Si può attribuire alla melma virtù feconde? Può esistere una melma di coltura, incubatrice di nuovi organismi sociali, capaci di ripopolare l’esangue ecosistema politico attuale? “Sasso che rotola non fa muschio”, una frase famosa che gioca sull’ambiguità dell’attribuzione di qualità negative o positive del muschio a seconda della prospettiva e degli schemi mentali di ciascuno.
Bene, non voglio dare per scontato che l’attributo melma abbia una valenza negativa, sebbene appaia ovvio che melma esprime anche un giudizio morale. Di sicuro la melma è al momento tutto ciò che abbiamo. Abbiamo sognato ampie praterie lambite da acque cristalline e irradiate dal sol dell’avvenire, ma appunto erano sogni. La realtà è un’altra e si manifesta chiaramente sotto forma di sostanza opaca e vischiosa, somma e commistione di umori neri e bianchi. Umori di un’umanità composita, non filtrati adeguatamente da culture universali.
Ebbene il grillismo è melma. Non suoni come un insulto, ma chi come me frequenta la rete e fruga nei forum e nei social network, si accorge facilmente che il grillismo è un insieme di rivendicazioni sociali e politiche giuste, frammiste a razzismo, xenofobia, fervore securitario, legalitarismo spiccio e una buona spruzzata di irrazionalismo antiscientista. Come ho avuto modo di dire più di un’occasione, è il popolo. Il popolo è tutto ciò, tutto e il contrario di tutto: solidarietà ed egoismo, razzismo e multiculturalismo, clericalismo e anticlericalismo, razionalismo e irrazionalismo. Ragione e oscurantismo, reazione e progresso. Il popolo è melma? Si, ma facciamocene una ragione, in quella melma sguazziamo tutti e noi stessi siamo melma.
Piaccia o non piaccia è con questo che dobbiamo fare i conti, ed è nella melma che dobbiamo immergerci per trovare risposte e compromessi nell’agire.
Per quanto una canaglia spocchiosa e saccente come me possa trovarsi a disagio laddove non c’è purezza di spirito e nobiltà di pensiero, è in nelle pieghe annerite e maleodoranti della società che si trova la gran massa degli individui, persone che al bon ton e alla cultura borghese, raffinata quanto ipocrita, preferiscono l’orrido nazionalpopolare, vero emblema di ribellione delle classi più umili, ed è con quegli individui che devo dialogare per trovare una accordo che migliori la vita di tutti.
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domenica 29 novembre 2015
giovedì 4 ottobre 2012
Chavez o barbarie
La grave colpa di Chavez è quella di essere un "negro". Nulla mi
toglie dalla testa che, propaganda a parte, se fosse stato un tizio
biologicamente più compatibile e maggiormente empatico per la sensibilità
occidentale, avrebbe avuto un trattamento migliore. I media si ostinano a
definirlo un dittatore o un caudillo, malgrado continui ad essere
regolarmente eletto con libere elezioni e malgrado che le libertà
democratich in Venezuela siano garantite a tutti.
Paradossalmente, vista la concentrazione dei media in mani non certo
imparziali, il problema delle democrazia riguarda più l'opposizione di
Chavez. Spero vivamente che vinca di nuovo(F.C.)
Fulvio Grimaldi da Informare per Resistere
Nella nostra condizione di schiavi coloniali non riuscivamo a vedere che la “Civiltà Occidentale” nasconde dietro alla sua scintillante facciata una muta di jene e sciacalli. E’ l’unico termine da applicare a chi si aggira per realizzare “compiti umanitari”. Una belva carnivora che si nutre di genti disarmate. Ecco cosa fa all’umanità l’imperialismo. (Che Guevara, all’Assemblea Generale dell’ONU, 1964)
Fulvio Grimaldi da Informare per Resistere
Nella nostra condizione di schiavi coloniali non riuscivamo a vedere che la “Civiltà Occidentale” nasconde dietro alla sua scintillante facciata una muta di jene e sciacalli. E’ l’unico termine da applicare a chi si aggira per realizzare “compiti umanitari”. Una belva carnivora che si nutre di genti disarmate. Ecco cosa fa all’umanità l’imperialismo. (Che Guevara, all’Assemblea Generale dell’ONU, 1964)
Per quante critiche possano essere la situazione e le
circostanze in cui vi trovate, non disperate; è proprio nelle occasioni
in cui c’è tutto da temere che non bisogna temere niente; è quando siamo
circondati da pericoli di ogni tipo che non dobbiamo averne paura; è
quando siamo senza risorse che dobbiamo contare su tutte; è quando siamo
sorpresi che dobbiamo sorprendere il nemico. (Sun Tzu, L’arte della guerra)
Ci siamo seduti dalla parte del torto perché tutti gli altri posti erano occupati. (Bertold Brecht)
Fra poche ore, con le elezioni presidenziali in Venezuela, dove
Hugo Chavez si candida al terzo mandato, scocca un’ora decisiva per
l’intero continente e, come succede col sasso gettato in acqua,
l’increspatura delle onde arriverà ai lidi più lontani. In che contesto
si inserisce questo avvenimento epocale? Scendiamo per l’America Latina,
dall’alto in basso. Con l’eccezione del Nicaragua dei sandinisti (che
ieri ha annunciato di aver creato più posti di lavoro a tempo
indeterminato di tutto il Mesoamerica), dal Rio Bravo al confine
colombiano, imperversa la militarizzazione neoliberista e
narcotrafficante imposta dagli Usa con colpi di Stato, elezioni
truccate, finti socialdemocratici ed effettivi fantocci. Il Messico di
Neto, ladro delle vittoria di Lopez Obrador, insanguinato
dall’incessante carneficina di cartelli e militari, entrambi controllati
dagli “specialisti” Usa, e l’Honduras della decimazione degli
oppositori al post-golpista Lobo e dei contadini nelle aree sequestrate
dai latifondisti delle monoculture, sono i modelli di una riconquista
strisciante del “cortile di casa” yankee. Con quelle basi militari che
Zelaya, presidente liberal honduregno rovesciato dal
golpe di Obama, voleva chiudere, l’intervento diretto di militari Usa
contro i settori sociali in lotta (Misquitos), la DEA nuovamente
regolatrice dei percorsi ed equilibri del narcotraffico, il corridoio,
che deve assicurare il transito della droga dalla Colombia al famelico
mercato Usa e alle sue banche, è stato consolidato e blindato.
Il Centroamerica normalizzato, mannaia sul Venezuela
La regione tra Caraibi e Pacifico torna ai nefasti Usa degli anni
’70-’80, quando marines, squadroni della morte e gorilla locali la
chiusero in una morsa che costò centinaia di migliaia di vittime civili.
Strumenti aggiornati sono, oltre a quelli praticati allora, i cartelli
della droga e la bande criminali giovanili, pandillas, frutto
dell’emarginazione e della fame, e una militarizzazione gestita da
specialisti Usa, finalizzata a reprimere ogni accenno di protesta
sociale. Tra Guatemala, Salvador e Honduras, triangolo Nord della fascia
centrale, gli indici di violenza sono i più alti del mondo e
l’Honduras, tornato amerikano, ha ora superato il Messico come numero di
omicidi, anche di giornalisti. A che tutto si svolga secondo i piani
sinergici Pentagono-Cia-DEA , ai termini dei nuovi trattati di
sottomissione conclusi tra Usa e questi paesi (“Associazione di
Sicurezza Civile dell’America Centrale” e “Iniziativa Rergionale di
Sicurezza per l’America Centrale”, creature di Obama che estendono i
precedenti Plan Colombia e Plan Merida) ci pensano le forniture
militari, quadruplicate rispetto a dieci anni fa, l’incremento degli
effettivi militari nel ruolo di poliziotti, la militarizzazione della
polizia, la corruzione colossale di tutti i gangli dello Stato, così
resi ricattabili, e, last but not least, l’ultimo ritrovato
delle guerre e repressioni imperiali, i droni, Già volteggiano su tutto
il Centroamerica, come su Afghanistan, Pakistan, Yemen, Somalia, gli
stessi Usa, capaci di tutto vedere e di tutto colpire, secondo le liste
di assassinandi “su sospetto” compilate da Obama.
La Colombia, costellata di 7 basi nordamericane, ha sostituito al
brutale narcofascista Uribe il “moderato” Santos, arresosi alla forza di
un movimento di massa , la Marcha Patriotica, che ha imposto
il negoziato tra regime e l’invincibile guerriglia delle FARC, ma
mantiene il ruolo di eventuale strumento bellico contro il Venezuela.
Con l’eccezione dell’Ecuador di Correa, la costa del Pacifico che va
dalla Colombia attraverso il Perù fino al Cile, è in mano a vassalli
mascherati (Ollanta Humala), o dichiarati (Sebastian Pinera), che si
vedono però affrontati da indomabili movimenti di contestazione, di
studenti e masse popolari in Cile e di comunità indigene e campesine nel
Perù. Paraguay e Uruguay sono finiti sotto le grinfie Usa, il primo con
il colpo di Stato che ha defenestrato Fernando Lugo, il secondo
condotto dall’ex-tupamaro Mujica dalla speranza del riscatto, dopo
decenni di dittatura, alla desolazione del rientro negli schemi
repressivi del neoliberismo.
Brasile e Argentina hanno in comune la difesa della sovranità e
dell’autonoma politica estera dalle incursioni Usa e UE, il primo con
aspirazioni subimperialiste e dominio del mercato e la seconda impegnata
con Cristina Kirchner in un difficile, ma progressivo spostamento verso
un’autentica socialdemocrazia. Le varie alleanze di carattere
politico-economico, Mercosur, Unasur, Alba, Celac, hanno però tutte un
segno di integrazione continentale, indipendenza economica, riscatto
sociale e rifiuto delle interferenze esterne al continente, al punto che
perfino regimi di destra, succubi degli Usa nei trattati di libero
scambio, come il Cile e la Colombia, non hanno potuto che schierarsi con
il resto del continente contro il golpe in Paraguay. Con
l’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), che in passato determinava
esiti di conflitti favorevoli agli Usa, fortemente indebolita da questi
organismi interstatuali da cui Washington è esclusa, l’egemonia
imperialista sull’America Latina è ridotta ai brandelli delle roccaforti
militari sparse sul continente e delle operazioni di destabilizzazione
affidate a movimenti separatisti, spesso indigeni con la copertura di
più o meno fondati integralismi ecologici. Questi, finalizzati anche a
suscitare nelle sinistre mondiali critiche e opposizione ai paesi della
svolta progressista o radicale.
Il motore dei cambiamenti verificatisi in America Latina dagli ultimi fuochi neoliberisti del Novecento, con l’argentinazo
del 2001, i movimenti insurrezionali trionfanti in Bolivia ed Ecuador
con successive vittorie elettorali delle sinistre antimperialiste in
questi paesi, come in Nicaragua e Venezuela, è fuor di ogni dubbio la
rivoluzione bolivariana di Hugo Chavez. Il miglioramento delle
condizioni di vita di popolazioni storicamente emarginate e oppresse, il
ricupero della dignità nazionale, la spinta all’integrazione di popoli
uniti da lingua, cultura, storia di lotte anticoloniali, nel solco di
Martì e Bolivar, il potenziamento economico e diplomatico derivato da
una configurazione planetaria che al dominio degli Usa ha sostituito la
collaborazione con grandi aree strategiche (Iran, Cina, Russia, Africa,
India), la grande attenzione all’ambiente, sono tutte medaglie che, per
primo, si può fissare al petto l’ex-capitano dei parà che, attraverso le
più democratiche delle elezioni, confortate dalla mobilitazione
popolare contro ogni reazione, ha dimostrato la possibilità del cammino
verso il “Socialismo del XXI Secolo”. Sono questi antecedenti a fare
delle elezioni del 7 ottobre la pietra filosofale che trasforma il
piombo della dipendenza e del sottosviluppo in oro rivoluzionario per
tutto il continente.
Una sconfitta di Chavez rischia di implicare, venendo a mancare il
protagonista e l’ispirazione ideologica della spinta al cambiamento,
l’arretramento generale per l’intera regione. La sua vittoria, resa
prevedibile da un vantaggio sull’avversario Capriles, che da sempre si
aggira intorno ai venti punti, comporta il rafforzamento del blocco più o
meno antiliberista, ma uniformemente antimperialista e la messa
all’angolo dei rigurgiti reazionari e collaborazionisti. L’effetto
emozionale, psicologico, oltrechè economico e politico, dell’ennesima
vittoria di Chavez, su noi sprofondati nella crisi costruita per
derubarci e annichilirci, sui popoli in resistenza, con conferma e
accelerazione dell’alternativa latinoamericana al necrocapitalismo
neoliberista, antidemocratico e guerrafondaio, sarà incalcolabile.
L’Impero e i suoi regimi sguatteri hanno ben presente l’effetto contagio
sull’oceano dei deprivati del fenomenale riscatto delle masse popolari
realizzato in Venezuela con le varie missioni sociali (casa, salute,
istruzione, indigeni, donne, lavoro) e la riorganizzazione dello Stato
dal basso, con le nazionalizzazioni strategiche, con i consigli
comunitari sul territorio e i consigli operai nelle fabbriche, dotati di
poteri d’intervento e decisione. La povertà ridotta del 40%,
un’istruzione capillare, con le decine di nuove università pubbliche
gratuite, che, insieme ai movimenti di base a sostegno e sollecitazione
del chavismo, ha elevato a livello generale la coscientizzazione
politica della popolazione, la sovranità alimentare perseguita con i km
zero e l’intervento statale su produzione e distribuzione che ha
tagliato le unghie ai supermercati oligarchici e multinazionali, sono
modelli a cui guardano milioni di latinoamericani privati di giustizia
sociale, emancipazione politica e culturale.
Ho ancora luminoso il ricordo di quel Mercal di tutti i Mercal locali,
che si svolge ogni mese, immenso, in Avenida Bolivar di Caracas, dove
folle di famiglie, anziani, donne, acquistano tutto a prezzi ridotti
della metà, godono di visite oculistiche e mediche gratis, si suona, si
canta, si balla,in quell’allegria che viene evocata in ogni discorso del
Comandante. La spesa pubblica per investimenti del welfare rappresenta
il 61% di tutti gli introiti dal 1999 al 2011. Prima era del 36%. I dati
ONU confermano che il Venezuela è oggi il paese latinoamericano con
meno diseguaglianze. Particolare rimbombo non può non aver suscitato la
nuove legge “antiforneriana” del lavoro, con la riduzione dell’orario da
44 a 40 ore, un aumento dei salari che è il più alto del continente e
il rifiuto dei licenziamenti a discrezione del datore di lavoro.
Contro Chavez e la rivoluzione bolivariana, che ancora si muove
nell’ambito dell’economia mista mercato-socialismo, ma nelle parole del
presidente punta a un’accelerazione verso la fine del capitalismo, si è
candidato alla presidenza Henrique Capriles Radonski, figlio di madre
ebrea polacca e di padre ebreo sefardita (la comunità ebraica
venezuelana è stata coinvolta ripetutamente, e fin dal tempo della
serrata padronale post-golpe del 2001-2, in manovre di
destabilizzazione. Si tratta del miliardario (in dollari) rampollo della
più reazionaria componente dell’oligarchia golpista, già governatore
dello Stato di Miranda, deputato e sindaco, protagonista del golpe che
inaugurò una dittatura di 48 ore, privatizzatore accanito, fautore del
ritorno della PDVSA, l’ente petrolifero di Stato, alle condizioni
pre-Chavez di terra di razzìa dell’oligarchia e di controllo delle corporations
Usa. Foraggiato da fondi Usa, sostenuto da una pletora di Ong
teleguidate da organismi cripto-Cia, come NED, USAID, Freedom House,
Amnesty, per la penetrazione dal basso, garante dichiarato dell’accordo
capestro di libero scambio (ALCA) con gli Usa, collegato a fazioni
fasciste come Tradicion, Familia y Propiedad, a guida del partito di estrema destra Primero Justicia, ora confluito nella coalizione antichavista MUD (Mesa de La Unidad Democratica), Capriles
non pare avere la credibilità necessaria a sovvertire il pronostico che
favorisce il vincitore di ben 14 successive elezioni. Il suo tentativo
di mascherarsi da difensore degli interessi popolari con la promessa di
mantenere e “migliorare” le misiones sociali, è ridicolizzato dal proposito di riprivatizzare la PDVSA, principale finanziatrice di tali misiones,
in virtù del fatto che il Venezuela è il quarto produttore mondiale di
idrocarburi e il detentore dei suoi giacimenti più cospicui.
Hugo Chavez viene attaccato da tre lati. Uno, del tutto irrazionale
e irrilevante, popolare tra residui trotzkisti, è quello del
massimalismo presunto marxista che gli imputa di non aver subito
liquidato ogni proprietà privata, di essere affetto da caudillismo, di
offrire un ulteriore alito di vita al capitalismo in crisi mortale.
L’altro denuncia, con qualche fondamento, la formazione di una
cosiddetta “boliburguesia”, con riferimento al consolidarsi di
un ceto dirigente burocratico che mirerebbe essenzialmente alla
conservazione dello status privilegiato acquisito all’ombra della
”rivoluzione”. Un fenomeno che conosciamo, in proporzioni sicuramente
più gravi, in tutte le esperienze di “socialismo realizzato”, con
particolare evidenza recente nella Cuba delle riforme di mercato. Qui il
compito dell’alternativa bolivariana non poteva facilmente essere
completato nei pur fattivi 13 anni del governo chavista. Si trattava di
rivoltare come un calzino un paese le cui strutture erano corrose fino
al midollo da una classe dirigente ladra, inetta e corrotta, prona a
ogni diktat statunitense. Ci sarà pure un nuovo ceto medio “bolivariano”
che ha avuto modo di inserirsi nei gangli dello Stato, ma non pare
questa l’insidia maggiore. Piuttosto, con la lenta e faticosa formazione
di nuovi quadri dirigenti rivoluzionari corre parallela anche la
necessità di completare la bonifica di apparati, come il giudiziario e
la polizia, intrisi di revanscismo e sostenuti occultamente dai nemici
interni ed esterni di Chavez. Il tridente d’attacco è completato dalle
mene di Cia e Mossad, alimentatrici del grave problema di una sicurezza
urbana compromessa dalla criminalità di strada e che tirano le fila
delle costanti infiltrazioni terroristiche di paramilitari colombiani.
Nessuna di queste armi controrivoluzionarie pare oggi in grado di
sovvertire il pronostico elettorale e di destabilizzare in profondità
l’assetto di Stato e società. Numerosi segnali, addirittura confortati
da minacce di spericolati rappresentanti diplomatici Usa, indicano che
nel Nord dell’emisfero ci si sia rassegnati alla stanca ripetizione di
quanto tentato in precedenti elezioni, in particolare nel 2004, in
occasione del referendum per la revoca del mandato di Chavez chiesto
dall’oligarchia. Lo schemino è quello, alquanto logoro e screditato,
messo in atto anche in Russia contro Putin e in Iran contro Ahmadi
Nejad: vittorie eclatanti dei candidati sgraditi negate dall’accusa di
brogli mosse dalle cancellerie occidentali, dai loro mercenari mediatici
e da piazze incendiate per la bisogna. Grottesco, se si pensa alla
limpidezza di elezioni condotte e risolte sotto il cappello a stelle e
strisce, dal Messico all’Iraq, dall’Afghanistan all’Honduras, da Haiti
alla stessa metropoli di Bush Primo e Secondo.
In Venezuela, nella carenza di altri strumenti propagandabili, si
deve fare di necessità virtù e si punta alla migliore delle ipotesi: una
jacquerie innescata da denunce di brogli urlate dal coro mediatico,
tuttora sotto controllo oligarchico (nel sistema elettorale
automatizzato giudicato il più trasparente e sicuro di tutto
l’emisfero), che possa portare a interventi repressivi tali da poter
gridare alla dittatura e invocare interventi esterni, diretti, o per
interposta Colombia (a cui parecchio costerebbe, vista la funzione di
quinta colonna interna che la sua robusta guerriglia e l’impetuosa nuova
opposizione politica assumerebbero, sul modello del PKK curdo e delle
sinistre in Turchia a contrasto del bellicismo antisiriano di Erdogan).
Intanto, secondo molti, un campanello d’allarme e una prima prova di
terrorismo destabilizzante sono stati, a fine agosto, l’esplosione e
l’incendio di Amuay, la più grande raffineria del paese, una delle
maggiori del mondo, garanzia del controllo nazionale sul ciclo
petrolifero che prima era delocalizzato nelle raffinerie Usa. 40 morti e
scatenamento dell’informazione oligarchica su presunte responsabilità
della gestione statale. Insicurezza e panico, basi su cui costruire un
discontento di massa, campagne di demonizzazione e interventi esterni.
L’inchiesta è in corso.
Juan Contreras lo incontro a Caracas nel quartiere “23 gennaio”,
casamatta rivoluzionaria fin dai tempi della lotta armata contro
dittatori e despoti della seconda metà del secolo scorso. Militante
rivoluzionario marxista, con la solita passione latinoamericana per
Gramsci, è il fondatore e leader della Coordinadora Simon Bolivar. Il
suo quartiere, roccaforte proletaria da quando il dittatore Jimenez
sconvolse Caracas con il modernismo straccione dell’urbanistica da
massimo sfruttamento del suolo, vanta la più bella distesa di murales
della capitale. Narra le vicende di una lotta che origina nell’800 della
liberazione anticoloniale e prosegue fino ai temi e obiettivi di oggi.
Immancabile su tante pareti Che Guevara, mentre sulla parete in fondo
alla sala delle assemblee, tra le tante di lotte in giro per il mondo,
pende una bandiera dei nostri Cobas.
“La base fondamentale del nostro processo è il movimento popolare che ha ancora molti compiti davanti a sé”, dice Juan.
“Tra quelli principali è liberarsi della vecchia struttura dello Stato,
marcata dalla logica del capitale. Chavez sottolinea il problema della
transizione alla maniera di Gramsci: siamo intrappolati in uno Stato che
rifiuta di morire e uno Stato che rifiuta di nascere. Dobbiamo
liberarci delle vecchie strutture, quelle che impediscono l’avanzata del
processo guidato da Chavez. Ci sono alcuni al vertice che pensano di
poter imporre una rivoluzione dall’alto, ma noi ci troviamo in una fase
di passaggio e senza la forza e le idee del movimento di massa non si
andrebbe avanti. Dall’8 ottobre di quest’anno, il giorno dopo le
elezioni presidenziali, il nostro obiettivo deve essere di contribuire a
costruire una vera democrazia, rappresentativa e, come diciamo noi,
protagonica. Protagoniste le masse. Il processo dal 1998 al 2012 è stato
un processo di risveglio politico, di maturazione delle coscienze, di
consegna alle masse di strumenti di riscatto sociale, economico e
culturale. Ora è il tempo per passare all’incasso, con il popolo che
assume il suo ruolo storico di protagonista. Non viviamo in una società
perfetta. Abbiamo ancora un sacco di cose da fare, ma almeno conosciamo i
nostri problemi. Stiamo costruendo una nuova società fondata sul lavoro
di donne e uomini che, inevitabilmente, hanno debolezze.
Sono le idee e le parole di gente come Juan Contreras, e che lui
auspica continuino ad essere quelle di Chavez e della sua squadra, che
hanno posto il Venezuela al centro della geografia del pianeta. Sono i
fatti e i propositi che mandano i brividi per la schiena di chi conta di
trasformare questa geografia, la comunità sana dei popoli e delle
classi, in dittatura dell’1%. Nel deserto che stiamo attraversando
noialtri, dove non c’è riflesso d’acqua ma solo luci di miraggio, siamo
al punto dove la speranza è l’ultima a morire. Ma dal Venezuela,
dall’America Latina, si aprono sorgenti che promettono di far fiorire i
deserti. Travolgendo coloro che ci vogliono convincere che l’ultima
speranza è quella di morire.
lunedì 3 settembre 2012
Sulla rete spunta fuori il Grillo razzista
da globalist.it
«In mezzo alla strada non è possibile: oggi con i telefonini fanno succedere un casino, l'immagine di quel telefonino è andata a un miliardo di musulmani!!! Sono coglioni!». Non è la solita lezione sui nuovi media quella che Grillo impartisce ai carabinieri nello spezzone di un suo spettacolo che sta facendo il giro del mondo via web. Si tratta di vere e proprie istruzioni per l'abuso di marocchini che l'ex comico "regala" alla Benemerita per evitare di provocare scalpore nell'opinione pubblica, soprattutto in quella islamica.
Ora non è più un mistero per nessuno che il marchio di Casaleggio & associati stia strizzando l'occhio al senso comune razzistoide in libera uscita dalla Lega ma l'episodio cui pare alludere Grillo è quello del pestaggio di un mahgrebino mezzo nudo e fuori di sé pestato da due carabinieri il doppio di lui. Era a Sassuolo nel febbraio del 2006 (il giudice archivierà). Anche lo spettacolo è del 2006 quando Grillo iniziava la crociata liberticida contro i giornali di partito.
«Se i marocchini vengono qui e rispettano le regole, se no fuori dai coglioni! (il pubblico si spella le dita dall'applaudire)... Però vuoi dare una passatina a un marocchino che rompe i coglioni? Lo prendi, lo carichi in macchina, senza che ti veda nessuno, lo porti un po' in caserma e gli dai due schiaffetti». Solo due schiaffetti ma "occhio non veda così che cuore non dolga". Qualche mese dopo, il sito del popolare ex testimonial di yogurt provò ad appropriarsi del caso Aldrovandi. Patrizia Moretti e Lino, i genitori del diciottenne ucciso da quattro agenti in un violentissimo "controllo" di polizia, furono invitati più volte alle kermesse del popolo a cinque stelle.
Chi è il vero Grillo? Il dibattito in rete è più acceso che mai. I grillini di stretta osservanza invitano a non decontestualizzare. La stessa motivazione del giudice che archiviò l'indagine sui due carabinieri a cui il marocchino diede delle «panciate sui piedi». E Patrizia Moretti, interpellata da Globalist, dice di sentirsi «ferita da queste parole di Grillo. Non ho visto tutto il resto dello spettacolo ma suggerire gli "schiaffi" al riparo dai telefonini è una cosa che mi fa davvero male!».
mercoledì 13 giugno 2012
Benvenuti in Louisiana, la più grande prigione del mondo
di
Cindy Chang (da The
Times-Picayune)
traduzione per Doppiocieco di Domenico D'Amico
| Disegno di Eric Drooker |
La
Louisiana è la capitale mondiale delle carceri. Questo stato, in
percentuale, mette dietro le sbarre un numero di suoi cittadini
superiore a quello di qualunque altra parte degli USA. Essere primi
tra gli americani significa essere i primi nel mondo. Il tasso di
incarcerazione della Louisiana è tre volte quello dell'Iran, sette
volte quello della Cina e dieci volte quello della Germania.
Il
meccanismo occulto che sta dietro questa macchina detentiva ben
oliata è uno solo: il denaro. La maggioranza dei detenuti della
Louisiana sono raccolti in istituzioni che hanno come scopo il
profitto, che deve essere garantito da un flusso costante di esseri
umani, pena il fallimento di un industria da 182 milioni di dollari.
Una
parte del mercato è controllata da compagnie di origine locale. Ma
quello che è unico, in Louisiana, è che molti degli imprenditori
carcerari sono sceriffi rurali. In remote località di campagna come
Madison, Avoyelles, East Carroll e Concordia, essi posseggono un
enorme potere. Una buona parte delle forze di polizia della Louisiana
viene finanziata scremando legalmente i profitti dell'industria
carceraria.
giovedì 24 maggio 2012
Omofobia: tutte le castronerie anni 2010-11-12
di Andrea Bordoni (da Critica
Liberale)
Il Sen. Carlo Giovanardi,
Sottosegretario alla Famiglia, tuona contro il videogioco “The
Sims” perché ci sono coppie gay, e contro il libro per bambini da
3 anni in su “Tante famiglie, tutte speciali” (che educa a
rispettare anche le famiglie con due papà, due mamme, quelle
multietniche e i genitori single), (15 maggio 2011)
L’imam di Segrate Ali Abu
Shwaima a pochi giorni dal voto per le comunali di Milano
dice di non votare Sinistra e Libertà perché il suo leader Nichi
Vendola è gay, condotta che “contrasta con l’etica islamica e
noi non possiamo condividere questo comportamento”. (9 maggio 2011)
Circolo culturale Christus Rex
e un gruppo di Forza Nuova, contrari alla
rivisitazione in salsa omosex di Giulietta e Romeo (già contestata
da Giovanardi), protestano indossando magliette con la scritta “Noi
Giulietta e Romeo voi Sodoma e Gomorra”, e recitando rosari
“riparatori” per “evitare o almeno attenuare i castighi di Dio
che pioveranno sulla città per lo spettacolo”. (9 maggio 2011)
Alberto Zelger,
consigliere della Lista di centrodestra Tosi: “La libertà di
espressione va garantita ma senza premiare le diversità che mal si
conciliano col bene comune”. (9 maggio 2011)
La Curia di Palermo,
“nel pieno rispetto delle norme date dalla Santa Sede“, ha
vietato la veglia di preghiera indetta dai cristiani omosessuali in
occasione della giornata internazionale contro l’omofobia. (7
maggio 2011)
Il presidente dell’Udc Rocco
Buttiglione: “Quando i bambini delle famiglie tradizionali
sono grandi pagano tasse e contributi anche per le pensioni e
l’assistenza sanitaria di quelli che i bambini non li hanno avuti e
che hanno avuto molti soldi in più durante la vita. Sennò da dove
pensiamo che si prendano i soldi per pagare le pensioni ai gay?”.
(28 aprile 2011)
mercoledì 23 maggio 2012
I veri valori degli antiabortisti
di
Domenico D'Amico
![]() |
| Bubba Carpenter |
Queste
le parole di un parlamentare (Repubblicano) del Mississippi, Bubba
Carpenter (non è uno scherzo, si chiama davvero Bubba):
“Abbiamo letteralmente bloccato l'aborto nello stato del Mississippi. A tre isolati dal Parlamento ridiede l'unica clinica del Mississippi che pratica aborti. È stato presentato un progetto di legge. Dice che se qualcuno vuole praticare un aborto nello stato del Mississippi, bisogna essere ostetrici/ginecologi certificati e avere admitting privileges [1] presso un ospedale. Chiunque lavori in campo medico sa quanto sia difficile ottenere admitting privileges presso un ospedale. (…)Il disegno di legge troverà opposizione, è ovvio, alla Corte Suprema eccetera – ma abbiamo letteralmente bloccato l'aborto nello stato del Mississippi, legalmente, senza dovere [aver a che fare con] Roe contro Wade [2]. E così l'abbiamo fatto. Ne sono orgoglioso. Il governatore ha controfirmato la trasformazione in legge. E naturalmente adesso c'è l'altra parte. Dicono, tipo 'allora le povere misere donne che non si possono permettere di andare fuori dallo stato cominceranno a farlo da sole a casa col ferro da calza [3].' L'ho sentito e risentito e risentito.Ma, ehi, dei valori morali bisogna averli. Bisogna cominciare da qualche parte, ed è quello che abbiamo deciso di fare. È diventata legge e il governatore l'ha firmata, e credo che per una volta qui nello stato del Mississippi siamo in testa alla nazione.”
Non
è magnifico? (I Repubblicani hanno cercato di far
sparire le prove di quanto detto dal loro collega)-
Il
Mississippi ha anche il tasso più alto di mortalità infantile degli
USA, e naturalmente saranno le donne nere e di basso reddito che
ricorreranno all'aborto clandestino. Esattamente come nella vecchia
Italia prima della 194, ai maschi abbienti non secca che le donne
ricche vadano all'estero ad abortire, ma fa orrore che quelle di
classe plebea possano farlo senza essere macellate. Negli USA c'è
l'aggravante del razzismo più repellente.
Quando
sento che, in un contesto come quello italiano, i sepolcri
imbiancati di un parlamento a delinquere vogliono che sia
concesso ai
farmacisti di fare obiezione di coscienza e di non prescrivere la
pillola del giorno dopo, mi verrebbe da vomitare, ma poi guardo la
faccia di Bubba.
È
la faccia di uno che ti bombarderebbe senza pensarci un secondo.
Ehi,
ma bisogna pur averli dei valori, no?
[1]
Cioè la facoltà di curare i pazienti in quanto si fa parte dello
staff dell'ospedale o si è su una lista di medici autorizzati a
farlo. [USLegal]
[2]
“Roe contro Wade o Roe vs Wade (1973) è una sentenza della Corte
Suprema degli Stati Uniti d'America che rappresenta uno dei
principali precedenti riguardo alla legislazione sull'aborto.”
[Wikipedia]
[3]
Nell'originale si parla di coathanger (gruccia di metallo) che
è l'esatto equivalente (nei discorsi relativi all'aborto
clandestino) del famigerato “ferro da calza” delle mammane
italiche.
venerdì 4 maggio 2012
Attaccare la lega 5. Attenti a Tosi
Tosi, il sindaco di Verona, che
probabilmente verrà riconfermato alle prossime amministrative, mi
inquieta un po'. Si dice che noi italiani abbiamo un'indole
conciliante, un modo più educato per dire cialtrona, e che quindi
non siamo in grado di portare i nostri sentimenti fino al calor
bianco che genera odio e violenza al massimo grado. Sarà ma noi
italiani abbiamo inventato il fascismo, un fenomeno sicuramente
cialtrone, ma anche fortemente classista e violento, perfezionato poi
dai tedeschi, che ci hanno aggiunto potenza e tecnologia. Fatto sta
che Tosi e in generale la lega, fortunatamente in affanno,
rappresentano quel mix esplosivo la cui miccia può essere accesa
dalla crisi e causare una detonazione pericolosa. Il sindaco di
Verona esprime quel tanto di mistica neovolkish delle piccole patrie,
populismo, clericalismo reazionario e fascismo dichiarato, che
rappresenta l'humus ideale per lo sviluppo di un neo-totalitarismo.
Insomma ingredienti vecchi e totalitarismo nuovo. Tosi ha la faccia
gommosa e rassicurante di un Walter Matthau in erba e una grinta
ferina esaltata da un mascellone volitivo, uniti ad un'indubbia
capacità di modulare i toni del discorso passando dal ragionamento
pacato con argomentazioni razionali, al piglio deciso del mastino che
non si lascia mettere all'angolo. Tutto ciò gli conferisce indubbiamente un'immagine di estrema
autorevolezza. La capacità di assimilare
ingredienti estremistici nella propria compagine, dando loro un'apparenza
di normalità, lo rende estremamente pericoloso. Il Veneto è stato
sempre bianco e tradizionalista e la laboriosità del veneto casa e
bottega, ha trovato negli anni dello sviluppo economico dei punti in comune con i ceti possidenti e imprenditoriali, supportati dal
peggio della politica italiana. In tempi di crisi questo patto fra
ceti sociali si può riscrivere come garanzia fraudolenta di reddito
e sicurezza per certuni, magari condito con una retorica xenofoba e
razzista, e di intangibilità dei privilegi acquisti per gli altri.
Se riusciremo a contenere fenomeni di questo tipo la loro parabola
raggiungerà il suo acme e decadrà senza causare troppi danni,
altrimenti il rischio è che un simile patto, nato sulle
ceneri di una crisi devastante, contamini tutto il nord e allora
saranno guai. Tosi non si fa nessuno scupolo e probabilmente nell'intimo è davvero un fascista. In più di un'occasione è stato
immortalato alla testa di manifestazioni che vedevano sfilare
fascisti e naziskin della peggiore specie. Il sindaco di Verona vanta nella sua
compagine Andrea Miglioranzi con un passato nerissimo nel Fronte
Veneto Skin Head, addirittura inizialmente insediato da Tosi ai
vertici dell'Istituto di Storia della Resistenza. Uno che nella sua
pagina Facebook ha messo un video che si intitola “ Croci celtiche,
boia chi molla”. Miglioranzi non è però un personaggio solo
folcloristico. Ha le mani in pasta in società come la Veneto
Exibition ora il liquidazione, controllata in maggioranza da
Veronafiere ed è presidente della Sicurint, aziende che vive di
appalti pubblici ed è sponsor dell'Hellas Verona. Intrecci
affaristici che servono a creare una ragnatela di interessi che
possono ipotecare una buona fetta di consenso e rappresentare un
modello efficiente come quello lombardo. Ovviamente non può mancare
la curia in questa coalizione di volenterosi. Il vescovo Zenti ha già
dato la sua benedizione a Tosi e al suo “leghismo di buonsenso”.
Quello che stupisce un po', ma non più di tanto è l'appoggio a Tosi
( così dice certa stampa) di Cacciari, ma Cacciari si sa è un
filosofo idealista con una strana idea del pragmatismo in politica.
Come porre un argine a fenomeni del genere? In primo luogo
svincolarsi dalle scelte scellerate del Pd, che in Veneto come in
Lombardia ha sempre proposto candidati imposti dall'apparato e che
erano solo dei vuoti a perdere. Inoltre con la sua smania di
apparire un alunno diligente alla scuola del liberismo economico, il partito di Bersani è
ormai irrecuperabile in un'ottica che guarda al bene comune come
linea guida dell'azione politica. In secondo luogo se il progetto di
un Soggetto Politico Nuovo prenderà piede e saprà incidere sugli
assetti istituzionali, potremo recuperare una
grossa fetta di delusi e astinenti dalla politica, e al
contempo avviare dal basso un programma di riabilitazione
socio-politica della società italiana.
In ogni caso attenti a Tosi e a quelli
come lui.(F.C.)
martedì 10 aprile 2012
America, una fortuna lunga trecento anni (e ancora continua)
di Jon Schwarz (da A Tiny Revolution)
traduzione per Doppiocieco di Domenico D'Amico
Una delle cose grandiose dell'essere americani è che siamo proprio fortunati. Molti paesi hanno sterminato milioni di persone, e un bel po' di famiglie si sono ritrovate tristi e incazzate. Per cui qualche volta quei paesi si sono un po' sentiti in colpa. Ma quando NOI l'abbiamo fatto abbiamo sempre avuto la fortuna di farlo a gente che, in fondo, al suo massacro non gli dava poi tanto peso. Poco male, quindi.
Pochissimo tempo fa Steve Inskeep (alla NPR) ha sottolineato che gli afghani non si sono poi strappati i capelli per via del soldato USA che ha massacrato 16 loro concittadini, perché “la vita umana vale poco” da quelle parti.
Si tratta di grande giornalismo. Comunque, sarebbe stato ancora meglio se Inskeep avesse indagato se in Afghanistan la vita non fossde semplicemente “di poco valore”, ma anche “abbondante”, com'era in Vietnam:
WILLIAM WESTMORELAND: L'orientale non attribuisce un grande valore alla vita come fa l'occidentale. La vita è abbondante. La vita vale poco in Oriente.
E che dire degli iracheni?Piangevano forse come femminucce quando li ammazzavamo? Manco per idea:
FRED KAGAN, ARCHITETTO DEL “SURGE” IN IRAQ: Non so se avete visto le foto di Ramadi o Fallujah, somigliano a Stalingrado. Città totalmente annientate.La cosa interessante è che stavamo combattendo queste battaglie e infliggendo questo genere di danni, ma nell'insieme gli iracheni non piagnucolavano sui danni collaterali... In generale gli iracheni non dicono “dannazione, non avreste dovuto far saltare in aria tutte le nostre case.” In un certo senso accettano la cosa.
Sappiamo che le cose stanno esattamente così perché gli iracheni nutrivano gli stessi sentimenti quando negli anni 20 erano gli inglesi a massacrarli:
“I nativi di queste tribù amano il combattimento in quanto tale,” ha assicurato al Parlamento il Capo dello Sato Maggiore Aereo Hugh Trenchard. “Non hanno nessuna obiezione all'essere uccisi.” La tesi dei militari era che, sebbene gli attacchi aerei indiscriminati avrebbero potuto turbare l'animo del civilizzato pubblico londinese, simili azioni erano dagli arabi viste in una prospettiva differente. Come osservava un comandante britannico, “[gli sceicchi]... non sembrano prendersela tanto ...quando donne e bambini vengono accidentalmente uccisi dalle bombe.”
Ed eccoci ai coreani. Questa è la recensione dell'autobiografia di Curtis LeMay, in cui LeMay spiegava come mai i massicci bombardamenti a tappeto contro la Corea del Nord durante la guerra non aveva condotto alla sua resa:
LeMay [sostiene] che i bombardamenti fallirono a causa di “una filosofia orientale eterna e fanatica.” Egli continua, “Il logoramento dell'essere umano non significa nulla per gente del genere,” dato che la loro vita terrena è talmente miserabile da far loro guardare con favore a una morte che gli promette “di tutto, dal tè preso coi loro antenati alla loro fetta di danzatrici d'oro in Paradiso.”
Naturalmente tutto questo potrebbe dare l'impressione che sia una cosa tipica dell'Emisfero Orientale, e invece no. Anche la gente dell'Emisfero Occidentale non ha nulla in contrario a farsi ammazzare dall'America, come hanno osservato dei soldati USA:
Il marine Julian Smith ha testimoniato che la “psicologia razziale” delle “classi più povere di nicaraguensi” li rendeva “estremamente ottusi [densely ignorant]... Uno stato di guerra per loro è una condizione normale.” Sullo stesso tono, il Colonnello Robert Denig osservava nel suo diario, “Per loro la vita vale poco”... Alla domanda se avesse assistito a brutalità da parte degli americani ad Haiti, il Generale Ivan Miller replicava che “dovete tenere a mente che quello che consideriamo brutalità negli Sati Uniti è diverso da quello che loro considerano brutalità.”
Per finire, in Notes on Virginia, Thomas Jefferson fece ricerche è scoprì che i suoi schiavi africani non provavano emozioni allo stesso modo dei bianchi:
Le loro pene sono transitorie. Le innumerevoli afflizioni che ci fanno dubitare se il cielo ci abbia donato la vita per generosità o invece crudeltà, tra di loro sono meno sentite, e presto dimenticate.
Altri studiosi scoprirono che gli africani erano meno sensibili anche fisicamente:
I negri sono privi di sensibilità a un livello sorprendente... ciò che causerebbe un dolore insopportabile per un uomo bianco lascerebbe un negro indifferente.
Ecco come stanno le cose: magari abbiamo combinato cose che sarebbero considerate cattive se le avessimo fatte a gente sensibile come noi, ma ogni volta la fortuna ci ha assistito. E ora come ora ho la sensazione che molto presto verrà fuori che per gli iraniani essere ammazzati non è poi quella gran cosa.
venerdì 16 dicembre 2011
Eccola qui, la vera Lega
di Daniele Sensi da espresso.repubblica
II figli degli immigrati? «Un bel lanciafiamme, e che si brucino queste merde». Il piano svuota carceri? «Lo facciamo noi con un mitragliatore dal balcone». Napolitano? «Un terrone del cazzo, gli ci vorrebbe un colpo in testa». E' il gruppo su Facebook 'Padani si nasce', a cui aderiscono anche i parlamentari Reguzzoni, Rondini, Fugatti, Mura, Pittoni e Stiffoni
(16 dicembre 2011)
Sempre su Facebook, ha fondato "Padani si nasce, cuore leghista", gruppo - chiuso e riservato - dell'orgoglio padano.
Ne fa parte anche Giovanna, bresciana, «casalinga, moglie e mamma», immagini di Topolino, Bambi e Winnie The Pooh sul proprio profilo pubblico. Sulla cittadinanza ai figli degli immigrati ha le idee chiare: «Un bel lanciafiamme, e che si brucino queste merde». Quanto ai loro genitori invece si chiede: «Perché, quando aprono la porta, c'è una puzza strana che fa schifo?».
Opinione condivisa da Remo, un odontotecnico di Mantova: «Sapessi che odoraccio quando vengono da me, sono peggio della capre», mentre Anna Paola prova a rispondere: «Puzzano perché non si lavano dopo che fanno l'amore, per non parlare della loro puzza naturale, che è nauseabonda. Tempo fa ho sentito dire in televisione che il loro sesso ha un odore disgustoso, indelebile, che non va via neanche se lo lavi con un sapone speciale».
Appartiene al gruppo anche "Maestra Marzia", insegnante di una scuola elementare che sul web amministra un blog di filastrocche, ninne nanne, esercizi di scrittura ed altro materiale didattico «utile agli alunni in caso di assenze prolungate per malattia». Una maestra modello, che sulla propria bacheca condivide foto di «pasticcetti in cucina» e di Topo Gigio, ma che nel gruppo "Padani si nasce", da quando il presidente Napolitano ha definito «una follia» negare la cittadinanza ai bambini nati in Italia da genitori immigrati, non si dà pace: «Non si trovano 3000 miseri euro per un ingranditore utile ad un mio alunno ipovedente, mentre si pagano almeno tre volte tanto i facilitatori linguistici per gli alunni cinesi che si rifiutano di ripetere anche la più semplice parolina di italiano. Cosa mai potranno invece dare i cinesi che sia di utilità comune?».
Tutti iscritti ad un gruppo che per mettere a tacere quel «vecchio di merda» e «terrone del cazzo» di Napolitano propone «un colpo in testa» e, per ritorsione, «un attentato alle Coop». Un gruppo esplicitamente razzista («mischiare le razze non ha mai portato bene») e omofobo («dovremmo equiparare i gay ai pedofili così Vendola la finisce di fare il ricchioncello per strada») che, a fronte dei reati commessi da cittadini stranieri, vorrebbe «dare una ripulita», «aprendo la caccia con i pallettoni per cinghiali, almeno li traforiamo per bene». Con un trattamento di riguardo per gli immigrati malati di TBC («con loro usiamo la fiamma ossidrica, così non ne rimane nemmeno una cellula»), e per i rom: «Mettiamoli nelle stufe a legna, in modo da farne carburante alternativo».
Perchè «i rom», spiega Luca, bresciano, amorevoli foto dei suoi bambini in bacheca, «ladri, stupratori e assassini nascono, ladri, stupratori e assassini moriranno: personalmente adotterei per loro le stesse politiche usate dal Führer». «Anziché stanziare fondi per l'integrazione dei rom, L'Unione Europa dovrebbe finanziare l'apertura dei forni», rilancia Alessandro, consulente aziendale nel comasco. Mentre Giovanna – quella appassionata di Topolino, Bambi e Winni The Pooh - euforica applaude: «Evvai! Che bello vederli bruciare!».
mercoledì 29 luglio 2009
Donne uccise: i maschi non concedono neppure la semilibertà
di Enza Panebianco (da femminismo a sud via Gennaro Carotenuto)
Parliamo di femminicidio all’italiana. Lei è una martire o una arpia. Lui è sempre depresso. Nel giro di pochi giorni su parecchi quotidiani avete potuto leggere la storia di Mariagrazia, uccisa dal solito marito che dopo averle tolto la vita si è suicidato, di Rossana, uccisa dal convivente che dopo una fuga si è costituito, di Teresa, uccisa dal marito e poi perfino insultata (era un'arpia!), di una donna della quale nessuno scrive il nome, che viene massacrata a colpi di accetta da un uomo che aveva già tentato di uccidere la ex moglie, di Rosalia, morta a 17 anni perché è chiaro che "se mi lasci non vale", di Miriam e Anna, la prima morta per mano certa e la seconda ancora non si sa, di molte altre ancora che se sommate diventano un numero spaventoso del quale ci si rende conto solo a contarle ogni giorno.
Tra gli assassini ci sono i mariti depressi, quelli pietosi che tolgono la vita perché "lei era malata", quelli che "lei era un'arpia", quelli che "lei era una puttana e lo faceva impazzire", quelli che "lui l’amava troppo e lei voleva lasciarlo".
Normalmente ogni scusa viene usata come attenuante. Si descrive un sintomo per legittimare un gesto che limita la libertà altrui. Come quando si dice che certe cose le puoi fare se sei ubriaco. Chi beve però sa perfettamente che l’alcool non è una autorizzazione a fare come ti pare.
La depressione - e lo dico senza essere una esperta in materia – dicono sia una patologia che colpisce in maggior numero le donne. Eppure questo non si traduce in altrettanti omicidi. Le origini della depressione credo siano spiegate di modo che anestetizzino la società rispetto a problemi ben più gravi. Un giorno ti licenziano, non sai come mantenere la famiglia, non puoi pagare il mutuo e vai in depressione. Ci saranno mille altre ragioni ma tutte si traducono in una patologizzazione delle ragioni fortemente sociali che portano alla depressione.
Gli scienziati fanno una gran fatica per trovare l’origine di questo male in un difetto genetico, giusto per non dire che questa cosa dipende da noi, dagli umani, dai nostri comportamenti, da quello che subiamo o che infliggiamo agli altri. Dire di una persona che è "malata" è il modo migliore per deresponsabilizzare la società di una serie di problemi che non vuole risolvere. Perciò concede una tregua anche all’individuo e lo relega nell’angolo riservato agli scarti di produzione.
Una persona depressa per quanto ne so viene trattata con farmaci che rincoglioniscono un elefante, un anestetico che ti fa restare con il sorriso in bocca anche se arriva quello che ti pignora tutto e lo mette all’asta. Una cosa che spesso dicono in psichiatria è che: non sono importanti le cose che accadono ma come tu le affronti. Come dire: se non sai accettare un licenziamento, una società che ti massacra, ti usa e poi ti getta, se non accetti di essere molestata, violentata in vari modi, è e sarà sempre colpa tua. Non è il tuo datore di lavoro ad essere un bastardo, sei tu ad essere malata.
Se sei in mobilità, quasi al licenziamento, ti sfrattano da casa e ti suicidi: è certamente colpa tua, non del governo, né delle banche, né di ogni altro figlio di puttana che si arricchisce sulla tua pelle, ti spreme e poi ti butta via.
A leggere Foucault si capisce che l’anormalità è una cosa che esiste in ciascuno di noi, che la follia è stata una bella giustificazione morale per incarcerare e rinchiudere tanta gente che rifiutava di farsi "normalizzare". La psichiatria e il carcere stanno per lui infatti allo stesso livello.
La psichiatria moderna, quella dopo Basaglia, dopo la chiusura dei manicomi, ha fatto dei passi avanti ma la logica della normalizzazione permea un pezzo consistente del settore.
La spinta che c'è’ in questo momento va comunque in tutt’altra direzione. Raccolgo articoli e dettagli su donne uccise dai loro uomini da almeno 15 anni (non da un giorno, ma da 15 anni). Fatelo anche voi, andate in biblioteca e cercate fra gli articoli di cronaca. Fateveli dare dalle redazioni dei giornali. Adesso che i quotidiani pubblicano su internet cercateli in rete. Posso dirvi con certezza per esempio qual è l’andamento delle versioni che vengono fornite dalla stampa.
Da un po’ di anni, da quando cioè esiste una forte spinta autoritaria che insiste su soluzioni farmacologiche anche per punire gli stupratori, da quando nelle carceri si è ricominciato a sedare pesantemente i reclusi perché stranieri e perché non si è fatta alcuna fatica a comprenderli, la versione della stampa circa i femminicidi è peggiorata.
La componente razzista spinge alla formulazione di accuse piene di distinguo. Il marocchino che ammazza è solo un assassino. L’italiano che ammazza è depresso. Non c'è dunque alcun interesse ad indagare le cause reali del femminicidio. Nessun interesse. C'è’ anzi l’interesse esplicito a giustificare il femminicida (lei era un’arpia!), a compatirlo (lui è depresso!), a legittimarlo (lui aveva ragione di essere geloso!).
In tutti i casi la ragione precisa, la costante che si ripresenta come fosse una inevitabile condanna a morte è la decisione della donna di lasciare il marito, il fidanzato, rifarsi una vita, allontanarsi, fare altro. Oppure è semplicemente la decisione della donna di reagire dopo aver subito ogni genere di angheria compresa quella psicologica (anche quella volgarmente legittimata dallo stato di salute del marito).
Volendo patologizzare il problema, di quale uomo che uccide una donna o la picchia selvaggiamente o la stupra per punirla potresti dire che sta bene?
Quante sono invece le donne che vivono da "depresse" perché non possono, non sanno, liberarsi in una situazione di schiavitù? Quante sono le donne "depresse" che ammazzano i mariti per reagire alle angherie che subiscono? Chi è dunque, all’interno delle relazioni tra un uomo e una donna, ad essere in stato di soggezione? Inequivocabilmente la donna.
Sono le donne ad essere educate per accogliere e prendersi cura di uomini di qualunque specie. Sono le donne che devono sopportare qualunque tipo di situazione familiare. Le donne sempre colpevolizzate se non si prendono cura di tutti. Le donne alle quali lo stato assegna il ruolo di ammortizzatrici sociali a partire dalla loro condizione di schiavitù.
Lo stato non indaga sui femminicidi semplicemente perché ne è complice. La verità sta tutta qui. Ne è complice e non demorde anzi insiste nell’attribuire un ruolo che non può essere tradito pena la diserzione.
Come non ricordare le accuse di tanti uomini che massacravano le mogli scritte nero su bianco su certi giornali: "lei non aveva cucinato", oppure "lei non pulisce mai la casa".
Come può osare dunque una donna scegliere di lasciare l’uomo che le ha catturate come proprietà a tutto servizio?
Non può. Se una donna lo fa, in certe condizioni, la donna deve pagare. Paga perché la società non l’aiuta, perché gli uomini la perseguitano, perché non c'è’ lavoro, non c'è’ casa, perché la società e lo stato non offrono alternativa, come se le porte fossero tutte chiuse perché ti sei comportata male. Pagano perché gli uomini considerano gli "alimenti" una quota di partecipazione all’uso del tuo corpo. Se non possono usarlo non te li danno, neppure quando quegli alimenti riguardano i bambini, neppure se sono il surrogato di quello che lo stato dovrebbe darti per ritornare ad essere autonoma. E come può lo stato pretendere che la donna separata riacquisti autonomia se a pagare quella autonomia è l’ex marito? Un paradosso infatti che si rivela in tutta la sua drammaticità perché mantiene un legame con uomini che ritengono di avere una opzione su di te. Lui paga per risarcirti degli anni che hai speso per costruire anche la sua fortuna e tu gli appartieni. Le donne pagano perchè per restare tranquille dovrebbero non dover stabilire più nessun legame con gli uomini violenti e invece lo stato decide che i mariti violenti possono avere diritto all’affido condiviso dei figli. Le donne pagano con la vita, troppo spesso, quasi sempre.
La cultura sulla quale si fonda uno stato patriarcale è tesa a creare giustificazioni morali al femminicidio. Si dice sia colpa della moglie se il marito era geloso perché la moglie doveva avere cura di indossare un burqa o di restare chiusa in casa. Si dice che sia colpa delle donne se lui non si sente sicuro perché le donne devono vivere le relazioni come fossero costanti sedute di terapia psicologica per i loro uomini.
Dalle rassegne stampa si capisce quale sia l’andamento di una società. Dal modo in cui viene tollerata la violenza contro le donne si capisce persino quale tipo di governo si insedierà: se è democratico, assistenzialista, cattolico, fascista, autoritario, oligarchico, progressista, etc etc.
Le donne non vengono uccise perché gli uomini sono depressi. Le donne vengono uccise perché lo stato non le vuole libere. Perché agevola la spinta al possesso, l’orrendo modo di relazionarsi di tanti uomini, perché li usa come aguzzini per tenere in piedi una struttura sociale nella quale la regola è: unirsi, contribuire alla crescita demografica, partorire operai e consumatori, crepare.
Tutti quelli che non assolvono a questa funzione non esistono, sono trasgressori, eretici, vittime dell’inquisizione: così le donne che vogliono liberarsi, e le lesbiche, e i gay, e le trans, e gli uomini che dissentono e non si fanno carcerieri delle donne, e chiunque non sia disposto ad essere considerato un numero.
Una società che si fonda sulla schiavitù degli esseri umani, le donne schiave tra gli schiavi, non ha interesse a liberare nessuno.
Quello che fanno ora – sicurezza, certezza della pena, etc etc – è solo un pessimo modo per tenere le cose esattamente come stanno. Come quando dentro un carcere il direttore scrive regole che fanno l’occhiolino ai cattivi mentre lui finge di minacciarli affinché i buoni continuino a spazzare pavimenti, lavare i cessi e lavorare come muli.
Volessero darci una mano lo avrebbero già fatto. Non vogliono e i maschi lo sanno.
Perciò è necessario che noi ammettiamo la nostra corresponsabilità e che ci diamo da fare:
prevenire – fare attenzione alla persona con cui decidiamo di stare – provando a non infognarci in storie con persone aggressive, violente, gelose, asfissianti, possessive, morbose, solo perché riteniamo di poterli cambiare o di non poter meritare di meglio;
reagire – far crescere la nostra autostima – considerandoci belle per quello che siamo, perseguendo un futuro che ci dia prospettive di autonomia, vicino o lontano da casa, rivolgendoci ad altre donne se necessario, stabilendo alleanze, anzi sorellanze con altre, chiedendo aiuto se serve senza vergognarci;
parlare – esplicitare, comunicare tutto – raccontare quello che ci succede, se lo raccontiamo alle altre dobbiamo dirlo a noi stesse, consegnare dettagli alla persona di cui ci fidiamo, amica o estranea che sia, non vergognarci di niente, non considerare quello che ci succede come un errore che riguarda solo noi, che dipende da noi.
Noi non ne abbiamo colpa, non potevamo saperlo, e se anche lo sapevamo e abbiamo ugualmente scelto di restare non dobbiamo mai pensare di doverne pagare le conseguenze con la vita. Dobbiamo andare via orgogliose di avere capito, di avere una occasione di riscatto, di poter rinascere, di ricominciare, di poter assumerci la responsabilità delle nostre vite. Sicure di poter trovare un futuro differente e migliore e molte altre persone che ci ameranno molto di più.
Diamoci, datevi una mossa sorelle, qui non ci salva nessuno, bisogna fare tutto da sole. Questa è già autodifesa. Noi la pratichiamo da sempre.
Fate attenzione ad ogni cosa che vi dicono, alle foto che vengono pubblicate accanto ad ogni notizia di violenza che vi riguarda: voi sempre vittime, persone da proteggere, schiave di uomini consegnate ad altri uomini, mai grintose, orgogliose, vive, fiere, solidali, mai una immagine che faccia crescere la vostra autostima e che vi rappresenti per quello che siete. Donne di resistenza che non smettono mai di resistere anche se piegate-sfinite-massacrate, persone coraggiose che sopravvivono a tutto e che sacrificano la vita ogni giorno per ottenere un pezzo di libertà, eroine di una quotidianità brutale, forti e tenaci, determinate e piene di talento. Non martiri che fanno del proprio martirio una ragione di vita ma donne resistenti che si liberano dallo stato di schiavitù per poter essere libere.
Parlate, urlate, mettetevi in contatto con altre sorelle, alzate la testa e reagite. Siete vive e siete libere. Indecorose e libere!
La foto è di claudia pajewsky e fa parte di una raccolta che racconta un pezzo di manifestazione contro la violenza maschile sulle donne del 25 novembre 2008 organizzata dalla rete nazionale femministe e lesbiche sommosse. Il nostro slogan era: Indecorose e libere.
Parliamo di femminicidio all’italiana. Lei è una martire o una arpia. Lui è sempre depresso. Nel giro di pochi giorni su parecchi quotidiani avete potuto leggere la storia di Mariagrazia, uccisa dal solito marito che dopo averle tolto la vita si è suicidato, di Rossana, uccisa dal convivente che dopo una fuga si è costituito, di Teresa, uccisa dal marito e poi perfino insultata (era un'arpia!), di una donna della quale nessuno scrive il nome, che viene massacrata a colpi di accetta da un uomo che aveva già tentato di uccidere la ex moglie, di Rosalia, morta a 17 anni perché è chiaro che "se mi lasci non vale", di Miriam e Anna, la prima morta per mano certa e la seconda ancora non si sa, di molte altre ancora che se sommate diventano un numero spaventoso del quale ci si rende conto solo a contarle ogni giorno.
Tra gli assassini ci sono i mariti depressi, quelli pietosi che tolgono la vita perché "lei era malata", quelli che "lei era un'arpia", quelli che "lei era una puttana e lo faceva impazzire", quelli che "lui l’amava troppo e lei voleva lasciarlo".
Normalmente ogni scusa viene usata come attenuante. Si descrive un sintomo per legittimare un gesto che limita la libertà altrui. Come quando si dice che certe cose le puoi fare se sei ubriaco. Chi beve però sa perfettamente che l’alcool non è una autorizzazione a fare come ti pare.
La depressione - e lo dico senza essere una esperta in materia – dicono sia una patologia che colpisce in maggior numero le donne. Eppure questo non si traduce in altrettanti omicidi. Le origini della depressione credo siano spiegate di modo che anestetizzino la società rispetto a problemi ben più gravi. Un giorno ti licenziano, non sai come mantenere la famiglia, non puoi pagare il mutuo e vai in depressione. Ci saranno mille altre ragioni ma tutte si traducono in una patologizzazione delle ragioni fortemente sociali che portano alla depressione.
Gli scienziati fanno una gran fatica per trovare l’origine di questo male in un difetto genetico, giusto per non dire che questa cosa dipende da noi, dagli umani, dai nostri comportamenti, da quello che subiamo o che infliggiamo agli altri. Dire di una persona che è "malata" è il modo migliore per deresponsabilizzare la società di una serie di problemi che non vuole risolvere. Perciò concede una tregua anche all’individuo e lo relega nell’angolo riservato agli scarti di produzione.
Una persona depressa per quanto ne so viene trattata con farmaci che rincoglioniscono un elefante, un anestetico che ti fa restare con il sorriso in bocca anche se arriva quello che ti pignora tutto e lo mette all’asta. Una cosa che spesso dicono in psichiatria è che: non sono importanti le cose che accadono ma come tu le affronti. Come dire: se non sai accettare un licenziamento, una società che ti massacra, ti usa e poi ti getta, se non accetti di essere molestata, violentata in vari modi, è e sarà sempre colpa tua. Non è il tuo datore di lavoro ad essere un bastardo, sei tu ad essere malata.
Se sei in mobilità, quasi al licenziamento, ti sfrattano da casa e ti suicidi: è certamente colpa tua, non del governo, né delle banche, né di ogni altro figlio di puttana che si arricchisce sulla tua pelle, ti spreme e poi ti butta via.
A leggere Foucault si capisce che l’anormalità è una cosa che esiste in ciascuno di noi, che la follia è stata una bella giustificazione morale per incarcerare e rinchiudere tanta gente che rifiutava di farsi "normalizzare". La psichiatria e il carcere stanno per lui infatti allo stesso livello.
La psichiatria moderna, quella dopo Basaglia, dopo la chiusura dei manicomi, ha fatto dei passi avanti ma la logica della normalizzazione permea un pezzo consistente del settore.
La spinta che c'è’ in questo momento va comunque in tutt’altra direzione. Raccolgo articoli e dettagli su donne uccise dai loro uomini da almeno 15 anni (non da un giorno, ma da 15 anni). Fatelo anche voi, andate in biblioteca e cercate fra gli articoli di cronaca. Fateveli dare dalle redazioni dei giornali. Adesso che i quotidiani pubblicano su internet cercateli in rete. Posso dirvi con certezza per esempio qual è l’andamento delle versioni che vengono fornite dalla stampa.
Da un po’ di anni, da quando cioè esiste una forte spinta autoritaria che insiste su soluzioni farmacologiche anche per punire gli stupratori, da quando nelle carceri si è ricominciato a sedare pesantemente i reclusi perché stranieri e perché non si è fatta alcuna fatica a comprenderli, la versione della stampa circa i femminicidi è peggiorata.
La componente razzista spinge alla formulazione di accuse piene di distinguo. Il marocchino che ammazza è solo un assassino. L’italiano che ammazza è depresso. Non c'è dunque alcun interesse ad indagare le cause reali del femminicidio. Nessun interesse. C'è’ anzi l’interesse esplicito a giustificare il femminicida (lei era un’arpia!), a compatirlo (lui è depresso!), a legittimarlo (lui aveva ragione di essere geloso!).
In tutti i casi la ragione precisa, la costante che si ripresenta come fosse una inevitabile condanna a morte è la decisione della donna di lasciare il marito, il fidanzato, rifarsi una vita, allontanarsi, fare altro. Oppure è semplicemente la decisione della donna di reagire dopo aver subito ogni genere di angheria compresa quella psicologica (anche quella volgarmente legittimata dallo stato di salute del marito).
Volendo patologizzare il problema, di quale uomo che uccide una donna o la picchia selvaggiamente o la stupra per punirla potresti dire che sta bene?
Quante sono invece le donne che vivono da "depresse" perché non possono, non sanno, liberarsi in una situazione di schiavitù? Quante sono le donne "depresse" che ammazzano i mariti per reagire alle angherie che subiscono? Chi è dunque, all’interno delle relazioni tra un uomo e una donna, ad essere in stato di soggezione? Inequivocabilmente la donna.
Sono le donne ad essere educate per accogliere e prendersi cura di uomini di qualunque specie. Sono le donne che devono sopportare qualunque tipo di situazione familiare. Le donne sempre colpevolizzate se non si prendono cura di tutti. Le donne alle quali lo stato assegna il ruolo di ammortizzatrici sociali a partire dalla loro condizione di schiavitù.
Lo stato non indaga sui femminicidi semplicemente perché ne è complice. La verità sta tutta qui. Ne è complice e non demorde anzi insiste nell’attribuire un ruolo che non può essere tradito pena la diserzione.
Come non ricordare le accuse di tanti uomini che massacravano le mogli scritte nero su bianco su certi giornali: "lei non aveva cucinato", oppure "lei non pulisce mai la casa".
Come può osare dunque una donna scegliere di lasciare l’uomo che le ha catturate come proprietà a tutto servizio?
Non può. Se una donna lo fa, in certe condizioni, la donna deve pagare. Paga perché la società non l’aiuta, perché gli uomini la perseguitano, perché non c'è’ lavoro, non c'è’ casa, perché la società e lo stato non offrono alternativa, come se le porte fossero tutte chiuse perché ti sei comportata male. Pagano perché gli uomini considerano gli "alimenti" una quota di partecipazione all’uso del tuo corpo. Se non possono usarlo non te li danno, neppure quando quegli alimenti riguardano i bambini, neppure se sono il surrogato di quello che lo stato dovrebbe darti per ritornare ad essere autonoma. E come può lo stato pretendere che la donna separata riacquisti autonomia se a pagare quella autonomia è l’ex marito? Un paradosso infatti che si rivela in tutta la sua drammaticità perché mantiene un legame con uomini che ritengono di avere una opzione su di te. Lui paga per risarcirti degli anni che hai speso per costruire anche la sua fortuna e tu gli appartieni. Le donne pagano perchè per restare tranquille dovrebbero non dover stabilire più nessun legame con gli uomini violenti e invece lo stato decide che i mariti violenti possono avere diritto all’affido condiviso dei figli. Le donne pagano con la vita, troppo spesso, quasi sempre.
La cultura sulla quale si fonda uno stato patriarcale è tesa a creare giustificazioni morali al femminicidio. Si dice sia colpa della moglie se il marito era geloso perché la moglie doveva avere cura di indossare un burqa o di restare chiusa in casa. Si dice che sia colpa delle donne se lui non si sente sicuro perché le donne devono vivere le relazioni come fossero costanti sedute di terapia psicologica per i loro uomini.
Dalle rassegne stampa si capisce quale sia l’andamento di una società. Dal modo in cui viene tollerata la violenza contro le donne si capisce persino quale tipo di governo si insedierà: se è democratico, assistenzialista, cattolico, fascista, autoritario, oligarchico, progressista, etc etc.
Le donne non vengono uccise perché gli uomini sono depressi. Le donne vengono uccise perché lo stato non le vuole libere. Perché agevola la spinta al possesso, l’orrendo modo di relazionarsi di tanti uomini, perché li usa come aguzzini per tenere in piedi una struttura sociale nella quale la regola è: unirsi, contribuire alla crescita demografica, partorire operai e consumatori, crepare.
Tutti quelli che non assolvono a questa funzione non esistono, sono trasgressori, eretici, vittime dell’inquisizione: così le donne che vogliono liberarsi, e le lesbiche, e i gay, e le trans, e gli uomini che dissentono e non si fanno carcerieri delle donne, e chiunque non sia disposto ad essere considerato un numero.
Una società che si fonda sulla schiavitù degli esseri umani, le donne schiave tra gli schiavi, non ha interesse a liberare nessuno.
Quello che fanno ora – sicurezza, certezza della pena, etc etc – è solo un pessimo modo per tenere le cose esattamente come stanno. Come quando dentro un carcere il direttore scrive regole che fanno l’occhiolino ai cattivi mentre lui finge di minacciarli affinché i buoni continuino a spazzare pavimenti, lavare i cessi e lavorare come muli.
Volessero darci una mano lo avrebbero già fatto. Non vogliono e i maschi lo sanno.
Perciò è necessario che noi ammettiamo la nostra corresponsabilità e che ci diamo da fare:
prevenire – fare attenzione alla persona con cui decidiamo di stare – provando a non infognarci in storie con persone aggressive, violente, gelose, asfissianti, possessive, morbose, solo perché riteniamo di poterli cambiare o di non poter meritare di meglio;
reagire – far crescere la nostra autostima – considerandoci belle per quello che siamo, perseguendo un futuro che ci dia prospettive di autonomia, vicino o lontano da casa, rivolgendoci ad altre donne se necessario, stabilendo alleanze, anzi sorellanze con altre, chiedendo aiuto se serve senza vergognarci;
parlare – esplicitare, comunicare tutto – raccontare quello che ci succede, se lo raccontiamo alle altre dobbiamo dirlo a noi stesse, consegnare dettagli alla persona di cui ci fidiamo, amica o estranea che sia, non vergognarci di niente, non considerare quello che ci succede come un errore che riguarda solo noi, che dipende da noi.
Noi non ne abbiamo colpa, non potevamo saperlo, e se anche lo sapevamo e abbiamo ugualmente scelto di restare non dobbiamo mai pensare di doverne pagare le conseguenze con la vita. Dobbiamo andare via orgogliose di avere capito, di avere una occasione di riscatto, di poter rinascere, di ricominciare, di poter assumerci la responsabilità delle nostre vite. Sicure di poter trovare un futuro differente e migliore e molte altre persone che ci ameranno molto di più.
Diamoci, datevi una mossa sorelle, qui non ci salva nessuno, bisogna fare tutto da sole. Questa è già autodifesa. Noi la pratichiamo da sempre.
Fate attenzione ad ogni cosa che vi dicono, alle foto che vengono pubblicate accanto ad ogni notizia di violenza che vi riguarda: voi sempre vittime, persone da proteggere, schiave di uomini consegnate ad altri uomini, mai grintose, orgogliose, vive, fiere, solidali, mai una immagine che faccia crescere la vostra autostima e che vi rappresenti per quello che siete. Donne di resistenza che non smettono mai di resistere anche se piegate-sfinite-massacrate, persone coraggiose che sopravvivono a tutto e che sacrificano la vita ogni giorno per ottenere un pezzo di libertà, eroine di una quotidianità brutale, forti e tenaci, determinate e piene di talento. Non martiri che fanno del proprio martirio una ragione di vita ma donne resistenti che si liberano dallo stato di schiavitù per poter essere libere.
Parlate, urlate, mettetevi in contatto con altre sorelle, alzate la testa e reagite. Siete vive e siete libere. Indecorose e libere!
La foto è di claudia pajewsky e fa parte di una raccolta che racconta un pezzo di manifestazione contro la violenza maschile sulle donne del 25 novembre 2008 organizzata dalla rete nazionale femministe e lesbiche sommosse. Il nostro slogan era: Indecorose e libere.
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