Visualizzazione post con etichetta politica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta politica. Mostra tutti i post

venerdì 12 agosto 2016

L’uscita dall’euro non è un tema da “oracoli”

di Nadia Garbellini da economiaepolitica

 
La controversia sulla possibile implosione dell’attuale eurozona e sulle conseguenze di un abbandono della moneta unica risulta tuttora pervasa da un diffuso dogmatismo. I fautori dell’uscita dall’euro sono accusati di semplificare il problema e di restare volutamente nell’ambiguità per non affrontare la questione decisiva inerente a quale politica economica adottare e quali interessi sociali difendere una volta fuori dall’Unione. In alcuni casi si tratta di una critica assolutamente fondata. Tuttavia, è soprattutto tra i sostenitori della permanenza nell’euro che sembra prevalere una retorica banalizzatrice, che in alcune circostanze rasenta la superstizione. Molti di questi, infatti, continuano ad agitare lo spauracchio della catastrofe economica in caso di uscita dall’euro senza prendersi la briga di fornire la minima evidenza scientifica a sostegno delle loro predizioni. Questa tendenza all’oracolismo caratterizza non solo i giornalisti ma sembra diffondersi anche tra alcuni economisti e policymakers coinvolti nella discussione. Un celebre esempio è fornito dal Presidente della BCE Mario Draghi, che in un’intervista del 2011 sostenne che «i paesi che lasciano l’eurozona e svalutano il cambio creano una grande inflazione» (Draghi 2011). Da queste poche parole diversi commentatori hanno tratto l’implicazione che uscire dall’eurozona determinerebbe una violenta caduta del potere d’acquisto dei redditi fissi, in particolare dei salari dei lavoratori. Nessuno, per quel che ci risulta, si è posto il problema di verificarle empiricamente.
In due studi realizzati con Emiliano Brancaccio e pubblicati sulla Rivista di Politica Economica e sullo European Journal of Economics and Economic Policies, abbiamo cercato di affrontare il tema dei possibili effetti di un’uscita dall’euro alla luce delle evidenze storiche disponibili. Basate su una statistica descrittiva e un’analisi inferenziale di un campione di 28 episodi di uscita da regimi di cambio fisso tra il 1980 e il 2013, le nostre ricerche si sono soffermate sulle ripercussioni di tali eventi su tre variabili: l’inflazione, i salari reali e le quote di reddito nazionale spettante ai lavoratori (Brancaccio e Garbellini 2014; 2015). Più di recente, da una applicazione di quella metodologia è scaturito il contributo di Realfonzo e Viscione (2015) i quali hanno esteso l’analisi ad altre variabili macroeconomiche, tra cui le esportazioni nette, la crescita del Pil e l’occupazione. La conclusione di Realfonzo e Viscione è la seguente: “ […] a meno di un auspicabile cambiamento in senso espansivo e redistributivo delle politiche europee, l’uscita dall’euro potrebbe essere la soluzione scelta da alcuni paesi in un futuro non lontano. E ciò potrebbe anche rianimare l’economia. Ma non è sufficiente un ritorno alla sovranità monetaria e alle manovre di cambio per cancellare, come d’incanto, i problemi legati alle inadeguatezze degli apparati produttivi o alla sottodotazione di infrastrutture materiali e immateriali. La lezione più importante che possiamo trarre dall’esperienza storica è che i risultati in termini di crescita, distribuzione e occupazione dipendono […] più che dall’abbandono del vecchio sistema di cambio in sé, dalla qualità delle politiche economiche che si varano una volta tornati in possesso delle leve monetarie e fiscali”. Tali considerazioni hanno dato avvio a un interessante dibattito su questa rivista. Alcune delle repliche a Realfonzo e Viscione, però, sembrano avere eluso lo sforzo dei due autori, che condividiamo, di legare ogni giudizio sull’euro a precisi riferimenti analitici. In questo senso tali repliche rischiano anch’esse di assecondare una retorica di tipo “oracolistico”. A valle della discussione può dunque essere utile tornare sul terreno della ricerca, approfondendo ulteriormente alcuni aspetti salienti dei due studi la cui metodologia ha ispirato il recente contributo di Realfonzo e Viscione.
Provo innanzitutto a riassumere i risultati chiave dei nostri due lavori. In primo luogo, guardando i paesi ad alto reddito procapite, abbiamo rilevato che gli episodi di abbandono di regimi di cambio fisso sono associati a una crescita dell’inflazione di poco superiore a due punti percentuali nell’anno dell’uscita dal regime di cambio, e addirittura a una riduzione dell’inflazione nei cinque anni successivi all’uscita rispetto ai cinque anni precedenti. Siamo giunti così alla conclusione che, per quanto riguarda i paesi ad alto reddito, il pericolo di una «grande inflazione» evocato da Draghi non trova riscontri storici adeguati. In secondo luogo, dalla parte inferenziale dei nostri studi è emerso che pure in presenza di aumenti dell’inflazione contenuti e temporanei, le uscite da regimi di cambio fisso risultano correlate in media a riduzioni non trascurabili dei salari reali e della quota di reddito nazionale spettante ai salari. D’altro canto, abbiamo fatto notare che si tratta di riduzioni non troppo diverse da quelle che già si stanno registrando dentro l’eurozona nei paesi maggiormente colpiti dalla crisi. In terzo luogo, al di là degli andamenti medi, abbiamo segnalato che la dinamica dei salari reali e della quota di reddito spettante al lavoro è caratterizzata da un’alta variabilità tra paesi. In particolare, l’impatto sulle due variabili sembra cambiare molto a seconda dei diversi indirizzi di politica economica con cui i vari paesi affrontano l’abbandono dei cambi fissi: controlli sui movimenti di capitale, nazionalizzazioni e maggiori protezioni del lavoro potrebbero in questo senso essere associate a una sostanziale tenuta delle retribuzioni reali e delle quote salari, e talvolta addirittura a loro aumenti. L’importanza dei diversi modi in cui l’uscita viene gestita risulta confermata anche dall’analisi di Realfonzo e Viscione sugli andamenti della bilancia commerciale, del prodotto e degli occupati.
A quanto pare, dunque, le evidenze disponibili da un lato indicano che l’abbandono di un regime di cambio solleva svariati problemi, ma dall’altro segnalano che lo si può affrontare governando le variabili macroeconomiche, in particolare salvaguardando le retribuzioni dei lavoratori. E’ interessante notare che la letteratura mainstream non esclude questa eventualità ma tende ad associarla a un andamento negativo della produzione e dell’occupazione. Basti citare gli studi di Eichengreen e Sachs (1984) e di Fallon e Lucas (2002), dai quali emerge la tesi secondo cui l’abbandono di un cambio fisso e la conseguente svalutazione possono favorire la ripresa economica solo nella misura in cui siano accompagnati da una riduzione dei salari reali. Considerazioni simili sono state recentemente avanzate anche da altri economisti impegnati nel dibattito sull’euro, tra cui Michele Boldrin. Tali conclusioni vengono tuttavia criticate nel secondo dei due papers che abbiamo pubblicato: applicando la tecnica di Eichengreen e Sachs al nostro campione di episodi abbiamo rilevato che, dopo l’abbandono del cambio fisso, se una relazione tra salario reale e produzione esiste, essa non è affatto negativa ma al limite è positiva (vedi figura 1).
Figura 1 – Salario reale e indice di produzione industriale a seguito di crisi valutarie


Fonte: Brancaccio e Garbellini (2015)
E’ opportuno chiarire che le tecniche adoperate nei nostri studi non necessitano di alcuna ipotesi teorica del tipo “ceteris paribus”; esse pertanto non sono soggette alla critica che Paolo Guerrieri ha rivolto a quelle indagini sugli effetti dell’uscita dall’euro basate su una logica di “equilibrio parziale” (Guerrieri 2015). Una critica diretta alla nostra metodologia è invece provenuta da Angelo Baglioni dell’Università Cattolica, che in un dibattito televisivo  ha sostenuto che le passate esperienze di crisi dei regimi di cambio fisso non costituiscono un valido punto di riferimento per indagare sulle conseguenze che deriverebbero da un evento assolutamente eccezionale come l’uscita dall’euro. In particolare, Baglioni ha affermato che l’eventuale abbandono dell’euro da parte di un paese darebbe inizio a una sequenza di uscite a catena anche di altri paesi, determinando così effetti sistemici impossibili da prevedere sulla base delle evidenze passate. Questa tesi è stata in parte ripresa anche da Mauro Gallegati, con argomenti robusti e per più di un verso condivisibili (Gallegati 2015). Nel complesso, tuttavia, essa non può essere accolta. La rilevanza della storia passata nell’esame di possibili eventi futuri non va mai esagerata ma rinunciarvi completamente significherebbe rinchiudersi nello spazio fondamentale ma insufficiente della pura analisi teorica, senza alcun supporto proveniente dall’indagine empirica. Del resto, la stessa idea di Baglioni secondo cui l’uscita dall’euro provocherebbe abbandoni a catena della moneta unica e quindi costituirebbe per questo un evento eccezionale, è contestabile alla luce della stessa evidenza storica: uscite da regimi di cambio fisso che abbiano provocato tracolli valutari a catena si sono più volte verificate in passato, al punto da caratterizzare quella che in letteratura va sotto il nome di “terza generazione” di modelli sulle crisi valutarie.
Ovviamente, laddove gli “oracoli” possono agevolmente spaziare nella totalità dello scibile umano, la ricerca scientifica procede sempre a piccoli passi e su obiettivi circoscritti. In questo senso bisogna riconoscere che le nostre analisi gettano luce solo su alcune delle possibili conseguenze di un’uscita dall’Unione monetaria europea. Esse potranno quindi non soddisfare chi, come Salvatore Biasco, oggi sembra insistere sul convincimento che i principali effetti negativi di un abbandono dell’euro deriverebbero da una grave crisi sui mercati finanziari (Biasco 2015). Il problema è che queste, come altre obiezioni, non potranno mai essere valutate sul piano analitico se rimangono a un livello meramente narrativo. Più pregnante, a questo proposito, mi sembra il contributo di chi in questi mesi ha preso spunto da un modello del Levy Economics Institute per sostenere che anche le ripercussioni finanziarie di una eventuale uscita dall’euro dipenderebbero principalmente dalla capacità o meno di controllare i conti verso l’estero. La Grecia, da questo punto di vista, sembra trovarsi in una situazione di relativa difficoltà (Brancaccio e Zezza 2015). E l’Italia? Ecco una domanda alla quale sarebbe utile rispondere, possibilmente su robuste basi analitiche.
In definitiva, le evidenze di cui disponiamo sollevano una questione essenziale che viene troppo spesso trascurata sia dai nemici dell’euro che dai suoi apologeti e che è stata invece sottolineata dal “monito degli economisti” pubblicato sul Financial Times nel 2013: l’abbandono della moneta unica porrebbe i decisori politici di fronte a una scelta cruciale tra varie possibili modalità di gestione dell’uscita, ognuna delle quali avrebbe ripercussioni diverse sulle diverse classi sociali (AA.VV. 2013). E’ opportuno notare, a questo proposito, che in Italia e altrove le piattaforme politiche espressamente avverse all’euro si stanno sempre più intrecciando a proposte palesemente reazionarie, come la flat tax o la guerra agli immigrati. Gli interessi di classe che queste piattaforme intendono rappresentare sono in parte diversi da quelli che attualmente dominano la scena politica europea, ma non c’è nessun motivo logico per sperare che sarebbero maggiormente in sintonia con le istanze dei lavoratori e delle fasce più deboli della società. Anzi, è possibile che tali soluzioni reazionarie trovino a un certo punto una sintesi con quelle oggi prevalenti, in un accrocco perverso tra liberismo e xenofobia che è stato giustamente definito “gattopardesco”. Se la crisi europea dovesse intensificarsi, c’è motivo di ritenere che tali posizioni finirebbero per rafforzarsi. Se così andasse, un pezzettino di responsabilità ricadrebbe anche su quegli “oracoli” che pur di difendere la moneta unica hanno abbandonato il difficile campo della riflessione analitica preferendo quello ben più comodo del dogmatismo.

*Università di Bergamo

Bibliografia
AA.VV. (2013), The Economists’ Warning: European governments repeat mistakes of the Treaty of Versailles, Financial Times, 23 september. Sito web: www.theeconomistswarning.com.
Biasco, S. (2015). Euroexit, la domanda chiave è: cosa succederebbe ai mercati finanziari?, economiaepolitica.it, 9 febbraio.
Brancaccio, E., Garbellini N. (2014). Sugli effetti salariali e distributivi delle crisi dei regimi di cambio. Rivista di Politica Economica, luglio-settembre.
Brancaccio, E., Garbellini, N. (2015). Currency regime crises, real wages, functional income distribution and production. European Journal of Economics and Economic Policies: Intervention, 2.
Brancaccio, E., Zezza, G. (2015), La Grecia può uscire dall’euro?, Il Mattino, 2 febbraio.
Draghi, M. (2011), FT Interview Transcript, Financial Times, edited by  Lionel Barber and Ralph Atkins, 18 December.
Eichengreen, B., Sachs, J. (1984). Exchange rates and economic recovery in the 1930s, NBER Working Paper Series, National Bureau of Economic Research, 1498.
Fallon, P.R., Lucas, R.E. (2002). The impact of financial crises on labor markets, household incomes, and poverty: a review of evidence, The World Bank Research Observer, 17, 1, p. 21-45.
Gallegati, M. (2015). Europa politica o fine dell’euro, economiaepolitica.it, 10 marzo.
Guerrieri, P. (2015). Uscire dall’euro non conviene all’Italia e all’Europa, economiaepolitica.it, 20 aprile.
Realfonzo, R., Viscione A. (2015). Gli effetti di un’uscita dall’euro su crescita, occupazione e salari, economiaepolitica.it,22 gennaio.
 

venerdì 5 luglio 2013

Il circo Barnum

Tonino D’Orazio

Nel suo celebre circo ognuno poteva trovare qualcosa di divertente: in effetti i numeri e le attrazioni erano talmente vari che ce n'era davvero per tutti i gusti, diffondendo tra l’altro un buon numero di notizie fasulle.
Parola d’ordine del governo Letta: galleggiare finché non si modifica profondamente la Costituzione e si possa tenere democraticamente il popolo al guinzaglio. Prima si pensava bastassero 8 mesi, tutti sapevano che meno di 18 mesi diventava tecnicamente impossibile, anche con un Napolitano scatenato e un parlamento “scatola di tonno” giorno dopo giorno. Una menzogna può sempre tirarne un’altra. “Ma l’impegno e l’obiettivo sarà il completamento delle riforme costituzionali e il completamento della riforma della politica”. A colpi di decreti? Perché no. Se Letta può già permettersi di dire che all’ultimo Consigli dei Ministri: "Abbiamo abrogato il termine province da tutti gli articoli della Costituzione.” Forse lo si può fare anche per altre parole, magari “il lavoro”. A parte la sostanza, ma è così facile? Dopo che il Consiglio Supremo della Difesa (della guerra), d’accordo con Re Giorgio, ha esautorato il Parlamento da qualsiasi decisione in merito, penso proprio di sì. Un colpetto alla volta.

Fare finta di “fare” e dare soluzione a problemi impossibili rinviando a domani o a dopodomani. La coniugazione del “fare” al futuro è d’obbligo. Poi, il futuro è talmente aleatorio. Basta una nevicata su New York, o uno dei 2.000 tifoni l’anno da qualche parte sul globo, per impedire, al momento opportuno, la realizzazione anche del “fare”.
Rinvio dell’Imu: "Imu, riforma entro Ferragosto". Non si parlava di ottobre? Il Pdl dice che non si pagherà, è un punto fermo di Berlusconi, a costo di aumentare tutto il resto, magari un anticipo maggiorato dell’Irpef. Il FMI: "L'imposta sulla prima casa andrebbe mantenuta". Ministro Saccomanni: "Ne terremo conto". Ministro Fassina (Pd): “Sull’Imu il Fmi ha ragione”. Letta: "Ma per Imu e Iva soluzione difficile". Intanto rinviamo a ferragosto, mentre, anche se pochi, gli italiani stanno al mare. Una specie di self service, ognuno la prenda come vuole. E' la tecnica Barnum.

"In autunno - dice Letta - ci sarà la legge di stabilità che sarà centrata sullo sviluppo, sul rilancio economico, sulla capacità di ridurre le tasse, in particolare sul lavoro". Stessa frase di Monti più di un anno fa. Ma anche di tutti gli altri governi di questi ultimi anni. Aspettando Godot. Ci vorranno 18 mesi per far ripartire l’economia italiana. Claudio Andrea Gemme, presidente di Anie Confindustria: "La domanda non è quando ci sarà la ripresa ma se, al momento della ripresa, ci saranno ancora le nostre aziende". Aggiunge che la flessibilità di bilancio potrebbe rivelarsi "un fuoco di paglia" e "le misure in materia di occupazione giovanile inadeguate e riduttive".
Il ministro dello Sviluppo economico, Zanonato: “ Il Governo e' impegnato a pagare i debiti della Pa alle imprese il prima possibile, (l’avevano già detto due mesi fa e lo specchietto era di 40 miliardi) ma non e' in grado di promettere che l'intero importo verrà saldato entro il 2013. Mi piacerebbe tanto ma non so se si potrà fare”. Letta: il governo e' intenzionato ad accelerare il pagamento in autunno.

«Ce l'abbiamo fatta! Commissione Ue annuncia ora ok a più flessibilità per i prossimi bilanci per i Paesi come Italia con conti in ordine. Serietà paga», urlo sguaiato di Letta su Twitter.

Ripartiamo dalle cose serie. Il lavoro e il teatrino in atto.
Michele Perini, presidente di Fiera Milano Spa. Il ministro Fornero? "E' il peggior ministro della Repubblica Italiana dalla sua nascita. Perché ha lasciato a casa centinaia di migliaia di giovani". La Fornero è una persona incapace di intendere e di volere". "Alle aziende ha solo causato danni. Ha creato danni a centinaia di migliaia di giovani. Adesso hanno davanti il nulla. Bisogna cancellare la sua riforma se vogliamo ripartire.”
Intanto si spezzetta nuovamente il mercato del lavoro. Niente fondi per gli adulti, o over 55 anni (che dovranno, se ci riescono, lavorare fino a 70 anni!), solo per i giovani e possibilmente non laureati (tanto quelli sono benvenuti all’estero) e nemmeno diplomati. Insomma apprendisti di basso livello, possibilmente a vita. La balla? Un po’ meno del milione di posti di lavoro di berlusconiana memoria, diciamo 200.000, è quasi credibile. Non c’è modo migliore di distribuire ai datoriali l’1,7 miliardi ottenuto da Bruxelles (inclusa la quota parte spettante a noi, ancora da reperire) facendo finta di sviluppare un sembiante di ulteriore lavoro precario, cioè inutile appena finiscono i soldi o i padroni utilizzano la forma canonica del licenziamento “per motivi economici”. Spettacolo déjà vu, ma veramente fino alla nausea.
Basta raffrontare la modestia di questa cifra ai costi del debito pubblico, ed a quelli del Fiscal compact, per rendersene conto. Solo di interessi il debito pubblico costerà quest'anno 85 miliardi come minimo. Mentre il Fiscal compact, che entrerà in vigore nel 2014, comporterà un drenaggio di risorse pari a 55 miliardi annui per 20 anni. Siamo di fronte all'uso dell'aspirina per combattere il cancro.
Quindi è un governo che non produce niente, solo propaganda palesemente buffonesca, per farci dimenticare che rimane perfettamente al servizio di oligarchie internazionali. Anzi ne fanno parte e sono responsabili della macelleria sociale in corso. Continuano ad essere ridicoli nell’illusione di essere “salvatori della patria”.
La caratteristica che rese celebre l'effetto Barnum fu la tendenza dell'individuo a credere che una descrizione, un oroscopo, una notizia pompata, eccetera, siano ritagliati perfettamente su misura propria e su interessi personali, anche quando essi sono formulati in termini molto generici, soprattutto perfettamente falsi e sembianti a verità. Cioè c’è chi ci crede (o ci casca) sempre. E sono anche tanti, una moltitudine di individui, come direbbe Toni Negri. Per questo il Circo governativo è uno spettacolo costante, tutto da ridere, se non fosse tragico. Invece Phileas Taylor Barnum raggiunse l'apice quando denunciò se stesso come mistificatore, inteso come colui che deforma a proprio vantaggio la realtà altrui. Abbiamo ancora il tempo di aspettare per vedere se succede anche da noi?


domenica 30 giugno 2013

Le Stelle e l'Impegno

di Pergiorgio Odifreddi 

Margherita Hack, la Signora delle Stelle, se n’è andata a 91 anni. Era da tempo gravemente malata, ma aveva deciso di non curarsi più, lasciando alla Natura la decisione di quando richiamarla a sé. Fino all’ultimo, dunque, è rimasta coerente con la sua figura di intellettuale impegnata. Da un lato, concentrata nello studio e nell’apprezzamento delle bellezze del cosmo. L’astrofisica Margherita Hack. Dall'altro lato, incurante delle convenzioni stabilite e insofferente delle superstizioni condivise.

Fin dalla giovinezza, aveva imparato a vivere sana. Era nata in una famiglia vegetariana e non aveva mai mangiato carne, facendo sua la motivazione esposta dal filosofo Peter Singer nell’ormai classico libro Liberazione animale (Mondadori, 1991): il fatto, cioè, che mangiare gli animali richiede di causare loro enormi sofferenze, dalla nascita alla morte, e rende complici di quella che la Hack chiamava una «ecatombe giornaliera».
A chi prova a sostenere con lei che un bambino necessita di carne per crescere, la Hack rispondeva che non solo lei era cresciuta benissimo, senza mai aver avuto malattie serie, ma aveva potuto praticare sport agonistici, diventando in gioventù campionessa di salto in alto e in lungo. E ancora a ottant’anni faceva giri in bicicletta di 100 chilometri e giocava a pallavolo.
L’altra faccia del vegetarianesimo della Hack era il suo famoso amore per i gatti, dei quali viveva circondata in casa, e che spesso si vedevano gironzolare attorno a lei, o sederle vicino, durante le interviste registrate o gli interventi in video-conferenza. Come quello nel quale l’abbiamo vista l’ultima volta, il 9 maggio scorso a Pisa, nei Dialoghi dell’Espresso dedicati al tema “Perché la ricerca è indispensabile”.
Questo intervento non fu che l’ultima testimonianza pubblica di una grande affabulatrice, che col passare del tempo aveva dedicato sempre più energie a raccontare, a voce e per iscritto, le meraviglie delle stelle e dell’universo. E poiché lo faceva con grande passione e altrettanta chiarezza, era ormai diventata la più famosa divulgatrice scientifica italiana, contendendo alla Levi Montalcini il primato per la popolarità.
Le sue conferenze erano affollate come concerti, e sentirla raccontare le ultime scoperte astronomiche era un vero piacere per le orecchie e per la mente. D’altronde, era quello il suo vero lavoro, forse più nascosto e meno noto al pubblico. Aveva cominciato a interessarsene fin dalla sua tesi di laurea, nell’ormai lontano 1945, sulle Cefeidi. Aveva poi insegnato astronomia a Trieste, dove tuttora viveva, dirigendone per quasi venticinque anni l’Osservatorio Astronomico.
Il suo valore scientifico era testimoniato dalla sua appartenenza all’Accademia Nazionale dei Lincei, di Galileiana memoria, e dalle sue collaborazioni con l’Ente Spaziale Europeo e la Nasa statunitense. Ma fin dagli anni Settanta aveva iniziato il suo impegno per la disseminazione del sapere scientifico in una società come quella italiana, che rimane ancor oggi preda di un atteggiamento antiscientista e superstizioso.
Fin dagli inizi aveva dunque collaborato con il Cicap, il Comitato per il Controllo delle Affermazioni sul Paranormale, fondato nel 1989 da Piero Angela. E la sua verve toscana le era servita spesso, per mettere alla berlina le credenze più retrograde e sciocche, spesso propagandate dai media. E non solo, visto che solo qualche settimana fa l’intero Parlamento italiano ha votato all’unanimità a favore della sperimentazione della cura medica Stamina proposta da uno psicologo di professione (sic), rendendoci ancora una volta gli zimbelli del mondo scientifico internazionale, e facendoci sbeffeggiare per ben due volte dalla rivista Nature.
Oltre che contro le superstizioni anti-scientifiche, la Hack combatté coraggiosamente anche contro quelle religiose e organizzate. Era presidente onoraria dell’Uaar, l’Unione degli Atei e Agnostici Razionalisti, che si propone di dar voce a quel 15 per cento della popolazione italiana che non crede, ma che certo non riceve il 15 per cento della visibilità sui media, e non ottiene l’8 per mille di finanziamento statale.
A questo proposito, a Natale ho avuto il dubbio onore di condividere con lei uno dei tanti episodi di intolleranza religiosa nei confronti dei non credenti. Un prete fondamentalista di Firenze mise infatti le nostre foto, insieme a quelle di Corrado Augias e Vito Mancuso, in una specie di «presepio degli orrori», che comprendeva Hitler, Stalin e Pol Pot. L’idea era di accomunare i non credenti ai nazisti e ai comunisti, per mostrare che senza fede si finisce dritti ai campi di concentramento e ai gulag.
La Hack reagì nella miglior maniera, a questa stupida provocazione: si fece una bella risata, e diede del «bischero» a quel prete. Ma comunista lei lo era per davvero, e lo rimase anche dopo la caduta del Muro di Berlino. Militò in vari partiti dell’estrema, e alle regionali del 2010 fu eletta nel Lazio con la Federazione della Sinistra, anche se alla prima seduta del consiglio si dimise per lasciare il posto al primo non eletto.
Era dunque uno degli ultimi rappresentanti di quella specie ormai in via di estinzione che è l’intellettuale engagée, che pensa con la propria testa invece che con quella degli altri. Di Margherita Hack, come di Rita Levi Montalcini o di Franca Rame, ci sarebbe un gran bisogno. E ora che anche l’ultima di loro se n’è andata, toccherà a qualcun altro indicarci la via, e ricordarci che la ragione e l’onestà sono caratteristiche indispensabili per vivere degnamente in una società civile.


da Repubblica del 30.06.2013 

sabato 25 maggio 2013

Per fermare la crisi serve una rivolta, ma anche un'idea

di Franco Cilli
Ha ragione Revelli per fermare la crisi ci vuole una rivolta, ma non basta, ci vogliono idee chiare e passione. 
Il dato fondamentale di questa crisi è il ricatto, una bestia nera che trae le sue energie dalla paura. Siamo ricattati dalla menzogna di chi ci dice : “ non ci sono più soldi”, quindi dovete accettare tutto o morirete. Questo messaggio ha un valore assoluto, perché è l'unico apparentemente logico. Non puoi sperare in qualcosa che non c'è, non ci sono i soldi, devi solo sperare che di quei pochi rimasti te ne spetti una parte, è una logica primordiale, che può essere sconfitta solo dalla forza del miracolo, quello che può moltiplicare il pane e i pesci. Ma in economia nessuno crede ai miracoli, né il ricco né il povero, né il savio, né l'ignorante, quelli fanno parte di una sfera distinta dalla mondanità, sebbene si compenetri con essa. In economia si crede solo al dato concreto, anche se suona come una moneta di rame. L'unica è mettere il mondo a testa in giù, una rivoluzione copernicana in grado di modificare radicalmente la percezione della realtà e rendere attuale l'inattuabile, ma per farlo abbiamo bisogna di una grande forza evocativa. In parole povere occorre creare un think tank di persone in grado di elaborare una proposta organica e vincente per uscire da questa crisi, sulla base di un nuovo paradigma e di una logica che utilizza codici interpretativi diversi da quelli abituali. Questo trust di cervelli deve essere capace di coniugare nuove visioni della realtà con lo sviluppo di un movimento sociale di massa, a forte impronta egualitaria, che agisce e pensa dentro l'idea del bene comune, sfatando i dogmi con i quali siamo stati allevati, gli stessi che ci hanno indotto a credere che esiste una sola idea di economia. Un movimento capace di connettersi a realtà analoghe in Europa e nel mondo, perché è l'Europa delle banche che dobbiamo cambiare, mordere il mondo intero e attraverso le nostre grida di dolore cambiare la percezione del mondo che ci hanno inculcato.

Il nodo gordiano è l'economia. Abbiamo bisogno di sapere che esiste una via diversa dall'austerità, perché l'austerità ci sta uccidendo e sta uccidendo il nostro futuro. I tanti intellettuali, economisti, politici, devono smetterla di pensare in piccolo, aspettando di essere corteggiati dal partito o movimento di turno, con la promessa di uno scranno da cui lanciare suggestioni che si sbriciolano a contatto con l'aria. Le intelligenze funzionano meglio quando agiscono in sinergia e quando si dedicano ad un progetto di ampio respiro, capace di smuovere le coscienze. Non possiamo attardarci su proposte minoritarie, dobbiamo aspirare alla maggioranza e prendere il potere, noi tutti, sperimentando nuove forme di rappresentanza e di politica economica. Questo Grillo lo ha capito da tempo, ma la sua forza è anche la sua debolezza, perché non riesce a separare il potere dall'ambiguità, ed è costretto a mascherare messaggi ambigui dietro un lessico corrotto e falsamente universale. Noi dobbiamo parlare una lingua prurale per dire cose semplici e senza concessioni al razzismo o all'ansia di sicurezza come fa Grillo.

È paradossale pensare che una proposta di democrazia avanzata e di rivoluzione economica, possa essere partorita da un manipolo di “illuminati”, lo so, ma è sempre stato così, quelli che hanno dato il via alle rivoluzioni nella storia, sono sempre stati gruppi di persone facenti parte di un'élite culturale che si è auto-attribuita una missione, non c'è verso. È stato così per le rivoluzioni liberali ed è stato così per quelle marxiste. Persone in grado di padroneggiare gli strumenti della scienza del potere senza farsi distrarre dalla banalità del quotidiano o dai morsi del bisogno.

Persone del genere ne abbiamo, aspettiamo solo che trovino il momento giusto per mettersi insieme.



venerdì 12 aprile 2013

La sostanza del Grillo

Che facciamo? C'è lo stallo, che si fa quando c'è uno stallo? Semplice si gioca un'altra partita. Non credo valga la pena di sprecare troppo parole: i grillini sono inaffidabili, anche se hanno ragione su molti punti, e su uno in particolare, l'irriformabilità di un sistema dove le varie componenti sono parti di un unica sostanza. 
Bersani biascica, non parla, allude, dice mezze frasi, lasciando il discorso in sospeso, esprime concetti generici e mai niente di specifico e di concreto. Perché Bersani è un così pessimo comunicatore? Perché la frase più graffiante che è stato in grado di dire è : “ ti conosco mascherina” riferendosi a Berlusconi? Colpa sicuramente di una forma mentis modellata dalle geometrie piatte della pianura padana e dalla nebbia appiccicosa che la avvolge, ma non solo. Persino un bambino saprebbe cantargliele ai berlusconiani, basterebbe evocare costantemente i Dell'Utri, i Mangano, i Previti, i soldi di provenienza dubbia, le leggi ad personam e infinite altre porcate e si potrebbero zittire per sempre, è solo una questione di modi e tempi nel pronunciare la battuta, ma i politici navigati queste cose dovrebbero conoscerle. Invece niente, mai niente, anzi addirittura spesso si fanno dare lezioni di morale dai pidiellini che di par loro non si fanno sfuggire un'occasione per suonargliele al Pd, fosse un Penati o qualche oscuro burocrate sorpreso con le mani in pasta. Perché tutto ciò? Semplice, perché cane non morde cane, o se preferite la metafora spinoziana, la sostanza ha mille attributi ma è sempre unitaria, ed è questa in poche parola l'essenza del pensiero grilliano, non si può fare accordi con un parte sapendo che tale parte non si può separare dal tutto. Il Pd non può fare opposizione al Pdl perché dovrebbe farla anche a se stesso e quindi non si può permettere di essere troppo incisivo nella sua azione, dovessero scoprirsi altarini e saltare puntelli fondamentali del sistema. Grillo ha ragione da vendere su questo, se non fosse che la politica è di per sé imperfetta e compromissoria, ed è per questo che la ragione anche se giusta come in questo caso, non funziona. 
Risolvere questo vecchio dilemma, è cosa difficile. Pare che la democrazia diretta l'abbiamo scoperta adesso, quando già Rousseau si è posto gli stessi nostri problemi duecento anni or sono, senza riuscire a venire fuori da un'aporia fondamentale, quello del non dover delegare le decisioni per non smentire il principio della “volontà generale”, senza poter evitare di doverlo fare in un contesto in cui le istituzioni risultano un elemento inaggirabile, per la necessità di un'azione rapida e l'impossibilità di mediare con ogni singola testa.

Vorrei avere un'idea più pratica per risolvere questo impasse, ma l'unica cosa che mi viene in mente è l'augurio che il Pd si scinda, nasca una sinistra in grado di governare e permetta a Grillo di fare un'opposizione seria. Augurio che presuppone una condizione ancora più utopistica della capacità dei grillini di governare.

domenica 10 febbraio 2013

La politica, merce fittizia


di Tonino Perna da soggettopoliticonuovo

Karl Polanyi , nel noto saggio «La grande trasformazione» spiegava l’avvento del mercato autoregolato come il frutto di una trasformazione in merce di tre fattori: il lavoro, la terra e la moneta. Nessuno dei tre, diceva Polanyi, è stato prodotto dall’uomo: «il lavoro è soltanto un altro nome per un’attività umana che si accompagna alla vita stessa la quale a sua volta non è prodotta per essere venduta(…) la terra è soltanto un altro nome per la natura che non è prodotta dall’uomo, la moneta infine è soltanto un simbolo del potere d’acquisto». Per questo Polanyi parla di merci-fittizie, vale a dire di una finzione che ha reso merce ciò che non lo è, con conseguenze disastrose per la società e per gli ecosistemi.
Se fosse vissuto fino ai nostri giorni, credo che Polanyi avrebbe aggiunto «la politica» come merce-fittizia, in quanto il processo di mercificazione l’ha pienamente raggiunta ed inglobata. In Italia, questo fenomeno è più chiaro che in altri paesi, in quanto il processo di disgregazione/disfacimento dei partiti è in stato più avanzato. D’altronde, pochi lo sanno, ma noi siano stati un paese «laboratorio politico» per secoli, da cui sono pervenuti grandi contributi teorici, da Macchiavelli a Gramsci, ancora studiati in tante Università straniere.
Ma, è soprattutto, nel XX° secolo che l’Italia è emersa come avanguardia/laboratorio politico, nel bene e nel male. In Italia è stato «inventato» il fascismo, una forma moderna di dittatura che coniuga il nazionalismo con istanze sociali e che è stato ripreso dal nazifascismo di Hitler (che in una nota lettera riconosceva a Mussolini di averlo ispirato), e da alcune varianti: da Peron in Argentina, da Franco in Spagna e Salazar in Portogallo. Negli anni ’90 è arrivato il Berlusconismo, una forma politica nuova che nasce in concomitanza dello strapotere assunto dai mass media, in particolare la Tv. Anche questa forma politica è stata imitata da diversi paesi, dal Perù all’Indonesia, dove attraverso il controllo dei principali media leader politici sono arrivati al governo.
Infine, negli ultimi anni è nato il Grillismo, un movimento politico che usa per la prima volta internet/la rete in maniera «sostanziale» per dare a tutti l’impressione di contare e di partecipare direttamente alle scelte politiche, con una spiccata componente moralizzatrice ed una forte domanda di «democrazia diretta». Questo fenomeno sembra rispondere meglio di qualunque altro alla crisi verticale dei partiti, ma risponde ancora meglio – come ha ben messo in luce Giuliano Santoro nel suo saggio Un Grillo qualunque – alla evoluzione della società dello spettacolo, di cui parlava Guy Debord già negli anni ’70. Il Grillismo, detto anche Movimento 5 Stelle, che molti davano per effimero, si sta rivelando molto più radicato e convincente nell’era del «mercato elettorale», anche grazie all’innovazione efficacemente introdotta da Grillo: allo strumento postmoderno dei social network ha associato uno strumento antico come i comizi in piazza. Trovata geniale, come quella operata dalla Fiat quando lanciò la nuova 500, un mix di passato «nella forma» e futuro «nella tecnologia», o quella dei biscotti del Mulino Bianco che ti danno un’idea di naturalezza del prodotto insieme all’efficienza di una fabbrica moderna.
Questo è il dato assolutamente inedito della politica in tutti i paesi a capitalismo maturo, ovvero dove il processo di mercificazione ha inglobato tutto l’esistente, dalle relazioni sociali, agli affetti, al nostro rapporto con la Natura. Non c’è più la «Politica», intesa come lotta tra diverse visioni del mondo, tra diversi valori e ideologie, ma c’è il mercato elettorale, che è un segmento all’interno del più vasto ed onnicomprensivo «mercato mondiale». Nel «mercato elettorale» conta la novità dell’offerta- non a caso tutti si proclamano a favore del «Nuovo» – la forza del brand che si identifica con il capo, la capacità di suscitare emozioni nei consumatori/elettori attraverso slogan efficaci.
Le strategie messe in campo dalle forze/imprese politiche sono identiche a quelle che si usano per il lancio di un nuovo prodotto o per fidelizzare i consumatori rispetto ad un prodotto già presente sul mercato. I sondaggi, che in maniera ossessiva stanno accompagnando questa campagna elettorale, dimostrano come le preferenze degli elettori/consumatori seguano il trend dell’esposizione mediatica del leader di turno, la sua capacità di suscitare immagini accattivanti, di conquistare la simpatia degli utenti. Non importa se per esempio il Cavaliere le spara grosse – come i quattro milioni di posti di lavoro – oppure Grillo prometta un salario di cittadinanza con i risparmi dei costi della rappresentanza politica, e fa l’esempio della Sicilia dove i dodici consiglieri regionali M5S hanno rinunciato a circa 10.000 euro dei loro emolumenti per alimentare un fondo di microcredito (cosa c’entra con il «salario di cittadinanza» per milioni di disoccupati/inoccupati ?!). Anche un nuovo profumo viene pubblicizzato facendoti immaginare che puoi conquistare una donna/uomo bellissima/o, oppure una nuova auto che ti fa attraversare il polo nord.
Non è dunque un caso se nel nostro paese, che continua ad essere un’avanguardia/laboratorio politico, i comici fanno politica (e non solo Grillo), ed i politici fanno i comici (e non solo il Cavaliere). Certo, non tutti hanno gli stessi talenti. Il povero Fini, con i suoi ragionamenti articolati in buon italiano, è completamente fuori mercato, sembra un politico di un altro secolo. Il Professor Monti, invece, è diventato patetico da quando tenta di fare il simpatico, va in Tv in trasmissioni da avanspettacolo, tentando di uscire dal ruolo di statista, grigio e rigoroso, che gli era stato dato. Anche lui ha fondato un «partito personale», come hanno fatto negli ultimi venti anni nell’ordine: Berlusconi, Di Pietro, Casini, Fini, Vendola, e per ultimo Oscar Giannino. Su questo piano l’ultimo partito, insieme alla Lega Nord, che rimane sul campo politico è il Pd, ed ha sicuramente ragione Bersani a dire che i «partiti personali» sono il cancro della democrazia. Solo che scambia gli effetti con la causa che, come abbiamo ricordato, è legata al processo di mercificazione globale che ha ridotto anche la politica a merce, e l’elezioni politiche ad un mercato come gli altri.
Certo, non possiamo pensare che si possa tornare al secolo scorso, prima degli anni ’90, quando la gente votava «per la croce», per «falce e martello» o per la «fiamma tricolore», e non solo per la faccia e la simpatia riscossa dal leader di turno. Forse, bisognerebbe dare più valore e forza alle autonomie comunali, uno dei pochi luoghi che ha resistito a questa deriva mercatistica della politica, uno dei pochi luoghi dove ancora contano passioni e programmi, capacità di coinvolgimento e mobilitazione sociale, e non solo l’invenzione di un nuovo brand. Sicuramente, al di là dell’abolizione del Porcellum, la peggiore legge elettorale d’Europa, c’è da ripensare a come la Politica possa ritornare sulla scena e le elezioni possano avere più senso che vendere una nuova auto, computer o tablet.


Fonte: il Manifesto del 10/02/2013

 

giovedì 15 novembre 2012

Dai loro frutti li riconosceremo - Il significato della vittoria di Obama -

 



di Michael Hudson da ComeDonChisciotte

Il significato della vittoria di Obama
I democratici non avrebbero potuto vincere così facilmente senza la sentenza Citizens United.
È quella che ha permesso ai fratelli Koch di spendere i loro miliardi per sostenere candidati di destra che abbaiavano e ringhiavano come cani da pastore dando ai votanti nessun’altra opzione ragionevole se non votare per “il male minore.” Per gli storici del futuro sarà questo l’epitaffio del presidente Obama.

Orchestrando l’elezione come un melodramma della World Wrestling Federation, gli sponsor del Tea Party hanno buttato miliardi di dollari nella campagna per dare al partito del presidente il ruolo del “poliziotto buono” contro oppositori stereotipati che attaccavano i diritti delle donne, degli ispanici e praticamente di ogni altro gruppo d’interesse in America.

Nel Connecticut la candidata al Senato Linda McMahon ha speso, si dice, 97 milioni di dollari (compreso il suo capriccio precedente) per far sembrare a posto il suo sfidante democratico. E così è stato in tutto il paese. I repubblicani fanno finta di dolersi della loro sconfitta, lasciando che siano i democratici a bastonare gli elettori e prendersi la colpa fra quattro anni.

Le due vittorie di Obama rappresentano una lezione oggettiva su come l’1% è riuscito ad evitare il salvataggio dell’economia – e soprattutto dei suoi elementi costitutivi – dall’attuale flusso del denaro verso l’alto. Gli analisti politici del futuro vedranno questa consegna dei suoi elettori al controllo dei suoi finanziatori elettorali di Wall Street come il suo ruolo nella storia. Di fronte a una opposizione maggioritaria dei votanti alle politiche di Bush e Cheney, il presidente ha messo da parte la richiesta popolare di salvare l’economia da quell’1%. Invece di sostenere la speranza e il cambiamento che aveva promesso affrontando Wall Street, l’industria farmaceutica e i monopoli sanitari, il complesso militare-industriale e i petrolieri, li ha favoriti Come Se Non Ci Fosse Alternativa.

Se le accuse repubblicane che il presidente Obama sta guidando l’America sulla rotta “dell’Europa” sono giuste, non è in effetti socialismo, è l’austerità finanziaria neo-liberista, stile Grecia. Nei prossimi due mesi il suo compito è di evitare di usare la spesa a deficit per far rivivere l’economia.

I neo-liberisti che ha nominato come maggioranza nella Commissione Simpson-Bowles hanno già lanciato i loro ballon d’essai sostenendo che il governo deve riequilibrare il bilancio tagliando Social Security, Medicare e Medicaid, non reintroducendo la tassazione progressiva. Il mio collega alla UMKC Bill Black definisce questo il Grande Tradimento. “Solo un democratico può consentire ai repubblicani che odiano la rete di sicurezza, di farla a pezzi” .[1]

Avendo nominato alla commissione Bowles-Simpson dei membri che cercano scaricare l’onere dalle tasse dal business ai consumatori, il presidente aprirà la strada a privatizzazioni stile Bush. Nel suo primo dibattito con Romney, Obama ha assicurato il pubblico che i due erano d’accordo sulla necessità di pareggiare il bilancio (il suo eufemismo per ridurre Social Security, Medicare e Medicaid). Chiamando ciò “il grande affare”, il presidente Obama ha affinato il bipensiero orwelliano: è come se George Orwell fosse andato a lavorare dai pubblicitari. Quattro anni fa l’economia era a un punto di svolta potenziale nella guerra della finanza contro il lavoro e l’industria, e il presidente Obama avrebbe potuto mobilitare il sostegno pubblico ai politici che volessero salvare le speranze di prosperità. Avrebbe potuto nominare un segretario al tesoro e un presidente della Federal Reserve che potevano usare il controllo di maggioranza del governo di Citibank, Bank of America e altri detentori di “assetti in sofferenza” per portarli nel settore governativo per fornire un’alternativa al pubblico. Avrebbe potuto riportare i debiti a livelli sostenibili ad una mera frazione del costo che è stato pagato per salvare Wall Street. Il genio politico di Obama è stato di non farlo e tuttavia mantenere la sua “credibilità” di paladino che difende il 99%, e non l’1%.

Dopo essere stato eletto con un enorme mandato, Obama avrebbe potuto fermare la polarizzazione dei creditori che spingono il 99%, industria e immobiliari, città e comuni, sempre più nella disperazione economica, invece le sue politiche hanno permesso a quel 1% di monopolizzare il 93% delle maggiori entrate dell’America dopo la crisi del 2008.
In quel potenziale punto di svolta nella direzione dell’economia americana, il salvataggio e il cambiamento sono stati evitati. Abbiamo visto un esempio classico di cinico doppio pensiero orwelliano. Promettendo speranza e cambiamento quattro anni fa, il ruolo del presidente Obama era di fermare la marea e di disperdere la richiesta di cambiamento dei votanti. Ha salvato il settore finanziario e l’1%, e ha sponsorizzato la privatizzazione dei repubblicani della sanità, a spese dell’opzione pubblica, e ha messo 13 trilioni nei conti del governo sotto forma di mutui spazzatura, prestiti in gran parte fraudolenti di Fannie Mae e Freddie Mac ($5.2 trilioni solo loro) e altri investimenti capitalistici da casinò andati male. Mr. Obama è stato il paladino di Wall Street.

Il trucco era di farsi rieleggere come democratico piuttosto che come repubblicano che sponsorizza un piano sanitario scritto dal Cato Institute dei fratelli Koch, e mettere i lobbisti di Wall Street a capo del tesoro e delle agenzie (de)regolatrici. Come democratico solo di nome, come si è fatto a rendere Obama migliore del suo avversario?

La risposta è nell’alternativa che veniva offerta. I repubblicani sono stati al gioco. Lo hanno chiamato un socialista (nemmeno sbagliato, se guardiano a come i partiti socialisti, socialdemocratici e laburisti d’Europa sostengono l’austerità e le politiche contro i lavoratori, le privatizzazioni, le rendite e le altre politiche neo-oligarchiche).
Al giorno d’oggi questo sembra essere il socialismo.

Mentre i profitti aziendali recuperano alla grande, i risparmi di quasi tutta la gente e il valore delle loro case scendono. Ciò non è sostenibile economicamente. Qualcosa deve cedere – e gli elettori temono che saranno i loro salari e risparmi. Mentre i piani pensionistici aziendali sono tagliati o ridotti in bancarotta, il loro finanziamento inadeguato suggerisce che il debito ai pensionati non sarà onorato – solo i debiti a Wall Street. Pesce grande mangia pesce piccolo, e quelli dell’1% stanno divorando quelli del 99%. Quelli che descrivono come ciò stia succedendo sono accusati di lotta di classe.

Non è la lotta di classe vecchio stile dell’industria contro i dipendenti. È la guerra della finanza contro l’intera economia,e, come ha notato Warren Buffett, la classe finanziaria sta vincendo. Invece di spezzettare le banche, le cinque banche più grandi “troppo grosse per fallire” sono diventate ancora più grandi. Con il sostegno della Casa Bianca, hanno usato i loro fondi TARP (Trouble Asset Relief Program) per comprare banche più piccole, traformando il settore finanziario un un vasto monopolio che è impegnato a privatizzare il processo elettorale in modo da tenere il governo in ostaggio.

Sta crollando l’idea di equità e giustizia nell’economia, e nei politici che stanno riformando il mercato a beneficio di quell’1%. La maggior parte degli elettori si opponeva ai salvataggi delle banche nel 2008. I repubblicani erano abbastanza furbi politicamente da non votare a favore, in modo da poter assumere un’apparenza populista. Ma Romney non ha seguito questa linea di attacco, anche se avrebbe potuto consentirgli di sconfiggere un presidente nel quale la maggior parte dell’elettorato aveva perso fiducia.

C’è disillusione, e molti giovani, minoranze e “l’ala democratica del partito democratico” hanno scritto editoriali e blog dicendo che questa volta avrebbero “votato con la schiena” standosene a casa. I risultati hanno dimostrato essenzialmente questo. La lamentela è che il presidente Obama non ha mantenuto quasi nessuna promessa che in campagna elettorale aveva fatto agli elettori, ma ha mantenuto tutte quelle che aveva fatto ai suoi grossi finanziatori.

Questa è l’essenza di un uomo politico oggi: consegnare il proprio bacino di elettori ai finanziatori della campagna elettorale. In questo senso Barack Obama è la versione americana di Tony Blair, o, magari, una fusione di Margaret Thatcher e Neville Chamberlain. Per descriverlo serve una parola nuova, non basta dire ”ironia”.

Non si tratta solo di Obama, naturalmente, ma della gerarchia del partito democratico. Questa è la cartina di tornasole: in quale commissione e a quale livello il Senato metterà Elizabeth Warren?
Sarà nominata capo del Senate Banking Committee? Ne farà almeno parte? Lei è un imbarazzo per i democratici che cercano soldi a Wall Street, oppure è un manichino per dare l’impressione che il partito non è solo cripto-repubblicano?

Ciò che un anno fa ispirò il movimento di piazza Occupy Wall Street era una protesta spontanea contro non solo il presidente Obama ma contro il partito democratico per la sua mancanza di impegno a fermare la marea della destra. I democratici non si sono mossi a difendere il movimento, anche se dei professionisti hanno cercato di mettersi alla testa della parata e guidarla nel solito vicolo cieco liberista (senza riuscirci). I votanti hanno espresso il desiderio di una politica esattamente opposta alla volata a destra dei democratici, ma il sistema politico americano esclude un terzo partito, non essendo basato sulla rappresentanza proporzionale come in Europa.

“Dai frutti li riconoscerete.” I democratici hanno dato per scontati i votanti dei sindacati, delle minoranze e della classe media, perché non avevano altro luogo dove andare, grazie a Mitt Romney che ha dato a Obama tutto lo spazio per muoversi verso destra. Questo è l’incontro di lotta politica per il quale è stato scritto il copione.

Possiamo vedere la dimostrazione. Come in Gran Bretagna, la forza lavoro sindacalizzata dell’impiego pubblico è sotto tiro. Il sindaco di Chicago Rahm Emanuel, già capo dello staff della Casa Bianca, ha mostrato la sua natura (e fatto arrabbiare i democratici progressisti) la settimana scorsa firmando un contratto con un fornitore di manodopera alla manutenzione aeroportuale tagliando la loro paga fino a 5 dollari l’ora (da $15 a $10).
Come risponderanno i democratici veri? Elizabeth Warren, Bernie Sanders, Sherrod Brown, Tammy Baldwin e Alan Grayson al Senato e alla Camera andranno contro il presidente opponendosi all’austerità e alla nomina di ulteriori lobbisti di Wall Street nel suo governo?

Ecco il dilemma per il presidente americano: i mercati si stanno riducendo e i consumatori devono ripagare i debiti che si erano assunti durante l’eccitante bolla economica che è esplosa nel 2008. Ripagare questi debiti lascia meno da spendere in beni e servizi. La produttività del lavoro si sta impennando, ma non i salari. Mentre i frutti dell’economia del salvataggio vanno ai profitti, e sono pagati come interessi e dividendi, i neoliberisti chiedono che si innalzi, non si abbassi, l’età del pensionamento, che si aumentino, non si accorcino, gli orari di lavoro. L’elicottero di Ben Barnanke, capo della Federal Reserve, volteggia solo su Wall Street, non sul resto dell’economia.

La classe media che ha votato compatta per Obama quattro anni fa viene schiacciata. Per descrivere la sua condizione, mi aspetto che nei prossimi anni si diffonderanno nuovi vovaboli per descrivere quello che sta succedendo: deflazione del debito e neofeudalesimo, mentre potrebbero tornare in uso i classici termini rentier e oligarchia.

Ma nessuno dei due partiti userà queste parole, solo un terzo partito potrà farlo. Ora i suoi membri potenziali sono chiamati Indipendenti. Serve un nuovo nome per una nuova coalizione pro-lavoro, anti-militarista che ripristini lo spirito della vera riforma, la tassazione progressiva e la regola della legge (ossia, buttare i delinquenti della finanza in galera). Il problema che fronteggia l’economia è come far riprendere i salari e la domanda al consumo, e come abbattere i debiti privati, non il debito pubblico. Obama si è unito ai repubblicani nel pervertire il vocabolario per fingere che il problema sia il governo, non i finanziatori di Wall Street della sua campagna elettorale.

Michael Hudson
“The Bubble and Beyond”, il nuovo libro di Michael Hudson, che riassume le sue teorie economiche, è disponibile su Amazon. Ha contribuito a Hopeless: Barack Obama and the Politics of Illusion, pubblicato da AK Press. Per contatti: mh@michael-hudson.com

Fonte: www.counterpunch.org
Link: http://www.counterpunch.org/2012/11/09/by-their-fruits-ye-shall-know-them/ 

mercoledì 14 novembre 2012

Grillismo: movimento o partito?



Dopo l’autoproclamazione di Beppe Grillo sul web a «capo politico» assoluto, il M5S si trova ad un bivio decisivo. Solo se troverà una adeguata e originale forma organizzativa, democratica e plurale, riuscirà a non omologarsi alla vecchia politica che ha imperversato finora.

di Michele Martelli da Micromega

 


Si chiama M5S (MoVimento 5 Stelle), ma la questione che si pone oggi, dopo il clamoroso successo elettorale in Sicilia e l’autoproclamazione di Beppe Grillo sul web a «capo politico» del movimento, è a mio parere la seguente: il grillismo è ancora un movimento, se mai lo è stato, o non lo è più? Non è ancora un partito o lo è già in nuce? E se lo è, quale tipo di partito? E per fare l’Altrapolitica o la Stessapolitica?

Per aiutarci a capire, ci possono essere utili due schemi concettuali, tratti da due filosofi novecenteschi che sono ideologicamente agli antipodi, anarco-comunista il primo, filonazista il secondo: Jean Paul Sartre e Carl Schmitt.

Espongo qui brevemente i due schemi.

Nel Libro secondo della Critica della ragione dialettica (1960), Sartre sostiene che i periodi rivoluzionari si dividono in tre fasi: 1) la genesi del «gruppo in fusione»; 2) il predominio della «Fraternità-Terrore», che sfocia nell’«istituzionalizzazione del capo»; 3) la ri-formazione delle istituzioni statuali. Prima di «unirsi in interiorità» nel gruppo in fusione, gli individui sono «uniti in esteriorità», dispersi, frammentati, atomizzati, estraniati nei «collettivi seriali» (esempio: gli assembramenti in attesa alla fermata dell’autobus o della metro, o le masse elettorali), e tali tornano ad essere nella terza fase, la restaurazione politica post-rivoluzionaria. Rispetto alla Rivoluzione francese dell’89, che per Sartre funge da modello, le tre fasi sono: la presa della Bastiglia, il Terrore di Robespierre, il Termidoro. A giudizio del filosofo francese, il pendolo della storia umana oscilla dalla “serie” al “gruppo” e dal “gruppo” alla “serie”.

Per Carl Schmitt, secondo quanto egli scrive in La dittatura (1921), Teologia politica (1922) e altrove, le crisi politico-sociali radicali (vedi la Rivoluzione inglese di Cromwell, l’89 francese, l’Ottobre bolscevico, ma anche la crisi della Germania di Weimar), che segnano la tragica scomparsa dei vecchi ordinamenti politici, non sono che caos nichilistico, totale sospensione e assenza di norme, caduta verticale, abissale nel pre-politico e pre-giuridico. Come se ne esce? Con lo «stato d’eccezione». Col «decisionismo». Con l’uomo, l’élite, il partito forte, che interviene per imporre autoritativamente un nuovo ordine. Non importa quale e come, importa che lo faccia. Ciò che conta non è il «che cosa» si fa, ma «chi» decide di farlo, il «dittatore», che si auto-attribuisce un potere sovrano assoluto, incondizionato, un potere dall’alto. Per Schmitt, il pendolo della storia oscilla dal caos all’ordine, dall’anarchia alla «dittatura» (che può essere, diciamo così, sia di destra sia di “sinistra”). Col rischio immanente, e sempre incombente, che ordine e dittatura riprecipitino nel caos e nell’anarchia.

Questa dialettica bloccata, anche se senza le connotazioni tragiche che ne danno Sartre e Schmitt, l’abbiamo vista operante negli ultimi tempi in più occasioni. Per esempio: tanti movimenti (il Sessantotto, i gruppi femministi, la “Pantera” e l’“Onda anomala” studentesca, i girotondi, “Se non ora quando”, ma si possono citare i recenti “Indignados” e “Occupy Wall Street”) sono falliti, scomparsi, per non essere riusciti a strutturarsi, a darsi una forma-partito, organizzativa e permanente, a istituzionalizzarsi. Ma d’altro canto i movimenti che hanno trovato una forma organizzativa stabile hanno però finito col cambiare pelle, col trasformarsi in organizzazioni, comitati e partiti più o meno burocratici, gerarchici e centralisti (Rifondazione comunista, gruppi dipietristi, cellule vendoliane, raggruppamenti ciascuno dei quali ha espresso il suo sartriano “capo istituzionalizzato” o il suo schmittiano “dittatore”).

Ora il M5S si trova ad un bivio.

Fino alle amministrative siciliane, è stato un “gruppo in fusione” anomalo e contraddittorio. Da un lato, movimento dal basso, manifestatosi soprattutto in Rete, virtualmente, in forma disordinata, spontanea, diretta, con la sostanziale accettazione della linea anti-casta di Grillo-Casaleggio. Era anti-politica? No, era il segnale, nella crisi che stiamo attraversando, della seria e drammatica richiesta di un altro modo di far politica, di Altrapolitica (rifiuto della partitocrazia e dell’auroferenzialità dei politici, denuncia dei privilegi, della corruzione e del saccheggio della cosa pubblica, voglia di cambiamento radicale, di controllo, partecipazione, democrazia diretta, ecc.). Dall’altro, nella interminabile serie delle sue assemblee-spettacoli, Grillo, con argomentazioni-flash, spesso urlate, lazzi, turpiloqui, imitazioni, barzellette, formulava dall’alto le sue radicali critiche e proposte politiche. Indisturbato. Senza confronti e contraddittorî. Con monologhi alla ricerca dell’applauso, mirati a trasformare gli spettatori in potenziali seguaci. Si presentava come il “portavoce” del movimento. Ne era invece già di fatto il “capo”, la guida carismatica, che ne delineava programmi, scelte, comportamenti.

Dopo il voto siciliano, nell’ormai famoso documento sul web Grillo si è auto-eletto a “capo politico”, “istituzionalizzato”, direbbe Sartre, ritenendo di impersonare un’autorità sovrana al di sopra del movimento, una sorta di padre-padrone (un premier in pectore?) che legifera imperativamente, in modo “decisionistico”, direbbe Schmitt, sulle nuove regole (iscrizione, legittimità di appartenenza, candidabilità, ecc.), di cui si è dichiarato al tempo stesso l’unico indiscutibile custode e controllore. Per il bene del movimento, s’intende! Non sapendo, o fingendo di non sapere, che il paternalismo, in politica, è il preannuncio e al tempo stesso il fratello gemello dell’autocratismo.

Dall’atto imperativo di Grillo sono nate infatti le prime serie contraddizioni e dissensi nel M5S. Tra chi, in nome dell’autonomia degli iscritti e dell’orizzontalità del movimento, ne lamenta l’assenza di «democrazia interna» o la prossimità mistica a «Scientology» (Favia, Salsi e altri). E chi invece difende a spada tratta Grillo e il suo diktat, accusando i dissidenti di incoerenza, eresia, tradimento, sbeffeggiandoli e screditandoli anche a livello personale (carrieristi, succubi, se donne, del punto G, ecc.). E cioè applicando sia la categoria sartriana della “Fraternità-Terrore” (in caso di discordia, la Fraternità si trasforma in Terrore, in violenza eliminatoria dell’altro, come è espresso anche dal proverbio popolare italiano “fratello-coltello”) sia la dicotomia schmittiana dell’«amico-nemico» (in politica o concordi con me, ti sottometti alla mia autorità, al mio comando, oppure, se ti opponi, sei un nemico da abbattere, e come tale vai trattato). Oggi, nel M5S, ciò significa ovviamente ricorso ai soli mezzi che la situazione consente, e cioè: discredito, emarginazione, espulsione del dissidente. E dissidente è chiunque in questa fase non riconosce il “potere costituente”, dall’alto, imposto da Grillo. In contraddizione con la storia sin qui trascorsa del movimento.

La sfida di fronte a cui oggi si trova il M5S è a mio avviso la seguente.

O riesce a trovare, a inventare una nuova e originale forma organizzativa, stabile ma “liquida”, capace di coniugare democrazia diretta e rappresentativa, ma garantendo il primato della “base”, la sua sovranità, l’esercizio di un efficace controllo dal basso su dirigenti ed eletti, consiglieri e parlamentari, superando quella dialettica bloccata di cui parlavo dianzi, cosa di cui finora nessun movimento, nessun “gruppo in fusione” è stato capace: un tale superamento sarebbe una novità politica e storica epocale.
Oppure è destinato a cambiare presto natura, a contaminarsi e degradarsi, ad omologarsi al tran-tran della vecchia politica, della Stessapolitica sprezzantemente autoreferenziale e “casto-cratica” che ha imperversato finora.


domenica 21 ottobre 2012

Da Lyotard a Pannella: miseria del postmodernismo

Come fu possibile che la sinistra novecentesca, madre del sistema del welfare all’interno di una concezione universalistica dei diritti, si svegliò un giorno ‘postmoderna’? Perché da una generazione all’altra ciò che prima era sinonimo di ‘protezione’ è diventato il volto di un insopportabile dispositivo repressivo? E qual è la pars destruens da salvare del cosiddetto ‘pensiero debole’? Dal nuovo numero in uscita di “Critica Liberale” anticipiamo il saggio di Pierfranco Pellizzetti sulle sbandate intellettuali che ci hanno condotto da Pannella a Berlusconi.
di Pierfranco Pellizzetti da Micromega

«I diritti sociali sono le ‘stecche del corsetto’ della cittadinanza democratica» Jürgen Habermas [1]
«Le rabbiose contestazioni proletarie contro i capitalisti sfruttatori cedettero il passo a slogan spensierati e ironici che chiedevano libertà sessuale» Tony Judt [2]
L’età della fiducia e del civismo
Il trauma funzionò da elettrochoc per almeno due generazioni: borghesi illuminati alla Keynes, poi riformatori liberali alla Beveridge, tutte queste persone intelligenti e generose avevano appreso al meglio la lezione del recente passato; trovando nella pubblica opinione del tempo terreno fertile per il loro costruttivismo sociale di stampo liberalsocialista e welfariano. L’arrivo dei loro figli e nipoti sessantottardi azzerò definitivamente tali effetti.
Il trauma interiorizzato al quale ci si riferisce era stata l’immane catastrofe di due guerre mondiali, inframmezzate dalla crisi del 1929 con la relativa depressione.
L’(inintenzionale) effetto positivo, derivato da tali spaventose devastazioni, fu che negli anni di ferro e di fuoco gli Stati impararono – come mai prima – a mobilitare, regolamentare e pianificare per scopi comuni, condivisi. Una lezione bellica che non venne dimenticata nel tempo di pace. Dal New Deal roosveltiano alla Great Society, dal Welfare State all’Economia Sociale di mercato tedesca.
Il vero miracolo nel miracolo fu che, per alcuni decenni, i cittadini trovarono assolutamente condivisibili tali pratiche, anche perché sottoposte alle regole del controllo democratico. Pratiche che operavano in senso distributivo attraverso la tassazione progressiva e tenendo a bada il mercato, le sue crisi cicliche e i suoi spiriti animali. Ciò fu reso possibile proprio perché si era venuto accumulando un vasto patrimonio di fiducia nei confronti delle politiche pubbliche; che rendeva credibile l’idea stessa di progetto orientato al futuro, faceva ritenere possibile ogni intrapresa collettiva.
Difatti – come sostiene il politologo di Harvard Robert D. Putnam – «la fiducia è un lubrificante della vita sociale». E in quegli anni tale risorsa abbondava, tanto da far crescere ciò che ancora Putnam definisce – riferendosi agli Stati Uniti – la “lunga generazione civica”. «Nata più o meno tra il 1910 e il 1940: un ampio gruppo di persone considerevolmente più impegnate negli affari della comunità e più fiduciose rispetto ai più giovani. Il cuore di questa generazione civica è la coorte nata tra il 1925 e il 1930, che ha frequentato la scuola elementare durante la Grande Depressione, ha trascorso la Seconda guerra mondiale alla scuola superiore, ha votato per la prima volta nel 1948 o nel 1952, ha iniziato a sistemarsi negli anni ’50 e ha assistito alla prima trasmissione televisiva verso i trent’anni. Da quando esistono i sondaggi d’opinione a livello nazionale, questa coorte risulta eccezionalmente civica: vota di più, si associa di più, legge di più, si fida e dona di più»[3].
Nel Vecchio Continente il fenomeno, seppure leggermente in ritardo, è stato analogo.
Come analoga fu l’inversione di tendenza sulle due sponde dell’Atlantico.
Commenta lo storico british, seppure naturalizzato USA, Tony Judt: «per tutti coloro nati dopo il 1945, lo Stato sociale e le sue istituzioni non erano soluzioni a dilemmi precedenti: rappresentavano le condizioni normali dell’esistenza (ed erano piuttosto noiose). I baby boomers, che a metà degli anni Sessanta facevano il loro ingresso all’università, non avevano conosciuto altro che un mondo di crescenti opportunità, generosi servizi sanitari e scolastici, ottimistiche prospettive di ascesa sociale e (forse soprattutto) un indefinibile ma onnipresente senso di sicurezza. Gli obiettivi della precedente generazione di riformatori non interessavano più i loro eredi, anzi venivano percepiti sempre di più come restrizioni alla libertà e all’espressione individuale»[4]. In ogni caso, nascere e diventare adulti dopo il secondo conflitto mondiale è risultato completamente diverso dall’averlo fatto prima. Come se queste nuove coorti generazionali fossero state esposte a una sorta di “raggi X anticivici”; che le ha rese sempre meno inclini a sentirsi parte integrante di un contesto sociale più ampio, a condividere progetti collettivi.
Restano da capire i percorsi intellettuali che hanno accompagnato la “rottura del consenso del dopoguerra”, offrendo le parole per rendere dicibile la cosa: il salto psicologico generazionale; con il conseguente declino della parte politica che di quel consenso era stata la diretta destinataria e interprete: la Sinistra politica.
Dal viaggio per uno scopo al nomadismo senza scopo
Certo, i lunghi decenni di successi incontrastati avevano gradatamente fatto perdere spinta propulsiva al fronte del riformismo sociale, armato degli strumenti messi a punto dal massimo pensatore del tempo: John Maynard Keynes.

Declino che si accompagnava alle crescenti attrattive da “ozi di Capua” offerte dagli organigrammi pubblici e agli imbolsimenti burocratici.
Soprattutto, la Sinistra occidentale non era minimamente attrezzata ad affrontare una sfida che la colse del tutto di sorpresa. Infatti – sino a quel momento – “il nemico” da tenere sotto osservazione continuava a essere considerato il Totalitarismo, nelle sue differenti forme e revival (per l’intero fronte quello fascista; per buona parte dei riformatori occidentali pure quello comunista sovietico). Mentre il Capitalismo sregolato (in base alla sconsiderata ideologia ottocentesca del Mercato “autoregolantesi”) veniva ormai giudicato una belva del tutto addomesticata e resa innocua; vuoi dai patti storici stipulati (quello fordista e welfariano in particolare), vuoi dalla crescente accumulazione di ricchezza resa possibile dalle esperienze di economia amministrata e “mista” pubblico/privata.
Sicché l’irrompere dall’esterno di un potente avversario – quale il Thatcher-Reagan-pensiero – la colse del tutto impreparata a contrastarlo. Anche perché – in contemporaneo alla resistibile avanzata del nascente soggetto antagonistico – stavano intervenendo processi culturali più interni all’equilibrio postbellico, conseguenti all’emergere di una Sinistra che si definiva “nuova”; portatrice di modelli alternativi di pensiero, tali da scardinare l’intera tradizione culturale di riferimento e ancoraggio, sotto forma di un vero e proprio disarmo unilaterale.
Insomma – come è stato detto – la Nuova Sinistra preparò il terreno per la “rivincita degli austriaci” (i von Hayek, i von Mises e i loro epigoni friedmaniani della scuola di Chicago. “Liberisti da Guerra Fredda”, li chiama qualcuno). Seppure inconsapevolmente, ma sempre insaporendo il piatto con un’abbondante spruzzata di salsa francese: Jean Baudrillard, Michel Foucault, Jacques Derrida… per arrivare all’estensore del manifesto, datato 1979, che formalizzò quella che ora veniva definita “la condizione postmoderna”: Jean-François Lyotard. Una rappresentazione del mondo che – a detta del ricercatore che ne ha esplorato più attentamente le cause e le ragioni della sua diffusione, partendo dalle trasformazioni sociali intervenute, Ronald Inglehart – ha come componente centrale l’ambiguità nelle sue pratiche di decostruzione dei vigenti modelli di pensiero.
«Domanda: qual è la differenza tra un malavitoso e un decostruzionista? Risposta: un decostruzionista ti fa un’offerta che non puoi capire!»[5].
Il punto fermo che accomuna questi pensieri – pur tra loro diversi – è quello dell’andare oltre la razionalità strumentale dell’epoca al tramonto liberandosi dai suoi vincoli, ormai reputati non più necessari; resi inutili dal superamento di uno stato mentale fino ad allora giudicato permanente: il senso di insicurezza, che permeava le percezioni delle donne e degli uomini formatisi in stagioni dove il pericolo per la propria vita e le ristrettezze materiali apparivano l’inquietante ed ansiogena compagnia quotidiana. Mentre quei vincoli – da rassicuranti, in quanto protettivi – si erano trasformati nell’esatto contrario: costrizioni repressive da abbattere. E con esse la gauche de papa che ne era guardiana.
Va detto che nell’azione decostruttiva dei postmodernisti si può riscontrare anche una pars destruens utile e – dunque – largamente condivisibile: la presa d’atto che le grandi “metanarrazioni ideologiche” otto/novecentesche avevano perso capacità di fornire un qualsivoglia senso/significato all’agire umano; l’intuizione delle forme mutevoli di un Potere camaleontico che esercita repressione attraverso la costruzione del consenso (nella formula foucaultiana de “la verità nei suoi effetti di potere e il potere nei suoi discorsi di verità”). Quindi – sempre secondo Foucault – «la critica sarà pertanto l’arte della disobbedienza volontaria, dell’indocilità ragionata»[6].
Purtroppo è la pars construens a difettare, imprigionata nel gioco – appunto – ambiguo dell’incredulità compiaciuta e autoreferenziale. Culminata nella distruzione teorizzata di qualsivoglia ragione per cui valga la pena di impegnarsi collettivamente: il moderno “viaggio per uno scopo” affonda – così – nelle sabbie desertiche del postmoderno “nomadismo erratico senza scopo”.
Con le parole del filosofo Remo Bodei: «i moderni appaiono come pellegrini nel tempo, uomini che si muovono secondo una meta e un progetto, per cui l’identità diventa in loro costruzione, previsione e tragitto. I post-moderni, al contrario, si sarebbero adattati ad abitare nel deserto, a vivere l’esperienza della frammentazione del tempo e ad avere la percezione netta della distanza incolmabile tra gli ideali dell’io e la loro realizzazione. Non si prefiggerebbero quindi di costruire qualcosa di stabile. Bensì di soggiornare in una serie di identità provvisorie»[7].
In questo perenne oscillare di punti di vista, più brillanti che argomentati, scompare ogni rigorosa distinzione. Nel trionfo dell’indistinto vale solo quella pulsione “desiderante” che in concreto trova il proprio sbocco naturale nel consumo e i suoi riti («dove l’implosione del reale e dell’irreale ci lascia con un senso indefinito della loro differenza… c’è tanto di irreale intorno a noi che ci troviamo più a nostro agio con questo piuttosto che con il reale»)[8]. Quasi a prefigurare acriticamente – seppure veicolandolo attraverso oscure terminologie iniziatiche – il passaggio postindustriale (postfordista) dal Capitalismo manifatturiero a quello delle reti distributive: «quando la filosofia – sentenzia il postismo standard – riflette sull’assoggettamento dell’uomo ai suoi prodotti, non può non trovare in questo esito del nichilismo una condizione normale»[9]. Perché – secondo David Harvey – «il post-modernismo galleggia, sguazza addirittura, nelle correnti frammentarie e caotiche del cambiamento, come se oltre a questo non ci fosse null’altro»[10].
Il conflitto oltre la classe
L’apoteosi dell’indeterminatezza, con le sue favole caleidoscopiche, esorcizza da par suo ogni accreditamento della ricerca scientifica in quanto pratica produttrice di conoscenza verificabile, parla il gergo dell’individualismo senza legami (di fatto, soltanto lo “specchio dell’isolamento”) e – soprattutto, almeno per l’utilità del nostro discorso – rifiuta qualsivoglia analisi della composizione sociale basata su interessi materiali (appunto, “di classe”).
Certo, nei lunghi anni dell’integrazione/pacificazione welfariana – per dirla con Ralf Dahrendorf – il conflitto era andato “oltre la classe”. La qual cosa non significava minimamente che la società fosse diventata anch’essa un indistinto. Senza alcun dubbio «la politica e la società erano piacevolmente semplici al tempo in cui la scena del conflitto sociale era dominata da due gruppi principali, dei quali l’uno difendeva il privilegio mentre l’altro rivendicava il diritto di cittadinanza»[11]. Ossia, il paradigma semplificatorio impostosi nella fase industrialista ormai in esaurimento.
Alla luce di tali fatti, a sagaci decostruttori quali i postmodernisti (teorici di un dominio panottico riproposto attraverso forme costantemente rinnovate) – ammesso e non concesso che fossero in grado di concepire il lavoro intellettuale come responsabilità – sarebbe spettato il compito di affrontare il problema delle mutazioni in atto nelle dinamiche conflittuali. Invece si limitarono a proclamare compiaciuti, per la penna del solito Lyotard, che «la lotta di classe, ormai sfumata al punto di perdere qualsiasi radicalità, si è infine trovata esposta al rischio di perdere la sua consistenza e a ridursi a una ‘utopia’, a una ‘speranza’, a una protesta di principio»[12].
Insomma, risultava loro molto più suggestivo volteggiare negli arzigogoli su complottismi onirici piuttosto che attardarsi nella squallida quotidianità dello sfruttamento e della precarizzazione, insiti nel modo di produrre postfordista ormai in marcia. A partire dal fatidico 1973 (anno della grande crisi energetica e del colpo di Stato in Cile; punto d’avvio della globalizzazione, intesa come apertura delle gabbie in cui erano stati rinchiusi gli spiriti animali capitalistici).
Intanto, a loro insaputa, avanzavano fenomeni di ben altra consistenza, tali da terremotare l’intera orografia del consenso. Puntualmente registrati dal lavoro d’indagine sul campo di Inglehart.
«L’affermarsi della dimensione politica postmoderna tende a invertire le posizioni di classe: secondo la vecchia distinzione tra destra e sinistra, i ceti più abbienti sostenevano la prima, difendendo la propria posizione economica privilegiata. La dimensione politica postmoderna, invece, non si fonda più sulla proprietà, ma sul senso di sicurezza individuale. Essa contrappone chi ha una visione del mondo materialista/moderna a chi ne ha una postmaterialista/postmoderna. In questa dimensione, coloro che hanno un reddito superiore, un miglior livello di istruzione e uno status occupazionale più alto, quindi una maggiore sicurezza, tendono a collocarsi in misura crescente a sinistra»[13]. Questo è quanto conclude l’importante sociologo americano. In effetti, ciò che si andava realmente appalesando era il distacco della Sinistra dalla sua base tradizionale, abbandonata alla massiccia propaganda degli avversari, per inseguire un consenso episodico e quanto mai fluido. La vaghissima metafora della “liquidità”, seppure coronata dal successo, con cui Zygmunt Bauman ci intrattiene da anni e in reiterati saggi.
Insomma, a fronte di un movimento tellurico dalle dimensioni inaudite, la Sinistra sulla via della Damasco postmodernista che fece? Si potrebbe dire: fece l’amore non la guerra, mise fiori nei propri cannoni.
Con tutto il rispetto dovuto alla libera sessualità e al pacifismo, emergeva – così – quella confusa agenda politica ridotta a elenco (“contaminazione”) di rivendicazioni individuali contro Stato e società.
Il tema identitario andava strabordando fino a occupare l’intero campo del dibattito pubblico, frammentato in identità individuali, sessuali, culturali… Con contorno di esotismi vari, che gratificavano la prevalenza – molto vague postmoderna – dell’estetica sull’etica. «Cibo quotidiano – commentava in quegli anni Carlo Augusto Viano – per gli eredi della cultura che si è riconosciuta nel rifiuto della società industriale… Una cultura morbida, che alla dura realtà materiale della società industriale contrapponga un’altra realtà, nella quale l’essere tramonta e al posto delle cose ci sono semiosi e giochi linguistici»[14].
Sotto l’effetto di siffatte morbidezze e/o liquidità si produceva l’inevitabile “ declino di uno scopo condiviso”; la fondamentale dimensione pubblica cedeva di fronte alle pretese ultimative del “privato”. E la nuova Destra emergente poteva fare propria questa alternativa, schierandosi con ben maggiore credibilità dalla parte dell’individualistico (il mantra “avido è bello” sotto le spoglie della riapparsa Mano Invisibile) contro la priorità del sociale; ma anche trovando un campo completamente spianato dalle involuzioni culturali avvenute nello schieramento contrapposto.
La sua smobilitazione politica per implosione.
La Rivincita degli austriaci
Torniamo alla ricostruzione fornitaci da Judt. «Il compito della rinascente destra fu reso più facile non soltanto dal tempo trascorso (con i traumi degli anni Trenta e Quaranta ormai lontani, la gente era più disponibile a prestare ascolto alle voci tradizionali del conservatorismo) ma anche dagli avversari. Il narcisismo dei movimenti studenteschi, i nuovi ideologi della sinistra e la cultura popolare della generazione degli anni Sessanta crearono le condizioni ideali per una reazione conservatrice. La Destra ora poteva affermare di essere la paladina dei ‘valori’, della ‘nazione’, del ‘rispetto’, dell’‘autorità’ e della tradizione e civiltà di un paese (o di un continente, o addirittura dell’Occidente) che ‘loro’ (la sinistra, gli studenti, i giovani, le minoranze radicali) non capivano e non amavano»[15].
Il punto di massima critica distintiva per questa Destra diventavano lo Stato e i suoi scopi, che nel frattempo erano già sott’attacco della critica postmodernista come ricettacolo di una nuova forma di oppressione occhiuta: “il consenso repressivo”.
Così le fisime di ottocenteschi espatriati dall’Austria, alla Mises e alla Hayek, venivano rimesse a nuovo; con il loro carico da novanta contro ogni forma di programmazione (“costruttivismo sociale”) e di intervento pubblico. Concezioni confuse che alimentarono pratiche comunicative mirate e vincenti; rifornendo le armerie degli spin-doctors al servizio di personaggi terribilmente e pericolosamente mediocri, come Ronald Reagan e Margaret Thatcher.
Il rapido successo di costoro nell’occupazione dell’area mediana del consenso elettorale, sbandierando l’apologetica della deregolamentazione, creò frotte di cloni in tutto l’Occidente; contagiò persino il fronte opposto: la Sinistra, che si omologava postmodernizzandosi, piegandosi allo spirito dei tempi e facendosi “liberista”.
Qualche nome degli insipienti quisling sul lato mancino, tra i tanti che Judt bolla come pronti a «santificare banchieri e nuovi ricchi» (per mostrarsi up-to-date e magari farsi cooptare nella rampante “sfera del lusso”): Tony Blair e Gordon Brown, Bill Clinton, Gerhard Schröder e – per fare buon peso – pure Massimo d’Alema con i suoi Lothar. Sublime esempio di parvenu ossessionati dal desiderio di cancellare la propria colpa di presunti “figli di un dio minore”. Guarda caso, quella “divinità di seconda scelta” era nientemeno che l’epopea dello Stato sociale e dei Gloriosi Trenta: il periodo tra la seconda metà degli anni Quaranta e i primi Settanta che lo storico inglese di scuola marxista Eric Hobsbawm definisce “l’Età dell’Oro”[16].
Alla faccia dei postmodernisti schifiltosi!
Il terreno di scontro fu la conquista dell’area mediana della società, estesa a dismisura dalle politiche redistributive di allargamento della cittadinanza sociale. E il successo della Destra – di certo – non dipese soltanto dalle polemiche retrò di qualche Hayek. Ben altri strateghi, agendo dietro le quinte, mettevano a punto nel quartier generale del Potere le mosse per vincere la guerra in corso. Nel loro caso, riflettendo attentamente su quella concretezza materiale (dimenticata da una Sinistra in crisi di identità) degli interessi che si intendevano aggregare al proprio carro. Qualcosa come una sorta di “sintesi keynesiana alla rovescia”, che produce coalizioni al servizio di una politica. Nel caso, politica anti-keynesiana e pro “Stato minimo”. Con un punto nodale: in che modo disamorare il ceto medio nei confronti di quei servizi sociali welfariani (sanità, assistenza pensionistica, diritto allo studio per i figli, mecenatismo di Stato per arte e cultura…) che nel corso di ben tre decenni gli avevano migliorato le condizioni di vita, tanto da favorirne l’inclusione nell’area del benessere? Presto detto: virando la retorica populistica anti-tasse a grimaldello per anemizzare finanziariamente i servizi pubblici, fino al completo abbassamento qualitativo delle loro prestazioni. Annota l’economista liberal Paul Krugman: «immaginiamo un settore pubblico più piccolo e con un sistema fiscale meno progressivo, nel quale l’elettore medio paga in imposte molto più di quanto riceve in benefici: in questo caso, la maggioranza degli elettori vedrà il settore pubblico più come un onere che come un sostegno e voterà per ridurlo ulteriormente»[17].
Ecco il punto archimedico: la frantumazione di quanto Habermas definisce icasticamente le stecche nel corsetto della cittadinanza democratica. Messa in pratica con grande determinazione, ha innestato la spirale negativa che riuscì a tranciare alla radice l’antico patto sociale su cui si fondava la lunga stagione del Capitalismo amministrato (“embedded”), l’egemonia della Sinistra nel dopoguerra. Quel Big Government che, nonostante tutti i difetti di burocraticismo e paternalismo addebitabili, seppe coniugare con successo il binomio tasse e libertà.
Proprio così: libertà; visto che, in una società con troppo poche tasse e punto ridistribuzioni, gli unici cittadini effettivamente liberi resterebbero soltanto quelli con risorse personali tali da metterli in condizione di affrontare i costi necessari per vivere davvero liberamente. Questa era la semplice verità su cui la Sinistra aveva saldato i propri destini con la maggioranza della popolazione: il successo della democrazia nel dopoguerra poggiava sull’equilibrio tra produzione e ridistribuzione regolamentato dallo Stato. L’equilibrio era stato rotto; e da allora la crescita si sarebbe contrapposta alle politiche dei trasferimenti per ridurre le disuguaglianze.
Non essere stati in grado di comprenderlo, inseguendo altre (più che problematiche) vie per il successo, è anche l’effetto della confusione delle idee indotta dalla pericolosa retorica postmodernista.
Altamente pericolosa, perché evita di affrontare il realistico stato delle cose inseguendo chimere e abrakadabra. Acrobazie sul filo teso sopra il baratro dell’assurdo. Sulla scia di Lyotard, secondo il quale «non può esservi alcuna differenza tra verità, autorità e seduzione retorica; chi ha la lingua più sciolta o la storia più interessante ha il potere». Di conseguenza, «gli otto anni di regno di un carismatico bugiardo [Ronald Reagan, ndr.] alla Casa Bianca indicano che c’è più di un’esile continuità in quel problema politico, e che il postmodernismo sfiora pericolosamente la complicità con l’estetizzazione della politica su cui si basa»[18].
Ci va giù ancora più duro – in quanto a denuncia delle collusioni “pericolosamente” inconsapevoli tra decostruzione postmoderna e controriformismo oscurantista – il converso anti-postmodernista Maurizio Ferraris, osservando che «Ratzinger ha potuto servirsi della critica postmoderna alla oggettività scientifica per sostenere che dopotutto la condanna a Galileo era plausibile»[19].
Flebili e furbetti
E qui da noi? I philosophes nostri compatrioti – ancora una volta – ce l’hanno messa tutta per dare ragione all’intellettuale francese Marc Fumaroli quando ci definisce i «cugini di provincia»[20], dal tempo ormai immemorabile in cui l’Acadèmie Française soppiantò l’Accademia della Crusca quale sancta sanctorum del pensiero à la page.
Esattamente un lustro dopo la pubblicazione del manifesto parigino sulla “condizione
postmoderna”, il riflettore si accese per il canonico “quarto d’ora di celebrità” (e forse qualcosa di più…) sul team di intellettuali nostrani coordinati da Aldo Rovatti e Gianni Vattimo, prevalentemente baroni accademici (tra cui Umberto Eco e Alessandro Dal Lago; più il giovane e già citato Ferraris, allora alla corte di Vattimo), autori dell’opera collettanea intitolata “Il pensiero debole”.
Fu così che balzarono sulla scena del sempre ritardatario dibattito culturale italiano i “debolisti” o – come li soprannominò subito Viano – “i flebili”. Questo in quanto un tratto comune nella loro operazione, molto strombazzata dai media intra moenia, è la vaghezza buonistica tendente all’inerme. Come dichiararono loro stessi, anche in questo caso si trattava del rifiuto di qualsivoglia filosofia dell’emancipazione, che si traduca in prassi conseguenti, «ma anzi rivolgendo un nuovo e più amichevole, perché più disteso, sguardo al mondo delle apparenze, delle procedure discorsive e delle ‘forme simboliche’, vedendole come il luogo di una possibile esperienza dell’essere»[21]. In altre parole, narrazioni decontestualizzate perché sprovviste di categorie selettive rigorose per una necessaria scelta di campo. Infatti, nulla di tutto ciò è riscontrabile in quel funambolico saltabeccare nell’autocompiacimento; accompagnato dal sorrisetto divertito di prammatica; particolarmente irritante viste le condizioni tendenti al comatoso in cui già versava il sistema democratico italiano (erano gli anni del CAF). Del resto, “l’ironico” – per dirla alla Richard Rorty – è un tic perfettamente in linea con l’individualizzazione solipsistica postmoderna; cui fa ottima compagnia l’assunto che la coscienza è «assoluta contingenza»[22].
Il venerando volontarismo dell’undicesima tesi marxiana su Feuerbach («i filosofi hanno soltanto interpretato il mondo in modi diversi, si tratta di trasformarlo»), che aveva ispirato per un secolo l’agire della politica occidentale, diventa – così – un reperto archeologico, oggetto di tacita irrisione.
Quanto rimane sono solo metafore, paradossi e niente più. Prevalenza del sovrastrutturale più effimero che crea un mood, uno stato d’animo declinato in gusti/disgusti e qualche temporanea insofferenza. Sempre nella più beata insensibilità a quanto sta avvenendo nella concretezza (certamente ritenuta banale e stucchevole) della vita reale, alle lotte in corso e alle poste in palio; seppure impellenti, magari drammatiche. Insensibilità che vira nel suo contrario solo quando si tratta – ancora una volta – di abbandonarsi alle fughe nell’esotico; fino ad arrivare, nel caso dello spirito credente Vattimo, all’odierno entusiasmo per il bullo venezuelano Chavez.
Spentisi i fuochi d’artificio, resta solo la sensazione di una pirotecnia fine a se stessa.
Lo si vide benissimo ancora due anni fa, quando uno dei co-equipier del Debolismo – il sociologo Dal Lago – pensò bene di pubblicare un libello contro Roberto Saviano (l’autore di “Gomorra”, il best-seller a livello planetario contro la malavita organizzata partenopea), a suo dire reo di sciatterie linguistiche e di imprecisioni narrative[23]. Neppure per un istante il noto sociologo venne sfiorato da qualche dubbio sull’opportunità di contestare non uno scrittore, bensì il simbolo (pur con tutti i suoi evidenti limiti) della resistenza alla penetrazione criminale in una vasta area del nostro Mezzogiorno. Insomma: puro estetismo del tipo “lasciatemi divertire” (stavolta prendendo a bersaglio un intruso negli orticelli accademici della sociologia della devianza) alla Aldo Palazzeschi fuori tempo massimo; declinato in una sorta di provocazione dadaista modello “baffi alla Gioconda”, sulla scia ironico-distruttiva di Marcel Duchamp. Nel frattempo, dalle parti di Scampia e dintorni proseguono imperterrite le mattanze della Camorra e lo scempio della civile convivenza, della legalità.
Scusabile leggerezza? Distacco dalla realtà al limite dell’estraneazione? Sberleffo beffardo tracimato oltre le soglie cinismo?
Il Debolismo produce anche tali effetti…
D’altro canto – in questa sede – poco importa analizzare i ghirigori filosofici dei reduci giocherelloni di battaglie combattute con fucili a tappi e proiettili di borotalco.
Non ci interessa ricostruire le divaricazioni nella linea genealogica della filosofia moderna; con il passaggio dalla filiera primaria, che da Kant persegue l’elaborazione di un discorso metodologicamente rigoroso e logicamente fondato, a quella che – secondo il pragmatista/postmoderno Rorty – «fa invece capo a Hegel, e in cui egli include Nietzsche, Heidegger e Derrida, [cercando] di sbarazzarsi di questa idea di verità a favore di un filosofare… interessato non a rispecchiare la natura o il mondo esterno, bensì a produrre nuovi orizzonti di senso, a elaborare nuove metafore e nuovi linguaggi»[24]. E poco importa se il risultato spesso ha la consistenza della papier mais fumata al tavolino di un café della Rive Gauche.
Ci basta e avanza verificare – pure dalle nostre parti – l’impatto sulla politica di uno slogan deresponsabilizzante, vera essenza del messaggio postmodernista, quale il «non esistono fatti, esistono solo interpretazioni» di Friedrich Nietzsche. Sintesi mirabile della sorda indifferenza alla ricerca di punti fermi condivisi, atti a mobilitare campagne di interesse generale.
Di più: l’apoteosi della nebulizzazione del sociale in un pulviscolo di “narrazioni” autoreferenziali.
Furbetti e furboni, fauna che da sempre abbonda nei meandri dei partiti italiani, si ficcarono letteralmente a capofitto in questo piatto ricco (di frutti avvelenati). E il discorso pubblico si trasformò rapidamente nel terreno di caccia degli affabulatori malandrini.
In principio, Pannella
Probabilmente il primo politico postmoderno nazionale è stato Marco Giacinto Pannella. Un tipo che negli anni Sessanta – in quanto francofono per via di madre – fu spedito a Parigi come corrispondente de Il Giorno diretto da Italo Pietra. Lì venne a contatto con i fermenti intellettuali da cui presto si sarebbero generate le fioriture filosofiche che scardinarono gli equilibri incentrati sulla vecchia Sinistra.
Dato che l’editore del suo quotidiano era l’allora boss dell’ENI (l’ente petrolifero nazionale) Enrico Mattei, il Marco Giacinto giovane e svelto ne divenne pure l’ambasciatore presso le nuove classi al governo negli Stati del Maghreb decolonizzato. Tanto il mandante come gli ambienti frequentati risultarono una formidabile scuola di cinismo. Che – del resto – poggiava di per sé su solide basi preesistenti: le pratiche di assoluta spregiudicatezza apprese nei parlamentini universitari pre-sessantottardi (la malfamata UNURI).
Non a caso la politica universitaria ha funzionato da incubatrice per altri cinici politicanti, inoculatori di un machiavellismo un tanto al chilo gabellato per pragmatismo realistico, dediti al proprio successo personale raccontato come “primato del Politico”. Il primo nome che viene alla mente è quello di Bettino Craxi, sodale intermittente del Pannella; ma come lui costantemente dedicato – nella logica maoista del viaggiare separati per colpire uniti - a combattere la Sinistra organizzata (leggasi PCI berlingueriano e sindacati), azzerarne i referenti: ogni identità collettiva legata al ruolo sociale coperto (leggasi classe operaia), premessa irrinunciabile per la conquista della soggettività da parte del lavoro, quale attore rilevante nell’arena competitiva degli interessi.
È anche grazie alla loro indefessa opera guastatrice se il “Blocco Storico” della modernità, che coalizzava le forze produttive, è stato sostituito anche nel “caso italiano” da un “Conglomerato Emotivo”, che mescola i risentimenti degli abbienti e quelli degli impauriti in un blend reazionario.
Tornando a Pannella, dopo Parigi e l’Algeria era ormai pronto per rientrare in Patria, conquistare d’assalto il venerando Partito Radicale dei Villabruna e degli amici del Mondo di Mario Pannunzio, iniziare la propria cinquantennale epopea da “avventuriero qualche volta dalla parte giusta”. Intendendo per “giusta” la stagione delle campagne referendarie per i diritti civili.
Liberista anti-welfariano, nemico acerrimo della Sinistra storica e sindacale, promotore di referendum contro i diritti dei lavoratori, pusher della democrazia diretta (ammazzata mediante overdose), lo spregiudicato guru radicale è stato un perfetto prototipo del giocatore tra le righe e gli schieramenti, sempre alla ricerca famelica della solita luce del riflettore (e della comparsata gigionesca in televisione), inafferrabile nelle giravolte lessicali finalizzate a scompaginare le fila, confondere le idee e disarticolare aggregati sociali.
Una volta trasformato il suo partito nella protesi della propria iomania – se la memoria non inganna – fu proprio lui il primo a promuovere liste elettorali modello “santino” (il culto della personalità tramutato in una sorta di icona salvifica); il va sans dire, liste intestate non più a un simbolo identitario collettivo, bensì al proprio nome: la riduzione fideistica del progetto generale al carisma individuale.
Altri lo seguiranno nell’andazzo indecente della politica personalizzata e “situazionista”, magari crescendo nella nidiate dei suoi figlioletti spuri (da Francesco Rutelli agli Stracquadanio vari).
Ormai il tempo era maturo per l’instaurazione del politainment mediatizzato di Silvio Berlusconi. Il supremo imbonitore, con cui Pannella ha trafficato fino all’ultimo. Ripercorrendo ancora una volta la vicenda vergognosa della Destra più bieca che si impadronisce del Potere grazie all’opera decostruttiva inscenata sotto l’etichetta di “sinistra alternativista”.
Ma i guasti del berlusconismo, di cui l’inventario catastrofico durerà per molti anni a venire, sono un altro argomento.
Ormai la ricreazione è finita; e con essa i giochi a somma altamente negativa con cui ci si è baloccati troppo a lungo, fino a rendere l’intera società quel deserto prospettato come libertà nelle metafore derisorie di sconsiderati distruttori.
Giochi al massacro – diciamolo francamente – che erano possibili soltanto al tempo della sicurezza materiale di massa; accumulata dall’azione pubblica e poi dilapidata grazie al suo autolesionistico accantonamento.
Ritorno alle virtù repubblicane
Il risveglio dal lungo sonno della ragionevolezza ora ha bisogno di ritrovare un pensiero, una direttrice di marcia.
Recupero più che urgente. Senza perdere troppo tempo con le seghe mentali sul grado di durezza del pensiero pensabile. Tipo il dibattito – oggi à la page – sulla fine del postmoderno e il ritorno al realismo. Quel “Nuovo Realismo”, di cui un antico compagnon de route dei pensatori deboli – Umberto Eco – adesso ce ne parla nei termini di “Realismo Negativo”; «che si potrebbe riassumere, sia parlando di testi che di aspetti del mondo, nella formula: ogni ipotesi interpretativa è sempre rivedibile (e come voleva Peirce sempre esposta al rischio del fallibilismo) ma, se non si può mai dire definitivamente se un’interpretazione è giusta, si può sempre dire quando è sbagliata»[25]. Per poi ammettere lui stesso che questa formulazione non si distacca molto dalla dialettica popperiana congetture/confutazioni, dalle trite e ritrite semplificazioni del Razionalismo critico di Karl Popper. Con l’ulteriore codicillo, davvero assai poco originale ma sempre neorealista, della presa d’atto «[non della negazione] che vi siano oggetti socialmente costruiti, ma solo che tutti lo siano»[26].
Ma guarda un po’ che intuizione sconvolgente!
Il tema è semmai un altro. Il ripristino di quell’abito morale di serietà e responsabilità che si potrebbe sintetizzare nella formula “virtù repubblicane”.
E qui conveniamo con il nostro beneamato Judt: occorre ritrovare al più presto le ragioni dell’azione pubblica per il bene comune. Dove invece ha torto è quando – forse in un momento di comprensibile sconforto – afferma che «nessuno sta ripensando lo Stato»[27].
Perché questo non è vero: sotto le macerie della controrivoluzione liberista qualche barlume di speranza sta facendosi strada. Appunto, un’idea molto “repubblicana”. Non solo la stupefacente/indecente corsa dei banchieri al salvataggio da parte dello Stato, a seguito del crac di Wall Street nell’autunno 2008!
Dopo la pianificazione burocratica, andata fuori giri per l’impossibilità di governare centralisticamente un numero infinito di fattori, dopo la deregulation che lasciava mano libera ai saccheggi dei beni pubblici e ai banchetti con il patrimonio dello Stato, emerge timidamente un paradigma alternativo ad entrambe. Ossia il potenziamento della democrazia deliberativa attraverso vaste coalizioni pubbliche e private, messe assieme dalla regia “catalitica” delle istituzioni e orientate a scopi condivisi: la via europea alla programmazione strategica su base territoriale, le cui pratiche eccellenti restano ancora largamente sconosciute dalle nostre parti, nel nostro dibattito da “cugini di provincia”. Nella perdurante atrofia dei valori pubblici.
Era il 1982 quando Albert Hirschman scrisse che «le società occidentali sembrano condannate a lunghi periodi di privatizzazione nel corso dei quali sperimentano una depauperante ‘atrofia dei valori pubblici’, seguita da esplosioni di ‘pubblico’ spasmodiche e molto difficilmente costruttive. Che cosa si deve fare per rimediare a questa atrofia e agli spasmi successivi?»[28].
L’unica risposta possibile a questa domanda è mettersi al lavoro per ricostituire il capitale di fiducia necessario ad accompagnare una ripresa di progettualità riformatrice come impegno collettivo. Mentre i campi verso cui indirizzare tali progetti sono già fin troppo evidenti, sotto gli occhi di tutti: l’abbassamento dei livelli materiali e morali della civile convivenza. Quindi, la priorità della lotta alla disuguaglianza; che sta raggiungendo livelli di guardia, mettendo a repentaglio lo stesso pactum societatis.
Questo il compito a cui è chiamata una Sinistra liberata da compromissioni e vassallaggi psicologici, postmoderni o meno che siano. Capace di riprendere in mano la pur stinta bandiera della Giustizia nella Libertà; eppure sempre in attesa di poter tornare a sventolare.
NOTE
[1] J. Habermas, La costellazione postnazionale, Feltrinelli, Milano 1999 pag. 20
[2] T. Judt, Guasto è il mondo, Laterza, Bari 2011 pag. 67
[3] R. D. Putnam, Capitale sociale e individualismo, Il Mulino, Bologna 2004 pag. 308
[4] T. Judt, Guasto è il mondo, op. cit. pag. 63
[5] R. Inglehart, La società postmoderna, Editori Riuniti, Roma 1998 pag. 37
[6] M. Foucault, Illuminismo e critica, Donzelli, Roma 1997 pag. 40
[7] R. Bodei, La filosofia nel Novecento, Donzelli, Roma 1997 pag. 184
[8] G. Ritzer, La religione dei consumi, Il Mulino, Bologna 2000 pag.206
[9] A. Dal Lago, “L’etica della debolezza” in Il pensiero debole (a cura di G. Vattimo e A.Rovatti), Feltrinelli, Milano 2010 pag. 115
[10] D. Harvey, La crisi della modernità, EST, Milano 1997 pag. 63
[11] R. Dahrendorf, Uscire dall’utopia, il Mulino, Bologna 1971 pag.479
[12] J. F. Lyotard, La condizione postmoderna, Feltrinelli, Milano 1981 pag. 29
[13] R. Inglehart, La società, op. cit. pag. 323
[14] C. A. Viano, Va’ pensiero, Einaudi, Torino 1985, pag. 18
[15] T. Judt, Guasto, op. cit. pag. 70
[16] E. Hobsbawm, Il secolo brave, Rizzoli, Milano 1995
[17] P. Krugman, Meno tasse per tutti, Garzanti, Milano 2001 pag. 32
[18] D. Harvey, La crisi, op. cit. pag. 148
[19] M. Ferraris, Ricostruire la decostruzione, Bompiani, Milano 2012 pag. 6
[20] M. Fumaroli, Le api e i ragni, Adelphi, Milano 2005 pag. 35
[21] G. Vattimo e A. Rovatti (a cura di), Il pensiero debole, op. cit. pag. 9
[22] R. Rorty, La filosofia dopo la filosofia, Laterza, Bari 1989, pag. 32
[23] A. Dal Lago, Eroi di carta, Manifestolibri, Roma 2011
[24] G. Chiurazzi, Il postmoderno, Paravia, Torino 1999 pag.68
[25] U. Eco, “Il realismo minimo”, Alfabeta2 marzo 2012
[26] R. Esposito, “Le parole o le cose”, la Repubblica 15 marzo 2012
[27] T. Judt, Guasto, op. cit. pag. 8
[28] A. O. Hirschman, Felicità privata e felicità pubblica, Il Mulino, Bologna 1995 pag. 158

Modifica
20 ottobre 2012