti, come scafisti che si facessero consegnare gli orologi e gli anelli prima di imbarcare. L’altrettanto civilissima Svezia ha programmato il rimpatrio forzato di decine di migliaia di migranti. Rimpatrio dove, a Mosul in mano all’ IS? Nelle pianure afghane? Sulle coste della Libia? Nei campi di concentramento turchi?
L’Unione Europea ha concordato con il governo Cameron, per fargli vincere il referendum e respingere la Brexit, misure restrittive per i migranti. Non solo per quelli extracomunitari, ma anche per gli stessi cittadini della Unione. Gli italiani che andranno a lavorare in Gran Bretagna non godranno degli stessi diritti sociali dei lavoratori britannici, saranno un po’ come i nostri gastarbeiter nella Germania Occidentale degli anni 50 del secolo scorso. Altro che cittadinanza europea!
Il governo europeo non può che assumere queste misure feroci contro i migranti, perché esse servono a giustificare la ferocia quotidiana verso i propri cittadini. Se si perseguono la disoccupazione di massa e la distruzione dello stato sociale, si deve necessariamente alimentare la convinzione di massa che siamo già in troppi per accogliere altri. Se in Europa ci fossero piena occupazione e eguaglianza sociale, non ci sarebbero grosse difficoltà ad aggiungere posti a tavola in mezzo a 500 milioni di abitanti. Ma quando la vita quotidiana viene minacciata dalla precarietà e dalla disoccupazione e di massa e quando i diritti sociali fondamentali sono negati a milioni di persone, il migrante viene visto come colui che viene a contendere il pane e l’elemosina del povero. Claudio Magris ha scritto che non si possono accogliere tutti, che anche un ospedale deve chiudere ad un certo punto gli accessi. Ha dimenticato che dire che gli ospedali pubblici chiudono e riducono i posti ed i servizi per le politiche di austerità europee, che la Grecia non ha più una sanità pubblica da spartire eventualmente con i migranti.
Sono le politiche di austerità normate dalla costituzione europea che producono e alimentano le guerre tra poveri per diritti sempre più scarsi e aleatori, e che spargono il seme della xenofobia e del razzismo. I partiti reazionari e razzisti sono il prodotto, a volte persino utile come spauracchio, delle politiche di rigore economico da parte dei governanti democristiani e socialisti.È dovere contrastare ovunque i rigurgiti neofascisti e razzisti, ma senza dimenticare che la loro fonte sta nel potere autoritario e liberista di Bruxelles. Se non si taglia la testa al potere che alimenta i tentacoli del razzismo, questi continueranno a riprodursi.
Oggi invece l’Europa pare avere dimenticato le ragioni sociali ed economiche del dilagare del fascismo e poi del nazismo negli anni 30 del secolo scorso. E soprattutto pare avere dimenticato che le costituzioni sociali antifasciste sono nate proprio con lo scopo di estirpare le radici economiche e sociali di quel dilagare. Oggi l’Unione Europea fa la stessa politica economica della Germania democratica di Weimar e sta facendo rinascere gli stessi mostri. Viene il dubbio che di fronte alla ferocia antisociale delle politiche economiche della Unione il comparire delle forze reazionarie non sia proprio inaspettato. Come la storia insegna esse sono sempre il Piano B del capitale.
Cameron ha minacciato i britannici che se voteranno a favore della Brexit saranno responsabili del ritorno della guerra in Europa. Sfacciato. In Europa la guerra c’è già stata con le centinaia di migliaia di vittime della distruzione della Jugoslavia, grazie alle quali l’Unione Europea ha potuto consolidare la sua espansione verso Est. La guerra c’è oggi nella Ucraina dove l’Unione Europea finanzia ed arma il primo governo del continente, che dal 1945 abbia ministri dichiaratamente nazifascisti.
E poi l’Unione Europea, da 25 anni, praticamente dalla sua organizzazione nella forma attuale, partecipa a quella guerra mondiale a pezzi di cui parla Papa Francesco. Una guerra che alimenta il terrorismo mentre proclama combatterlo, una guerra che rischia di di non finire mai perché si alimenta di sé stessa. Quanto a Cameron, egli è direttamente responsabile della catastrofe della Libia, catastrofe che oggi assieme ad Hollande, Obama ed Erdogan tenta di riprodurre in Siria.
L’Unione Europea è sempre più coinvolta nella guerra e negli affari della guerra e sempre di più si identifica con la NATO e la sua politica imperial militare. Se dovesse essere approvato il TTIP, Unione Europea e Stati Uniti sarebbero assieme in una Nato economia dopo quella militare. Eppure a sinistra è più facile dire no al TTIP e anche no alla NATO, piuttosto che affermare il no alla Unione Europea. Come se fosse possibile davvero separare le tre colonne portanti della stessa costruzione.
Oggi l’Unione Europea gestisce e alimenta tre guerre contemporaneamente. Quella militare per difendere ed estendere i propri confini e gli interessi dei propri poteri economici. Quella contro i migranti da usare come moderni iloti o da deportare a seconda delle necessità degli stessi poteri economici. Quella contro i propri popoli, che distrugge lo stato sociale nel nome della competitività e del profitto, naturalmente sempre degli stessi.
La domanda è: come si fa a fermare queste tre guerre senza rovesciare il potere tirannico che le gestisce?
Qui la sinistra in gran parte si ferma, si paralizza. Pare a quel punto che dominino le paure.
Quella che se si rompesse con l’Unione Europea tornerebbe il fascismo nei singoli stati. Ma davvero crediamo che i popoli sarebbero così deboli di fronte ad un potere tirannico locale, non sostenuto da poteri esterni? Davvero si crede che i banchieri e la Troika ci difendano meglio da svolte reazionarie di quanto potremmo fare noi stessi? Se si pensa che in fondo questa Unione Europea ci protegga dal peggio, allora siamo destinati ad esserne schiavi. Il governo greco è lì a testimoniare che la paura di rompere con la dittatura europea porta a subirne tutti i comandi. Si dice che la Grecia fosse troppo piccola per resistere da sola. Questo accusa noi e tutti popoli europei di non aver fatto abbastanza per sostenere quel popolo contro la Troika, ma non assolve la resa del governo Tsipras. C’è sempre l’alternativa di resistere a quella di collaborare con il tuo oppressore. In ogni caso non è vero che il collaborazionismo con la Troika serva a prendere tempo in attesa della grande riforma democratica dell’Europa. Questa riforma non ci sarà mai.
L’altra grande paura dopo quella politica è quella economica, che è persino più forte della prima e ha un suo totem: l’euro. L’euro non è solo una moneta, ha detto il ministro delle finanze della Germania Schauble. L’euro è la politica economica di austerità, se non c’è l’una non c’è l’altro. Il ministro più potente d’Europa ha ragione, è così ma non è ancora tutto. L’euro è anche uno strumento ideologico di consenso. Ai popoli del sud si fa credere di essere eguali ai ricchi popoli del nord perché si possiede la stessa moneta. Anche noi abbiamo il solido marco, si sarebbe detto una volta. La moneta unica alimenta l’autorazzismo dei popoli meridionali, in cui si instilla il terrore di essere ricacciati tra i popoli di pelle scura dell’altra sponda del Mediterraneo, invece che essere ammessi nel consesso di quelli ricchi e virtuosi, biondi e con gli occhi azzurri. A loro volta ai lavoratori e ai popoli del nord, i loro governi impongono di tenere fermi i salari e di non avere pretese sociali eccessive, visto che il loro sistema è ambìto ed invidiato dai popoli del sud. La deflazione salariale in Germania ha permesso al grande capitale di quel paese di far man bassa di mercati ed imprese in tutta Europa. Se i paesi più forti hanno la stessa moneta dei paesi più deboli e tengono pure sotto controllo salari e prestazioni sociali, i paesi più deboli vengono mangiati. È stata così la dollarizzazione dell’economia contro cui si sono ribellati i popoli dell’America Latina. È nazionalismo non voler essere una colonia del grande capitale tedesco? L’euro è un vincolo economico e ideologico costruito apposta per rendere irreversibili le politiche di austerità. E serve a ricattare paesi e persone. Abbiamo visto in Grecia il modo terrorista con cui è stato usato per minacciare un intero popolo. Non avrete più la moneta vera, dovrete tornare al baratto, hanno ricattato. La Grecia è rimasta nell’euro, ma i greci non hanno più euro in tasca per mangiare.
Infine c’è una paura più piccola, ma presentata spesso in maniera piuttosto arrogante. La paura di non essere sufficientemente avanzati ed aperti. Ci si dice che l’Europa è l’Erasmus che unisce gli studenti del continente. Però si dimentica che in nome dell’Europa si sta distruggendo in ogni paese la scuola pubblica. Si esalta la possibilità di viaggiare facilmente e a basso costo e la Ryan Air si è ufficialmente pronunciata contro la Brexit. Eppure se la compagnia low-cost fosse costretta ad applicare ai suoi dipendenti un vero contratto nazionale non sarebbe poi una disgrazia.
Bisogna rompere con le paure se si vuole rompere la gabbia del sistema di potere europeo.
Certo, sarebbe meglio se in tutta Europa contemporaneamente scoppiasse la rivoluzione socialista. Allora il sistema di potere dell’Unione verrebbe travolto da tutti i lati. Ma francamente non possiamo aspettare una mitica ora x. Oggi è in piazza il popolo francese contro il Jobsact di Hollande, mentre incredibilmente quello greco continua a lottare.Tutto questo segna anche una condanna senza appello per la pavidità eIl collaborazionismo di CGILCISLUIL qui da noi. Le resistenze all’oppressione sono sempre nazionali e proprio partendo da questa loro dimensione parlano a tutti e diventano internazionali. Il primo popolo che si riappropri della propria sovranità democratica diventerà esempio da emulare in fretta per tutti gli altri. Ci sarà il contagio.
La rottura che noi proponiamo parte dunque da una dimensione nazionale, e si proietta subito in un dimensione di solidarietà internazionalista e cooperazione tra tutti i popoli che fanno e faranno la stessa scelta. Ciò che va abbattuto è Il superstato imperiale europeo che schiaccia democrazia e diritti sociali nel nome del mercato. Questo è l’avversario non riformabile.
Si deve abbattere il superstato Europeo non nel nome della efficienza economica, come vaneggia una certa destra, ma nel nome della democrazia. Si tratta di riconquistare il potere democratico di decidere sulle politiche economiche e sociali, e di avere gli strumenti reali per realizzare quelle scelte. Per questo, mentre è possibile che l’Unione Europea sia governata sempre più a destra, basta conoscere la legge antisciopero dell’europeista Cameron e come essa piaccia alla Commissione Europea, mentre questa svolta a destra della Unione è possibile e in corso, non è credibile un’uscita da destra da essa.
Uscire da UE ed Euro significa e richiede adottare misure di stampo socialista, sicuramente di rottura con i vincoli del mercato globale. Le prime sono il controllo rigido del mercato dei capitali, la lotta alla evasione fiscale dei ricchi, la nazionalizzazione della banca centrale e delle principali banche. Questo fa saltare l’euro. Perché una banca centrale che la smetta di ricorrere ai mercati finanziari e stampi moneta per le attività pubbliche e l’economia, così era in Italia fino al 1981, una banca centrale di stato che riprenda a sostenere il paese, questa banca è incompatibile con il sistema Euro.
Si rompe con UE ed Euro per fare una politica economica d’assalto contro la disoccupazione di massa, per far crescere salari e redditi, per colpire le diseguaglianze sociali, per difendere l’ambiente dalla devastazione delle grandi opere.
Si rompe con la UE e l’euro, per affermare i principi della Costituzione del 1948, totalmente incompatibili con i principi e le regole della costituzione europea. Lo può fare la destra questo? No.
In America Latina è in atto uno scontro terribile tra la spinta golpista e restauratrice dell’imperialismo USA, alleato con le caste corrotte e la borghesia compradora di quei paesi, ed il fronte sociale e politico che ha guidato, anche con grandi contraddizioni, il cambiamento progressista di tutto quel continente in questi due decenni. Lì le cose sono chiarissime, la destra rivuole le dollarizzazione dell’economia e il ritorno del liberismo selvaggio guidato dalle multinazionali USA, le sinistra, più o meno radicalmente, una economia governata dallo stato democratico che abbia come obiettivo l’eguaglianza sociale. Sono nazionalisti e assieme internazionalisti i popoli e le forze che seguono questa via.
In Europa la destra ha fintamente occupato lo spazio della contestazione al potere oligarchico europeo perché la sinistra neoliberale si è ritirata da esso così come si è ritirata dal popolo, anzi in molti casi essa è stata semplicemente cooptata in quella oligarchia. Renzi, Hollande, Gabriel non sono compagni che sbagliano, sono avversari. Dopo la resa di Tsipras è chiaro che sinistra europeista diventa un ossimoro politico. Se si vuole restare europeisti si deve rinunciare ad essere sinistra sociale, popolare, di classe. Se invece si vuole restare questo tipo di sinistra, si deve rinunciare ad essere europeisti.
Ogni volta che una lotta o un movimento sociale o politico acquisiscono la dimensione e la forza per confrontarsi con il sistema di potere, questi reagisce minacciando in nome dell’Europa. A questo punto finora abbiamo visto solo giustificazioni ed arretramenti che alla fine hanno indebolito o addirittura portato alla sconfitta quel movimento, quella lotta.
È giunto il momento di cambiare registro. Di fronte a quella minaccia si deve avere la forza di rispondere: che l’Europa vada al diavolo.
Un’altra Europa è possibile solo rovesciando l’attuale sistema di potere europeo, solo rivendicando la rottura con la UE, l’euro e naturalmente con la NATO. Questa è la inevitabile la conclusione politica dei percorsi dei movimenti sociali e politici radicali che non vogliano fermarsi.
Per questo oggi ci dobbiamo schierare senza paura a sostegno della Brexit, se il popolo britannico votasse SI ad essa aprirebbe uno squarcio di speranza per tutti noi. Se invece dovesse vincere il No il potere imperial finanziario europeo, che sta spendendo tutte le sue minacce contro la scelta di rottura, ne uscirebbe rinfrancato ed incattivito contro tutti i popoli. Brexit oggi per Italexit domani, non dobbiamo avere paura di questa parola. Molti sondaggi dicono che la parola Italexit stia diventando popolare, un sentimento, di massa. Oggi questo sentimento non ha dalla sua un vero progetto politico. Ora questo progetto va costruito. Dobbiamo fare il passo decisivo di scegliere la rottura e non discutere più sul se, ma solo sul come realizzarla. La rottura è prima di tutto una scelta politica per la democrazia e l’eguaglianza sociale, per riprendere la marcia interrotta verso il socialismo; parola scomparsa dal lessico della sinistra europea, mentre paradossalmente viene assunta da un candidato alle primarie presidenziali USA.
Il Mezzogiorno d’Italia con la crisi e le politiche di austerità europee è stato già ridotto in molte sue aree a condizioni eguali o peggiori di quelle della Grecia. E in questa devastazione prosperano le mafie. Siamo qui perché pensiamo che i tanti segnali di lotta e ribellione che vengono da queste terre e da queste città, possano crescere fino a diventare l’elemento portante di un blocco sociale e politico alternativo a quello dominante. Siamo qui a Napoli perché qui c’e una realtà sociale politica che pur tra enormi difficoltà è giunta al punto di rottura con il sistema di potere del PD. Ad essa, come a tutte e tutti coloro che oggi lottano per il lavoro e il reddito, per l’ambiente, per i diritti sociali, per la democrazia, è rivolta la proposta di scegliere esplicitamente la rottura con la UE e l’Euro.
Con questa posizione partecipiamo come Eurostop alla campagna per il No nel referendum sulla controriforma della Costituzione voluta da Renzi. Siamo parte di un fronte molto vasto e anche ovviamente contraddittorio, come necessariamente deve essere per un referendum costituzionale. Proprio per questo però dobbiamo affermare che quella controriforma è la realizzazione del progetto, europeo e della finanza internazionale, di distruggere nel nostro paese la resistenza costituzionale al liberismo. La controriforma della Costituzione, assieme al Jobsact, alla legge Fornero, alle privatizzazioni, alla distruzione della scuola e dei servizi pubblici, sono state offerte da Renzi e Padoan al tavolo europeo come pegni sacrificali, in cambio di qualche miliardo di flessibilità sui bilanci per finanziare le mance da distribuire nelle campagne elettorali del presidente del consiglio. I burocrati europei hanno apprezzato e forse concesso.
Così quando Renzi affermerà che la sua controriforma la vuole e la sostiene l’Europa, dirà forse per la prima volta una cosa vera. Il fronte del No dovrà essere pronto a rispondere senza impelagarsi nella confusione, noi comunque lo faremo.
Il referendum sulla Costituzione e il più importante appuntamento che abbiamo di fronte, anzi quello decisivo. Ad esso dobbiamo dedicare tutte le nostre forze nei prossimi i mesi. Con la vittoria del No nel nostro paese si aprirà una fase nuova e per la prima volta da anni con possibilità positive. Subito dopo dovremo aggredire la modifica non sottoposta a voto, ma altrettanto grave, dell’articolo 81 della Costituzione che ha imposto il pareggio di bilancio e così costituzionalizzato l’austerità. C’è tutta una lunga china da risalire. Allora Eurostop dovrà lanciare con tutta la forza possibile la proposta dell’Italexit come passo successivo conseguente e necessario.
Ma ora dobbiamo costruire le condizioni di quella vittoria e a tale fine è necessaria la più vasta e diffusa mobilitazione di massa, che faccia uscire la campagna dagli spazi televisivi e che superi la grande disaffezione politica popolare, sulla quale invece conta Renzi per vincere.
Per questo lanciamo la proposta di concludere la mobilitazione di massa con una grande manifestazione a Roma una settimana prima del voto referendario. Una giornata per la Costituzione del 1948 che sia anche un No Renzi Day. Ogni forza democratica a antifascista venga a quella manifestazione con la sua piattaforma, noi andremo con la nostra, ci unirà il rifiuto del regime renziano, espressione ilare della Troika.
Compagne e compagni è ora finirla di piangere e di ripartire”.

sabato 21 maggio 2016

La mia relazione all'Assemblea Eurostop di Napoli per l'Italexit

di Giorgio Cremaschi

Sono convinto che in un futuro, speriamo più vicino possibile, ci si chiederà con compassione ed incredulità come sia stato possibile che le decisioni fondamentali del nostro paese, e di molti altri, siano state sottoposte al vaglio ed al giudizio meticoloso di controllori esterni. Come sia stato possibile che un parlamento eletto, seppure con un sistema truffaldino, abbia accettato di rinunciare alla sua sovranità per delegarla ad autorità esterne non elette da nessuno. E soprattutto ci si chiederà come sia stato possibile che le decisioni sul lavoro, sulle pensioni, sulla sanità, sulla scuola, sul sistema produttivo, sulle stesse regole democratiche, siano state prese in funzione del giudizio su di esse da parte di sconosciuti burocrati installati e Bruxelles dalla finanza, dalle banche, dal potere economico multinazionale. Ci si chiederà come sia stato possibile che le generazioni precedenti abbiano rinunciato a decidere sugli aspetti fondamentali della propria vita sociale, economica e politica, accettando il potere quasi assoluto di una entità astratta chiamata Europa. Entità astratta dietro la quale si sono nascosti gli interessi concreti delle élites economiche, delle classi più ricche e delle caste politiche e burocratiche di tutti paesi del continente. Tutte queste élites non avrebbero mai avuto la forza di imporre paese per paese, ognuna direttamente contro il proprio popolo, quella drammatica distruzione delle conquiste sociali e democratiche che oggi stiamo vivendo. Da sole non ce l'avrebbero fatta a smantellare la più importante conquista dei popoli del continente, il patrimonio storico politico che l'Europa avrebbe dovuto accrescere e contribuire ad estendere in tutto il mondo: lo stato sociale. Un sistema che assegna diritti sociali, lavoro e reddito, casa, istruzione, salute, pensione, vita dignitosa e sicura, un sistema che assegna questi diritti alle persone per il solo fatto di essere cittadini dello stato. Oggi pare che anche questi diritti sociali fondamentali debbano essere conseguiti secondo il merito. Questa parola falsa ed ingannatrice, gran parte di coloro che la proclamano come nuova guida della società non meritano di stare là dove stanno, questa parola, merito, ha sostituito la parola diritto nella ideologia di regime. In fondo ci si deve meritare di vivere.
Lo stato sociale era stato sancito dalle costituzioni antifasciste del dopoguerra. Quelle costituzioni che, come la nostra, si erano date l'obiettivo non della semplice eguaglianza giuridica contenuto nei vecchi statuti liberali, ma quello della eguaglianza sociale. Eguaglianza da perseguire prima di tutto attraverso il potere pubblico, e poi con l'azione sociale diretta delle classi subalterne e dei popoli, che veniva costituzionalmente protetta. Questo sistema costituzionale non poteva piacere alla finanza internazionale. Nel 2013 la Banca Morgan aveva affermato in un suo documento ufficiale che le costituzioni antifasciste, con la loro marcata impronta sociale, erano un ostacolo verso il pieno dispiegarsi della controriforma liberista. Bisognava abbatterle e a questo è servito il nuovo mantra della politica senza alternative: lo vuole l'Europa!
La giustificazione lo vuole l'Europa, dietro la quale sono passate le peggiori sopraffazioni e ingiustizie sociali, ha quasi sostituito quella precedentemente abusata: lo vuole il mercato. Evidentemente quest'ultima era considerata non in grado di reggere. Un puro principio di interesse economico si logora, se non corrisponde agli interessi reali o confligge con essi . Il richiamo al mercato non bastava più, occorreva quindi una immagine più forte che in qualche modo comunicasse dei valori extra economici. Gramsci ha ben spiegato come il capitalismo abbia sempre bisogno di valori esterni alla pura logica del mercato , per giustificare la più feroce ricerca del massimo profitto.
Nel Medio Evo era con Deus vult, Dio lo vuole, che si giustificavano le sopraffazioni del potere. Laicamente ora si afferma che lo vuole l'Europa, ma i fini sono gli stessi che in quell'epoca apparentemente lontana.
Dietro il mito dell'Europa, dietro il messaggio nazionalista continentale che dovrebbe assorbire i nazionalismi di ogni singolo paese con l'orgoglio di essere sudditi di una superpotenza, sta un sistema di potere burocratico imperiale.
Questa è la realtà della Unione Europea, che è prima di tutto un sistema politico di potere sovranazionale progettato per distruggere le resistenze sociali e democratiche dei diversi paesi che ne fanno parte. Non c'è sciocchezza ideologica più fuorviante dell'affermazione secondo la quale il limite del progetto europeo è che esso sia solo economico e non politico. È vero sostanzialmente il contrario. Il sistema europeo è un sistema politico, costruito per agevolare il dominio dei mercati sulle nostre vite e per affermare il liberismo estremo nelle relazioni economiche e sociali. La costituzione della Unione Europea, i trattati e i patti che la istituiscono e governano, da quello di Maastricht al fiscal compact, disegnano una architettura rigorosa di un sistema di potere con scopi chiarissimi. L'articolo uno della costituzione della Unione Europea, se paragonato a quello equivalente di quella italiana, potrebbe così essere letto:
"L'Unione Europea è una oligarchia fondata sul mercato, la sovranità appartiene al potere economico e finanziario che la esercita secondo le regole della competitività e del massimo profitto."
Questo è il vero primo articolo della costituzione europea; chi esaminasse attentamente i trattati, le loro regole i loro poteri lo troverebbe rigorosamente e coerentemente applicato. Poi, naturalmente, ci sono le coperture di facciata e qui si spreca il ricorso a quei diritti dell'uomo sul cui uso sfacciatamente ipocrita Karl Marx aveva speso il suo migliore sarcasmo.
A dire la verità oggi anche questa copertura è notevolmente a rischio. Il comportamento della ricchissima Unione Europea nei confronti di rifugiati e migranti calpesta non solo i fondamentali diritti umani, ma persino elementari regole di solidarietà. La compravendita di persone con la Turchia finanziata da miliardi di euro, di più di quelli che si negano alla Grecia, è stata decisa dai governanti democristiani e socialisti della Unione Europa e non da LePen o Salvini. La costruzione a tappeto di Hotspot, solito uso dell'inglese per coprire porcherie, cioè di campi di concentramento persino in mare per migranti, è stata sempre opera degli stessi. I muri li costruiscono tutti i governi senza distinzione di appartenenza politica. La civilissima Danimarca impone il pizzo di stato sui beni personali dei migranti, come scafisti che si facessero consegnare gli orologi e gli anelli prima di imbarcare. L'altrettanto civilissima Svezia ha programmato il rimpatrio forzato di decine di migliaia di migranti. Rimpatrio dove, a Mosul in mano all' IS? Nelle pianure afghane? Sulle coste della Libia? Nei campi di concentramento turchi?
L'Unione Europea ha concordato con il governo Cameron, per fargli vincere il referendum e respingere la Brexit, misure restrittive per i migranti. Non solo per quelli extracomunitari, ma anche per gli stessi cittadini della Unione. Gli italiani che andranno a lavorare in Gran Bretagna non godranno degli stessi diritti sociali dei lavoratori britannici, saranno un po' come i nostri gastarbeiter nella Germania Occidentale degli anni 50 del secolo scorso. Altro che cittadinanza europea!
Il governo europeo non può che assumere queste misure feroci contro i migranti, perché esse servono a giustificare la ferocia quotidiana verso i propri cittadini. Se si perseguono la disoccupazione di massa e la distruzione dello stato sociale, si deve necessariamente alimentare la convinzione di massa che siamo già in troppi per accogliere altri. Se in Europa ci fossero piena occupazione e eguaglianza sociale, non ci sarebbero grosse difficoltà ad aggiungere posti a tavola in mezzo a 500 milioni di abitanti. Ma quando la vita quotidiana viene minacciata dalla precarietà e dalla disoccupazione e di massa e quando i diritti sociali fondamentali sono negati a milioni di persone, il migrante viene visto come colui che viene a contendere il pane e l'elemosina del povero. Claudio Magris ha scritto che non si possono accogliere tutti, che anche un ospedale deve chiudere ad un certo punto gli accessi. Ha dimenticato che dire che gli ospedali pubblici chiudono e riducono i posti ed i servizi per le politiche di austerità europee, che la Grecia non ha più una sanità pubblica da spartire eventualmente con i migranti.
Sono le politiche di austerità normate dalla costituzione europea che producono e alimentano le guerre tra poveri per diritti sempre più scarsi e aleatori, e che spargono il seme della xenofobia e del razzismo. I partiti reazionari e razzisti sono il prodotto, a volte persino utile come spauracchio, delle politiche di rigore economico da parte dei governanti democristiani e socialisti.È dovere contrastare ovunque i rigurgiti neofascisti e razzisti, ma senza dimenticare che la loro fonte sta nel potere autoritario e liberista di Bruxelles. Se non si taglia la testa al potere che alimenta i tentacoli del razzismo, questi continueranno a riprodursi.
Oggi invece l'Europa pare avere dimenticato le ragioni sociali ed economiche del dilagare del fascismo e poi del nazismo negli anni 30 del secolo scorso. E soprattutto pare avere dimenticato che le costituzioni sociali antifasciste sono nate proprio con lo scopo di estirpare le radici economiche e sociali di quel dilagare. Oggi l'Unione Europea fa la stessa politica economica della Germania democratica di Weimar e sta facendo rinascere gli stessi mostri. Viene il dubbio che di fronte alla ferocia antisociale delle politiche economiche della Unione il comparire delle forze reazionarie non sia proprio inaspettato. Come la storia insegna esse sono sempre il Piano B del capitale.
Cameron ha minacciato i britannici che se voteranno a favore della Brexit saranno responsabili del ritorno della guerra in Europa. Sfacciato. In Europa la guerra c'è già stata con le centinaia di migliaia di vittime della distruzione della Jugoslavia, grazie alle quali l'Unione Europea ha potuto consolidare la sua espansione verso Est. La guerra c'è oggi nella Ucraina dove l'Unione Europea finanzia ed arma il primo governo del continente, che dal 1945 abbia ministri dichiaratamente nazifascisti.
E poi l'Unione Europea, da 25 anni, praticamente dalla sua organizzazione nella forma attuale, partecipa a quella guerra mondiale a pezzi di cui parla Papa Francesco. Una guerra che alimenta il terrorismo mentre proclama combatterlo, una guerra che rischia di di non finire mai perché si alimenta di sé stessa. Quanto a Cameron, egli è direttamente responsabile della catastrofe della Libia, catastrofe che oggi assieme ad Hollande, Obama ed Erdogan tenta di riprodurre in Siria.
L'Unione Europea è sempre più coinvolta nella guerra e negli affari della guerra e sempre di più si identifica con la NATO e la sua politica imperial militare. Se dovesse essere approvato il TTIP, Unione Europea e Stati Uniti sarebbero assieme in una Nato economia dopo quella militare. Eppure a sinistra è più facile dire no al TTIP e anche no alla NATO, piuttosto che affermare il no alla Unione Europea. Come se fosse possibile davvero separare le tre colonne portanti della stessa costruzione.
Oggi l'Unione Europea gestisce e alimenta tre guerre contemporaneamente. Quella militare per difendere ed estendere i propri confini e gli interessi dei propri poteri economici. Quella contro i migranti da usare come moderni iloti o da deportare a seconda delle necessità degli stessi poteri economici. Quella contro i propri popoli, che distrugge lo stato sociale nel nome della competitività e del profitto, naturalmente sempre degli stessi.
La domanda è: come si fa a fermare queste tre guerre senza rovesciare il potere tirannico che le gestisce?
Qui la sinistra in gran parte si ferma, si paralizza. Pare a quel punto che dominino le paure.
Quella che se si rompesse con l'Unione Europea tornerebbe il fascismo nei singoli stati. Ma davvero crediamo che i popoli sarebbero così deboli di fronte ad un potere tirannico locale, non sostenuto da poteri esterni? Davvero si crede che i banchieri e la Troika ci difendano meglio da svolte reazionarie di quanto potremmo fare noi stessi? Se si pensa che in fondo questa Unione Europea ci protegga dal peggio, allora siamo destinati ad esserne schiavi. Il governo greco è lì a testimoniare che la paura di rompere con la dittatura europea porta a subirne tutti i comandi. Si dice che la Grecia fosse troppo piccola per resistere da sola. Questo accusa noi e tutti popoli europei di non aver fatto abbastanza per sostenere quel popolo contro la Troika, ma non assolve la resa del governo Tsipras. C'è sempre l'alternativa di resistere a quella di collaborare con il tuo oppressore. In ogni caso non è vero che il collaborazionismo con la Troika serva a prendere tempo in attesa della grande riforma democratica dell'Europa. Questa riforma non ci sarà mai.
L'altra grande paura dopo quella politica è quella economica, che è persino più forte della prima e ha un suo totem: l'euro. L'euro non è solo una moneta, ha detto il ministro delle finanze della Germania Schauble. L'euro è la politica economica di austerità, se non c'è l'una non c'è l'altro. Il ministro più potente d'Europa ha ragione, è così ma non è ancora tutto. L'euro è anche uno strumento ideologico di consenso. Ai popoli del sud si fa credere di essere eguali ai ricchi popoli del nord perché si possiede la stessa moneta. Anche noi abbiamo il solido marco, si sarebbe detto una volta. La moneta unica alimenta l'autorazzismo dei popoli meridionali, in cui si instilla il terrore di essere ricacciati tra i popoli di pelle scura dell'altra sponda del Mediterraneo, invece che essere ammessi nel consesso di quelli ricchi e virtuosi, biondi e con gli occhi azzurri. A loro volta ai lavoratori e ai popoli del nord, i loro governi impongono di tenere fermi i salari e di non avere pretese sociali eccessive, visto che il loro sistema è ambìto ed invidiato dai popoli del sud. La deflazione salariale in Germania ha permesso al grande capitale di quel paese di far man bassa di mercati ed imprese in tutta Europa. Se i paesi più forti hanno la stessa moneta dei paesi più deboli e tengono pure sotto controllo salari e prestazioni sociali, i paesi più deboli vengono mangiati. È stata così la dollarizzazione dell'economia contro cui si sono ribellati i popoli dell'America Latina. È nazionalismo non voler essere una colonia del grande capitale tedesco? L'euro è un vincolo economico e ideologico costruito apposta per rendere irreversibili le politiche di austerità. E serve a ricattare paesi e persone. Abbiamo visto in Grecia il modo terrorista con cui è stato usato per minacciare un intero popolo. Non avrete più la moneta vera, dovrete tornare al baratto, hanno ricattato. La Grecia è rimasta nell'euro, ma i greci non hanno più euro in tasca per mangiare.
Infine c'è una paura più piccola, ma presentata spesso in maniera piuttosto arrogante. La paura di non essere sufficientemente avanzati ed aperti. Ci si dice che l'Europa è l'Erasmus che unisce gli studenti del continente. Però si dimentica che in nome dell'Europa si sta distruggendo in ogni paese la scuola pubblica. Si esalta la possibilità di viaggiare facilmente e a basso costo e la Ryan Air si è ufficialmente pronunciata contro la Brexit. Eppure se la compagnia low-cost fosse costretta ad applicare ai suoi dipendenti un vero contratto nazionale non sarebbe poi una disgrazia.
Bisogna rompere con le paure se si vuole rompere la gabbia del sistema di potere europeo.
Certo, sarebbe meglio se in tutta Europa contemporaneamente scoppiasse la rivoluzione socialista. Allora il sistema di potere dell'Unione verrebbe travolto da tutti i lati. Ma francamente non possiamo aspettare una mitica ora x. Oggi è in piazza il popolo francese contro il Jobsact di Hollande, mentre incredibilmente quello greco continua a lottare.Tutto questo segna anche una condanna senza appello per la pavidità eIl collaborazionismo di CGILCISLUIL qui da noi. Le resistenze all'oppressione sono sempre nazionali e proprio partendo da questa loro dimensione parlano a tutti e diventano internazionali. Il primo popolo che si riappropri della propria sovranità democratica diventerà esempio da emulare in fretta per tutti gli altri. Ci sarà il contagio.
La rottura che noi proponiamo parte dunque da una dimensione nazionale, e si proietta subito in un dimensione di solidarietà internazionalista e cooperazione tra tutti i popoli che fanno e faranno la stessa scelta. Ciò che va abbattuto è Il superstato imperiale europeo che schiaccia democrazia e diritti sociali nel nome del mercato. Questo è l'avversario non riformabile.
Si deve abbattere il superstato Europeo non nel nome della efficienza economica, come vaneggia una certa destra, ma nel nome della democrazia. Si tratta di riconquistare il potere democratico di decidere sulle politiche economiche e sociali, e di avere gli strumenti reali per realizzare quelle scelte. Per questo, mentre è possibile che l'Unione Europea sia governata sempre più a destra, basta conoscere la legge antisciopero dell'europeista Cameron e come essa piaccia alla Commissione Europea, mentre questa svolta a destra della Unione è possibile e in corso, non è credibile un'uscita da destra da essa.
Uscire da UE ed Euro significa e richiede adottare misure di stampo socialista, sicuramente di rottura con i vincoli del mercato globale. Le prime sono il controllo rigido del mercato dei capitali, la lotta alla evasione fiscale dei ricchi, la nazionalizzazione della banca centrale e delle principali banche. Questo fa saltare l'euro. Perché una banca centrale che la smetta di ricorrere ai mercati finanziari e stampi moneta per le attività pubbliche e l'economia, così era in Italia fino al 1981, una banca centrale di stato che riprenda a sostenere il paese, questa banca è incompatibile con il sistema Euro.
Si rompe con UE ed Euro per fare una politica economica d'assalto contro la disoccupazione di massa, per far crescere salari e redditi, per colpire le diseguaglianze sociali, per difendere l'ambiente dalla devastazione delle grandi opere.
Si rompe con la UE e l'euro, per affermare i principi della Costituzione del 1948, totalmente incompatibili con i principi e le regole della costituzione europea. Lo può fare la destra questo? No.
In America Latina è in atto uno scontro terribile tra la spinta golpista e restauratrice dell'imperialismo USA, alleato con le caste corrotte e la borghesia compradora di quei paesi, ed il fronte sociale e politico che ha guidato, anche con grandi contraddizioni, il cambiamento progressista di tutto quel continente in questi due decenni. Lì le cose sono chiarissime, la destra rivuole le dollarizzazione dell'economia e il ritorno del liberismo selvaggio guidato dalle multinazionali USA, le sinistra, più o meno radicalmente, una economia governata dallo stato democratico che abbia come obiettivo l'eguaglianza sociale. Sono nazionalisti e assieme internazionalisti i popoli e le forze che seguono questa via.
In Europa la destra ha fintamente occupato lo spazio della contestazione al potere oligarchico europeo perché la sinistra neoliberale si è ritirata da esso così come si è ritirata dal popolo, anzi in molti casi essa è stata semplicemente cooptata in quella oligarchia. Renzi, Hollande, Gabriel non sono compagni che sbagliano, sono avversari. Dopo la resa di Tsipras è chiaro che sinistra europeista diventa un ossimoro politico. Se si vuole restare europeisti si deve rinunciare ad essere sinistra sociale, popolare, di classe. Se invece si vuole restare questo tipo di sinistra, si deve rinunciare ad essere europeisti.
Ogni volta che una lotta o un movimento sociale o politico acquisiscono la dimensione e la forza per confrontarsi con il sistema di potere, questi reagisce minacciando in nome dell'Europa. A questo punto finora abbiamo visto solo giustificazioni ed arretramenti che alla fine hanno indebolito o addirittura portato alla sconfitta quel movimento, quella lotta.
È giunto il momento di cambiare registro. Di fronte a quella minaccia si deve avere la forza di rispondere: che l'Europa vada al diavolo.
Un'altra Europa è possibile solo rovesciando l'attuale sistema di potere europeo, solo rivendicando la rottura con la UE, l'euro e naturalmente con la NATO. Questa è la inevitabile la conclusione politica dei percorsi dei movimenti sociali e politici radicali che non vogliano fermarsi.
Per questo oggi ci dobbiamo schierare senza paura a sostegno della Brexit, se il popolo britannico votasse SI ad essa aprirebbe uno squarcio di speranza per tutti noi. Se invece dovesse vincere il No il potere imperial finanziario europeo, che sta spendendo tutte le sue minacce contro la scelta di rottura, ne uscirebbe rinfrancato ed incattivito contro tutti i popoli. Brexit oggi per Italexit domani, non dobbiamo avere paura di questa parola. Molti sondaggi dicono che la parola Italexit stia diventando popolare, un sentimento, di massa. Oggi questo sentimento non ha dalla sua un vero progetto politico. Ora questo progetto va costruito. Dobbiamo fare il passo decisivo di scegliere la rottura e non discutere più sul se, ma solo sul come realizzarla. La rottura è prima di tutto una scelta politica per la democrazia e l'eguaglianza sociale, per riprendere la marcia interrotta verso il socialismo; parola scomparsa dal lessico della sinistra europea, mentre paradossalmente viene assunta da un candidato alle primarie presidenziali USA.
Il Mezzogiorno d'Italia con la crisi e le politiche di austerità europee è stato già ridotto in molte sue aree a condizioni eguali o peggiori di quelle della Grecia. E in questa devastazione prosperano le mafie. Siamo qui perché pensiamo che i tanti segnali di lotta e ribellione che vengono da queste terre e da queste città, possano crescere fino a diventare l'elemento portante di un blocco sociale e politico alternativo a quello dominante. Siamo qui a Napoli perché qui c'e una realtà sociale politica che pur tra enormi difficoltà è giunta al punto di rottura con il sistema di potere del PD. Ad essa, come a tutte e tutti coloro che oggi lottano per il lavoro e il reddito, per l'ambiente, per i diritti sociali, per la democrazia, è rivolta la proposta di scegliere esplicitamente la rottura con la UE e l'Euro.
Con questa posizione partecipiamo come Eurostop alla campagna per il No nel referendum sulla controriforma della Costituzione voluta da Renzi. Siamo parte di un fronte molto vasto e anche ovviamente contraddittorio, come necessariamente deve essere per un referendum costituzionale. Proprio per questo però dobbiamo affermare che quella controriforma è la realizzazione del progetto, europeo e della finanza internazionale, di distruggere nel nostro paese la resistenza costituzionale al liberismo. La controriforma della Costituzione, assieme al Jobsact, alla legge Fornero, alle privatizzazioni, alla distruzione della scuola e dei servizi pubblici, sono state offerte da Renzi e Padoan al tavolo europeo come pegni sacrificali, in cambio di qualche miliardo di flessibilità sui bilanci per finanziare le mance da distribuire nelle campagne elettorali del presidente del consiglio. I burocrati europei hanno apprezzato e forse concesso.
Così quando Renzi affermerà che la sua controriforma la vuole e la sostiene l'Europa, dirà forse per la prima volta una cosa vera. Il fronte del No dovrà essere pronto a rispondere senza impelagarsi nella confusione, noi comunque lo faremo.
Il referendum sulla Costituzione e il più importante appuntamento che abbiamo di fronte, anzi quello decisivo. Ad esso dobbiamo dedicare tutte le nostre forze nei prossimi i mesi. Con la vittoria del No nel nostro paese si aprirà una fase nuova e per la prima volta da anni con possibilità positive. Subito dopo dovremo aggredire la modifica non sottoposta a voto, ma altrettanto grave, dell'articolo 81 della Costituzione che ha imposto il pareggio di bilancio e così costituzionalizzato l'austerità. C'è tutta una lunga china da risalire. Allora Eurostop dovrà lanciare con tutta la forza possibile la proposta dell'Italexit come passo successivo conseguente e necessario.
Ma ora dobbiamo costruire le condizioni di quella vittoria e a tale fine è necessaria la più vasta e diffusa mobilitazione di massa, che faccia uscire la campagna dagli spazi televisivi e che superi la grande disaffezione politica popolare, sulla quale invece conta Renzi per vincere.
Per questo lanciamo la proposta di concludere la mobilitazione di massa con una grande manifestazione a Roma una settimana prima del voto referendario. Una giornata per la Costituzione del 1948 che sia anche un No Renzi Day. Ogni forza democratica a antifascista venga a quella manifestazione con la sua piattaforma, noi andremo con la nostra, ci unirà il rifiuto del regime renziano, espressione ilare della Troika.
Compagne e compagni è ora finirla di piangere e di ripartire.

lunedì 9 maggio 2016

Dino Greco sull’Euro

da rifondazione.it

 Rifondazione dovrebbe ascoltare la parole di persone come Dino Greco, Emiliano Brancaccio e Mimmo Porcaro e sbrigarsi ad assumere una linea chiara e coerente su euro ed Europa. 
A mio modestissimo parere una forza politica come quella di rifondazione comunista ha come unica possibilità di rilancio dell'iniziativa politica, quella di rappresentare un ampio fronte politico-sociale che da sinistra si pone in posizione critica su euro ed Europa. Parlo di realtà come quelle che si riconoscono nel sindacalismo di Giorgio Cremaschi, dei vari partiti e movimenti sovranisti (malgrado il dileggio di certuni fra di loro vi sono persone serie e competententi), del Movimento Essere Sinistra, di cui non conosco la consistenza numerica, ma del quale conosco la serietà e l'impegno, e molte altre realtà locali che è persino difficile ricordare, realtà che prese isolatamente non hanno alcuna possibilità di emergere in un panorama mediatico dominato dal liberismo e dalle sue diverse declinazioni, ma che potrebbero raggiungere la fatidica massa critica una volta unite. Forse è utopia, forse queste realtà non hanno alcuna voglia di dialogare fra loro, ma vale comunque la pena di tentare.
Rifondazione può essere il fattore x in grado di coagulare realtà diverse e non comunicanti fra loro. Deve solo decidersi a sciogliere le sue ambiguità e smettere di dare retta agli europeisti senza sè e senza senno. Poi, una volta acquisito forza e credibilità potrà tornare a confrontarsi con loro. Se proprio non può farne a meno.

 
La Lega cerca – con preoccupante successo – di egemonizzare il movimento antieuropeista su una linea di populismo reazionario, xenofobo, di marca dichiaratamente lepenista.
Assistiamo persino al tentativo di capitalizzare a destra lo stesso straordinario successo di Syriza nelle elezioni greche oscurandone l’imprinting radicalmente anti-liberista.

Anche il M5S cavalca l’onda, sebbene con un profilo più basso e confuso, esibendo come distintivo identitario la pura e semplice propagandistica uscita dall’euro (il referendum).
L’agognato ritorno alla moneta nazionale non è tuttavia auspicato da costoro per restaurare diritti espropriati (welfare, diritto del lavoro), o per proteggere i salari, o per ostacolare il processo di privatizzazione selvaggio, o per definire nuove regole per il commercio e controllare la circolazione dei capitali, o per pubblicizzare banche e asset nazionali.
Tutto il contrario.
Si tratta di un nazionalismo autarchico e reazionario che si sdraia su un senso comune sempre più diffuso e sulla crescente disperazione di un popolo che non sa più a che santo votarsi, per lucrarne un vantaggio politico-elettorale a buon mercato.

E noi?
Noi comunisti nel congresso abbiamo detto: “disobbediamo ai trattati!”, facciamo leva sulle contraddizioni del monetarismo Ue a trazione tedesca, sottraiamoci al ricatto del moderno “Mago di Oz”, di un’Unione europea che gioca con carte truccate.

Ma cosa vuol dire, in concreto, disobbedienza?
Come si declina questa linea, al centro ed in periferia, vale a dire nelle regioni, nei comuni, nelle politiche di bilancio e fiscali?

Ancora: cosa vuol dire opporsi al patto di stabilità che impedisce persino ai comuni “virtuosi” di spendere risorse disponibili?
Ebbene, noi non l’abbiamo ancora detto, col risultato che la nostra proposta rimane chiusa in quella parola, non si traduce in una politica e in una mobilitazione.
Dunque “non morde”, “non si vede”, “non seduce”. E rimane in una “terra di mezzo”, priva di realtà, vaso di coccio fra vasi di ferro.

L’analisi da cui dovrebbe in realtà prendere le mosse ogni scelta politica razionale ed efficace non può accontentarsi di una critica rivolta al liberismo “in generale” e ad un processo di unificazione europea che non avrebbe portato a compimento il suo più ambizioso progetto politico perché rimasta a metà del guado e perché diventata, via via, preda degli spiriti animali del capitalismo. Per cui oggi si tratterebbe di costringere il manovratore a venire a più equi patti, introducendo qualche variante negli ingranaggi esistenti, qualche artifizio economicistico, qualche espediente di tecnica monetaria capace di mutarne l’indirizzo di fondo.
Per capire compiutamente di fronte a cosa ci troviamo non sarà inutile partire…da noi, vale a dire dalla Costituzione italiana del’48.
Ebbene, la C.I. non accoglie né il modello dell’economia di mercato, né il generale principio della libera concorrenza. Anzi: l’articolo 41 dice con chiarezza che la libertà d’azione dei soggetti economici privati trova il suo limite nei “programmi” e nei “controlli” necessari affinché tanto l’attività economica pubblica quanto quella privata “possano essere indirizzate a fini sociali”.
Dunque, la C.I. – in termini di principio e prescrittivi – affida alla legge (e dunque all’autorità pubblica) il disegno globale dell’economia, esattamente per la ragione che Palmiro Togliatti espose nel dibattito alla prima sottocommissione dell’Assemblea Costituente (1947) intorno al tema delle “Relazioni economico-sociali” e a quello che diventerà poi il Titolo III della Carta. E cioè che “il non intervento dello Stato in una società capitalistica equivale ad un intervento a favore della classe dominante”. Vale a dire “al riconoscimento che chi è più forte economicamente può dettare le condizioni di vita di chi è economicamente più debole”.
Ciò di cui si incarica la C.I. è di porre un limite cogente all’asimmetria di forza fra capitale e lavoro.
Ebbene, la decisione di sistema enunciata dall’ordinamento comunitario è radicalmente opposta (antinomica, direbbe il filosofo) rispetto a quella contenuta nella nostra Costituzione.
Perché i trattati sottoscritti a Maastricht nel 1992 e tutto quello che ne è seguito mirano a costruire uno spazio economico senza frontiere interne ispirato al “principio di un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza”.

Aderendovi e applicandone i dispositivi in via esecutiva il parlamento italiano ha sovvertito la gerarchia delle fonti del diritto, generando “norme distruttive ed eversive della stessa Costituzione”.
Non occorre essere fini costituzionalisti per capire che l’antinomia fra le due architetture di sistema condurranno ben presto alla totale liquidazione dell’articolo 41 della Costituzione, trasformandolo nel suo rovescio.
L’esigenza di una nuova lettura della Costituzione nel senso del primato del mercato non può non risolversi nello spostamento delle finalità dell’intervento pubblico “dalla funzione programmatoria alla funzione di rimozione degli ostacoli al funzionamento del mercato, nella subordinazione dei fini sociali a quelli della remunerazione del capitale (cioè del profitto).
Esattamente come nella teoria liberale classica, lo Stato ha la funzione di assicurare e proteggere da ogni e qualsiasi turbativa la proprietà e il modo capitalistico dell’accumulazione privata.
Così stando le cose, tutti i diritti sociali storicamente conquistati dalle classi lavoratrici diventano, nella loro integralità – primo fra tutti il diritto al lavoro – come altrettanti limiti all’esercizio stesso del diritto di proprietà.
Il diritto alla tutela contro il licenziamento ingiustificato, a condizioni di lavoro sane, sicure, dignitose, la protezione in caso di perdita del posto di lavoro cessano di essere “giuridicamente vincolanti”.
Si spiega così la vicenda ormai famosa della lettera che il presidente entrante e quello uscente della Bce indirizzarono al governo italiano il 5 agosto 2011 (un vero memorandum) in cui si subordinava il sostegno ai nostri titoli del debito all’adozione di varie misure fra cui, in particolare, una riforma della contrattazione collettiva che permettesse di “ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende” e “un’accurata revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti (…) in grado di facilitare la riallocazione delle risorse verso le aziende e i settori più competitivi”.

Ogni diversa soluzione implicherebbe infatti un’interferenza inammissibile rispetto all’obiettivo di “un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza” che è l’unico possibile assetto compatibile con le finalità stabilite dall’articolo 3 del TUE.
In conclusione: mentre la nostra costituzione rifondeva le tradizioni cattolica-comunista-socialista allo scopo di collocare lo Stato – e in esso il lavoro – in una posizione di primazia, attribuendogli potestà rilevantissime in ordine alle decisioni circa cosa, come e per chi produrre, i trattati europei, secondo il dogma liberista, hanno inteso costruire uno spazio retto dalla libera concorrenza.
La C.I. pretendeva di stabilire un proprio ordine entro il quale costringere la libertà degli affari, l’Ue impone un ordine di libertà per il compimento degli affari.
Il fatto è che l’Unione europea è prima di tutto la forma politica di un rapporto sociale e, precisamente, di un rapporto sociale imperniato sul dominio del capitale finanziario: l’architettura monetaria che esso ha posto al suo fondamento (e che trova nell’euro non già un sottoprodotto fenomenico, ma il proprio funzionale apparato strumentale) serve appunto a stabilizzare il potere dell’oligarchia liberista che governa l’Europa.
La complessa impalcatura monetarista si configura cioè come la specifica risposta strategica del capitalismo continentale (a egemonia tedesca) alla caduta del saggio di profitto e la condizione, dentro un quadro politico-sociale in rapida mutazione reazionaria, per riplasmare l’economia nella conservazione di rapporti capitalistici di produzione fortemente compromessi dalla crisi.
L’ambizioso progetto è quello di liquidare in radice il welfare novecentesco, ridurre strutturalmente i salari a livello di sussistenza, consegnare alla marginalità le forme di aggregazione sociale e politica di impronta classista, con l’obiettivo di rendere strutturale l’estrazione di plusvalore assoluto dal lavoro vivo, condizione necessaria in una fase storica in cui la composizione organica e la stupefacente concentrazione del capitale hanno raggiunto un livello tale da non riuscire ad offrire agli investimenti un adeguato rendimento.
Siamo cioè di fronte ad una vera e propria ristrutturazione della formazione economico-sociale capitalistica (nell’accezione marxiana) che coinvolge la struttura economica, cioè il modello di accumulazione, i rapporti sociali e di proprietà, la sovrastruttura politica, i modelli istituzionali ed elettorali e l’ideologia che tiene insieme l’impasto:
il modello di accumulazione: attraverso la costruzione di un paradigma che produce e riproduce il capitale finanziario, parassitario e speculativo;
i rapporti di proprietà: attraverso la spoliazione della proprietà pubblica, la privatizzazione integrale, la messa a profitto di tutto ciò che può assumere i caratteri della merce, la reductio ad unum delle 4 forme di proprietà previste dalla Costituzione repubblicana (statale, privata, comunitaria, cooperativa);
la superstruttura politica e giuridica: attraverso la sterilizzazione del parlamento e l’annichilimento della democrazia rappresentativa in favore della concentrazione di tutto il potere negli esecutivi; lo stravolgimento del modello elettorale in funzione maggioritaria, bipartitica e in forma tendenzialmente presidenziale;
la superstruttura culturale e ideologica: sostenuta da un imponente apparato mediatico, che ha sradicato nella coscienza di larghe masse ogni anelito solidaristico per sostituirvi la concezione individualistica e iper-competitiva della borghesia liberale classica.

L’Europa odierna è dunque tutto meno che uno spazio neutro, più efficace per la lotta nello stato nazionale.
Non è vero che lo spazio statuale più grande, quello europeo, sia il modo migliore per sviluppare la controffensiva di classe al livello del capitale; esso lo è solo quando consente alla classe dominata di esprimere la propria autonomia politica. Quando il dominio di classe assume forma nazionalistica si deve essere internazionalisti, europeisti e in qualche caso autonomisti. Quando invece, come succede in Europa, quel dominio passa proprio attraverso la distruzione dello stato nazionale, si deve elaborare un nazionalismo democratico orientato verso una nuova Europa confederale.

L’Europa non è un soggetto politico che aiuta il multipolarismo e contiene l’espansione Usa, considerato che siamo alla vigilia della sottoscrizione del devastante trattato di libero scambio transatlantico che consegnerà alle multinazionali, ai più rapaci players economici internazionali il potere – con tanto di legittimazione giuridica e tribunali al seguito – di subordinare all’attesa di profitto ogni aspetto delle legislazioni nazionali, mettendo la mordacchia ad intere Costituzioni nazionali.
L’Europa non è neppure un’entità sovranazionale che riequilibra le legislazioni e prepara un assetto federativo.
La costruzione forzosa di un’unica area valutaria aumenta la divaricazione fra i paesi perché impone una moneta unica ad economie del tutto diverse. E perché questa moneta “incorpora” le “virtù” del marco: deflazione, indipendenza della Bce e stabilità monetaria, i tre dogmi su cui è costruito l’euro, le tre cause, o concause, della distruzione dell’unità europea.

L’euro serve anche a rendere stabile la gerarchia fra nord e sud, fra paesi creditori e paesi debitori.
Il comportamento del creditore nord-europeo è solo apparentemente illogico. Perché incaponirsi in politiche che riducendo la domanda dei paesi debitori, riducono il mercato per i prodotti del nord, considerato che il 70% delle esportazioni di quei paesi avvengono nell’area europea?
Per due motivi: perché diminuire il salario dei lavoratori del sud, in buona parte terzisti del nord, significa diminuire i prezzi dei prodotti del nord stesso; e perché la generale deflazione del sud abbatte il costo del patrimonio industriale ed immobiliare dei paesi colpiti. La logica che guida queste scelte è una logica semi-coloniale, che punta a costruire un sistema industriale ed un mercato del lavoro duali, concentrando la proprietà nelle mani del nord e trasformando il sud in un mare di mano d’opera a basso costo.
La logica dell’euro è la più cocente smentita di chi crede che l’Unione europea sia terreno più favorevole per la lotta di classe.

L’Europa è oggi un meccanismo non democratizzabile perché distrugge deliberatamente, con metodo, il solo soggetto che potrebbe democratizzarla: il lavoro.
Non è forse superfluo ricordare la lettera a firma congiunta con cui alla fine del 2011 Draghi e Trichet intimavano all’Italia di mettere mano a pensioni, salari, diritti del lavoro e privatizzazioni e come Napolitano abbia investito poi Mario Monti del ruolo di esecutore testamentario di queste direttive; o il documento con cui J.P. Morgan, nel maggio del 2012, ribadiva lo stesso concetto, con un “taglio”, per così dire, più sistemico, dove ad essere messe all’indice erano le costituzioni antifasciste troppo venate di socialismo; o – per tornare a casa nostra – la determinazione con cui il compito demolitore del giuslavorismo moderno è stato mirabilmente interpretato da Matteo Renzi.

Uno sguardo alla situazione della Grecia
Ha ragione Emiliano Brancaccio: le ricette della troika saranno ricordate come uno dei più colossali inganni nella storia della politica europea.
La Grecia le applica già da 4 anni con enormi (e crescenti) sacrifici per la popolazione.
Rispetto al 2010 la pressione fiscale è aumentata di 8 punti percentuali rispetto al pil e la spesa pubblica è diminuita di quasi 4 punti, corrispondenti ad un crollo di 30 mld;
i salari monetari sono caduti di 12 punti percentuali e il loro potere d’acquisto è precipitato in media di 14 punti, con picchi negativi di oltre 30 punti in alcuni comparti.

La Commissione europea ha sempre sostenuto che queste politiche non avrebbero depresso l’economia. Ma le sue previsioni sull’andamento del pil greco sono state totalmente smentite: per il 2011 la Commissione previde un pil stazionario, che in realtà crollò di 7 punti; per il 2012 annunciò addirittura una crescita di un punto, e fu sconfessata da una caduta di 6 punti e mezzo; nel 2013 la previsione fu di crescita zero, e invece il pil greco precipitò di altri 4 punti.
Anche per il 2014 si registra uno scarto fra le rosee previsioni di Bruxelles e la realtà dei fatti ad Atene.

La verità, che ormai riconoscono a denti stretti persino al Fmi, è che le ricette della Troika rappresentano la causa principale del crollo della domanda e della conseguente distruzione di produzione e occupazione avvenuta in Grecia: negli ultimi 5 anni, ben 800.000 posti di lavoro in meno.
Né si può dire che tali ricette abbiano stabilizzato i bilanci: il crollo della produzione ha implicato un esplosione del rapporto fra debito pubblico e pil, aumentato in 5 anni di 30 punti percentuali.
“Questi soggetti – osserva ancora Brancaccio – stanno ottenendo quello che volevano: perché dovrebbero mutare la loro posizione a seguito di una vittoria di Tsipras? Al limite offriranno un’austerità appena un po’ mitigata, un piatto avvelenato che – se accettato – condannerebbe Syriza alla stessa agonia che ha ridotto ai minimi termini il Pasok di Papandreu.”
Il rigetto di una parte del debito accumulato sarebbe una soluzione logicamente razionale. Un problema, tuttavia, esiste: la disapplicazione unilaterale del Memorandum, il ripudio anche solo di una parte del debito indurrebbe la Bce a bloccare le erogazioni e determinerebbe una nuova crisi di liquidità.
A quel punto la Grecia e il suo nuovo governo di sinistra sarebbero costretti ad abbandonare l’euro per tornare a stampare moneta nazionale.

Ora, il Qe varato dalla Bce è stato rappresentato come il tentativo di correggere – di fronte al generale scivolamento deflattivo – lo sciovinismo economico rigorista di marca tedesca.
La Banca centrale si è sì decisa – sia pure in una forma edulcorata, cioè scaricando la parte di gran lunga più cospicua dei rischi sulle banche centrali dei paesi membri – a stampare moneta per l’acquisto massiccio di titoli del debito nazionali. Peccato che gli acquisti di titoli di Stato non avverranno – a differenza di quanto avvenuto negli Usa e in Giappone – rastrellandoli sul mercato primario, direttamente dagli organi emittenti, cioè dai ministeri del Tesoro dei singoli stati. Gli acquisti saranno fatti sul mercato secondario, cioè dalle grandi banche della zona euro. “Si tratta, quindi – come osserva Domenico Moro – dello stesso meccanismo già deciso da Draghi nel 2011, e basato sull’offerta di liquidità a tassi ridottissimi alle banche affinché acquistassero titoli di Stato. Una mossa che non ha sortito alcun effetto positivo sull’economia e sull’occupazione, che hanno continuato a peggiorare. Infatti, la liquidità erogata dalla Bce non si tradusse in prestiti alle famiglie dei salariati, agli artigiani e alle piccole imprese, ma rimase nelle banche”.

“Ad avvantaggiarsene – continua Moro – furono le banche stesse che guadagnarono sul differenziale tra i finanziamenti a tasso zero della Bce e gli interessi pagati dallo Stato. Il risultato fu che i bilanci delle banche, gravati dalle perdite della crisi del 2007-2008, migliorarono notevolmente, grazie alla crescita degli utili.
Un meccanismo simile si verificherà anche questa volta. Di fatto, l’operazione è a carico delle singole nazioni. Insomma, dove sta la svolta, dov’è la solidarietà e l’azione finalmente combinata a livello europeo?
Il rischio sovrano si è internalizzato ancora di più, con sollievo della Germania.
In terzo luogo, gli acquisti verranno effettuati non selettivamente, in base alle difficoltà dei singoli Stati nel finanziare il proprio debito, ma in modo proporzionale alle quote di capitale detenute dai singoli stati nella Bce. Dunque, la Germania, che paga già interessi reali già negativi sul suo debito, verrà “beneficiata” da questa operazione in proporzione come la Grecia che paga alti tassi d’interesse”.

“Dunque – conclude Moro – l’obiettivo di Draghi non è quello di rilanciare il Pil, cioè la produzione, e l’occupazione, ma di tenere alti i profitti delle banche e delle grandi imprese soprattutto multinazionali.
Il Qe ha come obiettivo il contrasto alla deflazione, perché questa riduce i profitti o ne inibisce l’aumento, in quanto il calo dei prezzi erode i margini operativi delle imprese. Una inflazione troppo forte beneficia i debitori rispetto ai creditori e questo è eresia in un ambiente capitalistico, soprattutto per le banche. Ma l’inflazione troppo bassa o peggio la deflazione erodono i profitti. Inoltre, il Qe ha già cominciato a svalutare l’euro rispetto al dollaro e altre valute, facilitando le esportazioni che sono pressoché di esclusiva pertinenza delle imprese di grandi dimensioni e multinazionali”.
Si tratta di segni piuttosto evidenti che l’ingranaggio è in crisi, che le misure adottate non fanno che confermare il carattere organico della crisi capitalistica e, ancora, che la diga eretta per scongiurarne il cedimento rischia di rivelarsi alquanto fragile poiché la manovra rimane pur sempre incardinata sull’impalcatura monetaria che ha prodotto l’austerity e non è arduo prevedere che i suoi effetti si riveleranno del tutto modesti.
Allora, tornando al tema iniziale, attenzione a spiegare che se si mette in discussione l’euro significa essere anti-europei;
attenzione a dire che la rivendicazione della sovranità popolare (che, non dimentichiamolo, sta scritta nell’articolo 1 della Costituzione) significa, “necessariamente”, portare acqua ai nazionalismi xenofobi e fascistoidi;
attenzione a dire che chi vuole fare saltare questo ingranaggio infernale non fa che “lavorare per il re di Prussia”, altrimenti si corre il rischio che qualcuno il re di Prussia lo invochi davvero e magari che lo scontro si concluda non con una restaurazione della democrazia ma proprio con l’avvento dei populismi reazionari.

Del resto, non ci sono evidenze empiriche – come ci spiegano Emiliano Brancaccio e Nadia Garbellini – che l’uscita dall’euro provocherebbe una svalutazione delle proporzioni che si paventano e, soprattutto, che lo scenario sarebbe in quel caso peggiore della drammatica deriva in corso.
Lo dico perché il “diavolo” capitalista fa le pentole, ma non sempre riesce a trovare i coperchi e fra non molto, potremmo trovarci di fronte alla caduta dell’euro per…autocombustione…, cioè per autonoma decisione del potere finanziario, una volta condotti a termine lo sventramento del welfare, il processo di privatizzazione integrale, la riduzione a simulacro della democrazia rappresentativa, l’annichilimento del potere di contrasto del soggetto lavoro.

Il punto, allora, è cosa fare per impedire che si intraprenda questa strada, proprio per l’incapacità delle classi dominanti di perseguire una rotta diversa.
Allora tocca a noi dire in modo chiaro che all’uscita dall’euro dovrà corrispondere una nuova politica economica e sociale:
proteggendo i salari attraverso un rilancio delle lotte e del ruolo contrattuale dei sindacati;
reintegrando i diritti del lavoro espropriati dalla crociata anti-operaia in corso;
rilanciando l’indicizzazione delle retribuzioni al costo della vita;
ricostruendo un regime previdenziale che così com’è precluderà il diritto alla pensione a due generazioni di italiani;
riducendo su scala nazionale e in tutti i settori l’orario di lavoro;
varando nuove politiche fiscali che restituiscano progressività all’imposta sul reddito e prevedendo una tassa strutturale sui grandi patrimoni;
ponendo un tetto alle retribuzioni e alle pensioni;
nazionalizzando le banche e i principali asset industriali a partire dalla siderurgia;
ridefinendo le regole che disciplinano gli scambi commerciali e i movimenti di capitale.

Si tratta insomma di costruire le premesse per un’uscita da sinistra dalla crisi e riscattare l’Europa dal giogo della finanza e dei proprietari universali che stanno succhiando il sangue dei popoli.
Certo, per fare queste cose occorrono altri rapporti di forza, e si può a buon titolo obiettare che siamo lontani dalla capacità di mettere in campo una forza d’urto quale sarebbe necessaria, ma con questa piattaforma potremo rivolgerci sul serio ai proletari di questo paese e alle forze intellettuali non compromesse con la vulgata corrente, usando argomenti, parole, programmi, proposte che nessun altro può, sa, vuole utilizzare. Proposte che abbiano in sé la forza di rilanciare le lotte e dare il senso di una mobilitazione nazionale, ma non nazionalista, solidale, ma non corporativa, europeista, ma non prigioniera dei dogmi del monetarismo liberista.
Ne abbiamo la forza? Nella situazione presente, no. Ma avere una linea chiara oppure non averla non è la stessa cosa.
Del resto, una posizione attendista produrrebbe tre effetti massimamente negativi:
consegnerebbe la protesta contro l’austerity alla demagogia parafascista di Matteo Salvini, consentendo alla destra più reazionaria di riscuotere la rappresentanza di ampi strati popolari e di ridurre la dialettica politica italiana ad un duello fra la “nuova” Lega in versione lepenista e il partito democratico organico al liberismo europeo;
genererebbe, di fronte ad una deflagrazione dell’euro, la peggiore delle condizioni, perché il ritorno alla moneta nazionale – senza adeguate contromisure – rovescerebbe sui lavoratori, sui disoccupati, sugli strati più deboli della popolazione uno tsunami sociale di proporzioni devastanti;
contribuirebbe all’isolamento della Grecia di Syriza, che invece di schiudere le porte di un’altra Europa si ritroverebbe sola, stritolata fra le ganasce della tenaglia dei poteri forti europei.


venerdì 6 maggio 2016

Il bel Foucault



di Nicodemo
Capisco ora il nichilismo russo, ci sono arrivato in vecchiaia. Se dopo tutto quello che abbiamo passato negli ultimi trent’anni in Italia c’è ancora chi cita Deleuze e Foucault come fosse gente che dice qualcosa, allora non ci resta che il nichilismo. “Bellissimo”, il commento di una tipa su facebook a un articolo su Foucault. Qui la gente muore come mosche e tu dici bellissimo, per dire ovviamente non significa niente, però è bello. Ma cazzo quelli che influenzano la tua vita, e che dovrebbero darti gli strumenti per cambiare il mondo non devono essere bellissimi, devono dire cose sensate utili a capire. L’equivoco gigantesco sta qui. A che ci serve una mezza storia della follia?  Oppure davvero credete che il carcere si possa liquidare con il fatto che rappresenta un(il) dispositivo di comando capitalistico? Sti cazzi. Non voglio fare il reazionario, ma in qualsiasi società, agglomerato umano, condominio e Dio sa cosa, dal momento in cui si stabiliscono delle regole, in base a un contratto sociale o cose del genere, si creano istituzioni per allontanare chi le viola. Senza contare la natura umana, insomma i sociopatici non sono frutto della divisione del lavoro in una società capitalista, almeno non sempre, sono marci dentro e hanno le rotelle fuori posto dalla nascita. Che ne facciamo? Sono problemi che mi angustiano ancora oggi, ma certo non  trovo risposte nel bellissimo Foucault. E intanto che diciamo “bello!” si perde tempo e sonno. La biopolitica, i dispositivi di controllo, la genesi di una società autoritaria, mah! Che stracazzo ci facciamo di questa roba. Almeno la smettessero i compagni di essere europeisti e svegliarsi un attimo. Dopo i disastri della Grecia dovrebbero aver capito che l’euro è una patacca che ci hanno rifilato. Invece no, gli intelligentoni insistono nel dire che l’Europa è l’unico vero, possibile terreno di scontro e di confronto. Giammai rinunceremo all’euro, perché significherebbe dargliela vinta. Che volpi questi compagni.

Altro che macchine desideranti, io qui vedo solo macchine sparlanti.