di Fulvio Grimaldi da facebook
Le parti in commedia dei russi. La fiction splatter di Amnesty
Se vi infastidiscono le elucubrazioni su media e Virginia Raggi, potete
saltare subito al capoverso: Dal Campidoglio in coma vigile alla Siria,
viva o morta.
Cani fatti killer, uomini fatti giornalisti
Da
quando avevamo raccolto nei boschi di Teuteburgo quel bassottino
selvatico di nome Lumpi (monello) e insieme a lui, nel paese di Dresda,
avevamo scansato le mitraglie degli Spitfire britannici, dribblato le
bombe dei Mustang statunitensi, mentre magari stavamo raccogliendo
ortica lungo i fossi per una cena tra il 1944 e il 1945, ho sempre
vissuto con cani, della nobilissima specie dei bassotti a pelo ruvido,
specialisti della lotta contro gli altotti, fino a entrarci in simbiosi
affettiva e intellettuale, dunque politica. Posso perciò affermare con
una certa competenza che tutti i cani, per natura nascendo di branco,
cioè inseriti in un collettivo, sono buoni, sociali e socievoli,
collaborativi, rispettosi dell’armonia e dell’utile comunitari. Il che
li rende la specie animale più vicina a quella umana. Quanto meno a
quella umana prima del degrado subito da una sua limitata, ma decisiva,
quota.
Addestrati, violentati nella loro identità originaria,
educati male, i cani diventano strumenti di umani degenerati che li
pretendono delittuosamente, come dio con gli uomini, a loro immagine e
somiglianza. E arriviamo ai rottweiler aggressivi, ai pitbull da
combattimento, perfino ai jack russell mordaci, interfaccia di
poliziotti che picchiano, forze speciali che torturano, energumeni da
rissa che inseguono modelli di videogiochi, politici che sterminano,
padroni che ingrassano sul dimagrimento dei dipendenti. Succede così a
varie categorie umane. Ne prendo in esame quella che conosco meglio
perchè ne faccio parte: i giornalisti. Quello che succede ai cani, di
loro natura buoni, ma resi aggressivi a forza di violenze, sofferenze e
ricatti affettivi, succede ai giornalisti quando, usciti dai banchi di
scuola e di università con il degno e generoso desiderio di sollevare le
sorti del genere attraverso una corretta ed eticamente finalizzata
informazione sulle cose e le persone del mondo, entrano in una
redazione. Quello che vien fatto ai cani con la frusta e il biscotto, a
loro viene comminato con la carota della carriera e il bastone della
disoccupazione.
Per cui molti, quelli che non fuggono in nicchie
cartacee o di rete, si fanno pitbull, rottweiler, jack russell di
servizio e d’attacco. Da noi il 99%, come ci dice chi compila la
classifica mondiale delle peggiore stampa e come ci evidenziano i fatti
di questi giorni attinenti vuoi a Virginia Raggi, vuoi a DonaldTrump, al
cospetto dei quali la categoria ringhia, azzanna, prova a uccidere.
Cosa, o chi, hanno in comune Virginia e Donald
L’accostamento della delicata sindaco di Roma al bombastico
neopresidente Usa è del tutto improprio. Se non per quanto accomuna fra
loro le belve che gli si avventano contro: un curriculum infinitamente
peggiore di quello delle prede puntate. Di Trump, che si crede uno Zeus
dipinto dai cartoonisti giapponesi mentre lancia fulmini e saette su
bersagli a proposito e, sempre più, a sproposito, potremo occuparci
un’altra volta. Quello che impressiona è il patto d’acciaio che unisce
in un unico branco, all’attacco della stessa vittima, i sedicenti
leftisti sorosiani del “manifesto” e i palazzinari suolofagi del
“Messaggero”, la crème dell’intellettualità gauchista e il guano dei
revanscisti cripto-nazisti, la borghesia liberale arteriosclerotica e il
pimpante bifolchismo renzista, l’aristocrazia pennivendola in livrea di
“Corriere”, “Stampubblica” e il sottoproletariato da Curva Sud
coltivato dai gazzettieri dei padroni del calcio, gli schermi unificati
Raiset, compreso l’insopportabile borgataro narcisista, ironico di
corte, Zoro (Diego Bianchi), fino ai parzialmente eterodossi
dall’eschimo di raso del “Fatto Quotidiano”, con i suoi cavalli di razza
talmudisti Colombo, Coen e Disegni (quest’ultimo, chihuahua da caccia e
reperto del sofriano “Cuore”, esibisce una desolante assenza di talento
figurativo con ossessivi scarabocchi anti-Raggi nella penultima del
quotidiano, in livorosa polemica con le arguzie e i dati di fatto con
cui il suo direttore, invece, sbertuccia e affonda i colleghi in
missione anti-Raggi).
Sussurri e grida
Rivelatrice, più di
molte altre loro nefandezze, tipo, tanto per dire, quelle dello Stato
biscazziere e baro che apre mini-casinò in tutti i quartieri per la
migliore salute mentale e contabile degli italiani, è la corrispettiva
discrezione assoluta nei confronti di un ministro come Lotti, indagato
per aver spiffero ai de cuius, insieme al comandante supremo dell’Arma
nei Secoli Fedele, che, rasentando il papà di Renzi, si stava indagando
su una gigantesca corruzione relativa al più grande appalto pubblico
europeo in carico alla Consip, da 2,7miliardi. E analogamente tutto tace
sulle indagini, di ben altro peso, che concernono il sindaco Sala di
Milano, il personaggetto De Luca della Campania Infelix, la catena di
Sant’antonio di sindaci, parlamentari e amministratori vari PD e NCD
sotto la ferula di magistrati fuori dalla nebbia romana.
La
similitudine che balza alla mente e quella della caccia alla volpe, non
per caso cara alle elisabette Prima e Seconda: la muta dei cani
addestrati a lacerare la gola e sbranare le carni perché le cavallerizze
possano poi esibirsi in società, ornate delle vaporose code della
creatura ammazzata. Giornalisti come cani da riporto. E sono quelli che,
ricevuta e capita la scudisciata dalla Boldrini, uggiolano, guaiscono,
latrano e ringhiano, a seconda della stazza, contro quelli delle fake
news: sublimazione di una pratica divenuta di questi tempi il vero
spirito del tempo negli ambienti della criminalità organizzata di
palazzo: da buoi, con piramidali strutture in testa, dare del cornuto
all’asino.
Negli incubi notturni del signorotto a caccia di
volpi, a dispetto dei suoi paramilitari a quattro zampe e del destriero
che gli assicurano immunità dalle bestie feroci, non può non
materializzarsi un contrappasso: l’assalto alla gola di una torma
sconfinata di volpi. Per cui, con maggiore furia, la mattina dopo si
avventerà a fare della strage la cancellazione del sogno. E, similmente,
cosa credete, che a scatenare la caccia non sia il terrore di un domani
in cui Roma, strappata alle fogne palazzinare e mafiocapitaliste e alle
pantegane che ci sguazzavano, e l’Italia tutta, sottratta
all’oligarchia mafio-massonico-vaticana, e magari anche l’Unione Europea
decapitata, monetizzata e populistizzata, cadano in mano a chi non
ruba, truffa, turlupina, impastocchia, o non capisce un cazzo?
Cazzate vere e panna montata: far fuori la volpe
Inutile entrare nei particolari dell’opera della giunta 5 Stelle, tra
cazzate fatte e iniquità attribuite. Tuffiamoci nella panna montata e
avvelenata di una magistratura romana di cui, fin dai tempi di Gallucci,
Carnevale, Capaldo, del famigerato “porto delle nebbie”, si pensa
andreottianamente male, più che mai quando sa combinare, in perfetto
sincronismo (un messaggio? Una garanzia?), l’archiviazione per 113
personaggi di mafiacapitale, tra cui le eccellenze Alemanno e Zingaretti
(avvalsosi della facoltà di non rispondere, roba per cui dai 5 Stelle
si viene cacciati), con l’ennesimo abuso d’ufficio alla Raggi. Corredato
da interrogatori che per forzature ambientali e temporali sarebbero
degne di un Totò Riina. Qui la sintonia tra Procura e media è quasi
commovente, da parenti stretti a Natale. Sul piano generale c’è quella
paura ghiaccia di chi teme di vedersi abbassata la saracinesca della
pasticceria. La stessa che pervade gli anti-Trump. Ma se, nel primo
caso, la pasticceria, con i Cinque Stelle, promette di restare chiusa,
nel secondo si prevede già la sostituzione dei produttori e
consumatori).
Nello specifico, è la vendetta ex-post per
l’abbuffata delle Olimpiadi negata e quella ex-ante per i 700mila metri
cubi di cemento che gli speculatori di passo Goldman Sachs, Rothschild,
Fiat, Unicredit e quant’altro, noti benefattori dell’umanità,
vorrebbero, tramite il palazzinaro Parnasi, aggiungere ai 100mila del
nuovo stadio senza la quale la Roma dei maestri urbanisti Totti e
Spalletti e l’Italia delle frane e alluvioni e dei 35 ettari di suolo
cementificati ogni giorno, non potrebbero sopravvivere. Per me, Raggi e
compagnia per ora alla capitale non hanno fatto nulla di male. Quello
che hanno fatto di scombiccherato è noto. Quanto di buono, è finito nei
cestini di redazione. E, comunque, quello che sono riusciti a fare
(vedi l’elenco di Grillo), l’hanno fatto aggirandosi per i caveau
svuotati dai predecessori (dalla Procura romana archiviati) a trovare
tra le fessure qualche decino smarrito da tapparci le buche. Ora stanno
all’hic Rhodus hic saltus: sotto una pressione da mille megapascal della
canea di regime, lasciare che i predatori di sempre incistino in quel
che resta dell’agro romano grattacieli, centri commerciali, residenze e
uffici per quasi un milione di metri cubi, lasciando andare tutto il
resto in malora, per far contento il tentacolo italiano della piovra
necrofora Rothschild-Goldman Sachs e i suoi botoli da guardia, o
resistere, resistere, resistere.
Avevamo pensato di accendere un
cero a San Paolo Berdini, urbanista integro e cosciente, ma con quello
che è successo tra la sindaco e il suo assessore, con quest’ultimo che
si fa estrarre da un manigoldo della “Stampa” palle di fuoco incatenate
contro la sua capa, alla vigilia della battaglia finale sul carcinoma
speculativo di Tor di Valle, pare che in Campidoglio stanno a sbrocca’
un po’ tutti. Non resta che l’esorcista.
Dal Campidoglio alla Siria, viva o morta.
Allunghiamo lo sguardo, superiamo il canale di Sicilia, viriamo a
destra, non perdiamo d’occhio ciò che appare all’estrema destra, tra
Libano e Gaza (vedi dopo), e arriviamo in Siria. Lì le cose, per Amnesty
International, non vanno per niente bene. Il “manifesto” che, oltre ad
avere setole sullo stomaco, è comunque in sintonia con questa dependance
CIA, facilitatrice di guerre del Pentagono, ne ha recensito il più
recente rapporto, limitandosi a una lieve meraviglia per l’enormità
delle cifre vantate, giusto per non sconcertare quel che resta del suo
pubblico, boccalone, ma di sinistra. Trattasi invece dell’ennesima
mostruosa bufala al curaro contro Damasco, dopo quelle in cui si
delirava su decine di migliaia di detenuti torturati a morte, dei
270mila di cui 100mila bambini (sic) ad Aleppo Est bombardati e affamati
a morte da Assad (erano 60mila e i terroristi li mitragliavano se
tentavano di uscire). In Libia ci aveva deliziato con la storia della
donna di Bengasi che aveva saputo di migliaia di stupri compiuti dai
soldati di Gheddafi, ma poi non aveva saputo indicare neanche una
vittima agli investigatori onesti. Solo per dirne una delle nefandezze
di questa banda governata da emissari del Dipartimento di Stato. E
finanziata da Soros e affini.
Un’organizzazione umanitaria ansiosa di sfracelli
Anche stavolta la certezza di essere sostenuta dall’universo delle
presstitute, l’enormità dell’accusa è inferiore solo alla faciloneria
con cui vorrebbe essere corroborata. Dal 2011 al 2015 nella sola
prigione militare di Saydnava sarebbero stati impiccati e/o strangolati
tra i 5000 e i 13.000 detenuti (che per le zoccole più volenterose, tipo
l’Associated Press, diventano “oltre 13mila”). Già la distanza tra
l’ipotetica cifra minima e l’ipotetica massima dà la misura della
precisione scientifica. Le fonti? Anonime e rastrellate tra disertori e
oppositori in campi profughi turchi, o tramite telefono ed email in giro
per il mondo. Le vittime? Anch’esse anonime, tranne ben 36. Le prove?
Qualche compagno prigioniero, posando l’orecchio sul cemento della sua
cella, ha sentito “gorgogliare”. Vi risparmio le altre stronzate del
rapporto. Divertitevi e raccapricciate a leggerlo: è intitolato,
autentica fiction splatter, “Il mattatoio umano” (The Human
Slaughterhouse).
Il parallelo tra la caccia alla volpe scatenata
contro la quanto meno sprovveduta Virginia Raggi e la sua giunta, ma
anche contro l’inqualificabileTrump, e quella contro Assad e il suo
paese, vi sembrerà blasfemo, ma ha la sua valenza tecnica: capocaccia,
cacciatori e cani espropriati della propria identità e funzione e
addestrati al killeraggio da e per il padrone, sono gli stessi in tutte
queste battute. E il corno per il via alla battuta suonato dalla Procura
romana con gli evanescenti abusi d’ufficio, equivale, si parva licet…, a
quello di Amnesty col suo rapporto farlocco. Si punta a radere al suolo
chi blocca ruspe e appalti e a far risorgere gli antichi appaltanti e
appaltati. Non solo a Roma. Con il benefico effetto collaterale di un
trambusto intorno al topolino del Campidoglio che distolga dai ratti che
infestano il paese. Così si punta a finire il lavoro sulla Siria, prima
che l’imprevedibile nuovo presidente ne pensi e faccia una strana. Come
insisto a dire a chi mi rimprovera di occuparmi di orizzonti lontani:
tout se tien.
Il falso e il vero di Amnesty
A cosa serve
la tromba di Amnesty? Cosa deve coprire, compensare, da cosa deve
sviare? 1) Il succedersi, dopo il trionfo di Damasco che ha capovolto
l’intera vicenda, di vittorie dell’esercito siriano, con i suoi alleati
hezbollah, iraniani e russi, ora alle porte di Idlib e Al Bab, grandi e
strategici centri nel nord-ovest, e in avvicinamento a Palmyra e Deir
Ezzor, che promettono di essere liberate. Dopodichè ai terroristi di
ogni denominazione, compresi quelli curdi e turchi, non resta che il
deserto a est e la cosiddetta “safe zone” al confine turco. 2) La
violazione degli accordi di pace di Minsk e il rinnovato assalto degli
ucronazisti alle repubbliche liberate del Donbas, con relativi eccidi di
civili nei centri abitati, lanciato per incastrare Trump in una
situazione di non ritorno. Su questa strategia viaggiano uniti i neocon,
McCain, Soros e Amnesty. 3) il criminale disastro dell’incursione
diretta USA in Yemen, prima operazione bellica del neopresidente
“distensivo”, culminato nella la strage di una trentina di civili tra
cui almeno 9 bambini e i contemporanei successi dei patrioti Huthi che,
non sopraffatti dopo due anni di bombe, jihadisti e blocco alimentare,
con missili hanno colpito la base militare accanto a Riad e la nave
ammiraglia saudita nel Mar Rosso.
4) Il tentativo degli ultrà di
Netaniahu, analogo a quello dei loro camerati di Kiev, di mettere Trump
davanti al fatto compiuto, aumentando ed accelerando a livelli
parossistici lo spezzettamento della Cisgiordania con l’incistamento su
terre private palestinesi, garantite dagli accordi di Oslo, di migliaia
di nuove abitazioni, anche in Gerusalemme Est e con nuove colonie, tutte
da affidare a 4000 nuove SA di Lieberman che ossessivamente ripete il
dogma divino:”Tutta questa terra è nostra perché ci è stata data da
dio”. E mentre quanto la criminalità sionista e internazionale ha
lasciato ai palestinesi si sbriciola e scompare, Mahmud Abbas, e i suoi
soci in raccolta di briciole, promette di mantenere la “sicurezza
congiunta” con la Gestapo israeliana. E la lobby, cosa fa la lobby?
Quella che anatemizza i muri e perora l’accoglienza di tutti i
“rifugiati”, fossero anche milioni, per la gloria del
“multiculturalismo” e del “meticciato”? Nella sua Terra Promessa
proclama lo stato etnico dei soli ebrei ed erige muri di 8 metri sia
contro gli autoctoni, sia contro i “rifugiati” dal Sinai.
5)
Last but not least, le atrocità inventate dai facilitatori imperialisti
di Amnesty servono a coprire le voci soffocate provenienti da temerarie
Ong dei diritti umani (tipo B’Tselem, Addameer, Defence for Children
International) e da giornali come Haaretz della stessa Israele, sulle
torture istituzionali, vere e provate, che da decenni subiscono, insieme
ai padri, i figli minorenni del popolo derubato. E qui, invece, si
tratta di soggetti con facce, corpi, nomi e date dei quali a una
magistratura non dissimile da quella di Roma sono stati esibite la
prove dei metodi di interrogatorio: bastonate sugli organi sensibili,
corpi con piedi e polsi ammanettati piegati sullo schienale della sedia o
costretti in piedi al muro per ore, privazione del sonno, violenze
sessuali, minacce di morte ai famigliari, strangolamenti, isolamento
perpetuo. Oggi 6000 palestinesi sono chiusi in carcere, di cui 200
bambini e 25 donne (per le quali nessuna marcia mondiale delle donne).
Il 20% degli abitanti dei territori occupati sono passati per il
carcere. 207 ne sono usciti morti. Questo in aggiunta all’aberrazione
giuridica che è la detenzione amministrativa, in Irlanda del Nord detta
Campi d’Internamento. Vi finiscono circa un migliaio di palestinesi,
anche minori ogni anno, sena imputazione, difesa, processo, sentenza. Ma
è della fittizia esecuzione extragiudiziale di tra 5000 e oltre 13mila
detenuti siriani che si occupa Amnesty International.
Piedi russi in tutte le staffe?
Mi rimane da dire di un tormentoso dubbio che alita sul mio sostegno
alla Russia e a Putin per la favolosa svolta storica che ha imposto in
Medioriente e nel mondo. Su Al Bab stanno convergendo, in evidente gara
di chi arriva primo, siriani lealisti e turchi accompagnati da “ribelli”
siriani filoturchi (un animale nuovo, probabilmente virtuale, un
ircocervo come i siriani che i curdi dicono inseriti nelle loro “Syrian
Democratic Forces”). I primi per restituire alla patria il maltolto da
Isis e Al Qaida (rinominata Al Nusra e Fateh Al Sham), i secondi per
impedire ai cantoni curdi di congiungersi e per consolidare la striscia
occupata detta “zona di sicurezza” turca che probabilmente pensano di
annettere definitivamente. E i russi? Operano verso Al Bab insieme agli
alleati siriani tradizionali in vista del recupero di territori
sottratti. E operano con i nuovi alleati turchi nelle incursioni su Al
Bab? Stupefacente? Contradditorio? E se un Sukhoi in compagnia degli F15
turchi incontra un Sukhoi affiancato da Mig siriani? Non solo, hanno
proposto a Damasco una nuova Costituzione Federale, con dentro una
“entità” curda per i cazzi suoi. Proposta ovviamente respinta al
mittente con un buon grado di mimetizzata indignazione. Aleggia sulla
Siria lo spettro della spartizione programmata dai suoi nemici storici. E
la Russia che fa, asseconda?
Captatio benevolentiae nei
confronti di chi? Di Trump che promette dialogo ed equilibrio, forse
ferma Kiev, ma minaccia morte e distruzione a Tehran? Dei curdi da
sottrarre al mercenariato Usa? Di Erdogan che ha appena siglato
l’accordo per il Turkish Stream con tubo sottomarino che si divarica poi
per portare gas nella Tracia turca e inoltrarlo agli europei?
Aspettiamoci una chiarificazione rassicurante. Siamo fiduciosi.
Un saluto alla volpe.
venerdì 10 febbraio 2017
lunedì 6 febbraio 2017
Gramsci o Laclau? I dilemmi di Podemos
di Carlo Formenti da Micromega
Fra qualche giorno all’arena coperta di Vistalegre (Madrid), Podemos celebrerà la sua seconda assemblea generale, un evento che potrebbe segnare una svolta importante nella vita di questa formazione politica che rappresenta a tutt’oggi l’unica sinistra del Vecchio Continente in grado di competere alla pari con l’establishment neoliberale. Nel mio ultimo libro (“La variante populista”, DeriveApprodi) ho indicato in Podemos il più importante esempio europeo (accostandolo alle rivoluzioni bolivariane in America Latina e al movimento nato attorno alla candidatura di Sanders negli Stati Uniti) del tentativo di cavalcare a sinistra l’onda populista che in tutto il mondo si sta sollevando come reazione alle devastazioni sociali, civili ed economiche provocate da decenni di regime neoliberista.
Prima di analizzare le opzioni strategiche che si confronteranno a Vistalegre – proverò a farlo mettendo a confronto i documenti programmatici presentati, rispettivamente, dal segretario generale Paolo Iglesias e dal suo competitore Inigo Errejón – è utile premettere alcune sintetiche considerazioni sul mutamento di scenario mondiale in corso (segnato, fra gli altri eventi, dalla Brexit, dall’elezione di Trump e dalla sconfitta di Renzi nel referendum dello scorso dicembre) e sulle sfide che esso impone a tutti i movimenti antiliberisti del mondo.
Il presupposto da cui intendo partire è che stiamo vivendo la fase inziale di un rapido e caotico processo di de-globalizzazione. Non ho qui lo spazio di argomentare adeguatamente tale tesi per cui mi limito a enunciarla in modo apodittico rinviando all’articolo del vicepresidente boliviano Linera, che ho già avuto modo di commentare su queste pagine. In quel pezzo Linera scriveva, fra le altre cose, che Trump “non è il boia dell’ideologia trionfalista della libera impresa, bensì il medico legale al quale tocca ufficializzare una morte clandestina”. Clandestina, aggiungo io, per l’ottusa ostinazione con cui le sinistre si ostinano a non prenderne atto. E aggiungeva che l’era in cui stiamo entrando è ricca di incertezze, e proprio per questo potenzialmente fertile, se sapremo navigare nel caos generato dalla morte delle narrazioni passate.
Sulla stessa lunghezza d’onda vale la pena di segnalare un lungo, notevole articolo firmato Piotr e apparso sul sito megachip che sostiene, fra le altre cose: 1) che Trump non rappresenta solo un elettorato fatto di perdenti della globalizzazione (disoccupati, lavoratori bianchi poveri, ecc.) ma anche un composito mosaico di frammenti delle élite dominanti spaventati dall’inerzia di una politica neocons trasversale (Hillary Clinton su tutti) disposta a rischiare una guerra mondiale, pur di difendere l’egemonia americana fondata sul binomio finanziarizzazione/globalizzazione; 2) che questa base incoerente e composita lo costringerà a condurre una politica altrettanto incoerente e contraddittoria (per esempio facendo marcia indietro sulla globalizzazione senza smettere di difendere gli interessi della finanza globale); 3) che per opporsi al suo pseudo new deal autoritario le lobby liberal-imperiali lotteranno (è cronaca di questi giorni) con il coltello fra i denti, mobilitando un’ideologia identitaria “arroccata dietro il dogma e l’inquisizione della correttezza politica, cioè una forma ideologica elitaria che preferisce tutto ciò che è minoranza, perché le minoranze non pongono sfide esiziali mentre se sfruttate bene possono minare quelle poste dalla maggioranza. Minoranze che quindi devono essere tenute sotto tutela da lobby che si erigono a loro rappresentanti. Lobby di minoranza incorporate in un establishment dedito a politiche elitarie”; 4) che una sinistra che voglia lottare sia contro il globalismo alla Clinton che contro il trumpismo dovrà surfare, con spirito pragmatico ma senza rinunciare i principi, l’onda populista. Il che ci riporta ai dilemmi di Podemos.
Iniziamo col dire che Podemos è oggi oggetto di una violenta aggressione da parte di tutti i media spagnoli, simile a quelle che in tutti gli altri paesi occidentali vengono condotte contro la minaccia “populista”. Le virgolette s’impongono perché il termine viene usato in modo totalmente indifferenziato: populisti sono Evo Morales e Marine Le Pen, Rafael Correa e Grillo, Trump e Podemos. Un appiattimento che non è frutto di incapacità di analisi politica; al contrario: riflette la secca polarizzazione formulata qualche settimana fa dal direttore del Wall Street Journal, il quale ha dichiarato che, d’ora in avanti, lo scontro non sarà fra destra e sinistra ma fra globalisti e antiglobalisti. Altrettanto univoca la ricetta per fronteggiarli: costruire grandi coalizioni fra liberali e socialdemocratici per sbarrare loro il passo (coalizioni cui tendono ad accodarsi in posizione subordinata quei partiti di sinistra “radicale” che si lasciano convincere dalle élite liberali della necessità di far fronte contro il pericolo “fascista”). In Spagna, come spiega un articolo del deputato di Podemos Manolo Monereo, questa campagna si è fatta isterica da quando Podemos ha scelto di stringere un’alleanza elettorale con Izquierda Unida piuttosto che con il PSOE. Perciò, visto che la prima opzione è stata sostenuta da Pablo Iglesias e la seconda da Inigo Errejón, e visto che le due tesi si confronteranno nuovamente nell’assemblea di Vistalegre, i media stanno entrando a gamba tesa nel dibattito precongressuale nella speranza di riuscire a spaccare il partito o, in via subordinata, a rafforzare al suo interno la corrente che fa capo a Errejón. Ma veniamo ai documenti.
Il documento di Iglesias muove da considerazioni analoghe a quelle esposte poco sopra in merito alla fase storica mondiale: la globalizzazione sta entrando in crisi a mano a mano che sorgono nuove resistenze e avversari politici: non solo i movimenti sociali, ma anche quei governi guidati da forze politiche sovraniste/progressiste che, soprattutto in America Latina, tentano di restituire un ruolo strategico allo stato in materia di politica economica e perseguono programmi di riforme radicali, mentre è in corso un riequilibrio dei rapporti di forza geopolitici dovuto all’emergenza di superpotenze vecchie e nuove, come la Russia e la Cina. La crisi europea è parte integrante di tale contesto: gli effetti devastanti del progetto ordoliberista (elevamento del trattato di Maastricht a rango costituzionale sotto egemonia tedesca, perdita della sovranità monetaria e conseguente esautoramento dei governi nazionali privati di potere decisionale su temi strategici; attacco a salari e stato sociale; tagli generalizzati alla spesa pubblica; sistema dei media “blindato” a sostegno del pensiero unico liberista ecc.) generano una resistenza crescente dei popoli europei. In Spagna il consenso, a lungo fondato su settori sociali che aspiravano a venire integrati nella classe media e alternativamente gestito da democristiani e socialisti, si è dissolto dopo l’esplosione della crisi globale e a fronte della “cura” che la Ue ha imposto alla Spagna e che ha prodotto deindustrializzazione e disoccupazione. Così sono nati movimenti di massa che rivendicavano democrazia e sovranità popolari, provocando una vera e propria crisi di regime. In questa situazione i media mainstream si sono fatti garanti della continuità delle scelte politiche liberal liberiste, favorendo la nascita di una grande coalizione liberal socialdemocratica sul modello tedesco.
Il documento passa poi a ricostruire la breve storia di Podemos: nato nel 2013/14 su iniziativa di un gruppo di militanti di varia provenienza (movimenti studenteschi, sinistra anticapitalista, ex comunisti, movimenti di base, ecc.) ispirati dall’esempio del “giro all’izquierda” che ha visto molti Paesi latinoamericani costruire esperimenti populisti di sinistra, il partito ha lanciato un programma politico che chiedeva l’avvio di un processo costituente fondato su riforme radicali: riconquista della sovranità popolare con la possibilità di realizzare una politica economica ridistributiva e di recuperare i diritti sociali; riforma in senso proporzionale del sistema elettorale, riforma della giustizia per accrescerne l’autonomia dal sistema politico; lotta contro il TTIP, lotta per la parità di genere e per il riconoscimento del carattere plurinazionale dello stato spagnolo, ecc. Programma che ha riscosso largo consenso nei settori popolari e nelle classi medie impoverite, consentendo di ottenere importanti successi elettorali.
Dopodiché Iglesias richiama (e rivendica) la svolta che ha visto il partito scegliere l’alleanza elettorale con la sinistra radicale di Izquierda Unida e la contrapposizione frontale al blocco di potere liberal -socialdemocratico. Ricorda che tale svolta è maturata dopo un serrato dibattito interno, in cui la base ha respinto l’opzione (difesa da Errejón) di un accordo con il PSOE, scegliendo invece la strada di un’alternativa radicale al sistema di potere. Questa linea, che Iglesias si appresta a difendere nella prossima assemblea generale, si fonda sull’ipotesi che la crisi politica ed economica non stia avviandosi alla normalizzazione ma sia al contrario destinata ad acuirsi ulteriormente. Il compito di Podemos, quindi, non è quello di proporre un piano alternativo di governo, bensì quello di costruire un nuovo progetto di paese, tenendo saldamente insieme un blocco sociale formato da settori popolari e classi medie.
Per attuare questo progetto occorre una riforma dell’organizzazione del partito che, nella convulsa fase di crescita, si era concentrato sulla costruzione di una macchina elettorale favorendo la concentrazione del potere decisionale nelle mani del vertice. Ora si tratta di superare questo assetto verticistico sia rafforzando le strutture di base che affondano le radici nei territori, sia promuovendo e accompagnando la nascita di vere e proprie istituzioni di democrazia popolare, una rete di contropoteri che faccia sì che le vittorie siano percepite come vittorie di un blocco sociale più che come vittorie di Podemos. Infine, se si vuole costruire un modello alternativo di Paese, il programma di questo partito di tipo nuovo - che deve rappresentare un progetto condiviso da identità politiche, sociali e territoriali diverse - deve compiere un salto di qualità che il documento identifica con obiettivi ambiziosi: istituire un controllo democratico (attraverso regolazione pubblica e/o nazionalizzazioni) sui settori produttivi strategici e in particolare sui settori finanziario, dell’energia, delle comunicazioni; reindustrializzare il Paese contro la sua riduzione a Paese prevalentemente turistico imposta dalla Ue; impegnarsi a realizzare la sovranità alimentare; offrire sostegno alla piccola e media impresa, al cooperativismo e all’economia sociale.
Il documento di Errejón dedica meno spazio all’analisi della fase storica, in quanto si concentra soprattutto sui rapporti di forza fra i partiti, sulle alleanze e sulle prospettive elettorali, dando relativamente poco peso ai fattori socioeconomici. In particolare, vengono affrontati i seguenti temi: 1) analisi degli errori di Podemos che, secondo Errejón, ne avrebbero frenato l’ascesa elettorale; 2) concentrazione sulla necessità di trasformare Podemos in forza di governo; 3) rilancio, a tale scopo, dell’ipotesi di alleanza con il PSOE (e critica dell’alleanza con IU) ; 4) necessità di riformare il partito, ridimensionando il potere del vertice e “femminilizzandolo”; 5) spostamento dall’obiettivo di costruire di un blocco sociale a quello di “costruire un popolo” (vedi, in proposito, il libro-dialogo fra Inigo Errejón e Chantal Mouffe, “Construir pueblo”), da cui consegue la riformulazione del conflitto sociale quasi esclusivamente nei termini della opposizione alto/basso, popolo/élite; 6) forte attenzione per le aspettative di sicurezza e ordine delle classi medie. Ma vediamone più in dettaglio lo sviluppo.
Per Errejón, Podemos incarna un ciclo di mobilitazione che ha dicotomizzato la società spagnola fra la “gente comune” e una casta privilegiata (si tratta della formulazione “classica” del fenomeno populista secondo le teorie di Ernesto Laclau). Perciò la sua vocazione è quella di costruire una forza politica di tipo nuovo (al di là dei dogmi della sinistra tradizionale) che persegua un cambio di potere in favore delle maggioranze sociali (cambio di potere, non rottura sistemica!).
Per superare l’attuale struttura verticistica (obiettivo sul quale concorda anche Iglesias, come si è visto) Errejón propone una ricetta fondata sui principi “classici” della democrazia parlamentare borghese e dei suoi partiti: divisione dei poteri, distribuzione delle cariche in base a un criterio di “proporzionalità” fra le correnti interne (la cui esistenza viene data per scontata in quanto garanzia di democraticità). Infine “femminilizzazione” del partito in ossequio a quello che in Italia definiremmo il principio delle quote rosa (punto su cui tornerò più avanti perché mi sembra rilevante ai fini delle differenze di prospettiva politica fra i due approcci).
Sul tema delle alleanze Errejón è fortemente critico nei confronti dell’accordo elettorale con IU (al quale imputa la mancata crescita nell’ultima tornata elettorale), mentre rilancia l’ipotesi dell’alleanza con il PSOE, in barba alla tragica crisi di questo partito e al fatto che la base aveva bocciato (vedi documento Iglesias) tale idea. Da un lato, sostiene che se si fosse impostato il rapporto con il PSOE in modo “laico” (implicita allusione all’ostilità ideologica della base di sinistra nei confronti dei socialisti) si sarebbero ottenuti risultati più produttivi di quelli realizzati con la linea di contrapposizione frontale che si è imboccata. A parte il fatto che questa tesi dà per scontata la possibilità di costringere il PSOE ad aderire a un’alleanza di centrosinistra, è evidente che il risultato cui qui si allude consiste nella possibilità che Podemos riesca finalmente a convertirsi in forza di governo. Ma a quale prezzo politico? Il documento, non a caso, sorvola sulle politiche condotte dal PSOE negli anni precedenti, vale a dire sulla sua piena conversione al credo neoliberale. Forse per non ammettere che un accordo con il PSOE implicherebbe, molto più probabilmente, un spostamento verso il centro di Podemos piuttosto che uno spostamento a sinistra dei socialisti.
Del resto Errejón ribadisce la propria convinzione che, alla forza delle élite, non si può contrapporre la sinistra ma “la maggioranza eterogenea di chi sta in basso”. Su quale sia la natura della maggioranza eterogenea che ha in testa Errejón, ci offre un indizio il suo ripetuto riferimento alla necessità di venire incontro alle esigenze di certezza, ordine e sicurezza della gente: il “popolo” in questione è fatto soprattutto da quelle classi medie che sperano di poter recuperare le posizioni di privilegio perse a causa della crisi, un popolo che non va spaventato contraendo imprudenti alleanze con le classi subalterne. In sintesi, potremmo dire che siamo di fronte a un progetto neo socialdemocratico, in ragione del quale Podemos si troverebbe impegnato a integrare, assorbire e rivitalizzare un partito socialista delegittimato per avere consegnato il Paese al saccheggio del capitale finanziario globale.
Come si vede l’alternativa prospettata dai due documenti è radicale: da un lato abbiamo l’idea che la crisi è destinata ad aggravarsi e non richiede un semplice cambio di politica economica bensì un vero e proprio cambio di civiltà, dall’altro l’idea che esiste una possibilità di “normalizzazione” della crisi attraverso un cambio di governo e l’adozione di misure capaci di mitigare l’asprezza della civiltà liberista; da un lato abbiamo la concezione di un processo costituente gestito da nuove istituzioni di contropotere popolare e da un partito capace di guidare un blocco sociale fatto di classi subordinate e classi medie impoverite, dall’altro lato la convinzione che basti rivitalizzare le istituzioni della democrazia rappresentativa e rifondare la socialdemocrazia per restituire potere decisionale al popolo.
Potremmo anche dire che si confrontano due concezioni diverse del concetto di egemonia: la prima ispirata all’idea di blocco sociale di Gramsci, la seconda all’idea di popolo di Laclau - due concezioni che rinviano a due modelli diversi di “socialismo del XXI secolo” (non va mai dimenticato che tanto Iglesias quanto Errejón devono la propria formazione politica all’esperienza latinoamericana): da un lato il modello della rivoluzione boliviana di Morales e Linera, dall’altro il modello della Revolucion Ciudadana di Rafael Correa (quello, per intenderci, che piace a Grillo: se vincesse Errejón, Podemos somiglierebbe all’M5S assai più di quanto gli somigli adesso).
Infine è significativa la differenza di atteggiamento dei due documenti sul tema della parità di genere: entrambi attribuiscono un’importanza fondamentale all’obiettivo, ma nel documento di Errejón esso è al centro di riferimenti ripetuti quasi ossessivamente, nei quali si evoca a più riprese il concetto di ”femminilizzazione” (del partito, delle istituzioni, del programma, ecc.). Il dubbio è che tanta insistenza sia spiegabile, più che come omaggio all’ideologia femminista, come convergenza con la campagna globale che il fronte liberal sta conducendo contro la minaccia populista, campagna in cui l’ideologia politically correct, i diritti civili e individuali e l’esaltazione di tutte le differenze – vedi sopra – vengono mobilitati per impedire che la lotta per i diritti sociali torni a occupare il centro della scena.
Per concludere: è auspicabile che l’eterogeneità dei due blocchi sociali e delle due culture politiche che oggi convivono in Podemos non provochi una rottura che sarebbe disastrosa per il movimento antiliberista spagnolo ma, almeno dal punto di vista di chi scrive, è non meno auspicabile che l’unità venga mantenuta sotto l’egemonia della linea di Iglesias, alla quale credo si possa rimproverare quasi solo l’evidente incoerenza sul problema dell’Europa: l’esperienza greca ha dimostrato che l’obiettivo di riconquistare la sovranità popolare in materia di democrazia, welfare e politica economica non è compatibile con la permanenza nella Ue – incompatibilità della quale, finora, nemmeno Iglesias ha avuto il coraggio di prendere atto.
domenica 5 febbraio 2017
Siria – Il Fermento Rivoluzionario che Non Fu
di
Stephen Gowans (da what's
left, 22 ottobre 2016)
traduzione
per doppiocieco di Domenico D'Amico
A
quanto pare, la sinistra statunitense si deve ancora rendere conto
che Washington non sta cercando di rovesciare i neoliberisti. Se il
presidente Bashar al-Assad fosse un seguace del Washington Consensus
– come sembra credere Eric Draitser di Counterpunch
– il governo degli Stati Uniti non avrebbe brigato per la sua
rimozione fin dal 2003. E neanche avrebbe accudito la guerriglia
islamica contro il suo governo, al contrario, l'avrebbe protetto.
In
alcuni ambienti circola l'idea condivisa che (come pone la questione
Eric Draitser in un recente articolo su Counterpunch)
l'insurrezione in Siria “è iniziata come risposta alle politiche
neoliberiste e alla brutalità del governo siriano,” e che “il
nucleo rivoluzionario della ribellione siriana è stato
marginalizzato da un coacervo di jihadisti pagati da Arabia Saudita e
Qatar,” Questa teoria, per quanto ne so, è basata solo su
argomenti assertivi, non su fatti provati.
Una
rassegna dei reportage delle settimane che precedono e seguono lo
scoppio delle sommosse di Daraa a metà marzo 2011 – considerate in
genere l'inizio della ribellione – non fornisce la minima
indicazione che la Siria fosse in preda alla stretta di un tumulto
rivoluzionario, anti-neoliberista o altro che fosse. Al contrario, i
giornalisti inviati da Time e dal New York Times
riferivano del largo sostegno goduto dal governo, dei suoi critici
che ammettevano la popolarità di Assad, e del fatto che i siriani
dedicavano scarsa attenzione a quelle proteste. Nel contempo
descrivevano le agitazioni come una sequela di sommosse riguardanti
né migliaia né decine di migliaia, ma centinaia di persone, guidate
per lo più da una visione di tipo islamista, e che esibivano un
atteggiamento violento.
Time
riferiva che due formazioni jihadiste che in seguito avrebbero avuto
un ruolo di primo piano nella ribellione, Jabhat al-Nusra e Ahrar
al-Sham, operavano già sul campo nei giorni delle sommosse, e che
solo tre mesi prima alcuni leader dei Fratelli Musulmani avevano
espresso “la loro speranza in una rivolta pacifica in Siria.” I
Fratelli Musulmani, che da decine di anni hanno dichiarato una lotta
senza quartiere contro il partito Ba'ath che governa la Siria,
violentemente contrari al suo secolarismo, sono invischiati sin dagli
anni 60 in uno scontro all'ultimo sangue con i nazionalismi arabi
laici, e hanno praticato la guerriglia urbana contro i seguaci del
Ba'ath sin dalla fine degli anni 40 (in una di queste battaglie,
Hafez al-Assad, padre dell'attuale presidente, al governo dal 1997 al
2000, fu accoltellato da un Fratello Musulmano). I leader dei
Fratelli, a cominciare dal 2007, ebbero incontri frequenti col
Dipartimento di Stato e il National Security Council statunitensi,
così come con la Middle East Partnership Initiative (finanziata dal
governo statunitense), che aveva ereditato il ruolo di finanziatrice
alla luce del sole di organizzazioni golpiste estere, cosa che in
precedenza faceva clandestinamente la CIA.
Washington
ha tramato per eliminare l'influenza arabo-nazionalista dalla Siria
sin dalla metà degli anni 50, quando Kermit Roosevelt, organizzatore
del rovesciamento del primo ministro iraniano Mohammad Mossadeq (che
aveva nazionalizzato le risorse petrolifere del suo paese), cospirava
insieme all'intelligence britannica per istigare i Fratelli Musulmani
a rovesciare il triumvirato siriano di nazionalisti e comunisti, che
Washington e Londra vedevano come una minaccia per gli interessi
economici occidentali in Medio Oriente.
Negli
anni 80 Washington riforniva di armi i mujahedeen della Fratellanza,
perché praticassero una strategia di guerriglia urbana contro Hafez
al-Assad, che i duri e puri di Washington definivano “arabo
comunista.” Suo figlio, Bashar, ha proseguito nella politica
arabo-nazionalista di unità (della nazione Araba), indipendenza, e
socialismo (arabo). Queste sono state le linee guida dello stato
siriano – come pure per altri stati arabo-nazionalisti come la
Libia sotto Gheddafi e l'Iraq sotto Saddam. Tutti e tre gli stati
sono entrati nel mirino di Washington per la medesima ragione: i loro
obbiettivi arabo-nazionalisti erano in grave conflitto con la
politica imperialista di egemonia globale degli Stati Uniti.
Il
rifiuto da parte di Bashar al-Assad di ripudiare l'ideologia
arabo-nazionalista lasciavano sgomenta Washington, che ne denunciava
il socialismo, terzo elemento della santa trinità valoriale dei
ba'athisti. I piani per rovesciare Assad – legati in parte al suo
mancato accoglimento del neoliberismo di Washington – erano già in
preparazione negli Stati Uniti sin dal 2003, se non ancora prima. Che
Assad fosse un paladino del neoliberismo, come sostengono Draitser e
altri, dev'essere una notizia sfuggita all'attenzione di Washington e
Wall Street, che stigmatizzavano la Siria “socialista” e la sua
politica economica decisamente anti-neoliberista.
Una
faida sanguinaria che s'infiamma con l'assistenza degli Stati Uniti
Alla
fine del gennaio 2011, venne creata una pagina Facebook intitolata
The Syrian Revolution 2011. Annunciava che il 4 e 5 febbraio
si sarebbe tenuta una pubblica protesta [Day of Rage,
“giornata della collera”]. [1] Come riferisce Time, la
protesta “fece cilecca”. La Giornata della Collera si risolse in
una una Giornata dell'Indifferenza. In aggiunta, il collegamento con
la Siria risultò esile. La maggior parte degli slogan gridati dai
pochi contestatori intervenuti riguardavano la Libia, ed esigevano
che Muhammar Gheddafi – il cui governo era assediato da insorti
islamisti – venisse deposto. Vennero pianificate nuove proteste per
il 4 e il 5 di marzo, ma anch'esse ottennero un magro sostegno. [2]
Rania
Abouzeid, corrispondente di Time, attribuì il fallimento da
parte degli organizzatori nell'ottenere una partecipazione
significativa al fatto che la maggior parte dei siriani non era
contraria al proprio governo. Assad godeva di una buona reputazione,
specialmente per i due terzi della popolazione sotto i trent'anni di
età, e le sue politiche erano ampiamente approvate. “Perfino i
suoi critici ammettono che Assad è popolare, e considerato gradito
dal massiccio strato giovanile del paese, per motivi ideologici,
emotivi, e ovviamente cronologici,” riferiva Abouzeid, aggiungendo
che a differenza degli “estromessi leader pro-USA di Tunisia ed
Egitto, la politica estera aggressiva contro Israele di Assad, il
vibrante sostegno verso i palestinesi e le milizie di Hamas ed
Hezbollah, sono in linea col sentimento popolare siriano.” Assad,
in parole povere, possedeva una legittimazione politica [had
legitimacy]. Il corrispondente di Time aggiungeva che il gesto
di Assad, che “in febbraio si era recato da solo nella Moschea
degli Omayyadi, per partecipare alle preghiere di commemorazione
della nascita del Profeta Muhammad, e aveva passeggiato per il souk
di Al-Hamidiyah con poche guardie del corpo” lo aveva “aiutato a
farsi personalmente benvolere dal pubblico.” [3]
Questa
descrizione del presidente siriano – un leader benvoluto dal
pubblico, ideologicamente in sintonia col sentimento popolare dei
siriani – contrasta violentemente con le tesi che sarebbero emerse
subito dopo le violente proteste scoppiate nella città siriana di
Daraa meno di due settimane dopo, tesi sposate poi dagli statunitensi
di sinistra, incluso Draitser. Eppure, alla vigilia degli eventi di
Daraa, ci si meravigliava della peculiare tranquillità della Siria.
Nessuno “si aspetta insurrezioni di massa in Siria,” riferiva
Abouzeid, “ogni tanto ci sono manifestazioni di dissenso, ma sono
davvero pochi quelli che vogliono farne parte.” [4] Una giovane
siriana riferiva a Time: “Ci sono molti aiuti per i giovani
da parte del governo. Ci danno libri gratis, scuole gratis,
università gratis.” (Non è proprio lo stato neoliberista che
descrive Draitser.) La giovane continuava: “Perché ci dovrebbe
essere una rivoluzione? Le probabilità saranno dell'uno per cento.”
[5] Il New York Times condivideva questo punto di vista. La
Siria, riferiva il giornale, “è sembrata immune all'ondata di
rivolta che attraversava il mondo arabo.” [6] In Siria il fermento
non attecchiva.
Ma
il 17 marzo, a Daraa, ci fu una sommossa violenta. I resoconti su chi
l'abbia innescata sono contraddittori. Time riferiva che “la
ribellione a Daraa è stata provocata dall'arresto di un gruppo di
giovani che avevano imbrattato un muro con graffiti antiregime.”
[7] Robert Fisk dell'Indipendent offriva una versione
lievemente diversa. Riferiva che “funzionari dell'inteligence
governativa hanno picchiato e ucciso un gran numero di ragazzi che
avevano scarabocchiato graffiti antigovernativi sui muri della
città.” [8] Un altro resoconto sostiene che il fattore scatenante
della rivolta a Daraa fosse stato l'estremo e sproporzionato uso
della forza da parte delle forze dell'ordine siriane in risposta alle
dimostrazioni contro l'arresto di quei giovani. C'erano “dei
giovani che facevano graffiti su un muro, e li hanno arrestati, e i
genitori li rivolevano indietro, e le forze di sicurezza hanno
reagito con molta, molta brutalità.” [9] Il resoconto del governo
siriano nega che tutto questo sia accaduto. Cinque anni dopo i fatti,
Assad ha detto in un'intervista che “non è mai accaduto. È solo
propaganda. Intendo dire, ne abbiamo sentito parlare, ma questi
ragazzini messi in galera non li abbiamo mai visti. Era solo
un'invenzione [a fallacious narrative].” [10]
Ma
se ci sono discordanze su ciò che scatenò la sommossa, non ce ne
sono molte sul fatto che fu violenta. Il New York Times riferiva che
“i dimostranti hanno incendiato le sedi del partito Ba'ath e altri
edifici governativi (…) e si sono scontrati con la polizia. (…)
Oltre alle sedi del partito i dimostranti hanno dato fuoco al
principale tribunale della città e a una sede della compagnia
telefonica SyriaTel.” [11] Time aggiungeva che i dimostranti
avevano bruciato l'ufficio del governatore, così come la sede di
un'altra compagnia telefonica. [12] L'agenzia governativa SANA postò
sul suo sito foto di veicoli dati alle fiamme. [13] Chiaramente non
si trattava di una dimostrazione pacifica, come la si sarebbe
descritta in seguito. E non si trattava nemmeno di un'insurrezione di
massa. Time riferiva che i dimostranti potevano contarsi a
centinaia, non a migliaia o decine di migliaia. [14]
Assad
reagì immediatamente ai tumulti di Daraa, annunciando “una serie
di riforme, incluso un aumento di salario per gli impiegati pubblici,
una maggior libertà per media e partiti politici, e una
riconsiderazione dello stato d'emergenza,” [15] una restrizione dei
diritti civili e politici in tempo di guerra messa in atto perché il
paese era ufficialmente in guerra con Israele. Prima della fine di
aprile il governo avrebbe abolito “lo stato d'emergenza in vigore
da 48 anni” e “la Corte Suprema di Stato per la Sicurezza.”
[16]
Perché
il governo fece queste concessioni? Perché queste erano le richieste
dei dimostranti di Daraa. I dimostranti “si sono radunati dentro e
intorno alla moschea Omari di Daraa, scandendo le loro richieste: il
rilascio di tutti i prigionieri politici (…) l'abolizione dello
stato di emergenza in vigore da 48 anni; maggiori libertà civili; e
la fine dell'endemica corruzione.” [17] Simili richieste erano
coerenti con l'appello, diffuso ai primi di febbraio sulla pagina
Facebook di The Syrian Revolution 2011, per “la fine dello
stato d'emergenza in Siria e la fine della corruzione.” [18] Una
richiesta per la liberazione dei prigionieri politico venne anche
avanzata in una lettera pubblicata su Facebook da alcune personalità
religiose. Le loro richieste includevano la revoca “dello stato
d'emergenza, il rilascio di tutti i detenuti politici, la fine delle
vessazioni da parte delle forze di sicurezza e la lotta alla
corruzione.” [19] La liberazione dei detenuti politici sarebbe
consistita nel rilascio di jihadisti o, per usare una terminologia in
auge in Occidente, di “terroristi.” Il Dipartimento di Stato
statunitense ha riconosciuto che in Siria la principale opposizione è
quella dell'Islam politico [20]; i jihadisti costituivano il maggior
gruppo di opposizione a rischio di arresto. La richiesta di quelle
autorità religiose che Damasco liberasse tutti i prigionieri
politici in effetti era uguale a un'ipotetica richiesta da parte
dello Stato Islamico che Washington, Parigi e Londra rilasciassero
tutti gli islamisti accusati di terrorismo rinchiusi nelle prigioni
statunitensi, francesi e britanniche. Non si trattava di una
richiesta di più posti di lavoro e maggior democrazia, ma la
richiesta di far uscire di prigione attivisti che avevano come
obbiettivo l'instaurazione in Siria di uno Stato Islamico. La revoca
delle leggi d'emergenza, analogamente, sembrava aver poco a che fare
con la promozione della democrazia, ma piuttosto con la possibilità
per i jihadisti e i loro affiliati di avere più spazio per
organizzare la loro opposizione allo stato laico.
Una
settimana dopo lo scoppio delle violenze a Daraa, Rania Abouzeid
riferiva su Time che “non sembrano esserci una domanda
diffusa per la caduta del regime o per la rimozione di un presidente
relativamente popolare.” [21] In effetti le richieste avanzate da
dimostranti e figure religiose non includevano la deposizione di
Assad. E i siriani si mobilitavano a suo favore. “Ci sono state
nella capitale delle controdimostrazioni a favore del Presidente,”
[22] che, da quanto riferito, superavano di parecchio in numero le
centinaia di dimostranti che erano scesi in piazza a Daraa per
incendiare edifici e automobili e scontrarsi con la polizia. [23]
Arrivati
al 9 aprile – a meno di un mese dagli eventi di Daraa – Time
riferiva che una serie di proteste stava divampando, e che l'Islam vi
svolgeva un ruolo preminente. Agli occhi di chiunque avesse
dimestichezza con la sequela pluridecennale di scioperi,
dimostrazioni, sommosse e insurrezioni che i Fratelli Musulmani hanno
organizzato contro quello che considerano il governo ba'ahtista
“infedele”, sembrava una storia che si ripete. I dimostranti non
avevano raggiunto una massa critica. Al contrario, il governo
continuava a godere della “lealtà” di “una gran parte della
popolazione,” riferiva Time. [24]
Gli
islamisti hanno avuto un ruolo portante nella stesura della
Dichiarazione di Damasco della metà degli anni 2000, un documento
che chiedeva un cambio di regime. [25] Nel 2007 i Fratelli Musulmani,
il prototipo dei movimenti politici islamisti sunniti, che avevano
ispirato Al-Qaeda e le sue ramificazioni (Jabhat al-Nusra e lo Stato
Islamico [Isis]), avviarono una collaborazione con un ex
vicepresidente siriano, per fondare il Fronte di Salvezza Nazionale. Il
Fronte ebbe ebbe frequenti incontri con il Dipartimento di Stato e
con il Consiglio per la Sicurezza Nazionale statunitensi, così come
con la Middle East Partnership Initiative (finanziata dal governo
USA), [26] la quale faceva alla luce del sole quello che un tempo la
CIA faceva in segreto, cioè fornire denaro e know-how a quinte
colonne operanti in paesi i cui governi fossero sgraditi a
Washington.
Giunti
al 2009, appena due anni prima dell'esplosione di disordini per tutto
il mondo arabo, i Fratelli Musulmani siriani stigmatizzarono il
governo arabo-nazionalista di Bashar al-Assad come un elemento della
società siriana estraneo e ostile, che doveva essere eliminato.
Nella visione di questo gruppo la comunità alawita, cui apparteneva
Assad e che i Fratelli ritenevano eretica, utilizzava
l'arabo-nazionalismo laico come copertura per l'avanzamento di un
progetto settario mirante alla distruzione della Siria dall'interno,
per mezzo dell'oppressione dei “veri” musulmani (cioè i
sunniti). Nel nome dell'Islam, era doveroso rovesciare questo regime
eretico. [27]
Appena
tre mesi prima dello scoppio delle violenze in Siria del 2011, lo
studioso Liad Porat redasse un documento per il Crown Center for
Middle East Studies della Brandeis University. “I leader del
movimento,” concludeva lo studioso, “continuano a manifestare la
speranza di un'insurrezione popolare [civil revolt] in Siria, nella
quale 'il popolo siriano ottempererà al proprio dovere e libererà
la Siria da un regime corrotto e tirannico.'” I Fratelli Musulmani
ribadivano di essere impegnati in una lotta all'ultimo sangue contro
il governo arabo-nazionalista laico di Bashar al-Assad. Un
compromesso [accommodation] politico con il governo era impossibile,
perché i suoi dirigenti non facevano parte dei musulmani sunniti
siriani. L'appartenenza alla nazione siriana era ristretta ai soli
veri musulmani, affermavano i Fratelli, quindi escludeva gli eretici
alawiti, che abbracciavano idee estranee e anti-islamiche come il
secolarismo arabo-nazionalista. [28]
Che
i Fratelli Musulmani avessero avuto un ruolo chiave nelle rivolte
scoppiate tre mesi dopo, venne confermato nel 2012 dalla Defence
Intelligence Agency statunitense. In un rapporto trapelato
dall'agenzia si affermava che la ribellione era di natura settaria ed
era guidata dai Fratelli Musulmani e Al Qaeda in Iraq, apripista
dello Stato Islamico. Il rapporto proseguiva dicendo che i ribelli
erano sostenuti dall'Occidente, dalle monarchie del Golfo e dalla
Turchia. L'analisi prevedeva correttamente l'instaurazione di un
“principato salafita,” uno stato islamico, nella parte orientale
della Siria, osservando che questo era l'obbiettivo dei sostenitori
stranieri dell'insurrezione, vedere gli arabo-nazionalisti laici
isolati e tagliati fuori dai legami con l'Iran. [29]
Documenti
redatti dai ricercatori del Congresso statunitense rivelarono nel
2005 che il governo era impegnato in un cambio di regime in Siria ben
prima dei tumulti della Primavera Araba del 2011, in contrasto con
l'idea che il sostegno degli Stati Uniti ai ribelli siriani fosse
basato sull'adesione a una “rivolta democratica”, mentre si
trattava invece della prosecuzione di una politica di lunga data,
mirante al rovesciamento del governo di Damasco. A tutti gli effetti
i ricercatori riconoscevano che le ragioni del governo statunitense
per rovesciare il governo arabo-nazionalista laico di Damasco non
avevano nulla a che fare con la promozione della democrazia in Medio
Oriente. In realtà essi osservavano che le preferenze di Washington
andavano alle dittature laiche (Egitto) e alle monarchie (Giordania e
Arabia Saudita). Ciò che spingeva verso il cambio di regime, secondo
i ricercatori, era il desiderio di eliminare un ostacolo che impediva
la realizzazione degli obbiettivi statunitensi per il Medio Oriente,
cioè il rafforzamento di Israele, il consolidamento del dominio
statunitense in Iraq, e la promozione di economie di libero mercato
ed economia d'impresa. La democrazia non era mai stata in agenda.
[30] Se Assad avesse praticato una politica neoliberista in Siria,
come afferma Draitser, rimane difficile da comprendere perché
Washington avrebbe citato il rifiuto siriano di abbracciare la
politica USA di libero mercato e libera impresa come motivazione per
un cambio di governo.
Per
sottolineare la questione dello scarso sostegno popolare alle
proteste, il 22 aprile, più di un mese dopo la rivolta di Daraa,
Anthony Shadid del New
York Times
riferiva che “le proteste, finora, non sono sembrate paragonabili
alle agitazioni rivoluzionarie di Egitto e Tunisia.” In altre
parole, più di un mese dopo che centinaia – e non migliaia o
decine di migliaia – di contestatori avevano manifestato a Daraa,
in Siria non c'era segno di una sollevazione popolare in stile
Primavera Araba. La sommossa restava limitata prevalentemente agli
islamisti. All'opposto, a Damasco c'erano state massicce
dimostrazioni non contro ma a favore del governo, Assad conservava la
sua popolarità e, secondo Shadid, il governo riscuoteva la lealtà
dei “cristiani e delle sette islamiche eterodosse.” [31]
Shadid
non era il solo giornalista occidentale a riferire che gli alawiti,
gli ismailiti, i drusi e i cristiani erano decisi sostenitori del
governo. Raina Abouzeid di Time osservava che i ba'athisti “potevano
contare sull'appoggio delle minoranze più importanti.” [32]
Il
fatto che il governo siriano godesse della lealtà dei cristiani e
delle sette islamiche eterodosse, come riferiva Shadid sul New
York Times,
suggeriva che le minoranze religiose siriane avessero intravisto in
quelle sommosse qualcosa che la stampa occidentale aveva sottostimato
(e di cui i socialisti rivoluzionari statunitensi non si erano
accorti), e cioè che esse erano l'espressione di un progetto
islamista sunnita di natura settaria che, se portato a termine,
avrebbe avuto conseguenze spiacevoli per chiunque non venisse
considerato un “vero” musulmano. È questo il motivo per cui
alawiti, ismailiti, drusi e cristiani si erano schierati coi
ba'ahtisti, che cercavano di ridurre le divisioni settarie nel
contesto del loro impegno programmatico di perseguire l'unità araba.
Lo slogan “Gli alawiti nella fossa, i cristiani a Beirut!”
gridati nelle manifestazioni di quei primi giorni [33] erano la
semplice conferma che la sommossa era il proseguimento della lotta
all'ultimo sangue condotta dall'Islam politico sunnita contro il
governo arabo-nazionalista, e che non si trattava di una sollevazione
popolare per la democrazia, o contro il neoliberismo. Se questo fosse
stato il caso, come spiegare il fatto che una simile sete di
democrazia, una simile opposizione al neoliberismo si manifestassero
solo nella comunità sunnita, rimanendo assenti tra gli appartenenti
alle minoranze religiose? La mancanza di democrazia e la tirannia
neoliberista, se ci fossero state e avessero agito da fattore
scatenante per un'ondata rivoluzionaria, di certo sarebbero state
trasversali alle appartenenze religiose. La mancata partecipazione di
alawiti, ismailiti, drusi e cristiani alle sommosse, che avevano una
connotazione sunnita e islamista, è grave indizio che
l'insurrezione, sin dall'inizio, costituiva la recrudescenza della
lotta di lunga data dei jihadisti sunniti contro il secolarismo
ba'ahtista.
“Il
governo siriano ha affermato sin dal primo momento di essere in lotta
contro militanti islamisti.” [34] La lunga storia di ribellioni
islamiste contro il Ba'ath precedenti il 2011 suggeriva che le cose
stessero proprio così, e il modo in cui in seguito progredì la
ribellione, nella forma di una guerra contro lo stato laico
capeggiata dagli islamisti, rinforzò ulteriormente questa
prospettiva. Altri elementi, sia positivi sia negativi, corroborarono
l'affermazione di Assad, che lo stato siriano fosse sotto attacco da
parte dei jihadisti (com'era già accaduto molte altre volte in
passato). La prova in negativo, cioè che la sollevazione non fosse
una rivolta popolare contro un governo impopolare, caratterizzava i
reportage dei media occidentali, che mostravano come il governo
arabo-nazionalista siriano fosse popolare e riscuotesse la lealtà
della popolazione.
All'opposto,
le dimostrazioni e le sommosse antigovernative erano di proporzioni
ridotte, e avevano radunato molta meno gente di quella che aveva
partecipato alle dimostrazioni di Damasco a favore del governo, e in
ogni caso non erano state paragonabili alle sollevazioni popolari di
Egitto e Tunisia. In aggiunta, le richieste dei dimostranti erano
focalizzate sulla liberazione dei prigionieri politici (per lo più
jihadisti) e sulla revoca delle restrizioni da tempo di guerra
all'espressione di dissenso politico, e non contemplavano il
rovesciamento di Assad o un mutamento della politica economica. A
provarlo, i resoconti dei media occidentali che mostravano come
l'Islam svolgesse nelle rivolte un ruolo preminente. Inoltre, sebbene
fosse convinzione comune che gli islamisti armati fossero intervenuti
nella lotta solo dopo le rivolte iniziali della primavera del 2011 –
e avessero in tal modo “dirottato” una “insurrezione popolare”
- in realtà due dei gruppi di jihadisti che avrebbero avuto, dopo il
2011, un ruolo preminente nella rivolta armata contro il secolarismo
arabo-nazionalista, cioè Ahrar al-Sham e Jabhat al-Nusra, erano in
piena attività già all'inizio del 2011. Ahrar al-Sham “ha
iniziato a lavorare alla formazione di formazioni armate (…) molto
prima della metà di marzo del 2011, quando” si verificarono le
rivolte di Daraa, secondo Time. [35] Jahbat al-Nusra, gli
affiliati siriani di al-Qaeda, “era un gruppo sconosciuto fino al
tardo gennaio del 2012, quando annunciò la sua istituzione (…)
[ma] era già attivo nei mesi precedenti.” [36]
Un
altro indizio coerente con l'opinione che l'Islam militante abbia
partecipato alla rivolta quasi da subito – o, come minimo, che le
proteste abbiano avuto un carattere violento sin dall'inizio – è
che “ci sono stati segni del coinvolgimento di gruppi armati sin
dall'inizio.” Il giornalista e scrittore Robert Fisk ricordava di
aver visto un video dei “primissimi giorni della 'rivolta' che
mostrava uomini armati di pistole e kalashnikov in una delle
dimostrazioni di Daraa,” E ricordava un altro evento (del maggio
2011) in cui “una troupe di AL Jazeera ha filmato degli uomini
armati che facevano fuoco contro soldati siriani a solo qualche
centinaio di metri di distanza dal confine nord con il Libano, ma il
network ha rifiutato di mandare in onda il materiale.” [37] Perfino
alcuni funzionari statunitensi, ostili verso il governo siriano, dai
quali ci si aspetterebbe che contestassero il punto di vista di
Damasco (di essere in lotta contro ribelli armati), “riconoscevano
che le dimostrazioni non erano pacifiche e che alcuni dei dimostranti
erano armati.” [38] A settembre le autorità siriane riferivano di
aver subito la perdita di più di 500 tra funzionari di polizia e
soldati, uccisi in azioni di guerriglia. [39] Arrivati a ottobre, il
numero era più che raddoppiato. [40] In meno di dodici mesi la
rivolta era passata dal dare fuoco agli edifici governativi o del
partito Ba'aht e avere scontri con la polizia alla guerriglia,
utilizzando metodi che sarebbero stati definiti “terroristici” se
diretti contro obbiettivi occidentali.
In
seguito, Assad avrebbe così recriminato:
“Quello
che dicevamo all'inizio della crisi, loro l'hanno detto più tardi.
Dicevano che era pacifica, noi dicevamo che non lo era, che stavano
uccidendo – questi dimostranti, quelli che chiamavano dimostranti
pacifici – avevano ucciso dei poliziotti. Poi si trattò dei
militanti. E loro dissero, d'accordo, sono i militanti. Noi dicemmo
sono militanti, sono terroristi. E loro, no, non sono terroristi. E
quando ammettevano che sì, è terrorismo, noi dicemmo è Al Qaeda, e
loro no, non è Al Qaeda. Insomma, quello che noi diciamo prima, loro
lo dicono dopo.” [41]
La
“rivolta siriana,” scriveva lo specialista di Medio Oriente
Patrick Seale, “dovrebbe essere vista semplicemente come l'ultimo,
e fin qui il più violento, episodio della lunga guerra tra gli
islamisti e i ba'athisti, che dura sin dalla fondazione del laico
partito Ba'ath negli anni 40. La lotta tra di essi ormai è poco meno
di una faida all'ultimo sangue.” [42] “È impressionante,”
continuava Seale, citando Aron Lund, l'autore del documento per lo
Swedish Institute of International Affairs sul jihadismo siriano,
“che i componenti delle diverse formazioni armate ribelli siano
praticamente tutti arabi sunniti; che gli scontri siano per lo più
limitati solo alle zone arabo-sunnite, mentre quelle abitate da
alawiti, drusi o cristiani siano rimaste inattive o abbiano
appoggiato il regime; che le defezioni dal regime riguardino per il
cento per cento sunniti; che denaro, armi e volontari fluiscano da
stati islamici o da individui e organizzazioni pro-islamiche; e che
tra gli insorti la religione sia il denominatore comune più
importante.” [43]
Brutalità
come fattore scatenante?
È
ragionevole credere che l'uso della forza da parte dello stato
siriano abbia innescato la guerriglia scoppiata subito dopo?
È
poco credibile che una reazione eccessiva da parte dell'apparato di
sicurezza a fronte di una sfida all'autorità
nella città di Daraa (se poi tale reazione eccessiva ci sia davvero
stata) abbia potuto scatenare un conflitto su larga scala, che ha
coinvolto diverse nazioni e mobilitato jihadisti di svariata
provenienza. Per dare a questa ipotesi anche solo un minimo di
credibilità, bisognerebbe ignorare tutta una serie di fatti ad essa
contrari.
Per
prima cosa, dovremmo sorvolare sul fatto che il governo di Assad
fosse popolare e percepito come legittimo. Si potrebbe argomentare
che la reazione esagerata, da parte di un governo impopolare, a una
trascurabile sfida alla sua autorità, avrebbe potuto generare la
scintilla necessaria a scatenare un'insurrezione di massa, ma
nonostante l'insistenza del presidente statunitense Obama sulla
mancanza di legittimità di Assad, non c'è alcuna prova che la
Siria, nel marzo del 2011, fosse una polveriera colma di risentimento
antigovernativo pronta a esplodere. Come scriveva Rania Abouzeid di
Time all'inizio della rivolta di Daraa, “Perfino i suoi
critici ammettono la popolarità di Assad” [44] e “nessuno si
aspetta una sollevazione di massa in Siria, e anche se ogni tanto ci
sono manifestazioni di dissenso, sono in pochi a volervi
partecipare.” [45]
Seconda
cosa, dovremmo ignorare il fatto che la rivolta di Daraa aveva visto
coinvolte solo alcune centinaia di partecipanti, tutt'altro che una
sollevazione di massa, e che nemmeno le proteste che seguirono
riuscirono a raggiungere una massa critica, come riferiva Nicholas
Blanford di Time. [46] In modo simile, Anthony Shadid del New
York Times non trovò la minima prova che in Siria fosse in corso
una sommossa popolare, perfino a un mese e più dai disordini di
Daraa. [47] Quel che stava succedendo, contrariamente alla retorica
propagandistica di Washington sulla Primavera Araba che irrompeva in
Siria, era che i jihadisti erano impegnati in una campagna di
guerriglia contro le forze di sicurezza siriane, e che, arrivati a
ottobre, avevano tolto la vita a più di mille tra poliziotti e
soldati.
Terza
cosa, dovremmo chiudere entrambi gli occhi davanti al fatto che il
governo statunitense, insieme al suo alleato britannico, nel 1956
aveva stilato piani per provocare in Siria una guerra [civile],
arruolando i Fratelli Musulmani per istigare sommosse interne. [48]
La rivolta di Daraa e i susseguenti scontri armati con polizia ed
esercito ricordavano il piano preparato dallo specialista di cambi di
regime Kermit Roosevelt. Questo non implica necessariamente che la
CIA avesse rispolverato il progetto di Roosevelt, riadattandolo al
2011: è solo che un simile piano dimostrava la capacità, da parte
di Washington e Londra, di progettare un'operazione di
destabilizzazione che comportasse un'insurrezione guidata dai
Fratelli Musulmani, al fine di portare a un cambio di regime in
Siria.
Inoltre,
dovremmo ignorare gli eventi del febbraio 1982, periodo in cui i
Fratelli Musulmani presero il controllo di Hama, per grandezza la
quarta città della Siria. Hama era l'epicentro del fondamentalismo
sunnita siriano, e base principale delle operazioni dei combattenti
jihadisti. Galvanizzati dalla falsa notizia del rovesciamento di
Assad, i Fratelli Musulmani si scatenarono in una gioiosa orgia di
sangue per tutta la città, attaccando le stazioni di polizia e
assassinando i leader ba'athisti e le loro famiglie, insieme a
funzionari governativi e soldati. In alcuni casi le vittime vennero
decapitate [49], una pratica, questa, che sarebbe stata riportata in
auge decenni più tardi dai combattenti dello Stato Islamico. I
funzionari del partito Ba'aht di Hama vennero tutti assassinati. [50]
In
Occidente gli eventi di Hama del 1982 vengono ricordati (quando
succede) non per le atrocità commesse dagli islamisti, ma per la
risposta dell'esercito siriano, il quale, come ci si aspetterebbe da
qualsiasi esercito, utilizzò la forza per ristabilire il controllo
statale sul territorio conquistato dagli insorti. Per strappare Hama
ai Fratelli Musulmani vennero dispiegati migliaia di soldati. L'ex
funzionario del Dipartimento di Stato statunitense William R. Polk
descrisse le conseguenze dell'assalto dell'esercito siriano su Hama
come simili a quelle dell'assalto degli Stati Uniti contro la città
irachena di Falluja nel 2004, [51] (la differenza, ovviamente, sta
nel fatto che l'esercito siriano stava operando legittimamente
all'interno del proprio territorio sovrano, mentre l'esercito
statunitense operava illegittimamente, come forza di occupazione, per
reprimere la resistenza a detta occupazione). Quante furono le
vittime nell'assalto su Hama, in ogni modo, resta argomento di
discussione. Le cifre variano. “Un primo resoconto di Time
affermava che i morti erano stati 1000. La maggior parte degli
osservatori stimò il numero delle vittime in 5000. Israele e i
Fratelli Musulmani” - nemici giurati dei laici arabo-nazionalisti,
e quindi interessati a esagerare il numero delle vittime -
“denunciarono un numero di morti superiore ai 20.000.” [52]
Robert Dreyfus, che ha scritto sulla collaborazione dell'Occidente
con l'Islam politico, sostiene che le fonti occidentali esagerarono
deliberatamente sul numero dei morti, allo scopo di demonizzare i
ba'athisti, descrivendoli come assassini scatenati, e che i
ba'athisti assecondarono l'inganno, allo scopo di incutere timore nei
Fratelli Musulmani. [53]
Mentre
l'esercito siriano frugava tra le macerie di Hama dopo l'assalto,
vennero rinvenute le prove che governi stranieri avevano rifornito
gli insorti di Hama di denaro, armamenti e apparati di comunicazione.
Ecco cosa scrive Polk:
“Assad
si accorse che in mezzo al suo popolo c'erano mestatori stranieri.
Era questa, dopotutto, l'eredità politica e psicologica del dominio
coloniale – un'eredità dolorosamente evidente in gran parte del
mondo post-coloniale, che però in Occidente e quasi del tutto
ignorata. E questa eredità non è un mito. È una realtà che,
evento dopo evento, possiamo verificare con documenti ufficiali.
Hafez al-Assad non aveva bisogno di qualche fuga di informazioni: i
suoi servizi di intelligence e alcuni giornalisti internazionali
avevano portato alla luce dozzine di tentativi di rovesciare il suo
governo, da parte di ricchi e conservatori stati arabi, degli Stati
Uniti e di Israele. Si trattava per lo più di 'dirty tricks'
[sabotaggio politico], propaganda e versamenti in denaro, ma val la
pena di sottolineare che nella rivolta di Hama del 1982 vennero
catturate più di 15.000 mitra di provenienza estera, insieme a forze
paramilitari addestrate dalla Giordania e dalla CIA (molto simili ai
jihadisti frequentemente citati nei reportage sulla Siria del 2013).
E quello che [Assad] vedeva all'opera in Siria veniva confermato da
quello che apprendeva dai cambi di regime realizzati dall'Occidente
in altri paesi. Egli era certamente a conoscenza del tentativo della
CIA di assassinare il presidente egiziano Nasser e il rovesciamento
anglo-americano del governo del primo ministro iraniano Mohammad
Mossadegh.” [54]
Nel
suo libro From Beirut to Jerusalem il commentatore del New
York Times Thomas Friedman scriveva che “il massacro di Hama
può essere inteso come 'la reazione naturale di un politico
modernizzatore di uno stato nazione relativamente nuovo che cerca di
neutralizzare gli elementi regressivi – in questo caso i
fondamentalisti islamici – che minacciano tutto ciò che [il
politico] ha realizzato nel costruire una Siria che fosse una
repubblica laica del XX secolo. È anche per questo,” continuava
Friedman, che “se qualcuno fosse stato in grado di condurre un
obbiettivo sondaggio d'opinione dopo il massacro di Hama, il
trattamento riservato da Assad ai ribelli avrebbe probabilmente
riscosso una sostanziale approvazione, perfino tra i musulmani
sunniti.” [55]
Lo
scoppio degli attacchi dei jihadisti sunniti contro il governo
siriano negli anni 80 contraddice l'opinione che il militante e
sunnita Islam del Levante sia un risultato dell'invasione
statunitense dell'Iraq nel 2003 e della successiva settaria politica
pro-scita delle autorità di occupazione. Questa visione è
storicamente miope, dato che ignora l'esistenza pluridecennale
dell'Islam politico come elemento significativo della politica del
Levante. Sin dal momento in cui la Siria ottenne formalmente
l'indipendenza dalla Francia dopo la II Guerra Mondiale, e nel corso
dei decenni seguenti del XX Secolo, e ancora nel secolo successivo,
le principali forze in conflitto in Siria furono il nazionalismo
arabo e l'Islam politico. Come ha scritto il giornalista Patrick
Cockburn nel 2016, “l'opposizione armata siriana è dominata
dall'Isis, da al-Nusra e Ahrar al-Sham.” La “sola alternativa al
governo (laico arabo-nazionalista) è costituita dagli islamisti.”
[56] Ed è così da lungo tempo.
Infine,
dovremmo anche ignorare il fatto che gli strateghi statunitensi
stavano pianificando fin dal 2003, o addirittura dal 2001, di
allontanare dal potere Assad e la sua ideologia laica
arabo-nazionalista, e dal 2005 stavano finanziando l'opposizione
siriana, inclusi i gruppi collegati coi Fratelli Musulmani. Ne
consegue che Washington ha spinto verso un rovesciamento del governo
Assad con l'obbiettivo di de-ba'athizzare la Siria. Una guerriglia a
guida islamista contro il governo siriano laico arabo-nazionalista si
sarebbe dispiegata comunque, qualunque fosse, eccessiva o meno, la
reazione del governo siriano ai fatti di Daraa. La partita era già
iniziata, mancava solo il pretesto. Ed ecco Daraa. Perciò, l'idea
che l'arresto di due ragazzi di Daraa che avevano disegnato graffiti
antigovernativi potesse scatenare un conflitto su larga scala è
credibile quanto il concetto che la I Guerra Mondiale sia stata
scatenata da null'altro che l'assassinio dell'Arciduca Francesco
Ferdinando.
La
Siria Socialista
Possiamo
definire il socialismo in molti modi, ma se lo associamo al controllo
pubblico delle leve dell'economia, insieme a una pianificazione
politica della stessa, allora la Siria, secondo le costituzioni del
1973 e del 2012, si caratterizza chiaramente come socialista.
Tuttavia, la Repubblica Araba di Siria non fu mai uno stato
socialista “dei lavoratori”, non del genere riconoscibile da un
marxista. Era invece uno stato socialista arabo ispirato
dall'obbiettivo dell'indipendenza politica della nazione araba e del
superamento dell'eredità di sottosviluppo che l'affliggeva. I
costituenti videro nel socialismo un mezzo per conseguire la
liberazione nazionale e lo sviluppo economico. “La marcia verso
l'instaurazione di un ordine socialista,” scrivevano i costituenti
del 1973, è una “necessità fondamentale per la mobilizzazione
delle potenzialità delle masse arabe nella loro lotta contro
sionismo e imperialismo.” Il socialismo marxista si interessava
alla lotta tra una classe proprietaria sfruttatrice e una classe
lavoratrice sfruttata, mentre il socialismo arabo si occupava della
lotta tra nazioni sfruttatrici e nazioni sfruttate. Anche se questi
distinti generi di socialismo operavano a livelli differenti, simili
distinzioni non avevano nessuna importanza per le banche occidentali,
per le corporation e per i grandi investitori, tutti alla ricerca
globale del profitto. Il socialismo andava contro gli interessi del
capitale industriale e finanziario statunitense, sia che avesse come
fine la cessazione dello sfruttamento della classe lavoratrice, sia
che volesse eliminare l'oppressione imperialistica di un gruppo
nazionale.
Il
socialismo ba'athista irrita Washington da lungo tempo. Lo stato
ba'athista ha esercitato una rimarchevole influenza sull'economia
siriana, attraverso la proprietà di imprese, sostegno finanziario a
imprese private locali, limitazioni agli investimenti stranieri e
restrizioni alle importazioni. I ba'athisti ritenevano simili misure
come strumenti indispensabili per uno stato post coloniale che
cercasse di sottrarre la sua vita economica dalla stretta delle
precedenti potenze coloniali, e realizzare una via allo sviluppo
libera da interessi stranieri.
Gli
obbiettivi di Washington, però, erano ovviamente l'opposto. Non
voleva che la Siria promuovesse la propria industria e proteggesse
con zelo la propria indipendenza, ma piuttosto che si piegasse agli
interessi di banchieri e grandi investitori (quelli che contavano
veramente negli Stati Uniti), aprendo il mercato del lavoro siriano
allo sfruttamento e la terra e le risorse naturali all'appropriazione
straniera. La nostra agenda, dichiarava l'amministrazione Obama nel
2015, “è focalizzata sull'abbassamento dei dazi sulle merci
statunitensi, l'abbattimento delle barriere verso i nostri beni e
servizi, e un'elevazione degli standard che assicuri un equo contesto
per le imprese americane.” [57] Non era una strategia inedita, ma
quella perseguita da decenni da parte della politica estera degli
Stati Uniti. Damasco non si stava allineando ai voleri di un governo
che insisteva nel potere e volere “essere alla guida dell'economia
mondiale.” [58]
I
puri e duri di Washington avevano considerato Hafez al-Assad un arabo
comunista, [59] e i funzionari statunitensi hanno considerato suo
figlio Bashar un ideologo incapace di rinunciare al terzo pilastro
del programma del Partito Ba'ath Socialista Arabo [Partito del
Risorgimento Arabo Socialista (Ba'ath = Risorgimento)]: il
socialismo. Il Dipartimento di Stato statunitense lamentava che la
Siria “non è riuscita a integrarsi in un economia globale
interconnessa,” sarebbe a dire che aveva mancato di consegnare le
imprese statali nelle mani degli investitori privati, che
comprendevano i poteri finanziari di Wall Street. Il Dipartimento di
Stato dichiarava anche la sua insoddisfazione di fronte alle “ragioni
ideologiche” che avevano impedito ad Assad di liberalizzare
l'economia siriana, al fatto che “la privatizzazione delle imprese
di stato non era ancora molto praticata,” e che l'economia “rimane
ancora largamente sotto controllo governativo.” [60] Era evidente
che Assad non aveva appreso quella che Washington chiamava “la
lezione della storia”, e cioè che “le economie di mercato, e non
quelle sotto stretto controllo governativo, sono le migliori.” [61]
Stilando una costituzione che imponeva che il governo conservasse un
ruolo nella guida dell'economia, in nome degli interessi della Siria,
e che detto governo non avrebbe fatto lavorare i siriani per il
profitto di banche, corporation e investitori occidentali, Assad
proclamava l'indipendenza della Siria dalla politica statunitense di
“apertura dei mercati e l'assicurazione di un equo contesto per gli
affari americani all'estero.” [62]
Come
se non bastasse, Assad ribadiva la sua fedeltà ai valori socialisti
a dispetto di quello che Washington aveva chiamato a sua volta
“l'imperativo morale” della “libertà economica,” [63]
inserendo nella costituzione: salvaguardie in caso di malattia,
disabilità ed età avanzata; accesso alle cure mediche; e istruzione
gratuita a ogni grado. Questi diritti sarebbero rimasti al di là
della facile portata di legislatori e politici che avrebbero potuto
sacrificarli sull'altare della creazione di un clima a bassa
tassazione favorevole agli investimenti esteri. Ulteriore insulto
all'ortodossia affaristica di Washington, la costituzione obbligava
lo stato a un sistema fiscale progressivo.
Per
finire, il leader ba'athsta incluse nella nuova costituzione una
misura introdotta dal padre nel 1973, un passo avanti verso una vera,
genuina democrazia – una misura che i decisori di Washington,
pesantemente ammanicati col mondo delle banche e delle corporation,
non potevano certo tollerare. La costituzione avrebbe prescritto che
almeno una metà dell'Assemblea del Popolo provenisse dai ranghi di
contadini e operai.
Come
neoliberista, Assad sarebbe stato di certo uno dei più strambi
seguaci dell'ideologia.
Siccità?
Un
ultima osservazione sulle origini della rivolta violenta del 2011:
alcuni sociologi e analisti hanno elaborato uno studio pubblicato sui
Proceedings
of the National Academy of Sciences
[Atti
dell'Accademia Nazionale delle Scienze (degli Stati Uniti)]
che suggerisce che “la siccità ha svolto un ruolo nei disordini
siriani.” Secondo questa linea interpretativa la siccità “ha
provocato cattivi raccolti che hanno provocato la migrazione di
almeno un milione e mezzo di persone dalle zone rurali a quelle
urbane.” Tutto ciò, combinato col flusso di rifugiati provenienti
dall'Iraq, intensificò la competizione per i posti di lavoro, già
scarsi, nelle aree urbane, facendo della Siria un calderone di
tensioni economiche e sociali pronto a traboccare. [64] Sembra una
tesi ragionevole, anzi, “scientifica,” ma il fenomeno che tenta
di spiegare – una sollevazione di massa in Siria – non si è mai
verificato. Come abbiamo osservato, una rassegna della copertura da
parte della stampa occidentale non ha trovato alcun riferimento a una
sollevazione di massa. Al contrario, i giornalisti che si aspettavano
un quadro del genere rimasero stupiti dinanzi alla sua assenza. I
giornalisti occidentali, invece, si trovarono di fronte una Siria
sorprendentemente tranquilla. Le dimostrazioni indette dagli
organizzatori della pagina Facebook Syrian
Revolution 2011
fecero fiasco. Gli oppositori ammisero la popolarità di Assad. I
reporter non riuscirono a trovare qualcuno che ritenesse imminente
una rivolta. Perfino a un mese dai fatti di Daraa – che coinvolse
solo alcune centinaia di manifesdtanti, eclissati dalle decine di
migliaia che sfilarono a Damasco a sostegno del governo – il
giornalista del New
York Times
sul posto, Anthony Shadid, non vide alcun segno in Siria delle
sollevazioni di massa di Tunisia ed Egitto. All'inizio del febbraio
del 2011 “Omar Nashabe, da lungo tempo osservatore e corrispondente
dalla Siria per il quotidiano arabo di Beirut Al-Ahkbar”
riferì a Time
che “i siriani possono essere afflitti da una tasso di povertà del
14 per cento, inseme a un tasso stimato di disoccupazione del 20 per
cento, ma Assad mantiene la sua credibilità.” [65]
Che
il governo riscuotesse il sostegno popolare venne confermato quando
la società di ricerca britannica YouGov alla fine del 2011 pubblicò
un sondaggio che mostrava come il 55 per cento dei siriani fosse a
favore della permanenza di Assad al potere. Il sondaggio non ebbe
quasi eco tra i media occidentali, la qual cosa spinse il giornalista
britannico Jonathan Steel a chiedersi: “Ipotizziamo che un
attendibile sondaggio d'opinione riveli che la maggior parte dei
siriani sia favorevole a che Bashar al-Assad rimanga presidente,
sarebbe uno scoop, no?” Steele descriveva i risultati del sondaggio
come “fatti scomodi” che venivano “eliminati” perché i
reportage dei media occidentali sugli eventi in Siria avevano smesso
di “essere equilibrati” e si erano trasformati in “un'arma
propagandistica.” [66]
Slogan
al posto dell'analisi politica
Draitser
è in difetto, non solo perché porta avanti, senza alcuna prova, un
ragionamento che non ha riscontri se non in se stesso, ma soprattutto
perché sostituisce alla politica e all'analisi gli slogan. Nel suo
articolo del 20 ottobre su Counterpunch,
Syria and the Left: Time to Break the Silence, egli sostiene che gli
obbiettivi caratterizzanti la Sinistra dovrebbero essere il
perseguimento di pace e giustizia, come se si trattasse di entità
indivisibili che mai possono opporsi l'un l'altra. Che pace e
giustizia possano, in certi casi, essere antitetiche, lo si illustra
nella seguente conversazione tra il giornalista australiano Richard
Carleton e Ghassan Kanafani, scrittore e rivoluzionario palestinese.
[67]
C:
Come mai la vostra organizzazione non si impegna in colloqui di pace
con gli israeliani?
K:
Lei non intende realmente “colloqui di pace”. Lei intende
capitolazione. Resa.
C:
Ma perché non parlare?
K:
Parlare con chi?
C:
Parlare coi leader israeliani.
K:
Sarebbe un po' una conversazione tra la spada e il collo, quella.
C:
Be', se non ci sono spade o fucili in vista, si può parlare.
K:
No. Non ho mai visto un colloquio tra un colonizzatore e un movimento
di liberazione nazionale.
C:
Ma nonostante questo, perché non parlare?
K:
Parlare di cosa?
C:
Parlare della possibilità di non combattere.
K:
Non combattere per cosa?
C:
Non combattere e basta. Non importa il motivo.
K;
Di solito si combatte per qualcosa. E si smette per qualcosa. Per cui
lei non riesce nemmeno a dirmi perché dovremmo parlare, e di cosa.
Perché dovremmo parlare della cessazione dei combattimenti?
C:
Parlare di cessare i combattimenti per porre fine alla morte e alla
sofferenza, la distruzione e il dolore.
K:
La sofferenza, la distruzione, il dolore e la morte di chi?
C:
Dei palestinesi, degli israeliani, degli arabi.
K:
Del popolo palestinese che viene scacciato, confinato nei campi di
rifugiati, che viene affamato e ucciso da vent'anni, a cui è
proibito perfino l'uso del nome “palestinesi”?
C:
In ogni caso, meglio così che morti.
K:
Forse per lei. Per noi, no: Per noi, la liberazione del nostro paese,
avere dignità, rispetto, avere i nostri semplici diritti umani è
qualcosa di essenziale come la stessa vita.
A
quali valori dovrebbe dedicarsi la Sinistra statunitense in caso di
conflitto tra pace e giustizia, questo Draitser non lo dice.
L'evocazione dello slogan “pace e giustizia” come auspicata
missione della Sinistra USA sembra essere nulla più che un invito
alle persone di sinistra perché abbandonino la politica imbarcandosi
invece nella missione di diventare anime belle, che volano alto sopra
i sordidi conflitti che affliggono l'umanità – senza mai
schierarsi, se non dalla parte degli angeli. La sua affermazione che
“nessuno stato o gruppo ha a cuore il miglior interesse dei
siriani” e quasi troppo sciocco per meritare un commento. Come fa a
saperlo, lui? Non si può evitare l'impressione che egli ritenga che
solo lui e la Sinistra statunitense, solitari in mezzo a gruppi e
nazioni di tutto il mondo, sappiano cosa sia meglio per il “popolo
siriano.” Forse è per questo che ritiene che la responsabilità
della Sinistra sia “nei confronti del popolo siriano,” quasi che
il popolo siriano fosse una massa indistinta con interessi e
obbiettivi politici in comune. Considerati come un unico insieme, i
siriani includono sia i laici sia gli islamisti, che hanno visioni
incompatibili sull'organizzazione dello stato, che sono impegnati in
una lotta feroce da più di mezzo secolo – una lotta alimentata, in
favore degli islamisti, dal suo stesso governo [di Draitser, cioè].
I siriani come massa includono quelli favorevoli all'integrazione con
l'impero statunitense e quelli che la rifiutano. Sotto questa
prospettiva cosa mai vuol dire che la Sinistra statunitense ha una
responsabilità nei confronti del popolo siriano? Quale popolo
siriano?
A
me sarebbe venuto in mente che la responsabilità della Sinistra USA
sia nei confronti dei lavoratori statunitensi, non nei confronti del
popolo siriano. E avrei anche immaginato che la Sinistra avrebbe
considerato fra le proprie responsabilità la diffusione di una
rigorosa, fattuale analisi politica su come le élite economiche
statunitensi utilizzano l'apparato statale per tutelare i loro
interessi a discapito del popolo, sia in patria sia all'estero. Qual
è l'effetto della lunga guerra di Washington contro la Siria sui
lavoratori statunitensi? È di questo che Draitser dovrebbe
occuparsi.
Note
1
Aryn Baker, “Syria is not Egypt, but might it one day be Tunisia?,”
Time, 4 febbraio 2011
2
Rania Abouzeid, “The Syrian style of repression: Thugs and
lectures,” Time, 27 febbraio 2011
3
Rania Abouzeid, “Sitting pretty in Syria: Why few go backing
Bashar,” Time, 6 marzo 2011
4
Rania Abouzeid, “The youth of Syria: the rebels are on pause,”
Time, 6 marzo 2011.
5
Rania Abouzeid, “The youth of Syria: the rebels are on pause,”
Time, 6 marzo 2011
6
“Officers fire on crowd as Syrian protests grow,” The New York
Times, 20 marzo 2011
7
Nicholas Blanford, “Can the Syrian regime divide and conquer its
opposition?,” Time, 9 aprile 2011
8
Robert Fisk, “Welcome to Dera’a, Syria’s graveyard of
terrorists,” The Independent, 6 luglio 2016
9
President Assad to ARD TV: Terrorists breached cessation of
hostilities agreement from the very first hour, Syrian Army refrained
from retaliating,” SANA, 1 marzo 2016
10
Ibid
11
“Officers fire on crowd as Syrian protests grow,” The New York
Times, 20 marzo 2011
12
Rania Abouzeid, “Arab Spring: Is a revolution starting up in
Syria?” Time, 20 marzo 2011; Rania Abouzeid, “Syria’s revolt:
How graffiti stirred an uprising,” Time, 22 marzo, 2011
13
“Officers fire on crowd as Syrian protests grow,” The New York
Times, 20 marzo 2011
14
Rania Abouzeid, “Arab Spring: Is a revolution starting up in
Syria?,” Time, 20 marzo 2011
15
“Thousands march to protest Syria killings”, The New York Times,
24 marzo 2011
16
Rania Abouzeid, “Assad and reform: Damned if he does, doomed if he
doesn’t,” Time, 22 aprile 2011
17
“Officers fire on crowd as Syrian protests grow,” The New York
Times, 20 marzo 2011
18
Aryn Baker, “Syria is not Egypt, but might it one day be Tunisia?,”
Time, 4 febbraio 2011
19
Nicholas Blanford, “Can the Syrian regime divide and conquer its
opposition?” Time, 9 aprile 2011.
20
Alfred B. Prados and Jeremy M. Sharp, “Syria: Political Conditions
and Relations with the United States After the Iraq War,”
Congressional Research Service, 28 febbraio 2005
21
Rania Abouzeid, “Syria’s Friday of dignity becomes a day of
death,” Time, 25 marzo 2011
22
Rania Abouzeid, “Syria’s Friday of dignity becomes a day of
death,” Time, 25 marzo 2011
23
“Syrie: un autre eclarage du conflict qui dure depuis 5 ans,
BeCuriousTV ,” 23 marzo 2016,
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Nicholas Blanford, “Can the Syrian regime divide and conquer its
opposition?” Time, 9 aprile 2011
25
Jay Solomon, “To check Syria, U.S. explores bond with Muslim
Brothers,” The Wall Street Journal, 25 luglio 2007
26
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2010, No. 47
28
Ibid
30
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and Relations with the United States After the Iraq War,”
Congressional Research Service, 28 febbraio 2005.
31
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32
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death,” Time, 25 marzo 2011
33
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34
Anthony Shadid, “Syria broadens deadly crackdown on protesters”,
The New York Times, 8 maggio 2011
35
Rania Abouzeid, “Meet the Islamist militants fighting alongside
Syria’s rebels,” Time, 26 luglio 2012
36
Rania Abouzeid, “Interview with official of Jabhat al-Nusra,
Syria’s Islamist militia group,” Time, 25 dicembre 2015
37
Robert Fisk, “Syrian civil war: West failed to factor in Bashar
al-Assad’s Iranian backers as the conflict developed,” The
Independent, 13 marzo 2016
38
Anthony Shadid, “Syria broadens deadly crackdown on protesters”,
The New York Times, 8 maggio 2011
39
Nada Bakri, “Syria allows Red Cross officials to visit prison”,
The New York Times, 5 settembre 2011
40
Nada Bakri, “Syrian opposition calls for protection from
crackdown”, The New York Times, 25 ottobre 2011
41
President al-Assad to Portuguese State TV: International system
failed to accomplish its duty… Western officials have no desire to
combat terrorism, SANA, 5 marzo 2015
42
Patrick Seale, “Syria’s long war,” Middle East Online, 26
settembre 2012
43
Ibid
44
Rania Abouzeid, “Sitting pretty in Syria: Why few go backing
Bashar,” Time, 6 marzo 2011
45
Rania Abouzeid, “The youth of Syria: the rebels are on pause,”
Time, 6 marzo 2011
46
“Can the Syrian regime divide and conquer its opposition?” Time,
9 aprile 2011
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Anthony Shadid, “Security forces kill dozens in uprisings around
Syria”, The New York Times, 22 aprile 2011
48
Ben Fenton, “Macmillan backed Syria assassination plot,” The
Guardian, 27 settembre 2003
49
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Independent, 9 febbraio 2007
50
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Fundamentalist Islam, Holt, 2005, p. 205
51
William R. Polk, “Understanding Syria: From pre-civil war to
post-Assad,” The Atlantic, 10 dicembre 2013
52
Dreyfus
53
Dreyfus
54
William R. Polk, “Understanding Syria: From pre-civil war to
post-Assad,” The Atlantic, 10 dicembre 2013
55
Quoted in Nikolas Van Dam, The Struggle for Power in Syria:
Politics and Society under Asad and the Ba’ath Party, I.B.
Taurus, 2011
56
Patrick Cockburn, “Confused about the US response to Isis in Syria?
Look to the CIA’s relationship with Saudi Arabia,” The
Independent, 17 giugno, 2016
57
National Security Strategy, febbraio 2015
58
Ibid
59
Robert Baer, Sleeping with the Devil: How Washington Sold Our Soul
for Saudi Crude, Three Rivers Press, 2003, p. 123
60
Sito del Dipartimento di Stato.
http://www.state.gov/r/pa/ei/bgn/3580.htm#econ.
Consultato l'8 febbraio 2012
61
The National Security Strategy of the United States of America,
settembre 2002
62
National Security Strategy, febbraio 2015
63
The National Security Strategy of the United States of America, marzo
2006
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Henry Fountain, “Researchers link Syrian conflict to drought made
worse by climate change,” The New York Times, 2 marzo 2015
65
Aryn Baker, “Syria is not Egypt, but might it one day be Tunisia?,”
Time, 4 febbraio 2011
66
Jonathan Steele, “Most Syrians back President Assad, but you’d
never know from western media,” The Guardian, 17 gennaio 2012
67
“Full transcript: Classic video interview with Comrade Ghassan
Kanafani re-surfaces,” PFLP, 17 ottobre 2016 [trascrizione in
inglese],
http://pflp.ps/english/2016/10/17/full-transcript-classic-video-interview-with-comrade-ghassan-kanafani-re-surfaces/
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