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domenica 1 novembre 2015

E’ tornato il papa re

di Tonino D’Orazio

Con il Giubileo o no Roma è proprietaria del Vaticano e del papa. Proprio nella capitale lo stato indipendente del Vaticano trae la sua maggior forza finanziaria e l’imposizione della propria morale talebana ed esclusiva.
Ognuno può difendere o meno Marino, che ormai con tecnica raffinata non riuscirà mai più ad apparire sui mass media dopo lo scoop democratico della conferenza stampa, con la dimostrazione che le decisioni vengono prese fuori dalla sua sede democratica che è la sala consiliare, con la dimostrazione inoppugnabile e dura del suo operato (che non è finito), e la vergogna capitale del Pd. L’accoltellatore Orsini, del Pd: “Credo che abbia fatto molte cose buone. Che abbia rotto meccanismi discutibili e incrostazioni corporative che indebolivano la città”. Abbiamo capito che sarà per questo che doveva andare via e lui rimarrà commissario del Pd a Roma (perché forse il suo “lavoro” non è finito o per il rilancio delle ingiurie). Ora Marino dopo essere stato defenestrato, verrà “oscurato” (o linciato per un po’ di giorni, senza potersi difendere), al fine, pensando il Pd, di far dimenticare lo scandalo al popolo romano, anche se la mano forte dei poteri occulti, politici e mafiosi sono apparsi troppo evidenti e voraci. Tutti i “giornalisti” padronali gli sono piombati addosso, per osmosi, quasi a sostegno proprio di quei poteri forti e mafiosi, che tutti sanno che non “pagheranno” nulla e mai per le malefatte. I giornalisti Rai per sostegno alle mani nascoste col sasso del ducetto Renzi e quelli di destra per nascondere le magagne di Alemanno, scoperte, volente e nolente, da “quell’innocente” e incapace Marino, incastrato in mezzo. Poteri forti, compresi quelli del Vaticano che sicuramente ha grande necessità di soldi e di strutture per svolgere il suo simposio religioso per “perdonare” tutti i loro seguaci peccatori mondiali. Simposio chiamato giubileo e accorciato di un decennio in confronto ai secolari 25 anni necessari di prima. Pagato ovviamente anche da noi, laici, agnostici o atei disinteressati alla kermesse simoniaca. Oggi come oggi, per le veloci prospettive finanziarie, 25 anni sono troppi. E poi perché dovremmo ingerirci in uno Stato in cui siamo ospiti e lui prepotentemente da noi. Non si è anti-cattolici se si chiede il rispetto per le idee di chi non lo è. Cosa c’entra lo Ior, gli alberghi monacali, gli appartamenti da affittare, le agenzie turistiche parrocchiali e i soldi di fronte alla fede e allo spettacolo di Roma in mondovisione!
Per poter comandare Roma, diceva il Belli, se non con la forza, devi accalappiare il popolo, non necessariamente bue, ma soprattutto denunciando, magari solo denunciando, la sua povertà di fronte ai ricchi. Tanto la storia non cambia. Si chiama mezza verità o tecnica gesuitica della doppia verità.
Marino, è stato fatto passare per un matto, un marziano, la stessa tecnica che l’oligarchia fascista e neoliberista mondiale, ironia della sorte, sta utilizzando con il “confuso” Bergoglio. Un alieno, sicuramente di più alla chiesa cattolica che al popolo romano o ai semplici cittadini. Si potrebbero elencare gli aggettivi dispregiativi riferitigli dalla libertà di stampa nazionale soprattutto in quest’ultimo decisivo periodo e affondo finale. Marino potrebbe diventare milionario per risarcimento danni morali e di immagine contro tutti, se anche la magistratura (e i codici) non fosse pervasa dalle leggi cristiane, cioè di parte, dopo i consigli e gli indirizzi morali vaticani.
Marino ha creduto possibile, a Roma, caput mundi, di trascrivere, contro la legge talebana cattolica, alcuni matrimoni tra omosessuali, contratti all’estero, ricorrendo al diritto internazionale. Diritto gestito in gran parte dagli anglosassoni e quindi amorali e libertini protestanti, anche se americani e lumi del mondo. La Cei: “Una tale arbitraria presunzione, messa in scena proprio a Roma in questi giorni” (che lapsus di prepotenza!), mentre celebravano il loro simposio sulla ormai minoritaria e realisticamente affondata concezione della famiglia cristiana proprio dalle necessità del capitalismo di divorare anche i tempi di vita degli individui. Basta pensare ai tanti e alle tante docenti che vagano oggi per tutta l’Italia, sottomessi ai nuovi presidi ducetti, e ne vedremo delle belle nei gossip dei poveri, abbandonando le proprie famiglie al loro destino. Oppure la spericolata proposta di "red zone" per le prostitute, come in tutte le capitali e grandi città del nord Europa, eccetto nella cattolicissima Polonia. Ma soprattutto l’aver rallentato i lavori e i soldi del giubileo concordati direttamente tra Vaticano e Renzi (poi attuato con il prefetto-commissario Gabrielli, ex Protezione Civile, che un giorno o l’altro scopriremo essere il seguace del ladro plurimilionario Bertolaso, tanto il tessuto è quello, altro che scontrino da taverna romana) per rendere Roma come deciso dagli architetti vaticani. Di corsa!
Ingerenza dei cattolici o del Vaticano? Ma no! Mai.
Solo in questi giorni.
L’Osservatore Romano (altro giornale indipendente): “farsa” la questione delle dimissioni.
L’Avvenire: “Marino paralizza Roma”, e con riferimento al ritiro delle dimissioni, “la mossa disperata e ardita di un sindaco narciso”. Ma che ha probabilmente scoperchiato i loro interessi che facevano passare per quelli della città. Eppure Marino non aveva detto no, ma voleva un po’ decidere insieme, anche con il commissario. Impossibile, pericoloso, per uno eletto democraticamente, non sono più valide queste concezioni in questi tempi. E poi, scoperchia le pentole! Non è bon ton.
Il cardinal Bagnasco, Presidente della Cei: “Roma [ndr. Cioè noi] ha bisogno di un’amministrazione, di una guida che merita”, cioè ubbidiente e cattolica.
Il cardinal Vallini, vicario della diocesi di Roma, ammirando Firenze, in evidente contrasto offensivo: “la pulizia della città”, i “cassonetti puliti” e “nemmeno una scritta sui muri”, esattamente il contrario di quel che abbiamo visto in una trasmissione televisiva in questi giorni. Ma Firenze è la città del Capo protettore che ha regalato loro miliardi tramite l’esenzione dell’Imu e i soldi alle loro scuole confessionali private. A Roma, come in tutte le città italiane, anche quelle più “morali”, la “monnezza” sta in mano a mafie varie, tutti lo sanno e tutti lo vedono. E se non paghi, ti ritrovi la città un mondezzaio, come è successo ultimamente anche a Roma rilanciata come scandalo mondiale, perché per ricatto non puliscono più. “Du déjà vu”, per quelli che, tifosi, vogliono dare sempre la colpa ai sindaci “incapaci”. E’ lo stesso cardinale che in ottobre osservò che “il tema di una nuova classe dirigente non è più rinviabile” per la Capitale. “Chiaro? Renzi, hai capito o no quello che devi fare?
Ma l’intromissione è iniziata dall’immediata assunzione di potere comunale da parte del sindaco democraticamente eletto Marino. Si vide subito che i marziani non erano cattolici praticanti, ma anche addirittura alieni al cattolicesimo. Avvenire: “Cam­pi­do­glio, rischio-deriva laicista su valori non negoziabili con poten­ziali rica­dute sulle scelte di poli­tica familiare”. Era iniziato l’assalto. Per questo il Pd nazionale e romano, diretto da un ex democristiano, anche dopo averlo sostenuto perché vincitore, come Renzi, delle ideologiche “primaria”, si è subito ritratto. Fino all’ubbidienza attuale che hanno difficoltà a spiegare pubblicamente ma che sanno che i cattolici puri e duri hanno capito per il prossimo voto. Aggiungiamo lo scatto perentorio e seccato di Bergoglio contro l’invito a Marino a Filadelfia. Allora (sempre l’Avvenire, cassa di risonanza) Marino era “in stato di confusione”. All’annuncio delle dimissioni qualificò come “infausto biennio” la sua esperienza al Campidoglio, e che Roma (l’Osservatore Romano) aveva la certezza “solo delle proprie macerie”. Stava sfuggendo loro qualcosa in Roma mafia-capitale dove avevano molte “partecipazioni” e la loro filiera delle cooperative sociali bianche, o rosse bipartisan, era interrotta da qualche parte e sopraffatta dai poteri forti e “privati” politico-mafiosi.
Altra domanda temibile. Perché Roma è stata lasciata sola in un mare di melma, senza guida democratica e con un giubileo che sarà un inferno e una brutta figura per tutti? Perché la maggioranza notarile al comune di Roma si sono divertiti su Marino-NO invece di occuparsi del giubileo, come a Milano si sono occupati dell’Expo? Quali interessi se non quello dell’ormai scontato e perdente Pd di muoia Sansone con tutti i filistei?
In fondo, a Roma, oltre un papa re, argentino, ci voleva anche un commissario siculo-longobardo. Un altro alieno vero nella città. Un uomo che “ ha fiducia in sé e nei suoi collaboratori” a seguito, o deciso da Renzi, mica scelti nella gran parte del popolo onesto romano. Tutta invidia del nocciolo politico-mafioso nordico, forse rimasto a bocca asciutta sulla capitale dai tempi di Craxi, perché già ben “occupata” e colonizzata.
Altro lapsus confermativo, oscuro e temibile  per Roma, da l’Avvenire che saluta con entusiasmo le dimissioni effettive di Marino, “e una paren­tesi che non sem­bra desti­nata a lasciare un segno inde­le­bile nella sto­ria quasi tri­mil­le­na­ria di que­sta città”. Loro ci sono ancora e soltanto da duemila anni. Chiudiamo gli occhi. Sarà mica un messaggio occulto al procuratore-capo della repubblica cattolica italiana Giuseppe Pignatore a lasciar fluire in silenzio un altro millennio?
Ma tutte queste cose le sapremo meglio dopo, quando non avranno più valore immediato, e quando, come d’abitudine “chi ha avuto ha avuto e chi ha dato ha dato”.

giovedì 14 marzo 2013

Il Papa argentino. Francesco I, il conservatore nei torbidi della dittatura

 di Gennaro Carotenuto da Giornalismo Partecipativo



Jorge Bergoglio, Papa Francesco I, è quello che in Argentina si definisce un “conservatore popolare”, un esponente tipico –e dichiarato- della destra peronista. Sinceramente attento alla povertà, umile a sua volta, ha già rinnovato con successo la chiesa argentina senza modificarne il segno politico conservatore. È l’erede materiale e spirituale di Karol Wojtyla e, per i cardinali che lo hanno eletto in conclave, deve essere apparso una scelta perfetta su più d’uno dei fronti aperti per la chiesa cattolica.
Infatti può essere davvero l’uomo in grado di metter fine ai veleni curiali che secondo lo Spiegel hanno portato al “fallimento” Benedetto XVI. È quello che i giornali stanno indicando come esponente del partito della trasparenza. Lo ha fatto, e bene, in alcuni contesti. Allo stesso tempo rilancia il cattolicesimo in un continente letteralmente assalito dalle chiese protestanti conservatrici. La percezione europea di una chiesa cattolica egemone in America latina è gravemente viziata dalla mancanza di notizie su di un fenomeno che sfiora il 50% dei fedeli in alcuni paesi e figlio della guerra senza quartiere alla teologia della liberazione che ha portato i poveri a cercare una spiegazione altra in un dio meno lontano. Inoltre Bergoglio può rappresentare allo stesso tempo un’alternativa conservatrice ai governi progressisti e integrazionisti latinoamericani dei quali in molti si aspettano che possa diventare un leader alternativo continentale. Per qualcuno –chi scrive non ne è convinto anche se l’idea ha un suo fascino- Bergoglio può stare all’America latina integrazionista come Wojtyla stava all’Europa dell’Est del socialismo reale. Nonostante abbia spesso puntato il dito contro la politica, la corruzione di questa e la disattenzione ai problemi delle periferie, Bergoglio si è scontrato ripetutamente anche coi governi della sinistra peronista di Néstor Kirchner e Cristina Fernández. Gli scontri più duri, ma questo non può sorprendere, sono stati sull’aborto e sul matrimonio egualitario. Le nozze gay per papa Francesco sono «la distruzione del piano di dio».

Infine: Francesco I ha una missione difficile ma chiara ed appare avere la solidità ed esperienza per portarla avanti, ma è sufficientemente anziano -77 anni- per rappresentare un nuovo papato di transizione in termini di durata. Tuttavia Bergoglio viene da lontano e, nonostante non abbia avuto un ruolo apicale nella chiesa argentina complice della dittatura, emerge da quella storia con un passato che potrebbe fiaccarne l’autorità e che è corretto conoscere fuor da demonizzazioni e santificazioni. Per iniziare dalle demonizzazioni: la foto che gira da ore in Internet e che è al momento in apertura sul sito del settimanale messicano Proceso, dove si vede un prelato dare la comunione al dittatore Videla, è un falso: non è Bergoglio. Inoltre, tra le accuse che esamineremo, al contrario di quanto si trova ripetutamente affermato, non ve ne sono che abbiano condotto alla morte di alcuno.
È difficile essere stati un prelato importante in Argentina negli anni ’70 essendo estraneo ad una storia di lacerazioni, drammi, crimini, persecuzioni quale quella della chiesa argentina. Questa, al contrario di quella cilena e quella brasiliana, che poterono vantare più luci che ombre, fu sicuramente la peggiore, complice e spesso perfino mandante tra tutte le chiese cattoliche, dei crimini commessi dalle dittature civico-militari che devastarono l’America latina negli anni ’60 e ‘70. Appena un mese fa fu messa nero su bianco in una sentenza della magistratura la piena complicità della chiesa cattolica, incluso il primate dell’epoca, Cardinal Raúl Primatesta e del nunzio apostolico Pio Laghi, nell’assassinio del vescovo Enrique Angelelli e dei sacerdoti Carlos de Dios Murias e Gabriel Longueville. La sentenza confermava quanto si sapeva da mille testimonianze e documenti. All’interno del genocidio la chiesa cattolica argentina non fu solo complice ma i suoi vertici operarono una sorta di sterminio interno facendo eliminare preti e suore vicini all’opzione preferenziale per i poveri decisa nella Conferenza Eucaristica di Medellin del 1968 o semplicemente scomodi. Furono almeno 125 i sacerdoti impegnati a fianco degli ultimi a morire o essere fatti sparire. Molti di quelli che persero la vita furono indicati ai carnefici dalle stesse gerarchie cattoliche, Tortolo, Primatesta, Aramburu, che collaborarono attivamente sia ai crimini che al successivo occultamento.
Stiamo parlando di un crinale difficile tra la complicità e la morte ed è in quest’ambito che azioni ed omissioni vanno misurate. L’ordine di appartenenza di Papa Francesco I, quello gesuita, resta al margine della complicità con la dittatura dei 30.000 desaparecidos e della guerra intestina nella stessa chiesa. Tuttavia non sono poche le accuse che colpiscono l’oggi papa argentino per quei sei anni da provinciale gesuita dal 1973 al 1979. Quella più grave e circostanziata gli viene mossa in particolare da Horacio Verbitsky, l’autore di “El Vuelo”, il primo libro che denunciava i voli della morte, sempre scrupoloso nelle sue denunce, e oggi presidente del CELS, la più importante istituzione in difesa dei diritti umani del paese, è l’aver privato di protezione alcuni giovani parroci del suo ordine, troppo esposti nel lavoro sociale con i più poveri. Due di loro furono sequestrati per cinque mesi. Uno di questi, Orlando Yorio, denunciò a Verbitsky di essere stato consegnato da Bergoglio allo stesso Massera e sono molte le testimonianze sull’amicizia tra il nuovo papa e l’Ammiraglio piduista: «Bergoglio se ne lavò le mani. Non pensava che uscissi vivo». Per Emilio Bignone, una delle più cristalline figure di difensore dei diritti umani in Argentina, che conferma i dettagli della denuncia di Verbitsky, e autore di uno dei testi tuttora fondamentali su chiesa e dittatura, Bergoglio «è uno di quei pastori che hanno consegnato le loro pecorelle». Le accuse di Verbitsky sono confermate anche da Olga Wornat, il lavoro della quale è in genere suffragato da un numero enorme di testimonianze.
Dopo la dittatura, anche negli ultimi anni, Bergoglio fu chiamato a testimoniare in molteplici circostanze in inchieste e processi per violazioni di diritti umani. Non ha mai parlato. Chi scrive ha personalmente verificato in queste ore il suo silenzio con il PM che indagava sul sequestro di una giovane incinta. Se quelli indicati sono precedenti che ne fanno un complice pieno della dittatura sta al lettore deciderlo. A chi scrive il puntare il dito sembra troppo e l’assoluzione troppo poco. Bergoglio non fu né un Aramburu né un Von Wernich ma neanche un padre Mujíca, uno dei sacerdoti assassinati. Sta in una zona grigia, un quarantenne in ascesa, con un ruolo importante ma non ancora di spicco, in una chiesa argentina dove si mandava ad uccidere o si rischiava di essere uccisi.
Bergoglio era dal 1973 provinciale dei gesuiti. In un ordine tradizionalmente progressista, e condotto da Padre Arrupe, il papa nero che nei primi anni ‘80 si scontrava e veniva ridotto all’impotenza da Giovanni Paolo II, è Bergoglio ad essere emarginato dai suoi. Per Luís “Perico” Pérez Aguirre, prestigioso gesuita uruguayano, fondatore del SERPAJ e consigliere dell’ONU in materia di diritti umani, che chi scrive ha avuto occasione di conoscere e ammirare, prima della morte nel 2000, in una testimonianza raccolta da Olga Wornat: «Bergoglio [che si era da tempo votato ad una relazione di obbedienza asosluta a Karol Wojtyla] stravolse completamente il segno della Compagnia da progressista in conservatrice e retrograda. Ho rotto ogni rapporto con lui, soprattutto rispetto al suo agire durante la dittatura».
Il cambiamento sarà strutturale, nella retrograda Chiesa argentina la Compagnia non fa più eccezione. Lui però guarda oltre ed è al di fuori del suo ordine che saprà tornare in pista. Formalmente ancora gesuita, dal 1979 in avanti si muoverà al di fuori. Della sua carriera Bergoglio deve molto al successore di Primatesta, Antonio Quarracino. Differente da Primatesta, e con un lontano passato progressista concluso già alla fine degli anni ’60, Quarracino era tutt’altro che un santo. L’ostentazione della ricchezza, basta pensare ad Aramburu, è un altro tratto delle gerarchie argentine dal quale il nuovo papa è completamente esente. Scegliere come ausiliare Bergoglio, quel vescovo semplice e irreprensibile, era per Quarracino una maniera di coprirsi il fianco da tante critiche.
Non si comprometteva Bergoglio con le feste che frequentava il Cardinal Quarracino nella casa di Olivos e dove s’intratteneva come un Apicella qualsiasi suonando la chitarra per Carlos Menem. Erano altri anni oscuri per l’Argentina, quelli del menemismo. Molte cose distanziavano i due prelati. Il primate aveva interessi mondani, l’ausiliare faceva il vescovo, centrando la propria missione nella formazione del clero e nell’attenzione al popolo delle villa miseria che circondano tutt’ora il gran Buenos Aires. Bergoglio seppe mantenere con Quarracino relazioni cordiali ma distanti. Forse era l’unica maniera di tener fede sia ai voti di castità e povertà che a quello di obbedienza.
Fu in questa relazione tra due prelati così diversi che Bergoglio si costruì un ruolo di punto di riferimento per una nuova generazione di sacerdoti argentini anche quando, primo gesuita della storia, succederà a questo nel 1998. Sulle sue spalle cadrà di nuovo il peso di riscattare una chiesa cattolica dal passato tenebroso. Emergeranno però anche le caratteristiche che oggi lo portano al soglio pontificio: la mano di ferro con la quale ha condotto la chiesa argentina (e che ne fa uno spauracchio ora per la curia romana), la marcata preoccupazione sociale, la critica alla politica. Soprattutto Bergoglio –ed è un punto di forza rilevante- risulta straordinariamente interessato alla vita del suo clero. Si preoccupa per le necessità materiali, è presente, è vicino e accessibile. Perfino Clelia Luro (testimonianza a chi scrive), la terribile compagna del vescovo Jerónimo Podestá, salva solo Bergoglio di tutto il clero argentino che aveva isolato il prelato che aveva deciso di combattere la battaglia per la fine del celibato. Bergoglio, nonostante non condividesse la decisione del vescovo, che fu infine ridotto allo stato laicale, gli rimase vicino umanamente fino alla fine.
Il passato ritorna però e il profilo di Bergoglio resta basso. Tenta di difendere se stesso e la chiesa argentina. In particolare per quest’ultima c’è poco da difendere. Primatesta e Aramburu avevano eretto un muro di inaccessibilità ai familiari delle vittime che neanche in chiesa –al contrario di quanto era successo con la Vicaría della Solidaridad a Santiago del Cile- avevano trovato sicurezza. Una macchia indelebile che continua a distanziare molti fedeli dalla Chiesa cattolica. Lui ha scelto di denunciare in maniera generica e spesso netta i peccati (con una posizione non lontana dalla teoria dei due demoni) ma di salvare i peccatori, sia quando è stato chiamato a testimoniare in tribunale, sia quando ha scritto o ha preso decisioni politiche. Quando nel 2007 fu chiamato a prendere provvedimenti nei confronti di Christian Von Wernich, il sacerdote condannato all’ergastolo per avere sequestrato personalmente 42 persone, assassinate 7 e torturate 32, espresse parole forti ma non comminò alcuna sanzione come tutto il mondo democratico e dei diritti umani chiedeva. Von Wernich sta oggi scontando l’ergastolo ma è a tutti gli effetti un sacerdote e nessun provvedimento disciplinare è stato preso nei confronti del carnefice che le vittime descrivono come un vero demonio.
Ma chi è davvero Jorge Bergoglio, Papa Francesco I che comincia il suo cammino di Vescovo di Roma con un passato così pesante? Integralista di destra mette i poveri al centro del suo apostolato. Vicino alla dittatura militare rende omaggio ai sacerdoti assassinati da questi ultimi. Ha fatto una carriera tutta controcorrente, conservatore in un ordine considerato progressista, primo gesuita primate argentino, primo gesuita papa, primo papa latinoamericano. Nemico dei progressisti e di tutti i politici (li detesta e non lo manda a dire, quasi grillino in questo) e lontano dagli organismi per i diritti umani, esige dallo Stato educazione cattolica ed è contrario ai contraccettivi, ma nessuno può accusarlo di non onorare i propri voti, in particolare quello di povertà. Chi scrive sconsiglia di incastrarlo nella figura a lui aliena di sacerdote proveniente da una “chiesa giovane” e varie altre semplificazioni giornalistiche che domattina troveremo. Viene da una chiesa strutturata e complessa e da una realtà metropolitana dura. L’associazione con Medellin poi è del tutto fuori luogo. L’attenzione di Bergoglio per i poveri è di stampo infaticabilmente caritatevole, mai politico. Tuttavia bisogna rifuggere anche l’interpretazione tenebrosa del complice della dittatura tout court, come quella di una papa scelto per fermare il cambiamento in America. Nonostante sia una figura ben diversa da quella di Ratzinger, è un papa con tratti di forte continuità soprattutto con Karol Wojtyla. Questo combatté e vinse la battaglia con la teologia della liberazione senza comprendere le ragioni di questa, per perdere poi quella con le chiese protestanti. È lì che va atteso fin dal prossimo viaggio in Brasile il nuovo papa.
A Buenos Aires, dicono gli amici ma senza che alcun detrattore lo contesti, sparisce ogni volta che può per infilarsi in orfanotrofi, carceri, ospedali a compiere il suo apostolato. Chissà se potrà farlo anche a Roma.

mercoledì 13 marzo 2013

Il lato oscuro di Jorge Mario Bergoglio: "Colluso con la dittatura argentina"

Il nuovo Papa in una scheda fortemente critica sul suo passato. Era il 2006 quando il sito di Don Vitaliano della Sala, 'prete no global', ricostruì le macchie di chi oggi è chiamato a guidare la Chiesa Cattolica



 
"Il cardinale Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires, presidente dei vescovi argentini, nonché tra i più votati, nel 2005, nel conclave Vaticano che ha scelto il successore di Giovanni Paolo II, è accusato di collusione con la dittatura argentina che sterminò novemila persone".
Inizia così un lungo articolo pubblicato sul sito del prete 'no global' Don Vitaliano della Sala, la scheda sul "passato oscuro" di chi, a distanza di 8 anni, è il nuovo Papa.
"Le prove del ruolo giocato da Bergoglio a partire dal 24 marzo 1976, sono racchiuse nel libro L’isola del Silenzio. Il ruolo della Chiesa nella dittatura argentina, del giornalista argentino Horacio Verbitsky, che da anni studia e indaga sul periodo più tragico del Paese sudamericano, lavorando sulla ricostruzione degli eventi attraverso ricerche serie e attente".
"I fatti riferiti da Verbitsky. Nei primi anni Settanta Bergoglio, 36 anni, gesuita, divenne il più giovane Superiore provinciale della Compagnia di Gesù in Argentina. Entrando a capo della congregazione, ereditò molta influenza e molto potere, dato che in quel periodo l’istituzione religiosa ricopriva un ruolo determinante in tutte le comunità ecclesiastiche di base, attive nelle baraccopoli di Buenos Aires. Tutti i sacerdoti gesuiti che operavano nell’area erano sotto le sue dipendenze. Fu così che nel febbraio del ’76, un mese prima del colpo di stato, Bergoglio chiese a due dei gesuiti impegnati nelle comunità di abbandonare il loro lavoro nelle baraccopoli e di andarsene. Erano Orlando Yorio e Francisco Jalics, che si rifiutarono di andarsene. Non se la sentirono di abbandonare tutta quella gente povera che faceva affidamento su di loro".

Il nuovo Papa Jorge Mario Bergoglio: Francesco I

"Verbitsky racconta come Bergoglio reagì con due provvedimenti immediati. Innanzitutto li escluse dalla Compagnia di Gesù senza nemmeno informarli, poi fece pressioni all’allora arcivescovo di Buenos Aires per toglier loro l’autorizzazione a dir messa. Pochi giorni dopo il golpe, furono rapiti. Secondo quanto sostenuto dai due sacerdoti, quella revoca fu il segnale per i militari, il via libera ad agire: la protezione della Chiesa era ormai venuta meno. E la colpa fu proprio di Bergoglio, accusato di aver segnalato i due padri alla dittatura come sovversivi. Con l’accezione “sovversivo”, nell’Argentina di quegli anni, venivano qualificate persone di ogni ordine e grado: dai professori universitari simpatizzanti del peronismo a chi cantava canzoni di protesta, dalle donne che osavano indossare le minigonne a chi viaggiava armato fino ai denti, fino ad arrivare a chi era impegnato nel sociale ed educava la gente umile a prendere coscienza di diritti e libertà. Dopo sei mesi di sevizie nella famigerata Scuola di meccanica della marina (Esma), i due religiosi furono rilasciati, grazie alle pressioni del Vaticano".
"Alle accuse dei padri gesuiti di averli traditi e denunciati, il cardinal Bergoglio si difende spiegando che la richiesta di lasciare la baraccopoli era un modo per metterli in guardia di fronte a un imminente pericolo. Un botta e risposta che è andato avanti per anni e che Verbitsky ha sempre riportato fedelmente, fiutando che la verità fosse nel mezzo. Poi la luce: dagli archivi del ministero degli Esteri sono emersi documenti che confermano la versione dei due sacerdoti, mettendo fine a ogni diatriba. In particolare Verbitsky fa riferimento a un episodio specifico: nel 1979 padre Francisco Jalics si era rifugiato in Germania, da dove chiese il rinnovo del passaporto per evitare di rimetter piede nell’Argentina delle torture. Bergoglio si offrì di fare da intermediario, fingendo di perorare la causa del padre: invece l’istanza fu respinta. Nella nota apposta sulla documentazione dal direttore dell’Ufficio del culto cattolico, allora organismo del ministero degli Esteri, c’è scritto: “Questo prete è un sovversivo. Ha avuto problemi con i suoi superiori ed è stato detenuto nell’Esma”. Poi termina dicendo che la fonte di queste informazioni su Jalics è proprio il Superiore provinciale dei gesuiti padre Bergoglio, che raccomanda che non si dia corso all’istanza. E non finisce qui. Un altro documento evidenzia ancora più chiaramente il ruolo di Bergoglio: “Nonostante la buona volontà di padre Bergoglio, la Compagnia Argentina non ha fatto pulizia al suo interno. I gesuiti furbi per qualche tempo sono rimasti in disparte, ma adesso con gran sostegno dall’esterno di certi vescovi terzomondisti hanno cominciato una nuova fase”. È il documento classificato Direzione del culto, raccoglitore 9, schedario B2B, Arcivescovado di Buenos Aires, documento 9. Nel libro di Verbitsky sono pubblicati anche i resoconti dell’incontro fra il giornalista argentino e il cardinale, durante i quali quest’ultimo ha cercato di presentare le prove che ridimensionassero il suo ruolo. “Non ebbi mai modo di etichettarli come guerriglieri o comunisti – affermò l’arcivescovo – tra l’altro perché non ho mai creduto che lo fossero"".
"Ad inchiodarlo c’è anche la testimonianza di padre Orlando Yorio, morto nel 2000 in Uruguay e mai ripresosi pienamente dalle torture, dalla terribile esperienza vissuta chiuso nell’Esma. In un’intervista rilasciata a Verbistky nel 1999 racconta il suo arrivo a Roma dopo la partenza dall’Argentina: “Padre Gavigna, segretario generale dei gesuiti, mi aprì gli occhi – raccontò in quell’occasione – Era un colombiano che aveva vissuto in Argentina e mi conosceva bene. Mi riferì che l’ambasciatore argentino presso la Santa Sede lo aveva informato che secondo il governo eravamo stati catturati dalle Forze armate perché i nostri superiori ecclesiastici lo avevano informato che almeno uno di noi era un guerrigliero. Chiesi a Gavigna di mettermelo per iscritto e lo fece”. Nel libro, inoltre, Verbistky spiega come Bergoglio, durante la dittatura militare, abbia svolto attività politica nella Guardia di ferro, un’organizzazione della destra peronista, che ha lo stesso nome di una formazione rumena sviluppatasi fra gli anni Venti e i Trenta del Novecento, legata al nazionalsocialismo. Secondo il giornalista, l’attuale arcivescovo di Buenos Aires, quando ricoprì il ruolo di Provinciale della Compagnia di Gesù, decise che l’Università gestita dai gesuiti fosse collegata a un’associazione privata controllata dalla Guardia di ferro. Controllo che terminò proprio quando Bergoglio fu trasferito di ruolo. “Io non conosco casi moderni di vescovi che abbiano avuto una partecipazione politica così esplicita come è stata quella di Bergoglio”, incalza Verbitsky. “Lui agisce con il tipico stile di un politico. È in relazione costante con il mondo politico, ha persino incontri costanti con ministri del governo".

martedì 12 febbraio 2013

L'infallibilità del papa

di Tonino D'Orazio 

Papa Ratzinger, si dimette. Dopo 700 anni, un nuovo “gran rifiuto”. (Celestino V lasciò nel 1296). Le motivazioni sono “political correct”.
Primo, la malattia che lo ha indebolito. Secondo, la volontà di ritirarsi per meditare, restando però in un piccolo monastero all'interno della Città del Vaticano. Infine perché non è più in grado di esercitare il magistero papale. Ormai lo sguardo era vagante, sperduto, assente, le parole uscivano a stento e il viso era più che sofferente. La televisione non perdona. A volte una immagine cristallizza la realtà più delle parole.
Ratzinger, grande Alfiere della Tradizione, Guardiano inflessibile e fortemente ideologico della purezza della linea, della fede e soprattutto della catechesi della chiesa cattolica romana, il suo gesto è stato di una grande coerenza. Introduce però un elemento di una pesantezza teologica enorme, sulla quale sorvoleranno tutti in questi giorni. L’infallibilità del papa.
Quanti morti vi sono stati nel passato per ribadire questo concetto “sacro”, tanto quanto sacro erano i papa-re e in genere tutti i re assoluti che avevano ricevuto la loro missione direttamente da Dio con la benedizione della Chiesa, per secoli, compresi un po’ di dittatori cattolicissimi del secolo scorso. Ratzinger ribadisce che oggi l’infallibilità è “a tempo”. Già l’altro papa precedente, quello dello spettacolo e delle manifestazioni di massa, aveva accennato al problema indicando l’età dei cardinali in massimo 80 anni per andare in pensione e non pensare più all’eventuale sbocco di carriera papale. L’arteriosclerosi e l’Alzheimer sono problemi umani di grande pietà per tutti. È l'ammissione che un papa è anche un uomo. E’ ammettere che un uomo solo non è più quello che può decidere da solo nella Chiesa? E’ ammettere che la Chiesa sia diventata più difficile da “governare”? Lo si può desumere come “abbandono del campo” dalle parole del fratello Georg al giornale Die Welt: "Mio fratello si augura più tranquillità nella vecchiaia"? Speriamo che non siano vere e proprie “dimissioni” dovute allo spostamento di ingenti somme e conti correnti vaticani dello Ior sulla banca tedesca Deutsche Bank, nell’occhio del ciclone, sotto accusa dalla Consob americana e tedesca. Anche Bankitalia vigila su un sospetto flusso di riciclaggio in Vaticano, attraverso pagamenti elettronici su bancomat e conti del gruppo tedesco, alle prese di un buco gigante di quasi 3 miliardi di dollari, ad oggi, (ma potrebbero essere presto di 12 miliardi) e in procinto di fallire se non riesce ad ottenere soldi dalla Merkel o a drenare soldi sul massacro sociale dei paesi mediterranei.
Le implicazioni relative e consecutive alla caduta di questo tabù dell’infallibilità potrebbero presupporne ragionevolmente altri nel futuro? Forse che il Concilio Vaticano Secondo di papa Roncalli stia tornando prepotentemente alla ragione dei fatti e alla modernità di quelle tesi nelle difficoltà sociali mondiali attuali, quantunque quattro papi abbiano tentato di annullarne gli effetti?
Un attimo di complottiamo. Il 28 febbraio, mese completamente di ciclo lunare e della fecondazione, è stato scelto in modo simbolico? Se le profezie di San Malachia di Armag, redatte o dettate dal santo nel 1139, sono esatte aspettiamoci adesso, con una fumata bianca, o “il papa nero” (motto andato perduto, ma simbolo, testa di moro, presente nello stemma di Ratzinger e nelle profezie di Nostradamus) o Petrus Romanum, altri scrivono Secundus, l’ultimo papa prima della fine del mondo, o della Chiesa Romana. Lasciamo la discussione agli esegeti o agli esoterici, sia sulle errate cronologie sia sulle piacevoli fantasticherie. Noi, come direbbe Gioacchino Belli, avremo poco da ridere se il nuovo papa dovesse sorriderci. Il terrore degli atei viaggia attraverso i secoli.