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mercoledì 26 luglio 2017

Non chiamatela crisi: è una guerra

da eunews


[di Thomas Fazi] Le post-democrazie odierne sono il risultato di un processo quarantennale di ridimensionamento della sovranità popolare e del movimento operaio che in Europa ha trovato la sua applicazione più radicale.
La crisi – economica, politica, sociale e istituzionale – che stanno vivendo le democrazie occidentali, in particolar modo quelle europee, non inizia nel 2008, e neppure nei primi anni duemila, con l’introduzione dell’euro, come recita la vulgata. È una crisi che ha origini molto più lontane, che risalgono almeno alla metà degli anni Settanta. È a quel punto che il cosiddetto modello keynesiano, che aveva dominato le economie occidentali fin dal dopoguerra, entra in crisi. Come sappiamo, si trattava di un modello basato su una forte presenza dello Stato nell’economia (per mezzo di politiche industriali, sostegno agli investimenti e alla domanda eccetera), un welfare molto sviluppato, politiche del lavoro tese verso la piena occupazione e la crescita dei salari (più o meno in linea con la crescita della produttività) e l’istituzionalizzazione dei sindacati e della concertazione come strumento di mediazione tra gli interessi dei lavoratori e quelli delle imprese.
A livello internazionale si basava su un regime di cambi fissi (il cosiddetto “regime di Bretton Woods”) – sistema che ruotava sostanzialmente intorno al dollaro come valuta di riserva internazionale, convertibile in oro a un tasso di cambio fisso – e su un ferreo controllo dei movimenti di capitale. In base alla maggior parte dei criteri economici e sociali, il periodo keynesiano – che non a caso è noto come il “trentennio glorioso” – può essere definito un successo, avendo garantito per diversi decenni crescita economica sostenuta, piena occupazione (o quasi), salari e profitti crescenti, estensioni di diritti sociali ed economici a un numero di cittadini senza precedenti nella storia, e stabilità economico-finanziaria a livello internazionale. Allo stesso tempo, però, come rilevò Joan Robinson, fu anche un periodo caratterizzato dal mito del produttivismo e della crescita sfrenata, da uno sfruttamento del lavoro senza precedenti, dall’inizio della crisi ambientale (di cui oggi subiamo le conseguenze) e da un keynesismo “realmente esistente” che – con poche eccezioni – si guardò bene dal passare dal livello della produzione (quanto viene prodotto) al contenuto della stessa (cosa viene prodotto e con quali finalità). Scriveva Robinson nel 1972: «Ora che siamo tutti d’accordo che la spesa pubblica può mantenere l’occupazione… ci siamo dimenticati di cambiare quesito, e discutere a che serve l’occupazione».[1] A tal proposito, quando parliamo delle magnifiche sorti e progressive del keynesismo, val sempre la pena ricordare che esse riguardarono unicamente i paesi del “centro” dell’economia capitalistica; l’esperienza dei paesi “periferici” fu assai diversa, caratterizzata da guerre, povertà estrema, colpi di Stato e nefandezze di ogni sorta, spesso ad opera proprio dei paesi del centro, Stati Uniti in primis (basti pensare al Sud-Est asiatico o al Medio Oriente).[2]
Perché, dunque, il modello keynesiano entra in crisi negli anni Settanta? Le ragioni sono molteplici: economiche, politiche, strutturali. Dal punto di vista economico, l’alta inflazione che caratterizzò quegli anni ma soprattutto le lotte sindacali per il salario e per il miglioramento delle condizioni di lavoro avevano cominciato ad esercitare una crescente pressione sulle rendite e sui profitti. L’Italia è un caso esemplare: il ciclo di lotte che si aprì nell’autunno del 1969 e che proseguì, più o meno ininterrottamente, sino al 1973, fu senza eguali per intensità e durata dell’opposizione. Questo determinò, in tutti i paesi avanzati, una riduzione senza precedenti nella storia dei redditi e dei patrimoni dell’1 per cento più ricco della società (ossia di quella che potremmo chiamare la classe dominante).
Questo causò una crescente insofferenza da parte delle classi elevate nei confronti del modello keynesiano: diversi documenti, riservati e non, cominciarono a parlare apertamente della necessità di una reazione da parte dell’establishment capitalistico, onde evitare di vedere annichilito il proprio potere economico e politico (si pensi per esempio al “memorandum” di Lewis Powell del 1971, in cui l’allora giudice della Corte Suprema statunitense invitava i capitalisti americani ad assumere un atteggiamento «molto più aggressivo» in difesa del sistema della libera impresa). Reazione che, come vedremo, si manifesterà poi in quella che i due economisti francesi Gérard Duménil e Dominique Lévy hanno definito la «controrivoluzione neoliberista».[3]
Sarebbe riduttivo, però, vedere la crisi del modello keynesiano semplicemente nei termini di un processo politico di “restaurazione” – per così dire “soggettivamente determinato” – da parte delle classi dominanti; né si può ridurre tale crisi a una semplice conseguenza dell’offensiva ideologica sferrata, a partire dalla fine degli anni Sessanta, dall’«intellettuale collettivo» neoliberista, come sosteneva Luciano Gallino.[4] È importante comprendere, anche ai fini dell’analisi delle possibili vie d’uscita dalla crisi attuale, che il sistema keynesiano/socialdemocratico in quegli anni cominciò a mostrare dei limiti strutturali oggettivi: esso si basava, infatti, su un “compromesso di classe” imperniato intorno all’idea che una crescita stabile dei salari poteva coniugarsi con una crescita stabile dei profitti, e anzi ne era il presupposto necessario (secondo l’assioma keynesiano secondo cui i profitti dipendono in primo luogo dalla domanda aggregata).[5] E per qualche decennio così è stato. Negli anni Settanta, però, le basi di questo compromesso cominciarono a venire meno, a causa di diversi fattori: l’aumento del prezzo delle materie prime, la crescente concorrenza tra potenze capitalistiche (in seguito alla re-industrializzazione di Europa e Giappone), il rallentamento della produttività eccetera, ma soprattutto, come detto, il diffondersi di richieste sindacali sempre più radicali.
Come ricorda Riccardo Bellofiore, economista all’Università di Bergamo: «Le lotte nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro non si limitavano alla richiesta di maggiore salario, orari più corti, minore pressione sul lavoro. Ad essere messi in questione erano l’insieme del comando padronale sulla  produzione, le forme dell’organizzazione del lavoro e della struttura tecnica della produzione, la stessa “disciplina di fabbrica”».[6] Tutto ciò minava alle fondamenta il processo di accumulazione capitalistica. In tal senso, la reazione dei capitalisti fu comprensibile: la loro partecipazione al compromesso di classe keynesiano si basava una serie di condizioni (in primis, ovviamente, la possibilità dell’accumulazione capitalistica); nel momento in cui tali condizioni vennero meno, venne meno anche il loro sostegno al compromesso keynesiano.
Una soluzione consensuale al conflitto distributivo capitale-lavoro che si venne a determinare in quegli anni era semplicemente impossibile; per dirla in parole povere, esso non poteva che risolversi a favore dell’una o dell’altra parte: a favore del capitale (per mezzo di una riduzione dei salari e più in generale del potere dei sindacati) o a favore dei lavoratori, per mezzo di quella graduale “socializzazione degli investimenti” – finalizzata a sottrarre una parte cospicua dell’investimento alla logica del profitto, all’interno di una regolamentazione complessiva dell’investimento privato – che lo stesso Keynes indicava come unica soluzione alla naturale tendenza al ristagno del capitalismo sviluppato e come “via lenta” alla società ideale (postcapitalistica?) immaginata dall’economista britannico nel suo celebre saggio “Prospettive economiche per i nostri nipoti”, idea poi ripresa in chiave più radicale da Hyman Minsky negli anni Settanta.
Il problema è che buona parte della sinistra socialdemocratica e comunista o non capì ciò che stava avvenendo – diversi intellettuali della sinistra europea del dopoguerra videro nel keynesismo una forma embrionale di socialismo[7] piuttosto che un particolare regime di accumulazione capitalistica, quale effettivamente fu, e si ritrovarono dunque privi degli strumenti teorici necessari per capire la crisi capitalistica che investì il keynesismo, illudendosi di poter risolvere il conflitto distributivo nei limiti angusti del quadro socialdemocratico – o non ebbe il coraggio di mettere seriamente in discussione i “fondamentali” del sistema.
Il caso del Partito Comunista Italiano (PCI) è emblematico. Come scrive Sergio Cesaratto nel suo recente libro Sei lezioni di economia, il PCI era «costantemente ossessionato dall’esistenza di “interessi generali” (inter-classisti per così dire) che avrebbero reso ogni avanzamento operaio raniversivo per il sistema, e dunque a rischio di una reazione violenta del capitale… L’ala dominante del PCI riteneva le lotte operaie fondamentalmente incompatibili con la democrazia occidentale».[8] Una paura a ben vedere non del tutto infondata, se pensiamo alle enormi pressioni esercitate sull’Italia (come su altri paesi) affinché non uscisse dai binari del patto atlantico.
Il risultato – drammatico – fu che la sinistra europea, avendo accettato l’impossibilità di una svolta nella direzione di un “riformismo radicale”, nell’accezione minskyana del termine, finì di fatto per avallare ideologicamente e politicamente il neoliberismo come unica soluzione alla sopravvivenza del capitalismo. Non a caso in numerosi paesi la sinistra anticipò la destra nello smantellamento del modello keynesiano. Un esempio su tutti: il primo governo a dichiarare “morto” il keynesismo fu quello laburista inglese di James Callaghan, che nel 1976 – ben tre anni prima dell’elezione di Margaret Thatcher – giustificò nella seguente maniera la scelta di accettare un prestito molto oneroso da parte del Fondo monetario internazionale in cambio del quale il governo si impegnava ad implementare un rigido programma di austerità: «Il mondo confortevole che ci avevano detto sarebbe durato per sempre, dove la piena occupazione sarebbe stata garantita da un tratto di penna del Cancelliere, attraverso la riduzione delle tasse o la spesa in disavanzo, ecco: quel mondo accogliente se n’è andato per sempre…  Io vi dico in tutta franchezza che tale opzione non esiste più, e che nella misura in cui è mai esistita, ha avuto solo l’effetto di iniettare una dose maggiore di inflazione nell’economia».[9]
Un altro esempio clamoroso è ovviamente quello di François Mitterrand, che nel 1983 – due anni dopo essere stato eletto su una piattaforma esplicitamente socialista ed anticapitalista – fece inversione a U e adottò un drastico programma neoliberista di tagli alla spesa pubblica, privatizzazioni e compressione salariale. È interessante notare che sia Callaghan sia Mitterrand giustificarono la loro “svolta neoliberista” a grandi linee allo stesso modo: facendo appello alla logica del vincolo esterno. Ossia, affermando che la “logica inesorabile” della mondializzazione (in particolare la natura sempre più globale dei flussi finanziari) rendeva pressoché impossibile qualunque strategia economica nazionale (in particolare di carattere progressista/redistributivo), poiché in tal caso il governo in questione sarebbe immediatamente diventato oggetto di fughe di capitale, squilibri della bilancia dei pagamenti, attacchi speculativi da parte del capitale finanziario, e via dicendo.
In sostanza, buona parte della sinistra europea, tra la metà degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, giunse a considerare quel processo che oggi noi chiamiamo globalizzazione, e il contestuale svuotamento delle sovranità nazionali in campo economico, come un aspetto ineluttabile della modernità. Come dichiarò Mitterrand all’epoca: «La sovranità nazionale non significa più granché e non ha più molto spazio nell’economia mondiale moderna».[10] Come notano Albo Barba e Massimo Pivetti, però, sarebbe un errore pensare che la sinistra abbia semplicemente subìto l’accelerazione del processo di mondializzazione, e il cambiamento delle condizioni di potere e distributive, avvenuti in tutta Europa nel corso dell’ultimo trentennio; al contrario, la sinistra «ha in larga misura consapevolmente deciso e gestito» questa transizione, e il conseguente passaggio a una visione post-statuale e post-sovrana del mondo, spesso anticipando la destra su questi temi.[11]
Ma la crisi del modello keynesiano non riguardò solo la sfera economica e distributiva; essa investì appieno anche la sfera politico-istituzionale. La piena occupazione e il rafforzamento senza precedenti delle masse lavoratrici avevano infatti determinato una progressiva fusione del movimento operaio con blocchi sociali di altro tipo (studenti, femministe, minoranze eccetera), e una radicalizzazione delle rivendicazioni non solo in ambito lavorativo ma anche in ambito politico: gruppi sempre più numerosi di persone iniziarono a rivendicare non solo un ampliamento della democrazia ma addirittura un superamento dell’ordine capitalistico costituito. In un certo senso, si stava realizzando quello che il noto economista polacco Michal Kalecki aveva preconizzato negli anni Quaranta nel suo famoso saggio intitolato “Aspetti politici del pieno impiego”:
Il mantenimento del pieno impiego porterebbe a trasformazioni politiche e sociali che darebbero nuova forza all’opposizione dei “capitani d’industria”. Infatti, in un regime di continuo pieno impiego il licenziamento cesserebbe di agire come misura disciplinare. La posizione sociale del “principale” sarebbe scossa, si accrescerebbe la sicurezza di sé e la coscienza di classe dei lavoratori. Gli scioperi per un salario più alto e il miglioramento delle condizioni di lavoro sarebbero fonti di tensione politica. È vero che i profitti sarebbero più elevati in un regime di pieno impiego [e qui Kalecki si sbagliava]…  Ma la “disciplina nelle fabbriche” e la “stabilità politica” sono più importanti per i capitalisti dei profitti correnti.[12]
In sostanza, le classi politiche dell’epoca, vista la situazione, si trovarono di fronte ad un bivio: rischiare di alimentare il disordine attraverso una maggiore concessione di questi diritti, o restringere la concessione di tali diritti attraverso «una graduale riduzione del  ruolo biopolitico dei governi», e una conseguente trasformazione degli apparati pubblici da mediatori del conflitto di classe a “disciplinatori” delle classi subalterne.[13]
Tutto questo fu ulteriormente complicato dalla fine del sistema di cambi fissi di Bretton Woods, nel 1971. A quel punto, dopo una serie di tentativi fallimentari di resuscitare il vecchio regime di cambi fissi, si passò ad un sistema di “fluttuazione sporca”: sarebbe a dire, un sistema in cui i governi continuarono ad intervenire sul mercato dei cambi per sostenere le loro valute. La fine del regime di Bretton Woods fu di grande importanza anche perché inaugurò il passaggio da un regime monetario in cui la quantità di moneta che poteva essere emessa da uno Stato era limitata dalla quantità di riserve auree possedute dallo Stato in questione a un regime monetario cosiddetto “fiat” (dal latino «così sia») – tuttora in vigore – in cui le valute non sono più coperte da riserve di altri materiali (come l’oro) e dunque non hanno più un limite teorico di emissione. Se da un lato la fine dell’aggancio con l’oro e con il dollaro offriva teoricamente ai governi maggiore libertà nel gestire le politiche monetarie e fiscali, dall’altro, anche a causa della contestuale liberalizzazione dei movimenti di capitale, generò una notevole instabilità sul mercato dei cambi.
Tale instabilità fu ulteriormente esacerbata dalla crisi petrolifera del 1973, che fece schizzare alle stelle l’inflazione in tutti i paesi occidentali. Per le élite si rivelò una manna dal cielo: gli alti livelli di inflazione di quegli anni, infatti, e la concomitante stagnazione dell’attività produttiva – da cui il termine stagflazione – fornirono loro il pretesto ideale per sferrare il primo attacco decisivo al modello macroeconomico keynesiano, a cavallo tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta. Fu un attacco che si dipanò su più fronti: sul fronte economico-distributivo si caratterizzò per una progressiva riduzione dei salari e più in generale del potere di contrattazione dei sindacati, operazione che politicamente fu “legittimata” da un lato addossando interamente ai sindacati (e all’“eccesiva” spesa pubblica) la responsabilità della spirale prezzi-salari (e minimizzando il contributo del rincaro dei prezzi delle materie prime e del petrolio alla spirale inflazionistica); dall’altro evocando ossessivamente il cosiddetto “vincolo esterno”, ossia l’idea che i salari eccessivi impedissero il necessario aggiustamento delle partite correnti dei paesi in deficit (come era per esempio l’Italia in quegli anni) e che tale aggiustamento passasse necessariamente per una riduzione del salario reale; solo così si sarebbe sconfitta l’inflazione e si sarebbe ottenuta nuovamente la piena occupazione.
Inutile dire che si trattava di un’interpretazione dei fatti estremamente ideologica e piuttosto infondata sul piano teorico ma che tuttavia ebbe una forte presa sulla società e sulle classi politiche e intellettuali dell’epoca, ivi incluse quelle di sinistra, che – ree anche la crisi della teoria economica neokeynesiana (che poco o nulla aveva a che vedere con le teorie originarie di Keynes) e l’emergere dell’ideologia monetarista, la quale affermava che l’unica maniera per rompere la spirale inflazionistica consisteva per lo Stato nel rinunciare all’obiettivo della piena occupazione e all’uso di politiche monetarie, fiscali e salariali finalizzate a tale scopo, lasciando che il mercato si adagiasse verso il “tasso naturale di disoccupazione” – marginalizzarono qualunque strategia di gestione eterodossa del vincolo esterno, come quella avanzata da Tony Benn nel Regno Unito, dalla sinistra del Partito Socialista in Francia e da economisti quali Federico Caffè in Italia.
A tal proposito, uno dei dibattiti più influenti ebbe luogo verso la fine degli anni Settanta proprio in Italia, e vide confrontarsi il futuro premio Nobel per l’economia Franco Modigliani – che proponeva la cancellazione del meccanismo di indicizzazione dei salari all’inflazione (conosciuto come “scala mobile”) e una riduzione generalizzata dei salari – e diversi economisti eterodossi vicini al PCI.[14] In quell’occasione il PCI, per mezzo del suo Centro Studi di Politica Economica (CESPE), finì per sposare in toto le tesi monetariste/neoliberiste di Modigliani. Come scrive lo storico Guido Liguori, a iniziare dagli anni Settanta parti importanti del partito «erano andate mutando molecolarmente la propria cultura politica e abbracciavano ormai punti di vista e culture politiche diverse. Erano divenuti parte (subalterna) di un diverso sistema egemonico».[15] Il risultato – scrive Francesco Cattabrini, autore di un ottimo studio sul tema – «fu di attribuire al costo del lavoro la principale responsabilità in termini di crescita dell’inflazione e compressione dei profitti, permettendo politiche di compressione del salario e di miglioramento della profittabilità».[16] Non sorprende che molti abbiano visto in questa svolta “economica” il primo passo verso la svolta “politica” che quindici anni dopo avrebbe portato alla morte del partito.[17]
Ovviamente questo processo di compressione salariale si intensificò poi – in Italia e altrove – negli anni ’80 Ottanta e Novanta con la globalizzazione dei processi di produzione (corso che, è bene ricordarlo, non fu “subìto” dagli Stati ma al contrario fu attivamente sostenuto da questi ultimi, proprio al fine di indebolire ulteriormente il potere contrattuale dei lavoratori). È sempre in questo periodo che si posero le basi per la crisi finanziaria del 2007-2009: la crescente erosione dei salari e del potere d’acquisto dei lavoratori in diversi paesi occidentali, infatti, fu “compensata” dall’aumento esponenziale dell’indebitamento privato, ossia da quello che alcuni hanno definito una paradossale forma di «keynesismo privatizzato».[18] In sostanza le banche hanno permesso ai lavoratori, tramite il credito/debito, di mantenere inalterati i loro livelli di consumo, nonostante la stagnazione salariale verificatasi dagli anni Settanta in poi. Questo è avvenuto in maniera particolarmente evidente negli USA ma anche in diversi paesi europei.
L’altro fronte della guerra al “contratto sociale” keynesiano fu quello politico-istituzionale: sostanzialmente fu attuato quello che un ormai celebre rapporto del 1973 intitolato The Crisis of Democracy, redatto dalla Trilateral Commission – uno dei think tank allora più influenti in ambito euro-atlantico – aveva indicato come soluzione alla “crisi della rappresentanza”. Soluzione che passava non solo attraverso la riduzione del potere sindacale, come già detto, ma anche attraverso una riduzione della partecipazione popolare alla vita politica. I due livelli – quello economico e quello politico – sono ovviamente strettamente collegati. Come scrive Alessandro Somma, professore di diritto all’Università degli Studi di Ferrara, infatti, è chiaro «come la restrizione del perimetro affidato alla democrazia sia una funzione dell’estensione di quello rivendicato, o meglio invaso, dal mercato… La politica, oltre alla democrazia, deve evaporare per lasciare spazio alla tecnocrazia, alla mera amministrazione di un esistente indiscutibile e immobile, come è l’orizzonte del mercato concorrenziale».[19]
Questo obiettivo fu raggiunto attraverso una progressiva “depoliticizzazione” del processo decisionale: ossia attraverso una separazione tra i meccanismi di rappresentanza popolare e le scelte di carattere macroeconomico, e una contestuale riduzione degli strumenti di intervento di carattere monetario e fiscale dei singoli Stati nazionali. In particolare, questo fu ottenuto: (a) riducendo sensibilmente il potere dei parlamenti rispetto a quello degli esecutivi (per esempio attraverso il passaggio da sistemi proporzionali a sistemi maggioritari) in nome di una non meglio definita governabilità; (b) recidendo il legame tra autorità monetarie e autorità politiche, attraverso l’istituzionalizzazione del principio dell’indipendenza della banca centrale, al fine (neanche troppo nascosto) di asservire gli Stati alla cosiddetta “disciplina dei mercati” (giacché, per dirla brevemente, uno Stato che non controlla la propria banca centrale non è in grado di controllare i tassi di interesse); nel caso dell’Italia, come è noto, questo avvenne col famoso “divorzio” tra Banca d’Italia e Tesoro del 1981;[20] (c) formalizzando il vincolo esterno attraverso la ri-adozione di cambi fissi (in Europa); (d) infine, onde evitare ulteriori contrapposizioni fra Stati portatori di istanze politiche differenti, trasferendo sempre più prerogative a istituzioni e organismi sovranazionali (come per esempio l’Organizzazione mondiale del commercio a livello internazionale). Tra le diverse finalità di questo processo di depoliticizzazione possiamo annoverare anche – e forse soprattutto – quella di offrire alle autorità politiche nazionali organismi o presunti “fattori oggettivi” – o vincoli esterni, appunto – su cui scaricare la responsabilità di scelte politiche impopolari, in primis la compressione salariale e lo smantellamento delle tutele del lavoro.
Di conseguenza i regimi di democrazia partecipativa nati dalle ceneri della seconda guerra mondiale hanno progressivamente lasciato il posto a regimi di democrazia deliberativa. La differenza tra i due è ben spiegata da Alessandro Somma: «La democrazia partecipativa, tipicamente intrecciata con la sovranità statuale, indica la possibilità degli individui di incidere sulle decisioni collettive: possibilità effettiva, assicurata dal funzionamento del principio di parità in senso sostanziale, che la Costituzione italiana reputa non a caso un presupposto fondamentale per “l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese” (art. 3). Diverso è il caso della democrazia deliberativa, che coinvolge tutti i potenziali interessati dalla decisione da assumere, i cosiddetti stakeholders, offrendo però loro solo la mera possibilità formale di prendere parte alle decisioni: senza considerazione per l’effettiva possibilità di incidere sul loro contenuto».[21]
L’Europa è ovviamente il continente in cui questo processo si è esplicitato in maniera più radicale. Come afferma Peter Mair in Governare il vuoto. La fine della democrazia dei partiti,[22] il ridimensionamento della democrazia popolare, condizione necessaria per il ridimensionamento del movimento operaio, può essere considerata la raison d’être di tutto l’esperimento europeo, il cui ultimo stadio inizia con la creazione del sistema di “cambi convergenti” del Sistema monetario europeo (SME), nel 1979, fino ad arrivare all’introduzione dell’euro nei primi anni 2000. L’Italia è la perfetta cartina di tornasole di questo processo. Come ha ricordato di recente Joseph Halevi, l’Italia fu il paese più danneggiato dall’adesione allo SME, che comportò una rivalutazione del tasso di cambio reale molto significativa, che ebbe tutta una serie di conseguenze estremamente deleterie per il paese: in primis, l’apparizione di un deficit estero strutturale.[23]
Alla luce di ciò, verrebbe da chiedersi perché i nostri dirigenti insistettero tanto per entrare nello SME. Una possibile spiegazione ce la fornisce nientedimeno che Giorgio Napolitano, che al tempo, in veste di deputato del PCI, capì bene che «la disciplina del nuovo meccanismo di cambio europeo» significava non accomodare più il conflitto distributivo e addossare alle richieste salariali la responsabilità della perdita di competitività del paese.[24] La creazione di un potente vincolo esterno, nella forma del cambio semi-fisso, avrebbe insomma facilitato una maggiore flessibilità verso il basso dei salari. E così è stato.
Questa chiave interpretativa è applicabile a tutte le successive fasi costituenti dell’Eurosistema: dall’Atto unico del 1986 – in cui furono formalizzate le fondamenta neoliberiste della costituzione economica europea, dalla libera circolazione dei capitali al divieto (de facto) delle politiche industriali, attraverso la normativa sugli aiuti di Stato – fino al Trattato di Maastricht del 1992, che fissò i termini cui subordinare la fase finale dell’unione monetaria, dall’indipendenza assoluta della Banca centrale europea dagli Stati nazionali, alla flessibilizzazione del lavoro, ai limiti al deficit e al debito pubblico. Limiti che sono stati successivamente inaspriti, prima col patto di stabilità e crescita del 1997 e poi col fiscal compact del 2012, che prevedeva addirittura l’integrazione di una norma sull’obbligo del pareggio/surplus di bilancio negli ordinamenti nazionali (o ancor meglio nelle Costituzioni) degli Stati membri.
È proprio sul fronte dell’integrazione economica e valutaria europea che la subalternità della sinistra al neoliberismo si è manifestata nella maniera più dirompente. Come è noto, il principale fautore dell’euro fu proprio un socialista francese, ex ministro del governo Mitterrand: Jacques Delors. E non poteva essere altrimenti: avendo rinunciato a combattere il capitale sul terreno nazionale, la sinistra – anche per continuare a giustificare la propria esistenza – introiettò l’idea che il cambiamento era possibile solo a livello continentale, europeo. Cambiamento che però non poteva che essere di facciata, avendo la sinistra accettato le prescrizioni neoliberiste come unica soluzione alla crisi del keynesismo.
La stessa chiave interpretativa permette infine di capire anche ciò che è successo in seguito al 2010, quando ad una crisi di domanda di portata enorme si è scelto di rispondere – in barba ai più elementari princìpi macroeconomici – con una “cura letale” a base di austerità fiscale, deflazione salariale e riforme strutturali, i cui devastanti effetti economici e sociali erano facilmente prevedibili (ed erano infatti stati ampiamente previsti e preannunciati). Secondo la chiave di lettura qui suggerita possiamo dunque ipotizzare che l’obiettivo principale di tali politiche non fosse (e non sia) realmente il “consolidamento fiscale” o una maggiore “competitività”, ma piuttosto il definitivo rovesciamento del compromesso keynesiano, portando così a compimento quel processo iniziato all’incirca quarant’anni fa.
Versione redatta di un articolo apparso sull’Almanacco di economia di Micromega del giugno 2017. 
Note
[1]           L’articolo di J. Robinson, “The Second Crisis of Economic Theory” (1972), è citato in R. Bellofiore, “La socializzazione degli investimenti: contro e oltre Keynes”, Alternative per il socialismo, marzo-aprile 2014; consultabile al seguente indirizzo: goo.gl/5wx46J.
[2]           Per una rassegna delle varie operazioni degli Stati Uniti all’estero dal dopoguerra in poi consiglio la lettura di W. Blum, Il libro nero degli Stati Uniti, Fazi Editore, Roma 2003.
[3]           G. Duménil e D. Lévy, “The Neoliberal (Counter-)Revolution”, in A. Saad-Filho e D. Johnston (a cura di), Neoliberalism: A Critical Reader, Pluto Press, Londra 2004, p. 12.
[4]           L. Gallino, “La lunga marcia dei neoliberali per governare il mondo”, la Repubblica, 27/7/2015.
[5]           Su questo punto si veda A. Przeworski e M. Wallerstein, “Democratic Capitalism at the Crossroads”, in A. Przeworski, Capitalism and Social Democracy, Cambridge University Press, Cambridge 1985; consultabile al seguente indirizzo: goo.gl/icoH68.
[6]           R. Bellofiore, “I lunghi anni Settanta. Crisi sociale e integrazione economica internazionale”, in L. Baldissara, Le radici della crisi. L’Italia tra gli anni Sessanta e Settanta, Carocci, Roma 2001.
[7]           Si pensi per esempio ad Anthony Crosland, membro del Partito Laburista britannico e autore nel 1956 del libro The Future of Socialism, in cui sosteneva che le economie avanzate erano di fatto entrate in una fase post-capitalista.
[8]           S. Cesaratto, Sei lezioni di economia. Conoscenze necessarie per capire la crisi più lunga (e come uscirne), Imprimatur, Reggio Emilia 2016, p. 212.
[9]           Discorso tenuto alla conferenza nazionale del Partito Laburista del 28 settembre 1976 a Blackpool.
[10]          J. Ardagh, France in the New Century, Penguin, Londra 2000, pp. 687-688.
[11]          A. Barba e M. Pivetti, La scomparsa della sinistra in Europa, Imprimatur, Reggio Emilia 2016.
[12]          M. Kalecki, “Aspetti politici del pieno impiego”, Sulla dinamica dell’economia capitalistica. Saggi scelti 1933-1970, Einaudi, Torino 1975.
[13]          G. Bracci, “Un ‘no’ contro la post-democrazia”, Eunews, 10/12/2016, goo.gl/wAlrnn.
[14]          Si veda il paper di F. Cattabrini, “Franco Modigliani and the Italian Left-Wing: The Debate over Labor Cost (1975-1978)”, History of Economic Thought and Policy, n. 1/2012.
[15]          G. Liguori, La morte del PCI, manifestolibri, Roma 2009, p. 10.
[16]          F. Cattabrini, op. cit.
[17]          Tra questi Augusto Graziani, la cui critica alla posizione della corrente maggioritaria del PCI è ben ricostruita nel paper di E. Brancaccio e R. Realfonzo, “Conflittualismo versus compatibilismo”, Il pensiero economico italiano, n. 2/2008.
[18]          R. Bellofiore e J. Halevi, “La Grande Recessione e la Terza Crisi della Teoria Economica”, relazione al convegno “La crisi globale. Contributi alla critica della teoria e della politica economica”, svoltosi a Siena il 26-27 gennaio 2010; consultabile al seguente indirizzo: goo.gl/6PFQJm.
[19]          A. Somma, “Governare il vuoto? Neoliberismo e direzione tecnocratica della società”, MicroMega, 29/7/2016.
[20]          Il cosiddetto “divorzio” fra Tesoro e Banca d’Italia si consumò nel 1981, quando l’allora ministro Beniamino Andreatta, con una lettera indirizzata al Governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi, pose fine all’obbligo da parte della Banca d’Italia di garantire in asta il collocamento integrale dei titoli offerti dal Tesoro.
[21]          A. Somma, op. cit.
[22]          P. Mair, Governare il vuoto. La fine della democrazia dei partiti, Rubbettino, Soveria Mannelli 2016.
[23]          J. Halevi, “Europa e ‘mezzogiorni’”», PalermoGrad, 21/4/2016, consultabile al seguente indirizzo: goo.gl/TfHmJa.
[24]          Il discorso di G. Napolitano è consultabile al seguente indirizzo: goo.gl/ioaMJy. Nella stessa occasione, anche Luigi Spaventa, deputato indipendente eletto nelle liste del Pci, individuò con sorprendente lucidità i rischi derivanti dalla creazione del nuovo meccanismo di cambio: «Quest’area monetaria rischia oggi di configurarsi come un’area di bassa pressione e di deflazione, nella quale la stabilità del cambio viene perseguita a spese dello sviluppo dell’occupazione e del reddito. Infatti non sembra mutato l’obiettivo di fondo della politica economica tedesca: evitare il danno che potrebbe derivare alle esportazioni tedesche da ripetute rivalutazioni del solo marco, ma non accettare di promuovere uno sviluppo più rapido della domanda interna». L’intervento di L. Spaventa è consultabile al seguente indirizzo: goo.gl/CLHFL6.

sabato 8 aprile 2017

Non facciamoci arruolare

No all'intervento USA in Siria. I missili di Trump sono terrorismo internazionale
Non essendo bastati i tagliagole dell'Isis e di Al Qaeida arruolati in tutto il mondo ora Trump e Erdogan intervengono direttamente con le loro armi. Le atrocità dello Stato islamico, la cui avanzata i russi hanno fermato, da tempo sono scomparse dalla scena mediatica per ridare fiato alla narrazione sulla ferocia di Assad che giustifica l'intervento contro il diritto internazionale nel territorio di uno stato sovrano.
L'uso dei corpi dei bambini asfissiati dal gas ammucchiati per le foto serve a Trump per legittimare l'aggressione. Non so chi abbia usato il gas, non sono esperto di cose militari e non so districarmi tra gli assassini. So che Assad ha a disposizione l'aviazione russa e sta vincendo sul terreno. Perché fare un autogol del genere? Qualcosa non quadra ma non voglio avventurarmi in congetture. Sul campo operano potenze che certo non sono nuove all'uso del terrore. Certo non sono Trump e Erdogan dei campioni di democrazia dietro le cui insegne marciare. Non sono certo gli integralisti islamici armati dall'occidente e dai suoi alleati sauditi e turchi i combattenti per la libertà. Non facciamoci arruolare. Non beviamoci le balle di chi ha seminato morte e distruzione dall'Iraq alla Libia. Opponiamoci alla guerra senza se e senza ma. Invece di destabilizzare e alimentare una guerra senza fine sosteniamo le forze come i curdi in Turchia e Siria che si battono per pace, giustizia sociale, tolleranza, democrazia. Accogliamo i profughi che fuggono dalla guerra come i nostri padri furono accolti quando fuggivano dalle città bombardate. E' chiarissimo fin dall'inizio che i settori americani più imperialisti e i loro alleati non hanno lavorato per favorire una transizione democratica e una pacificazione ma per rovesciare un regime, dissolvere uno stato sovrano, trasformarlo in un altro 'stato fallito' come son definiti con linguaggio cinico Libia, Somalia, Iraq ecc.
Qualsiasi giudizio sul regime di Assad non giustifica la guerra per procura in atto da anni in Siria.
I missili di Trump non sono al servizio della democrazia e dei diritti umani, l'attacco americano è un atto di terrorismo internazionale. Informazione e politica europee e italiane non si allineino a un presidente americano fascistoide. Riprendiamo il ruolo di pace e mediazione che ci spetta nel Mediterraneo e in Medio Oriente.

Maurizio Acerbo, segretario nazionale Partito della Rifondazione Comunista - Sinistra Europea

lunedì 27 marzo 2017

La guerra ai poveri

di Tonino D'Orazio  27 marzo 2017.

Bisogna capire prima di tutto cos’è la ricchezza. Esiste la “soglia di povertà” e tutte le sue suddivisioni molto precise. Non esiste la “soglia di ricchezza”. Spesso, dal gossip, siamo interessati dai più ricchi tra i ricchi e vi sono molti giornali e riviste che non fanno altro che costruire un mondo di sogno, o di invidia indotta, per intere popolazioni. La parola “ricchi” è un amalgama di ceti e ambienti molto diversi, ma in genere raggruppa quelli che sono al top di tutte le varie aree economiche e sociali: i grandi padroni, i finanzieri, i palazzinari, gli uomini politici, i proprietari di giornali e televisioni, gente di lettera (scrittori, giornalisti, opinionisti …), showman televisivi, showgirl famose, i boiardi di stato … Comunque, malgrado la loro eterogeneità, questi “ricchi” sono una “classe” mobilitata a difendere solo i propri interessi a tutti i costi.
Spesso a fianco alla ricchezza economica c’è anche quella culturale: mondo dei musei, vendite all’asta, collezionisti, musica operistica, cantanti, scrittori best seller … nei cocktails, nelle mostre pittoriche e cinematografiche. Nei luoghi dove “bisogna esserci”.
C’è anche un’altra ricchezza, più informale ma altrettanto potente, quella “sociale”, una specie di “portafoglio” di relazioni sociali utile al momento opportuno e dove sono utilizzati soprattutto i “politici”. E’ quella dei Club, dei Circoli, delle Top e Vip associazioni, dei circoli elettorali, dei “padroni delle tessere”, se non della massoneria. Sono quasi sempre gli stessi che si riuniscono, e lo fanno sapere. Questo può essere interpretato anche come un faticoso “lavorio” sociale di imposizione tematica e di occupazione sistematica della scena.
Un’ultima forma di ricchezza è quella simbolica. Cioè basta citare un nome di famiglia, per esempio Agnelli, Ferrero, Berlusconi o Rothchild, per non dover dare nessuna spiegazione.
Sono i tipi di ricchezza che danno potere, suggestione, sugli altri. E’ una violenza formidabile che tocca la gente nel più profondo del loro spirito e del loro corpo. E’ un processo di disumanizzazione, una logica predatoria, una casta che sbriciola il resto della società per inghiottirla. E’ una violenza incredibile, che spezza la vita degli individui, che li colpisce nella loro dignità, nel lavoro e nell’assenza, e complessivamente ne fiacca lo spirito. Istillano il neoliberismo nei loro cervelli. Questi ultimi accettano che gli interessi specifici delle oligarchie, dei ricchi, dei dominanti, diventino “interesse generale”. E’ la loro guerra totale ai poveri.
Un esempio straordinario è come gli speculatori, i ricchi, siano riusciti a far passare la crisi finanziari pura del 2008 (che dura tuttora) come crisi globale. La loro crisi è diventata la crisi di tutti. A quelli che con cartelloni e manifestazioni dicono che non vogliono pagare la loro crisi possono rispondere tranquillamente, insieme ai socialisti europei: “Che volete farci, è la crisi globale!”. Solo in Islanda non ci sono riusciti. Hanno messo in galera i ricchi speculatori, i dirigenti di banche (da noi vengono premiati), e sequestrato i “loro” beni, evitando che la crisi fosse di tutti gli islandesi.
E poi c’è la sindrome di Stoccolma, dove il torturato ama il suo aguzzino. Ed è l’impasse più straordinaria della vittoria dei ricchi. L’aver asservito i poveri in nome della libertà. Tutti sono convinti di essere liberi di organizzare il proprio futuro, di comperare macchine e telefonini, di fare mutui trentennali per la casa, di guardare stupide trasmissioni televisive. (Dico stupide perché in questi ultimi anni il gossip e la pubblicità hanno raggiunto quasi il 75% degli spazi occupati; e poi la pubblicità di Mediaset che testualmente, da anni, invita a guardare i suoi canali come “libera televisione”, “libera scelta”).
Quella dei ricchi è una casta che possiede, per esempio tramite azionariato borsistico, praticamente tutto quello che si compera, si vende o si accumula come ricchezza. La Borsa è una “grande famiglia”, non vorrei esagerare, formata massimo tra 300 nuclei incrociati. Il Mib è più che una Borsa, è un vero e proprio “spazio sociale”, se non familiare dove si sposano, divorziano o si “mangiano” tra loro, con scorazzate a bande. Incredibilmente, malgrado gli scandali, i piccoli “risparmiatori” ci mettono i soldi. Uno spazio saldo però dei “poteri forti”, difficilmente accessibile per qualcun altro in area apicale. Sono le famiglie alle quali lo stato ha regalato impunemente tutte le sue ricchezze di beni comuni e tra poco anche i libretti postali di risparmio. Tutto è loro dovuto. Con arroganza. Ultimo, un certo Briatore ancora in cerca di regali (sanità, scuole …): "I poveri non creano lavoro, ben vengano i ricchi". Sembra quasi avere ragione, come se, senza di loro, tutti rimarrebbero morti di fame. E’ una violenza tipo mobbing, una molestia continua, un ricatto perpetuo, una colpevolizzazione.
Anche se diffidenti non riusciamo a pensare sempre alla manipolazione dei cervelli, eppure come esempio abbiamo la “corruzione” delle parole che corrompono profondamente il pensiero. Sappiamo che le parole, a cominciare da “riforme” non hanno più lo stesso senso da tempo. La “flessibilità” (nascosta anche come flex-security) ha corrisposto a “precarietà”; “il partenariato sociale” non corrisponde più a trattativa “sindacati-datoriali”; addirittura possono esistere e utilizzati ossimori come “solidarietà conflittuale”. Le parole sono annebbiate. Si dovrebbe verificare il dizionario minimo ad ogni vocabolo per vedere se corrisponde al concetto. Sono addirittura riusciti a far passare il messaggio che essere contro i ricchi significa perdere posti di lavoro. Diventare martiri sembra funzionare. Insomma hanno fatto un lavoro eccellente senza sforzo.
Sicuramente aiutati dalle destre che sviano i problemi caricando il tutto sugli immigrati, e anche dei neoliberisti dolci vestiti di rosa che ne hanno assunto alcune teorie e parte dell’ideologia di fondo. Da qui la difficoltà dei poveri ad avere alternative vere per un minimo, anche minimissimo, riequilibrio.
Invece il concetto di ricchezza è meno chiaro in basso. Come si può confrontare un salario di 1.000 euro (già al disotto del minimo vitale considerato dall’Istat intorno a 1.300 euro, che è già una presa in giro di questi tempi di jobs act e non solo, in più se si pensa anche alle pensioni), con uno più “ricco” di 1.600 euro, oppure di uno eccezionale di 10.000 €? Siamo sempre in un rapporto di 1 a 10 fra basso e alto. Invece la ricchezza dei più ricchi è un pozzo senza fondo, come un iceberg di cui si vede solo la punta o solo il “trasudo” proprietario apparente e appariscente. A volte si individua qualcosa quando vengono inquisiti per azioni malevoli di decine o centinaia di milioni di euro ai danni dello stato, cioè di tutti, per fallimenti stratosferici o per bonus sicuramente non dovuti. Se pensate a Montezemolo (famiglia Agnelli) che ogni tre/quattro anni distrugge l’impresa a lui “affidata” dagli amici e scappa con un bottino chiamato “bonus”; che magari ha già speso, come l’acconto, 20 milioni di euro, per delle Olimpiadi a Roma che non si faranno mai, e dove il Comune sta ancora pagando i debiti della sua straordinaria gestione di Italia90. Come a Milano rimangono quelli dell’Expo. I ricchi hanno bisogno di fiumi di denaro per fare finta di lavorare. Hanno bisogno che i poveri capiscano che hanno assolutamente bisogno di un capo (anzi un leader) che li comandi, democraticamente. Sono riusciti, nel basso, a modificare le cooperative, che mettono insieme il lavoro e spartiscono equamente i benefici, in cooperative “sociali” con a capo presidente, strutture varie, che non spartiscono un bel niente e a volte i lavoratori ne devono compensare le perdite. Grande vittoria sul concetto che “il lavoro rende liberi” imprigionandovi e schiavizzandovi i poveri. Infatti i ricchi non lavorano.

domenica 12 febbraio 2017

La Madre di tutte le menzogne di guerra: le mani mozzate ai bambini in Belgio

Francesco Santoianni - Redazione di Sibialiria
(da cento anni di guerre, via l'antidiplomatico)
Questo articolo è stato redatto dalla Redazione del sito www.sibialiria.org quale contributo istituendo Comitato contro le celebrazioni della Prima guerra mondiale.



Incombe il governativo Centenario della Grande Guerra che già si annuncia all’insegna della esaltazione del sacrificio per la Patria, dell’onore di essere “Italiani brava gente”, al richiamo alla compattezza nazionale contro i nemici interni ed esterni, alla necessità di rafforzare il nostro apparato militare contro le “forze ostili”… Temiamo quindi che la quantità enorme di celebrazioni metterà in secondo piano un aspetto fondamentale di quel conflitto e cioè l’irrompere di una propaganda basata su menzogne che servirono a spingere verso la guerra una opinione pubblica che , fino a quel momento, sembrava riluttante. La più famosa di queste menzogne fu, certamente, la sbalorditiva malvagità esternata dalle truppe tedesche in Belgio, malvagità di cui le mani mozzate ai bambini rappresenta l’apice.
Se Sibialiria si sofferma su questa bufala, vecchia ormai di cento anni, non è certo per velleità enciclopediche o per additare una recente pubblicazione che, incredibilmente, la riprende come vera. Da sempre le guerre sono accompagnate o precedute da accuse al nemico di turno, presentato come un mostro capace di qualsiasi crimine : ma è solo con la Prima guerra mondiale – con l’irrompere dei quotidiani e delle cartoline a colori – che la creazione di falsi di guerra diventa una vera e propria industria che assolda grafici di talento, scrittori famosi, giornalisti… Il primo prodotto di successo di questa industria è stata, appunto, la leggenda dei bambini belgi con le mani mozzate dai tedeschi. Una bufala, una menzogna, che ha avuto un impatto emotivo enorme (il compianto giornalista Alessandro Curzi, ad esempio, ricordava che suo padre, socialista e da sempre contrario alla guerra, nel 1915 divenne interventista, quando apprese dai giornali questa notizia) e che ha contribuito in modo determinante a far precipitare l’umanità in una guerra costata milioni di morti.
E dire che se c’era una nazione che, veramente, faceva mozzare le mani ai bambini, questo era il Belgio.

Il Rapporto Bryce

Tutti le campagne mediatiche per avere successo devono contenere almeno due elementi: una storytelling, – e cioè un episodio di grande impatto emotivo che suggerisce un corpus di credenze – e l’autorevolezza di chi questo episodio narra (che, solitamente dissuade il pubblico dal verificarne la veridicità). Ad esempio, la storytelling dei “neonati strappati alle incubatrici nel Kuwait dai soldati iracheni” raccontata da Nayirah – una infermiera del Kuwait – fu considerata da molti attendibile non già dalla dichiarazione di questa anonima infermiera (che poi si scoprì essere la figlia di Saud Nasir al-Sabah, ambasciatore del Kuwait negli USA, e istruita dall’agenzia di pubbliche relazioni Hill & Knowlton,) ma dalla circostanza che nessuno della Commissione senatoriale USA (davanti alla quale fu pronunciata) osò metterla in dubbio. Oggi, generalmente, la veridicità della notizia è garantita dalla televisione e dai suoi ineffabili corrispondenti di guerra che, in qualche caso, dopo aver diffuso evidentissimi falsi – ad esempio, le “Fosse comuni di Gheddafi” – quando questi falsi sono universalmente riconosciuti tali, per garantirsi una verginità, dichiarano di essere stati ingannati.
Cento anni fa l’autorevolezza della notizia fu garantita dal ponderoso Rapporto Bryce, (qui è possibile leggere il documento in originale) – redatto, nel dicembre 1914, dal Comitato per indagare le voci sulle atrocità in Belgio istituito dal primo ministro inglese Herbert Asquith e diretto dal visconte Lord James Bryce – che riportante mostruose atrocità commesse dai soldati tedeschi in Belgio (persone stuprate, crocifisse, impalate, accecate… donne sgozzate e/o con mammelle amputate… e, soprattutto, bambini con mani mozzate) divenne, in poche settimane, un best seller.
Subito tradotto in 30 lingue dal governo inglese, il Rapporto Bryce, (anche grazie a veementi promotori come lo scrittore Arthur Conan Doyle, il creatore di Sherlock Holmes) conobbe varie versioni. In Italia, ad esempio, sia il Corriere della sera sia Il Messaggero ne stamparono una edizione popolare arricchita con varie illustrazioni. Da qui il libro di Achille De Marco Sangue belga che descriveva, con una fantasia davvero perversa, tutta una serie di mutilazioni tra cui “bimbe mutilate dei piedi e obbligate a correre sui moncherini per il passatempo spirituale della soldataglia tedesca”. Curiosamente, questo episodio non era riportato nel Rapporto Bryce – che il De Marco assicurava essere la fonte del suo libro – ma fu comunque ampiamente ripreso dalle successive “edizioni popolari” del Rapporto.
Innumerevoli sono state poi le raffigurazioni attestanti le atrocità riportate nel Rapporto. Soprattutto cartoline illustrate a colori; le più famose quelle commissionate dallo Stato maggiore francese al disegnatore Francisque Poulbot: si stima che la serie più famosa delle sue cartoline sia stata stampata in un milione di copie.



L’attendibilità del Rapporto Bryce

Finita la prima guerra mondiale, i documenti originali delle deposizioni dei presunti testimoni belgi (tutti anonimi) che costituivano il Rapporto Bryce rimasero secretati. Non fu questa l’unica stranezza che insospettì gli storici. Verosimilmente, c’era anche la curiosità di sapere come avessero fatto i membri della commissione di indagine coordinata da Bryce a gironzolare in un Belgio occupato dall’esercito tedesco e a incontrare così tante persone disposte (se pur anonimamente) a testimoniare. Fu per questo che alcuni ricercatori – tra cui Arthur Ponsonby e Fernand van Langenhove – ripercorsero le aree del Belgio (distretto di Liegi, Valle della Meuse, Aarschot,, Mechelen, Louvain…) menzionate nel Rapporto come teatro degli efferati crimini commessi dai tedeschi. Ma non trovarono alcuna conferma di questi supposti episodi. Analogo risultato quando indagarono su un famoso (cinque prime pagine sul Times) evento riportato nel Rapporto Bryce: tredici bambini del villaggio di Sempst violentati e poi finiti con le baionette. Poi passarono in esame l’evento clou: i bambini con le mani mozzate. Da cosa era nata questa leggenda? Sostanzialmente, da due rumors. Nel primo, un anonimo sacerdote del distretto di Termonde, in una predica, avrebbe raccontato di un bambino che lo aveva avvicinato per chiedergli quale preghiera innalzare a Gesù per fargli crescere le mani mozzate dai Tedeschi. Nel secondo, che sarebbe avvenuto in un ospedale del nord del Belgio, una bambina di sei anni con le mani mozzate avrebbe composto questa straziante preghiera (riportata nel periodico Semaine religieuse di l’Ille-et-Vilaine): “Signore non ho più le mani. Un crudele soldato tedesco me le ha prese, dicendo che i bambini belgi e francesi non hanno diritto ad avere le mani; che questo diritto lo hanno solo i bambini dei tedeschi. E me le ha tagliate. E mi ha fatto molto male. Ma il soldato rideva e diceva che i bambini che non sono tedeschi non sanno soffrire. Da quel giorno, Signore, la mamma è diventata pazza ed io sono sola. Il babbo è stato portato via dai soldati tedeschi il primo giorno di guerra. Non ha mai scritto. Certamente, lo avranno fucilato”. Le puntigliose ricerche di van Langenhove e di altri non trovarono alcuna conferma di questi episodi. Analogo risultato ottenuto da Francesco Saverio Nitti, già ministro durante la guerra e in seguito, presidente del Consiglio: “Abbiamo sentito raccontare la storia dei piccoli infanti belgi ai quali gli unni avevano mozzato le mani. Dopo la guerra, un ricco americano, scosso dalla propaganda francese, inviò in Belgio un emissario per provvedere al mantenimento dei bambini cui erano state tagliate le povere manine. Non riuscì ad incontrarne nemmeno uno. Mister Lloyd George e io stesso, quando ero capo del governo italiano, abbiamo fatto eseguire delle minuziose ricerche per verificare la veridicità di queste accuse, nelle quali, in certi casi, si specificavano nomi e luoghi. Fu rilevato che tutti i casi oggetto delle nostre ricerche, erano stati inventati.”
L’inattendibilità del Rapporto Bryce non significa, certo, che non vi furono esecuzioni sommarie, o altri crimini, commessi dalle truppe di occupazione tedesche. Esecuzioni dettate anche dalla psicosi imperante tra le truppe tedesche che vedevano nelle numerose feritoie che costellavano i muri delle case belghe (in realtà “fori in muratura” destinati a fissare le impalcature per gli imbianchini delle facciate) una postazione per cecchini. Psicosi, tra l’altro, istituzionalizzata da autorevoli opinionisti tedeschi come il professore universitario B. Händecke che sul quotidiano Nationale Rundschau spiegava che la crudeltà belga era già iscritta nell’arte fiamminga.

Scudi umani!

I falsi di guerra

La leggenda dei bambini con le mani mozzate, oltre che per il suo enorme impatto nell’opinione pubblica (In Italia, uno dei pochissimi studiosi che ne denunciò la falsità fu Benedetto Croce) merita di essere analizzata perché si basa su un aspetto che caratterizzerà fino ai nostri giorni i falsi di guerra: l’illogicità del gesto.
L’occupazione tedesca del Belgio era finalizzata all’invasione della Francia, non certo all’attuazione di una qualche pulizia etnica, per la quale, cioè, bisogna terrorizzare la popolazione autoctona per costringerla a fuggire. Corollario di questa strategia era l’esigenza per la Germania di garantirsi un Belgio relativamente tranquillo dopo che – già nei primi giorni dell’invasione – era stata neutralizzata gran parte della resistenza. In questo contesto – come fece notare van Langenhove – sarebbe stato del tutto illogico per la Germania non solo organizzare (secondo il Financial Times veniva direttamente dal Kaiser la direttiva di torturare i bambini, specificando – tra l’altro – quali torture dovessero essere eseguite) ma anche permettere ufficialmente il compiersi di tali gratuite atrocità contro la fascia più inerme della popolazione. In altri termini “…(di fronte a queste atrocità)…cosa altro avrebbero fatto gli abitanti dei paesini teatro di tali infamie se non avventarsi, magari con qualche coltello da cucina, sul primo tedesco che passava?” Se questo si fosse verificato, la Germania si sarebbe trovata ad affrontare una resistenza immensamente più feroce di quella che caratterizzo l’invasione del Belgio, durante la guerra franco-prussiana, nel 1870.
Nonostante ciò, innumerevoli, illogiche, menzogne di guerra (basti pensare ai cecchini di Assad che sparano sulle donne incinte), anche oggi, vengono prese per buone da gran parte dell’opinione pubblica. Come è possibile? Tra gli studiosi che si occuparono di questo fenomeno, un posto di rilievo spetta, certamente allo storico Marc Bloch che, nel 1921, pubblicò Riflessioni d’uno storico sulle false notizie della guerra un testo breve ma ancora oggi illuminante per capire su quali meccanismi i creatori di falsi di guerra basino il loro agire. “Solo grandi stati d’animo collettivi hanno il potere di trasformare in leggenda una cattiva percezione. – dichiara BlochUna falsa notizia nasce sempre da rappresentazioni collettive che preesistono alla sua nascita; la sua messa in moto ha luogo soltanto perché le immaginazioni sono già preparate e in silenzioso fermento.”
Una menzogna di guerra, quindi , serve sostanzialmente a cementare tutto un corpus di credenze già imposte all’opinione pubblica e a trasformare in paranoia il diffuso senso di insicurezza. Paranoia che, quindi, impone di fermare il nemico di turno prima che possa colpire anche l’inerme consumatore della menzogna (oggi, solitamente, un telespettatore). E bisogna agire subito, perché il nemico dispone, nel paese del consumatore, di una quinta colonna (pacifisti, disfattisti, comunità etnico-religiose…) o è dotato di imperscrutabili armi capaci di seminare ovunque distruzione.
Agli albori della Prima guerra mondiale la costruzione di un nemico capace delle più turpi efferatezze, che, se non lo si fosse fermato in tempo sarebbero dilagate dovunque, fu affidata in Italia (fino ai primi mesi del 1915 alleata dell’Impero austro-ungarico) ad una torma di giornalisti i quali furono letteralmente comprati da emissari del governo francese o inglese e/o da gruppi industriali interessati alle commesse militari. E così, in pochi mesi, fu imbastita una gigantesca campagna mediatica – imperniata sullo “stupro del piccolo e pacifico Belgio” – fatta propria da non pochi intellettuali e accompagnata da innumerevoli manifestazioni, culminate nel Maggio radioso, che chiedevano l’entrata in guerra.


Ironia della sorte, anche in quei giorni, “il Belgio”continuava a mozzare le mani ai bambini. Nel Congo, fino al 1909 proprietà privata di Leopoldo II re del Belgio. Per costringere le popolazioni a raccogliere nelle foreste il Caucciù e consegnarlo agli agenti della Société Générale de Belgique. Un abominio, accompagnato dallo sterminio – in 23 anni – di circa 9 milioni di congolesi, che aspetta ancora di essere ricordato in qualche museo o Giornata della Memoria.