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mercoledì 14 novembre 2012

La violenza e così sia

E adesso? Si ricomincerà coi soliti discorsi sulla violenza, su chi ne detiene il monopolio, sul suo essere levatrice della storia, sul suo ruolo di ineluttabile componenete del conflitto? Ci dilungheremo ancora sull'intrinseca violenza dello stato, sulla cattiveria indomita delle forze dell'ordine, strumenti biechi del regime, nonché prodotti di un'antropologia deviata? Non ci siamo. Ricadere nella logica del noi contro di loro è fuorviante. Persino concentrarsi sulle violenze poliziesche, che pure devonbo essere denunciate a gran voce, è fuorviante perché trasforma il male in sostanza e non in strumento di dominio. I poliziotti cattivi sono dei cattivi strumenti e non rappresentano la cattiveria in sè, sono il frutto malato di una società che si alimentà di miseria e di prevaricazione. Noi continueremo a fare il nostro mestiere e loro il loro, perché non possono fare altro. Se qualcosa cambierà questo avverrà in virtù della nostra capacità di rendere inutile la loro violenza e di non accettare l'idea del nemico come parte del progetto della politica. Se qualcosa cambierà, sarà perché cambierà il modo di governare e di decidere per il bene comune, non perché avremo vinto la nostra guerra contro i celerini. 
Se necessario ci difenderemo e reclameremo il diritto a farlo, ma la nostra priorità non è combattere contro i poliziotti, che si sappia. 
Abbiamo altro a cui pensare.

domenica 29 luglio 2012

La violenza della malattia. Il Dr House e la psichiatria (repost)


hand on fire 
Tempo fa ho visto un episodio del Dr House, che in preda ad allucinazioni visive terrificanti (vedeva la ragazza morta del suo migliore amico), credendo di essere diventato psicotico, malgrado la consapevolezza di malattia non si associ alla psicosi, si provoca un coma insulinico per scacciare il fantasma che lo perseguita e guarire così dai sintomi di quella malattia così come si guarisce da una polmonite.
House è l’esempio perfetto del pragmatismo che utilizza tutti i mezzi a disposizione per risolvere un problema nella maniera più efficace senza troppe complicazioni di tipo ideologico o deontologico.
Il gesto di House, al di là dell’aspetto fantasioso e troppo rigidamente consequenziale delle sue deduzioni, da l’idea di come sia impossibile considerare determinati fenomeni in campo medico, al di fuori di un contesto sociale e culturale che ne definiscono non tanto l’attendibilità in termini scientifici, quanto l’alone emotivo e i contenuti di potere che essi esprimono.
Il ruolo dei medici e degli psichiatri dei primi del novecento riflette un’asimmetria all’interno del corpo sociale, dove il “tecnico” deputato alla cura, nella fattispecie il medico alienista, era anche depositario di un potere assoluto sui malati delle classi inferiori. Un potere che si esercitava col diritto di abusare del malato e sperimentare su di lui qualsiasi cura. Il primato della medicina era anche il predominio sulle vite dei matti appartenenti ai ceti bassi, che rivestivano il ruolo ambivalente di malati e perturbatori sociali al tempo stesso. Elementi infetti da tenere isolati dal resto della società.
L’errore più grande è quello di associare le pratiche che i medici usavano ai ruoli e alle finalità di una società classista e razzista ed anche a un milieu intriso di terrore e di intimidazioni. Presi di per sé le terapie somatiche quando non sono eccessivamente brutali rivestono un ruolo neutrale. Certo il coma insulinico è brutale, ma anche gli interventi chirurgici o la chemioterapia lo sono, eppure nessuno si sognerebbe di proibire né gli uni né l’altra.
Intendiamoci non voglio affermare l’idea che bisognerebbe rivalutare il coma insulinico o l’ETC ( su quest'ultimo ci sarebbe molto da dire), voglio solo affermare che la violenza della psichiatria è stata e continua in casi sporadici ancora oggi, a essere principalmente una violenza istituzionale e sociale, che deve essere disgiunta dalle pratiche da essa adottate, almeno da quelle che non hanno un valore punitivo ma esclusivamente terapeutico. Per queste ultime vale il principio dell’efficacia provata con i criteri della scienza e non quello della ripulsa scatenata dalle immagini cruente che essi evocano. Il loro contenuto di violenza e di abuso è commisurato unicamente alla loro inutilità e all’arbitrarietà con cui vengono usate.
Purtroppo quando si parla di psichiatria si finisce per considerare un solo aspetto di questa, ed è quello riguardante la seconda parte della biografia di chi è affetto da malattie mentali, quello cioè inerente alla stratificazione della malattia e alle modificazioni irreversibili che essa provoca nella personalità dell’individuo.
Basaglia si è occupato di questo secondo tempo, ed ha ritenuto giustamente che nella fase di cronicità della malattia mentale, l’aspetto preponderante è il recupero della libertà e della dignità dell’individuo, poiché il problema a quel punto è unicamente quello di fare in modo che il malato e la società in cui egli è cresciuto, riescano a convivere nella maniera migliore possibile con ciò che l’individuo stesso è diventato. Lo stigma sociale e l’istituzionalizzazione inoltre, erano considerati essi stessi fattori favorenti l’instaurarsi di processi di cronicizzazione della malattia, da qui l'abolizione dei manicomi.
Si dirà che ciò che uno diventa è anche il frutto del contesto sociale in cui vive, e quindi diventa prioritario cambiare alla radice quello stesso contesto, ma tutto ciò è riduttivo e ci riporta alle sciagurate tesi della malattia mentale come prodotto della divisione in classi della società. L’atteggiamento della società nei confronti della malattia mentale e l'ordinamento sociale su cui essa si regge, condizionano il destino delle persone in maniera decisiva, ma raramente  sono causa diretta di malattia.
I basagliani odierni sono in larga parte ignari dei progressi della ricerca in campo medico-scientifico e sono tremendamente sospettosi verso qualsiasi fenomeno o atteggiamento in odore di organicismo. Se consideriamo la psichiatria come in ogni altra branca medica, non possiamo non tener conto che esiste una fase acuta della malattia e una fase cronica. L’aspetto terziario della malattia coinvolge processi di natura sociale e politica, e qui occorre certamente intervenire, ma l’aspetto primario richiama principalmente l’essenza biologica dell’umano, un’essenza che contiene in fieri la possibilità di ammalarsi a prescindere dalle appartenenze di classe e dal contesto sociale in cui vivi. Non possiamo ignorare quest’aspetto a meno di non voler considerare la cura del malato psichiatrico una ritualità che potrà essere addolcita dall’umanità di psichiatri democratici, ma non porterà mai a nessun reale progresso.
La violenza della malattia non è inferiore alla violenza delle istituzioni, anche se è una violenza neutrale.(F.C.)

venerdì 4 maggio 2012

Polverini: con una mano taglia e con l’altra firma

Luisa Betti da Il Manifesto

Sono già più di 20mila le firme che stanno giustamente sostenendo l’appello “Mai più complici” (Zanardo-Lipperini-Snoq) per fermare il femmicidio in Italia chiedendo un rapido intervento del governo: ma a che serve accettare il sostegno nominale da chi si è preso la responsabilità pratica di tagliare i fondi ai centri antiviolenza che sono il fulcro della questione soprattutto in questo momento di emergenza? A cosa serve avere la firma di chi ha controfirmato tagli drastici per gli interventi territoriali contro la violenza di genere e ha sostenuto normative nefande come la legge “Tarzia” che vuole far sparire i consultori da tutto il Lazio portando questa regione indietro di 50 anni con i centri per la famiglia? A cosa serve che la presidente della Regione Lazio, Renata Polverini, reciti testualmente che “in Italia è in atto un attacco al cuore dei diritti delle ragazze, delle bambine, delle donne, che sono le prime vittime della crisi, le prime vittime delle violenze domestiche”, quando lei stessa ha portato quest’anno i finanziamenti per contrastare questa violenza da 700mila a 400mila euro? A dirlo non sono io ma chi l’ha vista. Il Consigliere Pd, Tonino D’annibale, ha dichiarato sul suo sito (quindi è pubblico) testuale commento: “Il sostegno alla donne vittime di violenza è un problema di sanità pubblica.  Lo dice anche l’Organizzazione mondiale della sanità ma, evidentemente non la pensa cosi questa Giunta regionale anche se presieduta da una donna. Sportello donna funzionante al S. Camillo dal 2009 e che ha prestato assistenza in due anni  a oltre 700 donne , infatti sta per chiudere. La Regione non ha fondi e di certo non è spesa di cui si può far carico in modo autonomo l’azienda ospedaliera S. Camillo, che non ha per niente i conti a posto.  Le lavoratrici del centro non percepiscono lo stipendio dallo scorso novembre ma lavorano comunque. Sono un esempio di solidarietà di donne verso le donne. Lo stesso non si può dire della Polverini. Perdere altro tempo vuol dire assumersi la responsabilità di chiudere un esperienza all’avanguardia in tutta Italia , ma soprattutto lasciare mano libera ai violenti”. L’Associazione nazionale dei centri antiviolenza Dire, in occasione della presentazione del primo piano triennale contro la violenza di genere e lo stalking alla conferenza organizzata al Villaggio So.Spe – il centro romano guidato da suor Paola che accoglie ragazze madri e i loro bambini – ha chiesto il perché una così degna attenzione non fosse dedicata anche alle strutture già esistenti che operano da anni e con esperienza contro la violenza, dato che esistono solo 67 posti letto in tutta la regione Lazio e le difficoltà pratiche che i centri antiviolenza del territorio hanno nel garantire il servizio di accoglienza e di sostegno necessari alle donne che chiedono aiuto sono costantemente in bilico. In partica la presidente, che ha firmato l’appello “Mai più complici” con tanto di dichiarazione, nella realtà ha messo in discussione l’esistenza e il sostegno a due nodi fondamentali per combattere la violenza: gli sportelli antiviolenza del pronto soccorso dove la donna può accedere direttamente 24 ore su 24 per poi venire indirizzata ai centri e alla procura per eventuale denuncia (e quello del San Camillo posso garantire che era di una stanzetta che le operatrici della onlus BeFree avevano messo a posto per accogliere le donne), e i centri antiviolenza provvisti di avvocate, psicologhe e operatrici specializzate (laiche) che, in alcuni casi, sono anche provvisti di rifugio per donne e bambini che ne hanno bisogno (qui le donne vengono nascoste quando in pericolo di vita). La Regione Lazio della Presidente Polverini ha inoltre appoggiato e sostenuto la legge Tarzia (proposta dall’on. Olimpia Tarzia) che prevede di abrogare la L.15/76 istituente i consultori nati come servizi socio sanitari integrati di base, volti alla promozione e alla prevenzione della salute della donna e aperti alle famiglie di ogni genere, alle coppie, alle donne, agli uomini e agli adolescenti anche non accompagnati, a persone con diverse identità etiche, religiose, culturali, introducendo invece una impostazione ideologica e confessionale finalizzati a servizi consultoriali per la tutela “della famiglia fondata sul matrimonio”  promuovendo la partecipazione e la gestione dei servizi di tutte le associazioni confessionali pro-life ed escludendo le associazioni/assemblee delle donne. La Tarzia prevede di duplicare obbligatoriamente i percorsi di applicazione della Legge 194/78 (il diritto all’interruzione di gravidanza) considerando implicitamente l’inadeguatezza e l’incapacità delle donne di assumere con senso di responsabilità decisioni relative alla propria vita, e contempla i consultori organizzati da strutture private non a scopo di lucro e da strutture private lucrative – in questo ultimo caso in contrasto con l’art. 2 della L. 405/75 – prevedendo la possibilità di accreditarli, di finanziarli con risorse pubbliche e di delegare loro la gestione di servizi consultoriali pubblici. Ovvero prevede un attacco diretto alla salute e al diritto delle donne italiane, ricreando così un terreno fertile dove la violenza e il femmicidio sono solo un triste e vergognoso epilogo.

sabato 21 aprile 2012

SULLE SCALE DELLA DIAZ Riflessioni sul film, sul movimento e il Prc

Quella maledetta notte tra il 21 e il 22 luglio 2001 fui tra i primi ad entrare nella scuola Diaz. Ricordo ancora ogni passo su quelle scale, il cuore in gola che pompava sangue . Sangue fresco come quello che vedevamo sui muri, sugli spigoli delle porte  sui sacchi a pelo per terra. Zaini svrentrati, indumenti e spazzolini da denti sul pavimento, computer e vetri in frantumi. Era ancora calda la violenza esercitata dai teppisti in divisa. L'avevamo sentita per ore fuori dalla scuola fronteggiando il cordone invalicabile di polizia e carabinieri. Adesso la "sentivamo" in quella palestra, nelle aule devastate, nel pensiero e nell'angoscia dei nostri compagni portati via in barella, con i loro volti tumefatti, con le bende bianche che coprivano la vergogna. Si, lo confesso, la visione del film "Diaz" mi ha restituito quella sensazione, quel pugno nello stomaco che provavo mentre salivo uno ad uno ogni scalino della scuola. Devo dire che da questo punto di vista l' utilità del film è indiscutibile. A mio figlio , che ora ha diciannove anni, il film può meglio di tante parole raccontate da suo padre restituire il senso di quella repressione, far percepire la fisicità di quella brutalità, costringerlo - come larga parte dell'opinione pubblica - ad interrogarsi su come tutto questo abbia potuto accadere nella "democratica e civile" Italia. Il film è una opera artistica, parla il suo linguaggio, non si può pretendere che spieghi tutto. Per noi del Genoa Social Forum che conosciamo ogni dettaglio di quella repressione il film non basta. Non può bastare: è ovvio, è naturale che sia così. Ma sarebbe un errore imperdonabile non comprenderne il suo effetto  di denuncia, il suo mettere in evidenza quei corpi violentati e l'odio - si l'odio alla stato puro - delle forze dell'ordine nei confronti di quei cittadini che per la legge  avrebbero invece dovuto difendere. Il film ha tra l'altro il merito di evidenziare il carattere internazionale della mobilitazione, con i suoi protagonisti non italiani presi di mira dall'ossessiva macchina repressiva. Se devo fare un appunto al film è semmai per una certa confusione che viene fatta sovrapponendo, per certi versi, l'irruzione alla scuola Pertini a quella della Diaz. In senso temporale l'irruzione avvenne prima alla Pertini, sede del Gsf , del legal forum e del mediacenter e solo dopo nello stabile dormitorio della Diaz. L'irruzione alla Pertini meritava di essere raccontata dal film perchè li la violenza fu "dosata" per la presenza di giornalisti e parlamentari (l'eurodeputata del Prc Luisa Morganitini) ma anche perchè la registrazione di quei minuti drammatici dell'irruzione venne raccontata in diretta dalla radio del movimento - Radio Gap - ubicata all'ultimo piano della scuola. Raccontare quella irruzione - illegale perchè era una sede politica e bisogna tornare al fascismo per ricordare una occupazione militare di una sede di organizzazione di massa - avrebbe contribuito a chiarire la scelta politica golpista fatta in quelle ore.

IL GSF E IL PRC, UNA TESSITURA CHE VENIVA DA LONTANO

Non mi unisco però ai detrattori del film anche se è vero che  omette diverse cose lucidamente riportate nella critica da Vittorio Agnoletto. Ma un film sull'esperienza di Genova, su quell'assalto al cielo del mondo globalizzato, non so se esiste al mondo un regista in grado effettivamente di girarlo. D'altronde anche la copiosa letteratura sul G8 2001 non ha mai avuto il gusto o la voglia di indagare su come sia stato possibile la sperimentazione del Genoa Social Forum , sul suo lungo percorso di avvicinamento, quasi che 200mila persone si potessero materializzare in un luglio afoso sul lungomare di Genova semplicemente per moda o per miracolo. Chi ha intrecciato i fili perchè mondi così diversi, dalle suore di Boccadasse ai disobedienti del Carlini, parlassero ed agissero insieme? Quale mastodontica opera di pazienza e di costruzione politica c'è stata dietro nei  due anni che hanno preceduto il G8? Molti si sono accontentati di individuare nel Forum Sociale Mondiale di Porta Alegre - che si tenne per la prima volta nel gennaio 2001- il cemento e l'evento internazionale dentro il quale è stato incubato il Genoa Social Forum. E' una verità parziale, che non tiene conto di un percorso più lungo, che è non è solo la partecipazione alla mobilitazione al vertice di Praga o quelli successivi ai fatti di Napoli (marzo 2001). Perchè affronto questo argomento? Perchè mi pare che questa menomazione della storia induca un persona di pensiero lucido e profondo come Fausto Bertinotti ad una autocritica sbagliata.  Sia chiaro Fausto Bertinotti fu tra i dirigenti del Prc che più si sono battuti -  insieme a lui ricorderei a pieno titolo  Ramon Mantovani e Roberto Musacchio - nell' investire l'organizzazione e il progetto della Rifondazione anima e corpo in quello che allora in Italia si chiamava "movimento no global". Per chi ha rappresentato il Prc  come portavoce del Genoa Social Forum, come chi scrive, il sostegno e il consiglio di Bertinotti è stato fondamentale. Senza la sua copertura e condivisione non avremmo mai potuto superare le tantissime resistenze che incontravamo nel partito locale e nazionale, in quella che per molti era una bizzarra idea di sedere alla pari con altri soggetti non partitici, di essere parte e non tutto del movimento.

SCIOGLIERE IL PRC A GENOVA? UN TEMA INESISTENTE NEL MOVIMENTO

 Avevamo imparato dagli zapatisti ad ascoltare e ad imparare dagli altri. Nelle giornate di Genova il Prc era in tutte le piazze tematiche: quelle fatte dalla Rete Lilliput, dalla Rete contro il G8 , da Attac dai Cobas, dai disobbedienti. Non scegliemmo una nostra piazza, ma decidemmo di stare ovunque. Avevamo la consapevolenza di funzionare da collante dei vari pezzi, senza apparire troppo e sempre con spirito di servizio. Bertinotti ci dice che dovevamo avere più coraggio : sciogliersi nel movimento e costruire con quelle diverse soggettività una nuova forza. A me pare che questo sia un ragionamento influenzato a posteriori dall'attuale marginalità della sinistra di alternativa e totalmente assente nel dibattito del movimento di allora. Il movimento ci riconosceva perchè eravamo coerenti tra le cose che dicevamo (in parlamento, nei talk show televisivi) e quello che facevamo con le lotte. E' quando tra le enunciazioni e i fatti è sorta una separazione prima, una contraddizione aperta poi, che il rapporto tra Prc e le altre anime del movimento è entrato in crisi. Se non sei quello che dici insomma sei come tutti gli altri animali politici. Dovevamo al contrario scegliere ed accentuare la nostra attidudine di movimento e di fare società. Invece c'è stato un corto circuito figlio di scelte politiche. Fu la scelta - una vera e propria virata - di spostare verso l'alternativa di governo a Berlusconi e dunque all'alleanza nell'Unione, la linea politica del partito a portare serissimi contraccolpi alla nostra credibilità nel movimento. Anche la parola d'ordine che coniammo "movimento pesante, governo leggero" entrando nel gabinetto di Prodi si è rivelata aleatoria e irrealistica perchè i pesi della compatibilità governativa si spostavano decisamente sul secondo e non sul primo. In sintesi penso che il Prc venne trasformato profondamente dalla preparazione e dalla generosa partecipazione alle giornate di Genova ma che non abbiamo avuto il coraggio- questo si-  di spostare in modo più duraturo e centrale il peso dell'esistenza politica del partito nella società. D'altronde dobbiamo pur farci la domanda di come sia stato  possibile che una generazione di giovani comunisti  sia passata in dieci anni dallo stadio Carlini all'alveo politico/ideologico del  Partito Socalista Europeo del direttore del Wto Pascal Lamì? Questa idea di una grande occasione persa - il mancato scioglimento nel 2001 del Prc nel movimento  - non può  funzionare da rimozione dei nostri veri errori, che devono essere - e su questo concordo totalmente con Bertinotti - affrontati senza remore e in profondità.

Alfio Nicotra

sabato 14 aprile 2012

Ribellarsi e ribellarsi ancora, finché gli agnelli diventeranno leoni (repost 7 Agosto 2011)

di Franco Cilli

La premessa è sempre la solita: “siamo un gruppo di cittadini, associazioni, movimento, partito, bocciofila ecc pacifici, nonviolenti, noi non siamo come…”. I supposti violenti sono a seconda delle stagioni autonomi, centri sociali, black block, NO TAV cattivi per distinguerli da quelli buoni e così via. Ormai abbiamo introiettato il mantra della non violenza e il condizionamento è tale che rispondiamo con un riflesso pavloviano a qualsiasi insensata accusa di violenza, disposti persino a barattare una vetrina rotta con la violenza ben peggiore e più sistematica degli stati. Siamo in larga parte supini alla logica di chi maledice la violenza dei cittadini, mentre benedice al contempo la violenza degli stati, sempre legittima purché quest’ultimi mostrino la patente di democratici ( ma chi gliela data questa patente a costoro?). I buoni liberali come i radicali, cioè fra le persone peggiori al mondo, si dichiarano non violenti, ma non pacifisti, avvalorando così il principio della necessità di una dialettica “democratica” e non violenta fra cittadini e stato, in concorrenza per l’affermazione di spazi di libertà, e avvalorando al tempo stesso l’idea dell’assenza di un principio di regolamentazione analogo fra stato e stato. Da hobbesiani militanti i "radicali" sono convinti che i rapporti fra stati sovrani siano subordinati al rispetto di una gerarchia di valori che vede gli stati democratici detentori del diritto dell’uso della violenza laddove questi si ritengano aggrediti o addirittura nella versione neocon, laddove la costituzione degli stati stessi non corrisponda ai criteri di democrazia. Appare evidente che tale teoria si basi su un puro arbitrio, assegnando agli stati che si autoproclamano democratici il diritto di vita o di morte su altri stati non ritenuti tali. In altre parole se dico che l’Iraq non è uno paese democratico, non sono tenuto a nessun rispetto di un patto di non belligeranza con il medesimo, nel momento in cui avverto che la mia sicurezza può essere da esso minacciata, ed anzi ho l’autorità morale se non addirittura il dovere di “esportare” la democrazia in questo paese. La regola vale anche se si inventano frottole sulle armi di distruzione di massa e sulla complicità con Al-Qaeda: se un paese democratico per eccellenza dice che la sua sicurezza è minacciata la sua parola vale molto di più di quella di un paese che non appartiene al club delle democrazie, soprattutto se i suoi cittadini hanno la pelle un po’ scura ed evocano l’immagine del selvaggio da colonizzare. In base a questa logica se rompi una vetrina o semplicemente ti difendi dall’aggressione da parte del braccio armato militare dello stato, sei un potenziale terrorista assassino, se invece inneggi alla guerra santa contro l’islam invasore e benedici le “guerre democratiche”, sei uno che ha un’opinione tuttalpiù discutibile, ma pur sempre legittima. Non ci sto, queste teorie sono un atroce inganno prima che un’aberrazione logica. O si afferma il principio che la violenza deve necessariamente essere commisurata ai rapporti di forza, sebbene mascherati ipocritamente da un’etica dei valori o da presunti patti sociali, o si è costretti a svincolare il discorso della violenza da categorie astratte e riportarlo alla cruda realtà dei fatti, considerando torti e ragioni dentro una logica puramente discorsiva e non delegata ad organismi istituzionali, assegnando di conseguenza le responsabilità a secondo dei casi. Il che conduce ad evidenti aporie, dove l’unico sbocco possibile è una rivoluzione politico-sociale con un cambio radicale del concetto di rappresentanza, prefigurando una graduale omologazione della "società civile" con le istituzioni pubbliche. Il sogno spinoziano del potere delle moltitudini.
Tornando con i piedi per terra sul pianeta Italia voglio dire che i sensi di colpa per colpe che non abbiamo, o che tuttalpiù vanno condivise ampiamente con uno stato stragista come il nostro, hanno indotto in molti di noi la passività e la remissività del colpevole, innescando un gioco al rialzo sul tema della non violenza. Si è fatto a gara in questi anni a dichiararsi più non violenti di un monaco buddista lobotomizzato (frase già usata, ma di effetto), credendo che qualsiasi distinguo o potesse essere visto come una giustificazione alla violenza. Personalmente sono nauseato da tanta remissività, considerato con chi abbiamo a che fare. Non ho nessuna intenzione di disquisire sulla legittimità dell’uso della violenza, è un discorso che appartiene al passato e non ha più senso farlo, un passato in cui l'espressione dell'interesse di classe approdava alla concezione della violenza come "levatrice della storia" e necessario dipositivo tattico. Oggi la violenza di classe è ancora un dato piaccia o non piaccia, ma non possiamo ripercorrere sentieri già percorsi e riproporre simmetrie fra lavoro e capitale che hanno portato solo al disastro. Le simmetrie ci sono, ma è il concetto di contropotere che va riformato. Ad ogni modo non intendo minimamente ratificare il principio che l’onere del conflitto sociale sia unicamente a carico della società civile. Reclamo il diritto all’autodifesa da parte dei più deboli, e non in virtù della violazione di un ipotetico patto fra cittadini e stato, un patto che nessuno di noi ha sottoscritto, bensì in ragione dell’unica cosa che ci rende umani: la nostra coscienza, quella scintilla che ci mostra in maniera “ chiara ed evidente” l’immagine di una realtà piegata agli interessi dei pochi, una realtà costellata di ingiustizie e di miserie. Mi rendo conto che il discorso è come si dice complesso e non privo di contraddizioni. È facile obiettare che se il metro di giudizio che guida l’azione è la coscienza del singolo, allora chiunque si può sentire autorizzato a qualsiasi gesto. Purtuttavia questa obiezione è un inganno evidente: la coscienza non è prerogativa del singolo individuo, ma è una consapevolezza e una percezione collettiva della realtà, maturata nella storia dei popoli e delle genti ed è questa percezione che da un senso alla realtà che ci circonda, quel senso condiviso che ci rende capaci di distinguere il giusto dall’ingiusto e il folle da sano.
Ribellarsi secondo coscienza è giusto è sacrosanto, difendersi è un diritto ed un dovere verso di noi e verso gli altri.
In buona sostanza mi sento di dire che se non raddrizzeremo la schiena, reclamando il diritto alla ribellione ed evitando di avallare una finta distinzione fra buoni e cattivi, all’avanzare della crisi e all’aumentare conseguente della repressione da parte dello stato o di chi per esso, saremo condannati alla stanca ripetizione di rituali consunti che non incideranno di una virgola sulla decisioni prese sopra le nostre teste e il peso della società civile sarà pari a zero. 
Come ribellarsi senza fare e farsi del male è un dibattito aperto.

domenica 4 marzo 2012

Chi s’indigna per l’epiteto “pecorella”, ma non osa criticare la polizia

L'innocua provocazione di un manifestante ha creato scandalo in molti commentatori, mentre le manganellate e le cariche gratuite delle forze dell'ordine passano inosservate. E nessuno ricorda nulla dei precedenti, a cominciare da Genova G8. Perché in Italia non si riesce a parlar male della polizia quando se lo merita?

di Lorenzo Guadagnucci, da altreconomia.it (via Micromega)

Fa davvero impressione il coro di commenti indignati e perbenisti scatenato dal filmatino che mostra l’innocua provocazione di un manifestante della Val di Susa verso un carabiniere. Si è scomodato Pasolini, si è parlato di squadrismo, si è evocato il rischio di un’escalation di violenze, il tutto senza mostrare il minimo senso del ridicolo, nonostante l’acme della provocazione sia stato individuato - dagli indignati commentatori - nell’epiteto “pecorella”.

Epiteto, peraltro, usato dallo “squadrista” per segnalare alla telecamera che riprendeva la scena, la curiosa condizione che viviamo in Italia, un paese dove i cassieri del supermercato esibiscono sul petto un’etichetta di riconoscimento, ma i poliziotti no: e dire che si tratterebbe di una misura in favore della legalità: o qualcuno ha dimenticato l'impunità ottenuta al G8 di Genova da decine di agenti picchiatori, mai indagati perché non identificabili? (E peraltro nemmeno sottoposti a procedimenti disciplinari, ma questa è una precisa scelta dei vertici delle forze dell'ordine).

Ma in Italia non si può parlare di polizia e forze dell’ordine, se non per omaggiarle, o per scandalizzarsi se un agente fra mille è fatto oggetto di sberleffo. Vorrei chiedere agli indignati commentatori di questi giorni, perché non domandano a chi ha gradi e funzioni di comando, di rispondere ad Alberto Perino, pacifico manifestante che denuncia d’essere stato manganellato senza ragione, riportando la frattura del braccio.

E perché non si indignano, e non si preoccupano per la tenuta democratica del nostro paese, di fronte agli agenti antisommossa che aggrediscono gruppi di cittadini all’interno di una stazione. E ancora: nulla da dire sull’impiego smodato di lacrimogeni, sulle brutalità dello sgombero dell’altra sera a Bussoleno (poche righe in articoli di cronaca del tutto secondari), su Luca Abbà inseguito sul traliccio, o andando indietro di qualche mese sui candelotti sparati ad altezza d’uomo, con sprezzo del pericolo (corso dagli altri) e delle leggi?

Non voglio farne un fatto personale, ma gli indignati commentatori di questi giorni, dov’erano quando dipendenti dello stato, tenuti all’applicazione delle leggi e al rispetto dei diritti costituzionali, massacravano persone inermi durante il G8 del 2001, usando in qualche caso, ad esempio alla scuola Diaz, “armi letali” (definizione del capo del reparto che lo utiliizzò) come il manganello denominato Tonfa? Fatti antichi, non pertinenti? Mica tanto, se si pensa che le bravate di Genova, le prove tecniche di colpo di stato, secondo la definizione di Andrea Camilleri (uno che va bene ai benpensanti solo quando scrive fiction), hanno fatto scuola e sono diventate regola.

Sanno o non sanno gli indignati commentatori che la nostra polizia di stato non ha mai rinnegato gli scempi dei corpi e delle leggi compiuti in quelle tragiche giornate? Che non hanno mai chiesto scusa né alle loro vittime dirette né alla cittadinanza? Che i dirigenti - di rango nazionale! - imputati e condannati in appello non hanno subito il minimo rimprovero e oggi occupano posizioni ancora più importanti al vertice della polizia italiana?

Perché non diciamo la verità? La verità è che stiamo subendo un’offensiva autoritaria terribile, con un movimento civile, una fetta importante della popolazione valsusina che vengono criminalizzati, per affermare - più che la volontà di realizzare un’opera inutile e costosa, che non sarà realizzata per mancanza di soldi - un principio di fondo, e cioè che non c’è spazio per mettere in discussione gli affari, cioè i soldi pubblici destinati ad aziende private, né per contestare un modello di (anti)sviluppo che quanto più è in crisi, tanto meno tollera interferenze di sorta.

Gli indignati commentatori si facciano un esame di coscienza. Si domandino se non stiano partecipando più o meno consapevolmente al teatro della propaganda per la grande opera in quanto tale e si chiedano se la canea scatenata da quella “pecorella” non sia la spia di un accecamento collettivo, di un conformismo così radicato che induce a scandalizzarsi per un epiteto di troppo e a non vedere i manganelli che spezzano le ossa, i lacrimogeni che avvelenano i polmoni, le cariche senza senso e le inutili brutalità contro cittadini che manifestano - che piaccia o meno - il proprio dissenso.

Perché in Italia non è possibile parlare male delle forze di polizia, quando se lo meritano?

sabato 3 marzo 2012

Non tollereremo altra violenza oltre alla nostra

Radio Blackout 

Il Re è nudo e mostra tutta la sua violenta ed arrogante debolezza!
La lotta No Tav, non è solo e giusta lotta di salvaguardia della vita dei valsusini, non è solo e giusta lotta per la salvaguardia dell’ambiente e del territorio, non è solo e giusta lotta contro una grande ed inutile opera, ma è lotta di tutti, del popolo che si oppone al continuo e crescente saccheggio di denaro pubblico per il profitto dei pochi, una lotta che vuole contrastare in maniera ferma e decisa l’instaurarsi di un regime che annulla la democrazia ed usa la violenza (sotto il falso ed ipocrita termine di ordine pubblico) contro qualsiasi contestazione ed opposizione! NO TAV !



lunedì 27 febbraio 2012

La violenza della non violenza 2

Tutti si definiscono liberali, dai cattolici di Casini a quelli del Pd e del Pdl, un partito che a nominarlo avverti subito un vuoto di senso, aldilà dell'unico senso percepibile che è quello degli interessi privati di persone e ceti. Tuttavia quando si tratta di coerenza con i dettami del liberalismo, tutti mettono davanti la retorica per coprire la loro ignoranza e la volontà di reprimere ogni forma di dissenso vero. Come già ripetuto infinite volte ( ho già detto più o meno tutto quello che avevo da dire, ma visto che realtà non cambia, non posso che ripetermi), Locke il padre del liberalismo diceva in soldoni che se l'autorità, nella persona di un Monarca o di un'assemblea costituente, non riesce a garantire la sicurezza dei cittadini, questi ultimi debbono ritenersi sciolti dal patto che li vincola all'osservanza delle regole e sono legittimati a deporre l'autorità con ogni mezzo. Mi aspetto, vista la situazione, di vedere tipi come Pannella, Bordin e la Bonino e magari anche Bondi, armi in pugno scagliarsi contro Montecitorio. 
Che sicurezza hanno avuto garantita i ragazzi malmenati a Genova nel 2001 o quelli presi a botte l'altro giorno alla stazione di Torino di ritorno da un corteo NO-TAV? Che sicurezza hanno garantita i lavoratori che perdono il posto di lavoro o si vedono dimezzato lo stipendio, grazie ad un comportamento quantomeno disinvolto delle banche, che giocano con i derivati e i fallimenti di interi stati come se giocassero a Monopoli o a una bizzarra idea dell'economia, secondo la quale è più importante sanare i conti che badare alla vita delle persone? Che sicurezza hanno garantita i giovani disoccupati?
Che sicurezza avranno le nuove generazioni che si troveranno a vivere in un ambiente devastato, saccheggiato fino all'inverosimile e reso pericoloso dalla più totale incuria del territorio?
Mi chiedo che sarebbe successo se gli operai di Pomigliano, i NO-TAV, i pastori sardi, i giovani precari, gli operai cacciati dalle fabbriche, ad un certo punto avessero detto: bene signori qui la nostra sicurezza è in pericolo, voi nemmeno ci date ascolto, perché vi preme unicamente di tutelare gli interessi dei vostri amici, a questo punto basta non violenza, vi prendiamo a calci in culo e vi mandiamo a casa, costi quello che costi. Come dite? Dobbiamo isolare i violenti? Certo che li isoleremo, infatti vi metteremo tutti in galera perché  i violenti siete voi.
Provo disgusto nell'assistere alla propaganda di regime orchestrata ad hoc da servi e velinari di certa stampa, che non sono mai soddisfatti del belato dei poveri, perché secondo loro dovrebbero belare sempre più forte, per dimostrare che non sono violenti. 
Non so quello che accadrà, non vedo all'orizzonte rivolte violente, né considerò la fattibilità di una tale opzione, poiché in un certo senso è cambiata anche la mistica dell'esistenza, la maggioranza sente che non vale più la pena rischiare per gli ideali anche quando non si hanno da perdere che le proprie catene, si è rotto quel filo rosso che legava una visione della storia e del futuro all'idea di una missione di rinnovamento da parte di una classe sociale e delle sue avanguardie. La coesione sociale è a pezzi come pure la fiducia nel futuro, in situazioni del genere prevale il si salvi chi può. Certamente ci saranno dei focolai di rivolta, più o meno organizzati, più o meni caotici e produrranno ferite profonde. Uno dei leader NO- TAV, Luca Abbà oggi è rimasto vittima di un grave incidente. Sono triste per ciò che gli è accaduto, e non vorrei che succedesse ad altri quello che è successo a lui, ma quello che è accaduto è frutto delle miopia e della violenza di queste istituzioni, non è una fatalità. Questa classe politica criminale non ha nessuna credibilità né alcuna legittimazione morale per convincere quei ragazzi che devono essere pacifici anche di fronte ad una violenza del tutto incomprensibile. L'unico modo che abbiamo per far sì che le cose non precipitino è cacciare questa gente asservita solo ai propri interessi una volta per tutte e cominciare a risanare il paese.
Anche questa è retorica lo so, ma per il momento le parole e l'impegno politico sono ancora l'unico antidoto alla violenza.

lunedì 21 novembre 2011

La violenza dei mansueti

Ci hanno detto che dovevamo diventare non violenti perché la violenza dei deboli può creare discordia e rovinare l’armonia di una comunità e allora siamo diventati non violenti. Ma non gli è bastato, perché la malignità del povero si manifesta anche nei gesti e nelle parole e anche quella è violenza, e allora hanno preteso che divenissimo mansueti. Neanche ciò è stato sufficiente, perché persino i mansueti nel loro belare possono fare cagnara e disturbare chi è al potere. Allora hanno preteso che non manifestassimo sentimenti come forma di rispetto per chi, delegato a servire i nostri interessi è caduto in disgrazia e perché mostrassimo un nobile distacco per le cose terrene.
Ho il sospetto che neanche questo gli basti, poiché persino un individuo totalmente apatico può sbandare per strada e urtare qualche potente pestandogli i piedi.
Alla fine temo proprio che dovremo chiuderci in casa e uscire solo quando ce lo diranno giornalisti e intellettuali accreditati dal governo, ma con la massima compunzione mi raccomando, perché dal levar di ciglia al terrorismo il passo è breve.

sabato 19 novembre 2011

La violenza dei mansueti

Ci hanno detto che dovevamo diventare non violenti perché la violenza dei deboli può creare discordia e rovinare l'armonia di una comunità e allora siamo diventati non violenti. Ma non gli è bastato, perché la malignità del povero si manifesta anche nei gesti e nelle parole e anche quella è violenza, e allora hanno preteso che divenissimo mansueti. Neanche ciò è stato sufficiente, perché persino i mansueti nel loro belare possono fare cagnara e disturbare chi è al potere. Allora hanno preteso che non manifestassimo sentimenti come forma di rispetto per chi, delegato a servire i nostri interessi è caduto in disgrazia e perché mostrassimo un nobile distacco per le cose terrene.
Ho il sospetto che neanche questo gli basti, poiché persino un individuo totalmente apatico può sbandare per strada e urtare qualche potente pestandogli i piedi.
Alla fine temo proprio che dovremo chiuderci in casa e uscire solo quando ce lo diranno giornalisti e intellettuali accreditati dal governo, ma con la massima compunzione mi raccomando, perché dal levar di ciglia al terrorismo il passo è breve.

domenica 3 luglio 2011

Manganellatori democratici 4

di Nicodemo

Tutti a fare a gara a schierarsi con i poliziotti, anche in questo caso, dimentichi di Genova e delle tante altre situazioni in cui la polizia è stata usata come oggetto contundente da scagliare contro cittadini riottosi, il cui unico potere sta nell'eco delle proprie voci e nelle forza delle proprie ragioni.
Tutta questa gentaglia non ha il coraggio né il carisma per criticare non già un'istituzione, ma i comportamenti dell'istituzione stessa asservita ad un esecutivo criminale. I Casini, i Bersani e i vari altri personaggi di questa teatrino di burattini della politica italiana che strepitano e si agitano rimanendo imbrigliati negli stesi fili che li sorreggono e li comandano, non entrano nel merito dei fatti, loro esprimono pareri e prendono posizione a prescindere, il luogo comune dei poliziotti sempre buoni e dei manifestanti violenti è il loro mantra. Non gli interessano le argomentazioni dei NO TAV, come non gli interessano quelle dei pastori sardi, degli operai di Pomigliano, dei terremotati dell'Aquila, dei ragazzi di Genova. A loro interessa solo la scienza del potere, i particolari sono una perdita di tempo e una complicazione inutile. Se qualcuno che protesta fa solo mostra di proteggersi il capo e di reagire alla botte, è un terrorista. Punto. Questo esige il cliché che hanno stampato in mente e questo deve essere detto. Quello che conta è la retorica del potere, l'unico lasciapassare che ti permette di entrare nella stanza dei bottoni. La ricerca della verità o del giusto è un esercizio che da sempre nella storia appartiene a quelli che perdono, agli illusi e a coloro che pretendono di raddrizzare le cose e di far valere il diritto, fossero eretici mandati al rogo o operai presi a mitragliate dagli sgherri del padrone. Questi figuri che non si sognano neanche di comportarsi come  degli statisti, prendendo atto di uno conflitto stridente all'interno del corpo sociale e traendone le dovute conseguenze. Non si avvedono minimamente della divaricazione che si sta creando all'interno della società fra cittadino e cittadino, dell'approfondimento del solco fra chi ha già tanto e chi ha una vita precaria. Non capiscono nemmeno che il conflitto che inevitabilmente si approfondirà li seppellirà tutti. Miopi e stolti.
Chiaro, questi signori vogliono la TAV per loro convenienza personale e politica, ma questa è solo l'aspetto più superficiale del problema: quello che sta maggiormente a cuore a questa gente è accreditarsi come veri conservatori, di quelli che si rendono garanti della conservazione dello stato di cose presenti e per questo meritevoli di entrare a testa alta nel salotto buono.
La critica e il discernimento appartengono agli sfigati che ancora non hanno capito che tanto è tutta una finta: la politica, l'economia, la giustizia. Quello che conta è mettere il culo al caldo su una bella poltrona.
Non cadremo nella trappola che ci hanno teso: non diremo voi ci avete costretto alla violenza e violenza avrete. Se sceglieremo di difenderci e di prendervi a forconate tutti, sarà una nostra scelta e saremo in tanti a farla, ma attenti ci prudono davvero le mani, potremmo togliervi la poltrona da sotto al culo.