giovedì 11 agosto 2016

Sapir: L’euro e la crisi politica

Un lucido Sapir collega chiaramente l’euro all’attuale crisi politica europea. La moneta unica ha privato i governi europei degli strumenti per agire in nome del benessere dei propri cittadini, violando anche il tacito patto, alla base delle democrazie, “no taxation without representation”. In questo modo, i governi appaiono deboli e incapaci di difendere i cittadini, che si rifugiano in sotto-comunità che sembrano meglio garantirli ma che finiscono per mettere tutti contro tutti. Questa strada porta dritta verso la guerra civile.

Di Jacques Sapir, da vocidall'estero 1 agosto 2016

La questione della compatibilità tra l’euro e la democrazia si pone oggi con una rilevanza molto particolare. Questa moneta ha imposto alla Francia di cedere la propria sovranità monetaria ad un’istituzione non eletta, la Banca Centrale Europea. Essa impone ora alla Francia di cedere alla Commissione Europea, altra istituzione non eletta, interi settori della politica fiscale e di bilancio. Cosa resta allora del patto politico fondamentale che vuole che il potere di tassare un popolo venga ceduto solo in cambio del controllo sovrano dei rappresentanti del popolo sul bilancio del paese in questione?
Questo processo era già iniziato nel periodo precedente (dal 1993 al 1999) con l’istituzione di uno status di indipendenza della Banca di Francia. Ma questo status aveva senso solo nell’ottica dell’imminente implementazione dell’euro. Constatiamo, tuttavia, che questo primo abbandono della sovranità fu decisivo.
La perdita delle caratteristiche democratiche creata dall’euro ha conseguenze drammatiche per il nostro paese. Questa perdita provoca una erosione inevitabile del patto repubblicano e rischia, a causa delle sue conseguenze, di condurci alla guerra civile.
L’euro prima dell’euro
L’indipendenza della Banca di Francia, introdotta dopo il trattato di Maastricht, è stato un passo decisivo per la perdita della sovranità monetaria. Tuttavia, l’indipendenza delle banche centrali è in realtà parte del processo messo in opera. Tuttavia, quello che implica il primo abbandono della sovranità è ancora più importante dell’abbandono stesso. Una volta che viene lasciata ad altri la scelta della politica monetaria, si deve ammettere che questi ‘altri’ determineranno con le loro azioni le regole di bilancio che è necessario seguire. Privato della sua libertà di variare i parametri della politica monetaria, il governo perde uno dei principali strumenti di politica economica. Ma esso perde anche, in parte, il controllo delle sue risorse fiscali, perché queste sono strettamente correlate al livello dell’attività economica, e al tasso di inflazione. Infatti, le risorse fiscali sono grandezze nominali (e non grandezze reali). Più alto è il tasso di inflazione, maggiori saranno le risorse fiscali. Si noti, infine, che parte del deficit pubblico è un “debito” simile a quello che gli agenti privati emettono per avviare un’attività produttiva. Quindi si pone la questione del suo acquisto, in tutto o in parte, da parte della Banca centrale. Ma questo è vietato dall’euro.
Le consequenze politiche dell’euro
Non si può più regolare la politica monetaria secondo i bisogni dell’economia, il governo deve piegarsi a norme rigorose in materia di bilancio e fiscali. Se un’entità esterna stabilisce ora la politica monetaria, alla fine questa stessa potrà impostare le regole di bilancio e fiscali. Questo è quello che il nuovo trattato, o trattato di stabilità, coordinamento e governance, adottato nel settembre 2012, ha istituzionalizzato. Se il processo di bilancio sfugge al il controllo del governo, lo stesso vale per il processo fiscale. Tuttavia, il fondamento di TUTTE le democrazie risiede nel fatto che i rappresentanti del popolo, il Parlamento, deve avere – lui solo – l’ultima parola sul bilancio e sul fisco. Siamo quindi tornati alla situazione precedente al 1789. Il collegamento tra il cittadino e il contribuente è stato interrotto.
L’euro e la crisi politica
Ecco la causa della crisi democratica. Si manifesta prima come una forte astensione durante varie elezioni. Poi si manifesta anche con una repulsione verso diverse comunità e l’ascesa del “comunitarismo”. Oppure questa ascesa del comunitarismo prende ormai una piega tragica con gli attacchi di “jihadisti” sul territorio nazionale. Da questo punto di vista, la situazione è stata aggravata dal lassismo e dalla complicità dello stato e di alcuni dei suoi eletti al clientelismo [1] con i rappresentanti di questa ideologia.
Si deve imperativamente porre fine a queste pratiche. La politica dell’abbandono della politica da parte dei politici non può che condurre il paese alla tirannia o alla guerra civile. Ma questo richiede di ridare ai politici le capacità di agire con tutti gli strumenti necessari.
I francesi si sentono ormai sempre meno cittadini – e soprattutto perché dovremmo smetterla di macchiare questa parola in maniera totalmente inappropriata – essi si ritirano verso quello che sembra fornire protezione: le comunità religiose, le comunità di origine… In tal modo si precipitano nella guerra civile. Questa è la critica più radicale che possiamo fare all’euro: quella di strappare in maniera decisiva il tessuto sociale e di mettere, letteralmente, i francesi, gli uni contro gli altri. Nella logica dell’euro non c’è altro che quello che descrive Hobbes: la guerra di tutti contro tutti.
Se consideriamo tutti gli aspetti, economici, sociali, fiscali, ma anche politici, l’euro ha avuto, per quasi 17 anni ormai, un ruolo estremamente negativo. Privando i governi dei mezzi per agire, esso accredita l’idea della loro impotenza. Non abbiamo finito di pagarne il prezzo.

[1] Vedere Pina C., Silence Coupable, Paris, Kero, 2016.

lunedì 8 agosto 2016

Le Olimpiadi delle sciocchezze: non è la corruzzzione il problema del Brasile. E' la macro, bellezza!

da Politica&EconomiaBlog

Indignati per la disinformazione di stampa e tv italiana per cui tutti i problemi del Brasile (e dell'Italia) si risolvono nella corruzione, con la gentile autorizzazione del direttore di Critica marxista, il prof. Guido Liguori, ripubblichiamo un tempestivo intervento di Franklin Serrano e Luiz Melin (Università Federale di Rio de Janeiro) comparso nel n. 1 del 2016.


ASPETTI POLITICI DELLA DISOCCUPAZIONE: LA SVOLTA NEO-LIBERISTA IN BRASILE

Franklin Serrano e Luiz Eduardo Melin



Dal 2011 si è avuta una netta virata di politica economica del governo, con l’intento di ridurre il ruolo diretto dello Stato nell’economia.
Il Pt al potere ha tradizionalmente la tendenza a evitare lo scontro diretto con le classi proprietarie conservatrici. Ma un programma che ambisca all’emancipazione delle classi subalterne non può che essere fonte di conflitto.
Specie dove non solo la distribuzione del reddito ma anche quella della proprietà è fortemente sperequata, come in Brasile.

Il repentino cambiamento di pro-spettive dell’economia brasiliana dopo i brillanti risultati di appena pochi anni fa ha preso in contropiede ovunque nel mondo commentatori, analisti esperti, smali- ziati operatori di mercato. Nel corso del 2015, si sono succedute previsioni negative («Un’economia sull’orlo del precipizio», «L’economia brasiliana perde colpi», «Il peggio deve ancora venire»), espressioni di sconcerto («Cosa è successo al Brasile?», «L’andare e venire dell’economia brasiliana», «L’incredibile storia del Brasile dalla crescita al declino») e, più recentemente, di vero e proprio allarme sul destino del paese sudamericano («Secondo Goldman Sachs il Brasile è precipitato in piena depressione»).

Nonostante l’autoassoluzione da parte delle autorità, le sofferenze del Brasile non sono che il frutto delle sue stesse azioni, come spesso accade. Un esame dell’insieme di scelte di politica economica, il cui disegno complessivo è stato chiaramente indicato dal governo brasiliano – e dei sottostanti obiettivi politici generali, spesso esplicitati con analoga chiarezza – servirà a dimostrare questa affermazione, e a mettere in guardia altri paesi emergenti dal prendere una simile strada. 


Dal rallentamento alla stagnazione al collasso
Le origini della caduta del 3,8% del Pil brasiliano nel 2015 possono essere ricondotte alle politiche at- tuate nel corso della prima amministrazione Rousseff 1.
Tra il 2011 e il 2014, la crescita economica del Brasile si è dimezzata, passando al 2,1% medio annuo, contro il 4.4% annuo del periodo 2004-2010. Questo netto rallentamento non è che un effetto di una serie di cambiamenti promossi dal governo del Partito dei Lavoratori (Partido dos Trabalhadores, Pt) guidato dalla presidente Dilma Rousseff.
Dal 2011 al 2014 abbiamo assistito a una netta virata di politica economica, con l’intento dichia- rato di ridurre il ruolo diretto dello Stato nell’economia, sebbene siano rimaste in vigore, in quel periodo, importanti politiche di inclusione sociale volte a ridurre la disuguaglianza.
L’obiettivo principale di questo cambiamento era segnalare l’abbandono della efficace strate- gia di crescita seguita fino al 2010, basata su un ruolo centrale del settore pubblico. Tale strategia, come è noto, era stata condotta principalmente mediante il duplice ruo- lo del settore pubblico (incluse imprese pubbliche e banche pubbli- che) nello stimolare la domanda aggregata e nel generare cambiamenti strutturali dal lato dell’of- ferta attraverso investimenti pub- blici.
Questa strategia di sviluppo ha consentito di raggiungere obiettivi di crescita sostenuta accanto a una significativa riduzione della disuguaglianza. A loro volta, questi cambiamenti sia nella matrice sociale del Brasile che nelle relazioni sul mercato del lavoro hanno generato una crescente resistenza politica da parte delle comunità finanziarie e imprenditoriali del paese. Perfino al culmine della prosperità, i grandi organi di informazione e gli economisti legati alle grandi banche (o da esse sponso-izzati) hanno espresso a gran voce la loro contrarietà.
A partire dalla fine del 2010, nel tentativo di placare le sempre più insistenti critiche da parte di grandi imprese, banche, opposizione e organi di stampa, la presidente Rousseff e il suo partito (con il sostegno pubblico dell’ex-presidente Lula da Silva) hanno deciso di sposare l’opinione secondo cui il governo stava intervenendo “troppo” nell’economia. Anziché continuare ad agire da stimolo all’espansione della domanda aggregata, il ruolo economico del governo si è spostato sensibilmente (e apertamente) nella direzione di rallentare la crescita della domanda interna e di fornire incen- tivi agli investimenti privati, sotto forma di sostanziosi sgravi fiscali alle imprese, accompagnati da una riduzione (poi rapidamente rientrata) dei tassi di interesse e una prima rilevante svalutazio- ne del cambio. Allontanandosi dalla più tradizionale teoria del trick- le-down (sgocciolamento), la logi- ca di tale politica era quella di stimolare il settore privato a guidare la crescita economica, piuttosto che andare a rimorchio dell’investimento pubblico e dei trasferi- menti sociali, come nel decennio precedente.
Tuttavia, questo cambiamento di politica inaugurato nel 2011 si è dimostrato inefficace, dato che alla drastica riduzione degli investimenti del settore pubblico non si è accompagnato alcun au- mento negli investimenti privati e nelle esportazioni nette. Gli effetti negativi si sono amplificati quando la combinazione tra un clima eccezionalmente secco e la cattiva gestione delle direttive di politica energetica imposte a Eletrobras, la grande impresa pubblica del settore elettrico, hanno spinto il paese nel 2014 sull’orlo di un seria scarsità energetica, nonostante la debole dinamica della domanda di elettricità (a causa della progressiva decelerazione dell’attività economica in ciascuno dei prece- denti quattro anni).
Invece di ritornare alla traiettoria di politica economica del 2006-2010, che aveva dato ot- timi risultati, cercando semmai di aumentare la capacità di pro- grammazione a lungo termine tra- mite migliori politiche per la tecnologia e le infrastrutture, la seconda amministrazione Rousseff (insediatasi nel gennaio 2015) ha deciso di scommettere ancor di più sulla strategia basata sul mercato. Fin dal primo giorno del nuovo mandato, il governo si è impegnato a fondo nell’adozione delle politiche che avevano costituito, nel corso della campagna elettorale del 2014, la bandiera dell’opposizione conservatrice sconfitta.
Di fatto, il governo Rousseff è andato ben oltre. Lavorando di concerto con la temibile industria finanziaria brasiliana (il nuovo ministro delle Finanze proveniva direttamente dal consiglio di amministrazione della più grande banca privata del paese), il governo guidato dal Pt ha adottato una versione molto più radicale delle ricette di austerità prevalenti in molti paesi dell’emisfero settentrionale oltre che nelle istituzioni multilaterali.
La svolta neoliberista si è materializzata in una inedita combinazione di tagli alla spesa pub- blica, rialzi successivi dei tassi di interesse, una serie di misure di disincentivazione del credito e forti aumenti nei prezzi dei servizi di pubblica utilità. Dispiegando simultaneamente ogni possibile strumento di politica che potesse rallentare la crescita economica, e lasciando che si verificasse una notevole svalutazione del cambio, le autorità brasiliane hanno creato una tempesta perfetta di austerità che ha precipitato il paese in quel- la che è diventata la peggior recessione dal 1990, con una perdita netta di 1,5 milioni di posti di lavoro regolari negli ultimi dodici mesi. 


La versione del governo brasiliano
Visto che cinque anni di indicatori macroeconomici in continuo deterioramento, e ultimamente in vero e proprio collasso – compresi otto trimestri consecutivi di caduta degli investimenti – non sono fa- cilmente occultabili soprattutto per un’economia delle dimensioni del Brasile, la linea ufficiale è stata attribuire alle condizioni internazionali avverse quelli che sono in realtà i risultati negativi di pre- cise scelte politiche. Non una linea ufficiale particolarmente creativa, e appena difendibile: fare della “crisi internazionale” il responsabile dell’attuale situazione difficile del Brasile è un po’ come attribuire la colpa del naufragio del Titanic ai cambiamenti climatici2.
Perfino a un’analisi elementare, si nota che i cambiamenti nelle condizioni economiche esterne, come l’andamento e la composizione del saldo commerciale o la disponibilità di finanza internazio- nale, possono aver avuto un impatto diretto minimo sulla performance dell’economia brasiliana negli ultimi cinque anni. È vero che le esportazioni brasiliane sono cresciute molto lentamente fra il 2011 e il 2014 (1,6% l’anno in media), essenzialmente come risultato della debolezza del commercio mondiale, combinata con una drastica caduta dei prezzi delle commodity. Tuttavia, questa perfor- mance certamente deludente ha avuto un effetto trascurabile sulla domanda aggregata, se si tiene conto del peso molto limitato delle esportazioni nel Pil brasiliano (11% circa), e dell’elevato contenuto di importazioni di molte esportazioni brasiliane.
Ciò che è ancor più rilevante è che il Brasile non ha dovuto affrontare nemmeno la più remota minaccia di una crisi di bilancia dei pagamenti in nessun momento della sua traiettoria dalla decele- razione alla stagnazione al crollo. Il debito estero è rimasto a livelli storicamente bassi (al di sotto del 16% del Pil) dal 2010 al 2014, ed è diminuito ancora fino al giugno 2015, mentre le riserve di valuta estera erano a livelli storicamente elevati per tutto il periodo e at- tualmente, a 370 miliardi di dolla- ri Usa, rappresentano non meno del 20% del Pil.
Nonostante questa posizione notevolmente solida di bilancia dei pagamenti, la minaccia di un declassamento della valutazione del debito sovrano brasiliano da parte delle agenzie internazionali (poi materializzatasi nel marzo 2015) è stata ripetutamente invocata sia da economisti vicini ai mercati finanziari sia da funzionari pubblici come argomentazione fondamentale per giustificare la neces- sità di tagli ancora più profondi alla spesa e più ampie misure di austerità. Dunque una confusione tra debito pubblico interno denominato in valuta locale e passività estere (sia private che pubbliche) in valuta internazionale è stata introdotta nel cuore del dibattito economico brasiliano e usata come chiave di volta per giustificare politiche restrittive dapprima preventive e poi correttive.
Questo rudimentale artificio retorico è stato condotto a un massimo di confusione concettuale quando Standard &Poor’s ha riaffermato testualmente la solida posizione in valuta estera del Brasi- le nel corpo di quello stesso documento che annunciava, ai primi di Settembre, la perdita dello status di investment-grade per i debiti esteri del paese.
L’agenzia di rating ha giustificato la scelta di declassare i titoli del Brasile con la «performance fiscale» e con la «crescita del debito netto del governo». Il rapporto peraltro menziona le «ridotte necessità di finanziamento esterno» del Brasile e il «suo elevato livello di riserve internazionali».
Dal punto di vista macroeconomico ciò solleva non pochi dubbi, dato che è per definizione impossibile che un governo sia costretto a fare default sul debito interno denominato nella propria valuta. In qualunque paese, se la Banca centrale può comprare e vendere qualsiasi ammontare di titoli pubblici a breve termine sul mercato secondario al fine di fissare il tasso di interesse di riferi- mento, tutti i titoli non acquistati dal settore privato possono (e normalmente sono) acquistati dalla banca centrale stessa al tasso stabilito. Per qualche ragione, questo semplice fatto della finanza pubblica sembra sfuggire tanto ai fautori brasiliani di una sempre crescente austerità quanto agli in- flessibili analisti delle agenzie di rating statunitensi.

Per essere onesti, dopo il Brasile S&P ha declassato anche i titoli pubblici giapponesi (e perfi- no quelli statunitensi qualche tempo fa), confermando così che la peculiare concezione macroecono- mica dell’agenzia di rating non è né ristretta al Brasile né diretta specificamente contro di esso. Quando sono state chiamate in causa negli Usa (e in Europa) per il loro ruolo nella crisi finanziaria del 1997, le agenzie hanno affermato attraverso i loro legali che le loro valutazioni sono «semplicemente un’opinione», dunque protette dalla libertà di espressione, e non dovrebbero essere considerata altro3.
Evidentemente la presidente Rousseff ha preso molto sul serio queste «semplici opinioni», tanto che il declassamento da parte di S&P è stato utilizzato per giustificare un altro round di tagli. Le opi- nioni delle agenzie di rating tuttavia sono state accolte solo selettivamente, dato che ministri e funzionari hanno molto sottolineato la necessità di contenere il debito pubblico (interno) lordo, quando il rapporto di S&P faceva specifico riferimento al problema costituito dal debito pubblico netto.
Dunque, nonostante le esportazioni non siano in Brasile una fonte diretta di domanda ag- gregata particolarmente significativa, e che da anni il Brasile goda di un buon livello di riserve inter- nazionali e di livelli relativamente bassi di debito estero – in altre parole, nonostante non vi siano minacce di problemi di bilancia dei pagamenti all’orizzonte – la crisi internazionale è stata additata come responsabile della spirale ne- gativa causata invece dalle politi- che restrittive e ortodosse. 


Quota dei salari e conflitto distributivo
Fino a poco tempo fa le autorità brasiliane hanno utilizzato una consunta retorica per giustificare quella batteria di misure di austerità che in effetti ha fatto deragliare l’economia. Ciò è avvenuto da un lato nella forma appena descritta di «è colpa della crisi internazionale», dall’altro ricorrendo all’idea che le sofferenze fiscali (e, nel caso del Brasile, anche mone- tarie e creditizie) siano l’unico modo per assicurarsi i benefici della crescita futura – la ben nota argomentazione della «austerità espansiva».
Emerge tuttavia come il proposito (fino a poco tempo fa recondito) di questo insieme di politiche sia indebolire la forza contrattuale dei lavoratori mediante riduzioni dei salari reali e aumento della disoccupazione. A differenza di ciò che accade nelle economie avanza- te occidentali, il complesso istituzionale che protegge gli interessi del lavoro in Brasile è relativamente debole e manca di influenza sia organica che partitico-politica. Dunque gonfiare i ranghi dei disoccupati ha il vantaggio aggiuntivo di ridurre la resistenza all’introduzione delle misure neoliberiste necessarie per annullare i benefici conquistati dai lavoratori nel decennio precedente, percepiti come eccessivi.
Nel giugno 2015, il ministro delle finanze Joaquim Levy ha di- chiarato a un pubblico di dirigen- ti d’azienda, alla presenza della stampa locale e internazionale, che era tempo di «ripensare il paese» e che lui intendeva «abbandonare la retorica e affrontare alcune realtà». Il suo obiettivo è stato esplicitamente dichiarato: «Dobbiamo contrastare questa tendenza alla riduzione dell’offerta di lavoro». Secondo il ministro Levy, vi erano persone che precedentemente «non volevano partecipare al mercato del lavoro, che ora saranno costrette a cercarsi un lavoro», aumentandone in tal modo l’offerta. Come corollario, al pubblico è stato comunicato che «non vi può essere crescita economica senza un aumento dell’offerta di lavoro».
Poco importa che, nel soste- nere questo, il ministro abbia commesso un errore piuttosto grossolano di teoria economica. Perfino secondo i precetti della teoria ortodossa (neoclassica) cui apertamente aderisce, è naturalmente solo una forza lavoro pienamente impiegata che genererebbe crescita – e non un aumento del numero dei disoccupati, che per definizione non producono nulla.
Ma politicamente la diagnosi di Levy era corretta, sebbene un po’ brutale. La forza contrattuale dei lavoratori brasiliani è stata molto accresciuta, forse involonta- riamente, da un mercato del lavoro teso tra il 2006 e il 2014, oltre che da efficaci politiche sociali in- trodotte in quel periodo dal governo del Pt. La disoccupazione si è ridotta notevolmente e i salari reali del settore formale sono aumentati costantemente, a un tasso regolare del 3% l’anno, a partire dal 2006. Ancor più fondamentale è il fatto che la quota dei salari nel Pil, dopo aver raggiunto un minimo nel 2004, è da allora aumentata di continuo.

Sulla spinta di pressioni provenienti dagli ambienti imprendi- toriali (nonostante i livelli record di profitti raggiunti nel decennio precedente) e, con particolare forza, dai media e dai partiti di opposizione, nel 2015 il governo del Pt ha iniziato ad agire con determinazione per invertire la rotta, mediante misure di crescente durezza.
La rapida generazione di disoccupazione per mezzo di politiche radicali di austerità, e il dra- stico cambiamento nella distribuzione a danno dei salari, hanno creato un clima politico in cui è possibile diminuire considerevolmente la dimensione e l’importanza dello stato nell’economia. Ciò, a sua volta, prepara il terreno per l’ulteriore arretramento dei guadagni distributivi, tutele del lavo- ro e benefici sociali messi in campo dal 2003, in parte già smantellati o ridotti significativamente.
Molti militanti del Pt, dei movimenti sociali e dei sindacati sono stati colti di sorpresa da que- sta improvvisa e inequivocabile conversione all’agenda neoliberista che avevano a lungo combattu- to, e i cui costi sono pagati soprattutto dalla loro base operaia.
Questa reazione, sebbene comprensibile, è profondamente ingenua. Un esame ravvicinato della sua storia trentennale rivela che il Pt ha una tradizione consolidata nell’evitare, una volta al po- tere a livello locale, statale o federale, lo scontro diretto con le classi proprietarie conservatrici. Seb- bene sinceramente desiderosi di promuovere il cambiamento sociale, i vertici del Pt sono stati a lun- go guidati dal credo del consenso, secondo il quale non vi è situazione nella quale non si possa rag- giungere un compromesso che eviti di alienarsi la ricca élite brasiliana, cercando al contempo di mi- gliorare le condizioni di vita dell’enorme massa della popolazione.
Questa speciale varietà di filosofia politica improntata alla “cordialità” può sembrare a sento credibile se si considera che il Brasile è l’unico paese che figura contemporaneamente fra le prime venti economie mondiali e fra i primi venti paesi nella graduatoria delle più sperequate distribuzioni del reddito. Tuttavia, questa quadratura del cerchio era sembrata possibile fino al 2011, sull’onda di una situazione particolarmente favorevole del cambio, combinata con l’eccezionale crescita sia dei consumi che dei profitti che ha seguito l’apertura del grande flusso di spese per l’inclusione sociale.

Man mano che i conflitti distributivi, inizialmente sporadici, si sono inaspriti, e che la critica ideologica ha ceduto il passo all’aperto antagonismo di classe, il precedente stato d’animo autocompiaciuto diffuso tra i vertici del partito si è tramutato in diffidenza e allarme. Di fronte a un nuovo Congresso ostile dopo la vittoria nelle elezioni presidenziali del 2014, e appesantiti dalla propria non trascurabile dipendenza dai finanziamenti di grandi imprese e banche, i leader del Pt hanno trasformato la loro malleabilità e tendenza al compromesso in una completa e inedita capitolazione politica.
 

A caccia della corruzione “rossa”
A un osservatore esterno può sembrare interessante notare che nel dibattito pubblico in Brasile non hanno praticamente alcun peso tutti i cruciali fattori economici e politici menzionati finora. Qual- siasi visitatore dal 2014 in poi riporterebbe un racconto simile, di un intero paese che quotidiana- mente è interamente concentrato su questioni non di politica, ma di polizia.
Almeno a partire dagli ultimi giorni del Presidente Vargas, nei primi anni 1950, la corruzione pubblica è stata la tattica politica vincente dell’establishment brasiliano conservatore, ogni volta che si ritenesse urgente correggere rapidamente una situazione percepita come indebitamente sbilanciata a favore del lavoro6. E questa è proprio la percezione che ha preso corpo nel corso dell’amministrazione Rousseff, e si è consolidata con la sconfitta del candidati di centro-destra Aecio Neves e Marina Silva nelle elezioni del 2014.
Sebbene fin dai primi giorni del suo mandato le politiche della presidente Rousseff di ridurre il ruolo dello Stato nell’economia e di promuovere sgravi fiscali incondizionati alle imprese avessero il chiaro intento di compiacere il settore privato brasiliano e gli investitori esteri, la cattiva gestione economica e politica ha fatto sì, a guardare i risultati alla fine del primo mandato nel 2014, che nes- suno sia stato favorito da queste politiche. Le imprese hanno visto diminuire crescita e livelli di pro- fitto e crollare gli investimenti, mentre il mercato del lavoro è rimasto teso. Anche i lavoratori ave- vano poco da festeggiare, data la stagnazione (e poi la caduta) del reddito disponibile delle famiglie, e la sempre minor disponibilità di posti di lavoro.
Dal punto di vista della tradizionale élite economica e politica del Brasile, diveniva chiaro che il cambiamento doveva essere molto più profondo e rapido. Chi conosce le abitudini politiche brasiliane non dovrebbe dunque meravigliarsi se le inveterate e poco trasparenti prassi contrattuali seguite dall’impresa di Stato Petrobras (operante nel settore del petrolio e del gas) sono diventate all’improvviso uno scandalo e trattate alla stregua di un’emergenza nazionale.
Forse meno universalmente noto, al di fuori del Brasile, è il fatto che questa volta il discorso anti-corruzione non ha guadagnato il centro della scena politica grazie agli sforzi della sola opposizione conservatrice, ma è stato in effetti introdotto nel dibattito pubblico e considerato prioritario dalla stessa presidente Rousseff. Fin dal suo insediamento nel 2011 ha ripetutamente sottolineato il suo impegno contro i «malfattori» e la corruzione – rapidamente soprannominata dalla stampa nazionale e internazionale come l’operazione «pulizia» (faxina).
Ma per la fine del 2013 il comando dell’operazione anticorruzione era passato di mano. Non si trattava più di produrre frasi a effetto mediatico, di sostituire questo o quel ministro o di introdurre requisiti regolamentari, fra l’altro sempre più gravosi, come il governo del Pt aveva fatto fino a quel momento.
Qualche mese prima erano iniziate inchieste negli affari di Pe- trobras condotte da gruppi chiara- mente ostili al partito al governo, e quando sono venute alla luce le prime indicazioni del coinvolgi- mento di politici, la presidente Rousseff e l’ex-presidente Lula da Silva sono ovviamente diventati gli obiettivi privilegiati, nonostante il fatto che fossero ugualmente implicati nella vicenda anche esponenti dell’opposizione.
La risonanza pubblica della campagna mediatica che ne è derivata è stata ulteriormente amplificata dal desiderio di visibilità di giudici e pubblici ministeri politicamente ambiziosi, le cui azioni sono state regolarmente accolte dall’acclamazione dei grandi organi di informazione apertamente simpatizzanti per l’opposizione. Anche questo di per sé rappresenta uno sviluppo inedito, che segna un importante cambiamento rispetto a un’antica tradizione di autentica indipendenza dei magi- strati brasiliani dalla politica, e che potrebbe aggiungere in futuro una nuova dimensione all’uso poli- tico della lotta alla corruzione.
Tanto per non smentirsi, il governo Rousseff ha trattato il caso Petrobras come una questione scottante da cui tenersi alla larga. Questa strategia è a dir poco problematica, dato che il governo de- tiene una quota di controllo nella compagnia, la cui importanza economica e strategica è tale che regolarmente membri dell’esecutivo vengono designati a far parte del suo consiglio di amministrazione.
Questa strategia di “splendido isolamento” nel caso Petrobras non solo non ha comportato alcun guadagno di immagine o dividendo politico per il governo, ma in ultima analisi ha comportato costi finanziari rilevanti per la compagnia stessa. Con i media locali che per mesi hanno dedicato le prime pagine a indiscrezioni e fughe di notizie sulle indagini della polizia federale sul caso Petrobras, i movimenti speculativi dei mercati sono divenuti, come era da aspettarsi, più frequenti.
La distaccata indifferenza del socio di maggioranza ha fatto sì che l’esito di tali movimenti speculativi sul valore di borsa della compagnia sia stato passivamente accettato come un giudizio sull’au- tentico valore patrimoniale di Petrobras. In assenza di misure correttive, il susseguirsi di ondate speculative ha seriamente deteriorato il merito di credito della compagnia fino a creare, in qualche cir- costanza, vincoli di credito laddove non esistevano.

Di fronte al turbinio quotidiano di accuse, gli scrupoli del gover- no, volti ad accreditarsi come più rigoroso e “pulito” rispetto alla vicenda Petrobras di quanto le autorità giudiziarie e gli stessi organi di stampa chiedessero, sono arrivati al punto di congelare i massicci programmi di investimento della com- pagnia. L’effetto a catena della considerevole riduzione di ordini del gigante petrolifero sulla sua impo- nente rete di fornitori ha colpito diversi settori economici, non ultimo quello dei cantieri navali.
Il crollo di popolarità che è seguito allo scandalo Petrobras, unito a una pessima gestione del- le alleanze sia nel Congresso che nel governo, ha messo l’amministrazione Rousseff in una posizio- ne politica molto fragile.
Questo a sua volta ha reso ancora più facile la virata della politica economica verso un’auste- rità sempre più severa, accentuando al contempo la propensione dei leader del Pt, dopo le elezioni dell’ottobre 2014, a fare tutto il possibile per venire incontro alle esigenze del “mercato” (leggi gran- di gruppi privati, grandi banche, organi di informazione).

La perdita di posti di lavoro e la recessione provocate dall’austerità hanno contribuito ad ero- dere ulteriormente il sostegno popolare al governo, chiudendo così il cerchio.
Se il Pt dovesse affrontare le prossime elezioni amministrative ancora associato, agli occhi degli elettori, con la recessione, la disoccupazione e la corruzione, le prospettive, stando agli attuali indici di gradimento (intorno al 10%) sarebbero alquanto fosche.
L’inversione di rotta
Le politiche economiche dell’attuale governo brasiliano non vanno frettolosamente giudicate come fallimentari. Può ben essere vero che i risultati di queste politiche siano deludenti se giudicati a fron- te dei numerosi enunciati formali di adesione incondizionata ai precetti della prediletta dottrina orto- dossa. Tuttavia, se giudicate in termini degli obiettivi enunciati dal Ministro delle Finanze, biso- gna ammettere che esse sono state piuttosto efficaci.
In primo luogo, il tasso di disoccupazione è schizzato verso l’alto, arrivando secondo i dati uffi- ciali al 7,9% in novembre, e quindi aumentando la riserva disponibile di lavoro la cui esiguità veniva con- siderata un ostacolo alla crescita futura. Inoltre, l’inflazione è salita considerevolmente, giungendo al 10,48% – il tasso più alto registrato negli ultimi due decenni e molto al di sopra del limite superiore dell’obiettivo ufficiale (6,5%).
Dato che l’attuale ruolo della più elevata inflazione è far diminuire i salari reali, che a lungo sono stati considerati dal governo e negli ambienti imprenditoriali come fonte, nel decennio precedente, di eccessive “pressioni sui costi”, non è stato fatto alcun tentativo per impedire una forte svalutazione e aumenti delle tariffe dei servizi di pubblica utilità per tutto il 2015. Semmai, questi sono stati salutati da ministri dei governi locali come una «correzione di squilibri nei prezzi relativi». L’effetto combinato di questi due risultati – crescita della disoccupazione e crollo dei salari reali – si riflette in una riduzione, negli ultimi dodici mesi, del 10,4% in termini reali del monte salari complessivo dell’economia brasiliana.
La gente comune in Brasile ha già il problema della scarsa e decrescente qualità dei servizi pubblici. Con una mossa che non viene normalmente contemplata tra i requisiti tecnici di una politica di austerità, il governo ha sospeso i pagamenti ai fornitori di istituzioni pubbliche come ospedali e università. Sebbene ciò provochi un’interruzione della fornitura di beni e servizi, e dunque colpisca la qualità dei servizi pubblici normalmente utilizzati dai segmenti meno ricchi della popolazione, questo artificio non produce alcun effetto positivo sui parametri fiscali, sulla base degli standard internazionali di contabilità.
Queste politiche concorrono, con la parata quotidiana di “scandali” e accuse amplificata dal costante clamore dei media, a creare l’opinione diffusa che lo stato sia inefficiente e corrotto, il che spiana ulteriormente la strada all’adozione di misure neoliberiste a più largo raggio e più strutturali.

È interessante notare che l’ex-presidente Lula e il Pt avevano condotto un’opposizione in par- te riuscita, nel corso degli anni Novanta, sia all’austerità macroeconomica che alle riforme neoliberiste, il che all’epoca aiutò il Brasile a sfuggire alle forme più brutali di neoliberismo sperimentate in America Latina. Venti anni dopo si è chiuso il cerchio.
Attualmente, un governo guidato dal Pt si fa fautore dell’intero armamentario delle misure di austerità e di riforme legislative lesive dei diritti dei lavoratori. La priorità assegnata a questa agen- da politica è sottolineata dal fatto che il primo atto inviato al Congresso nel secondo mandato della presidente Rousseff (alla vigilia dell’insediamento) tagliava simultaneamente l’accesso ai sussidi di disoccupazione, l’indennizzo per i lavoratori in sospensione temporanea, i benefici per i dipendenti in malattia e le pensioni di reversibilità.
Le priorità legislative del governo Rousseff non si limitano ai diritti del lavoro e alle misure di “aggiustamento fiscale” (l’eufemismo che va per la maggiore). Nel 2015 si è impegnato alacremente nella modifica alla Costituzione per fare della sicurezza pubblica una materia federale e nell’approvazione di una legge sul terrorismo che introduce la novità di rilievo della possibilità di considerare i danni alla proprietà come veri e propri atti di terrorismo.
Anche le priorità del Brasile in politica estera sono state visibilmente alterate. Per un decennio la strategia era stata l’affermazione della leadership regionale e la crescita della presenza del paese nei mercati emergenti in rapida espansione dell’America Latina e dell’Africa. Tra il 2003 e il 2010, il paese ha sollecitato la creazione di istituzioni e meccanismi di coope- razione regionali, ha aperto solo in Africa diciannove ambasciate e ha decuplicato i finanziamenti al commercio.
Questi temi hanno ora poco spazio sia nelle azioni che nei di- scorsi ufficiali del governo. Nell’e- ra Rousseff il Mercosur sembra ormai più un peso che una risorsa, mentre le già sporadiche visite in Africa sono del tutto cessate da due anni. Soprattutto, a seguito di una protratta campagna di stampa che dipingeva il sussidio pubblico alle esportazioni come potenzialmente corrotto, i finanziamenti al commercio sono stati dimezzati, a partire dal già basso livello del 2014. La modesta quota di mercato del Brasile come fornitore di manufatti e di servizi di ingegneria alle economie emergenti si è già ridotta e ci si aspetta che si contragga nettamente nei prossimi anni.
I nuovi temi di politica este- ra che assorbono le energie del go- verno sono la «convergenza della regolamentazione» con Stati Uniti ed Europa, e il cambiamento climatico (l’ex-ministro degli Esteri era stato scelto per le sue competenze in questo campo). Le ambizioni della nuova agenda interna- zionale sono: concludere un accordo sugli scambi di beni agricoli e servizi con l’Unione europea (messo da parte negli anni 1990 dalla precedente amministrazione), con l’intento dichiarato di “integrare l’economia brasiliana nelle catene globali del valore”; preparare la strada a un ingresso del Brasile nell’Ocse, accanto a Cile e Messico; e riavvicinarsi agli Stati Uniti.
Quest’ultimo obiettivo sem- bra quello ottenibile più rapidamente, a giudicare dal grado di af- fabilità che ha caratterizzato la visita di stato della presidente Rousseff nel giugno scorso. Non sono mancati gesti simbolici, tra cui incontri a Wall Street e con icone del Partito Repubblicano quali Henry Kissinger, Condoleezza Rice e Rupert Murdoch – e perfino il commento estemporaneo del Ministro del Commercio e dell’Industria se- condo cui un accordo di libero scambio con gli Stati Uniti, cui il Pt si contrappose con forza negli anni 1990, è «un’aspirazione» del- l’attuale governo brasiliano.
A parte questi dettagli, ragioni più strutturali garantiscono in ultima analisi il successo della strategia della presidente Rousseff di rafforzare i legami con gli Stati Uniti. Fra la rinuncia del Brasile al tentativo di conquistare la leadership regionale e a competere sui mercati emergenti in rapida espansione, da un lato, e il suo recente entusiasmo per la cooperazione internazionale in materia di corruzione e lotta al terrorismo, dall’altro, è improbabile che le notizie provenienti da Brasilia di questi tempi siano cattive notizie per Washington.
 

Il tunnel alla fine della luce
Di fronte ai poco invidiabili risultati inanellati dal governo (aggravamento della recessione, isolamento politico, crollo della popolarità), non sarebbe irragionevole per un osservatore esterno assu- mere che a Brasilia si stia seriamente pensando a un cambiamento di politica. In particolare, il sus- seguirsi mese per mese di dati economici negativi nel quadro di quel- la che si può ormai definire una vera e propria stagflazione, potrebbe aver indotto qualche econmista mainstream o perfino qualche isolato esponente del governo a prendere in considerazione la possibilità di proporre misure anticicliche.
Tutt’altro. È divenuto ormai un luogo comune per i commentatori economici attribuire tutti gli attuali guai del Brasile a irresponsabili eccessi di spesa pubblica in generale, e alle misure anticicliche intraprese dopo il crollo di Lehman Brothers in particolare. A conferma di ciò, un noto ex-ministro, già consigliere informale dell’ex-presidente Lula, a fronte del crollo degli investimenti (sia pubblici che privati), ha paragonato le proposte di farla finita con le politiche restrittive a “pensiero magico”. Mentre il Brasile sta subendo la sua peggiore recessione da venticinque anni, la strategia che lui propone per la ripresa è «creare aspettative di crescita», cercare di «stimolare gli animal spirits degli imprenditori». Non che si tratti di una strategia dai risultati garantiti, a dire il vero.
Rimane il fatto che vengono continuamente annunciate nuove misure che confermano e rafforza- no la politica neoliberista della presidente Rousseff. Sebbene gli obiettivi fiscali per il 2015 siano stati ri- visti al ribasso più di una volta in previsione di una drastica riduzione del gettito fiscale causata dalla contrazione dell’attività economica, le priorità ufficiali rimangono controllare il volume del debito pubblico lordo e raggiungere il pareggio del bilancio primario.
Si potrebbe presumere che nessuno all’infuori del Fmi consiglierebbe di inasprire le politiche re- strittive nel mezzo di una recessione di portata storica10. Ma sebbene questo diritto, che il Fmi si è con- cesso da solo, di ignorare le lezioni della storia sia stato emulato da non pochi funzionari brasiliani e dal solito entourage di economisti compiacenti, l’eccessiva ortodossia delle loro argomentazioni contrasta con la realtà delle condizioni macroeconomiche prevalenti.
Anche se né gli esponenti del governo né gli “esperti” ingaggiati dai media si danno da fare per ri- cordarlo all’opinione pubblica, il debito lordo brasiliano, pur al pic-co del 2015, è al di sotto del 70% del Pil, cioè inferiore a quello dell’austera Germania, e molto inferiore a quello degli Stati Uniti e del Regno Unito, entrambi prossimi al 120% del Pil11.
In più, i discorsi sull’aggiustamento fiscale e la riduzione del debito pubblico cominciano a essere davvero irrealistici se si considera, a parte il crollo del gettito fiscale (un effetto stranamente assente in tutti gli esercizi analitici di simulazione di ispirazione mainstream prodotti nel paese), il fatto che sia la dimensione che il costo del debito risentono pesantemente del brusco rialzo del tasso di interesse12.
Eppure, a basarsi sugli annunci pubblici del governo, per il 2016 c’è da aspettarsi che si andrà avanti così. Altri tagli alla spesa e agli investimenti pubblici, riforme della sicurezza sociale e delle pen- sioni, perfino benefici sociali finora considerati intoccabili (come il programma bolsa familia) – tutto è nel mirino del programma di austerità brasiliano.
Questa estrema ostinazione nel portare avanti una politica palesemente fallimentare, che causa profonda insoddisfazione fra le imprese e i lavoratori, contribuisce a spiegare perché gli indici di gradi- mento dell’attuale governo siano i più bassi dagli anni 1990.
Il fatto che esso si trovi di fronte a problemi di cui è in larghissima misura la causa stessa, tuttavia, fa del Brasile una lezione esemplare per altri paesi in via di sviluppo. Qualsiasi programma che ambisca, in quei paesi, all’emancipazione economica delle classi subalterne, non può che essere fonte di conflitto. Questo è particolarmente vero dove non solo la distribuzione del reddito ma anche quel- la della proprietà è fortemente sperequata, come in Brasile.

Per farcela, i leader progressisti dovranno fare alleanze e concessioni, ma mai sacrificando i loro obiettivi primari e i loro principi fondamentali. L’idea che, in questo contesto, sia possibile ingraziarsi i settori tradizionali, la cui predominanza è messa a repentaglio, facendo marcia indietro sulla propria strategia fondamentale e adottando “temporaneamente” la loro agenda politica è profondamente irrealistica.
In una situazione in evoluzione, compromessi utili possono essere ricercati solo a partire da una posizione di forza relativa, il che comporta mantenere la mobilitazione politica di quelli che più beneficiano dei cambiamenti; e, soprattutto, assicurare la creazione di lavoro e di ricchezza, sia pure, quando è necessario, a ritmi più contenuti.
Tuttavia, nonostante la recessione record, il crollo dei salari e la disoccupazione, l’attuale crisi politica ha meno probabilità di finire in maniera drammatica per la presidente Rousseff di quanto av- venne con gli altri presidenti di sinistra, Vargas (spinto al suicidio nel 1954) e Goulart (costretto a fuggire dal paese nel 1964).
Da un lato, l’esercito brasiliano, che ha avuto un ruolo diretto nella deposizione di entrambi all’epoca della guerra fredda, ha da tempo accettato l’idea che l’era dei colpi di Stato è finita. D’altro lato, come risulta dalla precedente descrizione, la presidente Rousseff e il Pt hanno rinnegato la propria dedizione alla causa del lavoro e si sono arresi su tutti i fronti senza opporre molta resistenza, rendendo la loro rimozione una questione priva di rilevanza.


(traduzione di Antonella Palumbo)


Note


1) Per una più dettagliata analisi ma- croeconomica del periodo, cfr. F. Serrano e R. Summa, Aggregate Demand and the Slow- down of Brazilian Economic Growth from 2011-2014, Centre for Economic and Policy Research - CEPR, Washington DC, agosto 2015.
2) Senza insistere troppo su questo pun- to, si noti comunque che un ministro brasi- liano è riuscito a combinare entrambe le spie- gazioni quando ha dichiarato, nel maggio scorso, che il governo aveva «assorbito il più possibile l’impatto della crisi internazionale e del cambiamento climatico – e questa poli- tica ha [ora] raggiunto un limite».
3) Cfr. la causa Jefferson County Sch. Dist. v. Moody’s Investor’s Servs., Inc.
4) Il debito lordo in Brasile è più ampio del debito netto principalmente a causa del- le operazioni di politica monetaria e crediti- zia, in particolare per via dei titoli contro- parte delle ampie riserve estere.
5) Cfr. http://www.valor.com.br/brasil/4091982/crise-e-momen to-importante-para- repensar-o-pais-afirma-levy
6) Oltre ad aver ottenuto la rimozione del presidente Vargas nel 1954, la crociata morale contro la corruzione è stata di nuo- vo uno strumento decisivo nel rovesciare il presidente Goulart (che si batteva per una “repubblica sindacale”) nel 1964, e nell’im- pedire l’elezione di Lula da Silva e della sua coalizione di sinistra nel 1989, prima di riapparire nel tentativo non riuscito di im- peachment del presidente Lula nel 2005, e di nuovo, con maggiore efficacia, negli anni recenti.


7)  Il presidente Cardoso (paladino in Bra- sile delle privatizzazioni e del “Washington Consensus” dal 1995 al 2002) ammette nel- le sue memorie recentemente pubblicate che egli era a conoscenza dello “scandalo” Petrobras fin dall’ottobre 1996, aveva pen- sato di intervenire, ma alla fine aveva de- ciso di non farlo.

8)  Originariamente stimati a 44 miliar- di di dollari, gli investimenti di Petrobras per il 2015 sono stati ridotti a 31 miliardi, mentre il nuovo business plan, annunciato a fine giugno, li ha tagliati per il periodo 2015-2019 di oltre il 40%, da 221 a 130 mi- liardi di dollari.

9)  In un rapporto speciale le Nazioni Uni- te avvertono che il testo della nuova legge brasiliana sul terrorismo è «redatto con ec- cessiva ampiezza e rischia di limitare libertà fondamentali».  Cfr.  http://www.  ohchr.org/ EN/NewsEvents/Pages/DisplayNews.aspx? NewsID=16709&LangID=E

10)    Un commentatore ci ha segnalato che nel G-20 di giugno 2010, mentre gli Usa ancora si dibattevano per uscire dalle sec- che della recessione e l’Ue vi stava lenta- mente scivolando, la Bri (Banca dei regola- menti internazionali) affermò che non era il caso di aspettare la ripresa per ridimen- sionare drasticamente i deficit di bilancio e che, a meno di tempestivi rialzi dei tassi di interesse, si sarebbero create «distorsioni». Né il rischio di recessione, né il costo che i crescenti tassi di interesse avrebbero com- portato per il debito pubblico furono men- zionati in quella circostanza.

11)   Le cifre si riferiscono ai debiti pub- blici lordi, delle amministrazioni sia cen- trali che locali.

12)   A partire da gennaio 2014, la Ban- ca centrale brasiliana ha aumentato il tas- so di riferimento di ben 425 punti base.

lunedì 1 agosto 2016

Trump e i media, la storia si ripete in farsa

di Carlo Formenti da Micromega

Ricordate la battuta di Marx su Napoleone III? La storia si ripete sempre due volte, scriveva il genio di Treviri, la seconda in forma di farsa. Di recente la storia ha preso il vizio di ripetersi più di due volte, ma la battuta funziona ancora, solo che, a ogni replica, l’elemento farsesco si acuisce, fino al grottesco. La colpa è dei media, i quali, nel raccontarci il mondo contemporaneo, ripropongono ossessivamente gli stessi schemi, che suonano ogni volta più ridicoli e stantii. Un esempio? Guardate come ci stanno raccontando la resistibile ascesa di Donald Trump, fino alla sua <> a candidato repubblicano alle imminenti elezioni presidenziali americane - evento che si è appena celebrato in quel di Cleveland. Ogni volta che leggo un articolo sul <>, sull’<>, sul <> o sul nostro <>, mi scattano ricordi su come, qualche decennio fa, furono raccontate le fortune politiche di personaggi come Ronald Reagan o Silvio Berlusconi: il primo dipinto come un vecchio, patetico attore di western, un ridicolo parvenu che, se fosse riuscito a farsi eleggere, avrebbe sicuramente combinato pasticci; il secondo come un volgare arricchito, digiuno di ogni più elementare nozione e competenza politica, destinato a ottenere, tuttalpiù, una breve parentesi di notorietà come Guglielmo Giannini e il suo Uomo Qualunque. Sappiamo come sono andate le cose: Reagan ha inaugurato la controrivoluzione liberista e contribuito ad affossare l’impero sovietico, Berlusconi si è trasformato nell’<> di un ventennio che ha rivoltato come un calzino il nostro sistema politico. Ed entrambi sono stati servilmente celebrati come straordinari <> dai media che li avevano presi in giro.
Ora tocca a Trump. La grande stampa americana non riesce a digerire il fatto che un outsider si sia fatto beffe dell’establishment repubblicano e delle lobby che lo sostengono, per cui, scongiurato il pericolo di una candidatura Sanders in campo democratico, si stanno scatenando, sia attaccandone da <> (parola che suscita ilarità ove si considerino i pulpiti da cui provengono gli attacchi) le dichiarazioni razziste, sessiste e xenofobe, sia cercando di metterne in ridicolo i gesti, l’aspetto fisico e il linguaggio.
Il <> del 19 luglio scorso si è allineato a tale strategia, pubblicando un articolo dello scrittore Richard Ford in cui leggiamo frasi come <>; oppure <>; mentre, nella pagina a fianco, compare un trafiletto sulla <> del tycoon (accompagnato da immagini che ritraggono Trump nelle varie fasi della metamorfosi subita dalla sua improbabile chioma). Sorvolando sui tempi in cui il <> sviolinava Berlusconi (dimostrandosi assai più indulgente con le di lui chiome), è chiara l’intenzione di mettere alla gogna questo <>. Al pari di sua moglie, sbeffeggiata in un altro articolo di Maria Laura Rodotà, nel quale ci si chiede come potrebbe questa <> diventare First Lady.
Essendo cinico e maligno, penso che a nessuno di questi giornali importi qualcosa se alla Casa Bianca dovesse approdare un <> (non sarebbe certo il primo). Ciò che spaventa non è il candidato sporco, brutto e cattivo: sono gli elettori sporchi brutti e cattivi, cioè quel proletariato bianco impoverito e incazzato che sostiene Trump allo stesso modo in cui si è <> di votare Brexit. Così come spaventano le sparate di Trump contro il free trade, le promesse di abbandonare l’Europa al proprio destino (si paghi da sola le sue avventure neocoloniali), le minacce contro Wall Street e i super ricchi e altre cosette di sinistra che sembra aver <> al populista di sinistra Bernie Sanders.
Vorrei rassicurare lor signori: non credo che Trump possa vincere, visto che la macchina politica – ormai trasversale – e le super lobby che appoggiano la Clinton le regaleranno quasi certamente la vittoria (benché la maggioranza del popolo americano la odi cordialmente – e con buone ragioni). Ma quand’anche vincesse, vedrete che la sua demagogia antisistema sparirà come d’incanto, e lui farà esattamente quello che l’establishment si attende da un <> presidente. Dopodiché <>, <>, <> e compagnia cantante inizieranno a sviolinarlo così come hanno sviolinato Reagan e Berlusconi. Un’altra replica un’altra farsa.

venerdì 29 luglio 2016

La risposta al vuoto pneumatico del pensiero? L’inesistente Italian Thought

di Alfonso Berardinelli da ilfoglio

Condivido pienamente. Un articolo esemplare preso inaspettatamente da un giornale che, per motivi che si possono ben immaginare, leggo adesso per la prima volta. 
Direi che dovremmo cercare di guarire dal morbo della biopolitica, dell'ontologia e della "neometafisica".

Ma nel libro “Da fuori. Una filosofia per l’Europa” Esposito smette di essere un buon professore di Filosofia


Buon professore di Filosofia (ma non so fino a che punto) Roberto Esposito, nel suo ultimo libro “Da fuori. Una filosofia per l’Europa” (Einaudi, 238 pp., 22 euro) tenta di dare al nuovo, nuovissimo Pensiero Italiano, o Italian Thought, un primato di assoluta attualità per la debole e divisa Europa di oggi. Sarebbe il Pensiero Italiano, secondo lui, quello cioè degli ultimi anni, a presentarsi come l’interprete più adeguato della presente realtà europea. L’Europa, si legge nell’introduzione, è “separata da se stessa” e “appare priva, oltre che di un corpo riconoscibile, anche dell’anima”. Come rimediare a questo vuoto che la minaccia di dissoluzione? Il rimedio è la Biopolitica in versione italiana, come Italian Thought. Uso le maiuscole non solo perché spesso le usa Esposito per enfatizzare i suoi schemi e le sue soluzioni, ma perché tutto l’andamento, o meglio tutta la costruzione del suo libro, è di tipo enfatico. Esposito gioca usando tre carte: la German Philosophy (da Husserl e Heidegger a Horkheimer, Adorno, Marcuse, Arendt, Habermas), la French Theory (Derrida, Foucault, Deleuze, Lyotard, Baudrillard) e infine, un po’ a sorpresa, la vera sorpresa: l’Italian Thought.

Dopo aver segnalato con una certa professorale disinvoltura gli insuperabili ma anche superati, cioè invecchiati, limiti interni delle prime due carte, la tedesca e la francese, Esposito gioca la carta risolutiva, la carta italiana, quella oggi vincente. Lo scopo di questo libro, spesso inutilmente farcito, data la sua sostanziale elementarità di intenzioni e di schemi, è uno scopo di politica filosofica autopromozionale. Data per superata la cultura filosofica delle altre due temibilissime potenze continentali, Germania e Francia (dov’è la filosofia inglese?), ora sarebbe arrivato il momento dell’Italia. E’ suonata l’ora del nostro primato. Ho parlato di tre carte: carta vince, carta perde. Con una certa astuzia, diciamo pure da “mercato filosofico”, Esposito manovra facili etichette. Comunque, finché fa i suoi riassunti della German Philosophy e della French Theory, il lettore appena un po’ informato ha l’impressione di trovarsi tra le mani dei buoni riassunti. Ma a me sembrano un po’ carenti – stavo per dire – anche dal punto di vista scolastico: no invece, sono carenti perché scolastici, dato che fare oggi, per esempio, la lezione ad Adorno sembra facile, ma è indecente.

La French Theory, scivolosa come sapone quale sempre è stata per la povertà dei suoi contenuti e l’abbondanza “rococò” dei suoi apparati retorici (il teatro della Scrittura!), non ha neppure bisogno di essere riassunta, si può solo descriverla come una ininterrotta, verbosissima rincorsa “à bout de souffle” di significati sempre sfuggenti perché sempre spostati oltre: una serie di trovate e invenzioni più terminologiche che concettuali, incantatorie come mantra. Si arriva infine allo scopo del libro di Esposito, al prodotto italiano che oggi fuori della penisola si vende meglio, dal Brasile alla California, da Madrid a Istanbul. E’ l’Italian Thought, oggetto più misterioso che sorprendente. Un vero pasticcio filosofico-politico, circoscrivendo il quale Esposito smette di essere il buon professore di filosofia che è, preso qui da un’ovvia, evidente smania di etichettare brillantemente, unitariamente una serie di conati filosofici italiani di dubbia consistenza, quando più quando meno.

Ecco gli autori in ordine di età: Mario Tronti, Toni Negri, Giorgio Agamben, Massimo Cacciari, Esposito stesso, portabandiera, coordinatore e ora propagandista. Che cos’hanno in comune e di così prezioso per l’Europa, un’Europa “vista da fuori”, questi filosofi? Secondo Esposito hanno di comune e di ottimo due cose: la Biopolitica (che viene da Foucault) e il fatto di essere italiani schietti, eredi di Machiavelli, Vico, Vincenzo Cuoco, Croce, Gentile, Gramsci… Insomma: biopolitici “comme il faut” (viaggiano internazionalmente ad alta velocità su binari costruiti dalla French Theory) e insieme ricchi, più dei tedeschi e dei francesi, di senso della storia e della politica, cioè (secondo Esposito) nemici delle astrazioni. Questo è un po’ troppo. Non so definire Esposito. Ma certo è che Tronti, Negri, Agamben e Cacciari, anche se impugnano un’indefinita biopolitica come paletta segnaletica (“qui si parla di nuda vita e di vera morte!”) sono piuttosto metafisici, o neometafisici, o metafisici impropri, nel senso che la loro politica slitta sempre in ontologia, in discorso sull’Essere. Chi non li ha letti li legga. Almeno li assaggi. Ma, per favore, senza pregiudiziale rispetto e senza farsi impressionare dalle formule incomprensibili.

L’“operaismo” italiano anni Sessanta, prima tappa, secondo Esposito, dell’Italian Thought, era un’ontologia della purezza o nudità operaia, immune dalla cultura e perfino dalla vita sociale. Una teoria priva di contenuto empirico, una deduzione gentiliana da Marx: la classe operaia come “atto” anticapitalistico per definizione, quindi aprioristicamente vittorioso. Di storico e di politico lì non c’era niente, se non una perentorietà gestuale. Da allora, l’ontologia operaistica di Tronti, nella sconfitta o tramonto storico della classe operaia, si è rivelata senza pudori come attesa mistica, in stile san Giovanni della Croce. In Negri la dissoluzione della classe operaia classica è vista come un incremento planetario delle potenzialità eversive, liberatorie di un “essere sociale” indiscriminato, illimitato e senza forma: nell’ultima pagina del suo bestseller “Impero”, Negri, pensando ai suoi black bloc, scopre anche san Francesco.

Di Cacciari non si sa che dire: fagocita e trita di tutto, parafrasa (ahimè creativamente) qualunque filosofo abbia letto, Platone, Tommaso d’Aquino, Nietzsche, Wittgenstein… E’ apertamente attratto dalla metafisica, che lo attrae perché “pensiero superiore” per uomini superiori, un discorso sull’Inizio e sulle Cose ultime, cioè sull’indicibile e l’inconcepibile. Meglio il Cacciari televisivo. Agamben, il più filologicamente filosofo, è anche il più consapevolmente, originariamente mistico e teologico: con le parole con cui si parlava di Dio, evoca una sempre possibile apocatastasi politica, o reintegrazione finale di tutto l’esistente nel sacro essere di una comunità senza attributi. Che cosa ci sia di particolarmente italiano in questo Italian Thought, non credo che lo sappia nemmeno Esposito. Forse lo immagina: ma nel confronto con Machiavelli e Vico e Cuoco e Leopardi e Gramsci, il rapporto è assente. C’è molto Gentile, molto Heidegger, molto Carl Schmitt. Poca concretezza storica e poca politica, se non fantastica. Quanto alla vita, se ne sente un vago odore nell’abuso del prefisso “bio”.

domenica 17 luglio 2016

Lavoratori, ONU e Brexit

di Tonino D’Orazio

Pochi ricordano che all’ONU c’è una sezione per il rispetto dei diritti umani e all’interno vi è una Commissione Economico Sociale e Culturale, che ogni 5 anni, più o meno, o su richiesta, si focalizza sulla situazione di un paese, soprattutto se quest’ultimo chiede prestiti internazioni. Essa verifica se viene rispettata la Convenzione firmata dagli Stati in merito agli obblighi sottoscritti. Per esempio la salvaguardia dei diritti umani nell’adozione di programmi di risanamento di bilancio, compresi i programmi di adeguamento strutturale e programmi di austerità , come condizione per l'ottenimento di prestiti. Vale la pena ricordare alcuni articoli.
La Commissione (indipendente) tutela una serie di diritti della Convenzione internazionale quali i diritti economici, sociali e culturali. Più a rischio sono i diritti del lavoro, tra cui il diritto al lavoro (art.6); il diritto a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro, compreso il diritto a salari equi e a un salario minimo che permette ai lavoratori una vita decente per se stessi e le loro famiglie (art. 7); il diritto alla contrattazione collettiva (art. 8); il diritto alla sicurezza sociale, anche per i sussidi di disoccupazione, l'assistenza sociale e le pensioni di vecchiaia (artt. 9 e 11); il diritto a un adeguato standard di vita, compreso il diritto al cibo e il diritto alla casa (art. 11); il diritto alla salute e l'accesso a un'adeguata assistenza sanitaria (art. 12); il diritto all'istruzione (artt. 13 e 14). Le famiglie a basso reddito, soprattutto con i bambini, e i lavoratori con le qualifiche più basse sono colpiti in modo sproporzionato con misure come la perdita del posto di lavoro, il congelamento del salario minimo e i tagli delle prestazioni di assistenza sociale, potenzialmente con conseguente discriminazione per motivi di origine sociale o di proprietà (art. 2, par. 2). Inoltre, la riduzione dei livelli di servizi pubblici forniti o l'introduzione o l'aumento delle tasse degli utenti in settori come la cura dei bambini e pre-scolastica o servizi di pubblica utilità e dei servizi di sostegno alle famiglie, hanno un impatto sproporzionato sulle donne, e, quindi, possono costituire una passo indietro in termini di parità di genere (arti. 3 e 10). Insomma un concetto socialista esteso in un contesto neoliberista pregnante. Prendiamo ad esempio la relazione del 29 giugno 2016 sulla Gran Bretagna.Il verdetto è schiacciante in quanto il Regno Unito ha violato il diritto internazionale dei diritti umani perseguendo una politica di austerità basata sul regresso della maggioranza della popolazione.
Sorprendentemente (?), sembra che il massimo voto Leave sia situato in roccaforti tradizionali del lavoro in cui l'UKIP di Farage ha vinto, cioè in zone che hanno subito la peggiore avversità economica e quindi abbia votato più fortemente per il Brexit, ritenendone responsabile anche Bruxelles. 

Il reddito delle famiglie nelle zone meno ricche del paese (quindi entroterra e campagne in giornalistico “contrasto” con le città) sono probabilmente più dipendenti da prestazioni sociali statali e servizi pubblici. La stessa pressione, percepita sui servizi pubblici in diminuzione, ha sicuramente contribuito ad una maggiore resistenza all’immigrazione. Allo stesso modo, la promessa di spesa in più disponibile per il servizio sanitario nazionale sembra essere stato convincente. A me sembra che il contrasto all'austerità della troika di Bruxelles, metodi e finalità, abbia contato (brutto esempio in prospettiva) molto più di quel che si dice, in questo referendum.

Ed è per questo che il rapporto insolitamente critico delle Nazioni Unite è così importante .

La relazione è stata emessa da un comitato di esperti indipendenti (senza retorica e propaganda) che controlla la protezione dei diritti economici, sociali e culturali negli Stati, in particolare per i gruppi svantaggiati.

Le sue conclusioni sono dure: le riforme previdenziali e i tagli ai servizi pubblici hanno avuto un impatto sproporzionatamente negativo sulle famiglie a basso reddito e “dovrebbe” essere invertito. Le riforme regressive alle imprese, riduzione dell'imposta di successione e dell'IVA hanno diminuito le capacità del Regno Unito "per affrontare la persistente disuguaglianza sociale", mentre non si sta facendo abbastanza per combattere l'evasione fiscale da parte delle imprese e degli individui con patrimoni ingenti. Spesso il piccolo beneficio del sanziona mento è speso male e in modo abusivo. Il deficit abitativo è ora "critico" e contribuisce agli "eccezionalmente elevati livelli di senzatetto". E’ stata presa una azione insufficiente per affrontare la crescente dipendenza dalle banche del cibo. I livelli delle prestazioni lasciano molti in uno stato persistente di indigenza.

E nonostante tutto i sacrifici i bei tempi propagandati non sono mai venuti. Secondo il Comitato, il “salario minimo nazionale” "non è sufficiente a garantire un livello di vita dignitoso"; i livelli di occupazione sono in aumento, ma troppe persone sono mal pagate e i posti di lavoro sono poco qualificati o con contratti a zero ore. Anche prima del Brexit, l'Institute for Fiscal Studies proiettava la povertà infantile in aumento del 50%, con quasi uno su cinque che vivrà in assoluta povertà entro il 2020. L’austerità, nel Regno Unito. ha dimostrato di essere molto più severa per alcuni rispetto ad altri. Nulla di nuovo se non essere il verdetto della Commissione delle Nazioni Unite durissimo.

Il senso di divisione, la disillusione e la diffidenza del pubblico a cui il programma di austerità ha contribuito, ovviamente non spiega tutto del voto referendario vinto dal Brexit, ma è importante riconoscere la sua parte e non disconoscerla con argomenti svianti e fare finta di non capire.

O discorsi speciosi. Con nuove sirene ma con i soliti argomenti.

Esempio la Lagarde del FMI che continua con le lacrime di coccodrillo a dire quanto abbiano sbagliato, tutti, a comprimere in questo modo i popoli con una austerità che non permette più né consumi e né guadagni (anche per loro) e sa che in realtà inizia ad esserci una pericolosa repulsione di massa verso il potere oligarchico delle banche e dei politici, ovviamente asserviti. Finché era la Grecia, dove comunque una piccola scintilla è partita, pazienza, poiché mentre esigeva ferocemente il rimborso del “debito” con i soldi “elargiti al popolo greco” dalla BCE, chiedeva all’Europa di “tagliare” e ristrutturare il proprio debito. Cosa che nessuno ha fatto, forse un giorno, al di là del 2018. Erano solo chiacchiere di approcci dissuasivi per rinfocolare una sempre presente linea politica di speranza per il futuro. Tanto i poveri ci cascano sempre, altrimenti come spiegare democraticamente la drammatica realtà attuale della sopraffazione dei pochi sui molti. 

I conservatori inglesi, insieme ai laburisti di Tony Blair, in questi ultimi venti anni, sono responsabili o no del degrado del proprio paese? Nel nostro, ForzaItalia/Lega Nord e il Pd, sono responsabili nella non applicazione della Convenzione sui Diritti Umani della Nazioni Unite in merito al diritto al benessere e non alla miseria del proprio popolo? Perché stupirsi del messaggio del nuovo primo ministro inglese Theresa May, sempre dei conservatori, che promette di governare gli inglesi per il lavoro piuttosto che per i privilegiati. Il suo primo intervento da premier è stato dedicato a milioni di inglesi laboriosi, promettendo, davanti alla porta di Downing Street, No10, di governare "per loro". In un messaggio successivo ha insistito che sarebbe stata dalla parte dei sacrificati e di quelli che combattono ogni giorno per far quadrare i conti. Cavalca lei stessa il programma un po’ più “operaista” del Labour di Corbyn, approfittando delle difficoltà dovute alla spaccatura tra base e vertici (parlamentari pro-eurocratici) di quel partito. La May è un po’ come un prete che abiura a parole la propria religione per recuperare qualche voto, e non fare crollare l’impalcatura, forse già la baracca, ideologica del neoliberismo, che un duro colpo ha pur preso dal Brexit. Non è diffidenza, è solo storia e memoria politico-sociale.

martedì 12 luglio 2016

Che roba, contessa! (Brexit e dintorni)

di Mimmo Porcaro da Socialismo 2017



Che roba, contessa!” Un tempo qualcuno cantava, e con accenti vibranti, questa vecchia canzone di Paolo Pietrangeli in faccia al clericofascismo nostrano spaventato e disgustato dalla riscossa degli operai italiani. Oggi, molti di quei “qualcuno” cantano ancora la stessa canzone, ma sono loro, questa volta, ad essere spaventati e disgustati: dal “no” degli operai inglesi all’Europa. E con l’immaginaria contessa condividono il rimpianto per i bei tempi in cui l’intelligenza (la loro) contava ancora qualcosa, lo stupore per quei molti che si considerano vessati da quel gioiellino che è l’Unione europea, il fastidio per il fatto che ormai anche l’operaio vuol decidere di testa sua : “non c’è più morale, contessa!”.
Oggi, dopo la Brexit, è tutto un “sì, ma…”: la democrazia è bella, ma…, i referendum saranno pure importanti, ma…, il suffragio universale non si tocca, ma… siamo sicuri che il voto di un qualunque tizio privo di cultura debba valere quanto il nostro? E su questioni così complesse, poi! E via sproloquiando. Dopo aver distrutto la scuola pubblica se la prendono con l’ignoranza del popolo. Dopo aver smantellato le concentrazioni operaie, dopo aver annichilito i partiti, dopo aver dichiarato che ogni ideale di eguaglianza (anzi, ogni e qualsiasi ideale) è pericoloso, hanno il coraggio di lamentarsi del populismo. I rappresentanti delle classi che si sono arbitrariamente autodefinite colte, non volendo capire la cosa più semplice (e cioè che dopo vent’anni e più di impoverimento chiunque voterebbe controqualunque ordine stabilito) devono inventarsi un capro espiatorio per l’orrido misfatto che ha distrutto i loro tranquillizzanti exit poll. Cosa c’è di meglio, allora, che prendersela col bersaglio preferito del classismo liberista, ossia coi lavoratori anziani? Quei vecchi egoisti rimbecilliti e rancorosi dovrebbero tacere, e lasciar parlare quelli che ne sanno più di loro, quelli che hanno pensieri e comportamenti razionali: i giovani, i mercati, le grandi imprese, gli esperti! Questo è il commento corrente sulla Brexit.
Ma ditemi voi perché mai un neolaureato che per sua disgrazia vivacchia in famiglia, smanettando sulla tastiera, saltando da un semilavoro pseudocreativo all’altro e chiamando tutto questo “libertà”, dovrebbe saper giudicare il mondo meglio di un vecchio operaio gallese che ha sperimentato tutte le delizie del capitalismo e che, soprattutto, ha memoria di un’epoca passata e diversa, e proprio per questo può addirittura immaginare un futuro diverso. Ditemi perché mai gli operatori finanziari possono fare incetta di un titolo non per il suo valore intrinseco ma solo per la speranza che qualcuno li imiti e ne faccia salire il prezzo (gonfiando così bolle su bolle), e un povero cristo non dovrebbe votare un progetto che magari è gestito da gente che non gli piace, ma può raggiungere la massa critica necessaria a dare quantomeno uno scossone a tutta la baracca. Ditemi perché una megaimpresa può fregarsene della programmazione a lungo termine e basarsi solamente sulla trimestrale di cassa, mentre un pensionato, nelle sue scelte politiche, dovrebbe basarsi sugli ideali europeisti e non sul saldo del suo conto corrente. Ma soprattutto ditemi perché mai si dovrebbero delegare le decisioni politiche agli esperti ed agli informati, quando questi sono sempre in forte dissenso tra loro e si schierano (anche sull’Europa, ovviamente) su fronti opposti. Su che base si può mai decidere dopo avere ascoltato gli opposti pareri di esperti aventi gli stessi titoli scientifici?
E’ semplice: sulla base di ciò che da sempre determina le decisioni di tutti, popolo e sapienti, ossia sulla base dei propri interessi di classe e della propria (mutevole) percezione di tali interessi. La scelta democratica può dar luogo a molti errori ed a volte ad errori gravissimi, perché vi può essere un’erronea percezione dei propri interessi o perché tali interessi sono troppo ristretti ed egoistici: ed è proprio per questo che bisogna restare saldamente abbarbicati a quelle Costituzioni, che non a caso i mercati e l’Unione europea tentano di dissolvere, e che sono l’unica barriera possibile contro gli errori del sovrano, chiunque esso sia. Ma è chiaro come il sole che gli errori vengono commessi da tutti, popolo e sapienti, mani callose e cantori dell’immateriale, perché per tutti è difficile percepire in maniera adeguata i propri interessi e mediarli, per quanto è possibile, con quelli altrui.
Sono state anche o soprattutto le scelte elettorali tenacemente liberiste delle classi presunte colte, è stata soprattutto la loro incapacità di mediare i propri interessi di classe con quelli dei presunti incolti, a creare la benvenuta crisi di egemonia della vasta élite europeista. In questo caso i sapienti hanno sbagliato, e di grosso. E’ stata la capacità popolare di percepire i propri interessi di classe e di comprendere la necessità di una rottura quale la Brexit a produrre una fase politica nuova, rischiosa ma dinamica. In questo caso gli incolti l’hanno azzeccata. Che poi questa rottura venga gestita, oggi, dagli eredi di Farage e di Cameron (ma non esclusivamente da loro: si veda la Left Leave Campaign…) non deve né essere nascosto né essere usato come la croce contro il vampiro: l’egemonia della destra su questo processo è ovvia ed al momento inevitabile, così come è inevitabile il carattere interclassista ed a volte ambiguo di formazioni che, come Podemos e il M5S, in altro modo incrinano gli equilibri attuali. Ma l’antieuropeismo (meglio, l’antiunionismo) ed il nazionalismo (meglio, il discorso nazionale) non sono necessariamente di destra: lo diventano se e quando la sinistra passa integralmente o quasi dalla parte del grande capitale, e finché non si crea un’alternativa socialista che contrasti sia l’attuale destra che l’attuale sinistra.

Per creare una simile alternativa è essenziale comprendere bene la congiuntura attuale, e quindi saper leggere le cause e gli effetti della Brexit uscendo dal chiacchiericcio antipopulista (ed in realtà antipopolare) e dalla illusoria attesa di un “colpo di reni” delle élite unioniste. Su questo punto è assai utile seguire il consiglio di Emiliano Brancaccio ed analizzare i processi profondi che hanno condotto agli eventi più recenti. E questi processi ci parlano chiaramente dicrisi della globalizzazione, di aumento della competizione intercapitalistica, di lotta acuta non solo del capitale contro il lavoro, ma anche del grande capitale contro il piccolo, una lotta nella quale bisognerebbe incunearsi (come suggerisce ancora Brancaccio), mentre invece la sinistra la osserva con supponenza e senza comprenderla, oppure si schiera apertamente col capitale globalista e con la sua strategia di centralizzazione (ancora una volta confusa con la modernizzazione tout court: quando mai finirà l’influenza di quella che il maoismo chiamava la “nefasta teoria” della neutralità delle forze produttive?).
Tale crisi della globalizzazione, resa sempre più evidente dall’indebolimento degli istituti sovra o internazionali, dalle svalutazioni competitive, dagli accordi di libero scambio fatti ormai non per aprire a tutti, ma per “chiudere” a qualcuno, comporta a mio parere un processo di rinazionalizzazione della politica che può piacere o non piacere, ma costituisce di fatto il campo attuale, e ineludibile, della lotta di classe. Una rinazionalizzazione (successiva ad un periodo in cui le nazioni non erano certo scomparse, ma delegavano molte funzioni ad organismi extranazionali…gestiti dalle nazioni più forti) che si realizza non perché la nazione sia un residuo della storia che nei momenti di crisi viene riattivato in mancanza di meglio (ed anche se così fosse, ciò non ne sminuirebbe l’importanza politica), ma perché le differenze nazionali sono la veste più adeguata per una integrazione delle economie mondiali che avviene in forma capitalistica, ossia attraverso una centralizzazione gerarchica che assorbe i capitali deboli mente incrementa la subordinazione del lavoro. Questa lotta costante contro i capitali deboli e contro i lavoratori trova nelle differenze fra nazioni un’arma formidabile, perché esse permettono di costruire “aree speciali” in cui il credito è più oneroso ed il salario più compresso, ed altre aree in cui il capitale si centralizza e trova poli di direzione strategica e di supporto militare (Europa docet). La subordinazione delle nazioni più deboli ed il rafforzamento ulteriore di quelle già forti è uno dei mezzi più importanti della centralizzazione del capitale oggi. La riconquista della sovranità nazionale e la creazione – su questa base – di nuove relazioni internazionali cooperative sono oggi l’oggetto decisivo della lotta di classe in Europa, la condizione di ogni avanzamento del movimento dei lavoratori. Lo spazio nazionale e il nuovo spazio internazionale cooperativo tra nazioni sovrane, disegnano il campo in cui sia i lavoratori che il piccolo capitale possono organizzare la resistenza contro il loro nemico principale e contendersi l’egemonia sul processo di liberazione dal dominio del capitale finanziario globalista. Fuggire da questo campo significa consegnare senza combattere la direzione del processo al piccolo capitale, alle sue inconseguenze, alle sue tendenze razziste e autoritarie, al suo protezionismo privo di sguardo strategico.
La Brexit, per tornare a noi, è proprio effetto della crisi della globalizzazione, è effetto dell’incontro tra il processo di rinazionalizzazione (come aspetto del conflitto intercapitalistico) ed il crescente malcontento popolare contro l’Unione. In particolare è l’effetto del crescente squilibrio intraeuropeo, che consiste nell’indebitamento di molte economie nazionali del continente nei confronti di altre nazioni dell’Unione, uno squilibrio che non viene sanato, ma riprodotto dall’Unione stessa, e che la liberalizzazione spinta dei mercati ha accentuato anche nei paesi che non si sono autoimposti il giogo dell’euro. Contro questo squilibrio, che l’economia inglese patisce in modo significativo, e contro i regolamenti europei ritenuti responsabili principali della situazione si è creata una coalizione tra una parte degli esportatori inglesi, la gran massa dei piccoli produttori declassati ed una notevole parte dei lavoratori maggiormente colpiti dalla crisi. E questa coalizione al momento ha vinto.
Difficile dire quali potranno essere le conseguenze della Brexit sull’economia inglese e soprattutto sui lavoratori di quel paese: da sola, senza un chiaro programma di critica al neoliberismo, essa (che pure era un passaggio necessario) non può portare molto lontano. Più facile immaginare quali saranno le conseguenze sul futuro dell’Unione. Data la tendenza generale alla rinazionalizzazione e data la crescente disaffezione, come la chiamerebbe  timidamente un europeista, dei cittadini europei nei confronti dell’Unione, non potranno che essere negative. Qualche anima bella sogna una reazione unitaria, un passo verso la messa in comune dei debiti, un’attenuazione, se non un’inversione, delle politiche antipopolari: il tutto condito dall’immancabile illusione sull’aumento del peso politico della Francia “socialista” e, perché no, della stessa Italia. Ma il tanto atteso scatto in avanti non ci sarà: nessuno vorrà rifondare l’Unione nell’unico modo che le garantirebbe un futuro, ossia come patto politico tra nazioni sovrane, finalizzato a tutelare la tradizione europea di economia mista e welfare state in un contesto di autonomia dai blocchi geopolitici attuali. Nessuno lo farà perché, salvo minacce immediate alla sopravvivenza delle nazioni (e la Brexit non lo è, o non è percepito come tale) queste ultime tendono a seguire le loro abituali strategie di lungo periodo: e le strategie francesi e soprattutto tedesche, ad oggi, non intendono aumentare l’integrazione fiscale o diminuire la pressione sul salario. Nessuno lo farà perché l’uscita dell’Inghilterra non rafforzerà, ma indebolirà la prospettiva di una maggiore integrazione economica e politica.
Immediatamente infatti la Brexit accentua gli elementi di disgregazione. Non concedere nulla di sostanziale sulla questione delle banche italiane, indebolire la Commissione europea, privilegiare ancor più di prima le decisioni intergovernative, investire tutti i parlamenti nazionali della discussione sui trattati commerciali dell’Unione, questa è la reazione pavloviana del dominus dell’Unione, ossia il governo di Berlino, nonostante le (deboli) proteste italiane. Esattamente il contrario dello scatto unionista che qualcuno si attende. Qualcuno potrebbe consolarsi aspettando che la pur non immediata uscita di scena della potenza nazionale meno propensa all’integrazione (anche perché più atlantista) giochi alla fin fine a favore dell’integrazione stessa. Ma in realtà, come osservano equilibrati studiosi della politica estera di Berlino, il liberismo inglese era un ottimo alleato dell’ordoliberismo tedesco nelle trattative con Francia “statalista”. Fuori il primo, il secondo sarà ancor meno propenso a fare concessioni, per paura di essere fagocitato. Né si può sperare (e sarebbe comunque un tragica speranza) nell’attuale riproposizione, da parte del “ministero degli esteri” europeo, di una politica militare unitaria. La Brexit potrebbe certamente accelerare il processoformale di integrazione della politica militare dell’Unione, anche perché l’industria bellica del continente può finalmente spingere come non mai per un aumento degli investimenti comunitari in questo campo. Ma d’altro canto, dal punto di vista sostanziale, un’Europa che perde pezzi è assai meno credibile di prima come soggetto di una politica estera unitaria, mentre l’uscita della Gran Bretagna priva l’Europa stessa di una piattaforma tecnologico-informativa decisiva per ogni seria operazione militare. E a tutto ciò si deve aggiungere il fatto che, venendo loro a mancare la possibilità di influenzare l’Unione attraverso l’Inghilterra, gli Usa tenteranno di aumentare la presa, oltre che sull’Italia, sulla Germania o sulla Francia, appesantendo così la loro ipoteca sull’autonomia geopolitica del vecchio continente. Al di fuori di una vera integrazione economico-politica e di una vera autonomia geopolitica (oggi impossibili), un’eventuale accelerazione dell’ unificazione militare si risolverà quasi certamente in una operazione di mera polizia interna (contro l’immigrazione ma anche contro le possibili rivolte popolari) oppure si tradurrà in qualche intervento avventurista, precario sostituto di un vero ruolo mondiale dell’Unione. E questo mentre si fa più chiara la tendenza degli Usa a muovere guerra alla Russia sul terreno europeo, e quindi a muovere guerra ad ogni residua velleità unitaria dell’Europa stessa.

Insomma, la Brexit sembra preparare un futuro in cui la politica dell’Unione proseguirà ipocritamente as usual, ma in un contesto di tensioni decisamente crescenti. Non si possono escludere piccole svolte tattiche, apparenti concessioni “antipopuliste”, belle parole sulla solidarietà e sulla crescita: ma la direzione fondamentale è quella dell’aumento degli squilibri, anche perché ormai gli effetti di ogni consultazione elettorale che in qualche modo punisca le forze europeiste sono moltiplicati ed amplificati dalle dinamiche centrifughe nazionali, e queste ultime si alimentano dei risultati elettorali stessi, riproducendo così le condizioni della crisi.
Se tutto questo è vero, si prepari a ballare, contessa!