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sabato 23 settembre 2017

Per una Sinistra di Nuovo Grande

di William Mitchell e Thomas Fazi (da American Affairs)
traduzione di Domenico D'Amico



Attualmente l'Occidente si trova nel bel mezzo di una ribellione contro l'establishment, una ribellione di proporzioni storiche. Il voto sulla Brexit nel Regno Unito, l'elezione di Donald Trump negli Stati Uniti, il rifiuto della riforma costituzionale neoliberista di Matteo enzi in Italia, l'inopinata crisi di legittimità dell'Unione Europea – per quanto questi fenomeni, pur correlati, differiscano quanto a fini e motivazioni ideologiche, rappresentano tutti il rifiuto dell'ordine (neo)liberista che ha dominato il mondo, particolarmente l'Occidente, negli ultimi trent'anni.
Anche se il sistema si è dimostrato capace (per lo più) di assorbire e neutralizzare simili agitazioni elettorali, nell'immediato non ci sono segni che questa rivolta contro l'establishment possa placarsi. (1) Nel mondo industrializzato il consenso per i partiti anti-establishmant è al suo massimo dagli anni 30, e continua a crescere. (2) Contemporaneamente, il sostegno per i partiti maggiori, inclusi quelli di tradizione socialdemocratica, è crollato. Le cause immediate di questa reazione avversa sono piuttosto ovvie. La crisi finanziaria del 2007-2009 ha posto sotto gli occhi di tutti la terra bruciata che il neoliberismo lascia dietro di sé, per nascondere la quale le élite hanno fatto grandi sforzi, sia materialmente (tramite la finanziarizzazione) sia ideologicamente (tramite i richiami alla “fine della Storia”). Mentre il credito si esauriva, diventava evidente che per anni l'economia aveva continuato a crescere perché le banche stavano distribuendo, per mezzo del debito, il potere di acquisto che l'impresa non forniva col salario. Per parafrasare Warren Buffett, l'abbassamento della marea sollevata dal debito ha rivelato che quasi tutti, di fatto, stavano nuotando nudi.
La situazione, ieri come oggi, si è aggravata ulteriormente a causa delle politiche di austerità e di deflazione salariale perseguite dopo la crisi da molti governi occidentali, particolarmente quelli europei. Questi governi hanno visto nella crisi l'opportunità di imporre un regime neoliberista ancora più drastico, e di perseguire politiche delineate per compiacere il settore finanziario e le classi abbienti, a spese di chiunque altro. Per cui il progetto (ancora da portare a termine) a base di privatizzazioni, deregolamentazioni e tagli allo stato sociale, è stato rilanciato con rinnovato rigore.
In un contesto di crescente insoddisfazione popolare, disordini sociali e disoccupazione di massa in molti paesi europei, le élite politiche di entrambe le sponde dell'Atlantico hanno risposto con argomentazioni e politiche in continuità col passato. Come risultato, il contratto sociale che lega i cittadini ai tradizionali partiti di governo è più a rischio oggi di quanto lo sia mai stato dai tempi della II Guerra Mondiale – e in alcuni paesi è probabilmente già saltato.

Il Declino della Sinistra
Anche limitando il raggio della nostra analisi al periodo postbellico, movimenti e partiti anti-sistema non sono una novità in Occidente. Almeno fino agli anni 80, l'anticapitalismo rimaneva una forza rilevante con cui si doveva fare i conti. La novità è che oggi – a differenza di venti, trenta o quaranta anni fa – sono movimenti e partiti di destra ed estrema destra (insieme a nuove formazioni del neoliberista “estremo centro”, come il partito La République en Marche del neo-presidente francese Emmanuel Macron) a guidare la rivolta. Messi insieme, destra ed “estremo centro” sopravanzano di gran lunga movimenti e partiti di sinistra, sia in termini di forza elettorale sia in termini di influenza sull'opinione pubblica. A parte poche eccezioni, nella maggior parte dei paesi i partiti di sinistra – vale a dire quelli a sinistra dei tradizionali partiti socialdemocratici – sono relegati ai margini dello spettro politico. Contemporaneamente, paese europeo dopo paese europeo, le tradizionali forze socialdemocratiche vengono “pasokizzate” - cioè ridotte all'irrilevanza parlamentare, alla pari di molte delle loro controparti di centro-destra, per via della loro adesione al neoliberismo e all'incapacità di offrire credibili alternative allo status quo. (Il termine “pasokizzato” si riferisce al partito socialdemocratico greco PASOK, praticamente spazzato via nel 2014 come conseguenza della sua inetta gestione della crisi debitoria della Grecia, dopo aver dominato la scena politica per più di trent'anni). Un destino analogo si è abbattuto su molti ex giganti dell'establishment socialdemocratico, quali il Partito Socialista francese e il Partito Laburista olandese (PvdA). Il consenso dei partiti socialdemocratici è oggi al livello più basso degli ultimi settant'anni – e la discesa continua. (3)
Come dovremmo spiegarci il declino della Sinistra – non soltanto il declino elettorale di quei partiti che sono comunemente associati all'ala sinistra dello spettro politico, a prescindere dal loro effettivo orientamento politico, ma anche il declino dei valori fondamentali della Sinistra sia nei partiti sia nella società in generale? Come mai la Sinistra anti-establishment si è finora dimostrata incapace di riempire il vuoto provocato dal crollo della Sinistra di potere [establishment Left]? Più in generale, com'è giunta la Sinistra a contare così poco nella politica globale? È possibile per la Sinistra, sia culturalmente sia politicamente, tornare a essere una forza di primo piano nella nostra società? E nel caso, in qual modo?
In questi ultimi anni la Sinistra ha fatto qualche progresso in alcuni paesi. Esempi significativi includono Bernie Sanders negli Stati Uniti, il partito Podemos in Spagna e Jean-Luc Mélenchon in Francia, così come l'ascesa al potere di Syriza in Grecia (prima che venisse rapidamente rimessa in riga dall'establishment europeo). Tuttavia è innegabile che, per lo più, i movimenti e partiti di estrema destra siano stati più efficaci di quelli di sinistra o progressisti nell'attingere al malcontento di masse diseredate, marginalizzate, impoverite ed espropriate dalla quarantennale lotta di classe scatenata dalle classi dominanti. In particolare, queste sono le sole forze capaci di fornire una risposta (più o meno) coerente alla diffusa – e crescente – aspirazione a una maggiore sovranità territoriale o nazionale. Questa esigenza viene vista sempre di più come l'unico modo, in mancanza di un reale meccanismo rappresentativo sovranazionale, per riconquistare un qualche grado di controllo collettivo su politica e società, e in particolare sui flussi di capitale, sugli scambi e sulle persone che formano il nucleo della globalizzazione neoliberista.
Data la guerra che il neoliberismo ha condotto contro la sovranità, non dovrebbe sorprenderci che “la sovranità [sia] diventata lo schema dominante [master frame] [1] della politica contemporanea,” come nota Paolo Gerbaudo. (4) Dopotutto, lo svuotamento della sovranità nazionale e le restrizioni al meccanismo della democrazia popolare – ciò che si è definito come depoliticizzazione – è stato un elemento essenziale del progetto neoliberista, mirante a proteggere le politiche macroeconomiche dalla contestazione popolare, e a rimuovere qualsiasi ostacolo si opponesse agli scambi economici e ai flussi finanziari. Dati gli effetti nefasti della depoliticizzazione, è del tutto naturale che la rivolta contro il neoliberismo debba primariamente e principalmente assumere la forma di una richiesta impellente di ripoliticizzazione dei processi decisionali nazionali.
Il fatto che alcune visioni della sovranità nazionale si configurino per linee etniche, esclusiviste e autoritarie, non dovrebbe essere visto come incriminante per la sovranità nazionale in se stessa. La storia dimostra che la sovranità nazionale e l'autodeterminazione nazionale non sono intrinsecamente concetti reazionari e sciovinisti – di fatto, essi sono stati il grido di battaglia di innumerevoli movimenti di liberazione, socialisti e di sinistra, nel XIX e XX Secolo.
Anche limitando la nostra analisi ai maggiori paesi capitalisti, è evidente che in pratica tutti i maggiori progressi sociali, economici e politici dei secoli passati sono stati ottenuti tramite le istituzioni dello stato-nazione democratico, e non per mezzo di istituzioni multilaterali, internazionali o sovranazionali. Anzi, le istituzioni globali sono state variamente utilizzate per far regredire quelle medesime conquiste, come abbiamo visto nel contesto della crisi dell'Euro, durante la quale istituzioni sovranazionali (che non rispondono a nessuno) come la Commissione Europea, l'Eurogruppo e la Banca Centrale Europea hanno usato il loro potere e la loro autorità per imporre una rovinosa austerità a paesi in difficoltà. Il problema, per farla breve, non è la sovranità in quanto tale, ma il fatto che questo concetto sia stato abbandonato nelle mani di chi cerca di imporre un progetto xenofobico e identitario. Sarebbe perciò un grave errore liquidare la seduzione del “Trumpenproletariat” da parte dell'Estrema Destra come un caso di falsa coscienza, come osserva Marc Saxer. (5) Le classi lavoratrici si stanno semplicemente rivolgendo agli unici (finora) movimenti e partiti che promettono loro un minimo di riparo dai venti brutali della globalizzazione neoliberista. Che intendano davvero mantenere simili promesse, questo è un altro discorso. A ogni modo, ciò fa sorgere un interrogativo ancora più grande: perché la Sinistra non è stata capace di offrire alle classi lavoratrici e alle classi medie sempre più proletarizzate un'alternativa credibile al neoliberismo e alla globalizzazione neoliberista? Più di preciso, perché non è stata capace di sviluppare una visione progressista della sovranità nazionale? Come diciamo nel nostro libro di imminente uscita, Reclaiming the State: A Progressive Vision of Sovereignty for a Post-Neoliberal World (Pluto, Settembre 2017), le ragioni sono tante e intrecciate tra loro. Per cominciare, è importante comprendere che l'attuale crisi esistenziale della Sinistra ha profonde radici storiche, risalenti almeno fino a anni 60. Se vogliamo capire lo sbandamento della Sinistra, è da qui che la nostra analisi deve iniziare.

La Fine dell'Era Keynesiana
Oggi molti a Sinistra magnificano l'era “keynesiana” del secondo dopoguerra come un'età dell'oro in cui i lavoratori organizzati, insieme a pensatori e politici illuminati (come lo stesso Keynes) furono capaci di imporre ai capitalisti recalcitranti un “compromesso di classe” portatore di un progresso sociale mai visto prima – che però è stato in seguito rintuzzato dalla cosiddetta controrivoluzione neoliberista. Se ne è dedotto, quindi, che per sconfiggere il neoliberismo basterebbe che un numero sufficiente di appartenenti all'establishment adottasse un ordine di idee alternativo [al loro]. Tuttavia, l'ascesa e declino del keynesismo non si può spiegare semplicemente considerando il potere della classe lavoratrice o la vittoria di un'ideologia sull'altra, ma dovrebbe essere vista come il risultato della convergenza fortuita, nel secondo dopoguerra, di una serie di condizioni sociali, ideologiche, politiche, economiche, tecniche e istituzionali.
Non facendolo, si commetterebbe lo stesso errore che in molti, a Sinistra, commisero nell'immediato dopoguerra. Non riuscendo a valutare fino a che punto il compromesso di classe alla base del sistema fordista-keynesiano fosse, di fatto, elemento fondamentale di quello specifico (storicamente) regime di accumulazione, molti socialisti di quel periodo si convinsero “di aver fatto più del dovuto nel modificare l'equilibrio del potere di classe e la relazione tra stato e mercato”. (6) In linea con questo ragionamento, ignorarono il fatto che la classe capitalista aveva attivamente sostenuto il compromesso di classe solo nella misura in cui era funzionale al profitto, e che perciò, una volta cessata la sua utilità, l'avrebbe rigettato. Alcuni affermavano perfino che il mondo industrializzato fosse già entrato in una fase postcapitalista, nella quale tutti gli aspetti caratteristici del capitalismo erano scomparsi per sempre, grazie a una fondamentale traslazione di potere a favore del lavoro e a svantaggio del capitale, e dello stato a svantaggio del mercato. Inutile dirlo, le cose non stavano affatto così. In aggiunta, il monetarismo – precursore ideologico del neoliberismo – aveva cominciato a diffondersi nelle concezioni politiche della Sinistra sin dai tardi anni 60.
In tal modo, nella Sinistra furono in molti a trovarsi sprovvisti degli strumenti teorici necessari per comprendere contrastare adeguatamente la crisi capitalistica che negli anni travolse il modello keynesiano. Si convinsero invece che la lotta distributiva sorta a quell'epoca si potesse risolvere all'interno dei limiti angusti del sistema socialdemocratico. La verità era che il conflitto capitale-lavoro riemerso negli anni 70 si sarebbe potuto risolvere solo in due modi: dalla parte del capitale, attraverso una riduzione del potere contrattuale del lavoro, o dalla parte del lavoro, attraverso un estensione del controllo dello stato su produzione e investimenti. Come mostriamo in Reclaiming the State, riguardo l'esperienza dei governi socialdemocratici britannici e francesi degli anni 70 e 80, la Sinistra non ebbe la volontà di percorrere questa strada. L'unica scelta rimasta fu quella di “gestire la crisi del capitale per conto del capitale”, come scriveva Stuart Hall, legittimando ideologicamente e politicamente il neoliberismo come unica soluzione per la sopravvivenza del capitalismo. (7)
Da questo punto di vista, il governo britannico del laburista James Callaghan (1976-1979) reca gravi responsabilità. In un famoso (o famigerato) discorso del 1976 Callaghan giustificava il programma governativo di tagli alla spesa e moderazione salariale dichiarando che il keynesismo era morto, legittimando indirettamente l'emergente dogma monetarista (neoliberista) e creando di fatto le condizioni perché l'“austerity lite” [austerità moderata] del Partito Laburista venisse rimodulata da Margarett Tatcher in un assalto totale alla classe lavoratrice. Forse ancora peggio, Callaghan rese popolare il concetto che l'austerity fosse l'unica soluzione per la crisi degli anni 70, anticipando il mantra “non ci sono alternative” [there is no alternative (TINA)] di Tatcher, sebbene al tempo alternative radicali esistessero, come quelle proposte da Tony Benn e altri. Ma queste, tuttavia, “nella comune percezione non esistevano più” [no longer perceived to exist]. (8)
In questo senso, lo smantellamento del sistema keynesiano postbellico non può essere spiegato semplicemente come la vittoria di un'ideologia (“neoliberismo”) su un'altra (“keynesismo”), ma interpretato come la risultanza di numerosi, e intrecciati, fattori ideologici, economici e politici: la risposta dei capitalisti al calo dei profitti e alle implicazioni politiche delle strategie per la piena occupazione, i difetti strutturali del “keynesismo reale” [actually existing keynesism]; e la significativa incapacità della Sinistra di proporre una risposta coerente alla crisi del sistema keynesiano, men che meno un'alternativa radicale.

La Globalizzazione e lo Stato
Oltretutto, lungo gli anni 70 e 80, un nuovo (ed errato) concetto condiviso a sinistra cominciò a concretizzarsi nel contesto dell'internazionalizzazione economica e finanziaria – quella che oggi chiamiamo “globalizzazione” - e rese lo stato sempre più impotente rispetto alle “forze del mercato”. Ne conseguiva, questo il ragionamento, che le nazioni non avevano quasi altra scelta che abbandonare le strategie economiche nazionali e qualsiasi strumento tradizionale di intervento nell'economia – imposte e altre barriere commerciali, controllo del capitale, manipolazione di valute e tassi di scambio, politiche fiscali e politiche legate alle banche centrali. Al massimo, avrebbero potuto solo sperare in forme di gestione economica transnazionali o sovranazionali. In altre parole, l'intervento dei governi nell'economia veniva visto non solo come inefficace ma, sempre di più, come del tutto impossibile. Tale processo – generalmente (ed erroneamente) descritto come passaggio dallo stato al mercato – era accompagnato da un attacco feroce contro la stessa idea di sovranità nazionale, sempre più denigrata come reliquia del passato. Come scriviamo in Reclaiming the State, la Sinistra – in particolare la Sinistra europea – in queste vicende ha giocato anch'essa un ruolo essenziale, rafforzando la migrazione ideologica verso una visione del mondo post-nazionale e post-sovranità, spesso in anticipo sulla Destra. Al riguardo, uno dei punti di svolta più consequenziali fu, nel 1983, la svolta verso l'austerità di François Mitterrand – il cosiddetto tournant de la rigueur – appena due anni dopo la storica vitoria elettorale socialista del 1981. L'elezione di Mitterand fece credere a molti che una rottura radicale col capitalismo – almeno con la sua forma estrema affermatasi nei paesi anglosassoni – fosse ancora possibile. Giunti al 1983, comunque, i socialisti francesi erano riusciti a “dimostrare” l'esatto contrario: che la globalizzazione neoliberista era una realtà inevitabile e ineluttabile. Secondo le parole di Mitterand: “Ormai la sovranità nazionale non significa più granché, né possiede un ruolo apprezzabile nella moderna economia globale. (…) È indispensabile un alto grado di sovranazionalità”. (9)
Le ripercussioni del voltafaccia di Mitterand sono percepibili tutt'oggi. Intellettuali progressisti e di sinistra insistono spesso che quella svolta fosse prova del fatto che la globalizzazione e l'internazionalizzazione della finanza avesse posto fine all'era dello stato-nazione e alla sua capacità di perseguire politiche che non siano in consonanza coi diktat del capitale globale. Il concetto è questo: se un governo cerca autonomamente di perseguire la piena occupazione e un piano progressista e redistributivo, inevitabilmente verrà punito dalle forze anonime del capitale globale. Si pretende che Mitterand non avesse altra scelta che abbandonare i suoi progetti di riforme radicali. Per molti sinistrorsi di oggi, Mitterand rappresenta quindi un politico pragmatico consapevole delle forze capitalistiche globali cui doveva far fronte, e abbastanza responsabile da fare quel che era giusto per la Francia.
In realtà, uno stato sovrano che emetta moneta – come la Francia degli anni 80 – lungi dall'essere inerme dinanzi al capitale globale, possiede ancora la capacità di fornire ai propri cittadini piena occupazione e giustizia sociale. Quindi, com'è riuscita l'idea della “morte dello stato” a mettere radici così profonde nella coscienza collettiva? A questa visione postnazionale del mondo era (è) sottesa l'incapacità da parte del personale intellettuale e politico della Sinistra di comprendere – e in qualche caso il tentativo di nascondere – che la “globalizzazione” non era (non è) il risultato di cambiamenti economici e tecnologici inesorabili, ma in gran parte il prodotto di processi gestiti dallo stato. Tutti gli elementi che associamo alla globalizzazione neoliberista – delocalizzazione, deindustrializzazione, libero flusso di merci e capitali eccetera – sono stati (e sono), nella maggior parte dei casi, il risultato di scelte fatte dai governi. Più in generale, gli stati continuano a svolgere un ruolo cruciale nel promuovere, garantire e sostenere la struttura neoliberista internazionale (per quanto le cose sembrino in via di cambiamento) e insieme creare le condizioni interne che permettono all'accumulazione globale di prosperare.
La medesima cosa si può affermare per il neoliberismo tout court. È convinzione diffusa – particolarmente a sinistra – che il neoliberismo abbia implicato (anche oggi) una “marcia indietro”, uno “svuotamento” o “esaurimento” dello stato, il che a sua volta ha rafforzato il concetto che attualmente lo stato sia stato “sopraffatto” dal mercato. Tuttavia, uno sguardo più attento noterà che il neoliberismo non ha comportato un'uscita di scena dello stato quanto piuttosto una sua riconfigurazione, mirata a porre il timone della politica economica “nelle mani del capitale, e principalmente degli interessi finanziari”, come scrive Stephen Gill. (10)
È lapalissiano, dopotutto, che il processo neoliberista non sarebbe stato possibile se i governi – e in particolare quelli socialdemocratici – non fossero ricorsi a tutta una panoplia di strumenti per promuoverlo: la liberalizzazione di merci e flussi di capitale; la privatizzazione di risorse e servizi sociali; la deregolamentazione delle attività d'impresa, e dei mercati finanziari in particolare; la riduzione dei diritti dei lavoratori (primo e più importante, il diritto alla contrattazione collettiva) e, più in generale, la repressione dell'attivismo sindacale; la riduzione delle tasse sulla ricchezza e sul capitale, a spese dei lavoratori e della classe media; la decimazione dei programmi sociali, e via e via. Queste politiche sono state sistematicamente perseguite in tutto l'Occidente (e imposte ai paesi in via di sviluppo) con inedita determinazione, e col sostegno di tutte le maggiori istituzioni internazionali e dei principali partiti politici.
Perfino la perdita di sovranità nazionale invocata nel passato, come lo è tuttora, per giustificare le politiche neoliberiste, è in gran parte il risultato di una volontaria e cosciente limitazione dei diritti sovrani degli stati da parte delle varie élite nazionali. A questo scopo, le svariate politiche adottate dai paesi occidentali includono: (1) ridurre il potere dei parlamenti, a fronte di quella delle burocrazie di governo; (2) rendere le banche centrali indipendenti dai governi, col fine dichiarato di sottomettere questi ultimi a una “disciplina basata sul mercato”; adottare una politica focalizzata sull'inflazione come strategia principale delle banche centrali – un approccio che mette in primo piano una bassa inflazione come principale obbiettivo della politica monetaria, escludendo altri obbiettivi quali, ad esempio, la piena occupazione; adottare regole limitatrici dell'azione politica – sulla spesa pubblica, sulla proporzione debito-PIL, sulla concorrenza eccetera – in modo da limitare quello che i politici possono fare su mandato dei loro elettori; (5) subordinare i settori di spesa al controllo delle tesorerie; (6) riadottare tassi di scambio fissi, che limitano gravemente la capacità dei governi di esercitare il controllo sulla politica economica; e infine, cosa forse più importante, (7) cedere prerogative nazionali nelle mani di istituzioni sovranazionali e burocrazie interstatali quali l'Unione Europea.
La ragione per cui i governi sceglievano volontariamente di “legarsi le mani” è fin troppo chiara: come esemplifica il caso europeo, la creazione di “vincoli esterni” autoimposti ha permesso alle classi politiche nazionali di ridurre il costo politico della transizione neoliberista – che implicava ovviamente politiche impopolari – dando la colpa a regole prestabilite e a istituzioni internazionali “indipendenti”, che a loro volta venivano presentate come il risultato inevitabile delle nuove, crude realtà della globalizzazione.

Lo Statalismo del Neoliberismo
Inoltre, il neoliberismo è stato (ed è) associato a varie forme di autoritarismo di stato – quindi il contrario dello stato minimo invocato dai neoliberisti – dato che gli stati hanno rinforzato il settore securitario e poliziesco, componente di una generale militarizzazione della gestione delle manifestazioni di protesta. In altre parole, non solo la politica economica neoliberista richiede la presenza di uno stato forte, ma addirittura di uno stato autoritario sia a livello nazionale sia internazionale, in particolar modo quando si tratta di forme estreme di neoliberismo, come quelle sperimentate dai paesi periferici. In questo senso, l'ideologia neoliberista, almeno nelle sue vesti antistataliste, dovrebbe essere considerata come un mero, conveniente alibi per quello che è stato, ed è, un progetto essenzialmente politico e statale. Il capitale rimane dipendente dallo stato tanto oggi quanto al tempo del keynesismo – per tenere sotto controllo le classi lavoratrici, salvare grandi imprese che altrimenti finirebbero in bancarotta, aprire mercati in altri paesi (utilizzando a volte l'intervento militare) eccetera. L'ironia suprema, o chiamiamola indecenza, è che i partiti della Sinistra tradizionale, sia al governo sia all'opposizione, sono diventati i portabandiera del neoliberismo.
Nei mesi e anni seguenti al crollo finanziario del 2007-2009, la perenne dipendenza del capitale – e del capitalismo – la dipendenza dallo stato in un'era neoliberista è diventata vistosamente evidente, visto che i governi degli Stati Uniti, Europa e altrove hanno tratto in salvo le rispettive istituzioni finanziarie a colpi di bilioni di dollari. Eppure a quel tempo nessun importante opinionista ha strillato “E i soldi da dove si prendono?” Ben presto, comunque, quegli stessi soggetti, alcuni dei quali diretti beneficiari dei provvedimenti di salvataggio, sono tornati al solito ritornello, ammonendoci che i governi sono in bancarotta, che i nostri nipoti saranno stritolati dal crescente peso del debito pubblico, e che l'iperinflazione è in agguato. Successivamente alla cosiddetta crisi dell'euro del 2010, in Europa tutto questo è stato accompagnato da un assalto su tutti i fronti contro il modello socioeconomico europeo del dopoguerra, con l'obbiettivo di ristrutturare e riprogettare le società e le politiche europee secondo linee maggiormente favorevoli al capitale. Una tale riconfigurazione radicale delle società europee – che, lo ripetiamo, ha visto in prima linea i governi socialdemocratici – non si basa su un arretramento dello stato rispetto al mercato, ma piuttosto da una ri-intensificazione dell'intervento statale a favore del capitale. (11)
Nondimeno, l'idea erronea del declino dello stato-nazione è diventata ormai elemento integrante [entrenched fixture] della Sinistra. Visto quanto sopra, non sorprende affatto che le maggiori formazioni di sinistra siano oggi del tutto incapaci di offrire una concezione positiva della sovranità nazionale che si contrapponga alla globalizzazione neoliberista. A peggiorare ulteriormente la situazione, molti a sinistra si sono bevuti le favole macroeconomiche che l'establishmant utilizza per scoraggiare qualsiasi uso alternativo delle misure fiscali dello stato. Ad esempio, hanno accettato senza fare domande la cosiddetta analogia del “bilancio familiare”, che sostiene che i governi emittenti valuta, come un nucleo familiare, hanno limiti finanziari ineludibili [are financially constrained], e che un deficit fiscale diventa un carico rovinoso per le future generazioni.

Dall'Emancipazione alla Ratificazione dello Status Quo
Tutto ciò procede di pari passo con un altro, parimenti tragico, sviluppo. Dopo la sua storica sconfitta, la tradizionale attenzione anticapitalista della Sinistra verso il concetto di classe ha lasciato il campo a una versione liberal-individualista dell'emancipazione. Soggiogati dalle teorie postmoderniste e poststrutturaliste, gli intellettuali della Sinistra hanno abbandonato le categorie marxiane di classe per concentrarsi invece su elementi del potere politico sull'uso di linguaggio e narrazioni come mezzo per consolidare i significati. Questo cambio di rotta ha anche delineato nuove aree di lotta politica che sono diametralmente opposte a quelle descritte da Marx. Negli ultimi trent'anni l'attenzione della Sinistra si è spostata dal “capitalismo” a questioni come il razzismo, la politica di genere, l'omofobia, il multiculturalismo eccetera. La marginalità non viene più descritta in termini di classe ma in termini di identità. La lotta contro l'illegittima egemonia della classe capitalista ha lasciato il campo alle lotte di una varietà di gruppi e minoranze (più o meno) oppresse e marginalizzate: donne, neri, LGBTQ eccetera. Il risultato è che la lotta di classe ormai non viene più vista come la via per la liberazione.
In questo mondo postmodernista, solo le categorie che trascendono i confini tra le classi vengono considerate rilevanti. In aggiunta, le istituzioni sviluppatesi per difendere i lavoratori contro il capitale – come sindacati e partiti socialdemocratici – sono ormai succubi di questi obbiettivi estranei alla lotta di classe [non-class struggle foci]. Come osserva Nancy Fraser, il risultato che è emerso, praticamente in tutti i paesi occidentali, è una perversa consonanza politica tra “le correnti principali dei nuovi movimenti sociali (femminismo, antirazzismo, multiculturalismo e diritti LGBTQ) da una parte, e dall'altra i settori imprenditoriali di servizi 'simbolici' e di fascia alta (Wall Street, Silicon Valley e Hollywood)”. (12) Il risultato è un progressismo neoliberista “che mette insieme ideali ridimensionati di emancipazione e forme letali di finanziarizzazione,” con i primi che prestano il loro carisma a queste ultime.
Man mano che la società si è andata dividendo sempre di più tra una classe urbanizzata, socialmente progressista, cosmopolita, ben educata, altamente mobile e specializzata, e una classe periferica, a bassa specializzazione, di bassa cultura, che lavora di rado all'estero e che affronta la concorrenza degli immigrati, la Sinistra di governo ha costantemente preso le parti della prima. In effetti, il divorzio tra le classi lavoratrici e la Sinistra intellettuale e culturale può essere considerato uno dei principali motivi dietro la ribellione di destra che investe attualmente l'Occidente. Come ha affermato Jonathan Haidt, il modo in cui le élite urbane globaliste parlano e agiscono innesca involontariamente le tendenze autoritarie di una frangia di nazionalisti. (13) In quest'orribile circolo vizioso, tuttavia, più le classi lavoratrici si volgono verso populismi e nazionalismo di destra, più la Sinistra intellettual-culturale moltiplica le sue fantasie liberali e cosmopolite, esacerbando ancora di più l'etnonazionalismo del proletariato.
Ciò è particolarmente evidente nel dibattito politico europeo in cui, nonostante gli effetti disastrosi di Unione Europea e unione monetaria, la Sinistra di governo – appellandosi spesso ai medesimi argomenti utilizzati più di una generazione addietro da Callaghan e Mitterand – resta aggrappata a simili istituzioni. A dispetto di ogni prova del contrario, la Sinistra di governo afferma che queste istituzioni possono essere riformate in chiave progressista, e rifiuta ogni argomentazione a favore di una nuova agenda progressista basata su una ritrovata sovranità nazionale, bollandola come un “arretramento su posizioni nazionaliste”, destinate inevitabilmente a far precipitare il continente in un fascismo stile anni 30. (14) Una tale posizione, per irrazionale che sia, non desta sorpresa, considerando che, dopotutto, l'unione monetaria europea è un'idea partorita dalla Sinistra europea. Tuttavia, questa posizione presenta numerosi problemi, che in definitiva hanno la loro radice nell'incapacità di comprendere l'autentica natura dell'Unione Europea e dell'unione monetaria. Per prima cosa, si ignora il fatto che la costituzione politica e l'economia dell'UE sono strutturate proprio per ottenere i risultati che abbiamo sotto gli occhi: l'erosione della sovranità popolare, il massiccio trasferimento della ricchezza dalle classi medie e basse a quelle dominanti, l'indebolimento della classe lavoratrice, e più in generale l'arretramento delle conquiste democratiche e socioeconomiche ottenute nel passato dalle classi subordinate. L'UE è progettata appositamente per impedire quel tipo di riforme radicali a cui aspirano i progressisti integrazionisti e federalisti.
Ancora più importante è il fatto che queste posizioni riducono la Sinistra al ruolo di difensore dello status quo, permettendo in tal modo alla Destra politica di monopolizzare le legittime rimostranze anti-sistema (e specificamente anti-UE) dei cittadini. Questo significa cedere alla Destra e all'estrema Destra la lotta discorsiva e politica per l'egemonia post-neoliberismo. Non è arduo accorgersi che se un cambiamento in chiave progressista si può attivare solo al livello globale o europeo – in altri termini, se l'alternativa offerta all'elettorato è tra un nazionalismo reazionario e un progressismo globalista – allora per la Sinistra la battaglia è persa in partenza.

Rivendicare lo Stato
Non dev'essere così per forza, tuttavia. Come spieghiamo in Reclaiming the State, una visione progressista, emancipazionista della sovranità nazionale radicalmente alternativa a quelle della Destra e dei neoliberisti – una visione basata sulla sovranità popolare, sul controllo democratico dell'economia, sul pieno impiego, la giustizia sociale, una redistribuzione dai ricchi verso i poveri, una politica di inclusione, e più in generale la trasformazione socio-ecologica della società e della produzione – una tale visione è possibile. È anzi indispensabile. Come scrive J. W. Mason:
“Qualsiasi ordinamento [sovranazionale] si possa immaginare in linea di principio, l'applicazione concreta degli apparati di sicurezza sociale, delle leggi sul lavoro, della protezione dell'ambiente e della redistribuzione della ricchezza avviene a livello nazionale, ed è perseguita da governi nazionali. Per definizione, ogni lotta mirante alla conservazione la democrazia sociale di oggi è una lotta per difendere le istituzioni nazionali.” (15)
In modo analogo, la lotta per difendere la sovranità democratica contro l'offensiva della globalizzazione neoliberista è l'unica base su cui si possa rifondare la Sinistra, sfidare la Destra nazionalista e ricucire lo strappo tra la Sinistra e la sua “naturale” base sociale – i diseredati. A questo fine, la Sinistra deve anche abbandonare la sua ossessione per le politiche identitarie e recuperare un “concetto di emancipazione più allargato, antigerarchico, egualitario, di classe e anticapitalistico” che un tempo era il suo marchio di fabbrica. Simili priorità, ovviamente, non sono in contraddizione con le lotte contro il razzismo, il patriarcato, la xenofobia e altre forme di oppressione e discriminazione. (16) Abbracciare una concezione progressista della sovranità significa anche lasciarsi alle spalle i tanti falsi miti macroeconomici che affliggono i pensatori progressisti e di sinistra. Come abbiamo già affermato, uno dei miti più diffusi e persistenti è il presupposto che i governi siano schiavi delle loro entrate. Dando credito a simili miti, la Sinistra è diventata incapace di concepire alternative radicali. E tuttavia, è proprio di alternative radicali che c'è bisogno. Come ha osservato di recente Perry Anderson: “Per i movimenti anti-sistema della Sinistra in Europa” - come altrove, del resto - “la lezione di questi ultimi anni è chiara. Se non vogliono farsi sorpassare dai movimenti di destra, non possono permettersi di essere meno radicali nell'attaccare il sistema, e in questa opposizione devono essere coerenti.” (17) In altre parole, la Sinistra deve tornare a essere radicale. In Reclaiming the State illustriamo quelli che riteniamo i requisiti necessari – in termini teorici, politici e istituzionali – per la creazione di una concezione all'interno della quale il perseguimento di un progetto socialmente ed economicamente progressista sia tecnicamente possibile. Questo è ciò che è necessario:

  1. Una concezione corretta delle capacità dei governi monetariamente sovrani (o comunque emittenti valuta), e più specificamente la consapevolezza che simili governi non sono mai vincolati alle entrate e alla solvibilità, dato che emettono la loro moneta con un atto legislativo e di conseguenza non possono “finire i soldi” o diventare insolventi. Questi governi hanno sempre una capacità illimitata di spendere la loro stessa valuta: cioè possono acquistare tutto ciò che vogliono, finché esistono beni e servizi acquistabili con la valuta da loro emessa, e possono utilizzare il loro potere di emettere moneta per finanziare massicci investimenti in infrastrutture sociali e materiali. Come minimo, possono reclutare i disoccupati e riutilizzarli produttivamente (ad esempio, con un Programma di Lavoro Garantito [job guarantee] [2] Questo, naturalmente, non si può applicare a paesi che facciano parte dell'Unione Monetaria Europea. La comprensione della realtà operativa delle moderne economie di emissione valutaria diviene quindi una conditio sine qua non per prefigurare una visione progressista ed emancipatoria della sovranità nazionale.
  2. Una drastica espansione del ruolo dello Stato – e un pari ridimensionamento del ruolo del settore privato – nel sistema di investimenti, produzione e distribuzione. Un progetto progressista per il XXI Secolo deve quindi di necessità comportare una larga ri-nazionalizzazione dei settori chiave dell'economia – incluso, cosa più importante, il settore finanziario – e un nuovo e aggiornato concetto di pianificazione, mirato a porre le leve della politica economica sotto controllo democratico.

Questi due elementi, a nostro avviso, forniscono la base su cui costruire un'alternativa progressista e radicale al neoliberismo, i cui dettagli dovrebbero risultare da un ampio dibattito tra pensatori progressisti, movimenti sociali e pariti politici, a livello nazionale e internazionali.
Per finire, è chiaro che il possesso di un programma socioeconomico convincente non basta per conquistare il cuore e la testa della gente. A parte la centralità dello Stato dal punto di vista politico-economico, la Sinistra deve farsi una ragione del fatto che la gran maggioranza della gente che non appartiene – e mai apparterrà – all'élite internazionale e giramondo, la loro idea di cittadinanza, di identità collettiva e di bene comune sono inestricabilmente legati al concetto di nazionalità. Alla fine dei conti, essere un cittadino vuol dire dibattere con altri cittadini all'interno di una comunità politica condivisa, e far sì che la classe dirigente risponda delle proprie decisioni [hold decision-makers accountable]. Oggi la Destra è vittoriosa perché è in grado di intessere un'efficace narrazione dell'identità collettiva in cui la sovranità nazionale viene sviluppata in chiave nativista o addirittura razzista. I progressisti quindi devono essere in grado di produrre narrazioni e miti altrettanto potenti, che riconoscano il bisogno di appartenenza e interconnessione degli esseri umani. In questo senso, una visione progressista della sovranità nazionale dovrebbe mirare alla ricostruzione e ridefinizione dello stato-nazione come luogo in cui i cittadini possano trovare rifugio nella “sicurezza nella democrazia [democratic protection], la legalità popolare, l'autonomia locale, i beni collettivi e le tradizioni egualitariste” piuttosto che in una società culturalmente ed etnicamente omogeneizzata, come dice Wolfgang Streeck. (18) Questo è anche il requisito indispensabile per la costruzione di un nuovo ordine internazionale, basato sull'interdipendenza, e tuttavia indipendenza degli stati nazionali.

Articolo apparso in origine su American Affairs, Volume I, Numero 3 (Autunno 2017), pagg. 75-91

Note
1 See Perry Anderson, “Why the System Will Still Win,” Le Monde diplomatique, Marzo 2017.
2 Ray Dalio et al., Populism: The Phenomenon, Bridgewater, 22 marzo 2017.
3 “Rose Thou Art Sick,” Economist, 2 aprile 2016.
4 Paolo Gerbaudo, “Post-Neoliberalism and the Politics of Sovereignty,” openDemocracy, 4 novembre 2016.
5 Marc Saxer, “In Search of a Progressive Patriotism,” Medium, 15 aprile 2017.
6 Adaner Usmani, “The Left in Europe: From Social Democracy to the Crisis in the Euro Zone: An Interview with Leo Panitch,” New Politics 14, no. 54 (Inverno 2013), http://newpol.org/content/left-europe-social-democracy-crisis-euro-zone-interview-leo-panitch.
7 Stuart Hall, “The Great Moving Right Show,” Marxism Today (Gennaio 1979): 18.
8 Colin Hay, “Globalisation, Welfare Retrenchment and ‘the Logic of No Alternative’: Why Second-Best Won’t Do,” Journal of Social Policy 27, no. 4 (Ottobre 1998): 529.
9 John Ardagh, France in the New Century: Portrait of a Changing Society (London: Penguin, 2000), 687–88.
10 Stephen Gill, “The Geopolitics of Global Organic Crisis,” Analyze Greece!, 5 giugno 2015, http://www.analyzegreece.gr/topics/greece-europe/item/231-stephen-gill-the-geopolitics-of-global-organic-crisis.
11 Richard Peet, “Contradictions of Finance Capitalism,” Monthly Review 63, no. 7 (Dicembre 2011), https://monthlyreview.org/2011/12/01/contradictions-of-finance-capitalism/.
12 Nancy Fraser, “The End of Progressive Neoliberalism,” Dissent, January 2, 2017, https://www.dissentmagazine.org/online_articles/progressive-neoliberalism-reactionary-populism-nancy-fraser.
13 Jonathan Haidt, “When and Why Nationalism Beats Globalism,” American Interest 12, no. 1 (Luglio 2016), https://www.the-american-interest.com/2016/07/10/when-and-why-nationalism-beats-globalism/.
14 Yanis Varoufakis e Lorenzo Marsili, “Varoufakis: ‘A un anno dall’Oxi, non rifugiamoci nei nazionalismi. Un’Europa democratica è possibile,’” La Repubblica, July 8, 2016, http://www.repubblica.it/esteri/2016/07/08/news/varoufakis_a_un_anno_dall_oxi_non_rifugiamoci_nei_nazionalismi_un_ europa_democratica_e_possibile_-143703316/.
15 J. W. Mason, “A Cautious Case for Economic Nationalism,” Dissent (Primavera 2017), https://www.dissentmagazine.org/article/cautious-case-economic-nationalism-global-capitalism.
16 Fraser, “The End of Progressive Neoliberalism.”
17 Anderson, “Why the System Will Still Win.”
18 Wolfgang Streeck et al., “Where Are We Now? Responses to the Referendum,” London Review of Books 38, no. 14 (14 luglio 2016), https://www.lrb.co.uk/v38/n14/on-brexit/where-are-we-now.


note del traduttore
[1] Master frame: cfr. (a cura di) Nicola Montagna, I movimenti Sociali e le Mobilitazioni Globali, Franco Angeli 2007, pagg. 28 e sgg.
[2] Crf. qui.

domenica 6 marzo 2016

Sovranità politica e sovranità economica

Ho letto con attenzione sul Fatto di oggi lo stralcio del documento di Gustavo Zagrebelsky per l'associazione Giustizia e Libertà. L'epilogo si esprime senza ambiguità in favore della restituzione della sovranità al popolo in termini di rappresentanza politica, per sottrarla, dico io, all'egemonia di una tecnocrazia, che ormai già dagli anni 70 ha preso di mira gli stati come organismi rapresentativi, ritenendoli obsoleti e indatti a gestire una fase di transizione che vede il destino dei popoli sempre più legato alla guida di apparati oligarchici, gli unici ovviamente in grado di cogliere la complessità del mondo e di governarlo, posti al di fuori di qualsiasi dispositivo di rappresentanza.
Credo che a questo punto occorra essere conseguenti e vorrei che personalità come Zagrebelsky, come già aveva fatto coraggiosamente Luciano Gallino, si esprimessero chiaramente in favore di una sovranità anche economica degli stati, poichè è difficile immaginare una sovranità politica scissa da una sovranità economica. 
Perseverare nell'idea di Europa come campo non privilegiato, bensì obbligato di azione politica, è pura ideologia e credere che si possa rivoluzionare un dispositivo così ben strutturato e chiaramente indirizzato ad un politica liberista, attraverso l'ascesa al governo in alcuni stati marginali come la Grecia, la Spagna e il Portogallo, di una sinistra annacquata, è semplicemente patetico. 
Occore resettare tutto, ripartire dalla sovranità come unica possibilità di contrasto di un disegno teso a svuotare di senso ogni rappresentatività democratica. Non è una passo indietro nè nostalgia degli stati nazione, è semplice presa d'atto di una situazione che ci condurrà al disastro e al ritorno ad un potere aristocratico mascherato da tecnocrazia, se non interveniamo in tempo. Se non si sveglia la sinistra sarà fra i corresponsabili di questo disastro
Riprendiamoci la sovranità, poi riparleremo di Europa.

domenica 22 novembre 2015

Il ritorno degli Stati nazione e la fine dell'UE


I terribili avvenimenti di Parigi hanno gettato la Francia nel caos, e il Presidente Hollande ha fatto quanto ci si aspettava da lui, proclamando lo stato di emergenza. Secondo Sapir la massima autorità francese probabilmente non si è resa conto dell’importanza della sua decisione: proclamando lo stato di emergenza e avocando a sé speciali poteri, il Presidente ha – probabilmente senza volerlo – riaffermato che la sovranità francese è nazionale e non può appartenere a nessuna entità europea sovranazionale. Questa svolta – analizzata da Sapir in termini giuridici – avviene proprio mentre l’Unione Europea si sta sgretolando, e potrebbe essere il primo passo nella riaffermazione degli Stati-Nazione.

Di Jacques Sapir (traduzione VocidallEstero) dal Blog di Beppe Grillo
"Gli attacchi che hanno sprofondato Parigi nel lutto venerdì 13 novembre suscitano in noi orrore e ribellione. No, non è la prima volta che viene versato sangue a Parigi. Sono ancora freschi nella nostra mente i ricordi degli eventi della tragedia che si svolse presso la redazione editoriale di Charlie-Hebdo e presso il negozio Hyper-Casher lo scorso gennaio. Continuiamo a piangere i morti. Ma le carneficine multiple di questo 13 novembre hanno portato un salto qualitativo nell’orrore e nella meschinità. Ora è il tempo del lutto e del cordoglio per le vittime e i loro cari. Il tempo di agire verrà dopo. Ma è importante che esso venga illuminato da un periodo di riflessione. E, riguardo a questa riflessione, emerge la questione della proclamazione dello stato di emergenza di François Hollande.
Questo annuncio ha conseguenze che vanno ben oltre le sue implicazioni pratiche. Nel decidere di proclamare lo stato di emergenza, come è definito dalla legge dal 1955, François Hollande sta facendo una mossa di cui probabilmente non ha compreso tutta la dimensione e la portata. Perché ha dato ragione a tutti coloro che difendono il principio di sovranità.

Il ritorno della sovranità
Dobbiamo allora sottolineare il fatto che nel decidere di decretare lo stato di emergenza, il Presidente della Repubblica ha compiuto un atto sovrano. Lo ha fatto in nome di tutti noi, in nome del popolo francese. Ma, così facendo, nel decidere lo stato di eccezione e che cosa deve essere fatto all’interno dello stato di eccezione, ha riportato sulla ribalta politica la questione della sovranità, contraddicendo quanto sostengono i leader dell’Unione Europea e i loro teorici. Inoltre, lo ha fatto in un momento in cui l’Unione Europea si trova in una situazione critica. Gli accordi di Schengen sono, a tutti gli effetti, decaduti, e possiamo vedere una convergenza delle crisi: in Grecia, in Portogallo e anche in Gran Bretagna (con il referendum su una possibile uscita dall’UE) così come in Spagna, dove il problema della Catalogna è noto a tutti. Questo è il contesto molto particolare della sua decisione.
Non possiamo sapere se egli fosse cosciente del significato profondo delle sue azioni ed è probabile che egli creda di stare solo rispondendo a una semplice emergenza. Ma la sua decisione ha implicazioni che vanno ben al di là di essa. Essa segna il forte ritorno della nozione di sovranità.
Sappiamo, infatti, che per Carl Schmitt (giurista e filosofo politico tedesco NdVdE) «il sovrano è colui che decide in una situazione eccezionale». Questa definizione è importante. Quindi è importante esaminare attentamente queste parole. Emmanuel Tuchscherer giustamente osserva che esse «designano infatti il legame tra il monopolio della decisione, che diventa il marchio essenziale della sovranità politica e una serie di situazioni riepilogate con il termine Ausnahmezustand, che, di là della genericità della «situazione di eccezione,» qualifica quei casi limite che C. Schmitt enumera nella stessa sezione senza realmente distinguerli: «in caso di necessità» (Notfall), «lo stato di urgenza» (Notstand), le «circostanze eccezionali» (Ausnahmefall), in breve, la situazione tipica dell’ extremus necessitatis casus che di norma impone la sospensione temporanea dell’ordinamento giuridico ordinario». È importante capire che questa sospensione dell’ «ordinamento giuridico ordinario» non implica la sospensione di tutto l’ordinamento giuridico. Al contrario. La legge non si ferma con la situazione d’eccezione, ma si trasforma. L’azione della legittima autorità diventa, nel contesto di una situazione d’eccezione, un atto giuridico. E si capisce quindi l’importanza di una chiara definizione della sovranità.
Schmitt spiega la questione in diversi modi, ritornando più volte alla sua formula iniziale: è quindi sovrano «colui che decide, in caso di conflitto, qual è l’interesse pubblico e qual è l’interesse dello Stato, la sicurezza, l’ordine pubblico e la salute pubblica». In realtà, questo è più di un semplice chiarimento. Notiamo che questa nuova definizione infatti trasforma l’identificazione della sovranità dall’essere un criterium organico (la domanda quindi è «chi decide?» o, nel vocabolario giuridico, quis judicabit?) a qualcosa di molto più concreto, specificando le circostanze in cui (in una situazione di conflitto) e le materie per le quali (l’interesse pubblico e l’interesse dello stato) diventa necessario governare per decreti. Si noterà anche che l’interesse dello stato viene distinto dall’interesse pubblico. Ma mentre l’interesse dello stato viene definito (la sicurezza e la salute pubblica, l’ordine pubblico), l’interesse pubblico rimane indefinito. Dobbiamo cercare di capirne il perché.
 

Come si definisce l’interesse pubblico?
L’interesse pubblico non può essere definito a priori, perché tale approccio, infatti, significa limitare il potere della comunità politica. Tuttavia, questo è precisamente il punto dove Schmitt afferma il primato della sovranità. Solo la comunità politica, che noi chiamiamo la gente, è in grado di definire l’interesse comune e nessuno può pretendere di orientare o limitare la sua capacità di farlo. Da questo punto di vista, Schmitt è a favore della sovranità popolare. Ma la gente decide in un dato momento, ed è importante qui capire il significato di questi termini.
La definizione dell’interesse comune ,infatti, può essere fatta solo all’interno di un contesto, a meno di far finta che la gente, o i suoi rappresentanti, possano essere dotati di onniscienza ed essere in grado di definire in anticipo la totalità degli scenari in cui si dovesse definire l’interesse comune. Eppure, è proprio l’emergere brutale di un contesto nuovo e minaccioso che induce la «situazione di eccezione». Questo è assolutamente essenziale. L’esistenza di una situazione di eccezione, quella che i giuristi chiamano il caso di «extremus necessitatis», è comunque citata da Bodin (filosofo e giurista francese NdVdE) perché esenta il sovrano dalla normale osservanza della legge. Bodin cita il caso emblematico dell’eccezione legale, con un’interruzione della legge normale, ma senza che il principio della legge stessa venga interrotto. La natura della sovranità stessa è profondamente legata allo stato di eccezione attraverso il quale rivela sé stessa.
Per Schmitt, è il contesto del conflitto – o della situazione di emergenza se si vuole estendere il ragionamento – che serve a definire questo interesse comune. Schmitt indica quindi i limiti inerenti l’argomento giuridico e, più precisamente, i limiti di un argomento essenzialmente fondato sulla nozione di legalità.
Questo argomento, che lui avversa, può essere considerato come un esempio di positivismo giuridico. Questo è perché pretende di definire per legge, o in altre parole, legalmente, ciò che può essere definito solo per rilevanza, vale a dire per legittimità, che l’argomento strettamente legale si rivela incapace di comprendere il senso profondo dello stato d’eccezione e, oggi, dello stato di emergenza. Questo argomento legale non può logicamente qualificare tale situazione puramente fattuale che, per definizione, tracima dagli argini delle consuete categorie legali.
Ma è altrettanto evidente che questo interesse comune, che funge da base e giustificazione per lo stato d’eccezione e per lo stato d’emergenza, può essere provocato e anche degenerato dalle azioni del governo. E questo solleva la questione del rispetto della legge, quando la legge stessa può essere temporaneamente sospesa.

La nozione di “legale” nel contesto dello stato di emergenza
Nasce quindi l’esigenza di scoprire con che mezzi lo Stato costituzionale può imbrigliare le autorità pubbliche in situazioni critiche dove queste tendono proprio a sciogliersi dalle solite limitazioni, pur rispondendo ai vincoli specifici di una situazione d’eccezione. Anche se la decisione di ricorrere a qualche forma di stato di eccezione, ad esempio lo stato di emergenza, si sviluppa ai margini dell’ordinamento giuridico normalmente prevalente, essa non sfugge completamente alla legge, dal momento che non esiste alcuna situazione d’eccezione a meno che essa non sia espressamente qualificata come tale. La situazione di eccezione sospende in tutto o in parte l’ordine giuridico ordinario, per come funziona in circostanze normali. Ma la situazione di eccezione non esonera del tutto l’ordine legale. In nessun caso c’è un vuoto o una totale assenza di legge. La situazione d’eccezione mostra al contrario la vitalità di un’altra variante di questo ordine. Possiamo considerare che sia l’ordine politico o sovrano normalmente nascosto dietro il quadro puramente formale e procedurale dell’ordine normativo del diritto comune: «In questa situazione, una cosa è chiara: lo stato resiste, laddove la legge recede. La situazione d’eccezione è sempre qualcosa di diverso dall’anarchia e dal caos, e questa è la ragione per cui, in senso giuridico, un ordine esiste ancora, pur essendo un ordine che non è quello della legge. L’esistenza dello stato ha qui un’incontestabile superiorità sulla validità della norma legale.».
Schmitt ha rivisitato la nozione di sovranità in un lavoro seguente sul Concetto della Politica. Egli porta alla ribalta l’opposizione centrale “amico-nemico”, come giustamente osservato da Tuchscherer. Ma pone anche al centro del dibattito: «l’unità sociale […] a cui appartiene la decisione nel caso di un conflitto e che determina il raggruppamento decisivo tra amici e nemici». Una possibile interpretazione è che questa «unità sociale» non è nient’altro, o non dovrebbe essere nient’altro, se non le persone che agiscono, la «gente stessa.» In realtà, è l’opposizione “amico-nemico”, che definisce la politica, ma questa opposizione può essere sollevata solo dall’«unità sociale». E a quest’ultima spetta l’onere di definire quelli che sono gli antagonismi concreti, i conflitti concreti e, infine, le situazioni di crisi. Oggi capiamo molto meglio il significato di questi concetti. Ed è in questo senso che François Hollande si è appena schierato a favore dei sovranisti, prendendo debitamente atto del significato della sovranità.
È probabilmente ironico che sia un Presidente così indeciso, sottoposto ad i vari diktat europei, che sta prendendo su di sé la decisione di imporre lo stato di emergenza, facendo così il ricorso proprio a quegli stessi meccanismi che professa di detestare. Ha dovuto farlo, perché gli eventi glielo hanno imposto. L’interesse comune solleva la testa nelle crisi, in un contesto particolare. Ma la sua decisione è una tappa, e non di poco conto, verso la ricostruzione della sovranità nazionale in un momento in cui l’Unione Europea sta collassando. È probabile che, seguendo la sua abitudine di voler conciliare gli estremi, il nostro Presidente, osservando con stupore la sua stessa audacia, farà un tentativo di invocare l’Europa. Non importano le parole che potrebbe utilizzare. Quel che è fatto è fatto e non può essere facilmente annullato. François Hollande, suo malgrado, ha appena dato nuova vita e il posto che merita alla sovranità e al sovranismo".


venerdì 26 luglio 2013

Il vero motivo della crisi

di Danilo Gambini
 
L’unico motivo che mi ha spinto a scrivere questo articolo è quello di cercare di spiegare a chi è estraneo ai discorsi di sovranità monetaria, e purtroppo sono tanti, quanto sia importante che essa sia detenuta dal POPOLO per USCIRE DALLA CRISI. La speranza è che tutti coloro che acquisiranno tale convincimento lo trasmettano ad amici e conoscenti, perché, purtroppo, oggi questo è l’unico modo per divulgare questi fondamentali concetti al Popolo Italiano.

BREVE RIFLESSIONE SULLA COSTITUZIONE

La Costituzione è il nostro documento fondante che sta al di sopra di tutte le leggi; Essa prevede il Diritto di resistenza ed autodifesa che è implicitamente legittimato dal dovere di fedeltà (alla Repubblica), stabilito dall’art. 54 e dal principio della sovranità popolare. Con “diritto di resistenza” si intende il diritto a difendersi da ordini, decisioni e comportamenti in contrasto con i principi costituzionali, adottati da pubblici funzionari, dalle Autorità e dagli Organi Costituzionali, anche dal Governo e dal Parlamento. 

La fedeltà alla Repubblica precede ed è preminente rispetto all’osservanza delle leggi pertanto in caso di contrasto delle leggi in vigore con i principi fondamentali dell’Ordinamento Costituzionale, è sempre l’obbedienza al senso dello Stato e della Costituzione che prevale sull’obbedienza alle leggi. La Costituzione sancisce esplicitamente che la Costituzione va tutelata contro tutti e contro tutti. Dunque, se in qualche frangente vi troverete a ravvisare comportamenti incostituzionali è chiaro che è vostro sacrosanto e legittimo diritto e DOVERE legale ribellarvi con ogni vostra forza, mezzo e capacità.
I nostri padri e i nostri nonni sono morti ed hanno sofferto grandi patimenti e privazioni ed hanno sormontato gravi difficoltà per ottenere la Carta Costituzionale che sancisse i sacrosanti diritti del cittadino Nessuno mai osi toccarla. Tutti dobbiamo rispettarla, in primis coloro che hanno il dovere istituzionale ed il ruolo per salvaguardare l’operato ed i sacrifici di sangue sudore e lacrime dei nostri avi ovvero i Politici.

La Costituzione all’articolo 1 sancisce: «….L’Italia è una Repubblica Democratica fondata sul lavoro. La Sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione…». Essa dichiara che l'Italia è una Repubblica democratica, e lo dice come prima cosa in assoluto. Quindi la Repubblica, la democrazia (traducendo letteralmente dal greco: potere – kratos - del popolo -demos) e l'Italia non sono scindibili, sono una in funzione dell'altra. Questo concetto è talmente importante che si ricollega direttamente con l'ultimo articolo, il 139, che afferma: «La forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale». Quindi mai più monarchia, o dittatura, o impero, o qualsiasi altra forma di Stato che non sia pienamente democratico e repubblicano. Ora è necessario puntualizzare, per i meno attenti, il concetto di “Sovranità” ovvero cosa significhi essere SOVRANO. La sovranità è l'espressione della somma dei poteri di governo (legislativo, esecutivo e giudiziario), riconosciuta ad un soggetto di diritto pubblico. Potere eminente che si esercita da parte di uno stato o di un sovrano, che non riconoscono alcuna autorità a sé superiore, nei confronti di coloro che abitano in un determinato territorio. 

Essere “Sovrano” vuol dire quindi avere il “Potere”, il Sovrano delle monarchie feudali decideva perfino chi poteva vivere e chi no, senza che il povero suddito potesse minimamente obbiettare a tale scelta, spettava però al Sovrano il compito di mantenere la pace tra i propri sudditi, difenderli dai pericoli esterni e provvedere al loro benessere.

LA TRUFFA AI DANNI DEL 99,5% DEL POPOLO ITALIANO

Il breve richiamo alla Costituzione è indispensabile per evidenziare l’ignobile Truffa Economica perpetrata ai danni del Popolo Italiano con la cessione di SOVRANITÀ effettuata dai Politici a favore dei Poteri Bancari e Finanziari, tenendo il POPOLO all’oscuro. Oggi è a causa della perdita di sovranità politica – elettorale, di sovranità territoriale, di sovranità giudiziaria, di sovranità culturale, di sovranità informativa–formativa, di sovranità alimentare–agricola, ma soprattutto a causa della perdita di sovranità monetaria che noi cittadini italiani ci ritroviamo ed essere :
a) Poveri; b) Sempre in più senza lavoro; c) Senza autosufficienza; d) tassati oltre ogni immaginazione
e) gradualmente e sempre più senza assistenza sanitaria pubblica indirizzata al fallimento; f) con scuole pubbliche indecorose; g) con diritto alla giustizia negato; h) Pensioni da fame ormai poste a traguardi di età irraggiungibili; i) Inesistenza di qualunque tutela garanzia, assistenza da parte dello Stato.
Nel corso degli ultimi 20 anni si è svolta, tramite le “Privatizzazioni”, una immane e poderosissima azione di rapina, drenaggio, risucchio di capitali, “valori”, ricchezze di ogni genere e natura che esistevano sul territorio italiano, per svariate migliaia di miliardi di Euro.

Politici e mas-media continuano a ripeterci che le cause della crisi sono la corruzione, l’eccessiva spesa pubblica e soprattutto che «abbiamo condotto un tenore di vita al di sopra delle nostre possibilità». Non è assolutamente vero, anche se la corruzione e la spesa pubblica possono e devono essere migliorate, affermo, senza timore di essere smentito, che la grave crisi che sta affamando il Popolo Italiano è stata determinata unicamente dalla cessione della SOVRANITÀ MONETARIA ad una Banca Privata ovvero prima alla Banca d’Italia e poi alla B.C.E. (Banca Centrale Europea), nominalmente con funzione pubblica, ma con soci privati tra cui le banche centrali nazionali (quasi tutte Spa) e indipendente per statuto da qualsiasi organo pubblico, perciò al di sopra delle istituzioni pubbliche e dei governi eletti, avente nello statuto non l’utilità pubblica, ma gli obiettivi di base dell'Unione Europea, cioè la mercificazione globale di beni e servizi, moneta compresa.

Alcune Vicende Storiche che hanno favorito la Truffa

Per comprendere esattamente la gravità della situazione è necessario ricordare, sempre ai meno attenti, alcune vicende storiche:

Ø Nixon, presidente U.S.A., il 15 agosto 1971 dichiarò la fine degli accordi di Breton Woods, con la conseguente inoperatività del rapporto di cambio con l’oro, sancito e ratificato a dicembre dello stesso anno dal Consiglio dei Dieci. Per cui dal 1971 non esiste al mondo nessuna Nazione che emette la propria moneta garantendone come contropartita l’equivalente valore in oro e pertanto ogni Nazione con moneta sovrana ha facoltà di creare denaro dal nulla, semplicemente stampandolo, perché è l'economia della Nazione che da valore al denaro.

Ø Nel 1981 è stata approvata la legge che impedisce allo Stato di finanziarsi in conto corrente presso la Banca d’Italia. Fino al 1981 la Banca d’Italia è stata sotto il diretto controllo del Ministero del Tesoro, il quale aveva piena autonomia e soprattutto non aveva limiti in merito alla possibilità di finanziarsi per mezzo di debiti verso la Banca centrale stessa.

Ø Nel 1993 la Banca D’Italia diventa, in sostanza, una specie di S.p.A. La partecipazione al capitale della Banca d'Italia è disciplinata dagli artt. 3 e 49 dello Statuto. Il capitale, di ammontare pari a 156.000 euro, è rappresentato da 300.000 quote di partecipazione nominative di 0,52 euro ciascuna, viene acquisito dalle Banche Commerciali, da alcune Assicurazioni e per il solo 5% da INAIL (l’elenco completo è disponibile sul sito ufficiale della Banca d’Italia – http://www.bancaditalia.it/bancaditalia/funzgov/gov/partecipanti - pensate che anche la “nostra” TERCAS detiene 110 quote ed ha diritto ad un voto). Ciò significa che costoro hanno il controllo delle Politiche finanziarie e monetarie del Paese.

Ø Nel 2001 il controllo delle Politiche finanziarie e monetarie del Paese passano nelle mani della B.C.E..

LA TRUFFA


A questo punto andiamo a vedere, con un esempio pratico, che differenza comporta per i cittadini, in termini economici, il fatto che la Sovranità Monetaria sia di competenza Statale oppure di una Banca Privata come la BCE.

Moneta Sovrana allo Stato: la spesa necessaria per erogare servizi pubblici (Sanità, Istruzione, Ricerca, opere pubbliche, ecc) di un anno è pari a circa € 700 miliardi (Riferim. spesa pubblica 2009 dati ISTAT). Lo Stato, attraverso la propria Banca Nazionale (non la privatizzata Banca D’Italia) stampa le monete e le spende direttamente. L’anno successivo ritira dai cittadini tasse per € 700 miliardi. I cittadini ogni anno pagheranno solo le Tasse necessarie per compensare i Servizi ricevuti l’anno precedente senza interessi.

Moneta Sovrana alla B.C.E.: la spesa necessaria per erogare servizi pubblici di un anno è pari a € 700 miliardi. Lo Stato deve stampare Titoli (ovvero “cambiali”) per 700 miliardi, e li deve collocare sul mercato finanziario. La BCE crea denaro per € 700 miliardi che viene immesso direttamente nelle riserve dei mercati di capitali privati europei attraverso le Banche Commerciali che acquisiscono il denaro ad un interesse dello 0,5% e comprano Titoli Italiani che renderanno loro un interesse anche del 7% annuo. Questo significa che alla scadenza dei Titoli il popolo Italiano dovrà pagare Tasse per € 750 miliardi. i cittadini Italiani, oltre le Tasse necessarie per compensare i Servizi ricevuti, pagheranno ogni anno miliardi di interessi alle Banche Commerciali.

A questo punto la domanda sorge spontanea: perché dobbiamo regalare alle banche ogni anno tutto questo denaro?

Ma soprattutto: Perché dobbiamo contrarre debiti con usurai legalizzati, mettendogli così nelle mani un’arma così potente da consentire loro di dominarci? (a Berlusconi – democraticamente eletto - la BCE e la Commissione Europea hanno imposto le immediate dimissioni e la sua sostituzione con “Monti” – dittatorialmente eletto da Re Napolitano - pena il fallimento dello Stato Italiano entro due mesi).

I Nostri Politici dal 1981 in poi hanno scelto per Noi, senza spiegarci hanno “TRUFFATO” il Popolo cedendo la Sovranità Monetaria prima alla Banca Centrale Italiana, Banca D’Italia, e poi alla BCE, cioè hanno scelto di metterci nelle mani degli usurai.

Ma quello che fa veramente rabbia è che nessun Organo Istituzionale e nessun organo di stampa e nessuna televisione (tutti asserviti al Potere Bancario e Finanziario) dica al Popolo Italiano che se avessimo avuto la SOVRANITÀ MONETARIA dal 1981 al 2011, dati Ufficiali ISTAT alla mano, non avremmo maturato il Debito Pubblico di oltre 2000 miliardi ma addirittura avremmo un utile di 484 miliardi di €. Tanti sono gli euro di tasse in più (avanzo primario) versati allo Stato dal POPOLO ITALIANO negli ultimi 30 anni (ribadisco, dati ufficiali ISTAT alla mano) ma gli oltre 2150 miliardi di Interessi pagati (soprattutto alle Banche) ci hanno indebitato.

È INCREDIBILE

i Politici e i mass media continuano a ripeterci che abbiamo condotto un tenore di vita al di sopra delle nostre possibilità mentre da questi dati inconfutabili emerge che in 30 anni abbiamo pagato tasse per 484 miliardi di € in più rispetto ai servizi ricevuti dallo Stato e che pertanto se non ci fossero stati gli interessi, immotivati (uno Stato Sovrano non paga interessi), oggi avremmo avuto un utile di bilancio di ben 484 miliardi.

Secondo Voi non sarebbe il caso di fare qualcosa contro questa Truffa, anche perché gli interessi passivi sul debito pubblico sono destinati ad aumentare: 2011 = pagati 78 miliardi di €; 2012 = pagati 89 miliardi di €; ... 2013 = da pagare 95 miliardi di €; previsione 2015 = si pagheranno 100 mild € di interessi sul debito!
In regime di sovranità monetaria questi miliardi andrebbero risparmiati...altro che manovre finanziarie basate su tagli della spesa pubblica e aumento delle tasse ai cittadini!

L'Italia per ritornare a "vivere" ha bisogno della SOVRANITA' MONETARIA e di politiche monetaria ESPANSIVE.

Uno Stato sovrano, con una propria banca che stampa moneta non è mai in debito con nessuno. Uno Stato sovrano che emette la propria moneta crea credito, infrastrutture e occupazione.

Più la crisi si inasprisce più le Nazioni hanno grande necessità di denaro, e non essendo in grado di contrattare ottengono interessi anche del 6-7%, una quantità che gli Stati non a moneta sovrana, non sono in grado di restituire, in quanto gli euro da restituire sono sempre più di quelli che è possibile ritirare. Allora, invece che pagare con gli euro (che non hanno), pagano con la cessione ai debitori dei servizi pubblici, con aree demaniali (territori, laghi, montagne, sorgenti), opere pubbliche (sistemi idrici, acquedotti) o con leggi favorevoli ai magnati del capitale internazionale, perché questo è il vero scopo della crisi creata ad arte.

Così appaiono sempre più chiare le varie fandonie che ci vengono propinate per giustificare le lacrime e sangue richieste dai nostri politici, asserviti alla grande finanza.
Non è possibile, infatti, ritenere che la causa dell’inasprimento delle tasse sia da ricercare nel deficit pubblico, senza considerare, in questa sede la grande truffa che vi è dietro e L’INESISTENZA DEL DEBITO PUBBLICO in quanto costituito unicamente da INTERESSI che lo rende “DEBITO DETESTABILE”. "Un debito detestabile è un debito contratto dallo Stato con le banche o altri istituti, che però non porta benefici alla popolazione, ma anzi la danneggia. Un debito simile non si può pretendere che venga pagato dallo stesso popolo che ne ha già subito le conseguenze in termini d'interessi sul debito pubblico". Questa nozione giuridica fu, per esempio, usata dagli USA prima della formazione del Governo di occupazione in Iraq, per cancellare il debito dell'Iraq (250 mld USD,) fu poi usata dal premier Correa in Ecuador per ristrutturarne una parte. (Correa ebbe come principali consulenti uno studio di N.Y.) ed è stata usata infine più recentemente dall'Islanda.

È ORA DI SVEGLIARSI

Perché stiamo permettendo a questi Ignobili Individui di asservirci totalmente al loro potere?

Perché stiamo permettendo all’attuale classe politica Nazionale di continuare nella loro opera mistificatoria?

Se non ci riappropriamo della Sovranità Monetaria e non Nazionalizziamo la Banca D’Italia non c’è speranza per il Popolo Italiano, non riusciremo mai a ripagare il Debito Pubblico agli strozzini.

Nessun Politico, anche il più esperto, onesto e nobile d’animo, potrà dare soluzione al problema, perché dovrà sempre rispondere, da sottomesso, al Potere Economico gestito unicamente da BCE e Commissione Europea (Organi Dittatoriali), che, gli ordineranno le misure da attuare, senza possibilità di replica, a pena di fallimento. Non permettiamo a nessuno che non sia il Popolo Italiano di modificare la COSTITUZIONE.

La NOSTRA Costituzione stabilisce che il POPOLO è SOVRANO, ovvero che il POTERE spetta al POPOLO. Questo Governo Farsa vuole modificarla per togliere ulteriore sovranità al POPOLO e metterla nelle mani di una Oligarchia Finanziaria, costituita da autentici mascalzoni criminali, che ridurrà in schiavitù il POPOLO ITALIANO. Non continuiamo a lasciarci ingannare da POLITICI e Giornalisti che da anni oramai fanno disinformazione e creano terrorismo mediatico con previsioni catastrofiche sull’uscita dall’Euro. Il POPOLO ITALIANO non solo non deve più permettere che la Costituzione venga modificata ma deve esigere da questo Governo e dai Governi che verranno che torni ad essere applicata in modo corretto, riappropriandosi quindi della Sovranità ceduta con i vari Trattati Europei che hanno massacrato economicamente la Nazione.

COSA FARE

¾ recedere dai Trattati dell’Unione Europea, che hanno di fatto tolto la sovranità allo Stato Italiano e lo hanno imbrigliato nella truffa dell’Euro, una moneta privata che dobbiamo restituire con tassi di interesse;

¾ nazionalizzare Banca d’Italia e collegarla al Ministero del tesoro;

¾ ripristinare la separazione tra banche commerciali e banche d’affari e di speculazione ed eliminare il meccanismo della “riserva frazionaria” (grande altra porcata che consente alle banche di creare inflazione di cui, se ne avrò l’occasione, vi parlerò in futuro).

Solo attuando questi tre punti potremmo uscire dalla crisi e riappropriarci della nostra dignità di Popolo. 


sabato 24 novembre 2012

L'Età Oscura del Denaro

Milton Friedman e l'avvento del Fascismo Monetario

di James C. Kennedy (da Counterpunch)
traduzione di Domenico D'Amico


Traduciamo questo pezzo da Counterpunch perché è interessante leggere una critica (assai pesante) del cosiddetto neoliberismo non da un punto di vista anticapitalistico, bensì da una prospettiva di capitalismo “classico”.
Naturalmente, da parte nostra non consideriamo quello che l'autore chiama Fascismo Monetario come una “deviazione” dal “vero” libero mercato. Il “vero” libero mercato a cui si riferisce l'autore è la storia di un liberalismo “reale” fatto di colonialismo e imperialismo sanguinari. Ma la descrizione che troviamo qui è esatta. Il capitalismo è intrinsecamente predatorio, e il fatto che (senza che ci sia nessun comitato di Illuminati a deciderlo) si avvii spontaneamente ad aggredire la stessa sopravvivenza del genere umano non è un tradimento, una perversione. È la sua natura.
DD


Se vi capita spesso di chiedervi come mai il “capitalismo del libero mercato” sembri un fallimento nonostante che economisti e opinionisti politici assicurino che funziona a dovere, la vostra intuizione è azzeccata.
Il capitalismo del libero mercato ormai appartiene al passato. A dire il vero il capitalismo del libero mercato è stato sostituito da qualcosa che è sia contro il capitalismo sia contro il libero mercato. La deviazione avviene alla luce del sole.
A iniziare all'incirca dal 1970, gli Stati Uniti e la maggior parte del “mondo libero” si sono allontanati dal tradizionale “capitalismo del libero mercato”, imboccando una strada diversa. Al giorno d'oggi gli Stati Uniti e gran parte dell'economia mondiale operano sotto quello che io chiamo Fascismo Monetario: un sistema nel quale gli interessi finanziari controllano lo Stato a vantaggio della classe finanziaria. Si tratta di qualcosa di significativamente diverso dal Fascismo tradizionale, un sistema nel quale lo Stato e l'industria operano a vantaggio dello Stato.
Il Fascismo Monetario è stato concepito e diffuso tramite la Chicago School of Economics. Le opere collettive di Milton Friedman costituiscono le fondamenta del Fascismo Monetario. Consapevoli della universale impopolarità del termine “Fascismo”, Friedman e la Chicago School of Economics camuffarono le loro opere sotto l'etichetta di “Capitalismo” ed economia del “Libero Mercato”.

giovedì 11 ottobre 2012

27 Ottobre. Sciopero generale, una botta di vita.

Credo che di parole ne abbiamo dette tante e tante angherie da questo governo fraudolento abbiamo subito. E' ora di passare ai fatti.
Il 27 Ottobre è stata indetto uno sciopero generale da sindacati irregimentati, screditati al punto giusto e per giunta affetti da un letargismo resistente a qualsiasi stimolo naturale o artificiale. Non importa. Può comunque essere l'occasione per dire la nostra su questo governo e le sue politiche volutamente suicide che ci condannano ad un'era geologica di sottomissione e di povertà, con sopra la testa il ricatto costante della scarsità.
Non vogliamo la scarsità, rivogliamo la sovranità nazionale e la nostra moneta per gestirle democraticamente.
Non sprechiamo questa occasione, c'è il serio rischio che il senso dell'inutilità di qualsiasi azione, la frustrazione e la perdita di ogni istinto vitale, abbiano il definitivo sopravvento su di noi.

sabato 26 maggio 2012

Paolo Barnard a L’Ultima Parola: “Monti è un criminale bugiardo”

da controcopertina


Le rare volte che Paolo Barnard compare in tv, le scintille sono assicurate. E’ stato così anche ieri, all’Ultima Parola, il programma di Rai Due condotto da Gianluigi Paragone. Si parla del terremoto dell’Emilia Romagna e del rischio che i cittadini e le aziende colpite non vengano indennizati. “Anche le banche hanno avuto dei terromoti e la Bce di Mario Draghi è subito intervenuta, pompando mille miliardi di euro. Questi soldi sono stati creati semplicemente premendo un pulsante e vengono poi usati per fare speculazione contro gli Stati. E’ una questione di scelte: si potrebbero creare soldi dal nulla per risarcire i terremotati, ma non si fa. Si tratta di una scelta precisa”.
Quando il deputato del Pd Colaninno ripete per l’ennesima volta il mantra per cui “Monti ha salvato l’Italia”, Barnard esplode. “Monti è un bugiardo e un criminale, sa che stiamo andando al disastro perché è un esperto di economia monetaria”. Paragone si affretta a prendere le distanze dall’ex giornalista di Report: “Lei si assume le responsabilità di quello che dice”. Colaninno s’infuria: “Non possiamo permettere che in Rai qualcuno definisca il presidente del consiglio un criminale!”
Nei pochi minuti in cui viene lasciato parlare, Barnard argomenta: “L’euro è un disegno che nasce 70 anni fa per affamare il Sud dell’Europa. Si utilizza lo spread e il debito pubblico per incutere terrore fra la gente e fare accettare i tagli allo stato sociale e la diminuzione di democrazia. Il problema è la sovranità monetaria, che l’Italia ha ceduto alla Bce. Quest’ente privato favorisce le banche private e strozza gli Stati. Quando c’era la lira il rapporto tra debito pubblico e Pil era molto più alto di adesso, eppure non siamo andati in bancarotta. Il Giappone e gli Stati Uniti hanno un debito pubblico molto più elevato dell’Italia, eppure non vanno in bancarotta. Perché? Semplice: hanno una propria banca centrale che immette moneta nel sistema economico e non subiscono lo strozzinaggio. Bisogna uscire dall’euro, perché lo scopo della moneta unica è affamare i popoli. Le conseguenze le stiamo vedendo: imposte altissime, disoccupazione fuori controllo, recessione, imprese che falliscono, stato sociale indebolito…”
Oliviero Beha (giornalista e scrittore) e Paolo Ferrero (segretario di Rifondazione Comunista) dicono che Barnard “ha fondamentalmente ragione, ma se dà a Monti del criminale poi la gente si ricorda solo di questo”. E infatti…

giovedì 26 aprile 2012

Evadere le nuove tasse di Monti è un dovere civico. Pagarle è favoreggiare un crimine.


dal blog di Paolo Barnard 

Primo assunto: il governo di Mario Monti è illegittimo e criminoso, essendo frutto di un Golpe Finanziario che ha sospeso la democrazia parlamentare in Italia. Il prelievo fiscale di un governo golpista è illegittimo di per sé. (*)
Secondo assunto: il prelievo fiscale del governo Monti è uno STRUMENTO CRIMINOSO mirato a distruggere il tessuto economico dell’Italia secondo un piano ordito da elite tecnocratiche Neoclassiche, Neomercantili e Neoliberiste che su di esso profittano, e che fu imposto ai cittadini nel corso della creazione dell’Eurozona, anch’essa strumento di spoliazione illegittima dei popoli europei per il profitto esclusivo di quelle elite. (**)
Terzo assunto: acconsentire e piegarsi a un siffatto strumento criminoso è inaccettabile, significa favoreggiamento.
Quarto assunto: con l’entrata dell’Italia nell’Eurozona e con la ratifica nazionale del Trattato di Lisbona - entrambe le cose avvenute SENZA ALCUNA CONSULTAZIONE del popolo sovrano - lo Stato italiano ha perduto la sua moneta sovrana (Lira). Gli è quindi negata la possibilità di emettere senza limiti teorici una propria moneta per finanziare la spesa corrente, e ciò lo pone, al pari di tutti i Paesi della zona Euro, nella scandalosa condizione di doversi approvvigionare di moneta Euro indebitandosi coi mercati di capitali privati, che ricevono gli Euro dalla BCE direttamente all’emissione. Ne deriva che oggi con l’Euro lo Stato italiano TASSA i cittadini e aziende fino all’esasperazione PER RIPAGARE I DEBITI che contrae coi mercati di capitali privati per far fronte alle spese correnti, i quali mercati poi usurano lo Stato con tassi d’interesse impossibili, facendo PROFITTI favolosi. Questo drenaggio fiscale insostenibile sta distruggendo l’economia e i risparmi degli italiani, ma si ribadisce che esso NON è un accidente di percorso. E’ al contrario parte del piano di profitti criminosi di cui all’assunto 2, e sta causando letteralmente la rovina di almeno un’intera generazione di connazionali destinati a sofferenze inaccettabili nel presente e nel futuro.
Quinto assunto: il prelievo fiscale criminoso di cui sopra è stato criminosamente istituzionalizzato con la modifica dell’articolo 81 della Costituzione italiana – pareggio di bilancio in Costituzione - ottenuto nel corso del Golpe Finanziario sotto la MINACCIA ESTERNA dei mercati dei capitali che sono in grado di paralizzare l’intera Funzione Pubblica italiana negandogli arbitrariamente la moneta Euro di cui essa ha assoluto bisogno. Il parlamento italiano non ha avuto alcun potere di dissenso, pena appunto la distruzione dall’esterno della nostra economia, ed è di fatto esautorato (Golpe).
Sesto assunto: si ricorda, in quanto cruciale per quanto poi si va a proporre, che l’istituto del prelievo fiscale in REGIME DI SOVRANITA’ MONETARIA (la Lira) non è MAI servito a finanziare la spesa dello Stato. Va compreso che il prelievo fiscale è effettuato su denaro che lo Stato ha emesso PER PRIMO perché solo lo Stato può creare la moneta. Per cui risulta un contro senso pensare che lo Stato possa spendere solo dopo aver prelevato da cittadini e aziende il denaro che lui stesso emette in origine. Ne consegue che il pagamento delle tasse NON è nato come obbligo di cittadini e aziende per permettere allo Stato di funzionare, ed è assurdo quindi che lo Stato li tassi a sangue con quel pretesto. Infatti proprio la natura stessa delle tasse, in regime di sovranità monetaria, dovrebbe permettere allo Stato di ARRICCHIRE la cittadinanza perseverando in una spesa statale SUPERIORE alla tassazione, e non di impoverire la cittadinanza. Ne deriva inoltre che lo Stato italiano della Lira era teoricamente nella posizione di poter liberamente alleggerire la pressione fiscale nel caso in cui l’economia del Paese tendesse a una recessione. Ma a causa del criminoso disegno dell’Eurozona di cui sopra e all’assunto 4, oggi lo Stato deve proprio attingere da cittadini e aziende con ampi e crescenti prelievi fiscali (le Austerità) per far fronte al suo fabbisogno. Ciò inevitabilmente deprime l’economia in un circolo vizioso micidiale di deflazione dei redditi, quindi crolli aziendali, quindi disoccupazione, quindi ammortizzatori sociali alle stelle, quindi esborsi statali improduttivi e quindi ancor più tasse per farvi fronte, e sofferenze sociali inaccettabili. Tutto ciò aggravato da fatto di essere stato voluto a tavolino dalle elite Neoclassiche, Neomercantili e Neoliberiste per il fine di distruggere la sovranità democratica negli Stati del sud Europa imponendovi povertà di massa, su cui essi speculano immense fortune. Un crimine sociale di proporzioni storiche. Dunque, QUESTA tassazione del governo Monti è non solo distruttiva, ma è anche ILLEGITTIMA IN QUANTO CRIMINOSA, e ci è inflitta da una struttura monetaria e da Trattati europei che CI SONO STATI IMPOSTI CON L’INGANNO E SENZA ALCUNA CONSULTAZIONE DEL POPOLO SOVRANO. Si badi bene:

NON E’ COLPA DELLE FAMIGLIE DI QUESTO PAESE SE I GOVERNI TECNICI DEGLI ANNI ’90, DA  AMATO A PRODI A D'ALEMA, E I PRESENTI TECNICI AL GOVERNO, IMPONENDOCI L’EURO CI HANNO MESSO CON L’INGANNO NELLE CONDIZIONI ASSURDE E SOCIALMENTE MICIDIALI DI DOVER NOI CITTADINI FINANZIARE LA SPESA DELLO STATO CON LE TASSE SUL NOSTRO RISPARMIO

Date per assodate, cioè frutto di indagini e di lavoro accademico autorevole (**), le nozioni di cui sopra, risulta che è dovere di cittadini e aziende italiani opporsi con ogni mezzo a questo crimine. Questo Golpe Finanziario, che usa quel prelievo fiscale illegittimo come arma di distruzione economica, viene condotto dal governo illegittimo in carica con la collusione persino della più alta carica dello Stato. Diventa così lecito per i cittadini e aziende organizzarsi in una resistenza civica che preveda disubbidienze a tutto campo, e che si fermi solo di fronte alla scelta della violenza.
Per tutto quanto sopra, con particolare riferimento alla tassazione devastante del governo Monti, invito i cittadini consapevoli dei danni epocali e delle sofferenze per generazioni che questo sistema criminoso ci impone, a DELEGITTIMARE il prelievo fiscale criminoso di questo governo rifiutandosi apertamente di pagare il prelievo fiscale quando esso raggiunge e supera  il livello complessivo del 40% del PIL italiano.
Ecco la spiegazione:
Il disegno devastante dell’Eurozona, come già detto, ci impone il pareggio di bilancio, che significa che lo Stato spenderà per noi 50 e ci toglierà 50. A noi rimane zero in tutti i settori, dei servizi essenziali ai mancati aumenti di reddito, impoverendoci in massa con le conseguenze che già sono drammatiche oggi. Noi ci ribelliamo a questa condizione di cui non abbiamo colpa, e che è a favore solo delle speculazioni di elite private. Noi rivendichiamo il diritto di pagare MENO TASSE di quanto il governo spenda per noi. E poiché il livello di spesa del governo oggi è del 49,8% del PIL, noi rivendichiamo il diritto di pagare in tasse non più del 40% del PIL. Ciò sulla base del fatto che la spesa/tassazione dello Stato deve esistere e ha un senso SOLO SE MIRATA AL BENESSERE E AL PROGRESSO DEI SUOI CITTADINI E AZIENDE, non al loro impoverimento criminoso, QUINDI CI DOVRA’ DI NORMA ESSERE PIU’ SPESA DELLO STATO CHE TASSE.
Come fa quindi il cittadino ad eseguire questa intenzione? Ecco come:
I cittadini e aziende infliggeranno al governo illegittimo e golpista di Mario Monti una autoriduzione del prelievo fiscale a random, con ogni mezzo disponibile non violento, come forma di RESISTENZA PASSIVA CIVICA al piano criminoso di cui sopra, fino a portare il Paese all’impossibilità di ottenere il pareggio di bilancio, il che costringerà finalmente la nazione all’uscita forzata dalla camicia di forza dell’Eurozona (default), che è l’unica strada per recuperare la SOVRANITA’ MONETARIA, che sottrarrà l’Italia al piano criminale delle elite e la salverà dalla catastrofe. La fattibilità e la VIRTUOSITA’ di tale default è supportata da ampia letteratura accademico/scientifica. (**)
Conclusione:
LE TASSE FACENTI PARTE DELLE AUSTERITA’ CHE MARIO MONTI, GIORGIO NAPOLITANO E MARIO DRAGHI CI INFLIGGONO PER FINI CRIMINOSI SONO ILLEGITTIMI STRUMENTI DI SPOLIAZIONE DELLA DEMOCRAZIA E DEL POPOLO SOVRANO, E NON VANNO PAGATE.

(*) Per la criminosità del presente governo si faccia riferimento a http://www.paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=361

(**) Per la letteratura accademica e investigativa a prova di quanto affermato si faccia riferimento a Il Più Grande Crimine 2011 e alla bibliografia in esso citata http://www.paolobarnard.info/ e agli atti del Summit Modern Money Theory tenuto da cinque economisti di fama internazionale a Rimini pubblicati qui http://www.democraziammt.info/