martedì 19 gennaio 2010

Basic Income: un'idea semplice per il XXI secolo

 di Philippe Van Parijs* da bin-italia
Un resoconto davvero esaustivo sul basic income e sulle mille e una domande che un concetto così apparentemente semplice può suscitare. Non so se il basic income sia un'utopia realizzabile, ma è sicuramente un evento auspicabile.

ABSTRACT
Domande e risposte intorno al Basic Income. Un'articolo scritto per fare più chiarezza su alcuni concetti chiave e sulla possibile praticabilità del BI.
Qual'e' la definizione di basic income?
Il basic income è un reddito versato da una comunità politica a tutti i suoi membri su base individuale, senza means test o requisiti connessi al mercato del lavoro. Questa definizione non contiene tutti gli usi attuali dell'espressione inglese basic income o delle sue più comuni traduzioni nelle altre lingue europee, come Burgergeld, allocation universelle, renta basica, reddito di cittadinanza, basisinkomen o borgerlon. Alcuni di questi attuali usi sono piu' ampi: essi coprono anche, per esempio, indennità il cui livello dipende dalla propria situazione familiare o che sono accordate sotto forma di crediti d'imposta.
Altri usi sono piu' ristretti: essi richiedono anche, per esempio, che il livello del basic income debba essere pari a ciò che  è richiesto per soddisfare i bisogni primari o che esso debba sostiutire tutti gli altri trasferimenti monetari. Lo scopo della su citata definizione non è di mettere in ordine tali usi ma di chiarire il dibattito. Andiamo dunque a focalizzare brevemente ognuno dei suoi elementi.

Il basic income viene versato in trasferimenti monetari piuttosto che in natura?
Si può immaginare un'indennità che abbia tutte le altre caratteristiche di un basic income ma che sia fornito in natura, per esempio sotto forma di un pacco standardizzato di beni alimentari o dell'uso di un appezzamento di terra. Oppure potrebbe essere fornito sotto forma di una valuta speciale con usi ristretti, per esempio bollini per il cibo, o contributi per l'affitto o ancora per consumi più larghi nel periodo corrente e senza alcuna possibilità di metterlo a risparmio, come nell' "economia distributiva" di Jacques Duboin (1945).
Un basic income, invece, è fornito in cash, senza alcuna restrizione in merito alla natura, alla tempistica del consumo o dell'investimento che esso permette di finanziare.
In molte varianti, esso integra piuttosto che sostituire i trasferimenti esistenti in natura, come ad esempio, l'istruzione gratuita o l'assicurazione sanitaria di base.

 Il basic income viene versato su base regolare piuttosto che su base unica?
Un basic income consiste in potere d'acquisto fornito a intervalli regolari, settimanalmente, mensilmente o annualmente, a seconda della proposta. Si può anche immaginare un'indennita' che abbia tutte le caratteristiche di un basic income ma che venga fornita su base unica, per esempio al raggiungimento della maggiore età. Questo è stato proposto in piu' occasioni, per esempio da Thomas Paine (1796) tanto tempo fa o da Bruce Ackerman ed Anne Alstott (1999) piu' recentemente. Esiste una differenza significativa tra un basic income su base regolare e una tale donazione su base unica.  In primo luogo la donazione su base unica puo' essere investita per generare un reddito attuariale equivalente annuale o mensile fino alla morte del beneficiario, il che equivarrebbe a un basic income su base regolare. Se lasciato al mercato assicurativo, il livello di questa rendita annua risentirebbe della durata dell'aspettativa di vita di una persona. Le donne, per esempio, riceverebbero una rendita annua inferiore degli uomini. Comunque, i sostenitori di una donazione su base unica (inclusi Paine, Ackerman ed Adelscott) in genere la integrano con una pensione minima uniforme, fornita da una certa eta' in poi, che cancella parte di questa differenza. In secondo luogo, sebbene si possano fare altri usi della donazione su base unica che trasformarla in una rendita annuale, la differenza risultante rispetto a un basic income verrebbe essenzialmente annullata se i beneficiari di quest'ultimo potessero prendere in prestito, senza alcun onere, la quota futura di basic income che spetta loro. Anche se si protegge saggiamente il basic income dalla confisca da parte dei creditori, la sicurezza che esso fornisce rendera' piu' facile per i suoi beneficiari accedere a prestiti e ridurra' in tal modo il gap tra la gamma di opzioni aperte rispettivamente da una donazione su base unica e un basic income su base regolare.

Il basic income è ristretto allo stato nazione?
Per definizione, un basic income viene pagato dalle risorse pubbliche controllate dal governo. In molte proposte si suppone che il basic income venga versato, e quindi finanziato, a livello dello stato nazione, come a volte indicato dalla scelta di alcune denominazioni quali "bonus statale", "dividendo nazionale" o "salario di cittadinanza". Comunque, per principio, puo' essere versato e finanziato anche a livello di unita' politica minore, come una provincia o un comune. In verita', l'unica entita' politica che abbia introdotto un basic income autentico e' l'Alaska (U.S.A.) (v. Palmer 1997). Un basic income puo' essere versato anche da un'unita' politica sovranazionale. Diverse proposte sono state fatte a livello dell'Unione Europea (v. Genet e Van Parijs 1992) ed altre, in modo piu' ipotetico, anche a livello delle Nazioni Unite (v. Kooistra 1994, Barrez 1999, Frankman 2001).

Il basic income è ridistributivo?
Il basic income puo' essere finanziato, ma non necessariamente, attraverso uno stanziamento specifico. Se cio' non avviene, esso viene semplicemente finanziato, insieme a tutte le altre spese del governo, da un fondo comune disponibile di entrate provenienti da diverse fonti. Tra coloro che sostengono il finanziamento attraverso lo stanziamento molti pensano ad un'imposta specifica. Alcuni lo vogliono finanziato da una tassa sulla terra o da una tassa sulle risorse naturali (da Thomas Paine (1796) e Joseph Charlier (1848) a Raymond Crotty (1987), Marc Davidson (1995) o James Robertson (1999) per citare alcuni esempi). Altri preferiscono un prelievo specifico su una base di reddito chiaramente definita (Pelzer 1998) o una tassa sul valore aggiunto fortemente estesa (Duchatelet 1992, 1998). E alcuni di coloro che pensano a un basic income a livello mondiale sottolineano il potenziale di nuovi strumenti d'imposta come la Tobin tax sui movimenti del capitale speculativo (v. Bresson 1999) o le bit taxes sui trasferimenti delle informazioni (v. Soete e Kamp 1996).

Il basic income è distributivo?
La tassazione redistributiva non deve necessariamente essere l'unica fonte di finanziamento. Il sistema di dividendo dell'Alaska (O'Brian e Olson 1990, Palmer 1997) e' finanziato da parte del profitto proveniente da un fondo di investimento diversificato che lo Stato ha accumulato usando le royalties (N.d.T. diritti di sfruttamento) sui vasti giacimenti petroliferi dell'Alaska. Nello stesso tenore, il progetto di un'economia giusta ed efficiente di James Meade (1989, 1993, 1994, 1995) comprende un dividendo sociale finanziato dal ricavo del patrimonio produttivo pubblico. Infine, esiste una sequenza completa di proposte, dal Movimento del credito sociale di Major Douglas (v. Van Trier 1997) e dal Mouvement francais pour l'abodance di Jacques e Marie-Louise Duboin (1945, 1985) agli scritti recenti di Joseph Huber (1998, 1999, 2000 con J. Robertson), per finanziare un basic income dalla creazione di moneta.

Un basic income dovrebbe essere versato a coloro che non hanno i requisiti di cittadinanza?
Ci possono essere concezioni di appartenenza ad una comunita' politica piu' o meno inclusive. Alcuni, specialmente tra coloro che preferiscono la denominazione "reddito di cittadinanza", concepiscono l'appartenenza come limitata alla nazionalita' o alla cittadinanza in senso legale. Il diritto ad un basic income e' quindi un pezzo dell'intero pacchetto di diritti e di doveri associati alla cittadinanza piena, come nella concezione del filosofo francese Jean-Marc Ferry (1995, 2000). Altri, specialmente tra coloro che considerano il basic income come una politica contro l'esclusione, tendono a concepire l'appartenenza in un senso piu' ampio, che includa tutti i residenti permanenti legali. Il criterio operativo puo' essere, per i non cittadini, una durata minima di residenza passata oppure  esso puo' essere stabilito semplicemente dalle condizioni che correntemente definiscono la residenza per scopi fiscali.

Il basic income dovrebbe essere versato ai bambini?
Ci possono essere concezioni di appartenenza ad una societa' piu' o meno inclusive per grado d'eta'. Alcuni limitano, per definizione, il basic income ai membri adulti della popolazione ma poi lo propongono accanto ad un sistema di indennita' per i figli universale, cioe' senza means test, con un livello di indennita' che puo' essere o puo' non essere distinto come una funzione (positiva o negativa) della condizione sociale o come una funzione (positiva) dell'eta' del bambino. Altri concepiscono il basic income come un diritto acquisito dal primo all'ultimo  respiro, e lo considerano come un sostituto completo al sistema di indennita' per i figli. Il livello dell'indennita' deve essere di conseguenza indipendente dalla situazione familiare del bambino, specialmente dalla sua condizione sociale. Alcuni vorrebbero lo stesso per gli adulti, e quindi indipendente dalla'eta', come in realta' avviene nel caso del sistema del dividendo dell'Alaska e come avverrebbe nel caso di alcune delle proposte piu' generose (v. per esempio Miller 1983). Ma la maggioranza di coloro che propongono un'integrazione delle indennita' per i figli al sistema del basic income differenziano il livello di quest'ultimo in base all'eta', non accordando il livello massimo fino al raggiungimento della maggiore eta' o piu' tardi.

Il basic income dovrebbe essere versato ai pensionati?
Analogamente, alcuni limitano il basic income ai membri della popolazione che non hanno raggiunto l'eta' pensionabile e poi lo vedono come un'integrazione naturale ad una pensione individuale su base non contributiva, senza means test, fissata ad un livello piu' alto, del tipo gia' presente in alcuni stati europei come in Svezia o in Olanda. In molte proposte, comunque, il basic income e' accordato oltre l'eta' pensionabile, sia allo stesso livello degli adulti piu' giovani che ad un livello un po' piu' alto. In tutti i casi, questo basic income per le persone piu' anziane puo' essere integrato dal reddito dei sistemi pensionistici contributivi pubblici o privati, cosi' come dai risparmi privati e dall'occupazione.

Il basic income dovrebbe essere versato ai reclusi?
Persino la definizione piu' includente di nozione di appartenenza ad una societa' puo' tuttavia non considerare alcune persone, parte della popolazione, come aventi diritto ad un basic income. Tenere agli arresti dei criminali e' molto piu' costoso per la comunita' che versare loro un basic income modesto, persino se l'ammontare completo proviene da qualsiasi lavoro produttivo che essi possano svolgere per disimpegnarsi. A meno che la detenzione non termini per essere stata infondata, e' di conseguenza ovvio che i reclusi perderebbero il beneficio del loro basic income per la durata della loro reclusione. Ma vi possono accedere nel momento in cui vengono rilasciati. Cio' puo' essere valido anche per i reclusi di lungo termine in altri istituti, come i manicomi o i ricoveri per anziani, fino al punto che l'intero costo del loro soggiorno e' direttamente sostenuto dalla comunita' piuttosto che pagato dai reclusi stessi.

Il basic income implica livelli uniformi di indennita'?
Il basic income e' versato ad ogni membro della comunita', piuttosto che ad ogni famiglia presa nel suo complesso o al capofamiglia come avviene nel caso di molti sistemi di reddito minimo garantito esistenti. Anche se un'indennita' viene versata ad ogni individuo, il suo livello potrebbe essere tuttavia influenzato dalla composizione familiare. Tenendo conto del fatto che il costo della vita pro capite decresce con la dimensione familiare, i sistemi di reddito minimo garantito esistenti accordano un reddito pro capite inferiore ai membri di una coppia che a una persona che vive sola. Un funzionamento effettivo e giusto di tali sistemi suppone quindi che l'amministrazione debba avere il potere di controllare i progetti di vita dei loro beneficiari. Un basic income, invece,  e' versato su base strettamente individuale. Non solo nel senso che ogni membro della comunita' e' un beneficiario ma anche nel senso che quanto egli riceve e' indipendente dal tipo di famiglia a cui appartiene. Il funzionamento del sistema del basic income quindi libera da ogni controllo sui progetti di vita e conserva i pieni vantaggi di ridurre il costo della vita di ognuno attraverso la condivisione della casa con altre persone. Proprio a causa della sua natura strettamente individuale un basic income tende a rimuovere l'insidia dell'isolamento e a favorire la vita comunitaria.

Il basic income viene versato a prescindere dal reddito?
Rispetto ai sistemi di reddito minimo garantito esistenti, la caratteristica piu' sorprendente del basic income e' senza dubbio che quest'ultimo viene accordato, in egual misura, sia alle persone ricche che a quelle povere, a prescindere dal loro livello di reddito. Nella variante piu' semplice dei sistemi esistenti viene fissato un livello minimo di reddito per ogni tipologia familiare (adulto single, coppia senza figli, famiglia monoparentale, ecc.), viene accertato il reddito familiare complessivo proveniente da altre fonti e ad ogni famiglia viene versata la differenza tra questo reddito e il minimo stabilito sotto forma di indennita' in cash. In questo senso, i sistemi esistenti funzionano ex post, sulla base di un accertamento precedente del reddito dei beneficiari. Il sistema del basic income invece funziona ex ante, a prescindere da qualsiasi valutazione del reddito. L'indennita' viene data per intero sia a coloro il cui reddito supera il minimo stabilito sia a coloro il cui reddito e' inferiore a tale minimo. Nel determinare il livello di indennita' a cui la persona ha diritto non vengono presi in considerazione neanche altri mezzi di sussistenza: ne' il reddito non ufficiale di una persona, ne' eventuali aiuti che possa ricevere da parenti e tantomeno il valore delle sue proprieta'. Le proprieta' imponibili devono essere tassate ad un tasso medio piu' alto allo scopo di finanziare il basic income. Ma il sistema fiscale e delle indennita' non si poggia piu' su una dicotomia tra le due nozioni di "mezzi di sussistenza": una piu' ampia, per i poveri, in relazione alla quale le indennita' vengono tagliate, ed una piu' ristretta, per i piu' ricchi, in relazione alla quale viene imposta una tassa sul reddito.

Il basic income rende i ricchi più ricchi?
Dal fatto che sia le persone ricche che quelle povere ricevano lo stesso basic income non ne consegue comunque che l'introduzione di un basic income renderebbe entrambi piu' ricchi di prima. Un basic income deve essere finanziato. Se un basic income venisse semplicemente aggiunto ai sistemi fiscali e di indennita' esistenti e' chiaro che i ricchi dovrebbero pagare sia per il loro basic income che per la maggior parte del basic income dei piu' poveri. Questo chiaramente si sosterrebbe se il finanziamento avvenisse attraverso  un'imposta progressiva sul reddito, ma si sosterrebbe anche con un'imposta fissa o persino con un' imposta regressiva sui consumi. Per l'introduzone ex nichilo di un basic income che funzioni per il vantaggio finanziario dei poveri, la condizione chiave e' semplicemente che, in relazione al loro numero (non necessariamente ai loro redditi), i ricchi dovrebbero contribuire al suo finanziamento in misura maggiore rispetto ai poveri. In molte proposte, tuttavia, l'introduzione di un basic income e' combinata con l'abolizione parziale delle indennita' esistenti e delle riduzioni delle imposte. Se la riforma proposta consistesse semplicemente nell'estendere a tutti i cittadini le indennita' non contributive correntemente concentrate sui poveri, questi ultimi ci perderebbero chiaramente. Ma nessuno sta facendo una proposta cosi' assurda. In molte proposte che contano sulla tassazione diretta, il basic income sostituisce solo la parte piu' bassa delle indennita' non contributive, ma anche l'esenzione o la riduzione del tasso d'imposta su ogni fascia di contribuenti a basso reddito. L'impatto immediato sulla distribuzione del reddito puo' allora essere mantenuto entro limiti giustamente piu' ristretti per un basic income modesto. Ma piu' alto e' il livello, maggiore e' il tasso medio dell'imposta sul reddito e quindi piu' grande e' la redistribuzione dai piu' ricchi ai piu' poveri.

E' meglio che i poveri diano ai ricchi?
Versare un reddito a tutti, ricchi e poveri, non significa rendere le cose migliori per i ricchi. Ma, per un livello dato di reddito  minimo, esiste ragione di credere che questo sia migliore per i poveri rispetto a un reddito garantito basato sul means test? Si',  per almeno tre ragioni interconnesse. Per prima cosa, l'importo delle indennita' puo' essere piu' alto in un sistema universale piuttosto che in un sistema basato sul means test. Sempre piu' poveri  riusciranno ad essere informati in merito ai loro diritti e a valersi delle indennita' che spettano loro. Per seconda cosa, non c'e' traccia di umiliazione rispetto a delle indennita' versate a tutti come una questione di cittadinanza. Cio' non puo' essere detto, persino con le procedure meno umilianti e invadenti, in merito alle indennita' riservate ai poveri e ai bisognosi, insomma a coloro identificati come incapaci a provvedere a se stessi. Dal punto di vista delle persone povere, cio' puo' rappresentare un vantaggio, a causa dello stigma minore associato ad un basic income universale. Ed avrebbe una certa importanza anche indirettamente a causa dell'effetto dello stigma sull'importo da ricevere. In terzo luogo, il pagamento regolare e sicuro di un'indennita' non viene sospeso quando, in un sistema di basic income, si accetta un lavoro, laddove avverrebbe in un sistema basato sul means test. In comparazione al sistema basato sul means test che garantisce lo stesso livello di reddito minimo, questo apre prospettive reali per le persone povere che hanno buone ragioni di non correre rischi. Cio' equivale a rimuovere un aspetto dell'insidia della disoccupazione comunemente associato ai sistemi di indennita' convenzionali, un aspetto verso il quale gli assistenti sociali sono generalmente piu' sensibili rispetto agli economisti.

Il basic income interviene sui salari?
L'altro aspetto dell'insidia della disoccupazione generato dai sistemi di reddito minimo garantito basati sul means test e' il piu' comunemente sottolineato dagli economisti. Esso consiste nella mancanza di un differenziale di reddito positivo significativo tra la condizione di non lavoro e quella di lavoro a basso reddito. Nella fascia piu' bassa della distribuzione dei salari, se ogni euro di salario venisse controbilanciato o quasi controbilanciato, o addirittura piu' che controbilanciato dalla perdita di un euro in indennita', non bisognerebbe essere particolarmente pigri per rifiutare un lavoro che produca tali salari o per cercare attivamente tali lavori. Dati i costi aggiuntivi, compresi i problemi lagati ai tempi di percorrenza o alla cura dei figli, una persona potrebbe non potersi permettere di lavorare sotto tali circostanze. Inoltre non avrebbe molto senso per la classe padronale offrire tali lavori in quanto e' poco probabile che le persone che siano grate di essere licenziate costituiscano una forza lavoro coscienziosa ed affidabile. Una legislazione sul salario minimo puo' comunque evitare che i lavori full time vengano offerti a salari piu' bassi del reddito minimo, nel qual caso quest'ultima considerazione si riferirebbe solamente ai lavori part time. La sostituzione di un reddito minimo basato sul means test con un basic income universale e' spesso presentata anche come un modo per affrontare questo secondo aspetto dell'insidia della disoccupazione. Se si desse ad ognuno un basic income universale e si tassasse al 100% la parte di entrate di ognuno che non supera il minimo garantito (v. Per esempio Salverda 1984), l'insidia della disoccupazione sarebbe la stessa rispetto ad un reddito minimo garantito basato sul means test. Ma se si ipotizza che il tasso d'imposta applicato alla categoria di contribuenti a basso reddito debba essere considerevolmente piu' basso del 100%, allora la seguente formulazione regge. Dal momento che si possa avere l'importo totale del proprio basic income sia lavorando sia non lavorando, sia essendo ricco o povero, si garantirebbe una posizione migliore quando si lavora che quando si e' disoccupati.

Il basic income è equivalente a un'imposta negativa sul reddito?
Se si puo' mantenere l'importo totale del proprio basic income, sia lavorando sia non lavorando, sia essendo ricco o povero, si avrebbe garantita una posizione migliore quando si lavora che quando si e' disoccupati. Ma questo aspetto dell'insidia della disoccupazione puo' essere rimosso in modo efficace, sembrerebbe, attraverso un sistema basato sul means test che elimini gradualmente le indennita' in maniera meno eccessiva rispetto alla crescita delle entrate. Questo si otterrebbe attraverso la cosi' detta  imposta negativa sul reddito, un credito d'imposta uniforme e rimborsabile. La nozione di un'imposta negativa sul reddito e' apparsa per la prima volta negli scritti dell'economista francese Augustin Cournot (1838). Questa e' stata brevemente proposta da Milton Friedman (1962) come un modo per [regolare] tagliare il welfare state ed approfondita da James Tobin (1965, 1966, 1967, 1968) e dai suoi colleghi come un modo per combattere la poverta' preservando comunque gli incentivi al lavoro. Sullo sfondo di un preciso sistema fiscale che non tassi i redditi al 100% e che puo' essere, ma non deve essere per definizione, lineare, un'imposta negativa sul reddito equivale a ridurre la responsabilita' fiscale sul reddito di ogni famiglia (di una data composizione) attraverso la stessa dimensione fissata, mentre la differenza tra questa dimensione e la responsabilita' fiscale  si riceve come indennita' in cash quando questa differenza e' positiva. Supponiamo che la dimensione stabilita del credito d'imposta sia fissata allo stesso livello di un sistema di basic income preso in considerazione. Coloro senza reddito e quindi senza responsabilita' fiscale sul reddito riceveranno un importo pari al basic income. In quanto il reddito aumenti, l'indennita' si ridurrebbe, come nel caso dei sistemi convenzionali basati sul means test, ma ad un passo piu' lento, in verita' ad una velocita' che manterrebbe il reddito post-and-transfer esattamente allo stesso livello di un sistema  corrispondente di basic income. La variante dell'imposta negativa sul reddito consiste semplicemente nel dare un utile di tasse e indennita'. In un sistema di basic income, le entrate fiscali che devono finanziare il credito d'imposta universale dell'imposta negativa sul reddito sono in verita' aumentatte e restituite a tutti. Nell'imposta negativa sul reddito i trasferimenti sono solamente unidirezionali: trasferimenti positivi (o imposte negative) per le famiglie sotto il cosi' detto break even point, trasferimenti negativi (o imposte positive) per le famiglie al di sopra.

Il basic income è  più conveniente dell'imposta negativa sul reddito?
Quanta differenza reale ci sia tra un basic income e un'imposta negativa sul reddito dipende dalle ulteriori norme di funzionamento delle procedure amministrative. Tale differenza si riduce, per esempio, se le imposte sono riscosse alla fonte su un principio basato sul pagamento a seconda di quanto si guadagna (piuttosto che solo dopo che il rimborso delle imposte sia stato effettuato), o se le responsabilita' fiscali siano siano tassate su base settimanale o mensile piuttosto che annuale, oppure se ognuno ha diritto, in un sistema di imposta negativa sul reddito, ad un pagamento in anticipo del presunto credito d'imposta (soggetto a correzioni successive), o ancora, se ognuno ha diritto, in un sistema di basic income, ad ottenere il basic income come riduzione fiscale piuttosto che come indennita' in cash. Ma persino nella variante piu' chiusa rimane una differenza tra un sistema che funziona, per difetto, ex ante ed uno che funziona, per difetto, ex post. Qualsiasi differenza rimanente includerebbe un vantaggio per la variante del basic income rispetto alla prima dimensione legata all'incertezza dell'insidia della disoccupazione. Ancora, con una tecnologia elementare di pagamento dell'indennita' (denaro consegnato dal postino!) o con un'amministrazione di riscossione delle tasse afflitta dalla corruzione o dall'inefficienza, il caso della variante dell'imposta negativa sul reddito, la quale elimina l'avanti e indietro di denaro soggetto a tassazione, puo' essere schiacciante. In un'era di trasferimenti tecnologici e con un'amministrazione fiscale che funziona bene, d'altro canto, la maggior parte del costo amministrativo associato ad un sistema efficiente di reddito minimo garantito e' rappresentato dal costo dell'informazione e del cotnrollo: la spesa necessaria ad informare tutti i potenziali beneficiari  in merito ai loro diritti e a controllare se le richieste rispondono alle condizioni di idoneita'. Riguardo a cio', un sistema universale e' in grado di funzionare meglio di un sistema basato sul means test. In quanto all'aumento di automaticita' e di affidabilita' sia sul lato del pagamento che della riscossione, un sistema universale risulta essere il piu' conveniente, a causa del grado di efficienza dato nel raggiungere tutte le persone povere. E' per questa ragione che James Tobin (1997), per esempio, ha preferito un demogrant universale alla sua variante di imposta negativa sul reddito.

Il basic income dovrebbe essere sganciato dalla prestazione lavorativa?
Il diritto ad un reddito minimo garantito e' per definizione non ristretto a coloro che hanno lavorato in passato o hanno pagato i contributi della protezione sociale a sufficienza da aver diritto ad alcune indennita' assicurative. Da Juan Luis Vives (1526) in avanti, comunque, le sue prime varianti erano spesso legate all'obbligo di svolgere qualche tipo di attivita', sia che fosse nei ricoveri di mendicita' di vecchio stampo e malfamati o nella piu' vasta gamma di scenari contemporanei di workfare pubblico o privato. Essendo incondizionato, il basic income contrasta con queste forme di reddito minimo cosi' strettamente legate all'impiego garantito. Esso diverge anche dalle indennita' lavorative limitate alle famiglie in cui  almeno un membro e' occupato, come l'American Income Tax Credit o il piu' recente Working Families Tax Credit nel Regno Unito. In virtu' della rimozione dell'insidia della disoccupazione - cioe' fornendo ai suoi beneficiari un incentivo al lavoro - il basic income (o l'imposta negativa sul reddito) puo' essere inteso ed usato come un'indennita' lavorativa o come un'integrazione al salario. Ma non e' limitato a questa funzione. La sua incondizionatezza lo distingue da qualsiasi tipo di sussidio per l'occupazione, per quanto concepito nella sua versione piu' includente.

Il basic income dovrebbe essere sganciato dalla disposizione al lavoro?
Esso si distingue anche dai sistemi convenzionali di reddito minimo garantito, i quali tendono a limitarne l'accesso a coloro che in qualche modo dimostrano una disposizione al lavoro. Il preciso contenuto di questa restrizione varia da paese a paese ed in verita' a volte da autorita' locale ad un'altra all'interno dello stesso paese. Essa puo' implicare che si debba accettare un'offerta di lavoro appropriata, con la significativa discrezionalita' amministrativa in merito a cio' che puo' significare "appropriata" in termine di posizione o di competenze; o che si debba dare prova di un interesse attivo nella ricerca di lavoro, o che si debba accettare e rispettare un "contratto di inserimento", che sia connesso ad un impiego retribuito, alla formazione o ad altre attivita' di pubblica utilita'. Per contrasto, il basic income viene accordato come una questione di diritto - e non sotto false pretese - ai costruttori, agli studenti, a coloro in aspettativa e ai barboni. Alcune proposte intermedie, come il "reddito di partecipazione" di Anthony Atkinson (1993°, 1993b, 1996, 1998; Vanderborght e Van Parijs 2001), impongono una condizione ampia di contributo sociale che puo' essere soddisfatta attraverso un impiego full time o part time o un lavoro autonomo, attraverso l'istruzione, la formazione o la ricerca attiva di lavoro, attraverso il lavoro di cura diretto ai figli o alle persone anziane in condizione di fragilita' sociale e/o di salute, o ancora, attraverso il volontariato in associazioni riconosciute. Quanto piu' questa condizione viene interpretata in maniera ampia, tanto meno si differenzia dal basic income.

L'incondizionatezza del livello delle entrate e l'incondizionatezza del lavoro sono collegate?
Se non vogliamo il means test, e' importante rifiutare il work test. Prendendo le ultime due incondizionatezze discusse - l'assenza del means test e del work test - si rende possibile formulare brevemente il nucleo di cio' che rende il basic income particolarmente valido nelle circostanze attuali. A prima vista, c'e una totale indipendenza tra queste due incondizionatezze, tra l'assenza di un test sull'entrate e l'assenza di una verifica alla disponibilita' al lavoro. Ma la forza della proposta del basic income dipende dalla loro combinazione. L'abolizione del means test, come abbiamo visto, e' strettamente collegata all'eliminazione dell'insidia della disoccupazione (nelle sue due dimensioni principali), e quindi alla crezione di un potenziale per l'offerta e l'accettazione di lavori sottopagati che attualmente non esiste. Alcuni di questi lavori possono essere pessimi, senza prospettive e non dovrebbero essere incoraggiati. Altri sono piacevoli, lavori che rappresentano il primo passo verso il benessere, per i quali vale persino la pena di essere pagati poco a causa del loro valore intrinseco o per la formazione che forniscono. Chi puo` dire la differenza? Non i legislatori o i burocrati, ma i singoli lavoratori che conoscono meglio dei "vertici dirigenziali" le innumerevoli sfaccettature del lavoro che svolgono o che considerano di intraprendere. Essi hanno la conoscenza che permetterebbe loro di porre delle discriminanti, ma non sempre hanno il potere di esercitarla, specialmente se hanno basse competenze o una mobilita` limitata. Un basic income sganciato dal lavoro fornisce ai piu` deboli un potere contrattuale che non viene invece fornito da un reddito minimo condizionato dal lavoro. Detto in altre parole, lo sganciamento dal lavoro e` uno strumento chiave per evitare che l`incondizionatezza dei mezzi di sussistenza conduca all`espansione di lavori pessimi. Se non esiste means test, non c`e` bisogno di alcun work test. Allo stesso tempo, gli incentivi al lavoro associati all`incondizionatezza dei mezzi di sussistenza rendono la condizionatezza del lavoro meno allettante, attenuando la paura che le indennita` senza una contropartita alimentino una sottoproletariato inattivo. In assenza di means test, si puo` contare su una struttura della fiscalita` e delle indennita`  tale per cui i beneficiari possano accrescere in maniera significativa i loro redditi disponibili svolgendo persino lavori a basso reddito e su base part time, e senza rimanere intrappolati in tali lavori una volta che le loro competenze siano migliorate o nel momento in cui possono migliorare i tempi di lavoro. Il rinserimento nella sfera lavorativa sara` quindi facilitato ed incoraggiato e, rispetto a coloro che temono la dualizzazione della società in lavoratori e non lavoratori, ci sara` quindi molto meno bisogno di sostenere l`associazione tra il diritto all`indennità e qualsiasi obbligo (ad essere disponibile) al lavoro. Per dirla brevemente: proprio come l'incondizionatezza del lavoro evita che l'incondizionatezza dei mezzi di sussistenza favorisca un inaccetabile sfruttamento (che finirebbe attraverso la precipitazione dei lavori a basso reddito accettati sotto la minaccia di perdere l'indennita`), ugualmente l'incondizionatezza dei mezzi di sussistenza evita che l'incondizionatezza del lavoro favorisca un'inaccettabile esclusione (che verrebbe eliminata attraverso lo stimolo a non considerare piu' come problematico un sistema che disconnette in maniera duratura i soggetti non produttivi da coloro che svolgono qualsiasi attivita' lavorativa attraverso la neutralizzazione effettiva di lavori a bassa produttivita'). Le due incondizionatezze chiave del basic income sono logicamente indipendenti ma sono intrinsecamente collegate come componenti di una proposta forte.

Come il basic income attiva mentre libera?
La connessione tra l'incondizionatezza dei mezzi di sussistenza e l'incondizionatezza del lavoro costituisce il fondamento della tesi centrale del basic income come via specifica per affrontare la sfida verso la poverta' e la disoccupazione. Paragonato ai sistemi di reddito minimo garantito convenzionali, l'argomentazione cruciale a favore della desiderabilita' del basic income si poggia sulla visione ampiamente condivisa che la giustizia sociale non e' solo una questione di diritto ad un reddito ma anche di accesso all'attivita' (retribuita o non retribuita). Il modo piu' efficace di considerare sia il reddito che la dimensione dell'attivita' consiste nel mantenere il trasferimento di reddito (in termini lordi) quale che sia l'attivita' della persona, "attivando" cosi' le indennita', cioe' estendendole, oltre l'inattivita' forzata, alle attivita' sotto pagate. Si potrebbe correttamente obiettare che ci sono altri sistemi - come il credito d'imposta sul reddito guadagnato o i sussidi di occupazione - che potrebbero soddisfare meglio o in modo piu' conveniente  l'obiettivo di garantire l'attuabilita' di lavori sotto produttivi, fornendo con cio' lavori peggiori. Comunque, se la questione non e' tenere le persone povere occupate a tutti i costi, ma piuttosto fornire loro l'accesso ad attivita' remunerate significative, la natura incondizionata di un basic income rappresenta un vantaggio cruciale: esso rende possibile diffondere il potere contrattuale in modo da mettere in condizione (tanto quanto sia sostenibile) i piu' svantaggiati a porre discriminanti tra lavori piacevoli o promettenti e lavori pessimi. E' quindi sulla base di una concezione ampia di giustizia sociale, che da' al lavoro l'importanza che merita, e non a dispetto di essa, che il diritto ad un basic income dovrebbe esere tanto incondizionato quanto generalizzato. (v. Van Parijs ed. 1995 per una varieta' di giustificazioni etiche del basic income, Van Parijs 1995 per una esposizione sistematica dell'argomentazione appena abbozzata, ed Elkin ed. 1997, Krebs ed. 2000 e Williams ed. 2001 per una serie di valutazioni critiche a questo argomento).

Il basic income è sostenibile?
Posta in questi termini generali, la questione non ha alcun senso. Bisogna tener presente che la definizione di basic income non considera che esso dovrebbe essere sufficiente a soddisfare i bisogni primari dei beneficiari: coerentemente con la sua definizione, il livello del basic income potrebbe essere superiore come potrebbe essere inferiore a tale soddisfazione. Tantomeno la definizione di basic income comprende che esso debba rimpiazzare tutte le altre indennita' esistenti: un'indennita' universale non deve essere un'indennita' unica. Quindi una risposta significativa alla questione della sostenibilita' puo' essere data solo se si specifica  a quale livello viene fissato il basic income e se ci si accorda in merito alle indennita' che va a rimpiazzare, semmai ce ne siano. Secondo alcune specificazioni - per esempio "abolire tutte le indennita' esistenti e redistribuire le entrate corrispondenti nella forma di un'indennita' bassa uguale per tutti" - la risposta e' banalmente si'. Secondo altre specificazioni - per esempio "mantenere tutte le indennita' esistenti ed integrarle con un'indennita' uguale per tutti i cittadini ad un livello sufficiente a permettere ad ognuno di vivere in modo confortevole" - la risposta e' ovviamente "no". Ognuna di queste estreme ed assurde proposte e' a volte equiparata, per definizione, al basic income. Ma, per quanto ne sappia, nessuna di queste e' mai stata proposta. Ogni  proposta seria si trova di certo nel mezzo e se una proposta di basic income e' sostenibile deve di conseguenza essere valutata caso per caso.

Il basic income è più dispendioso a causa del suo sganciamento dal lavoro?
Esistono ragioni generali per cui un basic income non dovrebbe essere sostenibile allo stesso livello di un reddito garantito convenzionale? Una ragione ovvia potrebbe semplicemente essere che il basic income e' per tutti, sia che ci sia o meno la disponibilita' a lavorare, mentre un reddito minimo garantito convenzionale e' subordinato alla verifica di disponibilta' al lavoro. Come risultato, viene dichiarato, un numero maggiore di persone povere riceverebbe un basic income rispetto a un reddito garantito convenzionale, o, se il numero dei beneficiai non e' superiore, essi lavorerebbero meno di quanto possa avvenire nel caso di un sistema di indennita' legato al mercato del lavoro. In termini netti, quindi, un sistema di basic income sarebbe certamente piu' dispendioso.

Esiste un dilemma tra "Job seeker's allowance" (indennnita' di disoccupazione) e "state/sponsored workfare" (sistema di workfare pubblico)?
Indagini accurate rivelano che questa probabilita' si poggia in realta' su terreni fragili. Sul supporre, per prima cosa, che il work test,  concepito come un obbligo ad accettare un lavoro offerto da un datore di lavoro (pubblico o privato), abbia relazione con lo spendere bene il denaro. Se il lavoratore non desidera accettare o mantenere il lavoro, la sua produttivita' attesa e reale e' improbabile che sia tale per cui il datore di lavoro voglia assumerlo e mantenerlo. Ma se il lavoratore e' formalmente disponibile a lavorare, il fatto che non sia assunto o sia licenziato (a causa di una bassa produttivita' e non di una cattiva condotta) non puo' interdirlo da un reddito garantito basato sul work test piu' di quanto da un basic income incondizionato. L'unica reale differenza tra il primo e il secondo e' quindi semplicemente che il primo implica una perdita di tempo sia da parte del datore di lavoro che del lavoratore. Alternativamente, sul suporre che il work test sia concepito come un obbligo ad accettare un lavoro di ripiego offerto dallo stato solo per questo scopo. Radunare le persone inabili al lavoro e le persone immotivate non e' esattamente una ricetta per l'alta produttivita', e persino lasciando da parte i danni a lungo termine sul morale dei coscritti e sull'immagine del settore pubblico, il costo netto dell'inserimento di questo materiale umano ricalcitrante nel modello del workfare potrebbe quasi riuscire a mantenersi piu' basso del sistema carcerario, dove i costi di sorveglianza e di correzione oscurano il contributo dei lavoratori svogliati al prodotto nazionale. L'argomentazione economica per il work test e' forte quasi come l'argomentazione economica per il sistema carcerario.

"Dare ai pigri" è più conveniente?
Come pienamente riconosciuto dai sostenitori del workfare (per esempio Kaus 1990), se viene imposta una condizione di volonta' a lavorare, questa deve essere giustificata sul terreno morale o politico e non sulla base di una fragile argomentazione dei costi ispirata dalla debole supposizione che un'indennita' legata al lavoro e' necessariamente piu' conveniente della stessa indennita' presa senza alcuna condizione. Dal fatto che probabilmente il workfare sia piu' dispendioso del welfare, non ne consegue che le persone inabili al lavoro siano lasciate marcire nel loro isolamento e nella loro inattivita'. Ci deve e ci puo' essere un modo per aiutarli ad uscirne fuori, vale a dire attraverso la creazione di una struttura appropriata di incentivi ed opportunita' forniti da un tipo di basic income che aiuti a produrre, sia che sia connesso o meno ad una volonta' a lavorare. Istituire una tale struttura e' costoso, come vedremo brevemente, ma aggiungere un work test non rende la cosa piu' conveniente - anzi il contrario. E l'assenza di un tale test, dunque, non puo' essere cio' che mette a rischio la sostenibilita' del basic income.

Il basic income è più costoso a causa della incondizionatezza del livello delle entrate?
Piuttosto che rimanere sul fatto che un basic income sia accordato a tutti, sia che si mostri o meno la volonta' a lavorare, la dichiarazione che un basic income e' insostenibile invoca ancora piu' spesso il fatto che esso sia versato in egual misura alle persone povere come a quelle ricche. La discussione sul means test avrebbe dovuto rendere chiaro che questa dichiarazione e' sbagliata e traviata da una nozione dei costi troppo superficiale. Per principio e' possibilie raggiungere lo stesso rapporto tra reddito netto e reddito lordo sia con il basic income che con un reddito minimo garantito convenzionale. Se questo rapporto e' lo stesso, significa che il costo per i contribuenti e' lo stesso in entrambi i casi. Se uno e' politicamente sostenibile, quindi, anche l'altro dovrebbe esserlo. Se il rapporto e' lo stesso, significa anche che l'imposta marginale sulle entrate, a qualsiasi livello delle entrate, e' la stessa in entrambi i casi. Se uno dei due sistemi e' economicamente sostenibile, quindi lo dovrebbe essere anche l'altro.

"Dare ai ricchi" è più conveniente?
Naturalmente il costo budgetario e' enormemente differente nei due casi e se si potesse argomentare ragionevolmente in merito ai trasferimenti nello stesso modo che in merito alla spesa pubblica, ci sarebbe in verita' una forte supposizione che il basic income possa essere "insostenibile" quando un reddito minimo garantito convenzionale e' nei nostri mezzi. Ma i trasferimenti non sono la spesa netta. Essi sono riallocazioni del potere d'acquisto. Questo non significa che sono senza costo. Essi hanno un costo distributivo per i contributori netti ed hanno un costo economico attraverso i disincentivi che producono. Ma entrambi i costi, come abbiamo visto, possono essere gli stessi in entrambi i sistemi. In aggiunta, ci sono i costi amministrativi. Ma, come dimostrato precedentemente, adottando una tecnologia computerizzata ed efficiente di riscossione delle tasse e di trasferimento dei pagamenti, questi costi possono essere piu' bassi in un sistema ex ante universale, piuttosto che in un sistema ex post basato sul means test, se non altro per un livello dato di efficienza nel raggiungere le persone piu' povere. Paradossalmente, quindi, dare un basic income a tutti non e' piu' dispendioso ma piu' conveniente che darlo solo alle persone povere.

Il basic income è più dispendioso perchè  produce incentivi al lavoro nelle fasce di reddito basso?
Importi marginali nelle fasce di reddito basso e medio: il grande scambio. Per essere onesti, comunque, il fatto che il basic income non sia basato sul means test si combina certamente con il lieve requisisto che il tasso esplicito delle imposte debba rimanere al di sotto del 100%. Rispetto al sistema del minimo garantito convenzionale, non si puo' piu' allora affermare che non ci siano costi piu' alti. E' vero,  esso non e' attaccato unicamente alla natura universale dell'indennita', poiche' le varianti corrispondenti all'imposta negativa sul reddito basata sul means test condividono esattamente la stessa caratteristica. In particolare, una fiscalita' lineare combinata ad un credito d'imposta rimborsabile al livello corrente del reddito minimo garantito sarebbe molto dispendioso in questo senso. Ma che il problema sia completamente condiviso con i sistemi di reddito negativo non esclude che debba essere affrontato pienamente. Il fatto primario e' che piu' incentivi materiali si desidera fornire (per un dato reddito minimo) alle persone i cui redditi si trovano al fondo della scala dei redditi, maggiormente bisogna diminuire gli incentivi materiali ai redditi superiori. In questo senso siamo di fronte ad un chiaro scambio.

E' meglio per i poveri essere tassati maggiormente?
Questa domanda non e' terribile come possa suonare. I lavoratori a basso reddito il cui importo fiscale marginale bisognerebbe aumentare sono anche tra i principali beneficiari dell'introduzione di un basic income, in quanto l'aumento della tassazione sul loro salario non raggiunge il livello del basic income che essi d'ora in poi ricevono. La questione, quindi, non deve essere distributiva. Persino se si finisce, come in alcune proposte, con una fiscalita' sul reddito lineare, cioe' se i redditi piu' bassi sono tassati allo stesso tasso di quelli piu' alti, la riforma ridistribuirebbe ancora verso il basso da coloro che guadagnano di piu' (.il cui incremento fiscale su tutti gli strati di reddito supererebbe il loro basic ncome). Comunque, esiste una ragione per una preoccupazione legittima in merito all'impatto che una tale riforma avrebbe sugli incentivi. Come sottolineato da alcuni oppositori del basic income e dell'imposta negativa sul reddito (per esempio, i tassi marginali verrebbero abbassati nella fascia in cui ci sia una crescita, ma tuttavia in piccola percentuale comparativamente ai guadagni marginali dell'economia, mentre verrebbero alzati nelle fasce in cui molti piu' lavoratori ne sarebbero colpiti. L'incentivo al lavoro e all'istruzione, per essere coscienzioso ed innovativo dovrebbe essere incrementato nelle fasce piu' basse di reddito (ossia, tra 0 e 500 euro al mese), ma dovrebbe essere diminuito al di sopra di questa soglia, dove la maggior parte della forza lavoro della societa', ed in particolare, della sua forza lavoro piu' produttiva, e' concentrata. Dovremmo essere quindi avveduti a non precipitare troppo velocemente verso un sistema nel quale il tasso marginale effettivo d'imposta sui redditi piu' bassi non sia maggiore che su quelli piu' alti (v. Pilketty 1997).

Dovremmo preferire un sovraccarico su coloro che hanno redditi bassi o un basic income parziale?
Dovremmo essere avveduti a non precipitarci troppo velocemente verso un sistema nel quale il tasso marginale effettivo d'imposta sui redditi piu' bassi non sia superiore che sui redditi piu' alti. Esistono due modi per accogliere questo consiglio in una proposta di basic income. Uno consiste nel correggere un sistema lineare o persino progressivo con un "sovraccarico" per i beneficiari netti del basic income, come suggerito per esempio da James Meade (1989). Un altro e' un "basic income parziale", come proposto per esempio dal Consiglio Scientifico olandese per le Politiche del Governo (WRR 1985) ed esaminato non molto tempo fa sia in Olanda (Dekkers & Noteboom 1988, de Beer 1993, van der Veen & Pels 1995, Groot 1999) che in altri paesi europei (Atkinson 1989, Parker 1991, Lahtinen 1992, Brittan 1995, Gilain & Van Parijs 1995, Clark & Healy 1997). Un basic income parziale rimarrebbe al di sotto del livello del reddito correntemente garantito ad ogni individuo, ma potrebbe raggiungere o persino superare della meta' il livello correntemente garantito alle coppie, ed andrebbe di pari passo con il mantenimento di un sistema residuale di reddito garantito basato sul means test. Cio' implicherebbe quindi la preservazione di un tasso d'imposta effettivo del 100% sulle fasce piu' basse. In entrambe le varianti,  il primo paradosso diventa piu' marcato: non e' solo meglio per le persone povere che i ricchi ricevano lo stesso che ricevono i primi. E' anche meglio per loro che vengano tassati piu' dei ricchi.

Il basic income e' piu' dispendioso perche' strettamente individuale?
Non si puo' negare che l'abolizione del means test sollevi un problema di costi, e non in virtu' del fatto che il basic income e' accordato sia ai ricchi che ai poveri ma perche' (parte del) suo scopo e' fornire ai poveri incentivi materiali piu' forti. Questo non e' l'unico problema di costi intrinseco alle proposte di basic income. Un altro deriva direttamente dal fatto che, a differenza della maggior parte dei sistemi di reddito minimo garantito eistenti, il basic income e' inteso come  strettamente individuale. Questi sistemi forniscono un livello piu' basso di supporto al reddito ad ognuno dei due membri di una coppia che ad una persona che vive sola, specialmente quando si tiene conto del sussidio per l'affitto, a volte amministrato come indennita' separata. Perche'? ovviamente perche' e' piu' conveniente dividere la casa, i beni durevoli (forno, lavatrice, macchina, letto) ed alcuni servizi (la cura dei figli) con una o piu' persone piuttosto che assumersi i costi individualmente. Il modo piu' conveniente di coprire una definizione data di bisogni fondamentali implica quindi rintracciare la composizione familiare e modulare il livello pro capite del reddito garantito di conseguenza. Naturalmente, il corollario di questa condizionatezza legata alla famiglia e' che le economie di scala siano scoraggiate, i falsi domicili siano ripagati e quindi siano esigiti i controlli sulle sistemazioni d'alloggio delle persone. Uno dei vantaggi evidenti del basic income e' precisamente che eliminerebbe tutto questo. Le persone che si tollerassero l'un l'altra e con cio' permettessero alla societa' di risparmiare sui costi abitativi e sui beni durevoli avrebbero diritto alle indennita' delle economie di scala che generano. Non ci sarebbero quindi neanche i bonus per coloro che fingono di vivere in un luogo in cui in realta' non vivono e non c'e' bisogno di controllare dove le persone vivono e con chi.

Il basic income dovrebbe essere inadeguato piuttosto che basato sulla famiglia?
A quale livello il basic income individuale e incondizionato dovrebbe essere fissato. Se e' fissato al livello del reddito garantito correntemente goduto da ogni membro di una coppia, l'importo e' destinato a rimanere al di sotto di cio' che e' necessario a coloro che non hanno alcuna altra possibilita' che vivere soli. Se e' fissato al livello corrente assegnato agli individui, le implicazioni dei costi, in alcuni paesi ad ogni modo, sono fenomenali. Questa non e' solo una questione di costi di budget. C'e' un costo distributivo irriducibile nel senso di un drammatico spostamento del potere d'acquisto dalle persone adulte single alle famiglie con due o piu' membri adulti. Ed esiste anche un costo economico irriducibile, dovuto principalmente ad un incremento sostanziale dei tassi marginali, necessario allo scopo di finanziare le uscite per questo basic income aumentato. Esiste quindi, nel breve termine ad ogni modo, un dilemma tra dare un basic income completamente individuale ma inadeguato ed uno sufficiente ma modulato sulla famiglia (v. Brittan & Webb 1991, Brittan 1995). Da notare, comunque, che questo dilemma non deve essere confuso con il dilemma tra rendere alcune famiglie inaccettabilmente povere (con un basic income individuale troppo basso) ed assoggettare tutte le famiglie per un periodo indefinito ad un controllo dei loro progetti di vita (con un basic income adeguato ma dipendente dalla composizione familiare). Persino sotto le limitazioni dei costi a breve termine, il secondo dilemma non regge, per cui e' possibile concepire un basic income per tutti inadeguato ma strettamente individuale, combinato con un'assistenza sociale residuale ridotta basata sul means test e sulla famiglia per il numero ridotto di coloro che, malgrado il livello minimo fornito dal basic income della famiglia, non guadagnano abbastanza da raggiungere la soglia di reddito a partire dalla quale l'assistenza basata sul means test viene interrotta. Stabilire questo non e' concepito come un sostituto pieno e diretto dell'assistenza sociale esistente, un tale basic income parziale fornisce dunque una via avvincente nel risolvere entrambi i problemi dei costi reali - quelli causati dagli incentivi diretti a coloro che hanno bassi salari e quelli connessi alla individualizzazione - che un basic income pieno accrescerebbe (v. Per esempio Gilaon & Van Parijs 1995 per una microsimulazione dell'impatto distributivo di un tale basic income parziale nel caso del Belgio).

Quale via futura?
Per ragioni spiegate altrove (Van Parijs 1995), una concezione coerente e plausibile di giustizia sociale ci richiede di mirare, con alcune precisazioni importanti, ad un basic income incondizionato al livello piu' alto che sia economicamente ed ecologicamente sostenibile e sulla scala piu' alta che sia politicamente immaginabile. Ma mentre una visione a lungo termine sostenibile e' importante, proposte precise per passi modesti, che hanno benefici immediati e politicamente praticabili non sono meno essenziali. Il tipo di sistema di reddito garantito generale ma basato sulla famiglia, sul means test e sulla disposizione a lavorare che e' attualemnte in uso con molte varianti nella maggior parte dei paesi dell'UE (compreso, di recente, il Portogallo) rappresenta un passo fondamentale verso la giusta direzione. Ma qualsiasi siano le condizioni ben intenzionate di "inserimento" o "integrazione", non si puo evitare che si generino insidie la cui profondita' aumenta con la generosita' del sistema e la cui minaccia aumenta in quanto la cosi' detta globalizzazione acuisce le ineguaglianze nel potere dei salari. Nei paesi in cui i sistemi di minimo garantito hanno funzionato per un certo periodo, queste insidie e la cultura della dipendenza ad esse associata rischiano di provocare una reazione politica e lo smantellamento di cio' che e' stato ottenuto. Ma essi hanno stimolato anche i movimenti progressivi nella forma del basic income e delle proposte connesse. Come la lotta per il suffraggio universale, la lotta per il basic income non e' una questione di tutto o niente. Questo non e' un gioco per i puristi e i feticisti e tanto meno per coloro che si arrabbattano e gli opportunisti. Senza percorrere tutta la via verso un seppur parziale basic income, le seguenti tre tipi di proposte sono candidate plausibili - piu' o meno plausibili, a seconda delle istituzioni di ogni paese, e in particolare del suo contesto fiscale e di sicurezza sociale - per il passo successivo piu' promettente:  un credito d'imposta individuale; un'imposta negativa regressiva sul reddito basata sulla famiglia; un modesto reddito di partecipazione.

Quale ruolo per un credito d'imposta individuale?
L'Olanda possiede gia' sistemi universali (cioe' non basati sul means test) di indennita' per i figli, di borse di studio per studenti, e di pensioni minime non contributive, in aggiunta ad uno dei sistemi di reddito garantito basato sul means test piu' generosi e includenti al mondo. Nel gennaio 2000, il Parlamento olandese ha approvato gli elementi essenziali del programma di governo per una riforma fiscale ampia che incorpori la restituzione dell'esenzione della fascia di reddito piu' bassa attraverso un credito d'imposta strettamente individuale ad un livello di circa 140 euro al mese per tutte le famiglie con almeno un lavoratore (v. Boerlage 1999). Incrementata gradualmente e resa rimborsabile individualmente (cosi' che il partner disoccupato di un lavoratore occupato, per esempio, avrebbe diritto ad un pagamento in cash equivalente al credito piuttosto che avere il partner occupato con doppio credito), questa imposta negativa sul reddito per le famiglie occupate fornirebbe l'ultimo elemento mancante per la disposizione di un livello minimo di reddito universale. Esso potrebbe allora essere integrato in modo indolore ad un basic income basso ma strettamente individuale, universale e incondizionato. Naturalmente persino ad un livello incrementato in maniera significativa, questo rimarrebbe un basic income parziale, che avrebbe bisogno di essere integrato con l'assistenza residuale basata sul means test.

Quale ruolo per un'imposta negativa regressiva sul reddito basata sulla famiglia?
Malgrado la sgradevole definizione, questa sarebbe un cambiamento importante nella giusta direzione. Sotto la piu' attraente denominazione di Burgergels, essa e' stata sostenuta per molti anni in Germania da Joachim Mitschke (1985, 1995), professore di finanza pubblica all'Universita' di Francoforte. Ulrich Muckenberger, Claus Offe e Ilona Ostner (1989) hanno sostenuto una versione meno specifica della stessa proposta e Fritz Scharpf (1994, 2000), direttore del Max Planck Insitute di Colonia, l'ha sottoscritta come la sua opzione preferita. Piu' recentemente, sotto la denominazione piu' goffa di allocation compensative de revenu, una variante della proposta e' stata difesa in Francia da Roger Godino (1999), ex preside di facolta' della scuola manageriale INSEAD, ed e' stata supportata in modo cauto dal sociologo Robert Castel (1999) e dagli economisti Francois Bourguignon (1999) e Laurent Caussat (2000). L'idea e' semplicemente di prendere come data la modulazione familiare del reddito minimo garantito corrente e, invece di ritirare l'indennita' al tasso del 100% in quanto aumentino le entrate, di ritirarla ad un tasso piu' basso, diciamo al 70 o persino al 50%, cosi' da creare incentivi materiali al lavoro per ogni famiglia, per quanto sia basso il suo potere salariale. Nella proposta di Godino per la Francia, per esempio, il tasso e' calcolato in modo tale che l'indennita' sarebbe interamente eliminata gradualmente per le persone che vivono sole nel momento in cui le loro entrate raggiungano il livello del salario minimo garantito, in opposizione al livello molto piu' basso del reddito minimo garantito, come e' attualmente il caso. Nel caso di una famiglia piu' grande, il livello iniziale e' piu' alto. Se si applica lo stesso tasso ridotto del ritiro dell'indenita', l'indennita' e' completamente eliminata solo ad un livello di entrate che supera il salario minimo. Uno dei maggiori vantaggi politici di questa formula e' che puo' essere presentata come il prendere il reddito minimo garantito corrente come punto di partenza e potenziarlo attraverso la liberazione dall'assurda penalizzazione di sottoporsi a qualsiasi fatica per allontanarsi dall'insidia attraverso l'accettazione di qualche attivita' sotto pagata. Uno dei maggiori svantaggi amministrativi e' che esso comporta non solo che un numero sempre piu' alto di famiglie usufruira' dell'indennita' (certamente ad un tasso medio molto piu' basso) ma che il volume dell'indennita' che le famiglie hanno diritto a ricevere dipende dai loro progetti di vita, dalle loro sistemazioni alloggiative che quindi all'amministrzione deve essere permesso di controllare.

Quale ruolo per un reddito di partecipazione modesto?
E' possibile fondarlo sui sistemi di aspettativa parentale, di studio o di cura esistenti, ed integrarli, insieme ai crediti d'imposta per l'occupazione, in un basic income universale soggetto a condizioni di contributo sociale molto ampie, come proposto per esempio da Anthony Atkinson (1993a, 1993b, 1996, 1998) sotto la denominazione di "reddito di partecipazione". "Allo scopo di assicurare supporto politico" afferma Atkinson (1993a), " deve essere necessario per i proponenti del basic income venire a un compromesso. Non venire al compromesso sul principio che non ci sia  means test o sul principio dell'indipendenza (cioe', l'idea che nessuno dovrebbe essere direttamente dipendente da una persona in particolare o da un gruppo), e neppure sul pagamento incondizionato". Un reddito di partecipazione sarebbe un'indennita' non basata sul means test, versata ad ogni persona che partecipa all'attivita' economica, sia essa retribuita o meno. Anche le persone che si prendono cura dei giovani o degli anziani, che intraprendono un lavoro di volontariato  o di formazione, o che sono diversamente abili a causa di malattie o handicap, ne avrebbero diritto. Dopo un po', si potrebbe ben realizzare che pagare dei controllori per cercare di intercettare i pochi svogliati costerebbe di piu' e creerebbe piu' risentimento rispetto che dare solo questo livello minimo di reddito a tutti, senza nessuna domanda. Ma nello stesso tempo il reddito di partecipazione porrebbe la questione di un basic income universale dal punto di vista politico. In comparazione all'approccio della riforma dell'imposta sul reddito e all'approccio della riforma dell'assistenza sociale, questo terzo approccio sarebbe particolarmente appropriato se un finanziamento specifico venisse accantonato per il basic income: una tassa sul consumo energetico, o un dividendo sul patrimonio pubblico, o semplicemente un prelievo su base ampia sul prodotto nazionale. Ma esso potrebbe anche essere combinato ad entrambi i primi due approcci.

Traduzione a cura di Sabrina Del Pico
* Chaire Hoover d'éthique économique et sociale Université catholique de Louvain Belgique, Harvard University, Department of Philosophy, tra i fondatori del Bien (Basic Income Earth Network), autore di numerosi studi sul Basic Income tra cui Real Freedom for all (Cambridge University Press, 1995) .

lunedì 18 gennaio 2010

Chiropratica: uno sguardo d'insieme



Cos’è?

La chiropratica punta alla diagnosi e cura dei disturbi alle ossa, alle articolazioni e ai legamenti attraverso la loro manipolazione, prestando un’attenzione particolare ai rapporti tra struttura e funzione e a come questi rapporti proteggono dalle malattie.

Il termine chiropratica, coniato da un paziente nel 1896, deriva dal greco e significa “fatto con le mani”. Le analogie e differenze tra la chiropratica e l’osteopatia, un’altra medicina complementare o alternativa, sono state sempre motivo di controversia. C’è chi le considera sostanzialmente analoghe, ma i professionisti delle due discipline le descrivono in modi molto diversi.

Secondo il National Center for Complementary and Alternative Medicine statunitense (NCAM), l’osteopatia sembra porre un’attenzione particolare alle malattie del sistema muscolo-scheletrico nella convinzione implicita che tutti i sistemi del corpo lavorino insieme e che i disturbi di uno si riflettano sul funzionamento degli altri.


Com’è nata?

Le tracce iniziali di terapie assimilabili all’attuale chiropratica sono sparse un po’ dovunque lungo i sentieri delle prime grandi civiltà dell’uomo. Se ne fece uso ai piedi delle piramidi, sulle sponde del Tigri e dell’Eufrate e così pure in India e in Cina. Ne ritroviamo traccia alla fine dell’Ottocento quando le tecniche manipolative manuali vennero rivalorizzate. 
La nascita della chiropratica si fa risalire all’opera dello statunitense Daniel David Palmer che effettuò il primo intervento del genere nel 1895, sembra per curare la sordità di un uomo, Harvey Lilliard. Dato che risultati altrettanto lusinghieri vennero in seguito su altri pazienti, Palmer cercò una spiegazione per tutto questo, elaborò una dottrina e aprì un centro di cure, il Palmer Infirmary and Chiropractic Institute, nello stato dell’Iowa.

La nuova terapia in ogni caso era destinata a incontrare una ostilità diffusa. Tranne che in Germania, stentò a lungo prima di approdare sotto l’ombrello di una qualche ufficialità e negli Stati Uniti la sua diffusione fu combattuta per anni dalla autorità tanto che quanti la praticavano rischiavano il carcere, fino a quando non arrivò una forma di riconoscimento ufficiale. Dietro questa opposizione ufficiale c’era quella violenta dei medici che non riconoscevano alcun valore terapeutico alla proposta di Palmer, mentre ne mettevano in risalto i rischi, probabilmente con un’enfasi eccessiva.


Può essere efficace?

Un problema generale nel valutare la chiropratica è che i praticanti sono divisi in gruppi con differenze significative così che un’affermazione valida per gli uni può non essere valida per gli altri:
  • un documento dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) osserva che in genere sono trattati con chiropratica, osteopatia e altre tecniche di manipolazione, i disturbi legati a ossa, muscoli, tendini e tessuti molli, ossia disturbi come lombalgie acute e mal di schiena, dolori alla schiena associati a dismenorrea e mal di schiena, dolori al collo, problemi alle articolazioni. Anche il documento Oms non sembra andare oltre la registrazione di un fatto. Non testimonia l’efficacia contro questi disturbi, una dimostrazione indiretta che non ci sono prove attendibili dell’efficacia di queste cure.
  • Il Nacm sostiene in modo ufficiale che “non ci sono dati controllati che provino l’effetto curativo di terapie fisiche passive”.
  • In un editoriale della rivista American Academy of Neurology, pubblicato nel 2003, i neurologi Linda Williams e Jone Biller hanno sottolineato che non ci sono prove dell’efficacia curativa delle cure manipolative.


Come funzionerebbe?

In genere la chiropratica si basa sulla manipolazione vertebrale, intesa come correzione, per la quale sono indispensabili studi, abilità ed esperienza; si tratta di un approccio diverso dalla mobilizzazione vertebrale. Quest’ultima indica il movimento assistito, alla fine dell’escursione massima di un’articolazione, nel quale è possibile operare entro i limiti fisiologici. Oltre questa escursione passiva, ancora fisiologica, si incontra una barriera di resistenza elastica, dovuta alla presenza, all’interno dell’articolazione, di una pressione minore di quella atmosferica, una circostanza che favorisce la coesione e la compattezza dell’articolazione.

Se le superfici articolari sono separate improvvisamente con forza, oltre la barriera elastica, si produce un rumore simile a uno scatto ed è quanto succede con la manipolazione. Dato che un’ulteriore forzatura dell’articolazione sarebbe solo dannosa, sostengono molti professionisti della chiropratica, la manipolazione dev’essere effettuata con una spinta veloce e ben graduata, con una forza calibrata al punto tale da essere sufficientemente energica per superare la barriera elastica, ma non troppo forte da superare le superfici articolari al di là del limite della loro integrità anatomica.

D’altra parte, sull’idea stessa di chiropratica e sul suo possibile meccanismo d’azione esistono forti divergenze. Il fondatore della chiropratica, Palmer, era del parere che il 95 per cento delle malattie fosse dovuto ad una sublussazone della spina dorsale e le restanti ad una lussazione della ossa in altre parti del corpo. Per questo, una parte di chiroterapeuti manipola la spina dorsale con la convinzione che se, come spesso accade, il problema è un dolore continuo alla schiena, allora la risposta necessaria è una manipolazione della colonna fatta a regola d’arte perché è qui nella colonna la genesi di ogni male.

I gruppi rimasti fedeli a questa dottrina, però, rappresentano una minoranza che - a parere degli altri, che amano definirsi “spinologi” ovvero “esperti in spina dorsale” - hanno un’idea acritica dell’insegnamento di Palmer e della chiropratica in genere. La NCAM, costituita di recente negli Usa, oltre ad essere più rispettosa delle regole della scienza e dei diritti dei malati, rigetta alcuni principi ispiratori della chiropratica tradizionale che - sostiene - ragionava in termini “teosofici”, non scientifici.


Presenta dei rischi?

Nel rapporto “Le medicine non convenzionali”, pubblicato dalla Camera dei Deputati nel 1991, gli autori sostengono che “i farmaci antiinfiammatori e le manovre manipolative costituiscono i cardini della terapia dell’artrosi cervicale e dato il discreto numero degli effetti collaterali dei primi e l’assoluta innocuità delle seconde, queste ultime hanno raggiunto negli ultimi anni una notevole importanza”. Se l’importanza sul mercato è un dato di fatto, l’innocuità è più presunta che reale:
  • In un rapporto curato dall’associazione dei chiropratici svizzera nel 1981, per esempio, era segnalato che un riesame degli studi condotti fino ad allora aveva portato alla luce 135 casi complessivi di complicazioni gravi causate dalla chiropratica, in 18 casi mortali. Problemi legati a cause diverse, per esempio al fatto che il dolore vertebrale nascondeva una malattia più seria dell’artrosi e che la robusta manipolazione del chiropratico non aveva che peggiorato la situazione. L’eventualità è stata confermata in seguito più volte.
  • Secondo l’OMS va posta un’attenzione particolare al fatto che i trattamenti non siano praticati in caso di fratture, lesioni gravi e osteoporosi (una malattia molto comune tra gli anziani). Così come è importante che gli operatori abbiano ricevuto un addestramento adeguato.
  • Secondo l’associazione di difesa dei consumatori statunitense National Coalition Against Health Fraud (NCAHF) «la mancanza di visione scientifica dei chiropratici li ha portati a violare il principio base d’Ippocrate: “Primo, non far male”. Le loro convinzioni che un vantaggio per la spina dorsale porterà ad un miglioramento generale li porta a operare sulla spina dorsale in modo inappropriato. Una delle manovre risultate più pericolose è la rotazione improvvisa del capo risultata fonte di trauma, paralisi, ictus, e morte. D’altra parte, considerata la grande richiesta di cure efficaci per problemi della colonna e così pure il fatto che i tre quarti di persone sottoposte a cure del genere ottiene un qualche giovamento, potrebbe esserci spazio per la chiropratica».
  • Uno studio pubblicato nel 2003 sulla rivista American Academy of Neurology ha risposto all’obiezione mossa dai chiropratici che spesso il loro intervento rappresenta solo la circostanza in cui si manifesta una malformazione o una malattia preesistente.
    Lo studio ha dimostrato che la terapia, di per sé, aumenterebbe il rischio. Di circa sei volte secondo l’editoriale di commento che conclude: “il sia pur piccolo rischio di ictus o dissezione supera il vantaggio curativo per le persone con dolori al collo”.

Qual è il mercato attuale?

La chiropratica ha avuto un’accoglienza diversa nei vari paesi. Si stima che negli Usa ci siano 24 mila operatori che, secondo l’American Chiropractic Association, avrebbero fatto, nel 1983, 135 milioni di visite su 9,8 milioni di persone. In Europa e in Italia in particolare mancano dati ufficiali, ma la chiropratica sembra molto meno diffusa, anche se aumentano le persone che vi ricorrono.


A cura di Stefano Cagliano
Ospedale Civile San Paolo, Civitavecchia

©
 Il Pensiero Scientifico Editore

venerdì 15 gennaio 2010

Neoliberismo: breve storia per affamare il mondo

Il neoliberismo sfrenato partito negli anni Ottanta e divenuto unico credo economico indiscusso abbracciato, difeso ed ostentato dagli Usa, dal Fondo monetario e dalla Banca mondiale. Proviamo a tracciarne una breve storia, per capire quale sia la vera causa della povertà del cosiddetto terzo mondo

di Romina Arena da
terranauta via INFORMARE PER RESISTERE


Siamo tutti alquanto abituati a guardare all’Africa, all’America Latina o semplicemente, come più rozzamente si dice, al terzo mondo come Paesi di straccioni, morti di fame, appestati. Siamo più inclini, insomma, a guardare l’effetto e più raramente a considerarne la causa o, piuttosto,le cause.
Gli anni Settanta hanno costituito per i cosiddetti Paesi in via di sviluppo un frangente particolarmente propizio. Il mondo occidentale, non sapendo dove piazzare i petrodollari di cui abbondava, decise, camuffando l’atto da aiuto allo sviluppo, di dirottare in Africa e America Latina, sottoforma di investimenti, quell’abbondanza di capitali.
Qual era l’obiettivo?
Sostanzialmente si trattava di un progetto a due fasi. Nella prima gli investitori occidentali avrebbero rimpolpato le economie dei paesi, diciamo, africani pianificando un percorso che, nella seconda fase, li avrebbe visti protagonisti autonomi sulla scena economica internazionale.
Peccato che quei Paesi così generosamente finanziati quella seconda fase non l’abbiano vista mai semplicemente perché quei finanziamenti, spacciati per dono, non erano a fondo perduto, tantomeno a titolo gratuito. Le forti somme erano in realtà niente altro che prestiti che andavano rimessi aggravati da forti interessi.



Nel frattempo si arriva agli anni Ottanta durante i quali Keynes viene sbattuto in soffitta a favore di una nuova dottrina economica, il neoliberismo, di cui Milton Friedman è stato il principale teorico (e non solo). Lasciare libero il mercato, o i mercati, di muoversi a piacimento senza restrizione alcuna né vincoli era il Verbo divulgato dai ben noti Chicago Boys; evitare qualsiasi intromissione dello Stato nella gestione dell’economia era il corollario fondamentale di questa arrembante teoria. Il trittico Stati Uniti, Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale era la guarnigione spudorata a difesa di questo nuovo modo di intendere il mercato.
Lo scoppio di quella che è conosciuta come la crisi del debito, partita dal Messico nel 1982 e dilagata a macchia d’olio in tutti i Paesi che negli anni Settanta avevano, si fa per dire, goduto di quell’iniezione di capitali, ha fornito l’assist a quella Triade per mettere fattivamente sul campo quella che a parer loro sarebbe stata la soluzione del problema: i piani di aggiustamento strutturale. Altro non era che il velleitario e presuntuoso (oltre che pretestuoso) tentativo di inoculare il germe del neoliberismo in Paesi che, semplicemente, non erano in grado di supportare i meccanismi necessari al suo compimento.
Tutto questo ha prodotto gli effetti che conosciamo oggi: Paesi sempre più sprofondati nel debito, incapaci di fornire la giusta alimentazione alle proprie popolazioni dal momento che, per recuperare i fondi necessari a pagare i prestiti di cui sopra, finiscono per esportare anche quello che dovrebbe essere necessario al sostentamento interno. Quella che doveva essere la panacea del male, si è rivelata in realtà l’inoculazione di un virus letale, in barba alle roboanti dichiarazioni sull’abbattimento del debito, alle maratone di beneficienza, ai piagnistei ed ai mea culpa internazionali.



Prima che il vortice degli aggiustamenti strutturali spazzasse ed abbattesse le loro deboli economie, l’agricoltura – insieme la prima voce di esportazione e principale sostenitore dell’economia interna, proprio perché cardine essenziale per la sopravvivenza dei Paesi – era tenuta in estrema considerazione dai governi africani (parliamo dell’Africa perché è quella maggiormente colpita dalla ritorsione del neoliberismo).
In Tanzania, ad esempio, prima di quegli anni Ottanta, il governo offriva costante assistenza ai piccoli agricoltori attraverso i sussidi, la ricerca, i trasporti. Stessa cosa avveniva nello Zimbabwe che offriva sussidi per le sementi, abbuoni fiscali e gli strumenti necessari ai piccoli agricoltori.
I paesi africani, poi, applicavano alti dazi doganali all’importazione di mais, riso e altre granaglie ad uso alimentare proprio per proteggere dalla concorrenza sleale i piccoli e medi agricoltori. Inoltre in molti Stati si favoriva la creazione di cooperative.
Queste misure tra il 1950 ed il 1980 hanno fatto sì che quei piccoli e medi agricoltori fossero sufficienti al sostentamento interno dei loro Paesi senza nascondere poi il fatto che fino alla fine degli anni Settanta l’intero continente era esportatore netto di prodotti alimentari non processati.
La Tanzania, ad esempio, tra il 1961 ed il 1970 aveva la quota più alta di produzione alimentare che aumentava annualmente del 7%, il Kenya del 5%.
Il neoliberismo ha però invertito queste rotte, in molti casi ha addirittura stravolto l’assetto agricolo dei Paesi, inducendoli a sostituire le coltivazioni sulla base delle necessità degli Stati Uniti o dell’Europa. La Comunità europea, ad esempio, ha fatto del concetto di “diversificazione della produzione” uno dei cavalli di battaglia nella duplicità della politica commerciale e della cooperazione allo sviluppo in quella specifica sezione in cui entrambe si intersecano.



In ossequio ai peculiari interessi occidentali, il Kenya si è dovuto specializzare nella produzione di fiori da esportare in Europa, mentre il Ghana si è dedicato alla produzione del cacao destinato agli Stati Uniti. Le imprese multinazionali che si sono viste spianare la strada dal libero mercato e dall’aggiustamento strutturale, hanno attecchito senza difficoltà in territorio africano, fagocitando intere fette di mercato alla faccia dei proclami che si sono succeduti a partire dagli anni Settanta sull’inserimento dei Pvs nel contesto economico internazionale.
Durante gli anni Novanta, la Parmalat si installò in Sudafrica includendo nel suo gruppo due industrie lattiere locali, la Bonnita e la Towercop, mettendo in campo una vera e propria strategia di guerra che ha introdotto nel Paese i prodotti dell’impero Tanzi a prezzi stracciati decretando in questo modo la fine dei piccoli competitori.
Questo è quello che è sostanzialmente successo con l’abbattimento dei dazi voluto dai programmi di aggiustamento strutturale. Le multinazionali occidentali hanno inondato i mercati del terzo mondo costringendo la produzione locale a soccombere sotto il peso della competizione dei prodotti stranieri. I piccoli agricoltori, privi di protezione e senza sussidi, scacciati dalle loro terre a beneficio delle multinazionali, non sono più in grado di garantire la sufficienza alimentare, mentre l’occidente sguazza nell’Eldorado che la shockeconomy friedmaniana ha fatto sgorgare dalle vene aperte dell’Africa e dell’America Latina.

mercoledì 6 gennaio 2010

Dentro l'Opus Dei

Intervista a Emanuela Provera, autrice del libro: "Dentro l'Opus Dei". (dal Blog di Beppe Grillo)


Trascrizione:

"Sono Emanuela Provera e ho scritto “
Dentro l’Opus Dei" con Chiarelettere, dopo aver partecipato alla stesura di “Opus Dei Segreta” con Ferruccio Pinotti tre anni fa. Il libro “Opus Dei Segreta” nasce da un’esperienza di forum on-line in cui hanno partecipato persone, uomini e donne che, come me, hanno avuto un’esperienza nell’Opus Dei per vari anni. All’interno del forum ci sono sia persone passate per la prelatura per un periodo breve e persone che hanno vissuto all’interno dell’Opus Dei dieci, venti o più anni. Il forum è stato un’esperienza di confronto e quindi è nato innanzitutto con l’obiettivo di parlare tra noi, perché l’esperienza di uscita dall’Opus Dei è un’esperienza di isolamento, le persone che escono da questa istituzione per lo più pensano di essere le uniche, per cui è difficile creare una situazione di confronto, di dibattito e di discussione. Il secondo obiettivo è stato quello di divulgare le riflessioni e i contenuti del nostro confronto, lo strumento più idoneo, quello che poteva arrivare a più persone possibili sarebbe stato proprio la stesura di un libro.
Perché il libro l’ho scritto io e non altri del forum? Perché generalmente, ad oggi, la maggior parte delle persone che esce dall’Opus Dei preferisce non esporsi pubblicamente e in modo così forte e trasparente, c’è molto timore, probabilmente anche perché siamo in Italia, siamo in un Paese dove ci sono molti intrecci tra il mondo ecclesiastico, il mondo politico e il mondo istituzionale.

Una prelatura personale
Molte delle persone che partecipano al forum hanno posizioni professionali che vogliono tutelare e proteggere, per cui all’interno del libro sono state raccolte delle testimonianze mantenendo e custodendo la riservatezza delle persone. Ci tengo a dire una cosa, uscire dall’Opus Dei non significa abbandonare la Chiesa, la Chiesa Cattolica; sapete che l’Opus Dei è una prelatura personale che fa parte della gerarchia costituzionale della chiesa cattolica e dipende direttamente dal Papa, attraverso la congregazione dei Vescovi. Alcune persone che hanno collaborato a questo libro e che hanno fatto parte del forum mantengono tutt’ora una pratica di vita cristiana: anzi, sono dovute uscire dall’Opus Dei per continuare un percorso spirituale. Uno dei temi di cui abbiamo discusso maggiormente all’interno del forum è stato quello dei giovani indotti a seguire la vocazione all’Opus Dei da parte dei cosiddetti direttori dell’opera, che sono entrati nella prelatura a 14 /15 /16 /19 o 20 anni, ossia in un’età in cui è difficile fare scelte vitali, o meglio è un’età in cui ci si prepara a fare scelte vitali, scelte importanti. Avendo fatto entrare queste persone in un’istituzione così totalizzante, ossia in un cammino vocazionale vero e proprio, si è esercitata una violenza psicologica molto forte: per esempio, vorrei leggere alcuni passi di alcuni di loro, che hanno raccontato la loro storia. “I miei genitori erano
sopranumerari, sei figli, club fin da piccolissimo, messo sul piano inclinato (percorso di cammino vocazionale [ndr]) verso i 14 anni e mezzo, uscito dopo aver pitato (pitare: termine mutuato dallo spagnolo, significa fischiare, o annunciare la propria voglia di unirsi all'Opus Dei [ndr]) prima dei 16”.
Un altro racconta “ho iniziato a frequentare l’Opus Dei a 14 anni all’Aspra di Milano, ho pitato l’anno dopo, nel 1977”, quindi a quindici anni questo ragazzo è diventato dell’Opus Dei. Un’altra ragazza dice “figlia di soprannumerari, ho frequentato la scuola Fais e il club finché, naturalmente, ho chiesto di diventare aspirante numeraria”, che cosa vuole dire aspirante? Vuole dire che ancora non si è giuridicamente dell’Opus Dei, ma si viene formati a una spiritualità che è quella dei numerari.
I partecipanti al forum, da cui è nato questo libro, hanno fatto parte dell’Opus Dei come membri numerari: che cosa significa? E’ una particolare categoria di membri dell’Opus Dei che, per chiamata di Dio - così si dice all’interno della prelatura - rinunciano al matrimonio e conseguentemente perseguono una vocazione al celibato apostolico, ossia dedicano tutte le proprie energie sia interiori che anche i propri possedimenti, il proprio denaro, dedicano tutto ciò allo sviluppo della prelatura dell’Opus Dei nel mondo; proprio per il fatto di essere numerari l’Opera li può mandare in qualunque parte del mondo a aprire nuovi centri dell’Opus Dei e quindi a sviluppare iniziative o attività direttamente legate alla prelatura. Quando una persona entra nell’Opus Dei come numerario o come numeraria, percorrendo il cosiddetto piano inclinato, che è un percorso specifico, viene indotta a lasciare la propria famiglia; senz’altro l’adolescente ha bisogno di staccarsi dal proprio contesto sociale e quindi l’Opus Dei trova un terreno fertile, perché il giovane trova nell’Opus Dei una seconda famiglia, per cui si stacca volentieri dai genitori come senso di emancipazione, per trovare nell’Opus Dei una seconda famiglia per rimanervi tutta la vita, senza mai elaborare un percorso personale di crescita. Ecco perché nell’Opus Dei ci sono numerari e numerarie che restano eternamente bambini: ogni scelta, ogni decisione, ogni attività pratica anche quotidiana i membri numerari e le numerarie la consultano con il proprio direttore. Questa mancanza di libertà nella conduzione della propria vita blocca il processo di consapevolezza, per cui ci sono persone di 30 o 40 anni che sono veramente alienate da sé stesse, per cui a volte purtroppo si arriva a fenomeni anche di sofferenza psicologica.
Le persone che partecipano e hanno partecipato al forum non hanno l’obiettivo di distruggere l’Opus Dei o di fare in modo che non sviluppi più la propria azione nel mondo: l’obiettivo che si propongono è di denunciare queste situazioni di sofferenza psicologica e di persone giovani che entrano a far parte dell’Opus Dei come numerari e come numerarie. Perché l’Opus Dei cessi di condurre un’azione di proselitismo così aggressiva, è importante che modifichi i propri Statuti: per esempio, eliminando il riferimento alla figura dell’aspirante numerario. Non è facile che la prelatura, comunque protetta dalle istituzioni nel nostro Paese, in Italia, affronti un’autocritica così radicale; sicuramente ci sono state persone in Italia che hanno appoggiato l’azione di ex membri dell’Opus Dei: mi riferisco in particolare a due interpellanze parlamentari, ossia quella dell’86, sollevata da Rodotà, Bassanini e Minervini, e l’interpellanza parlamentare del 2007, sollevata invece da Galante e Licandro. Nel libro ho ripreso l’attualità dell’interpellanza dell’86, che voleva fare in modo che l’Opus Dei venisse dichiarata associazione segreta: effettivamente né alla prima interpellanza né alla seconda c’è stata una risposta pertinente da parte delle istituzioni politiche. Le risposte che sono state date a queste interpellanze le definirei come dei comunicati stampa dell’ufficio informazioni dell’Opus Dei. Bisogna invece arrivare alla verità del problema: è vero, secondo l’interpellanza dell’86, che esiste tutta una documentazione secretata, che non è ufficiale e che, per quanto mi risulta, non è conosciuta neanche dalla chiesa cattolica, per cui è interessante che le istituzioni chiedano all’Opus Dei di rendere pubblica questa documentazione. Sono pubblicazioni interne, che vengono editati e pubblicati all’interno della prelatura: vi chiederete: “ma come fanno essere pubblicati e editati i testi e a rimanere segreti?”, esiste una tipografia, ma è una tipografia interna, non è una società, una Srl conosciuta ufficialmente e pubblicamente da tutti e questo è ciò che ha sollevato l’interpellanza dell’86. Nel 2007 sono stati equiparati i collegi universitari pubblici a quelli privati, ai fini dell’ottenimento di alcuni finanziamenti per l’edilizia universitaria: questo che cosa significa? Quasi la metà di tutti i collegi universitari legalmente riconosciuti fanno capo all’Opus Dei, quindi un numero altissimo di centri dell’Opus Dei riceve finanziamenti pubblici.

Sacra potestas e obbedienza
Con il libro che ho scritto, al quale hanno collaborato altri partecipanti del forum, ci interessa in modo particolare rivolgerci alle istituzioni ecclesiastiche: negli Statuti dell’Opus Dei, che sono stati introdotti nel 1982, quando l’Opus Dei è stata eretta da Karol Wojtyla in prelatura personale, all’interno di questi Statuti si dice che i laici della prelatura debbono obbedire a coloro che, nell’Opus Dei, hanno la sacra potestas, ossia il prelato e i suoi vicari. Il prelato dell’Opus Dei attualmente è Monsignor Xavier Cebarria, per quanto riguarda il rispetto del codice di diritto canonico effettivamente è corretto quanto affermato dagli Statuti. Quella che però noi del forum abbiamo riscontrato è stata una prassi vissuta quotidianamente per tanti anni, una prassi che violava le prescrizioni del Codice di diritto canonico, laddove ci veniva detto che i membri laici dovevano obbedire all’interno dell’Opus Dei ai direttori dei membri laici non dotati di sacra potestas che svolgono due funzioni: una funzione di governo vera e propria, di direzione della prelatura, quindi l’organizzazione, chi mando a aprire un nuovo centro a Parigi piuttosto che in Russia. Quindi svolgono una funzione relativa all’organizzazione e al foro esterno, ma anche al foro interno, di direzione spirituale, che i membri direttori laici privi di sacra potestas indirizzano la coscienza delle persone e violano quelli che sono i contenuti del Codice di diritto canonico. Per cui vorremmo che le istituzioni ecclesiastiche conoscessero questa situazione e svolgessero un’indagine appropriata per ristabilire una prassi di normalità e di correttezza all’interno della prelatura. Quindi noi, che abbiamo vissuto dentro, all’interno, ci siamo chiesti: “ma come è possibile che dichiariamo e raccontiamo alle persone esterne una vita, uno spirito e uno stile che poi, all’interno, non viviamo, perché abbiamo un linguaggio nostro e abbiamo dei codici e dei modi di dire che sono sconosciuti a tutti gli altri?”.
Da una parte chiediamo alle istituzioni politiche di intervenire per il controllo di una situazione che non è trasparente e, nello stesso tempo, anche alle istituzioni ecclesiastiche di svolgere un’indagine affinché ritorni una situazione di maggiore dignità nei confronti delle persone che attualmente vivono all’interno di quest’istituzione, un’istituzione che sta acquisendo una forza particolare all’interno dello Stato italiano. Il futuro presidente della Banca Vaticana dello
IOR
, Ettore Botti Tedeschi, è un membro di spicco della prelatura in Italia e sappiamo che Ettore Botti Tedeschi è legato in modo particolare al mondo finanziario, è il principale rappresentante del gruppo consiliare Santander in Italia, per cui tutto ciò che riguarda l’introduzione nel nostro Paese del credito al consumo in un certo senso è targato Opus Dei. Conseguentemente, attribuendo a questa persona un incarico così importante, ne viene rafforzata l’immagine della prelatura: non è facile che le istituzioni ascoltino il nostro appello. Il libro è il primo passo verso un percorso di informazione e di divulgazione al quale teniamo molto."

venerdì 1 gennaio 2010

Ancora qualche parola su Di Pietro, la sinistra e il regime.

Sono un po’ stanco e logorato da un ultimo anno di attesa di segnali per il futuro un po’ più incoraggianti delle solite litanie sui problemi della “sinistra”. Forse però cominciamo a capirlo: la sinistra declinata come dover essere è un’entità metafisica pura e semplice, che si colloca al di fuori del contesto storico presente che riguarda le sorti di persone e nazioni.
Continuiamo ad assistere alle solite dissertazioni di stampo parateologico dottrinario su Di Pietro e la sinistra. Di Pietro non è buono, perché non “ha profondità di pensiero”, perché ha una visione ipostatica del diritto che invece è figlio del conflitto e della riproposizione continua del concetto di legalità quale risultante dei mutati equilibri nei rapporti di forza. Lo sappiamo. Questo Blog ne ha già parlato diverse volte, trattando degli argomenti e degli interrogativi che oggi si pongono i vari Revelli, Bascetta, Rossanda ecc. già un bel po’ di tempo addietro. Chapeau! Ci piace autoincensarci.
Sappiamo benissimo che se dessimo retta a una concezione del diritto come materia immobile, al di fuori delle dinamiche del conflitto e dei mutamenti sociali, oggi saremmo ancora alla servitù della gleba e i magistrati sarebbero costretti a dare la caccia agli schiavi fuggiaschi, violatori della legge. Il fatto è che tale posizione di principio non coincide affatto con la necessità di creare un fronte comune che costituisca un’alternativa all’attuale regime, né con una visione che sappia collocare la richiesta di legalità come necessità legata a un contesto storico-politico, dove l’intreccio fra potere mafioso e potere politico la fa da padrone. Continuare a proporre discriminanti e distinguo non ha alcun senso poiché significa dare valore assoluto a posizioni che invece rispondono a esigenze legate a contesti specifici. Nemmeno Di Pietro pensa che il diritto debba essere una specie di totem inviolabile, ma certo non può fare a meno di appellarsi al diritto, quando parla di mafia e di Berlusconi. La mafia se ne infischia della filosofia del diritto e così anche Berlusconi. La verità è che se non si temesse il confronto e non si fosse preda della paura di vedere le proprie identità deformate e stravolte, tali disquisizioni potrebbero essere tranquillamente ricondotte in un ambito neutrale di confronto dialettico, senza creare discriminanti ad escludendum.
In quanto alla “profondità di pensiero”, chiediamoci quanta di questa profondità non sia una sorta di dissociazione dalla realtà e di una rarefazione del senso comune in ragione di sottigliezze di pensiero che sono solo un esercizio di stile totalmente vuoto e privo di significato. Per dare retta alla “profondità di pensiero” siamo andati dietro alla cazzate senza senso dei vari Deleuze, Guattarì, Lacan e via dicendo. Siamo sprofondati in quella “profondità” fino a perdere il lume della ragione. Rimango d’accordo con Revelli, quando dice che Di Pietro ha restituito un senso vero alle cose che si dicono, nominando i soggetti e le loro azioni per quello che realmente sono.
Ora si tratta di darsi da fare sul serio e costruire una vera alternativa a questo regime, evitando sottigliezze e furbizie che ci distolgano la mente dall’urgenza della situazione. Lo sappiamo che sarà una scelta imperfetta perché dovrà nascere da un patto fra forze politiche eterogenee che si trovano a dover fronteggiare una situazione straordinaria e a immaginare una transizione che sottragga l’Italia dalle spire di un potere mafioso clientelare, ma non c’è altra via. Sappiamo anche che molti compagni li perderemo per strada: già adesso molte persone di sinistra dichiarano che giammai si faranno contaminare dal semplicismo giustizialista di Di Pietro. Altri poi resteranno ancorati alla nobile missione di ricostruire il Partito Comunista. Dobbiamo comunque cercare di convincere queste persone a mettere fra parentesi le loro convinzioni e ad accettare un compromesso che ci porti a una posizione più avanzata di quella attuale, che riesca a scongiurare il pericolo del fascismo della Lega e del regime berlusconiano. Non basta. Forse dirò una bestemmia, ma è necessario che impariamo a parlare a quel blocco sociale produttivo del nord fatto di piccole imprese di artigiani e di liberi professionisti, i quali identificano i loro interessi con quelli di Berlusconi poiché temono una sinistra fustigatrice del profitto quale giusta remunerazione del proprio lavoro. Che ci piaccia o no dovremmo cercare di coinvolgere questi ceti in un progetto di “ammodernamento” della società italiana coinvolgendoli in una strategia di rinnovamento delle dinamiche di prodotto piuttosto che di processo, in una visione più ecocompatibile. So che questo farà storcere il naso a molti a sinistra e nel movimento, perché può essere letto come una delle diverse variabili della riproduzione del capitalismo, che lasciano inalterate le ingiustizie e le diseguaglianze e portano ad accantonare la discussione sulla decrescita come unica via sensata per salvare il pianeta. La realtà dei fatti però è questa, e se una mediazione ci deve essere, non può che avere delle ricadute anche su un piano sociale. Dobbiamo in primo luogo considerare il rischio reale di un’involuzione autoritaria e di un disfacimento delle istituzioni democratiche e dell’unità del territorio. “La Jugoslavia dolce” è alle porte non dimentichiamocene.
Qualcosa si sta muovendo, ma non basta. Norma Rangeri e Valentino Parlato propongono un forum delle forze di opposizione. Una proposta saggia e apparentemente corretta ma insufficiente e persino contro producente, perché rischia di impantanare la discussione nei mille distinguo e nelle mille discriminanti che non faranno altro che piazzare bandierine e paletti per delimitare i confini senza portare al alcunché di propositivo. Purtroppo è un’esperienza già vissuta mille volte.
Bisogna osare di più e con moto più fragore. Il proposito principale non può essere mettersi al tavolo e discutere dei massimi sistemi per vedere quello che ne viene fuori. Bisogna formulare da subito una proposta di unione e sulla base di quella discutere di strategie. Si saltano dei passaggi? Troppo prematuro? Toh! Guardo di fuori e la casa brucia. Pausa caffè.