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domenica 23 settembre 2012

Una repubblica fondata sulla corruzione


di Angelo d'Orsi  da Micromega

Lontano dall’Italia per circa tre mesi, rientro e le notizie che mi investono riescono a sconvolgermi: e sì, che credevo di aver già visto e sentito di tutto. Mi ritenevo ormai quel che si dice uno “stomaco forte”. Invece no.

E vengo da un Paese, il Brasile, nel quale la corruzione politica è fenomeno diffuso, e ogni giorno si ha notizie di casi, con interventi della magistratura, arresti, processi, carcere. Ecco, ma innanzi tutto lì – ormai devo scrivere lì, essendo rientrato, ahimè – la corruzione si persegue, in modo rapido, e spesso anche assai severo. Qui, la corruzione è ormai il tessuto stesso della nostra comunità nazionale. Non dà scandalo, non sorprende, non ci fa sentire neppure più umiliati: la accettiamo, anche se brontoliamo, ci arrabbiamo, e sempre meno volentieri ci rechiamo alle urne, se ci andiamo, e tanti connazionali si orientano verso le nuove formazioni che urlano contro “la casta”.

Ma come? Tra i nostri “rappresentanti”, a tutti i livelli, dal piccolo Comune alla più grande Regione, dalle amministrazioni di enti dichiarati inutili, a torto o ragione, come le Province, fino agli esponenti del Governo nazionale, passando per l’inutile migliaio di parlamentari, quasi sempre assenti dalle loro rispettive aule (lo spettacolo del Senato che sospende i lavori per assenza di presidenti è unico!), ebbene, tra costoro è diffusissima la pratica della ruberia, o semplicemente della “raccomandazione” interessata, del nepotismo sfacciato, dell’interesse privato in atti d’ufficio, e quant’altro.

L’ultima moda, l’ultima a venire alla luce, è, direi, l’impiego privato, anzi privatissimo, di fondi destinati alle forze politiche – grazie a leggi dello Stato –, fondi pubblici che vengono estratti dal prelievo fiscale, ossia soldi di tutti gli italiani e concessi ai partiti, dalle cui casse, secondo un costume a quanto pare generalizzato e consolidato, finiscono nelle tasche di alcuni dei loro dirigenti.

Ha cominciato la tonitruante Lega Nord, quella che strepitava contro “Roma Ladrona”, ripetendo ossessivamente “La Lega non perdona”. Invece ha perdonato eccome, e dopo aver agitato a suo tempo il cappio a Montecitorio, si è ridotta ad agitare le ramazze in “Padania”, mentre la nuova vecchissima sua leadership minacciava sfracelli: che dobbiamo ancora vedere.

Sulla scia, ecco l’esile, delicata Margherita, ormai da tempo finita nell’essiccatoio dell’erbario politico…: non solo si scopre che, politicamente defunta, esiste ancora, finanziariamente, continuando a percepire denaro pubblico, ma il suo tesoriere ne ha fatto un uso diciamo improprio, a quanto pare, come per la Lega Nord, a “insaputa” dei suoi dirigenti, a cominciare dal gran capo Rutelli, quello che ha attraversato, in andata e ritorno, tutto lo schieramento politico nazionale. Bossi, Maroni e compagnia ululante, non sapevano; Rutelli e gli altri dirigenti, poverini, anche essi vittime innocenti. E ci dispiace tanto, specie se pensiamo che qualcuno ebbe la bella trovata di candidare Rutelli a leader dell’opposizione a Berlusconi, e poi sempre gli stessi, decisero che avendo fallito, poteva essere riciclato a ricandidarsi al Campidoglio, dove ovviamente fu sconfitto dall’astro emergente della destra pseudo-sociale, l’ex fascista (ex?), Gianni Alemanno, che aveva il vantaggio di esser “nuovo”, rispetto alla minestra riscaldata rutelliana, servita dal gran chef di tutte le sconfitte, il grande collezionista di figurine ed esperto di cinema, colui-che-non-sonostato-mai-comunista (essendo dirigente del Pci), Walter Veltroni.

Ebbene, al di là dello sperpero di pubblico denaro, nella fallimentare gestione della capitale, e alle pacchianerie, volgarità e nepotismo politico sfacciato (si veda l’articolo di Filippo Ceccarelli, su la Repubblica del 21 settembre), ora si scopre che nel Comune guidato dai puri e duri del Fascio (in salsa alla vaccinara), la grande abbuffata era la vera attività politica, ad ogni livello, passando dalle società di proprietà comunale ai posti di piccolo potere, spesso con strane consulenze, invenzioni di uffici e cariche, hostess e body guards, sprechi assurdi, elicotteri compresi, e video di propaganda al sindaco in stile perfettamente postmussoliniano, in un accavallarsi di commistioni, collusioni e, ovviamente, corruzioni.
Ma se dall’ente territoriale cittadino si allarga lo sguardo a quello regionale, il Lazio, allora il Comune di Alemanno pare un asilo di purezza. Il Lazio: vogliamo ricordare che fu anch’esso regalato alla destra da un altro colpo di genio del PD, dopo “l’incidente” Marrazzo? Quando solitariamente il buon Bersani decise che Emma Bonino dovesse essere la futura sindaca: “che ci azzecca”? – sarebbe stata la sola risposta possibile, che però non giunse, e la Bonino fu mandata a combattere contro un’altra donna, una sindacalista di quint’ordine, altra esponente della (sedicente) “destra sociale”. Ma come mai costei fu candidata a sua volta dal Centrodestra? Perché era uno dei tanti personaggi “inventati” dalla tv (vero, Floris?). E bucava lo schermo. La sua aria popolana, la parlata romanesca, i modi plebei ma accattivanti, potevano funzionare. E funzionarono, contro l’algida piemontese Bonino. E funzionarono (una riflessione sul potere della tv andrebbe fatta, e soprattutto sottratta alle “competenze” fredde dei massmediologi).

Ebbene – e siamo al punto massimo dello sconcerto, che diviene disgusto – qui la Regione si presenta nei termini di una sala giochi, luogo di spartizione di prebende, centro di offerta di benefits, reclutamento di qualche escort “che lo è ma non lo sembra” (Ceccarelli), e tutto il peggio che si possa pensare, secondo il modello “cene eleganti” del fu Cavaliere. Talmente eleganti da tirare in ballo la classicità, che, come è ovvio, tra i resti delle mura aureliane e l’Ara Pacis, a Roma è di casa. E con interessanti commistioni greco-romane (mica si può andare tanto per il sottile!), tra Omero e Petronio, si arriva alle feste con le donne maiale e gli uomini più maiali: parlo di travestimenti, beninteso! La festa elegante, a quanto pare, prevede sempre almeno a un certo punto della serata, il cambio panni (prima dell’eliminazione degli stessi?), la ricerca di nuove identità, il tuffo nell’inedito, nel mai visto e mai sentito. La famosa “trasgressione”, divenuta un lusso per ultraricchi. Ma in verità costoro ricchi non sono, sono soltanto affetti, in quanto generalmente esponenti di infima borghesia intimamente corrotta o addirittura lumpenproletariat disadattato, da bulimia: anelano a un rolex in più, una nuova BMW, una terza casa ai Parioli, una seconda villetta al Circeo, un conto segreto in banca estera, una cassa di vini pregiati. Miserabilia, per dirla in latino, che è lingua sicuramente nota agli eredi del SPQR. E la Polverini biancovestita urla le sue implausibili verità (un vecchio ritornello: non sapevo), protesta la propria innocenza (testimoniata dal bianco), ricorre alla mozione degli affetti (ecco le lacrime, introdotte da un’altra gran donna nella scena politica, la signora ministro del Lavoro), promette impossibili cambi di rotta (comprovati dalla sostituzione di un capogruppo), e, addirittura, udite udite, minaccia le dimissioni, quelle che mai verranno, salvo arresto da parte della Benemerita.

Ma, se Roma piange, a quanto pare, Milano non ride. E in attesa di nuove rivelazioni sulla Regione Campania e su quella Sicilia, che si dibattono nelle morse dei due anti-Stato, camorra e mafia, la virtuosa Lombardia viene ancora rappresentata dall’impresentabile Formigoni, il mio preferito, in fin dei conti… È vero, il suo aplomb sta diventato irrigidimento di chi sa che è politicamente un uomo morto, il suo sorriso che un tempo mirava ad accattivare e a ostentare sicurezza, è un ghigno funebre, e i suoi avvocati me li immagino come uomini (e donne?) sull’orlo di una crisi di nervi. Ma che stile! Che politico di razza! Colui che si è innumerevoli volte candidato alla leadership del PdL, ma ha anche lasciato aperta una porta alla nuova-vecchia DC. Il politico più elegante d’Italia, con le sue giacche lillà, i suoi pantaloni a tubo, le sue camicie hawaiane… In fondo, i leghisti hanno ragione. Milano batte Roma, e aggiungo: almeno con uno scarto di dieci punti. Nella capitale politica, si accontentano di marchette e cene porchettare, nella capitale “morale” (gulp!), sotto l’attenta regia dell’angelico uomo timorato di Dio, il vergin Formigoni (ci vorrebbe un Giuseppe Giusti, almeno, per descriverlo), transitano dalle casse pubbliche a quelle private (vedi Clinica Maugeri), milioni di euro, le cui briciole, sotto forma di vacanze esotiche in resort esclusivissimi, conti pagati a sua insaputa, voli in business gentilmente offerti…, rimangono nei dintorni del capo, o incollati alle sue dita, mentre lui, inginocchiato, recita le orazioni della sera, così concentrato da non accorgersi di nulla. Roba da autentici signori, mica le piccolezze di quei burini de Roma…


domenica 16 settembre 2012

Far cadere la Polverini

Se l'opposizione, la sinistra, il cappellaio matto o chi vi pare non lo capiscono allora sono degli sprovveduti o sono in mala fede. Far cadere la Polverini, per i recenti fatti di corruzione che investono il suo partito, nella persona di tal Fiorito, capogruppo del Pdl, contrapponendo alla melma di interessi privati e affari di famiglia, una visione del tutto rinnovata della politica, dovrebbe essere un impegno prioritario per le forze del cosiddetto rinnovamento. Quale migliore occasione per unire la necessaria visibilità mediatica alla possibilità di diffondere un messaggio a tutta la nazione, un messaggio che punti l'indice sui vizi atavici della politica e il nesso che sussiste fra questi e la rovina di un'intera nazione, e proponga allo stesso tempo un nuovo patto con i cittadini. D'accordo sono il primo a dire che in questo momento il problema principale è opporsi alle concezioni liberiste in economia, portate avanti in nome dell'Europa, e affermare l'idea di bene comune, ma la politica è fatta di livelli differenti ed ognuno di essi rappresenta un fulcro su cui si può far leva. La Polverini, così come Formigoni, è l'emblema di una classe politica che attraverso l'uso spudorato del potere, riesce a perpetuare se stessa.
Aggredire questi politicanti, e non parlo solo del Pdl, colpendoli nei loro punti deboli, dovrebbe essere un dovere, oltreché un fatto liberatorio.

venerdì 4 maggio 2012

Polverini: con una mano taglia e con l’altra firma

Luisa Betti da Il Manifesto

Sono già più di 20mila le firme che stanno giustamente sostenendo l’appello “Mai più complici” (Zanardo-Lipperini-Snoq) per fermare il femmicidio in Italia chiedendo un rapido intervento del governo: ma a che serve accettare il sostegno nominale da chi si è preso la responsabilità pratica di tagliare i fondi ai centri antiviolenza che sono il fulcro della questione soprattutto in questo momento di emergenza? A cosa serve avere la firma di chi ha controfirmato tagli drastici per gli interventi territoriali contro la violenza di genere e ha sostenuto normative nefande come la legge “Tarzia” che vuole far sparire i consultori da tutto il Lazio portando questa regione indietro di 50 anni con i centri per la famiglia? A cosa serve che la presidente della Regione Lazio, Renata Polverini, reciti testualmente che “in Italia è in atto un attacco al cuore dei diritti delle ragazze, delle bambine, delle donne, che sono le prime vittime della crisi, le prime vittime delle violenze domestiche”, quando lei stessa ha portato quest’anno i finanziamenti per contrastare questa violenza da 700mila a 400mila euro? A dirlo non sono io ma chi l’ha vista. Il Consigliere Pd, Tonino D’annibale, ha dichiarato sul suo sito (quindi è pubblico) testuale commento: “Il sostegno alla donne vittime di violenza è un problema di sanità pubblica.  Lo dice anche l’Organizzazione mondiale della sanità ma, evidentemente non la pensa cosi questa Giunta regionale anche se presieduta da una donna. Sportello donna funzionante al S. Camillo dal 2009 e che ha prestato assistenza in due anni  a oltre 700 donne , infatti sta per chiudere. La Regione non ha fondi e di certo non è spesa di cui si può far carico in modo autonomo l’azienda ospedaliera S. Camillo, che non ha per niente i conti a posto.  Le lavoratrici del centro non percepiscono lo stipendio dallo scorso novembre ma lavorano comunque. Sono un esempio di solidarietà di donne verso le donne. Lo stesso non si può dire della Polverini. Perdere altro tempo vuol dire assumersi la responsabilità di chiudere un esperienza all’avanguardia in tutta Italia , ma soprattutto lasciare mano libera ai violenti”. L’Associazione nazionale dei centri antiviolenza Dire, in occasione della presentazione del primo piano triennale contro la violenza di genere e lo stalking alla conferenza organizzata al Villaggio So.Spe – il centro romano guidato da suor Paola che accoglie ragazze madri e i loro bambini – ha chiesto il perché una così degna attenzione non fosse dedicata anche alle strutture già esistenti che operano da anni e con esperienza contro la violenza, dato che esistono solo 67 posti letto in tutta la regione Lazio e le difficoltà pratiche che i centri antiviolenza del territorio hanno nel garantire il servizio di accoglienza e di sostegno necessari alle donne che chiedono aiuto sono costantemente in bilico. In partica la presidente, che ha firmato l’appello “Mai più complici” con tanto di dichiarazione, nella realtà ha messo in discussione l’esistenza e il sostegno a due nodi fondamentali per combattere la violenza: gli sportelli antiviolenza del pronto soccorso dove la donna può accedere direttamente 24 ore su 24 per poi venire indirizzata ai centri e alla procura per eventuale denuncia (e quello del San Camillo posso garantire che era di una stanzetta che le operatrici della onlus BeFree avevano messo a posto per accogliere le donne), e i centri antiviolenza provvisti di avvocate, psicologhe e operatrici specializzate (laiche) che, in alcuni casi, sono anche provvisti di rifugio per donne e bambini che ne hanno bisogno (qui le donne vengono nascoste quando in pericolo di vita). La Regione Lazio della Presidente Polverini ha inoltre appoggiato e sostenuto la legge Tarzia (proposta dall’on. Olimpia Tarzia) che prevede di abrogare la L.15/76 istituente i consultori nati come servizi socio sanitari integrati di base, volti alla promozione e alla prevenzione della salute della donna e aperti alle famiglie di ogni genere, alle coppie, alle donne, agli uomini e agli adolescenti anche non accompagnati, a persone con diverse identità etiche, religiose, culturali, introducendo invece una impostazione ideologica e confessionale finalizzati a servizi consultoriali per la tutela “della famiglia fondata sul matrimonio”  promuovendo la partecipazione e la gestione dei servizi di tutte le associazioni confessionali pro-life ed escludendo le associazioni/assemblee delle donne. La Tarzia prevede di duplicare obbligatoriamente i percorsi di applicazione della Legge 194/78 (il diritto all’interruzione di gravidanza) considerando implicitamente l’inadeguatezza e l’incapacità delle donne di assumere con senso di responsabilità decisioni relative alla propria vita, e contempla i consultori organizzati da strutture private non a scopo di lucro e da strutture private lucrative – in questo ultimo caso in contrasto con l’art. 2 della L. 405/75 – prevedendo la possibilità di accreditarli, di finanziarli con risorse pubbliche e di delegare loro la gestione di servizi consultoriali pubblici. Ovvero prevede un attacco diretto alla salute e al diritto delle donne italiane, ricreando così un terreno fertile dove la violenza e il femmicidio sono solo un triste e vergognoso epilogo.