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lunedì 11 aprile 2016

Il Mito di Clinton e lo Strano Caso di Donald Trump

di Andrew Levine (da Counterpunch)

I Repubblicani sono noti per farsi delle opinioni “senza le remore del ragionamento”, come dicevano Tom e Ray [1]. Ma hanno problemi anche con i fatti.
Si suppone che i Democratici se la cavino meglio con queste cose, ma molti di loro, quasi tutti forse, incontrano difficoltà analoghe. Come spiegare altrimenti la convinzione, ampiamente diffusa, che Hillary Clinton potrà essere poco appetibile, poco attendibile, poco affidabile, poco coinvolgente, e comunque più “moderata” dell'elettore Democratico medio, ma comunque è una che sa come ottenere risultati?
Del tipo? Si potrebbe avere qualche esempio? Nei primi anni 90, ha talmente incasinato la riforma sanitaria che per i successivi vent'anni uno spaventoso numero di americani è rimasto poco o per nulla assicurato.
La riforma di Obama ha portato qualche miglioramento, ma ha anche rafforzato ulteriormente il potere delle compagnie assicurative private, gli enti sanitari con fini di profitto e, peggio di tutto, Big Pharma. Molta della colpa di questi “sviluppi rivoltanti” [2] è delle macchinazioni ordite da Hillary una generazione fa.
Il suo incarico al Dipartimento di Stato ha avuto esiti ancora più disastrosi. Non c'è dubbio, Obama aveva le sue ragioni per nominarla Segretario di Stato, ma che gli passava per la testa?
Tutto ciò che conosce della scena internazionale viene da quello che ha spigolato nel ruolo politico di moglie o di mediocre senatrice. A differenza, tanto per dire, di Sarah Palin, conosce il nome di molti leader internazionali, identificandoli magari anche di faccia. Potrebbe anche ricorrere all'assistenza dei pochi rimasti consulenti di politica estera del marito, del resto tutt'altro che eccezionali. Ma nulla di più.
Il passaggio da Condoleezza Rice a Hillary è stato, tutto sommato, un peggioramento. La politica estera americana è rimasta più o meno la stessa, ma almeno Rice non aveva tempo per gli “interventi umanitari” in stile Samantha Power [3].
Hillary ha cominciato a farsi le ossa incoraggiando il sanguinoso colpo di stato del 2009 in Honduras, e dal suo primo giorno a Foggy Bottom [4] si è impegnata a seminare zizzania fin nei luoghi più remoti. Grazie al cielo, tuttavia, quando si trattava di esercitare la sua “responsabilità di proteggere” ha avuto bisogni di tempo per carburare. Quando alla fine ci è riuscita, la Regina del Caos [5] ha combinato un gran casino.
Il disastro libico non è interamente sua responsabilità, ma sarebbe lecito affermare che i danni procurati da lei superino quelli prodotti da qualsiasi altro funzionario del governo americano, incluso Presidente, che lei ha più o meno costretto a lasciar proseguire il conflitto.
Ha rovinato anche qualsiasi altro intervento americano nel nascente fenomeno delle Primavere Arabe. Il risultato si può vedere in Egitto, o in Yemen, e in tutta la regione del Golfo. Ma questo è niente in confronto ai cambiamenti a cui ha dato il suo contributo in Siria e Irak.
Nemmeno la crisi europea dei rifugiati, diretta conseguenza dell'intervento occidentale nella guerra civile siriana, è interamente colpa sua, e neanche gli attacchi terroristici che al momento subiscono i paesi europei che hanno partecipato come cobelligeranti alle guerre di Bush e Obama.
E tuttavia, la sua sprovveduta goffaggine ha dato un grosso contributo a entrambi i disastri, tra l'altro ancora in corso. Hillary non è stata mai usata come capro espiatorio, ma è lecito affermare che, per i motivi già esposti e per il risultante stress subito dall'Unione Europea, la sua responsabilità è quasi allo stesso livello di quella di Barack Obama.
La sua mania di provocare la Russia la rende ancora più pericolosa. Quelli che si innervosiscono al pensiero dei ditini di Donald Trump poggiati sul pulsante che può scatenare un olocausto nucleare, potrebbero a ragione preoccuparsi anche di quelli di Hillary. Hillary ci prova gusto a mandare gli altri a combattere le battaglie dell'impero; e nei casi in cui Obama esita, lei invece è entusiasta. Sulla questione russa, dei due Trump sembra decisamente il più razionale.
E poi c'è la Cina. Trump ha appena affermato di voler stipulare migliori accordi commerciali; va be', se ne avesse l'occasione, e non l'avrà, prego, si accomodi pure! Dall'altra parte, Hillary è una degli autori della strategia di attacco nei confronti dell'Asia. In altre parole, vuole provocare anche i cinesi. In un'era in cui una guerra tra potenze nucleari potrebbe porre fine alla vita sulla Terra “per come la conosciamo”, come dicono in clintonese [6], non si tratta di un dettaglio trascurabile.
È tutt'altro che chiaro come agirebbe Sanders [l'altro aspirante candidato Democratico per le presidenziali -ndt] riguardo Cina, Russia o Medio Oriente, o altro ancora. Ma sembra una persona ragionevole e con la testa sulle spalle, il cui livello di testosterone è sotto controllo. Già questo lo rende molto meglio di Hillary.
Come è stato osservato in tantissime occasioni sia dai suoi sostemitori sia dai suoi critici, le sue idee sulla politica estera rientrano nel consueto spettro del Democratico “progressista”. Ma, a differenza di Hillary, è più un tipo da J-Street che da AIPAC [7]; e le ideologie neoconservatrici e di imperialismo liberale non lo entusiasmano per nulla. La distanza tra loro non è grande quanto dovrebbe, ma non è affatto trascurabile.
Eppure, più di qualche liberale ben intenzionato è del parere che Sanders venda sogni che non potrà realizzare, mentre Hillary è una “pragmatica” che sa come muoversi, e che è capace di realizzare almeno qualcuno di quei sogni. “Non potete ingannare tutti per sempre”[8], ma di certo potete minchionare un sacco di liberal.
Com'è sorto il mito della competenza di Hillary e come mai resta incrollabile, ad onta delle schiaccianti prove del contrario? Gli storici del futuro avranno parecchio su cui riflettere. Quel che oggi possiamo affermare con certezza e che la spiegazione non risiede assolutamente nel fatto che Hillary sia davvero competente.

* * *

Un altro mistero, forse più grande, è quello che riguarda Donald Trump: l'idea che egli sia qualitativamente peggiore degli altri candidati Repubblicani.
Finora la situazione resta fluida, ma ci sono molti della dirigenza Repubblicana che insinuano quest'idea, che Trump è il peggio del peggio, e che piuttosto di appoggiarlo preferirebbero, da quei ratti che sono, abbandonare la nave che affonda in cui si è trasformato il loro partito.
Se fossero animali razionali [9] si sarebbero abbrancati a Hillary da un pezzo. I ras delle corporation e i delinquenti di Wall Street di cui sono al servizio non avrebbero un'amica migliore di lei. Comunque, nei circoli Repubblicani la razionalità si è fatta perfino più rara della decenza morale.
Adesso il candidato della dirigenza è Ted Cruz, perché non resta nessun altro – a parte John Kasich, che probabilmente si ritirerà dalla corsa una volta perse le primarie nel Wisconsin.
E questo è strano, perché non esiste nessun plausibile sistema di misura secondo il quale chiunque, perfino Trump, possa risultare più odioso di Cruz.
Dico questo non solo perché, secondo ogni fonte affidabile, tutti quelli che hanno a che fare con Cruz finiscono per odiarlo a morte. Si tratta dell'uomo che vuole “bombardare a tappeto” le zone del Medio Oriente e eell'Africa sotto il controllo dello Stato Islamico, o comunque ci sia una forte presenza dell'ISIS, e che vuol sottoporre i quartieri musulmani degli Stati Uniti a un controllo poliziesco che ricorda la legge marziale.
La stupidità di queste e altre proposte avanzate da Cruz rivaleggia con la promessa fatta da Trump di costruire “muro davvero fantastico” lungo il confine col Messico (pagato dai messicani); il carattere puramente abbietto delle idee di Cruz supera perfino le proposte di Trump di rivalutare il waterboarding e di ricorrere a forme ancora più pesanti di tortura.
Perché, quindi, Cruz è accettabile e invece Trump, almeno finora, apparterrebbe all'inconcepibile?
La spiegazione, in parte, dovrebbe essere che la dirigenza Repubblicana, così come la sua controparte Democratica, non amano affatto che un “normale” politico li richiami alle loro responsabilità, come fa Trump richiamando l'attenzione sul sistema corrotto a cui collaborano.
Trump non va bene, ma Cruz sì, praticamente per le identiche ragioni per cui, nello schieramento “opposto”, Sanders viene ignorato e, quando ignorarlo diventa impossibile, viene sminuito, e quando sminuirlo è impossibile – perché sta vincendo troppe primarie e attirando un seguito troppo vasto ed entusiasta – i portavoce del regime lo schifano comunque, in base al fatto che, succeda quel che succeda, le probabilità contro di lui sono insormontabili.
Ma Trump, dopotutto, è un affarista intrallazzone; e se si dovesse arrivare al dunque, lui e i suoi compari capitalisti potrebbero probabilmente trovare una maniera di mettersi d'accordo. Prendere a bordo Sanders, per i membri della “classe miliardaria” [come lui la definisce], sarebbe più difficile, non perché le sue posizioni siano poi così radicali, ma perché è schierato sinceramente con le loro vittime, e nutre un genuino disprezzo per l'attaccamento al denaro.
La coscienza di classe potrebbe, probabilmente dovrebbe, fare di Trump un fidato custode degli interessi di milionari e miliardari. Ma è una mina vagante, un figlio di mignotta che potrebbe pure dirgli di andare al diavolo. Che Trump farebbe una cosa del genere, è precisamente quello che si aspettano i suoi sostenitori, e potrebbero azzeccarci.
I titani della finanza e dell'industria saranno anche preoccupati delle vaghe e volubili proposte politiche di Trump, che in genere si collocano alla sinistra di quelle di Hillary – perfino a sinistra di quelle di Sanders, si potrebbe sostenere, su punti fondamentali di politica estera e iniziative militari che comportino interventi oltremare. Trump ha perfino parlato male della NATO, cosa che né Sanders né alcun altro rispettabile membro della classe politica americana farebbero mai.
D'altro canto Cruz è il paladino di qualsiasi bufala libertarian, neoconservatrice o teocratica che stia a cuore all'estrema destra. Ai ricconi questo piace.
Ma la storia non finisce qui, anzi non siamo arrivati nemmeno alla metà, almeno fino a questo punto.
Quello che i Repubblicani “moderati” vorrebbero dare a intendere alla gente è che essi ritengono Trump inaccettabile per via di quello che dice e propone di fare a chiunque non sia maschio e bianco.
Tutto ciò è sommamente ipocrita. I Repubblicani denigrano chiunque non sia maschio e bianco almeno dal tempo in cui Richard Nixon e Pat Buchanan fecero della “Southern strategy” il loro piano di battaglia.
La differenza è che Trump dice forte e chiaro quello che gli altri dicono per sottintesi.
Ai pezzi grossi del partito questo non piace, ed è davvero ironico, perché lo trovano politicamente scorretto.
I Repubblicani si fanno beffe del politicamente corretto in tutte le maniere, controllate leggendovi le trascrizioni dei primi dibattiti elettorali! E tuttavia cercano tutti di trattenersi, tutti tranne Trump. Per lui, sin dal primo giorno, significava vivere il Sogno.
I caporioni Repubblicani moderati (e quelli moderati-ma-non-troppo) detestano quello che chiamano “politicamente corretto” perché gli impedisce di manifestare il loro razzismo, sciovinismo, misoginia e islamofobia. Ma siccome tengono ancora di più al loro amor proprio, tutti quanti, a parte Trump, desiderano mantenere almeno una parvenza di decoro.
Di conseguenza ritengono importante il rispetto di norme linguistiche e comportamentali che impediscano a persone del loro rango di fare la figura di mocciosi durante la ricreazione, o bulli da spogliatoio, o attaccabrighe da osteria. La pensa così perfino Cruz.
Gli esempi di simili trasgressioni sono nella mente di tutti: chi si candida a Presidente non deve parlare di dimensioni del pene, o dell'aspetto estetico delle mogli dei loro contendenti. Chiamare tutti i messicani “stupratori” va benissimo, dire di una donna di spicco che è “brutta”, no.
Osservazioni come queste non sono presidenziali per niente. Ma Trump se ne frega. Lui dice quello che gli pare, e siccome gliela fanno passare, e la cosa lo rende ancor più popolare, non ha motivo di cambiare.
Non ha quindi nessuna ragione di essere politicamente corretto negli aspetti che i suoi contendenti ritengono importanti. Loro si oppongono al politicamente corretto che proibisce battute oscene e epiteti razzisti, mentre apprezzano quello che conferma la dignità della funzione a cui aspirano o che già esercitano.
Potranno anche essere miserabili senza speranza, ma i rivali di Trump nel Partito Repubblicano cercano comunque, di solito invano, di scimmiottare la dignitosità e gli affettati convenevoli dei leader generati da classi dirigenti sicure di sé.
Per questa roba, Trump non ha tempo. Da egomaniaco certificato qual è, di autostima ne ha da buttar via, e non deve fingersi nobile d'animo per dimostrarlo. La sua norma di vita è chiara: quello che hai sbattiglielo in faccia.
Perciò trasgredisce le norme che gli altri rispettano. Può darsi che questo renda Trump un uomo particolarmente deplorevole, perfino secondo i parametri Repubblicani, ma l'idea che le sue politiche siano peggiori di quelle degli altri è assurda. Le politiche peggiori sono quelle di Cruz, l'ultimo paladino della dirigenza.
Ciononostante, nel corso di queste elezioni dal mito di Trump può derivare un gran bene. Sta facendo impazzire la vecchia guardia e andare in pezzi il Partito.
Dall'altro lato, dal mito che Hillary Clinton sia più capace ed eleggibile di Bernie Sanders (o che lei sia una “progressista pragmatica”) non può venire niente di buono.
Questo mito serve solo a mantenere in vita le illusioni di quelli che operano per farci subire ancora di più quello che abbiamo dovuto sopportare negli ultimi otto anni – solo, con un comandante in capo inetto, bellicoso e tonto al posto di Barack Obama.
Se Hillary tornasse alla Casa Bianca, quelli di noi che hanno sempre saputo che Obama è un emissario di Wall Street, e che le sue promesse di “speranza” e “cambiamento” erano una fregatura, si ritroveranno a rimpiangerlo.
E faranno lo stesso i liberal ancora aggrappati ai resti delle loro illusioni obamofile. Molti di questi liberal ora nutrono illusioni riguardo Hillary, sebbene con livelli di entusiasmo prossimi allo zero assoluto.
Se avranno successo si ritroveranno vivere l'esperienza dell'acquirente deluso, peggio che ai tempi di Lyndon Johnson.
Tuttavia non è troppo tardi per scongiurare il pericolo grave e immediato dell'avvento di una vera e propria Restaurazione Clintoniana. Se lo slancio di Sanders continua a crescere, potremmo non essere costretti a fare buon viso a cattivo gioco.
Ora come ora, la questione urgente è questa.
I titoli sono tutti per Trump perché per l'industria dell'informazione lui è una vera cuccagna. Ma non è nemmeno lontanamente il problema che invece Hillary è, sia per il paese sia per il mondo.
Trump si è già guadagnato un posto d'onore nella storia americana per il ruolo che ha avuto nel rottamare il Partito Repubblicano. Ma i suoi giorni da protagonista della Storia sono finiti. Quelli di Clinton potrebbero essere solo all'inizio, e le probabilità che ottenga risultati paragonabili anche lontanamente a quelli ottenuti da Trump sono zero.
A meno che non si scateni una devastante epidemia di demenza collettiva, Trump non potrà mai venire eletto Presidente degli Stati Uniti. C'è un limite alla sconsideratezza degli elettori, perfino in un paese che ha eletto due volte George W. Bush.
Hillary invece potrebbe vincere le elezioni, e se lo facesse sarebbero cavoli amari.
È di Pogo, il personaggio di Walt Kelly, la celebre battuta: “Abbiamo incontrato il nemico, e siamo noi.” Il tempo giusto per i benintenzionati sostenitori di Hillary, e di altri che la vedono come un male minore, era ieri, o il giorno prima ancora.

Andrew Levine è senior scholar presso l'Institute for Policy Studies; tra le sue ultime opere ci sono The American Ideology (Routledge) e Political Key Words (Blackwell), che si aggiungono a molti altri volumi e articoli di filosofia politica. Il suo ultimo libro è In Bad Faith: What's Wrong With the Opium of the People. È stato docente (di filosofia) presso la University of Winsconsin-Madison e ricercatore (filofia) presso la University of Maryland-College Park. Ha contribuito a Hopeless: Barack Obama and the Politics of Illusion (AK Press).


Note del traduttore

[1] I fratelli Tom e Ray Magliozzi hanno condotto (dal 1977 al 2012) un programma radio per l'emittente pubblica statunitense NPR intitolato Car Talk, nel quale, con forti accenti di commedia, davano consigli tecnici agli ascoltatori con problemi alle loro auto. Quando l'inconveniente sembrava particolarmente difficile da risolvere, tentavano comunque di dare una soluzione, definita sarcasticamente come “priva degli ostacoli del ragionamento” (unencumbered by the thought process).

[2] Tormentone di una fiction radiofonica statunitense degli anni 40 (“What a revoltin' development this is!”), riutilizzato dal personaggio Ben Grimm (La Cosa), membro dei Fantastici Quattro della Marvel.

[3] Ambasciatrice degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite, Samantha Powers esprime in maniera quasi emblematica la visione di “impero del bene” che è l'ideologia ufficiale del suo paese. Gli Stati Uniti operano per ragioni umanitarie, la Corea del Nord è un inferno in terra, la Russia ha aggredito l'Ucraina, il problema della Siria è Assad, Israele è vittima di una persecuzione internazionale, eccetera.

[4] Il quartiere di Washington, D. C. il cui nome è diventato sinonimo di Dipartimento di Stato, ivi insediatosi nel 1947.

[5] “Hillary il Falco, sia come Senatrice sia come Segretario di Stato, non ha mai incontrato un sistema d'arma che non avesse la sua approvazione, o un intervento bellico statunitense che lei non appoggiasse.” (Ralph Nader)

[6] Si riferisce alla riforma dello stato sociale avviata da Bill Clinton nel 1997. Secondo le sue stesse parole “Today, we are ending welfare as we know it” (Oggi poniamo fine al welfare, per come l'abbiamo concepito finora). Essenzialmente si trattava semplicemente di ridurre l'aiuto dello Stato per i meno fortunati, tutto qui.
Le comunità di lavoratori e classe media in tutta America si trasformeranno in una terra desolata di paura e violenza, creata da un governo che ha deciso di non aver alcun obbligo nei confronti dei suoi cittadini più bisognosi. In un ambiente del genere, ognuno di noi diventerà predatore o preda.” [The Nation]

[7] Si tratta del confronto tra due lobby statunitensi pro-Israele, una (J-Street) “progressista”, l'altra (AIPAC) “conservatrice”.

[8] La citazione completa suona: “Potete ingannare tutti per qualche tempo e qualcuno per sempre, ma non potete ingannare tutti per sempre.” (You can fool some of the people all of the time, and all of the people some of the time, but you can not fool all of the people all of the time). Viene erroneamente attribuita ad Abraham Lincoln (a volte anche a P. T. Barnum), che l'avrebbe pronunciata in un discorso tenuto a Clinton (!), Illinois, nel 1858 (o 1856), ma la fonte originale dovrebbe essere Jacques Abbadie, citato in seguito anche dall'Encyclopédie di Diderot-D'Alembert.

[9] Ho preferito rendere l'originale “rational agents” (termine affine all'informatica e all'Intelligenza Artificiale) con l'aristotelico “animale razionale”, per mantenere il tono sarcastico.

[10] In sintesi, la “southern strategy” consisteva nel soppiantare (negli stati del sud) il consenso (già declinante) per i Democratici con quello per i Repubblicani, facendo appello ai sentimenti più retrivi e razzisti dell'elettorato bianco. “E il risultato fu subito evidente: nel 1972 infatti Nixon ottenne l'82 per cento del voto degli elettori bianchi negli undici stati dell'ex Confederazione.” (Giovanni Borgognone, Storia degli Stati Uniti, Feltrinelli 2013)

Traduzione per doppiocieco di Domenico D'Amico 

giovedì 15 novembre 2012

Dai loro frutti li riconosceremo - Il significato della vittoria di Obama -

 



di Michael Hudson da ComeDonChisciotte

Il significato della vittoria di Obama
I democratici non avrebbero potuto vincere così facilmente senza la sentenza Citizens United.
È quella che ha permesso ai fratelli Koch di spendere i loro miliardi per sostenere candidati di destra che abbaiavano e ringhiavano come cani da pastore dando ai votanti nessun’altra opzione ragionevole se non votare per “il male minore.” Per gli storici del futuro sarà questo l’epitaffio del presidente Obama.

Orchestrando l’elezione come un melodramma della World Wrestling Federation, gli sponsor del Tea Party hanno buttato miliardi di dollari nella campagna per dare al partito del presidente il ruolo del “poliziotto buono” contro oppositori stereotipati che attaccavano i diritti delle donne, degli ispanici e praticamente di ogni altro gruppo d’interesse in America.

Nel Connecticut la candidata al Senato Linda McMahon ha speso, si dice, 97 milioni di dollari (compreso il suo capriccio precedente) per far sembrare a posto il suo sfidante democratico. E così è stato in tutto il paese. I repubblicani fanno finta di dolersi della loro sconfitta, lasciando che siano i democratici a bastonare gli elettori e prendersi la colpa fra quattro anni.

Le due vittorie di Obama rappresentano una lezione oggettiva su come l’1% è riuscito ad evitare il salvataggio dell’economia – e soprattutto dei suoi elementi costitutivi – dall’attuale flusso del denaro verso l’alto. Gli analisti politici del futuro vedranno questa consegna dei suoi elettori al controllo dei suoi finanziatori elettorali di Wall Street come il suo ruolo nella storia. Di fronte a una opposizione maggioritaria dei votanti alle politiche di Bush e Cheney, il presidente ha messo da parte la richiesta popolare di salvare l’economia da quell’1%. Invece di sostenere la speranza e il cambiamento che aveva promesso affrontando Wall Street, l’industria farmaceutica e i monopoli sanitari, il complesso militare-industriale e i petrolieri, li ha favoriti Come Se Non Ci Fosse Alternativa.

Se le accuse repubblicane che il presidente Obama sta guidando l’America sulla rotta “dell’Europa” sono giuste, non è in effetti socialismo, è l’austerità finanziaria neo-liberista, stile Grecia. Nei prossimi due mesi il suo compito è di evitare di usare la spesa a deficit per far rivivere l’economia.

I neo-liberisti che ha nominato come maggioranza nella Commissione Simpson-Bowles hanno già lanciato i loro ballon d’essai sostenendo che il governo deve riequilibrare il bilancio tagliando Social Security, Medicare e Medicaid, non reintroducendo la tassazione progressiva. Il mio collega alla UMKC Bill Black definisce questo il Grande Tradimento. “Solo un democratico può consentire ai repubblicani che odiano la rete di sicurezza, di farla a pezzi” .[1]

Avendo nominato alla commissione Bowles-Simpson dei membri che cercano scaricare l’onere dalle tasse dal business ai consumatori, il presidente aprirà la strada a privatizzazioni stile Bush. Nel suo primo dibattito con Romney, Obama ha assicurato il pubblico che i due erano d’accordo sulla necessità di pareggiare il bilancio (il suo eufemismo per ridurre Social Security, Medicare e Medicaid). Chiamando ciò “il grande affare”, il presidente Obama ha affinato il bipensiero orwelliano: è come se George Orwell fosse andato a lavorare dai pubblicitari. Quattro anni fa l’economia era a un punto di svolta potenziale nella guerra della finanza contro il lavoro e l’industria, e il presidente Obama avrebbe potuto mobilitare il sostegno pubblico ai politici che volessero salvare le speranze di prosperità. Avrebbe potuto nominare un segretario al tesoro e un presidente della Federal Reserve che potevano usare il controllo di maggioranza del governo di Citibank, Bank of America e altri detentori di “assetti in sofferenza” per portarli nel settore governativo per fornire un’alternativa al pubblico. Avrebbe potuto riportare i debiti a livelli sostenibili ad una mera frazione del costo che è stato pagato per salvare Wall Street. Il genio politico di Obama è stato di non farlo e tuttavia mantenere la sua “credibilità” di paladino che difende il 99%, e non l’1%.

Dopo essere stato eletto con un enorme mandato, Obama avrebbe potuto fermare la polarizzazione dei creditori che spingono il 99%, industria e immobiliari, città e comuni, sempre più nella disperazione economica, invece le sue politiche hanno permesso a quel 1% di monopolizzare il 93% delle maggiori entrate dell’America dopo la crisi del 2008.
In quel potenziale punto di svolta nella direzione dell’economia americana, il salvataggio e il cambiamento sono stati evitati. Abbiamo visto un esempio classico di cinico doppio pensiero orwelliano. Promettendo speranza e cambiamento quattro anni fa, il ruolo del presidente Obama era di fermare la marea e di disperdere la richiesta di cambiamento dei votanti. Ha salvato il settore finanziario e l’1%, e ha sponsorizzato la privatizzazione dei repubblicani della sanità, a spese dell’opzione pubblica, e ha messo 13 trilioni nei conti del governo sotto forma di mutui spazzatura, prestiti in gran parte fraudolenti di Fannie Mae e Freddie Mac ($5.2 trilioni solo loro) e altri investimenti capitalistici da casinò andati male. Mr. Obama è stato il paladino di Wall Street.

Il trucco era di farsi rieleggere come democratico piuttosto che come repubblicano che sponsorizza un piano sanitario scritto dal Cato Institute dei fratelli Koch, e mettere i lobbisti di Wall Street a capo del tesoro e delle agenzie (de)regolatrici. Come democratico solo di nome, come si è fatto a rendere Obama migliore del suo avversario?

La risposta è nell’alternativa che veniva offerta. I repubblicani sono stati al gioco. Lo hanno chiamato un socialista (nemmeno sbagliato, se guardiano a come i partiti socialisti, socialdemocratici e laburisti d’Europa sostengono l’austerità e le politiche contro i lavoratori, le privatizzazioni, le rendite e le altre politiche neo-oligarchiche).
Al giorno d’oggi questo sembra essere il socialismo.

Mentre i profitti aziendali recuperano alla grande, i risparmi di quasi tutta la gente e il valore delle loro case scendono. Ciò non è sostenibile economicamente. Qualcosa deve cedere – e gli elettori temono che saranno i loro salari e risparmi. Mentre i piani pensionistici aziendali sono tagliati o ridotti in bancarotta, il loro finanziamento inadeguato suggerisce che il debito ai pensionati non sarà onorato – solo i debiti a Wall Street. Pesce grande mangia pesce piccolo, e quelli dell’1% stanno divorando quelli del 99%. Quelli che descrivono come ciò stia succedendo sono accusati di lotta di classe.

Non è la lotta di classe vecchio stile dell’industria contro i dipendenti. È la guerra della finanza contro l’intera economia,e, come ha notato Warren Buffett, la classe finanziaria sta vincendo. Invece di spezzettare le banche, le cinque banche più grandi “troppo grosse per fallire” sono diventate ancora più grandi. Con il sostegno della Casa Bianca, hanno usato i loro fondi TARP (Trouble Asset Relief Program) per comprare banche più piccole, traformando il settore finanziario un un vasto monopolio che è impegnato a privatizzare il processo elettorale in modo da tenere il governo in ostaggio.

Sta crollando l’idea di equità e giustizia nell’economia, e nei politici che stanno riformando il mercato a beneficio di quell’1%. La maggior parte degli elettori si opponeva ai salvataggi delle banche nel 2008. I repubblicani erano abbastanza furbi politicamente da non votare a favore, in modo da poter assumere un’apparenza populista. Ma Romney non ha seguito questa linea di attacco, anche se avrebbe potuto consentirgli di sconfiggere un presidente nel quale la maggior parte dell’elettorato aveva perso fiducia.

C’è disillusione, e molti giovani, minoranze e “l’ala democratica del partito democratico” hanno scritto editoriali e blog dicendo che questa volta avrebbero “votato con la schiena” standosene a casa. I risultati hanno dimostrato essenzialmente questo. La lamentela è che il presidente Obama non ha mantenuto quasi nessuna promessa che in campagna elettorale aveva fatto agli elettori, ma ha mantenuto tutte quelle che aveva fatto ai suoi grossi finanziatori.

Questa è l’essenza di un uomo politico oggi: consegnare il proprio bacino di elettori ai finanziatori della campagna elettorale. In questo senso Barack Obama è la versione americana di Tony Blair, o, magari, una fusione di Margaret Thatcher e Neville Chamberlain. Per descriverlo serve una parola nuova, non basta dire ”ironia”.

Non si tratta solo di Obama, naturalmente, ma della gerarchia del partito democratico. Questa è la cartina di tornasole: in quale commissione e a quale livello il Senato metterà Elizabeth Warren?
Sarà nominata capo del Senate Banking Committee? Ne farà almeno parte? Lei è un imbarazzo per i democratici che cercano soldi a Wall Street, oppure è un manichino per dare l’impressione che il partito non è solo cripto-repubblicano?

Ciò che un anno fa ispirò il movimento di piazza Occupy Wall Street era una protesta spontanea contro non solo il presidente Obama ma contro il partito democratico per la sua mancanza di impegno a fermare la marea della destra. I democratici non si sono mossi a difendere il movimento, anche se dei professionisti hanno cercato di mettersi alla testa della parata e guidarla nel solito vicolo cieco liberista (senza riuscirci). I votanti hanno espresso il desiderio di una politica esattamente opposta alla volata a destra dei democratici, ma il sistema politico americano esclude un terzo partito, non essendo basato sulla rappresentanza proporzionale come in Europa.

“Dai frutti li riconoscerete.” I democratici hanno dato per scontati i votanti dei sindacati, delle minoranze e della classe media, perché non avevano altro luogo dove andare, grazie a Mitt Romney che ha dato a Obama tutto lo spazio per muoversi verso destra. Questo è l’incontro di lotta politica per il quale è stato scritto il copione.

Possiamo vedere la dimostrazione. Come in Gran Bretagna, la forza lavoro sindacalizzata dell’impiego pubblico è sotto tiro. Il sindaco di Chicago Rahm Emanuel, già capo dello staff della Casa Bianca, ha mostrato la sua natura (e fatto arrabbiare i democratici progressisti) la settimana scorsa firmando un contratto con un fornitore di manodopera alla manutenzione aeroportuale tagliando la loro paga fino a 5 dollari l’ora (da $15 a $10).
Come risponderanno i democratici veri? Elizabeth Warren, Bernie Sanders, Sherrod Brown, Tammy Baldwin e Alan Grayson al Senato e alla Camera andranno contro il presidente opponendosi all’austerità e alla nomina di ulteriori lobbisti di Wall Street nel suo governo?

Ecco il dilemma per il presidente americano: i mercati si stanno riducendo e i consumatori devono ripagare i debiti che si erano assunti durante l’eccitante bolla economica che è esplosa nel 2008. Ripagare questi debiti lascia meno da spendere in beni e servizi. La produttività del lavoro si sta impennando, ma non i salari. Mentre i frutti dell’economia del salvataggio vanno ai profitti, e sono pagati come interessi e dividendi, i neoliberisti chiedono che si innalzi, non si abbassi, l’età del pensionamento, che si aumentino, non si accorcino, gli orari di lavoro. L’elicottero di Ben Barnanke, capo della Federal Reserve, volteggia solo su Wall Street, non sul resto dell’economia.

La classe media che ha votato compatta per Obama quattro anni fa viene schiacciata. Per descrivere la sua condizione, mi aspetto che nei prossimi anni si diffonderanno nuovi vovaboli per descrivere quello che sta succedendo: deflazione del debito e neofeudalesimo, mentre potrebbero tornare in uso i classici termini rentier e oligarchia.

Ma nessuno dei due partiti userà queste parole, solo un terzo partito potrà farlo. Ora i suoi membri potenziali sono chiamati Indipendenti. Serve un nuovo nome per una nuova coalizione pro-lavoro, anti-militarista che ripristini lo spirito della vera riforma, la tassazione progressiva e la regola della legge (ossia, buttare i delinquenti della finanza in galera). Il problema che fronteggia l’economia è come far riprendere i salari e la domanda al consumo, e come abbattere i debiti privati, non il debito pubblico. Obama si è unito ai repubblicani nel pervertire il vocabolario per fingere che il problema sia il governo, non i finanziatori di Wall Street della sua campagna elettorale.

Michael Hudson
“The Bubble and Beyond”, il nuovo libro di Michael Hudson, che riassume le sue teorie economiche, è disponibile su Amazon. Ha contribuito a Hopeless: Barack Obama and the Politics of Illusion, pubblicato da AK Press. Per contatti: mh@michael-hudson.com

Fonte: www.counterpunch.org
Link: http://www.counterpunch.org/2012/11/09/by-their-fruits-ye-shall-know-them/