Visualizzazione post con etichetta Hayek. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Hayek. Mostra tutti i post

martedì 3 luglio 2018

Von Hayek, il neoliberalismo e lo smottamento della sinistra

 di Olimpia Malatesta da Senso-Comune

 
La cosiddetta “sinistra” non si è semplicemente spostata dalla difesa dei diritti sociali a quella dei diritti civili. Questa è un’oziosa semplificazione del più devastante terremoto che ha distrutto la sua stessa essenza, ossia la ragione per cui essa rappresentava il polo opposto all’ideologia liberale. La sinistra non ha volto il suo sguardo verso un oggetto diverso, né ha soltanto ridefinito la presunta gerarchia (se mai dovesse esistere) tra diritti sociali e diritti civili. Essa si è gettata a corpo morto nel campo tradizionalmente occupato dal liberalismo perché è passata dalla volontà di realizzare un ordine materiale alla strenua difesa di un ordine astratto. Senza ricostruire tutte le complesse ragioni storiche ed economiche che hanno generato la sua sconfitta, ci limiteremo qui a prendere in considerazione l’orizzonte teorico abbracciato (spesso inconsapevolmente) dalle sue maggiori correnti intellettuali socialdemocratiche e spesso anche radicali. Talvolta sono i nostri peggiori nemici a spiegarci il mondo in cui viviamo molto meglio di quanto non facciano i nostri amici (forse proprio perché sono loro ad averlo ideato): le riflessioni del filosofo politico ed economista Friedrich August von Hayek sono illuminanti in questo senso.
Hayek distingue tra un ordine teleocratico e uno nomocratico. Il primo appartiene a quello che possiamo definire “il campo della socialdemocrazia o del socialismo” (1): si tratta di un ordine in cui il diritto deve garantire la realizzazione di obiettivi di natura collettiva e dal contenuto determinato (il loro contenuto può essere sociale, culturale, di classe ed è per questo che Hayek parla di ordine materiale). L’ordine teleocratico fissa degli obiettivi collettivi uniformi (nel senso che lo stesso obiettivo deve valere per tutti), poiché discendono da una più generale visione di ciò che si ritiene essere giusto per tutti gli individui di una determinata società. Ciò che quindi deve garantire il diritto sono delle finalità che traggono la loro ragion d’essere dall’esistenza di un ordine collettivo. Questo ordine collettivo presuppone la determinazione di specifici obiettivi sociali da realizzare e segnala contemporaneamente la possibilità stessa di costruire o disegnare una società secondo un ideale preciso.
Al contrario, l’ordine nomocratico o liberale pone una cornice giuridica il cui contenuto non è concreto (come nel caso dell’ordine teleocratico), ma astratto. Hayek parla di ordine astratto proprio perché la cornice giuridica posta dallo Stato di diritto deve garantire l’astratta libertà negativa del singolo individuo. In altre parole, scopo del diritto non è più quello di realizzare degli obiettivi specifici e concreti che valgano per la società nella sua interezza (come per esempio la giustizia sociale che Hayek disdegnava), ma quello di garantire ai singoli individui la sola possibilità di realizzare i loro scopi personali, il cui contenuto non viene determinato da nessuno, ad esclusione del singolo che agisce. Questo “ripiegamento” del diritto sulla difesa della possibilità della realizzazione personale, che prescinde da qualsiasi tipo di visione politica positiva (“positiva” nel senso di “dotata di contenuto concreto”), è motivata da quelli che Hayek definisce i limiti posti alla conoscenza umana: soltanto l’individuo può sapere cosa è bene per se stesso, mentre in nessun caso può sapere cosa è bene per una società nel suo complesso. Da questo “deficit gnoseologico” consegue che è impossibile disegnare, costruire una società ponendo degli ideali forti alla sua base. Non solo è impossibile, ma è anche frutto di un atteggiamento totalitario, secondo Hayek: nessuno può “imporre” all’individuo un modello di società. La libertà negativa del singolo consiste nell’assenza totale di impedimenti nel perseguimento dei suoi fini individuali. 
Ecco, pur non sapendo probabilmente nulla della teoria hayekiana dello Stato, oggi gran parte della sinistra sembra aver adottato il secondo modello di ordine, quello che difende l’astratta libertà negativa, proprio perché ha abdicato alla sua tradizionale capacità di disegnare la società, di immaginare un mondo in cui ciò che conta è innanzitutto la visione d’insieme, la determinazione di obiettivi sociali dal contenuto specifico che valgano per il corpo collettivo nella sua interezza. Oggi  questa sinistra si prodiga nella difesa di un ordine astratto, perorando il concetto di meritocrazia, sventolando la retorica dell’eccellenzastartuppara” come suo inalienabile vessillo. Il suo è un pensiero debole proprio perché finge di non difendere nessuna ideologia, quando a ben vedere fa spudoratamente il gioco di quello che dovrebbe essere il suo nemico: un diritto che difende soltanto la causa di un individuo tanto astratto quanto inesistente, la sua capacità di autorealizzazione, prescindendo totalmente dalla concretezza del contesto reale in cui questa realizzazione dovrebbe darsi (e solitamente non si dà, se le condizioni di partenza non sono quelle di un/a figlio/figlia di papà con tanti dindini) .
Il grottesco fronte anti-sovranista “calendiano” – ultimo parto mal riuscito della retorica della fine della storia – è il secondo riflesso di questa impostazione “anti-costruttivistica”. L’insostenibile distorsione del concetto di sovranità popolare (che di per sé non significa altro che “autodeterminazione di un popolo”), trasformata in “difesa del primato nazionale, della razza o dell’etnia”, è una menzogna figlia della rinuncia a qualsiasi desiderio di progettazione collettiva. Questa sinistra ha sacrificato se stessa sull’altare di un determinismo storico che postulava l’impossibilità di imprimere una direzione alle vicende umane dopo il fatidico 1989. Se la modernità – come argomenta magistralmente il filosofo tedesco Reinhart Koselleck – è stata inaugurata con l’entrata delle classi subalterne sulla scena politica, attraverso la conquista della loro autodeterminazione durante la Rivoluzione francese, allora la sinistra è deliberatamente contro-moderna, più che post-moderna: essa esclude a priori, come un dato incontrovertibile, che le classi subalterne possano ancora aprire un orizzonte d’aspettativa in cui far valere la loro capacità di plasmare la realtà. È precisamente questa occlusione del futuro ad aver fatto precipitare la sinistra nel baratro dell’irrilevanza storica. Così rimane schiacciata su un asfissiante ed eterno presente, incatenata com’è all’iperrealismo disfunzionale del vincolo esterno e del pareggio di bilancio. 
Insomma, la sinistra o è “costruttivista” o non è. O è capace di aprire un orizzonte d’aspettativa, ponendosi degli obiettivi collettivi, oppure non è politica, perché rimane inchiodata all’individualismo liberale, ci suggerirebbe Carl Schmitt (un altro “nemico” che non possiamo di certo definire un campione di democrazia). E dato che questi obiettivi non se li pone, perché, come ebbe a dire la Iron Lady “there is no such thing as society: there are individual men and women”, la sinistra non è solamente condannata ad essere “impolitica”. Semplicemente non esiste. 
(1) È bene precisare che con “stato teleocratico” Hayek non intendeva soltanto quello socialdemocratico, ma, più in generale, qualsiasi ordine che si ponesse dei fini che fossero di natura religiosa, etnica, di classe, culturale o nazionale. Dato che però l’obiettivo principale della sua polemica era precisamente lo stato sociale, ci limiteremo qui a prendere in considerazione soltanto questo significato.

sabato 12 marzo 2016

Quello che gli economisti non dicono. Intervista a Daniele Tori

a cura di Fabio di Lenola e Aldo Scorrano da leparoleelecose

[La prima versione di questa intervista, curata da Fabio di Lenola e Aldo Scorrano, è uscita sul sito del Csepi]
Daniele Tori si è laureato all’Università di Pavia in Scienze politiche e in Economia. È membro del Greenwich Political Economy Research Centre e membro del Post Keynesian Economics Study Group. Dal prossimo settembre assumerà la posizione di Lecturer in Finance alla Open University (UK). Attualmente si occupa di investimenti da un punto di vista microeconomico, le evoluzioni del sistema finanziario, e i processi di finanziarizzazione in generale.
Sono ormai trascorsi quasi dieci anni dallo scoppio della crisi che ha investito il mondo occidentale. In questo periodo l’Italia ha visto l’alternarsi dei vari governi Monti, Letta e Renzi che si sono mossi, sostanzialmente, in continuità con una linea o agenda europea di politica economica che potremmo definire conservatrice. Alla luce di quanto è emerso dall’operato di questi governi, possiamo dire che tale “linea”, sia stata e continui ad essere fallimentare?
Questi governi hanno essenzialmente provveduto, con modalità simili, a meri aggiustamenti in senso restrittivo delle politiche di bilancio in accordo con i dettami europei. Era già evidente in partenza che queste politiche, frutto di una comprensione meramente tecnica della crisi (regolamentazione del sistema bancario-finanziario, contenimento di deficit e debito), sarebbero state fallimentari. Le vere cause, anche per quanto riguarda la crisi statunitense dei sub-prime, sono sicuramente da ricercare nei meccanismi fondamentali di funzionamento delle economie capitalistiche avanzate, e non semplicemente in un problema di “regolamentazione dei mercati”. Si tratta di analizzare una complessa interazione tra fattori sociali e finanziari. Il deterioramento nella distribuzione funzionale del reddito (tra percettori di salari e di profitti) e nella distribuzione della ricchezza si è tradotto, da un lato, in una domanda aggregata asfittica e, dall’altro, ha incoraggiato comportamenti speculativi. L’economia Italiana si trova oggi in una situazione molto seria e precaria, soprattutto per la presenza di problematiche strutturali, non necessariamente legati alla congiuntura recente. A mio avviso, i vari governi Monti, Letta e Renzi non hanno minimamente scalfito le ingessature di un sistema socio-economico che deve essere rimesso in discussione ponendo al centro dell’azione politica, sociale ed economica, le questioni principali: lavoro, distribuzione del reddito e della ricchezza, investimenti. Focalizzarsi su questi punti significa interrogarsi criticamente su passato, presente e futuro della struttura socio-economica del sistema Paese, senza dimenticare la dimensione internazionale (non limitata al contesto europeo) all’interno della quale quest’ultimo è inevitabilmente inserito. Ripercorrendo con la memoria gli ultimi dieci anni non riesco a trovare nemmeno timidi cenni alle questioni sopra elencate nel dibattito politico.
Questo ossimoro denominato “austerità-espansiva” ha delle basi scientifiche o è il frutto di ideologia, intesa nella sua accezione negativa?
L’idea della austerità fiscale espansiva emerge attorno agli anni Novanta quando, economisti quali Francesco Giavazzi, Alberto Alesina, e Roberto Perotti sviluppano una critica secondo la quale, date certe condizioni, le politiche fiscali espansive di tradizione keynesiana possono avere effetti ‘non-keynesiani’, ovvero non stimolerebbero la domanda e, inoltre, causerebbero un deterioramento delle finanze pubbliche e quindi del sistema finanziario in generale. Sempre secondo questi autori, al contrario, politiche fiscali restrittive “ben strutturate” possono avere effetti positivi su investimenti, consumi ed esportazioni. Ormai famoso è poi il caso della pubblicazione di Reinhart e Rogoff (2010) nel quale i due autori affermano, sulla base dell’evidenza empirica, che un alto rapporto debito/PIL sia negativamente correlato al tasso di crescita di un’economia. Si è poi scoperto che l’esclusione selettiva di alcune nazioni e periodi nelle serie storiche -alla quale si aggiunge un errore grossolano di una formula del foglio Excel utilizzato dai due autori – sarebbe alla base di questi risultati ottenuti pertanto con scelte ad hoc. Tuttavia, al di là degli errori tecnici, quello che vorrei sottolineare è la scarsa importanza data al concetto di causalità. Infatti, se da un lato abbiamo gli strumenti per la costruzione di una relazione statistica tra due o più variabili macroeconomiche, abbiamo bisogno di una costruzione teorica che ne giustifichi i nessi causali. Se può essere vero che un elevato livello del debito pubblico può opprimere la crescita è altrettanto vero che un basso tasso di crescita può causare un aumento del debito (ovvero il rapporto debito/PIL può aumentare anche perché diminuisce il denominatore).
Sempre riguardo alle basi scientifiche della cosiddetta austerità espansiva, in un recente lavoro Botta (2015) rileva come a) la condizione teorica necessaria affinché una riduzione della spesa pubblica abbia un effetto positivo sui consumi sia potenzialmente possibile ma sostanzialmente irrealistica; b) l’effetto sugli investimenti di una contrazione della spesa è dubbio e dipende dagli effetti del consolidamento fiscale sul rapporto deficit/PIL e di conseguenza sulla percezione degli operatori finanziari circa la solidità delle finanze pubbliche e del sistema finanziario nel suo insieme. Inoltre, misure di austerità volte a ridurre i salari reali per aumentare la competitività internazionale poggiano sul “pericoloso mito” degli effetti benefici dell’abbassamento del costo unitario del lavoro (Storm, 2015).
In sostanza, le basi scientifiche ed empiriche sono molto deboli. Tuttavia, le istituzioni nazionali e internazionali hanno preso per vera e solida questa visione. Condita con l’equazione Stato=famiglia, ovvero che il settore pubblico debba ridurre la spesa in caso di cicli economici negativi proprio come si comporterebbe un “buon padre di famiglia”, essa va a formare la base delle politiche di austerità le quali, in ultima analisi, sono servite a giustificare interessi particolari mascherati da interesse economico generale.
I punti cardine dell’economia-mainstream sono rintracciabili, in sostanza, nei seguenti postulati: un individuo razionale che massimizza la propria utilità e nel principio della concorrenza. Cosa c’è di vero in questi due dogmi?
I principi di massimizzazione e massimizzazione vincolata dell’utilità sono categorie eleganti ed affascinanti dal punto di vista modellistico. Tuttavia, ci possono dire poco rispetto alla descrizione dei comportamenti degli agenti economici e presuppongono una visione dell’economia essenzialmente basata sul consumo. Qualsiasi tipo di massimizzazione presuppone una conoscenza perfetta dell’insieme delle probabilità riguardo a passato presente e futuro. Trovo in questo caso più appropriata l’idea di Keynes secondo cui gli individui si muovono in un mondo caratterizzato da incertezza fondamentale. Nella realtà, infatti, i comportamenti dei soggetti economici prendono forma secondo una “razionalità limitata”, ovvero sono in grado di valutare un set limitato delle informazioni a loro disposizione.
In aggiunta, il modello di concorrenza perfetta, prima che di poca aderenza con la realtà, soffre di inconsistenze logiche interne. Ad esempio, F.A. Hayek rileva che, se si accetta la definizione secondo la quale l’economia è la scienza della scarsità, questo significa appunto che tutte le risorse sul quale il sistema economico si basa, sono scarse. L’informazione è una risorsa produttiva ed è essenziale per il funzionamento del modello di domanda e offerta. Il modello presuppone inoltre la perfetta conoscenza e informazione da parte di tutti gli attori. Quindi, si ha che la conoscenza è una risorsa illimitata per chiunque. Quest’ultima non è quindi trattata come una risorsa scarsa, ovvero come dovrebbe essere secondo tale impostazione.
Questo modello presuppone perfetta competizione. Ma se questa non si realizza, possiamo tracciare le canoniche curve della domanda e dell’offerta? La risposta è chiaramente negativa. Le curve di domanda e offerta possono essere tracciata solo assumendo che tutti i consumatori e le imprese sono “price-taker”, ovvero assumono il prezzo di un bene o servizio come dato, e non hanno quindi potere di “controllo sul mercato”. La cosiddetta “welfare economics” ha come postulato principale quello secondo il quale il surplus dei consumatori è massimizzato quando il prezzo di un dato bene eguaglia il costo marginale di produzione del bene stesso (o costo unitario di ri-produzione). Da questo abbiamo che i consumatori stanno meglio se la struttura di mercato è il più prossima possibile alla concorrenza perfetta, nella quale la eguaglianza di cui sopra è garantita. Al contrario, i consumatori sono negativamente influenzati da condizioni di oligopolio/monopolio poiché vedono ridursi il loro surplus. Ma come si creano i monopoli? Un economista mainstream potrebbe optare per la risposta più’ ovvia e superficiale: i monopoli sono il risultato di una decisione governativa. Un’analisi più’ approfondita può rivelare un aspetto interessante: in un mercato competitivo caratterizzato da rendimenti di scala crescenti (costi in diminuzione all’aumentare della scala di produzione) vi è appunto un incentivo per le imprese a crescere in dimensione. Essere in competizione significa che le imprese meno efficienti falliscono, oppure vengono acquisite da quelle più efficienti. Quindi, è la competizione in sé che riduce il numero di concorrenti e aumenta il potere di mercato delle imprese sopravvissute e quindi vincitrici! Ci sono molti casi reali dove è possibile rintracciare questo meccanismo, soprattutto guardando agli Stati Uniti, considerata la patria del libero mercato. Basti infatti guardare alle evoluzioni negli ultimi trent’anni di mercati quali quello dell’aviazione, dell’intrattenimento, l’alimentare e, in parte, anche del settore bancario.
In più, credo che le unità di analisi più feconde siano, ancora, le classi sociali. Tuttavia, credo che una nuova via di ricerca sia quello di tradurre queste categorie tenendo conto delle trasformazioni che stanno interessando la produzione capitalistica, il lavoro e i mercati finanziari.
Da un altro punto di vista, io credo che, se accettiamo il cosiddetto mercato come una categoria la cui analisi non può prescindere da considerazioni riguardo a strutture dinamiche di potere (e di sfruttamento), la concorrenza causa inevitabilmente situazioni di oligopolio, duopolio o monopolio.
A mio avviso, utilizzare modelli di concorrenza per analisi economiche è molto rischioso e può portare a conclusioni errate.
Alcuni sostenitori dell’uscita dell’Italia dall’euro (noi lo siamo ma con delle prospettive differenti) raccontano che nell’ipotesi del ritorno ad una valuta nazionale “il mercato” prezzerà correttamente il valore della nuova valuta mediante il meccanismo della domanda e dell’offerta e questo movimento permetterà all’economia italiana di recuperare competitività sui mercati internazionali. In un mondo in cui i mercati monetari sono dominati dai movimenti di capitale, nella maggior parte per scopi speculativi, cosa resta nel meccanismo della domanda e dell’offerta?
Come ho cercato di spiegare prima, i meccanismi del modello di domanda e offerta soffrono di numerose inconsistenze logico-applicative. In più, applicare questa struttura per un’analisi dei mercati finanziari può portare a conclusioni errate o parziali. Aspettarsi una prezzatura corretta della nuova Lira è un ragionamento che pecca di ingenuità.
In aggiunta, non guarderei al recupero della competitività internazionale come a una variabile a cui tendere per sé. Credo che l’Italia abbia un’economia di dimensioni adeguate per puntare primariamente lo sguardo a un rilancio della domanda interna, in particolare gli investimenti, intesi soprattutto come rilancio delle infrastrutture economiche e sociali. Una convinzione ben radicata è che problemi relativi al costo unitario del lavoro siano le principali determinanti della competitività internazionale e della bilancia commerciale. In più, la riduzione dei salari in un Paese produrrà riduzioni simili in altri Paesi che vogliano seguire lo stesso sentiero di competitività. Questa politica paradossale ha prodotto, e continuerà a sostenere, una corsa al ribasso sui salari che pone vincoli seri alle esportazioni nel lungo termine (i salari del Paese A sono fonte di domanda di importazioni per il Paese B, e viceversa), ovvero la variabile che si voleva migliorare proprio attraverso alla compressione dei salari e dunque dei costi di produzione.
Infine, vorrei fare riferimento al lavoro di Nadia Garbellini ed Emiliano Brancaccio riguardo alle esperienze passate di abbandono di aree valutarie (Brancaccio e Garbellini, 2015). Questi autori rilevano come, se dal punto di vista empirico lo spauracchio della crisi inflattiva non trovi sostegni concreti, gli effetti sui salari reali e la distribuzione del reddito devono essere valutati con cautela, soprattutto poiché dipendono dalle specifiche configurazioni socio-politiche della nazione/area in analisi. In aggiunta, per comprendere le potenziali conseguenze sul sistema economico bisogna anche tener conto della struttura produttiva e in particolare della sua dipendenza da importazioni di beni intermedi e di consumo.
La nostra idea è che l’uscita dall’euro sia un fattore necessario ma non sufficiente. Inoltre l’uscita sarebbe necessaria per riacquisire libertà di manovra a livello di bilancio pubblico. Si può concordare sul fatto che la nuova valuta consentirebbe maggiore discrezionalità di spesa rispetto all’attuale assetto dell’euro, con conseguenti effetti benefici sull’occupazione?
Esattamente. Credo che una nuova valuta sia una condizione necessaria ma non sufficiente per avere maggiore discrezionalità per quanto riguarda la politica economica. A mio avviso, vi sono alcuni elementi importanti da considerare. Tra questi, il fatto che l’uscita dall’Euro non assicurerebbe automaticamente l’elezione di un governo lungimirante. Inoltre, pur assumendo un governo seriamente orientato alla piena occupazione, due problemi resterebbero:
1) Come sappiamo l’articolo 81 della Costituzione Italiana è stato modificato introducendo un sostanziale pareggio di bilancio, limitando la flessibilità del decisore pubblico nella determinazione dei volumi di spesa pubblica. Oltre alle difficoltà provenienti dall’esterno, ci si dovrebbe confrontare con un percorso legislativo abbastanza lungo.
2) Ammesso di poter superare il precedente problema abbastanza in fretta, non si dovrebbe sottovalutare il ruolo della struttura di potere in cui si sviluppano gli eventi economici. Non mi sento di condividere il mero idealismo che porta ad una visione strumentale dell’apparato Statale. Questo aspetto è ben analizzato da Kalecki (1943), il quale si focalizza sull’effetto del potere capitalistico sia nella società che nello Stato. Politiche volte all’ottenimento del pieno impiego metterebbero a rischio i “privilegi” (reddito, status sociale, influenza politica, etc.) della classe capitalistica e imprenditoriale. A mio avviso, pensare che questi ultimi possano passivamente assistere al loro declino senza reagire è, ancora una volta, una visione piuttosto ingenua.
Da un punto di vista strettamente economico, inoltre, l’uscita dall’Euro implicherebbe il confrontarsi con una gestione molto complessa di numerosi aspetti (gestione del debito estero, salvaguardia e ripensamento del sistema bancario, etc.). A mio avviso, l’uscita dal sistema Europeo dovrebbe essere inserita in un ripensamento generale del sistema-Paese, il quale richiede condizioni politiche di partenza al momento difficili da rintracciare.
Spesso, se non sempre, i canali d’informazione nazionale, a mezzo stampa o tv, ci propinano concetti che, dal nostro punto di vista critico, rappresentano dei veri e proprio luoghi comuni che inevitabilmente influenzano l’opinione pubblica, tipo: il debito pubblico è un onere per le generazioni future; la moneta è un semplice mezzo di scambio; un mercato del lavoro più concorrenziale aumenta l’occupazione; un bilancio pubblico in pareggio favorisce gli investimenti privati; le banche fungono da intermediari tra risparmiatori e investitori. Condivide la nostra critica? Se si, ce li può sfatare?
Condivido in pieno l’idea che l’informazione economica soffra di un deficit di approfondimento. Concetti complessi vengono presentati con argomentazioni che fanno leva su intuizioni spicciole, cui fa da specchio un’analisi economica superficiale e interessata. Tuttavia, anche nel mondo accademico si assiste allo stesso tipo di perseveranza nel non mettere in discussione concetti e metodi di analisi consolidati. I luoghi comuni sono una delle conseguenze della monoliticità teorica che caratterizza gli ambienti accademici. Qualcosa sta cambiando (si vedano tra le altre le esperienze delle Università di Leeds, Greenwich e Kingston) ma l’informazione sembra stentare a recepire un pluralismo che sta rinascendo. Sfatare questi “miti” richiede un’analisi approfondita, a rimarcare la complessità delle categorie socio-economiche. Un dato interessante è quello riguardo alla crescente consapevolezza da parte degli studenti di economia, specialmente nel Regno Unito, del bisogno di un cambiamento nell’educazione universitaria.
Il debito non è un onere per le generazioni future. Abbiamo già visto che non esiste una base empirica per sostenere la negatività di un certo livello di debito. E’ bene sottolineare come la preoccupazione per un onere futuro poggia sull’assunzione che, in un dato momento, il debito debba essere necessariamente ridotto o addirittura estinto. Le future generazioni vedranno ridursi i servizi pubblici o, allo stesso modo, dovranno versare maggiori imposte. Questo, si pensa, al fine di permettere allo Stato di poter rimborsare il debito grazie agli avanzi di bilancio. Poniamoci una semplice domanda: chi detiene il debito pubblico? Ovviamente il debito pubblico è una componente della ricchezza di privati cittadini. Significa, sostanzialmente, che ci indebitiamo con noi stessi! Un punto sviluppato dal professor Roberto Ciccone (2012) con cui mi trovo d’accordo sostiene che, se le generazioni future decideranno che il debito pubblico dovrà essere ridotto e dovranno sorbirsi un maggior carico fiscale (o riduzione dei servizi), questo sarà comunque compensato dallo stock di debito (ricchezza privata) che essi erediteranno dai precedenti detentori dei titoli. In più, la larga parte del debito italiano è detenuta da banche e istituzioni finanziarie italiane, credo poco preoccupate delle loro relazioni intergenerazionali. In aggiunta, credo sia importante distinguere tra la spesa corrente e la spesa per investimenti come componenti del debito pubblico. Se è vero che la prima possa essere razionalizzata (sempre comunque garantendo un livello di welfare appropriato), la seconda è una variabile che crea ricchezza nel lungo periodo. Se anche dovessimo pensare che il debito presente crei maggiori costi in futuro, è anche vero che i maggiori beneficiari delle infrastrutture finanziate dal debito saranno appunto le generazioni future, per le quali sarà quindi logico prendersi carico della spesa necessaria.
Un discorso più complesso riguarda gli effetti futuri della porzione di debito detenuta da operatori esteri, ma questo per il momento non sembra essere un problema per l’Italia in quanto assistiamo, almeno dal 2007-2008 ad un processo di sostanziale “ri-nazionalizzazione” del debito.
La moneta non è un semplice mezzo di scambio. A questo punto vorrei rispondere a mia volta con una domanda che lo stesso J.M. Keynes pone ai suoi lettori nella Teoria Generale dell’occupazione, dell’Interesse e della Moneta: se la moneta è un semplice velo che agisce da lubrificante per lo scambio di beni, perché assistiamo continuamente a meccanismi di accumulazione di moneta da parte degli agenti economici? Se accettiamo il fatto di vivere in un mondo caratterizzato da incertezza fondamentale, e che quindi non si possa predire il futuro, la moneta diviene un mezzo a disposizione degli agenti economici per affrontare questa incertezza con maggiore flessibilità. Inoltre, la moneta può essere accumulata come riserva di ricchezza, e quindi per fini speculativi.
Un mercato del lavoro più concorrenziale non aumenta l’occupazione. Si scrive concorrenza nel mercato del lavoro si legge riduzione del potere contrattuale della forza lavoro. Infatti, dal mio punto di vista i datori di lavoro, essendo coloro che decidono il volume degli investimenti e quindi dell’occupazione, sono in una posizione contrattuale privilegiata nel cosiddetto “mercato del lavoro”.
Le evidenze empiriche, a partire dal lavoro di Arthur Okun, Nicolas Kaldor e Petrus Verdoorn mostrano una robusta relazione positiva tra prodotto, produttività e occupazione. Secondo la “quasi dimenticata” legge di Kaldor-Verdoorn, nel sistema economico la variabile indipendente è il prodotto (output), mentre la variabile dipendente risulta essere la produttività del lavoro. Questo significa che il tasso di crescita della produttività è una conseguenza, e non la causa, del tasso di crescita della domanda aggregata.
Detto questo, possiamo vedere come il continuo richiamo al problema della bassa produttività del lavoro in Italia focalizzi l’attenzione sulla variabile sbagliata: con avanzi primari di bilancio pubblico (entrate mano spese al netto degli interessi sul debito), uniti ad una dinamica della distribuzione del reddito a sfavore dei percettori di salario (lavoratori dipendenti) abbiamo una riduzione della domanda aggregata (e quindi degli investimenti), la quale è la causa fondamentale della caduta della produttività del lavoro. Sul lato dei consumi, un mercato del lavoro concorrenziale significa un salario più basso. Questo è visto con favore dal singolo imprenditore siccome si tratta di una riduzione di costo produttivo. Tuttavia, per l’economia aggregata il salario è fonte di domanda. Salario più basso (e magari più incerto) significa domanda più bassa. Riguardo agli investimenti, se accettiamo che essi dipendano dalla domanda aggregata attesa di beni e servizi, un minor consumo ridurrà gli investimenti e quindi la domanda di nuovi occupati da parte delle imprese. Secondo questi meccanismi, il livello di occupazione diventa quindi la variabile residuale che dipende, in ultima analisi, dalla crescita della domanda aggregata.
In aggiunta, il lavoro è prima di tutto un rapporto sociale e non può quindi essere discusso, analizzato e compreso secondo meri meccanismi di mercato, o in termini di parametri tecnici. In un recente studio sul Regno Unito, viene analizzata la relazione tra la quota dei salari, la forza dei sindacati e la crescita economica (Onaran, Guschanski, Meadway, and Martin, 2015). Gli autori mostrano come nel Regno Unito la quota dei salari si sia ridotta notevolmente, seguendo una traiettoria comune alla maggior parte dei Paesi europei. Allo stesso tempo, la quota dei lavoratori iscritti al sindacato é scesa dal 50% al 25% in poco più di tre decadi. Queste due tendenze sono l’esito di, tra gli altri fattori, politiche governative volte a “riformare” il mercato in senso concorrenziale con un effetto negativo sui salari. Il reddito nazionale inglese, sostengono gli autori sulla base del loro studio, è trainato dalla domanda proveniente dai reddito da lavoro, piuttosto che dai profitti delle imprese. Gli autori concludono che la diminuzione della presenza sindacale ha avuto come risultato finale una minor crescita (stimata in una perdita pari a -1.6% per il periodo in analisi). Più che ad una maggiore flessibilità del mercato del lavoro si dovrebbe pensare ad una ri-regolamentazione di questo “non-mercato” verso una contrattazione collettiva caratterizzata da un ruolo attivo dello Stato nel provvedere alla definizione e controllo di strutture di contrattazione settoriali. In aggiunta, è necessario un orientamento delle politiche macroeconomiche volte al pieno impiego, al fine di (s)bilanciare le relazioni di potere e il sistema economico in generale.
Un bilancio pubblico in pareggio non favorisce gli investimenti privati. I sostenitori di un budget pubblico perfettamente bilanciato (Spesa governativa = Tasse + imposte) credono che, in caso di deficit (Spesa > Tasse + Imposte), il governo sarà costretto a prendere a prestito moneta e quindi, date le dimensioni del settore pubblico e quindi delle somme che può richiedere, questo produca una pressione al rialzo sul tasso di interesse reale (il prezzo del denaro al netto dell’inflazione). Il risultato sarà quello di un tasso ovviamente più alto di quello che si avrebbe se il settore pubblico non dovesse ricorrere al risparmio privato. Di conseguenza, dato l’alto costo del denaro gli imprenditori sarebbero scoraggiati ad accendere prestiti per i loro progetti di produzione. In altre parole, si dice che il “costo-opportunità” di prendere a prestito per i privati è aumentato, cosicché progetti di investimento che prima sembravano profittevoli vengono scartati sulla base del nuovo livello del tasso di interesse, appunto perché troppo “costosi”. Questo incide ancor più negativamente, alcuni sostengono, sulle imprese di piccole dimensioni che hanno più difficoltà a sopportare rialzi dei tassi, dato che si trovano in una posizione strutturale di “vincolo finanziario”. Secondo i sostenitori del balanced budget sostengono quindi che i deficit governativi “spiazzano” gli investimenti privati.
A mio avviso ci sono due critiche principali a questa visione.
In primo luogo, anche se lo spiazzamento è possibile in teoria, i deficit pubblici hanno anche un effetto opposto a quello descritto sopra. Infatti, una maggior spesa pubblica avrebbe come effetto primario un aumento della domanda aggregata totale (dato che, assumendo un’economia chiusa, il PIL è la somma di consumi ed investimenti privati più consumi ed investimenti pubblici), creando quindi nuove opportunità di vendita per il settore produttivo in generale (per la precisione, questo accade in una condizione di sotto-utilizzo della capacità produttiva, la quale sostanzialmente caratterizza i sistemi economici negli ultimi decenni). Il settore privato, a sua volta, sarà spinto ad incrementare gli investimenti per soddisfare la domanda attesa. È facile intuire come questo effetto sia ancor più importante in situazioni di incertezza sulle condizioni economiche da parte degli imprenditori. Questo è quello che in gergo viene chiamato “effetto moltiplicatore fiscale” della spesa pubblica.
In secondo luogo, come ho cercato di spiegare in risposta ad una precedente domanda, le evidenze empiriche supportano la visione per la quale il tasso di investimento dipende maggiormente dalla domanda effettiva attesa, piuttosto che dal livello del tasso di interesse. Facendo riferimento al periodo che stiamo vivendo ora in Europa, abbiamo che, seppur in presenza di tassi di interesse reali pari a zero (o addirittura negativi) il tasso di accumulazione nella maggior parte dei Paesi europei rimane sostanzialmente stagnante.
Le banche, e il sistema finanziario in generale, non fungono da intermediari tra risparmiatori e investitori. Le banche sono le istituzioni che creano la moneta-credito concedendo prestiti per la produzione, facendo sì che i crediti creino i depositi, e non viceversa. Questo è un fatto ormai accettato anche da istituzioni sostanzialmente “ortodosse” quali la Bank of England, la quale ha recentemente ha pubblicato un report divulgativo sull’argomento (Bank of England, 2014).
In aggiunta, la crescita del valore aggiunto riconducibile al settore finanziario evidenzia una disconnessione sistemica tra le dimensioni di quest’ultimo e le esigenze di finanziamento per la produzione del settore “reale”. Analizzando dati dell’OECD è possibile osservare che, negli anni Settanta il valore aggiunto del settore finanziario (Financial Insurance and Real Estate) in rapporto al PIL si aggirava attorno al 15-20% nelle principali economie avanzate. Nel 2008, questo rapporto si aggira attorno al 30-35%. A questo aumento non si è associata una equivalente crescita del valore aggiunto creato dal settore manifatturiero. In un recente studio da me co-autorato (Tori e Onaran, 2015), ci concentriamo sulla relazione tra il sistema finanziario e quello produttivo nel caso del Regno Unito. L’evidenza è di un effetto negativo sia dei pagamenti che degli introiti che le imprese produttive manifatturiere consegnano e ricevono dal sistema finanziario. Il crescente orientamento del settore non-finanziario verso attività finanziarie non-operative porta a minori investimenti in capitale fisso, e quindi ad una crescita stagnante e/o precaria. Questo meccanismo, associato ad una riduzione del reddito da lavoro, produce effetti negativi anche sulla produttività di lungo termine.
I moderni mercati finanziari non svolgono esclusivamente un ruolo di semplice intermediazione. In un recente lavoro con alcuni colleghi (Botta, Caverzasi, Tori, 2015) analizziamo ciò che viene chiamato “shadow-banking system”, evidenziando le relazioni tra quella che è la versione più evoluta di mercati e istituzioni finanziarie e l’economia reale. La nostra analisi cerca di chiarire che il sistema finanziario consente sì il funzionamento delle economie capitalistiche ma, allo stesso tempo, nuove interazioni all’interno del sistema finanziario possono influenzare indirettamente le dinamiche reali attraverso una variazione nel meccanismo di concessione del credito, dando così vita a turbolenti cicli espansione-crisi.
E’ infine interessante rilevare come centri di ricerca di istituzioni quali l’OECD e IMF mettano in dubbio la relazione aurea tra sviluppo dei mercati finanziari e crescita (OECD, 2015; Sahay et. al., 2015). Il sistema finanziario sostiene l’economia reale ma, quando la sua dimensione non giustifica i bisogni dell’economia reale, questo riduce la crescita di lungo termine.
[L’autore ringrazia Clara Capelli e Alberto Botta. Parte dei concetti espressi nell’intervista derivano infatti da continui confronti e discussioni su queste tematiche. Le opinioni espresse rappresentano il punto di vista dell’intervistato, espresso a titolo personale].
Riferimenti
Bank of England (2014) “Money creation in the modern economy” http://www.bankofengland.co.uk/publications/Documents/quarterlybulletin/2014/qb14q1prereleasemoneycreation.pdf
Botta, A. (2015) “The Theoretical Weaknesses of the Expansionary Austerity”, PKSG working paper, http://www.postkeynesian.net/downloads/working-papers/PKWP1511_rZzExWZ.pdf
Botta, A., Caverzasi, E., Tori D., (2015) “Financial–Real-Side Interactions in an Extended Monetary Circuit with Shadow Banking: Loving or Dangerous Hugs?”, International Journal of Political Economy, Vol. 44, No.3, pp. 196-227
Brancaccio E., Garbellini N. (2015) “Currency regime crises, real wages, functional income distribution and production”, Vol. 12, No.3, pp. 255–276. http://www.elgaronline.com/abstract/journals/ejeep/12-3/ejeep.2015.03.02.xml
Ciccone R. “Sulla natura e sugli effetti del debito pubblico” in Oltre l’Austerità, http://temi.repubblica.it/micromega-online/oltre-lausterita-un-ebook-gratuito-per-capire-la-crisi/
Kalecki M. (1943) “Political Aspects of Full Employment”, The political Quarterly, Vol. 14, No. 4, pp.322–330, http://mrzine.monthlyreview.org/2010/kalecki220510.html
OECD (2015), “How to restore a healthy financial sector that supports long-lasting, inclusive growth?” Economics Department Policy Note No. 27 , http://www.oecd.org/eco/How-to-restore-a-healthy-financial-sector-that-supports-long-lasting-inclusive-growth.pdf
Onaran Ö, Guschanski A., Meadway J., and Martin A. (2015) “Working for the economy: the economic case for trade unions”. [Working Paper] http://gala.gre.ac.uk/14083/
Reinhart C., Rogoff, K,S. (2010) “Growth in time of Debt” NBER Working Paper No. 15639 http://www.nber.org/papers/w15639.pdf
Sahay, R., Čihák, M., Papa N’Diaye, A., Barajas, R. B., Ayala, D., Gao, Y., Yousefi, S. R. (2015). “Rethinking Financial Deepening: Stability and Growth in Emerging Markets.” IMF discussion note SDN/15/08. https://www.imf.org/external/pubs/ft/sdn/2015/sdn1508.pdf
Storm, S. (2016) “German Wage Moderation and the Eurozone Crisis: A Critical Analysis”
http://ineteconomics.org/ideas-papers/blog/german-wage-moderation-and-the-eurozone-crisis-a-critical-analysis
Tori, D., Onaran, Ö. (2015) “The effects of financialization on investment: evidence from firm-level data for the UK”. [Working Paper] http://gala.gre.ac.uk/14068/


Un’altra Europa è impossibile

Il testo è il sunto di un intervento al convegno “La questione tedesca e la crisi della democrazia europea”, organizzato da Leonardo Paggi, Roma 26 febbraio 2016. E' stato pubblicato da Eguaglianza e libertà col titolo, un po' truce, "Perché questa Europa deve morire e morirà"
 
di Sergio Cesarotto da Politca&EconomiaBlog
La maggioranza della “sinistra” si crogiola nell’illusione che l’Europa possa mutare pelle sotto la spinta della solidarietà fra i popoli europei. Da dove scaturisca tale speranza non è dato capire. Il problema europeo è legato alla crisi della democrazia, all’anti-politica, alla diffusa disaffezione, se non aperta ostilità di gran parte della popolazione ai meccanismi della rappresentanza e della mediazione politica. In termini più accademici questa è definita la crisi della democrazia. Questa disaffezione si traduce nell’idea che la politica sia tutta uguale, destra e sinistra, e che i politici siano tutti disonesti. Alla base di questa disaffezione, e in fondo anche alla base della pochezza progettuale ed etica dei politici, v’è la sostanziale impotenza della politica nazionale ad affrontare piccoli e grandi problemi, una volta privata delle leve della politica economica, e in particolare della sovranità monetaria, improvvidamente cedute a istanze sovranazionali dominate dalle potenze europee più forti. Questo spiega dunque molte cose.
Spiega la disaffezione quale dovuta all’incapacità dei politici di risolvere i problemi, la disoccupazione in primis, mentre tutti si riempiono la bocca del medesimo mantra delle riforme (operando delle feroci contro-riforme). Spiega la sostanziale somiglianza fra destra e sinistra che agli occhi del comune cittadino è giustamente scomparsa. Qual’è la differenza fra Berlusconi e Prodi? Fra Monti e Bersani? Fra Renzi e Tsipras?  La politica è (nei tratti di fondo) la medesima ed è quella dettata da Bruxelles, Francoforte o Berlino. E spiega anche il drammatico scadimento della politica, screditata agli occhi delle persone capaci, per cui chi vale fa altro, e monopolio di personaggi che non hanno altro da occuparsi se non di conservare le poltrone per sé e per le proprie consorterie.

Detto in termini un poco più nobili, una volta esautorato e reso impotente lo Stato nazionale, che è il terreno primario in cui si svolge il conflitto sulla distribuzione del reddito, viene a mancare il sale della democrazia. Ma in verità il “sogno europeo”, è precisamente questo: un disegno liberista volto a esautorare i popoli nazionali dal potere di incidere sulle scelte dei propri governi nazionali, resi impotenti se non come strumenti d’ordine (vedi le riforme costituzionali in questa direzione). Stati nazionali filiali regionali dell’ordine ordo-liberista che “trasforma le leggi del mercato in leggi dello Stato” (Alessandro Somma), e ben individuato dai tedeschi nel Ministro unico dell’economia. Questa espropriazione dello Stato nazionale perfeziona lo svuotamento del terreno del conflitto sociale, dunque della democrazia, già mortificato dalla globalizzazione del capitale, lasciato libero di collocarsi dove più gli aggrada. E non ci si dica, per favore, che piccoli stati sovrani avrebbero vita dura nell’”economia globalizzata”, come si sente spesso. Polonia e Corea del Sud se la passano meglio dell’Italia, per fare qualche esempio.

Ma perché, mi si obietta, non lottare per un’Europa diversa? L’analisi economica - a cui invito a prestar fede non in nome della fiducia in una scienza discutibile, ma in nome del realismo politico a cui ci invitava un grande intellettuale, Danilo Zolo - ha da tempo indicato che un’unione monetaria fra Paesi a diverso grado di sviluppo può solo tenere con un cospicuo bilancio federale a scopo perequativo, precisamente la “tax-transfer union” tanto temuta dai tedeschi. Di che parliamo allora? Di utopie da cui Danilo Zolo ci suggeriva di sfuggire come la peste? Hayek lo disse chiaramente in un saggio del 1939: uno stato federale fra paesi culturalmente ed economicamente diversi e dotato di un cospicuo bilancio perequativo non sarebbe destinato a durare, e si lacererebbe presto sulla destinazione delle risorse (Jugoslavia docet). L’unico stato federale possibile è quello con uno Stato minimo, uno Stato ordo-liberista che detti le sole regole di mercato. Ma questo è lo Stato europeo che già abbiamo, e che la potenza dominante di cui parliamo oggi intende rafforzare. Quella che abbiamo è la sola Europa possibile, anzi potrebbe andar peggio.

La “sinistra” è responsabile di cotanto disastro continentale. In Inghilterra e negli Stati Uniti, la Thatcher e Reagan si sono resi responsabili di sconfiggere Keynesismo e Stato Sociale. In Europa l’ha in gran parte fatto la sinistra, in nome dell’Europa. Le responsabilità dell’Ulivo devono essere ancora conteggiate - ma c’è chi ha cominciato a farlo, come Giulio Sapelli. Ma forse non c’è n’è bisogno. La sinistra italiana sta finendo da sola nella spazzatura del 3%.

Abbiamo invece bisogno di una sinistra italiana che della battaglia per il ripristino dell’autonomia della politica economica nazionale faccia il proprio vessillo. Siccome la sinistra è più sensibile all’ orecchio della difesa della Costituzione, bene faremmo aa affiancare questa battaglia a quella della difesa dei valori costituzionali. Ma attenzione, se la sinistra ufficiale e intellettuale è sensibile ai valori costituzionali, la gente normale vede questi temi come estranei, lontani. Guarda con favore, per esempio, alla semplificazione dei processi politici. Quindi anche la battaglia per la difesa della Costituzione se ne gioverebbe, se da astratta difesa di principi si mostrasse come strumento di avanzamento sociale su temi concreti come piena occupazione, difesa di salari e Stato Sociale.

Un’ultima precisazione. Personalmente non credo che lo slogan “fuori dall’euro” sia oggi popolare. Tuttavia un sentimento anti-Europeo sta montando. L’euro crollerà se e quando diventerà politicamente insostenibile, e quest’esito va perseguito e preparato, progettando il dopo, una nuova Europa di Stati indipendenti e cooperativi. Purtroppo la sinistra italiana, nella sua maggioranza, va nella direzione opposta di coltivare il “sogno europeo”, predisponendosi all’oblio della storia. 

giovedì 1 ottobre 2015

C’è vita a sinistra? Un inizio di riflessione su sinistra e socialismo

di Sergio Cesaratto [1] da Micromega

  C’è vita a sinistra, afferma (non si domanda) perentorio il manifesto aprendo uno stanco dibattito dominato dal pensiero unico di un gruppo di soliti noti - lo dico con il rammarico dell’antico militante di quel gruppo e quotidiano. Fuori dal coro solo l’intervento di Stefano Fassina e quello del prof. Luciano Canfora che si è posto grandi e importanti domande. Gli altri contributi non varrebbe neppure la pena discutere.
L’astuto Hayek e l’europeismo ingenuo

La maggior parte si crogiola tenacemente nell’idea della riformabilità dell’Europa mentre si indigna al solo sentir parlare di riconquista della sovranità democratica nazionale. Riferendosi a un saggio dell’iperliberista (ma astuto) Friedrich Hayek, Oskar Lafontaine ha spiegato poche settimane fa perché un’Europa politica e dunque solidale non può esistere:
.

Ci piace pensare che quanto avevamo scritto poche settimane prima (anche in inglese) abbia avuto un’influenza su questa opinione.

Scrivevamo infatti che un argomento dirimente per dimostrare che un’Europa politica è pur possibile, ma solo con uno Stato minimale, viene da un vecchio saggio di Hayek del 1939. La sua argomentazione è che una federazione fra nazioni economicamente e culturalmente disomogenee (si potrà poi ragionare sull’importanza relativa dei due aggettivi) e che controlli un cospicuo ammontare di risorse, non potrà durare a lungo. Essa si fratturerà presto sui criteri di distribuzione delle risorse e/o del potere di allocarle. La fine dell’ex-Yugoslavia è l’esempio più evidente. E basti guardare a quello che succede in questi giorni (luglio 2015). Che legittimazione avrebbe un’autorità federale europea di andare contro la volontà di molti paesi di non aiutare la Grecia a sollevarsi? Non sarebbe neppure troppo democratico, a ben vedere. Questo pone la parola fine al sogno dei più tenaci europeisti per cui il problema dell’euro si risolverebbe completando l’unione monetaria con l’unione politica. Dalla padella nella brace verrebbe da dire.

L’astuto Hayek precisa che politicamente sostenibile sarebbe invece uno Stato federale “leggero”, che abbia poco o nessun potere redistributivo e che si occupi solo di regolamentare i mercati e poco altro. Esso sarebbe non solo possibile, ma desiderabile. Per un liberista, naturalmente, non certo per un socialista. Non sorprende che, tanto per fare un esempio nostrano, i più ostinati federalisti italiani siano i radicali, tenaci liberisti in economia. E non è un caso che il Rapporto dei 5 Presidenti (Draghi, Junker ecc.) sulla riforma politica dell’UE si rifaccia fondamentalmente al modello Hayek: nessuna funzione fiscale perequativa a Bruxelles, banca centrale monetarista e limitazione all’autonomia degli Stati nazionali.

In tal modo si completerebbe il disegno hayekiano che svuota del tutto gli Stati nazionali dei poteri monetari e fiscali, privando le classi lavoratrici nazionali del loro terreno naturale di conflitto: il proprio Stato nazionale. La democrazia si riduce così alle lotte per le libertà civili, coerentemente ritenute centrali dai radicali (il resto la fa il mercato). Si completa così anche la globalizzazione: non solo il capitale si sottrae al conflitto delocalizzando, ma anche lo Stato si fa evanescente - di esso rimane solo il sorriso beffardo del gatto di Alice lassù da Bruxelles.

Naturalmente l’indefesso internazionalista ci dirà che a fronte della globalizzazione di Stato e capitale, anche il lavoro si deve internazionalizzare e creare fronti sovra-nazionali. La storia è tuttavia parca di esempi in questa direzione. L’intreccio fra lotte per l’indipendenza nazionale e per il socialismo è invece un classico della storia del movimento operaio.

L’indefesso keynesiano di sinistra (utopista o liberal-socialista) ci dirà che, potenzialmente, i lavoratori dei diversi paesi hanno tutti interesse a politiche espansive, in particolare quelli tedeschi a politiche di sostegno ai salari, sì da far svolgere a quel paese un ruolo di traino della domanda aggregata in Europa. Questo allevierebbe le problematiche della moneta unica. Potenzialmente, appunto. Come vedremo più avanti, già negli anni 1970 la sinistra del Labour inglese criticava posizioni che facevano leva su congiunzioni astrali per cui governi progressisti e keynesiani si trovano al potere allo stesso tempo. Su questo non si può fare affidamento – ammesso e non concesso che difficoltà non possano scaturire anche fra governi progressisti di paesi disomogenei.

La vicenda greca impone che la sinistra prenda coscienza delle ragioni profonde della crisi europea, e smetta di attribuirla a una generica tecnocrazia neoliberista. Vi sono ragioni materiali per cui questa è l’unica Europa possibile ed è quella che le élite desiderano, avvantaggiandosi anche dell’ingenuo europeismo della sinistra. Come Hayek aveva ben colto, il federalismo è la Mecca dei liberisti (e dovrebbe essere anatema per i socialisti). Questo non implica l’abbandono dell’idea della fratellanza fra i popoli. Attenzione però al fondamentalismo utopico: è di un vecchio e colto amico de il manifesto (quando non ospitava gli zombie), Danilo Zolo, ricordare la massima di Proudhon, “Chi dice umanità cerca di ingannarti” [questo ce lo dobbiamo ricordare anche sulla questione immigrazione, basti pensare il cinismo con cui si è parlato di allentamento dei vincoli fiscali europei per i paesi europei che avessero accolto un congruo ammontare di migranti, un segno di disprezzo per i milioni di disoccupati dell’Europa periferica].
L’affermazione di Corbyn: l’ennesima illusione?

Queste cose ce le siamo dette, ma qual è l’alternativa che proponiamo? Certamente la vittoria di Corbyn alla leadership del Labour Party dimostra che a sinistra c’è vita, peraltro chi ha mai dubitato che le “idee di rivolta non muoiono mai”? Il quesito che si pone alla sinistra laddove abbia prospettive di governo – ça va sans dire che in Italia siamo anni luce da questo – è “per fare cosa?”

Al riguardo, un recente bel saggio su unìottima rivista della sinistra americana articola un confronto fra la capitolazione di Tsipras e quella di Mitterand nel 1981-82, ambedue guarda caso alla Germania. Ora la Francia non è la piccola e disgraziata Grecia, ma a maggior ragione il parallelo si fa interessante. Mitterand andò al potere su un programma molto avanzato di nazionalizzazioni, redistribuzione e sostegno alla domanda aggregata. Un programma keynesiano insomma, ma con delle ambizioni socialiste. La mancata cooperazione economica da parte dei partner, Germania in primis, che perseguivano politiche di rigore, pose fine all’esperimento. La questione è semplice: qualunque paese che autonomamente decidesse di crescere di più sostenendo la domanda interna, per esempio accrescendo salari e spesa sociale, incorrerebbe rapidamente in problemi di bilancia dei pagamenti. Questo puntualmente accadde in Francia. Con una delle innumerevoli giravolte che lo contraddistinsero, il Presidente francese si convertì al rigueur decidendo di mantenere la partecipazione della Francia al Sistema Monetario Europeo (l’antesignano dell’euro) e da allora quel paese è diventato la dama di compagnia di Fraulein Deutschland che conosciamo.

Se il coraggio di andare per la propria strada mancò alla orgogliosa e avanzata Francia, certo le cose sono state ben più difficili per la povera Grecia. Si dice che il leader inglese Corbyn provenga dalla tradizione della sinistra labour che fu di Tony Benn, Michael Foot, Ken Livingstone (qui). Anche quella sinistra, con Tony Benn ministro dell’industria, si trovò al governo. Le difficoltà al suo programma radicale di politica industriale (qui) provennero allora dalla stessa destra laburista. L’Alternative Economic Strategy (AES) è fatta di controlli, in primis sui movimenti di capitale (ma qui persino il FMI accondiscende in certe condizioni), ma anche e soprattutto delle importazioni.[2]
L’Alternative Economic Strategy

Bob Rowthorn (università di Cambridge), uno dei più influenti economisti eterodossi degli anni 1980, membro del Partito comunista inglese, in due attualissimi articoli (1980 e 1981) spiega e difende la AES rivendicandone il carattere nazionale sulla base dell'argomento di buon senso che giustizia, lavoro e benessere nel proprio paese non possono attendere che governi di sinistra si instaurino anche in altri paesi. Questo dimostra anche che la sovranità sul tuo proprio Stato è pregiudiziale a qualsiasi speranza di cambiamento, alla faccia degli europeisti di sinistra che inflazionano il pensiero unico de il manifesto.[3] Osservando preliminarmente come la AES prevedesse l’uscita del Regno Unito da quello che allora si chiamava Mercato Comune Europeo (che ostacola l’intervento pubblico nell’industria) (1981: 1), Rowthorn ci sembra ben anticipare i termini del dibattito corrente, un de te fabula narratur:

the crisis which is affecting millions of British people is upon us now. If the left is to exploit the present situation, it must have a programme which offers these people some hope, and it must think in terms of something more practical than a European or world revolution. Those who attack a national strategy for socialism in Britain as doomed to failure, and call for a European or world revolution, may sound very revolutionary. But in fact theirs is a doctrine of despair, and however much their views may inspire a small vanguard of sympathisers, they can only breed demoralisation amongst the mass of workers to whom they offer nothing.” (1980: 3).

Più crudo di così…
Fra Mitterand e Lenin

Che tutto questo sia difficile, forse ancor più difficile oggi che alcuni decenni fa, siamo d’accordo.[4] Il perseguimento di strade nazionali si scontra sia col capitale nazionale che con quello internazionale, e necessita un sostegno ampio delle masse popolari (si vedano le belle conclusioni del saggio su Mitterand e anche analoghe riflessioni di Rowthorn 1980 e 1981). Ma ci sono alternative? Che in nome di utopie internazionaliste senza alcun fondamento ci si rifiuti persino di intraprendere una difficile strada di ricerca di strade alternative è colpevole (oltre che stupido). Mitterand stesso ebbe a dichiarare: “In economia ci sono due soluzioni. O sei un Leninista. O tu non cambierai nulla”. Oggi non si tratta di dividersi se Tsipras sia o no un traditore o un opportunista o quello che si vuole. Questo è irrilevante. La questione è constatare freddamente la sfida enorme che un governo di sinistra si trova di fronte, l’altro ieri Mitterand, ieri Tsipras, domani Corbyn (o Fassina)?

La mancata determinazione a percorrere una strada radicale non può non essere stata negativamente influenzata dal fallimento del socialismo reale su cui non v’è riflessione alcuna e su cui a sinistra si è steso un telo, non pietoso ma pavido. La crisi della sinistra si identifica per molti versi con la crisi dell’idea stessa di socialismo, dopo il crollo del socialismo reale.[5] Per contro v’è un “capitalismo scatenato”, come lo definì un altro indimenticato economista inglese Andrew Glyn, che, sebbene ben lungi dal funzionare senza problemi – basti ricordare la problematica della stagnazione secolare -, appare dominare incontrastato con una crescente, disgustosa e spudorata diseguaglianza accompagnata dall’abbattimento dei diritti sociali e politici.[6] La violenza del capitalismo si manifesta sfacciatamente anche verso l’ambiente. Si presti attenzione che il “capitalismo scatenato” si contrappone al capitalismo regolato degli anni d’oro 1950-1970 quando la sfida socialista era ben viva imponendo al capitalismo un comportamento più improntato alla giustizia sociale, come anche la sinistra buonista con ritardo riconosce nelle proprie riviste. Piaccia o non piaccia, si è trattato dell’epoca più felice e piena di speranze per interi popoli mai verificatasi nella storia umana, sia da noi che nei paesi più poveri.[7] Ora abbiamo un capitalismo al contempo in crisi perenne e clamorosamente vittorioso.[8]

Il crollo del socialismo reale ha dunque al contempo consentito lo scatenamento di un capitalismo barbaro e l’indebolimento delle capacità di reazione della sinistra.

E tempo che la sinistra riprenda la sfida alla barbarie del capitalismo iperliberista. Comprendere che le istituzioni sovranazionali sono spesso un suo strumento per svuotare le democrazie nazionali (qui) è un primo passo, il più banale peraltro. C’è una reticenza, al riguardo, nel noto e meritorio documento Piano B sottoscritto a Parigi anche da Fassina, anzi in un certo senso un passo indietro rispetto a quanto qui argomentato laddove si afferma che: “Nessun paese europeo può operare per la propria liberazione in modo isolato. La nostra visione è internazionalista”. A me sembra che ciò che degli autentici internazionalisti devono sottoscrivere è una dichiarazione di sostegno a governi di sinistra che si vedessero costretti, com’è probabile, a muoversi in autonomia avendo contro il capitale nazionale e internazionale.[9] Ma questi sono problemi relativamente semplici a risolversi, una volta compresi.

Così come non mi fascerei la testa di fronte alla difficoltà di determinare come potrebbe avvenire una dissoluzione dell’euro o una uscita unilaterale. Questa può avvenire solo in seguito a una radicalizzazione della situazione, ovvero a una rivolta popolare contro politiche che non danno prospettive di lavoro e benessere. Queste fasi sono drammatiche per definizione, il punto è la volontà popolare di affrontarle. Il referendum greco ha dimostrato come una stragrande maggioranza della popolazione possa essere pronta a farlo (e per un paese povero le cose sono ben più difficili). Il nostro compito è portarla a questo grado di consapevolezza ed esasperazione. “Loro” cercheranno in tutti i modi di evitare questa drammatizzazione.

Costruire una alternativa è la vera sfida. Credo che la priorità sia il tema dell’occupazione, della piena occupazione, tema su cui bisogna battere senza sosta prima e sopra ogni altro (come tipicamente non fa la sinistra). Solo così si può conquistare il consenso. Poi va impostata una ricerca sistematica sulla problematica del socialismo. Sia il capitalismo di Stato, sperimentato in occidente, che il socialismo reale, hanno incontrato seri problemi di inefficienza, corruzione e quant’altro. Quelli della pianificazione o, nella versione occidentale, della programmazione sono tematiche abbandonate da tempo. Il capitalismo scatenato rivendica una propria vittoria sul piano dell’innovazione tecnologica: è proprio così? E se è così, è davvero una battaglia perduta? Ma su tutte v’è la domanda se un paese può davvero oggi andare per proprio conto, date le relazioni economiche con l’estero diventate sempre più complesse e l’assenza di un blocco economico socialista su cui l’AES faceva per esempio affidamento. Se non è così, beh allora lasciamo perdere.

Personalmente credo che solo se la sinistra decide di affrontare a viso aperto queste sfide, che sono inscindibilmente politiche e intellettuali, potrà dimostrarsi viva. Sennò rimarrà una agglomerato marginale di anime belle votato a presunte nobili battaglie, a cui la maggioranza dei suoi concittadini sono in genere estranei, e ad altrettanto ignominiose sconfitte. Inutile polvere di storia.
Principali riferimenti bibliografici

Birch, J. (2015) https://www.jacobinmag.com/2015/08/francois-mitterrand-socialist-party-common-program-communist-pcf-1981-elections-austerity/ Cesaratto, S. (2014) http://www.asimmetrie.org/working-papers/wp-201502-fra-marx-e-list-sinistra-nazione-e-solidarieta-internazionale/

Cesaratto, S. (2015) http://www.asimmetrie.org/working-papers/wp-201508-alternative-interpretations-of-a-stateless-currency-crisis/ Panitch, L. (2015) https://www.jacobinmag.com/2015/09/jeremy-corbyn-benn-miliband-leadership-election/

Pivetti, M. 1978. "Il controllo delle importazioni nell'impostazione del Cambridge Economic Policy Group", Note Economiche, n. 4, 1978. Ramanan (2013) http://www.concertedaction.com/2013/04/25/nicholas-kaldor-on-floating-exchange-rates/

Rowthorn, R. (1980) https://www.marxists.org/history/etol/newspape/isj2/1980/no2-008/rowthorn.html Rowthorn, R. (1981) http://www.amielandmelburn.org.uk/collections/mt/pdf/81_01_04.pdf Sundaram, J.K. e Popov V. (2015) http://wpfdc.org/blog/economics/19430-income-inequalities-in-perspective

Note

[1] Ho preparato queste note per un dibattito con Giorgio Cremaschi a una festa anti-fascista a Brescia il 18 settembre 2015. Non avrei mai scritto queste cose se non avessi avuto dei grandi maestri. Pierangelo Garegnani (1930-2011) che da subito ci fece studiare l’esperienza del governo Mitterand, più sotto ricordata, oltre ad incitarci a occuparci di temi concreti, lui il massimo dei teorici economici. E Massimo Pivetti, fra i primi allievi di Garegnani, l’esponente italiano dell’Alternative Economic Strategy (Pivetti 1978) più sotto richiamata, oltre che fra i più noti e rigorosi economisti eterodossi del mondo. Da loro ho appreso che fu la sfida del socialismo reale a rendere il capitalismo più umano, sino a che durò, e che la disoccupazione è il maggiore fattore disciplinante dell’economia di mercato. L’ho appreso 35 anni fa. Ringrazio G. Bergamini, M. D’Antoni e L. Turci per alcuni puntuali commenti.
[2] Gli estensori dell’AES ritenevano, presumibilmente, che la flessibilità del cambio non sarebbe stata sufficiente ad assicurare il pareggio dei conti esteri a fronte di politiche interne espansive e che, inoltre, un deprezzamento del cambio avrebbe avuto effetti negativi sui salari deprimendo sia i consumi interni che il consenso popolare al governo di sinistra. Del resto anche Kaldor, l’economista più influente e prestigioso della sinistra labour era divenuto negli anni più scettico sugli effetti risolutivi di una svalutazione della sterlina (qui).
[3] (Rowthorn 1980: 2).
[4] L’AES faceva affidamento, per esempio, sul commercio col blocco socialista che avrebbe certamente guardato con interesse ad accordi con paesi tecnologicamente avanzati come Regno Unito e Francia. Il governo Tsipras, com’è noto, ha avvicinato i cosiddetti BRICS per un eventuale sostegno in caso di rottura con l’UE. Le versioni su questo come su altri aspetti della vicenda greca sono varie (la mossa fu solo strumentale senza crederci molto; sono stati i BRICS a defilarsi ecc.). Di certo i BRICS costituiscono un interlocutore meno affidabile dell’allora blocco socialista.
[5] La crisi del socialismo reale può essere fatta risalire ad almeno due importanti fattori: a) l’indisciplina e l’assenza di incentivi all’impegno lavorativa in società in cui il lavoro è garantito; e b) le difficoltà proprie alla pianificazione economica (a uno studio superficiale non sorprendono le inefficienze quanto che apparati così dirigistici potessero addirittura marciare).
[6] Una costante banalità “di sinistra” è che il capitalismo sia in crisi, e dunque stia sul procinto di crollare. Se prendete un volantino dell’estrema sinistra di qualunque decennio (1950, 1960, ecc), il capitalismo è definito in crisi, non c’è mese o giorno in cui non sia stato definito in una crisi esiziale. In effetti non è sbagliato dire che il capitalismo sia costantemente in crisi: non può che essere in così in un sistema in cui domina la diseguaglianza che ha per conseguenza un problema di domanda aggregata, di sbocchi per la produzione. Questo è vero anche oggi, soprattutto oggi che la diseguaglianza è aumentata drammaticamente, tant’è che gli economisti borghesi parlano di “stagnazione secolare” (dov’è la domanda?). Ma gridare al capitalismo in crisi quasi stesse per crollare è dir nulla. Il punto è capire come il capitalismo di volta in volta reagisca al problema della domanda aggregata (con le guerre, facendo indebitare il ceto medio o i paesi periferici e quant’altro).
[7] E’ vero che il “capitalismo scatenato” ha tirato fuori dalla povertà milioni di individui creando una classe media nei BRICS e persino nell’Africa subshariana, ma l’ha fatto senza creare quelle istituzioni di democrazia sociale e stabilità economica che avevano caratterizzato lo sviluppo europeo nel secondo dopoguerra, e anzi in buona misura al prezzo dello smantellamento del modello europeo sottoposto alla pressione della concorrenza della globalizzazione. I danni ambientali sono stati impressionanti.
[8] Come è stato notato: “Today, capitalism is the only ‘show in town’, and the main choice and debate is among varieties of capitalism, rather than between capitalism and some alternatives” (Sundaram e Popov 2015: 10). Mi sembra nostro compito cambiare questa situazione deprimente.

[9] Come mi ha fatto notare Massimo D’Antoni, l'idea che nessun paese si possa salvare da solo affermata nel documento di Parigi offre il fianco alla facile critica: se trovi le risorse di cooperazione per uscire bene dall'euro, troverai anche quelle per correggere l'unione monetaria senza uscire. E in ogni caso solo una improbabile congiunzione astrale farà trovare governi di sinistra radicale al potere contemporaneamente nei grandi paesi.


domenica 21 ottobre 2012

Da Lyotard a Pannella: miseria del postmodernismo

Come fu possibile che la sinistra novecentesca, madre del sistema del welfare all’interno di una concezione universalistica dei diritti, si svegliò un giorno ‘postmoderna’? Perché da una generazione all’altra ciò che prima era sinonimo di ‘protezione’ è diventato il volto di un insopportabile dispositivo repressivo? E qual è la pars destruens da salvare del cosiddetto ‘pensiero debole’? Dal nuovo numero in uscita di “Critica Liberale” anticipiamo il saggio di Pierfranco Pellizzetti sulle sbandate intellettuali che ci hanno condotto da Pannella a Berlusconi.
di Pierfranco Pellizzetti da Micromega

«I diritti sociali sono le ‘stecche del corsetto’ della cittadinanza democratica» Jürgen Habermas [1]
«Le rabbiose contestazioni proletarie contro i capitalisti sfruttatori cedettero il passo a slogan spensierati e ironici che chiedevano libertà sessuale» Tony Judt [2]
L’età della fiducia e del civismo
Il trauma funzionò da elettrochoc per almeno due generazioni: borghesi illuminati alla Keynes, poi riformatori liberali alla Beveridge, tutte queste persone intelligenti e generose avevano appreso al meglio la lezione del recente passato; trovando nella pubblica opinione del tempo terreno fertile per il loro costruttivismo sociale di stampo liberalsocialista e welfariano. L’arrivo dei loro figli e nipoti sessantottardi azzerò definitivamente tali effetti.
Il trauma interiorizzato al quale ci si riferisce era stata l’immane catastrofe di due guerre mondiali, inframmezzate dalla crisi del 1929 con la relativa depressione.
L’(inintenzionale) effetto positivo, derivato da tali spaventose devastazioni, fu che negli anni di ferro e di fuoco gli Stati impararono – come mai prima – a mobilitare, regolamentare e pianificare per scopi comuni, condivisi. Una lezione bellica che non venne dimenticata nel tempo di pace. Dal New Deal roosveltiano alla Great Society, dal Welfare State all’Economia Sociale di mercato tedesca.
Il vero miracolo nel miracolo fu che, per alcuni decenni, i cittadini trovarono assolutamente condivisibili tali pratiche, anche perché sottoposte alle regole del controllo democratico. Pratiche che operavano in senso distributivo attraverso la tassazione progressiva e tenendo a bada il mercato, le sue crisi cicliche e i suoi spiriti animali. Ciò fu reso possibile proprio perché si era venuto accumulando un vasto patrimonio di fiducia nei confronti delle politiche pubbliche; che rendeva credibile l’idea stessa di progetto orientato al futuro, faceva ritenere possibile ogni intrapresa collettiva.
Difatti – come sostiene il politologo di Harvard Robert D. Putnam – «la fiducia è un lubrificante della vita sociale». E in quegli anni tale risorsa abbondava, tanto da far crescere ciò che ancora Putnam definisce – riferendosi agli Stati Uniti – la “lunga generazione civica”. «Nata più o meno tra il 1910 e il 1940: un ampio gruppo di persone considerevolmente più impegnate negli affari della comunità e più fiduciose rispetto ai più giovani. Il cuore di questa generazione civica è la coorte nata tra il 1925 e il 1930, che ha frequentato la scuola elementare durante la Grande Depressione, ha trascorso la Seconda guerra mondiale alla scuola superiore, ha votato per la prima volta nel 1948 o nel 1952, ha iniziato a sistemarsi negli anni ’50 e ha assistito alla prima trasmissione televisiva verso i trent’anni. Da quando esistono i sondaggi d’opinione a livello nazionale, questa coorte risulta eccezionalmente civica: vota di più, si associa di più, legge di più, si fida e dona di più»[3].
Nel Vecchio Continente il fenomeno, seppure leggermente in ritardo, è stato analogo.
Come analoga fu l’inversione di tendenza sulle due sponde dell’Atlantico.
Commenta lo storico british, seppure naturalizzato USA, Tony Judt: «per tutti coloro nati dopo il 1945, lo Stato sociale e le sue istituzioni non erano soluzioni a dilemmi precedenti: rappresentavano le condizioni normali dell’esistenza (ed erano piuttosto noiose). I baby boomers, che a metà degli anni Sessanta facevano il loro ingresso all’università, non avevano conosciuto altro che un mondo di crescenti opportunità, generosi servizi sanitari e scolastici, ottimistiche prospettive di ascesa sociale e (forse soprattutto) un indefinibile ma onnipresente senso di sicurezza. Gli obiettivi della precedente generazione di riformatori non interessavano più i loro eredi, anzi venivano percepiti sempre di più come restrizioni alla libertà e all’espressione individuale»[4]. In ogni caso, nascere e diventare adulti dopo il secondo conflitto mondiale è risultato completamente diverso dall’averlo fatto prima. Come se queste nuove coorti generazionali fossero state esposte a una sorta di “raggi X anticivici”; che le ha rese sempre meno inclini a sentirsi parte integrante di un contesto sociale più ampio, a condividere progetti collettivi.
Restano da capire i percorsi intellettuali che hanno accompagnato la “rottura del consenso del dopoguerra”, offrendo le parole per rendere dicibile la cosa: il salto psicologico generazionale; con il conseguente declino della parte politica che di quel consenso era stata la diretta destinataria e interprete: la Sinistra politica.
Dal viaggio per uno scopo al nomadismo senza scopo
Certo, i lunghi decenni di successi incontrastati avevano gradatamente fatto perdere spinta propulsiva al fronte del riformismo sociale, armato degli strumenti messi a punto dal massimo pensatore del tempo: John Maynard Keynes.

Declino che si accompagnava alle crescenti attrattive da “ozi di Capua” offerte dagli organigrammi pubblici e agli imbolsimenti burocratici.
Soprattutto, la Sinistra occidentale non era minimamente attrezzata ad affrontare una sfida che la colse del tutto di sorpresa. Infatti – sino a quel momento – “il nemico” da tenere sotto osservazione continuava a essere considerato il Totalitarismo, nelle sue differenti forme e revival (per l’intero fronte quello fascista; per buona parte dei riformatori occidentali pure quello comunista sovietico). Mentre il Capitalismo sregolato (in base alla sconsiderata ideologia ottocentesca del Mercato “autoregolantesi”) veniva ormai giudicato una belva del tutto addomesticata e resa innocua; vuoi dai patti storici stipulati (quello fordista e welfariano in particolare), vuoi dalla crescente accumulazione di ricchezza resa possibile dalle esperienze di economia amministrata e “mista” pubblico/privata.
Sicché l’irrompere dall’esterno di un potente avversario – quale il Thatcher-Reagan-pensiero – la colse del tutto impreparata a contrastarlo. Anche perché – in contemporaneo alla resistibile avanzata del nascente soggetto antagonistico – stavano intervenendo processi culturali più interni all’equilibrio postbellico, conseguenti all’emergere di una Sinistra che si definiva “nuova”; portatrice di modelli alternativi di pensiero, tali da scardinare l’intera tradizione culturale di riferimento e ancoraggio, sotto forma di un vero e proprio disarmo unilaterale.
Insomma – come è stato detto – la Nuova Sinistra preparò il terreno per la “rivincita degli austriaci” (i von Hayek, i von Mises e i loro epigoni friedmaniani della scuola di Chicago. “Liberisti da Guerra Fredda”, li chiama qualcuno). Seppure inconsapevolmente, ma sempre insaporendo il piatto con un’abbondante spruzzata di salsa francese: Jean Baudrillard, Michel Foucault, Jacques Derrida… per arrivare all’estensore del manifesto, datato 1979, che formalizzò quella che ora veniva definita “la condizione postmoderna”: Jean-François Lyotard. Una rappresentazione del mondo che – a detta del ricercatore che ne ha esplorato più attentamente le cause e le ragioni della sua diffusione, partendo dalle trasformazioni sociali intervenute, Ronald Inglehart – ha come componente centrale l’ambiguità nelle sue pratiche di decostruzione dei vigenti modelli di pensiero.
«Domanda: qual è la differenza tra un malavitoso e un decostruzionista? Risposta: un decostruzionista ti fa un’offerta che non puoi capire!»[5].
Il punto fermo che accomuna questi pensieri – pur tra loro diversi – è quello dell’andare oltre la razionalità strumentale dell’epoca al tramonto liberandosi dai suoi vincoli, ormai reputati non più necessari; resi inutili dal superamento di uno stato mentale fino ad allora giudicato permanente: il senso di insicurezza, che permeava le percezioni delle donne e degli uomini formatisi in stagioni dove il pericolo per la propria vita e le ristrettezze materiali apparivano l’inquietante ed ansiogena compagnia quotidiana. Mentre quei vincoli – da rassicuranti, in quanto protettivi – si erano trasformati nell’esatto contrario: costrizioni repressive da abbattere. E con esse la gauche de papa che ne era guardiana.
Va detto che nell’azione decostruttiva dei postmodernisti si può riscontrare anche una pars destruens utile e – dunque – largamente condivisibile: la presa d’atto che le grandi “metanarrazioni ideologiche” otto/novecentesche avevano perso capacità di fornire un qualsivoglia senso/significato all’agire umano; l’intuizione delle forme mutevoli di un Potere camaleontico che esercita repressione attraverso la costruzione del consenso (nella formula foucaultiana de “la verità nei suoi effetti di potere e il potere nei suoi discorsi di verità”). Quindi – sempre secondo Foucault – «la critica sarà pertanto l’arte della disobbedienza volontaria, dell’indocilità ragionata»[6].
Purtroppo è la pars construens a difettare, imprigionata nel gioco – appunto – ambiguo dell’incredulità compiaciuta e autoreferenziale. Culminata nella distruzione teorizzata di qualsivoglia ragione per cui valga la pena di impegnarsi collettivamente: il moderno “viaggio per uno scopo” affonda – così – nelle sabbie desertiche del postmoderno “nomadismo erratico senza scopo”.
Con le parole del filosofo Remo Bodei: «i moderni appaiono come pellegrini nel tempo, uomini che si muovono secondo una meta e un progetto, per cui l’identità diventa in loro costruzione, previsione e tragitto. I post-moderni, al contrario, si sarebbero adattati ad abitare nel deserto, a vivere l’esperienza della frammentazione del tempo e ad avere la percezione netta della distanza incolmabile tra gli ideali dell’io e la loro realizzazione. Non si prefiggerebbero quindi di costruire qualcosa di stabile. Bensì di soggiornare in una serie di identità provvisorie»[7].
In questo perenne oscillare di punti di vista, più brillanti che argomentati, scompare ogni rigorosa distinzione. Nel trionfo dell’indistinto vale solo quella pulsione “desiderante” che in concreto trova il proprio sbocco naturale nel consumo e i suoi riti («dove l’implosione del reale e dell’irreale ci lascia con un senso indefinito della loro differenza… c’è tanto di irreale intorno a noi che ci troviamo più a nostro agio con questo piuttosto che con il reale»)[8]. Quasi a prefigurare acriticamente – seppure veicolandolo attraverso oscure terminologie iniziatiche – il passaggio postindustriale (postfordista) dal Capitalismo manifatturiero a quello delle reti distributive: «quando la filosofia – sentenzia il postismo standard – riflette sull’assoggettamento dell’uomo ai suoi prodotti, non può non trovare in questo esito del nichilismo una condizione normale»[9]. Perché – secondo David Harvey – «il post-modernismo galleggia, sguazza addirittura, nelle correnti frammentarie e caotiche del cambiamento, come se oltre a questo non ci fosse null’altro»[10].
Il conflitto oltre la classe
L’apoteosi dell’indeterminatezza, con le sue favole caleidoscopiche, esorcizza da par suo ogni accreditamento della ricerca scientifica in quanto pratica produttrice di conoscenza verificabile, parla il gergo dell’individualismo senza legami (di fatto, soltanto lo “specchio dell’isolamento”) e – soprattutto, almeno per l’utilità del nostro discorso – rifiuta qualsivoglia analisi della composizione sociale basata su interessi materiali (appunto, “di classe”).
Certo, nei lunghi anni dell’integrazione/pacificazione welfariana – per dirla con Ralf Dahrendorf – il conflitto era andato “oltre la classe”. La qual cosa non significava minimamente che la società fosse diventata anch’essa un indistinto. Senza alcun dubbio «la politica e la società erano piacevolmente semplici al tempo in cui la scena del conflitto sociale era dominata da due gruppi principali, dei quali l’uno difendeva il privilegio mentre l’altro rivendicava il diritto di cittadinanza»[11]. Ossia, il paradigma semplificatorio impostosi nella fase industrialista ormai in esaurimento.
Alla luce di tali fatti, a sagaci decostruttori quali i postmodernisti (teorici di un dominio panottico riproposto attraverso forme costantemente rinnovate) – ammesso e non concesso che fossero in grado di concepire il lavoro intellettuale come responsabilità – sarebbe spettato il compito di affrontare il problema delle mutazioni in atto nelle dinamiche conflittuali. Invece si limitarono a proclamare compiaciuti, per la penna del solito Lyotard, che «la lotta di classe, ormai sfumata al punto di perdere qualsiasi radicalità, si è infine trovata esposta al rischio di perdere la sua consistenza e a ridursi a una ‘utopia’, a una ‘speranza’, a una protesta di principio»[12].
Insomma, risultava loro molto più suggestivo volteggiare negli arzigogoli su complottismi onirici piuttosto che attardarsi nella squallida quotidianità dello sfruttamento e della precarizzazione, insiti nel modo di produrre postfordista ormai in marcia. A partire dal fatidico 1973 (anno della grande crisi energetica e del colpo di Stato in Cile; punto d’avvio della globalizzazione, intesa come apertura delle gabbie in cui erano stati rinchiusi gli spiriti animali capitalistici).
Intanto, a loro insaputa, avanzavano fenomeni di ben altra consistenza, tali da terremotare l’intera orografia del consenso. Puntualmente registrati dal lavoro d’indagine sul campo di Inglehart.
«L’affermarsi della dimensione politica postmoderna tende a invertire le posizioni di classe: secondo la vecchia distinzione tra destra e sinistra, i ceti più abbienti sostenevano la prima, difendendo la propria posizione economica privilegiata. La dimensione politica postmoderna, invece, non si fonda più sulla proprietà, ma sul senso di sicurezza individuale. Essa contrappone chi ha una visione del mondo materialista/moderna a chi ne ha una postmaterialista/postmoderna. In questa dimensione, coloro che hanno un reddito superiore, un miglior livello di istruzione e uno status occupazionale più alto, quindi una maggiore sicurezza, tendono a collocarsi in misura crescente a sinistra»[13]. Questo è quanto conclude l’importante sociologo americano. In effetti, ciò che si andava realmente appalesando era il distacco della Sinistra dalla sua base tradizionale, abbandonata alla massiccia propaganda degli avversari, per inseguire un consenso episodico e quanto mai fluido. La vaghissima metafora della “liquidità”, seppure coronata dal successo, con cui Zygmunt Bauman ci intrattiene da anni e in reiterati saggi.
Insomma, a fronte di un movimento tellurico dalle dimensioni inaudite, la Sinistra sulla via della Damasco postmodernista che fece? Si potrebbe dire: fece l’amore non la guerra, mise fiori nei propri cannoni.
Con tutto il rispetto dovuto alla libera sessualità e al pacifismo, emergeva – così – quella confusa agenda politica ridotta a elenco (“contaminazione”) di rivendicazioni individuali contro Stato e società.
Il tema identitario andava strabordando fino a occupare l’intero campo del dibattito pubblico, frammentato in identità individuali, sessuali, culturali… Con contorno di esotismi vari, che gratificavano la prevalenza – molto vague postmoderna – dell’estetica sull’etica. «Cibo quotidiano – commentava in quegli anni Carlo Augusto Viano – per gli eredi della cultura che si è riconosciuta nel rifiuto della società industriale… Una cultura morbida, che alla dura realtà materiale della società industriale contrapponga un’altra realtà, nella quale l’essere tramonta e al posto delle cose ci sono semiosi e giochi linguistici»[14].
Sotto l’effetto di siffatte morbidezze e/o liquidità si produceva l’inevitabile “ declino di uno scopo condiviso”; la fondamentale dimensione pubblica cedeva di fronte alle pretese ultimative del “privato”. E la nuova Destra emergente poteva fare propria questa alternativa, schierandosi con ben maggiore credibilità dalla parte dell’individualistico (il mantra “avido è bello” sotto le spoglie della riapparsa Mano Invisibile) contro la priorità del sociale; ma anche trovando un campo completamente spianato dalle involuzioni culturali avvenute nello schieramento contrapposto.
La sua smobilitazione politica per implosione.
La Rivincita degli austriaci
Torniamo alla ricostruzione fornitaci da Judt. «Il compito della rinascente destra fu reso più facile non soltanto dal tempo trascorso (con i traumi degli anni Trenta e Quaranta ormai lontani, la gente era più disponibile a prestare ascolto alle voci tradizionali del conservatorismo) ma anche dagli avversari. Il narcisismo dei movimenti studenteschi, i nuovi ideologi della sinistra e la cultura popolare della generazione degli anni Sessanta crearono le condizioni ideali per una reazione conservatrice. La Destra ora poteva affermare di essere la paladina dei ‘valori’, della ‘nazione’, del ‘rispetto’, dell’‘autorità’ e della tradizione e civiltà di un paese (o di un continente, o addirittura dell’Occidente) che ‘loro’ (la sinistra, gli studenti, i giovani, le minoranze radicali) non capivano e non amavano»[15].
Il punto di massima critica distintiva per questa Destra diventavano lo Stato e i suoi scopi, che nel frattempo erano già sott’attacco della critica postmodernista come ricettacolo di una nuova forma di oppressione occhiuta: “il consenso repressivo”.
Così le fisime di ottocenteschi espatriati dall’Austria, alla Mises e alla Hayek, venivano rimesse a nuovo; con il loro carico da novanta contro ogni forma di programmazione (“costruttivismo sociale”) e di intervento pubblico. Concezioni confuse che alimentarono pratiche comunicative mirate e vincenti; rifornendo le armerie degli spin-doctors al servizio di personaggi terribilmente e pericolosamente mediocri, come Ronald Reagan e Margaret Thatcher.
Il rapido successo di costoro nell’occupazione dell’area mediana del consenso elettorale, sbandierando l’apologetica della deregolamentazione, creò frotte di cloni in tutto l’Occidente; contagiò persino il fronte opposto: la Sinistra, che si omologava postmodernizzandosi, piegandosi allo spirito dei tempi e facendosi “liberista”.
Qualche nome degli insipienti quisling sul lato mancino, tra i tanti che Judt bolla come pronti a «santificare banchieri e nuovi ricchi» (per mostrarsi up-to-date e magari farsi cooptare nella rampante “sfera del lusso”): Tony Blair e Gordon Brown, Bill Clinton, Gerhard Schröder e – per fare buon peso – pure Massimo d’Alema con i suoi Lothar. Sublime esempio di parvenu ossessionati dal desiderio di cancellare la propria colpa di presunti “figli di un dio minore”. Guarda caso, quella “divinità di seconda scelta” era nientemeno che l’epopea dello Stato sociale e dei Gloriosi Trenta: il periodo tra la seconda metà degli anni Quaranta e i primi Settanta che lo storico inglese di scuola marxista Eric Hobsbawm definisce “l’Età dell’Oro”[16].
Alla faccia dei postmodernisti schifiltosi!
Il terreno di scontro fu la conquista dell’area mediana della società, estesa a dismisura dalle politiche redistributive di allargamento della cittadinanza sociale. E il successo della Destra – di certo – non dipese soltanto dalle polemiche retrò di qualche Hayek. Ben altri strateghi, agendo dietro le quinte, mettevano a punto nel quartier generale del Potere le mosse per vincere la guerra in corso. Nel loro caso, riflettendo attentamente su quella concretezza materiale (dimenticata da una Sinistra in crisi di identità) degli interessi che si intendevano aggregare al proprio carro. Qualcosa come una sorta di “sintesi keynesiana alla rovescia”, che produce coalizioni al servizio di una politica. Nel caso, politica anti-keynesiana e pro “Stato minimo”. Con un punto nodale: in che modo disamorare il ceto medio nei confronti di quei servizi sociali welfariani (sanità, assistenza pensionistica, diritto allo studio per i figli, mecenatismo di Stato per arte e cultura…) che nel corso di ben tre decenni gli avevano migliorato le condizioni di vita, tanto da favorirne l’inclusione nell’area del benessere? Presto detto: virando la retorica populistica anti-tasse a grimaldello per anemizzare finanziariamente i servizi pubblici, fino al completo abbassamento qualitativo delle loro prestazioni. Annota l’economista liberal Paul Krugman: «immaginiamo un settore pubblico più piccolo e con un sistema fiscale meno progressivo, nel quale l’elettore medio paga in imposte molto più di quanto riceve in benefici: in questo caso, la maggioranza degli elettori vedrà il settore pubblico più come un onere che come un sostegno e voterà per ridurlo ulteriormente»[17].
Ecco il punto archimedico: la frantumazione di quanto Habermas definisce icasticamente le stecche nel corsetto della cittadinanza democratica. Messa in pratica con grande determinazione, ha innestato la spirale negativa che riuscì a tranciare alla radice l’antico patto sociale su cui si fondava la lunga stagione del Capitalismo amministrato (“embedded”), l’egemonia della Sinistra nel dopoguerra. Quel Big Government che, nonostante tutti i difetti di burocraticismo e paternalismo addebitabili, seppe coniugare con successo il binomio tasse e libertà.
Proprio così: libertà; visto che, in una società con troppo poche tasse e punto ridistribuzioni, gli unici cittadini effettivamente liberi resterebbero soltanto quelli con risorse personali tali da metterli in condizione di affrontare i costi necessari per vivere davvero liberamente. Questa era la semplice verità su cui la Sinistra aveva saldato i propri destini con la maggioranza della popolazione: il successo della democrazia nel dopoguerra poggiava sull’equilibrio tra produzione e ridistribuzione regolamentato dallo Stato. L’equilibrio era stato rotto; e da allora la crescita si sarebbe contrapposta alle politiche dei trasferimenti per ridurre le disuguaglianze.
Non essere stati in grado di comprenderlo, inseguendo altre (più che problematiche) vie per il successo, è anche l’effetto della confusione delle idee indotta dalla pericolosa retorica postmodernista.
Altamente pericolosa, perché evita di affrontare il realistico stato delle cose inseguendo chimere e abrakadabra. Acrobazie sul filo teso sopra il baratro dell’assurdo. Sulla scia di Lyotard, secondo il quale «non può esservi alcuna differenza tra verità, autorità e seduzione retorica; chi ha la lingua più sciolta o la storia più interessante ha il potere». Di conseguenza, «gli otto anni di regno di un carismatico bugiardo [Ronald Reagan, ndr.] alla Casa Bianca indicano che c’è più di un’esile continuità in quel problema politico, e che il postmodernismo sfiora pericolosamente la complicità con l’estetizzazione della politica su cui si basa»[18].
Ci va giù ancora più duro – in quanto a denuncia delle collusioni “pericolosamente” inconsapevoli tra decostruzione postmoderna e controriformismo oscurantista – il converso anti-postmodernista Maurizio Ferraris, osservando che «Ratzinger ha potuto servirsi della critica postmoderna alla oggettività scientifica per sostenere che dopotutto la condanna a Galileo era plausibile»[19].
Flebili e furbetti
E qui da noi? I philosophes nostri compatrioti – ancora una volta – ce l’hanno messa tutta per dare ragione all’intellettuale francese Marc Fumaroli quando ci definisce i «cugini di provincia»[20], dal tempo ormai immemorabile in cui l’Acadèmie Française soppiantò l’Accademia della Crusca quale sancta sanctorum del pensiero à la page.
Esattamente un lustro dopo la pubblicazione del manifesto parigino sulla “condizione
postmoderna”, il riflettore si accese per il canonico “quarto d’ora di celebrità” (e forse qualcosa di più…) sul team di intellettuali nostrani coordinati da Aldo Rovatti e Gianni Vattimo, prevalentemente baroni accademici (tra cui Umberto Eco e Alessandro Dal Lago; più il giovane e già citato Ferraris, allora alla corte di Vattimo), autori dell’opera collettanea intitolata “Il pensiero debole”.
Fu così che balzarono sulla scena del sempre ritardatario dibattito culturale italiano i “debolisti” o – come li soprannominò subito Viano – “i flebili”. Questo in quanto un tratto comune nella loro operazione, molto strombazzata dai media intra moenia, è la vaghezza buonistica tendente all’inerme. Come dichiararono loro stessi, anche in questo caso si trattava del rifiuto di qualsivoglia filosofia dell’emancipazione, che si traduca in prassi conseguenti, «ma anzi rivolgendo un nuovo e più amichevole, perché più disteso, sguardo al mondo delle apparenze, delle procedure discorsive e delle ‘forme simboliche’, vedendole come il luogo di una possibile esperienza dell’essere»[21]. In altre parole, narrazioni decontestualizzate perché sprovviste di categorie selettive rigorose per una necessaria scelta di campo. Infatti, nulla di tutto ciò è riscontrabile in quel funambolico saltabeccare nell’autocompiacimento; accompagnato dal sorrisetto divertito di prammatica; particolarmente irritante viste le condizioni tendenti al comatoso in cui già versava il sistema democratico italiano (erano gli anni del CAF). Del resto, “l’ironico” – per dirla alla Richard Rorty – è un tic perfettamente in linea con l’individualizzazione solipsistica postmoderna; cui fa ottima compagnia l’assunto che la coscienza è «assoluta contingenza»[22].
Il venerando volontarismo dell’undicesima tesi marxiana su Feuerbach («i filosofi hanno soltanto interpretato il mondo in modi diversi, si tratta di trasformarlo»), che aveva ispirato per un secolo l’agire della politica occidentale, diventa – così – un reperto archeologico, oggetto di tacita irrisione.
Quanto rimane sono solo metafore, paradossi e niente più. Prevalenza del sovrastrutturale più effimero che crea un mood, uno stato d’animo declinato in gusti/disgusti e qualche temporanea insofferenza. Sempre nella più beata insensibilità a quanto sta avvenendo nella concretezza (certamente ritenuta banale e stucchevole) della vita reale, alle lotte in corso e alle poste in palio; seppure impellenti, magari drammatiche. Insensibilità che vira nel suo contrario solo quando si tratta – ancora una volta – di abbandonarsi alle fughe nell’esotico; fino ad arrivare, nel caso dello spirito credente Vattimo, all’odierno entusiasmo per il bullo venezuelano Chavez.
Spentisi i fuochi d’artificio, resta solo la sensazione di una pirotecnia fine a se stessa.
Lo si vide benissimo ancora due anni fa, quando uno dei co-equipier del Debolismo – il sociologo Dal Lago – pensò bene di pubblicare un libello contro Roberto Saviano (l’autore di “Gomorra”, il best-seller a livello planetario contro la malavita organizzata partenopea), a suo dire reo di sciatterie linguistiche e di imprecisioni narrative[23]. Neppure per un istante il noto sociologo venne sfiorato da qualche dubbio sull’opportunità di contestare non uno scrittore, bensì il simbolo (pur con tutti i suoi evidenti limiti) della resistenza alla penetrazione criminale in una vasta area del nostro Mezzogiorno. Insomma: puro estetismo del tipo “lasciatemi divertire” (stavolta prendendo a bersaglio un intruso negli orticelli accademici della sociologia della devianza) alla Aldo Palazzeschi fuori tempo massimo; declinato in una sorta di provocazione dadaista modello “baffi alla Gioconda”, sulla scia ironico-distruttiva di Marcel Duchamp. Nel frattempo, dalle parti di Scampia e dintorni proseguono imperterrite le mattanze della Camorra e lo scempio della civile convivenza, della legalità.
Scusabile leggerezza? Distacco dalla realtà al limite dell’estraneazione? Sberleffo beffardo tracimato oltre le soglie cinismo?
Il Debolismo produce anche tali effetti…
D’altro canto – in questa sede – poco importa analizzare i ghirigori filosofici dei reduci giocherelloni di battaglie combattute con fucili a tappi e proiettili di borotalco.
Non ci interessa ricostruire le divaricazioni nella linea genealogica della filosofia moderna; con il passaggio dalla filiera primaria, che da Kant persegue l’elaborazione di un discorso metodologicamente rigoroso e logicamente fondato, a quella che – secondo il pragmatista/postmoderno Rorty – «fa invece capo a Hegel, e in cui egli include Nietzsche, Heidegger e Derrida, [cercando] di sbarazzarsi di questa idea di verità a favore di un filosofare… interessato non a rispecchiare la natura o il mondo esterno, bensì a produrre nuovi orizzonti di senso, a elaborare nuove metafore e nuovi linguaggi»[24]. E poco importa se il risultato spesso ha la consistenza della papier mais fumata al tavolino di un café della Rive Gauche.
Ci basta e avanza verificare – pure dalle nostre parti – l’impatto sulla politica di uno slogan deresponsabilizzante, vera essenza del messaggio postmodernista, quale il «non esistono fatti, esistono solo interpretazioni» di Friedrich Nietzsche. Sintesi mirabile della sorda indifferenza alla ricerca di punti fermi condivisi, atti a mobilitare campagne di interesse generale.
Di più: l’apoteosi della nebulizzazione del sociale in un pulviscolo di “narrazioni” autoreferenziali.
Furbetti e furboni, fauna che da sempre abbonda nei meandri dei partiti italiani, si ficcarono letteralmente a capofitto in questo piatto ricco (di frutti avvelenati). E il discorso pubblico si trasformò rapidamente nel terreno di caccia degli affabulatori malandrini.
In principio, Pannella
Probabilmente il primo politico postmoderno nazionale è stato Marco Giacinto Pannella. Un tipo che negli anni Sessanta – in quanto francofono per via di madre – fu spedito a Parigi come corrispondente de Il Giorno diretto da Italo Pietra. Lì venne a contatto con i fermenti intellettuali da cui presto si sarebbero generate le fioriture filosofiche che scardinarono gli equilibri incentrati sulla vecchia Sinistra.
Dato che l’editore del suo quotidiano era l’allora boss dell’ENI (l’ente petrolifero nazionale) Enrico Mattei, il Marco Giacinto giovane e svelto ne divenne pure l’ambasciatore presso le nuove classi al governo negli Stati del Maghreb decolonizzato. Tanto il mandante come gli ambienti frequentati risultarono una formidabile scuola di cinismo. Che – del resto – poggiava di per sé su solide basi preesistenti: le pratiche di assoluta spregiudicatezza apprese nei parlamentini universitari pre-sessantottardi (la malfamata UNURI).
Non a caso la politica universitaria ha funzionato da incubatrice per altri cinici politicanti, inoculatori di un machiavellismo un tanto al chilo gabellato per pragmatismo realistico, dediti al proprio successo personale raccontato come “primato del Politico”. Il primo nome che viene alla mente è quello di Bettino Craxi, sodale intermittente del Pannella; ma come lui costantemente dedicato – nella logica maoista del viaggiare separati per colpire uniti - a combattere la Sinistra organizzata (leggasi PCI berlingueriano e sindacati), azzerarne i referenti: ogni identità collettiva legata al ruolo sociale coperto (leggasi classe operaia), premessa irrinunciabile per la conquista della soggettività da parte del lavoro, quale attore rilevante nell’arena competitiva degli interessi.
È anche grazie alla loro indefessa opera guastatrice se il “Blocco Storico” della modernità, che coalizzava le forze produttive, è stato sostituito anche nel “caso italiano” da un “Conglomerato Emotivo”, che mescola i risentimenti degli abbienti e quelli degli impauriti in un blend reazionario.
Tornando a Pannella, dopo Parigi e l’Algeria era ormai pronto per rientrare in Patria, conquistare d’assalto il venerando Partito Radicale dei Villabruna e degli amici del Mondo di Mario Pannunzio, iniziare la propria cinquantennale epopea da “avventuriero qualche volta dalla parte giusta”. Intendendo per “giusta” la stagione delle campagne referendarie per i diritti civili.
Liberista anti-welfariano, nemico acerrimo della Sinistra storica e sindacale, promotore di referendum contro i diritti dei lavoratori, pusher della democrazia diretta (ammazzata mediante overdose), lo spregiudicato guru radicale è stato un perfetto prototipo del giocatore tra le righe e gli schieramenti, sempre alla ricerca famelica della solita luce del riflettore (e della comparsata gigionesca in televisione), inafferrabile nelle giravolte lessicali finalizzate a scompaginare le fila, confondere le idee e disarticolare aggregati sociali.
Una volta trasformato il suo partito nella protesi della propria iomania – se la memoria non inganna – fu proprio lui il primo a promuovere liste elettorali modello “santino” (il culto della personalità tramutato in una sorta di icona salvifica); il va sans dire, liste intestate non più a un simbolo identitario collettivo, bensì al proprio nome: la riduzione fideistica del progetto generale al carisma individuale.
Altri lo seguiranno nell’andazzo indecente della politica personalizzata e “situazionista”, magari crescendo nella nidiate dei suoi figlioletti spuri (da Francesco Rutelli agli Stracquadanio vari).
Ormai il tempo era maturo per l’instaurazione del politainment mediatizzato di Silvio Berlusconi. Il supremo imbonitore, con cui Pannella ha trafficato fino all’ultimo. Ripercorrendo ancora una volta la vicenda vergognosa della Destra più bieca che si impadronisce del Potere grazie all’opera decostruttiva inscenata sotto l’etichetta di “sinistra alternativista”.
Ma i guasti del berlusconismo, di cui l’inventario catastrofico durerà per molti anni a venire, sono un altro argomento.
Ormai la ricreazione è finita; e con essa i giochi a somma altamente negativa con cui ci si è baloccati troppo a lungo, fino a rendere l’intera società quel deserto prospettato come libertà nelle metafore derisorie di sconsiderati distruttori.
Giochi al massacro – diciamolo francamente – che erano possibili soltanto al tempo della sicurezza materiale di massa; accumulata dall’azione pubblica e poi dilapidata grazie al suo autolesionistico accantonamento.
Ritorno alle virtù repubblicane
Il risveglio dal lungo sonno della ragionevolezza ora ha bisogno di ritrovare un pensiero, una direttrice di marcia.
Recupero più che urgente. Senza perdere troppo tempo con le seghe mentali sul grado di durezza del pensiero pensabile. Tipo il dibattito – oggi à la page – sulla fine del postmoderno e il ritorno al realismo. Quel “Nuovo Realismo”, di cui un antico compagnon de route dei pensatori deboli – Umberto Eco – adesso ce ne parla nei termini di “Realismo Negativo”; «che si potrebbe riassumere, sia parlando di testi che di aspetti del mondo, nella formula: ogni ipotesi interpretativa è sempre rivedibile (e come voleva Peirce sempre esposta al rischio del fallibilismo) ma, se non si può mai dire definitivamente se un’interpretazione è giusta, si può sempre dire quando è sbagliata»[25]. Per poi ammettere lui stesso che questa formulazione non si distacca molto dalla dialettica popperiana congetture/confutazioni, dalle trite e ritrite semplificazioni del Razionalismo critico di Karl Popper. Con l’ulteriore codicillo, davvero assai poco originale ma sempre neorealista, della presa d’atto «[non della negazione] che vi siano oggetti socialmente costruiti, ma solo che tutti lo siano»[26].
Ma guarda un po’ che intuizione sconvolgente!
Il tema è semmai un altro. Il ripristino di quell’abito morale di serietà e responsabilità che si potrebbe sintetizzare nella formula “virtù repubblicane”.
E qui conveniamo con il nostro beneamato Judt: occorre ritrovare al più presto le ragioni dell’azione pubblica per il bene comune. Dove invece ha torto è quando – forse in un momento di comprensibile sconforto – afferma che «nessuno sta ripensando lo Stato»[27].
Perché questo non è vero: sotto le macerie della controrivoluzione liberista qualche barlume di speranza sta facendosi strada. Appunto, un’idea molto “repubblicana”. Non solo la stupefacente/indecente corsa dei banchieri al salvataggio da parte dello Stato, a seguito del crac di Wall Street nell’autunno 2008!
Dopo la pianificazione burocratica, andata fuori giri per l’impossibilità di governare centralisticamente un numero infinito di fattori, dopo la deregulation che lasciava mano libera ai saccheggi dei beni pubblici e ai banchetti con il patrimonio dello Stato, emerge timidamente un paradigma alternativo ad entrambe. Ossia il potenziamento della democrazia deliberativa attraverso vaste coalizioni pubbliche e private, messe assieme dalla regia “catalitica” delle istituzioni e orientate a scopi condivisi: la via europea alla programmazione strategica su base territoriale, le cui pratiche eccellenti restano ancora largamente sconosciute dalle nostre parti, nel nostro dibattito da “cugini di provincia”. Nella perdurante atrofia dei valori pubblici.
Era il 1982 quando Albert Hirschman scrisse che «le società occidentali sembrano condannate a lunghi periodi di privatizzazione nel corso dei quali sperimentano una depauperante ‘atrofia dei valori pubblici’, seguita da esplosioni di ‘pubblico’ spasmodiche e molto difficilmente costruttive. Che cosa si deve fare per rimediare a questa atrofia e agli spasmi successivi?»[28].
L’unica risposta possibile a questa domanda è mettersi al lavoro per ricostituire il capitale di fiducia necessario ad accompagnare una ripresa di progettualità riformatrice come impegno collettivo. Mentre i campi verso cui indirizzare tali progetti sono già fin troppo evidenti, sotto gli occhi di tutti: l’abbassamento dei livelli materiali e morali della civile convivenza. Quindi, la priorità della lotta alla disuguaglianza; che sta raggiungendo livelli di guardia, mettendo a repentaglio lo stesso pactum societatis.
Questo il compito a cui è chiamata una Sinistra liberata da compromissioni e vassallaggi psicologici, postmoderni o meno che siano. Capace di riprendere in mano la pur stinta bandiera della Giustizia nella Libertà; eppure sempre in attesa di poter tornare a sventolare.
NOTE
[1] J. Habermas, La costellazione postnazionale, Feltrinelli, Milano 1999 pag. 20
[2] T. Judt, Guasto è il mondo, Laterza, Bari 2011 pag. 67
[3] R. D. Putnam, Capitale sociale e individualismo, Il Mulino, Bologna 2004 pag. 308
[4] T. Judt, Guasto è il mondo, op. cit. pag. 63
[5] R. Inglehart, La società postmoderna, Editori Riuniti, Roma 1998 pag. 37
[6] M. Foucault, Illuminismo e critica, Donzelli, Roma 1997 pag. 40
[7] R. Bodei, La filosofia nel Novecento, Donzelli, Roma 1997 pag. 184
[8] G. Ritzer, La religione dei consumi, Il Mulino, Bologna 2000 pag.206
[9] A. Dal Lago, “L’etica della debolezza” in Il pensiero debole (a cura di G. Vattimo e A.Rovatti), Feltrinelli, Milano 2010 pag. 115
[10] D. Harvey, La crisi della modernità, EST, Milano 1997 pag. 63
[11] R. Dahrendorf, Uscire dall’utopia, il Mulino, Bologna 1971 pag.479
[12] J. F. Lyotard, La condizione postmoderna, Feltrinelli, Milano 1981 pag. 29
[13] R. Inglehart, La società, op. cit. pag. 323
[14] C. A. Viano, Va’ pensiero, Einaudi, Torino 1985, pag. 18
[15] T. Judt, Guasto, op. cit. pag. 70
[16] E. Hobsbawm, Il secolo brave, Rizzoli, Milano 1995
[17] P. Krugman, Meno tasse per tutti, Garzanti, Milano 2001 pag. 32
[18] D. Harvey, La crisi, op. cit. pag. 148
[19] M. Ferraris, Ricostruire la decostruzione, Bompiani, Milano 2012 pag. 6
[20] M. Fumaroli, Le api e i ragni, Adelphi, Milano 2005 pag. 35
[21] G. Vattimo e A. Rovatti (a cura di), Il pensiero debole, op. cit. pag. 9
[22] R. Rorty, La filosofia dopo la filosofia, Laterza, Bari 1989, pag. 32
[23] A. Dal Lago, Eroi di carta, Manifestolibri, Roma 2011
[24] G. Chiurazzi, Il postmoderno, Paravia, Torino 1999 pag.68
[25] U. Eco, “Il realismo minimo”, Alfabeta2 marzo 2012
[26] R. Esposito, “Le parole o le cose”, la Repubblica 15 marzo 2012
[27] T. Judt, Guasto, op. cit. pag. 8
[28] A. O. Hirschman, Felicità privata e felicità pubblica, Il Mulino, Bologna 1995 pag. 158

Modifica
20 ottobre 2012