Visualizzazione post con etichetta libero mercato. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta libero mercato. Mostra tutti i post

martedì 15 novembre 2016

La 'Fine della Crescita' Scatena il Malcontento Globale

Le false promesse delle élite mondiali sull'economia liberista, presentata come panacea per tutti i mali grazie al suo elisir di crescita perenne, aiutano a spiegare i movimenti nazionalisti arrabbiati che stanno mandando in pezzi la politica occidentale, pensa l'ex diplomatico britannico Alastair Crooke.

di Alastair Crooke

da Io Non Sto Con Oriana (fonte
Consortium News, 14 ottobre 2016)


Raul Ilargi Meijer è un esperto editorialista economico ed ha scritto, in modo stringato e provocatorio, che
E' finita. Il modello su cui le nostre società si sono basate almeno per tutto il tempo in cui siamo vissuti è arrivato alla fine. Ecco perché esistono i Trump.Non c'è nessuna crescita. Non c'è da anni una vera crescita. Ci sono soltanto i vuoti ed insignificanti, ottimistici numeri dei mercati borsistici di Standard and Poor, drogati da uno stracciato costo del denaro e dai buyback, e datori di lavoro che nascondono ai lavoratori indicibili quantità di denaro. E soprattutto esiste il debito, pubblico o privato che sia, che è servito a mantenere in vita una crescita illusoria; le possibilità di ricorrervi sono sempre meno, adesso.
I falsi dati sulla crescita servono ad una cosa soltanto; servono a far sì che la massa lasci i potenti in carica sulle lore comode poltrone. Solo che sono sempre riusciti ad opporre il velo di Oz agli occhi altrui tante e tante volte; ora, quelle tante volte sono finite.
Ecco il perché dei Trump, delle Brexit, dei Le Pen e di tutto il resto. Basta, fine. Tutto quello che ci ha fatto da guida per tutta la nostra esistenza ha perso la direzione e ha perso potenza.
Meijer scrive poi:
Siamo nel bel mezzo del più importante mutamento globale degli ultimi decenni, per certi aspetti addirittura degli ultimi secoli; una rivoluzione vera e propria, che continuerà a rappresentare il più importante fattore impattante sul mondo nei prossimi anni. Nonostante quello, non mi pare che nessuno ne faccia parola. La cosa mi ha sorpreso. Il mutamento di cui sto parlando è la fine della crescita economica mondiale, che porterà inesorabilmente alla fine dei processi centralizzati, globalizzazione compresa. Comporterà anche la fine della maggior parte delle istituzioni internazionali, soprattutto di quelle più potenti.
Sarà la fine anche per quasi tutti i partiti politici tradizionali, rimasti per decenni al governo nei rispettivi paesi e già oggi ai livelli record di impopolarità. Se non avete idea di cosa sta succedendo, date un'occhiata qui in Europa!
Non è questione di cosa vogliono questo o quello, o questo o quel gruppo. Sono in gioco forze ben al di là del nostro controllo, la cui grandezza e la cui portata va oltre la nostra opinione, nonostante si possa trattare di fenomeni costruiti dall'uomo.
Un sacco di persone più o meno intelligenti si stanno rompendo la testa per cercare di capire da dove vengano Trump e la Brexit e Le Pen e tutti questi spaventosi individui e fenomeni e partiti nuovi. Arrivano a formulare teorie incerte e di piccola portata che chiamano in causa gente anziana, gente impoverita razzista e bigotta, gli stupidi, quelli che alle elezioni si sono sempre astenuti, ogni genere di individui.
Solo che nessuno sembra capire o comprendere davvero. E questo lascia stupiti perché non è che la questione sia così difficile. Tutto questo succede perché la crescita è finita. E se finisce la crescita finiscono anche l'espansione e la centralizzazione, in tutta la loro miriade di varietà e di forme.
Più avanti Meijer scrive:
La dimensione globale intesa come prima forza trascinante è finita, il paneuropeismo è finito, e il fatto che gli Stati Uniti continueranno a rimanere tali è tutt'altro che un dato scontato. Stiamo andando verso un movimento di massa favorevole a decine di paesi e di stati separati, e di società che guardano al passato. E tutte si trovano ad affrontare un qualche problema incombente di un qualche genere. Quello che rende la situazione così difficile da affrontare per chiunque è che nessuno vuol prendere atto di nulla di tutto questo. Esattamente dagli stessi luoghi da cui vengono i Trump, la Brexit e i Le Pen arrivano storie di amara povertà.
Il fatto che il baraccone politico, economico e mediatico sforni ventiquattr'ore su ventiquattro e sette giorni su sette messaggi positivi sulla crescita può anche costituire una parziale spiegazione del perché manchino consapevolezza e riflessione, ma si tratta di una spiegazione parziale. Il resto è dovuto a come siamo fatti noi stessi: pensiamo di meritarla, la crescita a tempo indeterminato.

La fine della crescita

Insomma, la crescita economica globale è finita? Raul Ilargi parla un po' all'ingrosso perché ci sono anche esempi di crescita economica in cui non c'è stata alcuna contrazione, ma è chiaro che gli investimenti basati sul debito e sulle politiche di bassi tassi di interesse si stanno rivelando sempre meno efficaci nel risultare in crescita economica o in aumento degli scambi, e a volte non lo sono per niente. Tyler Durden di ZeroHedge scrive:
"Dopo quasi due anni di programmi centrati sul quantitative easing i dati economici nella zona euro rimangono molto deboli. Come spiega il GEFIRA l'inflazione è ancora attorno allo zero e il PIL della zona euro ha iniziato a rallentare invece di accelerare. Secondo i dati della Banca Centrale Europea, per creare un euro di crescita di PIL occorrono diciotto euro e mezzo di quantitative easing... Quest'anno la BCE ha emesso quasi seicento miliardi nell'ambito del programma per l'acquisto di titoli (il quantitative easing)."
Le banche centrali possono anche produrre e stampare denaro, ma questo non significa creare ricchezza o acquisire potere d'acquisto. Incanalando il credito creato verso gli intermediari delle banche a garanzia dei prestiti verso i loro clienti di favore le banche centrali garantiscono potere d'acquisto ad un determinato gruppo di soggetti; questo potere d'acquisto deve per forza venire da un altro gruppo di soggetti europei (nel caso della BCE, arriva dai cittadini) che vedranno ridurre il proprio potere d'acquisto e la discrezionalità con cui potranno spendere il proprio reddito.
L'erosione del potere d'acquisto non è del tipo più ovvio: non esiste una grossa inflazione e tutte le principali valute si stanno svalutando più o meno di pari passo; inoltre le autorità intervengono periodicamente abbassando il prezzo dell'oro, cosicché non esiste alcun segnale evidente per cui le persone possano capire fino a che punto arriva la perduta di valore di tutte le valute.
Anche il commercio mondiale sta soffrendo, come spiega in termini piuttosto eleganti Lambert Strether di Corrente. "Si torna alle spedizioni. Mi sono messo a seguire le spedizioni... un po' perché è divertente, ma soprattutto perché le spedizioni hanno a che fare con beni concreti, e seguire i percorsi delle merci mi è sembrato un modo molto più interessante di toccare con mano il funzionamento dell'economia; senz'altro più delle statistiche economiche, per tacere di tutti i libri di cui quelli di Wall Street parlano un giorno sì e l'altro pure. E non mi fate parlare di Larry Summers.
Quello che ho notato è che c'era un declino. E non si trattava di piccoli passi indietro seguiti da balzi in avanti, ma di un declino vero e proprio andato avanti per mesi e alla fine per un anno intero. Declina il trasporto ferroviario, persino quando le merci sono grano e carbone, e declina la domanda di vagoni. Declina il trasporto su ruota, e con esso la domanda di camion. Il trasporto aereo se la passa male. I porti del Pacifico non saranno affollati di merci sotto Natale. E adesso è arrivato anche il fallimento di HanJin, con tutti quei capitali fermi nelle navi alla fonda e coperto per solo dodici miliardi di dollari o qualcosa del genere, e l'ammissione generale che forse noi abbiamo investito un pochettino troppo in grandi navi e grandi imbarcazioni, il che significa -credo- che dobbiamo spedire molte meno merci di quello che pensavamo, almeno via mare.
Nel frattempo, in apparente contraddizione rispetto al lento collassare del commercio mondiale ed anche all'opposizione ai "trattati commerciali" uno dei pochi settori trainanti dell'immobiliare è quello dei magazzini, e la gestione delle catene di distribuzione è un campo esaltante. Un campo pieno di sociopatici fuori da ogni limite, e dunque dinamico ed in crescita!
Ecco, le statistiche economiche sembra dicano che non c'è nulla che non va. I consumatori sono il motore dell'economia e sono fiduciosi. Ma alla fin fine le persone hanno bisogno di beni perché si vive in un mondo materiale, anche se si è convinti di star vivendo a modo proprio. Un bel rompicapo. Io vedo una contraddizione: si muovono meno merci, ma i numeri dicono che va bene così. Ho ragione su questo? Allora, devo pensare che i numeri non sono significativi, ma le merci sì."


Un elisir fasullo

In altre parole, se vogliamo essere ancor più falsamente empirici come nota Bloomberg in A Weaker Currency is no longer the Elixir, It Once Was, "le banche centrali di tutto il mondo hanno tagliato i tassi di interesse per 667 volte dal 2008 in poi, secondo Bank of America. Nel corso di questo periodo le prime dieci valute agganciate al dollaro sono crollate del quattordici per cento e le economie del G8 sono cresciute in media dell'uno per cento appena. Secondo Goldman Sachs dalla fine degli anni Novanta un deprezzamento del dieci per cento al netto dell'inflazione nelle valute di ventitré economie avanzate ha spinto le esportazioni nette soltanto dello zero virgola sei per cento del PIL. Come raffronto, c'è l'uno virgola tre per cento del PIL dei due decenni precedenti. Gli scambi commerciali tra gli USA e gli altri paesi sono passati a tremilasettecento miliardi di dollari l'anno nel 2015 dai tremilanovecento che erano nel 2014."
Fine della crescita, fine della globalizzazione. Su questo è d'accordo persino il Financial Times, il cui editorialista Martin Wolf scrive in The tide of Globalisation is turning: "Il meno che si possa dire è che la globalizzazione si è fermata. Si potrebbe tornare perfino indietro? Certamente. Occorre che le grandi potenze siano in pace... E' importante che la globalizzazione si sia fermata. Certamente."
La globalizzazione si è davvero fermata. Ma non a causa delle tensioni politiche, che sono un comodo giustificativo, ma perché la crescita è fiacca e questa debolezza è il risultato di una provata concatenazione di fattori che ne hanno causato l'arresto, oltre che del fatto che siamo entrati in una fase di deflazione che sta drasticamente contraendo quanto è rimasto del reddito disponibile al consumo per le spese a discrezione. Wolf ha comunque ragione. Inasprire le tensioni con Russia e Cina non risolverà i problemi del sempre più debole controllo ameriKKKano sul sistema finanziario mondiale, anche se la fuga dei capitali verso il dollaro potrebbe far passare un fugace momento di rialzo al sistema finanziario statunitense.
Cala il sipario sulla globalizzazione. Ma cosa significa realmente questa espressione? Indica la fine del mondo finanziarizzato costruito dal neoliberismo? Difficile dirlo. Ma nessuno si aspetti rapidi dietrofront, e tantomeno delle scuse. La grande crisi finanziaria del 2008 all'epoca fu vista da molti come ultimo atto del neoliberismo. Ma le cose non sono andate così: anzi, il periodo di tagli e di austerità che seguì inasprì la sfiducia nello status quo ed aggravò la crisi che ha le sue radici nella diffusa opinione che "la società" in generale stia andando nella direzione sbagliata.
Il neoliberismo dispone di solide basi, non da ultimo nella troika europea e nell'eurogruppo che fanno gli interessi dei creditori e che grazie alle regole dell'Unione Europea sono arrivati a dominare la politica finanziaria e fiscale dell'Unione.
E' troppo presto per capire da dover arriverà la sfida all'ortodossia prevalente sul piano economico, ma in Russia esiste un aggregato di eminenti economisti che si sono riuniti nel gruppo Stolypin e che sta levando un nuovo interesse verso Friedrich List, il vecchio avversario di Adam Smith morto nel 1846, che sviluppò un "sistema nazionale di politica economica." List antepose gli interessi della nazione a quelli dell'individuo. Mise in risalto l'idea di nazione ed enfatizzò le particolari necessità di ogni nazione secondo le circostanze in cui essa si trova, soprattutto in rapporto al suo grado di sviluppo. List è noto per aver dubitato della sincerità delle invocazioni al libero mercato che arrivavano dai paesi sviluppati, con particolare riguardo al Regno Unito. In sostanza fu il primo no global.


Il dopo globalizzazione

Il pensiero di List potrebbe ben adattarsi alla corrente tendenza post-globalizzazione. La presa d'atto di List della necessità di una strategia industriale a livello nazionale e il suo ribadire il ruolo dello stato come garante finale della coesione sociale non sono cose cui sta flebilmente dietro soltanto una manciata di economisti russi. Si tratta di concetti che stanno facendo il loro ingresso nel discorso politico corrente. Proprio il governo May, nel Regno Unito, sta rompendo con il modello neoliberista che ha guidato la politica britannica dagli anni Ottanta in avanti; ed è una rottura che va verso un approccio alla List.
Sia come sia, che questo modo di vedere le cose torni in auge o meno, il docente e filosofo politico britannico molto attento ai fenomeni contemporanei John Gray ipotizza che la cosa stia in questi termini:
Il riaffermarsi dello stato è uno dei punti su cui il tempo presente si distanzia dai "tempi nuovi" pronosticati da Martin Jacques e da altri osservatori negli anni Ottanta. All'epoca sembrava che le frontiere nazionali stessero liquefacendosi e che si fosse prossimi all'instaurazione di un mercato libero globale. Io non ho mai trovato credibile questa prospettiva. Esisteva un'economia globalizzata prima del 1914, ma si basava sulla mancanza di democrazia. La mobilità di capitali e di forza lavoro priva di qualsiasi controllo può anche impennare la produttività e produrre ricchezza su una scala senza precedenti, ma ha anche un impatto fortemente distruttivo sulla vita dei lavoratori, specie quando il capitalismo entra in una delle sue crisi periodiche. Quando il mercato globale attraversa un brutto quarto d'ora il neoliberismo finisce nella spazzatura perché si deve venire incontro ad una diffusa richiesta di certezze. Oggi, questo è quanto sta accadendo.
Se la tensione fra capitalismo globale e stato nazionale è stata una delle contraddizioni del thatcherismo, il conflitto tra globalizzazione e democrazia è stato la nemesi della sinistra. Da Bill Clinton a Tony Blair in poi il centrosinistra ha abbracciato il progetto del libero mercato globale con lo stesso ardente entusiasmo dimostrato dalla destra. Se la globalizzazione colpisce la coesione sociale, occorre riplasmare la società perché faccia da puntello al mercato. Il risultato? Ampi settori della popolazione sono stati abbandonati a marcire nella stagnazione o nella povertà, in qualche caso senza alcuna prospettiva di trovare un ruolo produttivo nella società.
Se Gray ha ragione ad affermare che quando l'economia globalizzata passa un brutto momento la gente esige che lo stato presti attenzione alla situazione economica dei loro paraggi, del loro paese e non alle utopistiche preoccupazioni della élite accentratrice, se ne deve concludere che la fine della globalizzazione comporta anche la fine della concentrazione della ricchezza in tutte le sue manifestazioni.
Ovviamente l'Unione Europea, che è un simbolo di questa asociale concentrazione, dovrebbe fermarsi un momento e riflettere. Scrive Jason Cowley, editorialista del New Statesman orientato a sinistra: "In ogni caso... comunque lo si voglia chiamare, [l'arrivo dei "tempi nuovi"] non porterà ad una rinascita della socialdemocrazia: sembra che in parecchi paesi occidentali stiamo invece entrando in un periodo in cui i partiti di centrosinistra non riescono a formare maggioranze di governo perché hanno perso suffragi in favore di nazionalisti, populisti e di alternative più radicali."


Il problema della delusione

Torniamo adesso all'affermazione di Ilargi secondo cui "Siamo nel bel mezzo del più importante mutamento globale degli ultimi decenni... non mi pare che nessuno ne faccia parola. La cosa mi ha sorpreso", cui Ilargi stesso risponde che in fin dei conti questo silenzio è dovuto a noi stessi, che "pensiamo di meritarla, la crescita a tempo indeterminato."
Ilargi ha ragione a pensare che in qualche modo questo costituisca una risposta alla visione, cara al cristianesimo, del progresso inteso come processo lineare (in questo caso materiale, più che spirituale). Ma in termini più pragmatici, la crescita non è il fondamento di tutto il sistema globale finanziarizzato dell'Occidente? Non è la crescita economica che doveva "liberare gli 'altri' dalla loro condizione di povertà"?
Si ricorderà che Stephen Hadley, ex consigliere per la Sicurezza Nazionale del presidente degli USA George W. Bush, ha detto chiaramente che gli esperti di politica estera dovrebbero prestare molta attenzione al crescente risentimento diffuso, che "la globalizzazione è stata un errore", e che "le élite hanno condotto [gli USA] come dei sonnambuli verso una situazione pericolosa".
Hadley ha affermato che "queste elezioni presidenziali non sono soltanto un referendum su Donald Trump; riguardano i motivi di scontento verso il nostro sistema democratico e il modo in cui intendiamo affrontarli... Chiunque vinca, dovrà affrontare questa situazione."
In poche parole, se la globalizzazione apre la strada allo scontento, la mancanza di crescita economica rischia di minare tutto il progetto finanziarizzato globale. Secondo Stiglitz tutto questo era evidente già da una quindicina d'anni; appena un mese fa ha scritto che già allora aveva individuato "una crescente opposizione, nei paesi in via di sviluppo, verso le riforme favorevoli alla globalizzazione. All'apparenza era un fenomeno strano, perché alla gente dei paesi in via di sviluppo era stato raccontato che la globalizzazione avrebbe fatto aumentare il benessere generale; perché in così tanti si mostravano ostili nei suoi confronti? Come può un fenomeno che a detta dei nostri leader politici e di molti economisti avrebbe fatto vivere tutti meglio incontrare un tale disprezzo? A volte si sente dire da qualche economista neoliberista, paladino di queste politiche, che le persone vivono davvero meglio, solo che non lo sanno. Questo loro scontento è materia per psichiatri, non per economisti."
Ora, questo scontento di nuovo genere a detta di Stiglitz si è esteso anche alle economie avanzate. Forse è a questo che Hadley si riferisce quando afferma che "la globalizzazione è stata un errore." La globalizzazione sta oggi minacciando l'egemonia finanziaria ameriKKKana, e dunque anche la sua egemonia politica.

sabato 12 marzo 2016

Quello che gli economisti non dicono. Intervista a Daniele Tori

a cura di Fabio di Lenola e Aldo Scorrano da leparoleelecose

[La prima versione di questa intervista, curata da Fabio di Lenola e Aldo Scorrano, è uscita sul sito del Csepi]
Daniele Tori si è laureato all’Università di Pavia in Scienze politiche e in Economia. È membro del Greenwich Political Economy Research Centre e membro del Post Keynesian Economics Study Group. Dal prossimo settembre assumerà la posizione di Lecturer in Finance alla Open University (UK). Attualmente si occupa di investimenti da un punto di vista microeconomico, le evoluzioni del sistema finanziario, e i processi di finanziarizzazione in generale.
Sono ormai trascorsi quasi dieci anni dallo scoppio della crisi che ha investito il mondo occidentale. In questo periodo l’Italia ha visto l’alternarsi dei vari governi Monti, Letta e Renzi che si sono mossi, sostanzialmente, in continuità con una linea o agenda europea di politica economica che potremmo definire conservatrice. Alla luce di quanto è emerso dall’operato di questi governi, possiamo dire che tale “linea”, sia stata e continui ad essere fallimentare?
Questi governi hanno essenzialmente provveduto, con modalità simili, a meri aggiustamenti in senso restrittivo delle politiche di bilancio in accordo con i dettami europei. Era già evidente in partenza che queste politiche, frutto di una comprensione meramente tecnica della crisi (regolamentazione del sistema bancario-finanziario, contenimento di deficit e debito), sarebbero state fallimentari. Le vere cause, anche per quanto riguarda la crisi statunitense dei sub-prime, sono sicuramente da ricercare nei meccanismi fondamentali di funzionamento delle economie capitalistiche avanzate, e non semplicemente in un problema di “regolamentazione dei mercati”. Si tratta di analizzare una complessa interazione tra fattori sociali e finanziari. Il deterioramento nella distribuzione funzionale del reddito (tra percettori di salari e di profitti) e nella distribuzione della ricchezza si è tradotto, da un lato, in una domanda aggregata asfittica e, dall’altro, ha incoraggiato comportamenti speculativi. L’economia Italiana si trova oggi in una situazione molto seria e precaria, soprattutto per la presenza di problematiche strutturali, non necessariamente legati alla congiuntura recente. A mio avviso, i vari governi Monti, Letta e Renzi non hanno minimamente scalfito le ingessature di un sistema socio-economico che deve essere rimesso in discussione ponendo al centro dell’azione politica, sociale ed economica, le questioni principali: lavoro, distribuzione del reddito e della ricchezza, investimenti. Focalizzarsi su questi punti significa interrogarsi criticamente su passato, presente e futuro della struttura socio-economica del sistema Paese, senza dimenticare la dimensione internazionale (non limitata al contesto europeo) all’interno della quale quest’ultimo è inevitabilmente inserito. Ripercorrendo con la memoria gli ultimi dieci anni non riesco a trovare nemmeno timidi cenni alle questioni sopra elencate nel dibattito politico.
Questo ossimoro denominato “austerità-espansiva” ha delle basi scientifiche o è il frutto di ideologia, intesa nella sua accezione negativa?
L’idea della austerità fiscale espansiva emerge attorno agli anni Novanta quando, economisti quali Francesco Giavazzi, Alberto Alesina, e Roberto Perotti sviluppano una critica secondo la quale, date certe condizioni, le politiche fiscali espansive di tradizione keynesiana possono avere effetti ‘non-keynesiani’, ovvero non stimolerebbero la domanda e, inoltre, causerebbero un deterioramento delle finanze pubbliche e quindi del sistema finanziario in generale. Sempre secondo questi autori, al contrario, politiche fiscali restrittive “ben strutturate” possono avere effetti positivi su investimenti, consumi ed esportazioni. Ormai famoso è poi il caso della pubblicazione di Reinhart e Rogoff (2010) nel quale i due autori affermano, sulla base dell’evidenza empirica, che un alto rapporto debito/PIL sia negativamente correlato al tasso di crescita di un’economia. Si è poi scoperto che l’esclusione selettiva di alcune nazioni e periodi nelle serie storiche -alla quale si aggiunge un errore grossolano di una formula del foglio Excel utilizzato dai due autori – sarebbe alla base di questi risultati ottenuti pertanto con scelte ad hoc. Tuttavia, al di là degli errori tecnici, quello che vorrei sottolineare è la scarsa importanza data al concetto di causalità. Infatti, se da un lato abbiamo gli strumenti per la costruzione di una relazione statistica tra due o più variabili macroeconomiche, abbiamo bisogno di una costruzione teorica che ne giustifichi i nessi causali. Se può essere vero che un elevato livello del debito pubblico può opprimere la crescita è altrettanto vero che un basso tasso di crescita può causare un aumento del debito (ovvero il rapporto debito/PIL può aumentare anche perché diminuisce il denominatore).
Sempre riguardo alle basi scientifiche della cosiddetta austerità espansiva, in un recente lavoro Botta (2015) rileva come a) la condizione teorica necessaria affinché una riduzione della spesa pubblica abbia un effetto positivo sui consumi sia potenzialmente possibile ma sostanzialmente irrealistica; b) l’effetto sugli investimenti di una contrazione della spesa è dubbio e dipende dagli effetti del consolidamento fiscale sul rapporto deficit/PIL e di conseguenza sulla percezione degli operatori finanziari circa la solidità delle finanze pubbliche e del sistema finanziario nel suo insieme. Inoltre, misure di austerità volte a ridurre i salari reali per aumentare la competitività internazionale poggiano sul “pericoloso mito” degli effetti benefici dell’abbassamento del costo unitario del lavoro (Storm, 2015).
In sostanza, le basi scientifiche ed empiriche sono molto deboli. Tuttavia, le istituzioni nazionali e internazionali hanno preso per vera e solida questa visione. Condita con l’equazione Stato=famiglia, ovvero che il settore pubblico debba ridurre la spesa in caso di cicli economici negativi proprio come si comporterebbe un “buon padre di famiglia”, essa va a formare la base delle politiche di austerità le quali, in ultima analisi, sono servite a giustificare interessi particolari mascherati da interesse economico generale.
I punti cardine dell’economia-mainstream sono rintracciabili, in sostanza, nei seguenti postulati: un individuo razionale che massimizza la propria utilità e nel principio della concorrenza. Cosa c’è di vero in questi due dogmi?
I principi di massimizzazione e massimizzazione vincolata dell’utilità sono categorie eleganti ed affascinanti dal punto di vista modellistico. Tuttavia, ci possono dire poco rispetto alla descrizione dei comportamenti degli agenti economici e presuppongono una visione dell’economia essenzialmente basata sul consumo. Qualsiasi tipo di massimizzazione presuppone una conoscenza perfetta dell’insieme delle probabilità riguardo a passato presente e futuro. Trovo in questo caso più appropriata l’idea di Keynes secondo cui gli individui si muovono in un mondo caratterizzato da incertezza fondamentale. Nella realtà, infatti, i comportamenti dei soggetti economici prendono forma secondo una “razionalità limitata”, ovvero sono in grado di valutare un set limitato delle informazioni a loro disposizione.
In aggiunta, il modello di concorrenza perfetta, prima che di poca aderenza con la realtà, soffre di inconsistenze logiche interne. Ad esempio, F.A. Hayek rileva che, se si accetta la definizione secondo la quale l’economia è la scienza della scarsità, questo significa appunto che tutte le risorse sul quale il sistema economico si basa, sono scarse. L’informazione è una risorsa produttiva ed è essenziale per il funzionamento del modello di domanda e offerta. Il modello presuppone inoltre la perfetta conoscenza e informazione da parte di tutti gli attori. Quindi, si ha che la conoscenza è una risorsa illimitata per chiunque. Quest’ultima non è quindi trattata come una risorsa scarsa, ovvero come dovrebbe essere secondo tale impostazione.
Questo modello presuppone perfetta competizione. Ma se questa non si realizza, possiamo tracciare le canoniche curve della domanda e dell’offerta? La risposta è chiaramente negativa. Le curve di domanda e offerta possono essere tracciata solo assumendo che tutti i consumatori e le imprese sono “price-taker”, ovvero assumono il prezzo di un bene o servizio come dato, e non hanno quindi potere di “controllo sul mercato”. La cosiddetta “welfare economics” ha come postulato principale quello secondo il quale il surplus dei consumatori è massimizzato quando il prezzo di un dato bene eguaglia il costo marginale di produzione del bene stesso (o costo unitario di ri-produzione). Da questo abbiamo che i consumatori stanno meglio se la struttura di mercato è il più prossima possibile alla concorrenza perfetta, nella quale la eguaglianza di cui sopra è garantita. Al contrario, i consumatori sono negativamente influenzati da condizioni di oligopolio/monopolio poiché vedono ridursi il loro surplus. Ma come si creano i monopoli? Un economista mainstream potrebbe optare per la risposta più’ ovvia e superficiale: i monopoli sono il risultato di una decisione governativa. Un’analisi più’ approfondita può rivelare un aspetto interessante: in un mercato competitivo caratterizzato da rendimenti di scala crescenti (costi in diminuzione all’aumentare della scala di produzione) vi è appunto un incentivo per le imprese a crescere in dimensione. Essere in competizione significa che le imprese meno efficienti falliscono, oppure vengono acquisite da quelle più efficienti. Quindi, è la competizione in sé che riduce il numero di concorrenti e aumenta il potere di mercato delle imprese sopravvissute e quindi vincitrici! Ci sono molti casi reali dove è possibile rintracciare questo meccanismo, soprattutto guardando agli Stati Uniti, considerata la patria del libero mercato. Basti infatti guardare alle evoluzioni negli ultimi trent’anni di mercati quali quello dell’aviazione, dell’intrattenimento, l’alimentare e, in parte, anche del settore bancario.
In più, credo che le unità di analisi più feconde siano, ancora, le classi sociali. Tuttavia, credo che una nuova via di ricerca sia quello di tradurre queste categorie tenendo conto delle trasformazioni che stanno interessando la produzione capitalistica, il lavoro e i mercati finanziari.
Da un altro punto di vista, io credo che, se accettiamo il cosiddetto mercato come una categoria la cui analisi non può prescindere da considerazioni riguardo a strutture dinamiche di potere (e di sfruttamento), la concorrenza causa inevitabilmente situazioni di oligopolio, duopolio o monopolio.
A mio avviso, utilizzare modelli di concorrenza per analisi economiche è molto rischioso e può portare a conclusioni errate.
Alcuni sostenitori dell’uscita dell’Italia dall’euro (noi lo siamo ma con delle prospettive differenti) raccontano che nell’ipotesi del ritorno ad una valuta nazionale “il mercato” prezzerà correttamente il valore della nuova valuta mediante il meccanismo della domanda e dell’offerta e questo movimento permetterà all’economia italiana di recuperare competitività sui mercati internazionali. In un mondo in cui i mercati monetari sono dominati dai movimenti di capitale, nella maggior parte per scopi speculativi, cosa resta nel meccanismo della domanda e dell’offerta?
Come ho cercato di spiegare prima, i meccanismi del modello di domanda e offerta soffrono di numerose inconsistenze logico-applicative. In più, applicare questa struttura per un’analisi dei mercati finanziari può portare a conclusioni errate o parziali. Aspettarsi una prezzatura corretta della nuova Lira è un ragionamento che pecca di ingenuità.
In aggiunta, non guarderei al recupero della competitività internazionale come a una variabile a cui tendere per sé. Credo che l’Italia abbia un’economia di dimensioni adeguate per puntare primariamente lo sguardo a un rilancio della domanda interna, in particolare gli investimenti, intesi soprattutto come rilancio delle infrastrutture economiche e sociali. Una convinzione ben radicata è che problemi relativi al costo unitario del lavoro siano le principali determinanti della competitività internazionale e della bilancia commerciale. In più, la riduzione dei salari in un Paese produrrà riduzioni simili in altri Paesi che vogliano seguire lo stesso sentiero di competitività. Questa politica paradossale ha prodotto, e continuerà a sostenere, una corsa al ribasso sui salari che pone vincoli seri alle esportazioni nel lungo termine (i salari del Paese A sono fonte di domanda di importazioni per il Paese B, e viceversa), ovvero la variabile che si voleva migliorare proprio attraverso alla compressione dei salari e dunque dei costi di produzione.
Infine, vorrei fare riferimento al lavoro di Nadia Garbellini ed Emiliano Brancaccio riguardo alle esperienze passate di abbandono di aree valutarie (Brancaccio e Garbellini, 2015). Questi autori rilevano come, se dal punto di vista empirico lo spauracchio della crisi inflattiva non trovi sostegni concreti, gli effetti sui salari reali e la distribuzione del reddito devono essere valutati con cautela, soprattutto poiché dipendono dalle specifiche configurazioni socio-politiche della nazione/area in analisi. In aggiunta, per comprendere le potenziali conseguenze sul sistema economico bisogna anche tener conto della struttura produttiva e in particolare della sua dipendenza da importazioni di beni intermedi e di consumo.
La nostra idea è che l’uscita dall’euro sia un fattore necessario ma non sufficiente. Inoltre l’uscita sarebbe necessaria per riacquisire libertà di manovra a livello di bilancio pubblico. Si può concordare sul fatto che la nuova valuta consentirebbe maggiore discrezionalità di spesa rispetto all’attuale assetto dell’euro, con conseguenti effetti benefici sull’occupazione?
Esattamente. Credo che una nuova valuta sia una condizione necessaria ma non sufficiente per avere maggiore discrezionalità per quanto riguarda la politica economica. A mio avviso, vi sono alcuni elementi importanti da considerare. Tra questi, il fatto che l’uscita dall’Euro non assicurerebbe automaticamente l’elezione di un governo lungimirante. Inoltre, pur assumendo un governo seriamente orientato alla piena occupazione, due problemi resterebbero:
1) Come sappiamo l’articolo 81 della Costituzione Italiana è stato modificato introducendo un sostanziale pareggio di bilancio, limitando la flessibilità del decisore pubblico nella determinazione dei volumi di spesa pubblica. Oltre alle difficoltà provenienti dall’esterno, ci si dovrebbe confrontare con un percorso legislativo abbastanza lungo.
2) Ammesso di poter superare il precedente problema abbastanza in fretta, non si dovrebbe sottovalutare il ruolo della struttura di potere in cui si sviluppano gli eventi economici. Non mi sento di condividere il mero idealismo che porta ad una visione strumentale dell’apparato Statale. Questo aspetto è ben analizzato da Kalecki (1943), il quale si focalizza sull’effetto del potere capitalistico sia nella società che nello Stato. Politiche volte all’ottenimento del pieno impiego metterebbero a rischio i “privilegi” (reddito, status sociale, influenza politica, etc.) della classe capitalistica e imprenditoriale. A mio avviso, pensare che questi ultimi possano passivamente assistere al loro declino senza reagire è, ancora una volta, una visione piuttosto ingenua.
Da un punto di vista strettamente economico, inoltre, l’uscita dall’Euro implicherebbe il confrontarsi con una gestione molto complessa di numerosi aspetti (gestione del debito estero, salvaguardia e ripensamento del sistema bancario, etc.). A mio avviso, l’uscita dal sistema Europeo dovrebbe essere inserita in un ripensamento generale del sistema-Paese, il quale richiede condizioni politiche di partenza al momento difficili da rintracciare.
Spesso, se non sempre, i canali d’informazione nazionale, a mezzo stampa o tv, ci propinano concetti che, dal nostro punto di vista critico, rappresentano dei veri e proprio luoghi comuni che inevitabilmente influenzano l’opinione pubblica, tipo: il debito pubblico è un onere per le generazioni future; la moneta è un semplice mezzo di scambio; un mercato del lavoro più concorrenziale aumenta l’occupazione; un bilancio pubblico in pareggio favorisce gli investimenti privati; le banche fungono da intermediari tra risparmiatori e investitori. Condivide la nostra critica? Se si, ce li può sfatare?
Condivido in pieno l’idea che l’informazione economica soffra di un deficit di approfondimento. Concetti complessi vengono presentati con argomentazioni che fanno leva su intuizioni spicciole, cui fa da specchio un’analisi economica superficiale e interessata. Tuttavia, anche nel mondo accademico si assiste allo stesso tipo di perseveranza nel non mettere in discussione concetti e metodi di analisi consolidati. I luoghi comuni sono una delle conseguenze della monoliticità teorica che caratterizza gli ambienti accademici. Qualcosa sta cambiando (si vedano tra le altre le esperienze delle Università di Leeds, Greenwich e Kingston) ma l’informazione sembra stentare a recepire un pluralismo che sta rinascendo. Sfatare questi “miti” richiede un’analisi approfondita, a rimarcare la complessità delle categorie socio-economiche. Un dato interessante è quello riguardo alla crescente consapevolezza da parte degli studenti di economia, specialmente nel Regno Unito, del bisogno di un cambiamento nell’educazione universitaria.
Il debito non è un onere per le generazioni future. Abbiamo già visto che non esiste una base empirica per sostenere la negatività di un certo livello di debito. E’ bene sottolineare come la preoccupazione per un onere futuro poggia sull’assunzione che, in un dato momento, il debito debba essere necessariamente ridotto o addirittura estinto. Le future generazioni vedranno ridursi i servizi pubblici o, allo stesso modo, dovranno versare maggiori imposte. Questo, si pensa, al fine di permettere allo Stato di poter rimborsare il debito grazie agli avanzi di bilancio. Poniamoci una semplice domanda: chi detiene il debito pubblico? Ovviamente il debito pubblico è una componente della ricchezza di privati cittadini. Significa, sostanzialmente, che ci indebitiamo con noi stessi! Un punto sviluppato dal professor Roberto Ciccone (2012) con cui mi trovo d’accordo sostiene che, se le generazioni future decideranno che il debito pubblico dovrà essere ridotto e dovranno sorbirsi un maggior carico fiscale (o riduzione dei servizi), questo sarà comunque compensato dallo stock di debito (ricchezza privata) che essi erediteranno dai precedenti detentori dei titoli. In più, la larga parte del debito italiano è detenuta da banche e istituzioni finanziarie italiane, credo poco preoccupate delle loro relazioni intergenerazionali. In aggiunta, credo sia importante distinguere tra la spesa corrente e la spesa per investimenti come componenti del debito pubblico. Se è vero che la prima possa essere razionalizzata (sempre comunque garantendo un livello di welfare appropriato), la seconda è una variabile che crea ricchezza nel lungo periodo. Se anche dovessimo pensare che il debito presente crei maggiori costi in futuro, è anche vero che i maggiori beneficiari delle infrastrutture finanziate dal debito saranno appunto le generazioni future, per le quali sarà quindi logico prendersi carico della spesa necessaria.
Un discorso più complesso riguarda gli effetti futuri della porzione di debito detenuta da operatori esteri, ma questo per il momento non sembra essere un problema per l’Italia in quanto assistiamo, almeno dal 2007-2008 ad un processo di sostanziale “ri-nazionalizzazione” del debito.
La moneta non è un semplice mezzo di scambio. A questo punto vorrei rispondere a mia volta con una domanda che lo stesso J.M. Keynes pone ai suoi lettori nella Teoria Generale dell’occupazione, dell’Interesse e della Moneta: se la moneta è un semplice velo che agisce da lubrificante per lo scambio di beni, perché assistiamo continuamente a meccanismi di accumulazione di moneta da parte degli agenti economici? Se accettiamo il fatto di vivere in un mondo caratterizzato da incertezza fondamentale, e che quindi non si possa predire il futuro, la moneta diviene un mezzo a disposizione degli agenti economici per affrontare questa incertezza con maggiore flessibilità. Inoltre, la moneta può essere accumulata come riserva di ricchezza, e quindi per fini speculativi.
Un mercato del lavoro più concorrenziale non aumenta l’occupazione. Si scrive concorrenza nel mercato del lavoro si legge riduzione del potere contrattuale della forza lavoro. Infatti, dal mio punto di vista i datori di lavoro, essendo coloro che decidono il volume degli investimenti e quindi dell’occupazione, sono in una posizione contrattuale privilegiata nel cosiddetto “mercato del lavoro”.
Le evidenze empiriche, a partire dal lavoro di Arthur Okun, Nicolas Kaldor e Petrus Verdoorn mostrano una robusta relazione positiva tra prodotto, produttività e occupazione. Secondo la “quasi dimenticata” legge di Kaldor-Verdoorn, nel sistema economico la variabile indipendente è il prodotto (output), mentre la variabile dipendente risulta essere la produttività del lavoro. Questo significa che il tasso di crescita della produttività è una conseguenza, e non la causa, del tasso di crescita della domanda aggregata.
Detto questo, possiamo vedere come il continuo richiamo al problema della bassa produttività del lavoro in Italia focalizzi l’attenzione sulla variabile sbagliata: con avanzi primari di bilancio pubblico (entrate mano spese al netto degli interessi sul debito), uniti ad una dinamica della distribuzione del reddito a sfavore dei percettori di salario (lavoratori dipendenti) abbiamo una riduzione della domanda aggregata (e quindi degli investimenti), la quale è la causa fondamentale della caduta della produttività del lavoro. Sul lato dei consumi, un mercato del lavoro concorrenziale significa un salario più basso. Questo è visto con favore dal singolo imprenditore siccome si tratta di una riduzione di costo produttivo. Tuttavia, per l’economia aggregata il salario è fonte di domanda. Salario più basso (e magari più incerto) significa domanda più bassa. Riguardo agli investimenti, se accettiamo che essi dipendano dalla domanda aggregata attesa di beni e servizi, un minor consumo ridurrà gli investimenti e quindi la domanda di nuovi occupati da parte delle imprese. Secondo questi meccanismi, il livello di occupazione diventa quindi la variabile residuale che dipende, in ultima analisi, dalla crescita della domanda aggregata.
In aggiunta, il lavoro è prima di tutto un rapporto sociale e non può quindi essere discusso, analizzato e compreso secondo meri meccanismi di mercato, o in termini di parametri tecnici. In un recente studio sul Regno Unito, viene analizzata la relazione tra la quota dei salari, la forza dei sindacati e la crescita economica (Onaran, Guschanski, Meadway, and Martin, 2015). Gli autori mostrano come nel Regno Unito la quota dei salari si sia ridotta notevolmente, seguendo una traiettoria comune alla maggior parte dei Paesi europei. Allo stesso tempo, la quota dei lavoratori iscritti al sindacato é scesa dal 50% al 25% in poco più di tre decadi. Queste due tendenze sono l’esito di, tra gli altri fattori, politiche governative volte a “riformare” il mercato in senso concorrenziale con un effetto negativo sui salari. Il reddito nazionale inglese, sostengono gli autori sulla base del loro studio, è trainato dalla domanda proveniente dai reddito da lavoro, piuttosto che dai profitti delle imprese. Gli autori concludono che la diminuzione della presenza sindacale ha avuto come risultato finale una minor crescita (stimata in una perdita pari a -1.6% per il periodo in analisi). Più che ad una maggiore flessibilità del mercato del lavoro si dovrebbe pensare ad una ri-regolamentazione di questo “non-mercato” verso una contrattazione collettiva caratterizzata da un ruolo attivo dello Stato nel provvedere alla definizione e controllo di strutture di contrattazione settoriali. In aggiunta, è necessario un orientamento delle politiche macroeconomiche volte al pieno impiego, al fine di (s)bilanciare le relazioni di potere e il sistema economico in generale.
Un bilancio pubblico in pareggio non favorisce gli investimenti privati. I sostenitori di un budget pubblico perfettamente bilanciato (Spesa governativa = Tasse + imposte) credono che, in caso di deficit (Spesa > Tasse + Imposte), il governo sarà costretto a prendere a prestito moneta e quindi, date le dimensioni del settore pubblico e quindi delle somme che può richiedere, questo produca una pressione al rialzo sul tasso di interesse reale (il prezzo del denaro al netto dell’inflazione). Il risultato sarà quello di un tasso ovviamente più alto di quello che si avrebbe se il settore pubblico non dovesse ricorrere al risparmio privato. Di conseguenza, dato l’alto costo del denaro gli imprenditori sarebbero scoraggiati ad accendere prestiti per i loro progetti di produzione. In altre parole, si dice che il “costo-opportunità” di prendere a prestito per i privati è aumentato, cosicché progetti di investimento che prima sembravano profittevoli vengono scartati sulla base del nuovo livello del tasso di interesse, appunto perché troppo “costosi”. Questo incide ancor più negativamente, alcuni sostengono, sulle imprese di piccole dimensioni che hanno più difficoltà a sopportare rialzi dei tassi, dato che si trovano in una posizione strutturale di “vincolo finanziario”. Secondo i sostenitori del balanced budget sostengono quindi che i deficit governativi “spiazzano” gli investimenti privati.
A mio avviso ci sono due critiche principali a questa visione.
In primo luogo, anche se lo spiazzamento è possibile in teoria, i deficit pubblici hanno anche un effetto opposto a quello descritto sopra. Infatti, una maggior spesa pubblica avrebbe come effetto primario un aumento della domanda aggregata totale (dato che, assumendo un’economia chiusa, il PIL è la somma di consumi ed investimenti privati più consumi ed investimenti pubblici), creando quindi nuove opportunità di vendita per il settore produttivo in generale (per la precisione, questo accade in una condizione di sotto-utilizzo della capacità produttiva, la quale sostanzialmente caratterizza i sistemi economici negli ultimi decenni). Il settore privato, a sua volta, sarà spinto ad incrementare gli investimenti per soddisfare la domanda attesa. È facile intuire come questo effetto sia ancor più importante in situazioni di incertezza sulle condizioni economiche da parte degli imprenditori. Questo è quello che in gergo viene chiamato “effetto moltiplicatore fiscale” della spesa pubblica.
In secondo luogo, come ho cercato di spiegare in risposta ad una precedente domanda, le evidenze empiriche supportano la visione per la quale il tasso di investimento dipende maggiormente dalla domanda effettiva attesa, piuttosto che dal livello del tasso di interesse. Facendo riferimento al periodo che stiamo vivendo ora in Europa, abbiamo che, seppur in presenza di tassi di interesse reali pari a zero (o addirittura negativi) il tasso di accumulazione nella maggior parte dei Paesi europei rimane sostanzialmente stagnante.
Le banche, e il sistema finanziario in generale, non fungono da intermediari tra risparmiatori e investitori. Le banche sono le istituzioni che creano la moneta-credito concedendo prestiti per la produzione, facendo sì che i crediti creino i depositi, e non viceversa. Questo è un fatto ormai accettato anche da istituzioni sostanzialmente “ortodosse” quali la Bank of England, la quale ha recentemente ha pubblicato un report divulgativo sull’argomento (Bank of England, 2014).
In aggiunta, la crescita del valore aggiunto riconducibile al settore finanziario evidenzia una disconnessione sistemica tra le dimensioni di quest’ultimo e le esigenze di finanziamento per la produzione del settore “reale”. Analizzando dati dell’OECD è possibile osservare che, negli anni Settanta il valore aggiunto del settore finanziario (Financial Insurance and Real Estate) in rapporto al PIL si aggirava attorno al 15-20% nelle principali economie avanzate. Nel 2008, questo rapporto si aggira attorno al 30-35%. A questo aumento non si è associata una equivalente crescita del valore aggiunto creato dal settore manifatturiero. In un recente studio da me co-autorato (Tori e Onaran, 2015), ci concentriamo sulla relazione tra il sistema finanziario e quello produttivo nel caso del Regno Unito. L’evidenza è di un effetto negativo sia dei pagamenti che degli introiti che le imprese produttive manifatturiere consegnano e ricevono dal sistema finanziario. Il crescente orientamento del settore non-finanziario verso attività finanziarie non-operative porta a minori investimenti in capitale fisso, e quindi ad una crescita stagnante e/o precaria. Questo meccanismo, associato ad una riduzione del reddito da lavoro, produce effetti negativi anche sulla produttività di lungo termine.
I moderni mercati finanziari non svolgono esclusivamente un ruolo di semplice intermediazione. In un recente lavoro con alcuni colleghi (Botta, Caverzasi, Tori, 2015) analizziamo ciò che viene chiamato “shadow-banking system”, evidenziando le relazioni tra quella che è la versione più evoluta di mercati e istituzioni finanziarie e l’economia reale. La nostra analisi cerca di chiarire che il sistema finanziario consente sì il funzionamento delle economie capitalistiche ma, allo stesso tempo, nuove interazioni all’interno del sistema finanziario possono influenzare indirettamente le dinamiche reali attraverso una variazione nel meccanismo di concessione del credito, dando così vita a turbolenti cicli espansione-crisi.
E’ infine interessante rilevare come centri di ricerca di istituzioni quali l’OECD e IMF mettano in dubbio la relazione aurea tra sviluppo dei mercati finanziari e crescita (OECD, 2015; Sahay et. al., 2015). Il sistema finanziario sostiene l’economia reale ma, quando la sua dimensione non giustifica i bisogni dell’economia reale, questo riduce la crescita di lungo termine.
[L’autore ringrazia Clara Capelli e Alberto Botta. Parte dei concetti espressi nell’intervista derivano infatti da continui confronti e discussioni su queste tematiche. Le opinioni espresse rappresentano il punto di vista dell’intervistato, espresso a titolo personale].
Riferimenti
Bank of England (2014) “Money creation in the modern economy” http://www.bankofengland.co.uk/publications/Documents/quarterlybulletin/2014/qb14q1prereleasemoneycreation.pdf
Botta, A. (2015) “The Theoretical Weaknesses of the Expansionary Austerity”, PKSG working paper, http://www.postkeynesian.net/downloads/working-papers/PKWP1511_rZzExWZ.pdf
Botta, A., Caverzasi, E., Tori D., (2015) “Financial–Real-Side Interactions in an Extended Monetary Circuit with Shadow Banking: Loving or Dangerous Hugs?”, International Journal of Political Economy, Vol. 44, No.3, pp. 196-227
Brancaccio E., Garbellini N. (2015) “Currency regime crises, real wages, functional income distribution and production”, Vol. 12, No.3, pp. 255–276. http://www.elgaronline.com/abstract/journals/ejeep/12-3/ejeep.2015.03.02.xml
Ciccone R. “Sulla natura e sugli effetti del debito pubblico” in Oltre l’Austerità, http://temi.repubblica.it/micromega-online/oltre-lausterita-un-ebook-gratuito-per-capire-la-crisi/
Kalecki M. (1943) “Political Aspects of Full Employment”, The political Quarterly, Vol. 14, No. 4, pp.322–330, http://mrzine.monthlyreview.org/2010/kalecki220510.html
OECD (2015), “How to restore a healthy financial sector that supports long-lasting, inclusive growth?” Economics Department Policy Note No. 27 , http://www.oecd.org/eco/How-to-restore-a-healthy-financial-sector-that-supports-long-lasting-inclusive-growth.pdf
Onaran Ö, Guschanski A., Meadway J., and Martin A. (2015) “Working for the economy: the economic case for trade unions”. [Working Paper] http://gala.gre.ac.uk/14083/
Reinhart C., Rogoff, K,S. (2010) “Growth in time of Debt” NBER Working Paper No. 15639 http://www.nber.org/papers/w15639.pdf
Sahay, R., Čihák, M., Papa N’Diaye, A., Barajas, R. B., Ayala, D., Gao, Y., Yousefi, S. R. (2015). “Rethinking Financial Deepening: Stability and Growth in Emerging Markets.” IMF discussion note SDN/15/08. https://www.imf.org/external/pubs/ft/sdn/2015/sdn1508.pdf
Storm, S. (2016) “German Wage Moderation and the Eurozone Crisis: A Critical Analysis”
http://ineteconomics.org/ideas-papers/blog/german-wage-moderation-and-the-eurozone-crisis-a-critical-analysis
Tori, D., Onaran, Ö. (2015) “The effects of financialization on investment: evidence from firm-level data for the UK”. [Working Paper] http://gala.gre.ac.uk/14068/


martedì 9 luglio 2013

Zingales, quello che non dà la colpa all’euro.

dal blog di Mauro Poggi

 

Consiglio a tutti la lettura dell’articolo di Zingales sull’Espresso del 27 giugno, nella sua rubrica Libero Mercato, dal titolo “Non diamo la colpa all’euro”. Se non avete comperato il settimanale, eventualità per cui non mi sentirei di biasimarvi, potete trovare una riproduzione dell’articolo sulla rassegna stampa del MPS del 21 giugno. In questo post mi limiterò a citare alcuni passaggi e a commentarli.

Zingales inizia accennando a un sogno europeo che sembra  (bontà sua) essersi trasformato in incubo, e cita i sondaggi che danno in caduta libera l’integrazione europea nei gradimento degli europei. Ma si stupisce che nonostante tutto  la maggioranza degli europei rimanga a favore dell’euro:

“Quello che dovrebbe stupire maggiormente, però, non è la rivolta contro l’Europa, ma il perdurare del sostegno a favore. Le crisi economiche favoriscono sempre le tendenze egoistiche e centrifughe. Ciononostante la maggioranza degli europei rimane a favore dell’euro.”

Come mai questa contraddizione? La domanda è stimolante. Personalmente spiegherei il fenomeno con la disinformazione terroristica a cui politici e media dedicano gran parte del loro tempo. Ogni benedetto giorno che il buon Dio manda in terra ci vengono propinate cifre iperbolicamente disastrose come conseguenza dell’uscita dall’euro:  carriolate di banconote per andare a comprare il giornale (cfr Bersani); benzina che costerà sette volte tanto (cfr Plateroti, vicedirettore del sole 24 ore), inflazione che schizzerà al 50% (cfr Tabacci); vaticini di anziani (trivial) opinion makers,  asseverati da giovani speranze dell’informazione omologata, che ospiti di in qualunque salottino delle compiacenze in TV evocano destini marocchini o egiziani se mai si lasciasse l’euro (cfr Scalfari e Floris a Ottoemezzo: citato da  Mainstream, qui). Con una martellante propaganda del genere, stupisce semmai che qualcuno sia così audace da pensare a una valuta nazionale. O no?

No. Per Zingales la ragione è altra. Secondo lui l’apparente contraddizione ha implicazioni psicologiche molto più sottili di quelle imputabili alla banale suggestione:

“I sondaggi mettono in luce le contraddizioni insite nel progetto europeo. La maggior parte degli europei ama la stabilità dell’euro: la sicurezza che questa stabilità garantisce ai risparmi e alle promesse pensionistiche di una popolazione sempre più vecchia. Ma odia i costi che questa stabilità richiede.”

Per quanto ne so io, la sola sicurezza garantita dalla stabilità dell’euro è quella riservata ai possessori di crediti. Una moneta forte e una Banca centrale  con una patologica fobia a qualunque ipotesi di inflazione servono solo a tutelare il sistema finanziario. Forse lo psicotico controllo inflazionistico ha impedito che i risparmi venissero erosi di qualche decimo di punto, ma la maggior parte dei cittadini li ha visti pesantemente intaccati e spesso compromessi dalla necessità di farvi ricorso per supplire al crollo dei redditi legato alla disoccupazione dilagante.  Quanto alle promesse pensionistiche, beh, anche qui è difficile capire a quale film Zingales si riferisca: sarebbe bello che lo spiegasse, questo film, a una platea di esodati, o di pensionandi a cui il filo del traguardo è stato improvvisamente spostato proprio in dirittura d’arrivo. Probabilmente, loro ne hanno visto uno completamente diverso.

Ma odia i costi che questa stabilità richiede“. A quali costi si riferisce? Forse alla distruzione dei risparmi o dello stato sociale, oppure alla continua emorragia dei posti di lavoro, che solo in Italia, oggi, ha fatto registrare un 12,2% di disoccupati (benvenuti nel 1977).
Il professor Zingales non lo precisa. Dice però che il cittadino europeo “odia ancora di più [più di questi costi] l’idea di procedere verso un’integrazione politica necessaria per far sopravvivere la moneta unica”. Una tesi singolare, ma evidentemente il professore si fida del proprio sondaggista.

Da un’analisi generale, Zingales passa poi a quella più particolare dell’Italia:

L’integrazione economica con il resto d’Europa ha portato enormi vantaggi all’Italia. Anche l’integrazione normativa ha contribuito ad ammodernare il nostro paese.”

Infatti. Oltre alla scadenza delle mozzarelle e alle prescrizioni igieniche per la produzione del lardo di colonnata, l’integrazione ci ha regalato ottimi strumenti per governare la crisi: il pareggio di bilancio in Costituzione e il Fiscal compact (cui seguirà a breve l’ancor più vincolante Two packs). Il primo ci vieta ogni spesa in deficit, foss’anche per ragioni virtuose quali potrebbero essere le misure di stimolo all’economia per la creazione di posti di lavoro; il secondo ci obbliga a trovare ulteriori risorse da stornare a favore della diminuzione del debito, in ragione di 40-60 mld all’anno (a secondo dell’andamento del PIL) per i prossimi venti anni. Come a dire che di fronte alla sistematica distruzione del tessuto industriale italiano, a cui stiamo assistendo da anni, l’unica cosa che un governo può fare è incrociare le dita e sperare che il vento cambi.
La moralizzazione della spesa è uno dei maggiori risultati che l’integrazione economica e normativa con il resto dell’Europa ci ha portato in dono. Draghi, e prima di lui Monti – con diverse parole ma esprimendo analogo concetto, lo hanno detto: indipendentemente da chi sta al governo, c’è un pilota automatico che impone un’unica strada, quella indicata dall’Europa. Il Presidente del consiglio Letta ribadisce l’idea ogni volta che ne ha occasione, specie a corollario dei suoi ricorrenti pistolotti sull’emergenza della disoccupazione giovanile (come se il resto dei disoccupati fosse un argomento meno impellente): “Non sono qui per sfasciare i conti dello Stato“.

L’euronomics ormai è patrimonio culturale comune: piuttosto che sfasciare i conti dello Stato, sfasciamo il Paese (e se questa vi sembra un’iperbole semplificativa, pensate alla Grecia).

In fondo, il maggior vantaggio tratto dall’integrazione è che non non abbiamo più bisogno di avere al governo uno statista, e nemmeno un politico passabile: ormai basta un buon ragioniere.

“La tanto criticata scelta di entrare nell’euro fu una necessità, non una scelta. [...] Per finanziare il debito lo Stato italiano doveva pagare interessi molto elevati. Questi interessi furono una delle principali cause dell’esplosione del debito pubblico negli anni 80.”

Precisiamo. Nel 1981, con un grazioso scambio di lettere fra gli allora Ministro del Tesoro (Andreatta) e  Governatore della Banca d’Italia (Carlo Azeglio Ciampi), e senza nemmeno passare per il Parlamento, fu sancito il divorzio fra le due istituzioni, dando il via a una gigantesca redistribuzione del reddito in senso sperequativo che perdura a tutt’oggi (fra gli sponsor dell’operazione, tale Monti). Fino a quel momento Bankitalia aveva garantito le aste di collocamento, e  i tassi di interesse reali pagati dal tesoro tendevano a essere negativi (inferiori al tasso di inflazione): una tassa occulta sulle rendite finanziarie e un modo automatico di rientro del debito.
Dieci anni dopo, in una significativa intervista al Sole 24 Ore, lo stesso Andreatta commentava quell’episodio. Eccone alcuni passi eloquenti (ma suggerisco di leggerla per intero, ne vale la pena):
I miei consulenti legali mi diedero un parere favorevole sulla mia esclusiva competenza, come ministro del Tesoro, di ridefinire i termini delle disposizioni date alla Banca d’ Italia circa le modalità dei suoi interventi sul mercato, e il 12 febbraio 1981 scrissi la lettera che avrebbe portato nel luglio dello stesso anno al divorzio Il divorzio non ebbe allora il consenso politico, ne’ lo avrebbe avuto negli anni seguenti; nato come “congiura aperta” tra il ministro e il governatore divenne, prima che la coalizione degli interessi contrari potesse organizzarsi, un fatto della vita che sarebbe stato troppo costoso – soprattutto sul mercato dei cambi – abolire per ritornare alle più confortevoli abitudini del passato … [Praticamente una misura presa mettendo il Parlamento di fronte al fatto compiuto e lasciando i cittadini all'oscuro di tutto, dal momento che il dibattito nel Paese fu nullo; secondo una prassi anti-democratica che con il tempo si è andata consolidando, conforme in ciò alla prassi europea.] Naturalmente la riduzione del signoraggio monetario e i tassi di interesse positivi in termini reali si tradussero rapidamente in un nuovo grave problema per la politica economica, aumentando il fabbisogno del Tesoro e l’ escalation della crescita del debito rispetto al prodotto nazionale.  Da quel momento in avanti la vita dei ministri del Tesoro si era fatta più difficile e a ogni asta il loro operato era sottoposto al giudizio del mercato.

Questa illuminata misura, prodromica all’ingresso nello SME antesignano dell’euro (già allora “ce lo chiedeva l’Europa”), fece lievitare la spesa per interessi al punto che lo stato non solo fu costretto a emettere titoli per rinnovare il debito, ma a indebitarsi ulteriormente per pagare gli interessi, il cui ammontare quindi diventava a sua volta debito generatore di interessi.

Il grafico qui sotto indica benissimo la correlazione fra divorzio e andamento del debito:

 



“L’entrata nell’euro ci ha fornito in dote un lungo periodo di tassi d’interesse molto bassi. [...] Se avessimo utilizzato il risparmio in spese per interessi invece che aumentare la spesa oggi il rapporto debito pil sarebbe dell’80 e non del 130.”
(Nota: Si tratta del famoso “dividendo dell’Euro”, espressione che ha usato per la prima volta (credo) il pluri-laureato Oscar Giannino, secondo il quale per effetto dei minori interessi pagati a seguito dell’entrata nell’euro avremmo risparmiato qualcosa come 700 miliardi (cfr qui, a partire dal minuto 6). Per dirla brevemente, Giannino assume che gli alti interessi pagati dall’Italia fra gli anni ’80 e i primi anni ’90 sarebbero rimasti tali se l’Italia  avesse mantenuto una propria moneta nazionale, e la differenza fra quegli ipotetici interessi e quelli effettivamente pagati è il “dividendo” che l’euro ci ha regalato. Se invece di dilapidare questa dote l’avessimo giudiziosamente destinata al rimborso del debito, ecco che oggi avremmo un rapporto debito/PIL analogo a quello della virtuosa Germania).
Ci sono alcuni punti da eccepire alla considerazione di Zingales.
1) Intanto, il messaggio implicito continua a essere che quella che stiamo vivendo è una crisi da debito sovrano. La spiegazione alternativa, dice che la crisi è l’esito di un processo vizioso, innestato dalla moneta unica e dalla liberalizzazione dei mercati finanziari, che ha prodotto la dilatazione dell’indebitamento privato nei paesi del Sud Europa nei confronti delle banche nord-europee. Un processo conosciuto come “Ciclo di Frenkel“, dal nome dell’economista argentino che ne ha fornito l’analisi, e sempre più diffusamente accettato anche in ambienti ortodossi – ultimo, in ordine di tempo, Vítor Constâncio vice-presidente della BCE.
La ragione per cui la versione “debito sovrano” continua a essere propalata, è che il debito pubblico implica un richiamo alla responsabilità comune e rende psicologicamente più accettabile ai cittadini l’imposizione di sacrifici ufficialmente richiesti per abbatterlo (è morale ripagare i propri debiti), ma in realtà finalizzati alla tutela delle grandi banche private che hanno optato per spensierate quanto lucrose esposizioni fino al 2007.
2) Gli elevati interessi dell’epoca – punto più punto meno – non riguardavano la sola Italia, ma tutti i paesi del mondo;  a partire dalla seconda metà degli anni ’90 è iniziata una discesa  ovunque, Italia compresa. L’aggancio all’euro ha certamente aiutato un processo di convergenza dei tassi, ma il risparmio ipotizzabile non si può facilmente quantificare e comunque sembra ben lontano dalla cifra iperbolica indicata da Giannino. Per chi volesse approfondire, questo articolo di Bagnai su Il Fatto Quotidiano è chiaro ed esauriente.
3) Merita una chiosa anche il messaggio: “potevamo ridurre il debito, invece abbiamo continuato a dilapidare perché siamo spreconi”. Zingales dimentica (dimentica?) che siamo uno dei pochi paesi al mondo che possono vantare un avanzo primario strutturale; con la sola eccezione del 2009, infatti, da ben 22 anni le entrate superano i fabbisogni, cioè lo Stato spende meno di quanto incassa.
Nella tabella sottostante lo storico dell’avanzo primario.

ITALIA_Avanzi Primari_ 1990-2011

Inoltre, la spesa pubblica pro-capite è nella media di quelle europea. “[...] nel 2012, il volume della spesa “di scopo” rispetto al Prodotto interno lordo risulta essere inferiore di oltre un punto percentuale rispetto alla media europea (l’Italia si attesta al 45,4%, mentre l’Europa a 15 è al 46,9%; la Francia arriva addirittura al 54%)” (Cfr Il Sole 24 Ore, Realfonzo e Perri, riportato da Keynes Blog). 


(tramite Rebusmagazine.org)

Si può discutere sulla qualità ed efficacia della spesa, ma non si può sostenere che è stata la spesa a gonfiare il debito.
Ciò che fa lievitare il debito sono gli interessi, che storicamente ormai costituiscono l’intero ammontare del debito e producono ulteriori interessi per ripagare i quali dobbiamo ulteriormente indebitarci. Qualcosa che ricorda il fenomeno detto “anatocismo”, e anche il gatto che si morde la coda. E di cui dobbiamo ringraziare Andreatta e Ciampi.
Sull’ottimo blog di Leprechaun c’è un
post molto analitico e denso di tabelle che lo spiega.
“Se l’Italia rischia il default è colpa non dell’euro ma della nostra classe politica.”
Qui è difficile dar torto al professor Zingales.
E’ la nostra classe politica  che ci ha trascinato in una gabbia valutaria micidiale, raccontandoci che saremmo entrati in paradiso ma sapendo che in realtà la scommessa poteva risolversi in un inferno. Cito Giuliano Amato in
questo video,  uno che nella faccenda ci ha messo del suo:
“…  E allora ci siamo convinti, e abbiamo cercato di convincere il mondo, che sarebbe bastato coordinare le nostre politiche nazionali per avere [...] quegli equilibri economici e fiscali interni all’UE che servono a dare forza reale alla moneta. Non tutti ci hanno creduto. Molti economisti, specie americani, ci hanno detto, all’epoca:  guardate che non ci riuscirete, non vi funzionerà; se vi succede qualche problema che magari investe uno solo dei vostri paesi non avrete gli strumenti centrali che per esempio noi negli Stati Uniti abbiamo [...] la vostra banca centrale [...] non può assolvere alla stessa funzione [...di] pagatore senza limiti di ultima istanza. In realtà noi non abbiamo voluto credere a questi argomenti, abbiamo avuto fiducia nella nostra capacità di auto-coordinarci e abbiamo addirittura stabilito dei vincoli nei nostri trattati che impedissero addirittura di aiutare chi era in difficoltà. E abbiamo previsto che: l’UE non assuma la responsabilità degli impegni degli stati; che la Banca centrale non possa comprare direttamente i titoli pubblici dei singoli stati; che non ci possano essere facilitazioni creditizie o finanziarie per i singoli stati. Insomma: moneta unica dell’Eurozona ma ciascuno dev’essere in grado di provvedere a se stesso. Era davvero difficile che funzionasse e ne abbiamo visto tutti i problemi“.
(Per inciso: una bella tempra quest’uomo, vero? Io al suo posto, lungi dall’essere tanto serafico, non dormirei la notte per il rimorso).
Ed è sempre la nostra classe politica che ci impedisce anche solo di esaminare la possibilità di uscirne, con un continuo martellamento di disinformazione, precludendo ogni serio dibattito nel Paese.
In ultima analisi, quindi, Zingales su questo punto ha ragione: è per colpa della nostra classe politica se rischiamo il default.
“Gli intrallazzi politici che funzionano a Roma non funzionano a Bruxelles”.
Vero. A Bruxelles gli intrallazzi sono di tutt’altra natura, più afferenti a questioni finanziarie che politiche. Questo perché a Bruxelles il problema del consenso popolare non esiste. Esiste un blocco burocratico ideologicamente omogeneo, non eletto ma nominato, privo di accountability, cioè di ogni responsabilità politica (avete mai partecipato a una consultazione elettorale dove vi è stata data una scheda  sulla quale segnare o meno una X accanto al nome di un Van Rompuy o di un Olli Rehn o di un Mario Draghi? Eppure sono questi i signori che decidono la qualità del nostro presente e del nostro futuro, non quelli che hanno chiesto il nostro voto). Gli intrallazzi, o le mediazioni politiche, servono in democrazia, non a Bruxelles dove, fortunati loro, sono “al riparo dal processo elettorale” (cfr Monti).
“Abbiamo bisogno di una nuova classe dirigente. Per rimanere in Europa dobbiamo trasformare la nostra in una cultura europea. L’alternativa è di scivolare velocemente verso l’Africa.”
Ecco: come ho detto prima, la nuova classe dirigente sarà probabilmente costituita da un’agguerrita pattuglia di ragionieri che sappiano creativamente barcamenarsi fra i vari vincoli  elevati a dogmi, puri articoli di fede. Non esiste alcuna razionalità scientifica sottostante ai due criteri del 3% di deficit e del 60% di rapporto debito/PIL,  pur spacciati come validi e applicabili indifferentemente a ciascuna delle 28 peculiarità economiche rappresentate dai paesi membri. Ma questo non impedisce che la Croazia, da appena tre giorni nuovo membro dell’Unione, rischi già di cadere sotto procedura di infrazione per via di un bilancio che non rispetta il primo dei sacri parametri. Come benvenuto non c’è male.
Stante il “pilota automatico” innestato, non c’è nessun bisogno di altre qualità. Dobbiamo solo omologare la nostra cultura a quella Europea, che poi non è Europea (quella europea era una cultura solidale, di welfare diffuso) ma piuttosto francoforte-bruxelliana. Una cultura burocratica anziché politica, orientata al credito,  ai mercati finanziari e al darwinismo sociale.
Ma grazie al cielo l’auspicio di Zingales è in avanzata fase di realizzazione. Un poderoso avvio a questo cambio di paradigma culturale è venuto dai dodici mesi di governo Monti, e oggi ne troviamo la continuazione in quello delle larghe intese lettiane:  anche se sulla carta non siamo ancora del tutto al “riparo dal processo elettorale”, di fatto ci possiamo permettere di disattenderlo e andare proprio nella direzione che i cittadini avevano bocciato, grazie anche a un Presidente della repubblica che a mio avviso interpreta il proprio ruolo secondo una personalissima, discutibile visione dei limiti e dei poteri che la Costituzione gli attribuisce.
Si tranquillizzi dunque Zingales:  le qualità per restare in Europa ci sono, anche se non ancora del tutto emerse.
Non saremo noi a  “scivolare velocemente verso l’Africa”, una metafora elegante per segnalare il rischio di una nostra retrocessione a Paese emergente, come è successo di recente alla Grecia:
“[...] da oggi Atene ha il triste primato di essere il primo paese sviluppato a essere stato declassato a mercato emergente dall’indice MSCI dopo che la Borsa greca ha perso il 91% del suo valore dal 2007. MSCI ha invece introdotto nei paesi emergenti Qatar e Emirati arabi uniti” (
qui la notizia).
Ma ora che ci penso: la Grecia è tutt’ora in Europa…