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venerdì 1 aprile 2016

Unaoil: la fabbrica della corruzione mondiale. Come l'azienda di Monaco ha corrotto l'industria petrolifera mondiale

da huffingtonpost


Nella lista delle grandi società mondiali, Unaoil non compare da nessuna parte. Ma per gran parte degli ultimi vent’anni, l’azienda di Monaco ha sistematicamente corrotto l’industria petrolifera mondiale, distribuendo diversi milioni di dollari in tangenti per conto dei colossi aziendali Samsung, Rolls Royce, Halliburton e del ramo aziendale offshore dell’australiana Leighton Holdings. Ora, una serie di email e documenti trapelati ha confermato quello che in molti sospettavano sull’industria petrolifera, rendendo note le attività del gruppo che ha comprato funzionari pubblici e truccato contratti in tutto il mondo. Una fuga di notizie consistente in documenti confidenziali ha esposto la reale portata della corruzione nell’industria petrolifera, coinvolgendo dozzine di compagnie di punta, burocrati e politici invischiati in una sofisticata rete mondiale di corruzione e tangenti.
Dopo due mesi di indagini in due continenti, Fairfax Media e The Huffington Post possono finalmente rivelare che miliardi di dollari in contratti governativi sono stati conferiti in seguito al pagamento di tangenti elargite per conto di alcune società, inclusa l’iconica Rolls Royce, il gigante statunitense Halliburton, l’australiana Leighton Holdings e i pezzi grossi della Corea, Samsung e Hyundai. L’indagine ruota intorno al gruppo monegasco che risponde al nome di Unaoil, guidato dall’influente famiglia Ahsani. Dopo l’apparizione di una pubblicità in codice su un giornale francese, una serie di incontri clandestini e telefonate notturne hanno condotto i nostri reporter alla scoperta di centinaia di documenti ed email della famiglia Ahsani. La raccolta di notizie rivela come il gruppo abbia avvicinato esponenti delle famiglie reali, partecipato ad eventi importanti, eluso il controllo delle agenzie anti-corruzione, manovrando una rete segreta di faccendieri e mediatori operanti nelle nazioni produttrici di petrolio.
La corruzione alimenta le disuguaglianze socio-economiche, già ben radicate, ed è tra i fattori che hanno scatenato la Primavera Araba. Oggi, Fairfax Media e Huffington Post rivelano come la Unaoil abbia dilaniato alcuni settori dell’industria petrolifera del Medio Oriente a vantaggio delle compagnie occidentali, tra il 2002 ed il 2012. Nella seconda parte ci occuperemo degli ex- stati russi impoveriti per mostrare la reale portata dell’immoralità delle multinazionali, inclusa Halliburton. Concluderemo la nostra indagine mostrando come tali pratiche corrotte si siano estese fino all’Asia ed all’Africa.
I file fuoriusciti rivelano la corruzione di due ministri del petrolio iracheni, di un faccendiere legato al dittatore siriano Bashar al-Assad, di alcuni funzionari anziani del regime libico di Gheddafi, esponenti dell’industria petrolifera iraniana, funzionari degli Emirati Arabi e un trader del Kuwait conosciuto come “The big Cheese”. Tra le compagnie occidentali coinvolte nelle operazioni di Unaoil in Medio Oriente spiccano anche alcune delle aziende più ricche e rispettate al mondo: Rolls Royce, Petrofac, ABB e Elliot dall’Inghilterra. Le compagnie americane FMC Tecnologies, Cameron e Weatherford; i colossi italiani Eni e Saipem, le aziende tedesche MAN Turbo e Siemens; l’olandese SMB e il gigante indiano Larsen & Toubro. La documentazione indica anche che il ramo aziendale offshore dell’australiana Leighton Holdings era coinvolto in un grave caso di corruzione pianificata.
I file rivelano inoltre che alcuni membri dello staff di queste compagnie credevano di essersi affidati a un lobbista onesto, mentre altri che sapevano o sospettavano ci fosse corruzione si sono limitati a chiudere un occhio. Ma qualcuno sapeva molto di più. Alcuni esponenti di compagnie come la spagnola Tecnicas Reunidas, la francese Technipe e il colosso delle trivellazioni MI SWACO, non solo hanno attivamente sostenuto la corruzione ma hanno anche intascato tangenti a loro volta. La multinazionale statunitense Honeywell a il ramo offshore dell’australiana Leighton hanno deciso di nascondere le tangenti dietro contratti fraudolenti in Iraq. Un manager Rolls Royce ha negoziato una tangente mensile in cambio di informazioni attinte dal cuore dell’azienda inglese. Molti di coloro che hanno ammesso il proprio coivolgimento, inclusa la stessa famiglia Ahsani che guida la Unaoil, continuano ad operare impuniti. I documenti mostrano chiaramente che la gente comune è stata tradita in Medio Oriente. Dopo la caduta di Saddam Hussein, gli USA dichiararono che il petrolio iracheno sarebbe stato amministrato a vantaggio della popolazione. Oggi, nella prima parte della denuncia “La fabbrica della corruzione mondiale”, questa dichiarazione viene smentita.

La fabbrica delle mazzette.
Il gruppo monegasco ha quasi raggiunto la perfezione nell’arte della corruzione. L’azienda risponde al nome di Unaoil, ed è guidata da alcuni membri della famiglia Ahsani, milionari di Monaco vicini a principi, sceicchi ed esponenti delle élites aziendali europee ed americane. Alla guida vi sono il capo famiglia Ata Ahsani ed i suoi due elengatissimi figli: Cyrus e Saman. Le loro associazioni benefiche sostengono l’arte e i bambini in difficoltà ed alcuni membri della famiglia Ahsani siedono al tavolo di ONG insieme ad ex-politici e miliardari. Dieci anni fa un tabulato rivelò che la famiglia era in possesso di denaro liquido, azioni e proprietà per un totale di 190 milioni di euro. Appartengono al gotha mondiale. Come incassano tanti soldi? È semplice.

I paesi ricchi di petrolio sono spesso piegati da un’amministrazione mediocre e da alti livelli di corruzione. Il business plan di Unaoil prevede di giocare sulle paure delle grandi compagnie occidentali, convinte di non potere accapararsi contratti validi senza la sua intercessione. A quel punto, gli agenti di Unaoil corrompono i funzionari delle nazioni produttrici per aiutare questi clienti ad ottenere progetti finanziati dal governo. I funzionari corrotti possono truccare un bando di gara, far trapelare informazioni interne oppure assicurare un contratto senza una gara d’appalto pubblica.
Stando alle parole di Ata Ahsani sarebbe tutto alla luce del sole: “Non ci occupiamo di organizzare truffe per conto di terzi. Il nostro è un lavoro piuttosto elementare. Tutto ciò che facciamo è integrare la tecnologia occidentale e le possibilità locali” ha dichiarato a Fairfax Media e Huffington Post. Unaoil ha corrotto funzionari pubblici? “La risposta è: assolutamente no”. Ma le informazioni trapelate dalla mail e giunte, con una fuga di notizie, fino a Fairfax Media e Huffington Post dimostrano chiaramente che le parcelle da milioni di dollari che Unaoil riceve dai suoi clienti sono frutto di un’operazione di corruzione industriale che non fa che esarcerbare questo malcostume già radicato tra le società più influenti.
Le banche di New York e Londra hanno facilitato il riciclaggio di denaro perpetrato da Unaoil, mentre gli Ahsani hanno stabilito un’azienda di investimenti immobiliari nel centro di Londra. Dal 2007, la Unaoil è stata certificata dall’agenzia anti-corruzione Trace International. Già solo questo solleva seri dubbi sul valore di questa certificazione internazionale. Ma per le società occidentali, messe di fronte alle indagini previste dalle leggi anti-corruzione delle rispettive giurisdizioni, Unaoil sembra essere un intermediario rispettabile e discreto, che permette alle aziende elencate di godere della cosiddetta “smentibilità plausibile”. Le aziende interrogate da Fairfax Media e Huffington Post, a proposito dei loro contratti con Unaoil, hanno sottolineato che seguono rigide politiche anti-corruzione e che s’impegnano a far luce sui loro rapporti con il gruppo di Monaco.
IRAQ
Dopo aver vinto la seconda Guerra del Golfo, la coalizione guidata dagli Stati Uniti è passata a salvaguardare il Ministro del petrolio, lasciando il Museo di Baghdad indifeso ed esposto al saccheggio dei suoi tesori. Ma la coalizione non è riuscita a proteggere l’industria petrolifera dai ladri. I file Unaoil rivelano che le stesse compagnie occidentali, insieme alla nuova élite irachena, avevano dato inizio ad un’intensa attività di sciacallaggio. Unaoil pagò almeno 25 milioni di tangenti attraverso degli intermediari per assicurare il sostegno di potenti funzionari, continuando a lamentarsi perché considerati “stronzi e avidi”. Tra il 2004 e il 2012, Unaoil ha corrottamente esercitato la propria influenza anche su pezzi grossi dell’industria petrolifera del paese: Hussein al‐Shahristani, vice Primo Ministro dell’Iraq diventato Ministro dell’Istruzione; il Ministro per il Petrolio Abdul Kareem Luaibi (sostituito nel 2004); il direttore generale della South Oil Company, Dhia Jaffar al-Moussawi che nel 2015 è diventato vice-ministro ed un funzionario di spicco del minister del petrolio, Oday al‐Quraishi

La maggior parte dei politici più anziani ha ricevuto cifre da milioni di dollari, mentre chi si trovava ai piani bassi della catena alimentare veniva pagato di meno. Quraishi, che ha supervisionato il più importante progetto di espansione dell’industria petrolifera irachena, ha intascato mensilmente una somma pari a 6.000 dollari (5.000 per lui e 1.000 per gli eventuali regali da offrire), oltre ad importanti tangenti aggiuntive. Il ministro, il dottor Shahristani, attualmente a capo del Ministero dell’Istruzione, ha affermato di non essere coinvolto in alcun reato. Altri funzionari iracheni non hanno risposto alle richieste di commenti. Unaoil ha anche comprato insider a servizio delle aziende petrolifere internazionali che sono stati messi sotto contratto dall’Iraq per gestire i suoi giacimenti. I documenti trapelati denunciano la corruzione all’interno del colosso italiano Eni, che gestisce le procedure di gara per gli appaltatori che operano sul vasto giacimento di Zubair. Tra i clienti di Unaoil in Iraq figurano il gigante Rolls Royce, le compagnie americane FMC Technologies e Cameron, l’italiana Saipem, la tedesca MAN Turbo, la Weatherford (azienda quotata negli Stati Uniti), la compagnia olandese SBM e il ramo offshore dell’australiana Leighton.
La replica di Eni "Il comportamento attribuito ad alcuni dipendenti Eni è a danno della compagnia, così come in diretto e chiaro conflitto con il codice etico di Eni che ogni dipendente è obbligato a rispettare integralmente. Non intendiamo commentare né sui nomi dei dipendenti indicati, né sull'esito di possibili indagini interne".
IRAN
“Tutto funziona e va avanti grazie ai contatti ed ai rapporti con talenti speciali”. Così scrive un faccendiere iraniano, parte dell’eccezionale rete Unaoil, a proposito degli insider intenti a pagare e intascare mazzette. Dopo il recente indebolimento delle sanzioni da parte dell’UE, degli Stati Uniti e dell’Europa, questa rete è diventata ancora più preziosa. Nel 2006, questo agente Unaoil si lamentava nelle sue mail: uno dei clienti del gruppo, l’inglese Weir Pumps (ora proprietà dell’americana SPX) gli doveva centinaia di miglialia di dollari che lui aveva già promesso di piazzare, in parte, in Iran.
“Siamo alla fine del nuovo anno iraniano: le aspettative sono alte, sono a corto di soldi e circa cinque milioni di sterline di affari con la Weir sono a rischio. Perché non posso rispettare gli impegni presi con il mio team di supporter”. Qualora il denaro non fosse stato disponibile la Weir Pumps avrebbe rischiato di “sciogliersi come un pezzo di ghiaccio, giorno dopo giorno”. “... più di mezzo milione di dollari della mia parcella per la consulenza... Li ho già spesi per promuovere i loro affari in Iran”.

In altri appunti venuti allo scoperto e risalenti al 2006, si dice che l’Unaoil avrebbe pagato “diecimila dollari al mese” per assicurare il sostegno dell’amministratore delegato di una ditta presieduta da un alto ufficiale iraniano, appartentente in parte ad un ente governativo iraniano e supervisionata da un consiglio “politicamente influente”. “L’AD vuole diecimila dollari al mese. AA (Ata Ahnasi di Unaoil) ha accettato, visti i suoi eccellenti contatti”. La rete iraniana di Unaoil, che è stata anche utilizzata per aiutare realtà come ABB, Elliot e la giapponese Yokogawa, si estende oltre l’industria petrolifera. Nel 2011, la Unaoil ha contribuito alla risoluzione di una disputa che vedeva coinvolto uno dei suoi clienti austrialiani, rivolgendosi a “diversi contatti influenti... incluso il capo della polizia iraniana”. Prima del recente alleggerimento delle sanzioni, la Unaoil utilizzò alcune strategie che includevano anche il ricorso a società “di facciata” per aggirare il controllo dei funzionari occidentali. Consigliò ai suoi faccendieri corrotti di non trasferire fondi in dollari americani e di utilizzare compagnie “il cui nome non comprendeva la parola Iran”.
LIBIA
Nel 2004, quando l’Occidente iniziò a rimuovere le sanzioni contro la Libia, mentre il regime del colonnello Gheddafi si apprestava a fare affari con le compagnie straniere, la Unaoil non si fece trovare impreparata. Nel 2011, la sua rete di insider corrotti includeva funzionari e referenti in grado di influenzare le operazione delle agenzie di petrolio e gas più importanti della Libia. Nel tardo 2008, una società di trivellazioni canadese (la Canuck Completion) disse all’Unaoil di essere “interessata alla tipologia di Backsheesh (dal persiano, indica le tangenti ndt) che bisogna garantire a questi uomini per ottenere lavori” in Libia.

Tra gli insider corrotti della Unaoil c’era anche un influente funzionario libico, Mustafa Zarti, uomo di fiducia del regime di Gheddafi. I documenti Unaoil descrivono Zarti come “un buon amico del Presidente Gheddafi, figlio della Libia; un uomo molto influente nelle attività lobbistiche in Libia”. Unaoil accettò di pagare a Zarti milioni di dollari, in segreto. In cambio, lui avrebbe esercitato la sua influenza per avvantaggiare i clienti di Unaoil. “MZ (Mustafa Zarti) è nel consiglio dell’ LFIC (Lybian Foreign Investement Commitee), che controlla... i fondi petroliferi (sei miliardi di dollari). Vede il suo ruolo in questo modo: noi procediamo e lui risolve i problemi in cui ci imbattiamo. MZ ha accettato di trasferirci tutti i lavori legati al petrolio ed alla benzina” svela una nota del settembre 2006. Le multinazionali clienti di Unaoil in Libia includono il colosso malese Ranhill , il conglomerato di imprese coreane ISU e la società spagnola Tecnicas Reunidas.
SIRIA e YEMEN
In Siria, Unaoil si è rivolta ad un intermediario vicino al regime del presidente Bashar al-Assad. Nel 2008 e nel 2009, Unaoil ha promesso 2,75 milioni di euro all’uomo per aiutare il suo cliente britannico Petrofac ad ottenere contratti dalle società petrolifere del regime di al-Assad. Alcune email “strettamente confidenziali” del 2008 indicano che questo intermediario promise di pagare altre persone per ottenere i contratti. Ma non vedendo arrivare il pagamento nel tempo stabilito, si lamentò dei ritardi che gli stavano causando dei problemi con alcuni “amici” in Siria.

“La situazione sta diventando molto spiacevole [sic] perché non sto rispettando le consegne” scisse ad Unaoil nel dicembre del 2009. Si ritiene che la Petrofac non fosse al corrente del coinvolgimento di Unaoil nelle sue operazioni siriane e, in risposta alle domande, la società ha affermato che “ambisce ai più alti livelli di comportamento etico”. In Yemen, Unaoil ha versato milioni su un conto svizzero appartenente al faccendiere e uomo d’affari Haitham Alaini, figlio dell’ex Primo Ministro del paese. In cambio, Alaini avrebbe usato i suoi contatti in Yemen per aiutare Unaoil.
KUWAIT E EMIRATI ARABI UNITI.
In Kuwait Unaoil aveva nel suo libro paga un influente funzionario pubblico, soprannominato “The big Cheese”. Per garantire un contratto ad un suo cliente di lunga data in Medio Oriente, la società americana FMC Technologies, Unaoil esigeva un pagamento di 2,5 milioni di dollari.

In seguito, decise di incaricare un intermediario per trattare con “the big Cheese in Kuwait e decidere quale porzione... assegnare a quell’uomo”. Negli Emirati Arabi Uniti la rete Unaoil includeva un funzionario pubblico con legami con il Principe di Abu Dhabi. I documenti trapelati rivelano che il funzionario intratteneva scambi commerciali con gli Ahsani che, in cambio, chiedevano il suo sostegno sul territorio. Queste azioni includevano l’ingresso in un progetto finanziato dall’ufficio del “Sua Altezza lo Sceicco Mohammed Bin Zayed”. Unaoil ha corrotto un responsabile di una società sussidiaria della Abu Dhabi National Oil Company. Questo insider ha manipolato una giuria di gara per conto di un cliente Unaoil, il conglomerato di aziende indiano Larsen and Toubro. 

sabato 30 gennaio 2016

Italia 61° mondiale per corruzione

di Tonino D’Orazio  
E’ stata appena presentata, a Roma per l’Italia, la classifica internazionale dell’indice di percezione della corruzione (CPI) di Transparency International sulla misurazione della corruzione nel settore pubblico e politico di 168 Paesi nel Mondo. Nella ventunesima edizione del CPI pubblicata, l’Italia si classifica al 61° posto nel Mondo, e guadagna 8 posizioni nel ranking mondiale (da 69 a 61). A sentire i danni da corruzione, tutti i giorni, nel nostro paese, si può immaginare che forse sono gli altri che scendono di parecchio.

La posizione dell’Italia rimane, come in gran parte delle graduatorie da alcuni anni, in fondo alla classifica europea, seguita solamente dalla Bulgaria e dietro altri Paesi generalmente considerati molto corrotti come Romania e Grecia, entrambi in 58° posizione.

Indovinate chi sono i buoni e i cattivi al mondo??

Siccome negli Stati Uniti le bustarelle possono essere dichiarate e scaricate dalla tasse, queste non costituiscono corruzione, ma solo benefit! Insomma il mondo intero, 6 miliardi di persone, è corrotto, eccetto 500 milioni di persone circa. Con chi schierarsi? Per il resto, essendo tra i paesi maggiormente produttori, con il commercio mondiale del WTO e degli armamenti sotto regia, possiamo immaginare che appena escono fuori dagli States diano una grossa mano in giro, essendo il 75 % dei paesi corrotti a loro sottomessi. Conoscendoli, e conoscendoci, possiamo immaginare i costi reali e fittizi degli F-35 che siamo costretti a comperare a colpi di miliardi. Sapremo solo fra qualche tempo chi ha pranzato ineluttabilmente nella mangiatoia. Infatti, anche se siamo il 61° paese più corrotto, abbiamo qualcosa di particolare, cioè, a parte le varie omertose mafie, tutto il resto, prima o poi, Report e intercettazioni o meno, viene a galla. Chissà a quale posto ci troveremmo se dopo aver appurato la verità non succede proprio niente come da noi. Tra l’altro più la corruzione è grande, in quantità, meno farabutti vanno in galera o se addirittura non stanno tutti agli arresti domiciliari; spesso l’essere stati stupidamente scoperti fa venire loro strane malattie. Si confermano i più cattivi Somalia e Corea del Nord mentre la Danimarca è nuovamente campione di trasparenza. Non hanno previsto il furto governativo e pubblico a danno dei rifugiati.

Per l’Italia tralascio i commenti di Cantone, Lo bello (Unioncamere) e vari, che rilanciano un ruolo più forte e responsabile (?) della società civile (ormai con frecce spuntate!) su obiettivi condivisi nella lotta alla corruzione e aventi come focus il bene della res publica, quando sono proprio questi beni appartenenti a tutti ad essere regalati a imprenditori, molto spesso appaltatori, senza scrupoli e a solo fine di lucro, (altro che etica sociale dell’impresa!), che non c’entrano mai niente con la corruzione, pronti a rivendere il tutto a francesi, tedeschi, americani, cinesi, se non spagnoli. Che ovviamente, per cultura, non offrono bustarelle.
La stessa organizzazione Trasparency ong internazionale, che ha sviluppato l'Indice di corruzione - Corruption Perceptions Index (CPI), una lista comparativa della corruzione in tutto il mondo che viene aggiornata e pubblicata ogni anno. è presieduta guarda caso proprio da cittadini dei paesi “buoni”; Peter Eigen, tedesco, (director of the World Bank in Nairobi!Nonché direttore di una sezione della Banca Mondiale! Nota per la sua filandropia); oppure Mark Moody-Stuart, statunitense, che vive a Antigua, e che proviene dalle industrie petrolifere,(Amministratore Delegato di Shell Trasporto e Trading Company, Cavaliere Comandante dell'Ordine di San Michele e San Giorgio. Ti pareva!);Fritz F. Heimann, americano, avvocato della General Electric, per più di 40 anni. Di altri componenti si trovano i nomi, in Wikipedia, ma non le schede, giusto per la trasparenza.

Tra l’altro Il CPI classifica le nazioni con il maggior indice di corruzione pubblica basando i propri dati sulle interviste fatte agli imprenditori. Un po’ come chiedere all’oste se il suo vino è buono. Trasparency è stato più volte criticato per la scarsa metodologia di ricerca e per la scorrettezza con cui vengono trattati gli stati in via di sviluppo.
Non credo che, se la classifica la dovessero stilare i politici, o i governi, o i commissari europei non eletti da nessuno, ci troveremmo meglio. La morale? Difficilmente i corruttori possono stilare una graduatoria dei corrotti. Verrebbe il dubbio anche sulla salvaguardia degli amici degli amici. Né i paesi ricchi, i buoni, dopo averli sfruttati potrebbero classificare meglio quelli i poveri. Come dire, più i paesi sono ricchi meno sono corrotti? Nella guerra dei ricchi contro i poveri del mondo questa classifica aggiunge un altro tassello.


domenica 27 luglio 2014

Le balle economiche di Renzie

dal blog di Beppe Grillo 

Pubblicare i post di Beppe Grillo non è mia abitudine vista la mole di contatti del blog e i contenuti non sempe condivisibili, ma questo mi sembra un utile riassunto


"Il Governo Renzi, impegnato al braccio di ferro sulle riforme costituzionali care alla P2, nasconde la testa sotto la sabbia negando l’evidenza di dati ed indicatori economici sempre più preoccupanti ed allarmanti, che necessitano di una robusta ed inevitabile manovra autunnale di aggiustamento, evidente anche agli studenti ai primi anni dei corsi di economia per corrispondenza, da 24 a 36 miliardi di euro.
Debito-Pil: in Italia nel primo trimestre 2014, il rapporto tra debito pubblico e Pil, che secondo i parametri europei dovrebbe attestarsi al 60%, è salito al 135,6% dal 132,6% del trimestre precedente. Con un aumento del 5,4% rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso, quando si attestava al 130,2%. A maggio 2014 il debito è cresciuto a 2.166,3 miliardi di euro, con un incremento di 92 mld di euro rispetto a 12 mesi prima. Nell'UE e nella zona euro in rapporto al Pil, il debito italiano è secondo solo a quello greco, che alla fine del primo trimestre era al 174,1%.
Crescita economica: Il Def del Governo aveva stabilito un rapporto Debito/Pil al 134,9%, basato sulla proiezione di crescita del Pil per il 2014, pari allo 0,8% ed un rapporto di indebitamento netto del 2,6% sul Pil. Sia Bankitalia (+0,2%) che FMI (+0,3%), nel prevedere una crescita più bassa, ritengono inevitabile un buco nei conti che dovrà essere ripianato.
Spesa pubblica: invece di diminuire è aumentata nei primi 5 mesi del 2014, passando da 181,9 miliardi di euro a 206,7 con un incremento di 25 miliardi di euro.
Privatizzazioni: il Def, che dava conto di esborsi al Fondo Salvastati o Mes (Meccanismo Europeo di Stabilità) per 92,552 miliardi di euro nel biennio 2012 (36,932 mld euro) e 2013 (55,620), aveva stabilito proventi da privatizzazioni pari allo 0,7% del Pil (quindi per 10,9 miliardi di euro), diventati una chimera.
Disoccupazione: a maggio (Istat) sale ancora il tasso di disoccupazione che si porta al 12,6% rispetto al 12,5% del mese precedente. I giovani senza lavoro sono il 43%, con 2,3 milioni di occupati in meno sotto i 35 anni dal 2004.
Fisco: la pressione fiscale, pari al 43,8%,per le imprese arriva al 68,6 % sui profitti, dati che non hanno eguali in tutta Europa e non sono riscontrabili neppure tra i grandi paesi industriali extra Ue.
Consumi: Prosegue il tracollo delle vendite al dettaglio calate del 3,5% su base annua. L’andamento nell’indicare una fase recessiva, conferma che la voce “Consumi interni privati” costituisce circa il 60% del PIL Italiano, per cui se non si riprende questo indicatore, difficilmente il PIL si “riprende”.
Sofferenze bancarie: 168,5 miliardi di euro a maggio, con un apporto sofferenze impieghi pari all’8,9%;
Conti Correnti: i costi di gestione dei conti correnti, più elevati della media Ue di un +225%, dove sono attestati a 114 euro, 257 euro in più su ogni conto fissato in Italia a 371 euro contro 114 (+225%), che si traduce in costi complessivi di 6,7 miliardi di euro in più l’anno a carico di famiglie ed imprese.
Tassi mutui: la presunta maggiore solidità delle banche italiane, è stata pagata da correntisti ed utenti dei servizi bancari, che continuano a pagare su ogni mutuo trentennale di 100.000 euro (fissato oggi al tasso del 5,11% in Italia contro 3,79% dell’area euro), uno spread di circa 30.000 euro in più alla scadenza dei mutuatari europei.
RCAuto: dal 1994 (ultimi 20 anni), i costi delle polizze (per una cilindrata media) sono aumentati di oltre il 254%, non giustificati dall’andamento dell’incidentalità’. Tra il 2008 e il 2013 in Italia gli automobilisti hanno pagato 231 euro annui in più rispetto alla media Ue (con un aggravio di circa 8,5 miliardi di euro l’anno a carico dei cittadini)”.
Corruzione: Corruption Perceptions Index 2013, la lista dei 177 Paesi più corrotti al mondo, redatta dalla Ong Trasparency International, assegna all’Italia il 69esimo posto nella classifica, tra il Montenegro e il Kwait. Tra gli indici presi come riferimento, attraverso un punteggio che va da 0 (molto corrotto) a 100 (non corrotto), nella percezione della corruzione, c'è l'analisi del settore pubblico, seguita dall'abuso di potere, dagli scarsi livelli di integrità e gli accordi segreti. Fattori che non solo opacizzano la governance di un Paese, ma che lo indeboliscono anche dal punto di vista economico e sociale.
Per queste ragioni in autunno, arriverà una manovra lacrime e sangue, da 24 a 30 miliardi di euro per tappare il dissesto dei conti pubblici, sui quali incombono fiscal compact e pareggio di bilancio".
Elio Lannutti

mercoledì 11 giugno 2014

Corruzione popolare

di Tonino D’Orazio 

Un popolo che elegge corrotti, impostori, ladri e traditori non è vittima! E’ complice!” (George Orwel). Il dilagare della corruzione è ormai la fisiologia della nostra organizzazione sociale, non è più una patologia saltuaria. La corruzione generale, senza reali controlli, è diventata un problema strutturale, sociale, culturale della nostra società, senza riforme possibili nemmeno nelle prossime generazioni.
Tutti gli enti locali sono accomunati dal «cancro delle società partecipate», secondo quanto dichiarato da Tommaso Cottone, procuratore regionale della Corte dei Conti della Campania, in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario della giustizia contabile. Il magistrato ha ricordato che a livello nazionale in oltre 5 mila organismi privati, partecipati dagli enti locali, l’indebitamento è valutato intorno ai 34 miliardi di euro e che fenomeni di cattiva gestione si sono concretizzati «in assunzioni di massa illegittime e clientelari; in consulenze inutili; in sprechi per acquisti di forniture inutili e a prezzi fuori mercato»
È il bello della semi-privatizzazione “in house” e della partecipazione interessata dei “rappresentanti” dei cittadini. Non dobbiamo mai dimenticare che siamo in democrazia, che non avremo mai più la possibilità di votare direttamente i nostri rappresentanti, e che ognuno ha quello che si merita. La responsabilità, dunque, appartiene anche al corpo elettorale che nella sua maggioranza ha accettato e sostenuto questa situazione.  È solo eccesso di delega ai capi-partiti, senza alcuna partecipazione critica? Oppure il paradosso sta nel fatto che i corrotti vengono poi rivotati e rieletti, con tutto il loro efficiente staff affaristico e di relazioni a doppio legame. Insomma una classe dirigente senza storia, senza radici e senza cultura (avete presente le interviste delle Iene ai parlamentari?) si è impossessata di un potere senza controlli e ne ha approfittato in modo sfacciatamente incredibile. Alla faccia degli onesti e spesso dei tribunali, non esenti, anche loro, da strani comportamenti, forti con i deboli e deboli con i forti. È davanti agli occhi di tutti, da anni, fino all’assuefazione che diventa normalità. (Che ci vuoi fare?). Ormai, tutti i giorni si scoprono furti milionari (in euro, ricordiamolo) a danni dello stato e dei cittadini. Dopo Expò milanese, Mose veneziano, rimangono ancora grandi opere iniziate e mai terminate. Inutile elencarle, dalla Tav miliardaria in poi. Anche la Guardia di Finanza, tra gli arresti di un loro generale quasi ogni sei mesi, potrebbe far uscire gli scandali anche prima delle elezioni, ammesso che serva. D’altra parte, i politici non hanno alcuna intenzione di combattere effettivamente la corruzione, fanno semmai proposte per mandare a casa i carcerati, oppure per non far più arrestare gli indagati, ormai una massa critica ogni giorno nelle loro file, oppure far diminuire loro le pene. Il problema è che anche la Corte Costituzionale, nostro vero garante e non Napolitano compartecipante, si sveglia ogni 6/7 anni con stupore, a danno fatto, stratificato e digerito. (Adesso che ci vuoi fare?). D’altra parte il problema non è la norma: le leggi bene o male ci sono, ma è la consapevolezza e la compartecipazione, in fondo, attiva dei cittadini.
Anche la corruzione, che dura da anni, forse da sempre, fa parte della cultura popolare. Il voto si può “vendere” e farselo fruttare. Può essere un assegno in bianco. Tanto lo fanno tutti. Dal chilo di pasta del dopoguerra agli 80€ di appena ieri. La stessa Camusso lo indica come “primo passo” mentre chi non ha avuto niente aspetterà la solita “seconda fase” che non è mai arrivata e, c’è da scommettere, che non arriverà mai. Nulla da dire confederale sul fatto che chi non ha avuto l’elemosina dovrà pagare ugualmente l’aumento delle tasse previste dalla Tasi (? Al momento si chiama così) affinché Renzie possa recuperare e a conti fatti guadagnarci. Che importa se su in una graduatoria mondiale della corruzione (Transparency International. Corruption Perceptions Index del 2013) siamo al 69° posto su 177 paesi, dietro a stati africani che hanno solo la nomina peggiore. In fondo ancora non siamo gli ultimi al mondo, anche se i primi in Europa. Allora perché il popolo dovrebbe cambiare rotta e votare gente onesta quando ci si può accontentare delle briciole che eventualmente possono cadere dalla tavola del ricco epulone. C’è sempre una speranza eticamente al ribasso. A ben riflettere intimorisce una frase del filosofo Tommaso Campanella: “Le leggi ottime sono le poche e brevi che s’accordano al costume del popolo e al bene comune”. I beni comuni sono stati tutti svenduti e c’è rimasto poco, in quanto al “costume” della maggioranza del popolo non credo possiamo avere grandi speranze. Infatti ululano tutti insieme contro eventuali onesti e votano decisi i loro aguzzini, malgrado tutto quello che vedono e sanno.
Per esempio l’assenteismo nel pubblico impiego. Il malcostume di assentarsi dal luogo di lavoro per dedicarsi a fatti propri o addirittura per svolgere una seconda attività lavorativa. Anche l'assenteismo è un reato indicato dal codice penale come truffa più o meno aggravata ai danni dello Stato punita con la reclusione fino a cinque anni. Eppure ogni tanto vengono pescati a gruppi più o meno numerosi, indicando così un sistema culturale di omertà avanzata.
Cosa dire invece davanti a queste dichiarazioni pubbliche di disperati ladri di mele?
«Un politico vale l'altro. Ci hanno offerto 50 euro per votare quello lì e abbiamo accettato...Io sono disoccupato, mia moglie anche», continua Marco, quasi con rabbia.
Poi parla la moglie: «Abbiamo due figli piccoli. Perché avremmo dovuto rinunciare a 50 euro? Sono pochi? Saranno pochi per voi...Mi ha avvicinato una persona che conosco personalmente. Lo ha fatto prima delle elezioni del 26 maggio. Mi ha mostrato un santino di questo Galardini [FI] e mi ha detto: se tu e tuo marito lo votate vi diamo 50 euro. Perché dire di no?». (Secolo XIX)
Sono finiti in Questura in un'indagine sul voto di scambio insieme ad altri 10. Ovviamente non vale per gli Scillipoti o Razzi vari (se si pensa all’indulto Mastella del 2006 e i vari scudi fiscali). Speriamo non si siano precipitati a spendere le 50€ in alimenti di prima necessità se sono “corpo del reato”. Dovevano aspettare invece il 2016 per avere, forse anche loro, l’elemosina legale delle 80€ renziane.
È paragonabile tutto ciò allo scandalo milionario del Mose veneziano? Non è che questo tipo di mafia politica di ogni bordo stia sconvolgendo il famoso e lindo Nord Italia (vedi Expo, vedi Tav, Regione Lombardia, Piemonte e ora Veneto, e sicuramente altri a venire con PD, Lega, FI…) accomunandolo a braccetto alle mafie del Sud? Ricordiamo a volte che 1 milione di euro è l’equivalente di 2 miliardi di lire? Per Mose sono stati spesi un miliardo di € (2.000 miliardi di lire) per consulenze e tangenti. Non viene il dubbio che chi ruba più di un milione di euro non va mai in galera? Smettetela di rubare mele per fame o fumare spinelli altrimenti andrete in galera sicuramente e oltre che prendervi qualche pestaggio gratuito dalle forze del loro ordine.
Esiste un chiaro-scuro della corruzione? O una linea di demarcazione tra fame e ingordigia?

giovedì 8 agosto 2013

Berlusconi, storia dell’evasore-corruttore da Craxi a Mills


Sono cose che Marco Travaglio ripete da anni in decine e decine di libri, articoli e pubblicazioni varie, ma ogni tanto rinfrescarsi la memoria con una bella sintesi, non fa male

Un impero fondato sui fondi neri: la carriera del Caimano che, dopo aver pagato politici, giudici e finanzieri, ha cambiato le leggi in suo favore

di Marco Travaglio da ilfattoquotidiano 



Secondo Angelo Panebianco, editorialista del Corriere (e non solo lui), la condanna definitiva di B. per frode fiscale non dipende dal fatto che B. è un frodatore fiscale, ma dallo “squilibrio di potenza fra magistrati e politica”. Perché in Italia la politica sarebbe “un potere debole e diviso” che non riesce a riformare il “potere molto più forte e unito” della magistratura. Solo separando le carriere, abolendo l’azione penale obbligatoria, trasformando il pm in “avvocato dell’accusa”, spogliando il Csm, cambiando la scuola e il reclutamento delle toghe e rimpolpando i poteri del governo nella Costituzione si eviteranno sentenze come quella del 1° agosto. Forse Panebianco non sa che in tutte le democrazie del mondo, anche quelle che hanno da sempre nel loro ordinamento le riforme da lui auspicate, capita di continuo che uomini politici vengano condannati se frodano il fisco, con l’aggiunta che vengono pure arrestati e, un attimo prima, cacciati dalla vita politica. Ma soprattutto il nostro esperto di nonsisachè ignora la carriera criminale di B., che froda il fisco da quando aveva i calzoni corti. E se non fu scoperto all’epoca è perché con i fondi neri corrompeva politici, Guardia di Finanza e giudici che avrebbero potuto scoperchiare le sue frodi fin dagli anni 70. Chi conosce il curriculum del neo-pregiudicato non si stupisce per la condanna dell’altro giorno, ma per il fatto che un tale delinquente matricolato sia rimasto a piede libero fino a oggi.
La prima visita
Il 12 novembre 1979 una squadretta della Guardia di Finanza ispeziona l’Edilnord Centri Residenziali Sas che sta realizzando a Segrate la città-satellite di Milano2, sospettata di varie irregolarità tributarie. Nel cantiere, con alcuni operai, c’è un omino spelacchiato e imbrillantinato che si presenta come “semplice consulente” della società. È Silvio Berlusconi, il proprietario, iscritto da un anno alla loggia deviata P2. I finanzieri vogliono sapere perché abbia prestato fideiussioni personali in favore di Edilnord e Sogeat, società il cui capitale è ufficialmente controllato da misteriosi soci svizzeri. Ma lui fa lo gnorri e mette a verbale: “Ho svolto un ruolo molto importante nei confronti dell’Edilnord Centri Residenziali e della Società generale attrezzature Sas, perché entrambe mi hanno fin dall’inizio affidato l’incarico professionale della progettazione e della direzione del complesso residenziale Milano 2”.
Anziché ridergli in faccia e approfondire le indagini, il maggiore Massimo Maria Berruti che guida la squadra si beve tutto, chiude l’ispezione in meno di un mese, nonostante le anomalie finanziarie riscontrate e archivia tutto con una relazione rose e fiori. Poi, il 12 marzo 1980, si dimette dalle Fiamme Gialle. Per qualche mese lavora per l’avvocato d’affari Alessandro Carnelutti, titolare a Milano di un importante studio legale con sedi a New York e Londra, dove si appoggia all’avvocato inglese David Mackenzie Mills. Poi Berruti inizia a lavorare per il gruppo Fininvest, specializzandosi in operazioni finanziarie estere e in contratti per i calciatori stranieri del Milan. Gli altri due graduati che erano con lui nel blitz del ’79 sono il colonnello Salvatore Gallo e il capitano Alberto Corrado. Il nome di Gallo verrà trovato nelle liste della loggia P2. Corrado verrà arrestato nel ’94 e poi condannato con Berruti per i depistaggi nell’inchiesta sulle mazzette Fininvest. Versate a chi? Alla Guardia di finanza, naturalmente.
San Bettino vede e provvede
Nel 1980 Berlusconi rischia di ritrovarsi un’altra volta la Finanza in casa. Allarmatissimo, scrive una lettera all’amico Bettino Craxi, leader del Psi che sostiene il governo Cossiga: “Caro Bettino, come ti ho accennato verbalmente, Radio Fante ha annunciato che dopo la visita a Torino, Guffanti e Cabassi, la Polizia tributaria si interesserà a me… Ti ringrazio per quello che crederai sia giusto fare” (lettera pubblicata dal fotografo di Craxi, Umberto Cicconi, in Segreti e misfatti, Roma 2005). Che si sappia, anche quella volta le Fiamme Gialle si tengono alla larga dal Biscione. Che evidentemente ha sempre più cose da nascondere.
Giudici venduti e no
Il 24 maggio 1984 il vicecapo dell’Ufficio Istruzione di Roma, Renato Squillante, interroga B., assistito dall’avvocato Cesare Previti e imputato “ai sensi dell’articolo 1 della legge 15/12/69 n. 932” per interruzione di pubblico servizio a causa delle presunte antenne abusive sul Monte Cavo che interferiscono nelle frequenze radio della Protezione civile e dell’aeroporto di Fiumicino. Gli imputati sono un centinaio. Ma la posizione di B. viene subito archiviata il 20 luglio 1985, mentre altri 45 rimarranno sulla graticola fino al 1992 e se la caveranno solo grazie all’amnistia. Non potevano sapere che Squillante e Previti avevano conti comunicanti in Svizzera. Insomma, che il giudice romano era a libro paga della Fininvest. Il 16 ottobre 1984 i pretori di Torino, Pescara e Roma, Giuseppe Casalbore, Nicola Trifuoggi e Adriano Sansa, sequestrano gli impianti che consentono a Canale 5, Italia 1 e Rete 4 di trasmettere in contemporanea in tutt’Italia in spregio alla legge. Craxi neutralizza le ordinanze con due “decreti Berlusconi”.
Mills e la Fininvest occulta
Nel 1989 l’avvocato Mills, consulente Fininvest da alcuni anni, costituisce per conto del gruppo Berlusconi la All Iberian e decine di altre società offshore (la Kpmg, per conto della Procura di Milano, arriverà a contarne 64) domiciliate nelle isole del Canale (all’ombra di Sua Maestà britannica), nelle Isole Vergini e in altri paradisi fiscali. Ordine è partito dai responsabili della finanza estera del gruppo, Candia Camaggi e Giorgio Vanoni. Nasce così il “Comparto B” della Fininvest, “very discreet”, cioè occulto e in gran parte mai dichiarato nei bilanci consolidati, alimentato perlopiù dalla Silvio Berlusconi Finanziaria Sa (società lussemburghese regolarmente registrata a bilancio), ma anche da denaro proveniente dal Cavaliere in persona (in contanti, tramite “spalloni” che lo portano da Milano oltre il confine elvetico).
Sul conto svizzero di All Iberian, in soli sei anni, transitano in nero quasi mille miliardi di lire. Usati per operazioni riservate e inconfessabili, come confermeranno le sentenze definitive All Iberian, Mills e Mediaset. Anzitutto, B. versa 23 miliardi a Craxi tra il 1990 e il ’91. Gira soldi di nascosto ai suoi prestanome Renato Della Valle e Leo Kirch: non potendo, per la legge Mammì, detenere piú del 10% di Telepiú, B. finanzia occultamente le teste di legno che rilevano le sue quote eccedenti. Acquista per 456 miliardi il capitale di Telecinco, la tv spagnola, di cui per la legge antitrust di Madrid non potrebbe controllare più del 25%. Presta soldi a Giulio Margara, presidente di Auditel e direttore di Upa, l’associazione utenti pubblicitari. Gira 16 miliardi a Previti, in parte per pagarlo in nero in parte perché versi tangenti a giudici romani come Squillante e Vittorio Metta (autore della sentenza comprata che nel 1990 scippa la Mondadori a De Benedetti per regalarla alla Fininvest). Scala di nascosto i gruppi Rinascente, Standa e Mondadori in barba alla normativa Consob .
E soprattutto, tramite alcune offshore, intermedia l’acquisto di film dalle major di Hollywood, facendone lievitare i costi per 368 milioni di dollari e dunque abbattendo gli utili di Mediaset per tutti gli anni 90, consentendo al gruppo di pagare meno imposte e al beneficiario dei conti esterni, cioè a se stesso, di accumulare una fortuna extrabilancio ed esentasse. E cosí via. Resta pure il sospetto che parte del denaro di destinazione ignota sia servito a pagare i politici del pentapartito per la legge Mammì del 1990 sull’emittenza: quella che consente a B. di tenersi tutt’e tre le reti Fininvest in barba a qualunque minimo principio antitrust. Lo testimoniano i responsabili della Fiduciaria Orefici, che aiuta il Cavaliere a foraggiare il conto All Iberian: il dirigente Fininvest Mario Moranzoni confidò loro che “i politici costano, c’è in ballo la Mammí”. Per le presunte tangenti Fininvest in cambio di quella legge, la magistratura romana indagherà Gianni Letta e Adriano Galliani, ma l’ufficio Gip guidato da Squillante negherà il loro arresto, e l’inchiesta finirà nel nulla.
Le Fiamme Sporche
Nel 1989 il responsabile servizi fiscali della Fininvest, Salvatore Sciascia, altro ex finanziere passato alla corte del Cavaliere, si libera di una verifica fiscale a Videotime (la società Fininvest che racchiude Canale5, Rete4 e Italia1) versando ai finanzieri una tangente di 100 milioni di lire. Lo stesso fa nel 1991 con 130 milioni scuciti per ammorbidire un’ispezione a Mondadori. E poi nel 1992 con altri 100 milioni per una visita delle Fiamme Gialle a Mediolanum. E ancora nel 1994 con 50 milioni perché i finanzieri chiudano un occhio, o possibilmente due, durante un blitz disposto dalla Procura di Roma e dal Garante per l’editoria sulla reale proprietà di Telepiù: che, se dovesse risultare ancora in mano a B. tramite i soliti prestanome (così com’è nella realtà), porterebbe all’immediata revoca delle concessioni per Canale5, Rete4 e Italia1. Ma anche quella volta i finanzieri corrotti se ne vanno con gli occhi bendati.
Nel ’94, appena un sottufficiale confessa a Di Pietro di aver ricevuto parte di una tangente Fininvest, esplode lo scandalo Fiamme Sporche, che in poche settimane porta all’arresto di un centinaio di finanzieri corrotti e all’incriminazione di oltre 500 imprenditori e manager corruttori (il Gotha dell’imprenditoria milanese). Confessano quasi tutti. Tranne uno: Silvio B., che non può ammettere nulla perché è appena divenuto presidente del Consiglio. Sciascia dice che ha fatto tutto per ordine di Paolo Berlusconi, Silvio non c’entra nulla. Intanto l’avvocato Berruti chiama l’ex collega Corrado (quello dell’ispezione del 1979), ormai in pensione, perché tappi la bocca sulle mazzette Fininvest il capobanda, colonnello Angelo Tanca. E così avviene. Quando il pool Mani Pulite ha pronta la richiesta di cattura per Sciascia e Paolo, il governo di Silvio vieta la manette per corruzione col decreto Biondi.
È il 14 luglio ’94. L’Italia si ribella, Bossi e Fini si defilano, B. è costretto a ritirare il decreto a furor di popolo, così finiscono dentro Sciascia, Paolo, Corrado e Berruti. Il quale, si scopre, prima di orchestrare il depistaggio è volato a Roma per incontrare il premier a Palazzo Chigi. La prova che ha fatto tutto Silvio, non Paolo. Di qui l’invito a comparire durante la conferenza Onu di Napoli e poi il processo. Primo grado: condannati Silvio e Sciascia, assolto Paolo. Appello: prescritto Silvio, condannato Sciascia. Cassazione: condannato Sciascia, assolto per insufficienza di prove Silvio, perché potrebbe essere stato Paolo, che però non può essere riprocessato una volta assolto. La prova contro Silvio potrebbe, anzi dovrebbe fornirla Mills, sentito come testimone al processo: purtroppo è stato corrotto con 600mila dollari e mente ai giudici, salvando il Cavaliere.
9 processi aboliti per legge
Ma le tangenti c’erano, e quello che il gruppo Berlusconi ha da nascondere alla Guardia di Finanza è più che evidente. Lo dimostra la miriade di processi nati da quei fondi neri negli anni 90, quando i giudici e i finanzieri corrotti iniziano a scarseggiare. Non potendoli neutralizzare a monte a suon di mazzette, B. li cancella a valle con una raffica di leggi ad personam: falso in bilancio, condoni fiscali ed ex Cirielli. Risultato: 2 processi fulminati perché il reato non c’è più, cancellato dall’imputato (All Iberian-2 e Sme-2) e 8 caduti in prescrizione. L’ultimo, per il semplice decorrere del tempo, sulla divulgazione dell’intercettazione della telefonata segreta e rubata tra Fassino e Consorte.
Gli altri 7: corruzione del giudice Metta per la sentenza Mondadori e caso All Iberian-1 per i 23 miliardi a Craxi (prescritti grazie alle attenuanti generiche); falsi in bilancio Fininvest anni 90; altri falsi in bilancio per i 1550 miliardi di lire di fondi neri sottratti al consolidato col sistema All Iberian; fondi neri nel passaggio del calciatore Lentini dal Torino al Milan; corruzione giudiziaria del teste Mills (prescritti grazie al-l’ex Cirielli); appropriazioni indebite e i falsi in bilancio e la gran parte delle frodi fiscali sui diritti Mediaset (prescritti grazie al combinato disposto della legge sul falso in bilancio e all’ex Cirielli). I reati superstiti, e cioè le frodi fiscali del 2002 e 2003, per un totale di 7 milioni di euro (su un totale di 360 milioni di dollari, ormai evaporati), sono miracolosamente giunti in Cassazione per la sentenza definitiva del 1° agosto prima della solita falcidie. Sarebbe questo il sintomo di una politica debole e di una giustizia forte? E che c’entra, con questa fogna, la politica?

da Il Fatto Quotidiano del 7 agosto 2013


 

lunedì 24 settembre 2012

Polverini e sermoni

Che io non ami la Polverini è evidente. Si dirà, cosa ha di diverso e di particolare rispetto agli altri politici? In fondo è una questione di sistema politico e non di persone. Vero e forse analizzando a fondo la questione potrei sospettare che il mio accanimento nei suoi confronti altro non è se non il frutto di una proiezione. In poche parole proietto su di lei l'immagine di una persona o di una tipologia di persone che detesto di cuore. Aldilà delle speculazioni vetero psicoanalitiche, di fatto la mia disistima la signora se la merita a pieno. Era facile prevedere che la una volta eletta la tipa si sarebbe tolta la maschera di persona equilibrata, moderata nei toni e imparziale, che le era valso un bonus di presenze interminabili a Ballarò, per mostrarsi al crudo, prodotto dop del politicume laziale dei vari Fazzone e Verzaschi. Allearsi con il Pdl poi, partito da cui sembrava distante, fino a che non ha chinato il capo alla benedizione del capo, non poteva che smentire la sua fama precotta di persona attenta al sociale, sempre protesa verso il mondo del lavoro e verso un mondo periferico di cui sembrava voler incarnare l'anima popolana. In molti persino a sinistra ci sono cascati e sono rimasti abbacinati dalla mite Renata, tanto che persino Luca Telese si è lasciato scappare a suo tempo che in fondo in mancanza d'altro si poteva anche votare la Polverini. L'apoteosi della volgarità, marchio di fabbrica del berlusconismo, è stata raggiunta con quella ridicola cerimonia del giuramento dei governatori, presieduta da Berlusconi in persona, che sembrava voler urlare in faccia alla “ggente”, “guardate quanto siete idioti, vi prendiamo per il culo con queste buffonate e voi ci votate pure”. 
Insomma alla fine il messaggio è sempre quello: guai a prescindere dalla storia delle persone e, aggiungerei dalla storia in gnerale e fidarsi delle pose televisive per giudicare una persona.
Di tutta questa faccenda però, quello che al momento mi irrita maggiormente è la posizione delle tonache vaticane, che sembrano cadere dal pero e per bocca del cardinal Bagnasco fanno sermoni sugli “sprechi vergognosi” della politica e cose simili, come non fossero stati fra i maggiori artefici della elezione della Renata, piantata sui bastioni della cristianità come una Giovanna D'Arco di Velletri, a difesa dagli assalti della falange “laicista” della Bonino.
Che dire: la chiesa fa il suo lavoro: vietare diritti e speranze, ponendosi come unico insindacabile diritto (divino) e unica speranza degli afflitti, ma mi chiedo perché noi individui razionali dovremmo continuare a mostrare rispetto verso certi individui, confondendo il rispetto verso l'aspirazione alla spiritualità e i sentimenti religiosi delle persone, con il rispetto verso chi predica male e razzola ancora peggio.



domenica 23 settembre 2012

Una repubblica fondata sulla corruzione


di Angelo d'Orsi  da Micromega

Lontano dall’Italia per circa tre mesi, rientro e le notizie che mi investono riescono a sconvolgermi: e sì, che credevo di aver già visto e sentito di tutto. Mi ritenevo ormai quel che si dice uno “stomaco forte”. Invece no.

E vengo da un Paese, il Brasile, nel quale la corruzione politica è fenomeno diffuso, e ogni giorno si ha notizie di casi, con interventi della magistratura, arresti, processi, carcere. Ecco, ma innanzi tutto lì – ormai devo scrivere lì, essendo rientrato, ahimè – la corruzione si persegue, in modo rapido, e spesso anche assai severo. Qui, la corruzione è ormai il tessuto stesso della nostra comunità nazionale. Non dà scandalo, non sorprende, non ci fa sentire neppure più umiliati: la accettiamo, anche se brontoliamo, ci arrabbiamo, e sempre meno volentieri ci rechiamo alle urne, se ci andiamo, e tanti connazionali si orientano verso le nuove formazioni che urlano contro “la casta”.

Ma come? Tra i nostri “rappresentanti”, a tutti i livelli, dal piccolo Comune alla più grande Regione, dalle amministrazioni di enti dichiarati inutili, a torto o ragione, come le Province, fino agli esponenti del Governo nazionale, passando per l’inutile migliaio di parlamentari, quasi sempre assenti dalle loro rispettive aule (lo spettacolo del Senato che sospende i lavori per assenza di presidenti è unico!), ebbene, tra costoro è diffusissima la pratica della ruberia, o semplicemente della “raccomandazione” interessata, del nepotismo sfacciato, dell’interesse privato in atti d’ufficio, e quant’altro.

L’ultima moda, l’ultima a venire alla luce, è, direi, l’impiego privato, anzi privatissimo, di fondi destinati alle forze politiche – grazie a leggi dello Stato –, fondi pubblici che vengono estratti dal prelievo fiscale, ossia soldi di tutti gli italiani e concessi ai partiti, dalle cui casse, secondo un costume a quanto pare generalizzato e consolidato, finiscono nelle tasche di alcuni dei loro dirigenti.

Ha cominciato la tonitruante Lega Nord, quella che strepitava contro “Roma Ladrona”, ripetendo ossessivamente “La Lega non perdona”. Invece ha perdonato eccome, e dopo aver agitato a suo tempo il cappio a Montecitorio, si è ridotta ad agitare le ramazze in “Padania”, mentre la nuova vecchissima sua leadership minacciava sfracelli: che dobbiamo ancora vedere.

Sulla scia, ecco l’esile, delicata Margherita, ormai da tempo finita nell’essiccatoio dell’erbario politico…: non solo si scopre che, politicamente defunta, esiste ancora, finanziariamente, continuando a percepire denaro pubblico, ma il suo tesoriere ne ha fatto un uso diciamo improprio, a quanto pare, come per la Lega Nord, a “insaputa” dei suoi dirigenti, a cominciare dal gran capo Rutelli, quello che ha attraversato, in andata e ritorno, tutto lo schieramento politico nazionale. Bossi, Maroni e compagnia ululante, non sapevano; Rutelli e gli altri dirigenti, poverini, anche essi vittime innocenti. E ci dispiace tanto, specie se pensiamo che qualcuno ebbe la bella trovata di candidare Rutelli a leader dell’opposizione a Berlusconi, e poi sempre gli stessi, decisero che avendo fallito, poteva essere riciclato a ricandidarsi al Campidoglio, dove ovviamente fu sconfitto dall’astro emergente della destra pseudo-sociale, l’ex fascista (ex?), Gianni Alemanno, che aveva il vantaggio di esser “nuovo”, rispetto alla minestra riscaldata rutelliana, servita dal gran chef di tutte le sconfitte, il grande collezionista di figurine ed esperto di cinema, colui-che-non-sonostato-mai-comunista (essendo dirigente del Pci), Walter Veltroni.

Ebbene, al di là dello sperpero di pubblico denaro, nella fallimentare gestione della capitale, e alle pacchianerie, volgarità e nepotismo politico sfacciato (si veda l’articolo di Filippo Ceccarelli, su la Repubblica del 21 settembre), ora si scopre che nel Comune guidato dai puri e duri del Fascio (in salsa alla vaccinara), la grande abbuffata era la vera attività politica, ad ogni livello, passando dalle società di proprietà comunale ai posti di piccolo potere, spesso con strane consulenze, invenzioni di uffici e cariche, hostess e body guards, sprechi assurdi, elicotteri compresi, e video di propaganda al sindaco in stile perfettamente postmussoliniano, in un accavallarsi di commistioni, collusioni e, ovviamente, corruzioni.
Ma se dall’ente territoriale cittadino si allarga lo sguardo a quello regionale, il Lazio, allora il Comune di Alemanno pare un asilo di purezza. Il Lazio: vogliamo ricordare che fu anch’esso regalato alla destra da un altro colpo di genio del PD, dopo “l’incidente” Marrazzo? Quando solitariamente il buon Bersani decise che Emma Bonino dovesse essere la futura sindaca: “che ci azzecca”? – sarebbe stata la sola risposta possibile, che però non giunse, e la Bonino fu mandata a combattere contro un’altra donna, una sindacalista di quint’ordine, altra esponente della (sedicente) “destra sociale”. Ma come mai costei fu candidata a sua volta dal Centrodestra? Perché era uno dei tanti personaggi “inventati” dalla tv (vero, Floris?). E bucava lo schermo. La sua aria popolana, la parlata romanesca, i modi plebei ma accattivanti, potevano funzionare. E funzionarono, contro l’algida piemontese Bonino. E funzionarono (una riflessione sul potere della tv andrebbe fatta, e soprattutto sottratta alle “competenze” fredde dei massmediologi).

Ebbene – e siamo al punto massimo dello sconcerto, che diviene disgusto – qui la Regione si presenta nei termini di una sala giochi, luogo di spartizione di prebende, centro di offerta di benefits, reclutamento di qualche escort “che lo è ma non lo sembra” (Ceccarelli), e tutto il peggio che si possa pensare, secondo il modello “cene eleganti” del fu Cavaliere. Talmente eleganti da tirare in ballo la classicità, che, come è ovvio, tra i resti delle mura aureliane e l’Ara Pacis, a Roma è di casa. E con interessanti commistioni greco-romane (mica si può andare tanto per il sottile!), tra Omero e Petronio, si arriva alle feste con le donne maiale e gli uomini più maiali: parlo di travestimenti, beninteso! La festa elegante, a quanto pare, prevede sempre almeno a un certo punto della serata, il cambio panni (prima dell’eliminazione degli stessi?), la ricerca di nuove identità, il tuffo nell’inedito, nel mai visto e mai sentito. La famosa “trasgressione”, divenuta un lusso per ultraricchi. Ma in verità costoro ricchi non sono, sono soltanto affetti, in quanto generalmente esponenti di infima borghesia intimamente corrotta o addirittura lumpenproletariat disadattato, da bulimia: anelano a un rolex in più, una nuova BMW, una terza casa ai Parioli, una seconda villetta al Circeo, un conto segreto in banca estera, una cassa di vini pregiati. Miserabilia, per dirla in latino, che è lingua sicuramente nota agli eredi del SPQR. E la Polverini biancovestita urla le sue implausibili verità (un vecchio ritornello: non sapevo), protesta la propria innocenza (testimoniata dal bianco), ricorre alla mozione degli affetti (ecco le lacrime, introdotte da un’altra gran donna nella scena politica, la signora ministro del Lavoro), promette impossibili cambi di rotta (comprovati dalla sostituzione di un capogruppo), e, addirittura, udite udite, minaccia le dimissioni, quelle che mai verranno, salvo arresto da parte della Benemerita.

Ma, se Roma piange, a quanto pare, Milano non ride. E in attesa di nuove rivelazioni sulla Regione Campania e su quella Sicilia, che si dibattono nelle morse dei due anti-Stato, camorra e mafia, la virtuosa Lombardia viene ancora rappresentata dall’impresentabile Formigoni, il mio preferito, in fin dei conti… È vero, il suo aplomb sta diventato irrigidimento di chi sa che è politicamente un uomo morto, il suo sorriso che un tempo mirava ad accattivare e a ostentare sicurezza, è un ghigno funebre, e i suoi avvocati me li immagino come uomini (e donne?) sull’orlo di una crisi di nervi. Ma che stile! Che politico di razza! Colui che si è innumerevoli volte candidato alla leadership del PdL, ma ha anche lasciato aperta una porta alla nuova-vecchia DC. Il politico più elegante d’Italia, con le sue giacche lillà, i suoi pantaloni a tubo, le sue camicie hawaiane… In fondo, i leghisti hanno ragione. Milano batte Roma, e aggiungo: almeno con uno scarto di dieci punti. Nella capitale politica, si accontentano di marchette e cene porchettare, nella capitale “morale” (gulp!), sotto l’attenta regia dell’angelico uomo timorato di Dio, il vergin Formigoni (ci vorrebbe un Giuseppe Giusti, almeno, per descriverlo), transitano dalle casse pubbliche a quelle private (vedi Clinica Maugeri), milioni di euro, le cui briciole, sotto forma di vacanze esotiche in resort esclusivissimi, conti pagati a sua insaputa, voli in business gentilmente offerti…, rimangono nei dintorni del capo, o incollati alle sue dita, mentre lui, inginocchiato, recita le orazioni della sera, così concentrato da non accorgersi di nulla. Roba da autentici signori, mica le piccolezze di quei burini de Roma…


martedì 18 settembre 2012

La sceneggiata greca della Polverini

Grande serata alla Regione Lazio ieri. Lei è apparsa, vestita con una sorta di peplo virginale, bianco, e come una dea si è calata nel mondo degli umani, puntando l'indice contro le loro debolezze, i loro sentimenti bassi e volgari, la loro cupidigia, la loro ingordigia, la loro ipocrisia. La loro.
Grande  rappresentazione davvero, ogni fibra del suo corpo ha fatto la sua parte, non un cedimento della mimica, della postura, del tono di voce. Un volto affilato che fendeva l'aria e sembrava voler affettare i presenti.
Renata Polverini nulla sapeva e nulla poteva sapere di tutto ciò che i suoi sodali facevano alle sue spalle, tanto era impegnata nel suo ruolo di governante tignosa e irreprensibile, tutta dedita al bene dei suoi sudditi (pardon volevo dire cittadini). Eppure durante il suo “governatorato”, la pattuglia delle zanzare radicali, in più di un'occasione aveva presentato emendamenti ad hoc allo scopo di regolamentare i finanziamenti dei vari gruppi e per mettere mano alle commissioni (19, un record assoluto fra tutte le regioni italiche). Ma lei niente, anzi tanto per non smentire il suo proverbiale pragmatismo è ricorsa al solito trucchetto del “maxiemendamento tombale” e tanti saluti agli emendamenti radicali. Non solo, ma i rompiscatole pannelliani avevano anche presentato proposte di legge per porre fine fine allo scandalo dei “monogruppi”, che permettere ad un singolo consigliere di fare il gruppo di se medesimo. Anche per quello niente. La governatrice si è ben guardata dall'urtare la sensibilità di chi al momento buono deve votare come un sol uomo, non sia mai a qualcuno venisse appetito e uscisse a farsi un panino, come è successo al buon Alfredo Milioni all'atto della presentazione della lista del Pdl. Dulcis in fundo, la legge sulla pensione agli assessori esterni, una legge anche questa ad hoc per risarcire le vittime del maledetto panino. Un milione di euro l'anno di spesa per garantire una vecchiaia dignitosa a questi onesti servitori dello stato.
Se non era una recita, quella di ieri sera, qui abbiamo a che fare con ogni probabilità di un caso di personalità multipla, perché è ovvio che ci sono almeno due Polverini in campo: una molto pratica, che bada al sodo e che favorisce i trombati del Pdl per tenerseli buoni, e l'altra, una sorta di Savonarola capitolina, che viene fuori solo quando il clamore provocato dai degenerati del partito supera una certa soglia.
Mi sorge un dubbio: i cittadini laziali per quale delle due hanno votato?


domenica 16 settembre 2012

Far cadere la Polverini

Se l'opposizione, la sinistra, il cappellaio matto o chi vi pare non lo capiscono allora sono degli sprovveduti o sono in mala fede. Far cadere la Polverini, per i recenti fatti di corruzione che investono il suo partito, nella persona di tal Fiorito, capogruppo del Pdl, contrapponendo alla melma di interessi privati e affari di famiglia, una visione del tutto rinnovata della politica, dovrebbe essere un impegno prioritario per le forze del cosiddetto rinnovamento. Quale migliore occasione per unire la necessaria visibilità mediatica alla possibilità di diffondere un messaggio a tutta la nazione, un messaggio che punti l'indice sui vizi atavici della politica e il nesso che sussiste fra questi e la rovina di un'intera nazione, e proponga allo stesso tempo un nuovo patto con i cittadini. D'accordo sono il primo a dire che in questo momento il problema principale è opporsi alle concezioni liberiste in economia, portate avanti in nome dell'Europa, e affermare l'idea di bene comune, ma la politica è fatta di livelli differenti ed ognuno di essi rappresenta un fulcro su cui si può far leva. La Polverini, così come Formigoni, è l'emblema di una classe politica che attraverso l'uso spudorato del potere, riesce a perpetuare se stessa.
Aggredire questi politicanti, e non parlo solo del Pdl, colpendoli nei loro punti deboli, dovrebbe essere un dovere, oltreché un fatto liberatorio.

sabato 2 giugno 2012

Le piaghe del Vaticano


di Alberto Statera, da Micromega

Fa davvero rabbia pensare a quanti dei nostri soldi vanno a finire in tasca a questi tonacati con le mani in pasta. Avete visto le scenografie stile corea a Milano? Soldi nostri, per glorificare chi e che cosa?


Una Vatican Connection, i cui fili uniscono in una trama ferrea le inverecondie politico-affaristiche della prima e della seconda Repubblica italiana. Senza dover tornare troppo indietro fino a Sindona, all’Ambrosiano, alla P2 o al riciclaggio nel Torrione di Niccolò V della tangente Enimont, madre di tutte le tangenti della prima Repubblica, basta ripercorrere le vicende che hanno segnato i tre lustri del berlusconismo per tracciare un compendio quasi completo degli scandali italici transitati in qualche modo nel Cortile di San Damaso. Dalla Protezione Civile ai Grandi Eventi, dai Furbetti del Quartierino capitanati dal pio legionario di Cristo Antonio Fazio, intimo del cardinal Gian Battista Re, alla P3 e alla P4; dal San Raffaele di don Verzé al grumo di interessi immobiliari di Propaganda Fide. In una folla di cardinali e faccendieri, ministri e affaristi, Gentiluomini di Sua Santità e bancarottieri, opuisdeisti e massoni, cilici e compassi.

«Ma perché — arriva a chiedersi un prete di base come don Paolo Farinella — il Vaticano appoggia sempre i corrotti, i corruttori, i ladri e i manipolatori di coscienze? Perché si affida a Gianni Letta, coordinatore della rete di corruttela?». Sì, Gianni Letta, che il Segretario di Stato Tarcisio Bertone definisce «il nostro ambasciatore presso lo Stato italiano», e la sua corte di disinvolti grand commis, di generali felloni e di spudorati faccendieri. Non solo il ben noto Luigi Bisignani (che ha da poco patteggiato un anno e sette mesi di reclusione per lo scandalo P4), il quale si occupò del lavaggio della maxitangente Enimont e curava il conto “Omissis” di Giulio Andreotti allo Ior, ma anche l’altra eminenza grigia dell’ultimo decennio: il signore degli appalti truccati Angelo Balducci, il Gentiluomo di Sua Santità versato non solo nella corruttela del denaro e del potere, ma anche in quella indotta dalle sue abitudini sessuali, che ha rivelato persino l’onta di un giro di prostituzione maschile all’interno delle mura leonine, quelle che difesero San Pietro dai musulmani. «Angelo — gli sussurrava al telefono (registrato dai magistrati — ndr) il corista vaticano che gli procurava la “merce” tra i seminaristi — non ti dico altro: è alto due metri per 97 chili, 33 anni, completamente attivo»; «Ho un tedesco appena arrivato o vuoi stare col norvegese?».

Questo Balducci, presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici prima dell’arresto e dell’espulsione dai Gentiluomini di cui faceva parte già dal 1995, dieci anni prima di Gianni Letta, titolare di un conto assai movimentato allo Ior, assurge definitivamente a fiduciario vaticano in occasione del Giubileo dell’anno 2000 al seguito del cardinale Crescenzio Sepe, oggi arcivescovo di Napoli, indagato per corruzione, che lo nomina supervisore delle ristrutturazioni e delle manutenzioni dell’immenso patrimonio immobiliare di Propaganda Fide. Un centro di potere e di affari opachi senza eguale. Ne fa una sorta di agenzia immobiliare per i potenti a condizioni di favore. Se un ministro come Pietro Lunardi vuole fare un business sicuro, Balducci gli procura un palazzetto di mille metri quadrati in via dei Prefetti a prezzo d’affezione. A chi non compra, Propaganda Fide fornisce appartamenti nelle zone storiche di Roma e Diego Anemone, l’imprenditore protagonista tra l’altro dello scandalo degli appalti del G8 della Maddalena (che comprò l’appartamento del ministro Scajola “a sua insaputa”), costato agli italiani alcune centinaia di milioni di euro, introdotto da anni in Vaticano da Balducci tramite monsignor Francesco Camaldo, ex segretario del cardinale Ugo Poletti e capo del cerimoniale pontificio, li ristruttura gratis et amore Dei.

Intorno a lui, un sabba di prelati piuttosto sinistri. Da don Piero Vergari, priore della Basilica di Sant’Apollinare (dove fu sepolto il boss della banda della Magliana Enrico De Pedis) indagato per il rapimento di Emanuela Orlandi, a don Evaldo Biasini, economo dei missionari del Preziosissimo Sangue e gestore della cassaforte nera di Anemone e Balducci.
È in una reggia concessa da Propaganda Fide, residenza di Bruno Vespa e di Augusta Iannini nei pressi di piazza di Spagna, che nel luglio 2010 il cardinal Bertone, ospite con Berlusconi, Gianni Letta e Cesare Geronzi, cerca di convincere Pier Ferdinando Casini a salvare il governo del Cavaliere e con lui gli interessi della Chiesa. Sulla terrazza che guarda Roma c’è anche l’allora governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, che forse capisce un po’ tardivamente di cosa si tratta e, con una scusa, lascia il convivio appena può. Gli altri commensali sono più intimi. Col segretario di Stato vaticano, che celebrò le nozze di una delle sue figlie, Geronzi si da del tu.

Letta è Gentiluomo di Sua Santità, un’armata di uomini in frac e collare d’oro, già denominati Cavalieri di Spada e Cappa, utili per «tante nascoste mansioni», come disse papa Ratzinger ricevendoli e non cogliendo l’allusione che, visti i fatti, in italiano non risulta molto commendevole. L’ordine riunisce i massimi dignitari laici della “famiglia pontificia”, per gran parte italiani, un centinaio, non di rado inseguiti dalla giustizia, come già capitò al massone Umberto Ortolani, gentiluomo — si fa per dire — del Papa e al tempo stesso capo della Loggia massonica P2 in condominio con Licio Gelli. Tre di loro figurano oggi nel solo scandalo degli appalti per i Grandi Eventi. Gli stranieri non elevano peraltro il tasso di moralità del club, visto che vi figura, tra gli altri, Herbert Batliner, il re delle fiduciarie offshore, coinvolto nella storia della Banca Rasini, di cui fu direttore Luigi Berlusconi, papà dell’ex premier, definita lo sportello della mafia e del Vaticano. E poi rilevata da Gianpiero Fiorani, l’ex banchiere che faceva costosi presenti alla consorte dell’ex pio governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio e, a suo dire, finanziava in nero il cardinale Castillo Lara, i Legionari di Cristo e la Lega di Bossi impantanata nello scandalo Credieuronord. Quanto a Guido Bertolaso, per anni pilastro vanaglorioso del sistema Letta-Bisignani- Balducci, pare che non figuri nella lista dei pii uomini in frac, ma non aveva comunque problemi, con tutti gli appalti che gestiva senza controlli, a ottenere dal collaboratore Memores Domini del cardinal Sepe il quartierino in via Giulia, ideale per i suoi massaggi alla schiena. Anche lui è uno di famiglia: la sorella Marta è nel Campus biomedico dell’Opus Dei, il fratello Emanuele nel Consiglio regionale per l’Austria della prelatura.

Dagli appalti del G8 della Maddalena alla corruzione internazionale di Finmeccanica. «Ieri sera ho parlato con Bertone, mi ha chiamato lui al telefono», spara il massone Valterino Lavitola, sedicente giornalista ed editore, curatore di dossier diffamatori e faccendiere personale di Berlusconi e dei suoi traffici di letto e di affari sporchi, oggi in galera, al suo sodale “Ciccio” Colucci, ex socialista, questore berlusconiano della Camera. Sostiene che vogliono farlo sottosegretario o commissario straordinario per il terremoto in Abruzzo. Dice che la Santanché «è invisa in Vaticano» e che il Segretario di Stato si sta spendendo per questo a suo favore con il gentiluomo Letta. «Assurdità che rasenta il ridicolo», replica la Segreteria di Stato quando esce l’intercettazione. Ma tutto ormai sembra possibile là oltre il portone di bronzo se è vero che, caduto Berlusconi, la seconda autorità religiosa dopo il Papa propone a Mario Monti come sottosegretario nel governo “strano” dei tecnici Marco Simeon, un giovanotto suo pupillo fin da quando era Arcivescovo Metropolita di Genova. Quando anni fa Capitalia si fonde nell’Unicredito di Alessandro Profumo, il Vaticano si allarma. Geronzi corre allora all’ambasciata d’Italia presso la Santa Sede per rassicurare la Conferenza Episcopale e si prende il figlio del benzinaio sanremese come super-consulente. Sarà poi Simeon, nel frattempo diventato responsabile di Rai Vaticano dopo aver soponsorizzato l’opusdeista Lorenza Lei alla direzione generale, a organizzare il siluramento del cardinale Carlo Maria Viganò, che andava denunciando «una situazione inimmaginabile » di «corruzione ampiamente diffusa » negli appalti e nelle forniture vaticane. Un malaffare «a tutti noto in Curia». Ma il giovanotto è talmente sicuro di sé che poche settimane fa in un’intervista al “Fatto Quotidiano” ha fornito una risposta alquanto ambigua quando gli hanno chiesto se, come dicono incontrollati pettegolezzi, lui del Segretario di Stato è in realtà il figlio.

Il destino di Gotti Tedeschi, cacciato la scorsa settimana dallo Ior con immeritata ignominia, era comunque segnato fin da quando Geronzi, manifestandogli sommo disprezzo, disse di lui in un’intervista al Corriere della Sera: «È un personaggio ritenuto preparato che si è particolarmente esercitato nella demografia », riferendosi ai cinque figli dell’ormai ex banchiere del Papa, che si era opposto al salvataggio del San Raffaele di don Verzé da parte dello Ior, affossando il progetto di un grande polo sanitario vaticano coltivato con determinazione dal cardinal Bertone. E comunque i segreti inconfessabili della prima e della seconda Repubblica e del papato, sigillati nel caveau dello Ior non erano più considerati abbastanza blindati.
Vi risparmieremo i dettagli del romanzo criminale intrecciato al potere politico di don Verzé, che tra l’altro utilizzava l’ex capo dei Servizi segreti italiani Nicolò Pollari per minacciare attentati ai suoi nemici, e anche gli sviluppi quotidiani dello scandalo di cui è protagonista il Memores Domini Roberto Formigoni, con il suo coté di cardinali di Curia, da cui fortunatamente ha tempestivamente preso le distanze l’arcivescovo di Milano Angelo Scola. Ma con la certezza che «appena suona la moneta nella cassa, l’anima salta fuori dal purgatorio», come diceva il predicatore medievale Tetzel, che durante il papato di Giulio II vendeva lettere di indulgenza per la remissione dei peccati in cambio di denaro sonante. Che non olet nella stanze
del vicario di Cristo.


Fonte: Repubblica 31 Maggio 2012

sabato 26 maggio 2012

Perché il Vaticano teme “Sua Santità”. Parla Gianluigi Nuzzi


Intervista a Gianluigi Nuzzi di Mariagloria Fontana da Micromega


Gianluigi Nuzzi, firma del quotidiano ‘Libero’ e volto del programma televisivo in onda la scorsa stagione su la7 ‘Gli intoccabili’, dopo le inchieste “Vaticano Spa” e “Metastasi”, torna a raccontare i segreti del Vaticano. Questa volta lo fa con il libro "Sua Santità" (ed. Chiarelettere) in cui svela intrighi di potere, corruzione e intrecci tra il Governo italiano e la Chiesa, attraverso carte segrete di Papa Benedetto XVI, inedite e private, al centro di polemiche in queste ore dopo l'arresto dell'uomo che secondo il Vaticano avrebbe trafugato i documenti riservati.

Immediatamente dopo la pubblicazione del suo libro ‘Sua Santità’, il Vaticano ha comunicato che agirà per vie legali.Questa è una risposta oscurantista da parte del Vaticano. Il giornalista ha il dovere deontologico di rendere pubbliche le notizie che trova. Io ho fatto solo il mio mestiere. Mi fa ridere pensare che il Vaticano chieda aiuto ai magistrati italiani dopo che non ha mai risposto alle rogatorie che ha ricevuto su tante vicende. Gliene indico solo una: l’omicidio del banchiere Roberto Calvi. Lo stesso pm del caso Calvi ha detto che alcune rogatorie sono rimaste del tutto inevase. Da una parte, sulle vicende di sangue, il Vaticano non risponde. Dall’altra, dopo l’uscita del mio libro, ricorre alla magistratura italiana per stanare le mie fonti.

Non c’è stata nessuna violazione della privacy?Ma sta scherzando? Qui si tratta di dovere di cronaca. Quando si entra in possesso di un memorandum del Papa in occasione dell’incontro con il Presidente Napolitano, credo che il dovere di cronaca sia preminente. Capire chi sono stati i congiurati che hanno fatto fuori Boffo, secondo le sue stesse parole, è prioritario. Sapere che c’è stato un lavoro diplomatico che si è sviluppato tra l’Italia e il Vaticano per evitare che il Vaticano pagasse una multa sugli arretrati della tassa dell’Ici e che questa trattativa si è sviluppata in incontri tra Tremonti e l’ex presidente della Banca dello Ior Gotti Tedeschi, interessa tutti gli italiani che pagano le tasse. Come pure il memorandum sulle leggi da modificare che finisce nelle mani del Santo Padre alla vigilia dell’incontro con il Presidente Giorgio Napolitano. È interessante sapere che il Vaticano è intervenuto perché l’Eta deponesse le armi. Sono storie che non riguardano solo il Vaticano, ma tutta la politica italiana e internazionale, si intrecciano con essa e con le scelte economiche. Ci sono vicende singolari, come quella dell’automobile targata ‘Stato Città del Vaticano’ condotta da alcuni gendarmi del Vaticano che vanno a cena con colleghi dell’Interpol e quando escono ritrovano la macchina crivellata di colpi. Vogliamo rassicurarci dicendo che sicuramente è stato un balordo? Cos’è successo? Non lo sappiamo.

I ‘reati’ imputati dal Vaticano sono furto e ricettazione.La ricettazione di notizie è un brutto segnale, indica un bavaglio all’informazione. È curioso che in un Paese, il Vaticano, dove hanno introdotto soltanto nel 2009 la legge antiriciclaggio, proprio loro indichino alle autorità italiane il reato di ricettazione. È surreale. Comunque in Italia per la Cassazione non esiste la ricettazione di notizie. Se io avessi dei documenti e li tenessi nel cassetto, farei un altro mestiere. Ancora peggio se tenessi per me una parte dei documenti senza pubblicarli, qualora li reputassi ‘compromettenti’, perché sarei da considerare un ricattatore che distilla notizie per il suo tornaconto. I cassetti dei giornalisti devono essere vuoti.

Si aspettava tanto clamore o è abituato, date le tematiche del suo precedente libro ‘Vaticano spa’?‘Vaticano Spa’ non ha sortito alcuna reazione del Vaticano. Hanno cercato di far passare tutto sotto silenzio nonostante avessi migliaia di documenti e parlassi di come la maxi tangente Enimont fosse passata per lo Ior, la banca vaticana. Anche lì c’erano tante lettere, ma forse non davano fastidio ad altri.

Perché ‘Sua Santità’ indispettisce il Vaticano?Per la prima volta abbiamo occasione di conoscere il dietro le quinte delle attività tra l’ Italia e il Vaticano. Sappiamo dei timori del Vaticano rispetto alla situazione economica mondiale, soprattutto in relazione alla crisi delle offerte. Inoltre, veniamo a conoscenza del conto personale del Papa nella banca vaticana, lo Ior. Si sono adirati perché abbiamo una molteplice varietà di notizie e di informazioni. Ma non con me, mi auguro, perché sarebbe un brutto segnale per la libertà di stampa. Ce l’hanno con le mie ‘fonti’. Ora cercheranno di individuare chi ha passato i documenti.

Nel suo libro sostiene che una delle priorità del papato attuale è di tenere unita la Chiesa. Fino a che punto?È un tentativo dal Santo Padre rispetto alla crisi dei fedeli, che, certo, di questi tempi non aumentano. C’è l’impegno di tenere unite le varie anime della chiesa, tutti i movimenti interni: da Comunione e Liberazione all’Opus Dei e altri. C’è anche un tentativo di dialogo con la chiesa ufficiale cinese. Poi c’è stata un’apertura anche quando il Papa ha revocato la scomunica ai quattro vescovi lefebvriani. Benedetto XVI cerca di recuperare lo scisma che c’è stato con tutti i gruppi, anche con i Legionari di Cristo emerge in maniera forte il tentativo di non criminalizzarli. Peccato che poi ci sia molto disagio e subbuglio all’interno di questi movimenti.

Lei dedica anche un capitolo alle offerte destinate al Vaticano. Ci sono varie personalità, tra cui Bruno Vespa, che versa un assegna di 10.000 euro.Trovavo interessante questo viavai di oboli che arriva in Vaticano la vigilia di Natale. Volevo evidenziare il flusso di denaro proveniente da tante personalità. Credo che il fatto che Bruno Vespa ceni a casa sua con il Segretario di Stato Tarcisio Bertone non sia un fatto proprio usuale. C’è un mondo, che non conosciamo, che dialoga con il Vaticano, un mondo di relazioni che è emblematico e che si manifesta anche con quell’assegno. Mi piaceva e mi interessava il fatto che Vespa chiedesse un appuntamento a Papa Benedetto XVI nella stessa lettera in cui versa diecimila euro. Letta, Geronzi, Bisignani, sono tutti uomini che hanno ruotato in quel mondo, tutta quella rete relazionale è stata un pezzo importante del potere politico ed economico in Italia ed era giusto raccontarlo. Vespa rappresenta un’interfaccia mediatica. Mi incuriosiva perché lui chiede un appuntamento con il Papa e c’è un’attenzione che normalmente, se lei scrive al Papa o a chi per lui, certo non le rivolgono, non valutano la sua lettera.

A suo avviso, quali sono le differenze tra il papato di Benedetto XVI e quello del suo predecessore Giovanni Paolo II?Benedetto XVI cerca di cambiare le cose, al contrario del precedente pontificato, però incontra tante resistenze. La priorità per Giovanni Paolo II era soprattutto far cadere il comunismo nei Paesi dell’Est e liberare la sua Polonia con qualsiasi mezzo, anche finanziario. Benedetto XVI è molto meno simpatico, mediaticamente parlando. Però ha compiuto dei cambiamenti importanti. Durante il papato di Giovanni Paolo II, la pedofilia non era perseguita come oggi. Questo papa ha rimosso cinquanta vescovi, Giovanni Paolo II ha coperto la pedofilia. Inoltre, ho notato da questi documenti che nel precedente papato rivolgersi a Giovanni Paolo II era un fatto raro ed eccezionale, ci si rivolgeva alla Segreteria di Stato. Oggi invece molti scavalcano la Segreteria di Stato e si rivolgono direttamente al Santo Padre. Anzi, indicano nella Segreteria di Stato una sorta di ‘problema’. C’è un’ipoteca sulla Segreteria di Stato da parte di diversi cardinali. Tant’è che andarono a Castel Gandolfo per chiedere al Papa di dimettere Bertone.

Il Segretario di Stato Tarcisio Bertone è una figura chiave.È Il numero due del Vaticano. La Digos scandaglia anche il rapporto tra lui e Benedetto XVI, è interessante capirne le radici e comprendere che tipo di rapporto c’è tra il Papa e lui. Benedetto XVI lo ha voluto fortemente, si fida di lui, lo ha avuto con sé dal 1995 al 2003 come segretario della Congregazione per la Dottrina di Fede, quando il Papa era ancora prefetto. Bertone è fondamentale per i suoi legami e i contatti con il mondo della politica italiana.

Quali scenari politici ed economici odierni spaventano il Vaticano? La paura oggi non viene dal patto di Varsavia, naturalmente siamo in un altro periodo storico. Il timore oggi è rappresentato dalla Cina e dai paesi emergenti. La preoccupazione, come si deduce dai documenti che ho pubblicato, è di vedere i paesi occidentali impoverirsi a causa della crisi economica e del sistema che stanno soffocando l’economia americana, italiana, spagnola, tradizionalmente i paesi più generosi nei confronti della Chiesa. Mentre i paesi che sarebbero da evangelizzare, come l’India e la Cina, stanno diventando la locomotiva economica del mondo. L’allarme è che la Cina, oltre a questa sua bulimia finanziaria, economica, industriale, metta le mani sull’estrazione delle materie prime, controlli le borse e i fondi di investimento, compri il debito dei paesi e, oltre a tutto questo, esporti l’ateismo, lo diffonda. Questo spaventa i sacri palazzi.

Il ‘caso Boffo’ rivela scuole di pensiero distinte, all’interno del Vaticano, nei confronti della politica dell’ex governo Berlusconi.Non riduciamo la questione a pro e contro Berlusconi. Ci sono davvero tante individualità all’interno del Vaticano. Sicuramente c’è Dino Boffo che afferisce alla scuola di Ruini e di Bagnasco, i quali sostengono che la Chiesa deve avere un ruolo attivo nei confronti della politica italiana perché la missione politica e sociale fa parte del compito della Chiesa stessa. Dall’altra parte, c’è una scuola più tradizionale che dice il contrario, cioè che non ci deve essere questa ‘ingerenza’. In realtà, vediamo che i rapporti sono strettissimi. In Vaticano ci sono tante anime che si sovrappongono, non è una partita di calcio. Il caso Boffo è stata un’operazione partita all’interno del Vaticano che è finita sul tavolo di Vittorio Feltri con tanto di documenti. Mi perdonerete, ma io credo che Feltri fosse in buona fede, aveva verificato la sua ‘fonte’, non aveva motivo di dubitarne. Ha fatto il suo ‘scoop’ in una logica per taluni discutibile: Boffo criticava di malcostume Berlusconi, poi lo stesso Boffo era condannato per molestie omosessuali. Essendo il giornale di Feltri di proprietà di Berlusconi, è evidente che questa cosa ha assunto un rilievo politico tutto italiano. Si è detto: Berlusconi e Feltri attaccano Boffo, da lì ‘il metodo Boffo’ e si è vissuta questa vicenda nel solito dramma agrodolce all’italiana, senza chiedersi chi avesse portato questo documento a Feltri e perché. Oggi Boffo indica dei nomi, sono quelli veri? Non lo so, lo dice Boffo. Di certo, lui è stato riammesso all’interno della Chiesa e gli è stato dato un altro ruolo di grande rilievo, la direzione della tv della Cei, Tv 2000. Se io dico delle falsità il mio datore di lavoro non mi promuove, ma nemmeno mi riassume. Dall’altra parte anche le persone che accusa Boffo sono rimaste tutte ai loro posti. È una situazione gemella a quella di Viganò e troviamo le stesse persone coinvolte nella faccenda. I congiurati sono sempre gli stessi.

Quali sono stati gli uomini politici del Governo Berlusconi che hanno mediato con il Vaticano e quali sono quelli del Governo Monti?Il governo Berlusconi aveva due ‘alfieri’, due diplomatici a cui era legata l’attività di confronto con il Vaticano: Gianni Letta e Giulio Tremonti. Oggi il Vaticano può contare su ministri che prima di dire sì al Governo Monti hanno chiesto il beneplacito all’interno dei Sacri Palazzi. Hanno chiesto a Padre Georg Ganswein se potevano accettare l’incarico di diventare Ministri. Uno su tutti: Andrea Riccardi, il fondatore della comunità di Sant’Egidio, che è esattamente Ministro per la Cooperazione Internazionale e l’Integrazione. Poi ci sono i ministri Lorenzo Ornaghi e Corrado Passera. Per dirlo con una battuta: questo è uno tra i governi ‘tecnicamente’ più filo vaticani che abbiamo mai avuto. Mi riferisco a questo secolo, perché naturalmente Andreotti e la Dc battevano tutti.

Sul caso Emanuela Orlandi lei, fino a qualche tempo fa, diceva che non sarebbe stata mai aperta la tomba del boss della Magliana Renato De Pedis sepolto nella chiesa di Sant’Apollinare.Sono cambiati gli scenari. Quando ho detto che il Vaticano non l’avrebbe mai aperta, è perché non sapevo che fosse indagato Don Vergari. Il fatto che l’ex rettore della basilica di Sant’Apollinare sia indagato mette il Vaticano in una posizione che non può ostacolare lo sviluppo delle indagini, quindi ha dato un nulla osta, non indispensabile, ma importante, perché venga fatta chiarezza. Quello che emerge dalle carte è che il prelato Giampiero Gloder, capo dei ghotstwriters del Papa, scrive al Santo Padre di non intervenire sulla vicenda durante l’omelia dell’Angelus, perché sarebbe un riconoscimento indiretto del problema. Comunque, credo che si debba sempre ragionare sulla vicenda Orlandi ricordandosi di Mirella Gregori. Entrambe le ragazze sono scomparse a un mese di distanza. Penso che questa sia la giusta chiave di lettura.

Lei racconta di una ‘nota preparatoria’ scritta da monsignor Dominique Manberti, ministro degli Esteri della Santa Sede, per Benedetto XVI in occasione di una cena segreta con il nostro Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.Nella nota, Dominique Manberti indica al Papa una serie di appunti relativi all’incontro del 19 gennaio 2009, giorno in cui vedrà Napolitano. Il primo paragrafo è dedicato a una biografia di Napolitano. Ho trovato ‘divertente’ il fatto che sottolinei che Napolitano si è sposato con rito civile e non con quello religioso. Poi si entra più nel dettaglio nel secondo paragrafo, perché si introducono i temi di interesse della Santa Sede e della Chiesa in Italia. Si evidenzia la centralità e il valore della famiglia e, in seguito, i temi eticamente sensibili. In questi appunti è scritto che si devono evitare equiparazioni legislative e amministrative tra le famiglie fondate sul matrimonio e altri tipi di unione. Magari il Papa non li ha neanche usati, ma il fatto stesso che siano stati evidenziati questi temi è grave. Non hanno evidenziato il problema della fame nel mondo, la disoccupazione, le tasse. Hanno sottolineato i problemi legati a temi eticamente sensibili. C’è scritto, inoltre, che riguardo all’ipotesi di intervento legislativo in materia di fine vita e di fine trattamento, si deve evitare che l’eutanasia passi. Poi si parla anche di parità scolastica e di calo demografico. Ci sono indicazioni precise. il Papa deve fare leva su Napolitano. Lei si immagini Napolitano che fa pressione su Obama su delle leggi americane. Perché lo stato vaticano può far pressione sullo stato italiano? Perché uno stato sì e l’altro non può farlo? La mia è una provocazione, ma credo che qui ci sia una rilevanza della notizia.

Il Vaticano ha paura di essere delegittimato dalle rivelazioni contenute nel suo libro?Ma scusi, sono io che delegittimo le Sacre Istituzioni o sono loro che si autodelegittimano con l’omicidio Calvi, con Emanuela Orlandi, con la strage delle guardie svizzere, con la banca dello Ior?