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giovedì 25 luglio 2013
Bergoglio lava più bianco. La rivoluzione a parole di papa Francesco
Quello che maggiormente sorprende in questa prima fase di permanenza alla guida della Chiesa di papa Francesco è il coro pressoché unanime di consensi che l’ex arcivescovo di Buenos Aires sta raccogliendo. Ma pauperismo e «francescanesimo a puntate» sembrano più funzionali ad una gigantesca operazione di marketing piuttosto che ad una reale riforma delle strutture della Chiesa. Un'analisi controcorrente della “nuova Chiesa” di papa Bergoglio.
di Valerio Gigante da Micromega
I fatidici 100 giorni sono trascorsi, l’enciclica a “quattro mani” (ma con una sola una firma) è uscita, la visita a Lampedusa è terminata. E mentre il viaggio in Brasile è in svolgimento, giornali e riviste si sono già ampiamente scatenati nel tracciare un primo bilancio del pontificato di Francesco. Quello che maggiormente sorprende in questa prima fase di permanenza alla guida della Chiesa di José Mario Bergoglio è il coro pressoché unanime di consensi che l’ex arcivescovo di Buenos Aires sta raccogliendo, da destra a sinistra, nel mondo cattolico come in quello laico.
Se si escludono i soliti mugugni dell’estrema destra cattolica, tutti, dai progressisti ai conservatori, dai laici ai cattolici, dagli esperti di cose vaticane fino alle persone che chiacchierano al bar, considerano questo papa una sorta di straordinario miracolo, il grande riformatore che rinnoverà completamente la Chiesa e le sue strutture. Sull’Espresso tempo fa Sandro Magister ha parlato dell'«incantesimo di papa Francesco», della sua capacità, cioè, di mietere unanimi, entusiastici consensi. Ed in effetti non c’è gesto o parola di questo pontefice che non venga amplificata a dismisura, definita un evento di portata storica, una novità assoluta, una rivoluzione, una “svolta epocale”. Di fronte a tale enorme entusiasmo, proporre una lettura critica, o anche solo dubitativa del pontificato di papa Francesco appare difficile, se non impossibile.
Eppure è proprio del mestiere del giornalista andare nelle pieghe dei fatti, dei personaggi, analizzare le dinamiche per rilevare le contraddizioni ed i nodi eventualmente irrisolti e portarli poi all’attenzione ed alla riflessione di chi legge, piuttosto che limitarsi ad amplificare – non sempre con il doveroso distacco che dovrebbe caratterizzare la professione – ciò che è già sotto gli occhi di tutti. Così, se è comprensibile – seppure non giustificabile – che i giornali cattolici abbiano si siano prodotti in entusiastici “osanna” e peana nei confronti di Bergoglio, assai meno lo è che lo abbia fatto la stampa laica, che dovrebbe avere sui fatti religiosi un occhio un tantino più disincantato, se non proprio vigile e critico.
Lavoro per un settimanale, Adista, che da anni svolge una funzione di informazione-controinformazione su Chiesa e politica, un osservatorio laico sui fatti religiosi che ha sempre costituito un punto di riferimento per chi, da una prospettiva progressista, credente ma senza essere clericale o “chiesastica”, è impegnato per un rinnovamento profondo delle strutture ecclesiastiche e dei rapporti tra la Chiesa ed il potere mondano. I nostri lettori sono stati quindi abituati ad un approccio assolutamente non apologetico nei confronti dei pontificati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Sulle nostre pagine abbiamo pubblicato tanti documenti di teologi e vescovi che criticavano la teologia tradizionalista e la pastorale conservatrice dei due ultimi papi, l’indulgenza nei confronti di governi discutibili quando non esecrabili, i legami del Vaticano e dello Ior con i poteri economico-finanziari, gli intrecci tra gli uomini di Curia e le lobby intra ed extra ecclesiastiche. Ma quando abbiamo scritto del passato di Bergoglio all’epoca della dittatura in Argentina, quando abbiamo messo in evidenza le contraddizioni dei suoi primi atti di governo, in diversi ci hanno scritto delusi ed a volte indignati. Quasi avessimo “tradito” quel sogno di rivoluzione ecclesiale, di francescanesimo realizzato che per anni avevano coltivato e che ora volevano vedere incarnato nella figura di Bergoglio. E noi a sporcare questo idillio, per fare i bastian contrari a tutti i costi, cercare il pelo nell’uovo, insinuare sempre e comunque che il potere è brutto e cattivo.
In realtà non si tratta di avere un pre-giudizio, sul papa o su chiunque altro. È anzi comprensibile il clima di entusiasmo e speranza che le prime parole ed i primi gesti di Bergoglio hanno suscitato in tanti credenti. Ma a chi scrive non compete essere supporter di nessuno, men che meno di chi ha un ruolo istituzionale, connesso ad un potere e ad una capacità di enorme influenza sulle masse.
E allora, prima di entrare nel merito dell’attuale pontificato, vale forse la pena spendere qualche parola per capire il perché di un così diffuso e clamoroso successo del papa presso l’opinione pubblica. Certo, va fatta la necessaria tara all’entusiasmo che sempre accompagna l’elezione di un papa. Ma i mesi passano, e le udienze del mercoledì restano affollatissime, le colonne dei giornali piene delle parole e dei gesti del papa, la simpatia ed il calore che lo accompagnano Bergoglio sono visibili, palpabili. C’è, insomma, dell’altro oltre al fascino per la novità venuta “quasi dalla fine del mondo”.
Una prima spiegazione sta forse nel linguaggio di papa Francesco. Si tratta nella maggior parte dei casi di discorsi a braccio, che danno l’impressione di evitare formalismi e cerimoniali tipici di una gerarchia ingessata ed incapace di mettersi in sintonia con le folle cattoliche, ma cui pure papa Raztinger era assai affezionato come forma di sacralizzazione del suo ministero. Il papa attuale comunica invece con un linguaggio alla portata di tutti, dice frasi di piccola filosofia spicciola, utilizza un'oratoria colloquiale, imperniata su immagini o metafore di immediata presa comunicativa.
Al di là dell’apparente immediatezza e spontaneità, quella di Bergoglio pare in realtà una retorica assolutamente non improvvisata ed anzi molto studiata. Le metafore e le immagini utilizzate sono di notevole impatto ed efficacia comunicativa. Come quando papa Francesco parla di «Chiesa babysitter» (17 aprile) per stigmatizzare una Chiesa che solo «cura il bambino per farlo addormentare», invece che agire come una madre con i suoi figli; o di "Dio spray" (18 aprile) per mettere in guardia dall'idea di un Dio non cristianamente connotato, che va bene per ogni situazione (salvo poi partecipare alla kermesse per eccellenza del “Dio spray”: quella Giornata Mondiale della Gioventù che continua a riempire le piazze di effimeri entusiasmi mentre le chiese ed i seminari continuano a svuotarsi); o quella dei "cristiani satelliti", usata il 20 aprile per bollare quei cristiani che si fanno dettare la condotta dal "senso comune" e dalla "prudenza mondana", invece che da Gesù. Nell'omelia del Giovedì Santo, ha esortato i pastori della Chiesa, vescovi e preti, a prendere «l'odore delle pecore».
Da tutti questi esempi, oltre la grande abilità comunicativa, emerge uno sfondo teologico ed ecclesiale molto diverso da quello che aveva connotato il pontificato di Ratzinger. I pastori sono pastori e le pecore sono, appunto, gregge da guidare, il cristianesimo deve evitare ogni sincretismo religioso ed indulgenza nei confronti della cultura contemporanea, la secolarizzazione, i suoi valori, il suo relativismo vanno combattuti senza esitazione. Il diavolo esiste (e il papa lo cita in continuazione) e si annida nelle pieghe della realtà che ci circonda. Insomma, nella sostanza, non sembra essere cambiato molto rispetto a Benedetto XVI.
Semmai, rispetto al papa-teologo, l’immaginario religioso di Bergoglio è intriso di un devozionismo molto tradizionale e popolare, simile a quello tardo ottocentesco (un periodo non a caso in cui la Chiesa cercava di recuperare terreno presso le masse, “distratte” da anarchia, socialismo, scientismo, materialismo) fatto di madonnine oleografiche, di Gesù zuccherosi, indulgenze plenarie (nuovamente concessa a tutti i partecipanti alla Gmg brasiliana) e fervorini contro il demonio. E di una Chiesa che resta l’unica solida guida per i credenti e l’unico strumento di salvezza. Il 12 aprile, ad esempio, parlando alla pontificia commissione biblica, papa Francesco ha ribadito che "l'interpretazione delle Sacre Scritture non può essere soltanto uno sforzo scientifico individuale, ma dev’essere sempre confrontata, inserita e autenticata dalla tradizione vivente della Chiesa". Il 22 aprile, in un'altra omelia mattutina, ha detto con forza che Gesù è «l'unica porta» per entrare nel Regno di Dio e «tutti gli altri sentieri sono ingannevoli, non sono veri, sono falsi». Il giorno dopo, nell'omelia della messa con i cardinali nella Cappella Paolina per la festa di S. Giorgio, ha detto che «l’identità cristiana è un’appartenenza alla Chiesa, perché trovare Gesù fuori della Chiesa non è possibile».
Per non parlare dell’enciclica Lumen fidei, scritta in gran parte da Ratzinger, ma firmata da Francesco: un testo costruito nella contrapposizione tra fede cristiana e mondo moderno, nella polemica contro il relativismo, finalizzata ad ancorare la ricerca teologica all’obbedienza al Magistero. Insomma, il testo che doveva essere insieme il testamento spirituale di Ratzinger e il programma pastorale di Bergoglio, finisce per rivelare, come ha sottolineato Vito Mancuso su Repubblica (6/7) «al di là di differenze contingenti, la totale consonanza dottrinale con papa Benedetto sulle cose fondamentali quali la fede e la morale». Altrimenti l’enciclica poteva restare nel cassetto (non fu così per quella di Pio XI sul nazismo e l’antisemitismo, che il successore, XII, si guardò bene dal pubblicare?), oppure l’enciclica poteva portare (con un gesto certamente inedito, ma che da un papa come Francesco ci si poteva anche attendere) la doppia firma, quella del papa regnante e quella del vescovo emerito di Roma.
Anche sul versante delle donne, non pare che da papa Francesco ci sia da attendersi grandi sorprese: «Siate madri, non zitelle», ha detto Francesco alle 800 suore convocate all’assemblea dell’Unione delle superiori generali l’8 maggio scorso. La castità, ha spiegato, deve essere «feconda», generatrice, come insegna la figura di Maria Madre. «Che cosa sarebbe la Chiesa senza di voi? Le mancherebbe maternità, affetto, tenerezza, intuizione di madre!». Insomma, le suore come indispensabili procreatrici spirituali, curatrici di corpi e anime altrui. Dal punto di vista teologico, la semplice riedizione del ruolo materno celebrato attraverso la figura della mamma acrobata che concilia casa e lavoro. Ma che non deve rinunciare all’accudimento dei figli come funzione che ne caratterizza la dimensione “naturale”, oltre che sociale.
Cambia la forma, non la sostanza
Insomma, alla fine di questa rapida analisi si può concludere che se i contenuti di papa Francesco non sono diversi dai suoi predecessori, il modo di comunicarli quello sì, è radicalmente diverso.
In questa sua enorme capacità comunicativa Bergoglio appare simile al Wojtyla pope-star, quello che agitava la mani, ritmava i canti assieme ai giovani che assiepavano gli stadi delle Gmg, parlava in romanesco al clero romano, celebrava messe negli stadi e faceva continui bagni di folla. Ma a differenza di quest’ultimo l’attuale pontefice ha un’arma in più: riesce ad avere un rapporto quasi personale con la folla. Bergoglio ha iniziato la sera stessa della sua elezione, salutando con un semplice «buonasera», chiedendo alla folla di benedirlo (così almeno hanno detto tv e giornali: in realtà, in modo assai meno rivoluzionario, ha semplicemente chiesto ai fedeli di pregare affinché Dio facesse scendere sul papa la sua benedizione, prima che fosse il papa stesso ad impartire la sua, Urbi et Orbi), presentandosi semplicemente come il «vescovo di Roma» (poi però se si va a guardare sull’Annuario Pontificio pubblicato due mesi dopo i titoli tradizionalmente attribuiti capo della Chiesa cattolica ci sono tutti: «Successore del Principe degli Apostoli, Sommo Pontefice della Chiesa universale, Primate d’Italia, Arcivescovo e Metropolita della Provincia Romana, Sovrano dello Stato della Città del Vaticano, Servo dei Servi di Dio»).
Al "Regina Coeli" di domenica 21 aprile, ha risposto alla folla che lo acclamava: «Grazie tante per il saluto, ma anche salutate Gesù. Gridate 'Gesù' forte!». Con la conseguenza che il grido “Gesù, Gesù” si è levato immediato ed altissimo da piazza San Pietro. Più in generale, quando è in mezzo alla gente, sembra capace di un rapporto diretto ed immediato con le persone. Anche all’interno di eventi collettivi, sembra cioè capace di interloquire con i singoli, ad avere una parola, un abbraccio, un gesto particolare per ciascuno. Rompe l’anonimato dei raduni di massa con piccoli e accurati “fuori programma” (conversazioni, battute, gesti di quotidianità, carezze, abbracci) che danno la sensazione di un papa che individua e cerca proprio te, in mezzo a tanti. E questo colpisce indubbiamente molto i fedeli. Ma anche i media che continuamente rilanciano le immagini del papa vicino ad un malato, con in braccio un bimbo, che parla di aspetti quotidiani della vita con qualcuno dei fedeli che riesce ad avvicinarlo, che parte per il Brasile con una borsa in mano (fatto di per sé insignificante, ma che i media di tutto il mondo hanno trasformato in un evento), che augura “buon pranzo” alla fine dell’Angelus domenicale. Che saluta, sorride e gesticola come una persona qualunque.
Denunce a perdere
Quando invece parla, i temi affrontati dai discorsi di papa Francesco sono ispirati a concetti molto generici: la misericordia, il perdono, i poveri, le "periferie", gli esclusi dal sistema, i poteri finanziari che schiacciano la dignità umana, l’amore e l’egoismo (una delle frasi più ricorrenti del papa è «non fatevi rubare la speranze»: l’espressione – la cui vaghezza è evidente a tutti – si ritrova anche nell’enciclica Lumen fidei). Mancano sempre i nomi, le circostanze, i responsabili. Cioè tutti quegli elementi che contribuirebbero a dare forza e profezia alle parole di un vescovo, quello di Roma in particolare. E questo vale anche per la visita del papa a Lampedusa, dove alla grande attenzione per le vittime non ha fatto da pendant quella nei confronti dei loro “carnefici”, cioè delle leggi e delle scelte governative italiane ed europee (legge Turco-Napolitano, legge Bossi-fini, respingimenti, sostegno a dittatori e autocrati nordafricani ed asiatici di ogni tipo, guerre e sfruttamento economico), che hanno consentito che il Mediterraneo divenisse un cimitero di disperati.
Ma ad un papa non spetta fare questo tipo di denunce, si dirà. Giusto, se questo valesse anche per i temi su cui la Chiesa è sempre intervenuta direttamente e pesantemente nella vita politica, lanciando su questioni come i matrimoni gay, la fecondazione assistita, i “diritti” dell’embrione, il divorzio breve, l’aborto, l’eutanasia, ed il testamento biologico anatemi e scomuniche di ogni tipo. Lo stesso Bergoglio, quando era arcivescovo di Buenos Aires ha parlato di aborto ed eutanasia come di «crimini abominevoli», dei movimenti pro-choice come di organizzazioni che promuovono una «cultura della morte»; si è opposto alla distribuzione gratuita di contraccettivi nel suo Paese, all'insegnamento dell'educazione sessuale nelle scuole, all’adozione da parte di coppie omosessuali, alla legge che nel 2010 fu varata dal governo per legalizzare i matrimoni gay, definita un provvedimento «ispirato dall’invidia del diavolo», «un attacco devastante ai piani di Dio», divenendo il punto di riferimento delle manifestazioni a favore della famiglia e del matrimonio tra uomo e donna che si susseguirono tra la primavera e l’estate del 2010.
In quei casi le denunce furono circostanziate e puntuali.. Sui poveri, gli sfruttati, i derelitti, i perseguitati, invece, solo generiche critiche al “sistema” che produce marginalità e disperazione.
Eppure nella storia della Chiesa è accaduto spesso che preti e vescovi denunciassero i meccanismi reali di esclusione e miseria. Senza voler citare il caso di Romero, finito vittima di un sicario al soldo del leader del partito nazionalista conservatore Roberto D'Aubuisson, e ucciso mentre celebrava messa, si potrebbe citare il recente caso del vescovo di Nola, mons. Beniamino Depalma, che si è apertamente e concretamente dalla parte di chi sta lottando per i propri diritti sindacali, presentandosi lo scorso 15 giugno davanti ai cancelli dello stabilimento di Pomigliano d'Arco (Napoli), in occasione della protesta contro due sabati di recupero lavorativo, susciti la dure reazione dei dirigenti della Fiat, che hanno sostenuto che il vescovo si è collocato «dalla parte dei violenti e prevaricatori».
Senza nomi e cognomi, i discorsi restano, inevitabilmente, delle prediche buoniste e ireniche, che muovono e commuovono le coscienze, ma che hanno scarsa o nessuna incidenza nelle dinamiche dei processi reali. E infatti, non risulta al momento che nessuno dei “poteri forti” chiamati quasi quotidianamente in causa da Bergoglio abbia mai veramente reagito in alle generiche critiche papali, a parte qualche infastidita ed estemporanea dichiarazione di pochi leghisti ed esponenti del centrodestra dopo la visita papale a Lampedusa. Senza fare nomi o accuse ai politici o ai governanti, poteva il papa decidere di stanziare una parte dell’8 per mille (più di quella misera parte – circa il 20% – attualmente destinata dalla Chiesa alle opere di carità) a favore dei migranti e delle strutture che si occupano di loro? Poteva mettere a disposizione una minima parte dell’immenso (circa un quinto degli edifici esistenti, solo in Italia) patrimonio immobiliare italiano che la Chiesa possiede per l’accoglienza di una parte di questi disperati? Poteva, e senza grandi difficoltà, ma non l’ha fatto.
Più in generale, il papa che paga il conto dell’albergo dove ha alloggiato per il Conclave, che ha deciso di rinunciare all’appartamento papale, che gira senza l’auto blindata e che si richiama continuamente alla sobrietà ed alla povertà come condizione indispensabile per la Chiesa, poteva – solo per restare in ambito italiano (il dramma di Lampedusa si consuma infatti nel nostro Paese) – chiedere di rinegoziare il Concordato o almeno qualcuno dei privilegi di cui gode la Chiesa (che dal 1999 non paga allo Stato italiano nemmeno la fornitura di acqua, che ammonta a circa 5milioni di metri cubi l’anno) come l’ampia esenzione dal pagamento dell’Imu; il pagamento a carico dei contribuenti dei docenti di religione cattolica, dei cappellani militari, delle carceri, ospedalieri; l’8 per mille garantito anche per quella parte di gettito che proviene dalle quote non espresse (cioè da coloro che non hanno barrato alcuna casella nella dichiarazione dei redditi, ma i cui soldi vengono ugualmente ripartiti tra lo Stato e le confessioni religiose in maniere proporzionale alle quote espresse); contributi statali alle scuole cattoliche ed all’editoria cattolica; finanziamenti pubblici a parrocchie, oratori e scuole materne; esenzioni per Ires e canone tv; benefits per lo Stato della Città del Vaticano ed i suoi cittadini, ecc. ecc.?
Più in generale, allargando la questione dalla Chiesa italiana a quella universale, poteva il papa decidere di utilizzare una piccola parte dei 55milioni di euro che ogni anni lo Ior stanzia a favore del bilancio della Santa Sede a favore di poveri e migranti, o di utilizzare a questo scopo una parte dei proventi delle speculazioni finanziarie su valute, azioni ed obbligazioni che da diversi anni tengono in attivo i conti della Santa Sede?
Il papa poteva farlo. Ma, almeno finora, non l’ha fatto.
La “rivoluzione” a parole
Certo, questo papa – contrariamente al suo predecessore – è stato finora attentissimo a non lanciarsi in anatemi espliciti contro la modernità, la secolarizzazione, le coppie di fatto, la ricerca scientifica, l’Europa scristianizzata. A tentare di accontentare tutti, annunciando la canonizzazione di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II (e anche quella del successore di Escrivà de Balaguer alla guida dell’Opus Dei, Álvaro del Portillo…). Ma la linea della Chiesa, come dimostra l’enciclica Lumen fidei, resta la stessa. Ed anche per quanto riguarda la necessaria riforma dell’istituzione ecclesiastica, da molti invocata ed implicitamente promessa dall’avvento di un papa dal nome così impegnativo, per ora è accaduto poco o nulla.
La Curia è sempre lì, in testa il segretario di Stato. Se qualcosa cambierà allo Ior sarà per le pressioni che da anni la comunità internazionale sta facendo sul Vaticano affinché si adegui agli standard europei sull’antiriciclaggio (e che se hanno consentito finora enormi vantaggi stanno però restringendo sempre più il campo dei partner bancari a cui il Vaticano può affidarsi, come il caso del blocco del servizio bancomat gestito da Deutsche Bank all’interno delle Mura Leonine all’inizio del 2013 ha dimostrato). Anche sul campo dottrinario nulla sembra profilarsi di particolarmente nuovo all’orizzonte. Il 15 aprile, il papa ha confermato la linea severa della congregazione per la dottrina della fede nel trattare il caso delle suore degli Stati Uniti riunite nella Leadership Conference of Women Religious, messe sotto inchiesta dal Vaticano per la loro pastorale troppo liberal.
Tutti ricordano il caso del cardinale scozzese Keith Patrick O'Brien, arcivescovo emerito di St. Andrews ed Edinburgo, che aveva ammesso le sue responsabilità nello scandalo sulle molestie sessuali che lo aveva coinvolto e che per questo motivo era stato indotto dalle pressioni dell’opinione pubblica a rinunciare a partecipare al Conclave. Ebbene, a metà maggio il papa ha condannato O’Brien – udite udite – ad un esilio di qualche mese del cardinale in un luogo di preghiera e di penitenza. Come ha scritto Francesco Merlo su Repubblica (17/5) «sembra un rimbrotto burbero, una tirata d'orecchie complice che solo in Italia è ruffianamente raccontata come un giro di vite papale, una tolleranza zero della Chiesa verso gli abusi sessuali dei sacerdoti». Un provvedimento simile a quello preso da Ratzinger nei confronti del fondatore dei Legionari di Cristo Maciel, indotto nel 2006 a ritirarsi dalle sue cariche all’interno della sua potente congregazione ed a fare penitenza. Niente scomuniche allora, niente nel caso di O’Brien. E niente dimissioni – per l’uno come per l’altro – dallo stato clericale. Nonostante i gravissimi crimini.
Ma dal punto di vista del marketing, anche sul fronte pedofilia il papa si è mosso benissimo. E mentre della risibile punizione ad O’Brien nessuna o quasi ha detto nulla, tutti hanno parlato all’inizio di luglio della «rivoluzione nella legislazione vaticana», «l’ennesimo strappo di papa Francesco»: in pratica, l’abolizione dell’ergastolo (quanti ergastolani ci sono nella Città del Vaticano?), la ridefinizione, con relativo inasprimento di pene, di alcuni reati come la vendita di minori, la prostituzione minorile, la violenza sessuale su minori, gli atti sessuali su minore, la pedopornografia, la detenzione di materiale pornografico, arruolamento di minore. Più altre norme per chi attenta alla sicurezza, agli interessi fondamentali o al patrimonio della Santa Sede, modificate in relazione alla Convenzione delle Nazioni Unite del 2003 contro la corruzione. Tutti provvedimenti che riguardano ovviamente solo i delitti commessi nella Città del Vaticano o negli uffici di Curia (oltre alle nunziature ed al personale diplomatico) e che sono peraltro in parte adeguamenti alle Convenzioni internazionali richiesti proprio da quell’organismo, Moneyval, dal quale ormai da diversi anni il Vaticano si aspetta di poter essere ammesso nella white list dei Paesi finanziariamente “virtuosi”.
La collegialità del potere
Ma, si potrebbe eccepire, questo papa sta lavorando per fare della Chiesa una istituzione più collegiale. In questo senso andrebbe la nomina degli otto cardinali come suoi «super-consulenti» per assisterlo nel governo della Chiesa e nel progetto di riforma della Curia romana, definita unanimemente una «svolta epocale», una «rivoluzione», anche da diversi studiosi ed osservatori di questioni ecclesiastiche e di storia della Chiesa. Se lo storico Giuseppe Ruggieri ha già chiarito che la nomina di consiglieri per la riforma della Curia «riprende un istituto tradizionale della Chiesa» risalente «già al primo millennio» e tutt'ora esistente nella Chiesa ortodossa orientale (intervistato dall’Ansa il 13 aprile scorso), ancora non sono del tutto chiare le reali competenze dei cardinali nominati e sui poteri che il nuovo organismo potrà effettivamente esercitare, al di là del suo ruolo consultivo. Inoltre diversi commentatori hanno fatto notare che il nuovo organismo, che pure il papa ha voluto rappresentativo dei cinque continenti, è però composto di soli cardinali, senza preti, vescovi, laici e donne (nemmeno se suore).
Infine la biografia degli ecclesiastici nominati da Bergoglio non sono certo inattaccabili. Dal cardinale Oscar Andres Rodríguez Maradiaga (peraltro grande amico di Bergoglio) che ha sostenuto il golpe che nel giugno 2009 portò alla deposizione del presidente dell’Honduras Manuel Zelaya, al cardinale “bertoniano di ferro” Giuseppe Bertello. C’è poi il segretario della commissione mons. Marcello Semeraro, al centro di molte polemiche nella sua diocesi, quella di Albano, come nel 2007, quando tre suore missionarie di Santa Gemma, inviate dalla loro superiora nella diocesi retta da Semeraro per essere impiegate nei servizi della catechesi e della pastorale giovanile nella parrocchia dei Santi Pietro e Paolo di Aprilia, furono da lui cacciate per non aver accettato di fare da colf a due anziani sacerdoti presenti nella parrocchia (800 euro al mese, da dividere in tre…). E poi c’è la storia di p. Marco Agostini, prete pedofilo nei confronti del quale nel maggio 2006 la Procura di Velletri – che aveva appena ottenuto dal Gip la misura cautelare – chiese alla Curia di poter avere le informazioni raccolte dalle autorità ecclesiastiche. Semeraro disse no, appellandosi all’articolo 4 comma 4 del Concordato, secondo il quale gli ecclesiastici non sono tenuti a dare a magistrati o ad altra autorità informazioni su persone o materie di cui siano venuti a conoscenza per ragione del loro ministero. Non c’era obbligo, ma nemmeno divieto. Eppure Semeraro preferì non collaborare.
Membro della commissione è inoltre il cileno Francisco Javier Errázuriz Ossa che nel 2006 celebrò i funerali religiosi di Pinochet («Che Dio lo perdoni e tenga conto di ciò che ha fatto di buono», disse) e propose al governo, nel 2010, l’indulto generalizzato, in nome del “perdono cristiano”, per i militari sostenitori della dittatura. E che fu anche accusato di avere cercato di insabbiare le indagini su uno dei casi di violenza sessuale più tristemente conosciuti in Cile, quello su James Hamilton, che ha subìto abusi sessuali per oltre venti anni da parte di p. Fernando Karadima, prete con un forte carisma presso i giovani dell’élite di Santiago del Cile. Last but not least, l’australiano George Pell, arcivescovo di Sydney, ultraconservatore, tra i cardinali che hanno scelto di celebrare la messa con rito tridentino, implicato tra l’altro nella vicenda di un prete della diocesi di Ballarat, 120 chilometri ad ovest di Melbourne, Gerald Francis Ridsdale, condannato a 19 anni di carcere per aver abusato di decine di bambini. Quando il 27 maggio 1993, il tribunale di Melbourne aprì un processo a carico di Ridsdale per aggressione sessuale ai danni di nove ragazzi, il prete venne accompagnato in tribunale e sostenuto proprio da George Pell, che nel frattempo era divenuto vescovo ausiliare di Melbourne. «Ho vissuto con lui – disse Pell nel 1996, dopo la condanna definitiva – ma sulla sua condotta non circolava nemmeno un sospetto». Tuttavia, il processo del 1994 provò che Ridsdale era stato inviato dai suoi superiori da uno psicologo già nel 1971, e che era stato spostato da una parrocchia all’altra a causa delle denunce arrivate in Curia.
Almeno dal punto di vista delle varietà delle presenze, la Commissione sullo ior (3 ecclesiastici e 2 laici, fra cui una donna) e quella sulla finanza vaticana (1 ecclesiastico e 7 laici, fra cui una donna), recentemente istituite dal papa, parrebbero meglio rappresentare la pluralità della Chiesa. Salvo che la composizione delle commissioni – come sottolinea anche Ignazio Ingrao su Panorama (27/6) rispecchia proprio quei conflitti intestini all’interno delle lobby economico finanziarie interne alla Chiesa che dovrebbero essere l’oggetto della riforma papale: la Pontificia Commissione sullo Ior vede infatti al suo interno una componente statunitense (con l’assessore monsignor Peter Brian Wells e la professoressa Mary Ann Glendon) che sostiene i Cavalieri di Colombo (di cui è massima espressione è Carl Anderson cavaliere supremo dei Cavalieri di Colombo, nel board dello Ior e principale artefice della defenestrazione dell’ex presidente dello Ior Ettore Gotti Tedeschi) e una francese (rappresentata in Commissione dal cardinale Jean-Louis Tauran, che invece sostiene i Cavalieri di Malta (dei cui interessi è massimo garante l’attuale presidente dello Ior, Ernst von Freyberg). Insieme a loro, con il ruolo di coordinatore (è colui che fisicamente si recherà allo Ior per l'acquisizione di documenti) anche il vescovo spagnolo Juan Ignacio Arrieta Ochoa de Chinchetru, membro dell'Opus Dei. Di area Opus Dei sono anche Francesca Immacolata Chaouqui e Lucio Angel Vallejo Balda, membri della commissione di inchiesta sulle finanze vaticane.
Provvisorie conclusioni
Va bene, si potrebbe infine obiettare, ma questo papa che va a Lampedusa e parla dei poveri sarà pur sempre meglio di chi lo ha preceduto, vestito di ermellino e chiuso nella sua impenetrabile fortezza teologica, sempre pronto a lanciare strali contro chi a suo avviso assedia la cittadella fortificata della fede. È vero, se non fosse che – fino a prova contraria sempre possibile, seppure improbabile –pauperismo e «francescanesimo a puntate» (come in una canzone di De André) sembrano più funzionali ad una gigantesca operazione di marketing piuttosto che ad una reale riforma delle strutture della Chiesa.
Insomma, per l’emorragia di fedeli (nei Paesi dove esistono sistemi diversi dall’8 per mille, ciò corrisponde a minori introiti per le Chiese nazionali), di offerte (il bilancio vaticano lamenta da tre esercizi il calo a livello mondiale dell’Obolo di S. Pietro, le offerte che in tutto il mondo si raccolgono in favore della carità del papa, il 29 giugno), di vocazioni, di credibilità, l’arrivo di papa Francesco ha costituito finora un’ottima operazione. Per i divorziati risposati, i gay credenti, i laici, le donne, per tutti coloro che si battono per una maggiore collegialità nella Chiesa, per la libertà di parola e di opinione, di ricerca teologica e di azione pastorale, per coloro che desiderano una riforma che cambi strutture e classe dirigente, ecco, per tutti loro certamente un po’
giovedì 14 marzo 2013
Il Papa argentino. Francesco I, il conservatore nei torbidi della dittatura
di Gennaro Carotenuto da Giornalismo Partecipativo
Jorge Bergoglio, Papa Francesco I, è quello che in Argentina si definisce un “conservatore popolare”, un esponente tipico –e dichiarato- della destra peronista. Sinceramente attento alla povertà, umile a sua volta, ha già rinnovato con successo la chiesa argentina senza modificarne il segno politico conservatore. È l’erede materiale e spirituale di Karol Wojtyla e, per i cardinali che lo hanno eletto in conclave, deve essere apparso una scelta perfetta su più d’uno dei fronti aperti per la chiesa cattolica.
Infatti può essere davvero l’uomo in grado di metter fine ai veleni curiali che secondo lo Spiegel hanno portato al “fallimento” Benedetto XVI. È quello che i giornali stanno indicando come esponente del partito della trasparenza. Lo ha fatto, e bene, in alcuni contesti. Allo stesso tempo rilancia il cattolicesimo in un continente letteralmente assalito dalle chiese protestanti conservatrici. La percezione europea di una chiesa cattolica egemone in America latina è gravemente viziata dalla mancanza di notizie su di un fenomeno che sfiora il 50% dei fedeli in alcuni paesi e figlio della guerra senza quartiere alla teologia della liberazione che ha portato i poveri a cercare una spiegazione altra in un dio meno lontano. Inoltre Bergoglio può rappresentare allo stesso tempo un’alternativa conservatrice ai governi progressisti e integrazionisti latinoamericani dei quali in molti si aspettano che possa diventare un leader alternativo continentale. Per qualcuno –chi scrive non ne è convinto anche se l’idea ha un suo fascino- Bergoglio può stare all’America latina integrazionista come Wojtyla stava all’Europa dell’Est del socialismo reale. Nonostante abbia spesso puntato il dito contro la politica, la corruzione di questa e la disattenzione ai problemi delle periferie, Bergoglio si è scontrato ripetutamente anche coi governi della sinistra peronista di Néstor Kirchner e Cristina Fernández. Gli scontri più duri, ma questo non può sorprendere, sono stati sull’aborto e sul matrimonio egualitario. Le nozze gay per papa Francesco sono «la distruzione del piano di dio».
Infine: Francesco I ha una missione difficile ma chiara ed appare avere la solidità ed esperienza per portarla avanti, ma è sufficientemente anziano -77 anni- per rappresentare un nuovo papato di transizione in termini di durata. Tuttavia Bergoglio viene da lontano e, nonostante non abbia avuto un ruolo apicale nella chiesa argentina complice della dittatura, emerge da quella storia con un passato che potrebbe fiaccarne l’autorità e che è corretto conoscere fuor da demonizzazioni e santificazioni. Per iniziare dalle demonizzazioni: la foto che gira da ore in Internet e che è al momento in apertura sul sito del settimanale messicano Proceso, dove si vede un prelato dare la comunione al dittatore Videla, è un falso: non è Bergoglio. Inoltre, tra le accuse che esamineremo, al contrario di quanto si trova ripetutamente affermato, non ve ne sono che abbiano condotto alla morte di alcuno.
È difficile essere stati un prelato importante in Argentina negli anni ’70 essendo estraneo ad una storia di lacerazioni, drammi, crimini, persecuzioni quale quella della chiesa argentina. Questa, al contrario di quella cilena e quella brasiliana, che poterono vantare più luci che ombre, fu sicuramente la peggiore, complice e spesso perfino mandante tra tutte le chiese cattoliche, dei crimini commessi dalle dittature civico-militari che devastarono l’America latina negli anni ’60 e ‘70. Appena un mese fa fu messa nero su bianco in una sentenza della magistratura la piena complicità della chiesa cattolica, incluso il primate dell’epoca, Cardinal Raúl Primatesta e del nunzio apostolico Pio Laghi, nell’assassinio del vescovo Enrique Angelelli e dei sacerdoti Carlos de Dios Murias e Gabriel Longueville. La sentenza confermava quanto si sapeva da mille testimonianze e documenti. All’interno del genocidio la chiesa cattolica argentina non fu solo complice ma i suoi vertici operarono una sorta di sterminio interno facendo eliminare preti e suore vicini all’opzione preferenziale per i poveri decisa nella Conferenza Eucaristica di Medellin del 1968 o semplicemente scomodi. Furono almeno 125 i sacerdoti impegnati a fianco degli ultimi a morire o essere fatti sparire. Molti di quelli che persero la vita furono indicati ai carnefici dalle stesse gerarchie cattoliche, Tortolo, Primatesta, Aramburu, che collaborarono attivamente sia ai crimini che al successivo occultamento.
Stiamo parlando di un crinale difficile tra la complicità e la morte ed è in quest’ambito che azioni ed omissioni vanno misurate. L’ordine di appartenenza di Papa Francesco I, quello gesuita, resta al margine della complicità con la dittatura dei 30.000 desaparecidos e della guerra intestina nella stessa chiesa. Tuttavia non sono poche le accuse che colpiscono l’oggi papa argentino per quei sei anni da provinciale gesuita dal 1973 al 1979. Quella più grave e circostanziata gli viene mossa in particolare da Horacio Verbitsky, l’autore di “El Vuelo”, il primo libro che denunciava i voli della morte, sempre scrupoloso nelle sue denunce, e oggi presidente del CELS, la più importante istituzione in difesa dei diritti umani del paese, è l’aver privato di protezione alcuni giovani parroci del suo ordine, troppo esposti nel lavoro sociale con i più poveri. Due di loro furono sequestrati per cinque mesi. Uno di questi, Orlando Yorio, denunciò a Verbitsky di essere stato consegnato da Bergoglio allo stesso Massera e sono molte le testimonianze sull’amicizia tra il nuovo papa e l’Ammiraglio piduista: «Bergoglio se ne lavò le mani. Non pensava che uscissi vivo». Per Emilio Bignone, una delle più cristalline figure di difensore dei diritti umani in Argentina, che conferma i dettagli della denuncia di Verbitsky, e autore di uno dei testi tuttora fondamentali su chiesa e dittatura, Bergoglio «è uno di quei pastori che hanno consegnato le loro pecorelle». Le accuse di Verbitsky sono confermate anche da Olga Wornat, il lavoro della quale è in genere suffragato da un numero enorme di testimonianze.
Dopo la dittatura, anche negli ultimi anni, Bergoglio fu chiamato a testimoniare in molteplici circostanze in inchieste e processi per violazioni di diritti umani. Non ha mai parlato. Chi scrive ha personalmente verificato in queste ore il suo silenzio con il PM che indagava sul sequestro di una giovane incinta. Se quelli indicati sono precedenti che ne fanno un complice pieno della dittatura sta al lettore deciderlo. A chi scrive il puntare il dito sembra troppo e l’assoluzione troppo poco. Bergoglio non fu né un Aramburu né un Von Wernich ma neanche un padre Mujíca, uno dei sacerdoti assassinati. Sta in una zona grigia, un quarantenne in ascesa, con un ruolo importante ma non ancora di spicco, in una chiesa argentina dove si mandava ad uccidere o si rischiava di essere uccisi.
Bergoglio era dal 1973 provinciale dei gesuiti. In un ordine tradizionalmente progressista, e condotto da Padre Arrupe, il papa nero che nei primi anni ‘80 si scontrava e veniva ridotto all’impotenza da Giovanni Paolo II, è Bergoglio ad essere emarginato dai suoi. Per Luís “Perico” Pérez Aguirre, prestigioso gesuita uruguayano, fondatore del SERPAJ e consigliere dell’ONU in materia di diritti umani, che chi scrive ha avuto occasione di conoscere e ammirare, prima della morte nel 2000, in una testimonianza raccolta da Olga Wornat: «Bergoglio [che si era da tempo votato ad una relazione di obbedienza asosluta a Karol Wojtyla] stravolse completamente il segno della Compagnia da progressista in conservatrice e retrograda. Ho rotto ogni rapporto con lui, soprattutto rispetto al suo agire durante la dittatura».
Il cambiamento sarà strutturale, nella retrograda Chiesa argentina la Compagnia non fa più eccezione. Lui però guarda oltre ed è al di fuori del suo ordine che saprà tornare in pista. Formalmente ancora gesuita, dal 1979 in avanti si muoverà al di fuori. Della sua carriera Bergoglio deve molto al successore di Primatesta, Antonio Quarracino. Differente da Primatesta, e con un lontano passato progressista concluso già alla fine degli anni ’60, Quarracino era tutt’altro che un santo. L’ostentazione della ricchezza, basta pensare ad Aramburu, è un altro tratto delle gerarchie argentine dal quale il nuovo papa è completamente esente. Scegliere come ausiliare Bergoglio, quel vescovo semplice e irreprensibile, era per Quarracino una maniera di coprirsi il fianco da tante critiche.
Non si comprometteva Bergoglio con le feste che frequentava il Cardinal Quarracino nella casa di Olivos e dove s’intratteneva come un Apicella qualsiasi suonando la chitarra per Carlos Menem. Erano altri anni oscuri per l’Argentina, quelli del menemismo. Molte cose distanziavano i due prelati. Il primate aveva interessi mondani, l’ausiliare faceva il vescovo, centrando la propria missione nella formazione del clero e nell’attenzione al popolo delle villa miseria che circondano tutt’ora il gran Buenos Aires. Bergoglio seppe mantenere con Quarracino relazioni cordiali ma distanti. Forse era l’unica maniera di tener fede sia ai voti di castità e povertà che a quello di obbedienza.
Fu in questa relazione tra due prelati così diversi che Bergoglio si costruì un ruolo di punto di riferimento per una nuova generazione di sacerdoti argentini anche quando, primo gesuita della storia, succederà a questo nel 1998. Sulle sue spalle cadrà di nuovo il peso di riscattare una chiesa cattolica dal passato tenebroso. Emergeranno però anche le caratteristiche che oggi lo portano al soglio pontificio: la mano di ferro con la quale ha condotto la chiesa argentina (e che ne fa uno spauracchio ora per la curia romana), la marcata preoccupazione sociale, la critica alla politica. Soprattutto Bergoglio –ed è un punto di forza rilevante- risulta straordinariamente interessato alla vita del suo clero. Si preoccupa per le necessità materiali, è presente, è vicino e accessibile. Perfino Clelia Luro (testimonianza a chi scrive), la terribile compagna del vescovo Jerónimo Podestá, salva solo Bergoglio di tutto il clero argentino che aveva isolato il prelato che aveva deciso di combattere la battaglia per la fine del celibato. Bergoglio, nonostante non condividesse la decisione del vescovo, che fu infine ridotto allo stato laicale, gli rimase vicino umanamente fino alla fine.
Il passato ritorna però e il profilo di Bergoglio resta basso. Tenta di difendere se stesso e la chiesa argentina. In particolare per quest’ultima c’è poco da difendere. Primatesta e Aramburu avevano eretto un muro di inaccessibilità ai familiari delle vittime che neanche in chiesa –al contrario di quanto era successo con la Vicaría della Solidaridad a Santiago del Cile- avevano trovato sicurezza. Una macchia indelebile che continua a distanziare molti fedeli dalla Chiesa cattolica. Lui ha scelto di denunciare in maniera generica e spesso netta i peccati (con una posizione non lontana dalla teoria dei due demoni) ma di salvare i peccatori, sia quando è stato chiamato a testimoniare in tribunale, sia quando ha scritto o ha preso decisioni politiche. Quando nel 2007 fu chiamato a prendere provvedimenti nei confronti di Christian Von Wernich, il sacerdote condannato all’ergastolo per avere sequestrato personalmente 42 persone, assassinate 7 e torturate 32, espresse parole forti ma non comminò alcuna sanzione come tutto il mondo democratico e dei diritti umani chiedeva. Von Wernich sta oggi scontando l’ergastolo ma è a tutti gli effetti un sacerdote e nessun provvedimento disciplinare è stato preso nei confronti del carnefice che le vittime descrivono come un vero demonio.
Ma chi è davvero Jorge Bergoglio, Papa Francesco I che comincia il suo cammino di Vescovo di Roma con un passato così pesante? Integralista di destra mette i poveri al centro del suo apostolato. Vicino alla dittatura militare rende omaggio ai sacerdoti assassinati da questi ultimi. Ha fatto una carriera tutta controcorrente, conservatore in un ordine considerato progressista, primo gesuita primate argentino, primo gesuita papa, primo papa latinoamericano. Nemico dei progressisti e di tutti i politici (li detesta e non lo manda a dire, quasi grillino in questo) e lontano dagli organismi per i diritti umani, esige dallo Stato educazione cattolica ed è contrario ai contraccettivi, ma nessuno può accusarlo di non onorare i propri voti, in particolare quello di povertà. Chi scrive sconsiglia di incastrarlo nella figura a lui aliena di sacerdote proveniente da una “chiesa giovane” e varie altre semplificazioni giornalistiche che domattina troveremo. Viene da una chiesa strutturata e complessa e da una realtà metropolitana dura. L’associazione con Medellin poi è del tutto fuori luogo. L’attenzione di Bergoglio per i poveri è di stampo infaticabilmente caritatevole, mai politico. Tuttavia bisogna rifuggere anche l’interpretazione tenebrosa del complice della dittatura tout court, come quella di una papa scelto per fermare il cambiamento in America. Nonostante sia una figura ben diversa da quella di Ratzinger, è un papa con tratti di forte continuità soprattutto con Karol Wojtyla. Questo combatté e vinse la battaglia con la teologia della liberazione senza comprendere le ragioni di questa, per perdere poi quella con le chiese protestanti. È lì che va atteso fin dal prossimo viaggio in Brasile il nuovo papa.
A Buenos Aires, dicono gli amici ma senza che alcun detrattore lo contesti, sparisce ogni volta che può per infilarsi in orfanotrofi, carceri, ospedali a compiere il suo apostolato. Chissà se potrà farlo anche a Roma.
Jorge Bergoglio, Papa Francesco I, è quello che in Argentina si definisce un “conservatore popolare”, un esponente tipico –e dichiarato- della destra peronista. Sinceramente attento alla povertà, umile a sua volta, ha già rinnovato con successo la chiesa argentina senza modificarne il segno politico conservatore. È l’erede materiale e spirituale di Karol Wojtyla e, per i cardinali che lo hanno eletto in conclave, deve essere apparso una scelta perfetta su più d’uno dei fronti aperti per la chiesa cattolica.
Infatti può essere davvero l’uomo in grado di metter fine ai veleni curiali che secondo lo Spiegel hanno portato al “fallimento” Benedetto XVI. È quello che i giornali stanno indicando come esponente del partito della trasparenza. Lo ha fatto, e bene, in alcuni contesti. Allo stesso tempo rilancia il cattolicesimo in un continente letteralmente assalito dalle chiese protestanti conservatrici. La percezione europea di una chiesa cattolica egemone in America latina è gravemente viziata dalla mancanza di notizie su di un fenomeno che sfiora il 50% dei fedeli in alcuni paesi e figlio della guerra senza quartiere alla teologia della liberazione che ha portato i poveri a cercare una spiegazione altra in un dio meno lontano. Inoltre Bergoglio può rappresentare allo stesso tempo un’alternativa conservatrice ai governi progressisti e integrazionisti latinoamericani dei quali in molti si aspettano che possa diventare un leader alternativo continentale. Per qualcuno –chi scrive non ne è convinto anche se l’idea ha un suo fascino- Bergoglio può stare all’America latina integrazionista come Wojtyla stava all’Europa dell’Est del socialismo reale. Nonostante abbia spesso puntato il dito contro la politica, la corruzione di questa e la disattenzione ai problemi delle periferie, Bergoglio si è scontrato ripetutamente anche coi governi della sinistra peronista di Néstor Kirchner e Cristina Fernández. Gli scontri più duri, ma questo non può sorprendere, sono stati sull’aborto e sul matrimonio egualitario. Le nozze gay per papa Francesco sono «la distruzione del piano di dio».
Infine: Francesco I ha una missione difficile ma chiara ed appare avere la solidità ed esperienza per portarla avanti, ma è sufficientemente anziano -77 anni- per rappresentare un nuovo papato di transizione in termini di durata. Tuttavia Bergoglio viene da lontano e, nonostante non abbia avuto un ruolo apicale nella chiesa argentina complice della dittatura, emerge da quella storia con un passato che potrebbe fiaccarne l’autorità e che è corretto conoscere fuor da demonizzazioni e santificazioni. Per iniziare dalle demonizzazioni: la foto che gira da ore in Internet e che è al momento in apertura sul sito del settimanale messicano Proceso, dove si vede un prelato dare la comunione al dittatore Videla, è un falso: non è Bergoglio. Inoltre, tra le accuse che esamineremo, al contrario di quanto si trova ripetutamente affermato, non ve ne sono che abbiano condotto alla morte di alcuno.
È difficile essere stati un prelato importante in Argentina negli anni ’70 essendo estraneo ad una storia di lacerazioni, drammi, crimini, persecuzioni quale quella della chiesa argentina. Questa, al contrario di quella cilena e quella brasiliana, che poterono vantare più luci che ombre, fu sicuramente la peggiore, complice e spesso perfino mandante tra tutte le chiese cattoliche, dei crimini commessi dalle dittature civico-militari che devastarono l’America latina negli anni ’60 e ‘70. Appena un mese fa fu messa nero su bianco in una sentenza della magistratura la piena complicità della chiesa cattolica, incluso il primate dell’epoca, Cardinal Raúl Primatesta e del nunzio apostolico Pio Laghi, nell’assassinio del vescovo Enrique Angelelli e dei sacerdoti Carlos de Dios Murias e Gabriel Longueville. La sentenza confermava quanto si sapeva da mille testimonianze e documenti. All’interno del genocidio la chiesa cattolica argentina non fu solo complice ma i suoi vertici operarono una sorta di sterminio interno facendo eliminare preti e suore vicini all’opzione preferenziale per i poveri decisa nella Conferenza Eucaristica di Medellin del 1968 o semplicemente scomodi. Furono almeno 125 i sacerdoti impegnati a fianco degli ultimi a morire o essere fatti sparire. Molti di quelli che persero la vita furono indicati ai carnefici dalle stesse gerarchie cattoliche, Tortolo, Primatesta, Aramburu, che collaborarono attivamente sia ai crimini che al successivo occultamento.
Stiamo parlando di un crinale difficile tra la complicità e la morte ed è in quest’ambito che azioni ed omissioni vanno misurate. L’ordine di appartenenza di Papa Francesco I, quello gesuita, resta al margine della complicità con la dittatura dei 30.000 desaparecidos e della guerra intestina nella stessa chiesa. Tuttavia non sono poche le accuse che colpiscono l’oggi papa argentino per quei sei anni da provinciale gesuita dal 1973 al 1979. Quella più grave e circostanziata gli viene mossa in particolare da Horacio Verbitsky, l’autore di “El Vuelo”, il primo libro che denunciava i voli della morte, sempre scrupoloso nelle sue denunce, e oggi presidente del CELS, la più importante istituzione in difesa dei diritti umani del paese, è l’aver privato di protezione alcuni giovani parroci del suo ordine, troppo esposti nel lavoro sociale con i più poveri. Due di loro furono sequestrati per cinque mesi. Uno di questi, Orlando Yorio, denunciò a Verbitsky di essere stato consegnato da Bergoglio allo stesso Massera e sono molte le testimonianze sull’amicizia tra il nuovo papa e l’Ammiraglio piduista: «Bergoglio se ne lavò le mani. Non pensava che uscissi vivo». Per Emilio Bignone, una delle più cristalline figure di difensore dei diritti umani in Argentina, che conferma i dettagli della denuncia di Verbitsky, e autore di uno dei testi tuttora fondamentali su chiesa e dittatura, Bergoglio «è uno di quei pastori che hanno consegnato le loro pecorelle». Le accuse di Verbitsky sono confermate anche da Olga Wornat, il lavoro della quale è in genere suffragato da un numero enorme di testimonianze.
Dopo la dittatura, anche negli ultimi anni, Bergoglio fu chiamato a testimoniare in molteplici circostanze in inchieste e processi per violazioni di diritti umani. Non ha mai parlato. Chi scrive ha personalmente verificato in queste ore il suo silenzio con il PM che indagava sul sequestro di una giovane incinta. Se quelli indicati sono precedenti che ne fanno un complice pieno della dittatura sta al lettore deciderlo. A chi scrive il puntare il dito sembra troppo e l’assoluzione troppo poco. Bergoglio non fu né un Aramburu né un Von Wernich ma neanche un padre Mujíca, uno dei sacerdoti assassinati. Sta in una zona grigia, un quarantenne in ascesa, con un ruolo importante ma non ancora di spicco, in una chiesa argentina dove si mandava ad uccidere o si rischiava di essere uccisi.
Bergoglio era dal 1973 provinciale dei gesuiti. In un ordine tradizionalmente progressista, e condotto da Padre Arrupe, il papa nero che nei primi anni ‘80 si scontrava e veniva ridotto all’impotenza da Giovanni Paolo II, è Bergoglio ad essere emarginato dai suoi. Per Luís “Perico” Pérez Aguirre, prestigioso gesuita uruguayano, fondatore del SERPAJ e consigliere dell’ONU in materia di diritti umani, che chi scrive ha avuto occasione di conoscere e ammirare, prima della morte nel 2000, in una testimonianza raccolta da Olga Wornat: «Bergoglio [che si era da tempo votato ad una relazione di obbedienza asosluta a Karol Wojtyla] stravolse completamente il segno della Compagnia da progressista in conservatrice e retrograda. Ho rotto ogni rapporto con lui, soprattutto rispetto al suo agire durante la dittatura».
Il cambiamento sarà strutturale, nella retrograda Chiesa argentina la Compagnia non fa più eccezione. Lui però guarda oltre ed è al di fuori del suo ordine che saprà tornare in pista. Formalmente ancora gesuita, dal 1979 in avanti si muoverà al di fuori. Della sua carriera Bergoglio deve molto al successore di Primatesta, Antonio Quarracino. Differente da Primatesta, e con un lontano passato progressista concluso già alla fine degli anni ’60, Quarracino era tutt’altro che un santo. L’ostentazione della ricchezza, basta pensare ad Aramburu, è un altro tratto delle gerarchie argentine dal quale il nuovo papa è completamente esente. Scegliere come ausiliare Bergoglio, quel vescovo semplice e irreprensibile, era per Quarracino una maniera di coprirsi il fianco da tante critiche.
Non si comprometteva Bergoglio con le feste che frequentava il Cardinal Quarracino nella casa di Olivos e dove s’intratteneva come un Apicella qualsiasi suonando la chitarra per Carlos Menem. Erano altri anni oscuri per l’Argentina, quelli del menemismo. Molte cose distanziavano i due prelati. Il primate aveva interessi mondani, l’ausiliare faceva il vescovo, centrando la propria missione nella formazione del clero e nell’attenzione al popolo delle villa miseria che circondano tutt’ora il gran Buenos Aires. Bergoglio seppe mantenere con Quarracino relazioni cordiali ma distanti. Forse era l’unica maniera di tener fede sia ai voti di castità e povertà che a quello di obbedienza.
Fu in questa relazione tra due prelati così diversi che Bergoglio si costruì un ruolo di punto di riferimento per una nuova generazione di sacerdoti argentini anche quando, primo gesuita della storia, succederà a questo nel 1998. Sulle sue spalle cadrà di nuovo il peso di riscattare una chiesa cattolica dal passato tenebroso. Emergeranno però anche le caratteristiche che oggi lo portano al soglio pontificio: la mano di ferro con la quale ha condotto la chiesa argentina (e che ne fa uno spauracchio ora per la curia romana), la marcata preoccupazione sociale, la critica alla politica. Soprattutto Bergoglio –ed è un punto di forza rilevante- risulta straordinariamente interessato alla vita del suo clero. Si preoccupa per le necessità materiali, è presente, è vicino e accessibile. Perfino Clelia Luro (testimonianza a chi scrive), la terribile compagna del vescovo Jerónimo Podestá, salva solo Bergoglio di tutto il clero argentino che aveva isolato il prelato che aveva deciso di combattere la battaglia per la fine del celibato. Bergoglio, nonostante non condividesse la decisione del vescovo, che fu infine ridotto allo stato laicale, gli rimase vicino umanamente fino alla fine.
Il passato ritorna però e il profilo di Bergoglio resta basso. Tenta di difendere se stesso e la chiesa argentina. In particolare per quest’ultima c’è poco da difendere. Primatesta e Aramburu avevano eretto un muro di inaccessibilità ai familiari delle vittime che neanche in chiesa –al contrario di quanto era successo con la Vicaría della Solidaridad a Santiago del Cile- avevano trovato sicurezza. Una macchia indelebile che continua a distanziare molti fedeli dalla Chiesa cattolica. Lui ha scelto di denunciare in maniera generica e spesso netta i peccati (con una posizione non lontana dalla teoria dei due demoni) ma di salvare i peccatori, sia quando è stato chiamato a testimoniare in tribunale, sia quando ha scritto o ha preso decisioni politiche. Quando nel 2007 fu chiamato a prendere provvedimenti nei confronti di Christian Von Wernich, il sacerdote condannato all’ergastolo per avere sequestrato personalmente 42 persone, assassinate 7 e torturate 32, espresse parole forti ma non comminò alcuna sanzione come tutto il mondo democratico e dei diritti umani chiedeva. Von Wernich sta oggi scontando l’ergastolo ma è a tutti gli effetti un sacerdote e nessun provvedimento disciplinare è stato preso nei confronti del carnefice che le vittime descrivono come un vero demonio.
Ma chi è davvero Jorge Bergoglio, Papa Francesco I che comincia il suo cammino di Vescovo di Roma con un passato così pesante? Integralista di destra mette i poveri al centro del suo apostolato. Vicino alla dittatura militare rende omaggio ai sacerdoti assassinati da questi ultimi. Ha fatto una carriera tutta controcorrente, conservatore in un ordine considerato progressista, primo gesuita primate argentino, primo gesuita papa, primo papa latinoamericano. Nemico dei progressisti e di tutti i politici (li detesta e non lo manda a dire, quasi grillino in questo) e lontano dagli organismi per i diritti umani, esige dallo Stato educazione cattolica ed è contrario ai contraccettivi, ma nessuno può accusarlo di non onorare i propri voti, in particolare quello di povertà. Chi scrive sconsiglia di incastrarlo nella figura a lui aliena di sacerdote proveniente da una “chiesa giovane” e varie altre semplificazioni giornalistiche che domattina troveremo. Viene da una chiesa strutturata e complessa e da una realtà metropolitana dura. L’associazione con Medellin poi è del tutto fuori luogo. L’attenzione di Bergoglio per i poveri è di stampo infaticabilmente caritatevole, mai politico. Tuttavia bisogna rifuggere anche l’interpretazione tenebrosa del complice della dittatura tout court, come quella di una papa scelto per fermare il cambiamento in America. Nonostante sia una figura ben diversa da quella di Ratzinger, è un papa con tratti di forte continuità soprattutto con Karol Wojtyla. Questo combatté e vinse la battaglia con la teologia della liberazione senza comprendere le ragioni di questa, per perdere poi quella con le chiese protestanti. È lì che va atteso fin dal prossimo viaggio in Brasile il nuovo papa.
A Buenos Aires, dicono gli amici ma senza che alcun detrattore lo contesti, sparisce ogni volta che può per infilarsi in orfanotrofi, carceri, ospedali a compiere il suo apostolato. Chissà se potrà farlo anche a Roma.
mercoledì 13 marzo 2013
Il lato oscuro di Jorge Mario Bergoglio: "Colluso con la dittatura argentina"
Il nuovo Papa in una scheda fortemente critica sul suo passato. Era il 2006 quando il sito di Don Vitaliano della Sala, 'prete no global', ricostruì le macchie di chi oggi è chiamato a guidare la Chiesa Cattolica
da today.it
"Il cardinale Jorge Mario Bergoglio,
arcivescovo di Buenos Aires, presidente dei vescovi argentini, nonché
tra i più votati, nel 2005, nel conclave Vaticano che ha scelto il
successore di Giovanni Paolo II, è accusato di collusione con la dittatura argentina che sterminò novemila persone".
Inizia così un lungo articolo pubblicato sul sito del prete 'no global' Don Vitaliano della Sala, la scheda sul "passato oscuro" di chi, a distanza di 8 anni, è il nuovo Papa."Le prove del ruolo giocato da Bergoglio a partire dal 24 marzo 1976, sono racchiuse nel libro L’isola del Silenzio. Il ruolo della Chiesa nella dittatura argentina, del giornalista argentino Horacio Verbitsky, che da anni studia e indaga sul periodo più tragico del Paese sudamericano, lavorando sulla ricostruzione degli eventi attraverso ricerche serie e attente".
"I fatti riferiti da Verbitsky. Nei primi anni Settanta Bergoglio, 36 anni, gesuita, divenne il più giovane Superiore provinciale della Compagnia di Gesù in Argentina. Entrando a capo della congregazione, ereditò molta influenza e molto potere, dato che in quel periodo l’istituzione religiosa ricopriva un ruolo determinante in tutte le comunità ecclesiastiche di base, attive nelle baraccopoli di Buenos Aires. Tutti i sacerdoti gesuiti che operavano nell’area erano sotto le sue dipendenze. Fu così che nel febbraio del ’76, un mese prima del colpo di stato, Bergoglio chiese a due dei gesuiti impegnati nelle comunità di abbandonare il loro lavoro nelle baraccopoli e di andarsene. Erano Orlando Yorio e Francisco Jalics, che si rifiutarono di andarsene. Non se la sentirono di abbandonare tutta quella gente povera che faceva affidamento su di loro".
Il nuovo Papa Jorge Mario Bergoglio: Francesco I
"Alle accuse dei padri gesuiti di averli traditi e denunciati, il cardinal Bergoglio si difende spiegando che la richiesta di lasciare la baraccopoli era un modo per metterli in guardia di fronte a un imminente pericolo. Un botta e risposta che è andato avanti per anni e che Verbitsky ha sempre riportato fedelmente, fiutando che la verità fosse nel mezzo. Poi la luce: dagli archivi del ministero degli Esteri sono emersi documenti che confermano la versione dei due sacerdoti, mettendo fine a ogni diatriba. In particolare Verbitsky fa riferimento a un episodio specifico: nel 1979 padre Francisco Jalics si era rifugiato in Germania, da dove chiese il rinnovo del passaporto per evitare di rimetter piede nell’Argentina delle torture. Bergoglio si offrì di fare da intermediario, fingendo di perorare la causa del padre: invece l’istanza fu respinta. Nella nota apposta sulla documentazione dal direttore dell’Ufficio del culto cattolico, allora organismo del ministero degli Esteri, c’è scritto: “Questo prete è un sovversivo. Ha avuto problemi con i suoi superiori ed è stato detenuto nell’Esma”. Poi termina dicendo che la fonte di queste informazioni su Jalics è proprio il Superiore provinciale dei gesuiti padre Bergoglio, che raccomanda che non si dia corso all’istanza. E non finisce qui. Un altro documento evidenzia ancora più chiaramente il ruolo di Bergoglio: “Nonostante la buona volontà di padre Bergoglio, la Compagnia Argentina non ha fatto pulizia al suo interno. I gesuiti furbi per qualche tempo sono rimasti in disparte, ma adesso con gran sostegno dall’esterno di certi vescovi terzomondisti hanno cominciato una nuova fase”. È il documento classificato Direzione del culto, raccoglitore 9, schedario B2B, Arcivescovado di Buenos Aires, documento 9. Nel libro di Verbitsky sono pubblicati anche i resoconti dell’incontro fra il giornalista argentino e il cardinale, durante i quali quest’ultimo ha cercato di presentare le prove che ridimensionassero il suo ruolo. “Non ebbi mai modo di etichettarli come guerriglieri o comunisti – affermò l’arcivescovo – tra l’altro perché non ho mai creduto che lo fossero"".
"Ad inchiodarlo c’è anche la testimonianza di padre Orlando Yorio, morto nel 2000 in Uruguay e mai ripresosi pienamente dalle torture, dalla terribile esperienza vissuta chiuso nell’Esma. In un’intervista rilasciata a Verbistky nel 1999 racconta il suo arrivo a Roma dopo la partenza dall’Argentina: “Padre Gavigna, segretario generale dei gesuiti, mi aprì gli occhi – raccontò in quell’occasione – Era un colombiano che aveva vissuto in Argentina e mi conosceva bene. Mi riferì che l’ambasciatore argentino presso la Santa Sede lo aveva informato che secondo il governo eravamo stati catturati dalle Forze armate perché i nostri superiori ecclesiastici lo avevano informato che almeno uno di noi era un guerrigliero. Chiesi a Gavigna di mettermelo per iscritto e lo fece”. Nel libro, inoltre, Verbistky spiega come Bergoglio, durante la dittatura militare, abbia svolto attività politica nella Guardia di ferro, un’organizzazione della destra peronista, che ha lo stesso nome di una formazione rumena sviluppatasi fra gli anni Venti e i Trenta del Novecento, legata al nazionalsocialismo. Secondo il giornalista, l’attuale arcivescovo di Buenos Aires, quando ricoprì il ruolo di Provinciale della Compagnia di Gesù, decise che l’Università gestita dai gesuiti fosse collegata a un’associazione privata controllata dalla Guardia di ferro. Controllo che terminò proprio quando Bergoglio fu trasferito di ruolo. “Io non conosco casi moderni di vescovi che abbiano avuto una partecipazione politica così esplicita come è stata quella di Bergoglio”, incalza Verbitsky. “Lui agisce con il tipico stile di un politico. È in relazione costante con il mondo politico, ha persino incontri costanti con ministri del governo".
martedì 12 febbraio 2013
L'infallibilità del papa
di Tonino D'Orazio
Papa Ratzinger, si
dimette. Dopo 700 anni, un nuovo “gran rifiuto”. (Celestino V
lasciò nel 1296). Le motivazioni sono “political correct”.
Primo, la malattia che lo
ha indebolito. Secondo, la volontà di ritirarsi per meditare,
restando però in un piccolo monastero all'interno della Città del
Vaticano. Infine perché non è più in grado di esercitare il
magistero papale. Ormai lo sguardo era vagante, sperduto, assente, le
parole uscivano a stento e il viso era più che sofferente. La
televisione non perdona. A volte una immagine cristallizza la realtà
più delle parole.
Ratzinger, grande Alfiere
della Tradizione, Guardiano inflessibile e fortemente ideologico
della purezza della linea, della fede e soprattutto della catechesi
della chiesa cattolica romana, il suo gesto è stato di una grande
coerenza. Introduce però un elemento di una pesantezza teologica
enorme, sulla quale sorvoleranno tutti in questi giorni.
L’infallibilità del papa.
Quanti morti vi sono
stati nel passato per ribadire questo concetto “sacro”, tanto
quanto sacro erano i papa-re e in genere tutti i re assoluti che
avevano ricevuto la loro missione direttamente da Dio con la
benedizione della Chiesa, per secoli, compresi un po’ di dittatori
cattolicissimi del secolo scorso. Ratzinger ribadisce che oggi
l’infallibilità è “a tempo”. Già l’altro papa precedente,
quello dello spettacolo e delle manifestazioni di massa, aveva
accennato al problema indicando l’età dei cardinali in massimo 80
anni per andare in pensione e non pensare più all’eventuale sbocco
di carriera papale. L’arteriosclerosi e l’Alzheimer sono problemi
umani di grande pietà per tutti. È l'ammissione che un papa è
anche un uomo. E’ ammettere che un uomo solo non è più quello che
può decidere da solo nella Chiesa? E’ ammettere che la Chiesa sia
diventata più difficile da “governare”? Lo si può desumere come
“abbandono del campo” dalle parole del fratello Georg al giornale
Die Welt: "Mio fratello si augura più tranquillità
nella vecchiaia"? Speriamo che non siano vere e proprie
“dimissioni” dovute allo spostamento di ingenti somme e conti
correnti vaticani dello Ior sulla banca tedesca Deutsche Bank,
nell’occhio del ciclone, sotto accusa dalla Consob americana e
tedesca. Anche Bankitalia vigila su un sospetto flusso di riciclaggio
in Vaticano, attraverso pagamenti elettronici su bancomat e conti del
gruppo tedesco, alle prese di un buco gigante di quasi 3 miliardi di
dollari, ad oggi, (ma potrebbero essere presto di 12 miliardi) e in
procinto di fallire se non riesce ad ottenere soldi dalla Merkel o a
drenare soldi sul massacro sociale dei paesi mediterranei.
Le implicazioni relative
e consecutive alla caduta di questo tabù dell’infallibilità
potrebbero presupporne ragionevolmente altri nel futuro? Forse che il
Concilio Vaticano Secondo di papa Roncalli stia tornando
prepotentemente alla ragione dei fatti e alla modernità di quelle
tesi nelle difficoltà sociali mondiali attuali, quantunque quattro
papi abbiano tentato di annullarne gli effetti?
Un attimo di
complottiamo. Il 28 febbraio, mese completamente di ciclo lunare e
della fecondazione, è stato scelto in modo simbolico? Se le profezie
di San Malachia di Armag, redatte o dettate dal santo nel 1139, sono
esatte aspettiamoci adesso, con una fumata bianca, o “il papa nero”
(motto andato perduto, ma simbolo, testa di moro, presente
nello stemma di Ratzinger e nelle profezie di Nostradamus) o Petrus
Romanum, altri scrivono Secundus, l’ultimo papa prima della fine
del mondo, o della Chiesa Romana. Lasciamo la discussione agli
esegeti o agli esoterici, sia sulle errate cronologie sia sulle
piacevoli fantasticherie. Noi, come direbbe Gioacchino Belli, avremo
poco da ridere se il nuovo papa dovesse sorriderci. Il terrore degli
atei viaggia attraverso i secoli.
venerdì 14 dicembre 2012
Dalla Teologia della Liberazione al socialismo latino-americano.
Riceviamo e volentieri pubblichiamo
di Tonino D’Orazio *
La Teologia della Liberazione è nata negli anni Sessanta dalla base, dal popolo, prima in Perù, poi in Brasile, e poi in tutta l’America Latina da religiosi convinti che non si possa insegnare la parola di Gesù senza insegnare quali sono i diritti delle persone, quale coscienza si deve avere per essere cittadini, per avere diritti e certezza dei propri diritti. In America Latina la maggior parte della gente vive nella povertà e la maggioranza è di fede cristiana. Quindi la domanda principale di questa gente è: Dio vuole che noi rimaniamo in questa sofferenza? Sicuramente no. Allora è la sistematizzazione dell’esperienza di fede dei poveri alla ricerca della loro liberazione e dello strumento necessario. Intanto con comunità ecclesiali di base, di gente povera. Significa coniugare la visione della fede con la liberazione, l'aspirazione e la speranza di superare la miseria, la povertà, la sofferenza, tramite l’impegno, la solidarietà e la lotta per la giustizia, compresa quella sociale. Insomma il processo di liberazione dalla povertà tramite la trasformazione sociale e politica. La povertà diventa un peccato sociale da combattere al pari dei vizi capitali.
E’ un programma socialista e di ridistribuzione della ricchezza, anche se molti loro esponenti hanno rifiutato un appellativo politico così carico di morti e di sangue. Individuato tale però dalla Chiesa cattolica romana e quindi da combattere perché Gesù non era socialista, anche se beatificava i poveri e scacciava i mercanti e i ricchi epuloni dal tempio del Padre e forse anche dal paradiso.
Bisogna dire che il Concilio Vaticano Secondo di papa Giovanni XXIII aveva recepito nella chiesa l’immensa sofferenza sociale del popolo cristiano e in particolare cattolico. La ventata di apertura sociale fu quasi una tempesta. Ci vollero tre papi consecutivi e tutte le compromissioni possibili per annullarne i principi. La lotta continua ancora oggi. In America Latina invece rimasero latenti e popolari, proprio tramite la Teologia della Liberazione e forse, anche, per la lontananza da Roma. Ma proprio lì la repressione delle classi padronali fu più feroce, militarizzata, vicina al genocidio. Per esempio la pace firmata verso la fine di dicembre del 1996 tra i guerriglieri e le forze armate in Bolivia, pose fine ad un conflitto durato oltre trent'anni, durante il quale morirono, spesso in modo atroce, 170.000 persone. I numeri parlano chiaro e non sono ignorabili: oltre 200.000 morti e 40.000 desaparecidos, (1960-1996), su una popolazione di dieci milioni d’abitanti in Guatemala. Le cifre per Argentina e Cile non sono ancora tutte note. In Perù la guerra civile, ha provocato circa 40.000 morti a partire dal 1980. Un silenzio degli innocenti che molti ritengono protetto dall’omertà della Chiesa ufficiale. Tra l’altro sembra che il Tribunale Penale Internazionale si occupi solo di leader ex comunisti dei loro amici, o dei “cattivi” indicati dagli Stati Uniti.
I diversi metodi repressivi, la guerra sporca, gli squadroni della morte, le esecuzioni selettive (in modo particolare di sindacalisti), le sparizioni, le torture, i massacri, ecc.., applicati con particolare sevizia dalle varie forze armate e dai gruppi paramilitari e padronali, sono stati assimilati nei manuali nordamericani, e ispirati alla "teoria della sicurezza nazionale". Anche con l’invasione diretta degli Usa a Granada (1983) e a Panama (1989). Il tentativo fallito dell’invasione di Cuba (1959), ordinato dal quasi beato guerrafondaio JFG Kennedy. I vari colpi di stato kissingueriani del Cile, dell’Argentina, del Venezuela, del Guatemala. Nell'applicazione di questa teoria si è continuato ad aggredire militarmente, per più di 40 anni, coloro che in modo pacifico ed utilizzando le vie democratiche, lottavano per la terra ed il diritto di vivere in pace. E’ nata così la resistenza armata, che con lo scorrere degli anni, l'assenza di democrazia e il terrorismo di Stato hanno alimentato e si è convertita nell'unica forma possibile d'opposizione. La guerriglia.
Però a nulla sono valse le forze politico-sociali rivoluzionare,(eccezion fatta per Cuba), Che Guevara, Sendero Luminoso in Perù poi diventato l'Mrta, il Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale del Nicaragua, i tupamaros in Uruguay, l'Esercito rivoluzionario del popolo (Erp) e i montoneros in Argentina e ancora i Todos por la patria sempre in Argentina (1989), erede dell'Erp, Ejército revolucionario del pueblo distrutto dalla dittatura militare, fine anni settanta, l'Azione di liberazione nazionale (Aln) e l'Avanguardia popolare rivoluzionaria (Vpr) in Brasile, Sol Rojo in Ecuador, le Forze armate rivoluzionarie colombiane (Farc), Frente patriotico Manuel Rodriguez in Cile, le Forze armate rivoluzionarie (Far) in Guatemala, nel Chiapas, Ezln! Esercito zapatista di liberazione nazionale nel Messico con il mitico subcomandante Marcos, all’EPP, Ejercito del Pueblo Paraguayo.
La rivolta e l’occupazione delle terre incolte da parte dei contadini Sin Terra in vari paesi sud americani in una striscia continua di sangue..
E poi si arriva ai giorni nostri. Il popolo si organizza democraticamente ripudiando la guerriglia. La sinistra socialista di concezione latino americana vince in vari paesi, cominciando dal Venezuela di Chavez. Lo stesso ha precisato che “la guerra di guerriglia ormai è passata alla storia” in America Latina e che nella fase attuale, “un movimento guerrigliero armato è fuori luogo”. Da poco l’accordo delle Farc e il governo colombiano per un cessate il fuoco, sotto il patronato di Chavez, di Cuba e della Norvegia. Bella diplomazia quella norvegese, sempre pronta ad aiutare a risolvere le situazioni più drammatiche, compresa quella di Gaza in Palestina.
Ma non per questo non rimangono ancora sacche di resistenza armata. Spesso a guidarle sono stati anche preti e seminaristi della Teologia della Liberazione, mischiando alla cultura cristiana le teorie di Marx.
Cinquant’anni fa persino un prete colombiano scelse di predicare la lotta armata: «Se Gesù fosse vivo, sarebbe un guerrigliero». Un vescovo (di San Pedro), svestito, Fernando Lugo, fa il presidente del Paraguay. In Brasile nacquero circa 100.000 Comunità di Base, grazie anche al cardinale di San Paolo Paulo Evaristo Arns e al vescovo Camara; in Nicaragua numerosi cattolici, sacerdoti e laici, presero parte alla lotta armata contro la dittatura di Somoza e in seguito diversi sacerdoti, entrarono a far parte del governo sandinista. Padre J.B.Aristide divenne presidente della repubblica di Haiti, ma fu destituito e esiliato dagli Stati Uniti. I socialisti erano troppo vicino al “cortile di casa”.
Anche il neoliberismo, il capitalismo e la gerarchia della Chiesa romana hanno sempre ritenuto che fosse mischiare il diavolo con l’acqua santa, e si sono schierati per la repressione. Da sempre, dalla nascita della Teologia della Liberazione. Alcuni rappresentanti della gerarchia ecclesiastica sudamericana, sin dal 1968, presero posizione a favore delle popolazioni più diseredate e delle loro lotte, pronunciandosi per una chiesa popolare e socialmente attiva tramite le Comunità Ecclesiali di Base. Comunità impegnate a vivere e diffondere una fede attiva, solidale e partecipe dei problemi della società. Insieme alla discussione dei teologi, è l'intero episcopato ad assumersi il compito di essere al fianco delle lotte di liberazione del popolo e molti vescovi definiscono il loro ministero unilateralmente con il concetto di opzione preferenziale dei poveri.
I contenuti della Teologia della liberazione si trovarono, e si trovano, in rapporto di contrasto con quelli della Santa Sede, la quale adottò misure disciplinari contro quasi tutti i suoi maggiori esponenti. Wojtyla dichiarò che la «concezione di Cristo come politico, rivoluzionario, come il sovversivo di Nazaret, non si compagina con la catechesi della Chiesa.». (nella III Conferenza generale dell'episcopato Latinoamericano, del 28 gennaio 1979). Anzi sollecitò il suo braccio destro Ratzingher (degno successore della rigida continuità) a sostenere che le ideologie sociali erano incompatibili con la dottrina della Chiesa. Certo non poteva dire dei Vangeli. Quindi sotto il pontificato del pastore Giovanni Paolo II, le pecorelle smarrite furono tutte cacciate dai vertici del gregge e abbandonate. Leonardo Boff, uno dei primi ideologi e protagonisti della Teologia della Liberazione subì diversi processi ecclesiastici e dovette poi abbandonare, nel 1992, l'ordine francescano. Ma tanti altri gesuiti (Padre Arrupe) e francescani che si occuparono del sociale e della pace furono espulsi. Troppo vicini al comunismo e al socialismo. La frattura di Ratzingher con l'area latinoamericana apertasi già nei primi giorni del suo pontificato, potrà difficilmente essere ricucita con spettacolari e mediatici viaggi, compreso nell’ultimo bastione comunista di Cuba.
Basta pensare all’omicidio di monsignor Romero, arcivescovo di San Salvador dal 1977 al 1980. Ucciso mentre celebrava messa e denunciava le violenze della dittatura del suo paese. Ai suoi funerali (in cui avvenne un nuovo massacro di fedeli da parte dell'esercito) Wojtyla, su pressioni del governo salvadoregno, non andò. L’episodio è rimasto come macchia nera nel suo curriculum per la beatificazione. Molte responsabilità vengono attribuite proprio a Wojtyla, con i suoi cordiali incontri con i dittatori militari, tanto che successivamente dovette ammettere che la Teologia della Liberazione aveva avuto un ruolo «buono, utile e necessario» per la difesa dei poveri. Ma anche perché il popolo acclamava già Romero come santo e non rispettava più la gerarchia ecclesiastica.
Secondo frei Betto, teorico della Teologia della Liberazione, se si analizzano i quattro Vangeli ci sono principalmente due domande che vengono rivolte a Gesù. La prima è: “Signore, che devo fare per guadagnare la vita eterna?”. “Ecco - spiega il frate - mai questa domanda esce dalla bocca di un povero. Esce sempre da coloro che si sono assicurati la vita terrena e che quindi pensano ad assicurarsi anche l’al di là. È la domanda tipica dell’uomo ricco, che vuol sapere come poter comprare anche il paradiso. E tutte le volte che Gesù ascolta questa domanda si sente a disagio se non irritato.
La seconda domanda che si incontra è invece: ‘Signore, come devo fare per avere una vita in questa vita?’. Ecco, questa viene solamente dalla bocca dei poveri. ‘Le mie mani sono inerti, hanno bisogno di lavorare. Sono cieco, ho bisogno di vedere. Sono paralitico, voglio camminare. Mio fratello è morto, vorrei vivesse. Mia figlia è malata, vorrei che guarisse’. I poveri chiedono a Gesù vita in questa vita. E a loro Gesù risponde sempre con misericordia e compassione. Perché lui stesso ha detto io sono venuto qui perché tutti abbiano vita, e una vita piena”.
Tutto il mondo in cui viviamo oggi è una grande offesa al progetto di Dio. Perché in nessun versetto della Bibbia sta scritto che la povertà è gradita agli occhi di Dio. La povertà è una maledizione. È frutto dell’ingiustizia. Per questo Gesù si pone dalla parte dei poveri e li chiama beati: li considera i protagonisti della conquista di una società in cui tutti veramente avranno una vita degna.
Ma se la mappa politica dell'America Latina tende a cambiare nei primi anni del XXI secolo, quando in molti paesi, sconfitte le dittature, vanno al governo partiti con programmi progressisti e di sinistra che prevedono l'abbandono del neoliberismo e un'attenzione maggiore alle fasce deboli della popolazione, si può ritenere, per la Teologia della Liberazione, un metodo e una grande vittoria. Il lavoro sotterraneo di almeno un trentennio sulla “democrazia partecipata” e la coscientizzazione dei diritti portata avanti con grande sacrificio, spesso anche della vita, da questi oscuri e modesti preti “di base”, del popolo, hanno dato risultati profondi e eclatanti. La povertà non è sconfitta in America Latina, ma le premesse e la coscienza di doverla combattere insieme rappresenta uno dei punti salienti e possibili, anche politicamente, della Teologia della Liberazione di oggi e dei programmi sociali dei governi attuali. Intanto attraverso il recupero dei beni comuni e della ricchezza delle loro risorse naturali. Non sarà facile, i predoni sono sempre in agguato attraverso il Fondo Monetario Internazionale o la Banca Mondiale. Per il momento però sembrano non averne bisogno da quando hanno fondato insieme la loro Banca do Sur, sostenuta soprattutto dal petrolio venezuelano.
La riflessione di oggi della Teologia della Liberazione aggiunge la denuncia dell'economia di mercato, l'alienazione che il capitalismo causa a milioni di persone nel mondo, e la riscoperta dell’ambiente. Sposa le tesi dei movimenti no global, contesta il neoliberismo e il libero mercato, promuove la pace fondata sulla giustizia e la richiesta di una partecipazione democratica efficace da parte dei movimenti di base.
Andando oltre, oppure riprendendo e continuando le aperture di Vaticano II, nello scontro con le gerarchie della Chiesa, chiedono una reale partecipazione dei laici e delle donne alla guida della Chiesa, il decentramento del potere ecclesiale. Ma questa è un’altra storia. L’America Latina, il più grande “serbatoio” della chiesa cattolica, avrà sempre pochi cardinali. Nell’ultima sfornata dei 22 (6 gennaio 2012) non ce ne sono né per loro, né per l’Africa, la “Chiesa più giovane e in crescita del mondo”. Anche per la fame.
di Tonino D’Orazio *
La Teologia della Liberazione è nata negli anni Sessanta dalla base, dal popolo, prima in Perù, poi in Brasile, e poi in tutta l’America Latina da religiosi convinti che non si possa insegnare la parola di Gesù senza insegnare quali sono i diritti delle persone, quale coscienza si deve avere per essere cittadini, per avere diritti e certezza dei propri diritti. In America Latina la maggior parte della gente vive nella povertà e la maggioranza è di fede cristiana. Quindi la domanda principale di questa gente è: Dio vuole che noi rimaniamo in questa sofferenza? Sicuramente no. Allora è la sistematizzazione dell’esperienza di fede dei poveri alla ricerca della loro liberazione e dello strumento necessario. Intanto con comunità ecclesiali di base, di gente povera. Significa coniugare la visione della fede con la liberazione, l'aspirazione e la speranza di superare la miseria, la povertà, la sofferenza, tramite l’impegno, la solidarietà e la lotta per la giustizia, compresa quella sociale. Insomma il processo di liberazione dalla povertà tramite la trasformazione sociale e politica. La povertà diventa un peccato sociale da combattere al pari dei vizi capitali.
E’ un programma socialista e di ridistribuzione della ricchezza, anche se molti loro esponenti hanno rifiutato un appellativo politico così carico di morti e di sangue. Individuato tale però dalla Chiesa cattolica romana e quindi da combattere perché Gesù non era socialista, anche se beatificava i poveri e scacciava i mercanti e i ricchi epuloni dal tempio del Padre e forse anche dal paradiso.
Bisogna dire che il Concilio Vaticano Secondo di papa Giovanni XXIII aveva recepito nella chiesa l’immensa sofferenza sociale del popolo cristiano e in particolare cattolico. La ventata di apertura sociale fu quasi una tempesta. Ci vollero tre papi consecutivi e tutte le compromissioni possibili per annullarne i principi. La lotta continua ancora oggi. In America Latina invece rimasero latenti e popolari, proprio tramite la Teologia della Liberazione e forse, anche, per la lontananza da Roma. Ma proprio lì la repressione delle classi padronali fu più feroce, militarizzata, vicina al genocidio. Per esempio la pace firmata verso la fine di dicembre del 1996 tra i guerriglieri e le forze armate in Bolivia, pose fine ad un conflitto durato oltre trent'anni, durante il quale morirono, spesso in modo atroce, 170.000 persone. I numeri parlano chiaro e non sono ignorabili: oltre 200.000 morti e 40.000 desaparecidos, (1960-1996), su una popolazione di dieci milioni d’abitanti in Guatemala. Le cifre per Argentina e Cile non sono ancora tutte note. In Perù la guerra civile, ha provocato circa 40.000 morti a partire dal 1980. Un silenzio degli innocenti che molti ritengono protetto dall’omertà della Chiesa ufficiale. Tra l’altro sembra che il Tribunale Penale Internazionale si occupi solo di leader ex comunisti dei loro amici, o dei “cattivi” indicati dagli Stati Uniti.
I diversi metodi repressivi, la guerra sporca, gli squadroni della morte, le esecuzioni selettive (in modo particolare di sindacalisti), le sparizioni, le torture, i massacri, ecc.., applicati con particolare sevizia dalle varie forze armate e dai gruppi paramilitari e padronali, sono stati assimilati nei manuali nordamericani, e ispirati alla "teoria della sicurezza nazionale". Anche con l’invasione diretta degli Usa a Granada (1983) e a Panama (1989). Il tentativo fallito dell’invasione di Cuba (1959), ordinato dal quasi beato guerrafondaio JFG Kennedy. I vari colpi di stato kissingueriani del Cile, dell’Argentina, del Venezuela, del Guatemala. Nell'applicazione di questa teoria si è continuato ad aggredire militarmente, per più di 40 anni, coloro che in modo pacifico ed utilizzando le vie democratiche, lottavano per la terra ed il diritto di vivere in pace. E’ nata così la resistenza armata, che con lo scorrere degli anni, l'assenza di democrazia e il terrorismo di Stato hanno alimentato e si è convertita nell'unica forma possibile d'opposizione. La guerriglia.
Però a nulla sono valse le forze politico-sociali rivoluzionare,(eccezion fatta per Cuba), Che Guevara, Sendero Luminoso in Perù poi diventato l'Mrta, il Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale del Nicaragua, i tupamaros in Uruguay, l'Esercito rivoluzionario del popolo (Erp) e i montoneros in Argentina e ancora i Todos por la patria sempre in Argentina (1989), erede dell'Erp, Ejército revolucionario del pueblo distrutto dalla dittatura militare, fine anni settanta, l'Azione di liberazione nazionale (Aln) e l'Avanguardia popolare rivoluzionaria (Vpr) in Brasile, Sol Rojo in Ecuador, le Forze armate rivoluzionarie colombiane (Farc), Frente patriotico Manuel Rodriguez in Cile, le Forze armate rivoluzionarie (Far) in Guatemala, nel Chiapas, Ezln! Esercito zapatista di liberazione nazionale nel Messico con il mitico subcomandante Marcos, all’EPP, Ejercito del Pueblo Paraguayo.
La rivolta e l’occupazione delle terre incolte da parte dei contadini Sin Terra in vari paesi sud americani in una striscia continua di sangue..
E poi si arriva ai giorni nostri. Il popolo si organizza democraticamente ripudiando la guerriglia. La sinistra socialista di concezione latino americana vince in vari paesi, cominciando dal Venezuela di Chavez. Lo stesso ha precisato che “la guerra di guerriglia ormai è passata alla storia” in America Latina e che nella fase attuale, “un movimento guerrigliero armato è fuori luogo”. Da poco l’accordo delle Farc e il governo colombiano per un cessate il fuoco, sotto il patronato di Chavez, di Cuba e della Norvegia. Bella diplomazia quella norvegese, sempre pronta ad aiutare a risolvere le situazioni più drammatiche, compresa quella di Gaza in Palestina.
Ma non per questo non rimangono ancora sacche di resistenza armata. Spesso a guidarle sono stati anche preti e seminaristi della Teologia della Liberazione, mischiando alla cultura cristiana le teorie di Marx.
Cinquant’anni fa persino un prete colombiano scelse di predicare la lotta armata: «Se Gesù fosse vivo, sarebbe un guerrigliero». Un vescovo (di San Pedro), svestito, Fernando Lugo, fa il presidente del Paraguay. In Brasile nacquero circa 100.000 Comunità di Base, grazie anche al cardinale di San Paolo Paulo Evaristo Arns e al vescovo Camara; in Nicaragua numerosi cattolici, sacerdoti e laici, presero parte alla lotta armata contro la dittatura di Somoza e in seguito diversi sacerdoti, entrarono a far parte del governo sandinista. Padre J.B.Aristide divenne presidente della repubblica di Haiti, ma fu destituito e esiliato dagli Stati Uniti. I socialisti erano troppo vicino al “cortile di casa”.
Anche il neoliberismo, il capitalismo e la gerarchia della Chiesa romana hanno sempre ritenuto che fosse mischiare il diavolo con l’acqua santa, e si sono schierati per la repressione. Da sempre, dalla nascita della Teologia della Liberazione. Alcuni rappresentanti della gerarchia ecclesiastica sudamericana, sin dal 1968, presero posizione a favore delle popolazioni più diseredate e delle loro lotte, pronunciandosi per una chiesa popolare e socialmente attiva tramite le Comunità Ecclesiali di Base. Comunità impegnate a vivere e diffondere una fede attiva, solidale e partecipe dei problemi della società. Insieme alla discussione dei teologi, è l'intero episcopato ad assumersi il compito di essere al fianco delle lotte di liberazione del popolo e molti vescovi definiscono il loro ministero unilateralmente con il concetto di opzione preferenziale dei poveri.
I contenuti della Teologia della liberazione si trovarono, e si trovano, in rapporto di contrasto con quelli della Santa Sede, la quale adottò misure disciplinari contro quasi tutti i suoi maggiori esponenti. Wojtyla dichiarò che la «concezione di Cristo come politico, rivoluzionario, come il sovversivo di Nazaret, non si compagina con la catechesi della Chiesa.». (nella III Conferenza generale dell'episcopato Latinoamericano, del 28 gennaio 1979). Anzi sollecitò il suo braccio destro Ratzingher (degno successore della rigida continuità) a sostenere che le ideologie sociali erano incompatibili con la dottrina della Chiesa. Certo non poteva dire dei Vangeli. Quindi sotto il pontificato del pastore Giovanni Paolo II, le pecorelle smarrite furono tutte cacciate dai vertici del gregge e abbandonate. Leonardo Boff, uno dei primi ideologi e protagonisti della Teologia della Liberazione subì diversi processi ecclesiastici e dovette poi abbandonare, nel 1992, l'ordine francescano. Ma tanti altri gesuiti (Padre Arrupe) e francescani che si occuparono del sociale e della pace furono espulsi. Troppo vicini al comunismo e al socialismo. La frattura di Ratzingher con l'area latinoamericana apertasi già nei primi giorni del suo pontificato, potrà difficilmente essere ricucita con spettacolari e mediatici viaggi, compreso nell’ultimo bastione comunista di Cuba.
Basta pensare all’omicidio di monsignor Romero, arcivescovo di San Salvador dal 1977 al 1980. Ucciso mentre celebrava messa e denunciava le violenze della dittatura del suo paese. Ai suoi funerali (in cui avvenne un nuovo massacro di fedeli da parte dell'esercito) Wojtyla, su pressioni del governo salvadoregno, non andò. L’episodio è rimasto come macchia nera nel suo curriculum per la beatificazione. Molte responsabilità vengono attribuite proprio a Wojtyla, con i suoi cordiali incontri con i dittatori militari, tanto che successivamente dovette ammettere che la Teologia della Liberazione aveva avuto un ruolo «buono, utile e necessario» per la difesa dei poveri. Ma anche perché il popolo acclamava già Romero come santo e non rispettava più la gerarchia ecclesiastica.
Secondo frei Betto, teorico della Teologia della Liberazione, se si analizzano i quattro Vangeli ci sono principalmente due domande che vengono rivolte a Gesù. La prima è: “Signore, che devo fare per guadagnare la vita eterna?”. “Ecco - spiega il frate - mai questa domanda esce dalla bocca di un povero. Esce sempre da coloro che si sono assicurati la vita terrena e che quindi pensano ad assicurarsi anche l’al di là. È la domanda tipica dell’uomo ricco, che vuol sapere come poter comprare anche il paradiso. E tutte le volte che Gesù ascolta questa domanda si sente a disagio se non irritato.
La seconda domanda che si incontra è invece: ‘Signore, come devo fare per avere una vita in questa vita?’. Ecco, questa viene solamente dalla bocca dei poveri. ‘Le mie mani sono inerti, hanno bisogno di lavorare. Sono cieco, ho bisogno di vedere. Sono paralitico, voglio camminare. Mio fratello è morto, vorrei vivesse. Mia figlia è malata, vorrei che guarisse’. I poveri chiedono a Gesù vita in questa vita. E a loro Gesù risponde sempre con misericordia e compassione. Perché lui stesso ha detto io sono venuto qui perché tutti abbiano vita, e una vita piena”.
Tutto il mondo in cui viviamo oggi è una grande offesa al progetto di Dio. Perché in nessun versetto della Bibbia sta scritto che la povertà è gradita agli occhi di Dio. La povertà è una maledizione. È frutto dell’ingiustizia. Per questo Gesù si pone dalla parte dei poveri e li chiama beati: li considera i protagonisti della conquista di una società in cui tutti veramente avranno una vita degna.
Ma se la mappa politica dell'America Latina tende a cambiare nei primi anni del XXI secolo, quando in molti paesi, sconfitte le dittature, vanno al governo partiti con programmi progressisti e di sinistra che prevedono l'abbandono del neoliberismo e un'attenzione maggiore alle fasce deboli della popolazione, si può ritenere, per la Teologia della Liberazione, un metodo e una grande vittoria. Il lavoro sotterraneo di almeno un trentennio sulla “democrazia partecipata” e la coscientizzazione dei diritti portata avanti con grande sacrificio, spesso anche della vita, da questi oscuri e modesti preti “di base”, del popolo, hanno dato risultati profondi e eclatanti. La povertà non è sconfitta in America Latina, ma le premesse e la coscienza di doverla combattere insieme rappresenta uno dei punti salienti e possibili, anche politicamente, della Teologia della Liberazione di oggi e dei programmi sociali dei governi attuali. Intanto attraverso il recupero dei beni comuni e della ricchezza delle loro risorse naturali. Non sarà facile, i predoni sono sempre in agguato attraverso il Fondo Monetario Internazionale o la Banca Mondiale. Per il momento però sembrano non averne bisogno da quando hanno fondato insieme la loro Banca do Sur, sostenuta soprattutto dal petrolio venezuelano.
La riflessione di oggi della Teologia della Liberazione aggiunge la denuncia dell'economia di mercato, l'alienazione che il capitalismo causa a milioni di persone nel mondo, e la riscoperta dell’ambiente. Sposa le tesi dei movimenti no global, contesta il neoliberismo e il libero mercato, promuove la pace fondata sulla giustizia e la richiesta di una partecipazione democratica efficace da parte dei movimenti di base.
Andando oltre, oppure riprendendo e continuando le aperture di Vaticano II, nello scontro con le gerarchie della Chiesa, chiedono una reale partecipazione dei laici e delle donne alla guida della Chiesa, il decentramento del potere ecclesiale. Ma questa è un’altra storia. L’America Latina, il più grande “serbatoio” della chiesa cattolica, avrà sempre pochi cardinali. Nell’ultima sfornata dei 22 (6 gennaio 2012) non ce ne sono né per loro, né per l’Africa, la “Chiesa più giovane e in crescita del mondo”. Anche per la fame.
* Direttore
Ires Abruzzo
mercoledì 11 gennaio 2012
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