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martedì 29 maggio 2018

La Crisi Organica dell'Italia

di Thomas Fazi (dall'American Affairs Journal)
traduzione di Domenico D'Amico

Se un paese rinuncia o perde il potere di emettere la propria moneta, acquisisce lo status o di autorità locale o di colonia.


Il marxista italiano Antonio Gramsci coniò il termine “crisi organica” per descrivere un genere di crisi che si differenzia dalle “normali” crisi, finanziarie, economiche o politiche. Una crisi organica è una “crisi onnicomprensiva” che coinvolge la totalità di un ordine (o sistema) che, quali che siano le ragioni, non è più in grado di generare consenso sociale (in termini ideologici o materiali). Le contraddizioni essenziali che tale genere di crisi insinua nel sistema non possono essere affrontate dalle classi dirigenti. Le crisi organiche sono allo stesso tempo economiche, politiche, sociali e ideologiche – in termini gramsciani, sono crisi di egemonia – e di solito conducono al rigetto nei confronti dei partiti politici istituzionali, delle politiche economiche e delle scale dei valori.
Tuttavia, esse non portano di necessità a un rapido collasso dell'ordine dominante. Gramsci ha definito queste situazioni come interregna in cui “il vecchio muore e il nuovo non può nascere” e possono manifestarsi “i fenomeni morbosi più svariati” [Quaderno 3 (XX) § (34) ndt]
Gramsci parlava dell'Italia degli anni 10 del Novecento. A distanza di un secolo, il paese si trova di fronte a un'altra crisi organica. Più precisamente, si tratta di una crisi del modello dopo-Maastricht del capitalismo italiano, avviato nei primi anni 90.
Tale modello, a mio avviso, potrebbe essere descritto come un genere peculiare di capitalismo comprador – termine utilizzato di solito nel contesto del vecchio sistema coloniale per descrivere un regime nel quale le classi dominanti di un paese formano un'alleanza con gruppi di interesse stranieri in cambio di un ruolo subordinato all'interno della gerarchia di potere. Sebbene la crisi abbia covato per qualche tempo sotto la cenere, nelle ultime elezioni politiche, tenute il 4 marzo 2018, è venuta allo scoperto.
I risultati di queste elezioni sono noti. La classe politica che ha governato l'Italia nell'ultimo quarto di secolo, rappresentata dal Partito Democratico (PD) e da Forza Italia, ha subito un crollo senza precedenti, ricevendo, rispettivamente, il 18,7 e il 14% dei voti. A fronte di ciò, i due maggiori partiti “anti-establishment” - il Movimento Cinque Stelle (M5S) e la Lega Nord (Lega) – hanno visto uno spettacolare balzo in avanti, ottenendo, rispettivamente, il 32.7 e il 17,4% dei consensi. Nell'insieme, la coalizione di centro-destra – che include, oltre alla Lega Nord (ora il partito maggiore della coalizione), Forza Italia di Silvio Berlusconi e la piccola formazione post-fascista Fratelli d'Italia – ha ottenuto il 367% dei voti. Tutte le altre formazioni – dall'ultra-liberista ed europeista +Europa, coalizzato col PD, al partito di centro-sinistra Liberi e Uguali, una scheggia del PD che ha fatto campagna contro di esso, e infine alla sinistra radicale di Potere al Popolo – hanno fallito miseramente. Di questi, solo Liberi e Uguali ha superato la soglia minima del 3% necessaria per entrare in parlamento.
Chi siano i perdenti è evidente, mentre manca un indiscusso vincitore. La nuova legge elettorale – approvata nel 2017 da PD, Forza Italia e Lega Nord, con l'intento manifesto di ostacolare il Movimento Cinque Stelle – richiede che ogni partito, o coalizione di partiti, che voglia formare una maggioranza e quindi un governo, debba ottenere almeno il 40% dei voti (alle elezioni o con accordi post-elettorali). Negli ultimi due mesi e mezzo, M5S e Lega – i due candidati più ovvi per la formazione di una coalizione fattibile – sono stati impegnati in negoziati febbrili. Al momento della stesura di quest'articolo, sembrerebbe che si sia raggiunto un accordo tra i due partiti, anche se i dettagli non sono ancora di dominio pubblico. Il profilo del prossimo governo italiano, perciò, resta ancora indefinito. Non possiamo nemmeno escludere la possibilità che i due partiti non riescano a superare l'attuale impasse, il che porterebbe il presidente a nominare un esecutivo temporaneo “tecnocratico”, o addirittura a indire nuove elezioni. In ogni caso, qualsiasi sia l'esito dei negoziati, una cosa è chiara: queste elezioni hanno mutato per sempre il panorama politico italiano.

I Frutti dell'Austerità
Il crollo dei partiti istituzionali – e l'ascesa di quelli “populisti” – può essere compreso solo nel contesto della “recessione più grave e più lunga della storia italiana”, come afferma il governatore della banca centrale italiana, Ignazio Visco. A partire dalla crisi finanziaria del 2007-2009, il PIL italiano si è ridotto di un abbondante 10%, retrocedendo a livelli di più di dieci anni fa. Riguardo il PIL pro capite, la situazione è perfino peggiore: in questi termini la situazione italiana è regredita a quella di vent'anni fa, cioè a prima che il paese divenisse un membro fondatore della moneta unica. L'Italia e la Grecia sono i soli paesi industrializzati la cui economia non ha ancora recuperato sui livelli pre-crisi finanziaria. Il risultato è che circa il 20% delle capacità industriali dell'Italia sono andate distrutte, e il 30% delle imprese ha chiuso i battenti. Si tratta di una distruzione di ricchezza che, a sua volta, ha scosso le fondamenta del sistema bancario, che è stato (ed è tuttora) colpito dalle sofferenze delle piccole e medie imprese (PMI).
La crisi occupazionale italiana continua a essere una delle peggiori d'Europa. L'Italia ha un tasso ufficiale di disoccupazione dell'11% (12% al sud) e un tasso di disoccupazione giovanile del 35% (con picchi del 60% in alcune regioni meridionali). E non consideriamo nemmeno i sotto-occupati e i lavoratori scoraggiati (persone che hanno rinunciato alla ricerca di impiego, e che quindi non figurano nelle statistiche ufficiali). Se lo facessimo, arriveremmo a uno sbalorditivo tasso di disoccupazione del 30%, che sarebbe il più alto d'Europa. In anni recenti anche il tasso di povertà è cresciuto drammaticamente: il 23% della popolazione, circa un italiano su quattro, è oggi a rischio di povertà – il livello più alto dal 1989.
Queste cifre spaventose sono il risultato di cause sia strutturali sia congiunturali, anche se, è ovvio, collegate tra loro. Da un punto di vista congiunturale sono in larga parte la conseguenza della severa politica di austerità messa in atto tra il 2011 e il 2013 dal governo “tecnocratico” di Mario Monti. Monti stesso, in un'intervista alla CNN, ammetteva che l'obbiettivo della politica di austerity era quello di “distruggere la domanda interna mediante il consolidamento fiscale [i.e. Il risanamento di bilancio – ndt]”. Queste politiche proseguirono con tutti i governi successivi, incluso quello di Renzi (2014-2016) e quello uscente presieduto da Paolo Gentiloni.
Effettivamente, il “successo” della distruzione della domanda interna da parte di Monti viene ora confermato da uno studio nascosto nei recessi di un allegato all'ultimo documento programmatico di bilancio italiano, studio che arriva alla conclusione che le misure di consolidamento fiscale (tagli alle spese e aumento delle tasse) perseguite nel periodo 2012-2015 hanno ridotto il PIL italiano di quasi il 5% (circa 75 miliardi di euro l'anno, per un totale sbalorditivo di circa 300 miliardi), i consumi del 4%, gli investimenti del 10%, per via degli gli “effetti recessivi del consolidamento fiscale sia sul PIL sia sulle principali componenti della domanda (consumi e investimenti)”.
Sebbene lo studio in questione prenda in esame un periodo di tempo che giunge solo al 2015, negli ultimi anni la posizione fiscale restrittiva dei governi è rimasta pressoché immutata. Anzi, l'Italia è uno dei pochi paesi ad aver mantenuto un significativo avanzo primario di bilancio [cioè entrate superiori alle spese, al netto della spesa per interessi – ndt] – equivalente oggi a circa l'1,5% del PIL – per tutto il periodo della recessione post-crisi, ad onta di ogni buon senso economico (1). La conseguenza è stata una cruda riduzione dello stato sociale (particolarmente in campo sanitario). Allo stesso tempo, una serie sempre più folta di nuove imposte ha generato scontento sia nella piccola sia nella media impresa.
Il Partito Democratico (PD) è stato al governo sin dal 2013 e ha supervisionato per più di cinque anni l'austerity e le “riforme strutturali” imposte dalla UE. Dati gli effetti disastrosi di queste politiche, c'è poco da essere sorpresi se gli elettori si siano fatti beffe della retorica del governo uscente sulla “ripresa economica”. Il tanto pubblicizzato “milione di nuovi posti di lavoro” creato negli ultimi quattro anni è costituito in maggioranza da lavori temporanei e malpagati – grazie alla riforma neoliberista del mercato del lavoro di Matteo Renzi, il cosiddetto Jobs Act, che ha facilitato le procedure di licenziamento e ha abrogato l'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori che in precedenza proteggeva i lavoratori dal licenziamento ingiustificato. Perfino il primo ministro uscente, Paolo Gentiloni, ha ammesso che “la crescita economica non ha ridotto le disuguaglianze, anzi in molto paesi, inclusa l'Italia, continuano ad aumentare, anche se c'è la crescita. Stanno raggiungendo livelli ancora più intollerabili”.
Questa polveriera sociale è stata resa ancora più pericolosa dall'esplosione della cosiddetta crisi migratoria. A partire dal 2014, più di 600.000 migranti e richiedenti asilo sono entrati illegalmente in Italia. Questi arrivi hanno alimentato malumori in molti italiani, che ritengono che gli immigrati ricevano dallo stato più assistenza di loro. Ha anche condotto a un crescente senso di insicurezza.
Secondo un sondaggio internazionale Ipsos del luglio 2017, il 66% degli italiani pensa che ci siano troppi immigrati nel paese, la seconda percentuale più alta tra i 25 paesi oggetto del sondaggio. Il Partito Democratico, nelle parole di Francesco Ronchi, “non ha tenuto conto di queste preoccupazioni e ha cercato di nascondere la gravità della questione”. Nel settembre del 2016 – al culmine della crisi migratoria, con migliaia di stranieri che entravano in Italia attraverso la Libia – l'allora primo ministro Renzi dichiarava: “Non c'è nessuna emergenza. C'è un po' di gente [There are some people]”. [non sono riuscito a trovare la fonte – ndt]

La Trasformazione della Sinistra Italiana
Odio e paura, disoccupazione, insicurezza e povertà: sono queste le cause del voto di svolta del 4 marzo. Il Movimento Cinque Stelle e la Lega si sono avvantaggiati della crescente insoddisfazione per lo status quo, rivolgendo la loro attenzione alla sicurezza sociale (specialmente il M5S), meno tasse (specialmente la Lega), e più controllo sull'immigrazione (entrambi). Al contempo, gli elettori hanno esplicitamente castigato il partito considerato il maggiore responsabile per la situazione: il PD. Si tratta senza dubbio del partito maggiormente penalizzato da queste elezioni, avendo visto la somma totale dei consensi crollare per più della metà in pochi anni (nelle elezioni europee del 2014 aveva ottenuto il 41% dei voti). Tale esito catastrofico è un ulteriore esempio di “pasokificazione”, nella quale partiti socialdemocratici, nominalmente di centro-sinistra, così come le loro controparti di centro-destra, vengono puniti dagli elettori per la loro adesione ad austerity e neoliberismo. (Il termine pasokificazione si riferisce al partito socialdemocratico greco PASOK, praticamente annientato nel 2014 come conseguenza del suo futile approccio alla crisi del debito greco, dopo aver dominato la scena politica per più di trent'anni). Tra gli altri partiti di centro-sinistra che hanno subito lo stesso destino ci sono il Partito Socialista Francese, il Partito Laburista Olandese (PvdA) – e adesso il PD.
Tuttavia, pasokificazione potrebbe essere un termine troppo tenero, nel caso del PD. Mentre il PASOK e altre simili formazioni si sono originate come genuini partiti socialdemocratici, e solo in seguito sono stati corrotti dall'ideologia neoliberista, il Partito Democratico è stato fondato nel 2007 come un partito della “terza via”, neoliberista e centrista, in opposizione alla tradizione storica (comunista e socialista) della sinistra italiana. Il PD sarebbe dovuto essere un partito finalmente libero dal peso morto delle politiche di massa della sinistra del XX Secolo, pronto ad abbracciare le magnifiche sorti e progressive della politica post-ideologica. Basta con le teorie totalizzanti, i conflitti di classe, l'interventismo statale e la redistribuzione della ricchezza; avanti col liberismo economico, il dominio del mercato, i diritti individuali (piuttosto che sociali), l'innovazione, la governance e la politica just-in-time [responsiveness]. La nascita del PD dovrebbe essere vista come il punto di arrivo della pluridecennale migrazione verso destra della sinistra post-comunista italiana. Il processo ebbe inizio nel 1991, con la trasformazione del Partito Comunista Italiano (PCI) nel Partito Democratico della Sinistra (PDS), già nel nome depurato di qualsiasi riferimento al socialismo. Il nome cambiò successivamente in Democratici di Sinistra (DS) e, alla fine, eliminando perfino ogni riferimento alla “sinistra”, in PD. Ogni volta il partito si è distanziato sempre di più dalla sua base d'origine, la classe lavoratrice, per reinventarsi come il partito della (in declino) classe medio-alta progressista.
Il PD è la perfetta incarnazione di questo perversa convergenza politica, comune ad altri partiti di centro-sinistra, tra il politicamente corretto da una parte (femminismo, antirazzismo, multiculturalismo, diritti LGBTQ, eccetera) e dall'altra l'economia ultra-liberista (anti-statalismo, austerity fiscale, deregolamentazione, deindustrializzazione, finanziarizzazione, eccetera), cosa che Nancy Fraser ha opportunamente etichettato come “neoliberismo progressista” (2) – un'ideologia che non ha nulla da offrire alle masse crescenti di disoccupati e lavoratori iper-sfruttati. Al riguardo, come osserva Nicola Melloni, colpisce il fatto che oggi il PD

...sia l'unico partito ad avere un'autentica natura di classe, il cui elettorato è per lo più composto da benestanti altamente istruiti. Solo l'8% dei disoccupati e il 12% dei lavoratori dipendenti hanno votato per il PD. Cosa ancora più interessante, secondo un sondaggio SWG meno di un terzo degli elettori che avevano scelto il PCI nel 1988 ha votato per il PD nel 2018.

Per farla breve, la sconfitta del PD si può comprendere solo nel contesto della più che decennale metamorfosi della sinistra italiana. E questa, a sua volta, può essere compresa solo nel contesto dei profondi mutamenti intervenuti nell'economia italiana dell'ultimo trentennio. Sotto questo aspetto, la crisi economica del paese è solo l'epifenomeno di una crisi “strutturale” del capitalismo italiano molto più profonda (anche se drammaticamente accelerata dalle politiche post-crisi).
In termini economici, l'Italia è stata de facto in crisi ben prima del crollo del 2008. Fino alla fine degli anni 80, il paese aveva conosciuto trent'anni di crescita relativamente solida; poi, tra i primi e la metà degli anni 90, tutti i maggiori indicatori economici – produttività, produzione industriale, crescita pro capite, eccetera – cominciarono a manifestare un costante declino, e da allora sono ristagnati. Si tratta, in gran parte, del risultato dell'adesione a una super-struttura economica – istituita dal trattato di Maastricht del 1992, che aprì la strada alla fondazione della Unione Monetaria Europea (UME) nel 1999 – che era (ed è) fondamentalmente incompatibile con la politica economica del paese.
Come osserva acutamente Fritz W. Scharpf, ex direttore del Max-Planck-Institut für Gesellschaftsforschung (MPIfG) [Istituto Max Planck per lo Studio delle Società], il regime dell'euro può essere descritto come un processo di “convergenza strutturale forzata”, finalizzato a imporre il modello economico dei paesi del nord (quali Germania e Paesi Bassi), basato sui profitti da esportazione, sulle economie profondamente diverse dei paesi meridionali, come l'Italia, che guardano più alla dinamica dei salari e domanda interna. Scharpf nota che “l'impatto economico dell'attuale regime dell'euro è fondamentalmente asimmetrico. È modellato sulle precondizioni strutturali e sugli interessi economici dei paesi del nord, ed è in conflitto con le condizioni strutturali delle politiche economiche meridionali – condannate così a lunghi periodi di declino economico, stagnazione o bassa crescita”.
Visti i risultati particolarmente disastrosi del regime dell'euro in Italia, la decisione di entrare nell'unione monetaria – e la persistente difesa di quel regime da parte della classe dirigente – potrebbe sembrare una forma di autolesionismo. Tuttavia, come scriviamo Bill Mitchell ed io nel nostro recente volume Reclaiming the State, l'Unione Monetaria Europea deve essere letta come progetto tanto economico, quanto politico. Nel corso degli anni 70 e 80, i salari in crescita, l'aumento dei costi e una maggiore competizione internazionale portarono a una stretta dei profitti, il che provocò le ire dei maggiori detentori di capitale. A livello ancora più radicale, il regime di piena occupazione “minacciava di porre le premesse per un superamento del capitalismo” stesso, visto che una classe operaia sempre più politicizzata stava iniziando a fare causa comune coi movimenti di controcultura, nel pretendere una radicale democratizzazione della società e dell'economia. Come aveva anticipato trent'anni prima l'economista polacco Michał Kalecki, per la classe dominante il pieno impiego non era diventato una semplice minaccia economica, ma anche politica. Comprensibilmente, la questione suscitava la preoccupazione delle élite, come illustrato dai molti documenti prodotti a suo tempo.

La Sovranità Nazionale e il Paradosso della Debolezza
Lo spesso citato rapporto del 1975 Crisi della Democrazia della Commissione Trilaterale, affermava, dal punto di vista dell'establishment, che erano necessarie contromisure a più livelli. Non solo era favorevole a una riduzione del potere contrattuale dei lavoratori, ma anche alla promozione di “un maggior grado di moderazione nella democrazia” e un maggior disimpegno (o “non coinvolgimento”) della società civile rispetto all'operare del sistema politico, da ottenersi per mezzo della diffusione dell'”apatia”. In questo contesto, si capisce meglio perché le élite europee abbiano abbracciato i “vincoli esterni” dell'UME come un sistema per depoliticizzare la politica economica, in modo da sottrarre al controllo democratico e parlamentare le politiche macroeconomiche, per mezzo di un auto-imposta riduzione della sovranità nazionale. Il loro obbiettivo non era semplicemente quello di mettere le politiche economiche fuori dalla portata delle sfide popolar-democratiche, ma anche quello di ridurre il costo politico della transizione neoliberista, che chiaramente implicava scelte impopolari, scaricando la responsabilità di tali misure su fattori e istituzioni esterne. Si può dire che questa sia l'incarnazione di quello che Edgar Grande chiama il “paradosso della debolezza”, per il quale le élite nazionali trasferiscono una parte del potere a un decisore sovranazionale (apparendo in tal modo più deboli) per essere in grado di sopportare meglio la pressione da parte degli attori sociali, asserendo che “lo vuole l'Europa” (e divenendo così più forti). Come dice Kevin Featherstone: “Gli impegni vincolanti della UE permettono ai governi di varare riforme impopolari nei loro paesi, e nel contempo darne la colpa alla UE, anche se essi stessi desideravano attuarle” (corsivo mio).
Nel caso dell'Italia questo è quantomai chiaro. Probabilmente lo si deve al fatto che l'economia mista, statocentrica, dell'Italia del dopoguerra è stata vista dalle classi dirigenti come decisamente incompatibile col paradigma neoliberista emerso negli anni 80. In questa prospettiva, l'Italia aveva bisogno di “riforme” energiche, anche in assenza di qualsiasi consenso popolare. Così, Maastricht venne vista da una gran parte dell'establishment italiano come lo strumento per realizzare la trasformazione radicale – o neoliberalizzazione – della politica economica del paese. Guido Carli, importante ministro dell'economia tra il 1989 e il 1992, non ne fa un segreto. Nelle sue memorie Carli scriveva:

L'Unione Europea implica (…) l'abbandono dell'economia mista, l'abbandono della pianificazione economica, la ridefinizione dei parametri della composizione della spesa pubblica, la restrizione dei poteri delle assemblee parlamentari a favore di quelli dei governi (…) la cancellazione del concetto di servizi sociali gratuiti (e la conseguente riforma del sistema sanitario e della sicurezza sociale) (…) la riduzione della presenza dello Stato nel sistema finanziario e industriale (…) l'abbandono di dazi e controllo dei prezzi.

È evidente che Carli concepiva l'Unione Europea soprattutto come un mezzo per imporre nientemeno che la trasformazione integrale dell'economia italiana – una trasformazione che non sarebbe stata possibile, o lo sarebbe stata con molta difficoltà, senza gli autoimposti vincoli esterni creati prima da Maastricht , quindi dall'euro. È così che, ad esempio, il governo Amato riuscì nel 1992 la CGIL a porre termine alla scala mobile, che collegava i salari all'inflazione, non confrontandosi direttamente coi lavoratori, ma essenzialmente richiamandosi al vincolo esterno del Sistema Monetario Europeo (SME), sistema di cambio semi-fisso che avrebbe spianato la strada all'euro. Carli stesso riconobbe che “l'Unione Europea rappresentava un percorso alternativo per la soluzione di problemi che non riuscivamo a gestire attraverso i normali canali di governo e parlamento”. Perciò, la decisione italiana di aderire allo SME e quindi all'UME non si può comprendere unicamente all'interno di interessi a carattere nazionale. Piuttosto, come ha sottolineato James Heartfield, la si dovrebbe vedere come lo strumento con cui una parte della “comunità nazionale” (l'élite politica ed economica) è riuscita a depotenziarne un'altra (i lavoratori).

Il Capitalismo Comprador in Italia
Dal punto di vista dell'establishment, il fatto che l'Unione Monetaria Europea comportasse anche la deindustrializzazione e “mezzogiornificazione” del paese – a beneficio delle imprese tedesche e francesi, che acquisirono un gran numero di attività (o comunque una loro quota importante) in Italia e in altri paesi periferici – e la sua retrocessione a un ruolo subordinato all'interno della gerarchia europea di potere, è stato un piccolo prezzo da pagare per la vittoria in patria contro le classi lavoratrici. In questo senso, il regime economico dell'Italia post-Maastricht può essere accostato a una forma di capitalismo comprador – un regime semi-coloniale in cui le classi dominanti di un paese in pratica si alleano con interessi stranieri in cambio di rapporti di classe più favorevoli in patria. Ironicamente, la sinistra post-comunista ha rivestito un ruolo cruciale nel dare legittimità alla narrazione del vincolo esterno; già nei primi anni 90, la sua sottomissione al neoliberismo era talmente profonda che i suoi maggiori rappresentanti si erano convinti che l'Unione Europea fosse davvero per l'Italia l'imperdibile occasione di unirsi finalmente alla famiglia delle nazioni “moderne” e “virtuose”. Non è una coincidenza che l'economica “terapia d'urto” degli anni 90 (in particolare lo smantellamento e la privatizzazione del settore, una volta imponente, delle industrie di stato) venne patrocinato in gran parte da governi di centro-sinistra.
La medesima logica del vincolo esterno la vediamo all'opera anche oggi. È sempre più evidente, ad esempio, che la cosiddetta crisi del debito sovrano del 2010-2011 non è stata una risposta “naturale” dei mercati all'“eccessivo” debito pubblico italiano, ma un'azione in larga parte “architettata” dalla Banca Centrale Europea (BCE) mirata a forzare gli stati a implementare l'austerity. Come ha osservato di recente Luigi Zingales, docente di finanza alla University of Chicago, alla fine la BCE è intervenuta sul mercato dei titoli italiani, ma solo dopo una lunga attesa:

Questo ritardo non era dovuto a incompetenza, ma al palese desiderio di imporre la 'disciplina del mercato' – cioè fare pressione sul governo perché migliorasse la situazione fiscale. È stata una forma di violenza economica che ha lasciato l'economia italiana in rovina e gli elettori italiani legittimamente furiosi nei confronti delle istituzioni europee”.

La crisi del debito, combinata con le ritardate reazioni della BCE, portò a invocazioni isteriche da parte dei media perché si mettesse freno al deficit per mezzo di misure di austerity d'emergenza, e portò al governo “tecnocratico” di Mario Monti. Ma la sola ragione per cui l'Italia aveva sperimentato una “crisi del debito sovrano” fu, in primo luogo, il fatto che, come tutti i paesi dell'eurozona, utilizzava di fatto una valuta straniera. Proprio come un singolo stato (ad esempio) degli Stati Uniti o dell'Australia, i paesi dell'eurozona accedono a prestiti in una valuta su cui non hanno alcun controllo (non possono né fissare i tassi di interesse né rinnovare il debito emettendo nuova moneta, e perciò, a differenza dei paesi che contraggono debiti nella loro propria valuta, sono a rischio di insolvenza [default]). Come testimonia un recente rapporto della BCE “sebbene l'euro sia una moneta a corso forzoso [fiat currency], le autorità fiscali degli stati che vi aderiscono hanno rinunciato alla capacità di contrarre un debito non passibile di default”.
Ciò conferisce un potere enorme alla BCE, che non è eletta da alcuno e non risponde ad alcuno, che può usare (e di fatto usa) il suo potere di emissione monetaria per imporre le proprie politiche sui governi recalcitranti (come ha fatto con la Grecia nel 2015, quando ha tagliato la liquidità d'emergenza alle banche greche per costringere il governo di Syriza a invertire la rotta e accettare il terzo memorandum di salvataggio), o addirittura ottenerne le dimissioni, com'è successo in Italia nel 2011. Come ha di recente riconosciuto il Financial Times, la BCE ha di fatto “costretto Silvio Berlusconi ad abbandonare la sua carica a favore del mai eletto Mario Monti”, ponendo le sue dimissioni come condizione per l'ulteriore sostegno da parte della BCE alle banche e ai titoli italiani. Questo esemplifica ciò che il grande economista britannico Wynne Godley† intendeva scrivendo, nel lontano 1992, che “se un paese rinuncia o perde [il potere di emettere la propria moneta], acquisisce lo status o di autorità locale o di colonia”.
Per l'establishment politico italiano quell'esperienza fu un efficace memento del patto faustiano che aveva firmato aderendo all'eurozona. Rinunciando alla sovranità economica del proprio paese, avevano messo la loro sopravvivenza politica nelle mani di tecnocrati che nessuno ha mai eletto. È una lezione che anche il PD ha imparato a proprie spese, dopo anni di infinite (e alla fine inutili) contrattazioni con la Commissione Europea al fine di ottenere un minimo grado di “flessibilità fiscale”. La potremmo chiamare la vendetta della depoliticizzazione: una strategia che si era mostrata positiva per gli obbiettivi interni delle élite locali fintanto che il regime dell'euro aveva potuto garantire un minimo di crescita ai paesi della periferia.
Ma adesso che le contraddizioni fondamentali del sistema Europa sono venute a galla, le élite politiche italiane si sono ritrovate prive degli strumenti economici per mantenere il consenso sociale. Come scrive Scharpf, nei paesi come l'Italia l'unione monetaria non ha comportato solo pesanti costi socioeconomici, ma ha anche avuto “l'effetto di distruggere la legittimità democratica dei governi”.
Uno dei corollari di questa perdita di legittimità democratica è che gli appelli alla logica del vincolo esterno non hanno più il peso che avevano in precedenza. I cittadini – non solo quelli italiani – sono disposti sempre di meno a giustificare lo status quo in base a norme arbitrarie e punitive e diktat esterni, la cui natura politica (cioè non neutrale) diventa sempre più evidente. Lo dimostra il fatto che i tentativi da parte dell'establishment italiano ed europeo di screditare le proposte “populiste” a causa della loro presunta insostenibilità fiscale, minaccia alla stabilità finanziaria o incompatibilità con la normativa europea, è clamorosamente fallito. Anzi, è stato controproducente. Come lo sono state, dal punto di vista dell'establishment, le affermazioni, da parte dei maggiori rappresentanti dellUE, che qualsiasi nuovo governo si debba adeguare alle decisioni prese da quelli precedenti. Dato che sempre più ci si rende conto della natura antidemocratica e neocoloniale dell'Unione Europea, simili tattiche intimidatorie non funzionano più. In questa chiave, il voto del 4 marzo non è stato tanto un voto “contro l'Europa” – anche se i partiti tradizionalmente europeisti sono stati severamente castigati – quanto un voto contro la depoliticizzazione, e a favore dio una ripoliticizzazione del processo decisionale nazionale. Cioè per un maggior grado di controllo collettivo sulla politica e la società, che di necessità può essere esercitato solo a livello nazionale.

Il Futuro dell'Italia
È possibile, per i partiti “anti establishment” che hanno dato voce a quest'esigenza di ripoliticizzazione – Movimento Cinque Stelle e Lega – soddisfare le aspettative? È improbabile. Alla fine dei conti, nessuno dei due partiti offre una alternativa praticabile allo status quo, almeno in termini di politica economica. Il programma economico della Lega è tuttora piuttosto neoliberista: la proposta economica principale del partito è una flat tax che sostituisca l'attuale tassazione (più o meno) progressiva, una proposta chiaramente regressiva, con l'aggiunta di qualche iniziativa di protezione sociale (abolizione della legge Fornero, che ha allungato l'età pensionabile). In modo analogo, il programma del M5S “non è nemmeno lontanamente il programma di una formazione progressista”, come scrive Nicola Melloni. Anche se la sua immagine, come quella di movimenti populisti di sinistra quali Podemos e Occupy, è costruita sulla contrapposizione tra popolo e oligarchia, il M5S riduce questa oligarchia “a una 'casta' politica corrotta” dice Melloni. “Fattori economici come la relazione tra capitale e lavoro, le disuguaglianze, o lo stesso capitalismo, sono assenti. Piuttosto, si tratta di una formazione populista ma di centro – abbastanza opportunista da cavalcare qualsiasi battaglia che possa riscuotere consensi, ma priva dell'ambizione di cambiare, o anche solo di riformare, il sistema”. In questo senso, essi sono l'esempio perfetto dei “fenomeni morbosi” di cui parlava Gramsci.
Cosa più importante, anche se il M5S e la Lega avessero davvero intenzione di cambiare il sistema, per farlo dovrebbero mettere in discussione il regime dell'euro, ma nessuno dei due sembra volerlo. Sebbene entrambi i partiti vengano descritti come euroscettici, o addirittura come anti-europeisti, sono stati prontissimi a giurare fedeltà all'Unione Europea, prima e dopo il voto. Finché manterranno questa posizione, il loro fallimento è una certezza. Come detto più sopra, le istituzioni europee hanno un nutrito arsenale di strumenti “per sottomettere, e all'occorrenza rendere impotente la funzionalità democratica dei governi del sud” come dice Scharpf. “Anche se l'Italia possiede un potere contrattuale maggiore di quello della Grecia, finanziariamente la si può ugualmente strangolare”, scrive Zingales, come è successo alla Grecia nel 2015, se venisse percepita come una minaccia al regime neocoloniale dell'Europa.
In conclusione, a prescindere dai risultati dei negoziati, o anche nella prospettiva di eventuali nuove elezioni, la crisi organica dell'Italia è qui, e qui resterà. E non avrà soluzione finché non se ne affronterà la causa essenziale: la fondamentale incompatibilità tra la politica economica italiana e la moneta unica.

Note
(1) Un governo con un avanzo primario sta spendendo nell'economia reale meno di quanto ne estragga attraverso la tassazione, e quindi sta sottraendo ricchezza all'economia, di solito per ridistribuirla ai titolari, interni ed esteri, di titoli di stato (in genere banche o individui affluenti). Il buon senso economico suggerirebbe che un governo coinvolto in una recessione dovrebbe comportarsi esattamente all'opposto: produrre deficit per stimolare l'attività economica.
(2) Vedi anche Nancy Fraser, “From Progressive Neoliberalism to Trump—and Beyond,” American Affairs 1, no. 2 (Winter 2017): 46–64.
Thomas Fazi è l'autore di The Battle for Europe (Pluto, 2014) e co-autore di Reclaiming the State (Pluto, 2017).

dello stesso autore: Per una Sinistra di Nuovo Grande



venerdì 23 settembre 2016

SI debole perché NO è onnicomprensivo



di Tonino D’Orazio 23 settembre 2016.

Bratislava (summit dei leader europei) sancisce con profonde divergenze una ulteriore spaccatura di questa Unione. Il non aver capito che la “risoluzione” dei rapporti con l’Urss dei cosiddetti paesi del’est passasse soprattutto tramite una forte concezione di identità nazionale, sembra un grosso sbaglio. Prodi compreso che facendo di tutto per inglobarli urgentemente nell’Unione, seguendo un “forte consiglio” della Nato, ha tentato di barare sui tempi necessari. Non si sono sganciati da una Urss prepotente per infilarsi in una Europa altrettanto irrispettosa.  Che questa Unione stia arrivando alla fine per implosione interna, avendo messi tutti i paesi uno contro l’altro in una competitività dissennata e sotto una regia unica e ferrea tedesca (bisogna ribadire che i francesi non contano), che fa solo i propri interessi di classe (con gran parte dei lavoratori tedeschi che si avviano alla povertà), lo ha sancito la riunione di Bratislava. Basta vedere i dati di Eurostat invece di sentire i luoghi comuni sul benessere generale del popolo tedesco o di qualche premio annuale solo nelle grandi industrie automobilistiche. Ma principalmente la “salita” a due decimali (aspettando l’Austria) delle formazioni politiche di “ultra-destra” rivendicative di identità. Il rifiuto di ubbidire ai mille laccioli di Bruxelles ( che non sono “regole” e che nascondono interessi tedesco-francesi precisi, dallo zucchero nei mosti ai formaggi con polvere di latte ecc…), con i polacchi in testa (hanno appena dato il loro premio nazionale al migliore politico europeo all’ungherese Orban) e a seguire anche gli altri. Il Brexit è già fatto. Soldi (e armi Nato) contro servitù non è sufficiente, come non lo era con l’Urss.
Le scintille? L’immigrazione incontrollata (o auspicata) e l’austerity della Troika di Bruxelles. Alle prime elezioni che si presentano (cioè a quelle in cui ancora si riescono a votare), in tutti i paesi della cosiddetta Unione arriva, in un modo o nell’altro, una profonda protesta “contro” i propri governi, anche se le maggioranze innaturali tengono. Persino Renzi lo ha capito e con la solita giravolta, tornando da Bratislava, si scaglia a parole contro l’austerity che invece persegue nei fatti, aspettando il prossimo voto del popolo italiano. Il primo, oltre alcune grosse sconfitte amministrative, è quello sulla sua nuova costituzione autoritaria che inficia la sovranità popolare, come richiestogli dai poteri oligarchici e “forti”, cioè non democratici, esterni al nostro paese.
Una volta capito questo, e le pressioni internazionali arrivano forti e puntuali, a dire il vero manca all’elenco qualche piccola strage (sempre arrivata puntuale nei momenti di svolta dell’Italia) che rimetta il popolo nella sua iconoclastica paura, diventa difficile non individuare in questo voto, procrastinato e allontanato al limite, è pur vero con tutti i vari regolamenti vigenti, ma già con un parere tardivo della Cassazione che glielo permette, un NO onnicomprensivo di tutti i problemi e gli scempi politici ed economici tragici sul tappeto. Può essere un NO cosiddetto “della pancia”. E forse più che altro dalle menzogne continue del governo (“punti di vista diversi sui dati”), su tutto, puntualmente scoperte da altre informazioni. Lavoro, jobs act fallito, emigrazione alle stelle (250/300.000 all’anno, come nel 1890 e più del dopoguerra), voucher invece di retribuzione e previdenza corrette tali da affossare anche il futuro dell’Inps, (tra l’altro continuamente derubato dal governo), disoccupazione giovanile e non, pensionati alla fame, come gran parte delle famiglie italiane, neo-pensionati nelle mani delle banche(da piangere per il ridicolo, se non fosse che sarà un altro flop), correntisti timorosi e allo sbando per i propri soldi (bail in), saccheggio della Cassa Depositi e Prestiti per regalare alle banche i risparmi degli italiani, tassazioni dirette e indirette alle stelle e sempre insufficienti, sanità allo sbando (cioè avviata alla privatizzazione) e specialistica vitale inaccessibile a molti, insegnanti che “viaggiano” in tutta Italia spaccando la vantata e non più reale sacralità della “famiglia”, privatizzazioni del pubblico a cooperative per pagare i lavoratori al ribasso, alta mortalità sul lavoro malgrado una enorme massa in disoccupazione. Paura dell’immigrazione, problema snobbato dall’Unione e gestito solo con il nostro pietismo francescano, che però ha anche un limite prima o poi. Tutti i giorni ci vengono forniti dai mass media informazioni sulla povertà degli italiani e il “benessere” degli immigrati, quanto costano al giorno, di sfratti e hotel, in un crescendo di irrazionalità rabbiosa. (Vedi soprattutto la Lega di Salvini ma sarei curioso di sentire il “popolo silenzioso”). Il problema andrà al voto come sta succedendo in tutti gli altri paesi europei?
Mi dite, in questo mix, perché se l’occasione si presenta (e sembra proprio l’ultima, date le deforme previste dalla nuova costituzione dei ragazzini sotto l’ombrello di un ultra decano ancora in fase di disastri politici) di mandare possibilmente a casa gran parte di questa fallita dirigenza politica con un NO pesante, non lo si debba fare? Non mischiamo le cose? Le cose sono mischiate e diventa difficile anche a quelli del Sì uscirne fuori. E’ come se sostenessero questa impossibilità di sperare in un futuro migliore. Anzi, da Ciampi in poi, tutti hanno mentito, e Padoan continua imperterrito, sulla “riduzione delle tasse”, nemmeno su una sua migliore gradualità. Sono diminuite solo quelle delle imprese. Le grandi però, quelle appetibili dall’estero, perché le piccole (con 85% della manodopera italiana) continuano a fallire.  C’è una menzogna enorme sul debito “pubblico” dove lo stato è obbligato a prendere i soldi al 5% dalle banche private, in funzione di strozzinaggio, che invece lo prendono a 0,5% dalla Bce. Non è ineluttabile, è semplicemente un furto ai danni del popolo che aggrava scientificamente “il debito pubblico” e lo tiene “prigioniero” da anni e per anni. Se ne è accorto?
Forse da noi non sarà un NO esplicito contro l’Unione, e molti tenderanno a minimizzare, ma poco ci manca, soprattutto se dovesse vincere. Il Sì è la continuità del disastro, velenosamente sancito nella deforma, perché chiude all’angolo con vari sofismi, proprio la pericolosa sovranità popolare. La popolazione che andrà a votare percepisce questo?  Se sì, allora hanno ragione le oligarchie politico-bancarie internazionali a preoccuparsi di un successivo Italexit, sicuramente più disastroso del Brexit, che pur ha fatto tremare l’establishment e continua a dimostrare contro tutti e contro tutto, una rinnovata vitalità di quel paese. Era solo un problema di identità di quel Regno confederale mai realmente Unito? O le imposizioni dell’Unione a egoistica trazione tedesca avevano creato un mix economico-finanziario altrettanto asfissiante di quello italiano, dei paesi mediterranei o dei paesi dell’est, tipo colonie? Hanno votato “con la pancia” contro i neoliberisti i lavoratori britannici, considerati dalle oligarchie della City “ignoranti e ubriaconi”? La mappa del voto dà una netta vittoria del Brexit nei quartieri popolari e dove il degrado e la povertà erano maggiori e non per grazia ricevuta.
A questo si può aggiungere che ogni partito (o spezzoni) rifiuta le modifiche perché ritiene le proprie prioritarie. In genere la destra, compresa F.I. e pezzi del NCD, dicono NO  e chiedono il presidenzialismo (così caro a Berlusconi e a Napolitano che l’ha esercitato senza “permesso” costituzionale per 10 anni), la Lega un nuovo federalismo (con l’arma “di pancia” dell’immigrazione così redditizia in tutta l’Unione), il M5S il decentramento e un ritorno al proporzionale per ribadire la sovranità popolare e di partecipazione il più diretta possibile, il PD francamente difende il suo segretario, e la troika di Bruxelles (con “ce lo chiede l’Europa” con ulteriore cessione di sovranità), con il Sì mentre una parte più tradizionale difende il NO. La Sinistra,tutti compresi, difendono la Costituzione così come definita dalla Resistenza, pur ritenendo parti tecniche migliorabili ma non sui principi generali di rappresentanza e dei diritti.
Certamente, se il NO si carica anche di tutte le frustrazioni nazionali, se non individuali, della difficoltà di vivere e meno sulla valutazione di merito, articolo su articolo, possiamo anche dire che sarà di “protesta”, e Renzi dovrà andare via, insieme al suo governo verdiniano e ambiguo, lasciando una scia terremotata con problemi di “ricostruzione”. Allora, affinché tutto cambi e niente cambi, invece di andare al voto, (anche perché l’Italicum è in fase di aggiustamento per l’asso piglia tutto, come la legge ungherese, controllate per favore), si dovrà designare un altro “tecnico” di “provata esperienza”, e non potrà essere che un banchiere di Goldman Sachs, Padoan, o qualche altro genio bancario. 

lunedì 15 febbraio 2016

L'Italia sull'orlo dell'abisso

dal blog di Carlo Clericetti

Le proposte tedesche si trasformano praticamente sempre in regole europee. Le due che sono state ora avanzate accelererebbero la nostra fine come paese avanzato, e Renzi e Padoan forse se ne sono finalmente accorti. Da questa trappola sembra esserci una sola possibile via d'uscita
(pubblicato su Repubblica.it il 14 feb 2016)
La distruzione della ragione è il titolo di un ponderoso saggio in cui il filosofo ungherese György Lukács analizzò il percorso intellettuale che aveva portato la Germania agli orrori del nazismo. Fatte le debite proporzioni e differenze, qualcosa di analogo si potrebbe scrivere oggi sul percorso che sta portando la Germania a distruggere l'Europa, per lo meno quell'idea di Europa che avevano in mente gli intellettuali di Ventotene e che per tanti anni ha affascinato noi Italiani più dei popoli degli altri paesi.

La spirale autodistruttiva perseguita dai tedeschi sta facendo probabilmente il suo ultimo giro, al termine del quale si aprono scenari che sarebbe un eufemismo definire foschi. Uno dei più probabili è quello dell'implosione - ossia la situazione che sfugge di mano a chi oggi determina le politiche - con conseguenze difficili da prevedere ma certamente catastrofiche. Un altro, a cui gli allibratori inglesi darebbero purtroppo qualche punto in più, è quello della desertificazione economica di interi paesi (tra cui il nostro), ridotti a colonie del nucleo centrale guidato dalla Germania. Un terzo è quello che sarebbe auspicabile, ma non ha nessuna chance di verificarsi, ossia la rifondazione dell'Europa, che straccia i trattati da Maastricht in poi e li riscrive secondo una logica profondamente diversa. E' arrivato dunque il momento, ormai non più rinviabile, di puntare tutto sul costruire una strada diversa. Che si voglia chiamare "Piano B" o in un altro modo poco importa: ciò che conta è che ci si renda conto che o riusciamo a cambiare direzione subito o sarà troppo tardi per farlo.

Il motivo di questa urgenza è in due proposte - entrambe provenienti dalla Germania - che, se passeranno, segneranno la nostra fine come paese avanzato. La prima è quella che vorrebbe che ai titoli pubblici posseduti dalle banche siano attribuiti coefficienti di rischiosità corrispondenti a quelli degli Stati, mentre ora sono considerati privi di rischio. Nei bilanci emergerebbero perdite enormi che renderebbero necessari altrettanto enormi aumenti di capitale, e non si vede dove potrebbero essere reperiti tutti quei soldi. Il valore delle nostre banche crollerebbe e chiunque le potrebbe acquistare per un tozzo di pane. Naturalmente le banche potrebbero vendere quei titoli, ma questo provocherebbe una crisi ancora peggiore, ossia una crisi del debito pubblico. In quel caso saremmo costretti a ricorrere al Fondo salva-Stati, ma cadremmo dalla padella nella brace: il piano tedesco prevede infatti che chi lo facesse sarebbe automaticamente soggetto alla ristrutturazione obbligatoria del debito pubblico, il che significa allungamento delle scadenze e magari anche sospensione e riduzione degli interessi. In pratica un default obbligatorio i cui costi ricadrebbero sui possessori dei titoli pubblici, cioè su tutti noi.

L'altra proposta, sempre di provenienza tedesca e di recente caldeggiata in un articolo dei presidenti della Bundesbank e della Banca di Francia, è quella di un ministro del Tesoro europeo, che assorbirebbe i residui di autonomia degli Stati nella gestione dei bilanci. Lo scopo, assolutamente evidente, è rendere ferreo il controllo sul rispetto del sentiero di consolidamento dei conti pubblici previsto dal Fiscal compact, con tanti saluti alle "flessibilità" di ogni tipo. Insomma, un'ulteriore stretta nel senso dell'austerity, che allontanerebbe definitivamente ogni speranza di una nostra ripresa.

Sono proposte, ma l'esperienza di questi anni ci dice che le "proposte" della Germania nove volte su dieci diventano regole dell'Unione. Così è accaduto per l'impostazione del Trattato di Maastricht e dello Statuto della Bce, così per il "salvataggio" della Grecia (in realtà delle banche tedesche, francesi e olandesi), così per la priorità alla politica di consolidamento di bilancio riassunta nel Fiscal compact, così per il principio "aiuti in cambio di riforme" (le riforme che piacciono ai tedeschi) e la centralizzazione dei controlli sulla finanza pubblica, che erano stati annunciati dalla cancelliera Merkel al Parlamento tedesco dicendo esplicitamente che ne sarebbe stata forzata l'approvazione: "I nostri più stretti alleati, i francesi, si oppongono, e così altri paesi", ma noi li imporremo. Infatti.

E ancora, più di recente, le regole del bail-in e la sua applicazione nel caso italiano e la vicenda della bad bank per le sofferenze, formalmente gestite dalla Commissione, ma secondo le linee dettate dal governo di Berlino.

La novità è che finalmente anche il nostro presidente del Consiglio e il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan sembrano essersi resi conto che - se finora ci stavano lentamente uccidendo - ora siamo davanti a un programma che ci ucciderà invece velocemente. La lettera di Renzi a Repubblica contiene quasi tutte le obiezioni alla politica europea che si sono lette negli scritti di chi da anni ha assunto una posizione critica (e che chi segue questo blog ha letto infinite volte). Meglio tardi che mai, naturalmente.

Scrive Renzi: " L'austerity non basta. E del resto i Paesi che sono cresciuti in Europa lo hanno fatto soltanto perché hanno violato in modo macroscopico le regole del deficit: penso al Regno Unito di Cameron che ha finanziato il taglio delle tasse portando il deficit al 5% o alla Spagna di Rajoy che ha accompagnato la crescita con un deficit medio di quasi il 6%".

Insomma, quello che scriviamo da tanto tempo finalmente lo scrive anche il presidente del Consiglio. Attenzione, non pensiamo affatto che solo noi che scrivevamo quelle cose le avessimo capite per tempo: ma no, non c'era bisogno di essere geni, non era una grande scoperta. Se a livello ufficiale queste cose non si dicevano era per ragioni politiche, per restare allineati e coperti rispetto alla linea ufficiale imposta dalla Germania e dalle tecnocrazie. E perché adesso si dicono? Perché siamo davvero sull'orlo del baratro, e se si faranno quei due passi di cui abbiamo parlato ci precipiteremo e ci sfracelleremo.

Ma Renzi lancia il sasso e ritira la mano: "Non pongo un problema di regole, sia chiaro. L'Italia rispetta le regole, con un deficit che quest'anno sarà il più basso degli ultimi dieci anni (2,5%). La Germania invece non rispetta le regole con un surplus commerciale che continua a essere sopra le richieste della Commissione. (...) Il problema non sono le regole, dunque; il problema è la politica economica di questa nostra Europa".

Eh no, presidente. Il problema sono proprio le regole, perché la politica economica è ferreamente guidata appunto da quelle regole. Se non cambiano quelle, la politica economica non può cambiare. Che quella frase costituisca un diplomatico tentativo di nascondersi dietro un dito, di fingere che si sta confermando che siamo comunque disciplinati? Può darsi, ma così non si mette sul tavolo il vero problema, che è esattamente questo: o l'Europa cambia radicalmente, o ci avviamo a precipizio verso uno di quei due terribili scenari descritti all'inizio.

Che cosa si può fare? Non possiamo nemmeno sperare, a meno di affidarsi completamente alla fantasia, che si riesca ad imporre la riscrittura dei trattati. Neanche se riuscissimo a stringere alleanze con il governo di sinistra portoghese e con un eventuale governo simile spagnolo, a cui potrebbe aggiungersi la Grecia di Tsipras: l'alleanza dei Pigs non può sperare di cambiare l'Europa. L'unica possibilità - e quello che dovremmo ad ogni costo ottenere - è un qualche tipo di opting out, di esenzione dalle regole, magari definendola temporanea per salvare le forme, come l'hanno ottenuto in alti casi altri paesi, vuoi per non entrare nell'euro, vuoi per non aderire a Schengen (il Regno Unito, per esempio, entrambi). Londra, brandendo l'arma del referendum "Brexit", ha intavolato una dura trattativa per ottenere altre eccezioni alle regole comuni e molto ha già ottenuto. Certo, per loro è meno difficile minacciare perché sono fuori dall'euro, ma neanche per loro uscire dalla Ue sarebbe una passeggiata. E comunque la nostra situazione è molto più drammatica: a questo punto, rimanere a quelle condizioni non sarebbe meno deleterio che uscire, anche se in modo traumatico.

L'unica possibile soluzione, insomma, è "meno Europa", invece che "più Europa" come continua a chiedere chi evidentemente non si rende ben conto della situazione. Ma non sarebbe la prima volta che nella storia dell'unità europea si fanno passi indietro. Nulla impedisce che in seguito si possa riprendere il cammino unitario, come più volte è accaduto in passato; ma non certo sulle basi attuali. Questo, anzi, potrebbe essere l'ultimo treno per salvare l'Europa, che altrimenti va incontro a una crisi traumatica e drammatica (e noi con lei).

Qual è l'alternativa? Continuando a stare in "questa" Europa, guidata da questi principi, queste regole, questa politica, il nostro (rapido) destino è diventare la Calabria del continente, con la differenza che noi alla Calabria qualche aiuto lo diamo, mentre l'Italia non avrebbe neanche quello. La Germania si sta comportando come i naufraghi che colpiscono col remo l'uomo in mare per paura che se salisse la scialuppa sarebbe troppo carica, con il dettaglio che è tra i massimi responsabili del naufragio. Il rischio è che qualcuno abbia la tentazione di far affogare tutti sperando di ottenere un posto a bordo, anche se da mozzo. Non c'è che dire, è proprio l'Europa sognata a Ventotene.

mercoledì 27 maggio 2015

How Austerity Kills

di David Stuckler e Sanjay Basu dal  NY Times

EARLY last month, a triple suicide was reported in the seaside town of Civitanova Marche, Italy. A married couple, Anna Maria Sopranzi, 68, and Romeo Dionisi, 62, had been struggling to live on her monthly pension of around 500 euros (about $650), and had fallen behind on rent.
Because the Italian government’s austerity budget had raised the retirement age, Mr. Dionisi, a former construction worker, became one of Italy’s esodati (exiled ones) — older workers plunged into poverty without a safety net. On April 5, he and his wife left a note on a neighbor’s car asking for forgiveness, then hanged themselves in a storage closet at home. When Ms. Sopranzi’s brother, Giuseppe Sopranzi, 73, heard the news, he drowned himself in the Adriatic.
The correlation between unemployment and suicide has been observed since the 19th century. People looking for work are about twice as likely to end their lives as those who have jobs.
In the United States, the suicide rate, which had slowly risen since 2000, jumped during and after the 2007-9 recession. In a new book, we estimate that 4,750 “excess” suicides — that is, deaths above what pre-existing trends would predict — occurred from 2007 to 2010. Rates of such suicides were significantly greater in the states that experienced the greatest job losses. Deaths from suicide overtook deaths from car crashes in 2009.
If suicides were an unavoidable consequence of economic downturns, this would just be another story about the human toll of the Great Recession. But it isn’t so. Countries that slashed health and social protection budgets, like Greece, Italy and Spain, have seen starkly worse health outcomes than nations like Germany, Iceland and Sweden, which maintained their social safety nets and opted for stimulus over austerity. (Germany preaches the virtues of austerity — for others.)
As scholars of public health and political economy, we have watched aghast as politicians endlessly debate debts and deficits with little regard for the human costs of their decisions. Over the past decade, we mined huge data sets from across the globe to understand how economic shocks — from the Great Depression to the end of the Soviet Union to the Asian financial crisis to the Great Recession — affect our health. What we’ve found is that people do not inevitably get sick or die because the economy has faltered. Fiscal policy, it turns out, can be a matter of life or death.
At one extreme is Greece, which is in the middle of a public health disaster. The national health budget has been cut by 40 percent since 2008, partly to meet deficit-reduction targets set by the so-called troika —  the International Monetary Fund, the European Commission and the European Central Bank — as part of a 2010 austerity package. Some 35,000 doctors, nurses and other health workers have lost their jobs. Hospital admissions have soared after Greeks avoided getting routine and preventive treatment because of long wait times and rising drug costs. Infant mortality rose by 40 percent. New H.I.V. infections more than doubled, a result of rising intravenous drug use — as the budget for needle-exchange programs was cut. After mosquito-spraying programs were slashed in southern Greece, malaria cases were reported in significant numbers for the first time since the early 1970s.
In contrast, Iceland avoided a public health disaster even though it experienced, in 2008, the largest banking crisis in history, relative to the size of its economy. After three main commercial banks failed, total debt soared, unemployment increased ninefold, and the value of its currency, the krona, collapsed. Iceland became the first European country to seek an I.M.F. bailout since 1976. But instead of bailing out the banks and slashing budgets, as the I.M.F. demanded, Iceland’s politicians took a radical step: they put austerity to a vote. In two referendums, in 2010 and 2011, Icelanders voted overwhelmingly to pay off foreign creditors gradually, rather than all at once through austerity. Iceland’s economy has largely recovered, while Greece’s teeters on collapse. No one lost health care coverage or access to medication, even as the price of imported drugs rose. There was no significant increase in suicide. Last year, the first U.N. World Happiness Report ranked Iceland as one of the world’s happiest nations.
Skeptics will point to structural differences between Greece and Iceland. Greece’s membership in the euro zone made currency devaluation impossible, and it had less political room to reject I.M.F. calls for austerity. But the contrast supports our thesis that an economic crisis does not necessarily have to involve a public health crisis.
Somewhere between these extremes is the United States. Initially, the 2009 stimulus package shored up the safety net. But there are warning signs — beyond the higher suicide rate — that health trends are worsening. Prescriptions for antidepressants have soared. Three-quarters of a million people (particularly out-of-work young men) have turned to binge drinking. Over five million Americans lost access to health care in the recession because they lost their jobs (and either could not afford to extend their insurance under the Cobra law or exhausted their eligibility). Preventive medical visits dropped as people delayed medical care and ended up in emergency rooms. (President Obama’s health care law expands coverage, but only gradually.)
The $85 billion “sequester” that began on March 1 will cut nutrition subsidies for approximately 600,000 pregnant women, newborns and infants by year’s end. Public housing budgets will be cut by nearly $2 billion this year, even while 1.4 million homes are in foreclosure. Even the budget of the Centers for Disease Control and Prevention, the nation’s main defense against epidemics like last year’s fungal meningitis outbreak, is being cut, by $293 million this year.
To test our hypothesis that austerity is deadly, we’ve analyzed data from other regions and eras. After the Soviet Union dissolved, in 1991, Russia’s economy collapsed. Poverty soared and life expectancy dropped, particularly among young, working-age men. But this did not occur everywhere in the former Soviet sphere. Russia, Kazakhstan and the Baltic States (Estonia, Latvia and Lithuania) — which adopted economic “shock therapy” programs advocated by economists like Jeffrey D. Sachs and Lawrence H. Summers — experienced the worst rises in suicides, heart attacks and alcohol-related deaths.
Countries like Belarus, Poland and Slovenia took a different, gradualist approach, advocated by economists like Joseph E. Stiglitz and the former Soviet leader Mikhail S. Gorbachev. These countries privatized their state-controlled economies in stages and saw much better health outcomes than nearby countries that opted for mass privatizations and layoffs, which caused severe economic and social disruptions.
Like the fall of the Soviet Union, the 1997 Asian financial crisis offers case studies — in effect, a natural experiment — worth examining. Thailand and Indonesia, which submitted to harsh austerity plans imposed by the I.M.F., experienced mass hunger and sharp increases in deaths from infectious disease, while Malaysia, which resisted the I.M.F.’s advice, maintained the health of its citizens. In 2012, the I.M.F. formally apologized for its handling of the crisis, estimating that the damage from its recommendations may have been three times greater than previously assumed.
America’s experience of the Depression is also instructive. During the Depression, mortality rates in the United States fell by about 10 percent. The suicide rate actually soared between 1929, when the stock market crashed, and 1932, when Franklin D. Roosevelt was elected president. But the increase in suicides was more than offset by the “epidemiological transition” — improvements in hygiene that reduced deaths from infectious diseases like tuberculosis, pneumonia and influenza — and by a sharp drop in fatal traffic accidents, as Americans could not afford to drive. Comparing historical data across states, we estimate that every $100 in New Deal spending per capita was associated with a decline in pneumonia deaths of 18 per 100,000 people; a reduction in infant deaths of 18 per 1,000 live births; and a drop in suicides of 4 per 100,000 people.
OUR research suggests that investing $1 in public health programs can yield as much as $3 in economic growth. Public health investment not only saves lives in a recession, but can help spur economic recovery. These findings suggest that three principles should guide responses to economic crises.
First, do no harm: if austerity were tested like a medication in a clinical trial, it would have been stopped long ago, given its deadly side effects. Each nation should establish a nonpartisan, independent Office of Health Responsibility, staffed by epidemiologists and economists, to evaluate the health effects of fiscal and monetary policies.
Second, treat joblessness like the pandemic it is. Unemployment is a leading cause of depression, anxiety, alcoholism and suicidal thinking. Politicians in Finland and Sweden helped prevent depression and suicides during recessions by investing in “active labor-market programs” that targeted the newly unemployed and helped them find jobs quickly, with net economic benefits.
Finally, expand investments in public health when times are bad. The cliché that an ounce of prevention is worth a pound of cure happens to be true. It is far more expensive to control an epidemic than to prevent one. New York City spent $1 billion in the mid-1990s to control an outbreak of drug-resistant tuberculosis. The drug-resistant strain resulted from the city’s failure to ensure that low-income tuberculosis patients completed their regimen of inexpensive generic medications.
One need not be an economic ideologue — we certainly aren’t — to recognize that the price of austerity can be calculated in human lives. We are not exonerating poor policy decisions of the past or calling for universal debt forgiveness. It’s up to policy makers in America and Europe to figure out the right mix of fiscal and monetary policy. What we have found is that austerity — severe, immediate, indiscriminate cuts to social and health spending — is not only self-defeating, but fatal.
 
Correction: May 25, 2013
An Op-Ed essay on May 13 about the health effects of economic austerity misstated cuts to the budget of the Centers for Disease Control and Prevention. The sequester will cut the budget by $293 million this year, not “at least $18 million.” (The $18 million represents cuts to a C.D.C. immunization program.)