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giovedì 25 giugno 2015

Sofri e Travaglio, la galera e il teatro

Ascanio Celestini da Internazionale


Ieri Marco Travaglio ha scritto un articolo su Adriano Sofri, ma poi ha parlato anche di altro. Per me che faccio teatro e ogni tanto vedo lui comparire come attore nelle stagioni teatrali è un motivo di riflessione importante.
Da alcuni anni ci chiediamo (io, ma soprattutto critici e studiosi) come mai giornalisti e magistrati, ma alle volte anche preti, portino in scena degli spettacoli teatrali. Lo so che il teatro è meno piccolo di una nicchia, ma è un settore nel quale operano dei professionisti che si sono formati per farlo. Non basta avere delle cose da dire per farci un’opera teatrale. Ma probabilmente non è così visto che c’è gente che compra il biglietto per vedere Travaglio.
Oggi mi sono dovuto ricredere. La forza persuasiva di Travaglio ha qualcosa di molto teatrale e tra i capolavori della persuasione mi ricorda il celebre discorso di Marco Antonio di Shakespeare. Cesare è stato ucciso dai congiurati e sulla sua salma Antonio parla proprio col loro permesso. Anche per questo la plebe gli crede. Bruto ha ucciso Cesare per combattere la tirannia e Antonio utilizza proprio i suoi argomenti per rovesciarne il senso.
Travaglio lo fa in un modo più semplice di Shakespeare, ma ci prova.
La questione che cerco di affrontare nasce dal fatto che Sofri viene invitato dal ministro Orlando a parlare di carcere e giustizia e Travaglio scrive che nessuno meglio di lui può farlo, ma lo dice ricordando che non ha scontato tutti e 22 gli anni di carcere al quale è stato condannato. Scrive che “è riuscito a scontarne a malapena 7” e gioca tralasciando il fatto che per un altro mucchio di anni è uscito di giorno per lavorare e poi è tornato di sera tra le sbarre.
La galera solo di notte, per lui, è villeggiatura come per Berlusconi era il confino ai tempi del fascismo?
Tutti quegli anni non se li è fatti in cella perché, ricorda Travaglio, è uscito “per gravissimi problemi di salute da cui si è prontamente e fortunatamente ripreso”, insomma fa pensare ad un malessere passeggero, forse persino un pretesto, ma non dice che gli si è squarciato l’esofago ed è stato un mese in coma farmacologico.
E conclude la parte in cui parla di Sofri ricordando che “era stato invitato al tavolo proprio in veste di ex detenuto, quindi di profondo conoscitore della materia carceraria, per quel poco che l’aveva sperimentata”.

Sette anni di reclusione per lui sono pochi.
In un testo del 1949 pubblicato su Il Ponte Vittorio Foa scrive che “nessuna pena detentiva dovrebbe superare i tre, al massimo cinque anni”. Foa scriveva cose del genere perché conosceva il carcere. Lo conosceva perché c’era stato rinchiuso.
Sarebbe da fare un’analisi approfondita dell’acrobazia retorica che segue e che mette in fila nomi improbabili, tipo: Riina, Buzzi, Lapo Elkann, Provenzano.
L’effetto è quello del frullatore: mischio ingredienti diversi e ne viene fuori uno solo che ha un solo sapore. Che li rende tutti uguali. Un po’ come la barzelletta che ci raccontavamo da bambini. Quella della mela che si sposa con la pesca e il prete dice “vi dichiaro macedonia”.
Ma a parte questo questo finale di frutta mista che mette tutti sullo stesso piano, tutti impresentabili, tutti malviventi, è più o meno a metà del monologo che usa l’artificio retorico più interessante. Ovvero quando scrive che il contributo di gente come Sofri a un dibattito sulla detenzione “potrebbe avviarci verso la totale decarcerazione, cioè l’abolizione definitiva delle patrie galere”. Come a dire che non soltanto bisognerebbe mandare più gente in galera e chiudercela per molto più tempo. Che non basta avergli fatto scontare una pena, ma devono anche starsene zitti. Per lui è uno scandalo che persone che hanno vissuto un’esperienza di detenzione scrivano libri e parlino in pubblico. E questo perché (lo scrive come se si trattasse di una provocazione, senza sapere che da decenni se ne parla) potrebbero farci capire l’assurdità dell’istituzione carceraria.
Non sto a ricordare a Travaglio che nella costituzione non si parla di carcere e che le pene non devono essere esclusivamente schiacciate sulla galera. Che in molti paesi si è imboccata da tempo la via della decarcerazione.
Semplicemente mi permetto di dargli due consigli.
Il primo è di decidere se sta facendo il giornalista o il teatrante. Sono due linguaggi diversi. Nel primo dovrebbe cercare di raccontare dei fatti, nel secondo può scrivere commedie o tragedie inventando commistioni, parallelismi e macedonie.
E poi gli consiglio un libro che è stato pubblicato un paio di mesi fa: Abolire il carcere. Ci sono scritti di pericolosi assassini terroristi come Luigi Manconi e Gustavo Zagrebelsky. Penso che possa farselo recapitare gratuitamente visto che l’ha pubblicato il suo stesso editore, quello per il quale pubblica libri e dirige un quotidiano.
Con rispetto,
Ascanio

domenica 6 maggio 2012

Stati Uniti: la carne al mercato delle carceri


di Miguel Martinez (da Kelebek Blog)

“Esigi il Meglio – da Te Stesso, dalla Tua Carriera e dalla CCA.Offriamo opportunità di carriera che cambiano la vita, dove tu puoi fare la differenza”

Con questa ennesima variante sull’American Dream, la CCA – Corrections Coporation of America – la più grande società carceraria privata del mondo, recluta secondini. [1]
Ogni crisi, ci dicono gli entusiasti, è un’opportunità.

In fondo, se ci pensate, peggio vanno le cose, più c’è bisogno di carceri; e ciò avviene in virtuosa sinergia con l’impoverimento delle autorità locali.

Così, la Prisoner Transportation Services (PTS) of America, che si occupa soprattutto di rimandare alla casella di partenza gli immigrati clandestini, ha aumentato i propri profitti di ben 13 volte in pochi anni.

La Corrections Corporation, che già gestisce 60 carceri con 90.000 posti-gabbia, sta cogliendo la grande crisi offrendo a 48 Stati l’acquisto in contanti delle strutture carcerarie (in modo da assicurarsi in futuro il monopolio di ciò che vi si svolge), assieme alla gestione completa delle stesse carceri per i prossimi vent’anni.
C’è però una condizione decisiva: le autorità dovranno garantire che durante tale periodo, le carceri saranno occupate per almeno il 90% della loro capienza.

L’impresa è indubbiamente redditizia: ad esempio, la CCA paga un dollaro al giorno ai detenuti che lavorano, ma si fa pagare da loro cinque dollari al minuto per fare una telefonata.

La Corrections Corporation of America, come ogni azienda, deve depositare un documento presso la U.S. Securities and Exchange Commission, in cui gli azionisti vengono avvertiti di possibili rischi.
La società quindi mette in guardia gli investitori dei pericoli che potrebbero incombere sui profitti dell’impresa, nel caso di

“rilassamento negli sforzi da parte della polizia, clemenza nelle sentenze o negli standard per il rilascio in libertà provvisoria, o la decriminalizzazione di certe attività attualmente vietate dalle nostre leggi penali”.

In particolare,

“ogni cambiamento riguardante la droga e le sostanze proibite o l’immigrazione clandestina potrebbe avere una ricaduta sul numero di persone arrestate, imputate e condannate, riducendo quindi potenzialmente la domanda per i servizi carcerari in cui ospitarle”.

La Corrections Corporation comunque difende con determinazione gli interessi dei propri investitori.
Tra il 2003 e il 2010, ha speso 14,8 milioni di dollari  in lobbying per far inasprire le leggi, in particolare quelle riguardanti l‘immigrazione clandestina.

La  Corrections Corporation aderisce poi a una superlobby, l’American Legislative Exchange Council o ALEC.[2]
Fondata da Paul Weyrich, uno dei più potenti organizzatori di think tank di destra e una vecchia conoscenza nostra, ALEC elabora direttamente i testi di legge, nazionali e locali su misura degli interessi dei propri soci, e poi si assicura che le autorità siano motivate ad adottarle: solo nel 2009, 826 proposte della ALEC divennero legge in vari stati.

Tra le invenzioni dell’ALEC, troviamo i Three Strikes Out, cioè l’ergastolo alla terza condanna, oggi adottato da 24 Stati: forse il più brillante esempio di fidelizzazione della clientela mai inventato.
Per ora, gli investitori nel sistema carcerario possono stare tranquilli: nel 1980, 220 cittadini statunitensi su 100.000 si trovavano in carcere, oggi ce ne sono 739, e la spesa per il sistema carcerario è aumentato sei volte di più di quella per l’istruzione superiore.

Nell’autunno del 2001, Steve Logan, CEO della Cornell – principale concorrente della CCA – venne intervistato durante un incontro con gli investitori. Rispose:

“Credo che sia chiaro che con gli eventi dell’11 settembre, c’è un aumentato interesse per la la detenzione, sia lungo i confini che all’interno degli Stati Uniti, e si catturano più persone. E questo è positivo per i nostri affari. Gli affari federali sono i migliori affari per noi. Sono i nostri affari principali, e gli eventi dell’11 settembre aumentano i livelli di quegli affari”.

Nota:
[1] Il sito della CCA presenta anche una video-intervista con un certo Clay Cox, “Unit Manager”, sotto il significativo titolo, “Why do you enjoy corrections?“, traducibile all’incirca, “perché ti piace incarcerare la gente?”
Non sorprendentemente, si dichiarano “military friendly employers”.
[2] Per chi credesse alla neutralità di certe aziende, fanno parte dell’ALEC anche quattro delle cinque principali società petrolifere e poi: Bayer, Hewlett-Packard, Wal-Mart, AOL  eBay, GlaxoSmithKline, Western Union, Novartis, Symantec, Amazon.com, Yahoo, VISA e Time Warner.
 Invece Coca-Cola, PepsiCo e la Bill & Melinda Gates Foundation hanno abbandonato l’ALEC quando la loro adesione è diventata di dominio pubblico.

martedì 9 settembre 2008

Il Travaglio delle carceri

Abbiamo troppi detenuti, un corno! Cosa vuol dire “troppi detenuti”? In base a cosa? Quale sarebbe il numero perfetto di detenuti? Non esiste! Il numero dei detenuti dipende direttamente dal numero delle persone che violano la legge, vengono prese e vengono condannate a una pena che, secondo la legge, prevede il carcere. Quindi non esiste né il “troppi”, né il “troppo pochi”. Ci sono quelli che riusciamo a prendere. In un Paese che, tra l’altro, per certi tipi di reati i livelli di impunità sono quasi al 90%, immaginate che cosa succederebbe se conquistassimo 1% di efficienza in più all’anno.

L'ho sempre detto, Travaglio lo devi prendere per quello che è: a volte ti piace perché ti restituisce il piacere del buon senso e della verità, quella che hai sotto gli occhi e che molti si rifiutano di vedere, altre volte, come in questo passaggio, tira fuori la sua vena conservatrice e non ti piace affatto. Niente bei discorsi romantici e fumosi, niente analisi sociologiche buoniste, per carità: la legge è legge! Non mi piace: qualche volta si va in galera per amore delle proprie idee, spesso perchè sei un dannato della terra e basta.
L'illegalità di oggi può essere la legalità di domani. Gli schiavi che scappavano commettevano reato, oggi la schiavitù è reato. Se non sei un giudice o un poliziotto in servizio devi porti il problema delle ingiustizie e non solo dell'applicazione del codice, ciò significa che devi assumerti delle responsabilità. Si chiama conflitto sociale, esiste, è sempre esistito e non si può ignorarlo, è il motore della storia  e spesso  porta  la  gente in galera.
Altra cosa è la galera per mafiosi, corrotti e psicopatici assassini.
Su una cosa sono d'accordo: ognuno deve assumersi la responsabilità delle proprie illegalità. (F.C.)