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mercoledì 11 gennaio 2017
Un 2017 inquieto
di Tonino D’Orazio
L’arrivo alla presidenza degli Stati Uniti di Trump sta mostrando l’asprezza del dibattito politico in corso, che, per quel che rappresenta quel paese, diventa per forza mondiale. Obama, nelle sue ultime settimane, sta mostrando come impiantare ingenuamente mine ritardate sul tragitto del successore. L’establishment finanziario neoliberista, profondamente legato ai democratici, non si fida di un miliardario che “si è fatto da solo” e ha minacciato più volte di ripulire la corruzione profonda di Wall Street e della borsa di New York. E’ in corso una inquietante “muoia Sansone con tutti i filistei”, con alti dirigenti che si dimettono prima di essere mandati via, non senza lasciare qualche strascico di veleno. Tanti sassolini, l’aumento dei tassi di interessi della Fed, quasi zero nell’era Obama, che porterà “turbolenze” sui mercati internazionali; alcuni prigionieri di Guantanamo spostati negli ultimi giorni del mandato; intervento della Fed; crisi della Cia e della Nsa; cacciata di 35 diplomatici russi pur di dare peso all’informativa sull’ackeraggio durante le elezioni, far planare il concetto e il sospetto di falso risultato ed innescare divisioni future in eventuali “buoni rapporti con la Russia”. Molti credono che sia tutta una farsa montata ad arte dall’amministrazione Obama e lo stesso New York Time ammette (6 gennaio) che “veramente non vi sono prove inconfutabili”. Lo stesso direttore del Fbi JRClapper, forse per salvare la pelle, dichiara: “non ci sono prove contro Mosca” (10 gennaio). Sarebbe allora un ultimo colpo di coda. Non si tratta di difendere Trump ma di verificare che se tutti questi sassolini fossero ingenui sarebbe veramente imbarazzante e inquietante nel metodo e nella sostanza. Tanto, per il resto del mondo, nulla cambierà poiché lo slogan “L’america prima di tutto” suggerisce la continuità politica e storica, Si tratta forse di vedere se sarà più o meno brutale, dato il personaggio imprevedibile, e in che modo.
Hackeraggio delle elezioni americane e guerra cibernetica? La tecnica è sempre uguale: nascondere la sostanza dietro la forma. Non è grave il contenuto penalmente pesante delle mail della Clinton, ma grave è il fatto di averle divulgate da parte di un traditore “prigioniero politico”, E. Snowden, che si è rifugiato addirittura nell’aeroporto internazionale di Mosca. Non è la sostanza ad essere incriminata ma il fatto di “aver voluto denigrare” la Clinton. La cattiva morale vuole che quelle mail dovevano rimanere nascoste e il popolo non era tenuto a conoscerle. In quanto all’intromissione nelle elezioni del paese, solo il Guardian inglese (5 gennaio), ancora scocciato per l’intromissione proprio di Obama nel Brexit, ha ricordato puntualmente quante volte, quanti anni, in quale modo e in quale paese del mondo vi è stata profonda ingerenza degli Stati Uniti, anche armata. Come dire “chi la fa, l’aspetti”. Oppure del comportamento dei suoi amici neoliberisti europei, socialisti compresi, per esempio nell’ingerenza in Grecia. Vale la pena ricordare l’operazione Prism, rinnovata e più tecnologica dopo lo scandalo Echelon, programmi di sorveglianza elettronica, (ma non spionaggio e sue conseguenze!), esteso al mondo intero da Cia e Nsa,(sono state intercettate per anni telefonate, sms e mail del mondo intero, compresi di governi, politici, banche, industrie, privati, anche e soprattutto “amici”). Appena da ridere quello italiano ultimo dove prima o poi non c’entrano gli americani ma sicuramente Putin che non ci dormiva la notte per ascoltare le barzellette di Renzi. Oppure lo scandalo rivelato in “Wikileaks” dal giornalista e attivista australiano Julian Assange, “prigioniero politico”, per ritorsione, che vive da anni recluso nell’ambasciata ecuadoriana di Londra. In sostanza hanno svelato al mondo tutte le porcherie perpetrate, sottoscritte e documentate, dalle amministrazioni americane e europee nelle guerre sporche, “secretate” come affari, o segreti, di stato.
In fondo stanno dando al mondo lo spettacolo “democratico” e di basso livello politico per quello che sono realmente, sia i democratici che i repubblicani. Non bisogna dimenticare che i repubblicani, che fra l’altro hanno la maggioranza stizzosa sia al congresso che al senato, non hanno digerito, era palese durante la campagna elettorale, l’intruso Trump, vincitore anche contro il loro establishment, che da moralità. o mani grondanti di sangue, non aveva nulla da invidiare ai democratici.( Basta pensare alla famiglia Bush). Questa è una incertezza, l’instabilità politica, ed un’inquietudine dirompenti per tutti.
Per esempio è rinato il senso dell’industrializzazione nazionale. Vedi le decisioni di Ford e le minacce doganali di Trump alla General Motors e alla Toyota che fabbricano veicoli in Messico a basso costo e vendono negli Usa. E’ la stessa capitolazione del sergente Marchionne con la Chrysler (che ha acquistato la Fiat). Altri seguiranno. Più in generale il ritorno delle grandi imprese in patria. Tocca anche noi e tutta l’Europa per bloccare le delocalizzazioni? Oppure il rafforzamento previsto del dollaro sulle altre monete mondiali, e in particolare sull’euro del cortile di casa, legato a forme produttive di autarchia, indicano previsione di ulteriori disastri delle economie EU? Questo previsto rafforzamento sta già indebolendo il bitcoin, nuova moneta e valuta di sostituzione del dollaro, puramente elettronica e in fase di sviluppo a livello mondiale.
Quale peso avrà la nuova, si fa per dire, gestione americana per esempio nelle prossime campagne elettorali francesi, tedesche e italiane (malgrado il blocco presidenziale e del Pd) del 2017? Questa grande voglia di riprendersi i “propri giocattoli” dalle grinfie finanziarie internazionali e discutere di progresso di “prossimità”, che si nasconde dietro il termine “populismo”, appioppato anche al vincitore Trump, riuscirà a bloccare il nefasto neoliberismo? Questi “populismi” nascenti e già sviluppatisi porteranno a miglior consiglio la ferocia della troika di Bruxelles? Reggerà ancora la valuta euro, visto che il tasso medio di insolvenza delle obbligazioni ad alto rendimento che oggi è del 3,77 per cento nel 2017 raggiungerà un picco del 25 per cento?
Vi sarà, nei primi mesi sicuramente, qualche situazione da commedia dell’arte. Il primo voltagabbana, uomo di esperienza, lo statista Alfano:”bisogna pensare a un rientro della Russia”, anticipando Gentiloni, Hollande (poco interessato perché va via) e la Merkel. Le reti televisive e i “giornalisti” non potranno continuare per molto ad accusare e offendere Trump, (in fondo la mamma america), a sostenere i perdenti Obama-Clinton ancora onnipresenti. Sarà divertente individuare quando inizierà la capriola, solo per vedere a che momento ne riceveranno l’ordine.
Tutti i mass media padronali, strumenti di “addomesticazione” del popolo ai poteri forti tramite contenuti culturali “deboli” ricorrenti e anestetizzanti, continueranno a sbagliare tutto ed essere scoperti e individuati per quel che sono? L’inquietudine per l’incertezza della conoscenza di dati e informazioni veri che riguardino l’economia, la finanza, il lavoro (cioè il vero non-lavoro) fanno temere, rendendole sempre più contraddittorie, l’incapacità di molti a capire realmente cosa succede. Le cifre sono contraddittorie ad arte. Abbiamo visto che la “somministrazione” puntuale di informazioni confezionate non riscuote più un grande successo, anzi riduce il diritto all’informazione, di cui è inutile ribadire l’importanza preminente nelle nostre società, ne abolisce il senso di democrazia e ultimamente funziona da bastian contrario, malgrado “l’insistenza” scientifica. Si sovrappongono libertà di stampa, o di pensiero, e manovalanza intellettuale nella fabbrica dei prodotti padronali confezionati e di scopo “commerciali”. Prodotti ripetitivi e stanchi.
L’inquietudine per un anno che, per tutti gli aspetti sociali e di vita reale dei cittadini, si presenta in drammatica continuità e in acuità, (con:“le riforme vanno avanti”), uguale a quello precedente se non peggio già dai primi dati, eccetto per le banche, non può che tradursi in ulteriore sconforto.
Diciamo con certezza che la luce alla fine del tunnel, promesso da almeno dieci anni, non ci sarà.
lunedì 7 dicembre 2015
Le vittorie dell’Isis
di Tonino D’Orazio
Non parlo di quelle di conquista sul
terreno. Quelle sono state evidenti, fino ad oggi, con un armamento occidentale
sofisticato e moderno. Anzi direi “evidenziate”, quasi sponsorizzate
mediaticamente, in questi anni e in barba al presidente legale della Siria Bashar
al-Assad, nemico direi ad personam di
Obama, Hollande, Cameron e soprattutto Erdogan. Tutte persone ovviamente disinteressate
al petrolio, ai loro interessi e all’occupazione
di territori altrui, ma solo al rispetto dei diritti umani, lì e in genere nel
mondo.

Certamente, a parte qualche cyber
nautico di internet alla ricerca di più considerazioni e maggiore approccio
alla verità, ne sappiamo tanto quanto hanno voluto dirci. Ora con l’intervento
russo c’è un ritorno da boomerang. Inizia una particolare incertezza sui fatti
di questi 4 anni di finta guerra tra realtà vera e quella “costruita”, se si
può dire..
Intanto tutti i sondaggi
confermano l’opinione della maggioranza degli italiani sulla positività
dell’intervento russo. Gli unici che possono portare chiarezza in quell’area,
anche se con una guerra pesante e risolutrice sul campo, dopo quattro anni che
non ci facevano capire bene chi faceva che cosa. Cito questo esempio, non per
essere filo russo, ma per un ragionamento psicologico di massa per cui si
potrebbe finalmente vedere e credere la fine di quel feroce e raccapricciante “terrore”
da tagliagole. Intanto militarmente, e forse con un leggero retrogusto
vendicativo.
Le altre vittorie dell’Isis sono
sul nostro modo di vivere, sul terreno occidentale, forse meglio dire europeo.
Intanto il terrorismo ha
ristretto, in nome della nostra sicurezza, quasi tutte le nostre libertà
personali, sia di relazioni (compreso internet), che di spostamento, che di privacy. Lo erano già prima del massacro
di Parigi, ma quest’ultimo ne è diventato la scusa plausibile e accettata. I
cittadini verranno “tracciati” (era una richiesta statunitense negata da anni
dagli europei), con la condivisione dei dati di passeggeri aerei in entrata e
in uscita dall’Ue, dei nomi, dei contatti e delle carte di credito (!) che
saranno a disposizione dell’intelligence di tutti i paesi europei per sei mesi.
(Sei mesi?? Ormai è fatta. Sicuramente per sempre, come avviene per le ridicole
e umilianti perquisizioni aeroportuali attuali). Lo stato di emergenza è una
sconfitta e rappresenta una società prostrata. In genere durante questo stato sono
consentiti arresti domiciliari, perquisizioni senza mandato e
limitazioni agli spostamenti delle persone. Inoltre sono già state vietate le
manifestazioni di piazza. Presto si vedranno gli inevitabili abusi polizieschi
verso quelli del “pensiero recalcitrante”, gli ambientalisti, i pacifisti, gli
anarchici sempre colpevoli, i protestatari, le minoranze, ecc … La storia si
ripete senza fantasia.
Secondo, il terrore ha distrutto
una delle risorse culturali e di approccio interculturale più fecondo tra i popoli:
il turismo. Fino a distruggere questa risorsa importante anche economicamente in
paesi poveri come il nord Africa, ma non
solo. In Europa non ancora, ma sicuramente gli individui si spostano con meno
cuor leggero. Evitano possibilmente i grandi assembramenti sociali di ritrovo o
di trasporto. Molte attività sportive e di spettacolo sono state abolite o
spostata a data da definirsi. Intere città sono state blindate per giorni e lo
saranno ad ogni evento di massa. E’ vero che dappertutto il grido ufficiale da
tutti i mass media è stato “non abbiamo paura”, ma la natura individuale della
moltitudine non lascia scampo al dubbio costante dell’aleatorietà di essere fisicamente
nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Un’angoscia latente e sotterranea. San
Bernardino in Usa, accoltellamenti in metropolitana londinese … Più macchine
individuali e meno trasporto con mezzi pubblici … Il guardarsi le spalle quando
familiari e amici vi dicono:”mi raccomando, stai attento”. Un cambiamento di
vita e di approccio, di diffidenza globale.
Terzo, in quanto a razzismo e
odio, anche religioso, ci stanno facendo diventare come loro. Sono riusciti a
potenziare in tutta Europa, facendole crescere, tutte le destre fasciste e
xenofobe. Insomma i talebani europei del
capitalismo e del fondamentalismo anti progresso, retrogrado, con la crescita di una cultura di relazioni umane
molto schematica e povera, manichea. Lo vedremo con varie elezioni di questo
mese di dicembre, cominciando dal FN della Le Pen, ad alcune importanti amministrative
in Francia.
Quarto elemento, la natura
sottile e adescante del concetto di entrata inevitabile in guerra sta
aumentando. A sostegno degli amici, che non sempre sono amici perché attenti
solo ai propri interessi e a volte perché sono un po’ pazzi e sconsiderati come
Erdogan, e anche un po’ minacciosi e di parte come Obama. Non è bello avere
capi di stato fascisti come “amici”, e non bisogna abituarcisi. Diciamo che se
l’avversario finale diventa la Russia, evidentemente un po’ di timore nasce
spontaneo anche per la nostra esistenza. Diventiamo anche noi un campo, un’area di
lotta geopolitica per interposte persone. Diciamo che il fondamentalismo
islamico, anche quello ormai chiaro di Erdogan, non ci lascia tranquilli e
potrebbe metterci almeno un po’ di ansia. Anche perché le provocazioni di
Erdogan, non ultima l’invasione di territorio irakeno con truppe di terra, non
dove c’è l’Isis, ma i kurdi vittoriosi dell’Isis, non possono che essere
pianificate.
A meno che oltre l’Isis “sfuggito
di mano” agli statunitensi stia sfuggendo anche il caro e avventuroso amico
Erdogan. Ma ormai siamo in guerra con la Russia. Inglesi, americani, francesi,
turchi e adesso anche la Germania bombardano la Siria rifiutando, e
dichiarandolo, “senza alcun coordinamento” con la Russia. Devono tutti salvare
l’Isis e la faccia. Troppe navi da guerra affollano il golfo siriano del
mediterraneo. Manca un’ultima mossa per dichiarare formalmente la guerra tra la
Nato e la Russia, il blocco, proibito dalle convenzioni internazionali, del
Bosforo e dei Dardanelli alle navi russe. Allora Putin non avrebbe altre
opzioni e sarebbe costretto ad intervenire.
Ma ormai è la Nato che decide se valgono o meno le convenzioni
internazionali. A chi si farebbe ricorso? All’Onu? La storia insegna sempre, e
gli statunitensi si “fanno aggredire” (es. Pearl Harbour dopo il blocco
petrolifero ed economico per 8 mesi al Giappone, che nessuno sembra ricordare;
oppure il falso attacco alle Torri gemelle; oppure le armi di distruzione di
massa sempre inesistenti …) per iniziare le proprie guerre mondiali o locali. E
Obama, non è uomo di pace, contrariamente a quello che molti credono. Mai sotto
nessun altro presidente sono nati, cresciuti e sviluppati interventi di guerra,
di nuove basi militari, nonché di caos politico internazionale e un programma mirato
di occupazione armata mondiale. Qualcuno sta di nuovo mettendo in dubbio il
dollaro?
E noi? E l’Europa? E’ da troppo
tempo che non contiamo nulla e conteremo sempre di meno. Ne è esempio un evidente
fantasma chiamato Mogherini. In realtà dobbiamo ritenere di essere una civiltà
in fase di forte declino per non aver mantenuto in tempo la nostra storica autonomia
culturale.
giovedì 26 novembre 2015
Sbronza guerriera
di Tonino D’Orazio
Sotto a chi tocca. Ma i
ragionamenti non possono essere solo i bombardamenti. Anche se fino
all’intervento russo erano solo finta. L’importanza strategica, come sempre in
quell’area, è il furto del petrolio, forse non lo diremo mai abbastanza. I
giacimenti scoperti in Siria e il passaggio dell’oleodotto russo-iraniano
attraverso il Kurdistan, l’Irak curdo e la Siria (eludendo la Turchia-Nato da accerchiamento)
per raggiungere le coste del Mediterraneo, ovviamente non va bene al cosiddetto
occidente rapinatore, quello americano-inglese-francese. Per questo motivo il
recalcitrante presidente siriano Assad, inviso alla “democrazia armata
occidentale”, deve andare via. Per questo motivo la coalizione Nato-Occidente (della
quale facciamo parte), che bombarda senza mandato ONU, ha finanziato l’Isis e
gli oppositori armati di Assad. Che poi in quell’area vi siano due pesi e due
misure sulle questioni di “democrazia”, a costo di rasentare il ridicolo, vi
sono i buoni e i cattivi (Obama dixit come Bush a suo tempo: il male è il
diavolo da estirpare, a proposito di fondamentalismi). Insomma un concetto di
“terrorismo” a geometria variabile. Vedi semplice cartina allegata, di una
evidenza senza parole.
Ovviamente l’intervento
russo ha messo a nudo l’intreccio “occidentale” e dato una svolta, guerriera
alla situazione, sostenendo un Assad, “cattivo” e dittatore quanto gli amici sauditi di Obama, ma lui più
cattivo perché recalcitrante. Non molla il petrolio e non è facile rubarglielo,
malgrado tutto, cioè resiste da quattro anni in una strana guerra contro tutti
e milioni di profughi che valgono miliardi di euro per la Turchia. Ci volevano
le truppe di terra, non bastano i 2.000 “istruttori” militari Nato già
presenti, ma la storia e il pantano irakeni non permettono. Ancora. E’ l’esca
per Putin. E il rilancio della vendita degli armamenti. Ovviamente tutto sopra
la testa degli autoctoni che non contano nulla nel gioco del risiko, nemmeno le
loro vite, perdute a migliaia. In pratica circa 10.000, ugualmente innocenti,
per ogni occidentale morto.
Ma l’accelerazione
“guerriera” si rivolge piano piano anche all’interno dei vari paesi, intanto
solo europei, come d’abitudine a pagare le stupidaggini storiche dei nord
americani.
Dopo il massacro di
Parigi e la giusta commozione di tutta l’Europa per le vittime, l’altra
reazione è stata quella vendicativa di un massiccio bombardamento in Siria.
Addirittura Hollande sconvolge la Nato, (restia all’appello guerriero immediato,
aspettando la decisione del capo Obama perché non sanno più chi bombardare),
chiamando Putin il quale ben volentieri si dichiara “alleato”. Poi però è
arrivato subito l’inglese Cameron a stringere i vincoli storici da guerrafondai
e sgridare lo “sgarro” impulsivo del socialista, che deve correre da un Obama
minaccioso. Per la prima volta la Merkel è fuori campo, in panchina, per
costituzione non può guerreggiare, se non economicamente. Comunque non si fida
della Russia e dovrà sostenere la Turchia, ambigua e con un pericoloso provocatore,
Erdogan, nuovo Saladino pronto a mostrare i muscoli, nascosto sotto l’ombrello
Nato. Siccome nessuno è fesso l’abbattimento del bombardiere russo non può che
essere stato pianificato. Lo stavano aspettando visto che ha “sconfinato” (ma
non si è sicuri) di qualche secondo e a quella velocità ...
Interessante l’unione
di intenti di Hollande con la destra della Le Pen. In grande accordo nel
moltiplicare i bombardamenti, i “colpi” vendicativi. L’unico neo tra loro è con
quale alleanza, perché la destra padronale francese (Sarkosy) ha già scelto
Putin, con la richiesta di soppressione dell’embargo verso la Russia. Rimane
l’urgenza di condurre tutti insieme anche una “guerra” implacabile sul fronte
interno. L’immigrazione, alla Salvini maniera. Ma in Francia, come in Belgio, e
in altri paesi, tantissimi sono ormai cittadini europei. Allora bisogna
limitare le libertà personali (ancora!), se del caso modificare le costituzioni
per dare potere il più possibile a un uomo solo, oppure addirittura rinnegare
la nazionalità concessa. Avviene e avverrà dappertutto. Qualcuno sulle
modifiche è già in anticipo. Entrare in “stato di guerra” e blindare interamente
per giorni le capitali, come Bruxelles, dove a tutta la popolazione e le
strutture pubbliche e private, persino agli impiegati della Comunità, è stato
chiesto di rimanere a casa. Non sembra esserci prevenzione, intelligence, ma solo “stato d’assedio”,
e prova di forza. Dopo.
Si entra quindi in un
tipico “giornalismo mediatico di guerra”. I simboli stessi della società
vengono modificati. Le bandiere e i nazionalismi sventolano come non mai. Squillano
gli inni. Semplici cittadini, e mi dispiace sinceramente l’assurda morte della
ragazza veneta, con addirittura funerale di stato. Con frasi banali se non
tragicamente ironiche. Renzi: “Grazie per
la tua testimonianza di cittadina e giovane donna”. Boldrini: “Che tu possa diventare esempio per le
ragazze che sono in cerca della loro strada». Calma ragazze! Dovrebbero anche sapere che quasi
500.000 giovani italiani, quasi tutti laureati, “girano” in Europa alla ricerca
di lavoro e di un futuro di vita possibile, perché impossibile nel loro paese. Poi
ci sono i giornalisti che spandono terrore, e stupidamente sembrano indicare ai
terroristi i punti deboli delle città da colpire, in un coacervo di chiacchiere,
di ipotesi fasulle e cariche di odio. Interviste continue agli “opinionisti”
persino (e l’intento nasconde la mano) a un terrorista razzista e piromane come
Salvini. Intervista ad un inaffidabile Alfano che un giorno terrorizza e un
giorno banalizza e rassicura. All’appello, velato o apertamente alla crociata anti-musulmana,
malgrado l’intervento di Bergoglio costretto a mettere a repentaglio anche la
sua vita,. Popolo e cittadini musulmani italiani altrettanto impauriti e un po’
troppo messi alla berlina. Ad un loro commento di pace seguono due virulenti
commenti padani. Tutto ben orchestrato. Olio sul fuoco. La guerra si prepara
soprattutto mediaticamente. La scelta di campo ci è già stata fortemente
indicata. Tutto questo a sinceri democratici fa più paura della bomba.
domenica 10 maggio 2015
L'era di Obama
di Piero Paglini* da Ubu Re
1. L’elezione di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti ha espresso consapevolezza che la strategia unilaterale di imposizione con la forza delle armi di un nuovo sistema mondiale gerarchico di stati a guida Usa, doveva essere ripensata.
Sono convinto che chi non capisce questo non ha nessuna possibilità di capire cosa successo nel Novecento e cosa succederà nei primi decenni di questo secolo. In particolare non capirà che la politica di Obama è l’adattamento della strategia statunitense con mezzi adattati a un quadro mondiale e interno cambiato.
Con Bush gli Usa hanno cercato di cogliere la finestra aperta dopo la caduta del Muro di Berlino per sviluppare una strategia che, affiancata alla globalizzazione,cercava di porre rimedio alla pluridecennale perdita di capacità di far sistema, cioè di coordinare il ciclo mondiale di accumulazione. Era una strategia top-down, studiata a partire da assunti imperiali di potenza, basata sulla convinzione che le aree conquistate si sarebbero presto normalizzate, un po’ come l’Italia e la Germania dopo il 1945.
Ma così non è stato.
L’Afghanistan e l’Iraq sono lungi dall’essere normalizzati. In aggiunta si sta denormalizzando il Pakistan, punto nevralgico dei rapporti tra Cina, India e Stati Uniti.
La Russia, dopo la cleptocrazia compradora (1) di Boris Yeltsin, che così tanto avev fatto sperare all’Occidente, si è ripresa con decisione sovrana sotto il pugno di ferro determinato di Vladimir Putin, che solo la mancanza di baffoni lo distingue da Stalin negli esercizi iconografici dei media occidentali.
La Cina possiede quasi tutti i mezzi di pagamento del mondo e con le sue esorbitanti riserve valutarie, assieme alla sua forza atomica di dissuasione e alla sua potenza demografica, provoca non pochi mal di testa agli Usa e, di conseguenza, politiche incoerenti (2).
L’India, col suo miliardo e cento milioni di abitanti, è il terzo colosso che insiste in questo quadro prima asiatico e poi mondiale. Cerca di fare i propri interessi tenendo i piedi in varie staffe: stringe rapporti di cooperazione nucleare con gli Stati Uniti, ma prima ne va a parlare col suo gigantesco vicino cinese, il quale per ora ha risposto: “fatepure, staremo a vedere”.
E anche nel giardino di casa americano le cose non sono molto favorevoli. Il Brasile sta diventando un nuovo competitor, mentre i Paesi dell’Alternativa Bolivariana per le Americhe (Alba), Venezuela, Bolivia, Ecuador in sintonia con l’indomita Cuba, giocan a scacchi col prepotente vicino americano sfidandolo anche nelle relazioni internazionali. Dopo tentativi di rivoluzione colorata in Venezuela e Bolivia, la nuova Amministrazione democratica si è così rivolta ai vecchi metodi, ed ecco il golpe in Honduras da parte dei gorilla fascistoidi usciti dalla famigerata Scuola delle Americhe,
ammaestrati e sostenuti dall’entourage politico e affaristico di Hillary Clinton e consorte.
Un golpe che la sinistra italiana ha vergognosamente passato sotto silenzio quando non è stato addirittura visto, da certa stampa progressista, con simpatia.
2. E’ evidente quindi agli strateghi statunitensi che la finestra aperta con la caduta del Muro di Berlino si sta progressivamente chiudendo - e che non fosse amplissima lo sapevano sin da subito. La politica di Obama ha cercato di perdere meno terren possibile, di accorciare le linee e di aggiustare il tiro (ad esempio facendo più pressione
contro la Russia, come era stato promesso in campagna elettorale) e variare la tattica.
Questa pausa di riorganizzazione gli è valsa un vergognoso premio Nobel per la Pace e gridolini da groupies da parte della sinistra italiana. E ha fatto riemergere le diverse linee strategiche che si confrontano negli Usa. Il dott. Henry Kissinger, ad esempio, ha
sempre sostenuto che il tentativo di contenimento militare della Cina propugnato da altri conservatori come Robert Kaplan era controproducente, consigliando invece un suo contenimento economico: il ruolo emergente della Cina è spesso paragonato a quello della Germania imperiale all’inizio del XX secolo, derivando da ciò che un confronto strategico sia inevitabile e che gli Stati Uniti
farebbero meglio a prepararsi ad esso. Questo assunto è pericoloso ed errato. La Cina sceglie i propri obiettivi dopo uno studio molto accurato, con grande pazienza e aggiungendo sfumatura a sfumatura. Solo molto raramente la Cina si avventura realmente in uno scontro del tipo “chi vince piglia tutto”. E’ quindi imprudente sostituire nella nostra visione la Cina all’Unione Sovietica e applicare ad essa la politica di contenimento militare della Guerra Fredda. […] L’equazione strategica in Asia è totalmente differente. La politica Usa in Asia non si deve autoipnotizzare per via delle spese militari cinesi. L’Unione Sovietica era erede di una tradizione imperialista che, tra Pietro il Grande e la fine della II Guerra Mondiale, ha proiettato la Russia dalla regione di Mosca al centro dell’Europa. Lo stato cinese esiste nelle sue attuali dimensioni sostanzialmente da 2.000 anni. L’impero russo era governato tramite la forza;
l’impero cinese attraverso l’uniformità culturale sullo sfondo di una forza notevole. […] La sfida portata dalla Cina nel futuro a medio termine sarà molto probabilmente economica epolitica, non militare. […] Paradossalmente la miglior strategia per raggiungere obiettivi antiegemonici [in Asia, NdA] è quella di mantenere relazioni strette con tutti i principali Paesi dell’Asia, inclusa la Cina. In questo senso, il risorgere dell’Asia sarà un test per la competitività Usa nel mondo che sta ora emergendo, specialmente nei paesi asiatici. Lo scopo storico americano di opporsi ad ogni egemonia in Asia – presentato come uno scopo congiunto con la Cina nel Comunicato di Shanghai del 1972 – rimane valido. Deve essere tuttavia raggiunto innanzitutto con misure politiche ed economiche - ancorché spalleggiate dalla forza statunitense. In un confronto con la Cina, in grande maggioranza le nazioni faranno di tutto per non dover scegliere con chi stare. Parimenti, saranno maggiormente incentivate dalla
partecipazione in un sistema multilaterale assieme all’America che non dall’adozione di un nazionalismo asiatico escludente. Non vogliono essere viste come pezzi di un piano americano.
L’India, ad esempio, percepisce una comunanza di interessi persino maggiore con gli Stati Uniti per quanto riguarda l’opposizione al radicalismo islamico, alcuni aspetti della proliferazione nucleare e l’integrità della Associazione delle Nazioni del Sudest Asiatico. Ma non vede alcuna necessità di dare a questi comuni obiettivi un carattere ideologico o anticinese. Non trova per nulla incoerente aumentare drasticamente le proprie relazioni con gli Stati Uniti e proclamare una partnership strategica con la Cina (Kissinger, 2005)
Abbiamo riportato lungamente questa posizione perché da sola contiene molti elementi di quella che potrebbe essere in sostanza la politica di Barack Obama. Una politica pragmatica. Come da tradizione americana. Non a caso abbiamo visto il presidente repubblicano Bush seguire le indicazioni strategiche di un consigliere per la sicurezza democratico come Brzezinski, mentre il presidente democratico Obama sembra seguire almeno in parte le indicazioni strategiche, dettate anche da corposi interessi, di un ex Segretario di Stato repubblicano, come Kissinger. Ciò al netto degli scontri interni.
3. L’era Obama segnala un trapasso di fase della crisi conclamatasi nel 1971.
In molti si sono ingegnati a cercare di fornire spiegazioni ideologiche e agiografiche di questo fatto. Sostanzialmente ne usciva il quadro di un presidente Usa alle prese con una situazione intollerabile per il debito pubblico, per il deficit commerciale, per l’overdose da consumi basati sul debito e per uno Stato impegnato in guerre molto
rischiose militarmente, politicamente e finanziariamente.
Yes, he can. Se questo era il lascito delle due tenures di Bush, Obama è stato visto come colui che poteva raddrizzare la situazione con una politica riformista orientata all’equità e alla solidarietà sociale e al multilateralismo. Un nuovo Kennedy, per giunta nero e in più grande ammiratore di Gandhi. Can he do it?
Tanto per iniziare, Nixon era quacchero e i quaccheri sono obiettori integrali di coscienza. Eppure è passato alla storia come “Nixon boia” e questo paradosso è diventato un test per i sistemi di Intelligenza Artificiale. E Clinton? Clinton fu persino renitente alla leva e scappò in Canada per non essere mandato a combattere la guerradel Vietnam alla quale si opponeva attivamente. E poi? Poi divenne comandante in capo delle forze armate Usa, altro evento che fu salutato come strabiliante dalla nostra sinistra. Peccato che il suo Segretario di Stato ebbe a dire una volta in televisione che
mezzo milione di bambini iracheni morti erano un “prezzo giusto” (“The price is worth it”). Strabiliante, non c’è che dire. E il suo clan è probabilmente a capodell’opposizione più attiva dell’hard power contro il soft power di Obama.
E infine c’è sempre il modo di richiamare alla memoria del Presidente chi l’ha piazzato alla Casa Bianca e per conto di chi - e non è certo il Popolo (sembra che ilproiettile calibro 22 nel polmone sinistro di Reagan fosse uno di questi promemoria).
Insomma, l’elezione di Obama al di là di una certa importanza ideologica e culturale interna agli Usa, deve essere letta all’interno di un piano di riordino strategico che comunque non deve farci dimenticare che i presidenti democratici sono stati tanto guerrafondai quanto quelli repubblicani, se non di più. Il democratico Wilson portò il suo Paese nella Prima Guerra Mondiale, il democratico Roosevelt nella Seconda. Fu il democratico Truman a far sganciare le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki. Fu il democratico Kennedy a far attaccare Cuba alla Baia dei Porci (per poi svignarsela quando si mise male), fu sempre lui a iniziare l’intervento americano in Vietnam e fu il suo successore, il democratico Johnson, a inventarsi il cosiddetto “incidente del Golfo del Tonchino” e a trasformare quell’intervento nella spaventosa guerra che sappiamo (3).
4. Gli Stati Uniti hanno la democrazia che hanno, tutta basata su bandwagon miliardari dove le lobby potenti contano infinitamente di più di tutti i cittadini messi insieme, così come contano di più gli strateghi imperiali. Eppure sono convinto che a parte subjecti il popolo statunitense abbia cercato realmente un cambiamento. Tuttavia ciò non può giustificare il giubilo scomposto dei laeti di sinistra e di destra della nostra provincia.
La crisi libica è diventata una cartina di tornasole dell’interpretazione della strategia obamiana che sto qui avanzando. Al suo inizio si è assistito a un protagonismo forsennato della Francia mentre la Gran Bretagna scalpitava ma sembrava aspettare ordini precisi da oltre Atlantico. E’ sembrato che non si fosse in presenza di un intervento coordinato da una potenza dominante, ma interventi personalizzati. Il
contendere “Nato sì, Nato no” apriva interrogativi: era un semplice gioco delle parti o era la codifica della competizione interimperialistica all’interno stesso di aggressioni imperialistiche?
Non abbiamo informazioni sufficienti per rispondere. L’unica certezza era la “tabella di marcia” imperiale spifferata dal generale Clark e un ragionamento logico che impediva di credere che gli Stati Uniti fossero realmente ai margini.
Nella crisi libica l’Italia si rivelava essere il ventre molle del quadro europeo, mentre la Francia si stava rivelando essere un prepotente scudiero che avanzava pretese ed onori oltre che un ruolo di protagonista in Africa. Una degenerazione dell’originario gaullismo. La Russia e la Cina sono rimaste spiazzate. Il risultato è stato un Paese massacrato e in preda al caos, come già lo sono l’Afghanistan e l’Iraq e come nei piani dovrebbe diventarlo la Siria, la cui sanguinosa crisi fa parte delle promesse pressioni verso la Russia..
Al posto dell’inglobamento imperiale organico il caos è diventato il “piano B”. Non più il governo dei Paesi target, ma il controllo di fortini sparsi in punti strategici: le capitali, gli snodi di comunicazione, i giacimenti di risorse naturali. Tutto attorno caos, dovuto a mancanza di risorse e a strategie contraddittorie e in disaccordo non solo tra le potenze aggredenti, ma anche al loro interno. Caos come effetto del procedimento pragmatico di prova ed errore che ha preso il posto della grand strategy di inizio millennio, che per altro aveva sortito effetti simili.
Interpretando invece il caos come una sconfitta, qualcuno pensa che una nuova era si aprirà per forza di cose per via della crisi economica e delle sue conseguenze sui rapporti di forza globali. E’ una versione che ha il solito difetto di traguardare tutto col solo metr dell’economia. In definitiva, gli Stati Uniti, non ce la farebbero più a mantenere questo ritmo di consumo e questo ritmo imperialistico perché la crisi, prima finanziaria e poi economica non glielo permetterebbe più.
Eppure dovrebbe essere evidente che il problema non sta qui. O per lo meno non è solo qui. Da più di quattro decadi gli Stati Uniti sono debitori del mondo in senso assoluto. E lo sono non per sbaglio o perché incoscienti iperconsumatori: non si può applicare a uno Stato la logica che si applica a una famiglia (anche se questa è la retorica dei nostri media, dei nostri intellettuali e dei nostri specialisti). Men che meno la si può applicare a una superpotenza. Come vedremo con precisione nella Sezione VIII, essere straordinari debitori e consumatori è stata una scelta strategica che ha permesso agli Usa di mantenere le redini del sistema dall’inizio della crisi a oggi. Per
intenderci, quindi, il problema non è tanto che la guerra in Iraq sia una three trillion o una six trillion dollar war; il problema è semmai se quei trilioni di dollari sono “spesi bene”, cioè se permettono agli Usa di rimanere il protagonista geo-politico-finanziario del mondo a dispetto dei finanziatori in ultima istanza della spesa stessa. Il metro da usare è una sorta di return on investment strategico.
Ad ogni modo questa crisi non lascerà gli assetti mondiali come sono adesso.
Insomma, come cantava Bob Dylan, «qualcosa sta accadendo qui. E lei non sa che cosa. Non è vero Mr. Jones?».
Invece è di vitale importanza esplorare cosa c’è di nuovo nella “nuova era”capitalistica nel suo complesso, cercando il più possibile di essere fedeli al metodo che Marx ci ha insegnato, ma senza incantarci come un disco rotto su vecchie musiche.
“Crisi” e “crolli”, “collassi” ed “estinzioni” (del capitalismo)
1. L’ex sinistra ripete, con sempre più stanca convinzione, le frottole di un “New Deal”mondiale sotto la costellazione di Barack Obama. A complemento dell’attesa di questa sorta di revival degli anni Sessanta molti settori radicali rielaborano invece un certo numero di varianti della “teoria del crollo”. Si possono infatti leggere per ogni dove (anche da parte di una certa destra intellettuale o antisistema) titoli come “L’Apocalisse del capitalismo”, “Il crollo del capitalismo”, “La catastrofe si avvicina” o “L’estinzione del capitalismo”.
Joseph Ratzinger, più profetico come si confaceva a un futuro papa, già nel 1985 aveva scritto un saggio che prevedeva, oltre al crollo del comunismo, anche quello del capitalismo liberista ed è necessario notare che moltissimi di questi “crollismi” si riferiscono di fatto a questo “tipo” di capitalismo, che viene quasi sempre identificato col capitalismo tout-court, senza curarsi del fatto che il liberismo abbia occupato nella storia del capitalismo finora conosciuto lassi di tempo relativamente brevi e mai in forma pura.
In generale, tutte queste posizioni orbitano attorno all’etica e all’economia, ponendo l’accento ora sull’uno ora sull’altro di questi due punti focali, ribadendo con ciò la difficoltà di evitare la Scilla e la Cariddi del marxismo: l’utopismo umanistico e l’economicismo.
La sinistra anticapitalistica e radicale spesso sovrappone i due fuochi dell’ellisse nascondendo i due difetti dietro un’analisi che pretende di essere socio-politica. In altre parole si va in cerca di un aggiornamento dell’utopismo scientifico di Marx, senza però essere in grado di dedurlo tramite una reale astrazione determinata, bensì attraverso l’aggiornamento falsamente concreto, ma in realtà formale, di alcune categorie marxiane.
E’ un approccio che a nostro avviso non solo non permette nessun passo avanti ma, al contrario, sguarnisce ogni difesa sensata e ben fondata poiché, come vedremo, rischia spesso di adottare inconsapevolmente “il senso comune dell’avversario all’attacco”, per
usare un’antica ma felice espressione di Rossana Rossanda, con conseguenze teoriche e politiche non secondarie.
E’ allora importante affrontare subito nel suo complesso questo argomento, nei suoi punti teorici e politici più significativi.
2. Anche Engels era convinto che il capitalismo fosse agli sgoccioli, e la sua sintesi teorica del marxismo che unificava le leggi della sfera naturale e quelle (dialettiche) della sfera sociale, descriveva per l’appunto un percorso, ineluttabile nella sua materiale naturalità, verso il crollo e il superamento del capitalismo. A parte specifiche considerazioni di carattere filosofico, Engels era infatti a quei tempi testimone di una crisi, la Lunga Depressione che sembrava confermare palmarmente ipotesi come quella della caduta tendenziale del saggio di profitto.
Tuttavia la Lunga Depressione non era destinata a essere il momento finale del capitalismo, che non crollò nemmeno per il sottoconsumo, come presumeva Rosa Luxemburg, ma sfociò nel rilancio finanziario e imperialistico della belle époque, che a sua volta non era la “fase suprema del capitalismo” come affermava Lenin.
Paradossalmente, Lenin riuscì a fare la rivoluzione proprio perché mise tra parentesi - con una sorta di “epoché” fenomenologico-rivoluzionaria - il supposto decorso fatale del capitalismo, facendo entrare di prepotenza nel quadro la soggettività del Partito, rappresentante di quel “per sé”, quella coscienza proveniente dall’esterno del proletariato che secondo l’ortodossia marxista allora vigente avrebbe invece dovuto dischiudersi come una crisalide grazie a processi storici visti come processi naturali.
3. Per certi versi l’ipotesi della caduta - per via rivoluzionaria - di un capitalismo ormai gravato dal peso delle sue contraddizioni interne, concludeva il ciclo filosofico e politico soggettivo di Engels, iniziato con le rivoluzioni del 1848.
Se ciò imprimeva al successivo marxismo storico il marchio dell’epica e della tragedia filosofiche e politiche, ai nostri giorni, sotto il segno della farsa, canuti intellettuali e politici, assieme ai loro nuovi adepti, si immaginano la chiusura del cerchio pseudorivoluzionario iniziato col 1968, grazie a supposte “incurabili” crepe del sistema, conclamatesi in tutto il mondo quarant’anni dopo.
Non che la situazione non sia grave (lo è e ancor più lo sarà, per miliardi di persone) ma, come avrebbe detto Ennio Flaiano, non è seria. Ovvero, non è affrontata in modo serio.
La poca serietà si vede innanzitutto nel fenomeno paradossale che abbiamo sottolineato in apertura: mentre soli pochi anni fa il cosiddetto movimento “no-global” con centinaia e centinaia di migliaia di partecipanti contestava nelle piazze l’imperialismo statunitense all’attacco col suo codazzo dei G8, oggi c’è una incapacità nolontà di distinguere teoricamente e politicamente tra rivolte popolari e scontri pianificati e fagocitati da agenzie di intelligence sostenute da organizzazioni “umanitarie”, e di posizionarli adeguatamente tra le scosse che caratterizzano le spinte telluriche che stanno ridefinendo gli assetti planetari. La “primavera araba” lo ha testimoniato alla perfezione.
Di fronte all’incrinarsi del sistema a dominanza-egemonia Usa e al delinearsi all’orizzonte, in modo sempre più preciso, di suoi competitor, il “movimento” o tace o viene preso da sacri furori “internazionalisti”. L’imperialismo Usa viene al più descritto
semplicemente come una forma di unilateralismo, dimenticandosi silenziosamente che fosse indicato da Che Guevara come il nemico giurato (con ciò svuotando un’esperienza storica e sancendo definitivamente la riduzione dell’eroe argentino a icona di consumo) e non ci si perita di rinfacciare ai competitor di essere, per l’appunto, dei competitor e quindi un po’ troppo propensi a contrapporre la propria potenza a quella della nazione dominante.
4. Evidentemente all’ombra della Nato non vivevano solo gli interessi economici, finanziari, politici e ideologici dei ceti dominanti. Prendevano corpo anche le pulsioni comunisteggianti, socialisteggianti e moralistiche di chi, in buona fede oppure opportunisticamente, pretendeva di volere dar voce ai diritti dei dominati e su quell’ombra imperiale disegnava forma e contenuti della propria teoria e della propria prassi politica, virandoli in negativo attraverso collaudati, ancorché poco efficaci, schemi interpretativi. Ma ora il ritiro della marea montante statunitense, pur lento, sta iniziando a far emergere i profili di nuove terre, con grande sgomento dei cartografi di sinistra. Di fronte a domini della conoscenza con su scritto “Hic sunt leones”, si volta la testa dall’altra parte per non perdere rassicuranti certezze teoriche, esistenziali e
identitarie, oppure - ciò che è lo stesso - si applicano storici modelli astratti (o più che altro la loro vulgata) a determinazioni concrete nuove e ancora da esplorare, col rischio di esportare teoria non meno che democrazia (2).
5. Ammesso che la maggioranza di chi scendeva in piazza contro la globalizzazione e le guerre di Bush fosse mossa da una hegeliana coscienza infelice e non dal “demone meridiano”, la malinconia, a causa della quale, come diceva Alberto Magno, quelli che ne sono preda multa phantasmata inveniunt, irritano ancor di più le carenze, la pigrizia mentale e l’inerzia di chi per ruolo, posizione e capacità aveva la possibilità di elaborare nuove idee e nuove prospettive e non lo ha fatto consegnandosi alle narrazioni dell’avversario all’attacco.
Oh sicuro, sarebbe stato più comodo che un impero acefalo si fosse diffuso nel mondo. Non sarebbero apparse nuove terre: ma sarebbero rimaste tutte livellate, sommerse dalla marea. Non sarebbero nati nuovi problemi. Drammatici problemi.
Perché invece dobbiamo riconoscere e affrontare questi problemi? Un dovere morale? Un dovere intellettuale? Un dovere sociale? Non lo sappiamo.
Le scarpe della teoria sono rotte, eppur bisogna andare.
Forse per non sentirsi dire: “Perché qualcosa sta accadendo qui. E lei non sa che cosa.”
Note
1) La parola "compradora" può essere adottata per indicare la circostanza in cui la classe dirigente e i rappresentanti politici tendono a usare la loro posizione per consentire a forze straniere uno sfruttamento della nazione sotto il profilo politico, economico, culturale (nota ubu ).
2) L’enorme eco pubblica che negli Usa hanno avuto gli incidenti in Tibet, è in parte ascrivibile al buon lavoro di agenzie di “mestatori non-violenti” (cfr. Nota 45) ma in parte anche alla ricettività dell’ordinary people che percepisce un incombente pericolo giallo responsabile, tra le altre cose, della perdita di milioni di posti di lavoro (senza nemmeno pensare che lo stesso fenomeno, in proporzioni più drammatiche, sta avvenendo in Cina). Il governo Usa è stretto allora tra due fuochi: il desiderio di non contrariare i capitalisti, che non vogliono bastoni tra le ruote nei loro affari con la Cina, e quello di non inimicarsi gli elettori e di ricordare alla Cina
che è sempre un paese sotto osservazione.
3)In questo caso Johnson rappresentava probabilmente l’ala hard e Kennedy quella soft dello schieramento democratico.
*Tratto dal libro: "il cuore della terra"
1. L’elezione di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti ha espresso consapevolezza che la strategia unilaterale di imposizione con la forza delle armi di un nuovo sistema mondiale gerarchico di stati a guida Usa, doveva essere ripensata.
Sono convinto che chi non capisce questo non ha nessuna possibilità di capire cosa successo nel Novecento e cosa succederà nei primi decenni di questo secolo. In particolare non capirà che la politica di Obama è l’adattamento della strategia statunitense con mezzi adattati a un quadro mondiale e interno cambiato.
Con Bush gli Usa hanno cercato di cogliere la finestra aperta dopo la caduta del Muro di Berlino per sviluppare una strategia che, affiancata alla globalizzazione,cercava di porre rimedio alla pluridecennale perdita di capacità di far sistema, cioè di coordinare il ciclo mondiale di accumulazione. Era una strategia top-down, studiata a partire da assunti imperiali di potenza, basata sulla convinzione che le aree conquistate si sarebbero presto normalizzate, un po’ come l’Italia e la Germania dopo il 1945.
Ma così non è stato.
L’Afghanistan e l’Iraq sono lungi dall’essere normalizzati. In aggiunta si sta denormalizzando il Pakistan, punto nevralgico dei rapporti tra Cina, India e Stati Uniti.
La Russia, dopo la cleptocrazia compradora (1) di Boris Yeltsin, che così tanto avev fatto sperare all’Occidente, si è ripresa con decisione sovrana sotto il pugno di ferro determinato di Vladimir Putin, che solo la mancanza di baffoni lo distingue da Stalin negli esercizi iconografici dei media occidentali.
La Cina possiede quasi tutti i mezzi di pagamento del mondo e con le sue esorbitanti riserve valutarie, assieme alla sua forza atomica di dissuasione e alla sua potenza demografica, provoca non pochi mal di testa agli Usa e, di conseguenza, politiche incoerenti (2).
L’India, col suo miliardo e cento milioni di abitanti, è il terzo colosso che insiste in questo quadro prima asiatico e poi mondiale. Cerca di fare i propri interessi tenendo i piedi in varie staffe: stringe rapporti di cooperazione nucleare con gli Stati Uniti, ma prima ne va a parlare col suo gigantesco vicino cinese, il quale per ora ha risposto: “fatepure, staremo a vedere”.
E anche nel giardino di casa americano le cose non sono molto favorevoli. Il Brasile sta diventando un nuovo competitor, mentre i Paesi dell’Alternativa Bolivariana per le Americhe (Alba), Venezuela, Bolivia, Ecuador in sintonia con l’indomita Cuba, giocan a scacchi col prepotente vicino americano sfidandolo anche nelle relazioni internazionali. Dopo tentativi di rivoluzione colorata in Venezuela e Bolivia, la nuova Amministrazione democratica si è così rivolta ai vecchi metodi, ed ecco il golpe in Honduras da parte dei gorilla fascistoidi usciti dalla famigerata Scuola delle Americhe,
ammaestrati e sostenuti dall’entourage politico e affaristico di Hillary Clinton e consorte.
Un golpe che la sinistra italiana ha vergognosamente passato sotto silenzio quando non è stato addirittura visto, da certa stampa progressista, con simpatia.
2. E’ evidente quindi agli strateghi statunitensi che la finestra aperta con la caduta del Muro di Berlino si sta progressivamente chiudendo - e che non fosse amplissima lo sapevano sin da subito. La politica di Obama ha cercato di perdere meno terren possibile, di accorciare le linee e di aggiustare il tiro (ad esempio facendo più pressione
contro la Russia, come era stato promesso in campagna elettorale) e variare la tattica.
Questa pausa di riorganizzazione gli è valsa un vergognoso premio Nobel per la Pace e gridolini da groupies da parte della sinistra italiana. E ha fatto riemergere le diverse linee strategiche che si confrontano negli Usa. Il dott. Henry Kissinger, ad esempio, ha
sempre sostenuto che il tentativo di contenimento militare della Cina propugnato da altri conservatori come Robert Kaplan era controproducente, consigliando invece un suo contenimento economico: il ruolo emergente della Cina è spesso paragonato a quello della Germania imperiale all’inizio del XX secolo, derivando da ciò che un confronto strategico sia inevitabile e che gli Stati Uniti
farebbero meglio a prepararsi ad esso. Questo assunto è pericoloso ed errato. La Cina sceglie i propri obiettivi dopo uno studio molto accurato, con grande pazienza e aggiungendo sfumatura a sfumatura. Solo molto raramente la Cina si avventura realmente in uno scontro del tipo “chi vince piglia tutto”. E’ quindi imprudente sostituire nella nostra visione la Cina all’Unione Sovietica e applicare ad essa la politica di contenimento militare della Guerra Fredda. […] L’equazione strategica in Asia è totalmente differente. La politica Usa in Asia non si deve autoipnotizzare per via delle spese militari cinesi. L’Unione Sovietica era erede di una tradizione imperialista che, tra Pietro il Grande e la fine della II Guerra Mondiale, ha proiettato la Russia dalla regione di Mosca al centro dell’Europa. Lo stato cinese esiste nelle sue attuali dimensioni sostanzialmente da 2.000 anni. L’impero russo era governato tramite la forza;
l’impero cinese attraverso l’uniformità culturale sullo sfondo di una forza notevole. […] La sfida portata dalla Cina nel futuro a medio termine sarà molto probabilmente economica epolitica, non militare. […] Paradossalmente la miglior strategia per raggiungere obiettivi antiegemonici [in Asia, NdA] è quella di mantenere relazioni strette con tutti i principali Paesi dell’Asia, inclusa la Cina. In questo senso, il risorgere dell’Asia sarà un test per la competitività Usa nel mondo che sta ora emergendo, specialmente nei paesi asiatici. Lo scopo storico americano di opporsi ad ogni egemonia in Asia – presentato come uno scopo congiunto con la Cina nel Comunicato di Shanghai del 1972 – rimane valido. Deve essere tuttavia raggiunto innanzitutto con misure politiche ed economiche - ancorché spalleggiate dalla forza statunitense. In un confronto con la Cina, in grande maggioranza le nazioni faranno di tutto per non dover scegliere con chi stare. Parimenti, saranno maggiormente incentivate dalla
partecipazione in un sistema multilaterale assieme all’America che non dall’adozione di un nazionalismo asiatico escludente. Non vogliono essere viste come pezzi di un piano americano.
L’India, ad esempio, percepisce una comunanza di interessi persino maggiore con gli Stati Uniti per quanto riguarda l’opposizione al radicalismo islamico, alcuni aspetti della proliferazione nucleare e l’integrità della Associazione delle Nazioni del Sudest Asiatico. Ma non vede alcuna necessità di dare a questi comuni obiettivi un carattere ideologico o anticinese. Non trova per nulla incoerente aumentare drasticamente le proprie relazioni con gli Stati Uniti e proclamare una partnership strategica con la Cina (Kissinger, 2005)
Abbiamo riportato lungamente questa posizione perché da sola contiene molti elementi di quella che potrebbe essere in sostanza la politica di Barack Obama. Una politica pragmatica. Come da tradizione americana. Non a caso abbiamo visto il presidente repubblicano Bush seguire le indicazioni strategiche di un consigliere per la sicurezza democratico come Brzezinski, mentre il presidente democratico Obama sembra seguire almeno in parte le indicazioni strategiche, dettate anche da corposi interessi, di un ex Segretario di Stato repubblicano, come Kissinger. Ciò al netto degli scontri interni.
3. L’era Obama segnala un trapasso di fase della crisi conclamatasi nel 1971.
In molti si sono ingegnati a cercare di fornire spiegazioni ideologiche e agiografiche di questo fatto. Sostanzialmente ne usciva il quadro di un presidente Usa alle prese con una situazione intollerabile per il debito pubblico, per il deficit commerciale, per l’overdose da consumi basati sul debito e per uno Stato impegnato in guerre molto
rischiose militarmente, politicamente e finanziariamente.
Yes, he can. Se questo era il lascito delle due tenures di Bush, Obama è stato visto come colui che poteva raddrizzare la situazione con una politica riformista orientata all’equità e alla solidarietà sociale e al multilateralismo. Un nuovo Kennedy, per giunta nero e in più grande ammiratore di Gandhi. Can he do it?
Tanto per iniziare, Nixon era quacchero e i quaccheri sono obiettori integrali di coscienza. Eppure è passato alla storia come “Nixon boia” e questo paradosso è diventato un test per i sistemi di Intelligenza Artificiale. E Clinton? Clinton fu persino renitente alla leva e scappò in Canada per non essere mandato a combattere la guerradel Vietnam alla quale si opponeva attivamente. E poi? Poi divenne comandante in capo delle forze armate Usa, altro evento che fu salutato come strabiliante dalla nostra sinistra. Peccato che il suo Segretario di Stato ebbe a dire una volta in televisione che
mezzo milione di bambini iracheni morti erano un “prezzo giusto” (“The price is worth it”). Strabiliante, non c’è che dire. E il suo clan è probabilmente a capodell’opposizione più attiva dell’hard power contro il soft power di Obama.
E infine c’è sempre il modo di richiamare alla memoria del Presidente chi l’ha piazzato alla Casa Bianca e per conto di chi - e non è certo il Popolo (sembra che ilproiettile calibro 22 nel polmone sinistro di Reagan fosse uno di questi promemoria).
Insomma, l’elezione di Obama al di là di una certa importanza ideologica e culturale interna agli Usa, deve essere letta all’interno di un piano di riordino strategico che comunque non deve farci dimenticare che i presidenti democratici sono stati tanto guerrafondai quanto quelli repubblicani, se non di più. Il democratico Wilson portò il suo Paese nella Prima Guerra Mondiale, il democratico Roosevelt nella Seconda. Fu il democratico Truman a far sganciare le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki. Fu il democratico Kennedy a far attaccare Cuba alla Baia dei Porci (per poi svignarsela quando si mise male), fu sempre lui a iniziare l’intervento americano in Vietnam e fu il suo successore, il democratico Johnson, a inventarsi il cosiddetto “incidente del Golfo del Tonchino” e a trasformare quell’intervento nella spaventosa guerra che sappiamo (3).
4. Gli Stati Uniti hanno la democrazia che hanno, tutta basata su bandwagon miliardari dove le lobby potenti contano infinitamente di più di tutti i cittadini messi insieme, così come contano di più gli strateghi imperiali. Eppure sono convinto che a parte subjecti il popolo statunitense abbia cercato realmente un cambiamento. Tuttavia ciò non può giustificare il giubilo scomposto dei laeti di sinistra e di destra della nostra provincia.
La crisi libica è diventata una cartina di tornasole dell’interpretazione della strategia obamiana che sto qui avanzando. Al suo inizio si è assistito a un protagonismo forsennato della Francia mentre la Gran Bretagna scalpitava ma sembrava aspettare ordini precisi da oltre Atlantico. E’ sembrato che non si fosse in presenza di un intervento coordinato da una potenza dominante, ma interventi personalizzati. Il
contendere “Nato sì, Nato no” apriva interrogativi: era un semplice gioco delle parti o era la codifica della competizione interimperialistica all’interno stesso di aggressioni imperialistiche?
Non abbiamo informazioni sufficienti per rispondere. L’unica certezza era la “tabella di marcia” imperiale spifferata dal generale Clark e un ragionamento logico che impediva di credere che gli Stati Uniti fossero realmente ai margini.
Nella crisi libica l’Italia si rivelava essere il ventre molle del quadro europeo, mentre la Francia si stava rivelando essere un prepotente scudiero che avanzava pretese ed onori oltre che un ruolo di protagonista in Africa. Una degenerazione dell’originario gaullismo. La Russia e la Cina sono rimaste spiazzate. Il risultato è stato un Paese massacrato e in preda al caos, come già lo sono l’Afghanistan e l’Iraq e come nei piani dovrebbe diventarlo la Siria, la cui sanguinosa crisi fa parte delle promesse pressioni verso la Russia..
Al posto dell’inglobamento imperiale organico il caos è diventato il “piano B”. Non più il governo dei Paesi target, ma il controllo di fortini sparsi in punti strategici: le capitali, gli snodi di comunicazione, i giacimenti di risorse naturali. Tutto attorno caos, dovuto a mancanza di risorse e a strategie contraddittorie e in disaccordo non solo tra le potenze aggredenti, ma anche al loro interno. Caos come effetto del procedimento pragmatico di prova ed errore che ha preso il posto della grand strategy di inizio millennio, che per altro aveva sortito effetti simili.
Interpretando invece il caos come una sconfitta, qualcuno pensa che una nuova era si aprirà per forza di cose per via della crisi economica e delle sue conseguenze sui rapporti di forza globali. E’ una versione che ha il solito difetto di traguardare tutto col solo metr dell’economia. In definitiva, gli Stati Uniti, non ce la farebbero più a mantenere questo ritmo di consumo e questo ritmo imperialistico perché la crisi, prima finanziaria e poi economica non glielo permetterebbe più.
Eppure dovrebbe essere evidente che il problema non sta qui. O per lo meno non è solo qui. Da più di quattro decadi gli Stati Uniti sono debitori del mondo in senso assoluto. E lo sono non per sbaglio o perché incoscienti iperconsumatori: non si può applicare a uno Stato la logica che si applica a una famiglia (anche se questa è la retorica dei nostri media, dei nostri intellettuali e dei nostri specialisti). Men che meno la si può applicare a una superpotenza. Come vedremo con precisione nella Sezione VIII, essere straordinari debitori e consumatori è stata una scelta strategica che ha permesso agli Usa di mantenere le redini del sistema dall’inizio della crisi a oggi. Per
intenderci, quindi, il problema non è tanto che la guerra in Iraq sia una three trillion o una six trillion dollar war; il problema è semmai se quei trilioni di dollari sono “spesi bene”, cioè se permettono agli Usa di rimanere il protagonista geo-politico-finanziario del mondo a dispetto dei finanziatori in ultima istanza della spesa stessa. Il metro da usare è una sorta di return on investment strategico.
Ad ogni modo questa crisi non lascerà gli assetti mondiali come sono adesso.
Insomma, come cantava Bob Dylan, «qualcosa sta accadendo qui. E lei non sa che cosa. Non è vero Mr. Jones?».
Invece è di vitale importanza esplorare cosa c’è di nuovo nella “nuova era”capitalistica nel suo complesso, cercando il più possibile di essere fedeli al metodo che Marx ci ha insegnato, ma senza incantarci come un disco rotto su vecchie musiche.
“Crisi” e “crolli”, “collassi” ed “estinzioni” (del capitalismo)
1. L’ex sinistra ripete, con sempre più stanca convinzione, le frottole di un “New Deal”mondiale sotto la costellazione di Barack Obama. A complemento dell’attesa di questa sorta di revival degli anni Sessanta molti settori radicali rielaborano invece un certo numero di varianti della “teoria del crollo”. Si possono infatti leggere per ogni dove (anche da parte di una certa destra intellettuale o antisistema) titoli come “L’Apocalisse del capitalismo”, “Il crollo del capitalismo”, “La catastrofe si avvicina” o “L’estinzione del capitalismo”.
Joseph Ratzinger, più profetico come si confaceva a un futuro papa, già nel 1985 aveva scritto un saggio che prevedeva, oltre al crollo del comunismo, anche quello del capitalismo liberista ed è necessario notare che moltissimi di questi “crollismi” si riferiscono di fatto a questo “tipo” di capitalismo, che viene quasi sempre identificato col capitalismo tout-court, senza curarsi del fatto che il liberismo abbia occupato nella storia del capitalismo finora conosciuto lassi di tempo relativamente brevi e mai in forma pura.
In generale, tutte queste posizioni orbitano attorno all’etica e all’economia, ponendo l’accento ora sull’uno ora sull’altro di questi due punti focali, ribadendo con ciò la difficoltà di evitare la Scilla e la Cariddi del marxismo: l’utopismo umanistico e l’economicismo.
La sinistra anticapitalistica e radicale spesso sovrappone i due fuochi dell’ellisse nascondendo i due difetti dietro un’analisi che pretende di essere socio-politica. In altre parole si va in cerca di un aggiornamento dell’utopismo scientifico di Marx, senza però essere in grado di dedurlo tramite una reale astrazione determinata, bensì attraverso l’aggiornamento falsamente concreto, ma in realtà formale, di alcune categorie marxiane.
E’ un approccio che a nostro avviso non solo non permette nessun passo avanti ma, al contrario, sguarnisce ogni difesa sensata e ben fondata poiché, come vedremo, rischia spesso di adottare inconsapevolmente “il senso comune dell’avversario all’attacco”, per
usare un’antica ma felice espressione di Rossana Rossanda, con conseguenze teoriche e politiche non secondarie.
E’ allora importante affrontare subito nel suo complesso questo argomento, nei suoi punti teorici e politici più significativi.
2. Anche Engels era convinto che il capitalismo fosse agli sgoccioli, e la sua sintesi teorica del marxismo che unificava le leggi della sfera naturale e quelle (dialettiche) della sfera sociale, descriveva per l’appunto un percorso, ineluttabile nella sua materiale naturalità, verso il crollo e il superamento del capitalismo. A parte specifiche considerazioni di carattere filosofico, Engels era infatti a quei tempi testimone di una crisi, la Lunga Depressione che sembrava confermare palmarmente ipotesi come quella della caduta tendenziale del saggio di profitto.
Tuttavia la Lunga Depressione non era destinata a essere il momento finale del capitalismo, che non crollò nemmeno per il sottoconsumo, come presumeva Rosa Luxemburg, ma sfociò nel rilancio finanziario e imperialistico della belle époque, che a sua volta non era la “fase suprema del capitalismo” come affermava Lenin.
Paradossalmente, Lenin riuscì a fare la rivoluzione proprio perché mise tra parentesi - con una sorta di “epoché” fenomenologico-rivoluzionaria - il supposto decorso fatale del capitalismo, facendo entrare di prepotenza nel quadro la soggettività del Partito, rappresentante di quel “per sé”, quella coscienza proveniente dall’esterno del proletariato che secondo l’ortodossia marxista allora vigente avrebbe invece dovuto dischiudersi come una crisalide grazie a processi storici visti come processi naturali.
3. Per certi versi l’ipotesi della caduta - per via rivoluzionaria - di un capitalismo ormai gravato dal peso delle sue contraddizioni interne, concludeva il ciclo filosofico e politico soggettivo di Engels, iniziato con le rivoluzioni del 1848.
Se ciò imprimeva al successivo marxismo storico il marchio dell’epica e della tragedia filosofiche e politiche, ai nostri giorni, sotto il segno della farsa, canuti intellettuali e politici, assieme ai loro nuovi adepti, si immaginano la chiusura del cerchio pseudorivoluzionario iniziato col 1968, grazie a supposte “incurabili” crepe del sistema, conclamatesi in tutto il mondo quarant’anni dopo.
Non che la situazione non sia grave (lo è e ancor più lo sarà, per miliardi di persone) ma, come avrebbe detto Ennio Flaiano, non è seria. Ovvero, non è affrontata in modo serio.
La poca serietà si vede innanzitutto nel fenomeno paradossale che abbiamo sottolineato in apertura: mentre soli pochi anni fa il cosiddetto movimento “no-global” con centinaia e centinaia di migliaia di partecipanti contestava nelle piazze l’imperialismo statunitense all’attacco col suo codazzo dei G8, oggi c’è una incapacità nolontà di distinguere teoricamente e politicamente tra rivolte popolari e scontri pianificati e fagocitati da agenzie di intelligence sostenute da organizzazioni “umanitarie”, e di posizionarli adeguatamente tra le scosse che caratterizzano le spinte telluriche che stanno ridefinendo gli assetti planetari. La “primavera araba” lo ha testimoniato alla perfezione.
Di fronte all’incrinarsi del sistema a dominanza-egemonia Usa e al delinearsi all’orizzonte, in modo sempre più preciso, di suoi competitor, il “movimento” o tace o viene preso da sacri furori “internazionalisti”. L’imperialismo Usa viene al più descritto
semplicemente come una forma di unilateralismo, dimenticandosi silenziosamente che fosse indicato da Che Guevara come il nemico giurato (con ciò svuotando un’esperienza storica e sancendo definitivamente la riduzione dell’eroe argentino a icona di consumo) e non ci si perita di rinfacciare ai competitor di essere, per l’appunto, dei competitor e quindi un po’ troppo propensi a contrapporre la propria potenza a quella della nazione dominante.
4. Evidentemente all’ombra della Nato non vivevano solo gli interessi economici, finanziari, politici e ideologici dei ceti dominanti. Prendevano corpo anche le pulsioni comunisteggianti, socialisteggianti e moralistiche di chi, in buona fede oppure opportunisticamente, pretendeva di volere dar voce ai diritti dei dominati e su quell’ombra imperiale disegnava forma e contenuti della propria teoria e della propria prassi politica, virandoli in negativo attraverso collaudati, ancorché poco efficaci, schemi interpretativi. Ma ora il ritiro della marea montante statunitense, pur lento, sta iniziando a far emergere i profili di nuove terre, con grande sgomento dei cartografi di sinistra. Di fronte a domini della conoscenza con su scritto “Hic sunt leones”, si volta la testa dall’altra parte per non perdere rassicuranti certezze teoriche, esistenziali e
identitarie, oppure - ciò che è lo stesso - si applicano storici modelli astratti (o più che altro la loro vulgata) a determinazioni concrete nuove e ancora da esplorare, col rischio di esportare teoria non meno che democrazia (2).
5. Ammesso che la maggioranza di chi scendeva in piazza contro la globalizzazione e le guerre di Bush fosse mossa da una hegeliana coscienza infelice e non dal “demone meridiano”, la malinconia, a causa della quale, come diceva Alberto Magno, quelli che ne sono preda multa phantasmata inveniunt, irritano ancor di più le carenze, la pigrizia mentale e l’inerzia di chi per ruolo, posizione e capacità aveva la possibilità di elaborare nuove idee e nuove prospettive e non lo ha fatto consegnandosi alle narrazioni dell’avversario all’attacco.
Oh sicuro, sarebbe stato più comodo che un impero acefalo si fosse diffuso nel mondo. Non sarebbero apparse nuove terre: ma sarebbero rimaste tutte livellate, sommerse dalla marea. Non sarebbero nati nuovi problemi. Drammatici problemi.
Perché invece dobbiamo riconoscere e affrontare questi problemi? Un dovere morale? Un dovere intellettuale? Un dovere sociale? Non lo sappiamo.
Le scarpe della teoria sono rotte, eppur bisogna andare.
Forse per non sentirsi dire: “Perché qualcosa sta accadendo qui. E lei non sa che cosa.”
Note
1) La parola "compradora" può essere adottata per indicare la circostanza in cui la classe dirigente e i rappresentanti politici tendono a usare la loro posizione per consentire a forze straniere uno sfruttamento della nazione sotto il profilo politico, economico, culturale (nota ubu ).
2) L’enorme eco pubblica che negli Usa hanno avuto gli incidenti in Tibet, è in parte ascrivibile al buon lavoro di agenzie di “mestatori non-violenti” (cfr. Nota 45) ma in parte anche alla ricettività dell’ordinary people che percepisce un incombente pericolo giallo responsabile, tra le altre cose, della perdita di milioni di posti di lavoro (senza nemmeno pensare che lo stesso fenomeno, in proporzioni più drammatiche, sta avvenendo in Cina). Il governo Usa è stretto allora tra due fuochi: il desiderio di non contrariare i capitalisti, che non vogliono bastoni tra le ruote nei loro affari con la Cina, e quello di non inimicarsi gli elettori e di ricordare alla Cina
che è sempre un paese sotto osservazione.
3)In questo caso Johnson rappresentava probabilmente l’ala hard e Kennedy quella soft dello schieramento democratico.
*Tratto dal libro: "il cuore della terra"
martedì 21 aprile 2015
Viaggio verso il cuore della Terra: il “nuovo secolo americano”
Viaggio
verso il cuore della Terra:
il
“nuovo secolo americano”
Medio Oriente e l’Asia Centrale erano tappe obbligate per fronteggiare il prossimo competitor strategico: la Cina.
Quei rapporti erano così limpidamente spudorati che in “Rebuilding America’s Defenses”, Pnac Report, September 2000, si poteva leggere tranquillamente che la consigliata strategia di riposizionamento strategico in Asia non sarebbe mai stata adottata in tempi utili «in assenza di qualche evento catastrofico e catalizzatore – come una nuova Pearl Harbor».
Dopo l’11/9 su impulso del Segretario alla Difesa, Donald Rumsfeld, fu messa a punto una tabella di marcia, rivelata nel 2007 dal generale Wesley Clark, che prevedeva la conquista in cinque anni di Iraq, Siria, Libano, Libia, Somalia, Sudan e per finire l’Iran. Lo scopo era chiarissimo fin da dieci anni prima delle Torri Gemelle. E’ sempre il generale Clark che racconta: «[...] nel 1991 Wolfowitz era il sottosegretario, ossia il numero tre del Pentagono. A quel tempo mi disse: “Abbiamo 5 o 10 anni per ripulire tutti questi regimi favorevoli all’ex Unione sovietica, la Siria, l’Iran, l’Iraq, prima che la prossima superpotenza emerga a sfidarci”». L’Amministrazione Bush ha iniziato il programma. Sono stati riscontrati degli ostacoli, Barack Obama l’ha rivisto facendolo diventare meno arrogantemente unilaterale e puntando a coinvolgere forze locali di opposizione, l’Onu e gli alleati (ed è solo per questo che si è preso il premio Nobel per la Pace) e l’ha aggiornato con lo Yemen, il Pakistan occidentale, l’America bolivariana e infine l’Africa, e in condizioni differenti, e con altri metodi, la stessa Europa.
Il fine è tenere sotto controllo l’Eurasia, perché come ricordava la classica “dottrina Brzezinski”, nel nostro supercontinente c’è il 75% delle risorse energetiche del pianeta, il 60% del prodotto interno lordo mondiale, ci sono le sei maggiori economie dopo gli Usa, i primi sei paesi dopo gli Usa per spese militari e tutte le potenze nucleari oltre gli Usa. Infine l’Eurasia comprende il 75% di tutta la popolazione mondiale tra cui le superpotenze demografiche di Cina e India. Zbigniew Brzezinski negli anni ottanta aveva già concretizzato le sue convinzioni trasformando l’Afghanistan in una trappola
dove gli Afgani erano l’esca e i Sovietici i topi. Il risultato furono due milioni morti e una tragedia umanitaria di proporzioni bibliche, nonostante che Brzezinski fosse Consigliere per la sicurezza di Carter, forse il presidente Usa che più sinceramente ha creduto nei diritti umani. Evidentemente ciò non è bastato a far assumere a questo concetto un carattere universale e non geopolitico. Ma la possibilità storica di intervenire in modo più deciso e assertivo in Eurasia si è aperta clamorosamente con il collasso dell’Unione Sovietica. Dopo il crollo del Gigante Rosso, l’Europa Orientale, i
Balcani, l’Asia Centrale e la zona del Caucaso Meridionale sono diventati all’improvviso un immenso terreno di conquista. I Paesi transcaucasici e centroasiatici non solo uscivano dal settantennale abbraccio del potere sovietico ma uscivano dalla bicentenaria soggezione al potere Russo. Uno spazio immenso di manovra come non si vedeva da duecento anni a quella parte, dove niente era stabilito in anticipo. Certo la Russia partiva per molti versi in vantaggio, ma per altri versi era la sfortunata erede di una bancarotta storica.
2. Il presidente democratico Clinton aveva ben chiari i punti fondamentali di questa strategia e l’intervento Nato contro la Serbia lo aveva testimoniato. Quell’intervento era stato deciso quando la crisi cecena aveva mostrato che la Russia faceva fatica a venire a capo anche solo di una guerra locale e limitata. Ma se i primi pilastri della geopolitica eurasiatica degli Usa erano quindi stati posti durante la seconda parte dell’era Clinton, soltanto con l’amministrazione Bush si era entrati nel vivo. L’ideologia, gli interessi personali o di lobby e anche le singole personalità hanno voce in capitolo negli eventi storici, ma ciò che è interessante capire è se le varie forze e
condizioni che insistono su un momento storico a un certo punto “commutano”, come si dice in matematica, ovvero danno luogo a un’equazione funzionale, cioè a quella combinazione che Hegel compendiava nel concetto di “astuzia della Storia”. La junta petrolera di Bush sembrava confermarlo, perché era stata messa in sella proprio per venire incontro a due ordini di motivi.
Il primo riguardava il relativo declino economico americano e la situazione di stagnazione dell’economia mondiale, con la conseguente necessità di mantenere il predominio anche, se non soprattutto, con strumenti extraeconomici. Fino all’inizio dell’amministrazione Bush, i capitali drenati dagli Usa sulla base della forza del Dollaro erano riusciti a sostenere relativamente la domanda e, soprattutto, a innescare una finanziarizzazione globale dell’economia sotto controllo americano e inglese e alle spese dei “Paesi in via di sviluppo” dai quali preferibilmente si traeva profitto con la gestione del debito. Lo scoppio della bolla borsistica clintoniana mise a nudo l’entità della crisi sistemica, rifacendo emergere il substrato di stagnazione. Il secondo motivo era il fatto che l’emergere di giganteschi competitor internazionali non permetteva di scaricare all’esterno come prima le enormi contraddizioni che si erano create. Il mondo capitalista occidentale doveva trovare i mezzi per assorbire le eccedenze di capitale
monetario e di mezzi di produzione o distruggerle nel modo più controllato possibile per ricavarne il massimo vantaggio strategico e senza esitare a utilizzare strumenti brutali servendosi inevitabilmente del potere dello Stato, “violenza concentrata e organizzata della società”, sotto forma di repressione interna e di aggressioni militari
esterne.
Queste dinamiche escludono il concetto di “impero” in quanto “potere sovranazionale”, che deve essere invece ricondotto al concetto di fase di “unica superpotenza rimasta".
Il cerchio teorico non quadra 1. Il lato empirico dell’analisi è dunque basato su fatti evidenti. Meno evidente è il suo status teorico. Se Giovanni Arrighi in “The Long Twentieth Century. Money, Power and the Origins of Our Times” esplorava i cicli sistemici monocentrismo-policentrismo del capitalismo mondiale, partendo da Marx ma oltrepassandolo, Samir Amin, ad esempio in “Oltre il capitalismo senile”, oppure nel saggio storico-teorico “Oltre la mondializzazione” o quello più teorico-metodologico “Le fiabe del capitale”, sosteneva che oggi saremmo in presenza di un sovrastante schieramento capitalistico (la Triade imperialista Usa, Europa, Giappone) senza nessuna potenza alternativa all’orizzonte, grazie al suo controllo dei cinque monopoli (controllo ribadito dalle guerre statunitensi, che assumevano quindi un carattere di fatto coloniale) e grazie alla centralizzazione di capitali che può far pensare solo a un imperialismo in condominio, seppur strutturato gerarchicamente.
Per alcuni versi Samir Amin è più aderente agli schemi marxisti poiché propone lo scenario di un sistema capitalistico tutto sommato unificato, la cui “senilità” (leggi “contraddizioni interne epocali”) lo rendono avido di risorse naturali e finanziarie, dipendente dal controllo di nuovi spazi geografici e quindi, alla fine, oppressore del
Sud del mondo oltre che del proprio proletariato. Un capitalismo dove l’esclusione prevale sulle possibilità di inclusione e che ormai ha bisogno di chiudere sempre più gli spazi democratici. Giovanni Arrighi vede al contrario il peso dei processi di accumulazione capitalistica spostarsi con decisione verso l’Oriente asiatico e il suo epicentro: la Cina. Tuttavia la possibilità di un nuovo ciclo sistemico di accumulazione è sottoposta a una serie di interrogativi a partire dalla constatazione che si è in presenza di una situazione
complicata che vede gli Usa potentissimi sul piano militare, diplomatico, politico e culturale e la Cina potentissima su quello economico e finanziario. Una prolungata divergenza di fattori inedita.
2. Nello schema di Amin la lotta di classe fa la sua ricomparsa sotto la forma composita di lotta dei popoli oppressi del Sud del Mondo, delle classi subalterne dei paesi emergenti e in posizione quasi ma non totalmente paritetica, delle classi dominate del Nord del Mondo, in un quadro teorico però ormai differente dal vecchio “terzomondismo”.
In Arrighi le contraddizioni principali nel sistema capitalistico sono dovute al feroce conflitto (sostanzialmente di potere) tra differenti segmenti e schieramenti capitalistici, alleati in determinate fasi con differenti poteri territoriali, conflitto che è insito nella logica stessa del capitalismo. In questo quadro le lotte delle classi subordinate non
hanno stroricamente un ruolo univoco. Se all’inizio della crisi del precedente ciclo sistemico, cioè durante la Lunga Depressione 1873-1896, esse hanno ricevuto l’impronta dalla lotta intercapitalistica, e si sono politicizzate in direzioni differenti
parallelamente alla politicizzazione di quel conflitto, viceversa nella crisi sistemica attuale sono state esse stesse a condizionare il conflitto intercapitalistico e l’agenda di gestione della crisi.
Arrighi attenua il legame tra i meccanismi di riproduzione allargata del capitale e l’industrialismo. Da qui un’attenzione particolare sul ruolo svolto dalla finanza, al di là delle sole funzioni di debito pubblico e di credito, nazionale o internazionale, analizzate
da Marx.
Samir Amin invece è più legato all’analisi marxista del capitalismo come essenzialmente coincidente con l’industrialismo, la cui logica è spiegata dal concetto, per l’appunto, di “modo di produzione”, ovviamente nel senso marxiano che è innanzitutto quello di sistema di rapporti sociali di produzione. Per Amin la finanziarizzazione del capitale è quindi indice della senilità del capitalismo, della sua intrinseca tendenza alla centralizzazione e alla sovraccumulazione. Tendenza che le lotte popolari potrebbero limitare, limitando l’estrazione di profitto.
Le analisi di Arrighi e quelle di Amin divergono quindi su punti importanti. Questa divergenza può essere però considerata insanabile solo se ci si pone da un punto di vista fondazionale, assiomatico. Penso invece che lo schema interpretativo di Arrighi, se sufficientemente sviluppato, possa sussumere gran parte di quello di Amin, inserendolo nei loci storici e geografici che esso di fatto descrive. Se non ci si emancipa dal punto di vista fondazionale sarà difficile fare analisi e proposte convincenti.
Bisogna affrontare questo compito avendo il coraggio di lasciare alle spalle la sicurezza fornita dai prontuari marxisti, sia ortodossi che eterodossi, evitando le trappole identitarie. Una richiesta pesante, anche in termini emotivi. In termini sociali e ideologici qualcosa di peggio che proclamarsi Protestante nel bel mezzo del Concilio di
Trento. Staccarsi dal concetto, non laico ma teo-teleologico, di “lotta di classe” o di “lotta dei popoli oppressi” è come rompere gli ormeggi e infilarsi in un mare in burrasca pieno di Scille e di Cariddi (socialismi indentitaristici, nazionalismi, spiritualismi e culturalismi di varia e spesso lugubre provenienza; oppure, brutalmente, vendersi al miglior offerente capitalista, opzione quanto mai affollata).
Ma dall’inizio del Millennio a oggi le cose sono cambiate in modo talmente profondo che non è più possibile nascondersi, tirarsi indietro o far finta di niente.
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