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sabato 24 agosto 2013

Cari amici cinquestelle, siamo sotto attacco

Non condivido i toni apocalittici e in stile cospirazionista di Giulietto Chiesa, ma a conti fatti ha ragione, perlomeno dal lato aritmetico. Temo che Grillo, seppure si degnerà di rispondergli, gli farà una solenne pernacchia. Lui ha fattto una scommessa, vuole giocare d'azzardo. Il piatto o nulla, e nulla sarà.

Cari amici del M5S, siamo sotto attacco. E' un'offensiva scatenata dai "Masters of Universe" per liquidare ogni forma di democrazia reale. [Giulietto Chiesa]


di Giulietto Chiesa da megachip

Cari amici del Movimento 5 Stelle, siamo tutti sotto attacco. E' un'offensiva scatenata dai "Masters of Universe" e ha per obiettivo la liquidazione di ogni forma di democrazia reale. Il loro portavoce, la JP Morgan, ha scritto la dichiarazione di guerra il 28 maggio scorso dicendoci che le Costituzioni Europee, quelle che ancora hanno una parvenza di democrazia, tra cui la nostra, devono essere epurate. In nome della governance, cioè del potere dei più forti, che ormai non hanno tempo da perdere con i parlamenti. Finita l'era dell'abbondanza alla quale ci hanno addestrati perché consumassimo in modo forsennato, comincia l'epoca dell'austerità. E l'austerità prevede l'imposizione. L'imposizione prevede la cancellazione delle conquiste sociali e dei diritti conquistati negli ultimi cento anni. Questo è il quadro. Ed è chiarissimo. Non lo vedono solo coloro che non lo vogliono vedere. L'attacco sarà - è già - durissimo. Guardare la Grecia. La questione è come difenderci, qui, subito. Dalla loro parte c'è il monopolio della violenza e delle leggi che i maggiordomi hanno approvato per loro conto. Ma c'è anche l'intero sistema della comunicazione-informazione. Dalla loro parte c'è tutto il Palazzo. Chi pensa di poter andare alla battaglia in ordine sparso si condanna alla sconfitta. Io ho aderito alla manifestazione dell'8 settembre in difesa della Costituzione. Ma constato che lo schieramento che si è costituito è ancora debole, non rappresenta che una parte del popolo italiano. Milioni, la maggioranza, non sanno ancora cosa li aspetta. Invece sono milioni coloro che devono far sentire la loro voce. Per questo chiedo , e propongo, che il Movimento 5 Stelle, i suoi gruppi parlamentari, prendano in mano con decisione questa questione. Promuovano, sollecitino, chiamino a raccolta. Senza il M5S questa battaglia non si può vincere. Da solo, il M5S non può vincerla. Non resta che combatterla e vincerla tutti insieme. Poi ciascuno potrà riprendere, da solo o in compagnia, la strada che ritiene più utile. Ma oggi camminare da soli non si deve. 

Giulietto Chiesa 
Presidente Alternativa


domenica 18 agosto 2013

Otto Settembre

di Marco Revelli da soggettopoliticonuovo

Un paese che prende anche solo lontanamente in considerazione l’idea che si debba «garantire l’agibilità politica» a un condannato in via definitiva per una «ciclopica frode fiscale» ai danni dello stato, è un paese che vale poco. Un mondo politico che, fin dai suoi massimi vertici, esprime comprensione per una tale esigenza, è un mondo che ha smarrito il senso del confine tra normalità e indecenza. O che ha fatto dell’indecenza la condizione della normalità. Un sistema dell’informazione che, salvo poche eccezioni, registra compiacente tutto ciò senza un unanime moto di ripulsa anzi mettendoci del suo (si leggano gli editoriali del Corriere della sera), è un sistema che ha smarrito la propria elementare funzione di controllo democratico (e anche il senso della dignità professionale). L’Italia si avvia ad affrontare un passaggio per molti versi drammatico della propria crisi economica e sociale logorata e paralizzata da una crisi morale senza precedenti. L’autunno presenterà conti salati: una disoccupazione che, nonostante la ripresina nord-europea, continuerà a peggiorare (con gli ammortizzatori sociali da rifinanziare). Una fragilità del sistema bancario che continua a strozzare il credito alle imprese e neutralizza anche i limitati vantaggi del tardivo e parzialissimo pagamento della montagna di miliardi dovuti dallo stato (che andranno nella stragrande maggioranza a ripianare i debiti contratti nel frattempo per sopravvivere). L’incombente aumento dell’Iva, che non ha ancora trovato voci alternative di copertura. La necessità di reperire entro l’inizio del prossimo anno i 50 miliardi di euro della prima delle venti rate imposte dal famigerato fiscal compact, vera e propria macina al collo di un paese che stenta a restare a galla. Un livello delle remunerazioni nei settori pubblico e privato bloccato da anni, su cifre ormai ai limiti inferiori della graduatoria Ocse. Da un buco nero di queste dimensioni non si esce senza una straordinaria quantità di energia politica e sociale. Senza uno scatto morale: o, se si preferisce, un’impennata d’orgoglio. Senza il senso di una rottura di continuità, che è cambio radicale di classe dirigente e di personale politico, percezione della possibilità di un «nuovo inizio», come è stato nei momenti cruciali della nostra storia, dalla «crisi di fine secolo» alla «ricostruzione» nel secondo dopoguerra. Invece ci tocca assistere allo spettacolo deprimente di una continuità ossessivamente riaffermata contro ogni «natura delle cose»: l’assemblaggio forzato dei vecchi protagonisti del disastro in una comune maggioranza di governo, uniti nell’unico imperativo di durare sopravvivendo ai propri vizi privati e alle proprie inesistenti pubbliche virtù. Consegnati in ostaggio a uomo finito e alla sua esigenza di prolungare la propria fine oltre ogni limite fisiologico, giorno per giorno, pronto al ricatto a ogni passaggio – l’ineleggibilità, la decadenza da senatore, l’applicazione della sentenza e le misure alternative… – giocando sull’unico atout che gli è rimasto: la golden share governativa. La minaccia del «muoia Sansone con tutti i filistei». Li possiamo già immaginare i prossimi mesi, con il tormentone osceno del «grazia sì, grazia no» («La chiedo, non la chiedo»…). Delle macchine del fango al lavoro e degli infiniti ricorsi fatti solo per guadagnare tempo. Degli aeroplanini in volo sulle spiagge con «Forza Silvio» e degli avversari politici trasformati in imbarazzati testimoni o omologhi complici. Il fatto è che il pasticciaccio brutto di questa primavera, la nascita del governo delle larghe intese, pesa come un macigno. Sta su solo perché le due forze che lo compongono – oltre a essere sostanzialmente omologhe nell’idea di società prodotta dall’establishment economico-finanziario e dalle tecnocrazie europee – sono entrambe fragilissime, sull’orlo di una simmetrica dissoluzione. Lo è il Pdl, di fatto già dissolto nella ri-nascitura Forza Italia, e identificato ormai senza residui nel destino politico del suo capo-padrone. Ma lo è anche il Pd, lacerato tra una miriade di cordate interne senza più alcun rapporto con le rispettive culture politiche (che la leadership del partito verrà contesa tra due ex democristiani, Letta e Renzi, in lotta tra loro, la dice lunga). Da due vuoti potenziali non può nascere un pieno d’azione politica. Ci si può limitare alla manutenzione del disastro, rinviando sine die i nodi da sciogliere, «guadagnando tempo», appunto. Ma con la manutenzione del disastro non si esce dal disastro: lo si può dilazionare. Si possono inventare mille bizantinismi, ma non si evita, prima o poi, la caduta di Bisanzio. È questo il gigantesco non detto del dibattito in corso sul destino della «sinistra» e in particolare del Pd (ma anche di Sel), a cominciare dall’intervento di Goffredo Bettini: la gravità della simmetrica crisi della «parte emersa» del nostro sistema politico (quella su cui sono permanentemente accesi i riflettori dell’informazione ufficiale). L’irrisolvibilità delle contraddizioni accumulate nel corpo di quei due soggetti politici che – ricordate? – nel famigerato passaggio veltroniano-berlusconiano del 2007 e 2008 avrebbero dovuto dar vita a un sistema politico Bipolare, Maggioritario ed Egemonico (si disse proprio così, nella neolingua di allora), monopolizzando l’intero spazio pubblico e bloccandolo rispetto a ogni idea alternativa di società. Quel progetto giace ora in frantumi (che Enrico Letta cerca di nascondere sotto il tappeto della propria azione di governo come la cattiva casalinga fa con la polvere). Ma non ho letto una sola riga di presa d’atto. O di autocritica. Né una sola proposta all’altezza della gravità, sul modo di uscire dall’impasse. E forse non per caso: perché probabilmente a quella crisi non c’è soluzione, se si rimane entro il cerchio magico dell’attuale classe politica, con come unici ed esclusivi protagonisti i soggetti politici esistenti (e potenzialmente falliti). Eugenio Scalfari, qualche giorno fa, su Repubblica, ha evocato il 25 luglio del 1943 (Il 25 luglio è arrivato, il Cavaliere si rassegni), quando appunto Benito Mussolini fu liquidato dal suo stesso partito e finì ai «domiciliari» sul Gran Sasso. Non ha ricordato, credo per scaramanzia, la breve parentesi badogliana e soprattutto la data successiva, l’8 settembre, quando tutto andò giù ed esplose la più grave crisi istituzionale del nostro paese. Eppure val la pena rifletterci, su quelle tormentate vicende. Non solo perché questi primi 100 giorni del governo Letta un po’ ricordano (fatte le debite proporzioni in termini di drammaticità) i «45 giorni di Badoglio», col suo «la guerra continua» a fianco del vecchio alleato e la tendenza a dilazionare la resa dei conti. Ma anche, e soprattutto perché l’8 settembre non è solo (o meglio, non è tanto) il momento della «morte della patria», come è stato affrettatamente definito. È la fine di «quella» patria indegna, e il punto d’origine di un’altra Italia. Fu, nel naufragio della vecchia Italia, un punto di rinascita e di selezione di una nuova classe dirigente, sulla base di una «scelta morale» che si trasformò in risorsa politica. Quella data ci dice che a volte, per ricominciare, bisogna finire. P.S. L’8 settembre è anche il giorno in cui Landini e Rodotà hanno convocato quanti sono consapevoli della gravità della situazione e dell’urgenza di una risposta (e proposta) credibile. Ci saremo in molti, per cogliere questo segnale di speranza. 

 Fonte il Manifesto 17 Agosto 2013

lunedì 12 agosto 2013

Alcuni nodi al pettine

di Tonino D’Orazio
 

Finalmente lo spettacolo politico-governativo-istituzionale “salviamo l’Italia” entra nella sua fase di acuta ilarità. Tutti fanno e dicono qualsiasi cosa. Tutti si arrampicano sugli specchi. Tutti minacciano o ricattano tutti. Non sanno come liberarsi del “condannato”. Persino Letta: ”Se si va al voto anticipato i cittadini dovranno pagare l’Imu”. Uno spasso feriale.

Berlusconi fa minacciare e poi nega. Bondi, (ma è ancora porta parola?) minaccia la guerra civile. Napolitano sta al gioco, così può ancora permettersi di rimproverare qualcuno. I capi bastoni del Pdl vanno con urgenza dall’amico e gran manovratore Napolitano. O la grazia (magari ingentilita e condita da “agilità politica”), o trova qualche marchingegno, o la crisi, mentre Berlusconi giura che non farà cadere lui il governo. Parole sante. Teatrino efficace. Il problema viene scaricato sul Pd, area menoL, come dicono i grillini. L’elemento centrale e mediatico non è la disoccupazione drammatica ma l’Imu.

Già, il Pd. Il Pdl ha un capo riconosciuto colpevole, evasore a ripetizione, corrotto e condannato come un volgare criminale, e il rischio è che sia proprio il Pd, partito opposto ma amico, a spaccarsi o a dover trovare la soluzione per il “salvataggio”. Roba mai vista in nessuna storia democratica di nessun paese. Il segretario Epifani ribadisce che le sentenze vanno rispettate (ma va!), Berlusconi “in galera”. Ma il governo insieme delle amichevole e nebbiose “larghe intese” deve continuare. Chiede a Berlusconi di farsi da parte. Grande ingenuità, gioco delle parti. Brunetta: “Epifani è un provocatore, vuole far saltare le larghe intese”. Invece controlla chi rimarrà con il cerino acceso in mano. Renzi mette le mani avanti su un eventuale crisi del governo Letta. Lui non c’entra nulla, teme di diventare il capro espiatorio. Le mani nascondono il sasso: “Se non è capace, Letta si faccia da parte”. Ma in che partito milita! Vuole solo un congresso pilotato per lui e la sua cordata, ma se ne difende accusando gli altri di anti-democrazia. Sembra il peggio, il vuoto nuovo e sorridente, che avanza. Il ritorno indietro su Bersani è ridicolo, soprattutto dopo la sua esplicitata furbata nei confronti del M5S. I ponti sono stati tagliati.

Berlusconi, vittima innocente, prova a far condannare il giudice Esposito al posto suo. Intanto lo mette in croce, con tutto il suo staff mediatico, ministri e Rai compreso e mai reso così evidente e ilarante. Strano giudice, in genere molto silenziosi quelli della Corte, che accetta di fare da esca 15 minuti dopo il verdetto. Sembra il giorno della civetta di Sciascia memoria.

Quagliariello, amico di Napolitano che lo piazza dovunque, grande, splendido e isolato “saggio” di destra, nel sentire il pericolo della crisi di governo, chiede di durare almeno ancora un po’, per permettergli di costruire una nuova costituzione personale e tutta sua (Napolitano consiglia soltanto) e di portare a termine, in altre parole, la “riforma” voluta dalla P2 di Gelli e benedetta dalle destre e dalle banche mondiali. Ai primi di settembre. Allora minaccia: “Comunque non si potrà andare a votare prima della modifica della legge elettorale”. Mente. Anche se il Senato “accelera” per un ritorno al non meglio Matterellum nessuno oggi al governo vuole la riforma elettorale con l’abolizione del premio di maggioranza, vera canna dell’ossigeno per sopravvivere, eliminare avversari politici o “governare” senza vera libertà dei parlamentari designati. Anche se in un eventuale disegno di legge ci si possa manipolare, in aggiunta per il bene dell’Italia s’intende, tutta la controriforma costituzionale e rimanere in sella malgrado, o contro, il volere popolare. Anzi questo stesso Parlamento sembra illegale e fuorilegge. “"Non si può andare alle elezioni prima che si sappia se l'attuale Parlamento possa essere dichiarato illegittimo dalla Corte Costituzionale". E se lo è, senza che Napolitano se ne sia accorto s’intende, decadranno tutte le leggi fatte? E da quando se anche i precedenti parlamenti sono nati sotto gli stessi auspici di “illegalità”? E’ incertezza o farsa? Bisogna ridere? Ma no, la nostra fantasia nella “commedia dell’arte” è scritta nella storia. Tutto è possibile, soprattutto l’incertezza che aiuta i poteri forti a spadroneggiare.

Il fuorviante dibattito è sull’Imu. Intanto va avanti velocemente la vendita dei beni che tutti gli altri paesi liberisti dichiarano comuni, l’acqua, l’energia, la funzione pubblica, la salute, quel poco che ci è rimasto … E la controriforma costituzionale. Ci fosse un partito o un movimento che minacci, andando al governo, di riprendersi tutto.

Chissà cosa ne pensa quell’italiano su due che non va più a votare.

Un dubbio atroce si affaccia alla memoria. Non sarebbe meglio riportare al trono i Savoia invece di avere “al governo” e nelle istituzioni, per varie generazioni, figli, o tra poco figlie, nipoti ecc … di arrampicatori di poltrone per discendenza se non a vita?

Bella parola “governare”. In dialetto abruzzese acquista fortemente anche un altro senso: ”Giuvà, si guvernate le vacche?”.

lunedì 1 luglio 2013

Ossimori

Tonino D'Orazio 

Treccani: “figura retorica che consiste nell’unione sintattica di due termini [ndr.o fatti] contraddittori, in modo tale che si riferiscano a una medesima entità”. L’effetto che si ottiene è quello di un paradosso apparente.
Figura molto utilizzata dai politici in questi anni. L’ossimoro è sintetico e spesso di grande effetto confusionario. Molto spesso per presa per il sedere. Non comporta responsabilità, si può dire tutto e fare il contrario di tutto. Il passato non conta, il presente solo nell’istantanea e il futuro sempre pronto ad avvenire in meglio. Tutto credibile, malgrado la menzogna costante.
Alcuni esempi.
Il ministro italiano della Difesa (o della Guerra?) in merito all’acquisto degli inutili bombardieri F-35: "per amare la pace bisogna armare la pace"! Avremmo bisogno di 40 bombardieri in più. Alzata di scudi. Scuse pronte.
Altri politici avevano già commentato gli avvenimenti internazionali, Bonino compresa, con una “guerra per la pace e la democrazia.” Gli effetti collaterali importano poco. New york, il senatore repubblicano Lindsey Graham: ”Con i droni abbiamo ucciso 4.700 persone. A volte capita di uccidere degli innocenti. Ma siamo in guerra e in questo modo siamo riusciti a eliminare dei membri di alto livello di Al Qaeda”. Solo loro sanno chi sono. L’intelligence americana e la Casa Bianca si sono sempre rifiutate di divulgare numeri e dettagli su attacchi di questi tipo, a cui sempre più spesso e’ ricorsa la presidenza Obama, che li ha classificati come non divulgabili. Ossimoro: ma non è un Nobel per la pace “santo subito”?
L'annuncio solenne sulla lotta all'evasione fiscale globale approntato dal premier inglese Cameron. Ottanta i paesi firmatari fino a oggi, ma mancano ancora i paradisi fiscali più conosciuti, tra cui le Bermuda ancora parte del sistema del Commonwealth inglese, ossia formalmente una dipendenza della Regina. L’importante è dirlo ad effetto oggi. Domani tutti avranno dimenticato.
Si è passati velocemente da “la libertà non ha prezzo” della Resistenza alla monetizzazione dei diritti con il “prezzo della libertà” del neoliberismo. (Quando cominceremo a chiamarlo neofascismo ?).
Ossimoro: “tolleranza zero”. Le leggi scappano in avanti lasciandosi dietro strascichi illegali e insoluti. Proiezione dell'Automobile Club d'Italia. In Italia circolano 4 milioni di veicoli sprovvisti di copertura assicurativa, di cui 2,8 milioni sono autovetture.
Il pilatesco Napolitano “sulla drammatica caduta occupazionale dei giovani”: Le organizzazioni sindacali (eh già!! Gli altri che c’entrano!) "si trovano di fronte a una sfida di grande complessità": devono (loro) "tenere insieme la prioritaria difesa dei diritti e della dignità del lavoro con l'individuazione degli interventi e degli strumenti innovativi necessari (cosa dare ancora?) per superare la drammatica caduta dell'occupazione specie giovanile". Scrive Napolitano al segretario generale della Cisl, Bonanni, dopo aver controfirmate in questi anni tutte le leggi più infami e disastrose del mercato del lavoro. Una operazione perfettamente riuscita in questi anni, lacrime della Fornero e piagnisteo continuo della Confindustria inclusi.
I topolini (oppure ossimori) di Letta:
"Per una famiglia-tipo, che consuma circa 2700 chilowatt/ora, lo sgravio si traduce in una riduzione di circa 1 o 2 cent di euro a kw/h, che tradotto su base annuale vuol dire circa 5 euro di risparmi a famiglia. Una beffa, sempre per le famiglie. Magari per le imprese, in particolare per quelle che consumano molto, si tratta di un risparmio che può arrivare anche a 10mila euro. Immediatamente dopo: "Dal primo luglio la bolletta della luce aumenterà di 10 euro all'anno" (veramente dell’1,4%). Sul fronte del gas arriveranno invece notizie migliori, in attesa della fortissima riduzione che scatterà (sempre al futuro) da ottobre per una vera e propria rivoluzione (questa parola rimane un ossimoro da sola) già dal primo luglio ci sarà una riduzione in bolletta dello 0,5/0,8%, che per una famiglia tipo si tradurrà in un risparmio di 12-14 euro all'anno".
Pensate a Monti e la monotonia del posto fisso quando sentenziò: “Addio all'idea del posto fisso. I giovani devono abituarsi all'idea che non lo avranno. Che monotonia il posto fisso, è bello cambiare". Oggi dall'alto di un narcisismo inscalfibile dall'insuccesso certifica: “Nel novembre 2011, lasciando l'università per assumere la guida del governo in un momento particolarmente difficile per l'Italia e per l'Europa, dissi che non consideravo concluso il mio impegno in Bocconi e che sarei rientrato per completare il mandato conferitomi fino al 31 ottobre 2014”. Quando ci si affeziona al posto fisso, non bastano nemmeno le multiple pensioni e lo stipendio fisso, che è pur sempre una bella cosa. Anzi, dopo il clamoroso aborto elettorale, aveva l'incredibile pretesa che qualcuno, magari Napolitano, comunque puntasse su di lui come presidente della Repubblica.
Sulle modifiche alla Legge Fornero, che per i lavoratori si deve intendere sempre in peggio, il testo ovviamente tutto a vantaggio dei padroni, è abbastanza definito: ridurre o addirittura eliminare le pause tra un contratto a termine e l'altro (chi dovrebbe farlo?), alleggerire i vincoli sulla causale dei contratti (cioè togliere gli ultimi sembianti diritti rimasti) e allargare i paletti dell'apprendistato (magari facendoli rimanere tali fino alla vecchiaia), sia alleggerendo i vincoli sulla formazione (meglio all’acqua di rose) sia abbassando la percentuale dei contratti che alla fine devono essere stabilizzati (quando si dice no al posto fisso). Gli incentivi all'ingresso dei giovani nel mondo del lavoro potrebbero tradursi in una deduzione Irap (cioè la coperta corta della sanità) per le assunzioni stabili (che qualcuno crede ancora). Abolizione dei contributi previdenziali. Tanto pagherà l’Inps con i soldi degli altri lavoratori. Ma sviluppare il lavoro, soprattutto quello giovanile, prima che tutti scappino da questo paese, significa sempre dare i soldi ai padroni e senza risultati?
Le agevolazioni nell'acquisto dei macchinari, se non polvere, sono fumo (ossimoro) negli occhi: in un paese al 73° posto nella classifica mondiale “Ease of doing business”, 160° su 185 per il rispetto dei contratti, 11° per gravame fiscale e 104° per difficoltà di ottenere credito. Questa misura si configura come un incentivo perverso a "darsi da fare" se ci si riesce. Non è più facile esportarli i macchinari? Magari in Croazia, appena entrata nell’Unione europea, con una valanga di fondi da Obiettivo 1 per lo sviluppo?
I titolari di un’azienda di cosmetici di Chongqing, in Cina, hanno costretto i dipendenti a percorrere in ginocchio una delle piazze centrali della città, di fronte a centinaia di passanti attoniti.
Senza staccare gli occhi dal pavimento, i dipendenti dovevano camminare a quattro zampe: questa strana umiliazione è stata un’idea dei dirigenti per testare la capacità di resistenza, anche psicologica, dei loro lavoratori. L’esperimento è risultato valido o è stato un fallimento? Non lo sappiamo. Vediamo di testarlo in Italia per un approfondimento psico-scientifico e un manuale a futuro utilizzo.

sabato 25 maggio 2013

Dalla protesta alla proposta, l'alternativa democratica


di Daniela Passeri
 

Se la fiducia degli italiani nei partiti politici è arrivata alla soglia minima dell'1,5% (Rapporto Istat 2013), dopo il tradimento del voto delle politiche, come si andrà a votare negli oltre 700 comuni che rinnovano sindaco e consiglio comunale domenica 26 e lunedì 27? Con il naso turato, le dita incrociate, in punta di piedi, a occhi chiusi? E soprattutto, quanti andranno a votare?
Alle amministrative l'offerta sfugge agli schemi della cosiddetta pacificazione nazionale del patto transgenico PD-PDL e al monopolio del voto di protesta firmato M5S. Qui la politica, nel senso più autentico di governo della polis, ritrova i suoi connotati più veri. Che, a dispetto della pacificazione, oggi sono di frantumazione, deflagrazione dell'offerta politica nella quale possiamo però scorgere una discreta vitalità.
Il metro e mezzo di scheda-lenzuolo che i romani si porteranno in cabina elettorale (45 liste, 19 candidati, tutti uomini) basta a descrivere questa polverizzazione. Ma come orientarsi nella selva di liste di cittadinanza che in questa primavera piovosa sono sorte come funghi all'ombra dei campanili?
Come discernere tra le macerie fumanti dei partiti che si scompongono in varie affiliazioni nel tentativo di ricomporsi nei ballottaggi, e le espressioni più genuine di quei cittadini che si sono rimboccati le maniche e sporcati le mani nelle strade, nelle piazze e nei luoghi di lavoro, per dire molti no, ma soprattutto per proporre un modello di sviluppo del territorio più sostenibile (piccole opere diffuse a maggiore intensità di lavoro al posto di grandi opere inutili e imposte; riqualificazione energetica degli edifici, politiche di rifiuti zero, etc); per proporre modelli di gestione dei servizi pubblici diversi da quelli privatistici dove anche i rappresentanti dei lavoratori e delle associazioni siedono nei consigli di amministrazione; per proporre la valorizzazione dei beni comuni, cioè delle risorse di una comunità e sottrarli alla dittatura del privato; per proporre un modello di uguaglianza che affermi diritti civili irrinunciabili (ius soli, unioni civili); per proporre il riscatto del lavoro svilito, sfruttato e ricattato con la riformulazione di un'idea di impresa con una visione più ampia di quella del profitto; per proporre e rendere possibile una maggiore partecipazione dei cittadini alla politica e creare un sistema che veda i cittadini affiancare i propri rappresentanti, continuare con loro il dialogo dopo aver apposto una croce su un simbolo; per proporre la difesa della scuola pubblica e laica, come la mobilitazione che ha portato al referendum di Bologna di domenica.
Dunque, è nella capacità di proposta, oltre che di protesta, che troviamo una bussola. Un altro indicatore è poi la capacità di fare rete con altre realtà, di rendere queste proposte tanto più credibili quanto sono replicabili. Sfuggire dunque alla tentazione dell'autosufficienza allargando l'orizzonte ad uno scambio di pratiche, esperienze e proposte che si rafforzano a vicenda.
Un'esperienza in questo senso, un laboratorio significativo, è quello delle liste di cittadinanza, diverse di loro unite nella “Rete dei Comuni Solidali” (la lista “Repubblica Romana” a Roma che candida a sindaco Sandro Medici; “Una città in comune” a Pisa che candida Ciccio Auletta; “Sinistra per Siena” per Laura Vigni; “Brescia solidale e libertaria” per Giovanna Giacopini; “ABC: Ancona Bene Comune” per Stefano Crispiani; “Cambiamo Messina dal basso” per Renato Accorinti.
A queste liste è affidato un passo piccolo ma importante su una strada difficile ma irrinunciabile: essere e mostrare che esiste un’alternativa alla riproposizione di una prospettiva ormai non più in campo quale quella di condizionare “in qualche modo” il PD.
Sono candidati sindaci, liste ed esperienze che costruiscono un’alternativa legata dal filo rosso della democrazia radicale, come scriviamo noi di ALBA con Marco Revelli, lontano da Bisanzio e “fuori dalle mura” di quello che fu il centro-sinistra.
L'intento è quello di proseguire il dialogo anche dopo le elezioni, dagli scranni dei consigli comunali e ancora e sempre nelle piazze e nelle strade come nei luoghi di lavoro. A declinare e testimoniare un sistema di valori comuni là dove invece le liste effimere della mera tattica elettorale scompariranno.
Dietro le liste autentiche di cittadinanza attiva – altro indicatore importante - c'è un elemento soggettivo che non viene mai abbastanza sottolineato che è la passione per la politica che crea e trasforma i legami personali; c'è la condivisione della fatica di giornate passate a volantinare, fotocopiare, scrivere, intensificare il tam tam del social network anche (ma non solo) per uscire dall'oscuramento mediatico e supplire alla carenza di mezzi economici che le liste di cittadinanza, quelle vere, per scelta non posseggono. 


giovedì 23 maggio 2013

Per fermare la crisi serve una rivolta

Fermare l'autolesionismo. Scendere in piazza. Rottamare i politici. Il sociologo Revelli: «Rischio di recessione infinita».


di Antonietta Demurtas da lettera43


La crisi economica è sempre più sociale. A testimoniarlo è il rapporto annuale 2013 La situazione del Paese firmato dall'Istat e incentrato sulla situazione economica delle famiglie, il cui potere d'acquisto ha registrato una caduta di «intensità eccezionale» (-4,8%). Che ha portato l'istituto di statistica a definire quella dal 2008 al 2012 la più forte riduzione dei consumi dagli Anni 90.
Una fotografia che secondo Marco Revelli, docente universitario di Scienza della politica, economista e sociologo, testimonia come l'Italia sia finita «in una spirale a scendere», dice a Lettera43.it, dove «non c'è un punto di rimbalzo se non lo determiniamo noi».
SERVE UNA NUOVA CLASSE POLITICA. Per riuscirci è però necessario ritornare all'economia reale, non a quella della finanza e delle banche «che sono la malattia, non la cura». Ma soprattutto «ci vorrebbe una classe politica nuova che viene da un altro mondo rispetto a quello che ha prodotto questi disastri».
Un allarme che il sociologo aveva già lanciato nel 2010 quando nel libro Poveri, noi raccontava come gli italiani fossero convinti di crescere quando invece il declino era in atto. E ora che l'Istat ne ha confermato la caduta libera, avverte: «Questa è una crisi sistemica e se non si interviene con una netta rottura del trend, la situazione potrà solo peggiorare».


DOMANDA. Che cosa l'ha colpita di più del rapporto dell'Istat?
RISPOSTA.
Il dato più sconvolgente è quello sulla deprivazione materiale che è cresciuto del 9% dal 2010 al 2012. Ci sono famiglie che non riescono più a mangiare adeguatamente, ad arrivare a fine mese e a sostenere una spesa extra.
D. Il 16,6% degli italiani non ha più accesso nemmeno a un pasto decente.
R.
E l'Istat ha rilevato che la quota è triplicata in soli due anni. Questo ci dà la misura dell'impatto della crisi.
D. Spagna e Grecia non sono poi così lontane?
R.
No, basta vedere i dati sull'occupazione. La riduzione del volume di ore di lavoro è inquietante.
D. Soprattutto nel Mezzogiorno: il tasso di disoccupazione supera il 17%, quasi 10 punti più che al Nord. L'eterno ritorno della questione meridionale?
R.
Sì, senza contare che il Meridione è in una condizione limite per quanto riguarda tutti gli indicatori di povertà. Nel Sud è concentrata la percentuale più alta di poveri. E non dal 2012, ma dal 2007, prima ancora che iniziasse la crisi.
D. Quando finirà?
R.
Il dato più inquietante è che questo rapporto dà l'impressione di una spirale a scendere perché esamina indicatori di disagio che si alimentano a vicenda.
D. Ci spieghi meglio.
R.
L'impoverimento della popolazione comporta un deterioramento delle sue condizioni di salute. Così come è destinato a deprimere i tassi di scolarizzazione, perché la riduzione di reddito delle famiglie comporta un disinvestimento nell'educazione dei figli. Fattore a sua volta strettamente correlato con il tasso di povertà, perché chi ha un basso titolo di studio tende a essere più povero o a impoverirsi più facilmente.
D. Nessuna crisi temporanea insomma?
R.
Non penso si possa intravedere un punto di rimbalzo in cui la curva inizi a salire. Questi dati danno l'impressione di una crisi sistemica e se non si interviene con una netta rottura del trend, la situazione è destinata a peggiorare ulteriormente.
D. Dal 2010 si prevedeva un miglioramento, si sono sbagliati?
R.
Erano tutte balle, la fine del tunnel non la vede nessuno ed è impossibile da individuare dentro la dogmatica che guida gli orientamenti economici europei. È un meccanismo che non riguarda tanto la riduzione della spesa o il rigore di bilancio che pure pesano, ma i modi e i tempi del pagamento del debito pubblico.
D. Colpa del Fiscal compact?
R.
Questo comporta l'esborso di circa 50 miliardi all'anno solo per ricondurre la dimensione del nostro debito pubblico dentro la soglia del 60% del Pil in 20 anni. E si tratta di 50 miliardi di gettito sottratto agli investimenti, ai cittadini e trasferito al sistema finanziario globale. Oltre agli 80 miliardi di interessi sul debito pubblico che ogni anno dobbiamo pagare.
D. Ma come si può spezzare questa spirale?
R.
Credo siano due i pilastri. Il primo è una diversa filosofia socio-economica da parte delle istituzioni, a cominciare da quelle europee, che però finora hanno proposto solo formule retoriche e non politiche concrete.
D. Il secondo pilastro?
R.
Questo Paese avrebbe bisogno di una grande energia morale e politica. Risalire una china così pesante richiederebbe una ventata di entusiasmo o comunque la percezione di una discontinuità.
D. Una bella rottamazione?
R. Sì un nuovo inizio. Invece la nostra politica presenta la continuità con tutti i peggiori passati. È la riconciliazione con i nostri peggiori vizi.
D. Per esempio?
R.
Non si interroga mai su come spezzare il rapporto perverso tra la sfera finanziaria e l'economia reale.
D. Un rapporto parassitario?
R.
La finanza globale è una gigantesca spugna che assorbe le risorse prodotte dall'economia reale e le trasferisce all'economia di carta, anzi di bit. Una massa di ricchezza invisibile che ha continuato a far crescere le Borse. Le gigantesche iniezioni di liquidità che fanno gli Stati Uniti e il Giappone, vanno tutte a finire nel circuito finanziario.
D. Il solito falò delle vanità?
R.
Continuiamo a costruire bolle che poi regolarmente scoppiano in faccia alla povera gente.
D. Che ora non ha più alcuno strumento per difendersi?
R
. L'Italia aveva assorbito in modo non traumatico la crisi del 1929 perché era un Paese già di per sé povero e prevalentemente agricolo con un costume di coattiva sobrietà. Non aveva ancora vissuto l'ubriacatura del consumismo che ci fu dagli Anni 80 al 2000 e che ha fatto del consumo il tratto principale dell'identità e del legame sociale.
D. Per questo ora il calo dei consumi ha dimensioni così drammatiche?
R.
Sì perché abbiamo un crollo verticale delle identità individuali, familiari, dei ruoli, del sistema di relazioni. I cellulari, i capi firmati e la cura del benessere per anni hanno strutturato anche i sistemi di relazione. E nel momento in cui vengono meno lasciano gli individui assolutamente indifesi.
D. Come ha scritto nel suo libro la «modernizzazione è un piano inclinato verso la fragilità e l'arretratezza». Un processo di evoluzione che se si ferma produce involuzione?
R.
E macelleria sociale.
D. Quando ci sarà quella vera?
R.
L'unica minaccia che può smuovere i politici è che ci siano rivolte, moti di piazza. E per quanto possa sembrare una bestemmia, solo se ci fossero davvero potremmo dare una lettura ottimistica della crisi.
D. Perché?
R.
Perché vorrebbe dire che in questo Paese ci sono ancora delle energie. Se ci fosse una mobilitazione collettiva, magari anche controllata politicamente, seppure nelle forme non ortodosse delle manifestazioni di piazza, sarebbe comunque una voce.
D. Invece?
R.
Temo che questa crisi venga consumata nel privato delle famiglie, che si esprima in micro violenza inter-familiare, a partire da quella nei confronti delle donne, dei soggetti più deboli e dei migranti.
D. O contro se stessi.
R. Il fenomeno del suicidio per ragioni economiche è in scandalosa crescita rispetto al passato. C'è un incremento della violenza individuale non collettiva che diventa anche autolesionismo, depressione, malattia, apatia, disistima di sé, pena dei fallimenti individuali.
D. E il velo della vergogna nasconde tutto?
R.
È la forma peggiore, perché uccide il tessuto sociale, resta invisibile e non riesce a farsi ascoltare. Così chi governa continua a fare come se nulla fosse. Tanto anche se qualche milione di persone non va più a votare, loro si spartiscono i voti dei pochi che ci vanno.
D. Non si può spezzare questo silenzio?
R.
Le grandi macchine che permettevano di mettere insieme i tanti 'io' e trasformarli in un 'noi' sono a pezzi. La grande crisi del sindacato è evidente. Come quella dei partiti politici, che sino a qualche decennio fa organizzavano la protesta, erano in grado di analizzarla. Ma oggi sono del tutto inadeguati, non stanno più sul territorio, in mezzo alla gente.
D. Al loro posto oggi ci sono le mafie...
R.
È questa l'altra faccia della medaglia: le macchine occulte vanno a nozze in queste situazioni, si sostituiscono allo Stato, svolgono un surrogato di compito statale e tendono a peggiorare la situazione.
D. Non c'è nessuna speranza?
R.
Ci vorrebbe una classe politica che viene da un altro mondo rispetto a quello che ha prodotto questi disastri, che si sia formata fuori dalle mura di questa città corrotta.
D. La sua è una visione utopistica?
R. No. Per fortuna non siamo un Paese totalmente disfatto. Ci sono ancora delle strutture valide. Penso al ruolo svolto in questi anni dalla Fiom, compresa l'ultima manifestazione del 18 maggio: finalmente abbiamo avuto una piazza, un'occasione collettiva con una presa di posizione. E poi ci sono organizzazioni del volontariato che continuano a presidiare il territorio e monitorare il disagio.
D. Il vero stato sociale.
R.
Una supplenza dello Stato non solo per quanto riguarda l'aiuto dato alle famiglie, ma anche per le informazione che danno sul fenomeno. Non avremmo un profilo della povertà se non avessimo il rapporto annuale della Caritas.
D. Dovrebbero essere loro a governare il Paese?
R.
Basterebbe che i politici si sturassero le orecchie, invece tentano di fare le leggi per bloccare i colleghi e azioni anche peggiori.
D. Che cosa pensa delle prime proposte del governo in tema di lavoro?
R
. Ci sarebbe una mossa principe che avrebbero dovuto dare da tempo: siamo gli unici insieme con Grecia e Ungheria a non avere un reddito minimo garantito. Siamo solo tre su 27 Paesi dell'Unione europea e i risultati si vedono perché siamo quelli messi peggio.
D. Anche perché siamo senza un soldo.
R.
Per prosciugare l'intero bacino della povertà assoluta - sono circa 3,5 milioni di italiani - basterebbero 4,8 miliardi di euro. Una cifra consistente certo, ma non fuori dalla portata del nostro Paese.
D. Manca la volontà politica?
R.
E la cultura adeguata. Anche se in Europa, gli altri governi hanno un minimo di sensibilità, visto che c'è il reddito minimo garantito. Ma quando devono decidere per gli altri...
D. Non sono sensibili ai dati sulla povertà altrui?
R.
No. Lo sarebbero se questo mondo dolente sarebbe in grado di prendere con forza la parola, ma purtroppo come ho dovuto imparare, i poveri non fanno le rivoluzioni.
D. Perché hanno troppa fame per lottare?
R.
Perché sono deboli. Non hanno più niente. E le rivoluzioni le fanno quelli che hanno qualcosa da perdere.


sabato 4 maggio 2013

Vogliamo discutere insieme per agire insieme

 
LONTANO DA BISANZIO, VICINO AI CITTADINI E ALLE CITTADINE
Non c’è più tempo, apriamo un confronto nei territori, cogliamo l’occasione

È stato rieletto Napolitano perché la candidatura Rodotà – che ha dato rappresentanza alle istanze della democrazia, dei beni comuni e dei diritti – è inaccettabile per le politiche liberiste europee, la sua elezione avrebbe costituito un ostacolo nel progetto dell’insediamento di un nuovo governo “di larghe intese” che, in continuità con il governo Monti, fosse compatibile con il quadro delle politiche europee e del cosiddetto “pilota automatico”.
Così prende il via il secondo governo Napolitano- Europa che, commissariando il parlamento, sancisce un presidenzialismo di fatto e rende Berlusconi il grande vincitore, facendolo passare da processato a padre della patria.
Le elezioni? Il voto? Il cambiamento? La democrazia? Nei tempi di Napolitano e del pilota automatico europeo non sono questioni rilevanti. Napolitano ha costruito una proposta coerente mettendo insieme chi ha programmi compatibili con i dettami della troika europea. Di queste compatibilità il gruppo dirigente del PD è il massimo garante. Il governo Letta, è infatti un governo politico PD-PDL che mostra ancora una volta come per il gruppo dirigente del PD Berlusconi non sia mai stato un reale problema, mentre lo è per milioni di cittadini.

PROPONIAMO
di coagulare la mobilitazione di questi giorni in un percorso di assemblee territoriali fra il 4 e il 16 maggio: occasioni pubbliche aperte ai soggetti attivi singoli e collettivi (associazioni comitati movimenti…) per discutere quanto sta succedendo, per costruire la partecipazione alla manifestazione del 18 maggio a Roma, ma soprattutto per animare un confronto che avrà una prima fase di sintesi nella due giorni di Bari il 15 e 16 giugno, su democrazia e rappresentanza.

PARTENDO DA TRE CONSIDERAZIONI:
1) Ci arrendiamo al presidenzialismo di fatto o lavoriamo per la ricostruzione delle istituzioni e delle forme politiche organizzate della democrazia?
Non c’è dubbio che tra il 24 di febbraio e il 24 di aprile l’Italia ha cessato di essere una “democrazia parlamentare”. Non sarà un golpe, in senso tecnico. Ma di certo è un devastante mutamento di “regime politico”: stanno cambiando infatti in misura sostanziale e regressiva la nostra forma di governo. Intanto perché è venuto meno il ruolo rappresentativo del Parlamento, con la formazione di una maggioranza che riesce a contraddire platealmente la volontà dell’intero elettorato (di tutte e tre le aree uscite dalla competizione elettorale).
E perché in occasione dell’elezione del Presidente della Repubblica, il Parlamento si è chiamato fuori (per la seconda volta in poco più di un anno), rinviando la scelta al Capo dello Stato appena scaduto. Il quale è diventato, a tutti gli effetti, il baricentro del sistema istituzionale ed ha assorbito la funzione di indirizzo politico e di  demiurgo di un Governo che opera grazie e sotto il suo “tutoraggio” (così è stato scritto) La sede della sovranità si è spostata, dal suo luogo naturale – il potere legislativo – alla figura “monarchica” del Presidente.
Il Parlamento è fuori gioco perché l’ “agenda Monti” deve continuare a costituire la linea guida del Governo sotto una doppia tutela: quella ravvicinata del “Presidente-sovrano”, quella più distante ma in realtà decisiva dell’ “imperatore-pilota automatico” delle compatibilità liberiste europee. Per questo motivo l’opzione di un presidente come Rodotà, che sarebbe stata la risposta davvero alternativa, non è stata neanche presa in considerazione. Il “giovane” Letta si confà invece perfettamente allo scopo: come Monti membro della Trilateral e con la sua VeDrò, circolo che raccoglie personalità di diversa provenienza politica, ma tutte ben gradite ai poteri forti europei, vaticani e USA. Si configura al fondo una prospettiva minacciosa in cui Governo e Piazza verrebbero a confrontarsi direttamente e frontalmente, senza diaframmi: l’estinzione in diretta dei partiti politici mina al cuore la democrazia.
È a questo scenario che dobbiamo opporci costruendo un’alternativa. Continueremo a difendere con decisione la democrazia parlamentare, come fonte essenziale dell’equilibrio dei poteri, ma occorre al tempo stesso ricostruire forme di organizzazione e soggetti politici nuovi.

2)  Lontano da Bisanzio, vicino ai cittadini e alle cittadine
 
Al cuore della crisi istituzionale che viene così pesantemente avviata a un esito carismatico-presidenziale sta, infatti, la crisi dei partiti: la vera causa dell’eutanasia parlamentare a cui abbiamo assistito in diretta. E in particolare dell’unico vero Partito che era rimasto in campo, il Partito Democratico.  Il PD si è decomposto sotto i nostri occhi non tanto perché diviso in linee politiche contrapposte (una favorevole all’accordo col centro-destra, l’altra con l’area “grillina”): sarebbe ancora una lettura ottimistica perché presupporrebbe l’esistenza di aggregati politici al suo interno. In realtà esso è esploso perché dilaniato da un coacervo di ostilità personali, di rancori, volontà di vendetta e ambizioni non mediabili perché già da tempo prive di un orizzonte politico. Probabilmente il PD non si spaccherà lungo un’unica linea di frattura chiara destra-sinistra, ma secondo una geografia dei frantumi che riflettono le molteplici bande in campo (le testate plurime di cui ha parlato Bersani). E la dimensione personalistica cospargerà il campo di macerie e di veleni. Per questo motivo la sua crisi – che potrebbe durare a lungo, prima di produrre effetti organizzativi –  rischia di non aprire alcuna prospettiva di ricostituzione di un qualche “soggetto di sinistra”.
Né temiamo ci sia molto da aspettarsi dalle formazioni quali SEL, perché il crollo della casa principale può facilmente finire per travolgere chi ha fatto del centrosinistra la propria prospettiva.
È bene essere netti fin da subito, e dichiarare la nostra volontà di tenerci ben distanti da questo clima da Bisanzio nel momento della caduta dell’Impero.
Tuttavia la fine del grande equivoco del PD, al centro del grande equivoco del centrosinistra, può anche liberare possibilità e risorse. Lo spostamento di una parte del parlamento e della sinistra nel campo dell’opposizione a una nuova operazione simil-Monti nella forma di governo delle larghe intese è un dato positivo, se comporta però l’assunzione consapevole di un’altra prospettiva culturale e politica. Ci interessa infatti fare riferimento e ragionare con quell’Italia vasta, tutt’altro che minoritaria, radicalmente democratica e dunque contraria alle politiche del rigore di classe, che si è riconosciuta diversa intorno alla figura limpida di Stefano Rodotà – non certo ritornare alla pratica deprimente e sterile di rimettere insieme pezzi di ceto politico spinti fuori dalla geografia mobile dei partiti e in crisi di appartenenze.
Ci interessa l’Italia che vuole il cambiamento, l’Italia delle persone senza lavoro e precarie a vita, degli operai  e operaie  privati di contratti democrazia e diritti, dei giovani  e delle ragazze senza futuro e senza reddito, dei ceti impoveriti dalla crisi e dalle disastrose politiche di austerità di genere e di classe, l’ Italia che non può più aspettare e lotta per tenere insieme lavoro, reddito, diritti e democrazia. Per questo c’impegniamo nella mobilitazione diffusa verso l’appuntamento del 18 maggio a Roma con la FIOM.

3)  Sottostare al pilota automatico o riprendere in mano i comandi?
 
E’ il momento di ripartire dal basso, come sta nel nostro DNA. Offrire alla grande e dispersa massa delle persone spaesate ed esodate della politica un’occasione d’incontro – uno “spazio pubblico” in cui ritrovarsi – intanto per elaborare insieme un’immagine condivisa di quanto accade, e poi per costruire le proposte per un’azione attiva.
Non rinunciando alla denuncia delle colpe delle “caste”, ma soprattutto per innestare dentro la crisi politica e istituzionale la “questione sociale”, la risposta alla sempre più rapida asfissia economica e sociale: spread basso e disoccupazione alle stelle, finanza soddisfatta e l’economia reale che muore.  E’ di lì che la crisi della politica parte: dall’operare di quel “pilota automatico” evocato da Mario Draghi per rassicurare gli investitori, e che invece dovrebbe allarmare tutti i democratici, perché significa che la democrazia è sospesa. Inoperante. Partiamo dalle lotte  e dalle vertenze in atto nei luoghi dove viviamo e leggiamole come parte della crisi più generale, trasformandole da conflitti specifici in onda  di cambiamento generale.
 
ALBA- Alleanza Lavoro Beni comuni Ambiente

venerdì 3 maggio 2013

Cos’è l’Alto tradimento?

Tonino D'Orazio

Hanno complottato nei retroscena nazionali le loro politiche contro il bene comune. Fanno parte di oligarchie internazionali, di stampo massonico, dalle quali prendono ordini. Ci hanno prosciugato di tutto e ci hanno reso un popolo schiavo, servile e peggio ancora fiero di esserlo. Altri hanno già deciso il nostro futuro: rifiuti, nucleare, energie rinnovabili, scuola, lavoro etc. Noi siamo spettatori inermi e paganti. Può definirsi tirannide la politica oggi esercitata dalle Unione Europea avente il preciso scopo, per dirla con S. Tommaso d’Aquino, di ridurre in schiavitù i popoli per ottenerne un proprio vantaggio? Può definirsi alto tradimento del popolo chi vi partecipa con assiduità e servilismo?

E’ difficile festeggiare oggi, dopo il teatrino osceno di questi giorni, con la consapevolezza che si prepara un governo con chi è avvezzo a irridere la Resistenza e sgretolare la Costituzione, Napolitano compreso. Il discorso fasullo di Napolitano? In pratica: o fate come dico io, larghe intese, e non inciucio (mi raccomando, dice lui. Le parole sono sassi) o ne trarrò le conseguenze. Non vi sembra esulare un po' dai compiti che una legge elettorale, che non prevede il presidenzialismo, concede al presidente della Repubblica? In questo caso vige la rappresentanza parlamentare, Parlamento che rappresenta gli elettori. Non è ancora il capo dello Stato a rappresentare gli elettori. È il Parlamento.

Il risultato del cambio di casacca del Pd di fronte ai propri elettori, per un piatto di lenticchie ma con il cucchiaio in mano a Berlusconi, (“o così … o usciamo da governo” mentre non era ancora completato) rischia di sedimentare un sentimento duraturo: il morbo del risentimento. Rimane sempre la teoria del meno peggio, senza sapere dove finirà questo peggio. E chi vuole salvarmi a tutti i costi malgrado me stesso. E’ quello che ha pensato due terzi dell’elettorato che non voleva la continuità. Rimane un po’ di impotenza democratica se il governo dovesse durare e fare colpi di mano su legge elettorale o Costituzione per assodare le poltrone di “saggi” e canuti politici, e continuare ad imbrigliare e pilotare la residua democrazia rimastaci.

Certo se questa delicata fase di transizione e di passaggio della crisi, gestita da conclamati governanti mercenari, andasse avanti come prima e più di prima, non avremmo dubbi su quali interessi sarebbero indotti a privilegiare a danno del benessere dei propri concittadini e della stabilità del proprio paese. La fine dell’euro (data per certa da vari organismi economici internazionali appena si esaurirà l’agonia e il tallone di Achille della Germania) comporterebbe automaticamente l’esilio o la citazione in giudizio per alto tradimento della Costituzione Italiana per la maggior parte dei protagonisti dell’attuale classe dirigente italiana. Tolto il male (l’euro), gli italiani dovrebbero essere sufficientemente decisi e determinati ad eliminare anche i “malfattori” (gli eurocrati e gli europeisti di spicco in genere, non quelli di traino, perché se no si tratterebbe di una vera e propria deportazione di massa), per impedire preventivamente che approfittando della prevedibile situazione di disordine e confusione istituzionale possano rendersi colpevoli di altri crimini e misfatti. Pensare che il Tribunale Internazionale Russel ha chiesto di istituire una sezione per il genocidio sociale, assimilando quelli che affamano il popolo a genocidi veri e propri. Mi sembra che la stessa Boldrini abbia detto che la crisi genera carnefici. Non mi sento di fare un ragionamento freddo, ma nemmeno di pensare che l'emergenza è sempre più alta per cui dobbiamo ingoiare qualunque cosa. All'emergenza si fa fronte con la determinazione e soprattutto con dei principi. Perché se all'emergenza sociale si vuole porre rimedio senza garantire il diritto di uguaglianza di ogni cittadino, allora non si risolve nessuna emergenza. E questo cos'è se non un altro tradimento della Carta?

A proposito di Costituzione: quanto accaduto è più che un anticipo di presidenzialismo. Stiamo andando in quella direzione? Penso che ci stiamo andando e anche in maniera sciocca. Siccome il teatrino che abbiamo visto è veramente osceno, qualcuno avrà pensato: perché il capo dello Stato non possono eleggerlo direttamente i cittadini? È vero che magari avrebbero eletto Grillo al Quirinale ma forse più sicuramente Berlusconi. Penso che dobbiamo ancora ragionare molto prima di mettere in discussione e dare colpi irreversibili all'assetto della Costituzione, che è stata studiata articolo per articolo, mattone per mattone e da parecchie persone. Anche se un bel po’, in questi anni gestiti politicamente dalla P2 e dai neofascisti, sono riusciti a sgretolarla, un pezzo alla volta. Adesso invece rischiamo che chiunque vada lì, magari un Quagliarello e un Violante qualunque, ci rifà tutta la Costituzione. E noi stiamo tranquilli? Si può parlare di tradimento dell’Assemblea Costituente nata dalla Resistenza, o dell’ultimo referendum a sostegno della Carta? Ve l’immaginate cosa sarebbe successo se la Costituzione l’avessero fatta i democristiani e i fascisti, a maggioranza, senza il PCI e il PSI? Cioè contro più di un terzo del Parlamento? Cercate di non immaginarlo.

Siamo già in una forma di repubblica presidenziale che potremmo definire preterintenzionale, poiché il Presidente nulla ha fatto per perseguirla, ma si è trovato già da due anni ad assommare il ruolo di leader politico effettivo a quello di Presidente, che è stato riconfermato in presenza di una crisi della politica, di una sua incapacità di proposta e di risposta che non hanno precedenti. Ma il quattordicennato non è compatibile con l'istituto repubblicano, ne segnala la crisi e lo snaturamento, lo scivolamento in direzione di una monarchia elettiva. Gli stessi francesi hanno portato la permanenza a massimo cinque anni. In questo quadro si può anche abolire la festa del 2 giugno: tanto è quella della Repubblica e non ancora del reame presidenziale.

Flavio Zanonato (Pd menoelle), neo-ministro dello Sviluppo economico, sgancia la bomba nucleare. "L'energia atomica è una forma di energia, se si può gestire non è sbagliata di per sé. Nel mondo c'è. Se avessimo i siti adatti, perché no anche in Italia?" Il ministro ha aperto anche al ponte sullo Stretto. "Non lo ritengo nel modo più assoluto una priorità per l'Italia, ma di per sé potrebbe anche essere una cosa interessante". Stella Bianchi, responsabile ambiente del Pd, apre il teatrino: "Siamo sorpresi, non ha alcun senso parlare di nucleare". Il nuovo ministro della Difesa (pardon, della Guerra), in merito all’acquisto del centinaio di bombardieri F35, ci prende in giro:”si possono diminuire un tantino, ma gli impegni vanno rispettati”. E allora che si fa?

Non sono bastati i referendum, due, (ultimo giugno 2011) per dire no al nucleare? Ma chi è Zanonato in confronto agli altri milioni di cittadini? Magari è un ex comunista del Pd finalmente al potere. E il referendum sull’acqua bene pubblico, a chi tocca farlo rispettare? E quello sul valore e il mantenimento dei principi della Carta Costituzionale, chi rema contro?

Anche  il solito qualunquista Violante è pronto a giocarsi a tavolino una “profonda riforma costituzionale” senza sapere dove si va. "Bisogna distinguere tra una legge elettorale che serve per l'immediato per mettere in sicurezza il sistema [ndr: bloccare il M5S e un eventuale terzo Polo] e una legge fatta una volta varata la riforma costituzionale. Quest'ultima dipende dal tipo di riforma che si fa ed è difficile prevederla". Non sa dove andiamo?! Lo sapremo dopo? Ci sarà un referendum di approvazione? (ovviamente scherzo, ve lo immaginate con i padroni delle ferriere o con la troika?). Si può chiamare “alto tradimento”? O questo termine si riferisce ormai solo alle escort?

Eppure c’è ancora qualcosa di più sottile, per esempio il tradimento profondo e silenzioso della natura, della vita: le api sono in via di estinzione, rappresentano, oltre che l’impollinazione di fiori per frutti, un elemento della catena alimentare che si sta spezzando. Ebbene l'Ue vieta l’uso dei pesticidi-killer (a dire il vero dopo una sollevazione degli apicoltori tedeschi). L'Italia vota contro. Ma chi li ha autorizzati? Chi rappresentano? E’ il caso di ribadire, su tutte le questioni esposte, “non in nome mio!”.

martedì 30 aprile 2013

Dove li prendono quei dieci miliardi?

Questa è una domanda che non dovremmo mai porci perché è una trappola. Racchiudere l'economia dentro le mure domestiche del pater familias, facendo la trasposizione del bilancio dello stato in quello della serva, è un colossale inganno, e questo lo capisce anche chi economista non è. L'economia non è una scienza esatta, bensì un congegno che ci permette (dovrebbe permetterci) di fare in modo che la produzione e lo scambio delle merci creino le condizioni ottimali per soddisfare i bisogni di tutti. È un artificio dove non conta la partita doppia, conta sfamare la gente. È così da sempre, da sempre lo stato si regge sul deficit, e adesso vorrebbero farci credere che l'economia è quella scienza per cui se io ho cento non posso spendere più di cento, trascurando di dirci che in ogni caso di quel cento il 20% della popolazione si accaparra ottanta e il restante 80% il 20. Vivono di deficit gli Stati Uniti, vive di grande deficit il Giappone, che tuttalpiù adesso deve guardarsi dalle trappole della liquidità, abbiamo vissuto noi di deficit fino a 20 anni fa. Adesso ci dicono che non è più possibile, che abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità. Alcuni apparentemente saggi ci dicono che la spesa pubblica è il forziere nelle mani di chi alimenta il suo potere con clientele e prebende. Ma qui sta il punto: non si può identificare la spesa pubblica con il parassitismo. Chi ha detto che la spesa pubblica deve per forze essere sinonimo di corruzione e spreco? La spesa pubblica può essere una buona spesa senza per questo diventare lo strumento di ricatto di una classe politica parassita e spendacciona.

Siamo arrivati al paradosso che le destra oggi ha assunto il monopolio sia delle politiche austeritarie che di quelle antiausteritarie. C'è una destra degli oligarchi, in piena sintonia con una sinistra socialdemocratica, che segue i diktat imposti  dall'alto e c'è una destra, spesso la trasmutazione transitoria di quella delle oligarchie, che cavalca il malcontento popolare e assume la paternità di politiche espansive e di deficit spending. Questo è il dato saliente della politica italiana ed europea in generale, il concetto di spesa e l'uso strumentale che se ne fa, non dove si prendono i soldi, i soldi sono un'entità astratta, non si prendono, si creano e si spendono. 
In Italia abbiamo un grosso problema: ci troviamo al punto di dover scegliere fra civiltà e sopravvivenza senza sapere che l'una non sussiste senza l'altra. Seppellire (politicamente) Berlusconi e la sua subcultura mediatica è un dovere di civiltà, ma se la civiltà diventa il paravento dell'inciviltà, e cioè l'alibi per fare un favore alla oligarchie, allora molta gente sarà propensa, seguendo la pancia, a scegliere la sopravvivenza a scapito della civiltà, e sfido chiunque a dargli torto. Tutti persino Grillo, e persino un giornale come il Fatto cadono nella trappola dei conti in ordine e della partita doppia, commettendo l'ingenuità di sfidare un governo mostruoso come quello Letta sul terreno della spesa, un terreno che ci sta inghiottendo nelle sue sabbie mobili. Alla fine si crea una gran confusione e le uniche forze che chiedono a gran voce un'inversione di rotta dell'economia e un Europa dei popoli e non delle banche, vengono messe all'angolo, schiacciate dall'illusione grilliana e dalla macchina da guerra di una destra dalla doppia faccia e in grado di adattarsi plasticamente agli umori del popolo.

Il fallimento del liberismo è sotto gli occhi di tutti, tanto che persino il FMI oggi raccomanda per l'Europa ricette che sono tutto l'opposto di quelle liberiste che ha imposto finora in America Latina, eppure quando una simile mostruosità, come quella del Fiscal Compact è avviata è difficile fermarla, ma se la sinistra vuole ritrovare un'identità, non può fare altro che segnare un discrimine netto e profondo con quelle politiche economiche che contraddicono la sua natura egualitaria e il suo senso di giustizia.

domenica 28 aprile 2013

Doppiezza del e nel PD

Tonino D'Orazio 

Nella coalizione e nella “sinistra” in genere. Lo spostamento a destra, ormai dichiarato, non può che portare all’implosione del partito, alla perdita degli iscritti e degli attivisti. E’ la storia delle scissioni. Del Psi della metà degli anni ’60 con il primo centro-sinistra (nacque lo Psiup, 5%) e dal 1992 in poi con la fuga direttamente a destra con Berlusconi. Stessa strada imboccata dal Pasok greco. In accordo con la destra greca è passato da 47% al 12% in due rapide elezioni. Molti dicono per “responsabilità” verso il paese, molti dicono per “irresponsabilità” verso i propri elettori. La stessa situazione italiana di oggi per il Pd, che in realtà è definito solo da Berlusconi come “sinistra” italiana. Termine topografico parlamentare dopo aver fatto il vuoto intorno a sé, non di idealità, o di programma se non fumoso. Per questo il Pd non può volere subito le elezioni, malgrado l’eventuale riforma della legge elettorale. A meno di truccare di nuovo le carte con premi ad personam. Tanto continuano ad avere la maggioranza dei 2/3 del Parlamento per poter modificare la Costituzione, con la benedizione del garante.
La prevedibile compromissione rappresenta sicuramente una indecenza per quegli elettori che avevano creduto che il Pd fosse alternativo al governo precedente, pur senza aver mai detto come in campagna elettorale, e avrebbe permesso probabilmente di respirare. Ora il re è nudo e purtroppo per esistere deve sempre più arroccarsi al canuto bi-presidente e alle poltrone di potere. Senza avere mai la sicurezza di quanto tempo ci potranno rimanere, visto il sicuro smarcamento, quando ci sarà il voto segreto, di parte del partito che vuole rimanere onesto verso i propri elettori. E qui non c’entrano i giovani e le donne, sono le facce della stessa medaglia. Non sono stati eletti dai cittadini ma designati dalle segreterie di partito. Parlamentari liberi per Costituzione e ricattati se non allineati. Ulteriore vulnus democratico, ma a chi importa?
E’ oggi un partito al governo ma sotto ricatto di Berlusconi, come quello di Monti, da fargli fare le porcate e da far cadere a piacimento al momento opportuno. Un partito dalla padella alla brace. Quello che forse voleva evitare Bersani, (continuerà ad opporsi a Berlusconi?) ma non i giovani che avanzano, Letta compreso. Un partito frammentato in protettorati di politici rampanti, e l’unico che ancora non ha pagato nulla è il vecchio D’Alema. Insomma mossa geniale di Berlusconi che si assicura il presente e il futuro sulle spoglie del Pd. E’ il V governo Berlusconi, con due mastini a proteggere i suoi interessi, Alfano al ministero dell’Interno e la tecno-poliziotta Cancellieri alla Giustizia. Magistratura, muovetevi se potete! In più a tenervi sotto controllo ci sono Napolitano e Mancino, il mediatore tra stato e mafia.
C'è stata troppa fretta nel rieleggere Napolitano. Sì c'è stata molta fretta. Tutto si è messo in moto, affinché nulla fosse mutato. Anche la rielezione di Napolitano va in questa medesima direzione. Due terzi degli italiani hanno detto no alla continuità del massacro sociale. Un terzo era del Pd. Conclusione? Abbiamo lo stesso governo con politiche obbligate di destra e lo stesso presidente di prima. Solo nel governo cambieranno un po’ di nomi, quelli del Pd, e torneranno in forza quelli disastrosi del Pdl. Il resto sono chiacchiere politichesi. Il tradimento è esplicito.
Forse la parola potrà sembrare pesante, ma come descrivere la dissociazione del Pd dalla sua campagna elettorale, sfociando nelle negate larghe intese, e il tradimento dal sentire comune di gran parte dei suoi elettori, soprattutto giovani che occupano le sedi del partito in tutta Italia? Sembra il detto popolare “passata la festa, gabbato il santo”.
Forse solo Epifani, Barca, Nencini e Vendola, possono convocare gli stati generali per un partito della sinistra democratica italiana, nel solco del socialismo o della soialdemocrazia europea. Un partito chiaro. Bisogna proprio, finalmente, che questo blob di partito attuale possa dividersi e una parte possa ritornare nei propri alvei politici, storici e trasparenti per quello che sono. Renderebbero il nostro un normale paese europeo e potrebbero avere, forse, meno compromissioni.
Non è bastato a Vendola firmare un impegno di «lealtà agli impegni internazionali e ai trattati sottoscritti dal nostro paese» (vale a dire l'agenda Monti, Maastricht, Lisbona, Fiscal Compact, austerity, etc.), la ferocia della «destra proprietaria» (come l'ha recentemente definita Rossana Rossanda) che in Italia si combina con le cosche del centro-destra-sinistra e la Confindustria, sempre dolente e piangente, non lascia margini nemmeno a Sel e nemmeno alla scelta di opposizione.
Dopo l’impegno, a chi e a che cosa?
Ma se il Pd non si divide, la fine di Sel è preannunciata. Nessuno, in coalizione forzata dalla legge elettorale, può mettere il bastone tra le ruote del Pd e fare opposizione al governo. Non c’è due senza tre. Lo abbiamo visto con i comunisti e la sinistra radicale, fuori dal parlamento. Lo abbiamo visto con Italia dei Valori, fuori dal parlamento.
A destra non è la stessa cosa. Possono fare quello che vogliono, sia il Pdl che la Lega. Sono a geometria variabile. Così come gli ex democristiani. Un passettino a destra o uno a sinistra, sempre un passettino è, e sempre al centro sono. Con il potente aiuto della chiesa romana. Chissà quanta pressione abbia fatto la Cei, magari telefonando personalmente ad ogni parlamentare del Pd, per evitare che un laico come Rodotà potesse diventare presidente! Sempre se il Pd poteva permettersi di pensarlo.
 

martedì 23 aprile 2013

Sua Castità

di Marco Travaglio da blitzquotidiano

“Complimenti al regista, e anche allo sceneggiatore. Ieri, giorno III dell’Era Napolitana, l’Inciucio Day si è aperto di prima mattina nel supercarcere dell’Ucciardone (e dove se no?) con un sacrificio votivo sull’altare della Casta: un bel falò pirotecnico, non di agnelli o montoni o vergini inviolate, ma di nastri e bobine che immortalavano le quattro telefonate fra il capo dello Stato Giorgio Napolitano e l’indagato per falsa testimonianza Nicola Mancino, implicato nella trattativa Stato-mafia. Con mirabile devozione e scelta di tempo, la Cassazione partecipava festosa all’incoronazione di Re Giorgio rendendo note le motivazioni della sacra pira: intercettare l’indagato Mancino senza prevedere che avrebbe chiamato il Quirinale per ricattarlo e senza rassegnarsi all’idea che la legge non è uguale per tutti fu, da parte dei giudici di Palermo, “un vulnus costituzionalmente rilevante”. Non contenti, i supremi cortigiani hanno disposto l’ennesimo rinvio della decisione sul trasloco dei processi a B. da Milano a Brescia, facendo slittare sine die il processo Ruby e allontanando così il giorno della sentenza, onde evitare che il noto puttaniere subisse un altro vulnus mentre s’appresta al trionfale ingresso nel governo di larghe intese. Illuminato e circonfuso da quel fuoco purificatore, il nuovo Re Sole si è recato in quel che resta del Parlamento per il tradizionale discorso della Corona. E lì ha abilmente scudisciato la Casta di cui fa parte dal 1953, raccogliendo applausi, standing ovation e ola dai frustati medesimi, ben consci che il gioco delle parti imponeva l’esercizio sadomaso per il bene supremo della sopravvivenza, all’ombra del Santo Patrono e Lord Protettore della banda larga. Copiose le lacrime sparse da Sua Castità, nella migliore tradizione del chiagni e fotti. All’incoronazione seguirà – come da cerimoniale della Real Casa – la grazia del Re, onde evitare che i sudditi scoprano l’ “orrore” (men che meno in “piazza”) di larghe intese con un condannato per frode fiscale, rivelazione di segreti ed eventualmente concussione e prostituzione minorile. Il quale saggiamente prorompe in un liberatorio “Meno male che Giorgio c’è”. Qualche irriducibile frequentatore di piazze o (Dio non voglia) della Rete avrebbe preferito vedere, al posto di Sua Castità, un uomo libero come Stefano Rodotà. Ingenui. Mai un moralista di tal fatta avrebbe potuto raggiungere lo scranno più alto di Montecitorio senza essere abbattuto a pallettoni dagli unici autorizzati rappresentanti della volontà popolare. Basti pensare che l’incauto giurista, nel 1991 quand’era presidente del Pds, osò financo apporre la sua prefazione a un libro, Milano degli scandali di Barbacetto e Veltri, che anticipava le indagini di Mani Pulite sulla corruzione trasversale Dc-Psi-Pds. Fu ipso facto deferito ai probiviri del partito su richiesta di alcuni protagonisti del libro, essendo venuto meno al dovere di omertà mafiosa verso i compagni che rubano. La procedura fu poi – per così dire – superata dagli eventi: i protagonisti del libro erano quasi tutti in galera e certi viri erano tutt’altro che probi. Ma il reprobo fu comunque punito come meritava: candidato del Pds a presidente della Camera, fu battuto da Napolitano, già protagonista di epiche battaglie contro la “questione morale” di Berlinguer e comprensibilmente leader dei miglioristi filo-craxiani, ribattezzati a Milano “piglioristi” per le mirabili arti prensili di alcuni di essi (il loro giornale, Il Moderno, era finanziato da Berlusconi, Ligresti, Gavio e altri gentiluomini). Pochi mesi dopo i magistrati di Napoli arrestavano per tangenti il manager Fininvest Maurizio Iapicca, sequestrandogli un quadernetto con la lista dei politici “vicini” al gruppo B.: tra questi campeggiava il nome di Giorgio Napolitano. Il che rende gli applausi, le standing ovation, le ola e i “meno male che Giorgio c’è” di ieri vieppiù meritati.”

‘Questi politici hanno perso la testa’, intervista a Stefano Rodotà

di Daniela Preziosi da soggettopoliticonuovo

«In questi giorni ho cercato di fare con discrezione, ma con decisione, quello che si doveva fare. A quelli che dicevano ‘Rodotà non si pronuncia?’, dico che le cose non si fanno in trenta secondi. E a giudicare dalle reazioni, mi pare di esserci riuscito». Il professor Stefano Rodotà, l’«altro» candidato alla presidenza della Repubblica, quello delle forze contrarie alle larghe intese, ha ascoltato Napolitano in tv.
Cosa pensa delle parole di Napolitano?
La prima osservazione è una conferma: l’irresponsabilità o l’interesse dei partiti hanno trascinato il presidente nella crisi che loro stessi hanno creato. Hanno messo il presidente con le spalle al muro: siamo incapaci, pensaci tu. Un passaggio di enorme gravità politica. La seconda: Napolitano è stato indotto a un discorso da presidente del consiglio. E poi c’è una terza. Sono scandalizzato: mentre Napolitano diceva dell’irresponsabilità dei partiti, quellli applaudivano invece di stare zitti e vergognarsi. Hanno perso la testa.

Piazza e parlamento non si possono contrapporre, ha detto.
Vanno riaperti i canali di comunicazione fra istituzioni e società, soprattutto dopo il governo Monti, con il parlamento ridotto a passacarte. Posso ricordare che nel pacchetto della Costituente dei beni comuni ho predisposto un testo per l’obbligo di presa in considerazione da parte del parlamento dell’iniziativa popolare. Basterebbe una modifica dei regolamenti parlamentari.

E nella crisi, cosa pensa del Pd?
Da tutta questa vicenda è uscito vittorioso Berlusconi, che sta imponendo le sue condizioni, e il Pd è andato a raccomandarsi al Colle, e poi ha dato di nuovo spettacolo.

Napolitano indica la strada delle larghe intese. Secondo lei è l’unica?
Non posso mettere fra parentesi il fatto che la larga intesa si fa con il responsabile dello sfascio e della regressione culturale e politica di questo paese. Si faranno interventi economici, si utilizzeranno i modestissimi documenti dei saggi, ma non potrà essere affrontata nessuna della questioni che possono restituire alla politica e al parlamento una qualità di interlocutore della società. Larghe intese? Il protagonista è Berlusconi.

Lei dice: resto un uomo di sinistra. Ora guarda a Vendola?
Sono contento, ma anche molto sorpreso, di questo senso di identificazione emerso nei miei confronti. Io ho una lunga storia personale nella sinistra, di lavoro teorico ma non solo: le forze politiche non hanno capito niente del referendum sull’acqua votato da 27 milioni di persone, e io ho invano cercato di far ricevere i promotori dal vertice del Pd. Ho letto microvolgarità su di me. Come: Rodotà non prende mai un autobus. Non ho preso l’autobus in questi giorni perché per me era imbarazzante. Sull’aereo si sono messi ad applaudire. Hanno riesumato Carraro per fargli dire che Rodotà sta nei salotti. L’unico salotto a cielo aperto in cui sono stato si chiama Pomigliano. Lì, alla manifestazione della Fiom, ho portato lo striscione con il mitico Ciro. Sarò alla manifestazione della Fiom del 18 maggio. Io non ho niente di carismatico. Semplicemente, testimonio che si può lavorare sulle cose: beni comuni, acqua, le discriminazioni. Certo, questa vicenda mi carica di responsabilità. Però, prima voglio vedere con chiarezza le cose. Proprio sul manifesto, appena nata Alba avvertivo di fare attenzione a mettere in piedi un soggettino pronto a sfasciarsi alla prima occasione. Quale cultura politica possiamo mettere in campo?

A proposito di futuro, cosa vede nel futuro del Pd?
In questo momento temo un vero rischio per la democrazia. Il Pd sembra inconsapevole del fatto che la sua frammentazione apre una grande questione democratica, un vuoto. Se viene meno un soggetto forte della sinistra e ci sarà un puzzle impazzito, avremo il confronto Berlusconi-Grillo. Una specie di livello finale.

Lei ha scritto sulla democrazia elettronica come il populismo del terzo millennio. Poi è diventato la bandiera dell’M5S, che professa la democrazia elettronica.
La democrazia elettronica e la tecnopolitica ha vari modi di manifestarsi. Ma certo che c’è una differenza fra chi ritiene che tutto si risolve nella rete e chi ritiene che la rete ha un ruolo crescente. Grillo ha operato in rete, ma quando è venuto il momnento elettorale ha riempito le piazze. Basta pensare a No bavaglio, Se non ora quando: qualcosa che prima era consentito soltanto alle grandi organizzazioni strutturate, partiti sindacati e Chiesa. Le piazze erano state svuotate dalla tv, la rete le ha ririempite. Oggi dobbiamo lavorare su questo. Non siamo al duello finale fra democrazia di rete e democrazia rappresentativa. Piuttosto, vedo un obbligo: nella Costituzione c’è un filo sottile fra referendum e iniziativa popolare che dev’essere rafforzato non come una via alternativa. Nel Trattato di Lisbona c’è un’apertura importante in questo senso. I sindacati europei stanno promuovendo un’iniziativa per chiedere alla Commissione di stabilire le regole sulla non privatizzabilità del servizio pubblico. Sa quante firme sono state raccolte finora? Un milione e 600mila in tutta Europa. È il momento di lavorare su questo. Faccio un’aggiunta personale: Rodotà non è stato inventato da Grillo. Il mio nome circola da mesi sulla rete. Insieme ad altri: la rete ha selezionato tutte persone di sinistra, ci metto con qualche fatica anche Emma Bonino, ma certamente anche Romano Prodi. Questo punto dovrebbe farci riflettere. Ci sono delle oscurità? Grillo e Casaleggio avranno fatto un complotto per tirare fuori solo nomi di sinistra per mettere in difficoltà la sinistra? Il fantasma della rete si aggira. E la politica sa fare solo tweet.

Che idea si è fatto si Grillo?
Posso dire le cose su cui sto riflettendo. La parlamentarizzazione del 5 stelle è ormai un dato di fatto. Quando l’altra sera Grillo ha parlato di golpe, ed io poi ho dichiarato di rispettare la legalità parlamentare e di essere contrario alle marce su Roma, alcuni del 5 stelle mi hanno detto che questo ha aiutato a evitare una bagarre. Io non so quale sarà il futuro del 5 stelle. Stanno in parlamento, vedremo come utilizzeranno lo strumento parlamentare. Hanno insistito perché si cominciasse a lavorare nelle istituzioni, non mi pare che siano andati in parlamento con la dinamite. Come si fa a dire che il Movimento 5 stelle è incostituzionale, quando anche su Repubblica con tanti abbiamo riflettuto sull’incostituzionalità del berlusconismo?

A proposito, Scalfari le ha detto che bisogna fare la politica con cuore, e anche con il cervello.
Non è una bella maniera, in molti mi hanno spesso rimproverato di aver messo sempre in campo troppi elementi di ragione. E però: la cultura illuminista, cara a Scalfari, ha rilanciato tre valori. Libertà, uguaglianza e fraternità. Perché la fraternità è stata la figlia minore della triade rivoluzionaria?


Fonte: Il Manifesto

 

domenica 21 aprile 2013

Ho sbagliato

di Tonino D'Orazio

Lo prevedevo, diciamo pure lo speravo, ma Napolitano non è andato via. Ho sbagliato, non è finita. Le altre spallate alla Costituzione arriveranno puntualmente. Il capo si arroccherà sulla poltrona fino alla morte, malgrado tutti. Forse ci costerà anche qualche funerale di “stato”, una mano sul cuore e l’altra altrove. Il peggiore presidente della storia della repubblica, replica. Contento lui che può continuare a pavoneggiarsi e sentenziare al limite del banale, per non utilizzare altri termini. Sempre che possa presentarsi ancora tranquillamente in pubblico senza essere fischiato dovunque vada. Contento Obama. Contenti i paesi oppressori e i tecnocrati europei. Contenti quelli del Pdl, di Monti e degli ex-fascisti che rientrano in gioco per la continuità e lo scempio del nostro paese. Grande esperienza, ci sono da 20 anni. Contenti i Pd meno elle, si sono ricompattati e possono finalmente inciuciare di nuovo, in grande riconciliazione, alla faccia dei loro iscritti. Contenti i Sel, si sono smarcati al momento giusto, quando serviva, giusto in tempo per iniziare una parabola discendente alla Di Pietro se i suoi eletti tenteranno ancora di intralciare il Pd. E’ successo ai comunisti, poi ai dipietristi e poi, se la legge elettorale rimarrà identica, o affine con il premio di coalizione, toccherà a loro. Come si può prevedere non c’è due senza tre.
Malgrado i teatrini che saranno capaci di fare con il prossimo governo di “larghe intese” sponsorizzato dal “nuovo” che avanza, Napolitano, c’è da sperare che non la facciano questa riforma elettorale. Visto che questa parola “riforma”, per almeno quindici anni, ha rappresentato solo una feroce diminuzione dei diritti di cittadinanza e di sgretolamento della Costituzione, soprattutto in tempi così bui per la repubblica, speriamo non la facciano. Viaggeremo verso un presidenzialismo fascistizzante. Al peggio sembra non esserci fine.
Tutti contenti, eccetto quelli che possono rappresentare una nuova speranza per il nostro paese e sicuramente per milioni di cittadini. Il “colpo di stato” che non c’è, in realtà, per quanto riguarda legalità e funzionamento istituzionale, c’è però nella riproposizione della continuità del disastro nazionale che i cittadini hanno fortemente rifiutato. Dando voti (due terzi del totale) comunque a due coalizioni che propugnavano il cambiamento, uno a parole come dimostra adesso il Pd, l’altro nuovo e radicale sulla moralizzazione come il M5S. Sta qui il “colpo di stato” contro la volontà popolare espressa elettoralmente. Ed è questa la colpa del garante Napolitano, di aver disprezzato gli elettori e riproposto il palazzo bunker gestito da altri paesi. Il Pd è andato sul deleterio e il “vecchio”, in un lento suicidio politico soprattutto di questi giorni, ma connaturato alla sua fluttuante e confusa linea. Anzi si può dire oggi che tatticamente hanno tentato di logorare il M5S cercando di lasciarlo con il cerino in mano. Il Pd potrà ricompattarsi sugli affari e sulle spartizioni di cosiddetto potere; hanno i loro santi scandalistici in continuazione, ed è quello che hanno scelto. Sono costretti a ricompattarsi. Ma quali dimissioni della segreteria. In Italia non si dimette mai nessuno, soprattutto se perdente. Nemmeno Renzi potrà urlare “al voto subito” dopo aver scassato (a nome di chi?) e rottamato il suo partito se non forse anche suicidatosi sulla sua leggerezza politica.
Forse l’intervento del ministro Barca, in un momento drammaticamente sbagliato, ha tentato di riportare il Pd sulla normalità europea di una sinistra, anche “socialdemocratica” piuttosto che socialista (ancora in dotazione al fantomatico Psi), alternativa alle destre, almeno elettoralmente, tentando di sgravarlo di dosso dall’ipoteca cattolica onnipresente e ricollocandolo nell’ambito della volontà popolare espressa elettoralmente. Purtroppo il laico vero e serio, come lo vuole la nostra Costituzione, non poteva che essere Stefano Rodotà.
Ancora un vulnus di reazione nella rielezione del canuto Napolitano. L'art. 84 della Costituzione recita: "L'ufficio di Presidente della Repubblica è incompatibile con qualsiasi altra carica." Viene rieletto un presidente ancora in carica? Napolitano non si è mai dimesso, se la scadenza vera è quella del 15 maggio, la sua elezione é nulla. Va rifatta il 16 maggio. Il Presidente ancora in carica non può essere rieletto, doveva rassegnare le sue dimissioni per essere eleggibile. Ma tanto, per quel che vale la Costituzione in mano ai manipolatori! Pensare che ci giurerà di nuovo sopra. Sicuramente un po’ dei suoi “saggi” troveranno le più squisite disquisizioni giuridiche per rintuzzare questa ipotesi di annullamento.
Potevano eleggere il costituzionalista Rodotà? Ma la domanda del perché il Pd non ha voluto Rodotà, a rischio di sfasciarsi, rimane aperta. O la risposta “alla greca” (voluta dalla Troika) era già scritta. O il governo era già fatto mentre si scherzava bruciando definitivamente un po’ di nomi. Ovviamente quelli del Pd.
Forse su qualcosa ci divertiremo, soprattutto se le presidenze Rai e Copasir (servizi segreti) toccheranno al M5S. Ma è più che probabile che la Rai verrà rapidamente privatizzata, cioè regalata a Berlusconi, e che non sapremo mai nulla sulle stragi di stato, perché i documenti verranno secretati fino al tre mila visti i tempi di permanenza dei politici nelle istituzioni.


venerdì 12 aprile 2013

La tentazione dell’inciucio: qualche dirigente Pd è ricattabile?




di Paolo Flores d’Arcais e Barbara Spinelli da Micromega

Cari parlamentari del Pd, M5S e Sel,

ci rivolgiamo oggi soprattutto ai parlamentari del Pd e di Sel, perchè c’è qualcosa che non riusciamo proprio a capire. Estromettere Berlusconi dalla vita politica e dal potere (compreso il suo monopolio sulla televisione commerciale) non solo sarebbe sacrosanto secondo tutti i canoni delle democrazie liberali occidentali, ma sarebbe anche un vantaggio non da poco per il centro-sinistra. Ora, se una misura a portata di mano, che corrisponde sia all’interesse generale e all’etica di una democrazia sia all’interesse egoistico e di bottega di una forza politica, viene da quest’ultima rifiutata e anzi tale forza politica si muove in direzione opposta (mantenere il Caimano nei gangli decisivi del potere e della politica), l’interrogativo è d’obbligo: perché tanta assurdità?

Il masochismo è infatti comprensibile e accettabile come una delle tante e varie inclinazioni sessuali (in fatto di sesso, tra adulti consenzienti, “di tutto e di più” è l’unica norma liberale), ma in campo politico è un controsenso, oltretutto enigmatico. Nessuna forza politica e nessun singolo politico vuole il proprio male, ama danneggiarsi. Talvolta lo fa, ma per stupidità. Nel caso che stiamo esaminando, però (la possibilità di estromettere B. dalla politica e dal potere), neppure la stupidità può essere una spiegazione, perché è talmente evidente, anche al più stupido del genere “homo sapiens”, che la soluzione prospettata sarebbe di enorme vantaggio per il centro-sinistra, e carica di rischi invece la scelta opposta, che la spiegazione di tanto pervicace “masochismo” va cercato altrove.

Dove? L’unica spiegazione logica che resti, visto che ogni interesse generale, ogni valutazione etica, ogni interesse di bottega spinge nel senso della “estromissione”, è che una parte del gruppo dirigente Pd+Sel sia ricattabile. Ovviamente dei contenuti e ingredienti di tale “ricattabilità” nulla possiamo sapere e neppure immaginare, ma se non ci viene data una spiegazione più plausibile, quella della “ricattabilità” (anche solo mentale) resta l’unica in campo. In un dialogo di oltre dieci anni fa su MicroMega, Giuliano Ferrara spiegava a un allibito Piercamillo Davigo che la prima dote di un politico deve consistere nell’essere ricattabile. “Non ricattabile, vorrà dire”, insiste Davigo. No, proprio ricattabile, replicò a quel punto Ferrara, perché un politico non ricattabile non è affidabile.

Pd e Sel hanno da guadagnare un Perù dalla estromissione di Berlusconi dalla politica e dal potere (del resto perfino la destra “presentabile” che si fa chiamare “centro” ha analogo interesse). L’Italia, la sua democrazia, la convivenza civile, la considerazione del nostro Paese in Europa e nel mondo (sia presso l’opinione pubblica che presso gli establishment), ne trarrebbero un impareggiabile giovamento, e del resto in nessuna democrazia liberale sarebbe mai stata tollerata la presenza in politica di chi assommasse il potere mediatico di un Murdoch a quello economico di un emiro.

Perciò, se il Pd e Sel non operano sollecitamente per dichiarare Berlusconi ineleggibile, se non scelgono un Presidente della Repubblica che – in quanto Custode della Costituzione repubblicana e dei suoi valori – rifiuterà di sottomettersi alle pressioni di Berlusconi, alle cui esigenze resterà indifferente, dovranno spiegare ai loro elettori perchè mai preferiscano un comportamento che è scellerato secondo i parametri di una democrazia liberale e al tempo stesso masochista fin quasi al suicidio per Pd e Sel medesimi.