Visualizzazione post con etichetta Banche. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Banche. Mostra tutti i post

martedì 4 settembre 2018

Deutsche Bank Cola a Picco – Tutti Zitti e Muti

di Massimo Bordin (da Micidial.it)


E mentre l’esercito degli antitaliani che quotidianamente sfogano su twitter i loro infantili istinti repressi contro il cattivo paese che non li avrebbe sufficientemente gratificati da piccoli, la tedeschissima Deutsche Bank crolla miseramente in Borsa con un rischio default che supera quello dello stato italiano. Oggi il titolo germanico esce persino dall’indice internazionale Eurostoxx 50.
Come non sapete di che si tratta? E’ solo la più grande banca tedesca, anzi, europea: un mostro che presta soldi potenzialmente a 82 milioni di abitanti, capofila di una nazione che guida la Ue e che ci ordina di fare (a noi…) i compiti a casa. Vi sfido a trovare googlando o sui giornali italiani articoli approfonditi e che mettano in giusto risalto l’incredibile situazione di Deutsche Bank. Se una banchetta con 5 sportelli del credito agricolo di Vergate sul Membro in Brianza ne chiude uno, da Bruxelles a Londra tutti si stracciano le vesti e parlano di un paese fallito, in svendita, sul quale non bisogna investire nemmeno un soldo bucato. Se Deutsche Bank va verso la chiusura, tutti a fare spallucce. Dopo pesanti tagli al personale e trimestri catastrofici sono arrivati gli aumenti di capitale, già bruciati. La banca tedesca sono ben 4 anni che chiude in perdita e la Merkel proverà la fusione con qualche altro colosso tedesco, come Commerzbank, nella speranza di salvare capra e crauti.
Perché succede questo? Cosa hanno fatto di così malvagio gli amministratori del maggior istituto europeo per meritarsi questa fine? Semplice: si sono negli anni trasformati da banca commerciale a banca d’investimento speculativo. Abbandonati i grandi investimenti industriali grazie al clima di deregulation, dagli anni 90 DB ha iniziato coi derivati e le solite menate alla Lehman Brothers ed i risultati arrivano oggi, con una crisi di liquidità senza precedenti. Se l’euro crollasse nell’anno del Signore 2018 – cosa assai improbabile – la causa andrebbe cercata nei tedeschi di Deutsche Bank, e niente altro.

domenica 2 luglio 2017

Note sul signor Zonin, il suo amico Blair e Banca Intesa

di Franco Berardi da facebook 

Horst Fantazzini è una delle persone più garbate che ho conosciuto. Lo incontrai nel 1972, in una cella del carcere di San Giovanni in Monte dove scontavo una pena carceraria per manifestazione non autorizzata (la cella numero 10 per la precisione, ma non cercatela, perché quel carcere non esiste più, al suo posto oggi c’è la facoltà di storia dell’università di Bologna). Quando veniva a visitarmi nella mia cella durante l’ora d’aria indossava la giacca da camera color amaranto, e mi raccontava un po’ della sua vita. Era stato condannato per ventitré rapine compiute nella regione emiliana. Un record invidiabile (io gli invidiavo quel record, perché non ero altro un intellettuale pippaiolo e non avevo fatte rapine). Non aveva mai portato un’arma. Si avvicinava alla cassa, e con accento vagamente francese diceva: questa è una rapina la prego di darmi tutti i soldi che ha in cassa. Generalmente il cassiere gli dava un bel pacchetto di banconote e lui se ne andava non senza ringraziare. Una volta, a Piacenza, un cassiere gli rispose sgarbatamente dicendo che non c’erano soldi, e lui disse semplicemente: mi scusi per il disturbo e se ne andò.
Provateci oggi. All’ingresso ci sono congegni che vi scrutano per individuare metalli, poi c’è una dozzina di telecamere collegate a ignote centrali della sicurezza, e i cassieri, i poveri cassieri per accedere ai denari debbono compiere operazioni magiche. Lasciate perdere. La rapina in banca, pur essendo certamente l’azione più morale che si possa compiere in quel luogo, è oggi sconsigliabile. Vi condannerebbero per lo meno a venti anni di carcere duro, nel caso che riusciste a portare via qualche migliaio di euro. Zonin invece no.
Chi è Zonin, oltre che un fabbricante di vino (pessimo mi dicono gli intenditori), e un amico di Tony Blair? Soffermiamoci anzitutto su questo punto: il noto criminale di guerra Tony Blair, un uomo che ha sulla coscienza centinaia di migliaia di iracheni uccisi dalla guerra da lui scatenata (insieme a un idiota di nome Bush) passava l’estate in una villa toscana di proprietà del veneto Zonin. E’ questo irrilevante? Dal punto di vista penale lo è, ma dal punto di vista politico questo ci aiuta a capire varie cose. Infatti Zonin appartiene al ceto della finanza criminale, e Blair al ceto della politica criminale, il centro-sinistra che ha preso i voti negli ultimi trent’anni e li ha messi al servizio del sistema di cui Zonin è un rappresentante, un esperto, un eroe se mi è permesso usare toni un po’ enfatici.
L’eroico Zonin ha cominciato ad accumulare i denari degli sfigati che in Veneto come altrove guadagnano lavorando, tipo me. Io lavoro per una scuola, insegno e alla fine del mese mi pagano un salario (di merda ma lasciamo perdere). Posso riceverlo direttamente nelle mie tasche? Non sia mai. Se voglio ricevere lo stipendio debbo iscrivermi ad una banca, prendere il numero e aspettare che i soldi a me dovuti vengano versati a qualche Zonin. Nella fattispecie il mio Zonin si chiama Banca Intesa (che guarda caso adesso compra la banca fallita del signor Zonin, amico di Tony Blair).
Dunque, io lavoro, ma se voglio i miei soldi debbo andare alla Banca. Gratis? No, debbo pagare qualcosa alla banca. Sai cosa? Adesso mi è arrivata una lettera della mia Banca (mia? no, di qualche altro amico di Blair). Mi è arrivata una lettera intitolata: revisione unilaterale del contratto. Proprio così, infatti loro sono arroganti perché se lo possono permettere. Che posso farci io? Posso rescindere il contratto? Non posso, se voglio ricevere lo stipendio. Quindi loro decidono unilateralmente le condizioni, e tu zitto. In questa lettera la banca intesa (intesa col cazzo, fa quello che gli pare senza ascoltare il mio parere, altro che intesa) mi dice che dovrò pagare 150 euro in più all’anno se voglio continuare a godere dei suoi servizi. Il servizio di cui godo consiste nel fatto che io lavoro e lo stipendio lo incassano loro, e naturalmente ci fanno quel che gli pare.
La Banca Intesa dunque compra, per un euro soltanto, la fallimentare banca del signor Zonin. Ma perché fallisce la Banca del signor Zonin, amico di Tony Blair? Perché negli ultimi venti anni riceveva i soldi degli sfigati che lavorano e li prestava ai suoi amici senza fare tante domande. E adesso naturalmente i suoi amici non li restituiscono con tante scuse. E allora che si fa? Il signor Zonin non fa niente, tanto lui adesso è nullatenente, ha intestato le proprietà ai figli e tanti saluti al secchio. Ma banca Intesa (quella che mi chiede centocinquanta euro in più perché i tassi di interesse sono sotto zero) compra per un euro la banca del signor Zonin. Per un euro. Sì ma chi paga i debiti che ammontano a molto più che un euro? Come, non te l’hanno detto? Li paghi tu.
Il signor Matteo Renzi (amico di Tony Blair, il criminale di guerra amico del signor Zonin) che di banche fallimentari se ne intende, si stringe nelle spalle e lo ammette: forse i contribuenti se ne avranno a male, ma questi dieci miliardi che il signor Zonin ha regalato ai suoi amici (ma quanti amici ha il signor Zonin?) li debbono tirare fuori i contribuenti, e chi senno’?
Di che meravigliarsi? Si tratta esattamente della stessa cosa che accade ininterrottamente dal 2008, quando il crollo del sistema finanziario globale è stato pagato da chi? Dai contribuenti e soprattutto dai lavoratori. Milioni di pensionati greci e di operai spagnoli, di insegnanti italiani e di impiegati francesi hanno rinunciato a una parte (la metà, se fate i conti bene) del loro salario e del loro benessere perché i signori Zonin d’Europa potessero aumentare il capitale. Il capitale è aumentato, anche se Zonin fa finta di essere nullatenente. E la nostra vita è diventata una merda.
A proposito di merda mi è venuta un’idea. Nel 2001 (ricordate?) l’Argentina era finita nel baratro. Con l’aiuto delle banche di tutta la terra il sistema finanziario argentino aveva prosciugato l’economia nazionale lasciando la popolazione alla fame. Un gruppo di artisti che si chiamano Internacional Errorista chiamarono i loro amici a non cagare per tre giorni.
E poi? E poi alla fine dei tre giorni chiamarono i loro amici a radunarsi davanti alle banche del paese, a calarsi le braghe e a farla lì. Cagarono a migliaia e le televisioni trasmisero la puzza. Poi il regime finanziario crollò, Miguel de la Rua, ultimo presidente delegato a gestire il fallimento per conto del sistema finanziario globale fu circondato da centomila persone e scappò dal tetto del palazzo a bordo di un elicottero. Viva l’elicottero viva l’elicottero, si grida ancora nelle strade di Buenos Aires ma questa è un’altra storia.
Quando ci decideremo a cagare collettivamente anche noi? E quando saranno costretti a fuggire in elicottero i Zonin e i Renzi d’Europa? Per il momento c’è un funzionario del sistema bancario che pretende di fare il presidente della repubblica francese anche se il 57.6% della popolazione lo ha mandato a cagare preventivamente.
Ma dicono che si è trattato di un trionfo.

venerdì 3 febbraio 2017

La piovra globalista

di Tonino D’Orazio 2 febbraio 2017. da altervista

Posseggono tutte le più grandi banche mondiali (fra le prime dieci, otto sono americane) e fanno il bello e cattivo tempo “monopolizzando e manovrando abusivamente le Borse” (D. Trump dixit in campagna elettorale). Posseggono le Agenzie di rating, collegate alle loro banche, che decidono della vita o della morte di un paese.
I vassalli del gruppetto si riuniscono in gruppi semi-segreti: Committee of 300; Illuminati; Bildeberg Group; Skull&Bones; New World Order (Bush, Ratzinger …). I valvassini in ulteriori gruppi continentali, politici e nazionali tramite lo strumento facilitato delle fondazioni. Confrontate i think tank italiani (65) e a cosa servono.

Ha messo le mani sull’umanità intera. In cima alla piramide, cioè all’occhio, c’è un gruppetto oligarchico che ci possiede tutti. Non si tratta di complottismo ma di ricerca ragionata che tutti possono fare e confrontare, pezzo per pezzo, ogni mattone e incrocio citati. I nomi e le sigle sono tutti su Wikipedia, compreso gli intrecci azionari più vistosi. (Con tempo, pazienza e onestà intellettuale). E’ la cupola formata da manipolatori con “partecipazioni” e flussi finanziari in tutti i tentacoli di controllo dei bisogni e delle attività umane: Rothchilds, Rockfeller, Carnegie, Morgan, Harrisson, Schiff, Warburg.
I tentacoli possidenti del gruppetto, tramite denaro, “partecipazioni” e “investimenti”, sono:
- Controllo del denaro (Banca Centrale, Riserva Federale, Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale, controllo mascherato della BCE.Euro) e dei metalli e pietre preziose che possono garantire la carta straccia.
- Controllo dell’energia (petrolio, gas, carbone,energia nucleare, green energia).
- Controllo dell’alimentazione (Agribusiness e Ogm, Word Trade, Water Sources).
- Controllo della sanità, World Healt Org., (farmaceutica, facoltà di medicina, ricerca, alternative naturali).
- Controllo del commercio tramite WTO e controllo del denaro con metro-misura dollaro e banche, finché non diventerà più facile con la sola moneta elettronica anche individuale.
- Indottrinamento (standard educativi, mass media, industria del cinema e dei divertimenti, attacco ai media liberi internet, controllo Fb …).
- Controllo delle politiche tramite G8, G10, G20… cioè Global (Governance) Control.
- Controllo del dissenso tramite leggi (Patriotic act, organismi sorveglianza, RFID Chips o monitoraggio della nostra vita privata, cfr Grande Fratello, Prisma, Echelon…), con espansione in tutti i paesi amici e non. Controllo politico del Tribunale Penale Internazionale contro tutti i “nemici”. Regolamenti internazionali favorevoli.
Gran parte di questi controlli sono demandati ad Organismi Internazionali, più facili da dirigere dall’alto, diretti da persone assolutamente non elette,( a parte i G…), ma designate.

Organi politici continentali: American Union; Pacific Union; African Union; European Union.
In Europa, Trichet (pres. Central Bank), Junker (pres. Commissione), Van Rompuy (pres. Del
Consiglio Europeo). Organi con stesse regole e stessa maniera. Servi non eletti.
Organi con ramificazioni in Nations States and Regions, dove viene praticamente “impedito” il più possibile al popolo di partecipare pienamente. (“riforma” delle Costituzioni democratiche e parlamenti a legislazione limitata, per la forma, come quello Europeo, pur se eletto a suffragio universale).

Organi tecnici pubblici o semi-pubblici (ma da “privatizzare”, o già fatto; operazione in atto da decenni che indica un piano ben preciso): banche (già disgiunte dal potere politico e dal controllo popolare e tutte in mano alla cupola, per debiti o scambio azionario, che le affonda, le deruba e i cittadini pagano), commercio (tentativi TTIP, Ceta,TTP trans Pacifico,Nafta, Unasur … da ricondurre ad interesse preminente e pensiero unico), militare (es. Nato e armamenti), partiti politici dipendenti (“sostegno” o corruzione), educazione e formazione (organismi che ne decidono metodo e qualità a “partecipazione” e interessi privati), mass media (agenzie di stampa che inviano “informazioni” pilotate che tutti ripetono ad ogni livello più basso come grancassa o banditori medievali), religione (quanto ci sarebbe da dire!), agenzie di intelligence (semi-coordinate quasi nel mondo intero dalla CIA,- per noi ancora funzionanti come Gladio o Stay Behind -, con Awarres Office, M15 inglese, Corte Suprema di Israele gestita direttamente dai Rothchilds), medicina e farmaceutica, Ong a “caschi bianchi”, persino organizzazioni criminali (droghe illegali, scandali dell’Agenzia Food and Drug Administration,) e riciclaggio mondiale del denaro sporco che “non ha odore”, tramite banche (sempre le stesse) offshore, illegali e fuori controllo.
Curiosità? La cima della piramide non si nasconde, anzi si presenta chiaramente con il simbolo dell’occhio nel triangolo, “che vede tutto”, come Dio. Lo potete notare sul semplice dollaro, ma anche su tanti e vari organismi Corporates, AOL (Time Warner/Cable), CBS … Basta avere occhio.
Tecnica comune di vampirizzazione, o impoverimento di un paese. (J. Perkins)
1) Si va in paesi che posseggono risorse naturali.
2) Accordo su enorme prestito, tramite il coccodrillo che piange, cioè il FMI, per lo sfruttamento delle risorse.
3) Le infrastrutture per lo sfruttamento vanno alle imprese americane (o occidentali), non a quelle del paese, se non i subappalti poveri.
4) Si aggiungono mega progetti infrastrutturali, strade, porti, ferrovie, centrali elettriche, autostrade, zone industriali. Si muove tutta la piovra. Il popolo ripaga prestiti e interessi (eliminando i pochi servizi sociali esistenti, spesso già miseri). Tralasciamo la corruzione, legale per le tasse americane, basta più o meno dichiararla.
5) Il paese viene lasciato in grande debito, ringraziato per le risorse a basso prezzo, e fomentato da ovvie rivolte sociali. Allora si aggiungono prestiti per le armi, le guerre e i medicinali. Se non possono pagare sono costretti a privatizzare tutto, beni, acqua e cibo compresi.
Gli esempi più vistosi sono in tutti i paesi africani e sud americani. Ma guardando bene intanto al cosiddetto “indebitamento” pubblico dei paesi occidentali e soprattutto di quelli mediterranei … non siamo lontani.
Il concetto di complotto è stato spesso ridicolizzato pur di nascondere delle così macro evidenze. Tanto l’auto-informazione costa troppo, sia in tempo che in caparbia curiosità. Questa è una ricerca onesta. Ogni parola o nomi propri citati sono un tassello controllabile del mosaico.
Si può uscire da una trappola così ben costruita? Difficile in questo contesto politico-culturale globale senza alternative forti e in associazione ad altri “prigionieri”, almeno dello stesso campo.
Anche per questo Trump sarà uguale a tutti gli altri presidenti americani e ci farà solo divertire. America e neoliberismo first. 

sabato 9 luglio 2016

Brexit e banche, parla l’economista Galloni: “Si può uscire dal baratro senza l’Europa che alimenta la turbofinanza”

Negli anni Ottanta, da funzionario, fu isolato per le sue posizioni ostili ai trattati e critiche su euro, sistema finanziario e banche. Oggi le sue teorie vengono prese a prestito anche da chi lo avversava. "Bisogna ribaltare i paradigmi senza venire a patti con le istituzioni: sono parte del problema e non hanno soluzioni", è la sua ricetta. Ai Cinque Stelle che attingono alle sue tesi dice: "Sono disponibile, ma per un progetto senza compromessi"



di Thomas Mackinson da ilfattoquotidiano

Alle cronache dell’epoca era passato come “l’oscuro funzionario che fece paura a Helmut Kohl”. Da una posizione di vertice al ministero del Bilancio dell’Italia anni Ottanta aveva osato avversare apertamente i trattati europei. Profetico, a tratti perfino eversivo nelle sue teorie macroeconomiche, metteva già in discussione le politiche neoliberiste, il futuro della moneta unica, il dogma degli investimenti senza debito. E ora, a distanza di trent’anni e di molti libri e conferenze, anche chi governa nei consessi internazionali, perfino chi manovra la nave dell’eurozona alla deriva, inizia a parlare la sua strana lingua. Chiamiamo Antonino Galloni che è sera. Il “pericoloso funzionario”, ormai vicino alla pensione, è alle prese con un pollo ruspante a chilometri zero, da cucinare con lime, vino, carote e timo: “Un peccato non usare certe ricette”, sospira. Le sue le ha scodellate da tempo al servizio di tutti ma per diversi decenni sono rimaste confinate sullo scaffale degli economisti eterodossi, quelli che i politici non ascoltano perché propongono cambiamenti radicali. Ex funzionario del ministero del Bilancio, direttore generale di quello del Lavoro, un tempo docente universitario, Nino Galloni non ha perso per strada le sue convinzioni che ha perfezionato nel tempo, soprattutto alla luce degli sconvolgimenti in corso. Le spiega con pazienza, al telefono, e si premura di avvertire i Cinque Stelle che tante volte alle sue tesi hanno attinto: “Sono pronto a dare una mano, purché l’ansia di governare non li faccia piegare alle richieste delle istituzioni internazionali di dimostrarsi affidabili a tutti i costi, perché così non cambierà nulla. Se qualcuno cerca un programma avanzato per uscire dal baratro, ecco, io ce l’ho”.
Partiamo dal baratro: le banche, i mercati e la finanza
Sempre lì siamo. E’ il conto che tutti paghiamo al dominio del pensiero unico di matrice neoconservatrice, quello che dagli anni Ottanta ha imposto un modello capitalistico irresponsabile che oggi non è più nemmeno di mercato ma guidato da algoritmi matematici. Il suo obiettivo è massimizzare l’emissione di titoli e i debitori – Stati compresi – perché siano deboli, poco solvibili e sottomessi. Questo costringe a far aumentare la circolazione di derivati e swap (scommesse su tutto, ci spiega). Così si fanno milioni di miliardi di dollari di titoli tossici. Il punto è come uscirne, perché è ormai chiaro che il soccorso che trasferisce Pil a copertura dei debiti delle banche non potrà durare per sempre. I titoli tossici e fasulli in circolazione, a livello planetario, rappresentano 54 volte il Pil mondiale. Stiamo salvando il peggio.

Appunto, come se ne esce?
C’è chi pensa a passare la nottata invece di fermare la roulette impazzita. Possiamo partire proprio dalle banche, ipotizzando un ruolo e una contabilità diversa. Si deve tornare alla separazione tra chi eroga credito operando come agente di sviluppo sul territorio e chi fa raccolta a fini speculativi. Nel credito, poi, si dovrebbe ragionare su una contabilità vera che metta nel conto economico delle banche tutti i versamenti delle rate a titolo di estinzione dei debiti, mentre ora vengono calcolati solo gli interessi.

Cosa cambierebbe?
Quella che oggi si chiama “perdita” o sofferenza sarebbe correttamente contabilizzata per quello che è: un mancato arricchimento. Si abbatterebbe il margine operativo, che resterebbe però sempre a livelli stratosferici, dell’ordine del 50-60%, detratti i costi di funzionamento della banca. E su quelli potrei fargli pagare le tasse, con un’aliquota che diventa bassa per tutti, ricavando così un gettito che concorra a tenere in piedi il sistema.

Un esempio, per capire…
Mettiamo che lei abbia un’impresa di spettacolo e si fa finanziare un milione di euro. Paga gli operai, i costi, l’intermediazione bancaria e alla fine riesce a restituire solo la metà. Ebbene quei 500mila euro, detratti i costi bancari che poniamo siano del 10%, la banca incassa comunque un attivo di 450mila euro netti. E’ una perdita o un guadagno? E più in generale: oggi si finanzia solo ciò che porta profitto ma siamo fuori dall’età della scarsità delle risorse e lo sviluppo responsabile potrebbe essere limitato solo dalla disponibilità del fattore umano, se solo si annoverassero tra le attività necessarie per un Paese i servizi alla persona, la cura dell’ambiente, l’innovazione tecnologica e tutti quei fattori che sono alla base dello sviluppo.

Perché non lo si fa?
Perché significherebbe avere piena occupazione e aumento dei salari, la gente non sarebbe più asservita e dunque un mondo rispetto al quale il vecchio modo di governare, basato sulla soggezione della gente, non funziona più e salta. Le soluzioni all’attuale crisi economica ci sono ma comportano un’emancipazione delle popolazioni, un aumento alla partecipazione democratica, il ripristino della classe media al posto della categoria dei cittadini-sudditi. Oggi la gente è disperata: non trova lavoro, non riesce a pagare il mutuo, ha paura di quello che può accadere al primo imprevisto. E sta buona. Senza questa sottomissione economica le classi dirigenti andrebbero in crisi: e come facciamo noi a sopravvivere?, si chiedono i parassiti.

E’ un fan delle teorie del controllo sociale alla Bildenberg?
I poteri forti esistono e dominano perché non c’è una classe politica degna di questo nome. Quando ci sono i Roosevelt, i Kennedy, i Moro, i Mattei è chiaro che questi poteri occulti hanno meno peso e importanza. Attraverso gli squilibri finanziari, monetari e bancari mantengono il controllo sulla formazione delle stese classi dirigenti che poi vanno formalmente a governare i paesi.

Che margini ci lasciano?
Si potrebbe ancora rovesciare il tavolo delle regole, forse. Ad esempio autorizzando i disavanzi dei Paesi in funzione del tasso di disoccupazione e non di parametri finanziari decisi chissà dove e come. Ma certo non lo può fare questa Unione Europea e le istituzioni che sono parte del problema.

E perché?
Perché sono lontanissime e tendenzialmente ostili a favorire la consapevolezza delle masse che un certo meccanismo si è rotto. E tendono a tamponare le situazioni per mantenere lo status quo. Le democrazie che guidano sono in crisi perché non sono riuscite a stabilire la differenza tra cittadino e suddito. Per ristabilirla, serve recuperare sovranità e capire quale è il modello economico oggi sostenibile. Ritengo che sia arrivato il momento di infrangere dei tabù e di tentare politiche opposte, di aumento dei salari e della spesa pubblica in disavanzo, di riconoscere la sostenibilità dei rendimenti negativi una volta si sia capito che credito e moneta sono a costo zero non hanno bisogno di copertura ma solo di stimolare la produzione di quei servizi necessari alla comunità di cui si dice erroneamente che mancano i soldi.

Ma abbiamo il debito pubblico alle stelle…
E’ vero. Ma su questo si deve fare un ragionamento finalmente vero e più onesto. Quando andiamo in banca ad accendere un mutuo ci viene concessa una somma fino a cinque volte il nostro reddito annuale. Il reddito di un Paese è il Prodotto interno lordo, ma il debito va paragonato al patrimonio che è di gran lunga superiore. Questa idea per cui siamo appesi ai conti economici delle entrate e delle uscite è una mistificazione che comprime le possibilità di sviluppo e di piena occupazione.

Da molto tempo è ai piani alti del ministero del Lavoro. Come sta andando l’occupazione?
Oggi ho incarichi di controllo ma non ho mai smesso di ragionare su dati, parametri e interventi che di volta in volta vengono fatti. Purtroppo non si è cambiato strada, le esigenze della società continuano a non trovare una risposta attraverso il lavoro. Un errore fondamentale è stato fatto quando ero direttore generale, allora lo denunciavo e oggi timidamente qualche ammissione arriva anche dal ministro. La flessibilizzazione è diventata sciaguratamente precarizzazione perché non si è realizzato il principio secondo cui il lavoratore flessibile doveva costare di più alle imprese di uno stabilizzato.

E le misure del governo?
Col Jobs Act si sono ridotti i diritti dei lavoratori stabili per renderli più appetibili alle imprese e ha funzionato, tuttavia ha eroso la stabilità di chi era garantito. L’effetto lo si vede nell’esplosione dei 500mila voucher che hanno portato altrettanti lavoratori sotto lo schiaffo del caporalato segnando una grande sconfitta per il ministero, per il governo e per il Paese. Tocca chiedersi cosa succederà: se pretendiamo il rispetto della legalità finiremo per togliere lavoro a questa gente per poi reimportare arance e pomodori dal Nord Africa. E’ questo il sacco in cui si trova il lavoro. E tocca capire anche cosa succederà dopo tre anni, quando termineranno gli incentivi previdenziali. Nel frattempo assistiamo a un paradosso: in certi momenti l’occupazione (precaria) è cresciuta più del Pil, e allora il grande successo di queste politiche è… far calare la produttività.

Cosa pensa della Brexit? E’ il segno della disgregazione dell’Europa?
Ha creato un po’ di panico a livello delle classi dirigenti perché si è visto che la gente non si è fatta condizionare e ha scelto in base alla valutazione dei propri interessi. Significa che, in fondo, era stato sottovalutato l’impatto che le classi più umili, le persone più anziane, percepivano delle situazione come negativa. Gli inglesi che hanno votato “si” vogliono liberarsi di una serie di vincoli e problemi e tornare a un maggior realismo in economia, a una maggiore centratura sul livello locale e in parte anche sulle tradizioni. Ma in concreto a breve cambierà poco perché già la Gb non faceva parte dell’euro e ora potrà negoziare accordi di comune interesse. Se la sterlina si svaluta andremo in vacanza a Londra spendendo di meno e verranno meno turisti inglesi da noi. Ma la conseguenza più grande è che si possono rimettere in gioco parecchi equilibri.

Tanto rumore per nulla?
Diverso è se si considera la cosa a livello geopolitico. E’ chiaro che la Corona inglese non si sia spesa per il “remain”. Significa che aveva strategie alternative, come quelle mai nascoste di recuperare il controllo della sua colonia preferita cioè gli Usa che in questo  momento sono un po’ allo sbando. Quindi tramite la finanza e altri strumenti che sono il nocciolo duro dell’Inghilterra pensa di avvicinarsi di più ai cugini d’Oltreoceano. Non significa che il Regno Unito, se tale rimane, si allontani dall’Europa ma certo si avvicinerà di più all’America e potrebbe ad esempio rilanciare il TTIP, che era mezzo morto.

Se ci fosse un referendum in Italia come finirebbe?
Non è questo il punto. Se usciamo dall’Europa è per andare dove? Penso che l’Italia potrebbe giocare un ruolo fondamentale nel dialogo Usa-Russia per spostare il baricentro dell’economia europea verso il Mediterraneo che è necessario anche per gestire i flussi migratori e respingere il terrorismo a sfondo religioso. Paradossalmente, per giocarsela in Europa, l’Italia dovrebbe rompere con essa e fare un accordo restrittivo con la Russia, ma meglio portare avanti un dialogo tra Usa-Russia di cui siamo i principali referenti e beneficiari. Il governo italiano dovrebbe battersi per il superamento delle sanzioni.

Come reagirebbe l’Europa?
Il problema è che Renzi o chiunque altro, anche se legittimati da un referendum no euro, non potrebbero cogliere questa prospettiva  perché Francia e Germania non lo consentirebbero: loro che hanno avuto maggiori vantaggi di noi da questa Europa a due velocità, già soffrono e non ci stanno a perdere peso.

Le sue tesi piacciono al M5S che oggi ambisce a governare. Risponderebbe a una “chiamata”?
Sì, ma mi preme chiarire un aspetto. Dall’origine del Movimento ad oggi è successo qualcosa di importante e potenzialmente rischioso. Quando l’orizzonte era l’opposizione la mediazione era esclusa, non si scendeva a patti col potere. Oltre all’esigenza del consenso però il Cinque Stelle oggi coltiva l’ambizione del governo e questo sdoppia la sua matrice. Da una parte continua la deriva positiva degli anti-sistema al grido “onestà-onestà”, dall’altra una crescente propensione ad accreditarsi come referenti affidabili, anche presso i consessi internazionali. Ecco, se prevalesse la logica del “vedete, siamo bravi ragazzi” temo che anche mettendo a disposizione le mie ricette non cambierebbe nulla. Se invece vincesse lo spirito delle origini a favore di programmi e posizioni radicalmente innovativi, beh, io ci sarò”.


martedì 12 aprile 2016

L’apocalisse finanziaria che si avvicina

di Tonino D’Orazio

In genere gli articoli economici e finanziari sono asettici perché pieni di numeri e grafici e richiedono maggiore attenzione o capacità di analisi. I grandi numeri però non indicano la percettiva immensità di se stessi. Spesso non riusciamo, almeno i più anziani, a tradurre gli euro in lire, o aggiornali al valore delle cose, eccetto quando si tenta di averne una visione più densa e consistente.
Ci vuole questa premessa per presentare una ricerca sull’immenso deficit delle più grandi banche mondiali, quelle che il Wall Street Journal chiama too big too fail”, “troppo grandi per fallire”. Ve ne sono 5 negli Stati Uniti, esposti con strumenti cosiddetti “derivati” per più di 40.000 miliardi di dollari ciascuna. L’esposizione complessiva e collettiva di tutte le banche nord americane è di 247.000 miliardi di dollari, cioè 13 volte superiore all’enorme debito pubblico statunitense che è di 19.000 miliardi.
Secondo la Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI), globalmente, il valore teorico dell’insieme dei contratti dei prodotti derivati in circolazione nel pianeta ammontano alla somma stratosferica di 552.900 miliardi di dollari. Una bolla enorme.
I prodotti derivati, termine tecnico semplice ma operazioni di per sé estremamente aleatorie, in quanto si basano su compravendita di prodotti “futuri”, tentando di indovinarne l’andamento, in un paniere in cui questi sono fluttuanti: materie prime (vediamo per esempio il crollo pilotato del petrolio, ma non previsto), valute, azioni, tassi di interessi, indici borsistici, … Una scommessa continua, un gioco legalizzato. Quelli impegnati nella compravendita di questi prodotti scommettono semplicemente su qualcosa che avverrà, oppure no. La differenza, in positivo o in negativo (molto spesso) produce denaro fittizio.
Di volta in volta, da una banca all’altra, a pagare poi realmente sono gli Stati, le popolazioni e oggi si aggiungono direttamente i clienti, volenti o nolenti. Il primo dramma questi prodotti l’hanno già svolto nella crisi del 2008 con i risultati che conosciamo. Oggi continuano a giocare tranquillamente e nessuno può, o vuole, fermarli, talmente la rete degli “scambi” è globale.
L’irresponsabilità è totale. Le cifre seguenti sono tratte dalla tabella del rapporto, ultimo trimestre 2015, dell’Ufficio di Controllo della Moneta (Office of the Comptroller of the Currency – OCC) statunitense e indicano un paradigma allucinante tra attivo e esposizione.
Citigroup : Totale Attivo: 1.800 miliardi di $; esposizione totale ai prodotti derivati più di 53.000 miliardi.
JPMorgan Chase: Attivo: 2.400 miliardi; esposizione: più di 51.000 miliardi.
Goldman Sachs: Attivo: 880 miliardi; esposizione: più di 51.000 miliardi.
Bank of America: Attivo: 2.100 miliardi; esposizione: più di 45.240 miliardi.
Morgan Stanley: Attivo: 835 miliardi; esposta per più di 31.000 miliardi.
Wells Fargo: Attivo: 1.750 miliardi; esposta per più di 6.000 miliardi.

La verità è che di tutto questo si sa poco e c’è meno interesse pubblico che per la farfallina sull’inguine della Belen. Tra l’altro tutti i media ci rassicurano sulla tenuta del sistema finanziario e bancario, salvo a ritrovarci implicati nella responsabilità della loro folle gestione e prima o poi nelle spese, case e proprietà comprese. Anche se si comincia dagli azionari più ricchi si arriva poi ai piccoli. La situazione è già in atto. Tra l’altro più nessun “ricco” lascia 100.000 euro di deposito nelle banche europee. Panama papers è solo la punta dell’iceberg.
Spese impossibili tra l’altro visto che non esiste al mondo la somma totale, in denaro vero, equivalente ai 552.000 miliardi di dollari della bolla. Bolla che continua a gonfiarsi, un po’ come il nostro debito pubblico, checché si faccia. La stessa Federal Deposit Insurance Corporation (FDIC) statunitense, che dovrebbe garantire i depositi bancari, può coprire eventuali risarcimenti individuali con una somma ridicola a disposizione, 200.000 dollari. Dispone altresì di 75 miliardi per coprire eventuali fallimenti bancari; niente in confronto alle cifre citate. E se dovessero essere necessari centinaia e migliaia di miliardi di dollari? Basta stamparli? Sarebbe quello che lo stesso Soros (finanziere pirata e guerrafondaio dichiarato) chiama l’apocalisse. La prossima imminente crisi mondiale. Alla quale partecipa attivamente.
In realtà non sono più gli Stati Uniti che conducono il gioco, ma la Cina e lo yuan. Quest’ultima, è contraltare reale ed economico del dollaro, (perché produce beni), e potrebbe dire “basta” con il dollaro, noi trattiamo in yuan, basta svalutarlo un po’, e tutti i dollari-dipendenti danno di testa. Lo stanno già facendo, piano piano, nel sistema bancario del paniere delle monete del Brics, insieme al rublo. Sarebbe il crollo totale degli Stati Uniti che reagirebbero sicuramente con una guerra mondiale. Si stanno già preparando nel Pacifico orientale, accumulandovi tre quarti della loro forza armata in giro per il mondo, lasciando noi, con la Nato, ad occuparci della pericolosa Russia antidollaro e del flusso dei migranti, deleterio e disarticolante per le società europee. Flussi di cui gli Usa, non a caso, hanno non poca responsabilità. Chi tocca il dollaro, muore. L’abbiamo visto con Saddam e con Ghedaffi quando hanno deciso di non voler più essere pagati in dollari, moneta carta straccia. Centinaia di migliaia di morti. Si capisce a questo punto che ne va dell’esistenza stessa degli Stati Uniti. Non succederà senza colpi di coda.
Intanto, nel frattempo, è in atto una guerra economica senza precedenti, anche contro di noi, socialmente romantici. Ho ritrovato una frase “testamentaria” di Mitterand, tra il 1981 e il 1995 (per 14 anni) presidente socialiste francese, in fin di vita: “La Francia non lo sa, ma siamo in guerra con l’America. Una guerra permanente, una guerra vitale, una guerra economica, una guerra apparentemente senza morti. Sono proprio duri gli americani. Sono voraci, voglio il potere sul mondo senza dividerlo. E’ una guerra sconosciuta, una guerra permanente, senza morti apparenti eppure è una guerra fino alla morte”.
La nostra sarà dolce con l’asservimento totale tramite il TTIP, (Transatlantic Trade and Investment Partnership), il cosiddetto “Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti”, nel quale tutte le decisioni e controversie verranno prese dai tribunali americani, a favore delle imprese contro gli Stati, cioè contro i cittadini, cioè contro la democrazia. La nuova crisi mondiale ne sarà l'occasione. Fino all’eliminazione futura del fastidioso euro.

giovedì 25 febbraio 2016

La montagna che partorisce il topo: Renzi e l’Europa

di Riccardo Achilli da l'interferenza

Il Governo italiano, dopo settimane di polemica in solitudine contro la Commissione europea, ha finalmente prodotto un documento di posizione reso pubblico sul suo sito. Un documento che è di sostanziale resa alle filosofie mainstream della Trojka, e che costituisce un debole tentativo di mantenere un protagonismo italiano di facciata, ma sostanzialmente di resa. Detto documento, in estrema sostanza, chiede le cose seguenti:
Una maggiore severità delle procedure di correzione degli squilibri macroeconomici, con riferimento al riassorbimento dell’ingente avanzo di bilancia commerciale della Germania;
Una imprecisata e timida richiesta di rivedere, non si sa come ed in quale misura e da parte di chi, i parametri del patto di stabilità;
Un maggior coordinamento delle politiche fiscali nazionali, tramite il Ministro delle Finanze europeo e lo European Fiscal Board;
Una sorta di scambio di buone pratiche fra gli Stati membri (ovviamente senza fare cenno ad alcuna previa valutazione delle stesse) in materia di riforme strutturali (precarizzazione del mercato del lavoro, liberalizzazioni, smantellamento del ruolo del soggetto pubblico e gli altri ammennicoli neoliberisti);
Un rilancio degli investimenti pubblici tramite non ben precisati strumenti finanziari (si accenna vagamente alla possibilità di emettere bond congiunti, fra Ue e Stati membri) e l’assunto fideistico che i maggiori profitti generati dalle riforme strutturali vadano a finanziare maggiori investimenti privati;
Il completamento dell’unione bancaria, essenzialmente tramite l’anticipazione dell’entrata in funzione del fondo di backstop e l’istituzione della garanzia comune sui depositi bancari, che la Germania non concederà mai, nemmeno se Renzi occupasse Berlino con l’Armata Rossa;
L’ulteriore allargamento del mercato comune, con riferimento al settore energetico ed a quello delle gare pubbliche, nonché al contrasto al dumping fiscale;
Una strategia europea per l’innovazione, che però esiste già, forse a Palazzo Chigi non lo sanno, si chiama Horizon 2020;
Una assicurazione europea contro la disoccupazione ciclica, che per evitare azzardi morali si attiverebbe solo in presenza di rilevanti e duraturi shock ciclici asimmetrici (ovviamente senza nemmeno dare una idea della soglia entro la quale si attiverebbe);
Una preghierina diretta ad aumentare la solidarietà europea nell’affrontare le politiche migratorie, ivi compresa la richiesta di fonti finanziarie specifiche;
L’idea di trasformare l’Esm in una sorta di Fondo Monetario Europeo, ovvero (si presume da come funziona il FMI) che concede prestiti ai Paesi membri indebitati o in squilibrio di bilancia dei pagamenti. Fondamentalmente, nella sostanza già oggi l’Esm è così. A meno che non si pensi che tale istituzione debba emettere una valuta-unità di conto come i DSP del FMI, al fine di finanziare disavanzi di partite correnti intra-euro in caso di carenze di liquidità denominata in euro, ma il documento non lo dice ed è legittimo sospettare che nessuno ci abbia pensato su.

Trascurando quindi le proposte politicamente irrealizzabili oppure del tutto astratte o imprecisate, che hanno il sapore del vago auspicio (come la b, la e o la j) o quelle che riscrivono in termini alati cose che esistono già (come la h e la k) il succo di questa proposta politica non è nient’altro che la riproposizione della direzione delle politiche già in atto dentro la Ue, che tendono ad allargare lo spazio del mercato unico e della concorrenza, a portare avanti le riforme strutturali neoliberiste con un modello sostanzialmente unico, ad imporre un maggior coordinamento delle politiche economiche (ma in questo caso, si noti l’italica furbata: si dice sì ad un Ministro delle Finanze europeo, proposto originariamente dalla Germania, ma sotto la forma dell’alto rappresentante presso la Commissione, cioè un Mr. Pesc dell’economia, che come il mr. Pesc già esistente non conta assolutamente niente, mentre i singoli Ministri economici nazionali mantengono la loro autonomia).

Poiché scrivere qualcosa che chiede sostanzialmente di fare ciò che già si fa potrebbe sembrare, per così dire, leggermente futile, le proposte per così dire più sostanziali sono costituite dalla richiesta di maggiore severità nei confronti del surplus commerciale tedesco, dalle integrazioni sui bail in bancari, e dall’assicurazione europea contro la disoccupazione. Esaminiamo queste tre proposte.

La prima proposta chiede il riassorbimento del surplus commerciale tedesco, e parte dall’assunto per cui un surplus delle partite correnti segnala un eccesso di risparmio. E si tratta di una nota identità contabile. Se Y è il Pil, allora Y = C + I + X, dove C sono i consumi, I gli investimenti e X il saldo delle partite correnti. Pertanto, Y – C – I = X, dove il primo membro dell’equazione non è nient’altro che il risparmio nazionale. Per cui, se gli squilibri di bilancia delle partite correnti vengono riequilibrati, ovvero X=0, si ha la famosa identità contabile (Y – C) = I, ovvero l’eguaglianza fra risparmi ed investimenti, sulla quale la teoria economica neoclassica ha costruito un intero mondo artificiale.

Questo mondo artificiale pretende, in estrema sostanza, che l’unica leva degli investimenti sia data dalla quantità di risparmio nazionale accumulato, per cui per aumentare gli investimenti occorre tagliare la spesa pubblica corrente (che incanala parte del risparmio nazionale nel mantenimento dell’apparato pubblico) e fare una politica fiscale di favore, soprattutto per i redditi più alti, che hanno la maggiore propensione al risparmio (donde la curva di Laffer, la reaganomics che taglia le tasse ai ricchi, ed altre amenità). Di conseguenza, pensano i montiani (e Renzi puntualmente copia) basta eliminare il surplus di risparmio nazionale inutilizzato, segnalato contabilmente dal surplus della bilancia commerciale tedesca, per far ripartire gli investimenti, rimettendolo in circolo e redistribuendolo ai Paesi in disavanzo di bilancia commerciale. Purtroppo, però, il mondo non funziona con le identità contabili. Pierangelo Garegnani, in un paper ripreso nel 2015 dalla Review of Political Economy, spiega con grande chiarezza il perché dell’assenza di relazione fra risparmio ed investimento, amplificando la critica keynesiana originaria. Intanto, indagare su tale relazione ha senso solo nel lungo periodo, perché nel breve, per definizione, gli impianti, e quindi i relativi investimenti, sono fissi, quale che sia lo stock di risparmio; se la domanda di investimento è inferiore allo stock di risparmio di piena utilizzazione degli impianti, avremo I
Di conseguenza, il livello di investimenti è influenzato da una serie di altre variabili, in primis la domanda effettiva di beni anticipata dall’imprenditore (il che incorpora una sua valutazione in termini di aspettative, di animal spirits), poi l’innovazione tecnologica, infine il calcolo atteso di redditività dell’investimento rispetto al suo costo.

Allora, se anche la Germania desse retta a Renzi (per assurdo) e facesse una politica di stimolo alla sua domanda interna per consumi per azzerare il suo avanzo commerciale, via maggiori importazioni e riduzione della competitività-costo delle esportazioni, non necessariamente ciò indurrebbe un aumento degli investimenti nei Paesi membri in deficit. Gli imprenditori di questi Paesi potrebbero decidere di non voler servire il mercato tedesco, potrebbero essere spiazzati da maggiori importazioni della Germania da Stati extra-area euro che coprano la maggiore domanda interna tedesca, l’industria tedesca potrebbe usare la capacità produttiva inutilizzata per coprire la maggiore domanda dei suoi cittadini. Il problema, quindi, non è quello di fare politiche di stimolo della domanda interna per consumi della Germania, ma di stimolare la domanda interna di tutti i Paesi dell’eurozona, ivi compresi quelli in deficit di bilancia dei pagamenti. Anche perché determinate parti del sistema produttivo (quasi tutti i servizi, ad eccezione di alcuni settori, come turismo, trasporti o Ict, gran parte dell’edilizia, le public utilities, il piccolo artigianato, ecc.) hanno mercati di riferimento prettamente localistici, per cui un aumento della domanda interna di consumi tedesca per riequilibrare il suo surplus commerciale non avrebbe effetti su tali segmenti produttivi ed occupazionali negli altri Stati membri. Certo, è plausibile che un aumento degli investimenti interno alla Germania prodotto da una politica fiscale espansiva sui consumi abbia effetti benefici per i produttori italiani di beni intermedi e strumentali che esportano verso la Germania. Ma non sarebbero certo effetti tali da indurre una ripresa economica dell’intera eurozona.

La seconda proposta è ancora più banale. Intanto, una assicurazione europea contro la disoccupazione ciclica, di per sé e senza specificazioni ulteriori, dovrebbe, a rigor di logica, andare a sostituire le assicurazioni nazionali che incidono sulla stessa componente (in Italia, la Cassa Integrazione Straordinaria, che, anche se formalmente i beneficiari sono ancora occupati, funziona spesso da primo ammortizzatore in caso di crisi aziendale, e poi la Naspi). Ma allora, da un punto di vista macroeconomico e sociale, l’impatto netto di un simile provvedimento potrebbe essere nullo o negativo, se va a sostituire sistemi nazionali di pari o maggiore livello di generosità e copertura. Avrebbe solo un effetto sui bilanci pubblici nazionali, peraltro discutibile, perché poi gli stessi Stati membri dovrebbero contribuire a finanziare il sistema europeo.

Viceversa (ma andrebbe specificato, cosa che il documento del Governo si guarda bene dal fare) tale assicurazione potrebbe essere aggiuntiva rispetto ai sistemi nazionali, attivandosi solo in caso di grave crisi economica asimmetrica (che colpisce cioè solo alcuni Stati membri e non altri). Ma qui sorge un problema concettuale. Con la precarizzazione selvaggia dei mercati del lavoro nazionali, l’elasticità dell’occupazione al ciclo è divenuta meno prevedibile che nel passato. Se la legge di Okun, formulata in una epoca in cui il mercato del lavoro era stabile, diceva che occorrono circa tre punti di caduta del Pil per produrre un aumento di un punto della disoccupazione, tale relazione è, numericamente, più intensa, ma anche diversa da Paese a Paese. Perché dipende dal maggiore o minore livello di protezione del lavoro offerto da ogni singola legislazione nazionale: con più rigidità delle regole giuslavoristiche, avremo meno sensibilità dell’occupazione al ciclo, viceversa, dove c’è più precarietà, ci sarà più elasticità. Ne consegue che gli Stati membri con una legislazione del lavoro relativamente più garantista, che in caso di crisi economica subirebbero un incremento della disoccupazione ciclica meno ingente rispetto a quello subito, a parità di caduta del Pil, da Paesi con mercato del lavoro più precario, rivendicherebbero una minore compartecipazione finanziaria al meccanismo europeo di assicurazione contro la disoccupazione ciclica. Perché un principio attuariale fondamentale dice che il premio pagato per una assicurazione deve avere una proporzionalità rispetto all’entità del danno eventuale. I Paesi macroeconomicamente più fragili, quindi più esposti al rischio di uno shock ciclico asimmetrico, e/o con i mercati del lavoro nazionali maggiormente destrutturati e precarizzati, tipo l’Italia e gli altri Piigs mediterranei, tanto per dire, rischierebbero di autofinanziarsi da soli, in larga misura, tale meccanismo, con una partecipazione poco più che simbolica da parte degli Stati membri economicamente più robusti e lavoristicamente più garantisti. Allora tanto varrebbe tenersi meccanismi nazionali.

Ma anche nel caso impossibile in cui ci fosse un principio solidaristico per cui tutti versano quote uguali a tale fondo di assicurazione, l’accresciuta flessibilità della disoccupazione al ciclo economico negativo, mentre essa rimane rigida rispetto ad un ciclo di ripresa, rende meno chiara la distinzione fra disoccupazione ciclica e strutturale. Chi perde il lavoro oggi, nel giro di meno di un anno diventa un disoccupato strutturale, perché la velocità dei cambiamenti delle competenze richieste sui mercati del lavoro determina una rapidissima degradazione degli skill personali, rendendo molto difficile i reinserimento, anche nelle fasi di ripresa. Il senso di una assicurazione contro la disoccupazione ciclica, che ovviamente finisce nel momento in cui il ciclo economico torna ad essere positivo, ne risulta così inficiato. Nella maggior parte dei casi, infatti, i disoccupati creatisi nella fase di declino del ciclo non vengono riassorbiti in tempi ragionevoli in quella ascendente, e quindi continuerebbero ad aver bisogno di un sostegno che, però, è cessato. Il problema vero è che tale meccanismo, come immaginato dal documento del governo italiano, non prevede strumenti di riqualificazione e riorientamento al lavoro necessari per reinserire i disoccupati nelle fasi di ripresa dell’economia. E non lo può prevedere perché manca una agenzia del lavoro europea che faccia questo mestiere, che va dal profiling ed orientamento, alla formazione, fino al collocamento.

Per finire, le timide richieste (peraltro riprese dagli stessi impegni normativi comunitari) di completamento della normativa sull’unione bancaria (anticipazione dell’attuazione del back stop, realizzazione della garanzia europea sui depositi) accettano implicitamente, come tutto il documento, la logica neoliberista delle politiche comunitarie, che nel caso dei salvataggi bancari tratta le banche come qualsiasi altra impresa, prevedendo che in caso di liquidazione le perdite siano coperte da obbligazionisti, azionisti e grandi depositanti. Ed il problema centrale, che il documento non affronta, è proprio che le banche non sono imprese qualsiasi. Se fallisce una impresa molto grande che produce bulloni, ci saranno effetti sociali, ma non crolla l’intera economia. Se fallisce una grande banca, tramite l’interbancario produce una crisi di liquidità sull’intero sistema, facendo crollare il circuito dei pagamenti, e creando una crisi trasversale a carico di tutti quelli che hanno bisogno di denaro, cioè dell’intero sistema economico. Inoltre, per i lfatto di custodire i depositi del pubblico, le banche esercitano anche una funzione di pubblico interesse. Ciò implica che le banche in crisi vadano nazionalizzate (come ha fatto con le due banche ipotecarie Freddie Mac e Fanny Mae, seppure per il breve periodo necessario per risanarle, persino l’Amministrazione statunitense, il Paese del libero mercato). Per preservare il sistema e tutelare la loro funzione pubblica. Il bail in non fa che creare una crisi di fiducia degli investitori nelle banche, e quindi si riflette negativamente sull’intero sistema creditizio.

Nella sostanza, il documento del Governo italiano, soprattutto dopo i fuochi d’artificio delle polemiche delle settimane scorse, appare debole e subordinato. Non prefigura alcuna innovazione significativa, non fornisce alcuna risposta che sia minimamente all’altezza della crisi enorme dell’Unione Europea, limitandosi a riaffermare una sostanziale subordinazione alle filosofie di politica economica europea, formulando auspici generici di cambiamento, o chiedendo piccole e poco incisive riforme senza mettere in discussione il quadro generale. Che è quello che ha creato la recessione e la deflazione, che è quello che ci tiene intrappolati nella disperazione. Al di là dei singoli punti del documento, una iniziativa politica in sede europea non può chiedere qualche marchingegno o qualche tecnicismo. Deve rimettere in discussione il paradigma generale, di tipo liberista, e chiedere un cambiamento di direzione radicale, e generalizzato.

lunedì 21 dicembre 2015

"E' attacco ai risparmi degli italiani". Giacchè teme il peggio

di Roberto Santilli da Abruzzoweb



L'AQUILA - "È un attacco ai risparmi degli italiani".
Lo schema di garanzia europea dei depositi bancari scompare dalle conclusioni dell'ultimo vertice Ue dei capi di Stato e di governo.
E adesso la situazione per le banche italiane si complica ulteriormente.
A fare il punto è l'economista Vladimiro Giacchè, autore, tra l'altro, di due testi molto conosciuti e apprezzati come "Anschluss - L'Annessione", e il recente "Costituzione italiana contro Trattati europei, il conflitto inevitabile".
Giacchè è presidente del Centro Europa Ricerche di Roma e collaboratore di Micromega e il Fatto Quotidiano.
"Ancora una volta - dice Giacché ad AbruzzoWeb - è stata data vinta al ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schaeuble, il quale aveva affermato che non avrebbe fatto passare la mutua garanzia dei depositi fra le banche europee. Questa è la ciliegina sulla torta di una unione bancaria che è stata costruita in un modo tale che non riduce, ma enfatizza le asimmetrie tra i sistemi bancari nazionali dell’Eurozona".
Il tutto mentre ancora non si placano le polemiche sul crack delle quattro piccole banche - Banca Etruria, Banca Marche, Cassa di Risparmio di Ferrara e Cassa di Risparmio di Chieti - da anni in grave difficoltà ma "miracolate" grazie al decreto "salva-banche" del governo italiano "aggrappato" alle regole europee.
"L'unione bancaria - spiega Giacchè - si fonda su tre pilastri: il primo è la sorveglianza della Banca centrale europea sulle banche europee, il secondo è il Resolution Mechanism, il sistema accentrato per la gestione delle crisi bancarie nei paesi aderenti all’area euro, e il terzo quello che avrebbe dovuto essere la mutua garanzia tra le banche a livello europee. E che, a quanto sembra, almeno per il momento non ci sarà".
Il primo pilastro, secondo l’economista di La Spezia, è stato negoziato dalla Germania "per sottrarre alla sorveglianza europea gran parte del suo sistema bancario. Prendiamo le casse di risparmio, le cosiddette Sparkassen, che in Germania sono 417 e fanno crediti per mille miliardi di euro: soltanto una di esse sarà controllata da Bruxelles grazie al fatto che il livello minimo di attivi necessari per essere vigilati da Bruxelles ammonterà a ben 30 miliardi di euro. Visto che il sistema bancario tedesco è meno concentrato rispetto a quelli italiano e francese, ad esempio, aver posto la soglia minima per essere vigilati da Bruxelles a un livello così alto è stato un ingiustificato privilegio per la Germania".
Il secondo, invece, "prevede che siano sostanzialmente impediti gli aiuti di Stato alle banche in crisi".
Le banche in difficoltà, infatti, dovranno in primo luogo chiedere i soldi ai loro azionisti, ai loro obbligazionisti e anche ai loro depositanti, il cosiddetto bail-in.
Ma qui, avverte Giacchè, sorge un ‘piccolo’ problema, poiché “dal 2008 in poi gli Stati europei hanno versato un fiume di denaro per salvare le loro banche, una cifra di 1.616 miliardi di euro che, se si includono le garanzie, supera il muro dei 5 mila miliardi”.
Ma, precisa l’economista, “a fronte di quella cifra citata prima, gli aiuti italiani alle banche in crisi ammontano ad appena 15 miliardi di euro, tra l’altro prestiti a titolo oneroso alle banche e non finanziamenti a fondo perduto. Quindi la situazione è questa: tutti i grandi sistemi bancari europei a parte il nostro sono stati salvati con enormi flussi di denaro pubblico, parliamo di cifre superiori a quelle sborsate negli Usa, riportando in vita sistemi bancari che erano in sostanza falliti nel loro insieme e quindi alterando gravemente la concorrenza tra le banche in Europa".
"Ma l'Italia non ha fatto nulla di tutto ciò: quindi, negoziare una restrizione degli aiuti di Stato generalizzata e valida per tutti allo stesso modo in realtà congela il vantaggio concorrenziale acquisito da alcuni sistemi bancari grazie al denaro dei contribuenti. Si tratta di una misura solo apparentemente equa, che in realtà è gravemente iniqua a danno dell’unico Paese che non aveva impegnato il bilancio pubblico per i salvataggi. Si sarebbe potuto pensare che alla luce di tutto questo l’Italia avrebbe potuto almeno godere di un occhio di riguardo da parte di Bruxelles in relazione alla recente richiesta di creare una bad bank, ossia un veicolo societario in cui far confluire gli asset ‘tossici’ delle banche, o anche soltanto il via libera all’utilizzo del fondo interbancario di tutela dei depositi per risolvere la crisi delle quattro banche italiane. Ma nulla di tutto questo è accaduto, l’atteggiamento di Bruxelles, in entrambi i casi, è stato di ingiustificata chiusura".
Dunque, per i primi due pilastri, il "riassunto" di Giacchè è semplice: il primo ha delle regole con effetto asimmetrico sui diversi sistemi bancari, il secondo costituisce un ingiustificato privilegio nei confronti di chi ha speso soldi enormi per salvare banche decotte.
"Due a zero contro l’Italia e il suo sistema bancario", commenta con gergo calcistico il direttore del Centro Europa Ricerche di Roma.
E il terzo pilastro?
"Non ci sarà - commenta lapidario l’economista - anche se un meccanismo di mutua garanzia tra le banche europee, non più nazionale ma europeo, avrebbe rappresentato la vera alternativa agli aiuti di Stato. Apparentemente, questa è la scusa ufficiale, perché Schaeuble teme di dover pagare per altri sistemi bancari in crisi, crede cioè che il famoso risparmio tedesco venga impiegato per salvare altri sistemi bancari. Questo è quello che racconta e che purtroppo anche i nostri giornali ripetono. Qui però vanno fatte notare due cose. Per ora è il risparmio degli altri Paesi che ha salvato le banche tedesche, e non viceversa. In effetti il Meccanismo europeo di stabilità (Esm), ossia il cosiddetto Fondo ‘salvastati’, è servito prima a mettere in sicurezza i cattivi crediti delle banche tedesche e francesi alla Grecia, ossia a trasferire il rischio sui contribuenti europei, poi a salvare le banche spagnole. Dunque, il risparmio degli italiani è già servito più volte in questi anni a risolvere i problemi dei sistemi bancari altrui".
"Insomma - dice ancora Giacchè - volendo buttarla in battuta si potrebbe tradurre così le parole del ministro delle finanze tedesco: 'vogliamo evitare che in futuro capiti ai risparmiatori tedeschi ciò che grazie a noi tedeschi è capitato ai risparmiatori italiani'. Ma anche questa traduzione sarebbe troppo benevola. Perché il vero motivo della ferma opposizione di Schaeuble è la paura che rientri dalla finestra ciò che lui ha tenuto fuori buttandolo fuori dalla porta: ossia che qualcuno in Europa possa finalmente guardare dentro il sistema bancario tedesco, che è e deve rimanere ‘opaco’. La posizione di Schaeuble sarebbe una difesa della poca trasparenza del sistema bancario tedesco".
"E il perché molto semplice da spiegare. Per partecipare a un sistema di mutua garanzia, ovviamente, l’intervento delle singole banche è misurato dalla rischiosità che esprimono: in parole povere vuol dire che se io sono in ottime condizioni pagherò di meno questa sorta di assicurazione europea di quanto dovrà fare chi è messo peggio di me. Ma come si fa a sapere quale banca sta bene e quale meno bene? Deve essere di fatto sottoposta a forme di vigilanza europea ogni banca, cioè anche quelle che il ministro delle Finanze tedesco ha tenuto fuori. Schaeuble sta continuando a difendere strenuamente gli interessi del sistema bancario tedesco, e soprattutto delle casse di risparmio, storicamente vicine alla Cdu, l’Unione cristiano-democratica, che attualmente 'esprimono" il 24 per cento dei prestiti alle imprese tedesche".
Insomma, "abbiamo costruito un altro Frankenstein normativo in Europa, ma attenzione, questo mostro non è aggressivo allo stesso modo nei confronti di chiunque, perché è evidente che chi ha rimesso a posto i bilanci delle sue banche con enorme iniezione di denaro pubblico, oggi è una posizione più sicura. Chi non lo ha fatto e negoziando male si è precluso la possibilità di farlo, oggi può avere problemi seri visibili nella percezione, da parte dei mercati, di una maggiore debolezza del sistema bancario italiano. Questa debolezza è oggettiva: il sistema bancario italiano è oggi in acque meno buone di 5 anni fa, essenzialmente a causa della crisi, la peggiore crisi economica in tempo di pace vissuta dal nostro paese dai tempi dell’Unità d’Italia, e della conseguente crescita notevolissima delle sofferenza bancarie. E tale percezione dei mercati, in assenza di meccanismi di garanzia non soltanto italiani, ma europei, può oggettivamente creare una ondata di vendita di titoli bancari e, su alcune banche particolarmente esposte, anche fenomeni di fuga dei depositanti. Per il semplice motivo che questi ultimi, grazie alle nuove regole europee come il bail-in, ossia il fatto che nei salvataggi bancari devono essere coinvolti anche i depositanti, possono vedere effettivamente a rischio i risparmi depositati in banca o almeno la quota che eccede i 100 mila euro. E si faccia molta attenzione, perché questo tipo di fenomeni avviene secondo il meccanismo, ben noto a chi opera sui mercati, delle previsioni che si autoavverano: la mia paura che la mia banca sia insolvente, se spinge me e tutti quelli che la pensano allo stesso modo a ritirare i risparmi depositati in banca può effettivamente creare l’effetto di cui ha paura, cioè l’insolvenza della mia banca. Va da se che questo può facilmente creare reazioni a catena e originare una crisi a carattere sistemico".
"Al di là di questo rischio - afferma poi - cito un ultimo dettaglio: le norme del bail-in, che coinvolgono i risparmiatori delle banche in crisi, sono anche incostituzionali per noi. Infatti, l’articolo 47 della nostra Costituzione ci dice che è tutelato il risparmio in tutte le sue forme".
Giacché sinora non ha invece fatto alcun riferimento agli scandali trattati dai media in questo periodo, come il caso del coinvolgimento del papà e del fratello del ministro delle Riforme, Maria Elena Boschi, nel caso della Banca Etruria, una delle quattro salvate dal governo. Perché?
"Perché si tratta in buona parte di un falso bersaglio. I fenomeni di cattiva gestione bancaria ci sono in tutto il mondo da quando esiste il sistema bancario. Ritenere che questi fenomeni siano determinanti oggi, significa non capire quello che sta succedendo: l’attacco, l’impossessamento dei risparmi degli italiani da parte di banche straniere, che tra l’altro sin dall’inizio della crisi hanno dimostrato ampiamente di fare un uso della finanza molto più spericolato delle banche italiane, e di essere gestite in modo che eufemisticamente possiamo definire molto opinabile".
Per Giacchè, "la conclusione generale da trarre, se si vuole, è indiretta. Io mi continuo a imbattere in politici e in parte della cosiddetta élite che chiede di avere ‘più Europa’. Se l’Europa consiste in queste regole zoppicanti e asimmetriche, punitive nei nostri confronti mentre favoriscono altri, io di Europa ne voglio di meno. E sopratutto pretendo che chi negozia le regole per questo Paese sia all’altezza del suo compito. E che se ha negoziato delle normative che ci danneggiano e che oltretutto vanno contro la nostra carta fondamentale, ne paghi le conseguenze politici. L’irresponsabilità a questi livelli non può essere ulteriormente tollerata".

martedì 16 giugno 2015

“Per una moneta fiscale gratuita. Come uscire dall'austerità senza spaccare l'euro”

di Luciano Gallino da Micromega

Questo libro a più voci osa proporre, nientemeno, che allo scopo di combattere la disoccupazione e la stagnazione produttiva in corso lo stato, massima istituzione politica, si decida a fare in piccolo qualcosa che le banche private fanno da generazioni in misura immensamente più grande: creare denaro dal nulla – adottando però modi, le banche, che non aiutano a combattere né l’una né l’altra. Scegliendo di entrare nella zona euro, lo stato italiano sì è privato di uno dei fondamentali poteri dello stato, quello di creare denaro (che nella nostra lingua chiamiamo moneta quando ci riferiamo a denaro che ha una sua specifica connotazione nazionale, tipo la sterlina, la corona o il franco svizzero). Per gli stati dell’eurozona, in forza del Trattato di Maastricht soltanto la BCE può creare denaro in veste di euro, sia esso formato da banconote, depositi, regolamenti interbancari o altro; a fronte, però, del divieto assoluto, contenuto nell’art. 123 (mi riferisco alla versione consolidata del Trattato) di prestare un solo euro a qualsiasi amministrazione pubblica – a cominciare dagli stati membri. Per quanto attiene alle banche centrali nazionali della zona euro, esse non possono più emettere denaro; nondimeno sono libere di ricevere miliardi in prestito dalla BCE a interessi risibili. Al tempo stesso accade che le banche private abbiano conservato intatto il potere di creare denaro dal nulla erogando crediti o emettendo titoli finanziari negoziabili.

Tutto ciò ha messo gli stati dell’eurozona in una posizione che si sta ormai rivelando insostenibile. Debbono perseguire politiche economiche fondate su una moneta straniera, appunto l’euro, ma se hanno bisogno di denaro debbono chiederlo in prestito alle banche private, pagando loro un interesse assai più elevato di quello che esse pagano alla BCE. Vari stati della UE – nove per l’esattezza, tra cui Regno Unito, Danimarca e Svezia - hanno invece scelto di restare fuori dall’euro e non a caso hanno affrontato con maggior successo la lotta alla crisi.

Le banche private creano denaro in due modi.
[1] Il modo più noto e discusso, in specie a causa del ruolo che esso ha avuto nello scatenare la crisi del 2007, consiste nel concedere un credito, senza togliere un solo euro ad altri correntisti o al proprio patrimonio. L’operazione consiste semplicemente nell’inscrivere sul conto corrente di qualcuno, con pochi tocchi al computer, una certa somma a titolo di prestito. La stessa somma figurerà nel bilancio della banca da un lato come passivo (la somma che la banca si è impegnata a mettere a disposizione del cliente), dall’altro come un attivo (la somma che il cliente ha promesso di restituire). Si stima che il denaro così creato rappresenti nella UE (in questo caso l’eurozona più i paesi non euro) circa il 95 per cento di tutto il denaro in circolazione. Al confronto, le banconote stampate dalla BCE, di cui la TV ci ripropone l’immagine dieci volte al giorno, sono bruscolini.

Un altro modo di creare denaro da parte delle banche private, assai meno compreso e discusso del precedente, anche tra gli economisti, consiste nell’emettere prodotti finanziari che possono venire convertiti facilmente in denaro liquido. Si tratti di obbligazioni aventi per collaterale un debito ipotecario (CDO), di titoli garantiti da un attivo (ABS), di certificati di assicurazione del credito (CDS) o di un qualsiasi altro titolo “derivato” (nel senso che il suo valore deriva dall’andamento sul mercato di un’entità sottostante) inventato dagli alchimisti finanziari, esso può venire venduto in qualsiasi momento al suo valore di mercato. Di solito, o meglio in media, quest’ultimo è di molto inferiore al valore nominale (o nozionale, come dicono gli addetti ai lavori) del titolo, ma nell’insieme si tratta pur sempre di cifre colossali. A fine 2008, ad esempio, l’ammontare nominale dei derivati “scambiati al banco”, cioè al di fuori delle principali borse, si aggirava sui 680 trilioni di dollari, mentre il loro valore di mercato superava i 32 trilioni – corrispondenti, all’epoca, a oltre la metà del Pil del mondo. La facilità con cui è possibile a chiunque trasformare i derivati in liquidità ha indotto un economista austriaco, Stephan Schulmeister, a definirli una forma di “denaro potenziale”. Ciò rende la distinzione cara a molti economisti tra “denaro” (che è liquido) e “patrimonio finanziario” (che invece non lo sarebbe) del tutto priva di senso.
[2]

Personalmente credo che la definizione meno problematica dei Certificati di Credito Fiscale che gli autori propongono lo stato italiano emetta, nella misura di un centinaio di miliardi il primo anno, e 200 miliardi l’anno in seguito, sia appunto quella che vede in essi una forma di “denaro potenziale”. I CCF sono distribuiti gratuitamente a vari gruppi di popolazione, a cominciare dai disoccupati o dai giovani in cerca di prima occupazione, e ad imprese che si impegnino ad assumere nuovo personale per realizzare (piccole ma numerose) opere pubbliche. Trascorsi due anni dall’emissione, i CCF possono venire utilizzati per pagare qualsiasi tipo di imposte o tasse dovute allo stato, a regioni o comuni. Ma sin dal momento della loro emissione essi possono venire venduti a terzi, utilizzati come mezzo di pagamento, versati a un creditore a titolo di collaterali e altro. La loro convertibilità in denaro contante o moneta elettronica è istantanea. Il risultato dell’operazione è che nell’economia verrebbero immessi a regime 200 miliardi di denaro potenziale che può diventare in breve denaro fresco, destinato non alla speculazione o ad accrescere l’accumulazione di patrimoni privati, bensì a sostenere in modo mirato e selettivo il soddisfacimento di quelli che Keynes chiamava “bisogni assoluti” da parte di strati di popolazione in difficoltà, e di piccole imprese.

Oltre ad essere erogato gratuitamente dallo stato, il denaro potenziale costituito dai CCF presenta diversi vantaggi rispetto a quello emesso a fiumi dalle banche private in forma di derivati o altro. Proverò a indicarne alcuni:

1) Il loro valore non è soggetto ad alcun rischio di svalutazione sul mercato dei titoli, sia quello borsistico che quello OTC (dove si scambiano i titoli “al banco”). Un CCF da 100 euro alla fine varrà sempre 100 euro, qualsiasi cosa accada sui mercati. Dove invece può accadere che una CDO o un CDS che al momento dell’emissione valevano 100, tempo dopo, quando si vuole rivenderli, valgano la metà o meno.

2) Il denaro potenziale rappresentato dai CCF è denaro legalmente “pieno” (nel senso che si applica all’espressione “legal tender”) poiché essi vengono per definizione accettati per pagare le tasse allo stato. Che è il maggior riconoscimento a cui qualsiasi forma di denaro possa pretendere, quale che sia la sua apparenza o denominazione come moneta circolante in una nazione.

3) I CCF appresentano una prima riconquista da parte dello stato (modesta, ma l’importante è cominciare) del potere di creare denaro a fronte del potere assoluto che finora hanno detenuto le banche private. Questo non sarebbe soltanto un fatto tecnico: sarebbe un evento politico di prima grandezza.

4) I CCF costituirebbero un primo passo indolore, o se si vuole sperimentale, in direzione di una riforma incisiva del sistema finanziario in essere, resa indispensabile dai suoi gravi difetti strutturali (su questo punto essenziale ritorno poco oltre per concludere).

5) Diversamente dai comuni crediti bancari, per i quali la destinazione del credito erogato da parte del debitore è quasi sempre indifferente, fatta salva (e non sempre) la solvibilità di quest’ultimo, i CCF verrebbero emessi per finanziare specifici progetti di utilità collettiva.

La proposta dei CCF non nasce dal nulla. Tiene conto degli studi in materia del Levy Institute, uno dei più noti dipartimenti di economia degli Stati Uniti, e del gruppo di New Economic Perspectives, in specie i lavori di Warren Mosler e L. Randall Wray, che ha studiato l’introduzione in Argentina, ai tempi della crisi, di titoli per certi aspetti simili ai CCF. Tra i precursori dei CCF sono stati ampiamente esaminati i TAN (Tax Anticipation Notes ossia Titoli di Anticipo Tasse), usati per decenni negli Stati Uniti. Quando uno stato o anche un comune di laggiù vuol realizzare un determinato progetto – per dire, ristrutturare un ospedale o ampliare un parco pubblico – ma ha problemi di bilancio, emette una certa quantità di TAN con i quali paga in tutto o in parte le imprese che ci lavorano. A suo tempo, quando lo riterranno conveniente, queste ultime li useranno per saldare debiti fiscali. Una importante differenza dei TAN a confronto dei CCF è che i primi sono emessi in generale da un singolo ente per un valore limitato – in media alcune centinaia di milioni di dollari – mentre nel caso dei CCF si parla di centinaia di miliardi. Inoltre hanno come scopo un singolo progetto ben delimitato, laddove i CCF non hanno, per così dire, confini prestabiliti. Ciò nonostante, nel febbraio 2015 studiosi del Levy Institute hanno suggerito al ministro delle finanze greco, Yanis Varoufakis, di emettere una buona dose di TAN per fronteggiare la carenza di liquidità che affligge il paese. Una firma di punta del “Financial Times”, Wofgang Munchau, ha approvato l’idea.

Anche in Europa vari autori si sono soffermati sul concetto di “moneta fiscale”. Tra loro Bruno Théret del CNRS è lo studioso i cui argomenti hanno forse i maggiori contatti con quelli che sorreggono la proposta dei CFF. Vale la pena di citare un suo passo: “Il federalismo fiscale come noi lo proponiamo, in sintonia con diverse esperienze storiche, propone una rottura del monopolio bancario privato dell’emissione di moneta. Esso suppone che gli stati membri dispongano della capacità di emettere una loro propria moneta detta ‘fiscale’ perché garantita dalle loro entrate fiscali. L’idea soggiacente è che le entrate fiscali di domani (entrate anticipate) possono servire di garanzia per una iniezione monetaria fatta oggi. Le monete così create, appunto perché la loro circolazione è ristretta al territorio nazionale (o regionale), contribuirebbero a a rilanciare l’attività in una economia che soffre per la recessione e la sotto-occupazione.”
[3] Va inoltre ricordato che due degli autori qui presenti hanno pubblicato nel 2014 un corposo libro sul tema dei CCF.[4] La proposta dei CCF, in sostanza, ha spalle solide.

Nei mesi scorsi diversi commentatori della proposta in questione, partendo dall’appello diffuso dai promotori che viene riprodotto all’inizio del volume, si sono soffermati soprattutto sul fatto se i CCF siano o meno una moneta parallela all’euro, se siano in contrasto con le norme UE, se rappresentino o meno un fattore di inflazione e altro. Si tratta, oso dire, di questioni secondarie. La questione centrale è che questa proposta rappresenta nella UE il primo tentativo concreto di togliere alle banche il potere esclusivo di creare denaro in varie forme, per restituirlo almeno in parte allo stato. E’ una delle maggiori questioni politiche della nostra epoca. Di essa si discute sin dall’esplosione della Grande Crisi Globale (GCG) del 2007, e il nucleo della discussione è la necessità di procedere a drastiche riforme del sistema finanziario, inclusa la sua parte in ombra (equivalente come totale di attivi più o meno a quella operante alla luce del sole),
[5] prima che esso provochi una nuova crisi. Le lobbies bancarie internazionali, più l’incompetenza o la complicità dei governi, hanno finora bloccato qualsiasi serio intervento in tale direzione. La riforma di Wall Street, basata sulla legge Dodd-Frank del 2010, non ha minimamente impedito al sistema bancario di diventare a tutt’oggi ancora più grosso, complesso e opaco di quanto non fosse prima del 2007 – appunto le tre caratteristiche che hanno fornito il materiale esplosivo per la GCG. Le riforme in discussione nei parlamenti di Francia, Germania e Regno Unito; l’Unione Bancaria europea da poco varata; le norme di Basilea 3 (più di 500 pagine al posto delle 30 di Basilea 1), equivalgono al tentativo di sollevarsi dalla palude tirandosi per il proprio codino – tentativo riuscito finora, dicono, soltanto al barone di Münchhausen. Al confronto, la proposta dei CCF è un campione di concretezza e aderenza ai problemi reali soggiacenti alla crisi della Ue. Meriterebbe quanto meno di venire seriamente dibattuta.

Anche perché nei riguardi delle riforme del sistema finanziario il vento, da vari segni, sta forse cambiando. Il 15 aprile 2015 la senatrice democratica Elizabeth Warren ha tenuto al Levy Institute una conferenza di eccezionale vigore sul tema “Il lavoro non finito della riforma finanziaria.” Mai un membro influente del Congresso si era spinto così avanti nel chiedere interventi risolutivi in ordine ad alcuni dei principali vizi strutturali del sistema finanziario. In sintesi la senatrice Warren ha chiesto di porre finalmente termine al principio del “troppo grandi [le banche] per lasciarle fallire”; di dividere chiaramente le istituzioni depositarie dalle banche di investimento – che è il dispositivo introdotto dalla legge Glass-Steagall del 1933, abolita da Clinton nel 1999 dopo che Reagan e i suoi avevano già provveduto a svuotarla di ogni efficacia; di impedire alle istituzioni finanziarie di ingannare le persone; di denunciare il lassismo dei regolatori i quali “allorchè le piccole banche infrangono la legge… non esitano a chiudere le banche e gettare i dirigenti in prigione… ma non lo fanno per le maggiori istituzioni finanziarie”. A queste si limtano a dare “uno schiaffetto sul polso” e dire “per favore non fatelo di nuovo”.
[6]

Un altro segno di possibili mutamenti sul fronte delle riforme finanziarie proviene dall’Islanda. Su richiesta del Primo ministro, è stato redatto e pubblicato a metà marzo 2015 un lungo rapporto intitolato “La riforma monetaria – Un miglior sistema monetario per l’Islanda”. Il rapporto avanza l’idea che il miglior modo per riformare la finanza consista nell’eliminare del tutto il potere delle banche private di creare denaro, accogliendo la proposta delle associazioni del circuito “Positive Money”, molto attivo nel Regno Unito ma presente in forze in altri 17 paesi, dalla Germania alla Svizzera.
[7] La proposta consiste nel restituire per intero allo stato, ad una data prefissata, la sovranità esclusiva quanto a creazione di denaro. Le banche continuerebbero a fare il loro mestiere di accogliere depositi, custodirli, assicurare i flussi di pagamento, ma non potrebbero prestare ovvero dare a credito nemmeno un soldo che non esista già. Il credito potrebbe derivare soltanto o dal loro patrimonio, oppure da risparmiatori che consentono a che il loro denaro sia prestato a terzi, con un minimo di rischio compensato da un tasso adeguato di interesse. La cosa interessante è che il rapporto è caldamente appoggiato da Adair Turner, il quale non è l’ultimo venuto, essendo stato dal 2008 al 2013 presidente dell’Autorità per i Servizi Finanziari del Regno Unito. D’accordo, l’Islanda è un paese piccolo, e la crisi del 2007 l’ha colpita con eccezionale durezza. Ma il problema di cui si occupa il rapporto è assolutamente generale. Bisogna lasciare la situazione qual è, o convenire con Adair Turner che “la creazione di denaro è troppo importante per venire lasciata ai soli banchieri”?[8] Un interrogativo al quale la proposta qui contenuta dei CCF non si limita a rispondere positivamente, ma indica pure una strada praticabile per attuare un principio basilare in essa insito: cominciare su scala limitata a restituire allo stato il potere sovrano di emettere denaro, allo scopo di ovviare rapidamente ai disastri che le politiche di austerità hanno prodotto.

NOTE

[1] Sui diversi generi di denaro creato dalle banche v. L. Gallino, Finanzcapitalismo. La civiltà del denaro in crisi, Einaudi, Torino 2011, spec. cap VII, e Il colpo di stato di finanze e governi. L’attacco alla democrazia in Europa, Einaudi, Torino 2013, p. 105 sgg.

[2] S. Schulmeister, Geld als Mittel zum (Selbst)Zweck, in K. P. Liessmann (a cura di), Geld. Was die Welt im Innersten zusammehalt, Zolnay, Vienna 2009, p. 168 e passim.

[3] B. Théret, con la collaborazione di W. Kalinowski, De la monnaie unique à la monnaie commune. Pour un fédéralisme monetaire européen, Institut Veblen pour les reformes économiques, Parigi 2012, pp. 4-5. Corsivo mio.

[4] M.Cattaneo, G. Zibordi, La soluzione per l’euro. 200 miliardi per rimettere in moto l’economia italiana, Hoepli, Milano 2014.

[5] Cfr, Gallino, Il colpo di stato…, op. cit. , cap. 4.

[6] E. Warren, The Unfinished Business of Financial Reform, relazione tenuta il 15/4/2015 alla 24a Conferenza annuale in onore di Hyman P. Minsky, passim. Il testo è disponibile nel sito del Levy Institute.

[7] Un buon punto di partenza per esplorare questo circuito internazionale è il sito inglese http://www.positivemoney.org/.. L’opera più approfondita e attuale in tema di ritorno alla sovranità monetaria dello stato è J. Huber, Monetäre Moderniesierung. Zur Zukunft der Geldordnung: Vollgeld und Monetative, 3a ed., Metropolis, Marburg 2013.

[8] A. Turner, Foreword a F. Sigurjónsson, Monetary Reform – A better monetary reform for Iceland, Reykjavik 2015, p. 8.