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venerdì 12 agosto 2016

L’uscita dall’euro non è un tema da “oracoli”

di Nadia Garbellini da economiaepolitica

 
La controversia sulla possibile implosione dell’attuale eurozona e sulle conseguenze di un abbandono della moneta unica risulta tuttora pervasa da un diffuso dogmatismo. I fautori dell’uscita dall’euro sono accusati di semplificare il problema e di restare volutamente nell’ambiguità per non affrontare la questione decisiva inerente a quale politica economica adottare e quali interessi sociali difendere una volta fuori dall’Unione. In alcuni casi si tratta di una critica assolutamente fondata. Tuttavia, è soprattutto tra i sostenitori della permanenza nell’euro che sembra prevalere una retorica banalizzatrice, che in alcune circostanze rasenta la superstizione. Molti di questi, infatti, continuano ad agitare lo spauracchio della catastrofe economica in caso di uscita dall’euro senza prendersi la briga di fornire la minima evidenza scientifica a sostegno delle loro predizioni. Questa tendenza all’oracolismo caratterizza non solo i giornalisti ma sembra diffondersi anche tra alcuni economisti e policymakers coinvolti nella discussione. Un celebre esempio è fornito dal Presidente della BCE Mario Draghi, che in un’intervista del 2011 sostenne che «i paesi che lasciano l’eurozona e svalutano il cambio creano una grande inflazione» (Draghi 2011). Da queste poche parole diversi commentatori hanno tratto l’implicazione che uscire dall’eurozona determinerebbe una violenta caduta del potere d’acquisto dei redditi fissi, in particolare dei salari dei lavoratori. Nessuno, per quel che ci risulta, si è posto il problema di verificarle empiricamente.
In due studi realizzati con Emiliano Brancaccio e pubblicati sulla Rivista di Politica Economica e sullo European Journal of Economics and Economic Policies, abbiamo cercato di affrontare il tema dei possibili effetti di un’uscita dall’euro alla luce delle evidenze storiche disponibili. Basate su una statistica descrittiva e un’analisi inferenziale di un campione di 28 episodi di uscita da regimi di cambio fisso tra il 1980 e il 2013, le nostre ricerche si sono soffermate sulle ripercussioni di tali eventi su tre variabili: l’inflazione, i salari reali e le quote di reddito nazionale spettante ai lavoratori (Brancaccio e Garbellini 2014; 2015). Più di recente, da una applicazione di quella metodologia è scaturito il contributo di Realfonzo e Viscione (2015) i quali hanno esteso l’analisi ad altre variabili macroeconomiche, tra cui le esportazioni nette, la crescita del Pil e l’occupazione. La conclusione di Realfonzo e Viscione è la seguente: “ […] a meno di un auspicabile cambiamento in senso espansivo e redistributivo delle politiche europee, l’uscita dall’euro potrebbe essere la soluzione scelta da alcuni paesi in un futuro non lontano. E ciò potrebbe anche rianimare l’economia. Ma non è sufficiente un ritorno alla sovranità monetaria e alle manovre di cambio per cancellare, come d’incanto, i problemi legati alle inadeguatezze degli apparati produttivi o alla sottodotazione di infrastrutture materiali e immateriali. La lezione più importante che possiamo trarre dall’esperienza storica è che i risultati in termini di crescita, distribuzione e occupazione dipendono […] più che dall’abbandono del vecchio sistema di cambio in sé, dalla qualità delle politiche economiche che si varano una volta tornati in possesso delle leve monetarie e fiscali”. Tali considerazioni hanno dato avvio a un interessante dibattito su questa rivista. Alcune delle repliche a Realfonzo e Viscione, però, sembrano avere eluso lo sforzo dei due autori, che condividiamo, di legare ogni giudizio sull’euro a precisi riferimenti analitici. In questo senso tali repliche rischiano anch’esse di assecondare una retorica di tipo “oracolistico”. A valle della discussione può dunque essere utile tornare sul terreno della ricerca, approfondendo ulteriormente alcuni aspetti salienti dei due studi la cui metodologia ha ispirato il recente contributo di Realfonzo e Viscione.
Provo innanzitutto a riassumere i risultati chiave dei nostri due lavori. In primo luogo, guardando i paesi ad alto reddito procapite, abbiamo rilevato che gli episodi di abbandono di regimi di cambio fisso sono associati a una crescita dell’inflazione di poco superiore a due punti percentuali nell’anno dell’uscita dal regime di cambio, e addirittura a una riduzione dell’inflazione nei cinque anni successivi all’uscita rispetto ai cinque anni precedenti. Siamo giunti così alla conclusione che, per quanto riguarda i paesi ad alto reddito, il pericolo di una «grande inflazione» evocato da Draghi non trova riscontri storici adeguati. In secondo luogo, dalla parte inferenziale dei nostri studi è emerso che pure in presenza di aumenti dell’inflazione contenuti e temporanei, le uscite da regimi di cambio fisso risultano correlate in media a riduzioni non trascurabili dei salari reali e della quota di reddito nazionale spettante ai salari. D’altro canto, abbiamo fatto notare che si tratta di riduzioni non troppo diverse da quelle che già si stanno registrando dentro l’eurozona nei paesi maggiormente colpiti dalla crisi. In terzo luogo, al di là degli andamenti medi, abbiamo segnalato che la dinamica dei salari reali e della quota di reddito spettante al lavoro è caratterizzata da un’alta variabilità tra paesi. In particolare, l’impatto sulle due variabili sembra cambiare molto a seconda dei diversi indirizzi di politica economica con cui i vari paesi affrontano l’abbandono dei cambi fissi: controlli sui movimenti di capitale, nazionalizzazioni e maggiori protezioni del lavoro potrebbero in questo senso essere associate a una sostanziale tenuta delle retribuzioni reali e delle quote salari, e talvolta addirittura a loro aumenti. L’importanza dei diversi modi in cui l’uscita viene gestita risulta confermata anche dall’analisi di Realfonzo e Viscione sugli andamenti della bilancia commerciale, del prodotto e degli occupati.
A quanto pare, dunque, le evidenze disponibili da un lato indicano che l’abbandono di un regime di cambio solleva svariati problemi, ma dall’altro segnalano che lo si può affrontare governando le variabili macroeconomiche, in particolare salvaguardando le retribuzioni dei lavoratori. E’ interessante notare che la letteratura mainstream non esclude questa eventualità ma tende ad associarla a un andamento negativo della produzione e dell’occupazione. Basti citare gli studi di Eichengreen e Sachs (1984) e di Fallon e Lucas (2002), dai quali emerge la tesi secondo cui l’abbandono di un cambio fisso e la conseguente svalutazione possono favorire la ripresa economica solo nella misura in cui siano accompagnati da una riduzione dei salari reali. Considerazioni simili sono state recentemente avanzate anche da altri economisti impegnati nel dibattito sull’euro, tra cui Michele Boldrin. Tali conclusioni vengono tuttavia criticate nel secondo dei due papers che abbiamo pubblicato: applicando la tecnica di Eichengreen e Sachs al nostro campione di episodi abbiamo rilevato che, dopo l’abbandono del cambio fisso, se una relazione tra salario reale e produzione esiste, essa non è affatto negativa ma al limite è positiva (vedi figura 1).
Figura 1 – Salario reale e indice di produzione industriale a seguito di crisi valutarie


Fonte: Brancaccio e Garbellini (2015)
E’ opportuno chiarire che le tecniche adoperate nei nostri studi non necessitano di alcuna ipotesi teorica del tipo “ceteris paribus”; esse pertanto non sono soggette alla critica che Paolo Guerrieri ha rivolto a quelle indagini sugli effetti dell’uscita dall’euro basate su una logica di “equilibrio parziale” (Guerrieri 2015). Una critica diretta alla nostra metodologia è invece provenuta da Angelo Baglioni dell’Università Cattolica, che in un dibattito televisivo  ha sostenuto che le passate esperienze di crisi dei regimi di cambio fisso non costituiscono un valido punto di riferimento per indagare sulle conseguenze che deriverebbero da un evento assolutamente eccezionale come l’uscita dall’euro. In particolare, Baglioni ha affermato che l’eventuale abbandono dell’euro da parte di un paese darebbe inizio a una sequenza di uscite a catena anche di altri paesi, determinando così effetti sistemici impossibili da prevedere sulla base delle evidenze passate. Questa tesi è stata in parte ripresa anche da Mauro Gallegati, con argomenti robusti e per più di un verso condivisibili (Gallegati 2015). Nel complesso, tuttavia, essa non può essere accolta. La rilevanza della storia passata nell’esame di possibili eventi futuri non va mai esagerata ma rinunciarvi completamente significherebbe rinchiudersi nello spazio fondamentale ma insufficiente della pura analisi teorica, senza alcun supporto proveniente dall’indagine empirica. Del resto, la stessa idea di Baglioni secondo cui l’uscita dall’euro provocherebbe abbandoni a catena della moneta unica e quindi costituirebbe per questo un evento eccezionale, è contestabile alla luce della stessa evidenza storica: uscite da regimi di cambio fisso che abbiano provocato tracolli valutari a catena si sono più volte verificate in passato, al punto da caratterizzare quella che in letteratura va sotto il nome di “terza generazione” di modelli sulle crisi valutarie.
Ovviamente, laddove gli “oracoli” possono agevolmente spaziare nella totalità dello scibile umano, la ricerca scientifica procede sempre a piccoli passi e su obiettivi circoscritti. In questo senso bisogna riconoscere che le nostre analisi gettano luce solo su alcune delle possibili conseguenze di un’uscita dall’Unione monetaria europea. Esse potranno quindi non soddisfare chi, come Salvatore Biasco, oggi sembra insistere sul convincimento che i principali effetti negativi di un abbandono dell’euro deriverebbero da una grave crisi sui mercati finanziari (Biasco 2015). Il problema è che queste, come altre obiezioni, non potranno mai essere valutate sul piano analitico se rimangono a un livello meramente narrativo. Più pregnante, a questo proposito, mi sembra il contributo di chi in questi mesi ha preso spunto da un modello del Levy Economics Institute per sostenere che anche le ripercussioni finanziarie di una eventuale uscita dall’euro dipenderebbero principalmente dalla capacità o meno di controllare i conti verso l’estero. La Grecia, da questo punto di vista, sembra trovarsi in una situazione di relativa difficoltà (Brancaccio e Zezza 2015). E l’Italia? Ecco una domanda alla quale sarebbe utile rispondere, possibilmente su robuste basi analitiche.
In definitiva, le evidenze di cui disponiamo sollevano una questione essenziale che viene troppo spesso trascurata sia dai nemici dell’euro che dai suoi apologeti e che è stata invece sottolineata dal “monito degli economisti” pubblicato sul Financial Times nel 2013: l’abbandono della moneta unica porrebbe i decisori politici di fronte a una scelta cruciale tra varie possibili modalità di gestione dell’uscita, ognuna delle quali avrebbe ripercussioni diverse sulle diverse classi sociali (AA.VV. 2013). E’ opportuno notare, a questo proposito, che in Italia e altrove le piattaforme politiche espressamente avverse all’euro si stanno sempre più intrecciando a proposte palesemente reazionarie, come la flat tax o la guerra agli immigrati. Gli interessi di classe che queste piattaforme intendono rappresentare sono in parte diversi da quelli che attualmente dominano la scena politica europea, ma non c’è nessun motivo logico per sperare che sarebbero maggiormente in sintonia con le istanze dei lavoratori e delle fasce più deboli della società. Anzi, è possibile che tali soluzioni reazionarie trovino a un certo punto una sintesi con quelle oggi prevalenti, in un accrocco perverso tra liberismo e xenofobia che è stato giustamente definito “gattopardesco”. Se la crisi europea dovesse intensificarsi, c’è motivo di ritenere che tali posizioni finirebbero per rafforzarsi. Se così andasse, un pezzettino di responsabilità ricadrebbe anche su quegli “oracoli” che pur di difendere la moneta unica hanno abbandonato il difficile campo della riflessione analitica preferendo quello ben più comodo del dogmatismo.

*Università di Bergamo

Bibliografia
AA.VV. (2013), The Economists’ Warning: European governments repeat mistakes of the Treaty of Versailles, Financial Times, 23 september. Sito web: www.theeconomistswarning.com.
Biasco, S. (2015). Euroexit, la domanda chiave è: cosa succederebbe ai mercati finanziari?, economiaepolitica.it, 9 febbraio.
Brancaccio, E., Garbellini N. (2014). Sugli effetti salariali e distributivi delle crisi dei regimi di cambio. Rivista di Politica Economica, luglio-settembre.
Brancaccio, E., Garbellini, N. (2015). Currency regime crises, real wages, functional income distribution and production. European Journal of Economics and Economic Policies: Intervention, 2.
Brancaccio, E., Zezza, G. (2015), La Grecia può uscire dall’euro?, Il Mattino, 2 febbraio.
Draghi, M. (2011), FT Interview Transcript, Financial Times, edited by  Lionel Barber and Ralph Atkins, 18 December.
Eichengreen, B., Sachs, J. (1984). Exchange rates and economic recovery in the 1930s, NBER Working Paper Series, National Bureau of Economic Research, 1498.
Fallon, P.R., Lucas, R.E. (2002). The impact of financial crises on labor markets, household incomes, and poverty: a review of evidence, The World Bank Research Observer, 17, 1, p. 21-45.
Gallegati, M. (2015). Europa politica o fine dell’euro, economiaepolitica.it, 10 marzo.
Guerrieri, P. (2015). Uscire dall’euro non conviene all’Italia e all’Europa, economiaepolitica.it, 20 aprile.
Realfonzo, R., Viscione A. (2015). Gli effetti di un’uscita dall’euro su crescita, occupazione e salari, economiaepolitica.it,22 gennaio.
 

domenica 15 maggio 2016

Keynes, Draghi, Gollum, e i tassi negativi

 
(...scritto a 30000 piedi, da dove si vede più lontano...)


Come forse starete vedendo, sui media di regime è tutta una scoperta dell’acqua calda. Il Sole 24 Ore, il Corriere, la Stampa, scoprono quello che qui da sempre ci siamo detti: che il surplus tedesco più che dimostrazione di virtù è causa di problemi; che il debito privato, non quello pubblico, è origine della crisi; che curare il debito pubblico con l’austerity trasforma una situazione fisiologica in una patologica. Insomma: tutto quello da cui siamo partiti, parola per parola, viene oggi dato come assodato, come “mainstream”, da persone che spesse volte ci hanno denigrato, singolarmente o collettivamente, per averlo detto quando c’era ancora qualcosa da salvare.

Naturalmente nessuno è disposto a fare per primo l’ultimo passo, vale a dire che siccome solo la crescita potrebbe risolvere i nostri problemi, e siccome l’euro è nemico della crescita, perché la svalutazione interna (taglio dei salari) imposta dalla rigidità del cambio condanna alla deflazione, condizione necessaria per uscire dall’impasse è superare il sogno di una moneta imperiale ed evolvere verso un sistema monetario più flessibile.

Faranno questo ultimo passo quando sarà loro chiesto di farlo.

Noi, intanto, possiamo guardare avanti.

Per rendervi più agevole questo compito, e aiutarvi a perdonare chi con le sue menzogne ha distrutto un paese, vorrei oggi con voi allargare le prospettive, facendovi leggere qui quello che fra un anno leggerete sul Financial Times.

Avrete visto le polemiche fra un certo establishment tedesco e Draghi, accusato di fare politiche troppo espansive, di praticare tassi di interessi troppo bassi. Certo, al creditore tedesco i tassi di interesse troppo bassi danno fastidio, anzi, fanno paura, e questo per due motivi. Il primo è che tassi nulli o negativi compromettono la redditività del sistema bancario. Se le banche devono pagare la Bce quando depositano presso di essa liquidità in eccesso, e al contempo devono pagare i propri clienti affinché questi accettino prestiti (cioè si indebitino), capite bene che fare il banchiere non conviene più molto. Il secondo è che il sistema previdenziale tedesco ha un secondo pilastro basato sulla capitalizzazione. Con tassi di interesse bassi, se non negativi, i fondi non sono in grado di assicurare le prestazioni promesse ai risparmiatori/pensionati. Questa cosa, in un paese dalla demografia non florida, rischia di essere devastante, e, come qui sappiamo da tempo, a livello di istituzioni europee (cioè tedesche) la consapevolezza di queste dinamiche è piena.

Draghi ha risposto una cosa molto giusta: i tassi di interesse sono bassi perché non c'è crescita e la produttività langue. Tradotto: se non crei valore, non puoi distribuirlo né come reddito da lavoro, né come reddito da capitale (interessi). Naturalmente Draghi omette un passaggio, anzi due: il primo è che il valore non si riesce più a crearlo perché con cambi intraeuropei rigidi a una situazione di crisi non si può rispondere che creando disoccupazione (se le imprese del Sud non abbassano i prezzi chiudono, ma per abbassare i prezzi devono tagliare il “costo del lavoro”, e per convincere i lavoratori ad accettare questo passaggio normalmente occorre licenziarne un po’: motivo per il quale ovunque si fanno riforme che precarizzano il lavoro). Il valore si crea lavorando, l’euro impone la disoccupazione come risposta alle crisi, l’euro distrugge valore, e quindi i creditori in euro non devono lamentarsi.

Tanto più che (e questo è il secondo passaggio) le élite tedesche questo sistema lo hanno voluto nel loro interesse, e proprio per tutelare il valore del loro risparmio. La rigidità del cambio intraeuropeo aveva diverse dimensioni (da quella simbolica a quella commerciale a quella politica), ma la più importante era certamente la dimensione finanziaria: il cambio fisso serviva a rendere “credibili” i paesi del Sud, cioè a evitare che in caso di crisi la loro valuta fisiologicamente cedesse, ledendo l’interesse dei creditori. Insomma: il cambio rigido verso il Sud, e sottovalutato per il Nord, è servito al Nord non solo ad accumulare crediti verso il Sud, ma anche e soprattutto a difenderne il valore. L’euro non solo ha causato, come ormai è evidente, gli squilibri intraeuropei, ma è servito anche e soprattutto a difendere la posizione patrimoniale di chi ne aveva beneficiato, il quale ora, però, dato che il gioco si è spinto troppo in là, comincia a patirne anche lui le conseguenze.

Vedete, qui il discorso merita di essere ampliato un po’. Quando si parla di “leggi” economiche lo si fa (o lo si dovrebbe fare) con la consapevolezza che l’economia è una scienza sociale, non una scienza naturale. La legge di gravità non ammette eccezioni ed agisce in modo piuttosto cogente: se all’aereo che mi trasporta si stacca un’ala, è certo che voi questo post non lo leggerete. L’energia potenziale si trasforma in energia cinetica appena le viene consentito di farlo, portando un corpo verso una nuova situazione di equilibrio, mentre gli equilibri economici, come ad esempio quello negli scambi fra paesi, possono essere alterati a lungo da decisioni politiche, che possono trovare consenso, nonostante siano contro la “natura” economica, per diversi e complessi motivi sociali, culturali, antropologici. Solo che poi, alla fine, la razionalità individuale fatalmente deve sottostare alle regolarità empiriche collettive, che immancabilmente frustrano i tentativi individuali di violentare la natura economica.

Vi ricordate la proposta di Keynes a Bretton Woods?

Era una proposta molto razionale: i paesi creditori (cioè detentori di posizioni nette sull’estero positive) avrebbero dovuto pagare, anziché percepire, un interesse sui propri crediti. Una proposta che, come vi ho spiegato in due libri e innumerevoli post, e come meglio di me hanno chiarito Fantacci e Amato, aveva una razionalità economica intrinseca. Lo scambio avviene nell’interesse delle due parti. Il paese esportatore trae beneficio dal fatto che il paese importatore acquisti, e quindi nel momento in cui finanzia quest’ultimo non fa un favore solo a lui: fa un favore anche a se stesso. Dato che la finanza internazionale fa comodo a entrambi, è giusto che entrambi la paghino. Non solo: tesaurizzando i propri crediti internazionali per percepire su di essi un interesse positivo, il paese esportatore esporta anche disoccupazione e deflazione (Draghi rimprovera anche questo ai tedeschi: se il denaro costa poco, dice lui, è perché la Germania risparmia troppo). Se il creditore internazionale pagasse un interesse negativo sui suoi crediti, sarebbe invogliato a spenderli per l’acquisto di merci altrui, favorendo un riequilibrio degli scambi esteri. In tal modo, promuoverebbe la crescita dei paesi più deboli.

Una finanza più equilibrata per un mondo più equilibrato richiede una simmetrica penalizzazione degli squilibri finanziari internazionali.

Questa idea così semplice, purtroppo, non fa comodo a chi sa di essere destinato al ruolo di esportatore, cioè di creditore, il quale quindi naturalmente si oppone. Al tempo di Bretton Woods gli Stati Uniti si opposero alla proposta di Keynes, e oggi, qui da noi, la Germania si oppone a spendere il suo surplus per rianimare il circuito economico europeo.

Vedete però il paradosso? Alla fine l’economia si vendica.

I creditori esteri si sono rifiutati di costruire un sistema in cui, per prevenire gli squilibri, fosse loro chiesto di pagare un tasso di interesse negativo, e ora, a valle della creazione di enormi squilibri, la situazione qual è? Ma semplicemente quella che i creditori hanno disperatamente cercato di evitare: si ritrovano a percepire tassi di interesse nulli o negativi sul loro “tessssoro”. La ZIRP (zero interest rate policy) è l’unica possibilità per tenere insieme un sistema nel quale si sono accumulati squilibri finanziari enormi. Se la si abbandonasse, le posizioni debitorie a fronte del “tesssssoro” diventerebbero insostenibili, e i simpatici Gollum transalpini si troverebbero comunque con un pugno di mosche in mano. Loro se la prendono con Draghi, ma, oggettivamente, Draghi non può fare altro (se non andarsene, cosa che legittimamente non vuole fare).

Spettacolare, no? Keynes, cacciato dalla porta, è rientrato dalla finestra!

Rientrato, ma, aggiungo, non in ottima forma. La differenza fra quello che voleva lui e quello che si sta verificando dovrebbe essere chiara. Lui voleva che i paesi forti, penalizzati da un tasso di interesse negativo sui loro crediti, venissero incentivati a spendere nei paesi deboli. I tassi negativi odierni invece si applicano a tutti: ai forti e ai deboli. Alla fine quindi essi servono per lo più a incentivare i paesi (e in generale gli agenti economici) deboli ad assumere nuovi debiti per rilanciare l’economia. Stiamo trasformando l’Eurozona in un posto in cui la banca ti paga perché tu ti indebiti: è così che è nata la crisi dei subprimes (come saprete), ed è così che stiamo risolvendo la crisi europea. Se il pensionato tedesco si preoccupa non ha torto. Peccato che questo sia il sistema che la Bild gli ha insegnato ad appoggiare politicamente! Tu l’as voulu, Hans Maier...

Quanto sarebbe meglio evolvere verso un sistema monetario maggiormente flessibile, come del resto sta facendo il resto del mondo, e come chiede il chief economist del Fondo Monetario Internazionale? Certo, nelle condizioni attuali ci sarebbe qualche mal di pancia da gestire: chi per tanti anni ha beneficiato del sistema, sarà riluttante a pagare la sua parte del conto, sotto forma di svalutazione dei propri crediti esteri. Succede sempre così: l’economia, alla fine, penalizza chi si è indebitamente avvantaggiato. Ricordate i mutui in ECU? Costavano poco, i tassi erano bassi, la rata era stabile perché eravamo agganciati allo SME... Ma quell’aggancio, che faceva bene al debitore, faceva male ad altri: le imprese esportatrici, ad esempio. Il debitore di questo non era consapevole, e se lo era se ne infischiava. Alla fine il mercato pareggiò i conti: chi aveva pagato tassi bassi si ritrovo una rata alta, e chi aveva accettato tassi alti (indebitandosi in lire) non subì perdite in conto capitale. Il pensionato tedesco che oggi si lamenta è, ahimè, nella stessa situazione, e i suoi mal di pancia li capisco. Ma tanto lì dobbiamo andare a parare, allo smantellamento del sistema, perché, come la storia che vi ho raccontato dimostra, alle leggi dell’economia si può sfuggire per un certo tempo, ma non per sempre. E più il tempo passa, più il contesto politico si degrada, e l’acredine si accumula, rendendo più arduo il componimento pacifico degli squilibri.


(...e naturalmente il componimento pacifico degli squilibri è impedito anche da un'altra cosa, ma inutile insistere: come vi ho detto, quello della menzogna è un problema che si risolverà da sé, come vi avevo preannunciato, e come state vedendo...
 
 

lunedì 9 maggio 2016

Dino Greco sull’Euro

da rifondazione.it

 Rifondazione dovrebbe ascoltare la parole di persone come Dino Greco, Emiliano Brancaccio e Mimmo Porcaro e sbrigarsi ad assumere una linea chiara e coerente su euro ed Europa. 
A mio modestissimo parere una forza politica come quella di rifondazione comunista ha come unica possibilità di rilancio dell'iniziativa politica, quella di rappresentare un ampio fronte politico-sociale che da sinistra si pone in posizione critica su euro ed Europa. Parlo di realtà come quelle che si riconoscono nel sindacalismo di Giorgio Cremaschi, dei vari partiti e movimenti sovranisti (malgrado il dileggio di certuni fra di loro vi sono persone serie e competententi), del Movimento Essere Sinistra, di cui non conosco la consistenza numerica, ma del quale conosco la serietà e l'impegno, e molte altre realtà locali che è persino difficile ricordare, realtà che prese isolatamente non hanno alcuna possibilità di emergere in un panorama mediatico dominato dal liberismo e dalle sue diverse declinazioni, ma che potrebbero raggiungere la fatidica massa critica una volta unite. Forse è utopia, forse queste realtà non hanno alcuna voglia di dialogare fra loro, ma vale comunque la pena di tentare.
Rifondazione può essere il fattore x in grado di coagulare realtà diverse e non comunicanti fra loro. Deve solo decidersi a sciogliere le sue ambiguità e smettere di dare retta agli europeisti senza sè e senza senno. Poi, una volta acquisito forza e credibilità potrà tornare a confrontarsi con loro. Se proprio non può farne a meno.

 
La Lega cerca – con preoccupante successo – di egemonizzare il movimento antieuropeista su una linea di populismo reazionario, xenofobo, di marca dichiaratamente lepenista.
Assistiamo persino al tentativo di capitalizzare a destra lo stesso straordinario successo di Syriza nelle elezioni greche oscurandone l’imprinting radicalmente anti-liberista.

Anche il M5S cavalca l’onda, sebbene con un profilo più basso e confuso, esibendo come distintivo identitario la pura e semplice propagandistica uscita dall’euro (il referendum).
L’agognato ritorno alla moneta nazionale non è tuttavia auspicato da costoro per restaurare diritti espropriati (welfare, diritto del lavoro), o per proteggere i salari, o per ostacolare il processo di privatizzazione selvaggio, o per definire nuove regole per il commercio e controllare la circolazione dei capitali, o per pubblicizzare banche e asset nazionali.
Tutto il contrario.
Si tratta di un nazionalismo autarchico e reazionario che si sdraia su un senso comune sempre più diffuso e sulla crescente disperazione di un popolo che non sa più a che santo votarsi, per lucrarne un vantaggio politico-elettorale a buon mercato.

E noi?
Noi comunisti nel congresso abbiamo detto: “disobbediamo ai trattati!”, facciamo leva sulle contraddizioni del monetarismo Ue a trazione tedesca, sottraiamoci al ricatto del moderno “Mago di Oz”, di un’Unione europea che gioca con carte truccate.

Ma cosa vuol dire, in concreto, disobbedienza?
Come si declina questa linea, al centro ed in periferia, vale a dire nelle regioni, nei comuni, nelle politiche di bilancio e fiscali?

Ancora: cosa vuol dire opporsi al patto di stabilità che impedisce persino ai comuni “virtuosi” di spendere risorse disponibili?
Ebbene, noi non l’abbiamo ancora detto, col risultato che la nostra proposta rimane chiusa in quella parola, non si traduce in una politica e in una mobilitazione.
Dunque “non morde”, “non si vede”, “non seduce”. E rimane in una “terra di mezzo”, priva di realtà, vaso di coccio fra vasi di ferro.

L’analisi da cui dovrebbe in realtà prendere le mosse ogni scelta politica razionale ed efficace non può accontentarsi di una critica rivolta al liberismo “in generale” e ad un processo di unificazione europea che non avrebbe portato a compimento il suo più ambizioso progetto politico perché rimasta a metà del guado e perché diventata, via via, preda degli spiriti animali del capitalismo. Per cui oggi si tratterebbe di costringere il manovratore a venire a più equi patti, introducendo qualche variante negli ingranaggi esistenti, qualche artifizio economicistico, qualche espediente di tecnica monetaria capace di mutarne l’indirizzo di fondo.
Per capire compiutamente di fronte a cosa ci troviamo non sarà inutile partire…da noi, vale a dire dalla Costituzione italiana del’48.
Ebbene, la C.I. non accoglie né il modello dell’economia di mercato, né il generale principio della libera concorrenza. Anzi: l’articolo 41 dice con chiarezza che la libertà d’azione dei soggetti economici privati trova il suo limite nei “programmi” e nei “controlli” necessari affinché tanto l’attività economica pubblica quanto quella privata “possano essere indirizzate a fini sociali”.
Dunque, la C.I. – in termini di principio e prescrittivi – affida alla legge (e dunque all’autorità pubblica) il disegno globale dell’economia, esattamente per la ragione che Palmiro Togliatti espose nel dibattito alla prima sottocommissione dell’Assemblea Costituente (1947) intorno al tema delle “Relazioni economico-sociali” e a quello che diventerà poi il Titolo III della Carta. E cioè che “il non intervento dello Stato in una società capitalistica equivale ad un intervento a favore della classe dominante”. Vale a dire “al riconoscimento che chi è più forte economicamente può dettare le condizioni di vita di chi è economicamente più debole”.
Ciò di cui si incarica la C.I. è di porre un limite cogente all’asimmetria di forza fra capitale e lavoro.
Ebbene, la decisione di sistema enunciata dall’ordinamento comunitario è radicalmente opposta (antinomica, direbbe il filosofo) rispetto a quella contenuta nella nostra Costituzione.
Perché i trattati sottoscritti a Maastricht nel 1992 e tutto quello che ne è seguito mirano a costruire uno spazio economico senza frontiere interne ispirato al “principio di un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza”.

Aderendovi e applicandone i dispositivi in via esecutiva il parlamento italiano ha sovvertito la gerarchia delle fonti del diritto, generando “norme distruttive ed eversive della stessa Costituzione”.
Non occorre essere fini costituzionalisti per capire che l’antinomia fra le due architetture di sistema condurranno ben presto alla totale liquidazione dell’articolo 41 della Costituzione, trasformandolo nel suo rovescio.
L’esigenza di una nuova lettura della Costituzione nel senso del primato del mercato non può non risolversi nello spostamento delle finalità dell’intervento pubblico “dalla funzione programmatoria alla funzione di rimozione degli ostacoli al funzionamento del mercato, nella subordinazione dei fini sociali a quelli della remunerazione del capitale (cioè del profitto).
Esattamente come nella teoria liberale classica, lo Stato ha la funzione di assicurare e proteggere da ogni e qualsiasi turbativa la proprietà e il modo capitalistico dell’accumulazione privata.
Così stando le cose, tutti i diritti sociali storicamente conquistati dalle classi lavoratrici diventano, nella loro integralità – primo fra tutti il diritto al lavoro – come altrettanti limiti all’esercizio stesso del diritto di proprietà.
Il diritto alla tutela contro il licenziamento ingiustificato, a condizioni di lavoro sane, sicure, dignitose, la protezione in caso di perdita del posto di lavoro cessano di essere “giuridicamente vincolanti”.
Si spiega così la vicenda ormai famosa della lettera che il presidente entrante e quello uscente della Bce indirizzarono al governo italiano il 5 agosto 2011 (un vero memorandum) in cui si subordinava il sostegno ai nostri titoli del debito all’adozione di varie misure fra cui, in particolare, una riforma della contrattazione collettiva che permettesse di “ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende” e “un’accurata revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti (…) in grado di facilitare la riallocazione delle risorse verso le aziende e i settori più competitivi”.

Ogni diversa soluzione implicherebbe infatti un’interferenza inammissibile rispetto all’obiettivo di “un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza” che è l’unico possibile assetto compatibile con le finalità stabilite dall’articolo 3 del TUE.
In conclusione: mentre la nostra costituzione rifondeva le tradizioni cattolica-comunista-socialista allo scopo di collocare lo Stato – e in esso il lavoro – in una posizione di primazia, attribuendogli potestà rilevantissime in ordine alle decisioni circa cosa, come e per chi produrre, i trattati europei, secondo il dogma liberista, hanno inteso costruire uno spazio retto dalla libera concorrenza.
La C.I. pretendeva di stabilire un proprio ordine entro il quale costringere la libertà degli affari, l’Ue impone un ordine di libertà per il compimento degli affari.
Il fatto è che l’Unione europea è prima di tutto la forma politica di un rapporto sociale e, precisamente, di un rapporto sociale imperniato sul dominio del capitale finanziario: l’architettura monetaria che esso ha posto al suo fondamento (e che trova nell’euro non già un sottoprodotto fenomenico, ma il proprio funzionale apparato strumentale) serve appunto a stabilizzare il potere dell’oligarchia liberista che governa l’Europa.
La complessa impalcatura monetarista si configura cioè come la specifica risposta strategica del capitalismo continentale (a egemonia tedesca) alla caduta del saggio di profitto e la condizione, dentro un quadro politico-sociale in rapida mutazione reazionaria, per riplasmare l’economia nella conservazione di rapporti capitalistici di produzione fortemente compromessi dalla crisi.
L’ambizioso progetto è quello di liquidare in radice il welfare novecentesco, ridurre strutturalmente i salari a livello di sussistenza, consegnare alla marginalità le forme di aggregazione sociale e politica di impronta classista, con l’obiettivo di rendere strutturale l’estrazione di plusvalore assoluto dal lavoro vivo, condizione necessaria in una fase storica in cui la composizione organica e la stupefacente concentrazione del capitale hanno raggiunto un livello tale da non riuscire ad offrire agli investimenti un adeguato rendimento.
Siamo cioè di fronte ad una vera e propria ristrutturazione della formazione economico-sociale capitalistica (nell’accezione marxiana) che coinvolge la struttura economica, cioè il modello di accumulazione, i rapporti sociali e di proprietà, la sovrastruttura politica, i modelli istituzionali ed elettorali e l’ideologia che tiene insieme l’impasto:
il modello di accumulazione: attraverso la costruzione di un paradigma che produce e riproduce il capitale finanziario, parassitario e speculativo;
i rapporti di proprietà: attraverso la spoliazione della proprietà pubblica, la privatizzazione integrale, la messa a profitto di tutto ciò che può assumere i caratteri della merce, la reductio ad unum delle 4 forme di proprietà previste dalla Costituzione repubblicana (statale, privata, comunitaria, cooperativa);
la superstruttura politica e giuridica: attraverso la sterilizzazione del parlamento e l’annichilimento della democrazia rappresentativa in favore della concentrazione di tutto il potere negli esecutivi; lo stravolgimento del modello elettorale in funzione maggioritaria, bipartitica e in forma tendenzialmente presidenziale;
la superstruttura culturale e ideologica: sostenuta da un imponente apparato mediatico, che ha sradicato nella coscienza di larghe masse ogni anelito solidaristico per sostituirvi la concezione individualistica e iper-competitiva della borghesia liberale classica.

L’Europa odierna è dunque tutto meno che uno spazio neutro, più efficace per la lotta nello stato nazionale.
Non è vero che lo spazio statuale più grande, quello europeo, sia il modo migliore per sviluppare la controffensiva di classe al livello del capitale; esso lo è solo quando consente alla classe dominata di esprimere la propria autonomia politica. Quando il dominio di classe assume forma nazionalistica si deve essere internazionalisti, europeisti e in qualche caso autonomisti. Quando invece, come succede in Europa, quel dominio passa proprio attraverso la distruzione dello stato nazionale, si deve elaborare un nazionalismo democratico orientato verso una nuova Europa confederale.

L’Europa non è un soggetto politico che aiuta il multipolarismo e contiene l’espansione Usa, considerato che siamo alla vigilia della sottoscrizione del devastante trattato di libero scambio transatlantico che consegnerà alle multinazionali, ai più rapaci players economici internazionali il potere – con tanto di legittimazione giuridica e tribunali al seguito – di subordinare all’attesa di profitto ogni aspetto delle legislazioni nazionali, mettendo la mordacchia ad intere Costituzioni nazionali.
L’Europa non è neppure un’entità sovranazionale che riequilibra le legislazioni e prepara un assetto federativo.
La costruzione forzosa di un’unica area valutaria aumenta la divaricazione fra i paesi perché impone una moneta unica ad economie del tutto diverse. E perché questa moneta “incorpora” le “virtù” del marco: deflazione, indipendenza della Bce e stabilità monetaria, i tre dogmi su cui è costruito l’euro, le tre cause, o concause, della distruzione dell’unità europea.

L’euro serve anche a rendere stabile la gerarchia fra nord e sud, fra paesi creditori e paesi debitori.
Il comportamento del creditore nord-europeo è solo apparentemente illogico. Perché incaponirsi in politiche che riducendo la domanda dei paesi debitori, riducono il mercato per i prodotti del nord, considerato che il 70% delle esportazioni di quei paesi avvengono nell’area europea?
Per due motivi: perché diminuire il salario dei lavoratori del sud, in buona parte terzisti del nord, significa diminuire i prezzi dei prodotti del nord stesso; e perché la generale deflazione del sud abbatte il costo del patrimonio industriale ed immobiliare dei paesi colpiti. La logica che guida queste scelte è una logica semi-coloniale, che punta a costruire un sistema industriale ed un mercato del lavoro duali, concentrando la proprietà nelle mani del nord e trasformando il sud in un mare di mano d’opera a basso costo.
La logica dell’euro è la più cocente smentita di chi crede che l’Unione europea sia terreno più favorevole per la lotta di classe.

L’Europa è oggi un meccanismo non democratizzabile perché distrugge deliberatamente, con metodo, il solo soggetto che potrebbe democratizzarla: il lavoro.
Non è forse superfluo ricordare la lettera a firma congiunta con cui alla fine del 2011 Draghi e Trichet intimavano all’Italia di mettere mano a pensioni, salari, diritti del lavoro e privatizzazioni e come Napolitano abbia investito poi Mario Monti del ruolo di esecutore testamentario di queste direttive; o il documento con cui J.P. Morgan, nel maggio del 2012, ribadiva lo stesso concetto, con un “taglio”, per così dire, più sistemico, dove ad essere messe all’indice erano le costituzioni antifasciste troppo venate di socialismo; o – per tornare a casa nostra – la determinazione con cui il compito demolitore del giuslavorismo moderno è stato mirabilmente interpretato da Matteo Renzi.

Uno sguardo alla situazione della Grecia
Ha ragione Emiliano Brancaccio: le ricette della troika saranno ricordate come uno dei più colossali inganni nella storia della politica europea.
La Grecia le applica già da 4 anni con enormi (e crescenti) sacrifici per la popolazione.
Rispetto al 2010 la pressione fiscale è aumentata di 8 punti percentuali rispetto al pil e la spesa pubblica è diminuita di quasi 4 punti, corrispondenti ad un crollo di 30 mld;
i salari monetari sono caduti di 12 punti percentuali e il loro potere d’acquisto è precipitato in media di 14 punti, con picchi negativi di oltre 30 punti in alcuni comparti.

La Commissione europea ha sempre sostenuto che queste politiche non avrebbero depresso l’economia. Ma le sue previsioni sull’andamento del pil greco sono state totalmente smentite: per il 2011 la Commissione previde un pil stazionario, che in realtà crollò di 7 punti; per il 2012 annunciò addirittura una crescita di un punto, e fu sconfessata da una caduta di 6 punti e mezzo; nel 2013 la previsione fu di crescita zero, e invece il pil greco precipitò di altri 4 punti.
Anche per il 2014 si registra uno scarto fra le rosee previsioni di Bruxelles e la realtà dei fatti ad Atene.

La verità, che ormai riconoscono a denti stretti persino al Fmi, è che le ricette della Troika rappresentano la causa principale del crollo della domanda e della conseguente distruzione di produzione e occupazione avvenuta in Grecia: negli ultimi 5 anni, ben 800.000 posti di lavoro in meno.
Né si può dire che tali ricette abbiano stabilizzato i bilanci: il crollo della produzione ha implicato un esplosione del rapporto fra debito pubblico e pil, aumentato in 5 anni di 30 punti percentuali.
“Questi soggetti – osserva ancora Brancaccio – stanno ottenendo quello che volevano: perché dovrebbero mutare la loro posizione a seguito di una vittoria di Tsipras? Al limite offriranno un’austerità appena un po’ mitigata, un piatto avvelenato che – se accettato – condannerebbe Syriza alla stessa agonia che ha ridotto ai minimi termini il Pasok di Papandreu.”
Il rigetto di una parte del debito accumulato sarebbe una soluzione logicamente razionale. Un problema, tuttavia, esiste: la disapplicazione unilaterale del Memorandum, il ripudio anche solo di una parte del debito indurrebbe la Bce a bloccare le erogazioni e determinerebbe una nuova crisi di liquidità.
A quel punto la Grecia e il suo nuovo governo di sinistra sarebbero costretti ad abbandonare l’euro per tornare a stampare moneta nazionale.

Ora, il Qe varato dalla Bce è stato rappresentato come il tentativo di correggere – di fronte al generale scivolamento deflattivo – lo sciovinismo economico rigorista di marca tedesca.
La Banca centrale si è sì decisa – sia pure in una forma edulcorata, cioè scaricando la parte di gran lunga più cospicua dei rischi sulle banche centrali dei paesi membri – a stampare moneta per l’acquisto massiccio di titoli del debito nazionali. Peccato che gli acquisti di titoli di Stato non avverranno – a differenza di quanto avvenuto negli Usa e in Giappone – rastrellandoli sul mercato primario, direttamente dagli organi emittenti, cioè dai ministeri del Tesoro dei singoli stati. Gli acquisti saranno fatti sul mercato secondario, cioè dalle grandi banche della zona euro. “Si tratta, quindi – come osserva Domenico Moro – dello stesso meccanismo già deciso da Draghi nel 2011, e basato sull’offerta di liquidità a tassi ridottissimi alle banche affinché acquistassero titoli di Stato. Una mossa che non ha sortito alcun effetto positivo sull’economia e sull’occupazione, che hanno continuato a peggiorare. Infatti, la liquidità erogata dalla Bce non si tradusse in prestiti alle famiglie dei salariati, agli artigiani e alle piccole imprese, ma rimase nelle banche”.

“Ad avvantaggiarsene – continua Moro – furono le banche stesse che guadagnarono sul differenziale tra i finanziamenti a tasso zero della Bce e gli interessi pagati dallo Stato. Il risultato fu che i bilanci delle banche, gravati dalle perdite della crisi del 2007-2008, migliorarono notevolmente, grazie alla crescita degli utili.
Un meccanismo simile si verificherà anche questa volta. Di fatto, l’operazione è a carico delle singole nazioni. Insomma, dove sta la svolta, dov’è la solidarietà e l’azione finalmente combinata a livello europeo?
Il rischio sovrano si è internalizzato ancora di più, con sollievo della Germania.
In terzo luogo, gli acquisti verranno effettuati non selettivamente, in base alle difficoltà dei singoli Stati nel finanziare il proprio debito, ma in modo proporzionale alle quote di capitale detenute dai singoli stati nella Bce. Dunque, la Germania, che paga già interessi reali già negativi sul suo debito, verrà “beneficiata” da questa operazione in proporzione come la Grecia che paga alti tassi d’interesse”.

“Dunque – conclude Moro – l’obiettivo di Draghi non è quello di rilanciare il Pil, cioè la produzione, e l’occupazione, ma di tenere alti i profitti delle banche e delle grandi imprese soprattutto multinazionali.
Il Qe ha come obiettivo il contrasto alla deflazione, perché questa riduce i profitti o ne inibisce l’aumento, in quanto il calo dei prezzi erode i margini operativi delle imprese. Una inflazione troppo forte beneficia i debitori rispetto ai creditori e questo è eresia in un ambiente capitalistico, soprattutto per le banche. Ma l’inflazione troppo bassa o peggio la deflazione erodono i profitti. Inoltre, il Qe ha già cominciato a svalutare l’euro rispetto al dollaro e altre valute, facilitando le esportazioni che sono pressoché di esclusiva pertinenza delle imprese di grandi dimensioni e multinazionali”.
Si tratta di segni piuttosto evidenti che l’ingranaggio è in crisi, che le misure adottate non fanno che confermare il carattere organico della crisi capitalistica e, ancora, che la diga eretta per scongiurarne il cedimento rischia di rivelarsi alquanto fragile poiché la manovra rimane pur sempre incardinata sull’impalcatura monetaria che ha prodotto l’austerity e non è arduo prevedere che i suoi effetti si riveleranno del tutto modesti.
Allora, tornando al tema iniziale, attenzione a spiegare che se si mette in discussione l’euro significa essere anti-europei;
attenzione a dire che la rivendicazione della sovranità popolare (che, non dimentichiamolo, sta scritta nell’articolo 1 della Costituzione) significa, “necessariamente”, portare acqua ai nazionalismi xenofobi e fascistoidi;
attenzione a dire che chi vuole fare saltare questo ingranaggio infernale non fa che “lavorare per il re di Prussia”, altrimenti si corre il rischio che qualcuno il re di Prussia lo invochi davvero e magari che lo scontro si concluda non con una restaurazione della democrazia ma proprio con l’avvento dei populismi reazionari.

Del resto, non ci sono evidenze empiriche – come ci spiegano Emiliano Brancaccio e Nadia Garbellini – che l’uscita dall’euro provocherebbe una svalutazione delle proporzioni che si paventano e, soprattutto, che lo scenario sarebbe in quel caso peggiore della drammatica deriva in corso.
Lo dico perché il “diavolo” capitalista fa le pentole, ma non sempre riesce a trovare i coperchi e fra non molto, potremmo trovarci di fronte alla caduta dell’euro per…autocombustione…, cioè per autonoma decisione del potere finanziario, una volta condotti a termine lo sventramento del welfare, il processo di privatizzazione integrale, la riduzione a simulacro della democrazia rappresentativa, l’annichilimento del potere di contrasto del soggetto lavoro.

Il punto, allora, è cosa fare per impedire che si intraprenda questa strada, proprio per l’incapacità delle classi dominanti di perseguire una rotta diversa.
Allora tocca a noi dire in modo chiaro che all’uscita dall’euro dovrà corrispondere una nuova politica economica e sociale:
proteggendo i salari attraverso un rilancio delle lotte e del ruolo contrattuale dei sindacati;
reintegrando i diritti del lavoro espropriati dalla crociata anti-operaia in corso;
rilanciando l’indicizzazione delle retribuzioni al costo della vita;
ricostruendo un regime previdenziale che così com’è precluderà il diritto alla pensione a due generazioni di italiani;
riducendo su scala nazionale e in tutti i settori l’orario di lavoro;
varando nuove politiche fiscali che restituiscano progressività all’imposta sul reddito e prevedendo una tassa strutturale sui grandi patrimoni;
ponendo un tetto alle retribuzioni e alle pensioni;
nazionalizzando le banche e i principali asset industriali a partire dalla siderurgia;
ridefinendo le regole che disciplinano gli scambi commerciali e i movimenti di capitale.

Si tratta insomma di costruire le premesse per un’uscita da sinistra dalla crisi e riscattare l’Europa dal giogo della finanza e dei proprietari universali che stanno succhiando il sangue dei popoli.
Certo, per fare queste cose occorrono altri rapporti di forza, e si può a buon titolo obiettare che siamo lontani dalla capacità di mettere in campo una forza d’urto quale sarebbe necessaria, ma con questa piattaforma potremo rivolgerci sul serio ai proletari di questo paese e alle forze intellettuali non compromesse con la vulgata corrente, usando argomenti, parole, programmi, proposte che nessun altro può, sa, vuole utilizzare. Proposte che abbiano in sé la forza di rilanciare le lotte e dare il senso di una mobilitazione nazionale, ma non nazionalista, solidale, ma non corporativa, europeista, ma non prigioniera dei dogmi del monetarismo liberista.
Ne abbiamo la forza? Nella situazione presente, no. Ma avere una linea chiara oppure non averla non è la stessa cosa.
Del resto, una posizione attendista produrrebbe tre effetti massimamente negativi:
consegnerebbe la protesta contro l’austerity alla demagogia parafascista di Matteo Salvini, consentendo alla destra più reazionaria di riscuotere la rappresentanza di ampi strati popolari e di ridurre la dialettica politica italiana ad un duello fra la “nuova” Lega in versione lepenista e il partito democratico organico al liberismo europeo;
genererebbe, di fronte ad una deflagrazione dell’euro, la peggiore delle condizioni, perché il ritorno alla moneta nazionale – senza adeguate contromisure – rovescerebbe sui lavoratori, sui disoccupati, sugli strati più deboli della popolazione uno tsunami sociale di proporzioni devastanti;
contribuirebbe all’isolamento della Grecia di Syriza, che invece di schiudere le porte di un’altra Europa si ritroverebbe sola, stritolata fra le ganasce della tenaglia dei poteri forti europei.


mercoledì 28 gennaio 2015

Quantitative Easing e elezioni greche: un cambio in Europa?

di Andrea Fumagalli dai Quaderni di San Precario

La settimana appena trascorsa verrà probabilmente definita storica per l’Europa. La decisione della BCE di finanziare, in modo diretto, alla faccia del Trattato di Maastricht, il debito pubblico dei paesi dell’Unione e la vittoria di Syriza alle elezioni greche, con la messa in discussione delle politiche di austerity finora pervicacemente perseguite dall’oligarchia economico-finanziaria, possono segnare un momento di svolta?
Non è facile, a caldo, rispondere. Ci proviamo, con tutte le cautele del caso, partendo dalle decisioni della BCE, non a caso varate a tre giorni prima delle elezioni greche.

Svolta della BCE?
Numerosi sono stati gli articoli che hanno presentato e commentato la svolta nella politica economica della BCE dopo la storica decisione dello scorso 22 gennaio di procedere all’acquisto di titoli finanziari (prevalentemente pubblici) per un ammontare di 60 miliardi di euro al mese, almeno sino a settembre 2016. In questa sede non entriamo nell’analisi dello scenario geo-economico globale in cui tale provvedimento si colloca. Lo ha già fatto egregiamente l’articolo di Raffaele Sciortino su queste stesse pagine. Ci limitiamo piuttosto a fare un’analisi critica dei commenti che lo hanno accompagnato, con particolare riferimento agli effetti e al caso italiano.
Tali commenti possono essere divisi in tre principali categorie: gli entusiasti, i denigratori, i favorevoli benché scettici.

Non prendiamo in considerazioni gli entusiasti, perché costoro fanno parte dei servitori del re: ci riferiamo a quei governi, esemplificati dall’Italiano Renzi o dal francese Hollande, che si guardano bene dal sottoporre a critica le politiche d’austerity o di appoggiare, anche timidamente, qualsiasi proposta di ristrutturazione del debito, ma sperano semplicemente in un moderato allentamento dei vincoli fiscali. È curioso notare al riguardo che tra gli entusiasti si collocano molti esponenti della sinistra riformista che vedono in Draghi un forte baluardo contro il potere dei mercati finanziari, in grado di tenere a bada i falchi del rigore ad ogni costo che si annidano numerosi tra le file tedesche e olandesi.
Tra quest’ultimi, si collocano i paladini del neoliberismo europeo e degli interessi dei creditori. Ma per dirla meglio più che di neo-liberismo, varrebbe la pena di parlare di ritorno di un ordo-liberismo in salsa tedesca.
Oliver Stock, editorialista del principale quotidiano economico-finanziario tedesco Handelsblatt (l’equivalente del Sole 24ore in Italia), commenta in questo modo la manovra della BCE: “La Banca centrale europea (BCE) e il suo presidente Mario Draghi inondano i paesi europei con una somma enorme di denaro. In questo modo si impediscono le riforme e si rende l’Europa più povera”. Paradossalmente, è uno dei pochi commenti che fa riferimento al tema della distribuzione del reddito, sostenendo che tali misure renderanno l’Europa più povera. Ma a quali poveri si riferisce Stock? Qui sta il punto. Ed è questo lo spettro che si aggira per l’Europa.

Oliver Stock interpreta il pensiero egemone dell’oligarchia europea. Un pensiero che fa perno su due pilastri di vecchia memoria che, nati dall’ordoliberismo tedesco, hanno definito le basi della costruzione dell’Europa di Maastricht, come ben ricostruito dal libro di Alessandro Somma (La dittatura dello spread)  (qui la recensione): uno Stato forte in grado di dettare e definire le regole di politica economica al fine di garantire la piena libertà d’azione delle gerarchie di mercato. Oppure, in altri termini: uno Stato autoritario in grado di garantire le oligarchie dominanti che garantiscono profitti per le multinazionali e rendite speculative per i mercati finanziari. Uno Stato autoritario che negli anni dopo la crisi di Weimar ha favorito l’ascesa del nazismo e che oggi giustifica, sul piano europeo sovranazionale, il commissariamento della politica economica non solo della Grecia ma anche di altri Stati europei (Italia inclusa, come l’ultima legge di stabilità ben evidenzia).
La povertà a cui fa riferimento Stock è dunque riferita ai creditori più che ai debitori a salvaguardia degli interessi dominanti.

Le posizioni oltranziste sono minoritarie, qui in Italia. Gli economisti accademici italici approvano, con qualche scetticismo sull’efficacia effettiva dei provvedimenti. Il think-thank de La.voce.info ne è testimone.
La misura del Quantitative Easing(QE) viene parzialmente criticata essenzialmente per due motivi:
1. il ritardo con cui è stata intrapresa. Tuttavia, si dimentica che buona parte di questi economisti sino a pochi tempo fa erano del tutto favorevoli al credo monetarista -seppur annacquato in salsa neo-keynesiana -, secondo il quale l’iniezione di liquidità poteva avere non tanto effetti inflazionistici ma favorire un ritardo di quelle riforme di sistema auspicate dalla Troika – smantellamento del welfare pubblico, deregulation del mercato del lavoro e riduzione della progressività fiscale.
2. la consapevolezza che l’effetto di tale manovre avrà effetti limitati sulla crescita economica. Tale opinione è giustificata dal fatto che una politica monetaria espansiva non è sufficiente per garantire una ripresa economica a meno che non sia accompagnata da adeguate interventi di natura fiscale, in grado di ridurre la tassazione sul lato dell’offerta (quindi a favore delle imprese) per far ripartire gli investimenti. Ancora una volta, viene ribadito il concetto che solo favorendo i profitti (detassazione dell’Irap e precarizzazione del mercato del lavoro, ridimensionamento della burocrazia statale e mantenimento degli obiettivi di riduzione del debito pubblico, lotta ai “fannulloni”) si possono creare le condizioni per far ripartire l’economia.
Diverse sono, invece, le valutazioni in merito alla mediazione che la BCE ha svolto con i paesi contrari, Germania in primo luogo. La mediazione con la Bundesbank e la banca olandese ha riguardato la gestionedelle eventuali perdite (ad esempio relative alla perditadi valore di un titolo di stato greco o italiano o spagnolo): si è deciso che l’80% di tali possibile perdite è a carico della Banca Centrale di quel paese e solo il 20% è acarico del fondo salva stati. È il contentino che la Germania ha ottenuto per far passare la manovra del QE e per assicurarsi che i soldi comuni europei non vengano usati per eventuali salvataggi. Da un lato, tali disposizioni salvaguardano i paesi più ricchi (e quindi confermano le gerarchie attuali) e rassicurano le oligarchie europee, ma dall’altro non escludono il rischio di default, con relative preoccupazione per le banche creditrici.
In tutti questi commenti, poca attenzione viene prestata non tanto alla necessità di aumentare la domanda aggregata ma al tema della distribuzione del reddito. Si preferisci, infatti, enfatizzare l’effetto della manovra della BCE a favore della svalutazione dell’Euro come volano di crescita di domanda estera, dimenticando che solo il 20% dell’interscambio commerciale europeo ha a che fare con i paesi extra-europei.
Si fa finta di non sapere che i mercati finanziari sono il motore della valorizzazione del capitalismo contemporaneo. Da questa semplice considerazione occorre partire. L’iniezione ufficiale di liquidità, che, ricordiamo, istituzionalizza ciò che già la BCE faceva in modo indiretto con l’acquisto di titoli di Stato sui mercati secondari o tramite le banche, grazie ai generosi prestiti a tassi d’interesse praticamente nulli, ha come primo beneficiario proprio il mercato finanziario. Non possiamo infatti dimenticare che nel corso del 2012 e del 2013 la BCE aveva distribuito a titolo gratuito più di 1000 miliardi al sistema bancario europeo, con l’obiettivo (raggiunto) non tanto di favorire il credito all’economia reale, ma di favorire l’acquisto di titoli di Stato e ridurre lo spread.
Ora, tale politica viene istituzionalizzata. E tale iniezione di liquidità è quindi manna per i mercati finanziari, che possono solo brindare (e infatti le borse hanno salutato la pseudo svolta con forti aumenti dei listini azionari).
È un film già visto. A partire dalla svolta in Giappone con l’Abeconomics nell’autunno 2013 e il Quantitative Easing della Federal Reserve, sui mercati finanziari sono stati iniettati miliardi di liquidità, che hanno consentito nel corso del 2014 un aumento medio delle plusvalenze di oltre il 20%, incremento oggi arrestatosi n seguito alle nuove instabilità globali legate alle guerre valutarie in corso tra Yen, valute dei Brics, Euro e Dollaro e al calo del prezzo del petrolio che mina, in primo luogo ma non solo, la stabilità dell’economia russa. La decisione della Bce, come ricordato da Raffaele Sciortino, ha anche ha che fare con queste dinamiche.
Ma il risultato è sempre lo stesso: un’ulteriore polarizzazione dei redditi che porterà, secondo i dati resi noti al World Economic Forum di Davos dall’Oxfam (un network di 17Ong che agiscono contro la povetà) a far sì che nel 2016, 1% della popolazione avrà un reddito superiore al restante 99%. La concentrazione della ricchezza aumenta così sia a livello planetario che all’interno delle singole realtà nazionali.
Lo spettro della peggioramento della distribuzione del reddito è il primo fattore di crisi, soprattutto in Europa, dove tale tendenza è acuita dalle politiche di austerity e dalla privatizzazione del welfare. Il QE della BCE, lungi dall’affrontare questo aspetto, lo peggiora. I primi a essere beneficiati saranno infatti proprio i mercati finanziari e solo poche briciole (se ce ne saranno) andranno ad appannaggio delle moltitudini europee. Ancora una volta, se le politiche monetarie espansive non saranno accompagnate dall’abbandono delle politiche di austerità e dall’adozione di politiche di redistribuzione del reddito, si riveleranno per quello che sono: arricchire i pochi per impoverire i molti.
2. Le elezioni greche: un’opportunità?
Come spesso succede nella storia, in questo complesso quadro si inserisce la variabile politica umana. Abbiamo già sottolineato come non sia un caso che la decisione della BCE sia stata presa a ridosso delle elezioni greche, quasi ad anticipare un esito che si prevedeva poco favorevole alle imposizioni economiche della Troika. Elezioni che presentano un forte carattere simbolico che va ben oltre all’esito elettorale di un pase che rappresenta poco più del 6% del Pil europeo.
Per la prima volta, un paese membro dell’Eurozona dà un segnale inequivocabile di rigetto delle politiche d’austerità fin qui dominanti e imposte con il ricatto e la paura dai poteri dell’oligarchia finanziaria. Non sappiamo ancora se la vittoria di Syriza consentirà l’installazione di un governo forte e stabile, ma di sicuro sappiamo che nulla sarà come prima.
Il programma di Syriza parla all’Europa intera e in particolare ai paesi mediterranei, quei Pigs che più di altri sono stati vessati dall’imposizione finanziaria negli ultimi anni nel perseguire politiche draconiane di rigore lacrime e angue.
Si aprono potenziali nuovi strade. Sta nell’intelligenza dei movimenti saperne cogliere le opportunità.  I punti cruciali di discussione li possiamo limitare a quattro:
1. Questione del debito pubblico: la richiesta di indire una conferenza europea sul debito pubblico europeo impone all’agenda economica di discutere una possibile ristrutturazione degli stessi debiti sovrani. Diversi sono le modalità che possono essere proposte. La meno indolore per le banche creditrici è quella relativa ad un allungamento dei tempi di pagamento degli interessi maturati o a una moratoria dei pagamenti per un periodi tempo limitato. In questo caso, i diritti dei creditori vengono salvaguardati e non corrono rischi, soprattutto se una scelta del genere potrà far lievitare i tassi d’interessi dei paesi indebitati. L’allungamento delle scadenze del rimborso viene così compensato dall’aumento dell’onere del debito e dalla possibilità di intraprendere attività speculative anticipando l’incremento atteso dei derivati (future) sugli stessi titoli pubblici, oggi fortemente concentrati nel portafoglio delle multinazionali della finanza. La più pericolosa modalità per le oligarchie finanziarie è invece l’attuazione di un congelamento temporaneo di quella quota di titoli di stato in loro possesso (salvaguardando quelli in possesso delle famiglie), concordando una svalutazione unilaterale del valore degli stessi titoli (dell’ordine del 40-50%) ma in presenza di tassi d’interessi più rigidi. In questo caso il QE della BCE potrebbe svolgere la funzione di calmiere delle spinte speculative al rialzo dei tassi d’interesse. Si tratta di una soluzione che non può trovare d’accordo l’establishment europeo rappresentato dalla Troika e porrebbe la BCE, questa volta sì, in netta opposizione alle oligarchie finanziari. Si tratta quindi di instaurare un rapporto di forza ed è evidente che lasola Grecia difficilmente sarebbe in grado di praticare tale alternativa a meno che non abbia un sostegno più ampio che abbraccia anche Spagna, Portogallo, Italia e Francia. Qui i nodi vengono alpettine.
2. Questione della politica fiscale: Aprire una discussione europea sulla ristrutturazione dei debiti sovrani implica anche aprire una discussione sulla costruzione di una politica fiscale comune europea, oggi inesistente. Si tratterebbe di proporre la trasformazione del Bilancio dell’Unione in un autonomo strumento di finanza pubblica funzionale all’implementazione nell’Eurozona di una politica economica finalizzata alla stabilizzazione, all’indirizzo e all’equilibrio dello sviluppo. Autonomia del Bilancio dell’Unione Europea significa progressivo affrancamento dai trasferimenti degli stati membri ed attivazione di entrate fiscali prevedibili, ricorrenti e non discrezionali. Su questo fronte si può pensare ad una quota dell’Imposta sul Valore Aggiunto, ma anche alla Tassa sulle Transazioni Finanziarie (TTF), meglio nota come TobinTax, ormai resa operativa, sebbene in modo non omogeneo, in molti paesi Europei, alla Carbon Tax e ad eventuali nuove imposte capaci di incidere sul fatturato delle grandi corporations che attivano pratiche iper-elusive (ad esempio, il dispositivo recentemente introdotto in Gran Bretagna e denominato Google Tax). Altrettanto improrogabile è la creazione degli Eurobond e la loro diretta emissione da parte delle istituzioni comunitarie e eventualmente acquistabili dalla BCE.
Nel complesso ciò che si prospetta è la definizione di una “road map” che nell’arco di pochi anni permetta un affiancamento ai bilanci nazionali di un vero bilancio Europeo destinato in prospettiva a sostituirli. Una prima tappa potrebbe essere quella di prevedere che tale bilancio Europeo raggiunga in termini di entrate il 10% del PIL dell’Eurozona entro il 2020. Tale passaggio implicherebbe, al di là del tema della realizzazione e del finanziamento degli investimenti necessari alla crescita, la concreta attivazione di una reale armonizzazione fiscale sul lato delle entrate e quantomeno, sul fronte della spesa, di una profonda omogeneizzazione degli schemi di sicurezza sociale (pensiamo in particolare ad un unico sistema di sussidio di disoccupazione europeo e ad un unico dispositivo relativo al basicincome, se necessario modulati a livello nazionale, in funzione del diverso livello dei prezzi).

3. Questione del welfare: diventa sempre più necessario ristrutturare il welfare europeo e dei singoli stati europei, a partire dai paesi mediterranei, verso forme di commonfare, ovvero welfare del comune, fondato sull’erogazione di un reddito di base e l’accesso ai servizi materiali e immateriali che oggi stanno alla base dello sviluppo del “comune” (al singolare) come base e input per la produzione di “beni comuni” (al plurale) in grado di allargare la base di un sistema di produzione dell’uomo per l’uomo, finalizzato ad aumentare la produzione di valori d’uso a scapito del valore di scambio, tramite esperienze di autogestione e autorganizzazione.
4. Questione della politica industriale e del lavoro: nel contesto contemporaneo, occorre una nuova visione della politica industriale, che non deve essere considerata ase stante, ma in sinergia con le politiche di welfare e del lavoro. Oggi nel capitalismo contemporaneo, una politica industriale è al tempo stesso politica di distribuzione del reddito e di welfare in grado di favorire lo sfruttamento di quelle economie di apprendimento e di rete che sono oggi alla base della crescita della produttività. L’introduzione di un salario minimo europeo, la riduzione delle tipologie contrattuali precarie, lasalvaguardiadei diritti fondamentali del lavoro, in altre parole una politica di secur-flexibility e non di flex-security (che diventa flex-insecurity) sono oggi i principali strumenti per l’avvio di una nuova politica industriale e del lavoro. Per il momento ci limitiamo a queste veloci considerazioni, pur essendo consci che le tematiche in gioco sono ben più ampie, a partire dalla necessità quasi obbligatoria di incentivare, anche con l’intervento pubblico, gli investimenti nella green economy in modo attivo e non passivo (come è avvenuto in Italia per quando riguarda le politiche della telecomunicazione o di incentivo all’energia eolica: 7 miliardi di sussidi, che in massima parte hanno finanziato la produzione di imprese estere).
I temi ora ricordati possono costituire la base programmatica per sviluppare una capacità propositiva dei movimenti sociali in grado di sviluppare un’autonomia di azione in grado di interloquire e confliggere con le forze istituzionali che non sia solo velleitaria o declamatoria. Una proposta politica e sociale in grado di declinarsi nel concreto e nella prassi per acquisire una propria forza contrattuale che solo successivamente può diventare contropotere politico, eventualmente da spendere, in un secondo tempo, una volta sedimentatosi sul piano culturale e sociale , a livello di scontro istituzionale, senza cadere nel tranello della delega.
Anche in questo caso, non bisogna confondere causa con effetto. Senza una contaminazione delle e nelle pratiche di movimento reale (dalle lotte per la casa, al superamento della condizione precaria, all’organizzazione dello sciopero sociale) non si può sviluppare un’istanza che agisce esclusivamente e si definisce sul piano elettorale politica (come per la lista Tsipras alle scorse elezioni politiche). Non ci sono scorciatoie politiche, pena la corruzione di ogni istanza di cambiamento sociale. Siryza in Grecia non è sorta dal nulla. Il risultato che oggi ha ottenuto è il frutto di una sedimentazione sociale che dura da più di un decennio, oltre che dal coinvolgimento di una fascia giovanile di nuova generazione.
3. Che lezione per l’Italia?
Siamo consapevoli che un’esperienza come quella di Syriza non è riproducibile in Italia. Non solo perché il potere italiano è in primo luogo un potere gerontocratico anche all’interno della sinistra radicale, non solo perché le forze anticapitalistiche ereditate dal ‘900 fanno da tappo sia a livello sindacale che di azione politica a qualsiasi istanza di innovazione radicale. Pensiamo all’esperienza dei Forum Sociali di Genova 2001, alla loro istituzionalizzazione partitica, alla fugace esperienza di Alba, alle eterne difficoltà de Il Manifesto, alle diverse esperienze del sindacalismo di base: tutte storie che possiamo considerare più o meno gloriose ma incapaci di cogliere le istanze e i bisogni di cambiamento e di svecchiamento della sinistra italiana, al punto che una forza politica come il Movimento 5S, in grado di usare sapientemente le nuove modalità di comunicazione, riesce a diventare espressione di quella insoddisfazione e voglia di cambiamento raggiungendo il 25% dei voti.
La parabola dei 5S oggi rischia di costituire un ulteriore tappo: l’incapacità di dare uno sbocco socio-politico radicale alla radicalità che da sempre,seppur in modo certe volte ondivago e ambiguo, innerva questo paese: una radicalità che riesce forse a esprimersi sul piano dell’analisi teorica ma incapace di tradursi in azione politica concreta.

Ma anche Renzi e i volti nuovi dei potentati economici si trovano ora ad un bivio e rischiano di dover gettare la mascher (come è già successo con il Job act). E’ assai sintomatico la reazione governativa all’esito elettorale della Grecia: da un lato un malcelato fastidio condito da frase di circostanza (“guardiamo con favore alla vittoria di Siryza che ci diceche bisogna revisionare le politiche d’austerity), dall’altro un assordante silenzio, soprattutto di Renzi (che di solito non perde occasione per cinguettare su qualunque cosa), che si limita a mandare avanti un oscuro sottosegretario – Sandro Gozi – per dire: “Non siamo né soddisfatti ne insoddisfatti: aspettiamo di conoscere le proposte di Tsipras”).
La preoccupazione di Renzi è soprattutto evitare che in qualche modo si coaguli alla sua sinistra una nuova forza politica esattamene come il Pci ha fatto di tutto negli anni Settanta perché non si sedimentasse un’opposizione di sinistra alla sua politica concertativa. Ma è anche quella di dover gettare la maschera nel momento in cui rischia di trovarsi costretto a prendere posizione sulla necessità di ristrutturare il debito, di rigettare le politiche di austerity e di favorire la costruzione di una politica comune fiscale. Ed è facile prevedere da che parte si collocherà: sicuramente non dalla nostra parte.
Un cambio in Europa?
Ritorniamo all’interrogativo iniziale dunque. Stiamo assistendo ad una cambio nella conduzione economica e politica dell’Europa? Se ci limitiamo alla svolta della BCE con il QE, direi proprio di no. Se ci riferiamo all’esito del voto in Grecia, per il momento mi limito a registrare che un possibile e potenziale cambiamento può mettersi in moto. Un’altra Europa è possibile. Dipende anche da noi e soprattutto dalla nostra capacità, in Italia come in Spagna e altrove, di superare stupide e vecchie autoreferenzialità, di liberare nuove risorse intellettuali e di azione, di essere capaci di mantenere un’autonomia dalle sirene della rappresentanza a tutti i costi, almeno sino a quando  non si è maturata una progettualità politica e sociale radicale e adeguata ai tempi, non compromissoria. Perché se c’è una cosa che ci insegna la Grecia è che il riformismo di breve periodo è veramente morto e sepolto.

venerdì 5 aprile 2013

"Se non si cambia strada la fine dell'Euro è segnata". Intervista a Vladimiro Giacché

da controlacrisi

Le parole di Draghi e della Bce non sono per niente rassicuranti. Tra l’altro, il sistema creditizio rimane come incagliato dentro la sua stessa trama. E la Bce non sembra darsi molta pena.
Continua a prodursi una divaricazione nei diversi paesi dell’Unione, con diversi trend negativi, tra cui il nostro. Tutto sommato, la situazione nel 2013 è del tutto simile a quella del 2012 per quanto riguarda la recessione. In una situazione come questa è normale che le banche restringano il credito. Sofferenze e tassi di copertura sono a livelli di guardia. Viceversa, con paesi con Pil positivi gli istituti bancari sono messi peggio. E quindi se ne deduce che la differenza la fa il livello dei titoli di Stato.
Le banche italiane però ora cominciano a soffrire proprio per la recessione e non solo per il differenziale tra i tassi legati al debito tra l’Italia e gli altri paesi…
Si certo, i problemi delle banche italiane derivano dalla recessione degli ultimi anni. Il punto è che questi fattori vanno visti nel loro rapporto. La divaricazione tra i vari paesi è causata dalla recessione, e aggravata dall’austerity.
Dalle tue parole capisco che a fare la differenza in questa crisi è stata la scelta della Germania di esportare la crisi verso i paesi più deboli…
Guarda, all’origine della crisi in Europa c’è sicuramente l’arrocco della Germania. Molti dimenticano che all’esplodere della crisi negli Usa è corrisposto il fallimento di una banca tedesca, finita anch’essa nelle maglie dei derivati, che aveva acquistato in grande quantità. Come negli anni ’30 tra Usa e Germania, si produce subito una precisa posizione della Germania nei confronti della Grecia. I tedeschi per non rischiare fanno rientrare centinaia di miliardi peggiorando di fatto la situazione dei paesi periferici. Ad un certo punto la situazione precipita per le troppe esitazioni dell’Europa.
Torniamo per un attimo al discorso sulla divaricazione tra i vari paesi…
Le condizioni macroeconomiche si stanno divaricando per tutti, e questo per una Europa che dice di essere unita sotto una stessa moneta è esiziale. Anche l’Olanda rischia la recessione. Nel frattempo però c’è stata una massiccia distruzione della capacità produttiva dei paesi periferici. La torta si restringe e la lotta non è più soltanto tra capitale e lavoro ma tra capitali. Certo, l’Italia ha ancora qualche cartuccia da sparare, soprattutto per quanto riguarda l’export. Ma anche qui c’è da dire che se aumenta è perché diminuisce l’import. La verità è che il crollo lo stanno subendo quei settori che producono per il mercato interno. Nel rapporto tra economie forti in Europa e paesi periferici si sta replicando quello che è accaduto tra la Germania dell’Ovest e quella dell’Est dopo la caduta del muro, ovvero un indebolimento straordinario che di fatto rende il paese più debole economicamente dipendente.
Draghi ha sorvolato sul piano B. Eppure è sempre più all’ordine del giorno.
Quello che sta succedendo da dopo le elezioni è la dimostrazione che il miglior programma era quello di Rivoluzione civile: lotta alla corruzione e all’evasione fiscale, non rispetto del fiscal compact e rinegoziazione delle condizioni. Soprattutto su questo ultimo punto, se non si riesce ad andare avanti è chiaro che la fine dell’euro è prossima. E non per una scelta di questo o quel partito politico ma per una tendenza oggettiva. Per dirla in breve, diciassette paesi con economie divergenti non stanno nella stessa moneta.
A quale soluzione si potrebbe pensare?
E’ molto tardi per rimettere insieme i cocci. L’euro potrebbe ritrovare una sua strada attraverso il deprezzanto, ma il punto è che i tedeschi non ci pensano proprio. Bisogna che qualcuno cominci a svegliarsi. E un po’ l’hanno fatto i sindacati tedeschi che parlano di un nuovo piano Marshall. Resta da vedere quanto questo conterà nelle elezioni in Germania il prossimo settembre.
Valutata da punto di vista delle ricette per uscire dalla crisi, quanto è inadeguata la nostra classe politica?
Abbiamo per la prima volta un Parlamento che ha una totale identità di vedute senza più distinzioni apprezzabili. Guarda quello che è accaduto sull’articolo 18. E’ chiaro che stanno sbagliando le priorità. Ritenere che il problema sia la cosiddetta casta politica e non la costruzione di un orizzonte per le imprese del Paese non sta né in cielo né in terra. C’è da dire che stanno indietro perfino rispetto a Confindustria che comincia a ricredersi rispetto all’austerity. In questo va detto che anche il sindacato ha sbagliato completamente la mira. Basta con questo collateralismo che di fatto ha portato alla paralisi del ruolo dei lavoratori.

mercoledì 27 febbraio 2013

La sconfitta dell’anti-Europa liberista comincia in Italia

 Franco Bifo Berardi da Micromega

L’unione europea nacque come progetto di pace e di solidarietà sociale raccogliendo l’eredità della cultura socialista e internazionalista che si oppose al fascismo.
Negli anni ’90 le grandi centrali del capitalismo finanziario hanno deciso di distruggere il modello europeo, e dalla firma del Trattato di Maastricht in poi hanno scatenato un’aggressione neoliberista. Negli ultimi tre anni l’anti-Europa della BCE e della Deutsche Bank ha preso l’occasione della crisi finanziaria americana del 2008 per trasformare la diversità culturale interna al continente europeo (le culture protestanti gotiche e comunitarie, le culture cattoliche barocche e individualiste, le culture ortodosse spiritualiste e iconoclaste) in un fattore di disgregazione politica dell’unione europea, e soprattutto per piegare la resistenza del lavoro alla definitiva sottomissione al globalismo capitalista.
Riduzione drastica del salario, eliminazione del limite delle otto ore di lavoro quotidiano, precarizzazione del lavoro giovanile e rinvio della pensione per gli anziani, privatizzazione dei servizi. La popolazione europea deve pagare il debito accumulato dal sistema finanziario perché il debito funziona come un’arma puntata alla tempia dei lavoratori.
Cosa accadrà? Due cose possono accadere: o il movimento del lavoro riesce a fermare questa offensiva e riesce a mettere in moto un processo di ricostruzione sociale dell’Unione europea, o il prossimo decennio vedrà in molti luoghi d’Europa esplodere la guerra civile, il fascismo crescerà dovunque, e il lavoro sarà sottomesso a condizioni di sfruttamento ottocentesco.
Ma come fermare l’offensiva?
Le elezioni italiane sono una risposta che può evolversi in maniera positiva o in maniera catastrofica. Dipende dai progressisti, gli intellettuali e gli autonomi del continente, dipende da noi.
Il 75% dell’elettorato italiano ha detto no al progetto anti-europeo di Merkel Draghi Monti.
25% si sono astenuti, 25% hanno votato per il movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, 25% hanno votato per il partito della mafia e del fascismo, e per il più geniale truffatore della storia, Berlusconi, nemico giurato di Angela Merkel perché la mafia non può più accettare il predominio economico di Berlino.
Il movimento di Beppe Grillo è la novità di queste elezioni. Raccoglie soprattutto voti dai movimenti di sinistra e raccoglie anche voti anche dalla destra. Beppe Grillo – che ha una formazione autonoma antiautoritaria – ha detto più volte che il suo movimento intende sottrarre voti alla destra, e ci è riuscito.
Non credo che il movimento 5 stelle potrà governare l’Italia, non è questo il punto. La funzione importante e positiva che il movimento ha svolto è rendere il paese ingovernabile per gli antieuropei del partito Merkel-Draghi-Monti.
L’elettorato italiano ha detto: non pagheremo il debito. Insolvenza.
La governance finanziarista d’Europa è finita, anche se Berlusconi e Bersani si metteranno d’accordo per sopravvivere e continuare a impoverire il paese spostando risorse verso il sistema finanziario. Non durerà. Ma allora può cominciare il peggio.
La classe finanziaria tenterà di strangolare l’Italia come ha strangolato la Grecia. La crisi politica si farà convulsa e violenta. L’esito può essere spaventoso. Mafia e fascismo hanno mostrato di controllare il trenta per cento dell’elettorato italiano, e la sinistra non esiste più. La secessione del Nord si riproporrà anche se la lega è crollata.
Epperò invece può iniziare un processo di liberazione d’Europa dalla violenza del capitale finanziario, una ricostruzione d’Europa su basi sociali. Fuori dagli schemi novecenteschi può diffondersi dovunque un movimento di insolvenza organizzata e di autonomia produttiva. Un movimento di occupazione può trasformare le università in luoghi di ricerca concreta per soluzioni post-capitaliste. Le fabbriche che il capitale finanziario vuole distruggere vanno occupate e autogestite come si è fatto in Argentina dopo il 2001. Le piazze vanno occupate per farne luoghi di discussione permanente.
Il programma lo ha enunciato Beppe Grillo, ed è un programma molto ragionevole:
Salario di cittadinanza

Riduzione dell’orario di lavoro a 30 ore

Pensione a sessanta anni.

Restituzione alla scuola degli otto miliardi che il governo Berlusconi ha sottratto al sistema educativo.

Assunzione di tutti i lavoratori precari della scuola, della sanità e dei trasporti.

Nazionalizzazione delle banche che hanno favorito la speculazione ai danni della comunità.

Abolizione immediata del fiscal compact.
Il movimento cinque stelle ha impedito alla dittatura finanziaria di governare. Ora tocca al movimento della società. Avrà la società l’energia e l’intelligenza per gestire la propria vita con un movimento di occupazione generalizzato?
Se non avrà questa energia avremo meritato il disastro che ne seguirà.
Nota
Leggo su Internazionale che i Wu Ming si lamentano del fatto che il movimento di Beppe Grillo amministra l’assenza di movimento in Italia. Ragionamento bislacco davvero. Dal momento che la società italiana è incapace di muoversi allora debbono stare tutti fermi? Dal momento che gli amichetti di wu ming sono stanchi allora tutto deve restare ad attendere i tempi del loro risveglio? Fate movimento invece di lamentarvi perché qualcun altro lo fa al posto vostro, magari in maniera un po’ più rozza di come piacerebbe ai raffinati intellettuali.