Sono stufo anch'io dell'evanescenza dei vari movimenti e della loro insussistenza. Reclutare cervelli e fare un patto sociale con una borghesia produttiva (ammesso che esista) che ci liberi dalle spire del potere oligarchico internazionale, è una cosa sensata. I movimenti dovrebbero discuterne
di Sergio Cori Modigliani da sergiodicorimodiglianji.blogspot.it via ComeDonChisciotte
"Fare un passo avanti: diventare cacche!"
Paolo Barnard, 10 maggio 2012. Titolo del suo ultimo post.
Questa mattina, presto, andando a spulciare la rete e facebook sono
rimasto davvero colpito, il che non capita spesso. Al di là delle
consuete notizie, ce n’era una in particolare che attirava la mia
attenzione: lo sdegno, sui social networks, di parecchi seguaci del
giornalista Paolo Barnard contro di lui.
Il cosiddetto popolo degli indignati che si indigna contro il Re dell’indignazione.
Per me, equivaleva a una notizia.
Alcuni di loro li conosco personalmente anche nella vita reale e ho
visto, più tardi, che nelle loro bacheche hanno manifestato apertamente
il loro dissenso contro Barnard. E così, sono andato a leggermi
l’articolo che aveva suscitato una così feroce levata di scudi.
Che
cosa avrà scritto? (pensavo mentre il computer caricava il sito) Magari
è diventato il segretario del nuovo PDL di Alfano, o ancora peggio
propone a tutti una colletta per investire in derivati di Goldman Sachs
oppure sostiene di andare in giro a mettere delle bombe in parlamento.
Morivo dalla curiosità, e avevo deciso che non sarei intervenuto.
Leggendolo, più volte e con attenzione, ciò che più mi ha colpito è
stata la mia reazione: un enorme sollievo, perché mi ha chiarito (e
risolto) un mio profondo disagio di questi tempi.
Tutto ciò, prima ancora di introdurre l’argomentazione, per dire che
plaudo e appoggio al 100% l’interpretazione attuale di Paolo Barnard; mi
beccherò la mia quota parte di dissenso avendo scelto deliberatamente
di sostenere con vigore la sua elaborazione contestata.
Chi conosce e segue Barnard sa come il suo linguaggio così vivido sia
sempre intriso di una indubitabile rabbia manifesta (è uno che scrive
con la bava alla bocca) il che lo accredita di un plusvalore perché
sintetizza gli umori di noi tutti e rende autentica e percettibile la
sua scelta di vita; ma allo stesso tempo, più d’una volta, (è una mia
modesta idea personale) corre il rischio di essere fuorviante perché fa
perdere l’autenticità della solida argomentazione, troppo intrisa di
livore per poter essere contundente come dovrebbe.
Qui di seguito, cito in copia e incolla, alcuni brevi passaggi, e invito
i lettori ad andare a leggerselo.
Scremato dalla sua rabbia, sono due le potentissime argomentazioni di
Barnard che hanno indignato gli indignati: 1). Piantatela di fare i
bèceri, e mettetevi in testa che dovete rimboccarvi le maniche e
studiare. Perché davanti a voi non c’è un esercito di beceri analfabeti
(tipo il Trota) bensì fior di cervelloni con venti lauree in economia
che vi mangiano in padella quando e come vogliono. 2). Preso atto del
primo punto, ne consegue che la più intelligente –e unica- battaglia da
fare in questo momento tragico, consiste nell’andare dagli imprenditori
più evoluti, sensibili e intelligenti, e spiegare loro che l’alleanza
che può rappresentare la svolta consiste nel diventare finanziatori
sponsor degli studiosi intellettuali che tireranno fuori come frutto dei
propri studi ed elaborazioni la maniera migliore (la più pragmatica,
efficace ed efficiente) per abbattere gli squali. E’ soltanto
dall’incontro tra menti eccellenti /pensanti /contemplative
/studiose/analitiche e industria imprenditoriale che può nascere il
cambiamento. Senza idee, massimo sei mesi da oggi, la CONFINDUSTRIA sarà
stata spazzata via dal mercato (la previsione è mia non è di Barnard)
perché senza idee non ce la faranno. Ma chi produce idee, oggi, è fuori
dal mercato e ha bisogno di finanziamenti. Quindi, ci si mette insieme:
L’INDUSTRIA CHE PRODUCE e la CULTURA CHE PRODUCE..
Dal mio punto di vista, in Italia, la Vera Rivoluzione Democratica tanto auspicata.
E invece, tutti indignati.
Basterebbe questo tipo di reazione per comprendere quanto e profondo sia
difficile, in questo momento, organizzare un contro-attacco vincente
contro l’attuale piano economico-politico lanciato dalla oligarchia
finanziaria sovra-nazionale per eliminare gli stati,.
cinesizzare il
mercato del lavoro, espoliare le nazioni della loro locale spina
industriale, annientare la classe media, nazificare il pensiero,
silenziare le menti pensanti, e chiudere una volta per tutte (secondo
loro) l’arrogante e presuntuosa pretesa degli esseri umani europei di
aspirare e combattere per l’affermazione di quei princìpi di libertà,
fratellanza e solidarietà che dai tempi di Locke e Voltaire sono stati
la base formativa che ha creato ricchezza collettiva e Bene Comune
Condiviso. 235 anni di Storia.
Che intendono spazzare via con un colpo secco..
E ci stanno riuscendo.
Lo volete capire, o no?
Scrive Il Re degli Indignati contestato:
Basta teatro. Basta. Sono anni che chiedo di piantarla coi teatrini
dei movimenti, predicatori di internet, associazioni, grilli, agnoletti,
benettazzi, chiesaioli, barnardini, beni comuni, noTavolani, twitteri
ecc. Sono anni che dico che si deve studiare come pazzi e poi reclutare
cervelli eccezionali almeno fin dove ci è possibile. Bisogna reclutare
imprenditori e fargli capire che siamo nella stessa barca, noi
dipendenti e loro, e da questi farci sponsorizzare quei cervelli, cioè
creare Fondazioni e Think Tanks che lavorano per noi. Vi ho portato a
Rimini cinque esperti proprio per impostare un flebile inizio su livelli
di grande professionalità. Non sto vedendo nulla di competente nascere
da ciò, solo fuffa di internet e gruppi che dopo 5 pagine di MMT già
pensano che a Citigroup gli tremano le gambe a leggerli nei blog.
Impietoso quanto veritiero. E’ proprio così. La nuova realtà ci offre
oggi, in Italia, una miriade di liste civiche, pseudo raggruppamenti,
collettivi, movimenti, i quali –nella migliore delle ipotesi- non
saranno in grado di prospettare nessuna alternativa né fattibile né
credibile per il semplice motivo che latitano di pensiero intellettuale,
di Cultura, cavalcati, alimentati da chi manipola il disagio attuale
già pregustando di realizzare la propria ambizione nel divenire (se va
bene) dei ben accolti valvassi o valvassori nel Nuovo Medioevo Eterno
che hanno intenzione di costruire per noi.
E’ necessario un altro passo. Un’altra mentalità. Bisogna mettersi in
gioco personalmente, individualmente, esistenzialmente, anche a costo di
correre il richio di rinunciare ai minimi argini di sicurezza ottenuti
finora. Perché è chiaro come il sole che anche quelli, in breve tempo,
verranno risucchiati via dalla marea. Mica avvertiranno prima.
.
Sostiene il Re degli indignati contestato:
Guardate che per loro noi non siamo neppure cacche. Una cacca non è
alcun pericolo, ma almeno la noti. Non essere neppure cacche significa
che proprio noi, per loro, non sussistiamo. E devo dire che dal loro
punto di vista, il punto di vista del Vero Potere, in effetti non può
che essere così. Questo siamo, o sarebbe meglio dire non-siamo, io, voi,
ovvero tutti quelli che sono nati cittadini comuni con occupazioni
comuni e che poi più tardi hanno scoperto che esiste il Vero Potere
Neoclassico, Neomercantile e Neoliberista, e che si sono decisi a
combatterlo. Per il Vero Potere non siamo neppure una cacca
letteralmente. Non si sono mai curati neppure di sapere se esistiamo o
no. Vi scrivo questo solo per darvi il senso realista delle proporzioni
fra gli schieramenti in questa lotta, perché sono veramente stanco di
far parte di sto circo della rete dove forse proprio nessuno ha capito
quanto seria è la questione di come affrontare il Vero Potere. Io sono
nel web non per scelta, sia chiaro, sono qui al confino, costretto
all’esilio in sto luogo, che detesto, dalla censura di chi sui media non
mi vuole più neppure in fotocopia, cioè tutti. Voi potete fare quello
che volete, mentirvi quanto volete, essere ridicoli eppure credere di
essere in gamba, ma io sono stanco, non ne posso più di movimenti, di
predicatori di internet, di associazioni, grilli stellati, agnoletti,
benettazzi, chiesaioli, barnardini, beni comuni, noTavolani, twitteri
ecc. Non ne posso più di internettari tossici all’ultimo stadio che mi
scrivono “Barnard ha visto sto video? Sconvolgente!!!! Cosa ne
pensa?????”. My God! Adesso lo guardo e poi chissà che cosa
succedeeeeee. E quelli che aprono le pagine su Facebook… quelli lì,
QUELLI LI’, tenetemi fermo….
Le proporzioni fra tutta sta agitatissima fuffa e loro, il Vero Potere,
sono deprimenti come poche cose al mondo. Guardate, vi posso dire una
cosa certa, ma certissima, ok? Nelle stanze di Citigoup o dell’IIF o di
Business Europe o della Trilaterale, o della Exor, del Lotis, del WTO,
di AXA, o di Carlyle, della Commissione UE nessuno mai neppure per 30
secondi ha pensato una sola volta a tutti voi movimenti, predicatori di
internet, associazioni, grilli, agnoletti, benettazzi, chiesaioli,
barnardini, beni comuni, noTavolani, twitteri ecc. Cioè, detta alla
bruta, non ci cagano neppure di striscio, proprio mai coverti, come
dicono i veneti. Zero.
Personalmente parlando, negli ultimi mesi mi è capitato di partecipare a
diversi incontri, seminari, colloqui, confronti, di quella che sta
diventando la nuova moda sociale collettiva italiana del 2012: un nuovo
partito “diverso” dagli altri. Ma il linguaggio è sempre lo stesso,
anche se, nei migliori esempi, è semplicemente camuffato; tanto, la
maggior parte delle persone è convinta che la Cultura sia Wikipedia, le
striscette di facebook, e qualche bel discorsetto intinto delle nuove
parole d’ordine che oggi fanno il nuovo mercato della politica: bene
comune, condivisione, diritto alla cittadinanza, no alla casta, no ai
privilegi, ecc. Basta usare queste parolette “magiche” e sono tutti
contenti pensandosi rivoluzionari. Sempre mercato della politica è.
Ormai abbiamo neo-miliardari che guidano le rivolte, esponenti della
casta che costruiscono associazioni contro la casta, analfabeti che
parlano di Cultura, e presentatori televisivi che si sono auto-eletti a
maitre de penser presentandosi come la neo classe di intellettuali.
La soluzione sta nel capovolgere questo meccanismo per ritornare dal mercato della politica alla politica del mercato.
La finanza oligarchica non è mercato: chi lo crede è caduto vittima di
un falso ideologico. Tant’è vero che per loro non esiste la legge della
domanda e dell’offerta, il rapporto prezzo/qualità, il costo sociale.
Viaggiano secondo altre coordinate il cui fine è (lo spiego qui in
maniera sintetica e divulgativa) politicamente “abbattere la logica
centrale dell’economia del libero mercato nel nome del libero mercato”
un paradosso che sta costruendo una società insensata, per cui è
necessario riappropriarsi del Senso per poterla combattere. Ma senza
Cultura non c’è acquisizione del Senso.
Dal punto di vista economico, il loro obiettivo consiste in “eliminare
il concetto di classi sociali, di concorrenza, di competitività, per dar
vita a una società economica formata da due uniche classi
riconoscibili: schiavi e cupola finanziaria oligarchica che stabilisce
chi deve produrre e chi no e come lo deve fare e per quanto e fino a
quando”.
L’articolo di Barnard mi ha ricordato un aneddoto che mi ha raccontato
un mio amico argentino a Buenos Aires, tre anni fa, quando ancora vivevo
in Argentina. Perché ha a che vedere esattamente con ciò di cui parla
Barnard. Guillermo (così si chiama il mio amico) è un professore di
pedagogia infantile, un consulente del governo nella sezione istruzione
pubblica ma ha partecipato a molte riunioni di governo della coppia
Kirchner, soprattutto all’inizio quando era anche sottosegretario ai
beni culturali. Mi raccontò quando i Kirchner presero il potere e una
volta insediati, dopo qualche mese, ricevettero la delegazione della
Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale, allora guidato da
Dominique Strauss Kahn. All’uscita dalla riunione, i Kirchner erano
sbiancati. Lui, Nestor, più sanguigno, iroso e viscerale della moglie (e
meno colto) capì subito come si erano messe le cose. Disse, per
l’appunto, a Guillermo “io so soltanto che non ho capito nulla di quello
che hanno detto, ma proprio nulla; ma una cosa, questa sì, l’ho capita:
questi si portano via tutta la repubblica argentina, compresi i
ghiacciai del polo sud. Siamo davvero nella merda”. Sua moglie, invece,
più accorta (una solida sindacalista) si confidò con i consulenti intimi
e fedeli, alcuni dei quali, ammisero perfino di essere stati convinti
sia dalla Banca Mondiale e dal FMI che l’attuazione del loro piano era
una bella cosa. “Ci spiegarono” mi raccontò allora Guillermo “che per
riprendersi dalla nostra catastrofica situazione visto che eravamo
andati in default e stavamo barcamenandoci ma non riuscivamo a trovare
il bandolo della matassa, bisognava opera una manovra che consisteva
nell’attuare delle strategie neo-liberiste di grande austerità e rigore,
comprimendo la spesa pubblica per non avere inflazione; convincere a
fare altrettanto ai boliviani, cileni e uruguaiani, con i quali poi –con
la benedizione dell’Europa- avere una moneta unica nuova che avrebbe
anche potuto emettere dei bot che sarebbero stati garantiti dalla BCE
che avrebbe anticipato i soldi gestendoli. In pratica, dal punto di
vista economico diventavamo una piazza finanziaria dell’euro”.
Gli argentini si resero conto che non avevano la cultura
tecnico-specifica adeguata per poter rispondere in maniera argomentata.
Nestor Kirchner era furibondo. Guillermo mi raccontava che “dava
l’impressione di essere uno messo all’angolo; ammetteva di non aver
capito niente ma allo stesso tempo andava in giro a dire ci hanno preso
per degli indiani con la piuma in testa e si presentano da noi con gli
specchietti magici, una frase che aveva fatto il giro della classe
politica. Ma Cristina, invece, che non aveva incarichi di
responsabilità, ma aveva il potere sul capo del governo che esercitava
in camera da letto, ebbe una fulminante intuizione. Convinse il marito a
darle carta bianca per trovare le persone giuste, nel frattempo che
acquistasse tempo con gli europei. Ed è quello che fecero”.
Cristina si fa un giro internazionale e si rivolge a Joseph Stieglitz, ma non si capiscono.
Si fa presentare a Paul Krugman, il quale le spiega che essendo il
responsabile dell’economia per la elezione di Obama (eravamo tra il 2005
e il 2006) non poteva occuparsi della questione, ma le consiglia
vivamente Christina Rohmer, una sua allieva, divenuta ordinario di
economia finanziaria applicata all’università di Berkeley in
California. Cristina la chiama e si piacciono subito, anche perché la
Rohmer era diventata bilingue e parlava perfettamente lo spagnolo. E
così, Cristina (l’argentina) vola a San Francisco e si incontra per
dieci giorni con la Christina (l’americana). Chiudono un accordo.
Ritorna in patria e comunica al marito l’esito, ma lui non ne vuole
sapere perché odia gli statunitensi dato che loro avevano appoggiato la
dittatura militare 15 anni prima. Ma lui era molto innamorato e lei lo
convince, nonostante avesse tutto il partito contro.
Mi raccontava Guillermo “Lì si è giocata la sua carriera politica. Un
mese dopo, arriva la Rohmer con 12 consulenti personali al seguito,
piuttosto giovani, tutti bilingui. Ma c’era soltanto un economista,
tutti gli altri erano esperti in diritto internazionale, diritto
finanziario, diritto legale tra nazioni. Si sono chiusi in un ufficio e
lì per quindici giorni, insieme ai consulenti del governo argentino
hanno letto e spulciato tutte le proposte della Banca Mondiale, della
BCE e del Fondo Monetario Internazionale. Un mese dopo convocano la
riunione con gli europei. Io stavo lì. Il gruppo dei consulenti
(soltanto tre parteciparono) vennero presentati come personalità di
governo. Si comincia la riunione e a un certo punto, dopo un segnale,
uno degli uomini della Rohmer prende la parola e comincia a contestare i
punti uno per uno, spiegando perché non funzionavano ed erano illegali.
Inizia una discussione che si protrae davvero molto a lungo. Gli
europei decidono di rimanere altri due giorni invece di un solo
pomeriggio. E il giorno dopo ricominciano. Finchè al terzo giorno, alla
fine gli europei chiedono: insomma, che cosa avete intenzione di fare? E
allora viene consegnato il piano della Rohmer. Gli europei lo bocciano
subito dicendo che è una follia che distruggerà il paese in due anni.
Loro tengono duro. Inizia un battibecco. Alla fine uno dei tre minaccia
gli europei: avete violato dei comma specifici del diritto
internazionale e adesso ve lo dimostriamo; come stato sovrano noi siamo
in grado di poter denunciare al tribunale internazionale dell’Aja la
BCE. Vi facciamo causa per 50 miliardi di euro, per voi è una cifra
ridicola, a noi ci basta. Ricominciano a discutere. La mattina dopo, gli europei accettano le condizioni argentine”.
Dopo tre giorni i consulenti legali se ne vanno e ritornano in Usa. La
Rohmer, a quel punto, fa arrivare gli economisti keynesiani che
gestiscono per quattro mesi di seguito, insieme al governo, le modalità
di esecuzione del piano economico che in quattro anni porta l’Argentina
dal 45esimo posto al mondo come solvibilità e potenza economica al
12esimo.
Oggi,a Buenos Aires, sono nate due specifiche università dove studiano
soltanto il funzionamento dei meccanismi perversi della finanza
speculativa applicata. Per accedervi, bisogna già essere laureati in
Economia e in Diritto Internazionale.
Per questo motivo mi è piaciuto l’articolo di Barnard.
Non prendetevela per il suo tono un po’ burbero.
E’ fatto così.
Ma ha ragione al 100%.
Se veramente volete fare qualcosa di propulsivo, mettete su un gruppo
che si occupi UNICAMENTE di trovare la strada vincente per andare a
bussare in Confindustria e spiegar loro che devono investire
immediatamente qualche milione di euro per lanciare dei think tank
italiani.
E’ la strada più veloce e facile da percorrere.
Ma lo devono fare subito se ci tengono a salvare l'industria nazionale.
Crea lavoro, occupazione intellettuale, ma soprattutto produrrà idee..
Senza di quelle, vincono gli altri.
Tutto il resto, come dice Barnard “è fuffa”.
Mascherato, più o meno, dalla tintura inzuppata nel brodo mediatico che va di moda in questo specifico momento..