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sabato 21 aprile 2012

SULLE SCALE DELLA DIAZ Riflessioni sul film, sul movimento e il Prc

Quella maledetta notte tra il 21 e il 22 luglio 2001 fui tra i primi ad entrare nella scuola Diaz. Ricordo ancora ogni passo su quelle scale, il cuore in gola che pompava sangue . Sangue fresco come quello che vedevamo sui muri, sugli spigoli delle porte  sui sacchi a pelo per terra. Zaini svrentrati, indumenti e spazzolini da denti sul pavimento, computer e vetri in frantumi. Era ancora calda la violenza esercitata dai teppisti in divisa. L'avevamo sentita per ore fuori dalla scuola fronteggiando il cordone invalicabile di polizia e carabinieri. Adesso la "sentivamo" in quella palestra, nelle aule devastate, nel pensiero e nell'angoscia dei nostri compagni portati via in barella, con i loro volti tumefatti, con le bende bianche che coprivano la vergogna. Si, lo confesso, la visione del film "Diaz" mi ha restituito quella sensazione, quel pugno nello stomaco che provavo mentre salivo uno ad uno ogni scalino della scuola. Devo dire che da questo punto di vista l' utilità del film è indiscutibile. A mio figlio , che ora ha diciannove anni, il film può meglio di tante parole raccontate da suo padre restituire il senso di quella repressione, far percepire la fisicità di quella brutalità, costringerlo - come larga parte dell'opinione pubblica - ad interrogarsi su come tutto questo abbia potuto accadere nella "democratica e civile" Italia. Il film è una opera artistica, parla il suo linguaggio, non si può pretendere che spieghi tutto. Per noi del Genoa Social Forum che conosciamo ogni dettaglio di quella repressione il film non basta. Non può bastare: è ovvio, è naturale che sia così. Ma sarebbe un errore imperdonabile non comprenderne il suo effetto  di denuncia, il suo mettere in evidenza quei corpi violentati e l'odio - si l'odio alla stato puro - delle forze dell'ordine nei confronti di quei cittadini che per la legge  avrebbero invece dovuto difendere. Il film ha tra l'altro il merito di evidenziare il carattere internazionale della mobilitazione, con i suoi protagonisti non italiani presi di mira dall'ossessiva macchina repressiva. Se devo fare un appunto al film è semmai per una certa confusione che viene fatta sovrapponendo, per certi versi, l'irruzione alla scuola Pertini a quella della Diaz. In senso temporale l'irruzione avvenne prima alla Pertini, sede del Gsf , del legal forum e del mediacenter e solo dopo nello stabile dormitorio della Diaz. L'irruzione alla Pertini meritava di essere raccontata dal film perchè li la violenza fu "dosata" per la presenza di giornalisti e parlamentari (l'eurodeputata del Prc Luisa Morganitini) ma anche perchè la registrazione di quei minuti drammatici dell'irruzione venne raccontata in diretta dalla radio del movimento - Radio Gap - ubicata all'ultimo piano della scuola. Raccontare quella irruzione - illegale perchè era una sede politica e bisogna tornare al fascismo per ricordare una occupazione militare di una sede di organizzazione di massa - avrebbe contribuito a chiarire la scelta politica golpista fatta in quelle ore.

IL GSF E IL PRC, UNA TESSITURA CHE VENIVA DA LONTANO

Non mi unisco però ai detrattori del film anche se è vero che  omette diverse cose lucidamente riportate nella critica da Vittorio Agnoletto. Ma un film sull'esperienza di Genova, su quell'assalto al cielo del mondo globalizzato, non so se esiste al mondo un regista in grado effettivamente di girarlo. D'altronde anche la copiosa letteratura sul G8 2001 non ha mai avuto il gusto o la voglia di indagare su come sia stato possibile la sperimentazione del Genoa Social Forum , sul suo lungo percorso di avvicinamento, quasi che 200mila persone si potessero materializzare in un luglio afoso sul lungomare di Genova semplicemente per moda o per miracolo. Chi ha intrecciato i fili perchè mondi così diversi, dalle suore di Boccadasse ai disobedienti del Carlini, parlassero ed agissero insieme? Quale mastodontica opera di pazienza e di costruzione politica c'è stata dietro nei  due anni che hanno preceduto il G8? Molti si sono accontentati di individuare nel Forum Sociale Mondiale di Porta Alegre - che si tenne per la prima volta nel gennaio 2001- il cemento e l'evento internazionale dentro il quale è stato incubato il Genoa Social Forum. E' una verità parziale, che non tiene conto di un percorso più lungo, che è non è solo la partecipazione alla mobilitazione al vertice di Praga o quelli successivi ai fatti di Napoli (marzo 2001). Perchè affronto questo argomento? Perchè mi pare che questa menomazione della storia induca un persona di pensiero lucido e profondo come Fausto Bertinotti ad una autocritica sbagliata.  Sia chiaro Fausto Bertinotti fu tra i dirigenti del Prc che più si sono battuti -  insieme a lui ricorderei a pieno titolo  Ramon Mantovani e Roberto Musacchio - nell' investire l'organizzazione e il progetto della Rifondazione anima e corpo in quello che allora in Italia si chiamava "movimento no global". Per chi ha rappresentato il Prc  come portavoce del Genoa Social Forum, come chi scrive, il sostegno e il consiglio di Bertinotti è stato fondamentale. Senza la sua copertura e condivisione non avremmo mai potuto superare le tantissime resistenze che incontravamo nel partito locale e nazionale, in quella che per molti era una bizzarra idea di sedere alla pari con altri soggetti non partitici, di essere parte e non tutto del movimento.

SCIOGLIERE IL PRC A GENOVA? UN TEMA INESISTENTE NEL MOVIMENTO

 Avevamo imparato dagli zapatisti ad ascoltare e ad imparare dagli altri. Nelle giornate di Genova il Prc era in tutte le piazze tematiche: quelle fatte dalla Rete Lilliput, dalla Rete contro il G8 , da Attac dai Cobas, dai disobbedienti. Non scegliemmo una nostra piazza, ma decidemmo di stare ovunque. Avevamo la consapevolenza di funzionare da collante dei vari pezzi, senza apparire troppo e sempre con spirito di servizio. Bertinotti ci dice che dovevamo avere più coraggio : sciogliersi nel movimento e costruire con quelle diverse soggettività una nuova forza. A me pare che questo sia un ragionamento influenzato a posteriori dall'attuale marginalità della sinistra di alternativa e totalmente assente nel dibattito del movimento di allora. Il movimento ci riconosceva perchè eravamo coerenti tra le cose che dicevamo (in parlamento, nei talk show televisivi) e quello che facevamo con le lotte. E' quando tra le enunciazioni e i fatti è sorta una separazione prima, una contraddizione aperta poi, che il rapporto tra Prc e le altre anime del movimento è entrato in crisi. Se non sei quello che dici insomma sei come tutti gli altri animali politici. Dovevamo al contrario scegliere ed accentuare la nostra attidudine di movimento e di fare società. Invece c'è stato un corto circuito figlio di scelte politiche. Fu la scelta - una vera e propria virata - di spostare verso l'alternativa di governo a Berlusconi e dunque all'alleanza nell'Unione, la linea politica del partito a portare serissimi contraccolpi alla nostra credibilità nel movimento. Anche la parola d'ordine che coniammo "movimento pesante, governo leggero" entrando nel gabinetto di Prodi si è rivelata aleatoria e irrealistica perchè i pesi della compatibilità governativa si spostavano decisamente sul secondo e non sul primo. In sintesi penso che il Prc venne trasformato profondamente dalla preparazione e dalla generosa partecipazione alle giornate di Genova ma che non abbiamo avuto il coraggio- questo si-  di spostare in modo più duraturo e centrale il peso dell'esistenza politica del partito nella società. D'altronde dobbiamo pur farci la domanda di come sia stato  possibile che una generazione di giovani comunisti  sia passata in dieci anni dallo stadio Carlini all'alveo politico/ideologico del  Partito Socalista Europeo del direttore del Wto Pascal Lamì? Questa idea di una grande occasione persa - il mancato scioglimento nel 2001 del Prc nel movimento  - non può  funzionare da rimozione dei nostri veri errori, che devono essere - e su questo concordo totalmente con Bertinotti - affrontati senza remore e in profondità.

Alfio Nicotra

venerdì 20 aprile 2012

“Diaz”, morte accidentale di una democrazia

 
Un film che riporta l’attenzione sulle barbarie commesse dalla polizia tra il 21 e 22 luglio 2001, un “colpo allo stomaco” che trascura però le responsabilità politiche di quanto avvenuto. Lorenzo Guadagnucci, giornalista e una delle vittime delle giornate cilene – nel film è il personaggio interpretato da Elio Germano – ci dice la sua sulla pellicola del regista Vicari che tanto sta facendo discutere.

di Lorenzo Guadagnucci, Comitato Verità e Giustizia per Genova
da Micromega

 
Ho visto il film “Diaz” e mi è venuta in mente “Morte accidentale di un anarchico”, la pièce teatrale di Dario Fo sull’omicidio di Pino Pinelli. In un passaggio memorabile, verso la fine del testo, i personaggi discutono degli effetti che potrebbe avere sulla polizia lo scandalo dovuto alla scoperta che dietro le bombe esplose in varie città d'Italia si celano malefatte dello stato e depistaggi. Uno dei personaggi, la Giornalista, dice testualmente: “Io credo che uno scandalo del genere servirebbe a dar prestigio alla polizia. Il cittadino avrebbe la sensazione di vivere in uno stato migliore, con una giustizia un po’ meno ingiusta”. E poi un altro personaggio, il Matto: “Al cittadino medio non interessa che le porcherie scompaiano. No, a lui basta che vengano denunciate, scoppi lo scandalo e che se ne possa parlare... Per lui quella è la vera libertà e il migliore dei mondi, alleluia!”. E ancora la Giornalista: “Lo scandalo, anche quando non c’è, bisognerebbe inventarlo, perché è un mezzo straordinario per mantenere il potere e scaricare le coscienze degli oppressi”.

Ho pensato a questo passaggio perché “Diaz” colloca il suo racconto nell’arco di poche ore, fra il 21 e il 22 luglio 2001, e gioca tutte le sue carte, sul piano emotivo e della comunicazione, sul brutale pestaggio alla scuola Diaz, concedendo una coda per seguire uno dei personaggi nella caserma-carcere di Bolzaneto, luogo di maltrattamenti e torture, ma non offre elementi di fatto – come già fatto notare da Vittorio Agnoletto – sulle responsabilità operative e politiche di quanto avvenuto e sulla scelta compiuta negli anni seguenti dal vertice di polizia e dai responsabili politici, una scelta di legittimazione e copertura degli abusi e delle menzogne, anziché di ripudio, come l’etica democratica comanderebbe.

Il rischio è evidente: diventa difficile capire le ragioni che hanno portato alle violenze e ancor più difficile comprendere quale sia l’importanza odierna di quei fatti: sono un evento storico utile per “fare memoria” o riguardano l’attualità, il nostro futuro? Lo scandalo, se resta nel vago, non rischia d’essere una mera valvola di sfogo?

Il regista ha spiegato di aver fatto una precisa scelta: da cineasta ha voluto mostrare la terribile caduta dello stato di diritto avvenuta fra la scuola e la caserma-carcere, lasciando agli spettatori il compito di cercare nomi, risposte, spiegazioni. E agli attivisti il compito di proseguire la battaglia.
Il cuore del film è dunque la descrizione delle violenze, che finora nessuno aveva mostrato: non esistono fotografie né video su quanto accaduto dentro la Diaz e a Bolzaneto. Solo uno dei 93 malcapitati della Diaz, Christian Mirra, ha raccontato in una storia a fumetti la sua vicenda, offrendo così la prima rappresentazione grafica della macelleria – molto italiana, più che messicana – messa in atto nella scuola di via Battisti.

Il film, se avrà successo, se il “pugno allo stomaco” provato dai primi spettatori si trasformerà in passaparola, potrebbe riuscire nell’impresa di riproporre all’attenzione pubblica il “caso Genova G8”, o almeno il “caso Diaz”. Ma difficilmente il gruppo dirigente della polizia di stato e il ceto politico che lo difende (con viltà ormai bipartisan), accetteranno di entrare nella discussione. Sono riusciti a evitarlo quando i dirigenti di polizia sono stati chiamati in causa nome per nome e condannati in tribunale, si ripeteranno di fronte a uno “scandalo” che si ferma alla messa in scena delle violenze. Taceranno probabilmente anche il Massimo D'Alema che a caldo parlò di “notte cilena”, la Rosy Bindi che testimoniò vicinanza a Vittorio Agnoletto la mattina del 22 luglio, il Gianclaudio Bressa ottimo relatore fra 2006 e 2007 del progetto di istituire una commissione d'inchiesta (poi bocciato dal voto). La strategia del silenzio è la più efficace, quando c'è qualcosa da nascondere o una posizione poco difendibile da mantenere. E non saranno i grandi media a imporre la questione all'ordine del giorno.

Dietro l'angolo c'è dunque – nel migliore dei casi – uno scandalo del tipo indicato da Dario Fo ormai quarant’anni fa, con la gente che prova indignazione, si contorce nella sofferenza suscitata da certe immagini, percepisce quanto sia stata grave, e incompatibile con un regime democratico, la condotta della polizia di stato a Genova, ma tutto finisce lì. Magari con la sensazione – come dice la Giornalista nella “Morte accidentale” – di vivere in uno stato migliore, perché di certe cose è possibile parlare, dimenticando qual è il vero scandalo, e cioè che tutti, ma proprio tutti, i responsabili dell’operazione Diaz – dall’ultimo dei picchiatori, al più importante dei dirigenti – sono stati confermati ai loro posti, con i più alti in grado oggi impegnati in ruoli addirittura più elevati. E senza che lo stato, nella persona di un ministro, di un premier, dello stesso presidente, abbia mai avvertito la necessità di chiedere scusa alle vittime dirette degli abusi e – soprattutto – all’insieme della cittadinanza.

A ben vedere, lo scandalo è già stato neutralizzato e assimilato all’epoca delle clamorose sentenze di secondo grado (nel 2010), che hanno portato alle condanne non solo di decine di agenti e funzionari di basso livello, ma anche degli altissimi dirigenti, di rango nazionale, che hanno partecipato all’operazione Diaz: stiamo parlando dei massimi responsabili dei servizi operativi e investigativi. Queste condanne sono un fatto che non ha precedenti in Italia e forse in Europa, eppure non hanno portato a niente. L’intero arco parlamentare ha incredibilmente ribadito la propria fiducia nei dirigenti condannati, e il capo della polizia, così come ministri e primi ministri hanno potuto ignorare non solo i fatti storici ma anche l’esito delle inchieste e il giudizio dei tribunali.

Insomma, lo scandalo si è consumato, le coscienze si sono scaricate (la giustizia dopotutto ha fatto il suo corso), e “il prestigio della polizia è cresciuto”, in attesa che la Cassazione, a metà giugno, rimetta le cose a posto, come ebbe a dire il sottosegretario Alfredo Mantovano all'indomani delle condanne in appello: “Sono ragionevolmente convinto”, disse, “che la Cassazione ristabilirà l’esatta proporzione di ciò che è successo e scioglierà ogni ombra su fior di professionisti della sicurezza che oggi si trovano in questa situazione”.

Un film come “Diaz” sarebbe stato utile una decina d’anni fa, con le inchieste in corso e alcune vie d’uscita ancora aperte verso una decente credibilità democratica delle istituzioni. I fatti all’epoca erano già noti, le successive inchieste li hanno solo confermati.
Forse nel 2002, mostrarli, rendere evidente che il corpo speciale impiegato alla Diaz si prese il rischio di uccidere qualcuno durante la perquisizione, sarebbe servito ad alimentare una discussione seria e a concentrare l’attenzione sulla catena di comando all’interno della polizia e sul contesto politico nel quale vanno collocati gli scempi di Genova G8.

Nel 2012, con tutto ciò che nel frattempo è avvenuto, fermarsi alla descrizione delle violenze, senza raccontare quanto quell’abuso di potere sia stato aggravato, significa ignorare gli aspetti a questo punto più importanti. Il boicottaggio delle inchieste da parte della polizia di stato, il rifiuto opposto dagli altissimi dirigenti imputati di presentarsi in tribunale per rispondere alle domande dei pm, il mancato ripudio delle violenze e delle menzogne, le promozioni ottenute a inchieste in corso, sono tutti fatti che hanno portato a infimi livelli la credibilità degli attuali vertici di polizia.

Allo stesso modo, rimanendo sfumato il contesto nel quale il blitz alla Diaz si colloca – la straordinaria e coinvolgente mobilitazione genovese, il tragico fallimento della gestione dell’ordine pubblico –, nel film restano oscure le motivazioni che portarono al blitz. La perquisizione non fu decisa allo scopo di prendere un determinato gruppo di appartenenti al Blocco nero, ma per eseguire un congruo numero di arresti e ottenere un recupero in termini di immagine per la polizia di stato, raggiungendo anche un obiettivo politicamente interessante, ossia eseguire quegli arresti non in un posto qualsiasi fra i tanti possibili, ma nel quartier generale del Genoa social forum, appunto la scuola Diaz. Sono punti che sono stati messi in chiaro, il primo, dal vice capo della polizia dell’epoca, Ansoino Andreassi, che ha testimoniato in tribunale (guadagnandosi l’ostracismo del vertice di polizia); il secondo dallo stesso Silvio Berlusconi, il quale nella conferenza stampa finale – mostrata alla fine del film – annuncia che nella sede del Genoa social forum (lui lo chiama Global forum) sono stati arrestati appartenenti al Black Bloc, mentre il Gsf aveva negato qualsiasi relazione col Blocco nero.

Per tutte queste ragioni, alla fine, concordo col giudizio espresso dal critico Paolo Mereghetti sul Corriere della Sera, che ha trovato limitante – sintetizzo così il suo pensiero – la scelta del regista di fermarsi al racconto delle violenze, senza spingersi sul terreno delle responsabilità, “cancellando teorie, complotti – scrive Mereghetti – ma anche ‘giustificazioni’ e spiegazioni. [...] Alla fine le immagini lasciano un senso di incompiutezza, che non bastano le didascalie finali a riempire”.

A questo punto toccherebbe a noi, ai cittadini, ai movimenti, all'associazionismo, al giornalismo indipendente, cambiare il corso degli eventi, ma temo che in questo disastrato paese, anche per il “caso Diaz” ci apprestiamo all’avveramento della profezia di Dario Fo: un po’ di scandalo, un po’ di indignazione e una nebbia fitta intorno ai luoghi di massimo potere. Alleluia.

mercoledì 11 aprile 2012

Quello che il film "Diaz" non dice

 Non ho visto il film, ma sono stato a Genova in quei giorni come sanitario del Genova Social Forum e ho assistito alle violenza delle forze dell'ordine in prima persona. Dalle nostre testimonianze è nato persino un libro: "Obbligo di Referto", edito da Fratelli Frilli Editore. Sono pienamente d'accordo con Agnoletto: un film come questo non può permettersi di prescindere dal contesto in cui la sua narrazione si colloca.  Se la repressione è rappresentata fuori da un contesto, il film è come una delle tante fiction in circolazione, dove la violenza delle istituzioni è solo uno stilema narrativo che non dice nulla di nuovo. In fondo la fiction serve anche da alibi e da lavacro purificatore per colpe di ogni genere, che alla fine diventano una delle tante rappresentazioni della realtà, un dato neutrale. La rappresentazione seriale e stereotipata del sopruso e della logica della sopraffazione, avvicina la realtà alla fiction e viceversa, disinnescando ogni potenziale sovversivo che le immagini recano con sé. Gli americani hanno spesso messo a nudo le logiche spietate del loro sistema politico nei film che producono, creando una serialità che va a discapito del peso storico degli avvenimenti e del loro contenuto solenne, ed è proprio questo che ha evitato loro di doversi difendere, e di poter affermare a mente fredda che il male è solo una parte inevitabile della realtà. Il sistema è buono è la realtà che è marcia.

di Vittorio Agnoletto da vittorioagnoletto 


Un grande battage pubblicitario annuncia da mesi l’ uscita del film “Diaz. Don’t clean up this blood”.
Molti critici e giornalisti hanno convalidato quanto più volte ripetuto sia dal produttore che dal regista: “I fatti narrati in questo film sono tratti dagli atti processuali e dalle sentenze della corte di appello di Genova”;  come dire: quello che si vede nel film è la verità oggi accertata.
Non c’è dubbio che le lunghe sequenze che mostrano le gravissime violenze agite dalla polizia alla Diaz e le torture praticate a Bolzaneto  rendono visibile per la prima volta quanto è avvenuto nella scuola e nella caserma; su questo ha ragione Angelo Mastrandrea (il manifesto 7 aprile).
Questo è senza dubbio un merito che di per sé può motivare la visione del film. Il rischio dell’oblio è forte e non c’è dubbio che i nostri governanti siano impegnati, da quasi undici anni, a cancellare dalla memoria collettiva quei fatti.
Chiunque uscirà dalla proiezione si sentirà fortemente coinvolto e indignato dalla ferocia delle violenze istituzionali alle quali avrà assistito. E’ l’efficacia del film, un pugno nello stomaco che non si dimentica. Ma tale riconoscimento non può esimerci dall’esercitare, anche in questo caso, un’analisi critica, tanto più rigorosa quanto più il film tende a essere presentato come aderente alla verità storica e processuale.
Ecco quindi le mie principali critiche:
  1. Il film “sorvola sui nomi di chi allora quell’operazione condusse e giustificò” scrive su il corriere della sera del 13 febbraio Giuseppina Manin dopo aver visto il film al festival di Berlino. E racconta che il produttore Domenico Procacci rispose: “In un primo tempo la sceneggiatura prevedeva l’elenco completo dei ragazzi e dei responsabili del massacro. Poi però la parte offesa ci ha chiesto di non citare i loro nomi. E a quel punto abbiamo deciso di togliere anche gli altri.” Il rispetto per le vittime avrebbe spinto gli autori a non citare i nomi dei carnefici! Non si capisce quale sia la connessione. Eppure quei nomi sono scritti proprio negli atti giudiziari ai quali il film fa riferimento: si ritrovano nella lista dei condannati. Sono personaggi importanti, di potere, condannati in appello per gravi reati e che oggi ricoprono ruoli di primissimo piano nelle forze dell’ordine. Nemmeno nelle poche righe che precedono i titoli di coda compaiono i loro nomi e nemmeno si spiega che costoro sono stati tutti promossi.
Guardando il film mi è tornato in mente quanto scrive Luis Mario Borri, uno dei sopravvissuti alla dittatura argentina, quando commenta le ricostruzioni di quella tragedia storica:  “Da tempo alcuni puntano ossessivamente i riflettori sulla verità con il subdolo proposito di cacciare nella penombra la giustizia”.
Mi domando qual è il motivo di tanta cautela e mi chiedo se sia in relazione con la scelta pubblicizzata dal produttore di inviare, ancora prima di cominciare le riprese del film, una copia della sceneggiatura all’attuale capo della polizia Antonio Manganelli. Manganelli, all’epoca vicecapo della polizia, è colui che, stando a quanto affermato dall’ex questore Colucci, in una telefonata intercettata durante l’inchiesta, avrebbe detto: “Dobbiamo dargli una bella botta a ’sto magistrato “, riferendosi al pm Zucca. Difficile capire che titolo avesse Manganelli per leggere in anteprima la sceneggiatura.
  1. La responsabilità di quanto è accaduto nella notte della Diaz sembra venir scaricata sul personaggio giunto da Roma, che poi sarebbe Arnaldo La Barbera, deceduto da tempo per malattia. E’ esattamente una delle tesi sostenute a suo tempo dagli imputati.  Nulla emerge dal film sulla figura dell’allora capo della polizia, oggi potentissimo capo dei servizi segreti, Gianni De Gennaro.
Il Pubblico Ministero del processo Diaz, Enrico Zucca, in un’intervista rilasciata ad Altreconomia dopo aver assistito al film,  ricorda i filmati d’archivio con “la presenza dei funzionari che comandavano l’operazione, un direttorio spesso riunito sul campo che decide nelle svolte cruciali. Quel gruppo…. scompare invece dal film”.
Uno dei dirigenti di polizia, la controfigura di Michelangelo Fournier, il funzionario che aveva il comando operativo del suo reparto durante l’assalto alla Diaz, viene persino dipinto come una persona logorata da dubbi amletici al punto di scusarsi con le vittime. Resta da capire quali siano in questo caso le fonti documentali.
Non si dice una parola invece sui due infermieri che per aver denunciato le torture di Bolzaneto hanno dovuto abbandonare l’amministrazione penitenziaria, sul poliziotto che per aver collaborato coi giudici si è trovato le quattro ruote dell’auto tagliate, sul vice capo vicario della polizia Andreassi che, per  aver scelto di non partecipare all’operazione della Diaz, ha avuto la carriera stroncata. Tutti fatti, questi,  ampiamente documentati.
  1. Non una parola è detta sul ruolo dei politici coinvolti nei fatti di Genova: nulla su Fini, niente su Scajola. Un solo passaggio di repertorio, alla fine, su Berlusconi. Viene taciuta persino la visita che Roberto Castelli, allora ministro della Giustizia, fece alla caserma di Bolzaneto nella notte tra il 21 e il 22 luglio 2001. La politica sembra non aver avuto alcuna responsabilità.
  2. Enrico Zucca nell’intervista citata, dopo aver ricordato la forte rimozione attuata dalla politica e dalle istituzioni sulle responsabilità, afferma: “Il film cautamente si adegua e non solo, in alcuni passi ricostruttivi sceglie la versione degli imputati (n.d.a. i poliziotti) rispetto a quella contrastante delle vittime. Se vogliamo l’unico messaggio netto che ha dato è che i black bloc erano – anche – alla Diaz”.
Non è un fatto di poco rilievo. La destra ha costruito tutta la sua campagna di criminalizzazione del movimento sostenendo la contiguità tra Genoa Social Forum e Black Bloc. Su argomenti di simile importanza non sono ammesse licenze da romanzo, specie se si afferma di fare un film basandosi sulle inchieste giudiziarie.
  1. Il racconto è completamente decontestualizzato; non viene mai spiegato perché 300.000 persone quel luglio 2001 si siano recate a Genova. Cosa può capirne un giovane che oggi ha vent’anni? Per non parlare di chi lo vedrà tra qualche anno. C’è stata un forte repressione, ma perché? Cosa volevano quelle persone massacrate di botte? Mistero.
Gli autori replicano che il loro obiettivo non era raccontare la storia del movimento. Ma sarebbe stato sufficiente inserire qualche spezzone tratto da filmati di repertorio, ad esempio dall’intervento di Susan George in apertura del Forum il 16 luglio 2001, per dare un’idea delle nostre ragioni. Immagini facilmente recuperabili tra la documentazione video alla quale la produzione del film ha avuto pieno e illimitato accesso. Se non si spiegano le ragioni del movimento diventa impossibile spiegare le ragioni della repressione. Infatti.
Inutile anche cercare di capire che cosa sia stato il Genoa Social Forum. Non se ne parla, anzi sono inserite alcune scene dove viene rappresentata una riunione del GSF piena di zombie totalmente inconsapevoli della realtà che li circonda. Eppure è stata una delle esperienze più interessanti di organizzazione dei movimenti negli ultimi decenni. La ricostruzione di quella riunione è semplicemente un’invenzione. Viene da domandarsi: perché, dopo non averne spiegate le ragioni, si ritiene di dover squalificare il GSF?
In sintesi: lo spettatore resta sconvolto dalle violenze commesse dalla polizia, ma legittimato a pensare di trovarsi di fronte ad episodi isolati, appartenenti al passato e dovuti all’azione di alcune “mele marce.” Non ad azioni progettate e gestite da chi ancora oggi è ai vertici delle nostre istituzioni di sicurezza; e tutto ciò sta nella carte processuali, non nella fantasia di qualche estremista.
Certo se racconti le responsabilità, le documenti e fai nomi, se racconti tutti i tentativi, illegali, che sono stati fatti per impedire lo svolgimento dei processi, rischi la censura dei grandi media e un’ostilità politica generalizzata come avvenuto per il libro “L’eclisse della democrazia. Le verità nascoste sul G8 2001 a Genova”  che ho scritto insieme a Lorenzo Guadagnucci, una delle vittime della Diaz..
Se invece si sceglie di non toccare i punti più delicati e impegnativi, allora non si può affermare di raccontare nel film quanto emerso dalle verità processuali. La verità è tale se, oltre a non raccontare falsità, la si racconta tutta, senza scegliere quale parte di verità raccontare e quale tacere. Per questo concordo con Guadagnucci: un film così si poteva fare nel 2002, non nel 2012, ad inchieste concluse.
Siamo di fronte a un film commerciale, costruito con astuzia, che riesce ad essere molto attento e rispettoso delle compatibilità politiche e degli attuali rapporti di forza negli apparati, senza pestare i piedi a nessuno, e nello stesso tempo capace di presentarsi come paladino dei diritti e solidale con le vittime.
Queste cose, almeno tra di noi, dobbiamo dircele
  
Fonte: il manifesto 11 aprile 2012