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mercoledì 19 dicembre 2012

Partigiani della costituzione

di Alberto Lucarelli  da lavorincorsoasinistra


Per ritrovare un’autentica passione nella politica, in grado di interpretare il senso della vita pubblica e della partecipazione democratica, e rilanciare con forza i valori che vi sono connessi, dobbiamo trasformarci in partigiani capaci di declinare, nei diritti e nei doveri, lo spirito autentico della Costituzione.
Diritti, principi, valori: vogliamo difendere la Costituzione in tutti i suoi modi e lo vogliamo fare non con sobrietà ma con passione, entusiasmo, felicità. Difendere la Costituzione da un gruppo di tecnocrati che ha devastato i principi costituzionali, al solo scopo di attuare il memorandum imposto dalla troika Commissione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale.
Quindi l’Europa delle banche e dei banchieri.
Cambiare si può, individuando tutti quegli aspetti che sono oggettivamente in contrapposizione con quello che ci sta proponendo un gruppo trasversale di interessi e di poteri che parte da Bersani, che passa attraverso Monti, Montezemolo,ed arriva al populismo riemergente di Silvio Berlusconi.
Cambiare si può e lo sanno comitati, movimenti, associazioni: tutto un mondo straordinario in costante fermento. E’ lo stesso magma che ho sentito nel giugno 2011, quando una maggioranza di 27 milioni di cittadini ha votato contro il saccheggio dei beni comuni. E non si trattava unicamente di un referendum a difesa dei servizi pubblici locali, ma della prima consistente presa di coscienza collettiva di un saccheggio dei nostri beni, del nostra patrimonio pubblico, della nostra identità comune.
In questo percorso si sono costruite sinergie e confronti: dai compagni di Rifondazione ai militanti do Italia dei Valori, agli amici di SEL – e sono tanti – che non si riconoscono nella “carta di intenti” di Bersani. Insomma, a tutte quelle persone che con la schiena dritta, come dice Luigi de Magistris, hanno combattuto battaglie difficili: penso ai compagni della FIOM ed alle persone per bene impegnate in SEL e nel PD. La bagarre mediatica di primarie calate dall’alto, che non hanno nulla a che vedere con la democrazia partecipativa, ha per alcuni giorni alimentato l’attenzione dei giornali, ma non è quella la democrazia partecipativa che vogliamo.
Non posso immaginare e credere che ci sia una maggioranza di italiani che abbia accettato tacitamente la riforma Fornero e lo stravolgimento dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori; non posso credere che ci sia una maggioranza di italiani che abbia accettato supinamente l’approvazione dell’art. 8 della legge Sacconi che mortifica i diritti dei lavoratori; non posso e non voglio credere che una maggioranza di italiani abbia accettato la distruzione dello Stato sociale modificando e calpestando l’art. 81 della Costituzione; non posso credere che la maggioranza di italiani voglia un’Europa tecnocratica gestita dal Fondo Monetario Internazionale, da alcuni componenti della Commissione Europea, dalla BCE… Noi vogliamo un’ Europa dei diritti promossa dal basso, inclusiva, vogliamo un processo costituente, con un’Assemblea che quanto prima elegga un Parlamento in grado di ridisegnare i rapporti di forza e tutelare l’Europa politica e sociale così come era stata delineata nel suo progetto originario.
Non posso e non voglio credere che la maggioranza di italiani voglia cacciabombardieri, invece di scuole e asili nido, carri armati invece di diritti sociali; che voglia che i diritti sociali si debbano comprare, che le famiglie debbano pagare per le scuole, per l’università, per la sanità. Non credo che la maggioranza degli italiani sia disposta a questo, non credo che ci sia una maggioranza disposta a cadere nella trappola della contrapposizione tra diritto alla salute contro diritto al lavoro, come hanno tentato di farci credere per l’Ilva di Taranto. Non credo che ci sia una maggioranza di italiani che voglia grandi opere pubbliche, inutili e costose, come la TAV, il Dal Molin, il ponte sullo Stretto di Messina; credo, piuttosto, che ci sia una maggioranza che voglia opere ordinarie, non eventi straordinari che servono solo a sperperare il denaro pubblico. Ed allora questione morale e sociale devono camminare congiuntamente! Perché o si ha il coraggio di affrontare insieme questione morale e questione sociale oppure il rischio è quello di restare ancora subordinati a poteri forti, a lobby, cricche affaristiche trasversali, alla borghesia mafiosa che si annida nelle società pubbliche, che fa clientele, che condiziona i poteri all’interno di una Pubblica amministrazione troppe volte né autonoma nè indipendente.
La nostra è una Carta dei diritti, non dei privilegi, né delle rendite! Cambiare si può, anche ripartendo dai partiti, come intesi da Gramsci e Berlinguer, e non come degenerati nel tempo, mortificando la formula dell’art. 49 della Costituzione, che afferma che “tutti i cittadini hanno il diritto di associarsi liberamente per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.
Cambiare si può, con la consapevolezza che, in relazione ai suddetti contenuti, siamo maggioranza. E’ il momento di condividere questi contenuti, nuovi metodi e forme della politica, di essere disposti a cancellare rendite di posizione, cedere porzioni di sovranità e mettersi alla pari con tutti, forze politiche strutturate e non, comitati, movimenti, associazioni, per la grande battaglia di partigiani a difesa della Costituzione.

sabato 8 dicembre 2012

Ilva, un nuovo diritto pubblico nell’economia

di Alberto Lucarelli da soggettopoliticonuovo

Ridare all’impresa quel carattere sociale che la nostra Costituzione gli affida (art. 41 e 43). Anche riservandosi di espropriare e trasferire a enti pubblici o comunità di lavoratori le imprese di interesse pubblico.
Con l’Ilva di Taranto tornano di attualità i temi della democrazia economica e del diritto pubblico dell’economia, troppo frettolosamente messi in soffitta, e soprattutto troppo frettolosamente ritenuti in contrasto con una lettura strumentale del diritto europeo, in particolare laddove appiattito sulle regole mercantili e neo-liberiste della finanza e del mercato, imposte da interessi forti rappresentati dalla troika Bce-Fmi-Commissione, piuttosto che ispirato dal principio della coesione economico-sociale e territoriale che significa limitare l’attività d’impresa alla tutela del territorio, dell’ambiente, della salute, dei livelli occupazionali.
Ma in senso più generale, con il “caso Taranto”, si pone all’attenzione il rapporto pubblico-privato, in relazione alla proprietà, alla gestione, ai controlli, alla tutela dei diritti. Dietro l’ipocrisia della contrapposizione tra diritto all’ambiente e diritto alla salute, da una parte, e diritto al lavoro dall’altra, si nasconde il progressivo processo di abbandono e di deresponsabilizzazione del pubblico dalle politiche industriali ed economico-sociali del nostro Paese.
I principi della democrazia economica, espressi dal testo costituzionale, seppur talvolta in maniera ambigua, sono stati calpestati, divenuti oggetto di trattative con le più squallide rappresentanze del mondo dell’imprenditoria.
Dunque, possiamo credere che la drammatica vicenda dell’Ilva di Taranto, con i delicati problemi di bilanciamento di diritti che solleva, costituisca un’occasione, seppur amara, per far rivivere alcune disposizioni della nostra Carta costituzionale, messe tra parentesi da decenni di liberismo e privatizzazioni forzate.
Dopo il disastro ambientale e sociale, ma soprattutto dopo l’inopinata cessione di sovranità del ruolo dello Stato nei processi economici, a vantaggio di prenditori di denaro pubblico, risorgono gli artt. 41 e 43 della Costitutzione, in considerazione dell’interesse strategico nazionale inerente alla vicenda.
Sembra risorgere anche il secondo comma dell’art. 41, troppo presto dimenticato, che prevede che l’iniziativa economica privata non possa svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana e che il comma successivo dispone che la legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.
Insomma, principi sacrificati in nome della concorrenza che non ha rilievo costituzionale. L’art. 43, poi, prevede che a fini di utilità generale la legge possa riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale.
Si tratta di una norma ben presente nel nostro ordinamento e suscettibile di trovare applicazione quanto meno in casi straordinari quale quello che ci troviamo a fronteggiare.
Mai come in questi momenti occorre fare leva sullo spirito solidaristico espresso dalla nostra Costituzione economica per far risorgere il diritto pubblico dell’economia, ponendolo al servizio dell’interesse generale (ambiente, salute, occupazione), depurato da dimensioni statalistiche ed autoritarie del passato e arricchito dalle nuove categorie dei beni comuni e della partecipazione.
Le istituzioni pubbliche non possono abdicare dal proprio ruolo e dalle proprie responsabilità, in considerazione dei preminenti fini di utilità generale che ricorrono nella vicenda e rispolverino, se necessario, istituti quali l’espropriazione, anche in considerazione che i processi di privatizzazione posti in degli ultimi vent’anni hanno costituito episodi di espropriazione in danno della collettività, depauperata di un patrimonio comune di beni, servizi, imprese.
L’Ilva deve rappresentare l’occasione per avverare l’utopia di una nuova governance aziendale democratica e partecipata, che si collochi oltre le avanguardie europee della cogestione e della cointeressenza, nel solco della Costituzione. Laddove vi siano preminenti interessi di rilievo nazionale, incidenti su una pluralità di diritti fondamentali, è possibile immaginare modelli di governo pubblico-partecipato, caratterizzati da una governance, in grado di coinvolgere lavoratori e saperi diffusi della cittadinanza attiva.
Questo, su scala diversa, è il modello che stiamo sperimentando a Napoli con l’azienda speciale Abc (acqua bene comune), il modello di impresa democratica, caratterizzata da cessioni di sovranità da parte della proprietà pubblica, a favore di gestioni aperti ai saperi diffusi e collettivi.
Una dimensione della partecipazione che si declina in proposta, gestione e controllo, dove quest’ultimo trova spazio in appositi comitati di sorveglianza composti da cittadinanza attiva e lavoratori.
Ripensiamo dunque l’ipotesi che imprese strategiche, intese quali portatrici di valori civili, sociali ed economici, e quindi quali beni comuni, ovvero beni di appartenenza delle comunità di riferimento, possano essere gestite, anche nel rispetto dei principi costituzionali, secondo i canoni della democrazia economico-partecipativa.

Fonte: Il Manifesto

martedì 4 dicembre 2012

Quanti morti si possono accettare a Taranto per non danneggiare lo spread?


di Giorgio Cremaschi da Micromega
 

Il decreto del governo salva Riva ha ottenuto un consenso di unità nazionale, compresi Camusso e Landini. Vediamo prima di tutto il fatto.
All'Ilva è in corso d'opera un grave reato contro la salute dei cittadini e dei lavoratori: la magistratura interviene per fermarlo e il governo interviene per fermare la magistratura. Questa la sostanza giuridica del decreto di cui speriamo la Corte Costituzionale rilevi la palese incostituzionalità: in un paese in cui tutta la classe politica si riempie la bocca delle parole regole e legalità, un decreto come questo si iscrive alla più pura tradizione berlusconiana di cambiare la legge per fermarne l'applicazione quando sono colpiti interessi potenti.

In questo caso si giustifica l'atto affermando che gli interessi in campo non sono quelli del padrone, ma dei lavoratori che rischiano il posto e del paese che rischia di perdere una azienda strategica. Naturalmente si afferma che la salute viene comunque salvaguardata e che quindi conflitto non c'è con l'iniziativa della magistratura, che viene invitata a capire.

Qui bisogna essere chiari: o la magistratura ha torto, il rischio non è così grave e la sua iniziativa è avventata, oppure ha ragione. Se la magistratura avesse torto le pubbliche istituzioni avrebbero dovuto affermarlo, cioè dire che non si muore di Ilva. A dir la verità il ministro Clini ci ha provato, ma è stato smentito da suoi stessi colleghi di governo e dalle strutture sanitarie. Gli stessi sindacati più vicini all'azienda non si sono mai sognati di smentire la gravità della minaccia alla salute. Anche l'azienda, soprattutto dopo le intercettazioni e le incriminazioni per corruzione, non smentisce più la gravità della situazione.

Dal momento che nessuno ha dunque sostenuto che non sia vero che di Ilva si muore, il decreto del governo che autorizza l'Ilva a produrre ALLE ATTUALI CONDIZIONI mentre si risana, evidentemente entra nel concetto di rischio necessario ed accettabile. Cioè un certo numero di malattie, infortuni, morti è un prezzo inevitabile da pagare se si vogliono salvare l'azienda e ventimila posti di lavoro.
D'altra parte, si obietta, all'ILVA si è sempre lavorato così e si possono ben spendere altri due anni pur di cambiare.
Questa obiezione, apparentemente di buon senso, è la più scandalosa. Anche con l'amianto c'è stato un intervallo di tempo dal momento in cui se ne scoprì tutta la nocività, a quello in cui se ne fermò definitivamente la produzione e l'uso. E i processi per strage colpiscono proprio quel periodo.
Alla Tyssen Krupp di Torino l'azienda è stata condannata per omicidio volontario proprio perché ha continuato a far lavorare quando le condizioni organizzative e ambientali non lo permettevano più.

È evidente dunque che nessun rischio è accettabile, soprattutto quando tale rischio per la salute dei cittadini e dei lavoratori è manifesto e conosciuto. Il principio fondamentale della tutela e della salute nell'organizzazione del lavoro è che quando un impianto o una produzione mettono chiaramente a rischio le persone, la produzione va fermata fino a che non vengano ripristinate o affermate le condizioni di sicurezza.
Se si rischia la salute non si lavora, questo è il principio che da anni, con ovvi conflitti anche con i lavoratori interessati, sostengono la medicina del lavoro, il diritto e la magistratura, il sindacalismo indipendente dalle aziende.
Perché allora all'ILVA si lavora nonostante il rischio?

La foglia di fico ideologica utilizzata dal decreto è che sia possibile continuare a produrre limitando al minimo i rischi. Ma questo è tecnicamente impossibile. Già due lavoratori sono morti da quando la magistratura è intervenuta. Uno ai treni merci e l'altro alle gru con la tromba d'aria. Nel primo caso i lavoratori si sono rifiutati di continuare a lavorare nel trasporto materiali se non venivano aumentati gli organici e definite rigorose condizioni di sicurezza. Hanno dovuto scioperare giorni e giorni perché ci fossero segnali in questa direzione da parte dell'azienda.

Oggi i lavoratori delle gru giustamente si rifiutano di salire su di esse perché non sanno quanto siano affidabili. Se si procedesse a una rigorosa ricognizione delle condizioni operative dell'ILVA rispetto ai parametri di sicurezza, una distesa di reparti dovrebbe essere fermata. La direzione Ilva ha sempre imposto una organizzazione del lavoro brutale e senza regole, fondata sulle minacce e sui provvedimenti disciplinari, dubito che sappia lavorare in altro modo. Il caos organizzativo con cui l'azienda ha risposto alle ordinanze della magistratura dimostra che non solo il rischio non diminuisce, ma che probabilmente aumenterà.

Per quanto riguarda poi l'emissione di fumi e polveri anche qui c'è un'enorme contraddizione nel decreto.
Se davvero Taranto deve continuare a produrre per alimentare gli stabilimenti ILVA del nord e rifornire di acciaio il sistema italiano, allora le emissioni di fumi e polveri continueranno, anzi come si è rilevato in questo periodo, saranno destinate ad aumentare. Questo perché o si produce davvero a marcia ridotta e allora l'acciaio per il nord verrà a mancare, oppure si dovranno stressare ancora di più gli impianti rimasti aperti per fare la produzione di quelli chiusi. Anche qui il rischio concreto è che i pericoli per la salute delle persone aumentino, anziché diminuire, nei due anni di licenza concessi dal governo a Riva.
Quindi o non è vero che si salva la produzione o non è vero che si salva la salute. E la magistratura viene esautorata proprio per impedire il rigore nelle scelte, per andare avanti alla giornata senza un vero controllo, senza alcuna chiarezza.

E' vero, una parte dei lavoratori soprattutto a Genova ha tirato un sospiro di sollievo con il decreto. Non si può criticarli visto che tutto il palazzo della politica e tutto il sindacato confederale aveva loro spiegato che finivano in mezzo ad una strada. Anzi la consapevolezza dei lavoratori Ilva in questi mesi è molto cresciuta, se si pensa che a luglio si scendeva in piazza per difendere l'azienda.
Chi invece non ha fatto passi avanti è stato il gruppo dirigente dei sindacati confederali, Cgil e Fiom comprese.
Una sola alternativa era possibile: si doveva chiedere l'immediato esproprio dell'azienda da parte del governo, un piano di sicurezza immediato, un piano strategico per il futuro: e la proprietà doveva pagare, cominciando con il garantire il reddito pieno a tutti i lavoratori.

La pubblicizzazione in questo caso non era certo una opzione socialista, ma assolutamente realistica, ed è stata proposta anche da quel noto sovversivo anticapitalista che è Carlo Debenedetti.
Il sindacato avrebbe dovuto partire dalla propria conoscenza della realtà del lavoro all'Ilva per costruire una posizione autonoma dal solito ricatto del padrone: o così o si chiude. Invece la fiom stessa non ha più sostenuto la posizione assunta a suo tempo a Pomigliano, allora anche contro la maggioranza dei lavoratori.

Così la gestione della fabbrica è tornata ad una proprietà pluriincriminata con latitanti in Florida e il rischio è che oggi si continui a perdere la salute per il lavoro e domani si perda anche il lavoro. Ma forse sta proprio qui la ragione vera del decreto. Prima del diritto al lavoro e di quello alla salute, per il governo Monti è stato necessario tutelare il diritto alla proprietà, sennò cosa avrebbero detto gli investitori internazionali.
Quanti morti in più si possono accettare a Taranto per non danneggiare lo spread?

In realtà non stupisce che un governo che pensa di affrontare la crisi del paese con la produttività del lavoro e le deroghe alle leggi e ai contratti, creda di risolvere così la crisi Ilva. Stupisce invece che Camusso e Landini non abbiano neppure tentato una strada diversa e abbiano ben accolto un decreto che rappresenta la prima grande applicazione di quel patto sulla produttività che non hanno firmato.

Tutto questo è la rappresentazione dello stato di degrado della nostra democrazia e della nostra stessa civiltà e dimostra che la nube di buone parole di cui si riempiono i talk show e le primarie non riesce neanche per un giorno a scacciare i fumi dell'Ilva. 


venerdì 30 novembre 2012

Rodotà: “Libertà e diritti non sono negoziabili”

I casi Ilva e Fiat, i partiti e la politica, Berlinguer e Croce, libertà e democrazia. Di tutto questo e altro ancora parla Stefano Rodotà, di cui è appena uscito il nuovo saggio “Il diritto di avere diritti” (Laterza). Richiamandosi alla "straordinaria forza e attualità della Costituzione italiana", il giurista rifiuta l’emergenza permanente, perché i diritti – ci ricorda – a partire da quello alla salute, non possono essere sacrificati impunemente alla logica di mercato.

colloquio con Stefano Rodotà di Rossella Guadagnini da Micromega

In un Paese in cui “le disuguaglianze sono divenute ormai insopportabili” e dunque vige la legge del più forte o, a seconda, del più preminente, del più affluente, del più ammanicato, che significa garantire a tutti gli stessi diritti? Lo abbiamo chiesto a Stefano Rodotà, costituzionalista, professore emerito di Diritto civile all’università La Sapienza di Roma, tra gli autori della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, presidente dell’Autorità garante per la protezione dei dati personali e del Gruppo europeo per la tutela della privacy, deputato indipendente nelle liste del Pci e Pds, vicepresidente della Camera, oggi autore di un saggio per Laterza, da poco in libreria, significativamente intitolato con un’espressione di Piero Calamandrei “Il diritto di avere diritti” (pagg. 433, euro 20). Richiamandosi alla Costituzione italiana, Rodotà ci risponde che “la libertà non è negoziabile, così come avviene per i diritti”. Sono, i nostri, anni di “grande riduzionismo” in cui si sente il bisogno diffuso di avere dei “grandi principi di riferimento”.

Professor Rodotà ritiene che oggi, passato il ventennio berlusconiano, ci sia un’opportunità in più per aprire una nuova stagione all’insegna dei diritti e dei beni comuni?
Dovrebbe esserci, ma non ne sono particolarmente sicuro. In questi anni in materia di diritti abbiamo vissuto una regressione politica e culturale molto forte, una distanza grandissima tra ceto politico e società. Se paragono gli Anni Settanta a oggi, il bilancio è magro. Allora ci fu una grande affermazione dei diritti civili: del 1970 e degli anni seguenti sono lo statuto dei lavoratori, la legge sul referendum, l’istituzione delle regioni, le nuove norme sulla tutela della libertà personale. Poi c’è stata la riforma del diritto di famiglia, la parità uomo-donna, l’interruzione di gravidanza, la legge Basaglia sui manicomi, la legge Gozzini sulle carceri.

E oggi?
Oggi siamo veramente in un altro clima, in un’altra dimensione. Allora la legislazione italiana su alcuni punti era la più avanzata d’Europa. Ora siamo non solo fanalino di coda, ma lontani culturalmente. La fine delle ideologie ha portato solo alla prevalenza assoluta del mercato. Di fronte a questo mondo ‘a una sola dimensione’ il contrappeso, il contropotere, è unicamente quello che viene dalla forza dei diritti. La più grande fabbrica del mondo si trova in questo momento in Cina, la Foxconn, che produce componenti della Apple: lì hanno scioperato per avere un miglioramento delle condizioni di lavoro, cosa impensabile fino a poco tempo fa in quel Paese. Segni di questo genere ce ne sono ovunque nel mondo: quindi abbiamo, da una parte, la prevalenza della logica di mercato, dall’altra parte, quella dei diritti. I diritti tuttavia non possono essere sacrificati senza avere ricadute sul terreno economico.

Ad esempio?Il caso dell’Ilva di Taranto è la dimostrazione, in casa nostra, di quanto dico: per anni sono stati trascurati i diritti di lavoratori e cittadini, come il diritto alla salute. Adesso tutto ciò sta portando a una crisi economica drammatica dell’azienda. Non si possono scindere diritti e governo dell’economia. Spero in una ripresa della politica dei diritti, ma non sono così ottimista. Anche perché la politica, per guadagnarsi un sostegno, si è fatta fortemente condizionare da un’idea di diritti e non diritti che proveniva dalla pressione delle gerarchie ecclesiastiche. Un’influenza esercitata non da tutto il mondo cattolico, beninteso, di cui una parte cospicua si è invece resa conto dell’importanza dei diritti, ma direi soprattutto dalle gerarchie vaticane, specie in materia di fine vita, procreazione assistita e rispetto dei diritti degli omosessuali. Mi auguro che questa fase sia ormai superata.

Lei parla, nel suo libro, di un possibile avvento di una democrazia su base “censitaria” in termini di rischio: che significa? Vuol dire che alcuni diritti non ci sono riconosciuti nella loro pienezza perché appartenenti a ognuno, ma sono accessibili soltanto a chi ha le risorse per poterli far diventare effettivi. Se, come ha lasciato intendere il premier Mario Monti pur correggendo in seguito l’affermazione, si dovesse andare in futuro verso forme di privatizzazione del servizio sanitario nazionale, è chiaro che il costo dei servizi crescerebbe per i cittadini, con la conseguenza che io avrò tanta salute quanto potrò comprarmene sul mercato. Questa direzione sarebbe all’opposto di quanto afferma l’articolo 32 della Costituzione, laddove si dice che la salute è un diritto fondamentale del cittadino. Si romperebbe lo schema indicato dal principio di uguaglianza. I miei diritti saranno misurati non dal riconoscimento della mia dignità, del mio essere persona uguale a tutte le altre, ma in base alle mie risorse. Cittadinanza censitaria è un’espressione che si usava nell’Ottocento, quando votavano solo gli uomini e, tra loro, soltanto quelli che avevano un reddito superiore a una certa cifra.

Come si stabiliscono i diritti?Se torniamo a misurare i diritti non sulla libertà e sull’uguaglianza, ma col censo e in base al denaro, noi torniamo alla democrazia censitaria appunto. E, così facendo, andremmo anche contro una tendenza globale. La campagna elettorale americana è stata fortemente giocata proprio intorno al tema della riforma sanitaria di Obama, che ha cercato di dare una tutela al diritto alla salute per milioni di persone, che ne erano rimaste – fino a quel momento – escluse. Il tema dei diritti è capitale ovunque esiste la necessità di far uscire le persone da una condizione di minorità.

Tempo di crisi. L’agenda Monti per affrontare l’emergenza è – a detta di molti – un’agenda di cose da fare, da affidare così com’è al prossimo governo. Se la cosiddetta ‘agenda Monti’ è null’altro che prosecuzione di quello che è stato fatto per superare l’emergenza, allora non credo che ci avviamo verso una stagione politica particolarmente promettente. Non possiamo vivere all’insegna dell’emergenza continua e dell’esistenza dei soli problemi economici. I diritti, come nel caso menzionato dell’Ilva, non possono essere sacrificati impunemente senza creare tensioni sociali molto pericolose. In questa situazione si dice continuamente che una delle vie d’uscita è “avere più Europa”, e sono assolutamente d’accordo. Tuttavia l’Europa non è soltanto l’economia. Dal 2009, con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, l’Europa non è più fatta soltanto di norme che riguardano il mercato, ma ha – allo stesso titolo e col medesimo rango – una Carta dei diritti fondamentali.

Perché questa Carta è importante?
Nell’ultimo periodo, c’è stato un distacco e in alcuni casi un vero e proprio rifiuto dell’Europa. Per molti Paesi, infatti – l’Italia è tra questi – Bruxelles è diventata la ‘fonte dei sacrifici’. Ciò che arriva dall’Europa è percepito come obbedienza a una logica economica che restringe opportunità e diritti dei cittadini. In tal modo, il popolo europeo si allontana sempre più dalle sue istituzioni e si rischia non solo una crisi dal punto di vista economico, ma anche da quello della legittimità democratica. Un’Unione Europea può avere il consenso dei cittadini se i cittadini vedono che in essa c’è un valore aggiunto proveniente dai diritti. Lo testimoniano molte sentenze di corti europee e di corti costituzionali nazionali che hanno preso sul serio la Carta. Se i cittadini cominciassero a vedere che l’Europa porta loro nuove opportunità di tutela dei diritti, la spirale negativa cominciata in questi ultimi anni forse potrebbe essere interrotta.

Come mai si sente oggi la necessità di rimettere la Costituzione al centro dell’attenzione? La Costituzione ha, specie nella sua prima parte, una straordinaria forza, eloquenza e attualità, tanto più oggi di fronte al fatto che le nostre società sono diventate sempre più disuguali. Ai tempi di Vittorio Valletta, amministratore delegato della Fiat, la differenza tra il suo stipendio e quello di un operaio era di uno a quindici. Oggi il rapporto tra lo stipendio dell’operaio Fiat e quello di Sergio Marchionne è di uno a quattrocentotrentacinque. Quindi le disuguaglianze sono diventate enormi e insopportabili economicamente e socialmente. Ed ecco che ritorna il principio di dignità e uguaglianza. Il problema di sicurezza e dignità della persona sul lavoro dimostra che la Costituzione – come diceva Calamandrei – è ‘presbite’, ossia capace di guardare lontano. Si dice, ad esempio, che i partiti dovrebbero tornare a essere uno strumento nelle mani dei cittadini e non delle oligarchie: allora leggiamo l’articolo 49 dove si sostiene che tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente per partecipare con metodo democratico alla definizione della vita politica nazionale. Lì era scritta un’idea di partito che, in questi anni, è stata completamente stravolta.

Allora occorre tornare a leggere la Costituzione?Sì. Vi troveremo tutta una serie di indicazioni che ci aiutano ad affrontare con principi forti le difficoltà odierne. Parlando di lavoro, forse l’articolo più bello, che non dovremmo mai perdere di vista, è proprio l’articolo 36, laddove si dice che la retribuzione deve assicurare al lavoratore “un’esistenza libera e dignitosa”: sono parole bellissime. L’esistenza deve essere libera e dignitosa, non può essere sempre e soltanto subordinata alla logica economica, come quando si afferma “io ti do soltanto il minimo che ti fa sopravvivere biologicamente”: questo umilia le persone. Per tale ragione oggi il tema del lavoro è diventato capitale.

Però il dettato costituzionale, anche in tema di lavoro, viene spesso disatteso. Una diagnosi di perché questo accada non è facile. Certo è che organizzare l’economia intorno al riconoscimento dei diritti del lavoro, della considerazione che il lavoro non è una merce che debbo poter comprare sul mercato al prezzo più basso possibile, implica scelte di carattere generale molto impegnative. Nei momenti in cui c’è una reale difficoltà economica, come ora, si è sempre pensato che occorresse ridurre il costo del lavoro. Poi ci siamo accorti che c’era scarsa capacità imprenditoriale, che c’erano diseconomie molto forti, una corruzione che significava costi più elevati in quanto costituiva un aggravio per il sistema delle imprese. Allora abbiamo visto il lavoro come l’unica variabile che poteva essere ‘colpita’… Non l’evasione fiscale, non la corruzione. L’elevato costo del lavoro è anche il risultato di reperire risorse attraverso la tassazione di ciò che è più facile colpire, ossia il lavoro dipendente, invece di fare un’azione adeguata contro l’evasione fiscale e il lavoro nero. Entrambi i fenomeni sono stati – ormai lo sappiamo e ce lo ricordano di continuo le cifre della Corte dei Conti – una riserva oscura non per il benessere del Paese, ma per il profitto di pochi. Il lavoro ha finito per venire sacrificato in un quadro nel quale sono stati ritenuti prevalenti altri tipi di interesse.

Quanto conta oggi la società civile, che ascolto ha? Difficile dirlo. In alcuni momenti abbiamo l’impressione che conti molto. Adesso si dice “c’è un risveglio”, 3 milioni e mezzo di persone sono andate a votare per le primarie del centrosinistra, ci sono manifestazioni – che personalmente non mi piacciono affatto – e che hanno fatto capo a Beppe Grillo, c’è gente che si mobilita fuori dai canali tradizionali. C’è, insomma, una società capace di esprimersi. Questo in parte è vero. Ma prima non è che ci fosse una società civile opaca… Abbiamo vissuto una lunga fase in cui la società civile riusciva a esprimersi attraverso la mediazione non al ribasso fatta dai partiti. Non a caso si parlava di ‘partiti di massa’. Mentre oggi noi parliamo di ‘partiti oligarchici, di plastica, partiti-azienda e partiti leggeri’. Il che vuol dire che questi partiti sono più oligarchia, più organizzazione su modello manageriale (ricordo il caso del ‘marketing politico’). Tutto questo ha determinato l’esclusione dei cittadini, che poi magari imboccano strade non tra le più felici. Questo crea, da un lato, una distorsione e, dall’altro, reazioni della società civile che possono avere ‘effetti distorsivi’.

Che rapporto c’è tra società civile e politica? Un rapporto basato su un equivoco di fondo, secondo cui tutto quello che c’è nella società civile è bello e buono, e tutto quello che c’è nella società chiamiamola ‘politica’ è male. Questo ha determinato effetti negativi, perché in questi anni abbiamo avuto una caduta della cultura politica in senso proprio, cioè della capacità di fare politica al più alto livello. Sono arrivate in Parlamento troppe persone che non erano in grado di fare questo mestiere, un mestiere difficile che si deve imparare in maniera adeguata. Di fronte a questa incapacità sono venuti fuori i tecnici. Allora la società civile, che è stata esaltata – giustamente – come soggetto che deve avere voce in capitolo, ha finito per essere santificata anche nelle sue manifestazioni meno positive. Ogni cosa che proveniva dalla società civile era buona, salvo accorgersi poi che non era così, con i risultati che abbiamo sotto gli occhi.

A sinistra del Pd c’è spazio, a suo avviso, per una nuova formazione politica? In proposito ho un’opinione molto netta. Quando è stato avviato il movimento di Alba (acronimo per Alleanza per il Lavoro Beni comuni e Ambiente, ndr.), ho detto che c’era molto spazio per l’azione politica e molti rischi legati alla fretta di far diventare l’associazione una lista elettorale. Ritengo che ci sia stata, e spero che non sia del tutto perduta, una spinta – soprattutto dalla seconda metà 2010 alla prima metà del 2011– che ha portato a risultati importanti nella primavera 2011, con tutta una nuova generazione di sindaci, non espressione unica e diretta dei partiti, ma del grande dibattito della società civile. Stessa valutazione riguardo ai referendum del giugno del 2011, in particolare quello sull’acqua originato da un grande movimento sviluppatosi negli anni precedenti. Credo che esista, indipendente da dove la collochiamo rispetto al Pd, a sinistra a destra in alto o in basso, una grande capacità di elaborazione politica e culturale nella società italiana, perché quei movimenti sono riusciti a cambiare l’agenda politica. Se poi questo possa tradursi in un successo elettorale nelle elezioni del 2013 ho i miei dubbi.

E quindi? In questo momento penso che noi dovremmo – e mi rivolgo soprattutto a chi stimo e alle persone di Alba con cui continuo ad avere rapporti – piuttosto proseguire in quella direzione e insistere in quella linea di elaborazione di idee e cambiamento anche dei referenti, senza generiche contrapposizioni. Perché poi, per riprendere l’esempio dei nuovi sindaci, alcuni di loro sono venuti fuori dall’esperienza dei movimenti, altri invece dalle organizzazioni dei partiti. Quindi la contrapposizione frontale non è detto che dia sempre risultati positivi, dipende da cosa c’è dietro, dalla capacità di elaborazione e anche di trovare collegamenti. Questa non è una critica che rivolgo soltanto ai movimenti. Il Pd, ad esempio, non si è reso conto dell’importanza che i movimenti avevano avuto in quella stagione e non li ha presi sul serio. Mi pare sia stato un errore politico. Oggi vedo una situazione in movimento, una difficoltà a tradurre tutto questo in nuove forme organizzative che possano avere successo elettorale e vedo, nello stesso tempo, le difficoltà della sinistra tradizionale.

Si parla molto della costituzione di un quarto polo: sogno o realtà? Io non riesco a usare né l’uno, né l’altro termine. C’è un dato di realtà indubbio: tutto questo mondo ha avuto risultati politici che non si possono negare. Quei sindaci non sarebbero stati eletti senza quel tipo di movimento alle spalle. I referendum hanno mobilitato 27 milioni di persone, ma è un po’ un’illusione ritenere che quei 27 milioni di persone sposterebbero il loro consenso su formazioni minoritarie, a sinistra della sinistra, come quelle di cui stiamo parlando. Uno sbaglio commesso in passato dai Radicali, che hanno pensato che il consenso ottenuto nei referendum e nella raccolta delle firme si traducesse in consenso elettorale. E’ assai complicato riuscire a convertire l’azione di movimenti che hanno un obiettivo specifico, ben percepibile e ben al di là dei confini dei partiti, assegnare loro un obiettivo, raggiungerlo, e poi pensare che ciò si traduca in una lista elettorale sostenuta dalla medesime persone.

Quali sono, dunque, i suoi auspici?Mi augurerei che quanto c’è nella sinistra tradizionale, per così dire, venisse recepito con più attenzione e diventasse seriamente parte dell’agenda politica. Se si arrivasse ad avere alcune liste a sinistra della coalizione imperniata sul Pd e poi queste dovessero subire uno scacco, com’è avvenuto nelle ultime elezioni per le liste arcobaleno e verdi, quale sarebbe l’effetto? Di nuovo si direbbe: “voi politicamente non contate nulla”, un risultato che va evitato. Invece, sono convinto che proprio il cambiamento avvenuto in questi anni debba molto a un mondo che non è anchilosato come nella politica tradizionale. Un elemento emblematico è che il Pd ha come suo slogan “Italia. Bene Comune”; è successo in seguito al referendum sull’acqua, bene comune, e il Pd è stato l’unico partito a farne un programma. Se questo slogan viene usato strumentalmente non va bene, ma se dietro continua a esserci un lavoro costante, allora si possono cambiare molte cose.

Lei teme la mancanza di coesione? E’ un rischio effettivo, una questione che dovrebbe interessare chi è già soggetto politico strutturato, quindi il Pd. Finora quest’attenzione ai movimenti non c’è stata o non c’è stata in maniera adeguata. Secondo me, la società civile non è un indistinto generalizzato e dovrebbe costruirsi non per opposizione e invettiva (sul genere di “il Pd succube dell’agenda Monti”, “Vendola traditore”), ma dovrebbe lavorare molto sui temi che debbono riuscire a comporre una nuova agenda politica. Così questo mondo della sinistra potrebbe ritrovare, pur in una diversità difficile da cancellare, delle modalità di organizzazione e di presenza sociale e politica più forti delle odierne. In troppi casi, purtroppo, queste modalità riflettono la storia meno apprezzabile della sinistra, il litigio continuo. Un tempo, nelle vecchie logiche dei partiti comunisti, questo veniva chiamato ‘frazionismo’, ossia un’esasperata ricerca del dato differenziale. Anche se non bisogna andare a cercare spasmodicamente l’unità a qualsiasi prezzo, però che almeno non ci sia una sorta di disconoscimento preventivo dell’interlocutore, sul genere di “con quello io non parlo”, semplicemente perché è sbagliato.

Giovani/vecchi: una contrapposizione che oggi ha un senso? Dal momento che si era costituito un sistema di oligarchie, questa formula ha finito per giocare un ruolo e lo vediamo. Ma, nello stesso tempo, in astratto questa è una contrapposizione insensata, specie a generalizzarla. Personalmente ho fatto due esperienze dirette nel pubblico: come parlamentare e come presidente di un’autorità indipendente. In quest’ultimo caso, fissare un tetto di otto anni all’authority è un bene: serve un ricambio, scandito da regole precise, anche per evitare intrecci di interessi e il pericolo di burocratizzazione. Riguardo al Parlamento, invece, la cosa è diversa, dal momento che il lavoro parlamentare è anche un accumulo di esperienza. Ci sono stato immerso per 15 anni e poi me ne sono andato di mia spontanea volontà. Inoltre, il Parlamento è un luogo rappresentativo: se i cittadini vogliono affidarsi a persona che ha esperienza, perché impedirlo? Nella questione giovani/vecchi un ulteriore problema è rappresentato dal fatto che si vogliono trascinare le carriere al di là dei giusti limiti.

Di cosa è fatta la politica? Di simboli e visioni, come diceva Berlinguer, o di risposte concrete? Di tutte e due. Le risposte concrete che non sono capaci di guardare il contesto rischiano di essere drammaticamente inadeguate. Quanto sento Monti che a una domanda sui malati di Sla, costretti a manifestare esibendo la loro terribile condizione umana, risponde semplicemente che c’è stata una politica economica sbagliata e che pertanto le risorse sono ridotte, non va bene. Non si possono ignorare questi dati concreti. Se governo un Paese e voglio rispettare le persone non posso non distribuire le risorse ignorando simili situazioni. E’ sintomatico di una diversa visione della società: il governo come puro calcolo economico. Le due cose, visioni e azioni politiche devono essere tenute insieme: le grandi visioni politiche si sono poi tradotte in grandi programmi, realizzati almeno in parte.

Dunque che fare?Non mettere visioni e azioni politiche le une contro le altre, in quanto questo autorizza molte cose. Ad esempio dire “Ma quel signore le cose le fa, quindi apprezziamolo indipendentemente da…”: è la logica del “rubo ma faccio”, slogan di un noto senatore brasiliano. Zero visione e tutto fatti. Ridurre la politica a questo significa mortificare la democrazia. Io vorrei che la politica fosse sempre accompagnata da una visione. E’ la ragione per cui ritorna l’attenzione alla Costituzione. I nostri sono anni di grande riduzionismo. Tutto viene ridotto, nella peggiore delle ipotesi a interesse personale, nella migliore a calcolo economico. Mentre si sente il bisogno di avere dei grandi principii di riferimento. La nostra Carta costituzionale è molto eloquente in questa direzione: su alcuni punti come quelli dell’uguaglianza e della salute ha formulazioni ricche e precise. E’ un documento che guarda alla persona e alla sua dignità. Credo che questo bisogno di idealità e principii sia sentito molto fortemente.

Lei parla di una ‘religione della libertà’: di che si tratta? E’ una citazione che ho tratto da Benedetto Croce. Croce vedeva la storia come il risultato di un atteggiamento spirituale, che deve nutrire la politica e portare alla libertà. La libertà è quella che deve essere messa sugli altari da qualsiasi cittadino. Ecco perché mi sono sentito, da laico, di usare quest’espressione che oggi ci può aiutare. La libertà non è negoziabile da nessuno e per essa dobbiamo impegnarci. C’è una canzone partigiana francese che dice “viviamo nella notte ma la libertà ci ascolta”, un’affermazione molto fideistica, che si sposa bene con l’idea di religione della libertà. Ma anche un antidoto al pessimismo che si traduce in passività. E le democrazie muoiono di passività, non solo di aggressioni esterne.

lunedì 23 luglio 2012

Perché sono favorevole al matrimonio tra cattolici


di Franco Buffoni da cronachelaiche


Un utile esercizio che consiste nell'invertire censori e censurati, maggioranze e minoranze, discriminanti e discriminati. Non si sa mai.
Sono completamente favorevole al matrimonio tra cattolici. Mi pare un errore e un'ingiustizia cercare di impedirlo. Il cattolicesimo non è una malattia.
I cattolici, nonostante a molti non piacciano o possano sembrare strani, sono persone normali e devono godere degli stessi diritti della maggioranza, come se fossero, ad esempio, informatici od omosessuali.
Siamo coscienti che molti comportamenti e aspetti del carattere delle persone cattoliche, come la loro abitudine a demonizzare il sesso, possono sembrarci strani. Sappiamo che a volte potrebbero emergere questioni di sanità pubblica, a causa del loro pericoloso e deliberato rifiuto all'uso dei profilattici. Sappiamo anche che molti dei loro costumi, come l'esibizione pubblica di immagini di torturati, possono dare fastidio a tanti. Però tutto ciò risponde più a un'immagine mediatica che alla realtà e non è un buon motivo per impedire loro il diritto al matrimonio.

Alcuni potrebbero argomentare che un matrimonio tra cattolici non è un vero matrimonio, perché per loro si tratta di un rito e di un precetto religioso assunto davanti al loro dio, anziché di un contratto tra due persone. Inoltre, dato che i figli nati fuori dal matrimonio sono pesantemente condannati dalla Chiesa cattolica, qualcuno potrebbe ritenere che - permettendo ai cattolici di sposarsi - si incrementerà il numero dei matrimoni "riparatori" o volti alla semplice ricerca del sesso (proibito dalla loro religione fuori dal matrimonio), andando così ad aumentare i casi di violenza familiare e le famiglie problematiche. Bisogna però ricordare che questo non riguarda solo le famiglie cattoliche e che, siccome non possiamo metterci nella testa degli altri, non possiamo giudicare le loro motivazioni.
Inoltre, dire che non si dovrebbe chiamarlo matrimonio, ma in un'altra maniera, non è che la forma, invero un po' meschina, di sviare il problema su questioni lessicali del tutto fuori luogo. Anche se cattolici, un matrimonio è un matrimonio e una famiglia è una famiglia! E con questa allusione alla famiglia, passiamo all'altro tema incandescente, che speriamo non sia troppo radicale: siamo anche favorevoli a che i cattolici adottino bambini. Qualcuno si potrà scandalizzare. È probabile che si risponda con un'affermazione del tipo: "Cattolici che adottano bambini?!? I bambini potrebbero diventare a loro volta cattolici!".

A fronte di queste critiche, possiamo rispondere che è ben vero che i bambini figli di cattolici hanno molte probabilità di diventare a loro volta cattolici (a differenza dei figli degli omosessuali o degli informatici), ma abbiamo già detto che i cattolici sono gente come tutti gli altri. Nonostante le opinioni di qualcuno e alcuni indizi, non ci sono tuttavia prove che dimostrino che i genitori cattolici siano meno preparati di altri a educare figli, né che l'ambiente religiosamente orientato di una casa cattolica abbia un'influenza negativa sul bambino. Infine i tribunali per i minori esprimono pareri sulle singole situazioni, ed è precisamente loro compito determinare l'idoneità dei possibili genitori adottivi In definitiva, nonostante l'opinione contraria di alcuni, credo che bisognerebbe permettere ai cattolici di sposarsi e di adottare dei bambini.
Esattamente come agli informatici e agli omosessuali. 


lunedì 9 luglio 2012

Statali, ovvero la cattiveria dei poveri


Il lavoro, aldilà della sua funzione di riproduzione delle dinamiche del capitale, e della sua rappresentazione più diretta dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo, può essere considerato una categoria etica indipendente dalle dinamiche sociali. L'attaccamento al lavoro insomma è la manifestazione di una moralità intrinseca, che prescinde dalla valenza sociale e politica del lavoro stesso. 
Quelli della generazione di mio padre, come ho avuto di dire in altre occasioni, consideravano il lavoro come una benedizione e come un dovere imprescindibile. Mio padre bancario non ha mai saltato un giorno di lavoro se non quando si è ammalato seriamente e non ha mai pensato che lavorare in banca significasse essere un servo del capitale. Il lavoro era lavoro e basta. 
L'esempio estremo di questa concezione dell'etica del lavoro ce lo offre il servo fedele di Fëdor Pavlovič, il vecchio Karamazov, Grigorij, che considera la fedeltà al padrone, malgrado le sue nefandezze, come un valore assoluto, e allo stesso tempo considera un'ignominia il venir meno al proprio dovere di servitore. Un po' come un samurai che fa del servire un padrone lo scopo della sua esistenza e della sua realizzazione umana, proprio in forza della purezza assoluta del gesto, indipendente dalle qualità morali del padrone che si è trovato a servire e sufficiente a se stesso. Il dovere per il dovere.
Cosa c'entra tutto ciò con gli statali è presto detto. La maggioranza degli statali lavora sodo e con il suo lavoro fa muovere la macchina dello stato. Senza gli statali sarebbe la paralisi di qualsiasi attività amministrativa. La paralisi totale dello stato insomma, e se consideriamo il welfare nel suo complesso, la morte di qualsiasi garanzia di sicurezza. Oggi però, diversamente da ieri, una parte degli statali e dei lavoratori in generale ha smarrito il senso di un'etica del lavoro, vuoi per l'indebolirsi in sé della fibra morale della società, vuoi per il rifiuto ideologico del lavoro stesso, rifiuto spesso usato goffamente come alibi, senza distinzione fra il lavoro come sfruttamento e il lavoro come auto-realizzazione. A tutto ciò va aggiunto che la forte spinta al consumo, indotta dalla pervasività di modelli di comportamento sociali veicolati dai media e la gratificazione personale ridotta alla pura fruizione di merci, pone il lavoro come un fastidio necessario e mal tollerato, una pausa greve, che si frappone fra la tua brama di consumo e la merce. 
E' vero alcuni comportamenti degli statali, come di tutta la classe lavoratrice sono sgradevoli: timbrare il cartellino e poi darsi alla macchia, fare straordinari fasulli per raggranellare qualche lira, mettersi in malattia in giorni strategici per andare in vacanza, fare male il prorpio lavoro scaricandone il peso su altri, timbrare al posto del collega assente ecc. ecc. sono cose irritanti per chi possiede un minimo di etica. Potrei andare avanti a lungo, ma non servirebbe a nulla. Sappiamo tutti di cosa stiamo parlando. Stiamo parlando unicamente delle cattiverie dei poveri. Granelli di polvere in un mare di sabbia. Al confronto delle cattiverie dei ricchi queste cattiverie fanno persino sorridere. Il fatto è che i ricchi odiano i poveri, li hanno sempre odiati, li considerano una massa di fannulloni oziosi, ignoranti e neghittosi, che trascorrono il proprio tempo a bearsi nell'inedia o a trastullarsi con le proprie bassezze. Gentaglia che ti striscia ai piedi giurandoti amore e rispetto, ma pronta a pugnalarti alle spalle se poco poco cadi in disgrazia. Questa feccia tecnocratica che ci governa è l'esempio lampante di quest'odio. Sono sempre gli stessi, anche se cambiano le facce e le epoche. Sono i ricchi liberali, gli stessi che hanno considerato e considerano tuttora un dovere colonizzare i selvaggi, specie se hanno la faccia nera, così come considerano un dovere educare i poveri ad una sana moralità, moralità dalla quale ovviamente essi sono esentati.
“Se dessimo un reddito di cittadinanza agli italiani se lo spenderebbero in pastasciutta”. Queste parole descrivono l'odio e il disprezzo dei ricchi verso i poveri meglio di qualsiasi trattato. Ed è così che gente malvagia, che considera la libertà di arricchire come il bene supremo e incondizionato e la proprietà come un legittimo trofeo di chi è più forte e si crede più intelligente, è così che questa gente si attacca alla cattiveria dei poveri come pretesto per smantellare tutte le conquiste che gli stessi poveri hanno ottenuto in secoli di lotte sanguinose, e per rintuzzare il loro potere, sempre eccessivo a parere dei ricchi. Che si credono questi, che il lavoro è un diritto, mangiare, avere una casa, divertirsi, amare è un diritto? No, tutto costa e quindi tutto va guadagnato, eppoi ognuno a casa sua senza disturbare, che la feccia non imbratti il paesaggio. 
I ricchi fanno schifo e non ho ritegno a dirlo, né ho il timore di essere ritenuto una sorta di giapponese imprigionato nel novecento. Mi duole soltanto sentire i lavoratori del settore privato compiacersi se gli statali vengono bastonati, facendo il gioco di questi governanti infidi: "perché dobbiamo togliere garanzie e diritti solo ai lavoratori del privato? Non è equo, giusto?", disse la strega cattiva, e i poveri si fecero la guerra.
E' per questo motivo che difendo la cattiveria dei poveri, anche se non mi piace. (F.C.) 


mercoledì 6 giugno 2012

Sostiene Cremaschi

Perfettamente d'accordo. Le discriminanti fondamentale sono l'Art. 18 e la controriforma Fornero delle pensioni.  Vogliamo sentire parole chiare da questi sindacalisti (fra i quali non conto i Bonanni, le Camusso e gli Angeletti, che difendono i diritti dei lavoratori come una faina difende un pollaio). 
Insomma Landini che si fa con pensioni e articolo 18?
Se avete intenzione di continuare a balbettare è meglio che vi rivolgiate ad un logopedista.(F.C.)
Cosa vuole la Fiom dalle forze politiche? Leggendo i giornali, risulta un insieme di richieste confuse e generiche, fatte apposta - direbbe un malizioso - per far andare tutti d’accordo. Domanda secca: se la Fiom incontra Bersani gli chiede di non votare la controriforma sull’articolo 18? E se la Fiom parla di prossime elezioni, chiede che uno dei primi punti del programma da sostenere sia la cancellazione, non la attenuazione, della controriforma Fornero sulle pensioni assieme a quella del lavoro? Il fiscal compact si accetta o si respinge? Il pareggio di bilancio in Costituzione resta così o viene rimesso in discussione? "

Adesso si mette a fare politica in proprio, mentre la Cgil lascia passare l’attacco all’articolo 18. No, non ci siamo proprio.
"Così la Fiom, anziché essere quel modello sindacale positivo, che ha suscitato tante speranze nel mondo del lavoro, rischia di essere parte della crisi della Cgil e persino di aggravarla. Le lotte eroiche dei metalmeccanici di questi ultimi anni non meritano di finire nel teatrino della politica italiana."
Fonte: Il Fatto Quotidiano

giovedì 31 maggio 2012

La "manifesta insussistenza" del Pd

Tomo tomo il governo si fotte l'art 18.
Si sono fatti in quattro pur di approvare la riforma del lavoro, tanto voluta dai mercati per mano della vendicatrice dei ricchi, sig.ra Fornero. Il DDL sul lavor infatti è stato spacchettato in 4 emedamenti, per renderlo più digeribile si suppone, anche se i nostri parlamentari quando si tratta di digerire misure contro i lavoratori hanno uno stomaco di ferro. La modifica sostanziale, là dove si cela l'inganno riguarda la "manifesta insussistenza": SE IL LICENZIAMENTO individuale economico è illegittimo per "manifesta insussistenza", il giudice potrà reintegrare il lavoratore. In tutti gli altri casi di licenziamento per motivi oggettivi senza giusta causa, scatterà un'indennità tra le 12 e 24 mensilità, fissata dal giudice in base all'anzianità e ad altri parametri. È questa la modifica più importante alla riforma del mercato del lavoro che da ora ha anche un testo ufficiale.
Un trappolone ben congegnato, come ha dimostrato egregiamente Bruno Tinti, analizzando al microscopio proprio il concetto di "manifesta insussistenza". Ma ciò che passa scandalosamente sotto silenzio è la solerzia con la quale il Pd, insieme a quelli che non vogliono il decreto anticorruzione per salvare Berlusconi, ha votato la fiducia, accompagnata dai balbettii della sig. Camusso e dagli applausi di Bonanni che si vanta di essere un ottimo incassatore di batoste ("poteva andare peggio"). Mi chiedo per quale motivo dovremmo stare a disquisire di alleanze o liste civiche (si parla addirittura di una lista Saviano), per salvare il culo a gente come questa, che sputa sui diritti dei lavoratori e si fa persino tentare dall' "andare a vedere le carte" di una fantomatica riforma semipresidenzialista (D'Alema), che con i problemi del paese ci sta come una colonscopia per un'unghia incarnita. 
Ginsborg è fin troppo prudente nell'affermare che non è detto che i movimenti si alleino col PD. 
Cambiare l'Italia e invertire la tendenza alla demolizione dei diritti dei lavoratori è tutta un'altra storia.

martedì 15 maggio 2012

In morte di un rumeno


Che cosa può aver commesso di così grave ed efferato il rumeno morto in carcere a Lecce dopo 50 giorni di sciopero della fame, per aver subito una condanna a diciotto anni di carcere. Reati contro il patrimonio leggo. In pratica ha avuto gli stessi anni di Callisto Tanzi, condannato per un crack di 14,5 miliardi di euro. Avrà svaligiato la Banca d'Italia ho pensato. No per piccoli furti ripetuti a quanto pare, reati che sono stati cumulati, cosicché la reiterazione indipendentemente dall'entità delle somme sottratte diventa il vero reato. Premetto che so molto poco di materia giuridica, ma da quanto sono riuscito a capire le nuove norme in merito alla recidiva varate nel 2010 (confesso che non so se nel frattempo ci siano state modifiche), danno al giudice un certa discrezionalità nell'aumentare in maniera rilevante le pene detentive per quei per quei reati “non colposi”in cui: vi sia un accertamento in concreto, da parte del giudice, di una relazione qualificata tra i precedenti del reo ed il nuovo reato da questi commesso, che deve risultare sintomatico – in rapporto alla natura e al tempo di commissione dei fatti pregressi – sul piano della colpevolezza e della pericolosità sociale (da ultimo, ordinanza n. 171 del 2009). In pratica i reati che destano maggiore allarme sociale come ad esempio i furti nelle abitazioni, gli scippi, le rapine ecc, se reiterati e a seguito di condanne definitive portano ad un cumulo di pena sproporzionato rispetto all'entità in termini materiali dei reati commessi. I nostri legislatori si sa amano gli USA quando ciò gli fa comodo, e infatti hanno da quanto sembra tentatodi ricalcare una normativa americana che prevede addirittura l'ergastolo per i recidivi al terzo reato. Che dire poi dei vari tentativi di introdurre norme che prevedono un'aggravante derivata dalla natura sociale di chi commette il reato, proponendo categorie concettuali tipiche di un diritto penale d’autore. E’ tale un diritto penale che, a scapito della necessaria centralità del fatto di reato, prospetta una colpevolezza per il carattere del reo o per la sua condotta di vita, finendo per punire l’autore del reato non per quello che ha fatto, ma per quello che è o che si è “lasciato diventare”; per contro, un diritto penale del fatto, rispettoso del principio di colpevolezza, non può espandere il riferimento alla personalità dell’agente oltre i limiti di immediata e diretta rilevanza per la valutazione del fatto concreto.
Questa fondamentale problematica, riguardante la fisionomia stessa del diritto penale, è stata recentemente affrontata in modo esplicito dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 249/2010, avente tuttavia ad oggetto, non già la recidiva, ma l’art. 61, n. 11-bis, c.p., introdotto dal d.l. 23 maggio 2008, n. 92 (Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica), convertito dalla l. 24 luglio 2008, n. 125: tale disposizione prevedeva l’aggravante generale della clandestinità, consistente nell’“avere il colpevole commesso il fatto mentre si trova illegalmente sul territorio nazionale”.
La Corte ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 61, n. 11-bis, c.p., in quanto contrastante proprio con i principi che caratterizzano un diritto penale del fatto.
Le carceri italiane lo sappiamo sono colme oltre misura, i detenuti vivono in condizioni disumane. L'80% dei detenuti è costituito da tossici ed immigrati per il combinato disposto di leggi liberticide in materia di droghe(vedi legge Fini) e una normativa che penalizza i disgraziati e salvaguardia dei colletti bianchi, per i quali le depenalizzazioni come quella del falso in bilancio abbondano.
In una cosa sono d'accordo con i radicali: ci vuole un'amnistia subito, per poter poi ricominciare con una vera riforma delle giustizia.


sabato 5 maggio 2012

Addio art. 18 per gli statali



I «motivi disciplinari» saranno la chiave per fare licenziamenti individuali. Poi tanta mobilità, precarietà e tenure-track 

Tra sindacati, governo e autonomie locali è stata raggiunta la notte scorsa un’intesa per applicare al pubblico impiego i princìpi della «riforma del mercato del lavoro» che sono in discussione in Parlamento e contro cui la Cgil ha proclamato 16 ore di sciopero (comprese otto di mobiltazione generale).
Anche la Cgil, a quel che risulta dalle dichiarazioni contemporanee del ministero della Funzione pubblica e della Cisl (gli unici a prender parola, oltre al sindacato di base Usb, contrario all’intesa) avrebbe dato parere favorevole all’accordo. Aprendo di fatto un problema di credibilità per la mobilitazione tuttora in piedi contro la «riforma»: come si fa a chiamare la gente allo sciopero per impedire una riforma e contemporaneamente firmare accordi che ne accolgono «lo spirito» e le norme?
Il punto di partenza è stata la spending review, quell’analisi certosina delle singole voci di spesa pubblica che il governo ha affidato a Enrico Bondi. Il ministro della Funzione pubblica, Filippo Patroni Griffi, l’ha sfruttata presentandola come «occasione per superare l’approccio finanziario e ragionieristico della spesa pubblica ed avviare un processo di modernizzazione dell’amministrazione pubblica attraverso un’attività di profonda razionalizzazione». Insomma, visto che si dovrà tagliare comunque, vediamo di farlo in modo «concertato», in modo da evitare conflitti.
Su questo ha trovato i sindacati confederali disponibili, dopo le mazzate ricevute in sede di trattativa «politica» con Monti e Fornero, proprio sul «mercato del lavoro». Anche per loro è stata l’«occasione» di rigiocare un ruolo politico, anche se su un terreno di merito ormai completamente disegnato dalla controparte. In tutto il testo (sette pagine) non si fa praticamente menzione del rinnovo dei contratti nazionali di categoria (bloccati ormai da diversi anni, con relativo congelamento degli stipendi), né nella stabilizzazione dei precari (alcune centinaia di migliaia, secondo diverse stime), nè – infine – dello sblocco del turnover (da 7-8 anni non si fanno più assunzioni, e le amministrazioni pubbliche di ogni livello fanno ricorso a giovani precari o a costosissime e clientelari «consulenze»).
Pacificamente accettato anche il principio della «mobilità» del personale considerato in eccesso in alcuni comparti. Qui il ruolo «cogestionale» del sindacato viene benedetto esplicitamente, coinvogendolo «in tutte le fasi» e nell’individuazione dei «percorsi di riqualificazione». Com’è noto, la mobilità per i «pubblici» dura due anni, con stipendio all’80%, dopo di che o ricollocati (anche in altre regioni) o fuori per sempre («la seconda che hai detto», capiscono i diretti interessati).
Nulla da eccepire anche per quanto riguarda il principio di «valutazione della performance», da cui dovrebbero discendere «meccanismi atti ad assicurare la retribuzione differenziata in relazione ai risultati conseguiti». E chiunque sappia come funziona un ufficio pubblico fa in effetti fatica a capire quali potranno mai essere questi «meccanismi», oltre la più banale ossequienza verso i «capi». I quali, guarda caso, si vedranno riconosciuto un «ruolo rafforzato», così come «funzioni e responsabilità». Cosa dovranno mai fare, rispetto al passato?
Semplice: ad esempio gestire i «licenziamenti per motivi disciplinari». Il testo prevede infatti il «rafforzamento dei doveri disciplinari dei dipendenti», anche se «prevedendo garanzie di stabilità in caso di licenziamento illegittimo», secondo lo stesso meccanismo immaginato per le imprese private e in corso di approvazione al Senato. Si sta parlando dell’articolo 18, come avrete capito. Sul quale non solo non si sta davvero combattendo uan battaglia, ma che si dà per praticamente morto e sepolto – come detto più volte dal ministro Elsa Fornero e da Mario Monti. Ma con il consenso a questo punto delle principali sigle sindacali.
Il Protocollo di intesa, in effetti, parte proprio dalla definizione di «un nuovo modello di relazioni sindacali» che punta alla «partecipazione consapevole dei lavoratori ai processi di razionalizzazione, innovazione e riorganizzazione». Per ottenere un’adesione non conflittuale viene garantito che «il provvedimento legislativo» riconoscerà al contratto nazionale il ruolo di «fonte deputata alla determinazione dell’assetto retributivo» e ai sindacati un ruolo «in tutte le fasi dei processi di mobilità collettiva».
Ma sono le «regole riguardanti il mercato del lavoro» il cuore di tenebra di questo accordo. Si prevedono interventi «al fine riordinare e razionalizzare le tipologie di lavoro flessibile», convergendo esplicitamente verso quelle applicate al lavoro privato e confermate senza modifiche anche nella «riforma» in atto. E poi c’è tutto il capitolo della «flessibilità in uscita», anche se viene riaffermato che il lavoro a tempo indeterminato resta la «forma ordinaria» di rapporto (e del resto la specificità del lavoro «per lo Stato» sembra richiedere tutto, meno la «saltuarietà»).
Ma ci sono le novità anche per quanto riguarda le assunzioni, fin qui disciplinate dai concorsi pubblici, e culminanti del «giuramento» di fedeltà alla Repubblica. Viene invece introdotta la tenure-track, una forma anglosassone di «apprendistato» che mette il lavoratore – in genere un ricercatore – per molti anni in condizioni durissime, in modo da essere «testato» sotto ogni punto di vista; al termine del percorso c’è un esame e non è affatto certo che venga superato. In quel caso si ricomincia da capo, altrove. Come questo «percorso» possa essere «conciliato» con l’art. 97 della Costituzione («Agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso, salvo i casi stabiliti dalla legge») è un mistero. Ma l’accordo afferma che «se po’ ffà». In fondo ricorre spesso la formula «riordinare la disciplina… fermo restando…». Doroteismo, si sarebbe detto in altri tempi.

venerdì 20 aprile 2012

“Diaz”, morte accidentale di una democrazia

 
Un film che riporta l’attenzione sulle barbarie commesse dalla polizia tra il 21 e 22 luglio 2001, un “colpo allo stomaco” che trascura però le responsabilità politiche di quanto avvenuto. Lorenzo Guadagnucci, giornalista e una delle vittime delle giornate cilene – nel film è il personaggio interpretato da Elio Germano – ci dice la sua sulla pellicola del regista Vicari che tanto sta facendo discutere.

di Lorenzo Guadagnucci, Comitato Verità e Giustizia per Genova
da Micromega

 
Ho visto il film “Diaz” e mi è venuta in mente “Morte accidentale di un anarchico”, la pièce teatrale di Dario Fo sull’omicidio di Pino Pinelli. In un passaggio memorabile, verso la fine del testo, i personaggi discutono degli effetti che potrebbe avere sulla polizia lo scandalo dovuto alla scoperta che dietro le bombe esplose in varie città d'Italia si celano malefatte dello stato e depistaggi. Uno dei personaggi, la Giornalista, dice testualmente: “Io credo che uno scandalo del genere servirebbe a dar prestigio alla polizia. Il cittadino avrebbe la sensazione di vivere in uno stato migliore, con una giustizia un po’ meno ingiusta”. E poi un altro personaggio, il Matto: “Al cittadino medio non interessa che le porcherie scompaiano. No, a lui basta che vengano denunciate, scoppi lo scandalo e che se ne possa parlare... Per lui quella è la vera libertà e il migliore dei mondi, alleluia!”. E ancora la Giornalista: “Lo scandalo, anche quando non c’è, bisognerebbe inventarlo, perché è un mezzo straordinario per mantenere il potere e scaricare le coscienze degli oppressi”.

Ho pensato a questo passaggio perché “Diaz” colloca il suo racconto nell’arco di poche ore, fra il 21 e il 22 luglio 2001, e gioca tutte le sue carte, sul piano emotivo e della comunicazione, sul brutale pestaggio alla scuola Diaz, concedendo una coda per seguire uno dei personaggi nella caserma-carcere di Bolzaneto, luogo di maltrattamenti e torture, ma non offre elementi di fatto – come già fatto notare da Vittorio Agnoletto – sulle responsabilità operative e politiche di quanto avvenuto e sulla scelta compiuta negli anni seguenti dal vertice di polizia e dai responsabili politici, una scelta di legittimazione e copertura degli abusi e delle menzogne, anziché di ripudio, come l’etica democratica comanderebbe.

Il rischio è evidente: diventa difficile capire le ragioni che hanno portato alle violenze e ancor più difficile comprendere quale sia l’importanza odierna di quei fatti: sono un evento storico utile per “fare memoria” o riguardano l’attualità, il nostro futuro? Lo scandalo, se resta nel vago, non rischia d’essere una mera valvola di sfogo?

Il regista ha spiegato di aver fatto una precisa scelta: da cineasta ha voluto mostrare la terribile caduta dello stato di diritto avvenuta fra la scuola e la caserma-carcere, lasciando agli spettatori il compito di cercare nomi, risposte, spiegazioni. E agli attivisti il compito di proseguire la battaglia.
Il cuore del film è dunque la descrizione delle violenze, che finora nessuno aveva mostrato: non esistono fotografie né video su quanto accaduto dentro la Diaz e a Bolzaneto. Solo uno dei 93 malcapitati della Diaz, Christian Mirra, ha raccontato in una storia a fumetti la sua vicenda, offrendo così la prima rappresentazione grafica della macelleria – molto italiana, più che messicana – messa in atto nella scuola di via Battisti.

Il film, se avrà successo, se il “pugno allo stomaco” provato dai primi spettatori si trasformerà in passaparola, potrebbe riuscire nell’impresa di riproporre all’attenzione pubblica il “caso Genova G8”, o almeno il “caso Diaz”. Ma difficilmente il gruppo dirigente della polizia di stato e il ceto politico che lo difende (con viltà ormai bipartisan), accetteranno di entrare nella discussione. Sono riusciti a evitarlo quando i dirigenti di polizia sono stati chiamati in causa nome per nome e condannati in tribunale, si ripeteranno di fronte a uno “scandalo” che si ferma alla messa in scena delle violenze. Taceranno probabilmente anche il Massimo D'Alema che a caldo parlò di “notte cilena”, la Rosy Bindi che testimoniò vicinanza a Vittorio Agnoletto la mattina del 22 luglio, il Gianclaudio Bressa ottimo relatore fra 2006 e 2007 del progetto di istituire una commissione d'inchiesta (poi bocciato dal voto). La strategia del silenzio è la più efficace, quando c'è qualcosa da nascondere o una posizione poco difendibile da mantenere. E non saranno i grandi media a imporre la questione all'ordine del giorno.

Dietro l'angolo c'è dunque – nel migliore dei casi – uno scandalo del tipo indicato da Dario Fo ormai quarant’anni fa, con la gente che prova indignazione, si contorce nella sofferenza suscitata da certe immagini, percepisce quanto sia stata grave, e incompatibile con un regime democratico, la condotta della polizia di stato a Genova, ma tutto finisce lì. Magari con la sensazione – come dice la Giornalista nella “Morte accidentale” – di vivere in uno stato migliore, perché di certe cose è possibile parlare, dimenticando qual è il vero scandalo, e cioè che tutti, ma proprio tutti, i responsabili dell’operazione Diaz – dall’ultimo dei picchiatori, al più importante dei dirigenti – sono stati confermati ai loro posti, con i più alti in grado oggi impegnati in ruoli addirittura più elevati. E senza che lo stato, nella persona di un ministro, di un premier, dello stesso presidente, abbia mai avvertito la necessità di chiedere scusa alle vittime dirette degli abusi e – soprattutto – all’insieme della cittadinanza.

A ben vedere, lo scandalo è già stato neutralizzato e assimilato all’epoca delle clamorose sentenze di secondo grado (nel 2010), che hanno portato alle condanne non solo di decine di agenti e funzionari di basso livello, ma anche degli altissimi dirigenti, di rango nazionale, che hanno partecipato all’operazione Diaz: stiamo parlando dei massimi responsabili dei servizi operativi e investigativi. Queste condanne sono un fatto che non ha precedenti in Italia e forse in Europa, eppure non hanno portato a niente. L’intero arco parlamentare ha incredibilmente ribadito la propria fiducia nei dirigenti condannati, e il capo della polizia, così come ministri e primi ministri hanno potuto ignorare non solo i fatti storici ma anche l’esito delle inchieste e il giudizio dei tribunali.

Insomma, lo scandalo si è consumato, le coscienze si sono scaricate (la giustizia dopotutto ha fatto il suo corso), e “il prestigio della polizia è cresciuto”, in attesa che la Cassazione, a metà giugno, rimetta le cose a posto, come ebbe a dire il sottosegretario Alfredo Mantovano all'indomani delle condanne in appello: “Sono ragionevolmente convinto”, disse, “che la Cassazione ristabilirà l’esatta proporzione di ciò che è successo e scioglierà ogni ombra su fior di professionisti della sicurezza che oggi si trovano in questa situazione”.

Un film come “Diaz” sarebbe stato utile una decina d’anni fa, con le inchieste in corso e alcune vie d’uscita ancora aperte verso una decente credibilità democratica delle istituzioni. I fatti all’epoca erano già noti, le successive inchieste li hanno solo confermati.
Forse nel 2002, mostrarli, rendere evidente che il corpo speciale impiegato alla Diaz si prese il rischio di uccidere qualcuno durante la perquisizione, sarebbe servito ad alimentare una discussione seria e a concentrare l’attenzione sulla catena di comando all’interno della polizia e sul contesto politico nel quale vanno collocati gli scempi di Genova G8.

Nel 2012, con tutto ciò che nel frattempo è avvenuto, fermarsi alla descrizione delle violenze, senza raccontare quanto quell’abuso di potere sia stato aggravato, significa ignorare gli aspetti a questo punto più importanti. Il boicottaggio delle inchieste da parte della polizia di stato, il rifiuto opposto dagli altissimi dirigenti imputati di presentarsi in tribunale per rispondere alle domande dei pm, il mancato ripudio delle violenze e delle menzogne, le promozioni ottenute a inchieste in corso, sono tutti fatti che hanno portato a infimi livelli la credibilità degli attuali vertici di polizia.

Allo stesso modo, rimanendo sfumato il contesto nel quale il blitz alla Diaz si colloca – la straordinaria e coinvolgente mobilitazione genovese, il tragico fallimento della gestione dell’ordine pubblico –, nel film restano oscure le motivazioni che portarono al blitz. La perquisizione non fu decisa allo scopo di prendere un determinato gruppo di appartenenti al Blocco nero, ma per eseguire un congruo numero di arresti e ottenere un recupero in termini di immagine per la polizia di stato, raggiungendo anche un obiettivo politicamente interessante, ossia eseguire quegli arresti non in un posto qualsiasi fra i tanti possibili, ma nel quartier generale del Genoa social forum, appunto la scuola Diaz. Sono punti che sono stati messi in chiaro, il primo, dal vice capo della polizia dell’epoca, Ansoino Andreassi, che ha testimoniato in tribunale (guadagnandosi l’ostracismo del vertice di polizia); il secondo dallo stesso Silvio Berlusconi, il quale nella conferenza stampa finale – mostrata alla fine del film – annuncia che nella sede del Genoa social forum (lui lo chiama Global forum) sono stati arrestati appartenenti al Black Bloc, mentre il Gsf aveva negato qualsiasi relazione col Blocco nero.

Per tutte queste ragioni, alla fine, concordo col giudizio espresso dal critico Paolo Mereghetti sul Corriere della Sera, che ha trovato limitante – sintetizzo così il suo pensiero – la scelta del regista di fermarsi al racconto delle violenze, senza spingersi sul terreno delle responsabilità, “cancellando teorie, complotti – scrive Mereghetti – ma anche ‘giustificazioni’ e spiegazioni. [...] Alla fine le immagini lasciano un senso di incompiutezza, che non bastano le didascalie finali a riempire”.

A questo punto toccherebbe a noi, ai cittadini, ai movimenti, all'associazionismo, al giornalismo indipendente, cambiare il corso degli eventi, ma temo che in questo disastrato paese, anche per il “caso Diaz” ci apprestiamo all’avveramento della profezia di Dario Fo: un po’ di scandalo, un po’ di indignazione e una nebbia fitta intorno ai luoghi di massimo potere. Alleluia.

mercoledì 18 aprile 2012

Vladimiro Giacchè: "Da oggi Keynes è fuorilegge. Impossibile investire"

L'economista non ha dubbi: "Con il pareggio di bilancio si subordinano diritti fondamentali riconosciuti dalla Costituzione all'articolo 81"

di Daniele Nalbone (da today.it)

Sera di martedì 17 aprile. Il Senato ha appena inserito in Costituzione il pareggio di bilancio. Per capire gli effetti di questa riforma, abbiamo intervistato Vladimiro Giacchè, economista, autore del libro dal titolo "Titanic Europa - La crisi che non ci hanno raccontato" (ed. Aliberti, gennaio 2012).
Professor Giacchè, inziamo col provare a capire la base di questa riforma. Qual è la ratio del pareggio di bilancio in costituzione?
Il pareggio di bilancio, di fatto, sancisce l'illegalità del keynesismo. Secondo Jhon Maynard Keynes, nei periodi di recessione, con la 'domanda aggregata' insufficiente, era lo Stato, tramite il deficit spending, a far ripartire l'economia. Secondo questo principio, il deficit si sarebbe poi ripagato quando la crescita fosse ripresa. Ora, impedendo costituzionalmente il deficit di bilancio dello Stato - se non per casi eccezionali e comunque per periodi di tempo limitati - tutto ciò sarà impossibile. Da oggi il nostro paese abbraccia ufficialmente l'ideologia economica per la quale la priorità è evitare il deficit spending, ossia che lo Stato possa finanziare parte della domanda indebitandosi. Questa cosa può sembrare apparentemente ragionevole per paesi indebitati come il nostro, ma in realtà è assolutamente folle. Così facendo si stanno replicando gli errori drammatici degli anni '30: quando ci si trova alle prese con la recessione, oggi come ottanta anni fa, accade che i privati investono meno. Ed è qui che sarebbe fondamentale un deciso intervento pubblico, con investimenti che facciano in modo che la 'domanda aggregata', cioè l'insieme dell'economia, aumenti, per ripresa. Questi effetti benefici, poi, si riassorbirebbero negli anni a seguire con effetti positivi sui conti pubblici. Ad esempio, con un maggior introito di tasse, il governo avrebbe avuto un rientro maggiore. Da oggi, invece, questo non sarà più possibile. 
Cosa significa questo per un paese come l'Italia?
Semplicemente che sarà impossibile mettere soldi nei settori che invece richiedono un forte investimento. Ad esempio nella cultura, nella ricerca o nelle infrastrutture 'utili'. 'Utili' come la Salerno-Reggio Calabria, per intenderci, e non come il Ponte sullo Stretto. Non è un caso se il nostro è un paese che per la ricerca spende meno della media europea. Non è un caso se il nostro è un paese con un sistema scolare e post-scolare che versa in condizioni drammatiche a causa dei tagli iniziati nel 2008. Non è un caso se tra gli Stati europei il nostro è ai primi posti, insieme ai paesi più arretrati d'Europa (in primis Portogallo e Grecia), per bassa qualifica dei nostri lavoratori. Oggi abbiamo reso illegale il 'deficit spending'. Questo significa che sarà impossibile investire ma soprattutto attivare una serie di diritti previsti dalla nostra Costituzione: il diritto alla scolarità che non deve essere 'per ceto', l'assistenza sanitaria gratuita per tutti, il diritto a una serie di servizi alla persona. Ora, interpretando la Costituzione facendo perno sull'articolo 81 come modificato, tutti questi diritti primari non saranno più esigibili. O almeno saranno subordinati all'articolo 81. 
Lei quindi vede nel pareggio di bilancio un attacco ai diritti di base che dovrebbero essere costituzionalmente garantiti?
La questione è molto semplice. Il senso di questa riforma costituzionale è che se uno 'vuole' dei diritti, se li deve pagare. Non sarà più lo Stato a raccogliere risorse per i suoi cittadini. Peccato, però, che guardando alla crescita economica di lungo periodo, per uscire da una crisi come quella che stiamo attraversando, servirebbero tutta una serie di investimenti che il privato non si sobbarcherà mai. 
Nell'inserimento in Costituzione del pareggio di bilancio, si lega la crescita al Prodotto interno lordo. Cosa significa questo?
Partiamo dal precedente governo. Per diverso tempo Tremonti all'epoca del suo dicastero all'Economia ha ingannato i mercati facendo leva su false previsioni di crescita, parlando di una crescita maggiore di quella che si sarebbe poi verificata. Ma il meccanismo di queste 'bugie' era chiaro: si aveva bisogno della crescita per far si che il deficit diminuisse. Comunque la si voglia vedere, i dati di fatto da cui partire per analizzare le conseguenze di questa riforma sono due. Il primo: con la crisi, sono diminuite le entrate fiscali e sono aumentate le spese per gli ammortizzatori sociali. Il secondo: si continua a incentrare qualsiasi analisi sul rapporto tra debito e Pil. Dove il debito è il numeratore e il Pil il denominatore. Ma io posso far calare il numeratore all'infinito (in questo caso, tagliando all'inverosimile la spesa pubblica), ma se è il numeratore a diminuire più velocemente (e il Pil è la ricchezza prodotta), ecco che il rapporto sarà sempre destinato a peggiorare. Sembra una cosa evidente, ma per qualcuno al governo evidentemente non lo è. Basterebbe ragionare partendo da questo aspetto per capire che una vera manovra per uscire dalla crisi dovrebbe essere calibrata per fare in modo che si impedisca al Pil di scendere. Cosa che, invece, puntualmente accade con ogni manovra di austerity. Dopo i 55 miliardi di tagli di Berlusconi, siamo ai 30 miliardi di tagli di Monti. Ma questi 85 miliardi di tagli hanno impattato fortemente sulla crescita. Si è lavorato sullo 'stabilizzatore keynesiano' ma al contrario. E' crollata la domanda privata, e di riflesso è crollata la domanda pubblica. Così, di colpo, abbiamo settori di imprese rivolte al mercato interno in grave difficoltà, mentre quelle imprese che lavorano sul mercato estero sono in ripresa. Ma così si è soltanto indebolita l'economia italiana.
Vede 'la Grecia' come un rischio per il nostro paese?
Qui la sfida è una crescita reale, possibile solo abbandonando le ricette adoperate negli ultimi tempi. Se si riduce drammaticamente la spesa pubblica in tempo di crisi, il futuro è la Grecia. C'è poco da girarci attorno. Con i tagli su tagli, l'economia greca di obbedienza all'Unione europea è crollata del 6,5% per tre anni consecutivi. E' praticamente implosa. E il Pil crollato. Il risultato, per fare esempi chiari da vita quotidiana, è che oggi in Grecia si comprano il 20% in meno di medicine. E parliamo di un bene essenziale. Con la Grecia si è andati dietro l'ideologia folle che nasce dall'incomprensione di quanto è successo. Il debito pubblico non è la causa della crisi, ma la sua conseguenza. Il debito pubblico nasce dal tentativo di tamponare la crisi, ad esempio salvando le banche. Un esempio: la Germania ha 'coperto' le banche con qualcosa come 200miliardi di euro negli ultimi dieci anni. Risultato: il debito pubblico tedesco è cresciuto di 750miliardi di euro in dieci anni. La cosa bizzarra, però, è che i tedeschi hanno adottato misure di compensazione del deficit spending per far fronte a questa situazione e nel 2009 hanno speso il 3% del Pil per salvare le loro imprese. Ebbene, quella stessa Germania oggi impone il divieto di deficit spending ai paesi più deboli dell'Unione europea.
Quale sarebbe, secondo lei, una possibile via d'uscita dalla crisi?
Ce n'è una sola: guardare meno al giorno per giorno e progettare per il lungo periodo. Purtroppo il nostro governo tecnico nasce per l'emergenza e non riesce a progettare nel lungo periodo, anche perchè per farlo servirebbe una larga investitura popolare. Ma se continuiamo a vivere nell'emergenza, e questo governo continua a fare politiche 'da stato di emergenza', è inevitabile infilarci in un tunnel senza uscita. Non è un caso che per alcuni istituti il Pil quest'anno diminuirà del 2,6%, con una diminuzione prevista per il prossimo anno del 2,9%. Stando così le cose, sarà inevitabile dover ricorrere a nuove manovre di austerity. Ed ecco qui la spirale, innestata proprio dal vincolo costituzionale del pareggio di bilancio. Facendo due rapidi calcoli a partire dall'obbligo sancito dal 'Fiscal compact' di dover ridurre il debito pubblico del 5% annuo per quanto eccede il Pil del 60% - ergo, un ventesimo del Pil - ecco che per un certo numero di anni il nostro paese sarebbe chiamato a manovre annuali di 45miliardi di euro. Senza considerare quanto paghiamo di interessi sul debito: nel 2012 qualcosa come 72 miliardi di euro. Di fatto, l'Italia per i prossimi anni sarebbe costretta a manovre, per ridurre il suo debito pubblico, di circa 120miliardi di euro l'anno. Una follia. O meglio, la perfetta ricetta per il disastro economico. Un disastro motivato dall'assurda idea di fondo che si debba cancellare il debito pubblico. Ma la realtà è un altra: nessuno ti chiede di azzerare il debito. Quello che interessa i mercati, infatti, non è che il debito venga cancellato ma che si stabilizzi. L'obiettivo dovrebbe essere non far crescere tendenzialmente il debito. 

Regressione costituzionale - pareggio di bilancio e svendita della costituzione -

Gianni Ferrara da Il Manifesto
 
Con l'approvazione del Senato in seconda deliberazione si è concluso ieri il procedimento di revisione dell'art. 81 della Costituzione. Male. Un giudizio non tanto distante da quello che si arguiva dalle parole di chi dichiarava, dai banchi della sinistra, un voto più disciplinato che convinto.
Con l'approvazione di tale legge costituzionale, la politica economica è sottratta al Parlamento italiano, al Governo italiano, al corpo elettorale italiano. Con tale approvazione la nostra Costituzione non è più nostra. È stata trasformata in strumento giuridico funzionale ad un feticcio, quello neoliberista, che la tecnocrazia finanziaria europea interpreterà volta a volta dettando le misure che dispiegheranno la mistica del feticcio.
Con tale approvazione un altro demerito si accompagnerà a quelli sciaguratamente ottenuti dal nostro paese in tema di regimi politici. Il demerito di aver inventato un nuovo tipo di Costituzione. A quelle scritte, consuetudinarie, flessibili, rigide, programmatiche, pluraliste, liberali, democratiche, lavoriste, si aggiungerà la Costituzione abdicataria, una costituzione-decostituzione. Un ossimoro istituzionale che preconizza una recessione seriale che, partendo dalla neutralizzazione della politica, porterà alla compressione dei diritti e poi alla dissoluzione del diritto, sostituito dalla mera forza del dominio economico.
Emerge, improrogabile, la necessità di un intervento. Votando questa autentica regressione costituzionale, i gruppi parlamentari della strana maggioranza delle due camere hanno tenuto in irresponsabile dispregio i giudizi di economisti di molti paesi del mondo, tra i quali 5 premi Nobel, di giuristi di varie discipline. Su un tema così intrinseco alla sovranità popolare, e su cui, e non per caso, è stato stesa una coltre fittissima di silenzio, hanno escluso che potesse pronunziarsi il corpo elettorale. I fondati dubbi sulla legittimità costituzionale della legge elettorale da cui deriva la loro presenza in parlamento non ne hanno frenato la cupidigia di sottomettersi al diktat della Cancelliera tedesca. Hanno respinto anche la richiesta di approvarla pure questa legge, ma non con la maggioranza dei due terzi, quella che impedisce l'indizione di un referendum su tale gravissima spoliazione della sovranità nazionale. Ci resta ora un solo strumento per chiedere a questo o al prossimo parlamento di invertire la rotta.
Un solo modo per impegnarsi nella difesa di una conquista di civiltà arrisa con il riconoscimento, nel secolo scorso, dei diritti sociali. Sono quelli messi per primi in grave ed imminente pericolo dal feticcio liberista. Lo strumento che ci resta è quello di una proposta di legge costituzionale di iniziativa popolare, ai sensi dell'articolo 71 della Costituzione, con cui integrare l'art. 81 in modo che le entrate dello stato, delle regioni e dei comuni siano riservate per il cinquanta per cento ad assicurare direttamente o indirettamente il godimento dei diritti sociali.
Imponendo quindi che nei bilanci di previsione dello stato, delle regioni, dei comuni, il cinquanta per cento della spesa risulti complessivamente destinato a garantire direttamente o anche indirettamente i diritti: alla salute, all'istruzione, alla formazione e all'elevazione professionale delle lavoratrici e dei lavoratori, alla retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro, all'assistenza sociale, alla previdenza, all'esistenza dignitosa ai lavoratori e delle loro famiglie. Si tratta dei diritti riconosciuti dagli articoli da 32 a 38 della Costituzione. Si tratta di creare una garanzia efficace per i diritti, volta sia a neutralizzare gli effetti delle disposizioni inserite nell'articolo 81 della Costituzione e pericolosissime per i diritti sociali, sia a precludere, o almeno a ridurre, la spesa pubblica per armamenti, per grandi e disastrose opere, per variegate clientele. Ad ipotizzarla non è la stravaganza di un vecchio costituzionalista, testardamente convinto della necessità storica della democrazia di pervadere la base economica della società. È contenuta nella Costituzione della Repubblica del Brasile, all'articolo 159 ed è specificata in quelli lo seguono, la riserva di bilancio a favore dei diritti sociali.
Raccogliere cinquanta mila firme e più, tante, tante altre ancora, per sostenere una proposta di legge costituzionale di iniziativa popolare con i contenuti indicati è possibile. È doveroso. A tema centrale della prossima campagna elettorale per il rinnovo del parlamento va posta la garanzia finanziaria dei diritti sociali. Di fronte al pericolo del crollo di un pilastro della civiltà giuridica e politica, dobbiamo usare tutti gli strumenti della democrazia costituzionale che ci sono rimasti. Non possiamo altrimenti.