venerdì 10 febbraio 2017

ROMA-DAMASCO, CACCIA ALLA VOLPE.

di Fulvio Grimaldi da facebook 


Le parti in commedia dei russi. La fiction splatter di Amnesty
Se vi infastidiscono le elucubrazioni su media e Virginia Raggi, potete saltare subito al capoverso: Dal Campidoglio in coma vigile alla Siria, viva o morta.
Cani fatti killer, uomini fatti giornalisti
Da quando avevamo raccolto nei boschi di Teuteburgo quel bassottino selvatico di nome Lumpi (monello) e insieme a lui, nel paese di Dresda, avevamo scansato le mitraglie degli Spitfire britannici, dribblato le bombe dei Mustang statunitensi, mentre magari stavamo raccogliendo ortica lungo i fossi per una cena tra il 1944 e il 1945, ho sempre vissuto con cani, della nobilissima specie dei bassotti a pelo ruvido, specialisti della lotta contro gli altotti, fino a entrarci in simbiosi affettiva e intellettuale, dunque politica. Posso perciò affermare con una certa competenza che tutti i cani, per natura nascendo di branco, cioè inseriti in un collettivo, sono buoni, sociali e socievoli, collaborativi, rispettosi dell’armonia e dell’utile comunitari. Il che li rende la specie animale più vicina a quella umana. Quanto meno a quella umana prima del degrado subito da una sua limitata, ma decisiva, quota.

Addestrati, violentati nella loro identità originaria, educati male, i cani diventano strumenti di umani degenerati che li pretendono delittuosamente, come dio con gli uomini, a loro immagine e somiglianza. E arriviamo ai rottweiler aggressivi, ai pitbull da combattimento, perfino ai jack russell mordaci, interfaccia di poliziotti che picchiano, forze speciali che torturano, energumeni da rissa che inseguono modelli di videogiochi, politici che sterminano, padroni che ingrassano sul dimagrimento dei dipendenti. Succede così a varie categorie umane. Ne prendo in esame quella che conosco meglio perchè ne faccio parte: i giornalisti. Quello che succede ai cani, di loro natura buoni, ma resi aggressivi a forza di violenze, sofferenze e ricatti affettivi, succede ai giornalisti quando, usciti dai banchi di scuola e di università con il degno e generoso desiderio di sollevare le sorti del genere attraverso una corretta ed eticamente finalizzata informazione sulle cose e le persone del mondo, entrano in una redazione. Quello che vien fatto ai cani con la frusta e il biscotto, a loro viene comminato con la carota della carriera e il bastone della disoccupazione.
Per cui molti, quelli che non fuggono in nicchie cartacee o di rete, si fanno pitbull, rottweiler, jack russell di servizio e d’attacco. Da noi il 99%, come ci dice chi compila la classifica mondiale delle peggiore stampa e come ci evidenziano i fatti di questi giorni attinenti vuoi a Virginia Raggi, vuoi a DonaldTrump, al cospetto dei quali la categoria ringhia, azzanna, prova a uccidere.
Cosa, o chi, hanno in comune Virginia e Donald
L’accostamento della delicata sindaco di Roma al bombastico neopresidente Usa è del tutto improprio. Se non per quanto accomuna fra loro le belve che gli si avventano contro: un curriculum infinitamente peggiore di quello delle prede puntate. Di Trump, che si crede uno Zeus dipinto dai cartoonisti giapponesi mentre lancia fulmini e saette su bersagli a proposito e, sempre più, a sproposito, potremo occuparci un’altra volta. Quello che impressiona è il patto d’acciaio che unisce in un unico branco, all’attacco della stessa vittima, i sedicenti leftisti sorosiani del “manifesto” e i palazzinari suolofagi del “Messaggero”, la crème dell’intellettualità gauchista e il guano dei revanscisti cripto-nazisti, la borghesia liberale arteriosclerotica e il pimpante bifolchismo renzista, l’aristocrazia pennivendola in livrea di “Corriere”, “Stampubblica” e il sottoproletariato da Curva Sud coltivato dai gazzettieri dei padroni del calcio, gli schermi unificati Raiset, compreso l’insopportabile borgataro narcisista, ironico di corte, Zoro (Diego Bianchi), fino ai parzialmente eterodossi dall’eschimo di raso del “Fatto Quotidiano”, con i suoi cavalli di razza talmudisti Colombo, Coen e Disegni (quest’ultimo, chihuahua da caccia e reperto del sofriano “Cuore”, esibisce una desolante assenza di talento figurativo con ossessivi scarabocchi anti-Raggi nella penultima del quotidiano, in livorosa polemica con le arguzie e i dati di fatto con cui il suo direttore, invece, sbertuccia e affonda i colleghi in missione anti-Raggi).

Sussurri e grida
Rivelatrice, più di molte altre loro nefandezze, tipo, tanto per dire, quelle dello Stato biscazziere e baro che apre mini-casinò in tutti i quartieri per la migliore salute mentale e contabile degli italiani, è la corrispettiva discrezione assoluta nei confronti di un ministro come Lotti, indagato per aver spiffero ai de cuius, insieme al comandante supremo dell’Arma nei Secoli Fedele, che, rasentando il papà di Renzi, si stava indagando su una gigantesca corruzione relativa al più grande appalto pubblico europeo in carico alla Consip, da 2,7miliardi. E analogamente tutto tace sulle indagini, di ben altro peso, che concernono il sindaco Sala di Milano, il personaggetto De Luca della Campania Infelix, la catena di Sant’antonio di sindaci, parlamentari e amministratori vari PD e NCD sotto la ferula di magistrati fuori dalla nebbia romana.

La similitudine che balza alla mente e quella della caccia alla volpe, non per caso cara alle elisabette Prima e Seconda: la muta dei cani addestrati a lacerare la gola e sbranare le carni perché le cavallerizze possano poi esibirsi in società, ornate delle vaporose code della creatura ammazzata. Giornalisti come cani da riporto. E sono quelli che, ricevuta e capita la scudisciata dalla Boldrini, uggiolano, guaiscono, latrano e ringhiano, a seconda della stazza, contro quelli delle fake news: sublimazione di una pratica divenuta di questi tempi il vero spirito del tempo negli ambienti della criminalità organizzata di palazzo: da buoi, con piramidali strutture in testa, dare del cornuto all’asino.
Negli incubi notturni del signorotto a caccia di volpi, a dispetto dei suoi paramilitari a quattro zampe e del destriero che gli assicurano immunità dalle bestie feroci, non può non materializzarsi un contrappasso: l’assalto alla gola di una torma sconfinata di volpi. Per cui, con maggiore furia, la mattina dopo si avventerà a fare della strage la cancellazione del sogno. E, similmente, cosa credete, che a scatenare la caccia non sia il terrore di un domani in cui Roma, strappata alle fogne palazzinare e mafiocapitaliste e alle pantegane che ci sguazzavano, e l’Italia tutta, sottratta all’oligarchia mafio-massonico-vaticana, e magari anche l’Unione Europea decapitata, monetizzata e populistizzata, cadano in mano a chi non ruba, truffa, turlupina, impastocchia, o non capisce un cazzo?
Cazzate vere e panna montata: far fuori la volpe
Inutile entrare nei particolari dell’opera della giunta 5 Stelle, tra cazzate fatte e iniquità attribuite. Tuffiamoci nella panna montata e avvelenata di una magistratura romana di cui, fin dai tempi di Gallucci, Carnevale, Capaldo, del famigerato “porto delle nebbie”, si pensa andreottianamente male, più che mai quando sa combinare, in perfetto sincronismo (un messaggio? Una garanzia?), l’archiviazione per 113 personaggi di mafiacapitale, tra cui le eccellenze Alemanno e Zingaretti (avvalsosi della facoltà di non rispondere, roba per cui dai 5 Stelle si viene cacciati), con l’ennesimo abuso d’ufficio alla Raggi. Corredato da interrogatori che per forzature ambientali e temporali sarebbero degne di un Totò Riina. Qui la sintonia tra Procura e media è quasi commovente, da parenti stretti a Natale. Sul piano generale c’è quella paura ghiaccia di chi teme di vedersi abbassata la saracinesca della pasticceria. La stessa che pervade gli anti-Trump. Ma se, nel primo caso, la pasticceria, con i Cinque Stelle, promette di restare chiusa, nel secondo si prevede già la sostituzione dei produttori e consumatori).

Nello specifico, è la vendetta ex-post per l’abbuffata delle Olimpiadi negata e quella ex-ante per i 700mila metri cubi di cemento che gli speculatori di passo Goldman Sachs, Rothschild, Fiat, Unicredit e quant’altro, noti benefattori dell’umanità, vorrebbero, tramite il palazzinaro Parnasi, aggiungere ai 100mila del nuovo stadio senza la quale la Roma dei maestri urbanisti Totti e Spalletti e l’Italia delle frane e alluvioni e dei 35 ettari di suolo cementificati ogni giorno, non potrebbero sopravvivere. Per me, Raggi e compagnia per ora alla capitale non hanno fatto nulla di male. Quello che hanno fatto di scombiccherato è noto. Quanto di buono, è finito nei cestini di redazione. E, comunque, quello che sono riusciti a fare (vedi l’elenco di Grillo), l’hanno fatto aggirandosi per i caveau svuotati dai predecessori (dalla Procura romana archiviati) a trovare tra le fessure qualche decino smarrito da tapparci le buche. Ora stanno all’hic Rhodus hic saltus: sotto una pressione da mille megapascal della canea di regime, lasciare che i predatori di sempre incistino in quel che resta dell’agro romano grattacieli, centri commerciali, residenze e uffici per quasi un milione di metri cubi, lasciando andare tutto il resto in malora, per far contento il tentacolo italiano della piovra necrofora Rothschild-Goldman Sachs e i suoi botoli da guardia, o resistere, resistere, resistere.
Avevamo pensato di accendere un cero a San Paolo Berdini, urbanista integro e cosciente, ma con quello che è successo tra la sindaco e il suo assessore, con quest’ultimo che si fa estrarre da un manigoldo della “Stampa” palle di fuoco incatenate contro la sua capa, alla vigilia della battaglia finale sul carcinoma speculativo di Tor di Valle, pare che in Campidoglio stanno a sbrocca’ un po’ tutti. Non resta che l’esorcista.
Dal Campidoglio alla Siria, viva o morta.
Allunghiamo lo sguardo, superiamo il canale di Sicilia, viriamo a destra, non perdiamo d’occhio ciò che appare all’estrema destra, tra Libano e Gaza (vedi dopo), e arriviamo in Siria. Lì le cose, per Amnesty International, non vanno per niente bene. Il “manifesto” che, oltre ad avere setole sullo stomaco, è comunque in sintonia con questa dependance CIA, facilitatrice di guerre del Pentagono, ne ha recensito il più recente rapporto, limitandosi a una lieve meraviglia per l’enormità delle cifre vantate, giusto per non sconcertare quel che resta del suo pubblico, boccalone, ma di sinistra. Trattasi invece dell’ennesima mostruosa bufala al curaro contro Damasco, dopo quelle in cui si delirava su decine di migliaia di detenuti torturati a morte, dei 270mila di cui 100mila bambini (sic) ad Aleppo Est bombardati e affamati a morte da Assad (erano 60mila e i terroristi li mitragliavano se tentavano di uscire). In Libia ci aveva deliziato con la storia della donna di Bengasi che aveva saputo di migliaia di stupri compiuti dai soldati di Gheddafi, ma poi non aveva saputo indicare neanche una vittima agli investigatori onesti. Solo per dirne una delle nefandezze di questa banda governata da emissari del Dipartimento di Stato. E finanziata da Soros e affini.
Un’organizzazione umanitaria ansiosa di sfracelli
Anche stavolta la certezza di essere sostenuta dall’universo delle presstitute, l’enormità dell’accusa è inferiore solo alla faciloneria con cui vorrebbe essere corroborata. Dal 2011 al 2015 nella sola prigione militare di Saydnava sarebbero stati impiccati e/o strangolati tra i 5000 e i 13.000 detenuti (che per le zoccole più volenterose, tipo l’Associated Press, diventano “oltre 13mila”). Già la distanza tra l’ipotetica cifra minima e l’ipotetica massima dà la misura della precisione scientifica. Le fonti? Anonime e rastrellate tra disertori e oppositori in campi profughi turchi, o tramite telefono ed email in giro per il mondo. Le vittime? Anch’esse anonime, tranne ben 36. Le prove? Qualche compagno prigioniero, posando l’orecchio sul cemento della sua cella, ha sentito “gorgogliare”. Vi risparmio le altre stronzate del rapporto. Divertitevi e raccapricciate a leggerlo: è intitolato, autentica fiction splatter, “Il mattatoio umano” (The Human Slaughterhouse).
Il parallelo tra la caccia alla volpe scatenata contro la quanto meno sprovveduta Virginia Raggi e la sua giunta, ma anche contro l’inqualificabileTrump, e quella contro Assad e il suo paese, vi sembrerà blasfemo, ma ha la sua valenza tecnica: capocaccia, cacciatori e cani espropriati della propria identità e funzione e addestrati al killeraggio da e per il padrone, sono gli stessi in tutte queste battute. E il corno per il via alla battuta suonato dalla Procura romana con gli evanescenti abusi d’ufficio, equivale, si parva licet…, a quello di Amnesty col suo rapporto farlocco. Si punta a radere al suolo chi blocca ruspe e appalti e a far risorgere gli antichi appaltanti e appaltati. Non solo a Roma. Con il benefico effetto collaterale di un trambusto intorno al topolino del Campidoglio che distolga dai ratti che infestano il paese. Così si punta a finire il lavoro sulla Siria, prima che l’imprevedibile nuovo presidente ne pensi e faccia una strana. Come insisto a dire a chi mi rimprovera di occuparmi di orizzonti lontani: tout se tien.
Il falso e il vero di Amnesty
A cosa serve la tromba di Amnesty? Cosa deve coprire, compensare, da cosa deve sviare? 1) Il succedersi, dopo il trionfo di Damasco che ha capovolto l’intera vicenda, di vittorie dell’esercito siriano, con i suoi alleati hezbollah, iraniani e russi, ora alle porte di Idlib e Al Bab, grandi e strategici centri nel nord-ovest, e in avvicinamento a Palmyra e Deir Ezzor, che promettono di essere liberate. Dopodichè ai terroristi di ogni denominazione, compresi quelli curdi e turchi, non resta che il deserto a est e la cosiddetta “safe zone” al confine turco. 2) La violazione degli accordi di pace di Minsk e il rinnovato assalto degli ucronazisti alle repubbliche liberate del Donbas, con relativi eccidi di civili nei centri abitati, lanciato per incastrare Trump in una situazione di non ritorno. Su questa strategia viaggiano uniti i neocon, McCain, Soros e Amnesty. 3) il criminale disastro dell’incursione diretta USA in Yemen, prima operazione bellica del neopresidente “distensivo”, culminato nella la strage di una trentina di civili tra cui almeno 9 bambini e i contemporanei successi dei patrioti Huthi che, non sopraffatti dopo due anni di bombe, jihadisti e blocco alimentare, con missili hanno colpito la base militare accanto a Riad e la nave ammiraglia saudita nel Mar Rosso.
4) Il tentativo degli ultrà di Netaniahu, analogo a quello dei loro camerati di Kiev, di mettere Trump davanti al fatto compiuto, aumentando ed accelerando a livelli parossistici lo spezzettamento della Cisgiordania con l’incistamento su terre private palestinesi, garantite dagli accordi di Oslo, di migliaia di nuove abitazioni, anche in Gerusalemme Est e con nuove colonie, tutte da affidare a 4000 nuove SA di Lieberman che ossessivamente ripete il dogma divino:”Tutta questa terra è nostra perché ci è stata data da dio”. E mentre quanto la criminalità sionista e internazionale ha lasciato ai palestinesi si sbriciola e scompare, Mahmud Abbas, e i suoi soci in raccolta di briciole, promette di mantenere la “sicurezza congiunta” con la Gestapo israeliana. E la lobby, cosa fa la lobby? Quella che anatemizza i muri e perora l’accoglienza di tutti i “rifugiati”, fossero anche milioni, per la gloria del “multiculturalismo” e del “meticciato”? Nella sua Terra Promessa proclama lo stato etnico dei soli ebrei ed erige muri di 8 metri sia contro gli autoctoni, sia contro i “rifugiati” dal Sinai.
5) Last but not least, le atrocità inventate dai facilitatori imperialisti di Amnesty servono a coprire le voci soffocate provenienti da temerarie Ong dei diritti umani (tipo B’Tselem, Addameer, Defence for Children International) e da giornali come Haaretz della stessa Israele, sulle torture istituzionali, vere e provate, che da decenni subiscono, insieme ai padri, i figli minorenni del popolo derubato. E qui, invece, si tratta di soggetti con facce, corpi, nomi e date dei quali a una magistratura non dissimile da quella di Roma sono stati esibite la prove dei metodi di interrogatorio: bastonate sugli organi sensibili, corpi con piedi e polsi ammanettati piegati sullo schienale della sedia o costretti in piedi al muro per ore, privazione del sonno, violenze sessuali, minacce di morte ai famigliari, strangolamenti, isolamento perpetuo. Oggi 6000 palestinesi sono chiusi in carcere, di cui 200 bambini e 25 donne (per le quali nessuna marcia mondiale delle donne). Il 20% degli abitanti dei territori occupati sono passati per il carcere. 207 ne sono usciti morti. Questo in aggiunta all’aberrazione giuridica che è la detenzione amministrativa, in Irlanda del Nord detta Campi d’Internamento. Vi finiscono circa un migliaio di palestinesi, anche minori ogni anno, sena imputazione, difesa, processo, sentenza. Ma è della fittizia esecuzione extragiudiziale di tra 5000 e oltre 13mila detenuti siriani che si occupa Amnesty International.
Piedi russi in tutte le staffe?
Mi rimane da dire di un tormentoso dubbio che alita sul mio sostegno alla Russia e a Putin per la favolosa svolta storica che ha imposto in Medioriente e nel mondo. Su Al Bab stanno convergendo, in evidente gara di chi arriva primo, siriani lealisti e turchi accompagnati da “ribelli” siriani filoturchi (un animale nuovo, probabilmente virtuale, un ircocervo come i siriani che i curdi dicono inseriti nelle loro “Syrian Democratic Forces”). I primi per restituire alla patria il maltolto da Isis e Al Qaida (rinominata Al Nusra e Fateh Al Sham), i secondi per impedire ai cantoni curdi di congiungersi e per consolidare la striscia occupata detta “zona di sicurezza” turca che probabilmente pensano di annettere definitivamente. E i russi? Operano verso Al Bab insieme agli alleati siriani tradizionali in vista del recupero di territori sottratti. E operano con i nuovi alleati turchi nelle incursioni su Al Bab? Stupefacente? Contradditorio? E se un Sukhoi in compagnia degli F15 turchi incontra un Sukhoi affiancato da Mig siriani? Non solo, hanno proposto a Damasco una nuova Costituzione Federale, con dentro una “entità” curda per i cazzi suoi. Proposta ovviamente respinta al mittente con un buon grado di mimetizzata indignazione. Aleggia sulla Siria lo spettro della spartizione programmata dai suoi nemici storici. E la Russia che fa, asseconda?
Captatio benevolentiae nei confronti di chi? Di Trump che promette dialogo ed equilibrio, forse ferma Kiev, ma minaccia morte e distruzione a Tehran? Dei curdi da sottrarre al mercenariato Usa? Di Erdogan che ha appena siglato l’accordo per il Turkish Stream con tubo sottomarino che si divarica poi per portare gas nella Tracia turca e inoltrarlo agli europei? Aspettiamoci una chiarificazione rassicurante. Siamo fiduciosi.
Un saluto alla volpe.

lunedì 6 febbraio 2017

Gramsci o Laclau? I dilemmi di Podemos


di Carlo Formenti da Micromega

Fra qualche giorno all’arena coperta di Vistalegre (Madrid), Podemos celebrerà la sua seconda assemblea generale, un evento che potrebbe segnare una svolta importante nella vita di questa formazione politica che rappresenta a tutt’oggi l’unica sinistra del Vecchio Continente in grado di competere alla pari con l’establishment neoliberale. Nel mio ultimo libro (“La variante populista”, DeriveApprodi) ho indicato in Podemos il più importante esempio europeo (accostandolo alle rivoluzioni bolivariane in America Latina e al movimento nato attorno alla candidatura di Sanders negli Stati Uniti) del tentativo di cavalcare a sinistra l’onda populista che in tutto il mondo si sta sollevando come reazione alle devastazioni sociali, civili ed economiche provocate da decenni di regime neoliberista.

Prima di analizzare le opzioni strategiche che si confronteranno a Vistalegre – proverò a farlo mettendo a confronto i documenti programmatici presentati, rispettivamente, dal segretario generale Paolo Iglesias e dal suo competitore Inigo Errejón – è utile premettere alcune sintetiche considerazioni sul mutamento di scenario mondiale in corso (segnato, fra gli altri eventi, dalla Brexit, dall’elezione di Trump e dalla sconfitta di Renzi nel referendum dello scorso dicembre) e sulle sfide che esso impone a tutti i movimenti antiliberisti del mondo.

Il presupposto da cui intendo partire è che stiamo vivendo la fase inziale di un rapido e caotico processo di de-globalizzazione. Non ho qui lo spazio di argomentare adeguatamente tale tesi per cui mi limito a enunciarla in modo apodittico rinviando all’articolo del vicepresidente boliviano Linera, che ho già avuto modo di commentare su queste pagine. In quel pezzo Linera scriveva, fra le altre cose, che Trump “non è il boia dell’ideologia trionfalista della libera impresa, bensì il medico legale al quale tocca ufficializzare una morte clandestina”. Clandestina, aggiungo io, per l’ottusa ostinazione con cui le sinistre si ostinano a non prenderne atto. E aggiungeva che l’era in cui stiamo entrando è ricca di incertezze, e proprio per questo potenzialmente fertile, se sapremo navigare nel caos generato dalla morte delle narrazioni passate.

Sulla stessa lunghezza d’onda vale la pena di segnalare un lungo, notevole articolo firmato Piotr e apparso sul sito megachip che sostiene, fra le altre cose: 1) che Trump non rappresenta solo un elettorato fatto di perdenti della globalizzazione (disoccupati, lavoratori bianchi poveri, ecc.) ma anche un composito mosaico di frammenti delle élite dominanti spaventati dall’inerzia di una politica neocons trasversale (Hillary Clinton su tutti) disposta a rischiare una guerra mondiale, pur di difendere l’egemonia americana fondata sul binomio finanziarizzazione/globalizzazione; 2) che questa base incoerente e composita lo costringerà a condurre una politica altrettanto incoerente e contraddittoria (per esempio facendo marcia indietro sulla globalizzazione senza smettere di difendere gli interessi della finanza globale); 3) che per opporsi al suo pseudo new deal autoritario le lobby liberal-imperiali lotteranno (è cronaca di questi giorni) con il coltello fra i denti, mobilitando un’ideologia identitaria “arroccata dietro il dogma e l’inquisizione della correttezza politica, cioè una forma ideologica elitaria che preferisce tutto ciò che è minoranza, perché le minoranze non pongono sfide esiziali mentre se sfruttate bene possono minare quelle poste dalla maggioranza. Minoranze che quindi devono essere tenute sotto tutela da lobby che si erigono a loro rappresentanti. Lobby di minoranza incorporate in un establishment dedito a politiche elitarie”; 4) che una sinistra che voglia lottare sia contro il globalismo alla Clinton che contro il trumpismo dovrà surfare, con spirito pragmatico ma senza rinunciare i principi, l’onda populista. Il che ci riporta ai dilemmi di Podemos.

Iniziamo col dire che Podemos è oggi oggetto di una violenta aggressione da parte di tutti i media spagnoli, simile a quelle che in tutti gli altri paesi occidentali vengono condotte contro la minaccia “populista”. Le virgolette s’impongono perché il termine viene usato in modo totalmente indifferenziato: populisti sono Evo Morales e Marine Le Pen, Rafael Correa e Grillo, Trump e Podemos. Un appiattimento che non è frutto di incapacità di analisi politica; al contrario: riflette la secca polarizzazione formulata qualche settimana fa dal direttore del Wall Street Journal, il quale ha dichiarato che, d’ora in avanti, lo scontro non sarà fra destra e sinistra ma fra globalisti e antiglobalisti. Altrettanto univoca la ricetta per fronteggiarli: costruire grandi coalizioni fra liberali e socialdemocratici per sbarrare loro il passo (coalizioni cui tendono ad accodarsi in posizione subordinata quei partiti di sinistra “radicale” che si lasciano convincere dalle élite liberali della necessità di far fronte contro il pericolo “fascista”). In Spagna, come spiega un articolo del deputato di Podemos Manolo Monereo, questa campagna si è fatta isterica da quando Podemos ha scelto di stringere un’alleanza elettorale con Izquierda Unida piuttosto che con il PSOE. Perciò, visto che la prima opzione è stata sostenuta da Pablo Iglesias e la seconda da Inigo Errejón, e visto che le due tesi si confronteranno nuovamente nell’assemblea di Vistalegre, i media stanno entrando a gamba tesa nel dibattito precongressuale nella speranza di riuscire a spaccare il partito o, in via subordinata, a rafforzare al suo interno la corrente che fa capo a Errejón. Ma veniamo ai documenti.

Il documento di Iglesias muove da considerazioni analoghe a quelle esposte poco sopra in merito alla fase storica mondiale: la globalizzazione sta entrando in crisi a mano a mano che sorgono nuove resistenze e avversari politici: non solo i movimenti sociali, ma anche quei governi guidati da forze politiche sovraniste/progressiste che, soprattutto in America Latina, tentano di restituire un ruolo strategico allo stato in materia di politica economica e perseguono programmi di riforme radicali, mentre è in corso un riequilibrio dei rapporti di forza geopolitici dovuto all’emergenza di superpotenze vecchie e nuove, come la Russia e la Cina. La crisi europea è parte integrante di tale contesto: gli effetti devastanti del progetto ordoliberista (elevamento del trattato di Maastricht a rango costituzionale sotto egemonia tedesca, perdita della sovranità monetaria e conseguente esautoramento dei governi nazionali privati di potere decisionale su temi strategici; attacco a salari e stato sociale; tagli generalizzati alla spesa pubblica; sistema dei media “blindato” a sostegno del pensiero unico liberista ecc.) generano una resistenza crescente dei popoli europei. In Spagna il consenso, a lungo fondato su settori sociali che aspiravano a venire integrati nella classe media e alternativamente gestito da democristiani e socialisti, si è dissolto dopo l’esplosione della crisi globale e a fronte della “cura” che la Ue ha imposto alla Spagna e che ha prodotto deindustrializzazione e disoccupazione. Così sono nati movimenti di massa che rivendicavano democrazia e sovranità popolari, provocando una vera e propria crisi di regime. In questa situazione i media mainstream si sono fatti garanti della continuità delle scelte politiche liberal liberiste, favorendo la nascita di una grande coalizione liberal socialdemocratica sul modello tedesco.

Il documento passa poi a ricostruire la breve storia di Podemos: nato nel 2013/14 su iniziativa di un gruppo di militanti di varia provenienza (movimenti studenteschi, sinistra anticapitalista, ex comunisti, movimenti di base, ecc.) ispirati dall’esempio del “giro all’izquierda” che ha visto molti Paesi latinoamericani costruire esperimenti populisti di sinistra, il partito ha lanciato un programma politico che chiedeva l’avvio di un processo costituente fondato su riforme radicali: riconquista della sovranità popolare con la possibilità di realizzare una politica economica ridistributiva e di recuperare i diritti sociali; riforma in senso proporzionale del sistema elettorale, riforma della giustizia per accrescerne l’autonomia dal sistema politico; lotta contro il TTIP, lotta per la parità di genere e per il riconoscimento del carattere plurinazionale dello stato spagnolo, ecc. Programma che ha riscosso largo consenso nei settori popolari e nelle classi medie impoverite, consentendo di ottenere importanti successi elettorali.

Dopodiché Iglesias richiama (e rivendica) la svolta che ha visto il partito scegliere l’alleanza elettorale con la sinistra radicale di Izquierda Unida e la contrapposizione frontale al blocco di potere liberal -socialdemocratico. Ricorda che tale svolta è maturata dopo un serrato dibattito interno, in cui la base ha respinto l’opzione (difesa da Errejón) di un accordo con il PSOE, scegliendo invece la strada di un’alternativa radicale al sistema di potere. Questa linea, che Iglesias si appresta a difendere nella prossima assemblea generale, si fonda sull’ipotesi che la crisi politica ed economica non stia avviandosi alla normalizzazione ma sia al contrario destinata ad acuirsi ulteriormente. Il compito di Podemos, quindi, non è quello di proporre un piano alternativo di governo, bensì quello di costruire un nuovo progetto di paese, tenendo saldamente insieme un blocco sociale formato da settori popolari e classi medie.

Per attuare questo progetto occorre una riforma dell’organizzazione del partito che, nella convulsa fase di crescita, si era concentrato sulla costruzione di una macchina elettorale favorendo la concentrazione del potere decisionale nelle mani del vertice. Ora si tratta di superare questo assetto verticistico sia rafforzando le strutture di base che affondano le radici nei territori, sia promuovendo e accompagnando la nascita di vere e proprie istituzioni di democrazia popolare, una rete di contropoteri che faccia sì che le vittorie siano percepite come vittorie di un blocco sociale più che come vittorie di Podemos. Infine, se si vuole costruire un modello alternativo di Paese, il programma di questo partito di tipo nuovo - che deve rappresentare un progetto condiviso da identità politiche, sociali e territoriali diverse - deve compiere un salto di qualità che il documento identifica con obiettivi ambiziosi: istituire un controllo democratico  (attraverso regolazione pubblica e/o nazionalizzazioni) sui settori produttivi strategici e in particolare sui settori finanziario, dell’energia, delle comunicazioni; reindustrializzare il Paese contro la sua riduzione a Paese prevalentemente turistico imposta dalla Ue; impegnarsi a realizzare la sovranità alimentare; offrire sostegno alla piccola e media impresa, al cooperativismo e all’economia sociale.

Il documento di Errejón dedica meno spazio all’analisi della fase storica, in quanto si concentra soprattutto sui rapporti di forza fra i partiti, sulle alleanze e sulle prospettive elettorali, dando relativamente poco peso ai fattori socioeconomici. In particolare, vengono affrontati i seguenti temi: 1) analisi degli errori di Podemos che, secondo Errejón, ne avrebbero frenato l’ascesa elettorale; 2) concentrazione sulla necessità di trasformare Podemos in forza di governo; 3) rilancio, a tale scopo, dell’ipotesi di alleanza con il PSOE (e critica dell’alleanza con IU) ; 4) necessità di riformare il partito, ridimensionando il potere del vertice e “femminilizzandolo”; 5) spostamento dall’obiettivo di costruire di un blocco sociale a quello di “costruire un popolo” (vedi, in proposito, il libro-dialogo fra Inigo Errejón e Chantal Mouffe, “Construir pueblo”), da cui consegue la riformulazione del conflitto sociale quasi esclusivamente nei termini della opposizione alto/basso, popolo/élite; 6) forte attenzione per le aspettative di sicurezza e ordine delle classi medie. Ma vediamone più in dettaglio lo sviluppo.

Per Errejón, Podemos incarna un ciclo di mobilitazione che ha dicotomizzato la società spagnola fra la “gente comune” e una casta privilegiata (si tratta della formulazione “classica” del fenomeno populista secondo le teorie di Ernesto Laclau). Perciò la sua vocazione è quella di costruire una forza politica di tipo nuovo (al di là dei dogmi della sinistra tradizionale) che persegua un cambio di potere in favore delle maggioranze sociali (cambio di potere, non rottura sistemica!).

Per superare l’attuale struttura verticistica (obiettivo sul quale concorda anche Iglesias, come si è visto) Errejón propone una ricetta fondata sui principi “classici” della democrazia parlamentare borghese e dei suoi partiti: divisione dei poteri, distribuzione delle cariche in base a un criterio di “proporzionalità” fra le correnti interne (la cui esistenza viene data per scontata in quanto garanzia di democraticità). Infine “femminilizzazione” del partito in ossequio a quello che in Italia definiremmo il principio delle quote rosa (punto su cui tornerò più avanti perché mi sembra rilevante ai fini delle differenze di prospettiva politica fra i due approcci).

Sul tema delle alleanze Errejón è fortemente critico nei confronti dell’accordo elettorale con IU (al quale imputa la mancata crescita nell’ultima tornata elettorale), mentre rilancia l’ipotesi dell’alleanza con il PSOE, in barba alla tragica crisi di questo partito e al fatto che la base aveva bocciato (vedi documento Iglesias) tale idea. Da un lato, sostiene che se si fosse impostato il rapporto con il PSOE in modo “laico” (implicita allusione all’ostilità ideologica della base di sinistra nei confronti dei socialisti) si sarebbero ottenuti risultati più produttivi di quelli realizzati con la linea di contrapposizione frontale che si è imboccata. A parte il fatto che questa tesi dà per scontata la possibilità di costringere il PSOE ad aderire a un’alleanza di centrosinistra, è evidente che il risultato cui qui si allude consiste nella possibilità che Podemos riesca finalmente a convertirsi in forza di governo. Ma a quale prezzo politico? Il documento, non a caso, sorvola sulle politiche condotte dal PSOE negli anni precedenti, vale a dire sulla sua piena conversione al credo neoliberale. Forse per non ammettere che un accordo con il PSOE implicherebbe, molto più probabilmente, un spostamento verso il centro di Podemos piuttosto che uno spostamento a sinistra dei socialisti.

Del resto Errejón ribadisce la propria convinzione che, alla forza delle élite, non si può contrapporre la sinistra ma “la maggioranza eterogenea di chi sta in basso”. Su quale sia la natura della maggioranza eterogenea che ha in testa Errejón, ci offre un indizio il suo ripetuto riferimento alla necessità di venire incontro alle esigenze di certezza, ordine e sicurezza della gente: il “popolo” in questione è fatto soprattutto da quelle classi medie che sperano di poter recuperare le posizioni di privilegio perse a causa della crisi, un popolo che non va spaventato contraendo imprudenti alleanze con le classi subalterne. In sintesi, potremmo dire che siamo di fronte a un progetto neo socialdemocratico, in ragione del quale Podemos si troverebbe impegnato a integrare, assorbire e  rivitalizzare un partito socialista delegittimato per avere consegnato il Paese al saccheggio del capitale finanziario globale.

Come si vede l’alternativa prospettata dai due documenti è radicale: da un lato abbiamo l’idea che la crisi è destinata ad aggravarsi e non richiede un semplice cambio di politica economica bensì un vero e proprio cambio di civiltà, dall’altro l’idea che esiste una possibilità di “normalizzazione” della crisi attraverso un cambio di governo e l’adozione di misure capaci di mitigare l’asprezza della civiltà liberista; da un lato abbiamo la concezione di un processo costituente gestito da nuove istituzioni di contropotere popolare e da un partito capace di guidare un blocco sociale fatto di classi subordinate e classi medie impoverite, dall’altro lato la convinzione che basti rivitalizzare le istituzioni della democrazia rappresentativa e rifondare la socialdemocrazia per restituire potere decisionale al popolo.

Potremmo anche dire che si confrontano due concezioni diverse del concetto di egemonia: la prima ispirata all’idea di blocco sociale di Gramsci, la seconda all’idea di popolo di Laclau - due concezioni che rinviano a due modelli diversi di “socialismo del XXI secolo” (non va mai dimenticato che tanto Iglesias quanto Errejón devono la propria formazione politica all’esperienza latinoamericana): da un lato il modello della rivoluzione boliviana di Morales e Linera, dall’altro il modello della Revolucion Ciudadana di Rafael Correa (quello, per intenderci, che piace a Grillo: se vincesse Errejón, Podemos somiglierebbe all’M5S assai più di quanto gli somigli adesso).

Infine è significativa la differenza di atteggiamento dei due documenti sul tema della parità di genere: entrambi attribuiscono un’importanza fondamentale all’obiettivo, ma nel documento di Errejón esso è al centro di riferimenti ripetuti quasi ossessivamente, nei quali si evoca a più riprese il concetto di ”femminilizzazione” (del partito, delle istituzioni, del programma, ecc.). Il dubbio è che tanta insistenza sia spiegabile, più che come omaggio all’ideologia femminista, come convergenza con la campagna globale che il fronte liberal sta conducendo contro la minaccia populista, campagna in cui l’ideologia politically correct, i diritti civili e individuali e l’esaltazione di tutte le differenze – vedi sopra – vengono mobilitati per impedire che la lotta per i diritti sociali torni a occupare il centro della scena.

Per concludere: è auspicabile che l’eterogeneità dei due blocchi sociali e delle due culture politiche che oggi convivono in Podemos non provochi una rottura che sarebbe disastrosa per il movimento antiliberista spagnolo ma, almeno dal punto di vista di chi scrive, è non meno auspicabile che l’unità venga mantenuta sotto l’egemonia della linea di Iglesias, alla quale credo si possa rimproverare quasi solo l’evidente incoerenza sul problema dell’Europa: l’esperienza greca ha dimostrato che l’obiettivo di riconquistare la sovranità popolare in materia di democrazia, welfare e politica economica non è compatibile con la permanenza nella Ue – incompatibilità della quale, finora, nemmeno Iglesias ha avuto il coraggio di prendere atto.
 

domenica 5 febbraio 2017

Siria – Il Fermento Rivoluzionario che Non Fu

di Stephen Gowans (da what's left, 22 ottobre 2016)
traduzione per doppiocieco di Domenico D'Amico



A quanto pare, la sinistra statunitense si deve ancora rendere conto che Washington non sta cercando di rovesciare i neoliberisti. Se il presidente Bashar al-Assad fosse un seguace del Washington Consensus – come sembra credere Eric Draitser di Counterpunch – il governo degli Stati Uniti non avrebbe brigato per la sua rimozione fin dal 2003. E neanche avrebbe accudito la guerriglia islamica contro il suo governo, al contrario, l'avrebbe protetto.

In alcuni ambienti circola l'idea condivisa che (come pone la questione Eric Draitser in un recente articolo su Counterpunch) l'insurrezione in Siria “è iniziata come risposta alle politiche neoliberiste e alla brutalità del governo siriano,” e che “il nucleo rivoluzionario della ribellione siriana è stato marginalizzato da un coacervo di jihadisti pagati da Arabia Saudita e Qatar,” Questa teoria, per quanto ne so, è basata solo su argomenti assertivi, non su fatti provati.
Una rassegna dei reportage delle settimane che precedono e seguono lo scoppio delle sommosse di Daraa a metà marzo 2011 – considerate in genere l'inizio della ribellione – non fornisce la minima indicazione che la Siria fosse in preda alla stretta di un tumulto rivoluzionario, anti-neoliberista o altro che fosse. Al contrario, i giornalisti inviati da Time e dal New York Times riferivano del largo sostegno goduto dal governo, dei suoi critici che ammettevano la popolarità di Assad, e del fatto che i siriani dedicavano scarsa attenzione a quelle proteste. Nel contempo descrivevano le agitazioni come una sequela di sommosse riguardanti né migliaia né decine di migliaia, ma centinaia di persone, guidate per lo più da una visione di tipo islamista, e che esibivano un atteggiamento violento.
Time riferiva che due formazioni jihadiste che in seguito avrebbero avuto un ruolo di primo piano nella ribellione, Jabhat al-Nusra e Ahrar al-Sham, operavano già sul campo nei giorni delle sommosse, e che solo tre mesi prima alcuni leader dei Fratelli Musulmani avevano espresso “la loro speranza in una rivolta pacifica in Siria.” I Fratelli Musulmani, che da decine di anni hanno dichiarato una lotta senza quartiere contro il partito Ba'ath che governa la Siria, violentemente contrari al suo secolarismo, sono invischiati sin dagli anni 60 in uno scontro all'ultimo sangue con i nazionalismi arabi laici, e hanno praticato la guerriglia urbana contro i seguaci del Ba'ath sin dalla fine degli anni 40 (in una di queste battaglie, Hafez al-Assad, padre dell'attuale presidente, al governo dal 1997 al 2000, fu accoltellato da un Fratello Musulmano). I leader dei Fratelli, a cominciare dal 2007, ebbero incontri frequenti col Dipartimento di Stato e il National Security Council statunitensi, così come con la Middle East Partnership Initiative (finanziata dal governo statunitense), che aveva ereditato il ruolo di finanziatrice alla luce del sole di organizzazioni golpiste estere, cosa che in precedenza faceva clandestinamente la CIA.
Washington ha tramato per eliminare l'influenza arabo-nazionalista dalla Siria sin dalla metà degli anni 50, quando Kermit Roosevelt, organizzatore del rovesciamento del primo ministro iraniano Mohammad Mossadeq (che aveva nazionalizzato le risorse petrolifere del suo paese), cospirava insieme all'intelligence britannica per istigare i Fratelli Musulmani a rovesciare il triumvirato siriano di nazionalisti e comunisti, che Washington e Londra vedevano come una minaccia per gli interessi economici occidentali in Medio Oriente.
Negli anni 80 Washington riforniva di armi i mujahedeen della Fratellanza, perché praticassero una strategia di guerriglia urbana contro Hafez al-Assad, che i duri e puri di Washington definivano “arabo comunista.” Suo figlio, Bashar, ha proseguito nella politica arabo-nazionalista di unità (della nazione Araba), indipendenza, e socialismo (arabo). Queste sono state le linee guida dello stato siriano – come pure per altri stati arabo-nazionalisti come la Libia sotto Gheddafi e l'Iraq sotto Saddam. Tutti e tre gli stati sono entrati nel mirino di Washington per la medesima ragione: i loro obbiettivi arabo-nazionalisti erano in grave conflitto con la politica imperialista di egemonia globale degli Stati Uniti.
Il rifiuto da parte di Bashar al-Assad di ripudiare l'ideologia arabo-nazionalista lasciavano sgomenta Washington, che ne denunciava il socialismo, terzo elemento della santa trinità valoriale dei ba'athisti. I piani per rovesciare Assad – legati in parte al suo mancato accoglimento del neoliberismo di Washington – erano già in preparazione negli Stati Uniti sin dal 2003, se non ancora prima. Che Assad fosse un paladino del neoliberismo, come sostengono Draitser e altri, dev'essere una notizia sfuggita all'attenzione di Washington e Wall Street, che stigmatizzavano la Siria “socialista” e la sua politica economica decisamente anti-neoliberista.

Una faida sanguinaria che s'infiamma con l'assistenza degli Stati Uniti
Alla fine del gennaio 2011, venne creata una pagina Facebook intitolata The Syrian Revolution 2011. Annunciava che il 4 e 5 febbraio si sarebbe tenuta una pubblica protesta [Day of Rage, “giornata della collera”]. [1] Come riferisce Time, la protesta “fece cilecca”. La Giornata della Collera si risolse in una una Giornata dell'Indifferenza. In aggiunta, il collegamento con la Siria risultò esile. La maggior parte degli slogan gridati dai pochi contestatori intervenuti riguardavano la Libia, ed esigevano che Muhammar Gheddafi – il cui governo era assediato da insorti islamisti – venisse deposto. Vennero pianificate nuove proteste per il 4 e il 5 di marzo, ma anch'esse ottennero un magro sostegno. [2]
Rania Abouzeid, corrispondente di Time, attribuì il fallimento da parte degli organizzatori nell'ottenere una partecipazione significativa al fatto che la maggior parte dei siriani non era contraria al proprio governo. Assad godeva di una buona reputazione, specialmente per i due terzi della popolazione sotto i trent'anni di età, e le sue politiche erano ampiamente approvate. “Perfino i suoi critici ammettono che Assad è popolare, e considerato gradito dal massiccio strato giovanile del paese, per motivi ideologici, emotivi, e ovviamente cronologici,” riferiva Abouzeid, aggiungendo che a differenza degli “estromessi leader pro-USA di Tunisia ed Egitto, la politica estera aggressiva contro Israele di Assad, il vibrante sostegno verso i palestinesi e le milizie di Hamas ed Hezbollah, sono in linea col sentimento popolare siriano.” Assad, in parole povere, possedeva una legittimazione politica [had legitimacy]. Il corrispondente di Time aggiungeva che il gesto di Assad, che “in febbraio si era recato da solo nella Moschea degli Omayyadi, per partecipare alle preghiere di commemorazione della nascita del Profeta Muhammad, e aveva passeggiato per il souk di Al-Hamidiyah con poche guardie del corpo” lo aveva “aiutato a farsi personalmente benvolere dal pubblico.” [3]
Questa descrizione del presidente siriano – un leader benvoluto dal pubblico, ideologicamente in sintonia col sentimento popolare dei siriani – contrasta violentemente con le tesi che sarebbero emerse subito dopo le violente proteste scoppiate nella città siriana di Daraa meno di due settimane dopo, tesi sposate poi dagli statunitensi di sinistra, incluso Draitser. Eppure, alla vigilia degli eventi di Daraa, ci si meravigliava della peculiare tranquillità della Siria. Nessuno “si aspetta insurrezioni di massa in Siria,” riferiva Abouzeid, “ogni tanto ci sono manifestazioni di dissenso, ma sono davvero pochi quelli che vogliono farne parte.” [4] Una giovane siriana riferiva a Time: “Ci sono molti aiuti per i giovani da parte del governo. Ci danno libri gratis, scuole gratis, università gratis.” (Non è proprio lo stato neoliberista che descrive Draitser.) La giovane continuava: “Perché ci dovrebbe essere una rivoluzione? Le probabilità saranno dell'uno per cento.” [5] Il New York Times condivideva questo punto di vista. La Siria, riferiva il giornale, “è sembrata immune all'ondata di rivolta che attraversava il mondo arabo.” [6] In Siria il fermento non attecchiva.
Ma il 17 marzo, a Daraa, ci fu una sommossa violenta. I resoconti su chi l'abbia innescata sono contraddittori. Time riferiva che “la ribellione a Daraa è stata provocata dall'arresto di un gruppo di giovani che avevano imbrattato un muro con graffiti antiregime.” [7] Robert Fisk dell'Indipendent offriva una versione lievemente diversa. Riferiva che “funzionari dell'inteligence governativa hanno picchiato e ucciso un gran numero di ragazzi che avevano scarabocchiato graffiti antigovernativi sui muri della città.” [8] Un altro resoconto sostiene che il fattore scatenante della rivolta a Daraa fosse stato l'estremo e sproporzionato uso della forza da parte delle forze dell'ordine siriane in risposta alle dimostrazioni contro l'arresto di quei giovani. C'erano “dei giovani che facevano graffiti su un muro, e li hanno arrestati, e i genitori li rivolevano indietro, e le forze di sicurezza hanno reagito con molta, molta brutalità.” [9] Il resoconto del governo siriano nega che tutto questo sia accaduto. Cinque anni dopo i fatti, Assad ha detto in un'intervista che “non è mai accaduto. È solo propaganda. Intendo dire, ne abbiamo sentito parlare, ma questi ragazzini messi in galera non li abbiamo mai visti. Era solo un'invenzione [a fallacious narrative].” [10]
Ma se ci sono discordanze su ciò che scatenò la sommossa, non ce ne sono molte sul fatto che fu violenta. Il New York Times riferiva che “i dimostranti hanno incendiato le sedi del partito Ba'ath e altri edifici governativi (…) e si sono scontrati con la polizia. (…) Oltre alle sedi del partito i dimostranti hanno dato fuoco al principale tribunale della città e a una sede della compagnia telefonica SyriaTel.” [11] Time aggiungeva che i dimostranti avevano bruciato l'ufficio del governatore, così come la sede di un'altra compagnia telefonica. [12] L'agenzia governativa SANA postò sul suo sito foto di veicoli dati alle fiamme. [13] Chiaramente non si trattava di una dimostrazione pacifica, come la si sarebbe descritta in seguito. E non si trattava nemmeno di un'insurrezione di massa. Time riferiva che i dimostranti potevano contarsi a centinaia, non a migliaia o decine di migliaia. [14]
Assad reagì immediatamente ai tumulti di Daraa, annunciando “una serie di riforme, incluso un aumento di salario per gli impiegati pubblici, una maggior libertà per media e partiti politici, e una riconsiderazione dello stato d'emergenza,” [15] una restrizione dei diritti civili e politici in tempo di guerra messa in atto perché il paese era ufficialmente in guerra con Israele. Prima della fine di aprile il governo avrebbe abolito “lo stato d'emergenza in vigore da 48 anni” e “la Corte Suprema di Stato per la Sicurezza.” [16]
Perché il governo fece queste concessioni? Perché queste erano le richieste dei dimostranti di Daraa. I dimostranti “si sono radunati dentro e intorno alla moschea Omari di Daraa, scandendo le loro richieste: il rilascio di tutti i prigionieri politici (…) l'abolizione dello stato di emergenza in vigore da 48 anni; maggiori libertà civili; e la fine dell'endemica corruzione.” [17] Simili richieste erano coerenti con l'appello, diffuso ai primi di febbraio sulla pagina Facebook di The Syrian Revolution 2011, per “la fine dello stato d'emergenza in Siria e la fine della corruzione.” [18] Una richiesta per la liberazione dei prigionieri politico venne anche avanzata in una lettera pubblicata su Facebook da alcune personalità religiose. Le loro richieste includevano la revoca “dello stato d'emergenza, il rilascio di tutti i detenuti politici, la fine delle vessazioni da parte delle forze di sicurezza e la lotta alla corruzione.” [19] La liberazione dei detenuti politici sarebbe consistita nel rilascio di jihadisti o, per usare una terminologia in auge in Occidente, di “terroristi.” Il Dipartimento di Stato statunitense ha riconosciuto che in Siria la principale opposizione è quella dell'Islam politico [20]; i jihadisti costituivano il maggior gruppo di opposizione a rischio di arresto. La richiesta di quelle autorità religiose che Damasco liberasse tutti i prigionieri politici in effetti era uguale a un'ipotetica richiesta da parte dello Stato Islamico che Washington, Parigi e Londra rilasciassero tutti gli islamisti accusati di terrorismo rinchiusi nelle prigioni statunitensi, francesi e britanniche. Non si trattava di una richiesta di più posti di lavoro e maggior democrazia, ma la richiesta di far uscire di prigione attivisti che avevano come obbiettivo l'instaurazione in Siria di uno Stato Islamico. La revoca delle leggi d'emergenza, analogamente, sembrava aver poco a che fare con la promozione della democrazia, ma piuttosto con la possibilità per i jihadisti e i loro affiliati di avere più spazio per organizzare la loro opposizione allo stato laico.
Una settimana dopo lo scoppio delle violenze a Daraa, Rania Abouzeid riferiva su Time che “non sembrano esserci una domanda diffusa per la caduta del regime o per la rimozione di un presidente relativamente popolare.” [21] In effetti le richieste avanzate da dimostranti e figure religiose non includevano la deposizione di Assad. E i siriani si mobilitavano a suo favore. “Ci sono state nella capitale delle controdimostrazioni a favore del Presidente,” [22] che, da quanto riferito, superavano di parecchio in numero le centinaia di dimostranti che erano scesi in piazza a Daraa per incendiare edifici e automobili e scontrarsi con la polizia. [23]
Arrivati al 9 aprile – a meno di un mese dagli eventi di Daraa – Time riferiva che una serie di proteste stava divampando, e che l'Islam vi svolgeva un ruolo preminente. Agli occhi di chiunque avesse dimestichezza con la sequela pluridecennale di scioperi, dimostrazioni, sommosse e insurrezioni che i Fratelli Musulmani hanno organizzato contro quello che considerano il governo ba'ahtista “infedele”, sembrava una storia che si ripete. I dimostranti non avevano raggiunto una massa critica. Al contrario, il governo continuava a godere della “lealtà” di “una gran parte della popolazione,” riferiva Time. [24]
Gli islamisti hanno avuto un ruolo portante nella stesura della Dichiarazione di Damasco della metà degli anni 2000, un documento che chiedeva un cambio di regime. [25] Nel 2007 i Fratelli Musulmani, il prototipo dei movimenti politici islamisti sunniti, che avevano ispirato Al-Qaeda e le sue ramificazioni (Jabhat al-Nusra e lo Stato Islamico [Isis]), avviarono una collaborazione con un ex vicepresidente siriano, per fondare il Fronte di Salvezza Nazionale. Il Fronte ebbe ebbe frequenti incontri con il Dipartimento di Stato e con il Consiglio per la Sicurezza Nazionale statunitensi, così come con la Middle East Partnership Initiative (finanziata dal governo USA), [26] la quale faceva alla luce del sole quello che un tempo la CIA faceva in segreto, cioè fornire denaro e know-how a quinte colonne operanti in paesi i cui governi fossero sgraditi a Washington.
Giunti al 2009, appena due anni prima dell'esplosione di disordini per tutto il mondo arabo, i Fratelli Musulmani siriani stigmatizzarono il governo arabo-nazionalista di Bashar al-Assad come un elemento della società siriana estraneo e ostile, che doveva essere eliminato. Nella visione di questo gruppo la comunità alawita, cui apparteneva Assad e che i Fratelli ritenevano eretica, utilizzava l'arabo-nazionalismo laico come copertura per l'avanzamento di un progetto settario mirante alla distruzione della Siria dall'interno, per mezzo dell'oppressione dei “veri” musulmani (cioè i sunniti). Nel nome dell'Islam, era doveroso rovesciare questo regime eretico. [27]
Appena tre mesi prima dello scoppio delle violenze in Siria del 2011, lo studioso Liad Porat redasse un documento per il Crown Center for Middle East Studies della Brandeis University. “I leader del movimento,” concludeva lo studioso, “continuano a manifestare la speranza di un'insurrezione popolare [civil revolt] in Siria, nella quale 'il popolo siriano ottempererà al proprio dovere e libererà la Siria da un regime corrotto e tirannico.'” I Fratelli Musulmani ribadivano di essere impegnati in una lotta all'ultimo sangue contro il governo arabo-nazionalista laico di Bashar al-Assad. Un compromesso [accommodation] politico con il governo era impossibile, perché i suoi dirigenti non facevano parte dei musulmani sunniti siriani. L'appartenenza alla nazione siriana era ristretta ai soli veri musulmani, affermavano i Fratelli, quindi escludeva gli eretici alawiti, che abbracciavano idee estranee e anti-islamiche come il secolarismo arabo-nazionalista. [28]
Che i Fratelli Musulmani avessero avuto un ruolo chiave nelle rivolte scoppiate tre mesi dopo, venne confermato nel 2012 dalla Defence Intelligence Agency statunitense. In un rapporto trapelato dall'agenzia si affermava che la ribellione era di natura settaria ed era guidata dai Fratelli Musulmani e Al Qaeda in Iraq, apripista dello Stato Islamico. Il rapporto proseguiva dicendo che i ribelli erano sostenuti dall'Occidente, dalle monarchie del Golfo e dalla Turchia. L'analisi prevedeva correttamente l'instaurazione di un “principato salafita,” uno stato islamico, nella parte orientale della Siria, osservando che questo era l'obbiettivo dei sostenitori stranieri dell'insurrezione, vedere gli arabo-nazionalisti laici isolati e tagliati fuori dai legami con l'Iran. [29]
Documenti redatti dai ricercatori del Congresso statunitense rivelarono nel 2005 che il governo era impegnato in un cambio di regime in Siria ben prima dei tumulti della Primavera Araba del 2011, in contrasto con l'idea che il sostegno degli Stati Uniti ai ribelli siriani fosse basato sull'adesione a una “rivolta democratica”, mentre si trattava invece della prosecuzione di una politica di lunga data, mirante al rovesciamento del governo di Damasco. A tutti gli effetti i ricercatori riconoscevano che le ragioni del governo statunitense per rovesciare il governo arabo-nazionalista laico di Damasco non avevano nulla a che fare con la promozione della democrazia in Medio Oriente. In realtà essi osservavano che le preferenze di Washington andavano alle dittature laiche (Egitto) e alle monarchie (Giordania e Arabia Saudita). Ciò che spingeva verso il cambio di regime, secondo i ricercatori, era il desiderio di eliminare un ostacolo che impediva la realizzazione degli obbiettivi statunitensi per il Medio Oriente, cioè il rafforzamento di Israele, il consolidamento del dominio statunitense in Iraq, e la promozione di economie di libero mercato ed economia d'impresa. La democrazia non era mai stata in agenda. [30] Se Assad avesse praticato una politica neoliberista in Siria, come afferma Draitser, rimane difficile da comprendere perché Washington avrebbe citato il rifiuto siriano di abbracciare la politica USA di libero mercato e libera impresa come motivazione per un cambio di governo.
Per sottolineare la questione dello scarso sostegno popolare alle proteste, il 22 aprile, più di un mese dopo la rivolta di Daraa, Anthony Shadid del New York Times riferiva che “le proteste, finora, non sono sembrate paragonabili alle agitazioni rivoluzionarie di Egitto e Tunisia.” In altre parole, più di un mese dopo che centinaia – e non migliaia o decine di migliaia – di contestatori avevano manifestato a Daraa, in Siria non c'era segno di una sollevazione popolare in stile Primavera Araba. La sommossa restava limitata prevalentemente agli islamisti. All'opposto, a Damasco c'erano state massicce dimostrazioni non contro ma a favore del governo, Assad conservava la sua popolarità e, secondo Shadid, il governo riscuoteva la lealtà dei “cristiani e delle sette islamiche eterodosse.” [31]
Shadid non era il solo giornalista occidentale a riferire che gli alawiti, gli ismailiti, i drusi e i cristiani erano decisi sostenitori del governo. Raina Abouzeid di Time osservava che i ba'athisti “potevano contare sull'appoggio delle minoranze più importanti.” [32]
Il fatto che il governo siriano godesse della lealtà dei cristiani e delle sette islamiche eterodosse, come riferiva Shadid sul New York Times, suggeriva che le minoranze religiose siriane avessero intravisto in quelle sommosse qualcosa che la stampa occidentale aveva sottostimato (e di cui i socialisti rivoluzionari statunitensi non si erano accorti), e cioè che esse erano l'espressione di un progetto islamista sunnita di natura settaria che, se portato a termine, avrebbe avuto conseguenze spiacevoli per chiunque non venisse considerato un “vero” musulmano. È questo il motivo per cui alawiti, ismailiti, drusi e cristiani si erano schierati coi ba'ahtisti, che cercavano di ridurre le divisioni settarie nel contesto del loro impegno programmatico di perseguire l'unità araba. Lo slogan “Gli alawiti nella fossa, i cristiani a Beirut!” gridati nelle manifestazioni di quei primi giorni [33] erano la semplice conferma che la sommossa era il proseguimento della lotta all'ultimo sangue condotta dall'Islam politico sunnita contro il governo arabo-nazionalista, e che non si trattava di una sollevazione popolare per la democrazia, o contro il neoliberismo. Se questo fosse stato il caso, come spiegare il fatto che una simile sete di democrazia, una simile opposizione al neoliberismo si manifestassero solo nella comunità sunnita, rimanendo assenti tra gli appartenenti alle minoranze religiose? La mancanza di democrazia e la tirannia neoliberista, se ci fossero state e avessero agito da fattore scatenante per un'ondata rivoluzionaria, di certo sarebbero state trasversali alle appartenenze religiose. La mancata partecipazione di alawiti, ismailiti, drusi e cristiani alle sommosse, che avevano una connotazione sunnita e islamista, è grave indizio che l'insurrezione, sin dall'inizio, costituiva la recrudescenza della lotta di lunga data dei jihadisti sunniti contro il secolarismo ba'ahtista.
Il governo siriano ha affermato sin dal primo momento di essere in lotta contro militanti islamisti.” [34] La lunga storia di ribellioni islamiste contro il Ba'ath precedenti il 2011 suggeriva che le cose stessero proprio così, e il modo in cui in seguito progredì la ribellione, nella forma di una guerra contro lo stato laico capeggiata dagli islamisti, rinforzò ulteriormente questa prospettiva. Altri elementi, sia positivi sia negativi, corroborarono l'affermazione di Assad, che lo stato siriano fosse sotto attacco da parte dei jihadisti (com'era già accaduto molte altre volte in passato). La prova in negativo, cioè che la sollevazione non fosse una rivolta popolare contro un governo impopolare, caratterizzava i reportage dei media occidentali, che mostravano come il governo arabo-nazionalista siriano fosse popolare e riscuotesse la lealtà della popolazione.
All'opposto, le dimostrazioni e le sommosse antigovernative erano di proporzioni ridotte, e avevano radunato molta meno gente di quella che aveva partecipato alle dimostrazioni di Damasco a favore del governo, e in ogni caso non erano state paragonabili alle sollevazioni popolari di Egitto e Tunisia. In aggiunta, le richieste dei dimostranti erano focalizzate sulla liberazione dei prigionieri politici (per lo più jihadisti) e sulla revoca delle restrizioni da tempo di guerra all'espressione di dissenso politico, e non contemplavano il rovesciamento di Assad o un mutamento della politica economica. A provarlo, i resoconti dei media occidentali che mostravano come l'Islam svolgesse nelle rivolte un ruolo preminente. Inoltre, sebbene fosse convinzione comune che gli islamisti armati fossero intervenuti nella lotta solo dopo le rivolte iniziali della primavera del 2011 – e avessero in tal modo “dirottato” una “insurrezione popolare” - in realtà due dei gruppi di jihadisti che avrebbero avuto, dopo il 2011, un ruolo preminente nella rivolta armata contro il secolarismo arabo-nazionalista, cioè Ahrar al-Sham e Jabhat al-Nusra, erano in piena attività già all'inizio del 2011. Ahrar al-Sham “ha iniziato a lavorare alla formazione di formazioni armate (…) molto prima della metà di marzo del 2011, quando” si verificarono le rivolte di Daraa, secondo Time. [35] Jahbat al-Nusra, gli affiliati siriani di al-Qaeda, “era un gruppo sconosciuto fino al tardo gennaio del 2012, quando annunciò la sua istituzione (…) [ma] era già attivo nei mesi precedenti.” [36]
Un altro indizio coerente con l'opinione che l'Islam militante abbia partecipato alla rivolta quasi da subito – o, come minimo, che le proteste abbiano avuto un carattere violento sin dall'inizio – è che “ci sono stati segni del coinvolgimento di gruppi armati sin dall'inizio.” Il giornalista e scrittore Robert Fisk ricordava di aver visto un video dei “primissimi giorni della 'rivolta' che mostrava uomini armati di pistole e kalashnikov in una delle dimostrazioni di Daraa,” E ricordava un altro evento (del maggio 2011) in cui “una troupe di AL Jazeera ha filmato degli uomini armati che facevano fuoco contro soldati siriani a solo qualche centinaio di metri di distanza dal confine nord con il Libano, ma il network ha rifiutato di mandare in onda il materiale.” [37] Perfino alcuni funzionari statunitensi, ostili verso il governo siriano, dai quali ci si aspetterebbe che contestassero il punto di vista di Damasco (di essere in lotta contro ribelli armati), “riconoscevano che le dimostrazioni non erano pacifiche e che alcuni dei dimostranti erano armati.” [38] A settembre le autorità siriane riferivano di aver subito la perdita di più di 500 tra funzionari di polizia e soldati, uccisi in azioni di guerriglia. [39] Arrivati a ottobre, il numero era più che raddoppiato. [40] In meno di dodici mesi la rivolta era passata dal dare fuoco agli edifici governativi o del partito Ba'aht e avere scontri con la polizia alla guerriglia, utilizzando metodi che sarebbero stati definiti “terroristici” se diretti contro obbiettivi occidentali.
In seguito, Assad avrebbe così recriminato:
Quello che dicevamo all'inizio della crisi, loro l'hanno detto più tardi. Dicevano che era pacifica, noi dicevamo che non lo era, che stavano uccidendo – questi dimostranti, quelli che chiamavano dimostranti pacifici – avevano ucciso dei poliziotti. Poi si trattò dei militanti. E loro dissero, d'accordo, sono i militanti. Noi dicemmo sono militanti, sono terroristi. E loro, no, non sono terroristi. E quando ammettevano che sì, è terrorismo, noi dicemmo è Al Qaeda, e loro no, non è Al Qaeda. Insomma, quello che noi diciamo prima, loro lo dicono dopo.” [41]
La “rivolta siriana,” scriveva lo specialista di Medio Oriente Patrick Seale, “dovrebbe essere vista semplicemente come l'ultimo, e fin qui il più violento, episodio della lunga guerra tra gli islamisti e i ba'athisti, che dura sin dalla fondazione del laico partito Ba'ath negli anni 40. La lotta tra di essi ormai è poco meno di una faida all'ultimo sangue.” [42] “È impressionante,” continuava Seale, citando Aron Lund, l'autore del documento per lo Swedish Institute of International Affairs sul jihadismo siriano, “che i componenti delle diverse formazioni armate ribelli siano praticamente tutti arabi sunniti; che gli scontri siano per lo più limitati solo alle zone arabo-sunnite, mentre quelle abitate da alawiti, drusi o cristiani siano rimaste inattive o abbiano appoggiato il regime; che le defezioni dal regime riguardino per il cento per cento sunniti; che denaro, armi e volontari fluiscano da stati islamici o da individui e organizzazioni pro-islamiche; e che tra gli insorti la religione sia il denominatore comune più importante.” [43]

Brutalità come fattore scatenante?
È ragionevole credere che l'uso della forza da parte dello stato siriano abbia innescato la guerriglia scoppiata subito dopo?
È poco credibile che una reazione eccessiva da parte dell'apparato di sicurezza a fronte di una sfida all'autorità nella città di Daraa (se poi tale reazione eccessiva ci sia davvero stata) abbia potuto scatenare un conflitto su larga scala, che ha coinvolto diverse nazioni e mobilitato jihadisti di svariata provenienza. Per dare a questa ipotesi anche solo un minimo di credibilità, bisognerebbe ignorare tutta una serie di fatti ad essa contrari.
Per prima cosa, dovremmo sorvolare sul fatto che il governo di Assad fosse popolare e percepito come legittimo. Si potrebbe argomentare che la reazione esagerata, da parte di un governo impopolare, a una trascurabile sfida alla sua autorità, avrebbe potuto generare la scintilla necessaria a scatenare un'insurrezione di massa, ma nonostante l'insistenza del presidente statunitense Obama sulla mancanza di legittimità di Assad, non c'è alcuna prova che la Siria, nel marzo del 2011, fosse una polveriera colma di risentimento antigovernativo pronta a esplodere. Come scriveva Rania Abouzeid di Time all'inizio della rivolta di Daraa, “Perfino i suoi critici ammettono la popolarità di Assad” [44] e “nessuno si aspetta una sollevazione di massa in Siria, e anche se ogni tanto ci sono manifestazioni di dissenso, sono in pochi a volervi partecipare.” [45]
Seconda cosa, dovremmo ignorare il fatto che la rivolta di Daraa aveva visto coinvolte solo alcune centinaia di partecipanti, tutt'altro che una sollevazione di massa, e che nemmeno le proteste che seguirono riuscirono a raggiungere una massa critica, come riferiva Nicholas Blanford di Time. [46] In modo simile, Anthony Shadid del New York Times non trovò la minima prova che in Siria fosse in corso una sommossa popolare, perfino a un mese e più dai disordini di Daraa. [47] Quel che stava succedendo, contrariamente alla retorica propagandistica di Washington sulla Primavera Araba che irrompeva in Siria, era che i jihadisti erano impegnati in una campagna di guerriglia contro le forze di sicurezza siriane, e che, arrivati a ottobre, avevano tolto la vita a più di mille tra poliziotti e soldati.
Terza cosa, dovremmo chiudere entrambi gli occhi davanti al fatto che il governo statunitense, insieme al suo alleato britannico, nel 1956 aveva stilato piani per provocare in Siria una guerra [civile], arruolando i Fratelli Musulmani per istigare sommosse interne. [48] La rivolta di Daraa e i susseguenti scontri armati con polizia ed esercito ricordavano il piano preparato dallo specialista di cambi di regime Kermit Roosevelt. Questo non implica necessariamente che la CIA avesse rispolverato il progetto di Roosevelt, riadattandolo al 2011: è solo che un simile piano dimostrava la capacità, da parte di Washington e Londra, di progettare un'operazione di destabilizzazione che comportasse un'insurrezione guidata dai Fratelli Musulmani, al fine di portare a un cambio di regime in Siria.
Inoltre, dovremmo ignorare gli eventi del febbraio 1982, periodo in cui i Fratelli Musulmani presero il controllo di Hama, per grandezza la quarta città della Siria. Hama era l'epicentro del fondamentalismo sunnita siriano, e base principale delle operazioni dei combattenti jihadisti. Galvanizzati dalla falsa notizia del rovesciamento di Assad, i Fratelli Musulmani si scatenarono in una gioiosa orgia di sangue per tutta la città, attaccando le stazioni di polizia e assassinando i leader ba'athisti e le loro famiglie, insieme a funzionari governativi e soldati. In alcuni casi le vittime vennero decapitate [49], una pratica, questa, che sarebbe stata riportata in auge decenni più tardi dai combattenti dello Stato Islamico. I funzionari del partito Ba'aht di Hama vennero tutti assassinati. [50]
In Occidente gli eventi di Hama del 1982 vengono ricordati (quando succede) non per le atrocità commesse dagli islamisti, ma per la risposta dell'esercito siriano, il quale, come ci si aspetterebbe da qualsiasi esercito, utilizzò la forza per ristabilire il controllo statale sul territorio conquistato dagli insorti. Per strappare Hama ai Fratelli Musulmani vennero dispiegati migliaia di soldati. L'ex funzionario del Dipartimento di Stato statunitense William R. Polk descrisse le conseguenze dell'assalto dell'esercito siriano su Hama come simili a quelle dell'assalto degli Stati Uniti contro la città irachena di Falluja nel 2004, [51] (la differenza, ovviamente, sta nel fatto che l'esercito siriano stava operando legittimamente all'interno del proprio territorio sovrano, mentre l'esercito statunitense operava illegittimamente, come forza di occupazione, per reprimere la resistenza a detta occupazione). Quante furono le vittime nell'assalto su Hama, in ogni modo, resta argomento di discussione. Le cifre variano. “Un primo resoconto di Time affermava che i morti erano stati 1000. La maggior parte degli osservatori stimò il numero delle vittime in 5000. Israele e i Fratelli Musulmani” - nemici giurati dei laici arabo-nazionalisti, e quindi interessati a esagerare il numero delle vittime - “denunciarono un numero di morti superiore ai 20.000.” [52] Robert Dreyfus, che ha scritto sulla collaborazione dell'Occidente con l'Islam politico, sostiene che le fonti occidentali esagerarono deliberatamente sul numero dei morti, allo scopo di demonizzare i ba'athisti, descrivendoli come assassini scatenati, e che i ba'athisti assecondarono l'inganno, allo scopo di incutere timore nei Fratelli Musulmani. [53]
Mentre l'esercito siriano frugava tra le macerie di Hama dopo l'assalto, vennero rinvenute le prove che governi stranieri avevano rifornito gli insorti di Hama di denaro, armamenti e apparati di comunicazione. Ecco cosa scrive Polk:
Assad si accorse che in mezzo al suo popolo c'erano mestatori stranieri. Era questa, dopotutto, l'eredità politica e psicologica del dominio coloniale – un'eredità dolorosamente evidente in gran parte del mondo post-coloniale, che però in Occidente e quasi del tutto ignorata. E questa eredità non è un mito. È una realtà che, evento dopo evento, possiamo verificare con documenti ufficiali. Hafez al-Assad non aveva bisogno di qualche fuga di informazioni: i suoi servizi di intelligence e alcuni giornalisti internazionali avevano portato alla luce dozzine di tentativi di rovesciare il suo governo, da parte di ricchi e conservatori stati arabi, degli Stati Uniti e di Israele. Si trattava per lo più di 'dirty tricks' [sabotaggio politico], propaganda e versamenti in denaro, ma val la pena di sottolineare che nella rivolta di Hama del 1982 vennero catturate più di 15.000 mitra di provenienza estera, insieme a forze paramilitari addestrate dalla Giordania e dalla CIA (molto simili ai jihadisti frequentemente citati nei reportage sulla Siria del 2013). E quello che [Assad] vedeva all'opera in Siria veniva confermato da quello che apprendeva dai cambi di regime realizzati dall'Occidente in altri paesi. Egli era certamente a conoscenza del tentativo della CIA di assassinare il presidente egiziano Nasser e il rovesciamento anglo-americano del governo del primo ministro iraniano Mohammad Mossadegh.” [54]
Nel suo libro From Beirut to Jerusalem il commentatore del New York Times Thomas Friedman scriveva che “il massacro di Hama può essere inteso come 'la reazione naturale di un politico modernizzatore di uno stato nazione relativamente nuovo che cerca di neutralizzare gli elementi regressivi – in questo caso i fondamentalisti islamici – che minacciano tutto ciò che [il politico] ha realizzato nel costruire una Siria che fosse una repubblica laica del XX secolo. È anche per questo,” continuava Friedman, che “se qualcuno fosse stato in grado di condurre un obbiettivo sondaggio d'opinione dopo il massacro di Hama, il trattamento riservato da Assad ai ribelli avrebbe probabilmente riscosso una sostanziale approvazione, perfino tra i musulmani sunniti.” [55]
Lo scoppio degli attacchi dei jihadisti sunniti contro il governo siriano negli anni 80 contraddice l'opinione che il militante e sunnita Islam del Levante sia un risultato dell'invasione statunitense dell'Iraq nel 2003 e della successiva settaria politica pro-scita delle autorità di occupazione. Questa visione è storicamente miope, dato che ignora l'esistenza pluridecennale dell'Islam politico come elemento significativo della politica del Levante. Sin dal momento in cui la Siria ottenne formalmente l'indipendenza dalla Francia dopo la II Guerra Mondiale, e nel corso dei decenni seguenti del XX Secolo, e ancora nel secolo successivo, le principali forze in conflitto in Siria furono il nazionalismo arabo e l'Islam politico. Come ha scritto il giornalista Patrick Cockburn nel 2016, “l'opposizione armata siriana è dominata dall'Isis, da al-Nusra e Ahrar al-Sham.” La “sola alternativa al governo (laico arabo-nazionalista) è costituita dagli islamisti.” [56] Ed è così da lungo tempo.
Infine, dovremmo anche ignorare il fatto che gli strateghi statunitensi stavano pianificando fin dal 2003, o addirittura dal 2001, di allontanare dal potere Assad e la sua ideologia laica arabo-nazionalista, e dal 2005 stavano finanziando l'opposizione siriana, inclusi i gruppi collegati coi Fratelli Musulmani. Ne consegue che Washington ha spinto verso un rovesciamento del governo Assad con l'obbiettivo di de-ba'athizzare la Siria. Una guerriglia a guida islamista contro il governo siriano laico arabo-nazionalista si sarebbe dispiegata comunque, qualunque fosse, eccessiva o meno, la reazione del governo siriano ai fatti di Daraa. La partita era già iniziata, mancava solo il pretesto. Ed ecco Daraa. Perciò, l'idea che l'arresto di due ragazzi di Daraa che avevano disegnato graffiti antigovernativi potesse scatenare un conflitto su larga scala è credibile quanto il concetto che la I Guerra Mondiale sia stata scatenata da null'altro che l'assassinio dell'Arciduca Francesco Ferdinando.

La Siria Socialista
Possiamo definire il socialismo in molti modi, ma se lo associamo al controllo pubblico delle leve dell'economia, insieme a una pianificazione politica della stessa, allora la Siria, secondo le costituzioni del 1973 e del 2012, si caratterizza chiaramente come socialista. Tuttavia, la Repubblica Araba di Siria non fu mai uno stato socialista “dei lavoratori”, non del genere riconoscibile da un marxista. Era invece uno stato socialista arabo ispirato dall'obbiettivo dell'indipendenza politica della nazione araba e del superamento dell'eredità di sottosviluppo che l'affliggeva. I costituenti videro nel socialismo un mezzo per conseguire la liberazione nazionale e lo sviluppo economico. “La marcia verso l'instaurazione di un ordine socialista,” scrivevano i costituenti del 1973, è una “necessità fondamentale per la mobilizzazione delle potenzialità delle masse arabe nella loro lotta contro sionismo e imperialismo.” Il socialismo marxista si interessava alla lotta tra una classe proprietaria sfruttatrice e una classe lavoratrice sfruttata, mentre il socialismo arabo si occupava della lotta tra nazioni sfruttatrici e nazioni sfruttate. Anche se questi distinti generi di socialismo operavano a livelli differenti, simili distinzioni non avevano nessuna importanza per le banche occidentali, per le corporation e per i grandi investitori, tutti alla ricerca globale del profitto. Il socialismo andava contro gli interessi del capitale industriale e finanziario statunitense, sia che avesse come fine la cessazione dello sfruttamento della classe lavoratrice, sia che volesse eliminare l'oppressione imperialistica di un gruppo nazionale.
Il socialismo ba'athista irrita Washington da lungo tempo. Lo stato ba'athista ha esercitato una rimarchevole influenza sull'economia siriana, attraverso la proprietà di imprese, sostegno finanziario a imprese private locali, limitazioni agli investimenti stranieri e restrizioni alle importazioni. I ba'athisti ritenevano simili misure come strumenti indispensabili per uno stato post coloniale che cercasse di sottrarre la sua vita economica dalla stretta delle precedenti potenze coloniali, e realizzare una via allo sviluppo libera da interessi stranieri.
Gli obbiettivi di Washington, però, erano ovviamente l'opposto. Non voleva che la Siria promuovesse la propria industria e proteggesse con zelo la propria indipendenza, ma piuttosto che si piegasse agli interessi di banchieri e grandi investitori (quelli che contavano veramente negli Stati Uniti), aprendo il mercato del lavoro siriano allo sfruttamento e la terra e le risorse naturali all'appropriazione straniera. La nostra agenda, dichiarava l'amministrazione Obama nel 2015, “è focalizzata sull'abbassamento dei dazi sulle merci statunitensi, l'abbattimento delle barriere verso i nostri beni e servizi, e un'elevazione degli standard che assicuri un equo contesto per le imprese americane.” [57] Non era una strategia inedita, ma quella perseguita da decenni da parte della politica estera degli Stati Uniti. Damasco non si stava allineando ai voleri di un governo che insisteva nel potere e volere “essere alla guida dell'economia mondiale.” [58]
I puri e duri di Washington avevano considerato Hafez al-Assad un arabo comunista, [59] e i funzionari statunitensi hanno considerato suo figlio Bashar un ideologo incapace di rinunciare al terzo pilastro del programma del Partito Ba'ath Socialista Arabo [Partito del Risorgimento Arabo Socialista (Ba'ath = Risorgimento)]: il socialismo. Il Dipartimento di Stato statunitense lamentava che la Siria “non è riuscita a integrarsi in un economia globale interconnessa,” sarebbe a dire che aveva mancato di consegnare le imprese statali nelle mani degli investitori privati, che comprendevano i poteri finanziari di Wall Street. Il Dipartimento di Stato dichiarava anche la sua insoddisfazione di fronte alle “ragioni ideologiche” che avevano impedito ad Assad di liberalizzare l'economia siriana, al fatto che “la privatizzazione delle imprese di stato non era ancora molto praticata,” e che l'economia “rimane ancora largamente sotto controllo governativo.” [60] Era evidente che Assad non aveva appreso quella che Washington chiamava “la lezione della storia”, e cioè che “le economie di mercato, e non quelle sotto stretto controllo governativo, sono le migliori.” [61] Stilando una costituzione che imponeva che il governo conservasse un ruolo nella guida dell'economia, in nome degli interessi della Siria, e che detto governo non avrebbe fatto lavorare i siriani per il profitto di banche, corporation e investitori occidentali, Assad proclamava l'indipendenza della Siria dalla politica statunitense di “apertura dei mercati e l'assicurazione di un equo contesto per gli affari americani all'estero.” [62]
Come se non bastasse, Assad ribadiva la sua fedeltà ai valori socialisti a dispetto di quello che Washington aveva chiamato a sua volta “l'imperativo morale” della “libertà economica,” [63] inserendo nella costituzione: salvaguardie in caso di malattia, disabilità ed età avanzata; accesso alle cure mediche; e istruzione gratuita a ogni grado. Questi diritti sarebbero rimasti al di là della facile portata di legislatori e politici che avrebbero potuto sacrificarli sull'altare della creazione di un clima a bassa tassazione favorevole agli investimenti esteri. Ulteriore insulto all'ortodossia affaristica di Washington, la costituzione obbligava lo stato a un sistema fiscale progressivo.
Per finire, il leader ba'athsta incluse nella nuova costituzione una misura introdotta dal padre nel 1973, un passo avanti verso una vera, genuina democrazia – una misura che i decisori di Washington, pesantemente ammanicati col mondo delle banche e delle corporation, non potevano certo tollerare. La costituzione avrebbe prescritto che almeno una metà dell'Assemblea del Popolo provenisse dai ranghi di contadini e operai.
Come neoliberista, Assad sarebbe stato di certo uno dei più strambi seguaci dell'ideologia.

Siccità?
Un ultima osservazione sulle origini della rivolta violenta del 2011: alcuni sociologi e analisti hanno elaborato uno studio pubblicato sui Proceedings of the National Academy of Sciences [Atti dell'Accademia Nazionale delle Scienze (degli Stati Uniti)] che suggerisce che “la siccità ha svolto un ruolo nei disordini siriani.” Secondo questa linea interpretativa la siccità “ha provocato cattivi raccolti che hanno provocato la migrazione di almeno un milione e mezzo di persone dalle zone rurali a quelle urbane.” Tutto ciò, combinato col flusso di rifugiati provenienti dall'Iraq, intensificò la competizione per i posti di lavoro, già scarsi, nelle aree urbane, facendo della Siria un calderone di tensioni economiche e sociali pronto a traboccare. [64] Sembra una tesi ragionevole, anzi, “scientifica,” ma il fenomeno che tenta di spiegare – una sollevazione di massa in Siria – non si è mai verificato. Come abbiamo osservato, una rassegna della copertura da parte della stampa occidentale non ha trovato alcun riferimento a una sollevazione di massa. Al contrario, i giornalisti che si aspettavano un quadro del genere rimasero stupiti dinanzi alla sua assenza. I giornalisti occidentali, invece, si trovarono di fronte una Siria sorprendentemente tranquilla. Le dimostrazioni indette dagli organizzatori della pagina Facebook Syrian Revolution 2011 fecero fiasco. Gli oppositori ammisero la popolarità di Assad. I reporter non riuscirono a trovare qualcuno che ritenesse imminente una rivolta. Perfino a un mese dai fatti di Daraa – che coinvolse solo alcune centinaia di manifesdtanti, eclissati dalle decine di migliaia che sfilarono a Damasco a sostegno del governo – il giornalista del New York Times sul posto, Anthony Shadid, non vide alcun segno in Siria delle sollevazioni di massa di Tunisia ed Egitto. All'inizio del febbraio del 2011 “Omar Nashabe, da lungo tempo osservatore e corrispondente dalla Siria per il quotidiano arabo di Beirut Al-Ahkbar” riferì a Time che “i siriani possono essere afflitti da una tasso di povertà del 14 per cento, inseme a un tasso stimato di disoccupazione del 20 per cento, ma Assad mantiene la sua credibilità.” [65]
Che il governo riscuotesse il sostegno popolare venne confermato quando la società di ricerca britannica YouGov alla fine del 2011 pubblicò un sondaggio che mostrava come il 55 per cento dei siriani fosse a favore della permanenza di Assad al potere. Il sondaggio non ebbe quasi eco tra i media occidentali, la qual cosa spinse il giornalista britannico Jonathan Steel a chiedersi: “Ipotizziamo che un attendibile sondaggio d'opinione riveli che la maggior parte dei siriani sia favorevole a che Bashar al-Assad rimanga presidente, sarebbe uno scoop, no?” Steele descriveva i risultati del sondaggio come “fatti scomodi” che venivano “eliminati” perché i reportage dei media occidentali sugli eventi in Siria avevano smesso di “essere equilibrati” e si erano trasformati in “un'arma propagandistica.” [66]

Slogan al posto dell'analisi politica
Draitser è in difetto, non solo perché porta avanti, senza alcuna prova, un ragionamento che non ha riscontri se non in se stesso, ma soprattutto perché sostituisce alla politica e all'analisi gli slogan. Nel suo articolo del 20 ottobre su Counterpunch, Syria and the Left: Time to Break the Silence, egli sostiene che gli obbiettivi caratterizzanti la Sinistra dovrebbero essere il perseguimento di pace e giustizia, come se si trattasse di entità indivisibili che mai possono opporsi l'un l'altra. Che pace e giustizia possano, in certi casi, essere antitetiche, lo si illustra nella seguente conversazione tra il giornalista australiano Richard Carleton e Ghassan Kanafani, scrittore e rivoluzionario palestinese. [67]

C: Come mai la vostra organizzazione non si impegna in colloqui di pace con gli israeliani?
K: Lei non intende realmente “colloqui di pace”. Lei intende capitolazione. Resa.
C: Ma perché non parlare?
K: Parlare con chi?
C: Parlare coi leader israeliani.
K: Sarebbe un po' una conversazione tra la spada e il collo, quella.
C: Be', se non ci sono spade o fucili in vista, si può parlare.
K: No. Non ho mai visto un colloquio tra un colonizzatore e un movimento di liberazione nazionale.
C: Ma nonostante questo, perché non parlare?
K: Parlare di cosa?
C: Parlare della possibilità di non combattere.
K: Non combattere per cosa?
C: Non combattere e basta. Non importa il motivo.
K; Di solito si combatte per qualcosa. E si smette per qualcosa. Per cui lei non riesce nemmeno a dirmi perché dovremmo parlare, e di cosa. Perché dovremmo parlare della cessazione dei combattimenti?
C: Parlare di cessare i combattimenti per porre fine alla morte e alla sofferenza, la distruzione e il dolore.
K: La sofferenza, la distruzione, il dolore e la morte di chi?
C: Dei palestinesi, degli israeliani, degli arabi.
K: Del popolo palestinese che viene scacciato, confinato nei campi di rifugiati, che viene affamato e ucciso da vent'anni, a cui è proibito perfino l'uso del nome “palestinesi”?
C: In ogni caso, meglio così che morti.
K: Forse per lei. Per noi, no: Per noi, la liberazione del nostro paese, avere dignità, rispetto, avere i nostri semplici diritti umani è qualcosa di essenziale come la stessa vita.

A quali valori dovrebbe dedicarsi la Sinistra statunitense in caso di conflitto tra pace e giustizia, questo Draitser non lo dice. L'evocazione dello slogan “pace e giustizia” come auspicata missione della Sinistra USA sembra essere nulla più che un invito alle persone di sinistra perché abbandonino la politica imbarcandosi invece nella missione di diventare anime belle, che volano alto sopra i sordidi conflitti che affliggono l'umanità – senza mai schierarsi, se non dalla parte degli angeli. La sua affermazione che “nessuno stato o gruppo ha a cuore il miglior interesse dei siriani” e quasi troppo sciocco per meritare un commento. Come fa a saperlo, lui? Non si può evitare l'impressione che egli ritenga che solo lui e la Sinistra statunitense, solitari in mezzo a gruppi e nazioni di tutto il mondo, sappiano cosa sia meglio per il “popolo siriano.” Forse è per questo che ritiene che la responsabilità della Sinistra sia “nei confronti del popolo siriano,” quasi che il popolo siriano fosse una massa indistinta con interessi e obbiettivi politici in comune. Considerati come un unico insieme, i siriani includono sia i laici sia gli islamisti, che hanno visioni incompatibili sull'organizzazione dello stato, che sono impegnati in una lotta feroce da più di mezzo secolo – una lotta alimentata, in favore degli islamisti, dal suo stesso governo [di Draitser, cioè]. I siriani come massa includono quelli favorevoli all'integrazione con l'impero statunitense e quelli che la rifiutano. Sotto questa prospettiva cosa mai vuol dire che la Sinistra statunitense ha una responsabilità nei confronti del popolo siriano? Quale popolo siriano?
A me sarebbe venuto in mente che la responsabilità della Sinistra USA sia nei confronti dei lavoratori statunitensi, non nei confronti del popolo siriano. E avrei anche immaginato che la Sinistra avrebbe considerato fra le proprie responsabilità la diffusione di una rigorosa, fattuale analisi politica su come le élite economiche statunitensi utilizzano l'apparato statale per tutelare i loro interessi a discapito del popolo, sia in patria sia all'estero. Qual è l'effetto della lunga guerra di Washington contro la Siria sui lavoratori statunitensi? È di questo che Draitser dovrebbe occuparsi.


Note

1 Aryn Baker, “Syria is not Egypt, but might it one day be Tunisia?,” Time, 4 febbraio 2011
2 Rania Abouzeid, “The Syrian style of repression: Thugs and lectures,” Time, 27 febbraio 2011
3 Rania Abouzeid, “Sitting pretty in Syria: Why few go backing Bashar,” Time, 6 marzo 2011
4 Rania Abouzeid, “The youth of Syria: the rebels are on pause,” Time, 6 marzo 2011.
5 Rania Abouzeid, “The youth of Syria: the rebels are on pause,” Time, 6 marzo 2011
6 “Officers fire on crowd as Syrian protests grow,” The New York Times, 20 marzo 2011
7 Nicholas Blanford, “Can the Syrian regime divide and conquer its opposition?,” Time, 9 aprile 2011
8 Robert Fisk, “Welcome to Dera’a, Syria’s graveyard of terrorists,” The Independent, 6 luglio 2016
9 President Assad to ARD TV: Terrorists breached cessation of hostilities agreement from the very first hour, Syrian Army refrained from retaliating,” SANA, 1 marzo 2016
10 Ibid
11 “Officers fire on crowd as Syrian protests grow,” The New York Times, 20 marzo 2011
12 Rania Abouzeid, “Arab Spring: Is a revolution starting up in Syria?” Time, 20 marzo 2011; Rania Abouzeid, “Syria’s revolt: How graffiti stirred an uprising,” Time, 22 marzo, 2011
13 “Officers fire on crowd as Syrian protests grow,” The New York Times, 20 marzo 2011
14 Rania Abouzeid, “Arab Spring: Is a revolution starting up in Syria?,” Time, 20 marzo 2011
15 “Thousands march to protest Syria killings”, The New York Times, 24 marzo 2011
16 Rania Abouzeid, “Assad and reform: Damned if he does, doomed if he doesn’t,” Time, 22 aprile 2011
17 “Officers fire on crowd as Syrian protests grow,” The New York Times, 20 marzo 2011
18 Aryn Baker, “Syria is not Egypt, but might it one day be Tunisia?,” Time, 4 febbraio 2011
19 Nicholas Blanford, “Can the Syrian regime divide and conquer its opposition?” Time, 9 aprile 2011.
20 Alfred B. Prados and Jeremy M. Sharp, “Syria: Political Conditions and Relations with the United States After the Iraq War,” Congressional Research Service, 28 febbraio 2005
21 Rania Abouzeid, “Syria’s Friday of dignity becomes a day of death,” Time, 25 marzo 2011
22 Rania Abouzeid, “Syria’s Friday of dignity becomes a day of death,” Time, 25 marzo 2011
23 “Syrie: un autre eclarage du conflict qui dure depuis 5 ans, BeCuriousTV ,” 23 marzo 2016, http://www.globalresearch.ca/syria-aleppo-doctor-demolishes-imperialist-propaganda-and-media-warmongering/5531157
24 Nicholas Blanford, “Can the Syrian regime divide and conquer its opposition?” Time, 9 aprile 2011
25 Jay Solomon, “To check Syria, U.S. explores bond with Muslim Brothers,” The Wall Street Journal, 25 luglio 2007
26 Ibid
27 Liad Porat, “The Syrian Muslim Brotherhood and the Asad Regime,” Crown Center for Middle East Studies, Brandeis University, December 2010, No. 47
28 Ibid

30 Alfred B. Prados and Jeremy M. Sharp, “Syria: Political Conditions and Relations with the United States After the Iraq War,” Congressional Research Service, 28 febbraio 2005.
31 Anthony Shadid, “Security forces kill dozens in uprisings around Syria”, The New York Times, 22 aprile 2011
32 Rania Abouzeid, “Syria’s Friday of dignity becomes a day of death,” Time, 25 marzo 2011
33 Fabrice Balanche, “The Alawi Community and the Syria Crisis Middle East Institute, 14 maggio 2015
34 Anthony Shadid, “Syria broadens deadly crackdown on protesters”, The New York Times, 8 maggio 2011
35 Rania Abouzeid, “Meet the Islamist militants fighting alongside Syria’s rebels,” Time, 26 luglio 2012
36 Rania Abouzeid, “Interview with official of Jabhat al-Nusra, Syria’s Islamist militia group,” Time, 25 dicembre 2015
37 Robert Fisk, “Syrian civil war: West failed to factor in Bashar al-Assad’s Iranian backers as the conflict developed,” The Independent, 13 marzo 2016
38 Anthony Shadid, “Syria broadens deadly crackdown on protesters”, The New York Times, 8 maggio 2011
39 Nada Bakri, “Syria allows Red Cross officials to visit prison”, The New York Times, 5 settembre 2011
40 Nada Bakri, “Syrian opposition calls for protection from crackdown”, The New York Times, 25 ottobre 2011
41 President al-Assad to Portuguese State TV: International system failed to accomplish its duty… Western officials have no desire to combat terrorism, SANA, 5 marzo 2015
42 Patrick Seale, “Syria’s long war,” Middle East Online, 26 settembre 2012
43 Ibid
44 Rania Abouzeid, “Sitting pretty in Syria: Why few go backing Bashar,” Time, 6 marzo 2011
45 Rania Abouzeid, “The youth of Syria: the rebels are on pause,” Time, 6 marzo 2011
46 “Can the Syrian regime divide and conquer its opposition?” Time, 9 aprile 2011
47 Anthony Shadid, “Security forces kill dozens in uprisings around Syria”, The New York Times, 22 aprile 2011
48 Ben Fenton, “Macmillan backed Syria assassination plot,” The Guardian, 27 settembre 2003
49 Robert Fisk, “Conspiracy of silence in the Arab world,” The Independent, 9 febbraio 2007
50 Robert Dreyfus, Devil’s Game: How the United States Helped Fundamentalist Islam, Holt, 2005, p. 205
51 William R. Polk, “Understanding Syria: From pre-civil war to post-Assad,” The Atlantic, 10 dicembre 2013
52 Dreyfus
53 Dreyfus
54 William R. Polk, “Understanding Syria: From pre-civil war to post-Assad,” The Atlantic, 10 dicembre 2013
55 Quoted in Nikolas Van Dam, The Struggle for Power in Syria: Politics and Society under Asad and the Ba’ath Party, I.B. Taurus, 2011
56 Patrick Cockburn, “Confused about the US response to Isis in Syria? Look to the CIA’s relationship with Saudi Arabia,” The Independent, 17 giugno, 2016
57 National Security Strategy, febbraio 2015
58 Ibid
59 Robert Baer, Sleeping with the Devil: How Washington Sold Our Soul for Saudi Crude, Three Rivers Press, 2003, p. 123
60 Sito del Dipartimento di Stato. http://www.state.gov/r/pa/ei/bgn/3580.htm#econ. Consultato l'8 febbraio 2012

61 The National Security Strategy of the United States of America, settembre 2002
62 National Security Strategy, febbraio 2015
63 The National Security Strategy of the United States of America, marzo 2006
64 Henry Fountain, “Researchers link Syrian conflict to drought made worse by climate change,” The New York Times, 2 marzo 2015
65 Aryn Baker, “Syria is not Egypt, but might it one day be Tunisia?,” Time, 4 febbraio 2011
66 Jonathan Steele, “Most Syrians back President Assad, but you’d never know from western media,” The Guardian, 17 gennaio 2012

67 “Full transcript: Classic video interview with Comrade Ghassan Kanafani re-surfaces,” PFLP, 17 ottobre 2016 [trascrizione in inglese], http://pflp.ps/english/2016/10/17/full-transcript-classic-video-interview-with-comrade-ghassan-kanafani-re-surfaces/