sabato 7 giugno 2008

Il libero mercato della fame II: la fabbrica della crisi

Proseguiamo il discorso sulla crisi del cibo con un intervento di Walden Bello, apparso sul Manifesto di ieri.

Walden Bello è Direttore di Focus on The Global South a Bangkok, un progetto del Social Research Institute della Chulalongkorn University, ed è Professore di Amministrazione Pubblica e Sociologia all'Università delle Filippine.




Così si Fabbrica la Crisi del Cibo
Walden Bello

Quando lo scorso anno decine di migliaia di persone in Messico manifestarono contro l'aumento del 60 per cento sul prezzo delle tortillas, molti analisti diedero la colpa ai biocarburanti. Per via delle sovvenzioni governative Usa gli agricoltori americani utilizzavano sempre di più i campi di grano per la produzione dell'etanolo anziché per gli alimenti, e questo fece lievitare il prezzo del frumento. Il fatto che il grano venisse trasformato in biocarburante anziché in tortillas fu senz'altro una delle cause che fecero schizzare i prezzi alle stelle, sebbene la speculazione sul biocarburante richiesta dai mediatori internazionali possa avere avuto un ruolo più determinante.
Uno studio realizzato dalla Fao (delle Nazioni Unite) su quattordici paesi ha rilevato che la quantità di cibo importato tra il 1995 e il 1998 era nettamente superiore al periodo 1990-1994. Il fatto non destò alcuna sorpresa finché uno dei più importanti obiettivi della Convenzione sull'agricoltura del Wto (Organizzazione mondiale del commercio) fu quello di aprire i mercati nei paesi in via di sviluppo così da poter assorbire il surplus di produzione nei paesi del nord. E quindi, come disse nel 1986 il ministro dell'agricoltura americano John Block: «L'idea che i paesi in via di sviluppo si possano sostentare autonomamente è un concetto anacronistico. Essi potrebbero assicurarsi una migliore nutrizione facendo affidamento sui prodotti agricoli americani, che nella maggior parte dei casi hanno un prezzo più basso».
Quello che Block non disse è che il prezzo contenuto dei prodotti americani era determinato dalle sovvenzioni che diventavano ogni anno più corpose nonostante il Wto avesse il compito di controllarle. Dai 367 miliardi di dollari nel 1995, l'ammontare totale delle sovvenzioni all'agricoltura erogate dai governi dei paesi sviluppati è cresciuto fino a raggiungere nel 2004 i 388 miliardi di dollari. Sin dalla fine degli anni Novanta le sovvenzioni hanno inciso sul 40 per cento del valore della produzione agricola nell'Unione Europea e per il 25 per cento negli Stati Uniti. I fautori del libero mercato e i difensori delle esportazioni sottocosto possono apparire su posizioni opposte, ma le politiche che sostengono portano al medesimo risultato: la globalizzazione capitalistica dell'agricoltura.


TRA MONSANTO E CARREFOUR


I paesi in via di sviluppo si stanno via via integrando in un sistema dove la produzione della carne e del grano diretta all'esportazione è dominata da grosse industrie agricole come quelle gestite dalla multinazionale tailandese Cp e dove la tecnologia è continuamente aggiornata dai progressi dell'ingegneria genetica realizzati da ditte come la Monsanto. E l'eliminazione delle barriere tariffarie ed extra tariffarie sta facilitando la nascita di catene di punti vendita di prodotti agricoli a livello mondiale dove i consumatori di ceto medio-alto fanno il gioco di colossi commerciali quali Cargill e Archer Daniels Midland e di ipermercati come Tesco (Inghilterra) e Carrefour (Francia).
Nell'organizzazione di questo mercato globale c'è poco spazio per le centinaia di milioni di poveri che vivono nelle città o nelle campagne. Questi sono confinati in gigantesche favelas di periferia dove si trovano a combattere con costi alimentari spesso molto più alti rispetto a quelli dei supermercati, o vivono in risicate realtà rurali, intrappolati in attività agricole marginali e sempre di più vittime della fame. E così, all'interno di una stessa nazione, la carestia dei ceti emarginati coesiste spesso con la prosperità di quelli integrati nella globalizzazione.
Questo non è semplicemente lo sgretolamento dell'autosufficienza e della sicurezza nel processo dell'alimentazione ma è ciò che l'africanista Deborah Bryceson di Oxford chiama «de-ruralizzazione» - l'eliminazione di una modalità produttiva che fa della realtà rurale un terreno congeniale all'accumulazione intensiva di capitali.
Questa trasformazione rappresenta un trauma per centinaia di milioni di persone, poiché la produzione agricola non è un'attività meramente economica, è uno stile di vita atavico, una cultura spodestata o emarginata, che in India ha spinto i contadini al suicidio. Nello stato dell'Andhra Pradesh, i contadini che si sono suicidati sono aumentati da 233 nel 1998 a 2.600 nel 2002; nel Maharashtra, i suicidi si sono triplicati, da 1.083 nel 1995 a 3.926 nel 2005. Possiamo dire che 150.000 contadini indiani si sono tolti la vita.
Il crollo dei prezzi dovuto al libero mercato e alla perdita del controllo sul grano a favore delle grosse aziende biotecnologiche è parte di un problema complesso. L'attivista della giustizia globale, Vandana Shiva, dice: «Nell'epoca della globalizzazione il coltivatore (o coltivatrice) della terra sta perdendo la sua identità sociale, culturale ed economica di persona che produce.
Un contadino diventa ora un 'consumatore' del costosissimo grano e degli ancora più costosi prodotti chimici venduti da forti multinazionali grazie al potere dei proprietari terrieri e dei finanziatori locali».
La de-ruralizzazione è ad uno stato avanzato in America Latina e in Asia. E se la Banca Mondiale dice il vero, l'Africa sta viaggiando nella stessa direzione. Come fanno giustamente notare la Bryceson e le sue colleghe in un recente articolo del 2008, il rapporto sullo sviluppo mondiale che tratta per esteso l'agricoltura in Africa, nel continente è in corso un progetto di trasformazione dell'agricoltura basata sull'attività rurale ad un'industria agricola su vasta scala. Comunque, come in altri paesi oggi, i banchieri passano da una sfiducia latente a una manifesta opposizione. Al tempo della colonizzazione, negli anni Sessanta, l'Africa era una rete di export alimentare. Oggi importa il 25 per cento del suo fabbisogno; quasi ogni paese rappresenta una rete di importazione alimentare. Fame e carestia sono diventate un fenomeno ricorrente, che negli ultimi tre anni ha visto scoppiare l'emergenza cibo nel Corno d'Africa, nel Sahel e nell'Africa Centrale e Meridionale.
Ad aggravare l'impatto negativo dell'adeguamento strutturale si aggiungevano le inique regole economiche dell'Europa e degli Stati Uniti. La liberalizzazione ha permesso ai paesi europei esportatori di manzo di mandare in rovina gli allevatori dell'Africa occidentale e meridionale. Con le loro sovvenzioni legittimate dal Wto i coltivatori americani misero sul mercato mondiale il cotone a un prezzo che andava dal 20 al 55 per cento del costo di produzione, generando così il fallimento degli agricoltori dei paesi sopra menzionati.
Secondo le stime dell'Oxfam, il numero di africani del sub Sahara che vivevano con meno di un dollaro al giorno era quasi raddoppiato fino a raggiungere i 313 milioni tra il 1981 e il 2001 (il 46 per cento dell'intero continente). Il ruolo che ebbe l'adeguamento strutturale nella creazione della povertà era duro da negare. Come ammise il responsabile dell'economia africana per la Banca Mondiale: «Non pensavamo che i costi umani di questi programmi sarebbero stati così elevati, e che il ritorno economico avrebbe avuto un processo così lento».


UNA STRATEGIA ALTERNATIVA

Le organizzazioni contadine del mondo sono diventate più combattive nella loro resistenza alla globalizzazione dell'industria agricola. E' per la pressione dei coltivatori che i governi del sud del mondo hanno rifiutato un più libero accesso ai loro mercati agricoli ed hanno richiesto un taglio netto alle sovvenzioni all'agricoltura da parte di Stati Uniti ed Europa, facendo sì che Doha Round del Wto mettesse fine alle negoziazioni.
Gli agricoltori hanno creato una rete internazionale; una delle più attive è quella chiamata Via Campesina (strada di campagna). Questa, non solo cerca di far fuori il Wto dal settore agricolo e si oppone ad un modello di agricoltura industriale capitalistica globalizzata; propone anche una nuova strategia di alimentazione alternativa. Che vuol dire innanzi tutto il diritto di un paese a stabilire i termini della propria produzione e consumo di prodotti alimentari, ma soprattutto a mantenere le distanze dalle regole del commercio globale stabilite da istituzioni come il Wto.
Questo significa anche consolidare la forza dei piccoli proprietari terrieri proteggendoli dai danni di un sistema di importazione a basso costo; significa prezzi più convenienti per agricoltori e pescatori; significa l'abolizione di tutte le sovvenzioni dirette e indirette all'esportazione. Significa inoltre l'eliminazione delle sovvenzioni interne che hanno provocato l'insostenibilità del settore agricolo.
La realtà di Via Campesina è anche chiamata a mettere la parola fine al regime dei Trip, che permette alle corporazioni di brevettare le semenze. Via Campesina si oppone all'agrotecnologia basata sull'ingegneria genetica e pretende una riforma agraria. In contrasto ad una monocultura globale integrata, Via Campesina offre la visione di un'economia agricola internazionale composta da varie nazioni che commerciano tra di loro dando priorità al fabbisogno interno del paese.
Considerato una volta la reliquia dell'era preindustriale, ora il mondo contadino rappresentano l'opposizione ad un'agricoltura industriale capitalistica, fatto che lo potrebbe consacrare alla storia. Questo mondo è diventato ciò che Carlo Marx descriveva come «una classe che rappresenta la coscienza politica di un popolo», anche andando contro le sue teorizzazioni che ne pronosticavano la fine. Nella crisi alimentare i contadini sono in prima linea ed hanno alleati e sostenitori. Loro non entrano di nascosto e in punta di piedi nella lotta contro la de-ruralizzazione, i cui sviluppi nel ventunesimo secolo stanno dimostrando che la panacea del capitalismo industriale agricolo è un incubo.
Nella crescente crisi ambientale dove le disfunzioni sociali della vita urbana industrializzata si vanno accumulando e l'industrializzazione dell'agricoltura crea una maggiore precarietà alimentare, le organizzazioni del movimento agricolo hanno una sempre maggiore rilevanza non solo per gli agricoltori ma per tutti coloro che sono minacciati dalle catastrofiche conseguenze che una visione capitalistico-globalizzata potrebbe avere sul settore produttivo, sulla comunità e sulla vita stessa.

(Traduzione di Silvana Pedrini)

dal Manifesto del
06/06/2008

mercoledì 4 giugno 2008

Antipsichiatria

 
di Franco Cilli
 
L’antipsichiatria è un’ideologia come tante altre e non è dissimile da quelle ideologie e sistemi di pensiero che l’hanno generata.
Suonerà strano che un blog che dichiara la sua appartenenza all’area della cosiddetta sinistra, prenda di mira l’antipsichiatria, visto che “l’antipsichiatria” è stata sempre identificata con l’essere alternativi al sistema dominante. Questo blog, d’altro canto, vuole andare al di là dei luoghi comuni che vedono la cultura antagonista fatalmente legata a ideologie e ciarlatanerie varie. Ci interessa in altre parole snidare quelle forme di irrazionalità che rappresentano, purtroppo da tempo, il marchio di fabbrica di una certa sinistra, costringendola dentro la morsa di automatismi beceri e controproducenti, i quali hanno ben poco di alternativo.

L’antipsichiatria è un’ideologia che paradossalmente adopera le stesse armi che la propaganda di regime utilizza quando vuole screditare un gruppo politico o un orientamento di pensiero: prendono alcuni casi singoli, con evidenti connotazioni tragiche, vittime innocenti e inconsapevoli della crudeltà psichiatrica, e generalizzano a più non posso, dimostrando che la psichiatria fa solo del male: contemporaneamente affermano aprioristicamente che la psichiatria non ha alcuna base scientifica e il gioco è fatto.

In primo luogo, mettere in risalto gli aspetti negativi di qualsiasi disciplina è tanto facile quanto scorretto: se volessi dimostrare che la chirurgia fa solo del male potrei presentare milioni di casi di persone danneggiate o uccise dalla chirurgia, aggiungendo statistiche perlomeno azzardate, che dimostrano che se nessuno al mondo venisse operato alla fine il saldo fra quelli che si giovano della chirurgia e quelli che ne sono vittime sarebbe senz’altro a sfavore della chirurgia (un po’ difficile, per la verità, ma mai sottovalutare la propaganda).

In secondo luogo, dire, come fanno alcuni, che la psichiatria non ha basi scientifiche non significa nulla, specie se comprovato dal fatto che gli psichiatri intervistati si rifiutano di rispondere alla domanda: “Qual è secondo lei la base scientifica della psichiatria?”
Provate a pensare se una simile domanda fosse stata posta a freddo, che so, a dei cardiologi: cosa avrebbero risposto i malcapitati? Probabilmente avrebbero balbettato o avrebbero citato a memoria un manuale di cardiologia. Non c’è alcuna “base scientifica” di nessuna disciplina, se considerata in astratto, nemmeno nella fisica. Esistono teorie, ipotesi, leggi che costituiscono l’armamentario di tutte le scienze, e tali leggi, ipotesi e teorie sono utilizzate come strumenti per raggiungere degli obiettivi di ricerca. Esistono inoltre ipotesi di lavoro concernenti un particolare ambito, come può essere ad esempio l’ipotesi di alcuni deficit cognitivi specifici nella schizofrenia o particolari conformazioni anatomiche esaminate alla RNM tipiche di quest’ultima, ma è assurdo pretendere che ogni “disciplina medica” abbia una base scientifica propria, a meno non si pretenda che ciascuna malattia abbia una spiegazione scientifica chiaramente dimostrata in termini eziopatogenetici. Provate a dire però, che siccome non esiste una dimostrazione “basata scientificamente” dell’ipertensione arteriosa essenziale - nessuno ne conosce la causa ed è per questo che si definisce essenziale - allora la terpia antiipertensiva non ha senso e di conseguenza nemmeno la Medicina Interna ha senso.
Sarebbe assurdo e causerebbe milioni di morti. Alle volte la cura delle malattie consiste nell'aggredirne i sintomi, nell'attesa che nuove scoperte  aprano nuovi orizzonti terapeutici. Allo stesso modo non si può pretendere che la schizofrenia abbia un’eziologia chiara e inequivocabile: per poter essere definita è sufficiente che determinate manifestazioni di essa, o se preferite sintomi, rientrino in un contesto che definiremmo patologico. Direi forse che dovremmo trovare un’intesa su cosa definire patologico e cosa no, inoltre dovremmo stabilire cosa rientra in un normale pattern di diversità fra gli individui, ma credo che non ci sia dubbio alcuno sul fatto che sofferenze atroci dovuti a deliri e allucinazioni e l’elevato grado di disabilità che ne consegue non possano non essere definiti eventi patologici. Il DSM (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorder) serve proprio a questo: tramite il metodo deduttivo si stabilisce se il comportamento di un paziente sia inseribile in un quadro sindromico statisticamente rilevante, a prescindere dal substrato culturale dell'esaminatore.

Chi vorrebbe che la psichiatria sparisse dalla circolazione, dovrebbe dirci in primo luogo cosa intende fare con persone che in ragione del loro “diverso modo di stare la mondo” soffrono pene inaudite, come quegli schizofrenici che si sentono costantemente perseguitati da entità aliene o dalle copie dei loro familiari che altro non sono che malvage entità che tramano contro di loro. Che fare poi di quegli  psicotici che si sentono manovrati a distanza da persecutori ignoti, o addirittura violentati sessualmente da personaggi invisibili? E di quei maniacali che sfrecciano a 300 all’ora con le  loro automobili, mettendo a repentaglio la propria vita e quella altrui, per rincorrere missioni impossibili o per parlare con la Regina Elisabetta, o di quelli che regalano case e proprietà al primo venuto? Vogliamo parlare di coloro che improvvisamente, senza alcun motivo logico, sentono di essere caduti in un baratro di dolore senza speranza e che per essi e per i loro familiari non c’è altro rimedio che la morte? Vogliamo considerare queste persone parte di una gioiosa biodiversità? Pensate che gli psichiatri se la godano a torturare la gente e che si divertano a cercare col lanternino chi delira? Credete che coloro che soffrono di disturbi mentali vogliano solo essere lasciati in pace e godersi il loro delirio?
La psichiatria è un lavoro faticoso, che come tutte le attività ha i suoi lati oscuri, come quello di una criminale connivenza con le case farmaceutiche, le quali condizionano le scelte e gli orientamenti degli psichiatri. Affermare però, che gli psicofarmaci sono assolutamente dannosi, in base a teorie strampalate sulla non esistenza delle malattie mentali o sulla loro non “naturalità” o in base alla convinzione che sono l’arma diabolica in mano a sadici psichiatri, non ha alcun senso. Gli psicofarmaci servono eccome: sono indispensabili in caso di depressione severa (direi che in questo caso possono essere definiti un farmaco salvavita), sono indispensabili nei casi di mania, sia in fase acuta che nella profilassi (il litio è efficacissimo e per la gioia dei naturisti potrebbe essere definito un prodotto naturale: esistono le acque litiose). Gli psicofarmaci infine sono utilissimi  per alleviare l’angoscia psicotica e negli attacchi di panico. Certo, anche qui bisogna distinguere il buon uso dal cattivo uso. Imbottire un paziente di farmaci perché è la risposta più facile al suo disagio è quantomeno disonesto; molti sintomi sono facilmente controllabili attraverso una relazione terapeutica empatica e un’accurata analisi dei fattori ambientali. Fare cocktail farmacologici ardimentosi, senza alcun razionale, al solo scopo di soddisfare le aspettative delle case farmaceutiche è criminale, non c’è dubbio. Da qui, però, alla completa eliminazione degli psicofarmaci ce ne passa. Certo, c’è chi si arricchisce producendo psicofarmaci, ma c’è anche chi si arricchisce vendendo farina, ciò non significa che non sia necessaria. Non voglio, in questa circostanza, riproporre il vecchio discorso sulla esistenza o meno della malattia mentale, ma sento da più parti un tipo di critica secondo la quale non esistono malattie mentali, ma solo contesti sociali differenti in cui certi comportamenti etichettati come insani si collocano. Una critica che a me sembra infondata, poiché si preoccupa di tutelare una presunta diversità di coloro che sono giudicati malati, rispetto alla necessità di dare una risposta a chi sta male e ti chiede aiuto. L’equivoco spesso nasce dal fatto che alcuni malati non chiedono aiuto e dichiarano esplicitamente di essere vittime della psichiatria. In alcuni casi ciò è senz’altro vero, sebbene tali casi siano una minoranza, ma nella maggior parte di casi si tratta di assenza di consapevolezza di malattia o di difficoltà ad accettare di avere una malattia psichica.

Rispetto al contesto, questo è sì determinante, ma non in relazione all’insorgenza della malattia (prescindendo ovviamente dalle grosse calamità o da eventi fortemente stressanti) bensì riguardo all’evoluzione del disturbo. Il primo rapporto OMS sulle malattie mentali, ad esempio, mette in rilevo che la prognosi è migliore nei cosiddetti PVS a causa di un minore stigma sociale e di un maggiore effetto protettivo della coesione dei gruppi sociali. Lo stesso studio dimostra che ciò che chiamiamo schizofrenia è una costante a tutte le latitudini e in tutti i contesti geografici esaminati, e si manifesta con i medesimi sintomi, fatte salve le peculiarità di carattere culturale.

In definitiva, quello che si può dire è che esiste una buona psichiatria e una cattiva psichiatria, gli antipsichiatri se ne facciano una ragione: la psichiatria esiste ed è meglio così. Il problema è migliorarla e dedicarle più fondi e allargare la sua base sociale il più possibile invece di cancellarla: solo così si potranno evitare gli abusi e le cattive pratiche. Un solo paziente richiede risorse ingenti, un trattamento individualizzato e molte persone che si dedichino ad esso, in un approccio multidisciplinare, psicoterapeutico, farmacologico, riabilitativo e anche umano. Bisogna evitare comportamenti irrazionali, basati solo sull’emotività: l’antipsichiatria è solo una delle tante ciarlatanerie che girano nel mondo occidentale, e non aiuta a conquistare nuovi diritti né a risolvere problemi seri, ma solo a diffondere la piaga dell’antiscientismo. A voler essere poco educati si può inoltre tranquillamente affermare che i padri dell’antipsichiatria non è che abbiano combinato un granchè: che io sappia le comunità di Laing sono state un vero fallimento e Cooper e Szasz hanno lasciato tracce solo sui libri. In quanto a Basaglia, considerato a torto il padre dell’antipsichiatria italiana, persona che per inciso io stimo molto, nessuno sa che la legge 180 (in realtà non esiste una legge 180: i suoi contenuti sono stati recepiti nella legge 833 del 1978) che porta il suo nome conteneva, insieme a molte indicazioni lodevoli sulla necessità di diffondere servizi territoriali e superare il manicomio, anche articoli  riguardanti il TSO. Tali articoli prevedono il ricovero in regime di trattamento obbligatorio per qui pazienti che mostrino “alterazioni psichiche tali da richiedere urgenti interventi terapeutici, se gli stessi non vengano accettati dall'infermo e se non vi siano le condizioni e le circostanze che consentano di adottare tempestive ed idonee misure sanitarie extraospedaliere”(art. 34). Perché una norma così apparentemente liberticida? La legge Basaglia  rappresenta in realtà il superamento dello spirito delle leggi precedenti in ambito psichiatrico (legge del Febbraio 1904 e legge Mariotti del 1968). Sebbene la legge Mariotti contenesse molte innovazioni riguardanti l’aspetto sociale della malattia  mentale e tentasse di recidere il cordone ombelicale che legava la psichiatria alla pubblica sicurezza, preservava ancora residui evidenti di  una concezione repressiva legata all’idea di pericolosità del malato psichiatrico (i manicomi, del resto, erano sotto la giurisdizione del Ministero dell’Interno). La 180 sposta l'asse del discorso sulla cura, legando l’obbligatorietà della cura stessa non alla pericolosità del malato, bensì al diritto di tutti, anche di coloro che sono temporaneamente privati della loro capacità critica a causa della malattia, ad avere cure adeguate.E' quindi una questione di maggiori diritti e non di negazione di questi. Il problema è: sono davvero adeguate queste cure? È qui che dovrebbe incentrarsi il discorso, e non su inutili romanticherie che invocano una sorta di stato di natura inesistente.
Ma questo è un altro discorso.

lunedì 2 giugno 2008

Fannulloni al comando

Questo è un altro articolo esemplare nella sua chiarezza e icasticità: Carlo Bertani, oltre a ribadire con essenzialità concetti che dovrebbero essere elementari (in particolarmente sul nucleare), ci offre anche una tagliente, ma fin troppo mite, disamina delle tare della classe dominante (sia economica sia politica).
Un altro fondamentale.

 
Vattelapesca forever
di Carlo Bertani
27 maggio 2008


“Puoi raggiungere risultati altamente superiori con un team molto motivato, che dispone di macchinari vecchi e fatiscenti dislocati in un vecchio capannone, rispetto a quello che riuscirai a raggiungere con un team demotivato e privo di stimoli, che ha accesso alle migliori attrezzature e infrastrutture.”
Reinhold Würth, imprenditore tedesco che ha costruito, partendo da una ferramenta, un’azienda di levatura mondiale, che occupa 51.000 dipendenti e che spazia dai sistemi di fissaggio ai pannelli solari.

A dire il vero, non meriterebbe nemmeno d’interessarsi alle vicende della misera borghesia italiana, tanto è diafana e poco incisiva nel panorama europeo; verrebbe da dire: lasciamo questi poveri parvenu in SUV al loro misero destino, se il loro fato non intersecasse il nostro.
Era tanto tempo che non s’udiva un condensato di bugie e pessime intenzioni – di tal, miserrimo livello – in una relazione di Confindustria: anche gli imprenditori italiani confermano l’andamento “in picchiata” del Paese.
L’assemblea, che ha accolto Emma Marcegaglia come novella presidentessa degli industriali italiani, è iniziata con un minuto di silenzio per l’oramai quotidiano morto sul lavoro. Probabilmente, sicuri delle statistiche, erano riusciti a programmare già tutto il giorno prima. Avrebbero potuto fare tre ore di silenzio, perché il resto del tempo è servito soltanto a sparare cavolate a fiumi.

La prima uscita è in perfetta sintonia con il minuto di silenzio, per uno dei tanti poveracci che crepano nei lager italiani definiti “luoghi di lavoro”: de-tassazione degli straordinari! Evviva! Siamo con te – echeggiano – Veltrusconi in sala.
Chi ha un minimo di conoscenza del lavoro, anche un semplice delegato sindacale, dovrebbe conoscere gli studi che da decenni si attuano sul rapporto fatica/lavoro, ossia sulla stanchezza del lavoratore.
Senza entrare troppo nei particolari né ingombrare spazio con grafici, si sa che l’attenzione è vigile nelle prime quattro ore di lavoro, poi inizia a decrescere nelle successive due, mentre nelle ultime due finisce per crollare. Non bisogna essere degli scienziati per capirlo: chiunque lavori od abbia lavorato lo sa.
In un Paese flagellato da anni, sempre più, dalla piaga dei morti sul lavoro, la “bella pensata” è quella d’aggiungere altre ore di lavoro all’orario: dai, che così ti porti a casa una bella “busta”! Insieme alla roulette russa.
Veltrusconi plaude.

sabato 31 maggio 2008

Autismo e fuffa



Non credo sarà l'ultima volta che parleremo di autismo, non perché si tratti di una fenomenologia particolarmente tragica (purtroppo, e sottolineo purtroppo, c'è di molto peggio), ma perché intorno a questa malattia aleggia, praticamente da sempre, un vero e proprio vortice di irrazionalità e ignoranza. (Approfondimento, in italiano.)
Se nel passato si gloglottavano le cialtronesche baggianate della psicoanalisi sulle "madri frigorifero", ora impazza il vero e proprio satanic panic dei vaccini.
Si badi bene, l'attribuzione dei sintomi dell'autismo al mercurio presente nei vaccini è in realtà un particolare irrilevante. Difatti, ogni volta che un nuovo studio indica l'inconsistenza di simili legami, la mercury militia cambia immediatamente tono e obbiettivi: non saranno i vaccini, ma sarà sicuramente il mercurio nell'ambiente, o saranno le centrali a carbone, oppure no, un momento, magari una qualche magagna mitocondriale può portare a comportamenti autistici.
Tutto questo è irrilevante. La mercury militia è un prodotto della sub-cultura anarco-capitalistica statunitense, che vede la vaccinazione come un'intollerabile ingerenza della Grande Bestia (il governo), e contemporaneamente non trova per niente strano che qualcuno venda terapie e gris gris senza condurre uno straccio di studio minimamente attendibile, cioè, per dirla tutta, senza faticare.
In Italia non siamo ancora a questo punto, ma simili argomenti riescono a trovare comunque un certo ascolto. Siamo la terra delle stimmate allo iodio di Padre Pio, la terra che prende a calci i suoi migliori scienziati e mette dei perfetti incompetenti al vertice di importantissimi organismi di ricerca, la terra che può varare protocolli sperimentali a furor di popolo, la terra dove un fisico di fama internazionale può essere trattato a pesci in faccia da ex soubrette e scagnozzi parlamentari dal collarino sudicio.
E poi, ohimè, c'è quella frangia, magari minoritaria ma comunque deprimente, che nella sinistra più o meno di movimento pare apprezzare questo genere di storielle. Non parlo della sinistra metafisica deleuziana, ché per loro già tutto è narrazione, una in più che differenza fa? No, è la sinistra antimperialista, che ha i suoi pregi (infatti, cazzo, potrei dire di farne parte anch'io), ma qualche volta si beve qualsiasi cazzata pur di poter pensare male di Big Pharma e della lobby medica...
Ma di questo, in futuro.
Ora vorrei farvi leggere una breve lettera aperta pubblicata sul sito dell'ANGSA
Chiara, essenziale, fondamentale.

(Associazione Nazionale Genitori Soggetti Autistici), indirizzata a Beppe Grillo (capirete poi perché). Domenico D'Amico



Caro Beppe Grillo,

le sindromi autistiche sono veramente molto gravi ed i bambini e le famiglie che hanno questo problema meriterebbero un rispetto particolare, perché i soggetti autistici italiani non vengono mandati in Residenze a 15 anni ma restano in famiglia finché c'è la famiglia.

Invece ne abbiamo viste di tutti i colori.

Cercando una spiegazione delle cause dell'autismo molti hanno ingiustamente colpevolizzato le madri, basandosi su un grossolano errore statistico di Kanner del 1944; altri invece hanno accusato il Thimerosal che un tempo era contenuto in alcuni vaccini: da quando non c'è più, l'autismo non si è certo ridotto, dimostrando l'infondatezza dell'accusa. Nel frattempo quasi nessuno studiava seriamente la biochimica e la genetica dell'autismo, perdendo decenni preziosi.

Anche le proposte di terapie sono infinite: dalla delfinoterapia (anteriore a alla proposta di legge dell'On. Delfino) siamo arrivati adesso alla tua Grilloterapia, che non sappiamo su quali basi scientifiche si regga.

Fai riferimento ai danni del capitalismo ma non controlli che il firmatario della lettera alla Turco, David Humphrey, esponente dell'ASA, da te definita la più autorevole associazione mondiale, è proprietario e amministratore delegato della Kirkman, società che vende a migliaia di famiglie disperate ed illuse i suoi prodotti, che la FDA (l'Autorità garante americana sui farmaci e l'alimentazione) non ha mai autorizzato per lo scopo. Nel sito della Kirkman non si fa cenno alle facoltà salvifiche dei loro prodotti: sono i siti dei genitori ed i giornalisti alla ricerca dei miracoli che fanno pubblicità e incrementano le loro vendite. Noi non desideriamo che una parte del Fondo sanitario nazionale, già così misero, venga sprecata per medicine alternative di provata inefficacia.

Anche in Italia i bambini autistici ricevono oggi una diagnosi corretta, con un ritardo sempre inferiore, ed è proprio questo un motivo dell'enorme aumento dei casi diagnosticati. Abbiamo condotto una ricerca finanziata dal Ministero della salute su sei regioni in collaborazione con l'ANGSA (Associazione nazionale genitori soggetti autistici, il cui sito è: www.angsaonlus.org), che insieme ad altre 80 associazioni nazionali (come Autismo Italia) ed europee aderisce a: Autism Europe. Sarà per superbia, ma ci riteniamo più autorevoli dell'ASA e meno coinvolti in conflitti di interesse. Il nostro Comitato scientifico è composto da più di trenta Esperti di varie discipline.

Anche in Italia diverse Regioni (fra cui l'Emilia Romagna) hanno emanato linee guida per le sindromi autistiche e la Società Italiana di Neuropsichiatria dell'Infanzia e dell'Adolescenza SINPIA ha pubblicato le sue nel maggio 2005: da nessuna parte vi si ritrova citato uno dei tanti rimedi che DAN! propone: possibile che i nostri esperti siano tutti cretini? Perché il DAN! nonostante i dieci anni di esistenza, non riceve nessuna approvazione dalla comunità scientifica internazionale? Perché non produce ricerche seguendo le regole internazionali? Perché non pubblica sulle riviste scientifiche mediche, invece di fare pubblicazioni autoreferenziali indirizzate direttamente ai genitori invece che ai colleghi?

La nostra richiesta al Ministro Livia Turco è la compilazione di linee guida basate sulla razionalità e l'EBM.

Ing. Giovanni Marino
Presidente nazionale di ANGSA onlus (associazione nazionale genitori soggetti autistici)

Carlo Hanau
docente di programmazione e organizzazione dei servizi sociali e sanitari
Università di Modena e Reggio Emilia
Direttore de "Il Bollettino dell'ANGSA"

giovedì 29 maggio 2008

psicoanalisi ed altro

postato su doppiocieco il 29 Maggio 2008

Questo scritto è un po’ datato e forse risente di qualche ingenuità di troppo, ma la validità di alcune argomentazioni rimane a mio avviso inalterata.

di Franco Cilli

La psicoanalisi non è un metodo di cura, e se pretende di esserlo compie un’evidente forzatura. Di questo sono profondamente convinto, per la mia esperienza personale, per gli anni trascorsi come psichiatra, prima volontario e poi effettivo, nei sevizi psichiatrici di mezza Italia, per aver lavorato a fianco di psicoanalisti, per le mie letture.
Curiosamente, un aneddoto letto molti anni fa ha contribuito ad  incrinare la mia “fede” nei riguardi della psicoanalisi. L’aneddoto descriveva un intervento operato da due psicologi, Haughton e Ayllon, nei confronti di una paziente con diagnosi di schizofrenia catatonica, internata in ospedale da 20 anni, la cui unica occupazione era quella di fumare ogni giorno un numero considerevole di sigarette.
Haughton e Ayllon si proposero di produrre in questa paziente un nuovo comportamento che consisteva nello spazzare una stanza. Per raggiungere tale obiettivo, utilizzarono delle tecniche comportamentali che si avvalevano delle sigarette come rinforzo. Il risultato fu che alla fine la paziente trascorreva gran parte del proprio tempo a scopare la stanza in modo quasi compulsivo.
A questo punto Haughton e Ayllon invitarono due psichiatri a esaminare la paziente e a formulare una diagnosi nei suoi confronti.
Il primo psichiatra formulò questa diagnosi: “La scopa rappresenta per la paziente un elemento di rilievo nel suo campo percettivo. Non si sa come ciò sia avvenuto: si potrebbe pensare a un’interpretazione di tipo simbolico su basi freudiane oppure una di tipo comportamentale, secondo la quale questo comportamento costituisce un’abitudine essenziale a mantenere la tranquillità interiore della paziente. In ogni caso si tratta certamente di un tipo di comportamento stereotipato che è piuttosto diffuso negli schizofrenici regrediti e che presenta analogie col modo in cui bambini molto piccoli si rifiutano di separarsi dal loro giocattolo preferito.”
Il secondo psichiatra sostenne invece il seguente punto di vista: “Il fatto che la paziente spazzi costantemente la stanza in modo compulsivo può essere considerato come una procedura ritualistica, un’azione magica. Quando la regressione si impossessa dei processi associativi, il comportamento viene controllato da forme di pensiero primitive e arcaiche. Il simbolismo diviene il modo predominante utilizzato per esprimere desideri insoddisfatti profondamente radicati e impulsi istintuali. Mediante la magia, la paziente controlla gli altri e mette a propria disposizione poteri cosmici, mentre oggetti inanimati diventano creature viventi. La scopa quindi potrebbe essere 1. un bambino che le offre amore 2. un simbolo fallico 3. lo scettro di una regina onnipotente. Il suo vagare ritmico e prestabilito all’interno di un certo spazio non assomiglia tanto alle ossessioni del nevrotico, quanto invece a una procedura magica mediante la quale la paziente gratifica i propri desideri in modo molto diverso da quello nostro razionale e convenzionale.
Questo aneddoto descritto da Meazzini nel suo libro
Il Comportamentismo: una Storia Culturale, era in realtà utilizzato dall’autore per mettere in rilievo le differenze tra il modello d’intervento medico e il modello psicologico, sottolineando come il modello psicologico comportamentale, diversamente da quello analitico e da quello puramente medico, rivolga la sua attenzione a “tutti quei fattori ambientali presenti hic et nunc”, rifiutando un’interpretazione storica del disturbo comportamentale. Purtuttavia, nei casi descritti il modello interpretativo e con esso la psicoanalisi finiscono per apparire perlomeno paradossali se non addirittura ridicoli.
Interpretazione a parte, la psicoanalisi non funziona nel momento in cui cerca di affermarsi come metodo clinico partendo dal suo corpus teorico tradizionale e in particolare dalla metapsicologia. Può semmai  funzionare lo “stile” psicoanalitico, cioè quella particolare inclinazione dello psicoterapeuta o medico che sia, quale portato di esperienze personali e di una specifica formazione professionale, nel momento in cui si intravede la possibilità  di un tale stile di lavoro di funzionare come agente di cambiamento positivo nell’ambito di una data sintomatologia, di tratti personologici o stati esistenziali non altrimenti modificabili. In generale funziona con determinati individui appartenenti a ceti sociali elevati e con una certa cultura (e con molti soldi da spendere), che devono rimettere insieme pezzi della loro esistenza. Se persone siffatte non trovano sulla loro strada psicoanalisti che si limitano a ripetere in maniera rituale frasi del tipo “mi rendo conto” oppure  “capisco” o  “vada avanti” – molti psicoanalisti teorizzano il non dire e il non fare nulla, al punto che non si vede cosa ci stiano a fare, visto che potrebbero essere validamente sostituiti da una scatola di scarpe – bensì trovano nel setting psicoanalitico uno spazio di confronto e di dialogo, potranno sicuramente giovarsi dell’ausilio di persone esperte. Si tratta ovviamente di persone senza grossi problemi. Non parliamo poi di psicoanalisti che fanno le solite interpretazioni, ormai divenute più che altro materia da avanspettacolo, su conflitti edipici, fissazioni allo stadio anale, genitale e via discorrendo, che a mio avviso sono causa di veri e propri eventi iatrogeni.
Nelle maggioranza dei casi la psicoanalisi non funziona poiché l’idea che è alla base del metodo analitico, far riemergere alla luce il rimosso per eliminare il conflitto e con esso il sintomo, è un’idea decisamente infondata e corrisponde a una visione deterministica ispirata alla dinamica dei fluidi, il “modello idraulico “ della psicoanalisi. In altre parole l’idea che rimuovendo il blocco, all’interno di un sistema psichico descritto come una mappa topografica, l’energia torni a scorrere liberamente e  si risolva il conflitto, raggiungendo la catarsi e recuperando il benessere e l’armonia, fa acqua da tutte le parti. Questa idea non corrisponde minimamente all’idea che abbiamo oggi di malattia in senso psichico, sia come portato genetico sia come somma di variabili sociali e ambientali. Oggi ad esempio si parla sempre di più di
endofenotipi per indicare aspetti innati di determinate funzioni psichiche, sulla base dei quali l’interazione con l’ambiente, le relazioni sociali, fattori imprevisti come traumi o malattie, modellano la struttura psichica dell’individuo e possono rappresentare dei veri e propri markers biologici di malattia (un esempio sono i deficit di attenzione e della working memory nella schizofrenia). Inoltre le malattie stesse, come ad esempio la depressione, finiscono per rimodellare l’intera struttura dell’individuo sia in senso adattivo che degenerativo.
Guarire, quindi, per molti pazienti è un concetto improprio perché presuppone l’eliminazione non solo della noxa patogena, ma la modificazione e per certi versi il
reset dell’intero sistema di funzionamento  dell’individuo e di tutta la sua storia, in poche parole del proprio sé, nonchè la improbabile reversibilità di processi cronico-degenerativi determinati dalla malattia stessa. Neanche nella depressione, che è una delle patologie con prognosi migliore rispetto all’episodio, si può parlare di guarigione, visto che sappiamo che nella maggioranza dei casi la malattia è solo congelata, e che prima o poi si ripresenterà, determinando una sempre maggiore difficoltà di recupero.
Il problema della cura si pone senz’altro, e anzi ritengo sia preminente, sebbene sia necessario ridefinirne le modalità e le finalità.
Non voglio qui riprendere le tesi di Grunbaum o di Popper o di numerosi altri autori per dimostrare la non scientificità della psicoanalisi, è un concetto che mi pare acquisito e buona parte degli psicoanalisti stessi non pretende più nemmeno, come faceva Freud, di usare un sistema di rappresentazione della psiche umana di tipo psicodinamico in attesa che progressi della scienza svelino i correlati anatomo-fisiologici delle patologie mentali. Buona parte degli psicoanalisti, in particolare coloro che hanno una preminente formazione umanistica, tendono a considerarsi un corpo autonomo dalla scienza, con proprie regole e con uno spartito che non suona le note della scienza comunemente intesa. Sono aggrappati al concetto di teoria motivazionale: la teoria clinica, definita nei suoi termini costitutivi “è essenzialmente una teoria motivazionale (...); ha a che fare con un resoconto del comportamento (...) più che con le esatte concatenazioni consequenziali di avvenimenti secondo il tradizionale concetto di causa (...); fa riferimento alla motivazione, intesa come fini agiti e vissuti nei rapporti interpersonali (Klein); o anche al concetto della cosiddetta coerenza narrativa, che si distingue in “coerenza interna” e “coerenza esterna”. La coerenza interna, in parole povere, significa che se io psicoanalista do un’interpretazione dei tuoi conflitti coerente con il  racconto che tu mi esponi, basta questo a validare la mia interpretazione. Rovesciando il concetto, se io racconto frottole è sufficiente che il mio analista faccia un’interpretazione coerente con le menzogne che racconto per avvicinarsi alla realtà. La coerenza esterna sembrerebbe un concetto più convincente: essa fa riferimento ad una consonanza con le evidenze accettate e riconosciute dal mondo scientifico. In pratica quello che affermo ha una sua validità che mi deriva dall’aver acquisito nozioni entrate a far parte del senso comune in ambito scientifico.
Non si vede però come nuove scoperte scientifiche possano aiutare la psicoanalisi ad essere più coerente, visto che il suo è e rimane pur sempre un procedimento maieutico che si basa su presupposti tutto sommato abbastanza stabili; semmai le nuove scoperte vanno tutte a detrimento della psicoanalisi stessa. Non si comprende insomma in che maniera conoscenze scientifiche più aggiornate possano servire al terapeuta se non per dare corpo alle sue interpretazioni. Sebbene più “corpose” però, le interpretazioni rimangono pur sempre tali e quindi assunti arbitrari che alla meglio possono essere utilizzate come ipotesi di lavoro e in quanto tali devono essere sottoposte a verifiche serie con il metodo dell’evidenza scientifica. Tutto ciò è in maniera evidente molto poco psicoanalitico.
D’altro canto c’è chi invece tenta di recuperare una credibilità scientifica stabilendo un apparentamento tra la psicoanalisi e le neuroscienze,  sulla base del fatto che sempre di più le neuroscienze  tendono a mettere al centro della vita psichica le emozioni “come pattern unico di risposta con cui la struttura cerebrale affronta qualsiasi stimolo, interno e esterno; un pattern organizzato su base genetica che si sviluppa, anche questo ovviamente, in seguito ad una serie di stimoli che lo organizzano, lo personalizzano e lo fanno evolvere”. Siccome la psicoanalisi si occupa principalmente di emozioni, ecco che la stessa resuscita in una sorta di nemesi biotecnologica. Inoltre, sempre le ricerche nel campo delle neuroscienze hanno dimostrato che certe funzioni mnesiche sono in parte o del tutto inconsce. Questo ha fatto fare salti di gioia agli psicoanalisti, al grido “lo aveva detto Freud, e più di cento anni fa!”
Ammettiamo pure che la psicoanalisi si diversifichi dalle altre discipline per la prevalenza data alla sfera emotiva, e che questa costituisca il suo campo di applicazione, e ammettiamo pure che taluni processi mentali siano inconsci, ma tutto ciò ha un nesso reale con i processi di cura? In primo luogo, lavorare sulle emozioni non vuol dire automaticamente stabilire dei processi di cura e di guarigione, a meno che non si riesca ad approntare dei protocolli che attraverso tecniche consolidate approdino a dei risultati previsti e desiderati; in secondo luogo, l’emozione rimane pur sempre un concetto astratto, il quale se svincolato da una problematica di disagio ben definita o da un chiaro quadro patologico rientra in un ambito di cosiddetta normalità e quindi non si vede il senso del “lavorarci sopra”. Il problema rimane quello di definire il contesto.
Come è facile desumere, neppure abbandonando il “modello idraulico” e abbracciando quello delle emozioni e del viaggio verso “l’esperienza psicoanalitica”, la psicoanalisi risulta convincente.
La questione fondamentale, al di là delle emozioni e di incauti apparentamenti con le neuroscienze,  è che la psicoanalisi rimane pervicacemente legata all’idea del soggetto. Rifiuta di mettere fra parentesi il soggetto e la sua narrazione temendo che abbandonare il soggetto al metodo scientifico  equivalga alla sua reificazione, alla possibilità di scomporlo e ricomporlo a piacimento , magari dopo averlo riparato a dovere. Rifiuta di uscire da una logica autoreferenziale che spiega tutto senza l’intervento di procedimenti empirici tanto fastidiosi quanto aridi.
Le giustificazioni addotte dagli psicoanalisti potrebbero apparire  lodevoli se non fosse che a questo punto non si capisce che ci stiano a fare le neuroscienze, a meno di non ritirare fuori la vecchia divisione mente/corpo di tipo cartesiano o mente/cervello,concedendo a ciascuno il proprio orto: agli psicoanalisti la mente ai neuro scienziati il  cervello, dando per scontato un dualismo che si nega a priori.
Peraltro , tanto zelo nel volere tutelare il soggetto , fa sorgere forte il sospetto che questo nasconda il timore concreto di perdere la propria sfera di influenza e di potere.
Significa che dobbiamo dimenticarci del soggetto? Abbandonarlo al suo destino? Al contrario significa   piuttosto che invece che dare semplicemente voce al soggetto dobbiamo cercare di ricollocare la soggettività in un contesto dove accanto al racconto ci si ponga il problema concreto della cura, basandosi non su sistemi predefiniti ma sulle evidenze scientifiche, accettando il presupposto che il  disagio  psichico è un insieme complesso di  problemi dove l’elemento biologico in alcuni casi preponderante si intreccia ad una dimensione sociale ed antropologica difficilmente separabile dal contesto generale, problemi che  richiedono soluzioni che passano anche attraverso procedimenti di  verifica ed analisi quantitative , attraverso il problem solving, la ricerca clinica e di laboratorio, con soluzioni innovative ed estemporanee e non  attraverso il semplice esercizio di una coerenza narrativa per mezzo di  sistemi di decodifica anacronistici e del tutto inverosimili. Questi concetti sono per la verità quasi universalmente accettati, persistono delle resistenze proprio laddove si continua a coltivare un’idea del soggetto come crinale tra una civiltà umanisticamente intesa e un’idea di società tecnocratica e spersonalizzante.
Appare paradossale , ma forse il più convinto assertore dell’origine biologica dei disturbi mentali era proprio Freud, che considerava la psicoanalisi un campo di ipotesi da verificare nel momento in cui avremmo avuto a disposizione sistemi di ricerca adeguati. Per restare in Italia , lo stesso Basaglia , considerato  ingenuamente  il padre dell’antipsichiatria italiana , aveva idee tutt’altro che antiscientifiche e negatrici delle basi biologiche delle stesse malattie mentali. Ciò che Basaglia affermava in sostanza è che non ha nessuna importanza quale sia la causa della schizofrenia , la quale avrà con ogni probabilità delle cause organiche, quello che importa è che la persona che abbiamo davanti ha una storia e che il suo stare al mondo è il frutto di questa storia fatta di mutilazioni, violenze ed emarginazione che non possono essere sanate dal farmaco o dalla cura miracolosa ma che richiedono il ripristino di quegli assi fondamentali quali gli affetti, il lavoro , le relazioni sociali , la casa ,che sono elementi fondanti dell’identità di ciascuno e rappresentano un requisito indispensabile per il recupero di una dignità perduta.
Quando penso al soggetto psicoanalitico, non posso fare a meno di fare un parallelo con i discorsi sulla soggettività all’interno del movimento. Mi pare che una simile deformazione nel voler privilegiare il soggetto, come caposaldo dell’agire politico sia presente tutt’ora dentro il movimento, con il rischio forte anche qui di cadere nell’autorefenzialità.
L’attaccamento al soggetto è credo  considerata una pratica di non neutralità rispetto alla storia ed al conflitto capitale/lavoro..Questo era forse comprensibile nel secolo scorso, ma oggi ci pone dei problemi rilevanti. Mi sembra che ci vincoli eccessivamente ad una visione parziale che lega le sorti del mondo ad un singolo soggetto, costringendoci a ragionare secondo le coordinate di una logica dicotomica e non multidimensionale.
Credo che il larghissima parte il movimento si sia liberato dell’ombra incombente della soggettività sebbene permangano all’interno del movimento stesso tentazioni egemoniche, riproposizione dei vari ismi, chiavi di lettura incentrate sulla vecchia contrapposizione tra “spontaneisti ed organizzativisti”sempre legate al pensiero della soggettività. La preoccupazione maggiore è che questo riproduca  una dialettica senza fine. Ma se è vero che nessuno vuole più la dialettica che bisogno c’è del soggetto inteso come polo di contrapposizione e di distinzione?
Privilegiare il soggetto al singolare come movente dell’azione e della prassi porta inevitabilmente a privilegiare l’esperienza soggettiva alla prassi intesa come ricerca di strumenti idonei al raggiungimento dell’obiettivo.  Prendiamo l’esempio della medicina. Molti compagni e non preferiscono valorizzare l’aspetto esperienziale delle medicine alternative piuttosto che affidarsi alla fredda evidenza, spesso avvilente, della terapia tradizionale , tendenzialmente basata sul dato e su criteri quantitativi. Il quantitativo sarebbe appunto  il luogo dell’oggettivo. L’esperienza è il luogo del soggettivo, che non si preoccupa della dimostrazione, dell’evidente, ma bensì preferisce il “vissuto” quel luogo dove il confine tra verità e menzogna risiede nell’orizzonte senziente del soggetto, nell’illuminazione, nell’estasi.
E’ evidente che le medicine alternative , con tutto il loro corollario di “culture alternative”,  sono  perlopiù fandonie allo stato puro, quando non assumono la forma di deliri veri e propri. Non c’è nulla , proprio nulla che ci lasci supporre che buttando un cucchiaio di una determinata sostanza nell’oceano pacifico e dopo averlo accuratamente rimescolato, le acque dello stesso oceano acquistino una proprietà curativa dovuta alle concentrazioni infinitesimali della predetta sostanza.  Eppure molti ci credono. Perché? Perché l’ipotesi è suggestiva, fa parte di un racconto fiabesco che coniuga la promessa di una cura efficace alla dolcezza ed alla “naturalezza”.
Che dire di chi pensa che manipolando i campi energetici si possa guarire la gente anche a distanza, o di chi usa cristalli o odori per guarire? Queste sono esperienze, ma per liberare l’umanità dalle catene ci vogliono ben altro che i racconti e le esperienze suggestive. E’ ovvio che anche qui prevalga un criterio basato sulla coerenza narrativa e su atteggiamenti puramente fideistici circondati da un forte alone emotivo.
Occorre mettersi d’accordo una volta per tutte su alcune questioni di metodo. Prendiamo a mò di esempio un concetto ignorato da molti naturisti ed alternativi: il concetto di “statisticamente significativo” così come viene espresso dall’edizione italiana di “Clinical evidence”.
" L’espressione statisticamente significativo viene usata per indicare una bassa probabilità che le differenze osservate nei campioni studiati siano dovute al caso.
Convenzionalmente si fa riferimento come valore soglia al livello di significatività del 5% che significa che la probabilità che l’evento osservato sia dovuta al caso si presenterebbe una volta su 20(5%) se l’ipotesi di non differenza tra i due interventi/trattamenti fosse vera.
Un valore dell’1% o 1 per mille esprimono in questo caso un valore di probabilità inferiore che il risultato sia dovuto al caso(rispettivamente di 1 volta su 100 e di 1 volta su mille). “
Concetti del genere sono alla base della ricerca odierna e ci consentono di dare validità a determinate ipotesi. Se consideriamo che un concetto molto semplice come il valore preventivo dell’aspirina nelle recidive di determinate malattie cardiovascolari ha richiesto anni di studio e l’impiego di campioni di popolazioni numericamente considerevoli, si capisce lo scetticismo dei ricercatori nei confronti di ipotesi balzane portate avanti dagli assertori della medicina alternativa. Certo tali concetti non devono essere presi necessariamente per buoni , il problema è che mi sembra che allo stato attuale non abbiamo niente di meglio.
A ben guardare l’idea di cultura alternativa non è certo nata negli anni settanta, ma è un concetto antico. Già nel medioevo le streghe, progenitrici degli stregoni moderni erano portatrici di una cultura alternativa, la quale si esplicava principalmente nel campo dei rimedi contro le malattie e   probabilmente aveva le sue  radici in determinate tradizioni locali. Questa cultura si  poneva  in un’ottica relativamente autonoma rispetto alla cultura ufficiale. Tutto ciò rappresentava forse il tentativo di emersione di una soggettività “alternativa” duramente represso dalle autorità religiose del tempo. Se però questa concezione alternativa era comprensibile allora, in una fase in cui l’organizzazione sociale ed economica era di tipo precapitalista e lo sviluppo delle scienze doveva ancora iniziare lo è forse molto meno ora in una fase di pieno dispiegamento dell’economia e di forte sviluppo tecnologico.  Oggi considerare  l’alternativa come sinonimo di alternanza di domini contrapposti in base al dualismo scienza ufficiale e non ufficiale, appare improprio e non congruente con la realtà in cui viviamo. Il General Intellect, il lavoro immateriale è  virtualmente alternativo al capitale nel suo riappropriarsi del prodotto , nel suo  sviluppo di sistemi di produzione di tipo cooperativo, ma è al tempo stesso integralmente inserito nei meccanismi produttivi ed è all’interno di questi stessi meccanismi che produce paradigmi scientifici ed ipotesi di lavoro sottoposti a costante verifica.
Tornando alla psicoanalisi anch’essa come le medicine alternative sebbene in   modi diversi è  dispensatrice di esperienze e di racconti. Non può realmente curare tranne che per una pura casualità poiché nulla fa supporre che possa farlo e probabilmente nemmeno vuole più farlo: molti psicoanalisti spostano il discorso appunto sull’ ”esperienza psicoanalitica “ e non sulla guarigione.  Non possiede  sistemi di verifica,non c’è nessuna riproducibilità dell’evento. Nessuno potrà mai  dimostrare mai l’esistenza dell’Es o del super Io semplicemente perché sono il parto di una concezione solipsistica ed ottocentesca della scienza , basata  su  ipotesi  ed evidenze costruite sulla base di un determinismo puramente semantico: se c’è un conflitto ci deve essere  un inconscio che rimuove e il rimosso che tenta di emergere alla coscienza provoca la malattia. Oggi è impossibile ragionare così. Ripongo la domanda: perché continuiamo a farlo?
Un altro aspetto paradigmatico di un modo di ragionare improntato all’emotività ed imbevuto di ideologia è quello relativo all’elettroshock. Un tabù talmente grande che non è nemmeno lecito discuterne se non vuoi fare la figura del subdolo restauratore di pratiche abominevoli nel solo interesse di una minoranza cinica e famelica di “psichiatri biologici” a caccia di denaro e di potere. Non sono favorevole a questo tipo di terapia, ma le argomentazioni che vengono portate a discapito di questa tecnica sono puramente ideologiche . L’argomentazione più ricorrente è quello della spersonalizzazione del malato, ridotto a puro oggetto da riaggiustare e ricomporre come un pezzo meccanico, al di fuori di una qualsiasi relazione fra soggetti umani dotati di una storia e di una propria individualità. Questo equivale a dire che se ho l’appendicite acuta e devo operarmi ciò significa spersonalizzarmi e reificare la mia persona? Mi sia consentito dirlo chiaro: tutte balle. Il problema in questo caso è: esiste una patologia depressiva? Se si, esiste nell’ambito di questa patologia una forma suscettibile all’elettroshock ? Sembrerebbe in effetti che alcune forme depressive con comportamenti suicidari e con sintomi deliranti rispondano bene all’elettroshock. Sembrerebbe appunto, le evidenze portate non sono ancora del tutto convincenti, ma se accettiamo l’ipotesi che esiste una malattia depressiva  e viene dimostrato che  questa è suscettibile all’ECT non c’è nessuna ragione per non usare questa tecnica se i benefici ovviamente sono superiori agli svantaggi, l’ ECT equivale né più né meno che ad un farmaco o ad una tecnica chirurgica. L’aspetto fondamentale  sta nella socializzazione del problema e nella capacità di sottoporlo ad una dibattito costante nell’ambito della comunità degli uomini e non relegarlo solo all’ambito della comunità scientifica, per evitare usi impropri e strumentali.
Potremmo seguire la stessa linea di ragionamento se parliamo di biotecnologie o di clonazione terapeutica. Anche qui l’atteggiamento di molte persone di sinistra e non , riecheggia una sorta di fondamentalismo catto-ecologista, che ha molto di ideologia e fideismo e molto poco di valutazioni in termini scientifici e sociali del problema.
Se è vero, come è vero che gli OGM sono una sciagura per la biodiversità, per i risvolti di tipo economico nei riguardi dei cosiddetti paesi in via di sviluppo, il giudizio non può essere esteso in assoluto a tutte le biotecnologie e aggiungerei nemmeno agli OGM in generale. Per quanto riguarda poi tecniche come la clonazione terapeutica è’ sconcertante sentire le dichiarazioni di certi verdi, che nel tentativo di mettere in guardia l’opinione pubblica dagli eccessi di questa tecnica, tirino fuori argomentazioni del tipo: “ andremo a finire poi  che qualcuno magari vuole un fegato più scattante”.
E’ ovvio che il problema non è il fegato più scattante, che sarebbe auspicabile , dato che non si vede lo scandalo ,  nel poter disporre di organi di ricambio, magari più scattanti dei vecchi.
Qui il discorso è l’affermazione di un presunto stato di natura dove il soggetto mondo e il soggetto umano “naturalmente” si collocano , di un “naturale” divenire dei rapporti e delle consuetudini umane , sottolineate da una didattica ecologista che ci ricorda costantemente che quello che importa è avere uno stile di vita consono e in sintonia con la natura piuttosto che cercare delle scorciatoie che violino l’intima essenza della natura stessa allo scopo di allungarci innaturalmente l’esistenza. Nel frattempo mentre decidiamo quali debbano essere gli stili di vita consoni e “naturali” la maggioranza delle persone continuerà a morire di malattie che potremmo curare con maggiore successo se non si opponessero ostacoli alla ricerca. Chi può dire cosa sia naturale? E perché ciò che eventualmente non lo fosse deve essere bandito. Ed inoltre naturale non è certo sinonimo di inoffensivo: la digitale è un prodotto “naturale”, molti farmaci antitumorali sono “naturali”, ma esplicano un’azione chimica che a dosi massive può risultare letale. La storia dell’uomo in realtà a ben guardare non ha niente di naturale. Insomma il soggetto idealisticamente inteso prevale , forse per la necessità anche questa umana di aggrapparsi ad una narrazione, a quel filo rosso che tiene insieme le emozioni , le aspirazioni, gli affetti, colorandoli di tonalità emotive intessute in una trama narrativa.
Se è vero come alcuni psicologi dicono che l’esistenza umana è teatro, che qualsiasi atto quotidiano dal più semplice quali il salutare il vicino mentre scendi le scale al più complesso  quale presenziare il matrimonio della propria figlia, sia preceduto e diretto da rappresentazioni mentali che in una sorta di canovaccio anticipano l’evento in tutti i suoi particolari, allora dobbiamo dedurre che ciò che muove gli uomini e le donne è la trama che si sono scelti e che procura loro emozione , e non già la razionalità.
C’è da chiedersi allora se non sia forse il caso a questo punto di costruire storie finalmente a lieto fine, forse con meno pathos, ma più consapevolezza ed autodeterminazione collettiva.
Al di là delle storie un’altra domanda risuona insistentemente: è ancora il tempo per produrre senso indipendentemente dall’urgenza ambientale entro la quale viviamo? L’arte, sia essa l’arte di fare politica, di guarire o produrre icone astratte, che collocazione ha all’interno di  questo contesto  emergenziale?  Non è forse  urgente ricercare un metodo che accanto all’arte fornisca strumenti concreti idonei a curare le varie pestilenze che mettono seriamente a rischio la sopravvivenza della specie?
Sono consapevole che l’idea di concretezza, l’idea di uscire da un orizzonte se vogliamo, puramente metafisico, non è certo nuova. E’ un’idea che nasce già nel seicento con la disputa tra spiritualismo e materialismo e successivamente nell’ottocento tra idealismo e positivismo, per arrivare ai giorni nostri, dove assistiamo alla pretesa disputa tra analitici e continentali(pretesa poiché qualcuno afferma che dal momento in cui Husserl può essere considerato il padre di entrambi è forse improprio stabilire una contrapposizione).
L’esigenza di un metodo razionale, scientifico o anche materialista in contrasto con le “ vaporosità metafisiche” è un tema presente anche nella cultura italiana dei primi del ‘900. E’ celebre l’orazione inaugurale napoletana di Francesco De Sanctis del 16 Novembre del 1872 (“ la scienza altro non è se non restituzione de’ limiti della coscienza, la riabilitazione di tutte le sfere della vita….la società non può vivere lungamente sopra idee che non generano, che non organizzano”) che, insieme alla conferenza romana dell’ 11 Marzo 1883 risultano estremamente significativi: “ Una volta il nostro spirito era disposto a cercare le idee o i concetti delle cose, l’esprit des chose,la filosofia delle cose, la filosofia della storia, filosofia del linguaggio, filosofia del diritto. Oggi prendiamo vivo interesse a studiare le cose in se stesse, nella loro esteriorità, nella loro natura ,nella loro vita. Le basi dei nostri studi erano grammatiche, retoriche, logiche , metafisiche….oggi…vogliamo il laboratorio anche nelle scienze spirituali “.
Quelle esigenze di  cui De Sanctis si fa testimone non hanno mai potuto avere uno sviluppo corrispondente ai propositi iniziali. La genuina necessità di contrapporre all’idealismo rigorose vedute logiche, organiche strutturazioni di piani di  ricerca ed in buona sostanza un metodo efficace che saldasse gli aspetti particolari alla “ veduta generale” è stata soffocata dal costituirsi di tali tendenze positiviste in una sorta di nuova cosmogonia antimetafisica. In pratica si è sostituito all’idealismo un nuovo idealismo che fatto ben presto rimpiangere il vecchio.
Tornando all’oggi , il problema non mi sembra quello di creare una nuova filosofia all’insegna del concreto, ripetendo gli errori del passato, il problema forse è quello di assumere un atteggiamento genuinamente “ strumentale” , che ci consenta di prendere gli strumenti giusti laddove si trovano, utilizzando quelli che riteniamo più efficaci e mettendo da parte quelli vecchi e non più utilizzabili.
Quello che emerge in questa epoca post-moderna  è l’urgenza di trovare soluzioni a problemi che sono alla base della sopravvivenza dell’intera umanità, la storia adesso è questa, meno romantica e meno suggestiva , ma sicuramente più protesa verso il conseguimento di obiettivi concreti che portino alla sconfitta delle pestilenze e delle schiavitù rimaste: le ingiustizie sociali, le malattie, la sofferenza, la morte. Credo che la filosofia continentale, interprete genuina del ‘900, per dirla in maniera semplice, abbia caratteristiche di profondità e di analisi irrinunciabili, ma credo anche che sia totalmente refrattaria ed inadatta a ragionare in termini di evidenza e di metodo. La filosofia continentale sa meglio di tutti dare voce ai soggetti, ma è abituata a concepire il discorso dell’organizzazione attorno a delle categorie le quali non possono essere disgiunte dagli obiettivi, poiché teme fortemente che tornando ad un generico concetto di “bene comune” si incorra nel rischio di “neutralizzare” il pensiero e la filosofia. Da qui la forte diffidenza verso la filosofia analitica , vista una volta da molti, come la punta più avanzata del capitalismo.  Un certo  pragmatismo anglosassone invece, almeno nelle sue versioni “aziendalistiche”, ha nel tempo affinato notevolmente la metodologia, non curandosi di interrogarsi sulla “missione” dell’agire, , ma organizzando l’agire in maniera efficiente e soprattutto efficace.
Da quello che si vede oggi il discorso sulla  neutralizzazione del pensiero appare fuorviante. Il  nemico “ di classe” da fronteggiare se vogliamo esiste ancora , sebbene l’esercito  che lo fronteggia, non sia un monolite bensì un insieme variegato e multicolore di soggetti  che oppongono alla sua marcia incessante interessi prurali , ma non inconciliabili  e convergenti verso un obiettivo comune.
Si tratta ripeto di elaborare strumenti e metodi efficaci.
Per chi ha partecipato al lavoro politico negli ultimi anni ed ha una lunga frequentazione del movimento ha potuto rendersi conto che uno dei problemi principali  è proprio la mancanza di un metodo condiviso che ponga un freno ai vari personalismi e consenta una reale partecipazione di tutti . Sappiamo bene come molte riunioni politiche vadano avanti per ore ed ore fra interventi  prolissi e avvitati su se stessi , estenuanti schermaglie fra i compagni, disquisizioni  inutili e  puntigliosità che spesso alla fine  lasciano un senso di forte frustrazione. Proprio per ovviare a questi inconvenienti è stato proposto il “metodo del consenso” come metodo di lavoro politico che lungi dall’essere solo un mero espediente tecnico rappresenta anche una filosofia che si ripropone di superare i personalismi ed affermare criteri genuinamente democratici, escludendo il ricorso alla maggioranza e privilegiando appunto il metodo del consenso. Il “ consensus model” o “ metodo del consenso” potrebbe essere un esempio di importazione di una metodologia efficace di stampo anglosassone e come sanno bene anche i disobbedienti , l’abitudine di organizzare corsi specifici su come difendersi dalle cariche della polizia o dai lacrimogeni è un modo di procedere tipicamente anglosassone , frutto di una cultura pragmatica. Purtroppo tale approccio nella sua globalità è visto ancora con diffidenza e con le resistenze e il disagio di chi si trova a dover utilizzare uno strumento nuovo. Inoltre come già accennato il pragmatismo parente stretto della filosofia analitica è visto anch’esso con diffidenza e  disprezzo.
Superare il soggettivismo senza mortificare il soggetto appare fondamentale, come pure superare il novecento senza anatemi ne pentimenti.
Forse il soggettivismo è morto negli anni settanta , quando formazioni politiche comuniste radicali come Potere Operaio, propugnavano una disarticolazione dello stato attraverso l’intervento sul salario, concepito come variabile indipendente. La strategia di base  presupponeva l’acquisizione di una forza rilevante  in termini di contropotere in grado di consentire un peso contrattuale nei riguardi delle classi dominanti  tale da produrre cambiamenti favorevoli alle classi subalterne. Questa impostazione si fondava su una visione soggettivistica estrema coniugata con il massimo dell’oggettivismo nei termini dell’organizzazione della struttura partito. Potremmo definirla l’interpretazione attuale(per quei tempi ) del leninismo.
Quel tipo di strategia e di visione è fallita per esplicita ammissione di coloro stessi che l’avevano concepita.
In quegli anni, sebbene con grosso azzardo poteva essere ancora concepibile una impostazione del genere,  (già allora però altre formazioni come Lotta Continua prefiguravano un’idea di soggettività “allargata” andando ad abbracciare anche sfere della vita collettiva classicamente non considerate dai puristi del marxismo, quali gli affetti, i sentimenti, la dialettica tra i generi, considerati elementi “sovrastrutturali” e quindi epifenomeni del conflitto capitale-lavoro ritenuto l’essenza di qualsiasi espressione sociale e politica e  persino psichica ), oggi dobbiamo inventarci qualcosa di costantemente rinnovabile.
Le elaborazioni politiche di quegli anni rientrano nell’ambito delle narrazioni moderne, un contesto che appunto privilegiava il soggetto quale tessitore di trame, protagonista di passioni e di eventi epocali, un soggetto che aveva dalla sua parte anche l’elemento tempo, poiché si vedeva immerso in un ambiente naturale dove le risorse apparivano illimitate e le storie potevano essere riscritte all’infinito. Mi sembra che questa visione estetizzante, sia oggi abbondantemente superata almeno concettualmente, considerando che viviamo in un  contesto estremamente fluido dove i confini tra i soggetti sfumano nella moltitudine e dove  il soggettivismo appare in contraddizione con l’elemento cooperativo(la cooperazione avviene tra soggetti e classi differenti) attorno al quale si fondano i discorsi di cambiamento e di rivoluzionamento dell’ordine sociale esistente.
Ma sebbene il tramonto del soggettivismo sia stato  recepito a livello concettuale,non è stato tuttora metabolizzato, i residui del medesimo continuano a condizionare il nostro agire politico attraverso una frammentazione di soggetti che non operano efficacemente in rete con altri poiché troppo impegnati a giocarsi la partita  della sopravvivenza , anteponendo la propria linea alla necessità di concentrare le proprie energie su obiettivi comuni.
In definitiva siamo passati dal grande proscenio novecentesco, dove andavano in scene le avventure epiche del soggetto , con il pathos delle grandi storie, ad una situazione che assomiglia più a quella dell’ esploratore, che  con le sue mappe  cerca il percorso migliore e i compagni di viaggio più adatti per raggiungere la meta. Siamo finalmente al nocciolo della questione: la soluzione nuda e cruda dei problemi, il problem solving. Come si cura una persona? Quale è il metodo più efficace?
Come si risolve il problema del cibo e dell’acqua, quello della carenza dei farmaci essenziali, della povertà, dell’inquinamento? Non  ci sono più grandi sistemi in grado di spiegare tutto.
In questo contesto cose come la psicoanalisi non hanno più senso. Ha forse senso l’idea di una psicologia clinica che superi tutti gli steccati e prenda quanto di buono c’è in tutti i vari orientamenti della psicologia e  nella ricerca psicologica avanzata  e perché no anche della psicoanalisi, quella stessa dottrina che per prima ha dato voce e rilievo a chi era solo un oggetto di congressi scientifici e di manipolazioni brutali da parte dei  medici (già in fin dei conti nessuno vuole tornare indietro ad un “oggettivismo” peloso e senza freni). Il fatto è che la psicoanalisi come pratica istituzionalizzata, con i suoi riti da iniziati, il suo alone chiesastico, i soldi estorti a poveracci ignari, non si decide a morire e come tutti  i fenomeni resistenziali continua a dare colpi di coda che confondono le idee. Per onestà bisogna dire che tali elementi rituali sono molto più presenti in Italia che in altre nazioni come la Francia , dove da anni è in atto una revisione critica degli aspetti più settari e dogmatici della psicoanalisi. Tutti gli altri problemi, in primis l’elemento interpretativo e soggettivistico però rimangono.
In realtà chi opera nei servizi, luoghi dove la maggior parte della gente accede, sa perfettamente che c’è una distanza abissale fra quello che è il mondo accademico psicoanalitico e quello che invece è il mondo degli operatori che lavorano dentro il  disagio mentale, con i problemi di chi con pochi mezzi deve fare miracoli, cosciente del fatto che il disagio psichico non ha niente a che vedere con le topiche freudiane, ma è qualcosa di molto più complesso.
Occorre che la secolarizzazione del pensiero si compia a tutti i livelli bonificando la mente da tutte le superstizioni e le credulonerie varie, forse allora cominceremo a ragionare.

martedì 27 maggio 2008

Lettera a Rossana Rossanda

Cara Rossana Rossanda,


In effetti hai ragione quando dici di dare un nome a ciò che dovrebbe essere necessariamente superato del novecento e non limitarsi a ripetere un ritornello che è diventato una specie di riflesso pavloviano. Appena si accenna a questioni come “comunismo”, “operaismo”, “lotta di classe” e quant’altro, la reazione di molti, perlomeno quelli che amano definirsi non fanatici e di indole pragmatica è un riflesso condizionato: ”roba del novecento”, ossia roba vecchia, superata, stantia e perfino odiosa. Non si tratta però di idee o di valori, si tratta di reminiscenze negative, si tratta del come e del perché. Il fatto è che “novecento ha assunto un significato molto più esteso di quanto la parola possa indicare. L’alone semantico che lo circonda è una foglia di fico dietro la quale si nascondono tutte le idiosincrasie personali, ma anche le frustrazioni più profonde. Per me novecento era l’obbligo del dover comprimere qualsiasi fenomeno sociale e naturale, malattie mentali comprese, dentro la dialettica capitale/lavoro; era l’ansia e la paranoia di poter fare e persino di  poter pensare qualcosa che ti rendesse un servo inconsapevole del capitale. Novecento è stato il timore di venire etichettato come “destro”, da qualche compagno tosto, solo perché mostravi delle titubanze sulle grandi strategie per arrivare alla presa del potere. Novecento erano gli sbadigli all’ascolto delle inutili, assurde ed incomprensibili  ”analisi della fase”. Dalle tue parti di sicuro no, ma dalle mie parti si respirava questa aria.
Novecento ha finito per assimilare a sé ogni forma di radicalismo ideologico e di utopia, che oggi scompaiono come ombre una volta accesa la luce.  
Tutto questo “novecento” a me appare come la fase culminante di una “teologia della liberazione” che grazie a dio ha dovuto affrontare anch’essa una inevitabile riforma e un processo di secolarizzazione.
Roba passata, certo, ma col tempo certi ricordi si tramutano in risentimento, che  a sua volta è causa di rigetto. Come si suol dire, alla fine si butta il bambino con l’acqua sporca.
Il comunismo. Prima comunismo era il tutto, racchiudeva conoscenza, verità e dovere, oggi è solo una aspirazione intima, questo è quanto, ed è giusto così. Un tempo la parola compagno trasmetteva un senso di fratellanza, di identità e di investitura della storia, oggi compagno significa: vedo il mondo in una certa maniera e ne immagino una altro possibile anche se non certo, e chiamo  compagno chiunque sia disposto a discutere con me sul che fare per cambiare le cose.
Oggi è finita l’idea secondo la quale chi capiva ed aveva preso coscienza era investito di una missione. È finita ogni forma di escatologia. È finita l’idea stessa di avanguardia, di composizione, ricomposizione, di costituzione, di organizzazione ed anche di partito di classe. Tutti ingoiati nella discarica delle sostanze metafisiche. Tu hai ragione da vendere quando poni la domanda: quali erano gli schemi e le idee che andavano allora, ma oggi non più?” Il fatto è che ancora oggi io penso che essere liberi e uguali sia giusto, e l’idea  liberista che “l’ineguaglianza aguzzi l’ingegno” sia una balla colossale, ma è difficile superare  l’aporia che vede la richiesta di una politica radicale, dura e pura, e contemporaneamente la richiesta di una politica “responsabile”. Personalmente credo sia ancora attuale porsi problema del superamento del modo di produzione capitalistico, avverto ancora la necessità di un senso che trascenda la quotidianità, ma non voglio abdicare al buon senso. Qualsiasi discorso fumoso e qualsiasi obiettivo troppo di là da venire non mi persuade. La verità è che al punto in cui siamo nessuno sa indicare un’alternativa credibile al capitalismo e nemmeno al liberismo che ne è l’espressione attuale.   
Se mi permetti  vorrei indicare, fra parentesi, un altro elemento di connotazione del Novecento, che a me sembra molto importante: il post-modernismo ed altre bizzarrie di pensiero di tal genere. Rammento il tempo buttato a cercare di decifrare l’indecifrabile, il dolore e la frustrazione nella lettura degli scritti dei vari Deleuze, Guattari, Lacan, Baudrillard, Lyotard, più di recente Badiou. Come molti, mi sentivo uno sciocco perché non capivo. Un bel giorno ho aperto gli occhi e ho capito che tutti noi avevamo scambiato la letteratura per l’interpretazione della realtà, credendo al contempo che la lettura di quei personaggi ci avrebbe fornito non solo una lettura della realtà stessa, ma anche  gli strumenti per modificarla. Ho compreso che l'indagine in campo politico-sociale e la prassi che ne consegue richiedono anch’essi un procedimento scientifico fatto di analisi di dati, di ipotesi da verificare, di sudore sul campo, di capacità di valutare gli errori e di operare delle rettifiche. Finalmente mi sono liberato di un macigno, ho realizzato che non era il fatto del non capire, semplicemente quelle cose non significavano nulla. In definitiva la letteratura, buona o cattiva che sia, la devi prendere per quella che è, e forse nemmeno chi la scrive pretende che abbia un qualche significato. Quanti compagni credono ancora che questo sia il secolo Deleuziano? Quanti ancora si arrovellano per tentare di decriptare il significato che si cela dietro gli scritti di Lacan, pensando che ogni parola del maestro nasconda una grande verità, inesprimibile con i codici di un linguaggio ordinario e banale? Il buon Recalcati ne sa qualcosa. Pazzi. Quella roba, a prescindere dalla statura morale di chi l’ha scritta, non serve assolutamente a niente: è solo il canto del cigno dello gnosticismo, di un sistema di pensiero che pretende che la conoscenza si celi nelle parole e quindi nel puro pensiero.
Concedimi in conclusione di fare una piccola simulazione: un programma politico molto sui generis, il mio. Primo punto: la pace. Ritiro incondizionato da Iraq ed Afganistan. Secondo punto: il lavoro. Reddito minimo garantito, flessibilità nella sicurezza, flexicurity per essere più cosmopoliti. Terzo Punto: spinta all’innovazione tecnologica ed alla ricerca scientifica, meritocrazia nelle pubbliche amministrazioni, negli ospedali e nelle università: via primari e professori incapaci, messi lì grazie alle tessere di partito. Quarto punto: recidere sul serio i legami fra mafia e politica, procedere a processi veloci e confische, liberare i 2/3 del territorio italiano dal potere delle mafie. Quinto punto: l’immigrazione. Accoglienza dignitosa, quella che si deve agli esseri umani, a chiunque venga nel nostro paese per lavorare e per cercarsi una vita decente, in ossequio alla carta dei diritti fondamentali dell’uomo e, sempre in ossequio a quella stessa carta, rispetto da parte di tutti, immigrati compresi, dei diritti delle donne e degli omosessuali in primis. Sesto punto: l’ecologia. Grosso impulso allo sviluppo delle energie alternative, risparmio energetico, no al nucleare, raccolta differenziata al 100% in tutta la nazione, incremento dell’agricoltura biologica, produzione centrata sui bisogni locali.
Alzi la mano chi a sinistra non è d’accordo con questo programma.  
Qual è il corollario di tutto questo discorso? Credo si possa racchiudere in una conversazione di questo tenore:
Secondo te che farebbero un  Bertinotti o un Ferrero se divenissero presidenti del Consiglio?”
“Boh! Farebbero quello che farebbe chiunque, credo, chiunque abbia buon senso”
“Del tipo?”
“Del tipo un socialdemocratico svedese calato nella realtà italiana, ad esempio”
“Senza alcuna differenza?”
“No, forse una differenza ci sarebbe, il socialdemocratico farebbe cose più di sinistra”.
Ecco, questa conversazione esemplifica secondo me lo stato dei fatti. Facciamo un partito con chiunque ci voglia stare, un partito del 30-40%, tanto alla fine questo cercheremo di fare, e realizziamo quel programma o qualcosa che ci somigli, voglio vedere chi alla fine si lamenterà. “Tropo facile, chiunque potrebbe realizzare un programma del genere, e poi fare il partito vorrebbe dire negare il problema principale, ovverosia il problema della rappresentanza: partito vuol dire una forma di rappresentanza che è il problema, non la soluzione, è la fonte dell'alienazione e della distanza dei cittadini dalla politica, è una mistificazione insomma. E poi che ne è del superamento del capitalismo, dei movimenti, di un diverso modo di pensare la rappresentanza stessa, il legame col territorio, la municipalità, la moltitudine, il diverso mondo possibile, la globalizzazione? Come si pensa in definitiva di recuperare il senso di un agire collettivo ed il consenso della gente, non su cose di sinistra in generale, ma sui bisogni concreti, se non agendo sul territorio, in quella dimensione cioè dove il rapporto diretto coi problemi si interseca con le soggettività politiche e la trasformazione del reale?
Bei discorsi, ma non risolvono niente, non risolvono la necessità di mandare avanti una macchina statale pena la disgregazione di qualsiasi forma di convivenza civile. Non risolvono i problemi del razzismo, dell'immigrazione, della pace. Inoltre, se chiunque può realizzare un programma del genere, perchè non noi? Non vedo poi perché si debba vedere la presenza del movimento in antitesi ad una politica isituzionale. Il successo del movimento dipende dalla forza delle sue argomentazioni e delle sue azioni e nessuno vuole mettergli i bastoni fra le ruote. Il valore del movimento e la sua missione risiedono nella sua natura extraistituzionale e nella sua dimensione globale, la missione delle istituzioni sta nell’amministrare la polis meglio che può. Insomma, ad ognuno il suo mestiere. Al punto in cui siamo, io do la precedenza alla salvezza della polis dai barbari, ma questo non mi impedirà domani stesso di partecipare ad iniziative del movimento, se lo riterrò opportuno. 
In conclusione, che vantaggio c’è nel lasciare le cose così come stanno, consegnando il paese alle destre? Dobbiamo unirci e affrontare seriamente il problema di una transizione italiana, troppo a lungo messo da parte per non apparire liberali o troppo poco di sinistra.
Ho chiesto come molti al Manifesto di cominciare a porsi il problema di ricompattare un'umanità dispersa. Costituire un'associazione mi sembrava un buona idea, un modo per fare e progettare nel concreto, in attesa di qualcosa di più impegnativo.
Rimane un unico vero problema: perchè la gente dovrebbe darci il suo consenso?
Credo si debba cominciare da qui.
Con ammirazione
Franco Cilli

Le balle di Scaiola sul nucleare

Pubblichiamo questo articolo di Marcello Cini, apparso sul Manifesto, in primo luogo perché Marcello Cini è uno scienziato, in secondo luogo perché è uno scienziato che sa quello che dice e per ultimo perché quello che dice ci appare sacrosanto.

Le varie balle di Scajola sul nucleare
di Marcello Cini

Non credo che Scajola non sappia che sta raccontando un sacco di balle per giustificare la «storica» decisione di abbattere il «tabù del nucleare» nel nostro paese per portarlo finalmente (!) al livello tecnologico e produttivo dei paesi più avanzati dell'Occidente. Sa benissimo in primo luogo che, proprio in questi paesi (Stati uniti e Europa) di centrali nucleari non se ne costruiscono più dagli anni Settanta (la Finlandia ne ha una in costruzione che ha già sforato il costo previsto del 35 per cento) perché costano troppo e dunque sa che non è vero che l'energia prodotta in questo modo costa meno di quella proveniente da altre fonti.
In secondo luogo Scajola sa benissimo che gioca sulle parole quando parla, per tranquillizzare l'opinione pubblica sui problemi della sicurezza e delle scorie, di centrali «dell'ultima generazione» da iniziare a realizzare entro cinque anni, facendo surrettiziamente pensare che si tratterà di centrali all'avanguardia su queste questioni. In realtà, si tratta delle centrali di «terza generazione» disponibili oggi, che non contengono nessun sostanziale passo avanti avanti in termini di sicurezza e di quantità e qualità di scorie prodotte rispetto a quelle che oggi l'Europa sta già in parte smantellando, mentre quelle di «quarta generazione» che dovrebbero incorporare importanti innovazioni su queste questioni dovrebbero essere disponibili soltanto e forse, fra 25 anni.
Infine Scajola sa benissimo che il contributo dell'energia nucleare alla riduzione dell'emissione di CO2 in tutto il mondo andrà addirittura diminuendo nel futuro. E in particolare che quello che potrebbero fornire le centrali nucleari da realizzare in Italia - dato e non concesso che tutti i problemi di individuazione dei siti, di realizzazione di misure di sicurezza e di stoccaggio delle scorie possano essere risolti a colpi di bacchetta magica - sarebbe assolutamente irrisoria.
Non è un caso che l'Europa (con l'obiettivo del 20 per cento di solare e di eolico nel 2020) escluda il nucleare come possibile contributo.
E, proprio su questo tema, Scajola sa benissimo che gli investimenti in centrali nucleari faranno abortire miseramente ogni speranza di raggiungere l'obiettivo europeo, ostacolando il decollo dell'industria del nostro paese nelle tecnologie energetiche dell'avvenire: il solare, l'eolico e soprattutto il risparmio energetico. Perderemo dunque la speranza non dico di competere, ma di rincorrere la Germania, che è all'avanguardia per il solare (ma non eravamo noi il «paese del sole»?) e la Spagna che è in testa alla classifica nello sviluppo dell'eolico. Perderemo soprattutto anche questa occasione per sostituire il miraggio, peraltro anacronistico, di uno sviluppo industriale fondato sul modello novecentesco dell'industria pesante e centralizzata con uno sviluppo economico centrato sulle tecnologie «morbide» e sulla soft economy diffusa sul territorio.
Bisogna dunque domandarsi che cosa c'è dietro questo colossale battage pubblicitario che improvvisamente esplode, coinvolgendo la politica (con preoccupanti contributi anche dell'opposizione), il mondo della produzione con in testa la nuova Confindustria della Marcegaglia, e, naturalmente, il coro pressoché unanime dei media.
Non sono un esperto delle multidecennali faccende più o meno pulite dei protagonisti del capitalismo nostrano, che si è sempre ingrassato mettendo le mani - per usare uno slogan spudoratamente usato da uno dei maggiori esperti in materia - nelle tasche dei cittadini, ma non posso non rilevare collegamenti impressionanti tra questa operazione e alcuni episodi clamorosi di promesse mancate, di incompetenze clamorose, di colossali appropriazioni indebite di denaro pubblico.
Il ruolo dell'Impregilo, nello scandalo della «monnezza» in Campania ne è un recente esempio paradigmatico, ma i precedenti di imprese del genere sono numerosi. Non sarà che anche in questo caso tutto si ridurrà a un altro progetto faraonico (una strana coincidenza con il rilancio del ponte sullo Stretto di Messina) finalizzato soltanto a far intascare miliardi di euro ai soliti noti (e ai loro amici)?