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venerdì 14 settembre 2018

Giobbe, Toni, Ivan e la Dolce Vita


I Morti, 2000


Non mi sono chiesto perché Toni Negri si sia interessato a Giobbe (Antonio Negri, Il Lavoro di Giobbe, SugarCo 1990), dato che tutti si sono interessati a Giobbe e, vuoi o non vuoi, nel campo intellettuale Negri è un soggetto di vaglia: niente di strano che voglia dire la sua. Più interessanti le motivazioni che espone, inusualmente terra terra: le cose vanno malissimo, la vita fa schifo, interroghiamoci insieme a Giobbe sull'insensatezza del cosmo, hai visto mai che venga fuori qualcosa di inedito... Toh, il lavoro! La creazione! Il Messia! Cthulhu fhtagn!

Ora, il presupposto di Negri, che Giobbe deprivi la razionalità del suo potere operativo, in quanto il giusto si ritrova immerso in una situazione totalmente priva di senso (di senso categorizzabile, descrivibile), data l'impossibilità di individuare una dialettica tra termini ultimativamente sproporzionati (Giobbe e Dio), questo presupposto, a mio avviso, è totalmente errato.
È vero che Giobbe descrive in lungo e in largo una realtà che non solo è in contrasto con la teodicea “ortodossa” dei suoi amici (Dio premia i giusti e castiga gli empi, e se il giusto soffre è solo una cosa temporanea, egli si pentirà dei propri peccati e Dio lo colmerà di ogni bene, spirituale e materiale), ma la vanifica totalmente: non è che Dio sia cattivo, e si sia messo a premiare i malvagi e a vessare i giusti, no, le cose stanno peggio ancora, empi e pii ricevono grazie e disgrazie in maniera totalmente casuale, in assenza di un sistema sanzionatorio riconoscibile. È come se Dio non esistesse.
Ma Giobbe grida al non senso del mondo non per descriverlo, ma per contestarlo. Non abbandona la ragione (etica) in quanto resa obsoleta da un cosmo insensato e a-dialettico, al contrario, egli invoca un ristabilimento di una legalità “razionale”, vedendola come unica sua possibilità di salvezza: smettila di punirmi preventivamente (illegalità), smettila di nascondere gli eventuali indizi a mio carico (illegalità), non impedirmi di starti davanti come querelante di diritto (illegalità), insomma, rendi “ragionevole” (legale, rispondente cioè a norme condivise e comprensibili) questo procedimento contro di me, e io confido di poter dimostrare la mia innocenza. È vero che Giobbe dispera di poter ottenere giustizia, dato che nessun terzo può fare da arbitro tra lui e Dio, perché Dio è legislatore, giudice, testimone e carnefice, e non lo si può costringere a essere “giusto”, perché è lui a stabilire quello che è giusto, ma questa consapevolezza non lo fa desistere: schiacciato, come un Joseph K, da una giustizia insensata e senza forma, continua a chiedere che gli sia concesso di difendersi in un regolare processo (habeas corpus: Giobbe è un liberale ante litteram?).
Del resto, anche l'affermazione secondo cui una dialettica Giobbe-Dio sia fondamentalmente impossibile anzi, vista l'incommensurabilità dei due termini, insensata, anche questa osservazione di Negri è, di nuovo a mio avviso, totalmente errata. Dice Negri che una dialettica che può avere come esito non il superamento della contraddizione ma la distruzione di uno dei termini (in questo caso Giobbe, umano infinitamente piccolo di fronte all'infinitamente grande), si consegna all'insensato. Ma è lui stesso a osservare come Dio non abbia senso senza coorti di angeli che gli sfilano davanti, senza un satana che gli propone scommesse, e, soprattutto, senza esseri umani che lo adorino. E sottolinea anche (Negri) che Dio insiste più di una volta sulla necessità che Giobbe rimanga in vita, e si capisce: se Giobbe muore la scommessa con il satana non ha più senso, ma soprattutto non ci sarebbe più nessuno ad assistere all'epifania di Dio. Se non c'è l'essere umano a contemplare e a meravigliarsi delle sue opere, Dio perde la sua identità, magari anche la propria esistenza.
Quindi la dialettica Dio-Giobbe sussiste, eccome, proprio perché l'opzione di annichilimento di uno dei termini (Giobbe) non si pone.
E qui Negri introduce la parola “lavoro”, che sembrerebbe avere qualcosa a che fare con il “valore”, in qualche modo collegato alla teodicea retributiva (Dio premia i virtuosi e castiga i peccatori) degli amici di Giobbe, ed essendo quest'ultima falsa ne consegue anche che il “lavoro” è una cosa brutta. Ma, e ce lo aspettavamo, questo termine assume la solita, postmoderna, polimorficità. È il lavoro maledizione inflitta ad Adamo, una metafora della condizione umana (“i suoi giorni si snodano come quelli di un cottimista”), ma anche “avventura prometeica dell'uomo” (pag.106).
Negri si chiede, a questo punto, come liberare il lavoro (qualsiasi cosa ciò significhi), e indica la soluzione in un Messia della carne, della creaturalità, invocato dalle tante interiezioni “viscerali” di Giobbe.
Ora, il fatto che questi richiami al Messia-Incarnazione abbiano un pedigree autorevole non ne sminuisce l'abusività. L'invocazione per un giudice terzo, un Vendicatore, scusate se mi ripeto, sono la forma con cui Giobbe esige un ordine etico razionale che redima il difetto dell'attuale ordine retributivo (sballato e insensato). Se il continuo richiamo alla fisicità carnale di Giobbe ha un senso, è proprio questo: se non c'è giustizia per me, per questo corpo devastato ed esausto, per le sofferenze inflitte ai lavoratori, alla vedova e all'orfano, allora non c'è senso, Dio non ha senso (o, si potrebbe dire, esistenza). Di nuovo, Negri sbaglia nel voler vedere in tutto questo un approdo “altro” che lascia dietro di sé la ragione, uno schema retributivo e quant'altro. Se fosse così, andrebbe bene la soluzione prospettata in qualche punto dagli amici di Giobbe (soprattutto Elihu): vabbè, sembrerebbe che Dio non sia molto conseguente (eticamente razionale) nel premiare i giusti e punire gli empi, ma insomma, lui sa quello che fa, tu invece a che titolo vuoi contendere con lui, hai messo tu limiti agli oceani eccetera? È un espediente della teodicea che a tutt'oggi, nonostante le randellate ricevute, non si decide a emettere l'ultimo respiro. Il male? È un mistero, va' a sapere come ragiona Dio!
Negri non vede questa esigenza di razionalità etica (banalmente, di giustizia) perché è un postmoderno (anche se lui lo negherebbe), e quindi, deleuzianamente, qualsiasi cosa possa interpretare come un superamento-dismissione-allontanamento dalla ragione (o da qualcosa che gli somigli, anche solo vagamente) gli sembra positivo. Se fosse coerente con la premessa, la parabola di Giobbe dovrebbe approdare all'accettazione del totale non senso: non c'è giustizia, la sofferenza dei giusti è casuale e insensata, nessuno comanda, decide, retribuisce, non c'è dio. E non sarebbe una conclusione ingiustificata (non più dei richiami messianici di tanti interpreti del testo): in fondo Giobbe pencola molto verso il Qohelet, i suoi accenni a una nuova vita, a una resurrezione della carne, sono protocollari, è evidente che la sua concezione dello sheol è quella dell'ebraismo primitivo, una specie di aldilà appena abbozzato, un buco di cui si sa poco e niente. Questa posizione non ha nulla di religioso, tanto meno di mistico o di messianico. È una posizione pragmatica: Dio ti dice di fare certe cose (fare sacrifici a lui, aiutare i poveri eccetera), se lo fai prospererai, se no languirai e morirai. Tu scopri che le cose non vanno affatto così, e così ti ribelli, chiedi conto a Dio del suo comportamento. È impossibile, assurdo? Non ha importanza, perché non hai scelta. Lo schema retributivo razionale (eticamente) deve esistere, altrimenti... Altrimenti cosa? In realtà tutti i dettagli che affascinano Negri (la vacuità della retribuzione, Dio che ride delle sfortune degli uomini, l'impossibilità di un giudice terzo, eccetera) sono evocati da Giobbe solo come contrasto alla sua sicurezza di potersi dimostrare innocente. Giobbe non si distacca, non emigra, non va oltre la ragione distributiva, dice anzi: o la giustizia (razionale, comprensibile, condivisibile) o il nulla. Il richiamo messianico è solo retorica: ah, magari ci fosse un giudice terzo! Ah, magari potessi un giorno vivere di nuovo! Ah, magari ci fosse per me un vendicatore!
Ma siccome siamo “destrutturalisti” dobbiamo per forza superare la banalissima ragione, anche se non con la dialettica meschina “degli Hegel o degli Schelling” (pag.108), che è comunque paccottiglia razionalistica!
A questo punto un Messia è d'obbligo, ma di che si tratti non possiamo dire, perché Negri è Negri, e i concetti linguistici e metafisici si fanno fluidi e rizomatici, tutto è niente e niente è tutto. Non sorprende che il libro si concluda con un elogio degli apici dell'affabulazione post-strutturalista:
Deleuze-Guattari, nel loro formidabile «Mille Plateaux», descrivono esattamente le dinamiche che seguono la crisi metafisica (di superamento, della dialettica) nella modernità. Il limite superiore del mondo, l'assunta impossibilità di trascendimento, aprono orizzonti indefiniti, canali di scorrimento massicci. Il metodo e il processo, il rizoma e il flusso divengono le chiavi di un discorso sulla modernità. Nessuna presunzione di cogliere immanenti costituzioni della soggettività: ma, d'altra parte, il sempre nuovo riproporsi di insiemi, di limiti, di ritornelli dell'essere, di nodi di cooperazione e di espressione, che – disincarnati – sul limite, sull'incrocio, nella costellazione ritrovano carne – oggettivati, nella tragedia ritrovano determinazione soggettiva.” (pag.157)

Come si vede, lo spostamento e il superamento sono valori in sé: un po' come i personaggi di Kerouac, il filosofo sente l'impulso di spostarsi, di stare sul margine, di cavalcare il flusso, proiettato verso un “it” totalmente privo di connotati, probabilmente solo sognato (o allucinato).

Come dicevo all'inizio, non mi sono chiesto come mai Toni Negri si interessasse a Giobbe, ma piuttosto (cedendo alle mie idiosincrasie, lo ammetto): perché Giobbe e non Ivan Karamazov?
L'interrogativo può sembrare pretestuoso: non lo è.
Tra le tante cose che il discorso di Ivan (contenuto nei capitoli III e IV del Libro Quinto dei Fratelli Karamazov) è e può essere, c'è anche il suo aspetto di “risposta a Giobbe”. Ivan fa letteralmente tabula rasa di qualsiasi teodicea, razionalistica o misticheggiante che sia, non confutandola ma rendendola umanamente indecente. Non a caso, nessuno è riuscito a dare una “risposta a Ivan”, se non rifugiandosi nel Mistero o aggrappandosi di nuovo a qualche brandello di teodicea, o semplicemente fraintendendo il suo discorso (di solito ricorrendo al trucco di concentrarsi sulla Leggenda del Grande Inquisitore, facendo finta che il resto non esista).
Il fatto è che il discorso di Ivan riesce davvero a sfondare i limiti del linguaggio e della razionalità, non virtualmente come nel chiacchiericcio post-strutturalista, e quindi ci sarebbe ben poco carburante per una macchina desiderante (con alla guida un corpo senza organi), qui Dostoevskij va oltre Giobbe, e oltre c'è solo il nulla.

Non sorprende, perciò, che si discuta di Giobbe e non di Ivan. Il dolore di Giobbe, essendo “socializzabile” (pag.132), offre una via di redenzione agli esseri umani, preconizza un Messia che può essere anche marxiano, mentre la ribellione di Ivan non apre a nessuna forma di riscatto.
La potenza è istaurata nel dolore, è potenza del non essere, è potenza della comunità – un'essenza inconclusa entro un processo indefinitivamente creativo.” (pag.133)

Cos'è questa, se non l'ennesima teodicea che vuole rendere la sofferenza “comprensibile”? Negri cavalca l'onda che porta lontano dalla ragione e dal senso, solo per imboccare, attraverso la porta del messianismo, la strada della vecchia sofferenza “istruttiva”, anche se con termini più barocchi. Bel paradosso.
Inoltre, Negri non accenna minimamente all'osservazione che farebbe Ivan: ah, certo, Giobbe viene restituito alla sua antica prosperità, tante greggi, tanti figli, tre figlie (naturalmente bellissime), e un pacco di soldi... E quelli di prima, i guardiani, i dipendenti di Giobbe massacrati nelle razzie? I poveri armenti periti in disastri mirati (dal satana scommettitore)? Tutta la prole sterminata (ah, queste case fatte col cemento della mafia!)? Quelle tre figlie, altrettanto belle, altrettanto virtuose, sono morte ingiustamente o no?
Sono domande ingenue e anacronistiche, certo, e allora? Ivan direbbe che nessuna ricchezza, nessuna figliolanza, nessun nuovo bestiame potranno mai compensare gli operai, i figli, le bestie sterminate ingiustamente. La redenzione è impossibile, anzi peggio, inaccettabile. Negri ha sacrosantamente ragione a sottolineare il carattere decisivo della visione diretta di Dio da parte di Giobbe. Questo cambia tutto, certo.
In peggio.
Giobbe conosce Dio faccia a faccia, e nell'interpretazione di Negri arriva a essere tutt'uno con la stessa Creazione (una conoscenza assoluta che significa diventare la cosa conosciuta). Ma questo non cancella l'ingiustizia. Quei morti, quel dolore restano irriscattabili.
Al posto di Giobbe, Ivan avrebbe detto:
Ti ho conosciuto faccia a faccia,
e ora taccio, mi copro di cenere e mi pento delle mie parole,
riconosco la tua gloria e la tua grandezza,
ma lasciami nella mia miseria, alle mie piaghe,
all'irrisione dei monelli,
non voglio armenti, non voglio pezzi d'oro, non voglio altri figli e figlie.
E ti volgo le spalle.
Ti ho visto, e ora distolgo da te il mio sguardo.”

Perché, come dice Lear:
Perché deve
Aver vita un cavallo, un cane, un topo,
E tu neanche un respiro? Tu non ritornerai,
Mai più, mai più, mai più, mai più, mai più.”


Annotazione poco seria:

Dio si manifesta direttamente a Giobbe, e tra le sue sublimi creazioni gli indica il Leviatano, mostro marino di proporzioni enormi, e dice, sarcasticamente (40, 30-31):
Lo metteranno in vendita le compagnie di pesca,
se lo divideranno i commercianti?
Crivellerai di dardi la sua pelle
e con la fiocina la sua testa?

Insomma, Yahweh non ha letto Moby Dick.

Annotazione più che seria:

Giobbe, di solito, viene considerato un giusto per default, infatti tutte le speculazioni e discussioni e interpretazioni partono dal dato di fatto che Giobbe sia un virtuoso che soffre ingiustamente e che per questo chiede ragione a Dio. Elifaz insinua che Giobbe si meriti le sue sventure per atti malvagi commessi in prima persona, e non come uomo genericamente peccatore al cospetto di Dio (22, 6-9), ma si presume che lo dica per eccesso di zelo teologico.
E tuttavia, c'è un momento in cui Giobbe (che aiuta i poveri, le vedove, che si comporta con equità perfino coi suoi schiavi) nomina una categoria di persone che sembra escludere dalla sua pietà (30, 1-10):
Ora invece si ridono di me
i più giovani di me in età,
i cui padri non avrei degnato
di mettere tra i cani del mio gregge.
Anche la forza delle loro mani a che mi giova?
Hanno perduto ogni vigore;
disfatti dalla indigenza e dalla fame,
brucano per l'arido deserto,
da lungo tempo regione desolata,
raccogliendo l'erba salsa accanto ai cespugli
e radici di ginestra per loro cibo.
Cacciati via dal consorzio umano,
a loro si grida dietro come al ladro;
sì che dimorano in valli orrende,
nelle caverne della terra e nelle rupi.
In mezzo alle macchie urlano
e sotto i roveti si adunano;
razza ignobile, anzi razza senza nome,
sono calpestati più della terra.
Ora io sono la loro canzone,
sono diventato la loro favola!
Hanno orrore di me e mi schivano
e non si astengono dallo sputarmi in faccia!

Chi sono questi reietti? Sono contadini e allevatori che si sono indebitati e si sono “dati alla macchia” per evitare il peggio. Come dice David Graeber nel suo Debito, I Primi 5000 Anni (pag.92):
Sembra che l’economia dei regni ebraici, al tempo dei profeti, cominciasse a sviluppare le stesse crisi del debito, da tempo frequenti in Mesopotamia: specialmente negli anni del cattivo raccolto, il povero si indebitava con il ricco o con i ricchi prestatori di denaro della città, che iniziavano a togliere loro il titolo di proprietà sulla terra, divenendone proprietari, mentre i loro figli e figlie venivano portati via a integrare la servitù nelle abitazioni dei creditori, o per essere addirittura venduti come schiavi.

Da queste situazioni insanabili (come il debito greco) derivò l'idea del Giubileo.
Quello che è curioso, però, è che Giobbe, che altrove nel testo deplora la situazione dei lavoratori sfruttati, dei poveri, degli orfani, delle vedove, non abbia che parole di disgusto verso questi paria fiscali (magari lui era uno dei suddetti prestatori), ma ancora di più stupisce che i post-strutturalisti di sinistra (foucaultiani o meno), con le loro simpatie metafisiche per il marginale, l'outcast, il delinquente, abbiano ignorato questo lumpenproletariat biblico.

domenica 11 gennaio 2015

Non è sangue sulla libertà.



di Tonino D'Orazio

 
E’ sangue sull’ineguaglianza. Non è possibile ad una mente critica confondere i due concetti.

Dire che, in pagina di copertina e a caratteri cubitali, (cfr google) il Corano è una merda non rileva molto della satira. Diciamo non fa né ridere né sorridere. Come in genere nessun linguaggio escrementizio.

Immaginate su un nostro settimanale scrivere in pagina di copertina, almeno dieci volte all’anno, che il Vangelo è una merda. Oppure la Bibbia, questa strana raccolta di storie di violenza, di sopraffazione, di genocidi a fil di spada, di meretrici all’opera, di un maschilismo esacerbato e predominante, di un dio padre spesso umanamente vendicativo, rabbioso e di parte, di una continuità storica immorale fino al genocidio palestinese attuale nel suo nome, immaginate insomma che questa Bibbia venga trascinata nello sterco. Ci sarebbe subito del penale e del vilipendio. Oppure provate a bestemmiare, atto inutile e per questo stupido o perlomeno provocatorio, e una multa dal garante dell’ordine pubblico non ve la leva nessuno. Come dire che per le religioni invece c’è chi può e chi non può.

Certamente quello dei redattori di Charlie Hebdo è un vigliacco assassinio, e va fermamente condannato, ma non possiamo dimenticare o pensare che le centinaia, migliaia ormai di civili musulmani morti (donne e bambini) sotto i nostri bombardamenti occidentali, siano solo effetti collaterali della benemerita e bombarola politica di esportazione armata della nostra letale democrazia. Sarebbe, come predica la Bibbia, un occhio per un occhio, una vita per una vita? O magari dieci o cento vite palestinesi per una ebrea? Mille vite musulmane per un bianco cristiano? In nome dello stesso dio? Tutto regolare, eccetto per chi non può decidere nulla perché c’è chi è più uguale di un altro.

L’Islam è compatibile con la democrazia? Tanto quanto il cristianesimo prevaricante o fondamentalista. In epoca romana (e per quattro secoli) il cristianesimo era totalmente incompatibile con la concezione generale dello stato e del diritto romano, e dopo una certa ambigua fase storica di fondamentalismo, fu dichiarato religione ufficiale dell’impero romano morente. Da allora ha sostituito lo Stato e la democrazia, imponendo la sua visione, oltre le minacce per l’eventuale “al di là”, anche degli affari terreni, fino a crimini orrendi di ignoranza e di strapotere. Ancora oggi i dieci comandamenti sono il fulcro dei codici, sia civile che penale, dell’occidente. Gli illuministi, i razionalisti e gli atei possono stare all’angolo, non sono liberi, oppure lo sono finché non danno fastidio e non cerchino di costruire la loro visione del mondo su valori non religiosi. Non sono uguali agli altri per libertà di pensiero. L’Islam è compatibile con la democrazia tanto quanto viene accettato da quasi due miliardi di individui, né più né meno ignoranti di noi, e tradotto in pratica di governo delle loro società. Forse abbiamo qualche responsabilità nell’aver, dividit et imperat, creato e sostenuto (e armato) i loro filoni più estremistici a noi confacenti e utili per interventi umanitari armati e per derubarli. L’attacco vigliacco a Charlie Hebdo si sta traducendo proprio in una maggior accettazione del corso storico da noi creato in quelle aree; in un rinsaldamento della nostra occidentalità cristiana (Salvini: “torniamo alle radici”); in una guerra di religioni appena repressa dalle Crociate ad oggi (guerra potente, ma la voglio tralasciare in questo articolo); in un mai sopito e sempre reiterato appello alla pena di morte; in un potenziamento dei filoni culturali e politici razzisti, destre tanto utili al sostegno neoliberista europeo e nord americano per continuare a costruire ingiustizia, ineguaglianza e appropriazione indebita; in un razzismo populista strisciante e ben orchestrato, con venti di guerra e di vendetta (Hollande). La nostra, la loro non è uguale, e “pagheranno” (chi?). Noi no, mai.

Per avere sempre ragione abbiamo costruito un sembiante di diritto internazionale addomesticato ai nostri voleri, diciamo alle nostre armi, la Nato che ormai si espande oltre i suoi confini e i suoi compiti, il Tribunale Internazionale Penale (di cui giustamente non fanno parte né Israele né gli Stati Uniti) per punire i genocidi non nostri e solo i mostri che non ci piacciono e non ci ubbidiscono, l’Onu che ratifica sempre più la sua dipendenza dagli Stati forti, quelli con l’atomica. L’ineguaglianza e l’ingiustizia regnano dappertutto sul globo. E volete che non succeda nulla?

La rivoluzione francese è stata fondamentale per i concetti sociali, per niente religiosi, espressi in tre parole, “liberté, egalité e fraternité”. A queste parole il popolo parigino, da allora, associa una manifestazione tematica. Si riunisce automaticamente a Place de la République quando si minaccia lo Stato complessivamente, a Place de la Bastille quando si minaccia la libertà o lo stato sociale. Fraternité non è riferita alla fratellanza cristiana ma a quella umana illuministica e utopica espressa successivamente con la parola solidarietà che ha permesso il diritto allo stato sociale. Ma include anche le altre due parole chiavi e viceversa, in modo indissolubile. Non esiste l’una senza le altre.

A mio avviso quindi non hanno percepito solo un attacco alla libertà ma soprattutto quello allo Stato, alla Francia, come in fase di guerra, anche religiosa s’intende.

L’uguaglianza è la con­di­zione di esi­stenza della giu­sti­zia in seno alle comu­nità umane. Non v’è giu­sti­zia senza ugua­glianza. Già le classi sociali rappresentano la sconfitta di tutti e due i concetti. La lotta per l’eliminazione delle ine­gua­glianze rispetto ai diritti è stata nel pas­sato il motore e l’assioma della Rivoluzione Francese e delle prin­ci­pali rivolte, insur­re­zioni e rivo­lu­zioni sociali e poli­ti­che, insieme alla lotta per le libertà col­let­tive. Una società con l’una, l’uguaglianza (tentativo del socialismo reale) senza l’altra, la libertà generale e degli individui, non può essere che totalitaria, anche se “dolce” e condivisa, come sta capitando alle nostre, gestite sempre più dai “poteri forti”, occulti o sfacciati. Non abbiamo più un granché da insegnare al mondo. Anzi dovremmo proprio ricominciare dalla tematica égalité per riconquistare noi stessi libertà e democrazia. E’ l’unico programma socialista possibile.

Ecco perché non è sangue sulla libertà, ma sull’ineguaglianza e l’ingiustizia globale.





lunedì 28 maggio 2012

Ci sei o ci fai: fra evoluzionismo e creazionismo


 da unipv

[da NCSE] Interessanti i risultati di un sondaggio, comunque geograficamente limitato al piccolo stato USA del New Jersey, che permette di verificare che, di fronte ad una domanda secca “L’uomo ha avuto origine da forme viventi precedenti?”, il 51% risponda affermativamente, il 42% negativamente e il 7% si astenga. E’ interessante comunque il confronto con le altre domande a cui il campione ha risposto. Si è potuto infatti verificare che fra i non credenti (all’evoluzione biologica) prevalgano i repubblicani, gli anziani oltre i 55 anni e le donne ma soprattutto che la differenza più rilevante riguardi il livello di scolarizzazione, la differenza fra i laureati e le persone limitate alle scuole superiori o anche meno.
Il
report evidenzia quindi che la scuola sia utile, e come sia quindi necessario preoccuparsi dei programmi scolatici, della qualità e della preparazione degli insegnanti: chi trova ragionevole che l’uomo attuale sia derivato da forme viventi precedenti passa infatti dal 37% al 69%, raddoppia in quelli che escono dall'università!
Meno influenza dovuta all’istruzione si nota invece in chi crede nella vita dopo la morte (da 65% a 61%) o nell’astrologia (da 41% a 28%). Il ruolo dell’istruzione è comunque ancora più rilevante nella valutazione della Bibbia; chi crede sia un’opera del tutto umana balza dal 12% in chi al massimo è arrivato a frequentare il liceo al 34% in chi è uscito dall’università.
E’ quindi importante verificare con cura i programmi scolastici, controllare che vengano rispettati, ma soprattutto preoccuparsi che nessuno venga abbandonato (“
No child left behind”). Puo’ evitare che, in un futuro in cui tutti avessero la migliore istruzione, qualche antievoluzionista possa accorgersi di essere semplicemente ignorante, non avendo ricevuto le informazioni minime che il sondaggio evidenzia come indispensabili per capire l’evoluzione biologica.

·         [da NCSE] Da qualche giorno sono disponibili in rete le prime bozze del Next Generation Science Standards, Come il volume del 2011 dell'autorevole National Research Council (A Framework for K-12 Science Education), a cui questa proposta di futuri standard per l'insegnamento delle scienze nelle scuole fa riferimento,  i nuovi standard non sono affatto reticenti per quanto riguarda l'evoluzione e il cambiamento climatico.
La selezione naturale e l'evoluzione sono fra i principali temi proposti per le superiori, mentre la selezione naturale e l'adattamento è uno dei 5 principali temi per le medie. Lo stesso dicasi per "Cambiamento climatico e sostenibilità"  e per "Meterologia, clima e Pressione umana sull'ambiente" nell'ambito delle scienze della terra e dello spazio.
·         [da NCSE] Sempre in questi giorni sono stati pubblicati i risultati di un sondaggio ("Climate Change in the American Mind: Americans' Global Warming Beliefs and Attitudes in March 2012"). Molte le domande e le risposte, per le quali vengono presentate anche le variazioni per il periodo dal 2008 ad oggi.
Curioso osservare come i rischi peggiori vengano riservati alle popolazioni dei paesi in via di sviluppo, ma sopratto alle specie animali e vegetali, senza che si rifletta sulle inevitabili conseguenze che comunque ricadrebbero sulla nostra specie. Se molti americani continuano a non credere al riscaldamento globale o comunque a non preoccuparsene (21%+20%), chi se ne preoccupa in maggioranza crede che sia responsabilità umana (38% contro il 25%).
·         [da NCSE] Leggi che intendevano proteggere chi voleva insegnare informazioni antievoluzioniste nelle scuole nelle ore di scienze sono decadute recentemente nelle assemblee legislative nel Missouri e in Alabama.

domenica 20 luglio 2008

Il meglio della bibbia

postato da oniat alle ore 21:52 domenica, 20 luglio 2008

Piccola antologia tratta dall'antologia di Zorobabele, Dio cavalcava un cherubino, Milano, Baldini&Castoldi, 1994

 Numerosi furono i feriti e i morti, perchè la guerra era voluta da Dio.
1 Cronache 5,22

Nella mano del Signore è un calice colmo di vino drogato. Egli ne versa: fino alla feccia ne dovranno sorbire, ne berranno tutti gli empi della terra.
 Salmi 76,9

Poi mi unii alla profetessa, la quale concepì e partorì un figlio. Il Signore mi disse "Chiamalo Bottino Pronto Saccheggio Prossimo".
Isaia 8,3

Improvvisamente un angelo del signore lo colpì, perchè non aveva dato gloria a Dio; e, roso dai vermi, spirò.
Atti 12,23

Giuda prese una moglie per il suo primogenito Er, la quale si chiamava Tamar. Ma Er, primogenito di Giuda, si rese odioso al Signore e il Signore lo fece morire. Allora Giuda disse a Onan "Unisciti alla moglie del fratello, compi verso di lei il dovere di cognato e assicura così posterità per ilfratello". Ma Onan sapeva che la prole non sarebbe stata considerata come sua; ogni volta che si univa alla moglie del fratello, disperdeva per terra,per non dare posterità al fratello. Ciò che egli faceva non fu gradito al Signore, il quale fece morire anche lui.
Genesi 38,6-10

Eliseo andò a Betel. Mentre egli camminava per strada, uscirono dalla città alcuni ragazzetti che si burlarono di lui dicendo "Vieni su, pelato; vienisu, calvo!". Egli si voltò, li guardò e li maledisse nel nome del Signore. Allora uscirono dalla foresta due orse, che sbranarono quarantadue di quei fanciulli.
2 Re 2,23-25

E' meglio andare in una casa in pianto che andare in una casa in festa; perchè quella è la fine di ogni uomo e chi vive ci rifletterà. E' preferibile la mestizia al riso, perchè sotto un triste aspetto il cuore è felice. Il cuore dei saggi è in una casa di lutto e il cuore degli stolti in una casa in festa.
 Qoèlet 7,2-4

Trovo che più amara della morte è la donna, la quale è tutta lacci: una rete il suo cuore, catene le sue braccia. Chi è gradito a Dio la sfugge ma il peccatore ne resta preso.
Qoèlet 7,26

Una donna accetterà qualsiasi marito, ma una giovane è migliore di un'altra.
Siracide 25,15

Dalla donna ha avuto inizio il peccato, per causa sua tutti moriamo.
Siracide 25,24

Meglio la cattiveria di un uomo che la bontà di una donna.
Siracide 36,21

Come in tutte le comunità di fedeli, le donne nelle assemblee tacciano perchè non è loro permesso di parlare, stiano invece sottomesse,come dice anche la legge.
1 Corinzi 14,34

E' cosa buona per l'uomo non toccare donna; tuttavia, per il pericolo dell'incontinenza, ciascuno abbia la propria moglie e ogni donna il proprio marito. [...] In conclusione, colui che sposa la propria vergine fa bene e chi non la sposa fa meglio.
1 Corinzi 7,1-38

[...]Davide si alzò, partì con i suoi uomini e uccise tra i filistei duecento uomini. Davide riportò i loro prepuzi e li contò davanti al re per diventare genero del re. Saul [il re] gli diede in moglie la figlia Mikal.
1 Samuele 18,26-27

Fa buona guardai a una figlia libertina.[...] Come un viandante assetato apre la bocca e beve qualsiasi acqua a lui vicina, così essa siede davanti a ogni palo e apre a qualsiasi freccia la faretra.
Siracide 26,10-12

Gesù rispose loro "Io e il Padre siamo una cosa sola".
Giovanni 10,30

Gli rispose Gesù "Il Padre è più grande di me".
Giovanni 14,28

Il signore disse ancora a Mosè "Parla a Aronne e digli: Nelle generazioni future nessun uomo della tua stirpe, che abbia qualche deformità, potrà accostarsi a offrire il pane del suo Dio.
Levitico 21,16

I fabbricanti di idoli sono tutti vanità e le loro opere preziose non giovano a nulla; ma i loro devoti non vedono né capiscono affatto e perciò saranno coperti di vergogna.[...] Essi non riflettono, non hanno scienza e intelligenza per dire "Ho bruciato nel fuoco una parte [dell'albero], sulle sue braci ho cotto perfino il pane e arrostito la carne che ho mangiato; col residuo farò un idolo abominevole? Mi prostrerò dinanzi a un pezzo di legno?".

 Isaia 44,9-19
 
Il Signore disse a Mosè "Come offerta volontaria potrai presentare un bue o una pecora che abbia un membro troppo lungo e troppo corto; ma come
offerta per qualche voto non sarebbe gradita".
Levitico 22,23

Non entretà nella comunità del Signore chi ha il membro contuso o mutilato.
Deuteronomio 23,2

Meglio uno di scarsa intelligenza ma timorato, che uno molto intelligente ma trasgressore della legge.
Siracide 19,21

Beati i poveri in spirito, perchè di essi è il regno dei cieli.
Matteo 5,3

Molta sapienza molto affanno; chi accresce il sapere aumenta il dolore.
Qoèlet 1,18

Parola di dio

Rendiamo grazie a Dio...