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giovedì 25 giugno 2015

Sofri e Travaglio, la galera e il teatro

Ascanio Celestini da Internazionale


Ieri Marco Travaglio ha scritto un articolo su Adriano Sofri, ma poi ha parlato anche di altro. Per me che faccio teatro e ogni tanto vedo lui comparire come attore nelle stagioni teatrali è un motivo di riflessione importante.
Da alcuni anni ci chiediamo (io, ma soprattutto critici e studiosi) come mai giornalisti e magistrati, ma alle volte anche preti, portino in scena degli spettacoli teatrali. Lo so che il teatro è meno piccolo di una nicchia, ma è un settore nel quale operano dei professionisti che si sono formati per farlo. Non basta avere delle cose da dire per farci un’opera teatrale. Ma probabilmente non è così visto che c’è gente che compra il biglietto per vedere Travaglio.
Oggi mi sono dovuto ricredere. La forza persuasiva di Travaglio ha qualcosa di molto teatrale e tra i capolavori della persuasione mi ricorda il celebre discorso di Marco Antonio di Shakespeare. Cesare è stato ucciso dai congiurati e sulla sua salma Antonio parla proprio col loro permesso. Anche per questo la plebe gli crede. Bruto ha ucciso Cesare per combattere la tirannia e Antonio utilizza proprio i suoi argomenti per rovesciarne il senso.
Travaglio lo fa in un modo più semplice di Shakespeare, ma ci prova.
La questione che cerco di affrontare nasce dal fatto che Sofri viene invitato dal ministro Orlando a parlare di carcere e giustizia e Travaglio scrive che nessuno meglio di lui può farlo, ma lo dice ricordando che non ha scontato tutti e 22 gli anni di carcere al quale è stato condannato. Scrive che “è riuscito a scontarne a malapena 7” e gioca tralasciando il fatto che per un altro mucchio di anni è uscito di giorno per lavorare e poi è tornato di sera tra le sbarre.
La galera solo di notte, per lui, è villeggiatura come per Berlusconi era il confino ai tempi del fascismo?
Tutti quegli anni non se li è fatti in cella perché, ricorda Travaglio, è uscito “per gravissimi problemi di salute da cui si è prontamente e fortunatamente ripreso”, insomma fa pensare ad un malessere passeggero, forse persino un pretesto, ma non dice che gli si è squarciato l’esofago ed è stato un mese in coma farmacologico.
E conclude la parte in cui parla di Sofri ricordando che “era stato invitato al tavolo proprio in veste di ex detenuto, quindi di profondo conoscitore della materia carceraria, per quel poco che l’aveva sperimentata”.

Sette anni di reclusione per lui sono pochi.
In un testo del 1949 pubblicato su Il Ponte Vittorio Foa scrive che “nessuna pena detentiva dovrebbe superare i tre, al massimo cinque anni”. Foa scriveva cose del genere perché conosceva il carcere. Lo conosceva perché c’era stato rinchiuso.
Sarebbe da fare un’analisi approfondita dell’acrobazia retorica che segue e che mette in fila nomi improbabili, tipo: Riina, Buzzi, Lapo Elkann, Provenzano.
L’effetto è quello del frullatore: mischio ingredienti diversi e ne viene fuori uno solo che ha un solo sapore. Che li rende tutti uguali. Un po’ come la barzelletta che ci raccontavamo da bambini. Quella della mela che si sposa con la pesca e il prete dice “vi dichiaro macedonia”.
Ma a parte questo questo finale di frutta mista che mette tutti sullo stesso piano, tutti impresentabili, tutti malviventi, è più o meno a metà del monologo che usa l’artificio retorico più interessante. Ovvero quando scrive che il contributo di gente come Sofri a un dibattito sulla detenzione “potrebbe avviarci verso la totale decarcerazione, cioè l’abolizione definitiva delle patrie galere”. Come a dire che non soltanto bisognerebbe mandare più gente in galera e chiudercela per molto più tempo. Che non basta avergli fatto scontare una pena, ma devono anche starsene zitti. Per lui è uno scandalo che persone che hanno vissuto un’esperienza di detenzione scrivano libri e parlino in pubblico. E questo perché (lo scrive come se si trattasse di una provocazione, senza sapere che da decenni se ne parla) potrebbero farci capire l’assurdità dell’istituzione carceraria.
Non sto a ricordare a Travaglio che nella costituzione non si parla di carcere e che le pene non devono essere esclusivamente schiacciate sulla galera. Che in molti paesi si è imboccata da tempo la via della decarcerazione.
Semplicemente mi permetto di dargli due consigli.
Il primo è di decidere se sta facendo il giornalista o il teatrante. Sono due linguaggi diversi. Nel primo dovrebbe cercare di raccontare dei fatti, nel secondo può scrivere commedie o tragedie inventando commistioni, parallelismi e macedonie.
E poi gli consiglio un libro che è stato pubblicato un paio di mesi fa: Abolire il carcere. Ci sono scritti di pericolosi assassini terroristi come Luigi Manconi e Gustavo Zagrebelsky. Penso che possa farselo recapitare gratuitamente visto che l’ha pubblicato il suo stesso editore, quello per il quale pubblica libri e dirige un quotidiano.
Con rispetto,
Ascanio

venerdì 27 luglio 2012

D’Ambrosio ucciso da Travaglio & Co.”

 di Benny Calasanzio da Micromega


Immagino che alla notizia della prematura dipartita del consigliere giuridico del Quirinale, Loris D’Ambrosio, i complottisti d’Italia abbiano decretato che l’anello mancante tra Napolitano e Mancino sia sparito al momento giusto, prima che potesse parlare, prima che potesse difendersi, prima che potesse essere “dimesso”. Sono teorie sempre affascinanti.
Quel che mi preme oggi è ricordare che il dispositivo dell’art. 69 del Codice di Procedura Penale prevede che un processo si estingua se risulta la morte dell’imputato, in ogni stato e grado del procedimento. Quello che il Codice invece non cita è l’estinzione delle responsabilità morali, degli errori, degli sbagli. Se muori, per la legge non diventi vergine e puro, ma semplicemente rimani quel che eri. Che tu fossi indagato, imputato o intercettato.
Invece, come era ampiamente prevedibile, alla notizia del decesso dell’uomo che suggeriva a Mancino di mettersi d’accordo con Martelli per evitare l’incriminazione (dicendo di riportare il consiglio ricevuto dell’Intangibile oracolo), molti hanno beatificato il defunto e puntato il dito sulla procura di Palermo e sul Fatto Quotidiano, veri killer morali del D’Ambrosio: “Insieme con l’angoscia per la perdita gravissima che la Presidenza della Repubblica e la magistratura italiana subiscono, atroce è il mio rammarico per una campagna violenta e irresponsabile di insinuazioni e di escogitazioni ingiuriose cui era stato di recente pubblicamente esposto, senza alcun rispetto per la sua storia e la sua sensibilità di magistrato intemerato, che ha fatto onore all’amministrazione della giustizia del nostro Paese” ha detto sobriamente Napolitano. Oltre è andata Ubiqua Santanchè, che dalle spiagge di Marina di Pietrasanta, da Twitter ha estivamente sentenziato: “I pm hanno fatto un altro morto: D’Ambrosio. Fermiamoli”. Ricordarle che per le stesse accuse a Caselli nel 1998 Vittorio Sgarbi è stato condannato in primo e secondo grado per diffamazione aggravata (salvato dalla prescrizione) sarebbe come anticiparle la querela che partirà da Palermo; preferisco godermi lo spettacolo. Citazione merita anche il noto cardiologoMaurizio Gasparri, che certifica come ”Questo drammatico evento dovrebbe essere per tutti motivo di profonda riflessione. È difficile considerare questa scomparsa non condizionata dai recenti eventi”, tralasciando il fatto che D’Ambrosio era malato da tempo. A sorpresa chiude la lunga carrellata (che abbrevio per noia) il pm di Milano Ilda Boccassini, che fa presente come “D’Ambrosio ha salvato l’integrità della magistratura eppure è stato oggetto nelle ultime settimane di attacchi ingiusti e violenti”. Perché ingiusti e perché violenti non è dato sapere, ma tant’è.
L’assoluzione mortis causa non fa onore a chi la invoca e tantomeno a Loris D’Ambrosio, magistrato esperto e rispettato che in passato aveva collaborato anche con Giovanni Falcone. Appaiono evidenti, infatti, gli errori di metodo e di valutazione commessi dall’esperto consigliere giuridico, forse schiacciato dall’insostenibile peso di Nicola Mancino; errori che a tratti apparivano come vere istigazioni a delinquere (specie quando suggeriva, come dicevamo, di concordare una versione di comodo al di fuori del processo). Ora la sua morte non può cancellare quelle imbarazzanti telefonate con Nicola “Minuti Gratis” Mancino, né, a maggior ragione, le responsabilità del Capo dello Stato che non ha censurato D’Ambrosio, non gli ha chiesto la rettifica di quanto detto a suo nome a Mancino e non gli ha imposto le dimissioni.
Serviva solo silenzio, per rispettare una vita che finisce, che è sempre un lutto. E invece, ancora una volta, a perdere l’occasione di stare zitto è stato lui, l’uomo che sussurrava agli indagati. L’imparziale, il terzo, il garante della Costituzione. Ma sarà mica preoccupato di dire le stesse cose che dicono la Santanché e Gasparri?

venerdì 23 marzo 2012

Il tassello mancante

Posto questi editoriali di Travaglio perché riflettono a pieno il mio pensiero su temi riguardanti il Pd, ma lo esprimono molto meglio di quanto potrei fare io

di Marco Travaglio da funize.com

Più passa il tempo, più cresce la sgradevole sensazione che i conti non tornino. Che ci sfugga qualcosa di non detto – e forse di non dicibile – sui giorni che vanno dalla famosa lettera della Bce con gli ordini al governo italiano alle dimissioni di B. alla nascita del governo Monti. A novembre B. era, politicamente parlando, un uomo morto, travolto dal suo terrificante fallimento. Nel voto alla Camera sul rendiconto finanziario, si era fermato a quota 308 (cioè a -8 dalla maggioranza minima, nonostante la trentina di deputati comprati nell’ultimo anno). E non c’era più nessuno da comprare, anzi alcuni dei comprati e persino dei fedelissimi (una per tutti: la Carlucci) gli voltavano le spalle. Bastava attendere qualche giorno e, al primo voto di fiducia, sarebbe crollato in Parlamento. Da mesi si parlava di Mario Monti come dell’unica personalità in grado di rassicurare la Bce, i mercati e i partner europei, alla guida del nuovo governo. E si lavorava all’ipotesi di un ampio schieramento – quello che aveva contrastato l’ultimo B. dall’opposizione parlamentare – che si presentasse subito agli elettori indicando in lui il futuro premier per un governo di transizione e decantazione, o di salute pubblica, della durata di un paio d’anni: il tempo di fare le cose urgenti e indispensabili per ridisegnare un terreno di gioco decente da riconsegnare al più presto alla normale dialettica destra-sinistra (o come le vogliamo chiamare). Se quello schieramento (Pd, Idv, Terzo polo con l’eventuale aggiunta di Sel) avesse vinto le elezioni anticipate a gennaio-febbraio, i partiti si sarebbero fatti da parte per un po’ affidando ai tecnici la responsabilità e l’impopolarità di misure finanziarie drastiche, ma con sacrifici equamente distribuiti; e la fabbricazione di una legge elettorale democratica, di una severa legge sul conflitto d’interessi, di una riforma del sistema televisivo, di una seria norma anticorruzione. Stando ai sondaggi, quello schieramento avrebbe stravinto, il partito azienda di B. sarebbe sceso ben al di sotto del 20%, ridotto finalmente all’irrilevanza, così il centrodestra avrebbe potuto riorganizzarsi intorno a leader meno indecenti. E quel rinnovamento obbligato avrebbe costretto anche il centrosinistra a mandare in pensione molte vecchie muffe che stanno in piedi solo perché dall’altra c’è B. Poi, nel 2014, saremmo tornati a votare con un centrodestra e un centrosinistra un filino più potabili. Un governo Monti così concepito avrebbe potuto far digerire alcune richieste dell’Europa (sempreché la lettera della Bce provenisse da mani europee e non, come molti sospettano, da manine e manacce italiote), compensandole con una patrimoniale, un’asta sulle frequenze tv, una normativa draconiana anti-evasione, una tosatina alle banche e alle altre lobby (quelle vere, non i soliti tassisti e farmacisti) che la fanno sempre franca. Mercati e speculatori, com’è avvenuto in Spagna, avrebbero tratto un sospiro di sollievo dalla caduta del governo più indecente della storia d’Europa e dalla fine politica del suo caporione, e soprattutto dalla prospettiva di un’Italia governata da Monti, per giunta assistito da una maggioranza parlamentare solida, omogenea e soprattutto affrancata dal ventennale ricatto berlusconiano.
Sembrava tutto perfetto. Ma le cose, come sappiamo, non sono andate così. Monti è andato al governo per una manovra di Palazzo (quello più alto) e, schiavo del ricatto berlusconiano, ha potuto fare solo quel che B. gli consentiva: la macelleria sociale dell’uno-due pensioni-articolo 18 è roba che nemmeno B. aveva osato fare, per non perdere voti e soprattutto per non perdere la Lega. Ogni legge patrimoniale, televisiva, elettorale, anticorruzione, antievasione farebbe cadere il governo, dunque non si fa. B. se ne sta ben acquattato in attesa che gli cancellino anche la concussione, il suo partito chiagne e fotte e guadagna voti, mentre il Pd che solo cinque mesi fa aveva le elezioni in tasca boccheggia agonizzante. Sì, ci siamo persi qualcosa: che cos’è che non sappiamo?

mercoledì 21 marzo 2012

Il finto tonto

di Marco Travaglio da thepolloweb

Ma davvero il presidente della Repubblica ha il potere di intimare alle parti sociali di rinunciare a “qualsiasi interesse o calcolo particolare”, cioè di non rappresentare più le categorie che dovrebbero rappresentare, per inchinarsi alla cosiddetta riforma dell’articolo 18 unilateralmente imposta dal governo del prof. Monti e della sig.ra Fornero con l’inedita formula del “prendere o prendere”? Ma dove sta scritto che quella cosiddetta riforma è buona? Ma chi l’ha stabilito che risolverà “i problemi del mondo del lavoro e dei nostri giovani”? Ma chi l’ha detto che “sarebbe grave la mancanza di un accordo con le parti sociali”? Ma, se “sarebbe grave la mancanza di un accordo”, perché il capo dello Stato non dice al governo di ritirare la sua proposta che non trova l’accordo delle parti sociali, anziché dire alle parti sociali di appecoronarsi alla proposta del governo in nome di un accordo purchessia? E che c’entra la commemorazione del prof. Biagi con l’art. 18? Non si era detto che la flessibilità avrebbe moltiplicato i posti di lavoro? Ora che ha sortito l’effetto opposto, anziché ridurla, si vuole aumentarla? E perché mai un lavoratore licenziato senza giusta causa dovrebbe rinunciare ad appellarsi al giudice perché valuti la discriminatorietà del suo licenziamento? E poi: perché mai sarebbe così urgente cambiare l’articolo 18, che riguarda l’1% dei licenziamenti? E che senso ha rispondere, come fa la sig.ra Fornero, che così si tutelano i lavoratori non tutelati? Per tutelare i non tutelati si tolgono le tutele ai tutelati cosicché nessuno sia più tutelato? E siamo sicuri che, in un paese dove è facilissimo uscire dal mondo del lavoro e difficilissimo entrarvi, la soluzione sia rendere ancor più facile uscirne? E chi l’ha stabilito che la trattativa deve chiudersi il 22 marzo, non un giorno di più? E che libera trattativa è quella in cui il capo dello Stato getta la sua spada su uno dei piatti della bilancia, quello del governo, per farlo prevalere sull’altro? E che senso ha la frase della sig.ra Fornero: “Non si può discutere all’infinito, indietro non si torna”? Infinito in che senso, dopo un solo mese di negoziati? Indietro rispetto a cosa? E il Parlamento? Esiste ancora un Parlamento libero di approvare o bocciare le proposte del governo, o è stato abolito a nostra insaputa? E perché mai il Parlamento ha potuto svuotare a suon di emendamenti il decreto liberalizzazioni, snaturarne un altro con l’emendamento Pini contro i magistrati, mentre l’abolizione dell’art. 18 sarebbe sacra e inviolabile? È per caso un dogma di fede? Siamo proprio sicuri che l’insistenza del governo e del Quirinale sull’art. 18 risponda a motivazioni economiche e non al progetto tutto politico di isolare le voci stonate dal pensiero unico, tipo Fiom, Idv, Sel e movimenti della società civile e di cementare l’inciucio Pdl-Pd-Terzo Polo? Se il governo gode nei sondaggi della fiducia del 60% degli italiani e tutti se ne felicitano, perché ignorare il fatto che lo stesso 60% degli italiani è contro qualunque “riforma” dell’art. 18? È proprio ininfluente la maggioranza degl’italiani sulla scelta di un governo che nessuno ha eletto, anzi di cui nessuno, alle ultime elezioni, sospettava la nascita? E perché mai gli unici che devono rinunciare a rivendicare i propri diritti sono i lavoratori e i pensionati, mentre la patrimoniale non si fa perché B. non vuole e le frequenze tv non si vendono all’asta perchè B. non vuole? Il Quirinale smentisce l’indiscrezione apparsa ieri sul Foglio, secondo cui Bersani sarebbe “sempre più insofferente per l’interventismo del capo dello Stato” che “lo riprende e lo bacchetta” non appena “tenta di smarcarsi dal governo o dagli alleati” (nel senso di Casini e Alfano) “su Rai e giustizia”, per “riportare all’ovile il Pd” in nome della “stabilità del governo”? Ma, se il Parlamento deve ratificare senza batter ciglio i decreti del governo e i partiti e le parti sociali devono prendere ordini dal Colle e dal governo sottostante, siamo proprio sicuri di vivere ancora in una democrazia parlamentare? E in una democrazia?

mercoledì 17 agosto 2011

Sentenze

Intervento di Marco Travaglio, nella rubrica Passaparola.

Dal Blog di Beppe Grillo.

Buongiorno a tutti,

Io oggi vorrei parlare di due sentenze, ma per non parlarne in realtà, perché una merita silenzio in quanto affronta un problema di vita e di morte, cioè entra addirittura in una casa privata, in un letto dove c'è una persona, Eluana, che si trova in stato vegetativo da moltissimi anni, dove un giudice ha stabilito, previo consenso informato suo, ai tempi, e di suo padre oggi, di risparmiarle l'accanimento. Io non ho nessuna posizione su questa storia e non invidio nemmeno chi ha una posizione in merito perché penso che chi si stia pronunciando, lo stia facendo abusando. La sguaiataggine con cui si trattano fatti così delicati che riguardano la coscienza delle persone, al massimo estesa alla coscienza dei medici, è veramente un segno della cafonaggine e dell a barbarie nel periodo nel quale viviamo. E' interessante però quello che si è scritto di questa sentenza perché si è fatto dire ai giudici quello che i giudici non hanno detto. I giudici si sono limitati a respingere il ricorso della procura generale di Milano contro un provvedimento analogo che era stato preso dalla magistratura nel grado di giudizio precedente. Voi sapete che in Italia non esiste una legge sul testamento biologico, voi sapete che in Italia c'è un diritto sancito dalla Costituzione, che stablisce il diritto dei cittadini di essere curati nel migliore dei modi ma non stabilisce l'obbligo a farsi curare ad ogni costo.
Quindi, in questo deserto legislativo, su questo principio costituzionale, quando il padre di Eluana ha chiamato i giudici a pronunciarsi. E loro, essendo obbligati a farlo, lo hanno fatto con gli strumenti che avevano: la Costituzione, visto che il parlamento da quattro legislatura si balocca e si palleggia la legge sul testamento biologico che è quella che dovrebbe normare la possibilità per ogni cittadino di poter stabilire che cosa vuole gli sia fatto, nel caso in cui, disgraziatamente, dovesse ritrovarsi in condizioni di poter più scegliere. Quindi non è vero che i giudici hanno deciso che bisogna uccidere con l'eutanasia. Non è vero che i giudici hanno deciso che bisogna uccidere questa persona. I giudici hanno stabilito semplicemente che questa persona possa essere lasciata nello stato nel quale si sarebbe trovata qualche decina di anni fa, quando questi problemi non si ponevano per una semplice ragione: che la ricerca tecnologica medica e scientifica era ancora più arretrata, ovviamente, e non aveva ancora inventato l'alimentazione e la respirazione artificiale. Quindi la persona non più alimentata e non più ossigenata artificialmente veniva meno.
Oggi c'è la possibilità di tenerla in vita artificialmente, i giudici hanno stabilito che c'è un limite a questo accanimento, ed è il limite che dovrebbero decidere, quando lucidi, tutte le persone mettendo per iscritto un qualcosa. Non c'è questa legge e quindi la Cassazione ha semplicemente respinto il ricorso della procura generale che voleva continuare a procrastinare questo stato di vita artificiale. Io non so quale sia la soluzione migliore in quel caso, io non so quando finisca la vita, io non so quando cominci, io non invidio quelli che hanno certezze. Penso che su casi come questi bisognerebbe evitare intanto di dire sciocchezze, tipo che la magistratura ha istituito l'eutanasia in Italia. L'eutanasia significa fare un'iniezione avvelenata a una persona. Non significa smettere di mantenerla in vita artificialmente. E nello stesso tempo bisognerebbe avere un po' di pudore quando si parla di queste cose. Bisognerebbe muoversi con circospezione, in punta di piedi e se proprio bisogna parlare bisogna informarsi molto bene e domandarsi chi sono io, per dire delle cose così pesanti su un caso drammatico. E poi farlo sottovoce o meglio ancora stare zitti.
L'altra sentenza sulla quale è giusto parlare, anche ad alta voce (quando sarà uscita però è la sentenza sul G8 di Genova. O meglio, quella emessa l'altro giorno dal tribunale di Genova che riguardava alcune decine di uomini delle forze dell'ordine imputati per le violenze selvagge, avvenute nella scuola Diaz, ai danni di cittadini inermi che, tra l'altro, dormivano.
Questa sentenza ha suscitato reazioni contrapposte, nel senso che alcuni hanno detto: "meno male! I giudici hanno stabilito che non c'era nessun disegno, che non c'era nessun complotto e non c'erano ordini superiori". Queste persone avevano agito autonomamente. Almeno quelle che sono state condannate, mi pare 13. I superiori non c'entrano. Gli altri, quelli che invece sono insoddisfatti della sentenza dicono: "è una vergogna! I giudici hanno stabilito che non c'era nessun mandante superiore, non c'era nessun ordine superiore, e questi qui hanno agito a titolo personale di testa loro. Non possiamo credere ad una sentenza così vergognosa" eccetera. Qui voi vedere che i due poli opposti in realtà sostengono la stessa cosa! E cioè che i giudici hanno stabilito che, a parte i manovali del manganello, i manovali della bomba molotov portata dentro per costruire "ex post" una prova dell'attività eversiva che in quella scuola si sarebbe svolta per giustificare le botte, sono, secondo la sentenza, gli unici responsabili. Quindi abbiamo sentito dire, sia da quelli che la sentenza la applaudono, sia da quelli che la criticano, che i giudici hanno stabilito come queste persone fossero delle teste calde che hanno agito di loro iniziativa, senza ordini superiori. La versione A e la versione B, in realtà, coincidono. Sono diversi i toni e i commenti: ad alcuni va molto bene, ad altri va molto male. Gasparri ha detto: "è una sentenza meravigliosa! Anzi, speriamo che sia una sentenza verso un secondo grado che salvi anche quei pochi che sono stati condannati". E dall'altra parte della sinistra si è sentito dire che è una sentenza vergognosa.
E' la solita cosa: pagano gli ultimi e invece i mandanti non pagano mai. Sono due reazioni speculari che io non se siano giuste o sbagliate, ciascuno può dire quello che vuole, ma sono sicuramente premature. A tal proposito sto cercando alcuni articoli di giornale e se li trovo ve li mostro, ebbene le reazioni sono premature per una ragione molto semplice: perché nessuno ha ancora letto la sentenza! Nessuno l'ha letta perché ancora nessuno l'ha scritta. Non c'è ancora scritto da nessuna parte: "chi ha fatto cosa e perché". C'è soltanto il dispositivo, cioè una formuletta di poche righe nelle quali c'è scritta una cosa molto semplice: Un elenco di nomi con una serie di elementi numerici con un tot di anni, oppure niente anni. La sentenza con le motivazioni sarà depositata fra tre mesi e ci dirà perché Tizio è colpevole e Caio no, e soprattutto ci dirà se i mandanti esistono o non esistono. Si dice: "Mah se i mandanti esistessero li avrebbero condannati" ma attenzione! Qui si nasconde l'equivoco nel quale incorriamo un po' tutti ogni volta che sentiamo una sentenza. Noi di solito facciamo un grande can can quando si apre un'indagine, poi l'indagine ce la dimentichiamo. Udienza preliminare, inizia il processo, arrivano le testimonianze, è lì che si forma la prova del dibattimento ma i giornali non hanno tempo di seguire (salvo si tratti del delitto di Cogne o del delitto di Garlasco) non ci sia un po' di pelo. Poi ad un certo punto arriva la sentenza come un fulmine a ciel sereno. Per noi è il dispositivo perché viene letto subito, mentre la motivazione non è contestuale , salvo rari casi, ma viene scritta nei mesi successivi.
Forse una buona riforma potrebbe essere quella di pubblicare le sentenze quando ci sono le motivazioni già allegate. Credo sarebbe meglio perché col sistema attuale ci si concentra sul chi ha preso quanto, e sul chi non ha preso niente. E si dimentica di andare a vedere che cosa hanno scritto i giudici per la ricostruzione del fatto, secondo la loro ottica. Lo dico perché quando usciranno le motivazioni della sentenza sul G8, non si darà lo stesso rilievo che ha avuto il dispositivo. Eppure sono molto più importanti le motivazioni che non il dispositivo. Perché è lì che noi andremo a vedere se davvero i giudici hanno escluso l'esistenza di mandanti, scrivendo una cosa assurda, come quella che in questi giorni gli è stata attribuita. E cioè che quei tredici picchiatori sono delle mele marce che ad un certo punto, impazziti, sono entrati in una scuola e hanno cominciato a massacrare i ragazzi che dormivano. E che alcuni, impazziti a loro volta, hanno portato delle molotov nella scuola per dimostrare che il blitz era sacrosanto. Io dubito che esistano dei giudici sani di mente, che scrivano cose di questo genere. Secondo me è più probabile che nella sentenza troveremo scritta una cosa diversa. Cioè: i mandanti ci sono. Vanno cercati. Forse sono quelli che sono stati indicati dalla procura, che sono stati rinviati a giudizio. Ma le prove a loro carico non bastano a dimostrare che siano loro. Perché un conto è dire che sicuramente ci sono i mandanti per la dinamica dei fatti, non possono non esserci. Un altro conto è invece dire che il mandante è Tizio e non Caio. Per poterlo sostenere devo possedere delle prove schiaccianti che mi convincano al di là di ogni ragionevole dubbio. Ebbene è possibile che i giudici scrivano di non essere convinti, ogni oltre ragionevole dubbi o, che erano proprio Tizio e Caio. Resta probabile che fossero. Ragionando umanamente. A naso. Ma dato che le sentenze non si fanno a naso ma si fanno con le prove, magari i giudici hanno ritenuto che non ci siano le prove sufficienti e quindi abbiano deciso di assolverli. I presunti mandanti. I giudici potrebbero scrivere anche un'altra cosa: che i mandanti non sono stati raggiunti da prove sufficienti perché le indagini sono state fatte male. Lo ha scritto Giovanni Bianconi sul Corriere, cronista rispettabilissimo, di solito molto informato. dice che l'indagine è stata fatta male. Per acchiappare il disegno complessivo si sono persi di vista i tasselli che pazientemente il pubblico ministero dovrebbe mettere insieme. io non ho elementi, non conosco il processo. Può darsi benissimo invece che i magistrati dicano: "le prove che i magistrati potevano trovare le hanno trovate, ma queste bastavano! Ma non bastano per condannarli al carcere". Oppure potrebbero dire che le prove raccolte non sono state sufficienti perché l'indagine è stata depistata, sviata, perché ci sono state delle turbative, inquinamenti delle prove. Degli avvicinamenti di testimoni per fargli cambiare idea o versione. C'è un processo parallelo a capo dell'ex capo della polizia De Gennaro che ipotizza proprio questo. Insomma, per sapere cos'hanno scritto i giudici del processo sul G8, dovremo aspettare tre mesi. Fino ad allora scrivere che non è stato nessuno, o che hanno fatto tutto quei tredici, oppure: "Evviva! La polizia ne esce pulita." oppure: "Evviva il vertice della polizia non c'era. O se c'era dormiva". Sono tutte stupidaggini senza senso. Bisogna aspettare di leggere cosa hanno scritto. E' per questo che si fanno le motivazioni delle sentenze.
E' per questo che si dice che le sentenze vanno rispettate. Rispettare le sentenze non vuol dire non discuterle. Rispettare le sentenze vuol dire leggerle e partire dal presupposto che il giudice possa essere in buona fede. Quando uno, dopo aver letto le sentenze, scopre che il giudice ha detto delle grandi stronzate, e magari le dice per coprire qualche papavero potente scaricando le colpe sui suoi sottoposti, allora uno può persino dire non solo che la sentenza è sbagliata, ma che è pure stata scritta in malafede da parte di un giudice che non ha il coraggio di prendersela coi potenti ma soltanto coi poveracci facendo volare gli stracci. Si può dire tutto delle sentenze a patto si siano lette. Per averle lette bisogna che qualcuno le abbia scritte. Per scriverle bisogna pazientare tre mesi per vedere che cosa diavolo scriveranno questi giudici per giustificare la condanna di quei tredici e l'assoluzione di quegli altri. Poi lo sappiamo che col clima che si è creato in Italia nei processi ai potenti, di solito, le prove che sono sufficienti per condannare un poveraccio non bastano per condannare un potente. Il livello probatorio che si rende necessario per passare i vari gradi di giudizio, quando l'imputato è un potente, è molto più alto rispetto a quello che è necessario per far condannare dalla Cassazione uno spacciatore di hashish magari extracomunitario. Questo è ovvio. Questo non è giusto. E' profondamente ingiusto ma anche profondamente umano. Nel senso che se un giudice condannava un marocchino che non c'entrava niente nessuno si lamenta, anzi nessuno se ne accorge. Il giudice non ne pagherà alcuna conseguenza. Se un magistrato invece condanna un potente, che poi viene assolto per insufficienza di prove, non perché era innocente, ma per insufficienza di prove nel grado successivo, lo massacrano! Lo maciullano! Lo insultano a reti unificate da destra e da sinistra. Quindi è chiaro che un magistrato ci sta molto attento quando giudica un potente e un po' meno attento quando giudica un poveraccio. Purtroppo sappiamo che si parte da questi blocchi di partenza sfasati, dove in un processo in cui ci sono i poveracci o i potenti. Però prima di stabilire che il giudice ha privilegiato i potenti rispetto ai poveracci, andiamoci cauti: aspettiamo di leggere le motivazioni della sentenza! Dopodiché potremo dire di tutto. Ma potremmo dire anche una cosa diversa: cioè che è abbastanza naturale se in questi processi sia più facile condannare l'esecutore materiale rispetto al mandante. Ma perché? Perché l'esecutore materiale è quello che lascia l'impronta sulla pistola. (nel nostro caso sul manganello.) E' quello che si vede lì a fare irruzione. E' quello che parla, urla, picchia. Il mandante lì non c'è. Il mandante non lascia per iscritto gli ordini. Come nei delitti che si rispettano l'esecutore materiale è più facile da prendere. Non solo perché è l'ultimo anello della catena ma anche perché è stato sulla scena del delitto. Ha lasciato qualche capello, qualche mozzicone di sigaretta, un'impronta, uno sputacchio un segno di dna. Il mandante, se non è un idiota, non mette su atto notarile che ha mandato a uccidere e quindi, non solo, è più impotente e quindi è meno probabile che venga processato, ma è più improbabile che venga condannato per la semplice ragione che le prove che si possono raccogliere su di lui, sono molto più labili e difficili. Le prove sul mandante saranno molte meno rispetto a quelle che si possono raccogliere sul killer. Il che vorrebbe dire che il giudice ha stabilito che non c'è un mandante? No! Il giudice ha stabilito che c'è un mandante ma che le prove a carico del mandante non sono sufficienti. Bisogna indagare ancora. E nel caso della Diaz potrebbe essere la stessa cosa. Si dirà: "Allora facciamo la commissione parlamentare d'inchiesta". Lo ha detto Di Pietro. Secondo me sbaglia. Sbagliava quando diceva: "non la dobbiamo fare a meno che non sia una commissione che indaga anche sulle violenze dei black blok". Figuriamoci se le commissioni parlamentari devono occuparsi dei reati commessi dai cittadini comuni! I reati dei cittadini comuni vengono esaminati dalla magistratura. Le commissioni parlamentari servono per stabilire le deviazioni istituzionali dei vertici della polizia. Ma secondo me, con la motivazione sbagliata, aveva ragione Di Pietro quando diceva che non ci voleva la commissione. E ha torto adesso quando dice che ci vuole, anche se non può essere accusato di incoerenza perché lui aveva detto: "non dobbiamo farla per non intralciare il processo, ora che il processo si è fatto, è evidente che ora la commissione non lo intralcerebbe più". Salvo poi che non ci sia un post scriptum in appello. Perciò secondo me la sua non è una posizione incoerente. Secondo me la sua posizione attuale è sbagliata come tutti quelli che a sinistra vogliono la commissione parlamentare ed'inchiesta, non perché non ci vorrebbe. Questo è proprio il classico caso di scuola, in cui ci vorrebbe una commissione parlamentare d'inchiesta per stabilire le responsabilità politiche, e anche morali di coloro che hanno, o mandato o autorizzato o chiuso gli occhi o depistato.
Ma in un parlamento normale. In un parlamento serio. In un parlamento come quello americano dove le commissioni più dure di inchiesta sull'attività dell'amministrazione sono di solito presiedute dai compagni di partito del presidente del presidente e del capo dell'amminstrazione. Noi abbiamo un parlamento in cui non si vuole la verità. Si vogliono fabbricare verità di comodo e di partito, o di corrente, dove si vogliono utilizzare le commissioni parlamentari per buttarcisi gli stracci addosso, per ricattarsi a vicenda e arrivare alla fine con un bel pari e patta, dove la verità non conta nient e. Le commissioni parlamentari d'inchiesta da vent'anni a questa parte, non sempre, sono servite a fabbricare le relazioni di maggioranza e di minoranza. Ciascun partito ha la sua verità e intanto ci si ricatta a vicenda. Per carità non facciamo di nuovo la stessa cosa coi fatti di Genova! Abbiamo almeno tredici condannati, abbiamo almeno una sentenza che sta arrivando e che potrebbe ricostruire i fatti, lasciamo tutto così! Le commissioni di questi anni sono servite per cancellare anche quel pochissimo che la magistratura aveva scoperto. Invece di aprire lo spettro della verità giudiziaria che è strettissima alla verità politica che è larghissima, le commissioni parlamentari si incaricano anche di cancellare la verità processuale, quel poco che hanno scoperto i giudici. Nel processo Andreotti la sentenza ha stabilito che Andreotti era mafioso fino al 1980, reato commesso ma prescritto. La commissione d'inchiesta sulla mafia, invece di aprire il ventaglio, andando a vedere anche là dove non c'è il reato ma c'è una grave responsabilità politica, ha chiuso anche quel piccolo spiraglio che aveva aperto la magistratura. Il presidente della commissione di Forza Italia, ha messo nero su bianco che la sentenza ha sbugiardato il teorema accusatorio di Caselli. Cioè ha sbianchettato anche quel poco che la magistratura era riuscita a provare al di là di ogni ragionevole dubbio. Speriamo che non si voglia ripetere la stessa esperienza col caso del G8 perché se adesso ci sembrano poche quelle tredici condanne, quando ci sarà passata sopra una commissione parlamentare, le rimpiangeremo. Passate parola."

martedì 9 settembre 2008

Il Travaglio delle carceri

Abbiamo troppi detenuti, un corno! Cosa vuol dire “troppi detenuti”? In base a cosa? Quale sarebbe il numero perfetto di detenuti? Non esiste! Il numero dei detenuti dipende direttamente dal numero delle persone che violano la legge, vengono prese e vengono condannate a una pena che, secondo la legge, prevede il carcere. Quindi non esiste né il “troppi”, né il “troppo pochi”. Ci sono quelli che riusciamo a prendere. In un Paese che, tra l’altro, per certi tipi di reati i livelli di impunità sono quasi al 90%, immaginate che cosa succederebbe se conquistassimo 1% di efficienza in più all’anno.

L'ho sempre detto, Travaglio lo devi prendere per quello che è: a volte ti piace perché ti restituisce il piacere del buon senso e della verità, quella che hai sotto gli occhi e che molti si rifiutano di vedere, altre volte, come in questo passaggio, tira fuori la sua vena conservatrice e non ti piace affatto. Niente bei discorsi romantici e fumosi, niente analisi sociologiche buoniste, per carità: la legge è legge! Non mi piace: qualche volta si va in galera per amore delle proprie idee, spesso perchè sei un dannato della terra e basta.
L'illegalità di oggi può essere la legalità di domani. Gli schiavi che scappavano commettevano reato, oggi la schiavitù è reato. Se non sei un giudice o un poliziotto in servizio devi porti il problema delle ingiustizie e non solo dell'applicazione del codice, ciò significa che devi assumerti delle responsabilità. Si chiama conflitto sociale, esiste, è sempre esistito e non si può ignorarlo, è il motore della storia  e spesso  porta  la  gente in galera.
Altra cosa è la galera per mafiosi, corrotti e psicopatici assassini.
Su una cosa sono d'accordo: ognuno deve assumersi la responsabilità delle proprie illegalità. (F.C.)