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giovedì 12 maggio 2016

Il terrore del Brexit



di Tonino D’Orazio

Non c’entra l’Europa storica dei popoli, della Comunità che la compongono e che vorremmo, ma si tratta solo di pura economia mercantile, come sempre. Tralasciando il terrorismo popolar-nazionale, introdotto da un intervento a gamba tesa di Obama con velate minacce (sicuramente stupide conoscendo l’orgoglio dei britannici verso la ex-colonia); tralasciando anche il “al lupo, al lupo” su una vicinissima terza guerra mondiale, (Cameron: “Europa a rischio di guerra”) che non si sa ancora con chi, ma si può pensare alle ricorrenze secolari con la Germania, essendo l’ultima ancora impressa nella memoria dei più anziani, oppure al solito “blocco economico” (sempre sfociato in guerre) questa volta alla Russia, cosa resta veramente?
A meno che si riferiscono al fatto che due paesi guerrafondai come Israele e gli Emirati arabi hanno appena aderito (4 maggio) all’organizzazione Nato, che sposta sempre più ad est il proprio “impegno” democratico in compagnia di veri e propri stati canaglia.
I britannici, a suo tempo, si erano già opportunamente sganciati dalla predominanza europea €uro-Germania, rimane ora un semplice passo per sganciarsi da una Unione che comunque si sta sfaldando sia nei principi che nella ormai stanziale economia dell’austerità, con in appendice un rigurgito nazifascista impressionante, che inizia a lambire anche il Regno tramite gli euroscettici.
Lo scontro, e non poteva essere da meno, si sviluppa sull’economia e quindi sul futuro del Regno Unito. Sui soldi.
Due recenti valutazioni di economia di Brexit, dal Tesoro e da un nuovo Gruppo che si autodefinisce “economisti per Brexit”, si sono scontrate e arrivano a conclusioni diametralmente opposte, ammettendo in effetti come l’economia non sia una scienza esatta. Cioè abbastanza aleatoria e adattabile in autoconservazione di volta in volta. Molte rivendicazioni vengono pubblicate con previsioni quasi meteorologiche, con sottili differenze che rendono difficile il confronto diretto, per cui gli elettori, ormai confusi, si chiedono a chi credere. Se nemmeno i numeri portano certezza, allora che fare?
Infatti gli economisti utilizzano sofisticati modelli per generare le proiezioni di futuri sviluppi dell'economia. In genere, questi modelli si basano su una serie di ipotesi fisse su ciò che potrebbe accadere in assenza di qualsiasi cambiamento. Vi inseriscono poi, di volta in volta, un elemento per valutare come la modifica potrebbe influenzare l'economia, incrociando successivamente altri elementi ipotetici.
Salvaguardando le debite proporzioni penso sia la stessa tecnica utilizzata dalla cartomante dell’angolo, che ricade successivamente sempre in piedi sulle previsioni anche se sballate.
Lo studio del Tesoro rappresenta il punto di vista del governo. George Osborne, il Cancelliere dello Scacchiere, dice che a lungo termine, (2030), se si lascia l’Unione, una famiglia media ci rimetterebbe circa 7.000€/annui. Il dato rappresenta una serie di stime basate su diversi scenari su come il rapporto commerciale del Regno Unito con l'UE si evolverebbe dopo un Brexit. La proiezione di fondo è che il PIL sarebbe 6,2 per cento più basso di quello attuale, da cui la perdita delle famiglie. Insomma una buona iniezione di paura individuale, tenuto conto del già dimagrimento dei redditi famigliari di questi ultimi 20 anni, (dalla Thatcher e Blair in poi) oltre ovviamente la guerra.
Il Cancelliere è nettamente contraddetto dal nuovo Gruppo di economisti che sostengono che Brexit si tradurrà in un risultato economico migliore che rimanere nell'Unione europea, visti anche i risultati economici positivi dei paesi fuori dall’€uro. Non forniscono lo stesso tipo di dati come quelli del  Cancelliere, ma uno dei suoi membri, Patrick Minford, calcola il 3,5/3,7 % di perdita del PIL in “costi correnti” continuando invece l'adesione all'UE. Essi sottolineano altresì, nel rimaneerci, effetti molto negativi a lungo termine sul PIL del Regno Unito, derivanti da impegni pensionistici a ripartizione in molti Paesi dell'Unione Europea, una volta che i comunitari saranno rientrati nei loro paesi, con la sterlina come moneta forte. Un po’ quello che paventa in prospettiva l’Inps da noi per gli immigrati.
Nell'esercizio del Tesoro, l'obiettivo principale è su come il commercio aumenterà il PIL e parte dal concetto abbastanza fondato che il commercio è sempre più intenso tra paesi geograficamente vicini l'uno all'altro. Cioè che comunque il Regno Unito manterrà il suo accesso ai mercati dei paesi terzi, anche se diminuisce l'accesso diretto alla UE. Il rischio è che vi sia una riduzione degli investimenti esteri diretti nel Regno Unito e una diminuzione della produttività che rallenterebbe la sua crescita e un nuovo concetto ritrovato di dazi. Rischio inesistente invece per il Gruppo, vista la forza mondiale, la ricchezza e le capacità storiche della Borsa di Londra.
Gli otto economisti del Gruppo Brexit valutano una serie di effetti positivi sulle prospettive economiche del Regno Unito, tra cui la deregolamentazione, il regime commerciale, l'immigrazione, la posizione comunque sempre mondialmente preminente della City di Londra e le finanze pubbliche. Gli assunti di base sono che i prezzi scenderanno, a vantaggio dei consumatori, vi sarà un guadagno enorme svincolandosi dalle regolamentazioni UE (-2% in tasse) e vi sarà, inoltre, un guadagno immediato per le finanze pubbliche nel non dover più contribuire al bilancio dell'UE. Ipotesi ritenuta discutibile poiché il bilancio dell’Unione è un dare e un avere, pari per i britannici, se non con qualche beneficio, al contrario degli italiani che ci rimettono miliardi.
Anche sulla eventuale perdita di reddito delle famiglie i dati non concordano, perché se si intende il “procapite”, invece che il “nucleo famigliare”, potrebbe essere di appena 2.000€, sempre considerando il Brexit un peggioramento e non un vantaggio. In quest’ultimo caso il rischio verrebbe annullato e ci sarebbe invece maggiore redistribuzione.
In sintesi, le due relazioni sono solo ipotesi e gli elettori si pongono la domanda se questi presupposti sono credibili o sono un sacco di sciocchezze. E chissà quante ce ne saranno fino al 23 giugno.
Intanto la paura del Brexit si sta estendendo a tutti gli altri paesi dell’Unione, anche se pochi ne parlano per scaramanzia. IPSOS Mori è la più grande società di ricerche politiche e sociali in Gran Bretagna, ed una delle prime al mondo. Dice, per esempio, che sugli effetti traumatici dell' Unione monetaria per l'Italia, quasi in fallimento bancario, Roma determinerà il destino dell'euro. Il sondaggio MORI mostra che il 58% dei francesi vogliono il referendum ed il 41% dicono che voterebbero per lasciare l'U€. Il sentimento Swexit in Svezia è al 39%. la metà degli intervistati nei paesi che compongono l'80% della popolazione europea pensa che il Brexit scatenerebbe un effetto domino; il 51% ha detto che il Brexit avrebbe un impatto negativo sull'economia europea, rispetto al 36% che pensa che sarebbe un male per l'economia della Gran Bretagna.
Non si sa ancora cosa pensa il popolo olandese, dopo che Bruxelles lo prende in giro già per tre referendum.
Ma gli effetti non farebbero che confermare la diaspora e le diatribe profonde attuali, e forse irreversibili visti i partiti nazionalisti alla riscossa, tra i vari paesi che  compongono la stanca, disastrata e dissanguata Unione. E non più solo di soldi si tratta se ormai viene meno la fiducia e la democrazia.

domenica 24 aprile 2016

Le ragioni nascoste della Guerra all'Iraq

 di Robert Parry (da Consortiumnews)
 
Dieci anni dopo che il presidente George W. Bush ordinò, senza che ci fosse stata alcuna provocazione, l'invasione dell'Iraq, resta ancora il mistero del perché. C'era la spiegazione, rifilata nel 2002-2003 a un popolo americano pieno di paura, di un Saddam Hussein che si preparava a un attacco con armi di distruzione di massa, ma nessuno di quelli in posizioni di potere ci credeva davvero.
C'erano altre spiegazioni plausibili: George Bush il Giovane voleva vendicare un supposto affronto contro George Bush il Vecchio, e al contempo surclassare il padre nella veste di “presidente di guerra”; il vicepresidente Cheney aveva messo gli occhi sulle ricchezze petrolifere dell'Iraq; e, infine, il Partito Repubblicano vedeva l'opportunità di creare una “maggioranza permanente” a seguito di una gloriosa vittoria in Medio Oriente.
Per quanto i sostenitori di George W. Bush negassero energicamente di essere motivati da ragionamenti tanto volgari, simili spiegazioni sembravano quelle più vicine alla verità. Tuttavia, dietro il desiderio di conquistare l'Iraq c'era un'ulteriore forza trainante: la credenza dei neoconservatori che quella conquista sarebbe stata il primo passo verso l'instaurazione di regimi compiacenti (con gli USA) in tutto il Medio Oriente, permettendo a Israele di imporre ai suoi vicini condizioni di pace non negoziabili.
Queste motivazioni sono state spesso imbellettate col concetto di “democratizzazione” del Medio Oriente, ma l'idea assomigliava di più a una forma di “neocolonialismo”, in cui proconsoli americani avrebbero assicurato che leader designati, come Ahmed Chalabi dell'Iraqi National Congress, acquisissero il controllo di quei paesi, allineandoli agli interessi degli Stati Uniti e Israele.
Alcuni analisti fanno risalire quest'idea al Project for the New American Century, documento neocon dei tardi anni 90, che auspicava un “cambio di regime” in Iraq. Ma le sue origini risalgono due eventi determinanti dei primi anni 90.
Il primo di questi momenti cruciali venne nel 1990-91, quando il presidente George H. W. Bush sfoggiò un progresso tecnologico dell'apparato militare statunitense senza precedenti. Quasi dal momento in cui Saddam Hussein aveva invaso il Kuwait, il dittatore iracheno comincio a manifestare la volontà di ritirarsi, avendo dato una lezione di politica di potenza all'arrogante famiglia al-Sabah (regnante in Kuwait).
Ma l'amministrazione di Bush il Vecchio non aveva intenzione di negoziare una soluzione pacifica all'invasione del Kuwait. Invece di permettere a Hussein di ritirarsi con ordine, Bush cominciò a esasperarlo, coprendolo di insulti e bloccando ogni strategia di ritiro che gli permettesse di salvare la faccia.
Gli abboccamenti di pace da parte di Hussein, e più tardi da parte del presidente sovietico Mikhail Gorbachev, furono respinti al mittente, intanto che Bush il Vecchio attendeva l'occasione di dar prova delle sbalorditive capacità militari del suo Nuovo Ordine Mondiale. Perfino il comandante statunitense sul campo, il generale Norman Schwartzkopf, propendeva per il piano di Gorbachev di permettere [senza interventi] il ritiro delle forze irachene, ma Bush era determinato ad avere la sua guerra di terra.
Di conseguenza, il piano di Gorbachev venne scartato, e la guerra di terra ebbe inizio con il massacro delle truppe irachene, in gran parte formate da coscritti, falciate e incenerite mentre fuggivano verso l'Iraq. Dopo cento ore, Bush il Vecchio fermò la carneficina. In seguito egli rivelò una componente decisiva delle proprie motivazioni, dichiarando: “Ci siamo sbarazzati della Sindrome del Vietnam una volta per tutte.” [Per i dettagli, vedi, sempre di Robert Parry, Secrecy & Privilege: Rise of the Bush Dynasty from Watergate to Iraq]
 

I neocon fanno festa
 

La Washington che conta prese atto di queste nuove realtà e del rinnovato entusiasmo bellico del pubblico. In un numero uscito dopo la guerra, Newsweek dedicò un'intera pagina alle frecce “su e giù” del suo “Conventional Wisdom Watch” [Osservatorio dell'Opinione Corrente]. Bush ottenne una grossa freccia in su, accompagnata dal commento sbarazzino: “Dominatore dei sondaggi. Ammirate le mie percentuali, o Democratici, e disperate [1].”
Invece, per il suo tentativo dell'ultimo minuto di negoziare il ritiro iracheno, Gorbachev ebbe una freccia in giù: “Restituisci il Nobel, Compagno Traditore. PS I tuoi carri armati fanno schifo.” Perfino il Vietnam si prende una freccia in giù: “Dov'è che sta? Dite che anche lì c'è stata una guerra? E chi se ne importa?”
I commentatori neocon, che già spadroneggiavano nel panorama intellettuale di Washington, potevano a malapena porre un limite al loro gaudio con l'unico disappunto, che Bush il vecchio avesse smesso troppo presto col tiro al piccione iracheno, mentre avrebbe dovuto prolungare il massacro fino a Bagdad.
Anche il popolo americano fece entusiasticamente sua quella vittoria asimmetrica, celebrandola con parate trionfali, stelle filanti e fuochi d'artificio in onore degli eroi conquistatori. Il circo di questi cortei della vittoria si prolungo per mesi interi, con centinaia di migliaia a ingorgare Washington, per quella che venne chiamata “la madre di tutte le parate.”
Gli americani comprarono le magliette di Desert Storm a camionate; i bambini vennero lasciati arrampicarsi su carri armati e altro materiale bellico; la festa si concluse con quella che fu chiamata “la madre di tutti gli spettacoli pirotecnici.” Il giorno seguente, il Washington Post immortalò lo spirito del momento col titolo: “Una storia d'amore al centro commerciale – La gente e le macchine di guerra.”
Il comune sentire patriottico si estese all'esercito mediatico di Washington, lieto di levarsi di dosso la soma dell'obbiettività professionale per potersi unire al tripudio nazionale.
Durante il ricevimento annuale del Gridiron Club, occasione in cui stagionati funzionari governativi e giornalisti di spicco fanno comunella per una serata di puro spasso, gli uomini e le donne dei mezzi di informazione applaudirono freneticamente qualunque cosa assomigliasse a una divisa.
Il momento clou della serata fu uno speciale omaggio alle “truppe”: la lettera a casa di un soldato, recitata con il sottofondo di “Ashokan Farewell” di Jay Ungar. Alla musica vennero aggiunti versi creati appositamente in onore di Desert Storm, e i giornalisti-cantanti del Gridiron intervennero al momento del coro: “Through the fog of distant war / Shines the strenght of their devotion / To honor, to duty, / To sweet liberty.” [2]
Tra i convitati del ricevimento c'era il Segretario alla Difesa Cheney, che prese atto di come il corpo giornalistico di Washington si stesse genuflettendo di fronte a un conflitto così popolare. Riferendosi a quell'omaggio, Cheney osservò, non senza meraviglia, “Di solito dalla stampa non ci si aspetta una partecipazione tanto sfrenata.”
Il mese successivo, alla cena dei corrispondenti dalla Casa Bianca, quando fu annunciato il generale Schwarzkopf giornalisti e ospiti celebri applaudirono entusiasticamente. “Sembrava una première di Hollywood,” commentò un giornalista, riferendosi ai riflettori che mulinavano intorno al comandante.
L'opinionista neocon Charles Krauthammer fece una ramanzina agli scarsi dissidenti che avevano trovato inquietante vedere la stampa strisciare ai piedi di presidente ed esercito. “Scioglietevi un po', ragazzi,” scrisse “Alzate i calici, lanciate in aria il cappello, agitate un pon pon per gli eroi di Desert Storm. Se così vi sembra di vivere a Sparta, fatevi un altro bicchiere.”
 

L'egemonia americana 

Insieme ad altri osservatori, i neocon avevano constatato come la tecnologia avanzata degli USA avesse cambiato la natura del conflitto bellico. Le “bombe intelligenti” annichilivano obbiettivi inermi; il sabotaggio elettronico spezzava la catena di comando nemica; le truppe americane, col loro equipaggiamento sofisticato, sbaragliavano gli iracheni coi loro sbiellati tank di fabbricazione sovietica. L'immagine della guerra si era fatta facile e divertente, con pochissime perdite statunitensi.
In seguito, il collasso dell'Unione Sovietica nel 1991 rimosse l'ultimo ostacolo all'egemonia degli Stati Uniti. L'unico problema che restava, per i neocon, era come ottenere e conservare la presa sulle leve del potere americano. Tuttavia, le suddette leve scapparono loro di mano, quando Bush il Vecchio rivolse i propri favori a consiglieri per la politica estera di atteggiamento “realista”, e quindi con l'elezione di Bill Clinton nel 1992.
Ma nei primi anni 90 i neocon avevano ancora molte carte da giocare, dato il credito guadagnato lavorando nell'amministrazione Reagan e le alleanze stipulate con altri falchi come Cheney. Inoltre i neocon avevano conquistato spazi importanti sulle pagine d'opinione di quotidiani di spicco, come il Washington Post e il Wall Street Journal, e posizioni chiave all'interno dei maggiori think tank di politica estera.
Un altra svolta ebbe luogo nel contesto dell'infatuazione dei neocon per i leader del Likud israeliano. Verso la metà degli anni 90, importanti figure neocon, tra cui Richard Perle e Douglas Feith, lavorarono per la campagna elettorale di Benjamin Netanyahu, eliminando dal tappeto le vecchie idee di un negoziato di pace coi vicini arabi di Israele.
Piuttosto che affrontare i dispiaceri di un negoziato per una soluzione a due stati del problema palestinese o avere a che fare con la seccatura degli Hezbollah libanesi, i neocon al seguito di Netanyahu decisero che era venuto il momento di un audace cambio di direzione, che delinearono nel 1996 in uno studio strategico dal titolo A Clean Break: A New Stategy for Securing the Realm [Un Taglio Netto: Una Nuova Strategia per la Sicurezza Del Territorio][3].
Il documento sosteneva l'idea che soltanto un “cambiamento di regime” nei paesi musulmani ostili avrebbe potuto ottenere il necessario “taglio netto” allo stallo diplomatico seguito agli inconcludenti colloqui di pace israelo-palestinesi. Operando questo “taglio netto”, Israele non avrebbe più cercato la pace tramite il compromesso, ma piuttosto attraverso lo scontro, includendo anche la rimozione violenta di leader come Saddam Hussein, sostenitori dei nemici ai confini di Israele.
Il piano definiva la cacciata di Hussein “un importante e legittimo obbiettivo strategico di Israele,” che inoltre avrebbe destabilizzato la dinastia Assad in Siria, facendo carambolare le tessere del domino fino in Libano, dove Hezbollah si sarebbe presto ritrovato senza il loro insostituibile alleato siriano. Anche l'Iran si sarebbe potuto trovare nel mirino del “cambio di regime.”


L'assistenza americana
 

Ma per il “taglio netto” era necessaria la potenza militare degli Stati Uniti, perché obbiettivi come l'Iraq erano troppo distanti o troppo forti per essere sconfitti dal pur efficientissimo esercito israeliano. Un passo così arrischiato avrebbe avuto per Israele un prezzo spropositato, in costi economici e di vite umane.
Nel 1998 il pensatoio neocon fece fare al piano del “taglio netto” un ulteriore passo avanti, creando il Project for the New American Century, che cominciò a premere su Clinton perché si impegnasse nella defenestrazione di Saddam Hussein.
Tuttavia, Clinton si spinse solo fino a un certo punto, mantenendo un embargo durissimo contro l'Iraq e una “no-fly zone” che comportava periodici bombardamenti da parte dell'aviazione statunitense. Al momento, quindi, sia con Clinton sia col suo supposto successore, AL Gore, un'invasione in piena regola dell'Iraq sembrava fuori questione.
Il primo maggiore ostacolo politico venne rimosso quando i neocon, nelle elezioni del 2000, contribuirono ad architettare l'ascesa di George W. Bush alla presidenza. Tuttavia, la strada non si sgombrò del tutto finché i terroristi di al-Qaeda non attaccarono New York e Washington l'11 settembre 2001, lasciandosi dietro, in tutta America, un clima favorevole a guerra e vendetta.
Naturalmente, Bush il Giovane doveva attaccare per primo l'Afghanista, dove al-Qaeda aveva la sua base principale, ma subito dopo si rivolse verso il bersaglio bramato dai neocon, l'Iraq. Oltre a essere la patria del già demonizzato Saddam Hussein, l'Iraq offriva altri vantaggi strategici. Non era densamente popolato come altri suoi vicini, ed era posizionato grosso modo tra Iran e Siria, altri obbiettivi di punta.
In quegli esaltanti giorni del 2002-2003, una battuta spiritosa dei neocon poneva il quesito di cosa fare dopo aver cacciato Saddam Hussein dall'Iraq, se andare a est, verso l'Iran, o a ovest, verso la Siria. La battuta finiva così: “I veri uomini vanno a Teheran.”
Ma prima bisognava sconfiggere l'Iraq, mentre il piano di ristrutturazione del Medio Oriente per renderlo prono agli interessi di Stati Uniti e Israele doveva tenere un profilo basso, in parte per l'eventuale scetticismo dell'americano medio, e in parte perché gli esperti avrebbero potuto mettere in guardia sui pericoli di una strategia imperiale che gli USA non avrebbero potuto permettersi.
Così Bush il Giovane, il vice presidente Cheney e i loro consiglieri neocon picchiarono sul tasto dolente nell'animo degli americani, ancora terrorizzati dall'orrore dell'11 settembre. Ci si inventò che Saddam Hussein era in possesso di riserve di armi di distruzione di massa che era pronto a fornire ad al-Qaeda, permettendo ai terroristi di recare danni ancora maggiori agli Stati Uniti.
 

Far imbizzarrire l'America

I neocon, alcuni dei quali cresciuti in in famiglie di sinistrorsi trotskisti, si vedevano come una sorta di “avanguardia” politica che usasse tecniche “agit-prop” per manipolare il “proletariato” americano. Lo spauracchio delle armi di distruzione di massa venne visto come il sistema migliore per scatenare il panico nel gregge americano. A cose fatte, così ragionavano i neocon, la vittoria militare in Iraq avrebbe consolidato il sostegno popolare per la guerra e avrebbe permesso l'attuazione delle fasi successive, i “cambi di regime” in Iran e Siria.
All'inizio il piano sembrò funzionare, visto che l'esercito degli Stati Uniti incalzò e sopraffece l'esercito iracheno e conquistò Bagdad in tre settimane. Bush il Giovane festeggiò presentandosi sulla USS Abraham Lincoln con tanto di giubbotto da pilota, declamando il suo discorso sotto uno striscione che dichiarava “Missione Compiuta.”
E tuttavia, nel piano qualcosa cominciò ad andar storto quando il proconsole neocon Paul Bremer, perseguendo un modello di regime neocon, si sbarazzò di tutte le infrastrutture di governo irachene, smantellò quasi del tutto lo stato sociale e sciolse l'esercito. In più, il leader favorito dai neocon, l'esule Ahmed Chalabi, si rivelò privo di qualsiasi sostegno da parte del popolo iracheno.
Fece la sua apparizione una resistenza armata, che utilizzava armi a bassa tecnologia come gli “improvised explosive devices” [ordigni esploisivi improvvisati]. Ben presto, non solo c'erano migliaia di morti tra i soldati americani, ma l'Iraq veniva lacerato dalle antiche rivalità settarie tra scitti e sunniti. Ne derivarono orribili scene di caos e violenza.
Invece di acquistare popolarità tra gli americani, la guerra cominciò a perdere consensi, recando vantaggi elettorali ai Democratici nel 2006. I neocon si barcamenarono per mantenere la loro influenza promuovendo, nel 2007, un fittizio ma vittorioso “surge” [balzo], apparentemente efficace nel trasformare in trionfo un'imminente sconfitta. Ma la verità era che il “surge” aveva solo rimandato l'inevitabile fallimento dell'impresa statunitense.
Con l'allontanamento di George W. Bush nel 2009, e l'arrivo di Barack Obama, anche i neocon arretrarono. All'interno dell'esecutivo la loro influenza declinò, anche se continuavano a mantenere forti posizioni nei think tank di Washington e sulle pagine di opinione di media nazionali importanti come il Washington Post.
I recenti sviluppi nella regione mediorientale hanno creato nei neocon nuove speranze per i loro vecchi progetti. La Primavera Araba del 2011 ha portato a sommovimenti sociali in Siria, dove la dinastia di Assad, sostenuta da non-sunniti, ha conosciuto l'assalto da un insurrezione a guida sunnita, che annoverava tra le sue file qualche riformatore democratico ma anche jihadisti radicali.
Intanto l'Iran subiva dure sanzioni economiche, per via dell'opposizione internazionale al suo programma nucleare. Sebbene il presidente Obama vedesse le sanzioni come un mezzo per costringere l'Iran ad accettare limitazioni al suo programma nucleare, alcuni neocon fantasticavano su come strumentalizzare le sanzioni in vista di un “cambio di regime.”
Ad ogni modo, la sconfitta nel novembre 2012 di Mitt Romney, favorito dei neocon, da parte di Obama, e lìallontanamento dai vertici della CIA del loro alleato David Petraeus, sono stati un brutto colpo per le aspirazioni neocon alla guida della politica estera statunitense. Oggi sono costretti a cercare il modo di sfruttare la loro tuttora ampia influenza nei circoli politici di Washington, sperando in eventi favorevoli all'estero che spingano Obama ad atteggiamenti più aggressivi nei confronti di Iran e Siria.
Per i neocon resta inoltre cruciale che l'americano medio non rifletta troppo sui retroscena della disastrosa guerra in Iraq, il cui decimo anniversario, per quanto li riguarda, non passerà mai abbastanza presto.
 

note del traduttore
 

[1] La seconda frase è una parafrasi di un verso di Shelley, dal sonetto Ozymandias. Dato il contenuto della poesia, la pesante ironia che ne deriva sarà stata sicuramente involontaria.
[2] Ashokan Farewell è una ballata in stile scozzese, dal carattere melanconico, composta dal musicista statunitense Jay Ungar nel 1982. Negli USA è diventata celebre come parte della colonna sonora di un serial televisivo dedicato alla Guerra Civile, tanto che in molti credono si tratti di un brano tradizionale risalente a quel periodo. Nel serial è anche presente una scena, commentata dalla canzone, in cui un ufficiale scrive una lettera alla moglie, prima della battaglia in cui cadrà sotto il fuoco nemico (si tratta di un personaggio storico, e la sua missiva è un testo famoso)! I versi citati grosso modo significano “Attraverso la nebbia di una lontana guerra / Risplende la luce della loro devozione / verso l'onore, il dovere, / verso la dolce libertà”. Tutto ciò ricorda sinistramente Gli Ultimi Giorni dell'Umanità.
[3] Disponibile in traduzione italiana qui. In questo contesto “realm” non vuol dire “regno”, ma paese, entità territoriale.

[articolo del 20 marzo 2013]
traduzione per Doppiocieco
di Domenico D'Amico

lunedì 11 aprile 2016

Il Mito di Clinton e lo Strano Caso di Donald Trump

di Andrew Levine (da Counterpunch)

I Repubblicani sono noti per farsi delle opinioni “senza le remore del ragionamento”, come dicevano Tom e Ray [1]. Ma hanno problemi anche con i fatti.
Si suppone che i Democratici se la cavino meglio con queste cose, ma molti di loro, quasi tutti forse, incontrano difficoltà analoghe. Come spiegare altrimenti la convinzione, ampiamente diffusa, che Hillary Clinton potrà essere poco appetibile, poco attendibile, poco affidabile, poco coinvolgente, e comunque più “moderata” dell'elettore Democratico medio, ma comunque è una che sa come ottenere risultati?
Del tipo? Si potrebbe avere qualche esempio? Nei primi anni 90, ha talmente incasinato la riforma sanitaria che per i successivi vent'anni uno spaventoso numero di americani è rimasto poco o per nulla assicurato.
La riforma di Obama ha portato qualche miglioramento, ma ha anche rafforzato ulteriormente il potere delle compagnie assicurative private, gli enti sanitari con fini di profitto e, peggio di tutto, Big Pharma. Molta della colpa di questi “sviluppi rivoltanti” [2] è delle macchinazioni ordite da Hillary una generazione fa.
Il suo incarico al Dipartimento di Stato ha avuto esiti ancora più disastrosi. Non c'è dubbio, Obama aveva le sue ragioni per nominarla Segretario di Stato, ma che gli passava per la testa?
Tutto ciò che conosce della scena internazionale viene da quello che ha spigolato nel ruolo politico di moglie o di mediocre senatrice. A differenza, tanto per dire, di Sarah Palin, conosce il nome di molti leader internazionali, identificandoli magari anche di faccia. Potrebbe anche ricorrere all'assistenza dei pochi rimasti consulenti di politica estera del marito, del resto tutt'altro che eccezionali. Ma nulla di più.
Il passaggio da Condoleezza Rice a Hillary è stato, tutto sommato, un peggioramento. La politica estera americana è rimasta più o meno la stessa, ma almeno Rice non aveva tempo per gli “interventi umanitari” in stile Samantha Power [3].
Hillary ha cominciato a farsi le ossa incoraggiando il sanguinoso colpo di stato del 2009 in Honduras, e dal suo primo giorno a Foggy Bottom [4] si è impegnata a seminare zizzania fin nei luoghi più remoti. Grazie al cielo, tuttavia, quando si trattava di esercitare la sua “responsabilità di proteggere” ha avuto bisogni di tempo per carburare. Quando alla fine ci è riuscita, la Regina del Caos [5] ha combinato un gran casino.
Il disastro libico non è interamente sua responsabilità, ma sarebbe lecito affermare che i danni procurati da lei superino quelli prodotti da qualsiasi altro funzionario del governo americano, incluso Presidente, che lei ha più o meno costretto a lasciar proseguire il conflitto.
Ha rovinato anche qualsiasi altro intervento americano nel nascente fenomeno delle Primavere Arabe. Il risultato si può vedere in Egitto, o in Yemen, e in tutta la regione del Golfo. Ma questo è niente in confronto ai cambiamenti a cui ha dato il suo contributo in Siria e Irak.
Nemmeno la crisi europea dei rifugiati, diretta conseguenza dell'intervento occidentale nella guerra civile siriana, è interamente colpa sua, e neanche gli attacchi terroristici che al momento subiscono i paesi europei che hanno partecipato come cobelligeranti alle guerre di Bush e Obama.
E tuttavia, la sua sprovveduta goffaggine ha dato un grosso contributo a entrambi i disastri, tra l'altro ancora in corso. Hillary non è stata mai usata come capro espiatorio, ma è lecito affermare che, per i motivi già esposti e per il risultante stress subito dall'Unione Europea, la sua responsabilità è quasi allo stesso livello di quella di Barack Obama.
La sua mania di provocare la Russia la rende ancora più pericolosa. Quelli che si innervosiscono al pensiero dei ditini di Donald Trump poggiati sul pulsante che può scatenare un olocausto nucleare, potrebbero a ragione preoccuparsi anche di quelli di Hillary. Hillary ci prova gusto a mandare gli altri a combattere le battaglie dell'impero; e nei casi in cui Obama esita, lei invece è entusiasta. Sulla questione russa, dei due Trump sembra decisamente il più razionale.
E poi c'è la Cina. Trump ha appena affermato di voler stipulare migliori accordi commerciali; va be', se ne avesse l'occasione, e non l'avrà, prego, si accomodi pure! Dall'altra parte, Hillary è una degli autori della strategia di attacco nei confronti dell'Asia. In altre parole, vuole provocare anche i cinesi. In un'era in cui una guerra tra potenze nucleari potrebbe porre fine alla vita sulla Terra “per come la conosciamo”, come dicono in clintonese [6], non si tratta di un dettaglio trascurabile.
È tutt'altro che chiaro come agirebbe Sanders [l'altro aspirante candidato Democratico per le presidenziali -ndt] riguardo Cina, Russia o Medio Oriente, o altro ancora. Ma sembra una persona ragionevole e con la testa sulle spalle, il cui livello di testosterone è sotto controllo. Già questo lo rende molto meglio di Hillary.
Come è stato osservato in tantissime occasioni sia dai suoi sostemitori sia dai suoi critici, le sue idee sulla politica estera rientrano nel consueto spettro del Democratico “progressista”. Ma, a differenza di Hillary, è più un tipo da J-Street che da AIPAC [7]; e le ideologie neoconservatrici e di imperialismo liberale non lo entusiasmano per nulla. La distanza tra loro non è grande quanto dovrebbe, ma non è affatto trascurabile.
Eppure, più di qualche liberale ben intenzionato è del parere che Sanders venda sogni che non potrà realizzare, mentre Hillary è una “pragmatica” che sa come muoversi, e che è capace di realizzare almeno qualcuno di quei sogni. “Non potete ingannare tutti per sempre”[8], ma di certo potete minchionare un sacco di liberal.
Com'è sorto il mito della competenza di Hillary e come mai resta incrollabile, ad onta delle schiaccianti prove del contrario? Gli storici del futuro avranno parecchio su cui riflettere. Quel che oggi possiamo affermare con certezza e che la spiegazione non risiede assolutamente nel fatto che Hillary sia davvero competente.

* * *

Un altro mistero, forse più grande, è quello che riguarda Donald Trump: l'idea che egli sia qualitativamente peggiore degli altri candidati Repubblicani.
Finora la situazione resta fluida, ma ci sono molti della dirigenza Repubblicana che insinuano quest'idea, che Trump è il peggio del peggio, e che piuttosto di appoggiarlo preferirebbero, da quei ratti che sono, abbandonare la nave che affonda in cui si è trasformato il loro partito.
Se fossero animali razionali [9] si sarebbero abbrancati a Hillary da un pezzo. I ras delle corporation e i delinquenti di Wall Street di cui sono al servizio non avrebbero un'amica migliore di lei. Comunque, nei circoli Repubblicani la razionalità si è fatta perfino più rara della decenza morale.
Adesso il candidato della dirigenza è Ted Cruz, perché non resta nessun altro – a parte John Kasich, che probabilmente si ritirerà dalla corsa una volta perse le primarie nel Wisconsin.
E questo è strano, perché non esiste nessun plausibile sistema di misura secondo il quale chiunque, perfino Trump, possa risultare più odioso di Cruz.
Dico questo non solo perché, secondo ogni fonte affidabile, tutti quelli che hanno a che fare con Cruz finiscono per odiarlo a morte. Si tratta dell'uomo che vuole “bombardare a tappeto” le zone del Medio Oriente e eell'Africa sotto il controllo dello Stato Islamico, o comunque ci sia una forte presenza dell'ISIS, e che vuol sottoporre i quartieri musulmani degli Stati Uniti a un controllo poliziesco che ricorda la legge marziale.
La stupidità di queste e altre proposte avanzate da Cruz rivaleggia con la promessa fatta da Trump di costruire “muro davvero fantastico” lungo il confine col Messico (pagato dai messicani); il carattere puramente abbietto delle idee di Cruz supera perfino le proposte di Trump di rivalutare il waterboarding e di ricorrere a forme ancora più pesanti di tortura.
Perché, quindi, Cruz è accettabile e invece Trump, almeno finora, apparterrebbe all'inconcepibile?
La spiegazione, in parte, dovrebbe essere che la dirigenza Repubblicana, così come la sua controparte Democratica, non amano affatto che un “normale” politico li richiami alle loro responsabilità, come fa Trump richiamando l'attenzione sul sistema corrotto a cui collaborano.
Trump non va bene, ma Cruz sì, praticamente per le identiche ragioni per cui, nello schieramento “opposto”, Sanders viene ignorato e, quando ignorarlo diventa impossibile, viene sminuito, e quando sminuirlo è impossibile – perché sta vincendo troppe primarie e attirando un seguito troppo vasto ed entusiasta – i portavoce del regime lo schifano comunque, in base al fatto che, succeda quel che succeda, le probabilità contro di lui sono insormontabili.
Ma Trump, dopotutto, è un affarista intrallazzone; e se si dovesse arrivare al dunque, lui e i suoi compari capitalisti potrebbero probabilmente trovare una maniera di mettersi d'accordo. Prendere a bordo Sanders, per i membri della “classe miliardaria” [come lui la definisce], sarebbe più difficile, non perché le sue posizioni siano poi così radicali, ma perché è schierato sinceramente con le loro vittime, e nutre un genuino disprezzo per l'attaccamento al denaro.
La coscienza di classe potrebbe, probabilmente dovrebbe, fare di Trump un fidato custode degli interessi di milionari e miliardari. Ma è una mina vagante, un figlio di mignotta che potrebbe pure dirgli di andare al diavolo. Che Trump farebbe una cosa del genere, è precisamente quello che si aspettano i suoi sostenitori, e potrebbero azzeccarci.
I titani della finanza e dell'industria saranno anche preoccupati delle vaghe e volubili proposte politiche di Trump, che in genere si collocano alla sinistra di quelle di Hillary – perfino a sinistra di quelle di Sanders, si potrebbe sostenere, su punti fondamentali di politica estera e iniziative militari che comportino interventi oltremare. Trump ha perfino parlato male della NATO, cosa che né Sanders né alcun altro rispettabile membro della classe politica americana farebbero mai.
D'altro canto Cruz è il paladino di qualsiasi bufala libertarian, neoconservatrice o teocratica che stia a cuore all'estrema destra. Ai ricconi questo piace.
Ma la storia non finisce qui, anzi non siamo arrivati nemmeno alla metà, almeno fino a questo punto.
Quello che i Repubblicani “moderati” vorrebbero dare a intendere alla gente è che essi ritengono Trump inaccettabile per via di quello che dice e propone di fare a chiunque non sia maschio e bianco.
Tutto ciò è sommamente ipocrita. I Repubblicani denigrano chiunque non sia maschio e bianco almeno dal tempo in cui Richard Nixon e Pat Buchanan fecero della “Southern strategy” il loro piano di battaglia.
La differenza è che Trump dice forte e chiaro quello che gli altri dicono per sottintesi.
Ai pezzi grossi del partito questo non piace, ed è davvero ironico, perché lo trovano politicamente scorretto.
I Repubblicani si fanno beffe del politicamente corretto in tutte le maniere, controllate leggendovi le trascrizioni dei primi dibattiti elettorali! E tuttavia cercano tutti di trattenersi, tutti tranne Trump. Per lui, sin dal primo giorno, significava vivere il Sogno.
I caporioni Repubblicani moderati (e quelli moderati-ma-non-troppo) detestano quello che chiamano “politicamente corretto” perché gli impedisce di manifestare il loro razzismo, sciovinismo, misoginia e islamofobia. Ma siccome tengono ancora di più al loro amor proprio, tutti quanti, a parte Trump, desiderano mantenere almeno una parvenza di decoro.
Di conseguenza ritengono importante il rispetto di norme linguistiche e comportamentali che impediscano a persone del loro rango di fare la figura di mocciosi durante la ricreazione, o bulli da spogliatoio, o attaccabrighe da osteria. La pensa così perfino Cruz.
Gli esempi di simili trasgressioni sono nella mente di tutti: chi si candida a Presidente non deve parlare di dimensioni del pene, o dell'aspetto estetico delle mogli dei loro contendenti. Chiamare tutti i messicani “stupratori” va benissimo, dire di una donna di spicco che è “brutta”, no.
Osservazioni come queste non sono presidenziali per niente. Ma Trump se ne frega. Lui dice quello che gli pare, e siccome gliela fanno passare, e la cosa lo rende ancor più popolare, non ha motivo di cambiare.
Non ha quindi nessuna ragione di essere politicamente corretto negli aspetti che i suoi contendenti ritengono importanti. Loro si oppongono al politicamente corretto che proibisce battute oscene e epiteti razzisti, mentre apprezzano quello che conferma la dignità della funzione a cui aspirano o che già esercitano.
Potranno anche essere miserabili senza speranza, ma i rivali di Trump nel Partito Repubblicano cercano comunque, di solito invano, di scimmiottare la dignitosità e gli affettati convenevoli dei leader generati da classi dirigenti sicure di sé.
Per questa roba, Trump non ha tempo. Da egomaniaco certificato qual è, di autostima ne ha da buttar via, e non deve fingersi nobile d'animo per dimostrarlo. La sua norma di vita è chiara: quello che hai sbattiglielo in faccia.
Perciò trasgredisce le norme che gli altri rispettano. Può darsi che questo renda Trump un uomo particolarmente deplorevole, perfino secondo i parametri Repubblicani, ma l'idea che le sue politiche siano peggiori di quelle degli altri è assurda. Le politiche peggiori sono quelle di Cruz, l'ultimo paladino della dirigenza.
Ciononostante, nel corso di queste elezioni dal mito di Trump può derivare un gran bene. Sta facendo impazzire la vecchia guardia e andare in pezzi il Partito.
Dall'altro lato, dal mito che Hillary Clinton sia più capace ed eleggibile di Bernie Sanders (o che lei sia una “progressista pragmatica”) non può venire niente di buono.
Questo mito serve solo a mantenere in vita le illusioni di quelli che operano per farci subire ancora di più quello che abbiamo dovuto sopportare negli ultimi otto anni – solo, con un comandante in capo inetto, bellicoso e tonto al posto di Barack Obama.
Se Hillary tornasse alla Casa Bianca, quelli di noi che hanno sempre saputo che Obama è un emissario di Wall Street, e che le sue promesse di “speranza” e “cambiamento” erano una fregatura, si ritroveranno a rimpiangerlo.
E faranno lo stesso i liberal ancora aggrappati ai resti delle loro illusioni obamofile. Molti di questi liberal ora nutrono illusioni riguardo Hillary, sebbene con livelli di entusiasmo prossimi allo zero assoluto.
Se avranno successo si ritroveranno vivere l'esperienza dell'acquirente deluso, peggio che ai tempi di Lyndon Johnson.
Tuttavia non è troppo tardi per scongiurare il pericolo grave e immediato dell'avvento di una vera e propria Restaurazione Clintoniana. Se lo slancio di Sanders continua a crescere, potremmo non essere costretti a fare buon viso a cattivo gioco.
Ora come ora, la questione urgente è questa.
I titoli sono tutti per Trump perché per l'industria dell'informazione lui è una vera cuccagna. Ma non è nemmeno lontanamente il problema che invece Hillary è, sia per il paese sia per il mondo.
Trump si è già guadagnato un posto d'onore nella storia americana per il ruolo che ha avuto nel rottamare il Partito Repubblicano. Ma i suoi giorni da protagonista della Storia sono finiti. Quelli di Clinton potrebbero essere solo all'inizio, e le probabilità che ottenga risultati paragonabili anche lontanamente a quelli ottenuti da Trump sono zero.
A meno che non si scateni una devastante epidemia di demenza collettiva, Trump non potrà mai venire eletto Presidente degli Stati Uniti. C'è un limite alla sconsideratezza degli elettori, perfino in un paese che ha eletto due volte George W. Bush.
Hillary invece potrebbe vincere le elezioni, e se lo facesse sarebbero cavoli amari.
È di Pogo, il personaggio di Walt Kelly, la celebre battuta: “Abbiamo incontrato il nemico, e siamo noi.” Il tempo giusto per i benintenzionati sostenitori di Hillary, e di altri che la vedono come un male minore, era ieri, o il giorno prima ancora.

Andrew Levine è senior scholar presso l'Institute for Policy Studies; tra le sue ultime opere ci sono The American Ideology (Routledge) e Political Key Words (Blackwell), che si aggiungono a molti altri volumi e articoli di filosofia politica. Il suo ultimo libro è In Bad Faith: What's Wrong With the Opium of the People. È stato docente (di filosofia) presso la University of Winsconsin-Madison e ricercatore (filofia) presso la University of Maryland-College Park. Ha contribuito a Hopeless: Barack Obama and the Politics of Illusion (AK Press).


Note del traduttore

[1] I fratelli Tom e Ray Magliozzi hanno condotto (dal 1977 al 2012) un programma radio per l'emittente pubblica statunitense NPR intitolato Car Talk, nel quale, con forti accenti di commedia, davano consigli tecnici agli ascoltatori con problemi alle loro auto. Quando l'inconveniente sembrava particolarmente difficile da risolvere, tentavano comunque di dare una soluzione, definita sarcasticamente come “priva degli ostacoli del ragionamento” (unencumbered by the thought process).

[2] Tormentone di una fiction radiofonica statunitense degli anni 40 (“What a revoltin' development this is!”), riutilizzato dal personaggio Ben Grimm (La Cosa), membro dei Fantastici Quattro della Marvel.

[3] Ambasciatrice degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite, Samantha Powers esprime in maniera quasi emblematica la visione di “impero del bene” che è l'ideologia ufficiale del suo paese. Gli Stati Uniti operano per ragioni umanitarie, la Corea del Nord è un inferno in terra, la Russia ha aggredito l'Ucraina, il problema della Siria è Assad, Israele è vittima di una persecuzione internazionale, eccetera.

[4] Il quartiere di Washington, D. C. il cui nome è diventato sinonimo di Dipartimento di Stato, ivi insediatosi nel 1947.

[5] “Hillary il Falco, sia come Senatrice sia come Segretario di Stato, non ha mai incontrato un sistema d'arma che non avesse la sua approvazione, o un intervento bellico statunitense che lei non appoggiasse.” (Ralph Nader)

[6] Si riferisce alla riforma dello stato sociale avviata da Bill Clinton nel 1997. Secondo le sue stesse parole “Today, we are ending welfare as we know it” (Oggi poniamo fine al welfare, per come l'abbiamo concepito finora). Essenzialmente si trattava semplicemente di ridurre l'aiuto dello Stato per i meno fortunati, tutto qui.
Le comunità di lavoratori e classe media in tutta America si trasformeranno in una terra desolata di paura e violenza, creata da un governo che ha deciso di non aver alcun obbligo nei confronti dei suoi cittadini più bisognosi. In un ambiente del genere, ognuno di noi diventerà predatore o preda.” [The Nation]

[7] Si tratta del confronto tra due lobby statunitensi pro-Israele, una (J-Street) “progressista”, l'altra (AIPAC) “conservatrice”.

[8] La citazione completa suona: “Potete ingannare tutti per qualche tempo e qualcuno per sempre, ma non potete ingannare tutti per sempre.” (You can fool some of the people all of the time, and all of the people some of the time, but you can not fool all of the people all of the time). Viene erroneamente attribuita ad Abraham Lincoln (a volte anche a P. T. Barnum), che l'avrebbe pronunciata in un discorso tenuto a Clinton (!), Illinois, nel 1858 (o 1856), ma la fonte originale dovrebbe essere Jacques Abbadie, citato in seguito anche dall'Encyclopédie di Diderot-D'Alembert.

[9] Ho preferito rendere l'originale “rational agents” (termine affine all'informatica e all'Intelligenza Artificiale) con l'aristotelico “animale razionale”, per mantenere il tono sarcastico.

[10] In sintesi, la “southern strategy” consisteva nel soppiantare (negli stati del sud) il consenso (già declinante) per i Democratici con quello per i Repubblicani, facendo appello ai sentimenti più retrivi e razzisti dell'elettorato bianco. “E il risultato fu subito evidente: nel 1972 infatti Nixon ottenne l'82 per cento del voto degli elettori bianchi negli undici stati dell'ex Confederazione.” (Giovanni Borgognone, Storia degli Stati Uniti, Feltrinelli 2013)

Traduzione per doppiocieco di Domenico D'Amico 

domenica 3 aprile 2016

The Clinton Myth and the Strange Case of Donald Trump

by Andrew Levine from counterpunch



Republicans are known for forming opinions “unencumbered by the thought process,” as Tom and Ray, the Car Guys, used to say. They have problems with facts too.
Democrats are supposed to be better at such things, but many, maybe most, of them have a similar problem. How else to account for the widespread belief that while Hillary Clinton may be unappealing, inauthentic, untrustworthy, uninspiring, and more “moderate” than the average Democratic voter, at least she knows how to get things done?
Like what? Examples please! She bungled health care reform so thoroughly in the early nineties that, for the next two decades, appalling numbers of Americans remained uninsured or underinsured.
Obamacare fixed some of that, but it also further entrenched the power of private insurance companies, for-profit health care providers, and, worst of all, Big Pharma.   A lot of the blame for these “revolting developments” goes back to Hillary’s machinations a generation ago.
Her tenure at the State Department was more disastrous still. No doubt, Obama had his reasons for making her his Secretary of State, but what was he thinking!
All she knew of world affairs was what she picked up as an official wife and as a lackluster Senator. Unlike, say, Sarah Palin, she could name of a lot of world leaders, and she could probably have picked many of them out of a lineup. She could also call upon the services of what remained of her husband’s far from stellar foreign policy team. But that was about it.
The transition from Condoleezza Rice to Hillary was, all things considered, a step down. American foreign policy remained about the same, but at least Rice had no time for “humanitarian interveners” of the Samantha Power type.
Hillary got her feet wet encouraging the bloody 2009 coup in Honduras, and, from her first days at Foggy Bottom, she was busy sowing seeds of mischief in far away places.  Thankfully, though, when it came to exercising her “responsibility to protect,” she took her time getting up to speed. When she finally did, the Queen of Chaos messed up royally.
The disaster in Libya isn’t entirely on her, but it would be fair to say that the harm she did outweighs the harm done by other high officials in the American government, including the President, whom she more or less bullied into letting the war proceed.
She botched every other American intervention into the unfolding Arab Spring as well. The results are evident now in Egypt and Yemen and throughout the Gulf. All that pales in comparison, however, with the changes she helped set in motion in Syria and Iraq.
The refugee crisis in Europe, a direct consequence of Western intervention into the Syrian Civil War, isn’t entirely her fault either, nor are the terror attacks currently afflicting European countries that have joined the United States as co-belligerents in the Bush-Obama wars.
However, her clueless blundering contributed mightily to both of those on-going disasters. The buck never did stop with her, but it would be fair to say that, for all that, and for the resulting strain on the European Union itself, her responsibility is nearly as great as Barack Obama’s.
Her passion for provoking Russia makes her more dangerous still. People who worry about Donald Trump’s little fingers on the buttons that could unleash a nuclear holocaust have reason to worry about her fingers too. Hillary relishes sending others out to fight the empire’s wars; and where Obama is at least hesitant, she is gung ho. On the Russia Question, Trump seems by far the more rational of the two.
Then there is China. Trump just says he wants to negotiate better trade deals; OK, if he gets a chance, which he won’t, let him knock himself out. Hillary, on the other hand, was one of the authors of the “pivot” towards Asia. In other words, she wants to provoke the Chinese too. At a time when wars with nuclear powers can end life on earth “as we know it,” as they say in Clintonese, this is no small consideration.
It is far from clear how Sanders would deal with Russia and China or the Middle East or anywhere else. But he seems to be a levelheaded and thoughtful person whose testosterone levels are under control. This puts him way ahead of Hillary.
As has been pointed out countless times by supporters and critics alike, his foreign policy views fall within the normal range for “progressive” Democrats. But, unlike Hillary, he is a J-Street, not an AIPAC, type of guy; and neoconservative and liberal imperialist ideologies leave him cold. The contrast is not, by any means, all that it should be, but it is not insignificant.
And yet, according to more than a few well-meaning liberals, Sanders is selling dreams that he cannot realize, while Hillary is a “pragmatist” who knows her way around, and who can make at least some of those dreams come true. “You can’t fool all of the people all of the time,” but you sure can befuddle a lot of liberals.
How did the myth of Hillary’s competence come about and why does it remain resilient in the face of overwhelming evidence to the contrary?   Future historians will have a lot to ponder. All that we can say for sure now is that the explanation is emphatically not that she actually is competent.
***
There is an even greater mystery surrounding Donald Trump: the idea that he is qualitatively worse than the other Republican candidates.
The situation at this point remains fluid, but there are plenty of establishment Republicans who are hinting that, because Trump is so much more awful than anyone else, that, rather than support him, they would, like the rats they are, flee the sinking ship that their party has become.
Were they rational agents, they would have latched onto Hillary a long time ago. The corporate moguls and Wall Street malefactors whose interests they serve have no better friend. However, rational agency is even rarer than moral decency in Republican circles.
The establishment candidate now is Ted Cruz because there is no one else left — except John Kasich, who is likely to fold after he loses the Wisconsin primary.
This is odd, to say the least, because there is no plausible metric according to which anybody, even Trump, is more odious than Cruz.
I say this not just because, according to every reliable news source, everybody who deals with Cruz hates his guts. This is the man who wants to “carpet bomb” regions in the Middle East and Africa that the Islamic State controls or where there is a strong IS presence; and who wants to put Muslim neighborhoods in the United States under a level of police control reminiscent of martial law.
The stupidity of these proposals and of others he has advanced rivals Trump’s promise to build a “really fantastic wall” along the Mexican border (paid for by the Mexicans); and the sheer vileness of Cruz’s ideas exceeds even Trump’s calls for reviving waterboarding and resorting to still more onerous forms of torture.
Why, then, is Cruz acceptable while Trump is, at least for now, beyond the pale?
Part of the explanation must surely be that the Republican establishment, like its Democratic counterpart, doesn’t like it when “mainstream” politicians call them to account, as Trump does by calling attention to the corruption of the system they uphold.
Trump is not OK, while Cruz is, for much the same reason that, on the “other” side, Sanders is ignored and, when that is impossible, derogated, and when that is impossible – because he is winning too many primaries and drawing too many large and enthusiastic crowds – dismissed by the regime’s talking heads on the grounds that, come what may, the odds against him are insurmountable.
But Trump is a wheeler-dealer businessman, after all; and if it came down to it, he and his fellow capitalists could probably find a way to make peace. Sanders would be harder for “the billionaire class” to take on board, not because the positions he takes are so radical, but because he genuinely does side with their victims, and genuinely does hold the money interests in contempt.
Class-consciousness could, and very likely would, make Trump a trustworthy steward of the interests of billionaires and millionaires. But he is a loose cannon and an arrogant son of a bitch who just might tell them all to go to hell. This is precisely what Trump’s supporters think he would do, and they may be right.
The titans of finance and industry must also be worried by the fact that Trump’s vague and ever-changing policy prescriptions generally stand to the left of Hillary’s – and arguably even to the left of Sanders’ on key foreign policy and military issues involving interventions abroad. Trump even badmouths NATO, something neither Sanders nor any other respectable member of the American political class would ever do.
Cruz, on the other hand, champions every libertarian, neoconservative, and theocratic nostrum that the far right holds dear. The money people like that.
But this is not the whole story; it is probably not even the major part of the story, at least up to now.
What Republican “moderates” would like people to believe is that Trump is unacceptable to them because of what he says about and proposes to do to everyone who is not white and male.
This is hypocrisy on stilts. Republicans have been denigrating everyone not white and male for as long as Richard Nixon’s and Pat Buchanan’s ‘Southern strategy” has been their battle plan.
The difference is that Trump says clearly and distinctly what the others say only in code.
The pillars of the party don’t like that for one very ironic reason; because they find it politically incorrect.
Republicans rail against political correctness; go back to transcripts of the early candidate debates and count the ways! But all of them pull their punches; all except Trump. From Day One, he has been living the dream.
Moderate and not-so-moderate Republican honchos abhor what they call “political correctness” because it keeps them from giving their racism, nativism, misogyny, homophobia and Islamophobia voice. But because they care, even more, about their own self-esteem, all of them, except Trump, want to maintain at least a semblance of decorum.
They therefore deem it important to respect norms of speech and conduct that prevent persons of their station from seeming too much like children at recess or locker room braggarts or barroom brawlers. Even Cruz is on board with that.
Examples that cross the line are nowadays on everybody’s mind: candidates for President mustn’t talk about penis size, or about the looks of their rivals’ wives. Calling Mexican immigrants “rapists” is OK, but calling high profile women “ugly” is not.
Remarks like that are un-Presidential.   Trump doesn’t care. He says whatever he feels like saying; and because he gets away with it, and becomes more popular because of it, he has no reason to change.
He therefore has no reason to be politically correct in the respects that his rivals think important. The political correctness they oppose involves norms that proscribe off-color jokes and racial slurs; the kind they support upholds the dignity of the offices they hold or aspire to.
They may be inveterate low-lifes, but Trump’s opponents in the Republican Party nevertheless try, usually in vain, to emulate the decorousness and superficial niceties of leaders born into self-confident ruling classes.
Trump has no time for that. As a certifiable egomaniac, he has self-confidence to spare; and he doesn’t need to feign graciousness to prove it. The code he lives by is plain: if you’ve got it, flaunt it.
And so he transgresses norms that the others honor. This may make Trump the man more than usually deplorable, even by Republican standards, but the idea that his politics is qualitatively worse than the politics of the others is nonsense. The one whose politics is worse is Cruz, the establishment’s man of the hour.
Nevertheless, much good could come from the Trump myth as this election season unfolds. It is driving the Old Guard crazy and tearing their party apart.
On the other hand, no good can come from the myth that Hillary Clinton is more capable and electable than Bernie Sanders; or that she is a “pragmatic progressive.”
All that myth does is sustain the illusions of those who are working for more of what we have had to endure for the past eight years — but with a clueless, bellicose and inept Commander-in-Chief in Barack Obama’s place.
If Hillary moves back into the White House, those of us who have always known that Obama is Wall Street’s man, and that his promises of “hope” and change” were a hoax, are going to miss that man.
So will liberals who still hold on to remnants of Obamaphiliac illusions. Many of those liberals are now harboring Hillary illusions, though at enthusiasm levels approaching absolute zero.
If they get their way, they will find themselves experiencing levels of buyer’s remorse not seen in liberal circles since the days of LBJ.
It is not too late, however, to stop the clear and present danger of a full-fledged Clintonite Restoration from coming to pass. If Sanders’ momentum continues to swell, the devil can still be denied his due.
This is the urgent business of the present moment.
Trump grabs all the headlines because he has become a cash cow for corporate media. But he is not nearly the problem for the country and the world that Hillary is.
Trump has already earned an honored place in American history for his role in wrecking the GOP. But his history making days are over. Clinton’s could just be beginning, and the chances that she will ever accomplish anything as worthwhile as Trump already has are nil.
Barring a devastating outbreak of mass insanity, Trump can never be elected President of the United States. There are limits to how reckless voters can be, even in a country that twice elected George W. Bush.
Hillary is electable, however; and, if she is elected, there will be hell to pay.
Walt Kelly’s Pogo famously said: “we have met the enemy and he is us.” The time for well-intentioned Hillary supporters and other pro-Hillary lesser evilists to take that lesson to heart was yesterday, or the day before.
ANDREW LEVINE is a Senior Scholar at the Institute for Policy Studies, the author most recently of THE AMERICAN IDEOLOGY (Routledge) and POLITICAL KEY WORDS (Blackwell) as well as of many other books and articles in political philosophy. His most recent book is In Bad Faith: What’s Wrong With the Opium of the People. He was a Professor (philosophy) at the University of Wisconsin-Madison and a Research Professor (philosophy) at the University of Maryland-College Park.  He is a contributor to Hopeless: Barack Obama and the Politics of Illusion (AK Press).