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venerdì 14 settembre 2012

Morena Luciani: un mondo nuovo oltre il patriarcato

di Sonia Sion da passaparola.info

Morena Luciani: un mondo nuovo oltre il patriarcato

Le società matriarcali possono suggerirci soluzioni per affrontare conflitti e problemi della nostra cultura ? Ne parliamo con l’antropologa e artista Morena Luciani, presidente dell’associazione Laima di Torino che ha organizzato, lo scorso marzo, il convegno internazionale “Culture Indigene di Pace. Donne e uomini oltre il conflitto”.
Da circa cinquemila anni il paradigma patriarcale rappresenta il potere egemonico che ha regolato tutta la società umana ma nelle culture matrifocali  uomo e donna hanno pari diritti e dignità. Le culture incentrate sul matriarcato ci insegnano un modo diverso di vivere e lo sciamanesimo, su cui l’antropologa ha incentrato il suo ultimo libro Donne Sciamane (Ed.Venexia), non è una pratica esotica ed estranea alla nostra cultura ma può insegnarci molto su come riappropriarci delle radici che ci collegano alla natura.

Nel marzo scorso, dopo lunghe trattative con il governo cinese sei riuscita il insieme ad altre donne a far arrivare in Italia le donne Moso per il convegno  Culture indigene di pace. Chi sono?
Ake Dama e Najin Lacong sono giunte a noi dalla lontana Cina, come esponenti della comunità matriarcale dei Moso. Purtroppo sono una minoranza etnica ed è stato piuttosto difficile riuscire a ottenere il visto. Io e Francesca Rosati Freeman ci abbiamo lavorato intensamente per sei mesi…un convegno sui popoli di pace matriarcali senza le donne Moso avrebbe perso di significato.
Cosa possono insegnarci le culture basate su modelli matriarcali?
In primo luogo a superare i paradossi della famiglia mononucleare imposta dalla nostra società sessista e patriarcale. Le culture matriarcali insegnano che esistono comunità umane fondate sulla collaborazione e sulla pace, sull’assenza di ruoli fissi, sulla libertà sessuale. Le donne sganciano le relazioni amorose dai doveri familiari e non dipendono economicamente dagli uomini. Se una relazione si interrompe, non si creano situazioni dolorose per  bambini e bambine. L’economia, come sostiene Genevieve Vaughan, è del dono, nel senso che c’è la condivisione e non lo sfruttamento delle risorse, né umane, né naturali. E’ un altro paradigma, un’altra visione del mondo. Le donne Moso raccontavano che ultimamente il turismo presso le loro terre era aumentato e che quindi le guest-house vicino al lago sarebbero state favorite per la loro posizione e si sarebbero creati dislivelli economici all’interno della comunità. Per evitare questo, le famiglie proprietarie delle case in posizioni più favorevoli, mandavano i turisti anche presso i loro vicini. Sono società sacrali che ci insegnano l’equilibrio. Quello tra donne e uomini, bambine e bambini, animali, piante e come dice il pensiero buddhista, tutti gli esseri senzienti.
A quali conclusioni sei giunta dopo il convegno?
Diciamo che ora uso con più convinzione il termine “matriarcale”. La Madre, la Matrice, è in primo luogo la Madre Cosmica. Mettere al centro le Madri, quelle terrene come noi e quelle simboliche è  assolutamente necessario per uscire dalla spirale violenta e gerarchica a cui il patriarcato ci ha abituato da circa 5000 anni. Questo lavoro che potremmo chiamare processo di ri-connessione elementale è già in atto, c’è un grande fermento in tutto il mondo, anche in Italia, visto il successo del convegno e per fortuna ci sono anche molti uomini che si stanno aprendo a questa visione delle cose.
Su facebook sei Morena Luciani Russo e ho visto altre donne aggiungere un altro cognome a quello abituale perché?
Stiamo aggiungendo il cognome materno, visto che in questo paese non è ancora un diritto riconosciuto. Personalmente sento come una ferita non avere il cognome di colei che attraverso il suo corpo mi ha dato la vita e ancor più mi fa male il fatto che i miei figli non abbiano anche il mio cognome vicino a quello dei loro padri. Ho due figli da due papà diversi ed è come se per la legge non fossero fratelli. Non è assurdo? Sono entrambi nati dal mio ventre. Ora in Italia, come ha spiegato bene al convegno Iole Natoli, è possibile richiedere attraverso una serie di procedure di aggiungere il cognome materno e lo farò al più presto, ma forse dentro di me c’è qualcosa che spera in una legge più giusta, perché se lo facessi sarei comunque obbligata ad avere il cognome che risale a mio nonno e al lignaggio maschile. Una volta ho discusso di questo problema con  Luciana Percovich   e lei sosteneva che un vero cognome materno potrebbe essere il nome proprio di una nostra nonna o bisnonna. Io penso che questa sia un’idea grandiosa, ma certo è ancora utopistico, visto che non si riesce nemmeno ad ottenere una legge  che per diritto assegni entrambi i cognomi ai figli.


Nel marzo scorso, dopo il convegno, è uscito il tuo libro Donne Sciamane (Ed.Venexia). Perché gli antropologi parlano poco di sciamanesimo femminile?
Come spiego nel libro bisogna considerare il problema sotto due aspetti: quello interpreatativo e quello storico. Gli antropologi che si sono inizialmente occupati di sciamanesimo erano perlopiù uomini e hanno quindi focalizzato i loro studi sulle caratteristiche maschili, come la malattia iniziatica o il volo magico, un po’ perchè le donne difficilmente rivelavano il loro sapere sacro agli uomini, un po’ perchè  nella maggior parte delle società analizzate le donne non “apparivano”, non avevano potere politico. Quindi si è preferito chiamarle guaritrici, curandere ecc., mentre gli uomini che esercitavano il potere spirituale erano Sciamani, consiglieri dei capi, se non in alcuni casi capi essi stessi. Poi bisogna considerare che lo sciamanesimo è stato considerato come la prima “religione” dell’umanità e pertanto messo in relazione con la preistoria e con quell’idea di mondo preistorico che archeologi, paleontologi e antropologi hanno costruito per noi. Banalmente è lo stesso immaginario che ha pervaso per anni film e cartoni animati, quel quadretto in cui gli uomini con la clava erano i cacciatori di grandi prede e le donne tutte dedite alla sopravvivenza morivano giovani a causa delle numerose gravidanze.  In questa visione del mondo, gli sciamani erano parte integrante dei gruppi di cacciatori e quindi gli aspetti rituali, artistici, politici della società erano del tutto in mano agli individui di sesso maschile.
Ma questa teoria interpretativa è ad oggi del tutto screditata e i più antichi scheletri riesumati con paraphernalia e oggetti rituali risultano appartenere a donne! Nel libro ho cercato di analizzare tutti gli elementi che hanno cancellato la spiritualità femminile all’interno della storia.

Nella nostra cultura la donna vive scissa dal proprio corpo e  questo si manifesta con dolorose patologie e con l’adesione a modelli imposti da una mentalità maschilista. Cosa ci insegna lo sciamanesimo sul  corpo femminile?
Ci insegna che la spiritualità è nel nostro corpo, a partire dal nostro ciclo mestruale che ci predispone biologicamente a vivere  “qui e là”, sperimentando ogni mese, fin da quando siamo ragazzine stati di coscienza non ordinari…la famosa “intuizione femminile”, che all’interno del mondo patriarcale è diventata conoscenza di tipo B. Come spiegano studiose come Camilla Power e Judy Grahn il ciclo rosso è il fondamento  di tutta la ritualità umana, è il tempo, la matematica e il “tempio”. E poi c’è l’altro aspetto, il parto. La capacità di dare la vita è una diretta connessione con il mondo del mistero. In molte culture, tra cui alcuni popoli aborigeni dell’Australia, le donne non avevano bisogno di rituali o malattie inziatiche per diventare sciamane, il parto era già considerato una via preferenziale.
Tu sei anche un’artista e nel tuo libro parli ampiamente del rapporto tra arte e fenomeni estatici, che rapporto c’è tra sciamanesimo e creazione artistica?
E’ una domanda complessa, dovrei scrivere un libro solo su questo argomento, ma per usare una metafora, potrei dire che arte e sciamanesimo sono amanti sin dai primordi dell’umanità. La teoria fosfenica elaborata da Lewis-Williams, Dowson e Clottes che mette in relazione l’arte rupestre con gli stati sciamanici di conoscenza e gli studi delle neuroscienze, ha comportato un cambio di paradigma in questo campo. Se poi a questa si aggiungono gli studi di archeomitologia della Gimbutas e le analisi storico-sociologiche della Eisler, il quadro della preistoria e dell’arte cambia completamente. L’arte non aveva quasi nulla a che vedere con la caccia o con primi rozzi tentativi di esprimere un bisogno estetico innato. L’arte era al centro dei culti di celebrazione della vita, era il ponte tra i mondi e nel rapporto dialettico tra vita morte e rigenerazione le donne svolgevano un ruolo fondamentale. Erano sciamane, guaritrici e artiste.
Dal tuo libro:
 <<…sono state messe al bando tutte le sostanze di origine naturale che espandono lo stato ordinario della coscienza, mentre l’alcool, che crea dipendenza e alimenta personalità egoiche e violente, è assolutamente legalizzato>>. Molte sostanze psicoattive naturali sono illegali ma molte persone fanno uso di stupefacenti deleteri per il sistema nervoso e per la salute. Ancora una volta cosa ci insegna lo sciamanesimo?
Insegna a mettersi in connessione con la Vita, quella con V maiuscola. E’ da 5000 anni che viviamo in una cultura necrofila, che ha messo al bando il potere femminile, quello spirituale e quello politico. Le cose sono andate di pari passo. Le piante psicoattive sono state utilizzate da noi donne sin dagli albori della civiltà, sono piante di grande potere curativo e nelle culture sciamaniche di ogni dove, sono considerate sacre. Non creano dipendenza, ma “conoscenza” e ristabiliscono un equilibrio tra corpo, mente e spirito, così come tra donna-uomo-Natura…proprio quello che manca a questa società malata e piena di ego, che privilegia appunto sostanze pericolose e ne fa un uso ludico e sconsiderato. Per noi donne la domanda è: “vogliamo lasciare i nostri figli e le nostre figlie in preda allo spettro della droga o vogliamo tornare ad occuparci di questo argomento?”.
L’argomento eutanasia suscita sempre accesi dibattiti e non si riesce, nel nostro paese, a formulare una legge che possa lasciare libera scelta rispetto alle terapie mediche. Nel tuo libro si descrive la donna sciamana come colei che accompagna nella nascita e nella morte. Chi era l’Accoppatrice?
E’ una figura curiosa della tradizione sarda, una delle poche tradizioni italiane che ha conservato qualcosa della sua antica matrice matriarcale.  Quando una persona era in preda all’agonia e non riusciva a morire, dopo vari tentativi e l’estrema unzione da parte del prete, i parenti chiamavano l’Accabbadora, una donna esperta di cose “magiche”, che sapeva dare morte immediata e  traghettare l’anima dei morti nell’aldilà. Se teniamo conto che l’Accabbadora era anche una levatrice e una guaritrice, ci troviamo di fronte ad una figura di evidenti caratteristiche sciamaniche. Riguardo all’eutanasia, posso dire che è stata allontanata dal mondo cattolico occidentale, perchè, in certo senso, spezza il “patto di vita stretto con Dio”, ma i popoli matricentrici dell’Antica Europa, di cui la Sardegna nel suo sincretismo porta ancora qualche testimonianza, non avevano questa visione delle cose, la morte faceva parte del ciclo vitale e non veniva “allontanata”. Le tombe erano piene di simboli di rigenerazione e in molti casi, le ossa dei propri antenati e delle proprie antenate venivano sepolte sotto il pavimento della cucina.
Rashida Manjoo relatore speciale dell’ ONU per la violenza contro le donne ha definito femminicidio cio’che sta accadendo nel nostro paese. Cosa ne pensi?


Penso che sia il termine giusto e che sia assolutamente necessario da parte delle legge italiana e dei media, dare un nome appropriato a questa tragedia. Dall’inizio dell’anno si contano 73 omicidi di donne, tutte ammazzate da parte di mariti e compagni, perchè avevano in qualche modo “reclamato” in maniera diretta o indiretta il loro bisogno di libertà. Il problema è complesso, io sento però che questa crescita di episodi violenza sulle donne, sia il colpo di coda del patriarcato…il potere femminile si sta espandendo sulla terra e  c’è qualcosa nella mente patriarcale che cerca di fermarlo. Come associazione Laima stiamo preparando un grande progetto di educazione alla partnership, perchè crediamo che sia veramente importante ri-educarci tutti e tutte ad una visione diversa della cose e delle relazioni.

venerdì 4 maggio 2012

Polverini: con una mano taglia e con l’altra firma

Luisa Betti da Il Manifesto

Sono già più di 20mila le firme che stanno giustamente sostenendo l’appello “Mai più complici” (Zanardo-Lipperini-Snoq) per fermare il femmicidio in Italia chiedendo un rapido intervento del governo: ma a che serve accettare il sostegno nominale da chi si è preso la responsabilità pratica di tagliare i fondi ai centri antiviolenza che sono il fulcro della questione soprattutto in questo momento di emergenza? A cosa serve avere la firma di chi ha controfirmato tagli drastici per gli interventi territoriali contro la violenza di genere e ha sostenuto normative nefande come la legge “Tarzia” che vuole far sparire i consultori da tutto il Lazio portando questa regione indietro di 50 anni con i centri per la famiglia? A cosa serve che la presidente della Regione Lazio, Renata Polverini, reciti testualmente che “in Italia è in atto un attacco al cuore dei diritti delle ragazze, delle bambine, delle donne, che sono le prime vittime della crisi, le prime vittime delle violenze domestiche”, quando lei stessa ha portato quest’anno i finanziamenti per contrastare questa violenza da 700mila a 400mila euro? A dirlo non sono io ma chi l’ha vista. Il Consigliere Pd, Tonino D’annibale, ha dichiarato sul suo sito (quindi è pubblico) testuale commento: “Il sostegno alla donne vittime di violenza è un problema di sanità pubblica.  Lo dice anche l’Organizzazione mondiale della sanità ma, evidentemente non la pensa cosi questa Giunta regionale anche se presieduta da una donna. Sportello donna funzionante al S. Camillo dal 2009 e che ha prestato assistenza in due anni  a oltre 700 donne , infatti sta per chiudere. La Regione non ha fondi e di certo non è spesa di cui si può far carico in modo autonomo l’azienda ospedaliera S. Camillo, che non ha per niente i conti a posto.  Le lavoratrici del centro non percepiscono lo stipendio dallo scorso novembre ma lavorano comunque. Sono un esempio di solidarietà di donne verso le donne. Lo stesso non si può dire della Polverini. Perdere altro tempo vuol dire assumersi la responsabilità di chiudere un esperienza all’avanguardia in tutta Italia , ma soprattutto lasciare mano libera ai violenti”. L’Associazione nazionale dei centri antiviolenza Dire, in occasione della presentazione del primo piano triennale contro la violenza di genere e lo stalking alla conferenza organizzata al Villaggio So.Spe – il centro romano guidato da suor Paola che accoglie ragazze madri e i loro bambini – ha chiesto il perché una così degna attenzione non fosse dedicata anche alle strutture già esistenti che operano da anni e con esperienza contro la violenza, dato che esistono solo 67 posti letto in tutta la regione Lazio e le difficoltà pratiche che i centri antiviolenza del territorio hanno nel garantire il servizio di accoglienza e di sostegno necessari alle donne che chiedono aiuto sono costantemente in bilico. In partica la presidente, che ha firmato l’appello “Mai più complici” con tanto di dichiarazione, nella realtà ha messo in discussione l’esistenza e il sostegno a due nodi fondamentali per combattere la violenza: gli sportelli antiviolenza del pronto soccorso dove la donna può accedere direttamente 24 ore su 24 per poi venire indirizzata ai centri e alla procura per eventuale denuncia (e quello del San Camillo posso garantire che era di una stanzetta che le operatrici della onlus BeFree avevano messo a posto per accogliere le donne), e i centri antiviolenza provvisti di avvocate, psicologhe e operatrici specializzate (laiche) che, in alcuni casi, sono anche provvisti di rifugio per donne e bambini che ne hanno bisogno (qui le donne vengono nascoste quando in pericolo di vita). La Regione Lazio della Presidente Polverini ha inoltre appoggiato e sostenuto la legge Tarzia (proposta dall’on. Olimpia Tarzia) che prevede di abrogare la L.15/76 istituente i consultori nati come servizi socio sanitari integrati di base, volti alla promozione e alla prevenzione della salute della donna e aperti alle famiglie di ogni genere, alle coppie, alle donne, agli uomini e agli adolescenti anche non accompagnati, a persone con diverse identità etiche, religiose, culturali, introducendo invece una impostazione ideologica e confessionale finalizzati a servizi consultoriali per la tutela “della famiglia fondata sul matrimonio”  promuovendo la partecipazione e la gestione dei servizi di tutte le associazioni confessionali pro-life ed escludendo le associazioni/assemblee delle donne. La Tarzia prevede di duplicare obbligatoriamente i percorsi di applicazione della Legge 194/78 (il diritto all’interruzione di gravidanza) considerando implicitamente l’inadeguatezza e l’incapacità delle donne di assumere con senso di responsabilità decisioni relative alla propria vita, e contempla i consultori organizzati da strutture private non a scopo di lucro e da strutture private lucrative – in questo ultimo caso in contrasto con l’art. 2 della L. 405/75 – prevedendo la possibilità di accreditarli, di finanziarli con risorse pubbliche e di delegare loro la gestione di servizi consultoriali pubblici. Ovvero prevede un attacco diretto alla salute e al diritto delle donne italiane, ricreando così un terreno fertile dove la violenza e il femmicidio sono solo un triste e vergognoso epilogo.

mercoledì 29 luglio 2009

Donne uccise: i maschi non concedono neppure la semilibertà

di Enza Panebianco (da femminismo a sud via Gennaro Carotenuto)

Parliamo di femminicidio all’italiana. Lei è una martire o una arpia. Lui è sempre depresso. Nel giro di pochi giorni su parecchi quotidiani avete potuto leggere la storia di Mariagrazia, uccisa dal solito marito che dopo averle tolto la vita si è suicidato, di Rossana, uccisa dal convivente che dopo una fuga si è costituito, di Teresa, uccisa dal marito e poi perfino insultata (era un'arpia!), di una donna della quale nessuno scrive il nome, che viene massacrata a colpi di accetta da un uomo che aveva già tentato di uccidere la ex moglie, di Rosalia, morta a 17 anni perché è chiaro che "se mi lasci non vale", di Miriam e Anna, la prima morta per mano certa e la seconda ancora non si sa, di molte altre ancora che se sommate diventano un numero spaventoso del quale ci si rende conto solo a contarle ogni giorno.
Tra gli assassini ci sono i mariti depressi, quelli pietosi che tolgono la vita perché "lei era malata", quelli che "lei era un'arpia", quelli che "lei era una puttana e lo faceva impazzire", quelli che "lui l’amava troppo e lei voleva lasciarlo".
Normalmente ogni scusa viene usata come attenuante. Si descrive un sintomo per legittimare un gesto che limita la libertà altrui. Come quando si dice che certe cose le puoi fare se sei ubriaco. Chi beve però sa perfettamente che l’alcool non è una autorizzazione a fare come ti pare.
La depressione - e lo dico senza essere una esperta in materia – dicono sia una patologia che colpisce in maggior numero le donne. Eppure questo non si traduce in altrettanti omicidi. Le origini della depressione credo siano spiegate di modo che anestetizzino la società rispetto a problemi ben più gravi. Un giorno ti licenziano, non sai come mantenere la famiglia, non puoi pagare il mutuo e vai in depressione. Ci saranno mille altre ragioni ma tutte si traducono in una patologizzazione delle ragioni fortemente sociali che portano alla depressione.
Gli scienziati fanno una gran fatica per trovare l’origine di questo male in un difetto genetico, giusto per non dire che questa cosa dipende da noi, dagli umani, dai nostri comportamenti, da quello che subiamo o che infliggiamo agli altri. Dire di una persona che è "malata" è il modo migliore per deresponsabilizzare la società di una serie di problemi che non vuole risolvere. Perciò concede una tregua anche all’individuo e lo relega nell’angolo riservato agli scarti di produzione.
Una persona depressa per quanto ne so viene trattata con farmaci che rincoglioniscono un elefante, un anestetico che ti fa restare con il sorriso in bocca anche se arriva quello che ti pignora tutto e lo mette all’asta. Una cosa che spesso dicono in psichiatria è che: non sono importanti le cose che accadono ma come tu le affronti. Come dire: se non sai accettare un licenziamento, una società che ti massacra, ti usa e poi ti getta, se non accetti di essere molestata, violentata in vari modi, è e sarà sempre colpa tua. Non è il tuo datore di lavoro ad essere un bastardo, sei tu ad essere malata.
Se sei in mobilità, quasi al licenziamento, ti sfrattano da casa e ti suicidi: è certamente colpa tua, non del governo, né delle banche, né di ogni altro figlio di puttana che si arricchisce sulla tua pelle, ti spreme e poi ti butta via.
A leggere Foucault si capisce che l’anormalità è una cosa che esiste in ciascuno di noi, che la follia è stata una bella giustificazione morale per incarcerare e rinchiudere tanta gente che rifiutava di farsi "normalizzare". La psichiatria e il carcere stanno per lui infatti allo stesso livello.
La psichiatria moderna, quella dopo Basaglia, dopo la chiusura dei manicomi, ha fatto dei passi avanti ma la logica della normalizzazione permea un pezzo consistente del settore.
La spinta che c'è’ in questo momento va comunque in tutt’altra direzione. Raccolgo articoli e dettagli su donne uccise dai loro uomini da almeno 15 anni (non da un giorno, ma da 15 anni). Fatelo anche voi, andate in biblioteca e cercate fra gli articoli di cronaca. Fateveli dare dalle redazioni dei giornali. Adesso che i quotidiani pubblicano su internet cercateli in rete. Posso dirvi con certezza per esempio qual è l’andamento delle versioni che vengono fornite dalla stampa.
Da un po’ di anni, da quando cioè esiste una forte spinta autoritaria che insiste su soluzioni farmacologiche anche per punire gli stupratori, da quando nelle carceri si è ricominciato a sedare pesantemente i reclusi perché stranieri e perché non si è fatta alcuna fatica a comprenderli, la versione della stampa circa i femminicidi è peggiorata.
La componente razzista spinge alla formulazione di accuse piene di distinguo. Il marocchino che ammazza è solo un assassino. L’italiano che ammazza è depresso. Non c'è dunque alcun interesse ad indagare le cause reali del femminicidio. Nessun interesse. C'è’ anzi l’interesse esplicito a giustificare il femminicida (lei era un’arpia!), a compatirlo (lui è depresso!), a legittimarlo (lui aveva ragione di essere geloso!).
In tutti i casi la ragione precisa, la costante che si ripresenta come fosse una inevitabile condanna a morte è la decisione della donna di lasciare il marito, il fidanzato, rifarsi una vita, allontanarsi, fare altro. Oppure è semplicemente la decisione della donna di reagire dopo aver subito ogni genere di angheria compresa quella psicologica (anche quella volgarmente legittimata dallo stato di salute del marito).
Volendo patologizzare il problema, di quale uomo che uccide una donna o la picchia selvaggiamente o la stupra per punirla potresti dire che sta bene?
Quante sono invece le donne che vivono da "depresse" perché non possono, non sanno, liberarsi in una situazione di schiavitù? Quante sono le donne "depresse" che ammazzano i mariti per reagire alle angherie che subiscono? Chi è dunque, all’interno delle relazioni tra un uomo e una donna, ad essere in stato di soggezione? Inequivocabilmente la donna.
Sono le donne ad essere educate per accogliere e prendersi cura di uomini di qualunque specie. Sono le donne che devono sopportare qualunque tipo di situazione familiare. Le donne sempre colpevolizzate se non si prendono cura di tutti. Le donne alle quali lo stato assegna il ruolo di ammortizzatrici sociali a partire dalla loro condizione di schiavitù.
Lo stato non indaga sui femminicidi semplicemente perché ne è complice. La verità sta tutta qui. Ne è complice e non demorde anzi insiste nell’attribuire un ruolo che non può essere tradito pena la diserzione.
Come non ricordare le accuse di tanti uomini che massacravano le mogli scritte nero su bianco su certi giornali: "lei non aveva cucinato", oppure "lei non pulisce mai la casa".
Come può osare dunque una donna scegliere di lasciare l’uomo che le ha catturate come proprietà a tutto servizio?
Non può. Se una donna lo fa, in certe condizioni, la donna deve pagare. Paga perché la società non l’aiuta, perché gli uomini la perseguitano, perché non c'è’ lavoro, non c'è’ casa, perché la società e lo stato non offrono alternativa, come se le porte fossero tutte chiuse perché ti sei comportata male. Pagano perché gli uomini considerano gli "alimenti" una quota di partecipazione all’uso del tuo corpo. Se non possono usarlo non te li danno, neppure quando quegli alimenti riguardano i bambini, neppure se sono il surrogato di quello che lo stato dovrebbe darti per ritornare ad essere autonoma. E come può lo stato pretendere che la donna separata riacquisti autonomia se a pagare quella autonomia è l’ex marito? Un paradosso infatti che si rivela in tutta la sua drammaticità perché mantiene un legame con uomini che ritengono di avere una opzione su di te. Lui paga per risarcirti degli anni che hai speso per costruire anche la sua fortuna e tu gli appartieni. Le donne pagano perchè per restare tranquille dovrebbero non dover stabilire più nessun legame con gli uomini violenti e invece lo stato decide che i mariti violenti possono avere diritto all’affido condiviso dei figli. Le donne pagano con la vita, troppo spesso, quasi sempre.
La cultura sulla quale si fonda uno stato patriarcale è tesa a creare giustificazioni morali al femminicidio. Si dice sia colpa della moglie se il marito era geloso perché la moglie doveva avere cura di indossare un burqa o di restare chiusa in casa. Si dice che sia colpa delle donne se lui non si sente sicuro perché le donne devono vivere le relazioni come fossero costanti sedute di terapia psicologica per i loro uomini.
Dalle rassegne stampa si capisce quale sia l’andamento di una società. Dal modo in cui viene tollerata la violenza contro le donne si capisce persino quale tipo di governo si insedierà: se è democratico, assistenzialista, cattolico, fascista, autoritario, oligarchico, progressista, etc etc.
Le donne non vengono uccise perché gli uomini sono depressi. Le donne vengono uccise perché lo stato non le vuole libere. Perché agevola la spinta al possesso, l’orrendo modo di relazionarsi di tanti uomini, perché li usa come aguzzini per tenere in piedi una struttura sociale nella quale la regola è: unirsi, contribuire alla crescita demografica, partorire operai e consumatori, crepare.
Tutti quelli che non assolvono a questa funzione non esistono, sono trasgressori, eretici, vittime dell’inquisizione: così le donne che vogliono liberarsi, e le lesbiche, e i gay, e le trans, e gli uomini che dissentono e non si fanno carcerieri delle donne, e chiunque non sia disposto ad essere considerato un numero.
Una società che si fonda sulla schiavitù degli esseri umani, le donne schiave tra gli schiavi, non ha interesse a liberare nessuno.
Quello che fanno ora – sicurezza, certezza della pena, etc etc – è solo un pessimo modo per tenere le cose esattamente come stanno. Come quando dentro un carcere il direttore scrive regole che fanno l’occhiolino ai cattivi mentre lui finge di minacciarli affinché i buoni continuino a spazzare pavimenti, lavare i cessi e lavorare come muli.
Volessero darci una mano lo avrebbero già fatto. Non vogliono e i maschi lo sanno.
Perciò è necessario che noi ammettiamo la nostra corresponsabilità e che ci diamo da fare:
prevenire – fare attenzione alla persona con cui decidiamo di stare – provando a non infognarci in storie con persone aggressive, violente, gelose, asfissianti, possessive, morbose, solo perché riteniamo di poterli cambiare o di non poter meritare di meglio;
reagire – far crescere la nostra autostima – considerandoci belle per quello che siamo, perseguendo un futuro che ci dia prospettive di autonomia, vicino o lontano da casa, rivolgendoci ad altre donne se necessario, stabilendo alleanze, anzi sorellanze con altre, chiedendo aiuto se serve senza vergognarci;
parlare – esplicitare, comunicare tutto – raccontare quello che ci succede, se lo raccontiamo alle altre dobbiamo dirlo a noi stesse, consegnare dettagli alla persona di cui ci fidiamo, amica o estranea che sia, non vergognarci di niente, non considerare quello che ci succede come un errore che riguarda solo noi, che dipende da noi.
Noi non ne abbiamo colpa, non potevamo saperlo, e se anche lo sapevamo e abbiamo ugualmente scelto di restare non dobbiamo mai pensare di doverne pagare le conseguenze con la vita. Dobbiamo andare via orgogliose di avere capito, di avere una occasione di riscatto, di poter rinascere, di ricominciare, di poter assumerci la responsabilità delle nostre vite. Sicure di poter trovare un futuro differente e migliore e molte altre persone che ci ameranno molto di più.
Diamoci, datevi una mossa sorelle, qui non ci salva nessuno, bisogna fare tutto da sole. Questa è già autodifesa. Noi la pratichiamo da sempre.
Fate attenzione ad ogni cosa che vi dicono, alle foto che vengono pubblicate accanto ad ogni notizia di violenza che vi riguarda: voi sempre vittime, persone da proteggere, schiave di uomini consegnate ad altri uomini, mai grintose, orgogliose, vive, fiere, solidali, mai una immagine che faccia crescere la vostra autostima e che vi rappresenti per quello che siete. Donne di resistenza che non smettono mai di resistere anche se piegate-sfinite-massacrate, persone coraggiose che sopravvivono a tutto e che sacrificano la vita ogni giorno per ottenere un pezzo di libertà, eroine di una quotidianità brutale, forti e tenaci, determinate e piene di talento. Non martiri che fanno del proprio martirio una ragione di vita ma donne resistenti che si liberano dallo stato di schiavitù per poter essere libere.
Parlate, urlate, mettetevi in contatto con altre sorelle, alzate la testa e reagite. Siete vive e siete libere. Indecorose e libere!

La foto è di claudia pajewsky e fa parte di una raccolta che racconta un pezzo di manifestazione contro la violenza maschile sulle donne del 25 novembre 2008 organizzata dalla rete nazionale femministe e lesbiche sommosse. Il nostro slogan era: Indecorose e libere.